giovedì 30 novembre 2017

Santa Messa in Rito Romano antico a Pistoia: ogni domenica ore 18




Avviso

Dalla PRIMA DOMENICA DI AVVENTO 
-il 3 DICEMBRE 2017-

riprende la regolare celebrazione della 

Santa Messa in Rito Romano antico 

nella chiesa di San Vitale 
in via della Madonna, 58 a Pistoia


OGNI DOMENICA 
alle ORE 18:00

(dalle 17:30 confessioni)




Le celebrazioni di precetto che non sono di domenica saranno comunicate di volta in volta in questo blog.

Per la Solennità dell'Immacolata Concezione tutta la Diocesi parteciperà in Cattedrale alla Santa Messa presieduta dal Vescovo per l'ordinazione presbiterale.





mercoledì 29 novembre 2017

Liturgia: le ragioni del ritorno del latino in chiesa






Nicola Bux (29-11-2017)

Da milleseicento anni la lingua ufficiale della Chiesa cattolica romana è il latino
, come della Chiesa di Costantinopoli è il greco antico, di quella di Mosca lo slavo ecclesiastico, dei luterani il tedesco medievale. Il latino è quindi anche la lingua della liturgia romana, come di altre liturgie occidentali: segno di unità ecclesiale che travalica tempo e spazio, perché collega le generazioni cristiane dai primi secoli sino ad oggi, e perché permette a tutti i cattolici di unirsi in una sola voce; è la chiesa universale che prega per bocca dei suoi figli senza distinzione di razza e cultura.

Che cosa è successo con la riforma liturgica?
Per quanto siano stati tradotti nelle lingue parlate, molti testi liturgici non si potevano rendere con la stessa efficacia; per non parlare del canto gregoriano e polifonico legato ad esso. Inoltre, la tesi in sé positiva dell’inculturazione della liturgia in un luogo e cultura - per la quale fu promulgata l'Istruzione Varietates legitimae, da leggere complementariamente a Liturgiam authenticam - non può offuscar l’altra che la precede e la segue: la liturgia deve esprimere l’unità e la cattolicità della Chiesa. Joseph Ratzinger osservava che tradurre la liturgia nelle lingue parlate sia stata una cosa buona, perché dobbiamo capirla, dobbiamo prendervi parte anche con il nostro pensiero, ma una presenza più marcata di alcuni elementi latini aiuterebbe a dare una dimensione universale, a far sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: "io sono nella stessa Chiesa"… per avere una maggiore esperienza di universalità, per non precludersi la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Col latino i sacerdoti possono dire messa per qualsiasi comunità nel mondo ed essere compresi.

Surrettiziamente però si è coniata la tesi dell’incomunicabilità plurisecolare della liturgia
facendola dipendere dall’altra tesi che il latino non fosse comprensibile ai tempi di Trento da parte della quasi totalità dei preti. Si è volutamente dimenticata l’opera di formazione del clero e di catechesi dei fedeli avviata da quel concilio, che ha mutato in quattro secoli la situazione. Questa tesi tace sul fatto che i nostri padri vivessero il mistero eucaristico e liturgico molto più profondamente di noi oggi e, ultimamente, significa negare l’azione dello Spirito Santo. La comprensione del mistero, non è quella che discerne la presenza di Cristo sull’altare e fa cadere in ginocchio, annichiliti come Pietro, esclamando: “Allontanati da me che sono un peccatore”? Malgrado la Messa in lingua parlata, il numero dei fedeli nelle chiese è molto diminuito: forse anche perché, dicono alcuni, ciò che hanno compreso non è affatto piaciuto. Divo Barsotti diceva: “Crede di capire qualcosa di più dell’essenza e del mistero eucaristico se si parla solo e sempre in italiano? Il problema non è di capire solo sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo”.

A tutto questo poi, non ha contribuito la pubblicazione
, in breve tempo, di documenti spesso contraddittori. Come giudicare lo iato tra il Motu proprio Sacram Liturgiam del 25 gennaio 1964, col quale papa Paolo VI ammetteva le lingue nazionali solo per le letture e il vangelo della Messa degli sposi, e l’Istruzione Inter Oecumenici del 26 settembre 1964, promulgata dalla Congregazione per il Culto Divino insieme al Consilium ad exsequendam Costitutionem de Sacra Liturgia (l’organismo istituito per “eseguire” il testo conciliare), in cui si autorizzava la lingua volgare oltre che nelle letture e nella preghiera universale, anche nell’Ordinario della Messa, cosa non prevista dalla Sacrosanctum Concilium?

Poi, sebbene l’Istruzione, al n 57 prescrivesse che i messali e breviari in lingua volgare
contenessero anche il testo latino, il 31 gennaio 1967 si comincia a recitare in lingua volgare anche il Canone romano. Ma il 13 luglio 1967 Paolo VI – come anzi detto – aveva fatto scrivere dalla Segreteria di Stato al Consilium, affinché i messali nazionali fossero bilingue: latino e lingua volgare. Eppure, appena un mese prima, il 21 giugno, il Consilium aveva inviato una lettera circolare a firma del suo presidente card. Lercaro, in cui si affermava che nelle celebrazioni non si dovrà passare da una lingua all’altra. Così, il 10 agosto del 1967 il Consilium diramava una comunicazione ai presidenti delle conferenze episcopali nazionali, circa la traduzione del Canone romano, in cui affermava: “E’ desiderio del Santo Padre che i messali, sia quotidiani che festivi, in edizione integrale o parziale, portino sempre a lato della versione in lingua volgare il testo latino, su doppia colonna o a pagine rispondenti, e non in fascicoli o libri separati, a norma dell’Istruzione Inter Oecumenici e del Decreto della S.Congregazione dei Riti De Editionibus librorum liturgicorum, del 27 gennaio 1966”.
Nel 1969 Paolo VI tornava a chiederlo anche alla Commissione liturgica nazionale italiana
, a proposito della traduzione da intraprendere, addentrandosi “nell’augusto, austero, sacro, venerando, tremendo recinto delle preci eucaristiche” – che costituiscono il cuore della Messa, il momento della consacrazione del pane e del vino – dove esortava a “procedere con pazienza, senza fretta, e soprattutto con qualche umiltà” (n. 11). L’espressione sarà ripresa letteralmente nella terza Istruzione Liturgicae Instaurationes del 1970, tranne l’accenno all’umiltà! Ma il papa rimase inascoltato, sia sull’impostazione bilingue sia sulle traduzioni, con la scusa dell’eccessiva voluminosità che avrebbe raggiunto il messale, secondo il segretario del Consilium, mons.Bugnini. Se questi avesse potuto vedere l’edizione italiana attuale, cosa avrebbe detto? Dunque, direbbe Manzoni, le 'gride' c’erano ma non sono state osservate.

Dinanzi al proliferare inarrestabile delle traduzioni-interpretazioni
, dovette intervenire, nel 1974, la Congregazione per la Dottrina della fede che stabiliva: “Il significato da intendersi per esse è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall’originale testo latino”. Risultato: l’originale latino scomparve, impedendo così a preti e studiosi di intendere l’autentico significato del testo tradotto. Infatti, se si studia comparativamente il lessico e la sintassi del messale tridentino, promulgato da san Pio V, e di quello di Paolo VI si hanno non poche sorprese.

Per esempio, un’orazione dell’antico messale dice:
Deus, qui nocentis mundi crimina per acquas abluens, regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti (Dio, che astergendo con le acque i delitti di un mondo peccatore, nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita); nel messale attuale è resa così: “Deus, qui regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti” (Dio, che nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita): sono scomparse le espressioni che riguardano la condizione umana di peccato, i pericoli e le insidie del diavolo e del mondo. Perché? Forse per non provocare “choc al senso cristiano attuale” (cfr Istruzione del Consilium del 1969). Questa situazione è un sintomo di quell’ottimismo romantico, stigmatizzato da Joseph Ratzinger nel Rapporto sulla fede, che oggi è sfociato nel relativismo teologico.

Significativo è quanto affermava Giovanni Paolo II
, il quale riconosceva che la lingua latina «è stata anche un’espressione dell’unità della Chiesa, e, mediante il suo carattere dignitoso, ha suscitato un senso profondo del mistero eucaristico». Papa Wojtyla ammetteva, inoltre, sempre nello stesso documento, che «la Chiesa romana ha particolari obblighi verso il latino, la splendida lingua di Roma antica, e deve manifestarli ogni qualvolta se ne presenti l’occasione».
Che cosa pensare e che fare? Uwe M.Lang annota:
“I Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata rimpiazzata dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico nel periodo post-conciliare si è spinta così oltre che la maggioranza dei fedeli oggi può a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma o a Lourdes. In un'epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l'istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001”.
A chi obbietta che la lingua latina
non permette la comunicazione e la partecipazione alla liturgia, bisogna far notare che il latino, quale lingua 'sacra' ha una potenza comunicativa, in quanto è adoperata all'interno di un atto sacro; inoltre, le caratteristiche di eredità della tradizione, universalità e immutabilità - che sono parallele a quelle del nucleo della fede - la rendono particolarmente adatta alla liturgia, che tratta delle res sacrae aeterne: il latino risponde alla missione della Chiesa di Roma. Anche le Chiese giovani africane e asiatiche hanno bisogno di una lingua unificante e universale, in momenti particolarmente significativi della loro vita, come la liturgia.

In molte parti del mondo si torna al latino:
da Oxford a Cambridge, a Seattle…perché considerarla un’arretratezza? Ad un europeo che deve imparare l’inglese per comunicare col mondo, perché non può essere utile conoscere il latino nostra madre lingua, per comunicare nella liturgia cattolica con i fratelli di fede ed anche saper decifrare il patrimonio musicale e artistico della Chiesa a cui apparteniamo senza far la figura degli ignoranti? Tutte le religioni usano una lingua sacra: l’arabo antico per i musulmani, il sanscrito per gli indù. Dunque non si deve aver paura del latino: i giovani lo capiscono e affollano le Messe in latino.

Bisogna interrogarsi seriamente
, circa la disobbedienza verso il Concilio Ecumenico Vaticano II, per aver abolito, di fatto e del tutto, il latino nella liturgia e nei sacramenti, facendo un favore al secolarismo e al particolarismo. Rispetto al tempo in cui fu pubblicata la Costituzione liturgica, la situazione è molto più grave in diverse parti del mondo, specialmente in Occidente: “È in questione la fede”e “l'unità del rito romano”che la esprime (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 37-38).

(FINE - 2) Già pubblicato: Il rovesciamento delle gerarchie
















martedì 28 novembre 2017

Domani inizia la novena alla Vergine Immacolata




Facciamo nostro l'invito del blog messatridentinanapoli.wordpress.com
Domani, 29 dicembre, ha inizio la Novena alla Vergine Immacolata. Invito tutti ad unirsi in preghiera, recitando quotidianamente il S. Rosario e l’Orazione riportata infra, tratta da un antico libretto di preghiere. Preghiamo in particolare per la S. Chiesa, per il Papa, per i Sacerdoti.



Novena all’Immacolata Concezione

Vergine gloriosissima, io mi rallegro con Voi, che nella vostra Immacolata Concezione riportaste sì bel trionfo, e dell’antico serpente, e del peccato ancora. Sia pur benedetto l’altissimo Iddio, che a Voi sola, fra tutti quanti i figliuoli d’Adamo, si degnò concedere il raro singolarissimo privilegio d’essere preservata immune dal peccato originale. Deh! pertanto, giacché foste sì pura, sì bella, sì immacolata, muovetevi a compassione di me, sì immondo, sì reo, sì peccatore; e come Dio a Voi porse la destra acciocché non cadeste nella colpa originale, così Voi ora a me porgete la mano, acciocché non cada nelle colpe attuali, né giammai permettere, o Maria, che prevalga contro di me quell’infernale dragone, a cui nel primo istante dell’esser Vostro schiacciaste gloriosamente il capo, ed umiliato e vinto tenete sotto i Vostri piedi. Questa è la grazia che nella presente novena umilmente Vi chieggo, e, affine di ottenerla, Vi offro questo piccolo tributo di benedizioni e di lodi in ringraziamento al Signore di sì bel privilegio che Vi concesse, ed in attestato di giubilo per vederVi da Lui cotanto privilegiata.

Si dicano poi dodici Ave Maria, e ad ognuna la giaculatoria: Sia benedetta la santa ed immacolata Concezione della beatissima Vergine Maria, Madre di Dio. 

(Indulgenza di 300 giorni. Leone XIII, 10 sett. 1878).
















lunedì 27 novembre 2017

La visione dell'Inferno mette in moto la preghiera





Tra Fatima e le Scritture 


Riccardo Barile (27-11-2017)

Stando al resoconto di Lucia, il 13 luglio 2017 a Fatima la Madonna mostrò ai veggenti «un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri» (Suor Lucia Dos Santos, IV Memoria: EV 19/987).


QUALE VISIONE DELL’INFERNO E COME MAI?
Il card. Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, precisava che non si poteva pensare a una visione dell’al di là «nella sua pura essenzialità», anzi il veggente «vede con le sue possibilità concrete (...), è essenzialmente compartecipe del formarsi, come immagine, di ciò che appare» (Commento teologico del 26.6.2000: EV 19/1010-1011). Dunque si trattò di un “sacramento/immagine” dell’inferno, né la Madonna abolì il fatto che «Adesso noi vediamo in modo confuso come in uno specchio (per speculum in aenigmate)» (1Cor 13,12). Tuttavia, se per il paradiso l’immagine è meno bella della realtà, per l’inferno la realtà è più terribile dell’immagine!

Anche se la Madonna per ben due volte pose i veggenti in una luce “paradisiaca”, nella quale vedevano se stessi in Dio, l’immagine dell’inferno colpì e colpisce di più. Di certo la Madonna non ricorse a “effetti speciali” per stupire: c’era una ragione pastorale, che interpella ancora oggi l’evangelizzazione. Per cui lasciamo Fatima in sottofondo e guardiamo all’inferno come semplici cristiani, applicando a Fatima la formula di uno studioso della Sindone: «Non credo nella Sindone, ma la Sindone mi aiuta a credere». Così Fatima sull’inferno.


LA CORRETTEZZA SCRITTURISTICA E DELLA FEDE
L’immagine principale della visione dell’inferno descritta da Lucia è il fuoco, causa di sofferenza per coloro che vi sono immersi. Ed è l’immagine dell’inferno biblico a partire dal libro del profeta Isaia, che si chiude con il popolo rinnovato che renderà culto al Signore. Costoro tuttavia in una valle presso Gerusalemme «vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti» (Is 66,24). È la valle della Geenna, che Gesù spesso indica come punizione definitiva in molti passi e per evitare la quale conviene perdere un occhio, una mano, un piede, la vita stessa di questo mondo (Mt 5,29-30; 10,28; 18,9; 23,33; Mc 9,45.47; Lc 12,5). Altre volte la Geenna è esplicitamente associata al fuoco: «il fuoco della Geenna» (Mt 5,22; 9,43; 18,9); altre volte si parla semplicemente di fuoco e fornace ardente (2Ts 1,7-8; Mt 13,50) sino alla confessione del ricco: «soffro terribilmente in questa fiamma» (Lc 16,24). Non sembra di leggere il resoconto di Lucia riportato all’inizio?

Sempre sulla bocca di Gesù, altre immagini negative e di dolore affiancano il fuoco relativamente all’esito di una vita vissuta e conclusa male: il pianto e lo stridore di denti nella fornace ardente o nelle tenebre (Mt 8,12; 13,42.50; 22,13; 24,51; 25,30; Lc 13,28; 2Pt 2,17).

La dichiarazione di Abramo al ricco negli inferi - «tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi» (Lc 16,26) - esplicita che si tratta di una situazione irreversibile e introduce la categoria di eternità: il fuoco è eterno (Mt 18,8; 25,41; Gd 1,7) come il verme che non muore (Mc 9,48); le tenebre sono eterne (Gd 1,13); il supplizio è eterno (Mt 25,46) ed è una seconda morte nello stagno ardente di fuoco e zolfo (Ap 2,11; 20,6.14; 21,8).

Questo possibile esito negativo ed eterno della vita compromette la stessa risurrezione dei morti, che per la prima volta in Dn 12,2 è duplice: «Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna». Parole riprese e radicalizzate da Gesù - «viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5,28-29) -, riportate nel CCC 998 e - chi oserebbe ricordarlo? - anche dal Vaticano II in Lumen gentium n. 48.

In sintesi: «La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità (...). La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato» (CCC 1035).


QUI NON C’È ANCORA L’INFERNO O IL PARADISO, MA LE DUE VIE
«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» (Mt 7,13; Lc 13,24). Ecco il tema evangelico delle “due vie”. Poiché quaggiù non esiste né paradiso né inferno, ma un “cammino verso” l’uno o l’altro, è decisivo camminare verso il paradiso e non verso l’inferno.

La “via che conduce alla perdizione” è descritta dal NT con una varietà di prospettive, ad esempio gli elenchi di vizi o peccati in san Paolo (Rm 1,26-32; 13,13; 1Cor 5,10-11; 2Cor 12,20; Ef 4,31; Col 3,5-8; 1Tm 1,8-11; 6,4-5; 2Tm 3,1-5; Tt 3,3) e specialmente quando l’elenco termina con l’affermazione che quanti si comportano così non erediteranno il regno di Dio (1Cor 6,9-10; Gal 5,19-21; Ef 5,3-5), ma anche altrove (Mt 15,19; 1Pt 4,3; Ap 21,8; 22,15). In sintesi e a prescindere dal raro peccato contro Dio allo stato puro, tutti i testi sulla via di perdizione sono collocabili in tre grandi categorie.

- La “via” di un cattivo rapporto con il prossimo: cf il giudizio finale di Cristo in Mt 25,31-46 (ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare...), la cena di Corinto che umilia «chi non ha niente» (1Cor 11,20-22), il ricco epulone insensibile al povero Lazzaro (Lc 16,19,31) e tante espressioni nei cataloghi paolini dei vizi: ingiusti, calunniatori, rapinatori, facitori di fazioni e di liti, ribelli ai genitori, invidiosi, senza misericordia ecc.

- La “via” del tornare indietro dalla fede: «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? (...) È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!» (Eb 10,28-29.31; cf anche 1Gv 5,16). Dunque camminano “oggettivamente” verso l’inferno coloro che allegramente dichiarano di aver perso la fede, poiché Dio «non abbandona se non è abbandonato (non deserens, nisi desereatur)» (Vaticano I, Dei Filius, cap. 3: Dz 3014).

- La “via” dei peccati della carne, di una vita affettiva sregolata o irregolare. Se le tante testimonianze della tradizione cristiana (ultima anche di Giacinta tra i veggenti di Fatima) sono giudicate “bacchettone”, non si potrà cancellare il NT che pone su questa strada immorali, impuri, adulteri, depravati, uomini e donne che “si desiderano” (e si praticano) nello stesso sesso, dediti all’ubriachezza, ai bagordi, alle orge ecc. (cf i citati elenchi dei vizi).


SCENDIAMO AL PRATICO
«Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno» (CCC 1037), per cui inferno/paradiso, dannazione/salvezza non sono alla pari. Dio ha rivelato un unico mistero della sua volontà: che tutti si salvino e giungano al Padre per Cristo nello Spirito partecipando alla natura divina (1Tm 2,4; Ef 1,9; 2,18; 2Pt 1,4: DV 2). L’inferno è causato dal nostro rifiuto. Naturalmente il giudizio sulle persone - qui e nell’al di là - va lasciato «alla giustizia e alla misericordia di Dio», anche se «possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave» (CCC 1861).

È a questo punto che risultano chiare alcune indicazioni di condotta pastorale e personale.

Non si tratta di giudicare/condannare le persone, ma di mantenere dei chiari indicatori su che cosa è peccato e quali sono le “vie di perdizione”, evitando di mantenere solo la prima e di tacere sulle altre due, cioè di mandare all’inferno solo i mafiosi e gli scafisti (prima via), tacendo su chi ha perso la fede (seconda via) e magari invitandolo a parlare ai credenti, o ammorbidendo i paletti della morale sessuale (terza via).

La menzione della possibilità dell’inferno appartiene alla corretta comprensione del buon annuncio, che non può essere limitato alle realtà positive: la grazia, far maturare i semi del Verbo, raggiungere la maturità e felicità piene ecc., senza precisare che oltre a ciò non si dà una zona neutra, ma semplicemente la perdita della salvezza totale (adeguatamente proposta).

Le parole delle Scritture e della Chiesa sull’inferno sono «un appello alla responsabilità» (CCC 1036) e alla dignità umana: Dio ha posto la vita veramente nelle nostre mani. Sono anche parole che svelano l’amore di Dio, perché è chiaro che Gesù parla dell’inferno solo per preservarci dal caderci dentro. E così la Chiesa. E così la Madonna a Fatima.

Certo un discorso del genere può causare una contrizione che nasce «dal timore della dannazione eterna», ma anche questo è «un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo» e spinge verso una «evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale» (CCC 1453). Se il timore spinge a compire azioni buone e sante, queste adagio adagio trasformeranno il timore in un rapporto di amore verso Dio.


TORNIAMO A FATIMA
Mostrata l’immagine dell’inferno, la Madonna invitò i tre bambini a pregare aggiungendo alla fine di ogni decina del Rosario la famosa richiesta: «Gesù mio... liberateci dal fuoco dell’inferno. Portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia». In una lettera del 18.5.1941, Lucia precisò che «la Madonna si riferiva alle anime che si trovano in maggior pericolo di dannazione».

Altro che paura! La visione dell’inferno mette in moto la preghiera, l’intercessione, la solidarietà verso i peccatori. Se dessimo fiducia alla Madonna, anche questo dovrebbe rientrare nella “nuova evangelizzazione”.

È una preghiera dolcissima ma anche molto tradizionale. La prima preghiera eucaristica o canone romano chiese per secoli e chiede ancora oggi: «Ab aeterna damnatione nos eripe / Salvaci dalla dannazione eterna». E poi Gd 22-23 esorta: «siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi e salvateli strappandoli dal fuoco». To’, la Madonna, che sembrerebbe limitata a formule devozionali, parla quasi come le Scritture. Chi l’avrebbe mai detto?

P.S.

Parecchie citazioni Scritturistiche sono state solo indicate. Ma se qualcuno avrà la pazienza di andare a leggersele per esteso, farà una “lectio divina”... ma di quelle!


















domenica 26 novembre 2017

Liturgia e traduzioni, il rovesciamento delle gerarchie




di Nicola Bux (26-11-2017)

Il Motu Proprio Magnum Principium, riguardo alle traduzioni dei testi liturgici nelle lingue nazionali, ha provocato un acceso dibattito dopo che l'interpretazione autorevole data dal cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, è stata smentita dallo stesso papa Francesco. Al centro della controversia sta il corretto rapporto tra Sede apostolica e conferenze episcopali riguardo la liturgia. Abbiamo chiesto all'esperto monsignor Nicola Bux un approfondimento. Data la complessità del tema e i numerosi aspetti da prendere in considerazione, l'intervento di monsignor Bux viene presentato in due puntate.

I padri della Chiesa non ammettevano qualsiasi fede, ma, secondo l'insegnamento di san Paolo, richiedevano sempre la fede ortodossa, ossia retta, sana e pura, a partire dalla professione battesimale. Inoltre, vedevano le preghiere liturgiche e i riti come espressione di questa fede, su cui aveva autorità la «beatissima Sede Apostolica..., in quanto tramandati dagli Apostoli in tutto il mondo e celebrati uniformemente in tutta la Chiesa cattolica, affinché la regola della preghiera stabilisca la regola della fede (ut legem credendi lex statuat supplicandi)» (Prospero, Capitula, 8: DS 246); si ricorda, in genere, solo quest'ultima parte del principio enunciato da Prospero d'Aquitania, discepolo di sant'Agostino, non la prima parte, che chiama in causa la Sede Apostolica. Il principio, in vigore molto prima del V secolo, conferma il nesso intimo tra fede e liturgia.

Col Motu proprio Magnum principium, la Sede Apostolica rinuncia alla sua fondamentale competenza sulle traduzioni dei libri liturgici, in favore delle conferenze episcopali: la regolamentazione (moderatio) della sacra liturgia si capovolge,disponendo che sia esercitata dal basso verso l'alto. Invece, la Costituzione liturgica Sacrosantum Concilium (1963) attribuisce, in senso discendente, al Papa, al vescovo diocesano e alle conferenze episcopali, la funzione di moderare la liturgia secondo gradi differenti e subordinati (art.22). Per questo, la Sede Romana è l’autorità moderante primaziale della liturgia romana in tutta la Chiesa cattolica, mediante lo strumento esecutivo di tale «moderatio» che è la Congregazione per il Culto Divino.

La Sede Romana con le dovute differenze modera oltre ai riti occidentali cattolici, anche i riti delle Chiese cattoliche orientali mediante la Congregazione apposita. Giovanni Paolo II lo ha confermato nella Costituzione Pastor Bonus (1988) con cui ha riformato la Curia Romana: moderare e promuovere la sacra liturgia, in specie i sacramenti (art. 62-70). Il compito di mantenere l’ordine liturgico, di rimuovere gli abusi, di preparare i testi liturgici, di esaminare i calendari particolari ecc. sono le stesse competenze della Congregazione dei Riti istituita dopo Trento, a cui si è aggiunta di recente la revisione degli adattamenti compiuti dalle conferenze episcopali.

Sempre in base alla Sacrosanctum concilium n. 44, all’autorità della Santa Sede si affianca in subordine quella del vescovo diocesano e in certi limiti dei superiori religiosi maggiori, ossia in una parola l’Ordinario; poi quella delle conferenze episcopali; il primo e le seconde hanno come strumenti le commissioni liturgiche locali e nazionali o territoriali, con compiti di dirigere la pastorale liturgica, quindi esecutivi. Infine, la Sacrosanctum concilium n. 45-46, suggerisce l’istituzione di commissioni liturgiche diocesane e interdiocesane, e anche di musica sacra e di arte sacra, tra loro distinte o congiunte. Vi sono anche le commissioni congiunte o miste internazionali nei maggiori gruppi linguistici, che dovrebbero essere sottomesse alle conferenze episcopali rispettive. Purtroppo il lavoro di tali commissioni di esperti, per certi versi meritorio, non di rado è stato accusato, e non a torto, di aver preso il posto dell’autorità dei vescovi e «fabbricato» la liturgia, specialmente per quanto attiene alle traduzioni dei libri liturgici.

Lasciando da parte la querelle sul potere «in bianco» delle commissioni o stra-potere, rispetto a quello dei vescovi, affrontiamo piuttosto la questione di fondo, riguardante l’autorità primaziale della Sede Apostolica sulla liturgia: se e in che misura ce l’abbia. Klaus Gamber si domandava se il Papa abbia il diritto di modificare un rito risalente alla tradizione apostolica e tramandato attraverso i secoli. Secondo lo studioso tedesco, l’autorità ecclesiastica non ha mai esercitato influenza sull’evoluzione delle forme liturgiche ma ha solo sanzionato il rito tramandato e solo tardivamente, dopo l’apparizione dei libri liturgici a stampa, segnatamente in Occidente solo dopo Trento. E’ a questo che fa allusione, riferendosi al can. 1257 del Codex Iuris Canonici del 1917, la Costituzione liturgica nel già menzionato n. 22, quando recita: «Sacrae liturgiae moderatio compete unicamente all’autorità della Chiesa, che risiede nella Sede Apostolica e, a norma di diritto, nel Vescovo.[…] Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica». Un avvertimento attuale per chi si proponesse di cambiare la Messa e addirittura le parole consacratorie, per motivi pseudo-ecumenici.

Ora, in primo luogo, la “dottrina del caso per caso”, applicata alle traduzioni dei libri liturgici, porta a interpretare liberamente anche i testi, a seconda delle situazioni. Viene intaccato, così, il principio dogmatico lex credendi lex orandi. Una simile scelta è dannosa, per la Chiesa e per la fede dei semplici. Perciò, la messa in questione dell'Istruzione Liturgiam authenticam, va oltre l’aspetto liturgico, ed è sintomo di una concezione di Chiesa cattolica, come federazione di chiese nazionali o autonome: concezione che ha già portato il mondo ortodosso alla paralisi e quello protestante alla frantumazione. Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, esortava a: «Salvaguardare la natura stessa della Chiesa cattolica, che è basata su una struttura episcopale, non su una sorta di federazione di chiese nazionali. Il livello nazionale non è una dimensione ecclesiale. Bisogna che sia di nuovo chiaro che in ogni diocesi non c’è che un pastore e maestro della fede, in comunione con gli altri pastori e maestri e con il Vicario di Cristo».

Ora, il nuovo Motu proprio del Papa, che demanda alle conferenze episcopali,oltre alla traduzione, anche la revisione (recognitio) dei libri liturgici, attribuita finora alla Sede Apostolica, priva codesta - come pure quella dei singoli vescovi - di quell'autorità di diritto divino, riconosciuta dalla Costituzione liturgica (22,1), a favore di una entità di diritto umano, per quanto ecclesiastico, qual'è la conferenza episcopale (cfr “Rapporto sulla fede”, intervista del cardinale Ratzinger con Vittorio Messori, 1985).

L'interpretazione data dal Cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – contestata dalla Lettera del Papa – si muove nel quadro dell' “ermeneutica della continuità e della riforma dell'unico soggetto Chiesa”, con cui Benedetto XVI guardava al Vaticano II, di cui la Costituzione liturgica è il primo frutto. Il Cardinale ha osservato che la conferma (confirmatio) da parte della Sede Apostolica, non avverrà in senso notarile, ma “solo dopo aver debitamente verificato che la traduzione sia «fedele» («fideliter»), ossia conforme al testo dell’editio typica in lingua latina in base ai criteri enunciati dall’Istruzione Liturgiam authenticam sulle traduzioni liturgiche”. Per tale ragione, Paolo VI aveva chiesto che le Conferenze Episcopali, collocassero nei messali il testo dell’ordinario e del proprio, in sinossi bilingue: latina e nazionale.

In secondo luogo, la tendenza invalsa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, a interpretare più che a tradurre fedelmente i testi in modo corrispondente all'edizione tipica latina dei libri liturgici, ha incrinato l'unità del rito romano che la Costituzione liturgica presuppone, invece, doversi salvaguardare (n. 38). Infatti, il rito romano, come tutte le grandi famiglie liturgiche storiche della Chiesa cattolica, ha uno stile e una struttura propria che vanno rispettati in quanto possibile, anche per le traduzioni; queste attengono alla “sostanziale” unità del rito, in quanto traducono la parola divina e i testi eucologici da essa ispirati che, appunto, lo “sostanziano”; perciò, Liturgiam authenticam ricorda che la lingua dei testi tradotti, non va intesa come espressione della disposizione interna del fedele, ma piuttosto della parola di Dio rivelata. La lingua liturgica può, quindi, ragionevolmente divergere dal parlato ordinario, ma rifletterne al tempo stesso gli elementi migliori. L’obbiettivo, da perseguire, sarà lo sviluppo di un volgare dignitoso, atto ad essere destinato al culto, in un determinato contesto culturale.

L'Istruzione Liturgiam authenticam dedica un certo spazio a sottolineare l’importanza del rimando degli affari liturgici alla Santa Sede, parzialmente basandosi sul Motu Proprio di Giovanni Paolo II Apostolos suos del 1998, in cui si chiariva la natura e la funzione delle conferenze episcopali. La procedura di rimando, oltre che segno della comunione dei Vescovi col Papa, ha anche un valore di consolidamento di questa relazione. Essa è garanzia della qualità dei testi e ha per fine che le celebrazioni liturgiche delle Chiese particolari siano in piena armonia con la tradizione della Chiesa Cattolica lungo i secoli e in tutti i luoghi del mondo.

Per comprendere Liturgiam authenticam, quindi, bisogna essere convinti che, a partire dalla Pentecoste, quando nacque con destinazione universale, la Chiesa cattolica preceda ontologicamente le Chiese particolari, come affermato dalla Lettera Communionis notio, della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi (1992). Invece, l'idea di “Chiesa sinodale”, intesa come insieme di enti autonomi, che si persegue in nome dell'inculturazione e del decentramento, finisce per assimilarla ad una entità politica. La Chiesa cattolica non è un concilio o un sinodo permanente – che pure costituiscono momenti straordinari della sua vita – ma la communio governata ordinariamente dal Primato romano, in due modi: da solo, e con i Vescovi ad esso uniti.

Al fine di garantire l’identità del rito romano sul piano mondiale, l'Istruzione Liturgiam authenticam tenta di riportare la questione alla Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, quanto al rapporto tra lingua universale e lingue particolari (cfr n. 63): questa si preoccupava appunto di conservare il latino nei riti latini, in specie nella preghiera eucaristica e collette. Già prima del concilio, infatti, i sacramenti venivano celebrati in latino e con inserzioni in lingua volgare. Per questo, la Costituzione da un lato prescrive: "l'uso della lingua latina ... sia conservato nei riti latini" (n. 36, 1; cfr anche art. 54), dall'altro regola l'uso della lingua volgare (n. 36, 2-3): nella Messa e nei sacramenti “si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia”: sono menzionate letture, monizioni, alcune preghiere e canti, ma non le parti strettamente sacramentali come le formule e le preghiere epicletiche o consacratorie, che - analogamente al canone della messa e alle orazioni presidenziali - si riteneva ovvio che dovessero conservare il latino. La Costituzione pure raccomanda che i fedeli sappiano recitare e cantare in latino le parti loro spettanti (ivi, n. 54) come già fanno nella lingua parlata; che i chierici sappiano recitare in latino l’ufficio secondo la tradizione (ivi, n. 101); per altre parti come le letture e l’orazione dei fedeli prevede il volgare.

Perchè, parlando di traduzioni, è importante il latino, lingua delle edizioni tipiche dei libri liturgici della Sede Apostolica? Secondo Giovanni XXIII, se le verità cattoliche fossero affidate alle lingue moderne, soggette a mutamento, il loro senso non sarebbe manifesto con sufficiente chiarezza e precisione, senza il latino mancherebbe una lingua comune e stabile con cui confrontare il significato delle altre (cfr Costituzione apostolica Veterum sapientia, 22 febbraio 1962). Quindi, il latino tutela la dottrina in ragione del fatto che non è più soggetto a mutazioni; inoltre, papa Giovanni, non mancò di sottolineare il carattere “unitivolanuovabq.it
della lingua latina anche «nel presente momento storico, in cui, insieme con una più sentita esigenza di unità e di intesa fra tutti i popoli, non mancano tuttavia espressioni di individualismo». Per questo, tale idioma «può ancora oggi rendere nobile servizio all’opera di pacificazione e di unificazione», giacché, non essendo legato «agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e di sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuto studi medi e superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione.

(1. continua)












venerdì 24 novembre 2017

La beata Anna Katharina Emmerick e le anime del Purgatorio








di Don Marcello Stanzione


Per molti cattolici la figura di Anna Katharina Emmerick (1774-1824), beatificata dal papa Giovanni Paolo II nel 2004, è essenzialmente legata al famosissimo film dell’attore e regista australiano Mel Gibson “La Passione di Cristo”, la cui sceneggiatura è in buona parte, per gli aspetti non tratti ovviamente dai Vangeli canonici, basata sulle visioni attribuite alla monaca agostiniana tedesca. 
La beata nacque l’8 settembre 1774 da una famiglia di contadini e non poté frequentare regolarmente la scuola, dovendo lavorare nei campi e aiutare in casa. Sin dalla più tenera età ebbe un profondo desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa. Come accadeva a quell’epoca, diverse congregazioni di suore la rifiutarono perché non aveva a disposizione la necessaria dote economica per entrare in monastero. Solo nel 1802 venne finalmente accolta nel monastero delle Agostiniane di Agnetenberg presso Dulmen e l’anno seguente prese i voti religiosi.
Quando nel 1811 il monastero venne soppresso, la Emmerick fu accolta a Dolmen come domestica del sacerdote Lambert, che era fuggito dai terrori della Francia rivoluzionaria. Dopo poco tempo, ella cominciò a sperimentare i dolori della Passione di Cristo e ricevette la stimmate.

Presto si diffuse la voce dei suoi doni soprannaturali: assenza di alimentazione, conoscenza dei cuori umani, riconoscimento delle reliquie dei santi, conoscenza delle erbe medicinali, dei misteri biblici della fede, partecipazione con lo spirito nell’aldilà, comunione con le povere anime del purgatorio e molte persone cominciarono a farle visita, ricevendone insegnamenti e gesti di benevolenza.
Dal 1819 fino al giorno del suo trapasso, nel 1824, le visioni della Emmerick furono dettate da lei stessa al poeta romanticista Clemens Brentano, che poi si convertì sinceramente al Cattolicesimo, il quale sedette quasi interrottamente al capezzale dell’estatica e annotò attentamente in sedicimila grandi fogli i suoi racconti biblici e le contemplazioni mistiche, paragonabili in qualche modo a quelle di Maria De Agreda (1602-1655) o della più recente Teresa Neumann (1898-1962). L’enorme materiale raccolto e poi ordinato dal poeta fu pubblicato, in parte postumo, tra il 1858 e 1860, in tre opere principali. Complessivamente l’opera completa curata dal poeta consta di sei volumi, di cui quattro sulla vita e la passione di Cristo, uno sulla vita della Madonna e uno sull’Antico Testamento.

Fin dalla sua giovinezza, Anna Katharina Emmerick si impegnò con preghiere e penitenze in favore delle anime del Purgatorio. Straordinarie apparizioni e visioni fecero poi crescere immensamente il suo amore e la sua intercessione orante a loro vantaggio. Essa vedeva tali anime in grande tristezza per la loro separazione da Dio; notò tuttavia in esse anche un’espressione di gioia per la beata speranza di arrivare al Paradiso.
La beata Emmerich conobbe anche il motivo perché alcuni dovevano restare a lungo in Purgatorio, mentre altri lo attraversavano solo. La beata affermò:
“Anche il contatto con le povere anime del Purgatorio avviene per mezzo del mio angelo. Egli si occupa di guidare le povere anime nei diversi luoghi del Purgatorio. Mi vidi spesso con lui presso le povere anime, le quali si lamentavano molto perché esse stesse non si potevano aiutare, ed erano aiutate molto poco sulla Terra, specialmente ai nostri tempi. […] Quando il mio angelo mi esortava a pregare ed espiare per le povere anime sentivo la loro felicità, mi ringraziavano e mi erano molto grate. Quando espiavo con i miei dolori esse pregavano per me. La loro nostalgia per la grazia e la misericordia della Chiesa era molto profonda. Tutto quello che noi facciamo per loro, causa una gioia infinita”. 

In un altro passo delle sue visioni ella dichiara:
“ Come è triste vedere le povere anime così poco aiutate, esse hanno veramente bisogno di quest’aiuto, poiché il loro stato è così miserabile che non possono aiutarsi da se stesse. Se qualcuno pregasse per loro e soffrisse un po’, oppure offrisse elemosine alla loro memoria, ne verrebbe profitto alle medesime al punto tale da sentirsi consolate e ristorate come assetati ai quali viene somministrata una fresca bevanda. Purtroppo le povere anime hanno da soffrire così tanto a causa della nostra trascuratezza, comoda devozione, mancanza d’entusiasmo per Dio e per la salvezza del prossimo. Come si può essere a loro meglio d’aiuto se non con un amore sufficiente e con atti di virtù? Cose che invece queste stesse anime trascurarono durante la vita terrena. I santi in cielo non possono compiere per le anime le penitenze che spettano ai discepoli e ai fedeli della Chiesa militante terrena. Ma purtroppo veramente poco viene fatto per loro, nonostante esse lo sperino molto! Basterebbe solo impegnarsi dedicando a queste anime seri pensieri e qualche preghiera. Un Prete che legge il suo breviario con intimo raccoglimento dona tanta consolazione alle poverette, raggiungendole fino alla tristezza del Purgatorio”.

Al decano Resing ella disse:
“ La prego vivamente di esortare la gente nel confessionale a pregare solertemente per le povere anime del Purgatorio, poiché queste per gratitudine pregheranno certamente molto anche per noi. La preghiera per le povere anime è molto gradita a Dio perché le avvicina alla sua immagine”.
















giovedì 23 novembre 2017

Ricomincia la Messa antica a Pistoia: ogni domenica ore 18




Avviso

Dalla PRIMA DOMENICA DI AVVENTO 
-il 3 DICEMBRE 2017-

riprende la regolare celebrazione della 

Santa Messa in Rito Romano antico 

nella chiesa di San Vitale 
in via della Madonna, 58 a Pistoia


OGNI DOMENICA 
alle ORE 18:00

(dalle 17:30 confessioni)




Le celebrazioni di precetto che non sono di domenica saranno comunicate di volta in volta in questo blog.



mercoledì 22 novembre 2017

Giovanni Paolo II e l’Islam







scritto da Aldo Maria Valli

«Vedo la Chiesa afflitta da una piaga mortale. Più profonda, più dolorosa rispetto a quelle di questo millennio, quella del comunismo e del nazismo. Si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente e dall’Oriente».

Queste parole di Giovanni Paolo II, riferite da monsignor Mauro Longhi, hanno suscitato clamore. Monsignor Longhi, sacerdote dell’Opus Dei, ha raccontato (durante un incontro pubblico a Bienno, in Valcamonica) che la visione gli fu descritta direttamente da Giovanni Paolo II nel 1992.

Longhi, che poté frequentare papa Wojtyla per anni, nel corso della sua relazione ha confermato che Giovanni Paolo II aveva un’intensa vita mistica, comprendente anche visioni. Una delle quali riguardò appunto l’Islam: «L’Europa sarà come una cantina piena di vecchi cimeli, tra le ragnatele. Voi, Chiesa del terzo millennio, dovrete contenere l’invasione. Ma non con le armi, le armi non basteranno. [Dovrete farlo] con la vostra fede vissuta con integrità».

Qualcuno mi ha chiesto: ma secondo te è possibile che Wojtyla abbia parlato così? Non ho una risposta. D’altra parte non ho motivo di dubitare della correttezza di monsignor Longhi e della veridicità del racconto.

Credo che l’episodio narrato sia comunque utile per una riflessione, per quanto sintetica, sul modo con il quale Giovanni Paolo II si mise in relazione con il mondo islamico.

Come sappiamo, papa Wojtyla nel corso del suo lungo pontificato diede molta importanza al dialogo con l’Islam, tanto da recarsi più volte in paesi musulmani ed entrare, primo papa nella storia, in una moschea, a Damasco, nel 2001.

Numerosi sono i testi nei quali Giovanni Paolo II riflette sul rapporto con l’Islam.

La base di tutti gli interventi si trova nella «Nostra aetate», il documento del Concilio Vaticano II (28 ottobre 1965) dedicato al dialogo con le religioni non cristiane, nel quale si legge che «la Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini».

Davvero Giovanni Paolo II manifestò sempre stima e rispetto, ma non possiamo ignorare le ulteriori riflessioni da lui proposte. Riflessioni caratterizzate da tre aspetti: la lealtà nel riconoscere le differenze, la necessità di procedere sempre alla luce della verità e la richiesta di garantire la reciprocità in materia di libertà religiosa.

Della questione della lealtà Giovanni Paolo II parlò in modo esplicito nel celebre, storico discorso tenuto ai giovani musulmani del Marocco, a Casablanca, il 19 agosto 1985. Ecco il punto: «La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo».

Le differenze quindi non vanno sottaciute o minimizzate. Non c’è dialogo sincero senza un chiaro riconoscimento di ciò che differenzia, a partire dalla figura di Gesù.

E qui veniamo alla grande questione della verità, che Giovanni Paolo II non si stancò mai di mettere in primo piano. Come disse nel palazzo presidenziale di Cartagine, il 14 giugno 1996, durante il viaggio in Tunisia, «porsi nella verità gli uni di fronte agli altri è un’esigenza fondamentale». Può dialogare proficuamente soltanto chi è interprete consapevole e sincero della fede: «I protagonisti del dialogo saranno sicuri e sereni nella misura in cui saranno veramente radicati nelle rispettive religioni. Questo radicamento consentirà l’accettazione delle differenze e farà evitare due ostacoli opposti: il sincretismo e l’indifferentismo. Consentirà anche di trarre profitto dallo sguardo critico dell’altro sul modo di formulare e di vivere la propria fede».

Non c’è dialogo senza verità. Se si esclude la verità, si cade facilmente nel mescolamento arbitrario di messaggi diversi, nella pretesa di conciliare ciò che non è conciliabile e nell’idea che ogni religione sia uguale all’altra. «Il grande compito della vita è cercare la verità di Dio e la sua giustizia!» (discorso nella moschea Omayyade, Damasco, 6 maggio 2001).

Sotto questo profilo Giovanni Paolo II non nascose mai il punto nodale della verità di Cristo, come si legge chiaramente, per esempio, nell’esortazione apostolica «Una speranza nuova per il Libano» (10 maggio 1997): « La Chiesa cattolica considera con attenzione la ricerca spirituale degli uomini e riconosce volentieri la parte di verità che entra nel cammino religioso delle persone e dei popoli, affermando tuttavia che la verità perfetta si trova in Cristo, che è l’inizio e la fine della storia che, grazie a Lui, giunge alla sua pienezza» (n. 13).

Infine la questione della reciprocità in materia di libertà religiosa, che papa Wojtyla non mancò mai di sottolineare, come nel messaggio in occasione dell’apertura della moschea di Roma (21 giugno 1995): «In una circostanza significativa come questa si deve rilevare purtroppo come in alcuni paesi islamici manchino altrettanti segni di riconoscimento della libertà religiosa. Eppure il mondo, alle soglie del terzo millennio, attende questi segni». E come nell’esortazione apostolica «Ecclesia in Europa» (28 giugno 2003), quando scrisse: «Si comprende d’altronde che la Chiesa, mentre chiede alle istituzioni europee di promuovere la libertà religiosa in Europa, si faccia egualmente un dovere di ricordare che la reciprocità nella garanzia della libertà religiosa deve essere osservata anche nei paesi di tradizione religiosa diversa, dove i cristiani sono in minoranza».

Alla fine di questo rapido excursus, vale la pena riportare quanto Giovanni Paolo II scrive in «Varcare la soglia della speranza», edito nel 1994, forse il testo nel quale il papa esprime nel modo più chiaro la sua valutazione sulle radicali differenze tra cristianesimo e Islam: «Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s´è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti, e poi in modo definitivo nel Nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. […] È completamente assente il dramma della redenzione. Non soltanto la teologia ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana. […] Il Concilio ha chiamato la Chiesa al dialogo anche con i seguaci del “Profeta” e la Chiesa procede lungo questo cammino. […] Non mancano, tuttavia, delle difficoltà molto concrete. Nei paesi dove le correnti fondamentaliste arrivano al potere, i diritti dell´uomo e la libertà religiosa vengono interpretati, purtroppo, molto unilateralmente: la libertà religiosa viene intesa come libertà di imporre a tutti i cittadini la “vera religione”. La situazione dei cristiani in questi paesi a volte è addirittura drammatica».

Queste valutazioni furono anche il frutto di visioni di carattere mistico? Monsignor Longhi dice che è così. In ogni caso, qualunque ne sia l’origine, si tratta di analisi da non dimenticare, specie in una stagione come quella che stiamo vivendo.

Aldo Maria Valli

















sabato 18 novembre 2017

LA GLORIA DI DIO IN UN LETTO DI SOFFERENZE: MARTHE ROBIN, CHE VISSE 50 ANNI DI SOLA EUCARISTIA







di Cristina Siccardi, da «Santi e beati»



Marthe Robin nacque a Châteauneuf-de-Galaure (Drôme), nel sud-est della Francia, il 13 marzo 1902, era sestogenita di Joseph Robin e Amélie-Célestine Chosson, modesti contadini, che la fecero battezzare il 5 aprile a Saint-Bonnet-de-Galaure.


La sua vita, fino ai 16 anni, scorre serena nella campagna. Ma, nel mese di novembre del 1918, mentre erano in atto i festeggiamenti per l'armistizio tra Francia e Germania, Marthe cadde a terra e non riuscì più ad alzarsi: fu l'inizio della sua misteriosa patologia, che venne diagnosticata come encefalite letargica, ma alcuni la definiranno «coma mistico».


Il coma durò fino al marzo-aprile del 1921, poi Marthe tornò lentamente a camminare, a lavorare all'uncinetto e, con l'aiuto del bastone, a sorvegliare gli animali della fattoria. Dopo qualche mese, tornò a peggiorare, perdendo la deambulazione, accusando forti dolori alla schiena e avendo pesanti problemi alla vista.


Dal 3 ottobre del 1926 si aggrava: ha continue emorragie e non ritiene più nulla nello stomaco. Riceve l’estrema unzione. Ma, proprio quando le speranze sembravano ormai finite, Marthe riceve l'apparizione di santa Teresina di Lisieux che le rivela di non essere giunta alla fine della sua vita, ma di dover assumere una precisa missione nel mondo.


Da questo momento Marthe Robin diventa pegno d’amore immolato per Gesù. Dal 1928 la paralisi colpisce tutto il corpo. Per 50 anni consecutivi non mangerà più e non berrà più; le verranno inumidite le labbra con acqua o caffè e nutrirà soltanto più l’anima con l’Eucaristia; tuttavia l’Ostia non veniva inghiottita, ma spariva letteralmente e inspiegabilmente tra le sue labbra e molte persone furono testimoni di questo inspiegabile fenomeno.


Il 2 febbraio 1929 perse anche l’uso delle mani e dovette imparare a scrivere servendosi della bocca.


Su di lei il filosofo cattolico Jean Guitton, accademico di Francia, scrisse il suo ultimo libro, Ritratto di Marthe Robin. Una mistica del nostro tempo (Paoline). Nell'Introduzione del libro di Jean-Jacques Antier (San Paolo) Guitton scrive: «Rassomigliava a una bambina, perfino nella voce. Era gaia più che gioiosa, la sua voce esile e bassa, il suo canto quello di un uccello. I suoi modi esprimevano l'essenza indefinibile della poesia». Inoltre: «Non aveva nessun talento, salvo, nella sua giovinezza, quello del ricamo. Al di là di qualsiasi cultura, al di là della povertà, si nutriva dell'aria, del tempo e dell'eternità. Perfino al di là del dolore. E tuttavia, subito presente a tutto e a tutti». «Mia moglie diceva: ''Altrove non ci sono che problemi, ma da lei non ci sono che soluzioni, perché si mette allo stesso tempo al centro del cielo e al centro della terra».


Nel 1930 Marthe vide Cristo, che le chiese: «Vuoi essere come me? ». Ed ella rispose: «Il mio io sei tu. La mia vita sia la riproduzione perfetta e incessante della tua vita». Il 1° ottobre, festa di santa Teresina di Lisieux, fu come una preparazione della passione in un vero tormento di sofferenze, di cui lascerà questa testimonianza: «Quanto mi avete fatto male mio Dio! Vi amo! Abbiate pietà di me! ho male nell'anima, nel cuore, nel corpo; la mia povera testa sembra rotta. Non so più niente, se non soffrire. Sento in me una tale stanchezza; il dolore grida così forte. E non c'è nessuno, nessuno per aiutarmi! Sono all'estremo delle mie forze. Non finirà dunque mai il dolore quaggiù? Quando ha straziato il corpo e il cuore, strazia l'anima.


Oh, mio Amore crocifisso! Voi m'insegnate giorno per giorno a dimenticarmi. Mio Dio, vi amo; abbiate pietà di me! Quando verrò, Dio mio, nella terra dei viventi? Gesù, sostenetemi!


Ma io so. Per vincere bisogna saper soffrire. Il dolore è la leva che solleva la terra. [Perchè] il Dio che affligge è anche il Dio che consola.


Non è un peso, ma piuttosto un altare. Niente è più bello davanti a Dio che l'oblazione di se stessi quando si soffre.


Con tutta la mia anima dolente, con tutto il mio cuore straziato, il mio corpo torturato dalle sofferenze, gli occhi accecati dalle lacrime, bacio amorosamente la vostra mano, mio Dio».


Sempre nell’ottobre del 1930 Marthe riceve una nuova visione, questa volta di Cristo crocifisso. Egli prende le sue braccia paralizzate e gliele apre. Poi lei sente di nuovo: «Marthe, vuoi essere come me?». «Allora sentii un fuoco bruciante, talora esteriore, ma soprattutto interiore. Era un fuoco che usciva da Gesù. Esteriormente, lo vedevo come una luce che mi bruciava. Gesù mi chiese prima di tutto di offrire le mie mani. Mi sembrò che un dardo uscisse dal suo cuore e si dividesse in due raggi per trapassare uno la mano destra e l'altro la sinistra. Ma, nello stesso tempo, le mie mani erano trapassate, per così dire, dall'interno. Gesù m'invitò ancora a offrire i miei piedi. Lo feci all'istante, come, come per le mani, mettendo le gambe come Gesù sulla croce. Restarono in parte piegate, come quelle di Gesù. Come per le mani, un dardo, che partiva dal cuore di Gesù, dardo di fuoco dello stesso colore che per le mani, si divise in due a una certa distanza dal cuore di Gesù, pur restando unico nello sprigionarsi dal cuore. Quindi questo dardo era unico verso il cuore di Gesù e si divideva per colpire e attraversare nello stesso tempo i due piedi. La durata non si può precisare. Questo si verificò senza interruzioni ». In seguito riceverà anche le ferite della corona di spine.


Da quel giorno Marthe rivivrà ogni venerdì la passione di Gesù. Il Signore promise di inviarle un sacerdote illuminato per aiutarla a realizzare la missione alla quale era destinata: creare dei luoghi di preghiera e carità destinati a diffondersi in tutto il mondo. Venne, tra gli altri, a visitarla il giovane abate Finet, che Marthe riconosce per averlo visto nelle sue visioni. Insieme a lui realizzerà i Foyers de charité, tutt’oggi presenti in tutto il mondo.


Marthe aveva il dono del consiglio e quello di leggere nei cuori, grazie ai quali aiutò molte persone, laici e religiosi, a risolvere difficili questioni spirituali. Diede importanti consigli al Presidente de Gaulle, a cardinali, vescovi, filosofi e scienziati. Marthe riuscì a curare, attraverso l’intercessione della Madonna, molte persone. Quando ricevette le stigmate la gente iniziò ad arrivare numerosa da ogni parte della Francia per vederla. Talvolta incontrava più di 60 persone al giorno e nonostante le sue sofferenze manteneva la sua abituale giovialità e il suo sorriso mentre ascoltava, rasserenava, convertiva. Riceveva lettere da tutto il mondo, erano tutte richieste di aiuto da parte di persone di ogni età. Nel 1940, dopo un’offerta fatta al Signore, autorizzata da Padre Finet, sopraggiunse una quasi totale cecità, unita a una ipersensibilità alla luce che obbligava Marthe a vivere al buio. «Gesù mi ha chiesto gli occhi», diceva la mistica.


Jean Guitton andò da lei ben quaranta volte. Rimase colpito da questa umile contadina che malgrado non fosse mai uscita dalla sua fattoria sapeva illuminare e aiutare gente semplice e dotti uomini di cultura e di scienza.


Marthe aveva il dono della veggenza, conosceva le cose lontane e quelle future, aveva una infinita capacità di donare amore e prendere su di sé i mali altrui.


Vide per decenni, ogni settimana, la Madonna e tutti i venerdì, prima della fine della passione di Gesù che viveva sulla sua carne, la Santa Vergine le appariva ai piedi del divano. Inoltre versava lacrime di sangue ogni notte, una moltiplicazione misteriosa che accompagnerà la martire fino alla fine dei suoi giorni.


La morte la colse, completamente sola, il 6 febbraio 1981, il primo venerdì del mese. Venne trovata sdraiata per terra, in mezzo a tanti oggetti sparsi.


Dopo sette anni dalla sua morte iniziò il suo processo di beatificazione, conclusosi a livello diocesano nel 1996.






















venerdì 17 novembre 2017

LA CONSACRAZIONE A MARIA: IL MEZZO ELETTO DA DIO PER FRANTUMARE' IL CAPO DEL SERPENTE-DRAGO (Gen 3, 15; Ap 12) E PER CONDURRE ALL'INSTAURAZIONE DEL TRIONFO DEL SUO CUORE IMMACOLATO!







Perché alla consacrazione a Maria vissuta fedelmente dai suoi figli dovrebbe essere direttamente connesso un effetto tanto grandioso quale l'epica vittoria storica sul serpente infernale (Ap 20, 2-3) da cui dovrà derivare, di conseguenza, il sospirato Trionfo del Cuore Immacolato di Maria preconizzato a Fatima, a Civitavecchia, ad Anguera e in numerosissime altre apparizione della Beata Vergine Maria?

Innanzitutto va precisato che, alla luce dei messaggi mariani degli ultimi due secoli, risulta con estrema chiarezza che la conversione integrale è il fondamento della collaborazione umana alla volontà di Dio di stabilire sulla terra il suo regno di Pace. Questa conversione, poi, all’atto pratico si traduce in una serie di comportamenti e impegni di vita che ne garantiscono l’autenticità.

È evidente che la preghiera fatta bene, il sacrificio offerto con amore e generosità, il dovere quotidiano fatto con diligenza per amore di Gesù e Maria, le virtù praticate ogni giorno con impegno e serietà, affretteranno di certo il Trionfo. Si tratta proprio degli appelli che, continuamente e con urgenza progressiva, la Madonna sta rivolgendo agli uomini, soprattutto da due secoli a questa parte. Si tratta del nostro « contributo di sforzi nel cooperare al Trionfo » (1).

A partire da questo primo principio si comprende pure, senza eccessiva difficoltà, il ruolo e la parte che la consacrazione al Cuore Immacolato gioca nel preparare la venuta del Trionfo. E’, infatti, esperienza comune di chi si impegna nella vita di perfezione prendere coscienza che, correggere la propria vita in maniera davvero autentica e radicale, è un po’ come voler “spostare da soli una grossa montagna”. Bisogna fare i conti con una natura ribelle, con la debolezza costitutiva dell’uomo, che porta su di se le conseguenze del peccato originale, personale e sociale.

Per cui la Consacrazione, spingendo al massimo l’impegno del consacrato nella pratica delle virtù cristiane e facendo donare tutto totalmente all’Immacolata che è la Mediatrice della grazia – e dunque anche di tutte le grazie necessarie alla santificazione –, risulta essere lo strumento più efficace per «tradurre il mistero dell’Immacolata nelle anime», usando un’espressione di san Massimiliano Kolbe, per tradurre il mistero del suo Cuore Immacolato nelle anime che è mistero di trionfo della grazia e annientamento del peccato:

« Io la intendo a questo modo: l’Immacolata è la Mediatrice di tutte le grazie. Ora, ogni conversione e santificazione è opera della grazia; avvengono, perciò, per mezzo dell’Immacolata. Quindi, quanto più un’anima si avvicina all’Immacolata, tanto più abbondantemente attinge alle grazie, sia di conversione che di santificazione […]. E ancora: il maggiore avvicinamento possibile è la consacrazione illimitata »
(2).

Sicuramente questa è una prima ragione per cui il Signore vuole stabilire nel mondo la Devozione al Cuore Immacolato di Maria: essa ci apporterà tutte le grazie di cui necessitiamo per emendare pienamente la nostra vita e, in tal modo, contribuire all’instaurazione del Trionfo. La Consacrazione ha risvolti del tutto eccellenti per potenziare l’uomo interiore e renderlo soprannaturalmente efficace nel suo agire in favore della causa del Cuore Immacolato di Maria.

Continuando la riflessione, va pure aggiunto che se la parte della Madonna è in generale assolutamente decisiva per il trionfo della grazia lo dovrà essere anche per il trionfo della Controrivoluzione sulla Rivoluzione (3) perché tale vittoria non è principalmente l’effetto di progettualità e strategie umane ma dell’intrattenibile Onnipotenza di Dio.

Il Trionfo del Cuore Immacolato, infatti, « sarà non il culmine di una inevitabile evoluzione umana immanente, bensì il risultato di un gratuito, misericordioso e miracoloso intervento della Divina Provvidenza per raddrizzare le umane vicende […].Infatti, se è vero che “natura non facit saltus”, il soprannaturale suole invece provocare quei salti che sono le grandi conversioni [individuali e sociali] capaci di cambiare il corso della storia e di risolvere le crisi epocali. Dobbiamo quindi attenderci un nuovo e decisivo salto storico, una rottura traumatica, uno scontro cruento che finalmente interromperà quel graduale e indolore processo di avvelenamento che sta estinguendo la vita morale, religiosa, morale e civile dei popoli cristiani e sta mettendo in pericolo la sopravvivenza della Chiesa » (4).

Ma secondariamente, subordinatamente e strumentalmente, sarà una vittoria anche di quelle forze buone che, unite a Lui, nonostante non superino le dimensioni del « piccolo gregge » (cf Lc 12, 32), devono azionarsi perché Dio vuole servirsi di quei « cinque pani e due pesci » (cf Mt 14, 17) che le energie e gli strumenti umani possono offrirgli in questa condizione presente.

Per attuare questo « trionfo teologico e storico » delle forze del Bene su quelle del Male che caratterizzerà l’epoca del Trionfo, si rendono necessarie le inesauribili operazioni della grazia divina, di cui la Mediatrice è Maria Vergine e, per sineddoche, il Suo Cuore Immacolato.

Alla luce della teologia della consacrazione riassunta in modo geniale da San Luigi e San Massimiliano, risulta che gli uomini offrono alla Madonna il potere di agire con la sua onnipotente opera di mediazione attraverso una devozione a Lei che sia ardente, profonda, ricca di sostanza dottrinale. Non esistendo devozione mariana più solida e completa della Consacrazione, sarà appunto questa lo strumento eletto, più potente e più certo, della vittoria di Dio e dell’affermazione, in terra, del Trionfo del Cuore della SS. Vergine.

Vale qui il principio enunciato dal Montfort nell’introduzione al Segreto di Maria: per trovare la grazia bisogna trovare Maria e per trovare Maria bisogna consacrarsi a Lei (5). Parafrasando, potremmo completare le connessioni misteriche dicendo che per instaurare il Trionfo bisogna sconfiggere il serpente-drago; per sconfiggere il serpente-drago è necessario trovare la grazia; per trovare la grazia occorre trovare Maria; per trovare Maria, infine, bisogna consacrarsi a Lei!

Consacrazione a Maria, frantumazione del capo del serpente nemico per opera della discendenza-stirpe di Maria e Trionfo del Cuore Immacolato sono, perciò, intimamente congiunti tra loro
, inseparabili e la loro relatività fa parte di quel progetto di grazia e misericordia che è decisivo oggi conoscere, accettare e vivere con gratitudine e coraggio.



Note:
1) Cf padre S. M. Manelli, FI, Fatima tra passato, presente e futuro, in Maria Corredentrice. Storia e Teologia, Casa Mariana Editrice, Frigento 2007 (Bibliotheca Corredemptionis Beatæ Virginis Mariæ. Studi e ricerche, 10), vol. X, p. 234.
2) Scritti Kolbiani, n. 668.
3) Il prof. Plinio Correa de Oliveira, nel suo saggio Rivoluzione e Controrivoluzione, chiarisce come questa Rivoluzione sia « un immenso processo di tendenze, di dottrine, di trasformazioni politiche, sociali ed economiche, che derivano — in ultimissima analisi — da un deterioramento morale causato da due vizi fondamentali: l’orgoglio e l’impurità, che suscitano nell’uomo un’incompatibilità profonda con la dottrina cattolica; questo deterioramento morale, a sua volta, ha il suo astuto e occulto registanel nemico di Dio e del genere umano per antonomasia, il serpente antico, satana», perché «la Rivoluzione non è frutto della semplice malizia umana. Quest’ultima apre le porte al demonio, dal quale si lascia eccitare, esacerbare e dirigere […]. La parte del demonio nell’esplosione e nei progressi della Rivoluzione è stata enorme. Come è logico pensare, un’esplosione di passioni disordinate tanto profonda e tanto generale come quella che ha dato origine alla Rivoluzione non sarebbe avvenuta senza un’azione preternaturale. Inoltre, sarebbe stato difficile che l’uomo giungesse agli estremi di crudeltà, di empietà e di cinismo ai quali la Rivoluzione è arrivata diverse volte nel corso della sua storia, senza il concorso dello spirito del male »: P. Corrêa de Oliveira, La devozione mariana e l’apostolato contro-rivoluzionario, prefazione a Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, in Cristianità II (8/1974) 3-6 (prima edizione argentina: Revolución y Contra-Revolución, Tradición Familia y Propiedad, Buenos Aires 1970, pp. 9-34). La Controrivoluzione, in questa lettura teologica della storia, si presenta invece come l’contro-azione di Dio che, sia mediante interventi soprannaturali diretti che per mezzo di agenti naturali e preternaturali, sta operando per condurre la Chiesa ed il mondo ad un’epica vittoria storica del Bene sul Male e alla conseguente instaurazione del Regno di Dio nel mondo, la cui perfezione sarà però relativa e non assoluta (che competerà solo al venturo Regno escatologico che si instaurerà solo alla fine dei tempi e che sarà la Gerusalemme celeste descritta da san Giovanni nell’Apocalisse).
4) G. Vignelli, Fine del mondo? O avvento del Regno di Maria, Fede & Cultura, Verona 2013, pp. 125; 151.
5) San Luigi M. Grignion de Monfort, Il Segreto di Maria, §§ 3-6.























mercoledì 15 novembre 2017

Il volto dell'Europa disegnato da San Benedetto








[...] Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?» (Regola, Prologo, 15; cfr. Sal 33,13). 

Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica.

San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.

[...] È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad un movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà» (Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964), mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo.








[Estratto del discorso di Papa Francesco ai partecipanti alla Conferenza (Re)Thinking Europe. Un contributo cristiano al futuro del progetto europeo, promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) in collaborazione con la Segreteria di Stato, del 28 ottobre 2017]











martedì 14 novembre 2017

Alcuni stralci dal libro "Il segreto delle tre fontane"




Brani tratti da:
Saverio Gaeta, Il veggente. Il segreto delle Tre Fontane, Salani 2016, p.233


A pagina 153 del suo libro Saverio Gaeta riporta una annotazione personale di Cornacchiola su un malinteso ecumenismo, che definisce “ecclesiasticamente scorretto”:


“Non posso farmi l’idea che tutte le religioni portano alla redenzione. Tutte le religioni, dicono oggi, danno la salvezza. Ma allora perché Gesù è venuto, se già esistevano tante religioni? Gesù dice: ‘Chi crede in Me sarà salvo’; non chi crede alla sua religione. Se anche i protestanti si salvano, perché la Vergine mi è venuta a chiamare e mi ha detto di rientrare nell’Ovile santo, quando poteva lasciarmi benissimo dov’ero, fra gli avventisti?”.

Il 9 gennaio 1986 Cornacchiola ha un’altra locuzione:

“Oggi gli uomini hanno messo tutte le religioni sullo stesso piano per cui tutte portano a Dio e tutti si salvano. […]. Allora si salvano anche coloro che non accettano Gesù?. […]. Contro la Chiesa satana non può far nulla perché è divina; ma contro le anime che vivono in essa può molto; anzi presenterà il male sotto la veste morale, religiosa, politica e sociale. […]. Chiamo tutti alla conversione, ma per giustizia devo lasciare la mano di mio Figlio: proprio perché si compia la giustizia ” (op. cit., p. 165-166).

Impressionante è la visione avuta il 7 aprile 1966:

“si vede la basilica di San Pietro che ha la faccia tutta rovinata, la guardiamo e piangiamo” (op. cit., p. 169). Il 1° agosto 1966: “Mi son trovato davanti alla chiesa detta della Scala Santa, nella piazza adiacente ove c’è l’obelisco. Vi era allestita come una sala con vescovi e cardinali. D’improvviso crolla sopra molti vescovi, cardinali e altri tutta la facciata della chiesa” (ivi).

Nel messaggio del 1° gennaio 1988 un particolare ammonimento è riservato ai sacerdoti:

“Voi state calpestando le mie pecore e le portate verso la perdizione. Perché non fate più conoscere la mia dottrina? Perché le mie pecorelle le portate dove sono erbe secche e cespugli mortali? […]. Io sono stato ucciso proprio perché la mia dottrina non era la loro (dei farisei) dottrina. Voi avete chiuso la vostra bocca e le orecchie del mio gregge. Avete chiusa la porta della mia Chiesa per non entrarvi voi e non farvi entrare il mio popolo” (op. cit., p. 171).

Nel 1982 la Madonna dà un ulteriore monito ai sacerdoti (che costerà a Cornacchiola tantissime grane):
“essi miseramente girano sicuri senza segni sacerdotali esterni: non solo vivono nel dubbio della fede, ma attirano altri a lasciare la fede […] si sono ubriacati del mondo e del falso modernismo” (op. cit., pp. 172-173).

Una delle visioni più toccanti è quella del 28 aprile 1986. Cornacchiola si trova in piazza San Pietro e la Madonna gli dice:

“anche se chi dà un ordine ti sembra che sbagli, tu sei tenuto ad obbedire, a meno che quest’ordine tocchi la fede, la morale e la carità. Allora no!” (op. cit., p. 174).

Il 12 novembre 1986 la Madonna gli mostra una scena terrificante:

“vedo molti sacerdoti con la loro talare e religiosi e religiose con il loro saio: tutti in fila e degli aguzzini che li spingono e trascinano uno alla volta su un palco di legno. Li facevano inginocchiare e chiedevano loro: ‘Getta l’abito’. Alla risposta ‘No!’ gli prendevano la testa e gliela mettevano su un ceppo e lì venivano decapitati dal boia che aveva una scure” (op. cit., p. 174-175).

Una delle visioni più attuali mi sembra quella del 18 luglio 1996:

“Specialmente tanti miei figli sacerdoti, e anche più in alto, facilmente cadono nella braccia di satana come foglie secche che cadono da un albero al soffio del vento” (op. cit., pp. 181-182).

Il 4 giugno 1964 la Madonna aveva dettato a Cornacchiola una richiesta per

“salvare l’umanità dal diluvio di fuoco” (op. cit., p. 183).
Il 1° gennaio 1988 il veggente riceve una rivelazione che dischiude le porte del futuro:
“Avete degli esempi, Sodoma e Gomorra: non si pentirono, non fecero penitenza e conoscete quello che la giustizia ha fatto di loro. […]. Se non vi convertirete ferro e fuoco scenderà sopra di voi. […]. Quello che voi chiamate pace non è altro che inganno perché manca la conversione e tutto si sta preparando per una satanica guerra” (op. cit., p. 187).

Un’altra apparizione attualissima è quella del 14 agosto 1999:

«La Vergine mi fa vedere religiosi e religiose, sacerdoti, vescovi, cardinali e mi dice: “Sono sordi e stolti! Vedono i segni che sono un richiamo, ma non riflettono sopra questa realtà. […]. Negano Dio uno e trino e si fanno orgogliosamente essi stessi dio”» (op. cit., p. 195).

Il 13 marzo del 2000 la Madonna gli dice:

“la salvezza non è riunire tutte le religioni per farne un ammasso di eresie e di errori, ma convertitevi per l’unità di amore e di fede” (op. cit., p. 204).






chiesaepostconcilio.blogspot.it/14/11/2017













lunedì 13 novembre 2017

Vaticano: si apre dolcemente la porta all'eutanasia






di Benedetta Frigerio (13-11-2017)

“Eutanasia nei paesi Bassi: bilanciare autonomia e compassione”. Non è il titolo di una relazione presentata dai Radicali, ma della sessione di un convegno organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita (dal 16 al 17 novembre) insieme alla World Medical Association. È così, all’insegna del “dialogo” e dello “spirito di apertura e di rispetto”, che in Vaticano si parlerà del “fine vita”. Nessuna menzione della verità sulla vita come mai negoziabile, né della visione cattolica sull’uomo a cui non si fa accenno se non in una sessione in cui si guarda alla morte a partire dal cristianesimo, l’islam l’ebraismo e l’ortodossia messi tutti sullo stesso piano.

Purtroppo però non c’è da sorprendersi, perché da quando la Chiesa ha deciso di mettere la sua stessa dottrina in secondo piano, quasi fosse un’onta, il passo per mettere in discussione ciò che è evidente (quindi non discutibile) è breve. Per questo nei titoli delle relazioni tenute da medici e teologi invitati non vi è traccia di alcuna condanna aperta e ferma all’eutanasia o della difesa della vita dal concepimento alla morte naturali. Figurarsi della spiegazione del perché l’eutanasia è sempre e moralmente inaccettabile (Catechismo della Chiesa cattolica). Troppi muri difensivi farebbero male ai promotori della morte su richiesta, con buona pace degli innocenti che pagheranno con la vita l’assenza di barriere protettive.

È così che, dopo l’apertura del convegno da parte di monsignor Vincenzo Paglia, chiamato da papa Francesco alla guida della Pontificia Accademia per la Vita e dopo la sessione su “Eutanasia nei paesi Bassi: bilanciare autonomia e compassione”, interverrà, ad esempio, René Héman, presidente dell'Associazione dei medici tedeschi, che nel marzo scorso si è detto d’accordo con la fondazione Levenseindenkliniek (una clinica dell’eutanasia) sul fatto che quanti scelgono l’obiezione di coscienza debbano comunque aiutare il paziente a trovare un altro medico disposto ad ucciderli, collaborando così con un male assoluto, aggiungendo che si tratta di “una responsabilità morale e professionale”.

Subito dopo, a parlare di “Suicidio assistito in Svizzera: pratiche e sfide”, ci sarà la dottoressa Yvonne Gilli, membro del Green Party svizzero, di cui se non sono chiare le posizioni personali in merito al tema, si conoscono quelle sulla necessità di controllare le nascite e di ridurre la popolazione attraverso la contraccezione. Nel pomeriggio si dibatterà poi di “Eutanasia, suicidio assistito e common law”, come se l’eutanasia fosse ormai un dato di fatto con cui bisogna fare i conti. E subito dopo Volker Lipp, professore di diritto civile all’università Georg-August di Gottingen, terrà una lezione su “Eutanasia e suicidio assistito”, nella convinzione che siano necessari strumenti legali per obbedire alle volontà del paziente. Lipp è infatti convinto che nel caso in cui il malato sia incosciente (vedi Eluana Engalro) si debba agire in presenza di un “testamento biologico” o secondo le disposizioni di un tutore, dimenticando così l’agire secondo giustizia del diritto naturale, da sempre difeso dal Magistero della Chiesa come unico argine al potere del più forte. Non solo, perché Lipp è anche favorevole alla sospensione di alimentazione e idratazione.

Il secondo giorno del convegno, sarà aperto da Heidi Stensmyren, presidente dell’Associazione dei medici svedesi, contraria all’eutanasia, ma anch’essa favorevole a quella “mascherata” sotto il nome di “sedazione terminale”, per cui, ha spiegato il medico “è consentito avviare un trattamento sintomatico in dosi tali che possano accelerare la morte”. Addio, dunque, all’asserzione chiara e indiscutibile del Catechismo per cui la sedazione non può essere praticata con il fine di uccidere e per cui “un’azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore” (N° 2277).

Ma il vero specchio dell’impostazione del convegno è la posizione bioetica descritta dal secondo relatore della mattina, Stefano Semplici, (Commissione internazionale di bioetica dell’Unesco) sulla necessità di bilanciamento degli opposti (ad esempio pro eutanasia e contro eutanasia), per cui, secondo la logica hegeliana, fra una tesi e un’antitesi bisogna trovare una sintesi, che se per Hegel è assoluta, ma che in realtà è fallace poiché la verità non può nascere da una contraddizione. È così, infatti, che Semplici può giustificare l'equivocità della legge 194 sull’aborto come un buon compromesso e la sentenza del 1975 della Corte costituzionale che “riconosceva il fondamento del principio della tutela del concepito e, al tempo stesso, l’impossibilità di garantire ad esso «una prevalenza totale ed assoluta» rispetto alla volontà e agli interessi di chi è già persona e non solo lo diventerà: la madre”.

Sulla "sedazione terminale" interverrà anche la francese Anne de la Tour,presidente della società francese di cure palliative, che nel caso di Vincent Lambert, il paziente francese incapace di esprimersi, la cui famiglia lottò perché non fosse privato di alimentazione e idratazione contro la volontà della ex moglie che voleva la sua morte per fame e per sete, difese la sentenza europea a favore dell'eutanasia dell'uomo dicendo che “non è sempre facile per la famiglia accettare” e che se ci fosse stato il “testamento biologico” questo “dramma familiare non si sarebbe verificato”.

Guardando invece ad alcuni scritti di Ralf Jox, dell’università di Monaco, chiamato ad esprimersi in merito a “Fine vita e dibattito pubblico in una società democratica”, si legge che la privazione di alimentazione e idratazione è omicidio. Peccato che Jox, in nome della difesa della vita, nel 2014 presentò insieme ad altri colleghi una proposta di legge per la legalizzazione del suicidio assistito in Germania, spiegando che “chiunque è serio nel proteggere la vita, deve mettere in campo regole per il suicidio assistito responsabile”.

Anche in questo caso una bella sintesi con cui ci si illude che si possa accontentare tutti (pro life e pro choice) evitando scontri. Viene da chiedersi se avverrà così che, in nome della difesa della vita, si accetterà la normalizzazione dell’omicidio legale pur dichiarandosi cristiani pro life. E vien proprio da pensare che l’astuzia luciferina si è affinata sempre più.

Infatti, mettendo in discussione le evidenze in nome del dialogo, della conciliazione e della pace hegeliana (quella che ha prodotto il marxismo e il totalitarismo comunista), il Vaticano apre la porta a posizioni diaboliche alimentando una grande confusione su ciò che andrebbe difeso senza compromessi come un bene indiscutibile. E dimenticando che sul male assoluto e intrinseco di un atto, ossia con il diavolo, non si può negoziare senza perdere totalmente il solo “spirito” che il mondo come non mai odia, ma che continua ad essere l’unico a poterlo salvare, quello di Cristo. Che dolore e che tragedia, quindi, nel vedere il Volto della Verità relativizzato per vergogna dalla Chiesa stessa (che dovrebbe proclamarlo con fierezza), ormai pronta a lasciare l’uomo in preda allo smarrimento e alla violenza del potere in cambio del piatto di lenticchie di una falsa pace. Che comunque, presto o tardi, finiranno, lasciando morire di fame (e di sete) i suoi figli.