di Roberto de Mattei, 7 gennaio 2026
Le ore decisive della storia, quelle in cui crollano e rinascono le civiltà, sono sempre caratterizzate da divisioni e polarizzazioni di ordine religioso, culturale e sociale. Tuttavia, per chi ha il suo punto di riferimento nel De civitate Dei di sant’Agostino, la radice e la chiave di interpretazione di ogni problema è la teologia della storia, che consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi. In questa prospettiva, le crisi non sono semplicemente il prodotto di fattori economici o istituzionali, ma il riflesso di una tensione più profonda tra diverse visioni dell’uomo e del mondo.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, l’Occidente proclamò la morte del comunismo come se si fosse trattato di un evento fisiologico e definitivo. L’anticomunismo si dissolse rapidamente, mentre il comunismo si inabissava, come un fiume carsico che scompare alla vista per riemergere più avanti con maggior vigore.
Fu in questo contesto che, nel 1990, per iniziativa di Fidel Castro e di Ignacio Lula da Silva, nacque in Brasile il Foro di San Paolo: un organismo sovversivo concepito per analizzare la “crisi del socialismo” dopo la caduta del Muro di Berlino e per riorganizzare la sinistra internazionale su una nuova piattaforma ideologica. Fidel Castro riconobbe nel colonnello Hugo Chávez Frías, presidente del Venezuela dal 2000, un vero e proprio “figlio spirituale”, capace di incarnare una nuova sintesi tra marxismo, nazionalismo e mito rivoluzionario. Chávez si presentò come il depositario dello spirito di Simón Bolívar, reinterpretando l’utopia del libertador in chiave socialista e antimperialista. Il bolivarismo divenne così una religione civile, fondata sul culto carismatico del leader, sull’ostilità verso gli Stati Uniti e sulla promessa di una redenzione sociale affidata allo Stato rivoluzionario. L’eredità di Chávez fu raccolta alla sua morte, nel 2013, da Nicolás Maduro, che ne radicalizzò gli aspetti ideologici, trasformando il Venezuela in un laboratorio di socialismo post-moderno, sostenuto da una feroce repressione interna e da una sistematica manipolazione dell’informazione e dei risultati elettorali.
Negli stessi anni, in Russia, i quadri del KGB, che avevano gestito la dissoluzione dell’Unione Sovietica, mantenevano il controllo dei gangli essenziali del potere politico, militare ed economico del paese. Vladimir Putin, presidente della Federazione dal 2000, rilanciò il mito della “Grande Russia”, proponendo una nuova sintesi tra lo stalinismo e il passato zarista, recuperato come simbolo di missione imperiale. L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha fatto parte di questo progetto che punta non solo alla conquista del Donbass, ma alla russificazione di tutto il paese, per farne uno Stato vassallo come la Bielorussia.
In Cina, il Partito comunista pilotò la transizione verso un neo-comunismo pragmatico, che univa il ferreo controllo politico all’apertura economica al mercato occidentale. L’ingresso nel WTO nel 2001 suggellò questa strategia: il comunismo rinunciava all’autarchia economica, ma non al monopolio ideologico e repressivo del potere. Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica popolare cinese presenta sé stesso come un coerente realizzatore dei princìpi del maoismo e del marx-leninismo.
Parallelamente, agli inizi del 2000, si affacciava sulla scena internazionale l’islamo-marxismo. Esso adottava, sul piano operativo, le tecniche terroristiche del leninismo e, su quello culturale, le strategie del gramscismo, mirando alla destabilizzazione interna dell’Occidente prima ancora che alla sua conquista militare. Il cosiddetto radicalismo islamico rappresenta una contaminazione della “filosofia del Corano” con la prassi rivoluzionaria marxista importata dall’Occidente. L’immigrazione di massa resta una delle armi privilegiate di questa strategia, che in Italia ha avuto una delle sue più recenti ed eclatanti espressioni nelle violente manifestazioni di piazza anti-israeliane.
Come negare la diffusione nel mondo degli errori del comunismo, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica? La forza del neo-comunismo, nelle sue più variegate espressioni, non risiede più nella promessa di un futuro radioso garantito dalle leggi della storia, ma nella capacità di interpretare e sfruttare le crisi di un Occidente alla ricerca della sua identità.
In questa prospettiva, due concezioni del mondo si fronteggiano oggi in modo sempre più netto, configurando una vera alternativa di civiltà. Da una parte vi sono coloro che ritengono il comunismo un fenomeno archiviato dalla storia e individuano, come nemico per eccellenza del nostro tempo gli Stati Uniti d’America, incarnazione di un Occidente giudicato intrinsecamente depravato e causa di ogni male. Per costoro, gli “amici” non sono più definiti in base a principi comuni di verità o di ordine morale, ma esclusivamente in funzione dell’opposizione all’America e all’Europa. Così, tutta la simpatia e l’ammirazione va a un fronte eterogeneo ma convergente, che comprende Russia, Cina, mondo islamico radicale, iper-nazionalismi di destra e di sinistra, movimenti anti-occidentali di ogni latitudine. Ogni forza che contribuisca a indebolire l’Occidente viene assolta o giustificata, indipendentemente dalla sua natura totalitaria o apertamente anticristiana.
Dall’altra parte stanno invece coloro che credono nella possibilità di una rinascita cristiana dell’Europa e dell’Occidente. Essi non negano la profonda crisi morale delle società occidentali, ma rifiutano l’idea che la soluzione consista nella loro distruzione o nel loro assoggettamento a potenze ostili. In questa prospettiva, gli Stati Uniti vengono considerati come una presenza storicamente necessaria per garantire lo spazio politico, culturale e militare entro cui la rinascita rimane ancora possibile. Per i difensori dell’Occidente, il principale nemico della civiltà cristiana resta il comunismo, nelle sue molteplici metamorfosi contemporanee. Un comunismo che non si presenta più con i simboli espliciti del Novecento, ma che agisce, come metodo di dissoluzione culturale, come tecnica di conquista del potere e come negazione sistematica di ogni ordine naturale e trascendente.
Contro questa forza proteiforme è in corso una guerra ibrida, che vede da una parte gli Stati Uniti e l’Europa, pur con tutti i loro limiti, e dall’altra un asse in cui confluiscono coloro che combattono l’ordine occidentale. In questa aggressiva galassia, accanto alla Russia e alla Cina, è schierato da molti anni, il Venezuela di Nicolás Maduro. È alla luce di questo quadro che si spiega la radicale divergenza di giudizi sull’intervento degli Stati Uniti volto a colpire il vertice del potere venezuelano. Gli uni lo hanno duramente criticato, denunciandolo come una violazione del diritto internazionale e leggendo ogni iniziativa americana esclusivamente come espressione di imperialismo; gli altri si sono invece rallegrati per l’eliminazione di un personaggio che, oltre a rovinare il proprio paese, riducendolo alla fame e all’esilio di massa, si è servito di tutte le armi, compreso il narco-traffico, per distruggere l’ordine naturale e cristiano delle due Americhe.
Questa polarizzazione tra due famiglie di anime non è un fenomeno secondario ed è destinata ad accentuarsi con l’aggravarsi della guerra ibrida in atto, perché tocca il livello più profondo del giudizio storico e morale. In ultima analisi, la linea di demarcazione passa attraverso l’adesione o il rifiuto di una teologia della storia. Da una parte vi sono quelli che interpretano gli eventi secondo categorie esclusivamente immanentistiche, riducendo tutto a rapporti di forza, interessi economici e dinamiche geopolitiche. Dall’altra, vi sono coloro che leggono la crisi del nostro tempo alla luce di una visione soprannaturale della storia, consapevoli che dietro i conflitti visibili si combatte una reale battaglia religiosa. Ed è qui che continuano a risuonare, in tutta la loro forza, le parole dell’ancora incompiuta profezia di Fatima: «La Russia diffonderà nel mondo i suoi errori… Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà».

Nessun commento:
Posta un commento