lunedì 16 ottobre 2017

Miracolo del sole il 13 ottobre 2017 in Nigeria, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell'ultima apparizione a Fatima.





Ecco il link del video:
https://videopress.com/v/W7ltuNG2



“Miracolo del Sole in Nigeria, il 13 ottobre, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell’ultima apparizione a a Fatima”.

“Benin City, nello Stato di Edo, Nigeria. Si dice fosse presente l’intera Conferenza Episcopale”.

Maria Santissima è fedele alle sue Manifestazioni, non poteva mancare un suo Segno per i 100 anni.


miracolo del sole a Fatima il 13 ottobre 1917


Il 13 ottobre del 1917, davanti a circa 70 mila persone, Lucia grida: «Guardate il sole!». Le spesse nubi si squarciano ed appare il sole che comincia a roteare, a cambiare di colore, a danzare nel cielo e poi ad avvicinarsi progressivamente alla terra, come se stesse per precipitarvi.

Il Vescovo di Leiria, nella sua Lettera Pastorale sul culto della Madonna di Fatima così ha scritto: «Il fenomeno solare del 13 ottobre 1917, riferito e descritto nei giornali dell’epoca, è stato quanto mai meraviglioso e lasciò una indelebile impressione in quanti ebbero la felicità di presenziarvi. Questo fenomeno, che nessun osservatorio astronomico ha registrato, e perciò non naturale, è stato costatato da persone di tutte le categorie e classi sociali, credenti e miscredenti, giornalisti dei principali giornali portoghesi, e ancora da individui distanti parecchi chilometri dal luogo dove avveniva; il che sfata ogni spiegazione di illusione collettiva».














CON MARIA PER LE STRADE DI LONDRA. TESTIMONIARE PUBBLICAMENTE CHI È LA VERA REGINA D'INGHILTERRA







Le suggestive immagini dell’annuale Crociata del Rosario, organizzata dal Brompton Oratory di Londra, che sabato scorso, 14 ottobre, si è celebrata con particolare solennità e partecipazione di fedeli per il centenario delle apparizioni di Fatima.


Dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1845, il futuro cardinale e oggi beato John Henry Newman divenne un oratoriano e portò in Inghilterra l’Oratorio di San Filippo Neri. La prima fondazione avvenne a Birmingham, poi un altro gruppo di convertiti guidato da padre Wilfrid Faber fondò l’Oratorio di Londra.


Oggi la comunità è formata da nove sacerdoti. Il parroco è Uwe Michael Lang, nativo della Germania, già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: giovane e grande liturgista stimato da Benedetto XVI.


Il Brompton Oratory di Londra è un’isola di spiritualità e di liturgia autenticamente cattolica nel cuore di una delle metropoli più secolarizzate e sulfuree d’Occidente. La sua Schola Cantorum, diretta da Charles Cole, è impegnata in un recupero del patrimonio della musica liturgica, per evangelizzare tramite la bellezza.



















domenica 15 ottobre 2017

Il vescovo Cordileone contro i mali del mondo




Mons. Cordileone



Monsignor Salvatore Cordileone, il vescovo italo-americano di San Francisco, in occasione della consacrazione della sua diocesi al Cuore Immacolato, ha pronunciato un’omelia di fuoco contro i mali che stanno imperando in questo tempo.




Domenica, 15 ottobre 2017 — «Anche nelle nostre città (…) vediamo l’esaltazione e perfino la celebrazione del volgare, schernendo il bel piano di Dio su come ci ha creati nei nostri propri corpi, per la comunione gli uni con gli altri, e con Lui stesso». È un passaggio dell’omelia che il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha tenuto lo scorso 7 ottobre quando ha consacrato al Cuore 

In particolare aborto, eutanasia e vita omosessuale vengono definiti senza giri di parole «un riflesso vivo dell’inferno». Il riferimento è alle cosiddette pride paradesche i movimenti omosessualisti organizzano anche nelle strade di San Francisco. Rientrano in un elenco stilato dal vescovo sui grandi mali, tra cui le due guerre mondiali e i genocidi, che hanno attraversato il mondo in questi ultimi 100 anni che ci separano dalle apparizioni mariane di Fatima. «E poi», ha detto Cordileone riferendosi all’aborto legale, «c’è il grande attacco alla vita umana innocente: la nostra terra è stata sporcata dal sangue dei bambini innocenti in quella che è diventata una grande epidemia mortale equivalente a un genocidio nel ventre materno».

Infine, «adesso c’è l’abbandono dei nostri fratelli e sorelle sofferenti all’altra estremità della viaggio della vita», cioè il fenomeno dell’eutanasia sempre più diffuso e pervasivo. «Se pensiamo a ciò che è accaduto in questi ultimi 100 anni», si è chiesto Cordileone, «non ci dice che il secolo che abbiamo appena attraversato non era altro che un’esperienza dell’inferno?». Un’intera generazione «ha beffato Dio, ma Dio non può essere preso in giro, non perché egli si diletta nel vendicarsi di noi, ma perché se voltiamo le spalle a Dio il male ci si rivolge contro, portandoci alla autodistruzione».

«Lo chiedo a tutti i cattolici della diocesi di San Francisco, se non lo fanno già, che recitino il rosario tutti i giorni. E chiedo a tutte le famiglie che recitino insieme il rosario almeno una volta alla settimana». Il Cuore immacolato di Maria, ha concluso, «alla fine trionferà». È attraverso quel Cuore che «camminiamo dall’oscurità del peccato e della morte alla luce della verità e della misericordia di Cristo. C’è, dall’altra parte di quella porta, un paradiso glorioso, immenso e pieno di luce, che è il Cielo».




(fonte: lanuovabq.it)










sabato 14 ottobre 2017

Grygiel: «Il Rosario polacco, sfida al Padrone del mondo»






Andrea Zambrano (14-10-2017)

"Chi accusa i polacchi di aver recitato il grande Rosario ai confini contro gli immigrati islamici mente sapendo di mentire". Sono le parole del professore Stanislaw Grygiel, polacco, già docente all'Istituto Giovanni Paolo II e soprattutto grande amico di San Giovanni Paolo II Papa. In questa intervista alla Nuova BQ risponde punto su punto alle accuse rivolte da certa stampa mainstream, Corriere e Repubblica in testa, e da buona parte di mondo cattolico italiano alla straordinaria iniziativa di preghiera che si è svolta in Polonia e che ha visto la partecipazione di due milioni di persone.

Professore Grygiel, i polacchi sono stati accusati da un certo tipo di intellighenzia laicista, ma anche cattolica, di fomentare l’odio. Però il grande Rosario sui confini polacchi è stato un grande atto d’amore verso la Chiesa. Come stanno le cose?

Il continuo affidarsi da secoli del popolo polacco a Dio e al Suo Figlio, la fedeltà al Loro Amore, la fedeltà al loro Stato che oggi esprime la loro identità culturale, danno fastidio alle forze laiciste che hanno deciso di creare un “nuovo ordine” nel mondo. Il Padrone di queste forze, mancando di saggezza ma non d’intelligenza, sa che le uniche armi contro la fede di un popolo di questo genere sono la menzogna forgiata dall’odio e la paura che incussa negli uomini li piega davanti al potere. Questo Padrone è scaltro. Presenta il suo odio per i polacchi come amore per l’umanità, criticandoli di non amarla. S’infuria, vedendo come loro non si lascino ingannare. L’Unione Europea, per esempio, che odia l’Europa le cui radici sono state messe nella terra di Gerusalemme, di Atene e di Roma, con qualsiasi pretesto attacca i polacchi che amano questa vera Europa e in lei vogliono vivere. Spinti da quest’odio, i padroni dell’Unione Europea si fanno beffe del Rosario con cui i polacchi chiedono a Maria di radicarli ancora più profondamente nel suo Figlio e nella Chiesa, che nei primi secoli della sua esistenza imparò in Atene a porre la domanda sulla verità dell’uomo e in Roma a porre la domanda su come adeguare a questa verità l’ordine sociale. Alcuni (forse troppi) uomini della Chiesa in Occidente non comprendono questo. Perché? Perché sono uomini di poca fede, di poca cultura e di corta memoria. Non c’è allora da meravigliarsi che siano anche loro a sradicare la Chiesa da Cristo e a trasformarla in una società effimera come lo sono le altre. La preghiera dell’uomo è misura della sua fede.

Una delle accuse è stata quella di pregare contro l’islam, in realtà la preghiera era contro il terrorismo di matrice islamista. Come spiega questa differenza sostanziale?

Il popolo polacco pregava e prega per la pace, perché conosce molto bene la tragedia della guerra. Non intende però la pace come mancanza della guerra. Le guerre saranno fatte fino alla fine del mondo, perché l’uomo rimarrà sempre uomo. Perciò i polacchi non vogliono pagare con la propria dignità, che proviene dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, per una pace che dovrebbe essere chiamata tregua. Ai terroristi che vogliono cancellare questa dignità negli altri, i polacchi dicono: No! Il loro “Rosario alle frontiere” era anche per i terroristi e mai contro di loro. Il loro Rosario li difende contro il nemico che si trova nel loro stesso intimo. I polacchi non disprezzano i terroristi, odiano i loro atti criminali. Chi dice che i polacchi hanno recitato il Rosario contro gli immigrati, in particolare islamici, mente per ignoranza colpevole oppure per una qualche ricompensa elargitagli da coloro che hanno interesse a cambiare la storia e a sottometterlo ai loro comandi.

È stato fatto anche il tentativo di accusare i polacchi di complicità con i nazisti nella persecuzione degli ebrei in un parallelo con gli islamici oggi. Ma la storia dice questo?

Se dopo tanti anni di “correzioni” ci sono ancora alcune “stelle erranti” che guidano la gente verso le menzogne storiche, secondo le quali i polacchi hanno contribuito a creare i campi di concentramento come quello di Auschwitz, allora, oltre a continuare a dire come stanno le cose, i polacchi non possono che pregare e digiunare, poiché sanno che alcuni spiriti non possono essere cacciati via in altro modo. Gli spiriti così maligni “costringono” i polacchi a recitare il Rosario e a digiunare. Se in Polonia dove i tedeschi fucilavano intere famiglie quando nelle loro case trovavano un ebreo nascosto (i tedeschi adottarono un decreto in tal senso solo in Polonia, oltre che in Serbia), allora di che cosa sono testimoni le centinaia di migliaia degli ebrei salvati in Polonia? È significativo che i polacchi siano accusati di aver collaborato con i nazisti soprattutto da persone appartenenti a Stati che come alleati di Hitler perpetrarono tali crimini in forma ufficiale. Questi attacchi contro i polacchi non sono forse un vano sforzo fatto di liberarsi dalle colpe e dai rimorsi? Il popolo polacco nell’Europa d’oggi, lo dico con le parole di Dostoevskij, è come una crosta sul sedere dell’uomo; con esso non le è possibile sedere comodamente.

Anche Giovanni Paolo II è stato tirato in ballo. Ritiene che sia stato strumentalizzato?

San Giovanni Paolo II – ne sono testimone personale – era per l’accoglienza degli altri ma mai per scendere a compromessi con la propria fede, con la propria dignità e identità. Va bene, diceva, possono costruire le loro moschee, ma domandiamo la reciprocità! Entrino nelle nostre case, ma senza cambiarle! Si adeguino all’ordine che regna in esse! Se qualcuno cerca di ucciderci, difendiamoci, cercando di vincere senza calpestare nessuno. Perché si è scontrato con i comunisti? Perché non era accogliente nei confronti di quelli che nel nostro Paese volevano costruire un ordine micidiale per l’uomo? Egli era accogliente ma non a costo della verità della persona umana e del suo affidarsi a questa verità. Quando vedo la strumentalizzazione di questo santo Papa e del suo insegnamento, continuamente perpetrata dai politicanti, non posso che gridare: Quousque tandem…? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?... O tempora, o mores!

Vorrei ricordare a margine che nei secoli scorsi la Polonia accolse milioni di ebrei e di ariani perseguitati in Europa occidentale non perché avesse bisogno di operai, ma per pura compassione. Questi perseguitati però s’inserirono nel popolo polacco, costituendo con esso un tutt’uno. Essere accogliente significa ricevere il perseguitato e offrirgli le proprie condizioni e il proprio tenore di vita, ma è proprio ciò che gli immigrati di oggi rifiutano.

Veniamo al grande Rosario: che cosa ci insegna questa straordinaria manifestazione di popolo?

Questa straordinaria e spontanea manifestazione di popolo, espressione della sua forza spirituale, vista alla luce del Vangelo e della storia di questo popolo martirizzato da tanti vicini, ci insegna che le conseguenze dell’affidarsi alla Verità che è Gesù Cristo non ci hanno deluso e non ci deluderanno.

Perché la Polonia ha questa specificità di promuovere la propria fede in ambito pubblico?

I polacchi si comportano così perché loro sono così. Si comportano così perché non sono degli schizofrenici che nella propria casa si comportano in modo diverso da come si comportano sulle piazze. La paura? Sì, conoscono anche la paura, ma conoscono la grandezza della propria dignità fino al punto di essere coraggiosi nel difenderla. Per i polacchi sono abominevoli i politici che dicono loro (come qualche mese fa il presidente della Francia disse alla Signora Beata Szydło, Primo Ministro della Polonia): “Voi avete i principi, ma noi abbiamo i soldi”.

Come avete vissuto voi polacchi che vivete all’estero questo momento?

Ci siamo radunati nelle chiese, nei santuari mariani e abbiamo recitato il Rosario in comunione con i polacchi in Polonia. È accaduto così in tutti i continenti. Non entriamo in polemica con la cattiveria di coloro che ci attaccano. In questi casi le polemiche non servono. Servono solo la preghiera e il digiuno.

Qual è il significato teologico del Rosario che è stato recitato?

Il Rosario è preghiera e la preghiera è locus theologicus, cioè fonte della conoscenza della verità rivelata che i teologi cercano di comprendere più profondamente. Nella preghiera la Tradizione della fede rimane viva. In altri termini, nella preghiera il passato storico rimane metafisicamente presente e attivo. Quanti teologi sono però capaci di attingere l’“acqua viva” da questo pozzo che è il Rosario?

Che cosa significa in un’Europa che ha perso la dimensione del sacro questo Rosario pubblico?






http://www.lanuovabq.it/it/grygiel-il-rosario-polacco-sfida-al-padrone-del-mondo





venerdì 13 ottobre 2017

13 Ottobre 2017: rosario alla Madonna di Fatima







Anche in Italia "Un muro di persone reciterà il Rosario (e digiunerà) su tutto il territorio della nostra Nazione"

AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) seguendo gli insegnamenti di Maria e seguendo il bellissimo esempio 
dei fratelli polacchi, il 13 ottobre alle ore 17.30 indice la più potente iniziativa per la pace: "il digiuno e la preghiera del Santo Rosario"

Su tutto il territorio Nazionale ogni uomo/donna di buona volontà si rechi quindi nella propria Parrocchia e:o crei gruppi di preghiera con la stessa intenzione dei fratelli Polacchi: "Chiedere alla Madonna di salvare l'Italia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana".

La Recita del Rosario comincerà alle ore 17.30,  il digiuno a pane ed acqua (come chiede Maria) tutto il giorno... Chi  non può digiunare ricordi che può fare rinunce. 

Anche in Italia si richiede di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale)

MA PERCHE' PROPRIO IL  ROSARIO ED IL DIGIUNO? 

La Madonna ci insegna che il Rosario è la più potente arma contro il male e con il digiuno si possono fermare anche le guerre e gli eventi naturali. 

Quindi nel suo centenario dalle Apparizioni di Fatima imploriamo proprio questo e venerdì  13 ottobre 2017 alle ore 17.30, uniti, eleviamo al cielo le nostre preghiere

www.aiasm.it 




Consacrazione al Cuore Immacolato 
1. O Beatissima Vergine Maria, apparendo a Fatima,
hai voluto che la Chiesa trovasse rifugio nel tuo Cuore Immacolato.
Tu hai promesso ai tre pastorelli:
«Il mio Cuore Immacolato sarà il vostro rifugio
e la via che vi condurrà a Dio».
Accogliendo il tuo invito e confidando nella tua promessa,
oggi, centesimo anniversario della tua ultima apparizione,
ci prostriamo ai tuoi piedi
per affidarci a te e implorare la tua protezione.
Rinnoviamo innanzi tutto le promesse del Battesimo e della Cresima;
quanti fra noi si sono impegnati a seguire il tuo Figlio piú da vicino
rinnovano i loro voti religiosi;
quelli che partecipano al sacerdozio di Cristo come ministri ordinati
rinnovano le loro promesse sacerdotali.
Ma oggi vogliamo anche consacrarci
— o rinnovare la nostra consacrazione — a te,
che sei nostra Madre, nostra Signora e nostra Regina.
Noi siamo tuoi e tuoi vogliamo essere:
ti dedichiamo tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che amiamo,
tutto ciò che siamo;
a te diamo il nostro corpo e la nostra anima,
la nostra mente e il nostro cuore;
desideriamo che tutto ciò che è in noi e intorno a noi ti appartenga.
Vogliamo essere tuoi nella prosperità e nell’avversità,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia, nella vita e nella morte;
poniamo tutti noi stessi e i nostri cari nel santuario del tuo Cuore.
Proteggi, ti supplichiamo, le nostre famiglie, le nostre comunità,
i nostri parenti, i nostri amici
e tutti coloro che si affidano alle nostre preghiere.
Sii per tutti il rifugio che hai promesso!



Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.


2. Oggi vogliamo raccomandare a te la nostra Comunità cristiana.
Questa Missione è solo un piccolo gregge;
ma, confidando nella parola del tuo Figlio, non temiamo,
perché al Padre è piaciuto di dare a noi il suo regno.
Non abbiamo nulla da esibire,
se non la nostra povera fede, speranza e carità,
e la nostra tenera devozione a te,
che veneriamo come Madre della Divina Provvidenza.
Benedici, ti supplichiamo, il Santo Padre,
Pastore della Chiesa universale,
e me, indegno tuo figlio e servo,
al quale egli ha affidato questa porzione del popolo di Dio;
benedici i nostri sacerdoti, i religiosi e le suore, e tutti i fedeli
che appartengono, seppur temporaneamente, a questo ovile.
Concedi che la nostra Missione possa crescere agli occhi di Dio,
e rendere presente, in tutti i suoi ordini,
la Santa Chiesa Cattolica in Afghanistan.
Noi crediamo che il tuo Figlio ha in questo paese altre pecore
che non appartengono a questo recinto:
anche quelle egli deve guidare; e ascolteranno la sua voce
e diventeranno un solo gregge, un solo Pastore.


Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.


Per questo, oggi vogliamo consacrare al tuo Cuore Immacolato
anche il paese in cui viviamo.
Non è la nostra patria, ma è diventato la nostra dimora.
Ci è molto caro; e sappiamo che è ancor piú caro a te.
Gli Afghani non appartengono al nostro gregge,
ma sono nostri fratelli e figli tuoi;
anche loro sono stati redenti dal sangue del tuo Figlio.
Da lunghi anni il loro paese è lacerato dalla guerra.
Finora tutti gli sforzi umani si sono rivelati inutili:
le armi, la diplomazia e la politica hanno fallito.
Non ci resta che ricorrere a te.
Tu sei onnipotente per grazia;
tu sei la nostra ultima spiaggia:
se tu non ci ascolti, non sapremmo a chi rivolgerci.
Concedi, ti supplichiamo, la sospirata pace all’Afghanistan:
disarma la mano dei violenti,
sgombra i cuori dall’odio,
poni fine alle lotte fratricide,
risana le ferite di una società malata,
riapri le vie del dialogo, della fiducia e della cooperazione.
Da’ a questo paese riconciliazione, armonia, integrità morale, giustizia,
ordine, sicurezza, stabilità e libertà.
Da questa terra è sorta la stella
che condusse i Magi ad adorare tuo Figlio:
tu, che sei la Stella del mattino,
sii per questo popolo la stella che li conduce a Cristo.
E, siccome l’Afghanistan è il cuore dell’Asia,
da qui illumina col tuo splendore
tutti i popoli di questo vasto continente,
nel quale il Figlio di Dio — tuo Figlio! —
ha voluto piantare la sua tenda in mezzo a noi.
Affretta la venuta del suo regno;
affretta il trionfo del tuo Cuore Immacolato!


O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria!


Salve, Regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
Orsú dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio,
Gesú, il frutto benedetto del tuo seno.

O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!













Come è triste il cristianesimo senza Dio!






Come è triste il cristianesimo ridotto a solo umanesimo Dio non è morto semplicemente è assente? Una forma sofisticata di relativismo: il situazionismo che adattato al neo cristianesimo rinuncia a distinguere tra il bene dal male 



di Roberto Pecchioli

Non siamo teologi, la nostra preparazione religiosa è quella di tanti italiani formati da modeste famiglie cattoliche e da quella che una volta si chiamava dottrina, gli insegnamenti del catechismo appresi in parrocchia. Siamo vissuti con le semplici formule da mandare a memoria, chiare e prive di sfumature: Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra. Retaggi del passato, affermazioni nette, apodittiche, che destano orrore nell’uomo moderno e che la Chiesa nasconde, trascura, tutt’ al più confina nell’allusione e nella disprezzata fede popolare.

Pensavamo queste cose assistendo, come è nostra abitudine mattutina, alle rassegne stampa televisive. Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, scrive di tutto, in particolare di immigrazione, ius soli, politica di governo e fatti internazionali, ma non nomina mai il nome di Dio, tanto meno parla di anima, del destino finale dell’uomo, di premio o castigo eterno. E’ un giornale, si potrebbe ribattere, il suo compito è fornire notizie. Vero, ma un foglio cattolico, espressione dei pastori di quello che un tempo avremmo chiamato popolo di Dio, dovrebbe diffondere e ribadire i fondamenti della fede e porli alla base del giudizio sui fatti.

Capiamo poco delle questioni poste da alcuni porporati a Francesco, dubia che ci sembrano ragionevoli; ancor meno sappiamo valutare il merito della “correzione filiale” contenuta nel manifesto di 62 sacerdoti, professori ed intellettuali cattolici, al di là dello sconcerto per encicliche che parlano del Creato ma tacciono sul Creatore. Prendiamo atto, con tristezza, di ciò che osserviamo.

Alla messa domenicale, le omelie sono spesso sciatte, frettolose, o al contrario inutilmente prolisse, ma, al di là di fornire un’interpretazione perifrastica delle scritture, nulla più di buoni consigli per una vita onesta e rispettabile. Manca il quid, che, nella fattispecie, è il senso di tutto. La grandezza di Gesù, il motivo profondo per cui quel giovanotto ebreo in tre anni di predicazione conclusa sulla croce ha cambiato la storia sta in un unico punto, la sua affermazione di essere il figlio di Dio. Senza di essa, tutto il resto, le parabole, il discorso della montagna, la sua stessa sofferenza durante il martirio che la Chiesa chiama Passione, non è che la vicenda ammirevole di un grande uomo, di un profeta, di un visionario o di un rivoluzionario propulsore di folle, ma non è religione, non è Verbo, non è Dio.

Lo colse per primo Paolo di Tarso, nella lettera ai Corinzi: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede.” Ed aggiunse drammaticamente: “se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.” . Ecco, ci sembra che quello presente sia un triste cristianesimo senza Dio. Si esalta la figura di Gesù Cristo, la si considera un grande esempio da cui scaturisce un’etica, una serie di modelli comportamentali, ma ciò che resta ai margini, quello cui tutt’al più si allude senza troppa convinzione, è l’annuncio – l’evangelo o, con una parola difficile, il kérigma, ovvero la proclamazione della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Fuori da ciò, il cristianesimo non è che una narrazione suggestiva, la straordinaria avventura, umana ed esclusivamente umana, del figlio del falegname di Nazareth e della giovane Maria.

Quando il “papa nero”, Sosa Abascal superiore dei Gesuiti – e gesuita fu lo stesso Bergoglio- afferma senza vergogna che dei fatti narrati dal Vangelo non vi è certezza, a partire dalla resurrezione, in quanto “non vi erano telecamere”, si è già fuori dalla religione cristiana, in un territorio desertico e inospitale in cui Gesù è attore protagonista, ma non più figlio di Dio. Forse semplifichiamo troppo, magari facciamo torto all’intelligenza del “nuovi cristiani” dubitando della loro stessa fede, ma quella è l’impressione che sgomenta.

Karl Rahner, teologo che ha dominato il Concilio Vaticano II e la sua applicazione successiva, parlò dei “cristiani anonimi”, ovvero di quegli uomini che, senza essere cristiani e senza possedere un’idea di Dio, ne hanno comunque, per natura, una conoscenza “trascendentale”, talché possono salvarsi anche fuori dall’adesione ai principi della fede ed alla Chiesa. A che serve dunque, l’imponente edificio cattolico? Aveva quindi ragione Lutero, non a caso rivalutato e quasi santificato nel quinto centenario delle tesi di Wittenberg: sola fide, sola gratia, sola scriptura.

E comunque, l’ex agostiniano tedesco credeva nella vita eterna e nella salvezza o dannazione. L’argomento è diventato un tabù: silenzio impressionante. Ovvero, affermazioni del tipo che l’Inferno, se c’è, è vuoto, poiché tutti siamo destinati alla salvezza. In quel caso, sarebbe inutile ogni predicazione, ovvero, estremizzando, qualunque orizzonte morale avrebbe valore solo con riferimento alla vita terrena, giacché Dio sarebbe pura misericordia (concetto assai caro all’attuale vescovo di Roma). Ma se non c’è castigo, forse non c’è neppure delitto.

Probabilmente, nella nostra ignoranza, e magari accecati dal pregiudizio, diciamo cose assurde o ingiuste, ma il cristianesimo corrente ci sembra aver oltrepassato addirittura il confine che lo separa dall’ebraismo. La terra promessa al popolo eletto è ben materiale, è quella che calpestiamo ogni giorno. Gesù ha ribaltato la prospettiva (il mio regno non è di questo mondo) e se non è risorto, evento di cui manca la prova materiale o il filmato che tranquillizzerebbe il servo di Dio Sosa Abascal, il cristianesimo non è altro che il racconto di una vita illustre, una teoria sociale tra le altre, un ordito di regole morali e di prescrizioni pratiche da confrontare con tutte le altre.

Forse esageriamo, ma in quest’ottica si comprende perché non siano più invocati e difesi quelli che Benedetto XVI chiamava principi non negoziabili. Nel mercato delle idee e delle morali, il sistema di valori cristiani è uno dei tanti, in concorrenza con gli altri, e, ammettiamolo, intrinsecamente perdente in quanto più esigente, meno aperto alla mediazione, più assertivo, per usare un vocabolo caro alla psicologia.

Allora, non resta che ricorrere ad una forma sofisticata di relativismo, cioè il situazionismo. Facciamo un esempio: per il cattolicesimo, l’adulterio è oggettivamente un grave peccato. Tuttavia, in base alle situazioni date ed alle condizioni soggettive o storiche (una sorta di torsione della “circostanza” cara a Ortega y Gasset, che era agnostico) può essere derubricato o giustificato. Basta intendersi sulla portata dei due vecchi pilastri che reggono l’impalcatura cristiana del male: piena avvertenza e deliberato consenso. Io ho commesso adulterio, ma non avevo coscienza che fosse male, anzi forse l’ha commesso solo la mia carne, che è debole, ma non la coscienza.

Vi sono molti punti deboli nel situazionismo adattato al neo cristianesimo, la cui analisi lasciamo ai filosofi ed ai teologi. Ma almeno due saltano agli occhi dell’uomo comune: il primo è che se si rinuncia a distinguere il bene dal male, lasciandone il giudizio all’arbitrio individuale, nulla potrà essere considerato e vissuto come errore o come peccato, negando oltretutto la possibilità del pentimento, che è frutto della coscienza morale. L’altro è che la Chiesa ha l’obbligo di trasmettere il depositum fidei, di cui è parte integrante il giudizio immutabile posto da Dio – e per lui da suo figlio – sul bene e sul male. Sarà poi la sapienza divina a leggere nel cuore dell’uomo; la Chiesa può solo assolvere sulla base del pentimento, distinguendo tra la pena, rimessa, e la colpa, che resta.

Immaginiamo che quelli svolti alla buona nelle righe precedenti appaiano ai più futili questioni, simili alle dispute sul sesso degli angeli. In palio, però, c’è il cristianesimo come orizzonte di verità. La nostra opinione è che i cambiamenti di prospettiva, il ribaltamento di molte cose che la Chiesa ci proponeva a credere non soltanto generano confusione o perplessità, ma scavano un solco ben più profondo, quello della sfiducia e del sospetto. Abbiamo il diritto di pensare – magari a torto – che se comportamenti, idee, principi, valori, condotte proposte ed imposte per secoli non sono più valide, perché storicamente superate o semplicemente sgradite allo spirito dei tempi, uguale destino possa toccare alle nuove idee della Chiesa. Domani, o dopodomani, anch’esse saranno superate e sostituite.

Ma la religione vive dell’eterno, del permanente, non può immaginare – e neppure permettersi- in materia di fede e di legge naturale, che ciò che è giusto oggi possa essere considerato assurdo domani. Non si può accettare che la verità sia posta ai voti, o che sia declinata con aggettivi possessivi e con articoli indeterminativi. O esiste, o non esiste: non ha senso la “mia” verità né tanto meno più verità, a scelta, come nello scaffale del supermercato.

Da qualche parte, si è ipotizzato che in un futuro non troppo lontano, la Chiesa cattolica possa fare a meno del Vaticano. E’ possibile, del resto Jorge Mario Bergoglio ha rinunciato a vivere tra le vecchie mura del potere temporale, ma salterebbe per aria un’altra delle prerogative, l’universalità simboleggiata da Roma e dal Papa. La vittoria di Lutero non potrebbe essere più schiacciante, ma sarebbe, in effetti, la vittoria di un cristianesimo spogliato di sé stesso, svuotato della sua essenza salvifica e veritativa, che è la salvezza ed il destino eterno della creatura uomo per mezzo della fede in Dio e dell’adesione in vita a quanto rivelato nelle scritture.

In questo senso, preoccupa anche il ruolo e l’insistenza dei biblisti, ovvero quegli studiosi membri del clero che interpretano scritture e Vangelo sulla base della loro adesione alla storia accertata. E’ chiaro che la conferma scientifica e storiografica di fatti ed avvenimenti ha un grande valore, ma Dio trascende ogni cosa e comunque il punto è sempre lo stesso: credere o meno che Gesù sia il figlio di Dio morto sulla croce e risorto. Si ha l’impressione che uomini di grande scienza, come il defunto cardinale Martini o il vivente Ravasi, insigni biblisti, abbiano subordinato la fede alla storia. La città dell’uomo europeo ed occidentale ha battuto, lasciato sullo sfondo, privatizzato o addirittura scacciato la città di Dio.

Vince il progetto materialista, liberale e massonico, sbalordisce il silenzio di chi pare aver rinunciato alla battaglia, anzi sembra accogliere le tesi una volta nemiche. I cristiani, lo disse il fondatore (chiamiamolo così, per brevità…) devono essere il sale della terra. Ma quanto è insapore e sciapo un cristianesimo ridotto ad umanesimo, organizzazione caritatevole, narrazione della vita e sofferenza di un grande uomo, memoria delle sue idee suggestive. Ciò che non crediamo più, e neppure la Chiesa sembra più credere, è che Gesù è Dio ed è risorto dalla morte. Mancano le prove, ed aveva ragione Paolo a ricordarlo ai primi fedeli, la nuova religione non è nulla senza quell’accadimento prodigioso.

Forse non è buon profeta un ateo assai colto, come il sociologo e antropologo francese Marc Augé, nel suo romanzo breve Le tre parole che cambiarono il mondo. Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un teso silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste!” Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano una tempesta nel mondo intero. Non ci sarà alcun proclama o annuncio del genere, non ce n’è bisogno. Dio non è morto, semplicemente è assente, è un’ipotesi di cui non si tiene più alcun conto, con la complicità attiva di un cristianesimo stanco, indolente, incredulo. Per l’uomo Gesù omaggio e ammirazione, Dio non è pervenuto.



Del 13 Ottobre 2017












http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/1595-cristianesimo-senza-dio


giovedì 12 ottobre 2017

Traduzioni e liturgia, Sarah frena la deriva




Riccardo Cascioli (12-10-2017)

Quando il 9 settembre scorso fu reso noto il Motu Proprio di papa Francesco, Magnum Principium, i soliti noti hanno gridato al “Liberi tutti” per le traduzioni dei testi liturgici. Così ora interviene il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, a ribadire alcuni punti fermi e a rimettere nel giusto equilibrio il rapporto tra Santa Sede e Conferenze episcopali per evitare una sorta di “federalismo liturgico”. Non si tratta di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium», come il cardinale Sarah titola la sua letterache la Nuova BQ pubblica in esclusiva per l’Italia.

Della partita che si sta giocando sulle traduzioni dei testi liturgici abbiamo già parlato, è una questione delicata che va a toccare gli stessi contenuti della fede. Per capire dove può andare a parare Magnum Principium, basta leggere i commenti del liturgista Andrea Grillo, uno dei personaggi che ha lavorato con il segretario della Congregazione per il Culto Divino, monsignor Arthur Roche, per promuovere i cambiamenti nei criteri delle traduzioni dal latino in senso contrario a quanto auspicato da papa Benedetto XVI e prima ancora da san Giovanni Paolo II. Grillo (clicca qui), che si è distinto recentemente anche per una serie di invettive contro il cardinale Sarah, ha spiegato che l’obiettivo è superare l’istruzione Liturgiam Authenticam (2001), che richiedeva una traduzione letterale dei testi dal latino, a favore di una interpretazione che li renda più comprensibili alla popolazione locale. Grillo parla esplicitamente di “diritto all’interpretazione”, sottintendo il maggiore potere che le Conferenze Episcopali devono avere in materia.

In linea di principio il cardinal Sarah – riprendendo quanto già osservava il cardinale Ratzinger (poi Benedetto XVI) – non obietta affatto alla distinzione tra traduzione e interpretazione, ma si preoccupa che questa non copra la voglia di rivoluzione che alcuni stanno portando avanti. E per capire appieno l’iniziativa del cardinale Sarah, va ricordato che la commissione che ha lavorato alla preparazione del Motu Proprio, lo ha fatto alle sue spalle, tenendolo volutamente all’oscuro.

Entrando nel merito del documento firmato dal cardinale Sarah, come dicevamo emerge chiara la preoccupazione che la distinzione che viene fatta in Magnum Principium tra traduzione (= la resa del testo liturgico in lingua vernacola a partire dall’originale “tipico” latino) e adattamento (= un nuovo testo aggiunto, un nuovo rito o la modifica di un rito esistente) non diventi il pretesto per far passare di tutto. Il nuovo canone 838 prevede infatti un diverso tipo di approvazione da parte della Santa Sede: la confirmatio/conferma per le traduzioni e la recognitio/revisione per gli adattamenti (cfr su questo più ampiamente padre Riccardo Barile in la NBQ).

Ecco dunque in breve i principali chiarimenti proposti dal cardinale Sarah:

1. Per le traduzioni restano in vigore le norme attuali di Liturgiam autenthicam (2001), che richiedono la fedeltà e insieme offrono i criteri per l’adattamento linguistico nel passaggio dal latino alle lingue parlate.

2. Sia la confirmatio che la recognitio stabiliscono che sempre è necessaria l’approvazione della Santa Sede e, dal punto di vista dell’approvazione, quasi non sembra esserci differenza e sono intercambiabili. Anche la conferma richiede la revisione del testo tradotto.

3. C’è differenza invece nel risultato finale, perché la traduzione è la semplice trasposizione di un libro liturgico dal latino a una lingua parlata, mentre l’adattamento modifica poco o tanto la edizione tipica dello stesso libro per quella lingua o area linguistica.

4. Il card. Sarah prevede e auspica una differenza anche nel procedimento previo: infatti la traduzione sembra più affidata direttamente alle Conferenze Episcopali le quali poi chiederebbero la conferma alla Santa Sede, mentre gli adattamenti, data la loro natura più delicata, per giungere alla auspicata recognitio finale, sembrerebbero richiedere un più opportuno lavoro di concertazione previa tra le Conferenze Episcopali interessate e la Santa Sede. Ovviamente tale concertazione previa sarebbe auspicabile anche per le traduzioni, non in tutto, ma almeno per la traduzione di alcuni termini particolarmente fondamentali e delicati in ordine all’espressione della fede e della preghiera della Chiesa.

Questi chiarimenti non piaceranno sicuramente ai soliti “Guardiani della rivoluzione” e ad alcuni episcopati che mal sopportavano le precedenti disposizioni. Vedi ad esempio la conferenza episcopale tedesca, che ha appena annunciato lo stop alla traduzione in tedesco del messale. Il cardinale Reinhard Marx, secondo quanto riportato dalla testata britannica The Tablet, considera finita “Liturgiam Authenticam” e quindi decadute tutte le precedenti disposizioni. Il lavoro sul messale tedesco si era arenato sulle parole della consacrazione eucaristica, una questione che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Quando si parla del sangue versato da Cristo, il “pro multis” latino viene tradotto da molti episcopati con “per tutti” anziché “per molti”, come sarebbe letteralmente. Benedetto XVI aveva dunque invitato tutti gli episcopati del mondo a correggere la traduzione – risultando “per molti” la versione corretta -, ma non tutti si sono ancora adeguati: fra questi la Germania, che ora si sente libera di fare la sua strada.

(Ha collaborato padre Riccardo Barile)






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martedì 10 ottobre 2017

L'INVITO DEL NEO VESCOVO. "Meno messe, più Parola": è la ricetta "ambro-luterana"




ECCLESIA
Tommaso Scandroglio 10-10-2017

Meno Eucarestia, più Parola. Questa in sintesi la dieta che il neo arcivescovo di Milano
Mario Delpini ha prescritto ai fedeli di Busto Arsizio, cittadina del varesotto, quando sabato scorso ha visitato la parrocchia di San Giovanni. Il giorno dopo i fedeli hanno potuto trovare sulle panche un pieghevole in cui a firma di mons. Delpini si indicavano i quattro passi che questa città dovrà compiere in ambito pastorale nel prossimo futuro. Al primo posto si può leggere testuale: «Promuovere decisamente un ritorno alla conoscenza, personale e comunitaria, della Parola di Dio, come forma di evangelizzazione. Dove è necessario si può togliere anche qualche S. Messa, pur di favorire momenti di catechesi e ascolto della Parola».

Meno messe, più Parola, anzi più parole. Una deriva che è schiettamente di matrice luterana.
Nell’indicazione di mons. Delpini riverbera il portato teologico di Lutero che con quel suo “sola scriptura” assegnava l’opzione preferenziale alla libera interpretazione dei testi sacri (libero esame) a discapito dell’insegnamento del Magistero: «Un semplice laico armato con le Scritture è più grande del più coraggioso Papa senza essa», aveva una volta dichiarato Lutero. La libertà che rivendicava da Roma però non poteva essere predicata nei suoi confronti. «Io non ammetto che la mia dottrina possa essere giudicata da alcuno – scriveva l’ex agostiniano - neanche dagli angeli. Chi non riceve la mia dottrina non può giungere alla salvezza».

Il suggerimento di snellire il quantum del sacrificio eucaristico rimanda
inoltre all’impostazione sacramentale protestante che svaluta il reale valore delle specie eucaristiche. Affermare che «dove è necessario si può togliere anche qualche S. Messa» indica una concezione della Santissima Eucarestia come pratica che può essere superflua, che non sempre è necessaria per la salvezza. Quasi che il numero di S. Messe da celebrare non debba superare certi limiti perché “in medio stat virtus” e non è bene essere bulimici di Pane eucaristico. Si sa, il troppo stroppia. La giusta quantità di sacrificio incruento di Cristo, il q.b. eucaristico sarà ovviamente lasciato alla sapiente prudenza dei sacerdoti bustocchi. Inoltre far spazio alla catechesi e mettere in un angolo l’Eucarestia – come fisicamente capita per moltissimi tabernacoli in altrettante chiese – è segno che per una certa cultura cattolica – di impronta martiniana – la Bibbia vale più dell’Eucarestia. Ma non è così. Posto che anche qui vale la regola dell’et-et e non dell’aut-aut – sia la Bibbia che l’Eucarestia - quest’ultima ha un valore infinitamente più grande della prima per il semplice fatto che l’Eucarestia è Cristo in carne, ossa, sangue ed anima. Inoltre non esiste nulla di più prezioso al mondo che un unico sacrificio eucaristico, nemmeno mille catechesi di Santi Pontefici.

Torniamo al pieghevole lasciato sulle panche della chiesa di San Giovanni.
Nella seconda anta il cattolico della domenica vi poteva leggere un avviso concernente una iniziativa della Commissione pastorale per l’Ecumenismo del decanato di Busto Arsizio pensata per i 500 anni dalla Riforma così intitolata: “Giubileo della riforma luterana”. Si tratta di due momenti, il primo di carattere musicale e meditativo: “Musiche della tradizione protestante con letture spirituali di Riformatori” che si svolgerà nella chiesa suddetta. Ed un secondo di natura culturale: una conferenza con taglio ecumenico.

Una nota a margine: si parla di “giubileo”
, ma il cattolico autentico di certo non ha motivo alcuno di giubilare per il protestantesimo. E quindi le letture “spirituali” protestanti declamate in una basilica cattolica farebbero il pari della lettura del Mein Kampf in una sinagoga. Il paragone sembra azzardato ma invece è assai adatto, come spiegheremo tra qualche riga.

La parrocchia di San Giovanni comunque non è sola al comando
in questa gara per celebrare il 500° anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sulla porta della chiesa di Wittenberg. La Comunità Pastorale Beato Paolo VI di Milano sta promuovendo una serie di incontri dal titolo “Riforma protestante: una benedizione per la chiesa". La parrocchia di San Simpliciano a Milano invece sta organizzando anche lei degli incontri dal titolo: “Lutero. La nascita dell’uomo moderno e la sua crisi”. Nella brochure delle cinque serate, in cui sono espressi anche contenuti apprezzabili, possiamo altresì leggere: «Pensiamo alle varie forme di fondamentalismo cattolico, che vivono la professione di fede come professione di un’identità culturale. […] La gran parte delle iniziative di celebrazione del 500° anniversario della Riforma cerca il superamento delle divisioni mediante il rinnovato ascolto dell’unica Parola, del vangelo [minuscolo] dunque, e più in generale della Scrittura. Sola Scriptura».

Lutero è dunque personaggio da celebrare?
Un esempio per i cattolici? Il protestantesimo è una benedizione per noi tutti? In realtà la dottrina luterana è inconciliabile, perché eretica, con la dottrina cattolica sia in ambito di fede che di morale. Qualche esempio. In merito alla sfera morale, il peccato originale avrebbe compromesso in modo irrecuperabile la volontà e l’intelletto rendendo schiava la persona dei suoi istinti e quindi incapace di essere un soggetto libero (“De servo arbitrio”). Per questo motivo la ragione era definita da Lutero “prostituta del diavolo”. Da qui l’impossibilità di conoscere e dunque seguire la legge morale naturale e la degradazione della fede in cieco fideismo: o ci credi o non ci credi. Altra conseguenza della mancanza di libertà è la doppia predestinazione: è Dio e non la tua libertà che ti metterà in Paradiso o all’Inferno. La mancanza di libertà fa sì che la salvezza si attui senza il merito ottenuto dalle opere personali, ma per sola fede nei meriti di Cristo (sola fide) e quindi la salvezza è unilaterale (sola gratia), senza che l’uomo possa far alcunchè per meritarsela.

In merito alla fede Lutero inoltre fa piazza pulita dei sacramenti e del culto mariano.
Nel Grande e Piccolo Catechismo i sacramenti sono ridotti a due: Battesimo e Cena del Signore. La presenza di Cristo nel pane eucaristico viene spiegata non attraverso la transustanziazione – la sostanza del pane e del divino si trasformano in quella divina - ma per tramite dell’impanazione: vero pane e vero vino accanto ai quali si trova la vera carne e il vero sangue di Cristo. La celebrazione eucaristica poi non ha nulla a che vedere con il sacrificio di Cristo in croce. Tra i sacramenti di cui si disfò Lutero ricordiamo l’ordine: a lui tanto stretto che sposò una monaca.

Riguardo al piano ecclesiale Lutero definì il Papa
, non solo quello di allora ma ogni Pontefice, «asino, cane, re dei ratti, coccodrillo, larva, bestia, drago infernale», termini spesso ricorrenti nella sua opera “Contro il papato di Roma fondato dal diavolo”. Ovviamente negò la successione apostolica. Non meno gentile, tanto per parlare di ecumenismo che va tanto e sempre di moda, era verso gli ebrei. Nel suo volume “Degli ebrei e delle loro menzogne” consigliava di bruciare le loro sinagoghe e le loro case. Facile individuare in Lutero i prodromi dell’odio razzista del nazionalsocialismo.

In ambito politico Lutero è uno degli artefici dell’assolutismo moderno
: per disfarsi della Chiesa cattolica sottomette la religione al potere politico e questo diventa tirannico. Di fronte ai soprusi dei prìncipi i contadini di allora si ribellarono e Lutero incitò alla strage: «Verso i contadini testardi, caparbi e accecati, che non vogliono sentir ragione, nessuno abbia un po’ di compassione, ma percuota, ferisca, sgozzi, uccida come fossero cani arrabbiati». Le conseguenze geopolitiche della dottrina di Lutero si riverberarono fin nel secolo scorso. Lo storico Emilio Gentile scrisse a tal proposito: «Più propense a schierarsi con il nazionalsocialismo, con la sua concezione della nazione e dello Stato e con il suo antisemitismo, erano le chiese luterane, vincolate per secolare tradizione all’obbedienza al potere statale quale espressione della volontà divina».

E dunque cosa c’è da celebrare?











http://www.lanuovabq.it/it/meno-messe-piu-parola-e-la-ricetta-ambro-luterana






lunedì 9 ottobre 2017

USI E ABUSI di Aurelio Porfiri: Gloria, gloria!




di Aurelio Porfiri  (7 ottobre 2017 )


Riflettiamo sul canto del Gloria e sugli abusi che spesso lo circondano. Allora, il Gloria viene definito “Hymus Angelicus”, perché le prime parole menzionano le parole degli angeli alla nascita di Gesù.

Non è un canto responsoriale. Tutte quelle versioni che usano le parole iniziali come fossero un ritornello, fanno un errore, compreso il Gloria di Lourdes che, visto le mie premesse, solo un miracolo può salvare. 

Disclaimer: nel passato ho composto anche io Gloria responsoriali; come mi giustifico? Non mi giustifico, è stato un errore. Quando l’ho capito, non l’ho più fatto. 

L’OGMR dice: “Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l’opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano. Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare solennità”.

Vengono offerte varie modalità di esecuzione, compresa quella alternata. Un alternarsi che non deve essere per forza a versetti pari e dispari, ma anche con una attenzione più forte alla divisione tenendo conto del significato del testo.

Spesso si sente dire che è difficile far cantare il Gloria all’assemblea. Non lo sarebbe se nelle parrocchie ci fosse un maestro competente ed un programma liturgico musicale sostenuto e supportato dal parroco e dagli altri componenti dello staff parrocchiale. Purtroppo, come mi dicono molti anche attraverso i social, non è questo quello che accade.

Il Gloria recitato fa tristezza…ma come sappiamo, vista la situazione, questo sembra il male minore delle nostre liturgie….

Aurelio Porfiri









www.lafedequotidiana.it/













domenica 8 ottobre 2017

Recitiamo il Santo Rosario venerdì 13 ottobre





Anche in Italia "Un muro di persone reciterà il Rosario (e digiunerà) su tutto il territorio della nostra Nazione".
AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) seguendo gli insegnamenti di Maria e seguendo il bellissimo esempio dei fratelli polacchi, il 13 ottobre alle ore 17.30 indice la più potente iniziativa per la pace: "il digiuno e la preghiera del Santo Rosario".

Su tutto il territorio Nazionale ogni uomo/donna di buona volontà si rechi quindi nella propria Parrocchia e/o crei gruppi di preghiera con la stessa intenzione dei fratelli Polacchi: "Chiedere alla Madonna di salvare l'Italia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana".
La Recita del Rosario comincerà alle ore 17.30, il digiuno a pane ed acqua (come chiede Maria) tutto il giorno... Chi non può digiunare ricordi che può fare rinunce.
Anche in Italia si richiede di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale).

MA PERCHE' PROPRIO IL ROSARIO ED IL DIGIUNO?
La Madonna ci insegna che il Rosario è la più potente arma contro il male e con il digiuno si possono fermare anche le guerre e gli eventi naturali.
Quindi nel suo centenario dalle Apparizioni di Fatima imploriamo proprio questo e venerdì 13 ottobre 2017 alle ore 17.30, uniti, eleviamo al cielo le nostre preghiere.

Il direttivo AIASM













giovedì 5 ottobre 2017

«Pranzo in San Petronio, è solo la punta dell'iceberg»




 di Riccardo Cascioli (La Nuova BQ)

Mentre la polemica sul pranzo nella Basilica di San Petronio a Bologna tiene ancora banco, viene documentato un altro clamoroso caso di profanazione, questa volta in Spagna, nel contesto della battaglia politica per l’indipendenza della Catalogna da Madrid. Domenica nella chiesa di Vila-rodona, diocesi di Tarragona, gremita di fedeli, si è svolta una strana liturgia (il prete è vestito con i paramenti sacri) in cui preghiere e canti hanno accompagnato lo spoglio delle schede che avveniva proprio davanti all’altare. Video mostrano anche il grande applauso della folla all’ingresso dell’urna che conteneva le schede votate.

Scene francamente sconcertanti, ma quel che qui si vuole sottolineare è che ormai non si tratta più di episodiche trasgressioni compiute da sacerdoti o vescovi border-line, ma di una chiara linea di tendenza che investe la Chiesa intera e che, con il pretesto di avvicinare Dio all’uomo, abolisce il confine tra sacro e profano.

Non è un caso che sempre meno le chiese vengano rispettate come luogo sacro, inviolabile. Quella del pranzo in chiesa con i poveri è ormai una tradizione consolidata nelle città italiane dove è presente la Comunità di Sant’Egidio, vera artefice di questa iniziativa. Ma è diventata routine, in diversi luoghi, a cominciare da Napoli, l’occupazione delle chiese da parte dei disoccupati. E se qualche anno fa ancora qualche parroco chiamava le forze dell’ordine per liberare la chiesa, oggi si abbozza rassegnati quando non partecipi. Ora poi tocca agli immigrati: a Roma già il portico della Chiesa dei Santi Apostoli è da tempo trasformato in una tendopoli dove trovano provvisorio alloggio immigrati e senzacasa sgomberati da un palazzo poco lontano, ma quando all’inizio di settembre c’è stato il famoso sgombero con la forza di un palazzo nei pressi della stazione Termini, solo l’intervento degli agenti ha impedito che un gruppo di immigrati, con la regia dei centri sociali, facesse irruzione nella vicina chiesa di Santa Maria degli Angeli. E certamente non è finita qui.

Questa è soltanto la punta dell’iceberg, perché in realtà negli ultimi decenni si è assistito a una progressiva desacralizzazione delle chiese, che si trasformano via via in teatri, sale per conferenze, concerti e così via: sostanzialmente un luogo di aggregazione, una sala polivalente. Il grande antropologo Julien Ries, che fu fatto cardinale all’età di 92 anni da Benedetto XVI, nel 2012, spiegava che questo processo è figlio della teologia della secolarizzazione e della teologia della morte di Dio: «A forza di voler esprimere il messaggio di Cristo in un linguaggio secolare, si svuota questo messaggio di ogni dimensione verticale. Secolarizzazione diviene sinonimo di ideologia orizzontalista». Si afferma in pratica una «prassi di dissacrazione», di cui una delle conseguenze è il cambiamento della concezione stessa di chiesa: «Non più uno spazio sacro, ma uno spazio funzionale. Nella stessa ottica, alcuni sono scesi in campo per la soppressione di ogni segno di sacro cristiano: abiti liturgici e sacerdotali, statue di santi, decorazioni religiose di chiese e cappelle» (cfr. Julien Ries, L’uomo religioso e la sua esperienza del sacro, Jaca Book 2007).

Concetto analogo ha espresso più recentemente il cardinale Robert Sarah, nel suo libro La forza del silenzio (Cantagalli 2017): «Vi sono teologi che affermano che Cristo avrebbe messo fine, con l’Incarnazione, alla distinzione tra sacro e profano. Per altri, Dio si fa così vicino a noi che la categoria del sacro sarebbe sorpassata. Così alcuni, nella Chiesa, non giungono mai a distaccarsi da una pastorale tutta orizzontale, centrata sul sociale e la politica». «La questione è grave – dice il cardinale Sarah – perché ne va del nostro rapporto con Dio».

La chiesa, come spazio sacro, è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio; questa dissacrazione, che prende a pretesto la necessità di avvicinare Dio agli uomini, in realtà impedisce che gli uomini incontrino Dio. Se è vero che «il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (Sant’Atanasio), andiamo in chiesa per poter vivere la dimensione di Dio, per elevarci a Lui. Certe manifestazioni riducono invece Dio alla nostra misura, invece di ascoltare Dio siamo costretti ad ascoltare le idee di altri uomini.

Significative al proposito le parole con cui l’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, ha respinto le critiche per il pranzo in San Petronio: «Quello che è successo non significa desacralizzare, anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’Eucarestia». Cioè, in chiesa c’è la presenza reale di Cristo, che possiamo adorare in silenzio e invece, per renderlo più umano lo togliamo dalla chiesa e organizziamo un pranzo con i poveri? Ad essere buoni, non è esattamente ciò che ci aspetteremmo di ascoltare dalla bocca di un vescovo.

Certe espressioni però non sono casuali: si sente sempre più spesso ripetere in modo esclusivo che è nei poveri la presenza di Cristo, quasi una trasposizione dall’Eucarestia ai poveri, dimenticando ciò che la Santa Madre Teresa di Calcutta ricordava sempre: soltanto l’Adorazione quotidiana e la preghiera permettono a Dio di mettere nel nostro cuore il Suo Amore che è poi possibile portare ai poveri. «Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri», diceva.
Per questo abbiamo bisogno di difendere lo spazio sacro che sono le chiese. In questa prospettiva va compresa anche la nostra polemica per l’uso indebito della Basilica di San Petronio: non è in gioco la reputazione di una persona o di un movimento, ma la possibilità per noi e per ogni uomo di incontrare la Salvezza.














mercoledì 4 ottobre 2017

MA LA CHIESA CREDE ANCORA NELLA PRESENZA REALE DI DIO NELL'EUCARISTIA? VISTA DA FUORI, NON SEMBREREBBE






La mancanza di rispetto per la presenza reale di Dio nell’Eucaristia rende il cattolicesimo, per chi ne è al di fuori, poco credibile. Questo è ciò che ha compreso lo scrittore americano Patrick Madrid, parlando con un mormone. Ha raccontato questo incontro nel suo libro Life Lessons. Fifty Things I Learned in My First Fifty Years (Lezioni di vita. Cinquanta cose che ho imparato nei miei primi cinquant'anni). 
Un giorno Madrid tenne una relazione sulla fede cattolica. Alla fine della presentazione gli si avvicinò un appartenente alla “Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni”, cioè un mormone. Costui non riusciva a pensare che i cattolici credessero davvero in ciò che Madrid aveva appena descritto. Aveva partecipato – diceva – ad alcuni matrimoni e ad alcune Messe: «Ho visto gente che aveva il chewing-gum in bocca mentre andava a fare la comunione». Altri sembravano annoiati o salutavano amici e parenti mentre erano in fila. Anche dopo aver ricevuto l’Eucaristia sembravano come disinteressati o indifferenti.

Il mormone non lo raccontava in modo provocatorio, ma perché sinceramente non riusciva a capacitarsi del fatto che i cattolici potessero credere a quello che aveva appena sentito. E Madrid dovette ammettere che le osservazioni del suo interlocutore corrispondevano a ciò che accade in tante, troppe Messe.
«Se io credessi a quello che insegnate, se veramente credessi che l’Eucaristia è Dio stesso e non solamente un simbolo, mi getterei a terra davanti ad essa e rimarrei prostrato», continuò il uomo. Questa misura di rispetto, di venerazione lui non l'aveva mai vista fra i cattolici. Perciò ne aveva desunto che essi non credevano alla reale presenza di Dio nel sacramento.
E la lezione che Madrid ha tratto è la seguente: con la loro superficialità e tiepidezza di fronte al Corpo e Sangue del Signore, con l’assenza di timor di Dio, i cattolici confondono e “de-evangelizzano” coloro che non hanno la fede.
tamite IL TIMONE 4 ott 2017




Un muro di persone reciterà il Rosario sui confini polacchi





di Benedetta Frigerio (04/10/2017)

E’ fra le inziative più potenti per la pace che siano mai state indette da una Nazione, insieme a quella della consacrazione della Polonia al Cuore Immacolato di Maria secondo quanto richiesto dalla Vergine durante le apparizioni di Fatima. Si tratta di un “Rosario alle frontiere”, ossia di una catena umana di un milione di persone attese, che si raduneranno sabato 7 ottobre, giorno della Madonna del Rosario e della vittoria dei cristiani contro i musulmani a Lepanto, a formare un muro di protezione intorno ai confini del Paese per chiedere alla Madonna di salvare la Polonia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana.

Ad aderire, patrocinandola, l’intera Conferenza episcopale polacca che ha messo a disposizione tutte le chiese sul confine del paese per permettere a chi vorrà di partecipare in mattinata alla celebrazione dall’Eucaristia e all’adorazione del Santissimo Sacramento prima della recita del Rosario, che comincerà alle 14 lasciando così tempo a tutti di disporsi sui confini per la preghiera mariana.

Il giornale Gazeta Wyborcza, la testa polacca di sinistra di proprietà di Soros, ha gettato fango sull’evento, inventandosi fra l'altro che il Rosario è stato pensato in funzione anti-russa. Ma Maciej Bodasiński, uno dei leader dell’iniziativa e fondatore dell’associazione "Solo Dio Basta", ha spiegato a Lifesitenews che “desideriamo pregare per la conversione della Polonia, dell’Europa e di tutto il mondo a Cristo, affinché più anime siano salvate dalla dannazione eterna e trovino il loro cammino verso Dio”. Ricordando anche la “tensione crescente, la minaccia di una guerra, il terrorismo”, è stato spiegato che il Rosario è anche in riparazione del passato comunista della Polonia e delle bestemmie e delle ferite al Cuore Immacolato di Maria.

E' dunque una fede pura che anima gli organizzatori, quella che basterebbe a cambiare il mondo in un attimo. Quella che non si fonda su strategie umane che finiscono in compromessi politici a discapito dell'integrità della fede. Quella che sa che Dio, se implorato umilmente e ripetutamente, non può che soccorrere il suo popolo. E che sa che Dio non aspetta altro per tenderci la mano: ossia che ci affidiamo solo a Lui tramite la preghiera, la penitenza, il digiuno. Armi che, usate dalla Chiesa universale, basterebbero a cambiare il mondo in poco tempo: “Affidiamo tutto a Maria - ha continuato Bodasiński - e lasciamo a Lei quelli che saranno i frutti della nostra preghiera. Cerchiamo di essere più come i bambini: la mamma ci chiede di pregare il Rosario e noi preghiamo il Rosario. Lei ci chiede di fare penitenza e noi facciamo penitenza. Cerchiamo di credere in Lei senza riserve, con la certezza assoluta che se affidiamo il destino della Polonia e tutto il mondo a Lei, saremo salvati". Facile? No, ma semplice.

Le adesioni, ha continuato, Bodasiński, “stanno crescendo sempre più velocemente….ci aspettiamo un milione di partecipanti”. Con alcune parrocchie nel mondo, come si vede dalla mappa, che si uniranno all'evento. Ai partecipanti si richiede poi di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale, cappello, impermeabile, cibo e bevande, una seggiola per chi è anziano, documenti d'identità e passaporto).

Ma perché proprio il Rosario? Sul sito di lancio dell’iniziativa si legge che “Il Rosario è l'arma più potente contro il male, in grado di cambiare la storia” e che “abbiamo scelto il 7 ottobre 2017 perché è la festa della Madonna del Rosario, istituita dopo la vittoria di Lepanto; è il primo sabato del mese (la Madonna, a Fatima, ha detto di pregare il primo sabato del mese per la salvezza del mondo); è il 140° anniversario delle apparizioni di Gietrzwald (le uniche apparizioni mariane polacche riconosciute dalla Chiesa). Siamo nel centenario delle apparizioni di Fatima (particolarmente legate alla recita del Rosario); è la vigilia del centenario della ricomparsa della Polonia sulle carte dell'Europa (ricomparsa dovuta a Maria Madre della Polonia)”.

Bodasiński, ha infatti chiarito, che “a Fatima, la Madonna ha chiesto di recitare il Rosario. Noi vogliamo rispondere con forza a questo appello. Il mondo che ci circonda ha bisogno di essere soccorso e noi proponiamo quindi lo strumento di salvezza: il Rosario. Noi crediamo che la preghiera di un grande gruppo di persone, animate da fede sincera e pura, possa trasformare tutto.” Ricordiamo che poi la Madonna, 13 giugno 1929, oltre a chiedere la consacrazione della Russia, disse poi alla veggente di Fatima, suor Lucia, che "sono tante le anime che la Giustizia di Dio condanna per peccati commessi contro di Me, e perciò vengo a chiedere riparazione: sacrificati con questa intenzione e prega.”

Ma l’associazione di Bodasiński, "Solo Dios Basta", è sensibile anche agli appelli della Vergine a Medjugorje (non a caso c’è un immagine del paese bosniaco in preghiera e altri video e link relativi al luogo). Proprio il 25 settembre scorso la Gospa avrebbe ripetuto che “molte anime sono nel peccato perché non ci sono coloro che si sacrificano e pregano per la loro conversione”. Anche nell’aprile del 1983 la Vergine bosniaca avrebbe confermato le sue parole a Fatima: “Vorrei convertire tutti i peccatori, ma essi non si convertono! Pregate, pregate per loro! Non aspettate! Ho bisogno delle vostre preghiere e della vostra penitenza”. E nel settembre del 1986 avrebbe ribadito così quanto detto a Fatima sul fatto che “io attendo sacrifici per aiutarvi e per allontanare satana da voi”.








fonte: La nuova Bussola Quotidiana 










lunedì 2 ottobre 2017

La santa Messa degli Angeli




La Messa è finita gli Angeli si segnano la fronte con il segno della Croce i loro occhi splendono come stelle in una limpida notte invernale, anche il volto di Cristo lassù appeso alla Croce pare sorrida d’un sorriso ineffabile 




di Francesco Lamendola

Anche questa sera, nella piccola chiesa di periferia, il vecchio sacerdote entra da solo in sacrestia, da solo indossa i paramenti, da solo sale all’altare e inizia la celebrazione della Santa Messa. È inverno, fa freddo e l’ambiente non è riscaldato: non ci sono i soldi per farlo; inoltre è semibuio, perché, per risparmiare, il sacerdote ha acceso solo le candele dell’altare e la piccola lampada che brilla all’altezza del leggio, sul pulpito. Il suo sguardo contempla malinconicamente i banchi vuoti: le due o tre suore e la vecchia signora, vedova da tanti anni, che di solito si presentano alla santa Messa della sera, evidentemente non ce l’hanno fatta a venire. Ora che le giornate sono così brevi, e il vento spazza con forza il lungo viale, non servito da alcun autobus, accumulando le foglie dei platani sui marciapiedi; ora che i malanni di stagione cominciano a infierire su quegli stanchi organismi, il buio e il freddo le hanno tenute lontane, e così lui è rimasto solo. Ma all’appuntamento con il Signore non ha voluto mancare, né mai vi mancherebbe, per nessuna ragione al mondo: sono più di cinquant’anni che officia la santa Messa, tre volte al giorno, anche se il vescovo non vorrebbe, perché le disposizioni superiori impongono di officiare una sola Messa al giorno, al massimo due, ma solo in casi di provata necessità. Questo, il vecchio sacerdote non l’ha mai capito: quale male, quale danno potrà mai venire, dalla frequente celebrazione della santa Messa, sia per il prete, sia per le anime dei fedeli? Non è vero, al contrario, che la santa Messa, col rinnovarsi del Sacrificio eucaristico, è simile a una potente boccata d’ossigeno nell’aria asfittica di una stanza chiusa; non è forse vero che essa rappresenta l’alimento spirituale necessario, indispensabile, per vivere la vita buona, la vita cristiana, la vita in grazia di Dio? E allora, che cos’è questo ritegno, che cos’è mai questa diffidenza; perché, da molti anni a questa parte, le disposizioni che vengono dall’alto sono così strane, così contrarie a ogni tradizione, così sconcertanti, per chi è stato consacrato prete da prima del Concilio? Che cosa è successo? Il vecchio sacerdote non lo sa, e non lo vuol sapere: la Chiesa è la Sposa di Cristo, ed è anche la sua mamma; e non si discutono le indicazioni della mamma, i desideri della mamma, la volontà della mamma, anche se, qualche volta, non si arriva a capirli.

Certo, egli sa, ha sentito dire – non legge più i giornali e la televisione, poi, in canonica non ce l’ha neppure – che alcuni sacerdoti, specialmente giovani, ma anche di una certa età, si abbandonano a stranezze sempre più sconcertanti, che lo lasciano perplesso, dubbioso, qualche volta francamente addolorato. Ha sentito che molti vescovi e superiori di congregazioni religiose hanno preteso dai loro sacerdoti che non escano dalla chiesa in abito talare, come se fosse una cosa da nascondere, una cosa sconveniente; e alcuni li vede coi suoi occhi, in pantaloni e giacca, senza neppure un crocifisso piccolo così appeso al risvolto della giacca, o al collo, con una catenina. Non si riconosce da alcun segno che sono ministri di Dio; e meno ancora lo si comprende da come parlano, da come si muovono. Ma il vecchio sacerdote è un uomo naturalmente benevolo, fiducioso, incapace di malizia e di sospetti: non si indignato, né arrabbiato; ha provato solo una grande amarezza, e , da quel giorno, ha aggiunto i giovani preti che rifiutano di vestire da anime consacrate, una preghiera speciale, nel corso dei sei o sette Rosari che riesce a dire ogni giorno, oltre alla lettura del Breviario, qualche volta strappando le ore al sonno, e affrettando i suoi già modestissimi pasti. Ha pure sentito dire che, in certe chiese si officia la santa Messa con i burattini; che in altre, si conclude tutto con bevute e balli in riva al mare; che in altre ancora, cosa più grave di tutte, l’officiante chiama delle coppie omosessuali sull’altare, le presenta con grande compiacimento ai fedeli, le porta ad esempio di vero amore e si augura che presto un tale amore si possa realizzare attraverso il matrimonio cristiano. Ha sentito dire queste cose, e alcune altre, ancora più incredibili: che, in una chiesa cattolica, il prete ha invitato gli induisti a introdurre, tra feste e preghiere, la statua di una divinità pagana, con la testa d’elefante; che, in una certa occasione, dai vescovi è giunto l’invito ad aprire le porte della chiesa, per la santa Messa domenicale, ai fedeli islamici, invitandoli a venire e pregare il loro Dio insieme ai cattolici; e che alcuni esponenti di spicco della gerarchia hanno fatto delle affermazioni quasi inverosimili, uno ha detto che non si sa cosa realmente abbia detto Gesù Cristo, un altro ha affermato che Dio risparmiò dalla distruzione Sodoma e Gomorra, e un altro ancora ha fatto l’elogio di un uomo come Marco Pannella, definendolo una persona di altissima spiritualità, una persona da ammirare e da imitare… Il vecchio prete quasi non voleva crederci; qualche volta il dispiacere gli ha impedito di sedersi a tavola, è andato a letto digiuno, ed è rimasto sveglio a lungo, con la coroncina del Rosario in mano, pregando e versando qualche lacrima. Ma poi si è ripreso. Ha deciso di non domandar più nulla; del resto, ha così pochi amici, anche se tutti quelli che lo hanno avvicinato ne hanno tratto un’impressione profonda, e nessuno è stato mai capace d’inventarsi qualche malignità sul suo conto, che poi fosse creduta dai fedeli. Gli altri sacerdoti della città lo considerano quasi un originale, un tipo stravagante; figuriamoci, indossa sempre la tonaca lunga fino a piedi, e se la tiene anche quando deve uscire, le poche volte che vi è costretto, o per visitare un ammalato, o per benedire una famiglia, o semplicemente per fare gli esami del sangue e per sottoporsi a qualche vista medica, perché gli anni ormai sono tanti, il cuore è affaticato e la salute va declinando sempre più velocemente.

Il vecchio prete distoglie lo sguardo dai banchi vuoti, in penombra, e si concentra tutto, come sempre, nei gesti e nelle parole della sacra liturgia. Incomincia la Messa: non c’è tempo di pensare ad altro, e non è tempo di malinconie: c’è Gesù Cristo che sta per arrivare, la gioia immensa del suo amore, il conforto indescrivibile del suo Corpo e del suo Sangue che si offrono agli uomini, ancora una volta, come quel giorno di duemila anni fa, sul Calvario, appena fuori di Gerusalemme. Il vecchio sacerdote ritrova tutta la sua forza interiore, tutta la sua fede, speranza e carità: fin dalla sua prima Messa, mai ha dubitato della promessa di Cristo: Dove due o tre di voi sono riuniti nel mio nome, là ci sarò anch’io. Ma questa sera non c’è proprio nessuno, è rimasto solo, completamente solo: e il nostro Signore verrà ugualmente nella chiesa semibuia, solo per lui, a trasmettergli le sue sacre Specie, a regalargli l’ineffabile gioia del suo abbraccio? Per un istante, il vecchio sacerdote ha un fremito di dubbio; ma poi subito lo vince: sì, certo che il Signore verrà; anche se la chiesa, questa sera, è vuota, egli non è tuttavia solo del tutto: ci sono le anime delle persone che, fisicamente assenti, sono, tuttavia, presenti con lo spirito. Innanzitutto le anime dei suoi cari defunti, i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle, che ora devono essere in Purgatorio, perché male non hanno mai fatto ad alcuno, perciò Dio deve volerli presso di sé: la sua era una famiglia contadina, assai numerosa; erano in dodici, e tre di loro si sono fatti preti, due si sono fatte suore. Poi, si sente aleggiare la presenza delle anime degli amici, dei benefattori, della anime pie che hanno frequentato la chiesa, che hanno versato le loro pene nel confessionale, che hanno contribuito con qualche dono, magari un mazzo di bei fiori freschi per adornare l’altare della Madonna e quello di San Giuseppe, oppure un cesto di frutta o un sacchetto di ortaggi, per la parca mensa del vecchio sacerdote, il quale, umile e modesto, non ha mai chiesto nulla e ha sempre donato agli altri tutto il superfluo e, qualche volta, anche il necessario. Poi, ci sono le anime degli sconosciuti: delle suore di clausura, per esempio, che non ha mai conosciuto, né esse hanno conosciuto lui, ma pregano con fervore giorno e notte, per il bene di tutti, per la pace di tutti, e quindi anche per quella piccola chiesa di periferia, per i suoi fedeli e per il vecchio sacerdote che dovrebbe già essere in pensione, ma che ha chiesto e ottenuto una deroga, di poter rimanere ancora qualche anno, finché le forze gi bastano, per tenere aperta la chiesa che, altrimenti, sarebbe stata chiusa, tanto ce n’è un’altra, più grande, a meno di un chilometro, e il vescovo era propenso a far così, anche per razionalizzare, per semplificare, per economizzare, vista la scarsità di preti e la difficoltà di tenere aperte tutte le chiese della diocesi. Per lui, i rami secchi devono essere sacrificati: ormai tutti, dice, hanno l’automobile, dunque è sufficiente che ci siano due, tre chiese in una piccola città di quelle dimensioni, chi vuole andare alla santa Messa anche durante la settimana ne trova pur sempre almeno una, se vuole, abbastanza a portata di mano. Ma il vecchio sacerdote non la pensa così. Lui sa che non tutte le persone anziane hanno l’automobile, o possono guidarla, o hanno qualcuno che le accompagni; lui sa che anche solo due, tre persone, cioè due o tre anime, sono infinitamente preziose davanti a Dio, e non c’è risparmio o razionalizzazione che tengano quando è in gioco la salute della anime. La chiese, finché sarà umanamente possibile, lui la terrà aperta: aperta tutto il giorno; tanto, non ci sono oggetti di valore da rubare. Ma lui vuole che le porte siano aperte perché i fedeli, se lo desiderano, possano entrare a dire una preghiera, davanti al lumino del Santissimo, a qualsiasi ora; oppure che vengano a confessarsi, perché lui è sempre lì, è sempre disponibile, non c’è cosa che lo riempia di gioia, oltre alla santa Messa, più del fatto di poter riconciliare, quale alter Christus – lui, umanamente parlando, così modesto, così indegno – il penitente con Dio Padre Onnipotente.

E intanto, prosegue nella celebrazione della santa Messa: senza fretta, con calma, con solennità, anche se non c’è nessuno; però c’è Dio, e ci sono le anime invisibili. E come non ha pensato nemmeno per un attimo di rinunciare a celebrar la santa Messa, anche vedendo che non arrivava nessuno, respingendo la tentazione di tornare in canonica, a scaldarsi un po’ davanti alla vecchia stufa, per concedersi un po’ di riposo e di tranquillità; così ora non tenta in alcun modo di abbreviare il rito, che la chiesa sia piena oppure vuota fa lo stesso: c’è la Presenza del Signore, che altro potrebbe mancare? Rinuncia solamente alla predica: sarebbe inutile; ma, per tutto il resto, non trascura niente, non salta un solo passaggio: recita le formule della sacra liturgia e risponde lui stesso alle domande di rito. Per un istante, lo sfiora la mente il pensiero che se il vescovo, o uno di quei preti giovani, lo vedessero e lo udissero in quell’attitudine, si confermerebbero nell’opinione della sua stravaganza, forse della sua non perfetta lucidità mentale; ma è solo un attimo, e allontana subito quel pensiero superficiale, per tornare a rivolgere tutta la sua attenzione alla sacra celebrazione. Che importa quel che gli altri penserebbero di lui? Lì c’è qualcuno che lo stava spettando, che lo sta per incontrare: Qualcuno che riempie tutto di Sé, che lo guarda, lo ascolta, e forse gli sta sorridendo…

Ma ecco… Al vecchio sacerdote, che ha letto da solo il brano del Nuovo Testamento, poi quello del Vangelo, e ora si appresta al momento più solenne, la celebrazione del Sacrificio eucaristico, è sembrato di sentire qualcosa, un rumore insolito. La vista si è molto indebolita, negli ultimi anni, ma l’udito è ancora buono, anzi, decisamente fine: e il suo orecchio ha sentito qualcosa, non sa bene cosa, ma qualcosa senza dubbio, come… si direbbe, come un fruscio di seta, nel gran silenzio della chiesa vuota, fredda e quasi buia. Mah, forse è stata solo un’illusione, un’immaginazione. Egli si concentra ancora di più nell’atto grandioso, sublime, che sta per compiere: spezzare il Pane, versare il Vino, e poi mangiare e bere il Corpo e il Sangue del Signore, realizzando l’unione perfetta con Lui, con la luce ardente del suo amore, che riscalda e rischiara tutta l’anima, fino agli angoli più riposti, con potenza soprannaturale. Le fiammelle delle candele oscillano, tremano per un momento, come ad un lieve alito di vento che sia penetrato, chissà da dove, forse da qualche spiffero, da qualche finestra non ben chiusa. Ma il vecchio sacerdote sa che le finestre sono chiuse molto bene, e sa che non ci sono porte aperte. E di nuovo, mentre s’inginocchia a pregare con fervore, e poi rialza il capo e guarda istintivamente verso l’alto, di nuovo, ecco, gli è parso di udire un leggero fremito, un fruscio come di stoffa leggerissima che si muove, chissà dove, forse dietro le colonne…

Se gli occhi umani potessero vedere l’invisibile, chi entrasse in quel momento nella piccola chiesa di periferia, portato dal vento invernale che soffia insistente sul viale, assisterebbe a una scena indimenticabile. Mentre il vecchio sacerdote sta concludendo la sua Messa solitaria, davanti ai banchi vuoti, con un freddo così penetrante che il suo fiato, uscendogli di bocca, forma delle nuvolette di vapore, una folla si è raccolta intorno a lui, una folla attenta, devota, sorridente; una folla luminosa, che non fa quasi rumore, tranne qualche fruscio simile a quello della seta: una folla di Angeli, di Angeli bambini, come quelli della sua infanzia, che ora siedono, loro, sui banchi, e poi s’inginocchiano per ricevere la sua benedizione, mentre egli recita, con la stessa intensità e con la stessa fede della sua prima Messa, più di cinquanta anni indietro nel tempo, quando era un giovane prete entusiasta e vigoroso: Andate in pace, la Messa è finita. Gli Angeli si segnano la fronte con il segno della Croce, e i loro occhi splendono come le stelle in una limpida notte invernale. Anche il volto di Cristo, lassù, appeso alla Croce, per un momento, pare che sorrida: d’un sorriso ineffabile...



Del 28 Settembre 2017







http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/937-la-santa-messa-degli-angeli





David, il cancro e il Paradiso: “L’anno più bello della mia vita”




Nel giro di un anno l’osteosarcoma lo ha consumato tra indicibili patimenti. David è nato al Cielo a 17 anni con il sorriso sulle labbra ed impressa sul volto la sua frase: “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”. Prima di tornare alla Casa del Padre, ha raccontato il suo Paradiso in terra. Il parroco: “Ha donato il suo corpo per la salvezza eterna e la conversione dei giovani”.




di Costanza Signorelli (01-09-2017)

Gli occhi pieni di speranza, la voce che vibra di entusiasmo, il cuore che ristora nella pace: David è luminoso, di una bellezza rara. David ha 17 anni e ci racconta con placida urgenza la sua buona novella: “Ho vissuto l’anno più bello della mia vita, ho incontrato la vera felicità. Ora non temo più nulla, nemmeno la morte, perché ho sempre il Signore al mio fianco”. Poco tempo dopo aver lasciato la video testimonianza che oggi ci raggiunge, per l’esattezza il 17 giugno del 2017, David è nato al Cielo dopo incessanti patimenti per via di un tumore che l’ha consumato nel giro di un anno, quell’anno. Il suo funerale è parso ai più come una festa celeste. Ed il sacerdote, nell’omelia, lo ha salutato così: “David si è donato per la salvezza eterna e la conversione dei giovani. Il suo corpo, che si stava disfacendo, lo ha donato fino alla fine, come in un martirio liberamente accettato”. Ma chi è davvero David?


LA TESTIMONIANZA: I PURI DI CUORE VEDRANNO DIO

“Sono David, un ragazzo di Roma di 17 anni”, si presenta così quel ragazzo che per dire di sé, non usa fronzoli né mediazioni, ma giunge all’essenziale come colui che sa di essere nato testimone. Per questo David ci racconta subito di quel “Signore che mi è venuto a salvare”. Un incontro bambino, nell’età ma soprattutto nel cuore, di una semplicità disarmate: “Da piccolo – racconta lui – non capisci il perché ti viene chiesto di fare determinate scelte e quindi la fede che puoi avere è una fede acerba: così è stato per me. All’inizio dell’adolescenza vedevo che i miei amici potevano fare molte cose che io non potevo fare in quanto cristiano e per questo mi sentivo limitato, mi sentivo come in gabbia. Ma il Signore mi è venuto a salvare in un’estate in cui avevo 12 anni. Quell’anno partecipai ad un campo estivo con la parrocchia, dopo quel campo mi ero iscritto ad un altro campo dove volevo assolutamente andare per molti motivi. Primo fra tutti perché, appunto, mi sentivo costretto dalla mia cristianità e perciò in quell’occasione avrei voluto fare tutto quello che mi pareva, avevo deciso che tutto ciò che potevo fare l’avrei fatto”. David è risoluto, ma si trova a confidare quella scelta ad un sacerdote della parrocchia che, scevro dal timore di non essere abbastanza moderno per quel ragazzino, d’impeto gli dice la verità: “Non partire! Fidati, guarda che ancora non sei pronto per gestire una situazione del genere”. David non è affatto convinto, il prete è consapevole e rilancia: “Guarda che il Signore non ti chiede mai di fare un sacrificio senza restituirti cento volte tanto, vedrai ti ricompenserà tantissimo per ogni sacrificio che fai”. Ma David ha già deciso, partirà per il campo. Nemmeno il Padre però molla il colpo, così lo lascia con un compito: “Domani prendi la Bibbia fai una preghiera e vedi cosa ti dice il Signore su questo fatto particolare nella tua vita”. David, che sebbene giovanissimo è uno che fa sul serio, l’indomani apre il testo sacro e dall’ultimo capitolo di Giuditta legge: “Dopo quei giorni, ognuno tornò nella propria dimora; Giuditta tornò a Betulia e dimorò nella sua proprietà e divenne famosa in tutta la terra durante la sua vita”. Solo negli occhi di David mentre racconta questi ricordi, si può vedere ciò che veramente accadde nella sua anima in quell’istante: “Io sono rimasto sconvolto! Erano le stesse identiche parole che mi aveva detto il sacerdote il giorno prima! Come Giuditta io dovevo rimanere nella mia casa e, come Giuditta, io per questo motivo sarei stato ricompensato per tutta la vita. Fu un’esperienza fortissima e lì capii: il Signore esisteva veramente e agiva veramente nella mia vita e parlava veramente alla mia vita singola, a me personalmente, ora!”.

LA PROVA: COME QUELLA NOTTE NEL GETSEMANI

“Circa un anno fa”, continua David la sua testimonianza, “ho avuto una brutta notizia: mi sono ammalato di cancro. Per me scoprire all’età di 16 anni di avere un cancro è stato abbastanza duro, ma il Signore non mi ha mai abbandonato”. Un giorno il ragazzo inizia ad avvertire un indolenzimento ad una gamba, subito pensa alla troppa attività sportiva dell’ultimo periodo. I dolori però aumentano sempre di più, la notte fatica a dormire e gli antidolorifici provocano un effetto quasi nullo. “Mi chiamano a casa dall’ospedale per dirmi che avrei dovuto fare un’altra risonanza magnetica: i medici avevano visto una sorta di massa, ipotizzavano un ematoma, ma bisognava controllare meglio”. David insieme alla famiglia, ai tanti amici e a tutti i parrocchiani inizia a pregare incessantemente che si tratti, appunto, di un ematoma. Non è così: il ragazzo ha un tumore. “E allora ok – dice David – incassi il colpo e vai avanti. E continui a pregare, a pregare sempre, perché sai che il Signore c’è. E allora chiedi che il tumore sia benigno e non maligno”. Partono catene di preghiere, in molti offrono messe e penitenze. Il responso medico che arriva è tra i peggiori: osteosarcoma aggressivo con una soglia di dolore massima. Ma il ragazzo non molla: “Inizio a pregare che non ci fossero metastasi e però, nel momento in cui vado a vedere i risultati dell’esame successivo, scopro di avere una grossa metastasi al polmone”. A quel punto il male inizia a cavalcare velocemente: lo consumerà in un solo anno tra indicibili dolori e veri partimenti. Insieme all’infausta condanna, giunge anche la notte oscura: “Arrivo quasi ad arrabbiarmi con Dio – spiega il ragazzo – gli chiedo: Ma perché io prego per una cosa e tu ne fai accadere un’altra? Perché non mi vuoi aiutare? Perché proprio a me tutto questo? Che senso ha pregare se poi succede l’esatto opposto di quello che io vorrei che succedesse?”. Nonostante le grandi difficoltà, Davide continua a cercare conforto nella Chiesa e non smette di chiedere aiuto a svariati sacerdoti. Un bel giorno uno di loro lo sfida fino in fondo: “Davide, affida tutta la tua malattia a Dio”. Il ragazzo ha un rifiuto categorico, in cuor suo capisce immediatamente che ciò significa accettare la possibilità di morire. Ma insieme capisce anche che è una sfida d’amore: “Non avere paura – mi dice il prete – perché anche Gesù ha avuto paura nel Gesemani: Signore se possibile passi da me questo calice ma sia fatta la tua non la mia volontà”.

L’INTERCESSIONE DELLA MAMMA CELESTE

“Una sera mi ritrovo ricoverato in ospedale a fare chemioterapia e non riesco a dormire. Inizio ad essere turbato nel cuore e mi viene voglia di pregare. Allora prendo in mano il Rosario che avevo accanto ed inizio subito a sentire un’emozione bellissima che mi irradia nel cuore, un’emozione molto, molto potente. Era un’emozione concreta come può essere la felicità, la tristezza, la paura, la rabbia, ma era un’emozione completamente nuova, mai provata prima e bellissima: come sentirsi innamorati, al settimo cielo, ma di più. Scoppio a piangere e piango per una mezz’ora circa senza riuscire a fermarmi mentre mi tornano in testa quelle parole: «Affida la tua malattia a Dio». E subito dopo mi vengono in mente altre parole: se tu non riesci ad affidare la malattia prova a pregare affinché tu ci possa riuscire. Inizio a pregare il Rosario e qui il Signore viene di nuovo a sconvolgermi perché, finito il Rosario, io mi trovo a cambiare completamente idea: passo dall’essere sicuro di non affidare la mia malattia a Dio, all’essere estremamente convinto che fosse l’unica cosa che io volessi fare. Capii in un istante che tutti i miei progetti, tutta la mia voglia di controllare la mia vita, erano soltanto un remare contro: il Signore mi stava mostrando come la mia vita non rispondeva alla mia volontà, ma alla Sua. E sin dall’inizio della malattia me l’aveva mostrato: io volevo l’ematoma ed era un tumore, io volevo fosse benigno ed era maligno e così via. La mia vita non era nelle mie mani, la mia vita è nelle Sue mani. Da quel momento, io ho vissuto letteralmente l’anno più bello della mia vita. Io sono veramente felice e ho smesso di avere paura della morte, perché ho capito veramente di avere un Dio che vuole soltanto la mia felicità. Qualsiasi cosa, anche se può sembrare orribile, la più brutta, se è la Sua volontà è la cosa più bella che può succederci”.


LA CROCE E’ GLORIOSA

“Il giorno della Via Crucis – racconta Davide – stavamo a casa con la famiglia a guardare in diretta Tv dal Colosseo la Via Crucis con il Papa. Ogni volta che, durante la funzione, si recitava un passo in cui Gesù cadeva sotto il peso della Croce, io sentivo delle forti fitte di dolore fino a che, nel momento in cui Gesù raggiunge la Croce e sta morendo sulla Croce, io inizio a patire un dolore molto, molto forte e davvero intenso, ma nel momento stesso in cui Gesù muore il dolore svanisce”. Gli ultimi periodi, soprattutto le ultime settimane, sono tremende: il tumore ormai ha avvolto quasi tutti gli organi vitali. Il ragazzo soffre molto, fatica a respirare, ma non si lamenta mai. Dona tutto di se, riversa il suo dolore nella Croce e in ogni istante offre il suo sacrificio a Dio Padre. Tra i patimenti, poco prima di entrare in coma, il parroco racconta di alcuni dialoghi con lui: «Attento Davide che il demonio rimetterà dubbi sull’esistenza di Dio». Ma Davide replicava sicuro: «Veramente non accadrà!». «Attento Davide il demonio è sentimentalista… quando andrai in coma la tua anima è vigile… devi rimetterti in piedi». La risposta del ragazzo, mentre boccheggia, si manifesta allora in un incredibile sorriso. Davide nasce al Cielo il 17 giugno del 2017 e sul suo volto sembra stampata quella frase che andava ripetendo a chiunque incontrasse: “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”.

(fonte: lanuovabq.it)