giovedì 29 gennaio 2026

Verità e interpretazione. Recensione al libro di Stefano Fontana



Nuova recensione dell’ultimo libro di Stefano Fontana. Il libro può essere richiesto: VEDI QUI


Stefano Fontana, Verità o interpretazione. Critica dell’ermeneutica cattolica, Fede & Cultura, 2025.


Di Silvio Brachetta, 29 gen 2026

Lo stravolgimento che Immanuel Kant ha fatto dell’a priori non deve far dimenticare che esso ha un senso filosofico e che c’è una sorta di a priori che guida la conoscenza umana. Stefano Fontana, nel suo ultimo libro, lo individua nel concetto di «senso comune», che è una «prefilosofia spontanea», un fondamento necessario alla comprensione di quanto s’impone ai sensi e alla mente. L’a priori è una categoria che si ritrova già in Platone e in Aristotele: alla base della metafisica c’è una separazione netta – nel processo della conoscenza – tra quello che è fermo (l’oggetto, l’idea platonica, la verità) e quello che diviene nel tempo (il fenomeno, la storia, l’opinione). Il soggetto non dovrebbe rientrare nel concetto del divenire ma, per mezzo della scelta volontaria, riconoscere il fondamento immutabile della realtà.

Aristotele, a proposito dell’a priori, negli Analitici secondi (I, 2) distingue «ciò che è primo per noi» (próteros prós emâs) da ciò che è «primo per natura» (próteros phýsis). È la distinzione tra la conoscenza che si limita al sensibile e la conoscenza della sostanza: la verità è nella sostanza e anche nella mente umana, solo se questa ammette l’evidenza di un oggetto che s’impone. L’a priori è null’altro che l’accettazione della realtà oggettiva. Non c’è solo un arché, un principio, nel mondo oggettivo, ma c’è anche un arché del filosofare soggettivo. Se i due principi non sono affini, il risultato è contraddittorio, incoerente.

Proprio dell’incoerenza aprioristica in senso moderno, Fontana tratta in questo suo lavoro, che è una critica all’ermeneutica moderna. Come, infatti, c’è un a priori metafisico e un’ermeneutica metafisica – del tutto affini alla realtà –, i problemi della modernità sorgono dallo stravolgimento del senso dell’ermeneutica e dell’a priori, che diventano il pretesto per negare la possibilità della conoscenza e, quindi, del poter accedere alla verità sull’uomo, sul mondo e su Dio.

Dubbio atematico

Se l’ermeneutica classica scrutava il mistero del mondo per la venatio sapientiae («caccia della sapienza», cf. Niccolò Cusano) e per lo svelamento della verità nascosta, l’ermeneutica moderna viene utilizzata come pretesto per dichiarare l’impossibilità di accedere alla verità da parte dell’intelletto umano.

Fontana fa un excursus di molte delle dottrine filosofiche moderne e dei relativi filosofi maggiori, che negano alle facoltà razionali e introspettive dell’uomo il potere di raggiungere il significato delle cose o l’accesso all’essenza di quello che esiste. A prescindere dalla diversità delle discipline e degli autori – idealismo (Kant, Hegel), fenomenologia (Husserl), ermeneutica (Gadamer, Ricoeur), esistenzialismo (Heidegger), ecc… – il filosofo moderno, in genere, antepone il soggetto all’oggetto e sostituisce il «senso comune» e la «prefilosofia spontanea» (fondati sul dato reale), con il «pregiudizio» soggettivo.

Da Kant in poi – scrive Fontana – l’uomo parte sempre da «pregiudizi», perché la «conoscenza è mediata costitutivamente» da essi: c’è insomma qualcosa alle spalle del soggetto conoscente che orienta e grava. Questo qualcosa è «un contesto che l’io non può vedere, perché è la condizione del suo vedere». In un tale contesto, l’interpretazione non è più la ricerca sulle cose, ma «suppone che si parta da noi stessi nella ricerca e non da qualcosa che ci è dato». Ora, finché questi pregiudizi hanno un qualche contenuto – lo “spazio”, il “tempo” e le “categorie” kantiane – potrebbe sembrare che la mente umana sia sempre radicata su qualcosa di stabile per emettere giudizi. La stabilità tuttavia è solo apparente, poiché spazio e tempo sono transeunte e le categorie di Kant non sono fondate sull’oggetto che si pone alla coscienza, ma sul pensiero soggettivo e, perciò, chiuse al mondo e a Dio.

Ma la questione posta da Fontana, per cui non è accettabile l’ermeneutica moderna, è un’altra e più grave: con il procedere dei secoli, il pensiero filosofico ha condizionato la teologia, sia protestante che cattolica. Si è giunti al punto (in campo cattolico) da svuotare il pregiudizio ermeneutico da qualsiasi contenuto, specialmente in Karl Rahner, che reputa «la conoscenza soggettiva del conoscente sempre atematica». Alle «spalle del conoscente», quindi, ci sarebbe il nulla o un mistero incomprensibile. E qua Rahner fa l’esempio del «guardare dal buco di una serratura»: al di qua del buco c’è il piano trascendentale della coscienza e, al di là, le conoscenze. Le conoscenze sono orientate dall’al di qua, ovvero dall’«a priori esistenziale» dell’uomo, inserito nel divenire storico. In queste condizioni, egli è condannato al «dubbio» perpetuo e all’infinito interpretare, così da non poter approdare mai a certezza alcuna su se stesso, sulle cose e su Dio – e, tanto meno, può approdare alla verità.

«Misura, numero e peso»

Ma ammettiamo pure che l’individuo, la persona umana, sia un mistero insondabile. Ammettiamo che al di qua del buco della serratura ci sia l’abisso dell’anima. In fondo portare avanti un discorso filosofico o teologico, a cominciare dalla conoscenza, si può fare, a condizione di evitare un errore sostanziale. San Bonaventura da Bagnoregio e Dietrich von Hildebrand – metafisici e realisti – iniziano in almeno due delle loro opere a trattare del soggetto conoscente, non dell’oggetto da conoscere.

Bonaventura scrive L’itinerario della mente in Dio (XIII sec.); von Hildebrand Che cos’è la filosofia (XX sec.): in entrambe le opere si parte dalla conoscenza. E qual è l’errore (moderno) che evitano? Immaginiamo di essere stati appena creati e di avere un solo senso: la vista. Immaginiamo poi di avere gli occhi chiusi e di aprirli di scatto. Bonaventura, nell’Itinerario (c. 1), scrive che, quando l’uomo apre gli occhi, qualcosa s’impone alla vista in modo «attuale». Anzi, sono tre le realtà che intenzionano l’anima, senza mediazione alcuna: c’è qualcosa che esiste (peso); questo qualcosa è una moltitudine di cose esistenti (numero); queste cose esistenti sono delimitate e rifinite (misura). Qua egli interpreta la parola di Sap 11, 20: «Tu hai disposto ogni cosa con misura, numero e peso».

È ciò che Fontana scrive sulla «conoscenza metafisica», la quale si manifesta nell’«apprensione sintetica originaria di tipo intuitivo» dell’«essere» – cioè dell’oggetto da conoscere. La differenza tra la gnoseologia moderna e quella metafisica classica sta in questo: i moderni fanno cominciare la conoscenza da un dubbio, mentre i metafisici iniziano con una certezza.

L’errore dei moderni sta, dunque, nel ritenere – contro ogni evidenza – che il mistero della mente umana generi necessariamente il dubbio, mentre i metafisici riconoscono che, mistero o non mistero, il risultato dell’esistere umano nella storia è la certezza. Nel caso di Bonaventura, ad esempio, egli si fa guidare da ciò che si presenta ai sensi, colto dall’intelligenza: questa è la fase della contemplazione. Poi, per mezzo della fede, riconosce che le cose hanno un’«origine», un «corso» e un «fine». Infine, mediante la ragione (il pensiero), individua tre «situazioni ontiche»: alcune cose esistono soltanto (gli oggetti), altre esistono e vivono (gli animali); altre infine esistono, vivono e discernono (l’uomo). Si tratta di null’altro che dei trascendentali di san Tommaso d’Aquino e della Scolastica: tutte le cose hanno una diversa impronta di unum, bonum e verum (uno, buono e vero).

Stare e divenire


In modo simile, ogni elemento del reale dev’essere interpretato, proprio perché alla conoscenza non basta il contemplare, ma è necessario il credere e il ragionare. Non però interpretato a partire dal nulla o da un abisso inaccessibile, sito al di qua della serratura. Le stesse Sacre Scritture sono state interpretate a fondo da secoli di teologia, non per contestare le certezze raggiunte, ma per confermarle e associarle alle nuove, per una conoscenza del mistero di Dio più profonda e per passare dalla scienza alla sapienza.

Fontana sostiene, nel merito, che l’ermeneutica ha due «limiti». Sono limiti «invalicabili». Il primo è «dato dall’apprensione sintetica dell’essere e dalle conoscenze del senso comune», mentre il secondo è il «dogma», che non può essere fatto naufragare nel dubbio sistematico dei moderni. Non avrebbe alcun senso il porre un dogma riformabile al mutare dei tempi e delle circostanze storiche.

Il dubbio ha quindi stravolto, specialmente nel corso del Novecento, la teologia cattolica e non ha risparmiato neppure l’ambito morale, che Fontana tratta in un capitolo del libro. Molti dei teologi moralisti odierni ritengono – per il fatto di reinterpretare ogni cosa – che non possano esistere, nell’etica, principi immutabili (e nemmeno principi non negoziabili). Ci si ferma al qui ed ora e i principi (se ci sono) devono essere adattati alla situazione vitale o alle circostanze storiche. È, anzi, il mutare della storia – secondo la sensibilità ermeneutica moderna – a suggerire come riformare i principi e rivoluzionare la teologia morale.

Il «divenire» ha preso il posto dello «stare» dell’intelligenza, osserva Fontana. E la ragione, mobile per definizione, non può contare su di una base ferma. A questo proposito, Fontana ripete spesso che non deve interessare come «vanno i fatti», ma come «i fatti stanno».








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