giovedì 15 gennaio 2026

Il documento del cardinale Roche al Concistoro: come tradire la Tradizione in dieci mosse







Aldo Maria Valli, 15 gen 2026



di Radical Fidelity

Il documento che, secondo un articolo di Diane Montagna [qui], è stato presentato dal cardinale Arthur Roche al Concistoro straordinario del gennaio 2026, pretende di difendere la “sana tradizione” e allo stesso tempo di sostenere una teoria di riforma liturgica perpetua.

Se il modo in cui Roche tratta il concetto di Tradizione cattolica è corretto, allora io sono un viaggiatore del tempo proveniente dal pianeta Zorg.

A un esame più attento, i fondamenti teologici di questo documento di due pagine, che costituisce una difesa appena velata della “Traditionis custodes”, si dimostrano incompatibili con il magistero della Chiesa pre-Vaticano II e con la teologia cattolica classica. Di seguito sono presentate dieci ragioni per cui le argomentazioni di Roche risultano ridicole e infondate se lette alla luce della tradizione.

Ridefinisce la tradizione in un modo sconosciuto alla teologia cattolica

Il documento afferma che la Tradizione non è la trasmissione di forme fisse, ma un “fiume vivo” soggetto a continuo cambiamento. Questa nozione contraddice direttamente la concezione perenne sostenuta dalla Chiesa della traditio come ciò che viene tramandato.

Il Concilio di Trento definì la Tradizione come ciò che era “ricevuto dalla bocca di Cristo stesso, o dagli Apostoli, sotto la dettatura dello Spirito Santo” (Sessione IV). San Vincenzo di Lerino sostenne che lo sviluppo legittimo avviene solo “nello stesso senso e con lo stesso giudizio” (eodem sensu eademque sententia). Una Tradizione che altera la sua sostanza è corrotta, non viva.

Tratta il rito romano come storicamente contingente piuttosto che normativo

Il documento presenta la liturgia romana come una serie di fasi culturalmente condizionate, sottintendendo che nessuna forma possiede autorità normativa. Questa visione è estranea alla teologia cattolica. San Tommaso d’Aquino insegna che il culto divino appartiene alla virtù della religione proprio perché è regolato da Dio, non da un’invenzione umana (ST II–II, q. 93). Una volta che i riti sono approvati dalla Chiesa, partecipano alla stabilità morale perché sono ordinati al Dio immutabile. Il Rito Romano non è un’opzione storica tra tante; è la norma ricevuta dalla Chiesa.

Mina l’autorità vincolante del “Quo primum”

Sebbene il documento citi papa san Pio V, ne svuota le parole. Nel “Quo primum” (1570), Pio V promulgò il Messale Romano non come disciplina temporanea, ma come soluzione permanente in seguito al Concilio di Trento. Dichiarò che il Messale sarebbe rimasto valido “in perpetuo” e che nessuno avrebbe mai potuto essere obbligato ad abbandonarlo. Non si trattava di un artificio retorico. Trento cercò di salvaguardare l’unità dottrinale attraverso l’immutabilità liturgica. Sostenere che le generazioni successive possano semplicemente ignorare questo accordo significa negare l’autorità di un concilio ecumenico e del suo esecutore papale.

Contraddice l’insegnamento di Trento sull’infallibilità dei riti ricevuti

Il Concilio di Trento ha anatemizzato l’affermazione secondo cui le cerimonie tradizionali della Chiesa sarebbero “incentivi all’empietà piuttosto che uffici di pietà” (Sessione XXII, Canone 7). Questo canone presuppone che il Rito Romano, così come tramandato, sia teologicamente sano e spiritualmente efficace. L’affermazione implicita del documento del Concistoro – secondo cui la Messa tradizionale richiedeva una riforma fondamentale per essere pastoralmente o ecclesiologicamente valida – è in diretta contraddizione con questo insegnamento. Se il Rito Romano necessitava di una ricostruzione, Trento si sbagliava.

Ignora i limiti imposti dalla tradizione all’autorità papale

La teologia preconciliare non ha mai concepito l’autorità papale come creativa o rivoluzionaria in materia di liturgia. Papa Benedetto XIV, un illustre studioso della liturgia, insegnava che il papa è il custode, non l’inventore, dei riti. Papa Pio XII lo ha ribadito nella “Mediator Dei”, affermando che nessuno – nemmeno i vescovi – può alterare la liturgia a suo piacimento. L’autorità sui riti è ministeriale e non dispotica. Il documento del cardinale Roche presuppone un ambito di autorità che i papi precedenti avevano esplicitamente respinto.

Promuove una teoria della “riforma” condannata da Pio XII

Mentre la “Mediator Dei” ammetteva riforme limitate, Pio XII condannava fermamente sia l’antiquariato sia le novità introdotte con pretesti pastorali. Metteva in guardia contro coloro che “introducono nuove usanze” o rimodellano il culto secondo le teorie contemporanee. L’affermazione del documento secondo cui “senza riforma liturgica non c’è riforma della Chiesa” sarebbe risultata incomprensibile a Pio XII. Per lui, la liturgia riforma la Chiesa proprio rimanendo stabile, trasmettendo dottrina e spiritualità immutate.

Sostituisce un concetto moderno di partecipazione a quello tradizionale

Il documento presuppone che la partecipazione richieda un’attività verbale o rituale esterna. La teologia preconciliare insegnava il contrario. Sant’Alfonso de’ Liguori e innumerevoli autori spirituali insistevano sul fatto che la vera partecipazione alla messa consiste principalmente nell’unione interiore con il Sacrificio di Cristo, non in risposte udibili. La messa romana tradizionale formava i santi proprio perché orientava l’anima alla contemplazione, non all’espressione di sé.

Afferma falsamente che l’unità richiede uniformità liturgica sotto un’unica forma moderna

Storicamente, il rito romano ha unificato la Chiesa per secoli proprio perché era stabile e universale. Il latino permetteva ai cattolici di venerare e pregare in tutti i continenti con una sola voce. Pio V cercò l’unità sopprimendo la novità, non imponendo l’adattamento. Affermare ora che l’unità esiga la soppressione della messa tradizionale è storicamente e teologicamente incoerente. La messa che un tempo incarnava l’unità non può improvvisamente diventarne nemica.

Implica che la Chiesa preconciliare fosse liturgicamente carente

Insistendo sul fatto che la riforma liturgica fosse necessaria per il rinnovamento ecclesiale, il documento accusa implicitamente secoli di culto cattolico di essere stati pastoralmente inadeguati. Questa insinuazione è intollerabile. La Chiesa ha evangelizzato nazioni, formato santi e resistito all’eresia sotto il tradizionale rito romano. Affermare che questa liturgia necessitasse di una correzione strutturale significa insinuare che lo Spirito Santo abbia fallito nella Sua guida della Chiesa per secoli.

Inverte il principio cattolico secondo cui il culto forma la fede

La massima lex orandi, lex credendi ha sempre significato che la preghiera della Chiesa salvaguarda la sua fede. Il documento del cardinale Roche inverte questo principio, trattando il culto come qualcosa da rimodellare secondo teorie teologiche o strategie pastorali. Ma come insegnava il cardinale Gaetano, “la Chiesa è la custode, non la padrona, dei sacramenti”. Lo stesso vale per i suoi riti. Quando il culto è trattato come malleabile, la dottrina segue presto.

Conclusione

Il documento del cardinale Roche non rappresenta la continuità con la tradizione cattolica, ma una rottura mascherata da inevitabilità storica. La sua teologia circa Tradizione, autorità, riforma e culto sarebbe stata respinta dai papi, dai concili e dai teologi che hanno fondato il Rito Romano.

La messa tradizionale non si oppone alla Chiesa. È il culto della Chiesa ricevuto, santificato e tramandato.

Per i cattolici fedeli al magistero preconciliare, la conclusione è una sola: il contenuto di questo documento deve essere respinto.



radicalfidelity






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