sabato 3 gennaio 2026

Perché i sacerdoti anglicani stanno diventando cattolici?



Vi proponiamo – nella traduzione di Messainlatino – l’articolo di mons. Michael James Nazir-Ali, pubblicato il 31 dicembre sul settimanale The Catholic Herald, in cui si spiega il perché un terzo delle recenti ordinazioni sacerdotali cattoliche nel Regno Unito riguarda ex sacerdoti anglicani.

Mons. Michael James Nazir-Ali è un ex cosiddetto «vescovo» della comunione anglicana di origine pachistana, docente in prestigiose università britanniche e membro della House of Lords; nel 2021 si è convertito al Cattolicesimo ed è stato ordinato sacerdote per l’Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham e nel 2022 papa Francesco gli ha conferito il titolo di Prelato d’onore di Sua Santità.




Ci sono tante ragioni quante sono le persone che spiegano perché i sacerdoti anglicani vengono accolti nella Chiesa cattolica. Il rapporto del prof. Stephen Bullivant e altri mostra che circa un terzo di tutti i sacerdoti cattolici ordinati tra il 1992 e il 2024 erano in precedenza sacerdoti anglicani. Si tratta di una cifra piuttosto notevole, che solleva anche interrogativi sull’adeguatezza dell’offerta sacerdotale e pastorale all’interno della stessa Chiesa cattolica. Questo fenomeno non è limitato all’Inghilterra e al Galles. Accessioni simili al Cattolicesimo si stanno verificando in Scozia, negli Stati Uniti d’America, in Canada e altrove.

Una delle ragioni alla base di questo fenomeno è il disincanto nei confronti della pretesa anglicana di essere «cattolica» senza il Papato. Agli anglicani veniva insegnato che la loro chiesa non richiedeva loro di credere in nulla che la Chiesa dei Credo e dei Padri non credesse. Si tratta di un’affermazione molto ampia che può essere verificata in diversi modi. Il desiderio anglicano di innovazione dottrinale, morale ed ecclesiale negli ultimi anni ha sollevato acute domande sulla sua sostenibilità.

Il dialogo con la Chiesa cattolica, iniziato dopo lo storico incontro tra San Paolo VI e Arthur Michael Ramsey, «arcivescovo» anglicano di Canterbury, è stato inizialmente molto positivo. La Commissione internazionale anglicano-cattolica, di cui sono stato membro per lungo tempo, ha prodotto accordi sull’Eucaristia e sul sacerdozio ministeriale che sono stati infine approvati sia dalla Chiesa cattolica sia dalla comunione anglicana come conformi alla loro fede e al loro insegnamento. C’è stata anche un’importante convergenza su questioni di autorità nella Chiesa, sul ruolo della Beata Vergine Maria e persino su questioni morali urgenti, come la natura del matrimonio e della famiglia, l’aborto e la sessualità umana.

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire. Il problema che si presentò quasi immediatamente fu la nuova dottrina dell’«autonomia provinciale» promossa da alcune province occidentali, nonostante l’insegnamento delle Conferenze di Lambeth [riunione assembleare di tutti i «vescovi» della comunione anglicana: N.d.T.] riguardo ai limiti della verità e dell’amore su tale autonomia. I primi segnali sono stati l’allentamento della disciplina matrimoniale e la crescente accettazione di un nuovo matrimonio dopo il divorzio, anche tra il clero. La decisione unilaterale di ordinare donne al sacerdozio da parte di alcune province è stata inevitabilmente seguita dalla loro ordinazione all’episcopato. Sono stato testimone degli appelli di tre Papi consecutivi alla comunione anglicana, alla luce dell’accordo sul ministero ordinato nella Chiesa, a non intraprendere tali passi in modo unilaterale. La risposta è stata sempre: «Anche se lo volessimo, non potremmo impedire questo sviluppo se la provincia ha preso una decisione canonica in tal senso».

La stessa logica ha poi portato, negli anni Duemila, all’ordinazione episcopale negli Stati Uniti d’America di una persona divorziata, che aveva una relazione omosessuale. La comunione anglicana non è stata in grado di prendere alcuna misura disciplinare contro la chiesa episcopale per un’azione senza precedenti. Mentre presentavo la possibilità di un patto tra le chiese anglicane per impedire in futuro azioni unilaterali da parte di una o dell’altra chiesa, mi è stato detto durante il General Synod of the Church of England: «Se pensi che permetteremo a qualcuno al di fuori dell’Inghilterra di dirci cosa fare, ti sbagli di grosso!». Ricordo di aver pensato allora che qualunque cosa fosse la Chiesa cattolica, non poteva essere questo.

A queste innovazioni se ne sono ora aggiunte altre relative a questioni di identità di genere e sacerdozio, linguaggio su Dio, disciplina sacramentale nelle chiese e molto altro. Non è solo l’assenza di disciplina a preoccupare alcuni, ma anche la sua attiva prevenzione.

Ci sono stati tratti ammirevoli conservati in altre tradizioni cristiane. Molti di noi hanno applaudito il modo in cui le Chiese ortodosse e le antiche Chiese orientali hanno conservato la Tradizione apostolica nel corso dei secoli e di fronte alle gravi sfide alla loro vita comune. Alcuni di noi apprezzano anche il modo in cui gli evangelici hanno sostenuto l’autorità biblica.

Ci sono, tuttavia, alcuni fattori importanti che indicano la necessità di una piena comunione con la Chiesa cattolica. Uno di questi riguarda le dimensioni sincroniche e diacroniche della Cattolicità. Dato che nessuna Chiesa è perfetta e che ci sono stati errori e fallimenti da ogni parte, dove possiamo trovare la Grande Tradizione che si trasmette di generazione in generazione, di cultura in cultura e in tutto il mondo? Sebbene la diversità etnica e culturale debba essere presa sul serio, essa non può definire la Chiesa, la cui universalità dovrebbe essere chiara e saldamente mantenuta.

C’è poi la questione dell’autorità nella Chiesa. È vero, naturalmente, che le Scritture sono, come insegna la costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione, definitive e orientano tutto l’insegnamento della Chiesa. Sono anche, come ha scritto San Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Ut unum sint sull’impegno ecumenico, la massima autorità in materia di fede. La questione, quindi, è come interpretarle affinché le donne e gli uomini cristiani possano vivere secondo il loro insegnamento. Non c’è dubbio che gli studiosi della Bibbia, dei Padri e dei Credo debbano avere la parola definitiva riguardo alle origini e alla trasmissione dell’insegnamento apostolico, alle fonti che stanno dietro ai documenti che abbiamo e alle intenzioni degli scrittori, dei compilatori e degli editori nel loro lavoro. Né si può tornare indietro sull’accesso dei laici alle Scritture e alle fonti della Tradizione apostolica nel suo insieme.

Quando tutto questo viene fatto, la questione che si pone riguarda chi decide cosa significano le Scritture e la loro applicazione nella vita della Chiesa, cioè la Tradizione apostolica, in questa o quella situazione o nell’affrontare questo o quel problema che è sorto nell’impegno della Chiesa con le culture che la circondano.

Vale a dire che tale impegno deve essere basato su principi. Ci deve essere la conservazione del Vangelo della redenzione stesso, un’azione conservatrice sul passato, la continuità dei principi e un’anticipazione del futuro. Questo impegno della Chiesa con il mondo si svolge in modi diversi, dalla Parrocchia al Papato. I Vescovi, insieme al Vescovo di Roma, e lo stesso Vescovo di Roma, hanno il dovere, tenendo conto del sensus fidelium dei fedeli e del lavoro degli studiosi, di dichiarare, con vari gradi di autorità, cosa significano le Scritture e la Tradizione apostolica in questo o quel contesto o in relazione a questa o quella questione. Senza tale autorità dottrinale, la Chiesa sarebbe una nave senza timone, sballottata dalle onde delle mode mutevoli in un mondo sempre più frammentato.

Per molti di noi, la situazione della chiesa d’Inghilterra e della comunione anglicana nel suo complesso rivela ciò che accade in una comunità ecclesiale in cui manca tale autorità dottrinale. Dovrebbe essere chiaro, naturalmente, che i pastori della Chiesa si limitano a dichiarare, confermare o chiarire la fede della Chiesa in relazione a particolari questioni che sono sorte per i fedeli. Essi non possono cambiare la fede che è stata trasmessa ai santi una volta per tutte, come ci ricorda il Libro di Giuda 1,3.

È per ragioni come quelle sopra descritte che un numero significativo di membri del clero anglicano ha attraversato, e continua ad attraversare, il Tevere, anche a costo di perdere il proprio status e le proprie amicizie e, per molti, con un notevole sacrificio finanziario.

La disposizione prevista da Papa Benedetto XVI nella costituzione apostolica Anglicanorum coetibus circa l’istituzione di Ordinariati personali per anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa cattolica, portando con sé parte del loro patrimonio, ha segnalato che la Chiesa cattolica era disposta a riconoscere non solo l’eredità comune che Cattolici e Anglicani condividono da prima della rottura con Roma, ma anche gli elementi che si sono sviluppati durante il periodo di separazione. Tale accoglienza non dovrebbe limitarsi all’Ordinariato, ma dovrebbe essere vista come un dono da ricevere da parte di tutta la Chiesa. Né si limita a eventi iconici come il Vespro corale o le liturgie del Book of Divine Worship [Libro del Culto Divino: N.d.T.]. Comprende anche approcci al lavoro pastorale che enfatizzano il rapporto con l’intera comunità in cui si trova la Parrocchia, piuttosto che solo con la congregazione riunita, e un maggiore coinvolgimento dei laici nella gestione degli affari della Chiesa. Il metodo teologico anglicano, che è per istinto induttivo, biblico, patristico e storico, può anche servire come utile complemento ad approcci che possono essere più filosofici, scolastici e allegorici.

La poesia, l’innologia e l’omiletica sono altri ambiti in cui il patrimonio anglicano può contribuire fruttuosamente ai tesori di tutta la Chiesa. Dovremmo considerare il movimento degli anglicani verso la Chiesa cattolica in Inghilterra e in Galles come provvidenziale per rafforzare l’identità della Chiesa cattolica come genuinamente radicata nella cultura e nella storia di un popolo particolare. Per quanto riguarda l’Ordinariato, deve essere consentito il massimo spazio per il suo sviluppo, non solo come variante del rito latino, ma come incarnazione del genio spirituale del popolo di queste isole nella sua espressione della fede cattolica. Con l’arrivo delle Chiese cattoliche orientali in Occidente, ci stiamo abituando alla grande diversità della Chiesa universale. All’interno di questa diversità, l’Ordinariato deve assumere il proprio posto.

Dati i recenti sviluppi nella chiesa d’Inghilterra e nella comunione anglicana, molti membri del clero e laici sono perplessi sul futuro. In questa situazione, il movimento verso la Chiesa cattolica continuerà. Che si tratti di un’ondata o di un flusso costante dipenderà dal fatto che la denominazione si muova ulteriormente verso il protestantesimo liberale e dalla velocità con cui ciò avverrà. Dipenderà anche dall’accoglienza che la Chiesa cattolica saprà riservare e dalle disposizioni che saranno prese per coloro che arriveranno. La visione del Concilio Vaticano II per la riunificazione dei Cristiani sta diventando realtà, ma in un modo forse non previsto dai Padri conciliari.






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