di Fabio Fuiano, 14 gennaio 2026
In un precedente articolo abbiamo parlato dell’iniziativa del vescovo di Ventimiglia-Sanremo, mons. Antonio Suetta, di istituire una campana per ricordare i bambini vittime dell’aborto. Le reazioni del mondo abortista, come prevedibile, sono state ampie e violente. Il Consigliere della Parità della regione Liguria, era arrivata a scrivere una lettera di protesta direttamente a papa Leone XIV. L’ultima notizia è quella di una manifestazione pubblica, in programma per sabato 17 gennaio a Sanremo, promossa da Radicali Italiani e diverse associazioni del territorio.
Nel loro comunicato, i promotori hanno criticato le affermazioni di mons. Suetta riguardo alla 194 e, in particolare, il suo appello al rispetto del diritto naturale, evidenziando come «gesti simbolici che alimentano senso di colpa o giudizio morale non favoriscono il dialogo». Provvidenzialmente, il Pontefice ha risposto con parole molto chiare, in occasione del discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede del 9 gennaio scorso. Partendo dalla sapiente visione dell’opera De Civitate Dei di Sant’Agostino, il Papa ha sottolineato come «per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro».
Non c’è dialogo possibile con chi nega il dato di realtà, in special modo relativamente alla natura umana e alla legge naturale, inscritta nel cuore dell’uomo, che da essa deriva. Infatti, prosegue il Pontefice, ai nostri giorni «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti».
Si pensi, per esempio, alla negazione dell’umanità del concepito, che l’abortismo degrada alla sua mera componente cellulare senza minimamente considerare quella perfetta organizzazione, orchestrata dall’anima umana razionale, che lo porterà in breve tempo ad assumere la forma umana. Uno degli errori di fondo di alcuni abortisti sta nel capovolgere il legame che lega la natura umana alla forma umana: non è questa a determinare quella, ma il contrario. Anche se nelle primissime fasi il concepito non condivide la forma di un uomo (cosa che, comunque, avviene ben presto), ciò non implica che non ne condivida la natura. Se il concepito non fosse un essere umano, già dal principio, non potrebbe mai attualizzare le successive fasi della sua crescita. Embrione, feto, bambino, adolescente, adulto e anziano sono infatti solo fasi – dapprima potenziali mache col passare del tempo si attualizzano in sequenza – di una medesima natura, quella umana, già in atto dal concepimento. Il valore di un essere umano non dipende dalla fase in cui si trova, ma dal fatto di essere uomo: un bambino non “vale meno” di un adulto, così come un embrione non dovrebbe valer meno di un bambino.
Chiarire i termini significa riagganciarli alla verità che essi esprimono e costruire quel fondamento senza il quale non è possibile intendersi. Senza la verità, non avrebbe senso discutere perché nulla potrebbe essere affermato. In effetti, continua papa Leone XIV, «il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
Da questa deriva ne conseguono altre «che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».
Se non si parte dalla realtà del concepito, dalla sua reale identità, è impossibile comprendere per quale motivo l’aborto, lungi dall’essere un diritto, sia in verità un delitto la cui esecuzione entra in conflitto con la coscienza morale.
Le parole del Pontefice giungono provvidenzialmente in risposta a coloro che attaccano un vescovo semplicemente per aver ricordato una verità elementare sull’essere umano. Infatti, il Papa ha voluto mettere l’accento sulla difesa della vita nascente e sulle condizioni necessarie per attuarla: «la vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio».
Proprio alla luce di questa profonda visione della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile, si impone «il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste c’è l’aborto, che tronca una vita in crescita e rifiuta di accogliere il dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita».
Il Pontefice ha ragione a porre tra virgolette le parole “diritto” e “sicuro” in relazione all’aborto. Se si riconosce che l’aborto consiste nell’intenzionale soppressione di un essere umano innocente è impossibile parlare di “diritto”, come già ricordato in passato. D’altro canto, l’unica accezione in cui si potrebbe legare la parola “sicuro” all’aborto, è considerarlo come sicuramente lesivo della vita del concepito nonché mortale per l’anima della madre e di chi lo esegue. Altrettanto vero è che, in base all’iniqua 194, l’aborto viene sovvenzionato col denaro dei contribuenti, facendo sì che tutti, volenti o nolenti, siano indirettamente cooperatori di questo massacro silenzioso.
Di fronte all’imperterrita violenza del mondo abortista, la tentazione di indietreggiare e la paura di essere isolati possono essere grandi. Ma la speranza è che le parole di papa Leone XIV possano rinfrancare l’anima di tutti i pro-life continuamente in trincea per difendere la vita umana innocente in ogni sua fase.

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