giovedì 31 dicembre 2015

Te Deum laudamus perché Tu sei con noi


                             
Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 31 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti), che è l’ultimo numero del 2015 e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2015 Tempi ospita, tra gli altri, i contributi di Antonia Arslan, Sinisa Mihajlovic, Luigi Brugnaro, Marina Terragni, Totò Cuffaro, Gilberto Cavallini, Luigi Negri, Costanza Miriano, Mario Adinolfi, Marina Corradi, Roberto Perrone, Renato Farina.
Luigi Negri è arcivescovo di Ferrara-Comacchio.




dicembre 31, 2015 Luigi Negri

Come possiamo non rimanere schiacciati da un mondo che ci umilia e dove conta solo il proprio istinto? È la Tua presenza l’unica ragione che mi fa aprire lietamente gli occhi ogni mattina.

Come tutti gli uomini che cercano di vivere la vita nella fede, per sperimentarne la novità che solo Cristo porta, sono lieto in questo ultimo giorno dell’anno e in questo primo giorno dell’anno nuovo perché, come dice la grande tradizione cattolica, Dio vive. Siamo grati a Dio di averci dato la fede, di averci coinvolto nell’evento straordinario e concretissimo dell’incarnazione del Verbo di Dio nella vita e nella fede di Sua madre. Siamo lieti perché quello che è impossibile all’uomo Dio lo ha fatto (Cf Lc 18,16).

Era impossibile all’uomo comprendere l’enigma di sé, dominare con la ragione le tensioni, le negatività che nascono dalla parte più profonda del proprio cuore e più compromessa dal peccato originale. Sarebbe stato impossibile anche riscoprire la bellezza della vita, il fascino della ragione che conosce, del cuore che ama e coinvolge in questo amore tutta la realtà, cominciando da quella con cui l’uomo stringe un rapporto stabile e definitivo per la vita facendo nascere la famiglia ovvero un flusso di creatività fisica e morale, in cui l’uomo e la donna si incontrano e si promettono fedeltà per sempre.

Sono lieto perché, come tutti i cristiani, riconosco che la mia vita è stata indelebilmente segnata dalla presenza di Cristo. Non l’autore di un messaggio a una esegesi più profonda del quale destinare le nostre energie intellettuali; non l’insegnante di una vita morale al cui centro stia la capacità dell’uomo di fare il bene per sé o per gli altri. Non questo, ma la presenza di un amico, dell’unico amico che è sceso fin nella profondità del nostro cuore e l’ha cambiato assimilandolo in modo definitivo al suo. Il cuore del Figlio di Dio che, come ha umanamente pulsato nel cuore di Gesù di Nazaret, pulsa allo stesso modo, dopo il battesimo, nel cuore di chi si affida a Cristo.

Siamo lieti perché Dio è con noi, perché la vita, come mi ricordava Robert Spaemann – il più grande filosofo vivente – non è correre o scivolare sul sentiero polveroso del nulla, ma affrontare il cammino con Cristo, quel cammino che porta alla pienezza della vita, della verità e della gioia. Conviene ricordare che, di fronte al tempo che passa e alle circostanze della vita, di fronte ai tremendi orrori della società, a cui molti cattolici si ostinano a non dare il giusto peso, l’unica ragione che fa aprire lietamente gli occhi al mattino e li fa chiudere la sera in pace è che il Signore è con noi. Non in modo astratto, pietistico, sentimentale, buonistico; non come un ideale ma come una presenza carnale e storica che noi incontriamo e possiamo seguire nel mistero della Chiesa. Seguendolo possiamo riceverne concretamente il cambiamento dell’intelligenza e del cuore.

Come si farebbe a parlare, come cristiano e come pastore di una Chiesa, senza aprire immediatamente al fondo di questa letizia che viene da Dio? Come si fa a non aprire al problema del peccato che condiziona così gravemente la nostra persona, le strutture della vita sociale, dalla famiglia fino alle grandi strutture nazionali, internazionali e mondiali, secondo la penetrante e definitiva analisi fatta da Benedetto XVI in Caritas in veritate? Come si fa a non sentire l’umiliazione di una società in cui l’unico criterio di comportamento è quello dell’affermazione della propria soggettività individuale e la realizzazione dei propri istinti? Come si fa a non avere orrore di queste violenze familiari che insanguinano il nostro paese con una serie di omicidi-suicidi, questa violenza sui bambini, sui vecchi, questa terribile volontà di manipolazione della vita che comincia prima della nascita per affrettare poi la fine con l’orrenda immagine di una morte dolce o dignitosa? Come non provare orrore di fronte alla disgregazione della famiglia, contro la sacralità della sua vocazione sostituita da pseudo convivenze ritenute famiglie? Come non provare orrore di fronte alla volontà di procreare attraverso procedimenti disumani ed inaccettabili?

Questo peso rischia di schiacciarci. Di fronte a questa realtà c’è l’ipocrisia di chi non vede il peccato, non lo riconosce o lo nega scaricandolo sulle strutture psicologiche, affettive e sociali. In questa società ciò che conta è il benessere e un’insaziabile volontà di denaro e di possesso. Se non guardassimo in faccia al nostro male e al male del mondo non avremmo neanche la capacità di riconoscere la grandezza della fede. La fede è ciò che ha permesso che, da rovine e macerie o da ossa inaridite, rinascessero l’uomo e il mondo. È rinato un popolo nuovo che ha Dio come Padre, Cristo come fratello e insieme a Cristo tutti gli uomini come fratelli e sorelle. La consapevolezza della certezza della fede che incontra il peccato non lo fa diventare spunto per un giudizio negativo permanente ma lo riconosce come oggetto di perdono: su questo male cala la misericordia di Dio.

Un mio professore di Venegono amava dire, spiegando la grazia di Cristo, che essa ci fascia tutta la vita. Questo è il motivo per cui siamo lieti, perché Dio ha avuto e ha misericordia di noi e ci fa partecipare vivamente di questa misericordia al punto tale – come ha ricordato papa Francesco – da poterla attuare nel mondo per il bene nostro e di tutti gli uomini senza nessuna distinzione o discriminazione.

Siamo lieti perché, resi oggetto della misericordia del Padre, diventiamo attori di questa nella vita degli uomini e portiamo loro il volto più autentico di Cristo. Per questa ragione il nostro metterci lietamente al servizio di tutte le povertà che incontriamo, e che qualche volta sembrano dilagare e mettere in crisi le nostre poche possibilità di intervento, diventa elemento di gratitudine a Dio. Dobbiamo diventare protagonisti attivi della misericordia di Dio nel mondo e far fiorire, come è accaduto sempre nella vita della Chiesa, la carità dalla verità, il perdono dalla giustizia, dalla inesorabile consapevolezza che l’uomo non basta a se stesso il dono purissimo e grandissimo di un amore che affratella uomini che non avrebbero nessuna ragione per condividere la vita.

Questi sono gli aspetti del mio Te Deum in cui mi trovo a ringraziare il Signore per tutto quello che ho già detto, ma in modo particolarissimo lo ringrazio perché – al di là di ogni merito e nonostante i miei errori – in questi ultimi mesi il Signore ha voluto associarmi in modo significativo alle sofferenze che egli ha già vissuto per la redenzione del genere umano. Essere stato chiamato a partecipare in maniera particolare, provvisoria alle sofferenze del Signore, se da un lato non ha diminuito tutto il dolore e la lacerazione di una vita che è stata ingiustamente assalita e nella cui sofferenza non è mancato il tradimento di molti amici, dall’altro tutto questo mi fa guardare con rinnovato slancio il nuovo anno e affermare che la mia fede è più approfondita ed è più netta la mia carità, perché sono più disponibile a consumare l’esistenza ogni giorno affinché il Regno di Dio accada nel mondo, come ricordava nella sua prima grandiosa lettera pastorale il beato cardinale Schuster introducendosi in quel grande servizio alla Chiesa di Milano che lo rende a distanza di decenni forse il più grande dei vescovi milanesi.

Vorrei concludere ricordando che ho avuto l’avventura, o la grazia, di condividere qualche ora della vita e della sofferenza del cardinale Giacomo Biffi nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte, quando ormai reso silenzioso con la forza e la vivacità degli occhi diceva la sua approvazione o il suo diniego a quello su cui discutevamo, soprattutto delle fatiche che la Chiesa vive oggi. In quelle ultime ore trascorse insieme mi ha ricordato, quasi con voce spezzata dal pianto, una fondamentale verità, ossia che la più grande povertà che possa capitare a un uomo è quella di non conoscere la verità di Cristo.


 
Tempi.it

Essere cattolici significa essere mariani

 
 
 
 
Francois Mauriac in Jean Guitton, La Medaglia Miracolosa, La Vergine a Rue du Bac p.79:
“ come mi pongo oggi nei confronti di questo disagio? Quando mi esamino , mi rendo conto che , dopo aver allora denunciato gli eccessi di quella che chiamavo mariolatria , quando temevo nuove definizioni dogmatiche riguardanti la vergine , oggi mi diventa evidente un altro pericolo; sarebbe quello di dimenticare che il culto della Madre di Dio ( è questo il titolo che il concilio di Efeso attribuisce alla Vergine) rimane un segno di verità e di autenticità che caratterizza per sempre la santa Chiesa . E’ grazie alle due Chiese di  occidente e di oriente che si realizza la profezia del Magnificat, messe da san Luca sulla sulla bocca della Vergine : “ et beatam me dicent omnes generationes”. Se la Vergine si è manifestata a la Salette , a Massabielle , alla Rue du Bac, a Sant’Andrea delle fratte , ciò è dovuta al fato che la Chiesa Cattolica ha osato in qualche modo , esaurire il senso della parola evangelica: “ tu sei benedetta fra le donne” . Noi non dobbiamo allontanarci dalla Vergine per avvicinarci ai nostri fratelli protestanti. Dobbiamo darla o restituirla ad essi, nella misura in cui l’hanno perduta. Ma noi conserviamo gelosamente il nostro tesoro”.
 
Cristianesimo religione mariana : nessuno è più cristiano di maria nessuno è più mariano di CristoGesù si oscura quando Maria è messa in ombra .
Padre Faber
 
"[...] da sempre è stato chiaro che la cattolicità non può esistere senza un atteggiamento mariano, che essere cattolici significa essere mariani, che l’amore per la Madre significa che nella Madre e per la Madre troviamo il Signore"
Benedetto XVI
 
 
 
 
 
 
 

mercoledì 30 dicembre 2015

Natale: l'ora della fiducia nella notte del mondo

 


 
di Roberto de Mattei
 
Il Santo Natale non è solo una tradizione culturale dell’Occidente o la semplice memoria, cara ai cristiani, di un fatto storico accaduto in Palestina 2015 anni fa. Natale è il momento in cui il Redentore dell’umanità si fa presente a noi in una culla, chiedendoci di adorarlo come Re e Signore dell’universo. La Natività è, sotto questo aspetto, uno dei misteri centrali della nostra fede, la porta che permette di entrare in tutti i misteri di Cristo.

Papa san Leone Magno (440-461) scrive: «Colui che era invisibile nella sua natura si è reso visibile nella nostra. L’incomprensibile ha voluto essere compreso; Lui che è prima del tempo, ha cominciato ad essere nel tempo; il Signore dell’universo, velando la sua Maestà, ha ricevuto forma di schiavo» (Sermo in Nativitate Domini, II, § 2).

La manifestazione nella storia del Verbo Incarnato fu anche l’ora del più grande tripudio degli Angeli. Fin dal momento della loro creazione, all’alba dell’universo, essi sapevano che Dio si sarebbe fatto uomo e lo avevano adorato, abbagliante all’interno della Santissima Trinità. Questa Rivelazione aveva irrimediabilmente separato gli angeli fedeli e quelli ribelli, il cielo e la terra, i figli della luce e quelli delle tenebre. A Betlemme giunge finalmente per gli Angeli il momento di prostrarsi di fronte al Divino Infante, causa e mezzo, come scrive padre Faber, della loro perseveranza.

Le armonie del Gloria in excelsis inondarono il Cielo e la terra, ma furono udite quella notte solo dalle anime che vivevano nel distacco dal mondo e nell’amore di Dio. Tra queste erano i Pastori di Betlemme. Essi non appartenevano alla cerchia dei ricchi e dei potenti, ma nella solitudine e nelle veglie notturne attorno ai loro greggi, conservavano la fede di Israele Erano uomini semplici, aperti al meraviglioso, e non si stupirono dell’apparizione dell’Angelo, il quale facendo sfolgorare su di loro una luce celeste, disse: «Ascoltate che io vi porto una buona nuova, di gran gaudio per tutto il popolo, perché è nato oggi a voi il Salvatore, che è Cristo Signore, nella Città di Davide. Questo sarà per voi il segno per riconoscerlo e riverirlo: che troverete un Bambino appena nato, avvolto in fasce che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 11-12).

I Pastori seguirono docilmente le indicazioni dell’Angelo e furono guidati fino alla Grotta, dove trovarono il Bambino nella mangiatoia, con Maria e san Giuseppe: «Invenerunt Mariam, et Joseph et Infantem positum in Praesepio» (Lc 2, 16). Ebbero la grazia di essere i primi, dopo Maria e Giuseppe, ad offrire sulla terra un atto di adorazione esterna al Bambino di Betlemme. Adorandolo, compresero che nella sua apparente fragilità, Egli era il Messia promesso, il Re dell’universo. Natale è la prima affermazione della Regalità di Cristo e la mangiatoia è il suo trono. La mangiatoia era anche lo scrigno della Civiltà cristiana che nasceva e i Pastori ne furono i primi profeti. Il programma di questa Civiltà era raccolto nelle parole che una miriade di Angeli proclamò quella notte: «Sia gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2, 14).

Con immensa gioia, i Pastori andarono ad annunciare ovunque, nei campi e nei monti, la lieta novella. «Omnes qui audierunt mirati sunt» (Lc 2, 18), tutti rimasero meravigliati, ma non tutti si mossero verso la capanna di Betlemme. Molti erano immersi nelle loro occupazioni e rinunciarono a uno sforzo che avrebbe cambiato la loro vita, nel tempo e nell’eternità. Tanti altri passarono davanti alla Grotta in quei giorni, vi si affacciarono forse incuriositi, ma non compresero, o non vollero comprendere, la meraviglia dell’evento.

Eppure la Regalità del Bambino Gesù fu riconosciuta da alcuni tra gli uomini più sapienti del tempo. I Magi, Re dell’Oriente, erano uomini i cui sguardi erano assorti nelle cose celesti, quando nel Cielo apparve loro una stella. La stella fu per i Magi ciò che l’Angelo era stato per i Pastori: la voce di Dio che dice di sé «Ego sum stella splendida et matutina» (Apoc. 22, 16). Anche i Re Magi, come i Pastori, corrisposero perfettamente all’impulso divino. Essi non furono gli unici a vedere la stella, e forse non furono gli unici a comprenderne il significato, ma furono i soli a mettersi in marcia verso Occidente. Altri forse capirono, ma non vollero abbandonare il loro Paese, le loro dimore, i propri affari.

I Pastori erano vicini, i Magi lontani da Betlemme, ma a entrambi si applica il principio per cui, chi cerca Dio con purezza di cuore non è mai abbandonato. Pastori e Magi recarono doni, di diverso valore, ma sia gli uni che gli altri offrirono il dono più grande che avevano. Essi donarono al santo Bambino gli occhi, le orecchie, la bocca, il cuore, tutta la loro vita; in una parola consacrarono il proprio corpo e la propria anima alla Sapienza Incarnata e lo fecero attraverso le mani di Maria e di Giuseppe, alla presenza di tutta la Corte celeste.

In questo imitarono la perfetta sottomissione alla Volontà di Dio di Gesù Bambino, che da Dio-Verbo si è annientato in forma di schiavo della Volontà divina, e poi si è lasciato condurre per tutti gli stati, fino alla morte di Croce e alla gloria: non ha scelto i suoi stati, ma ci si è lasciato guidare, momento per momento, dall’ispirazione della Grazia, come scriveva un mistico del XVII secolo (Jean-Baptiste Sainte-Jure, Vita di Gaston de Renty, tr. it. Glossa, Milano 2007, p. 254). La devozione al Santo Bambino è una devozione in cui si sperimenta un radicale abbandono alla Divina Provvidenza, perché quel Bambino avvolto nelle fasce è un uomo-Dio che ha annientato la Sua volontà per fare quella del Padre suo che è nei cieli, e la farà sottomettendosi a due creature eccelse, ma a Lui sottomesse: la Beatissima Vergine Maria e san Giuseppe.

Il Santo Natale è il giorno dell’estremo abbandono alla Divina Provvidenza, ma anche dell’immensa fiducia nei piani misteriosi di Dio. E’ il giorno, scrive ancora san Leone Magno in cui «il Figlio di Dio è venuto a distruggere l’opera del diavolo (1 Gv 3, 8), il giorno in cui si è unito a noi e ci ha unito a Lui, affinché l’abbassamento di Dio verso l’umanità sollevi gli uomini fino a Dio» (In Sermo in Nativitate Domini, VII, § 2). In questo stesso sermone, san Leone denuncia lo scandalo di coloro che, alla sua epoca, salendo i gradini della Basilica di San Pietro, mischiavano le preghiere della Chiesa con invocazioni rivolte agli astri e alla natura: «Che i fedeli – scrive – rigettino questa abitudine condannevole e perversa, che l’onore dovuto solo a Dio non si mescoli più con i riti di coloro che adorano le creature. La Santa Scrittura dichiara: “Tu adorerai il Signore Dio tuo e non servirai che a Lui solo”(Gen. 1, 3) ».

Come non intendere l’attualità di queste parole, mentre sulla facciata della Basilica di San Pietro si proiettano spettacoli neo-pagani e si celebra il culto panteista della Natura? In queste ore buie, i cattolici fedeli continuano ad avere la stessa fiducia che ebbero i Pastori e i Magi che si avvicinavano al Presepio per contemplare Gesù. Natale giunge, le tenebre in cui è immerso il mondo saranno dissipate, e i nemici di Dio tremano, perché sanno che l’ora della disfatta è per essi vicina. Per questo essi odiano il Santo Natale e per questo noi, con sguardo fiducioso contempliamo il Sacro Bambino che nasce e gli chiediamo di illuminare le nostre menti nel buio, di riscaldare i nostri cuori nel freddo, di fortificare le nostre coscienze smarrite nella notte del nostro tempo. Bambino Gesù, che venga il tuo Regno!
 
 
 
 
 
 
 

martedì 29 dicembre 2015

Misericordia, virù ordinata o passione sregolata?

S. Margherita da Cortona: dal concubinaggio alla santità.
La misericordia di Dio

 



L’insegnamento di San Tommaso d’Aquino

La parola misericordia è oggi tra le più abusate e l’improprio utilizzo di un termine così legato alla Sapienza e Bontà divine ha delle conseguenze che si riflettono anche sul modo di intendere la natura di Dio. Se da una parte è vero che vi possono essere più modi d’intendere la misericordia, dall’altra è importante introdurre alcune precisazioni per non approdare a gravi errori in materia di fede e di morale.

In questo breve articolo vedremo alcune capitali distinzioni che San Tommaso fa nella Summa Theologiae ed analizzeremo principalmente la questione di come vada intesa la nozione di misericordia nell’uomo e la nozione di misericordia in Dio. Poste queste distinzioni, utili ad evitare tanto lo scoglio del panteismo che quello correlativo dell’antropomorfizzazione eccessiva di Dio, vedremo quali siano le ragioni e le condizioni della misericordia per i peccatori, seguendo il Dottore Angelico.


La misericordia è virtù “secondo ragione”

San Tommaso parla della misericordia sotto il suo aspetto più propriamente morale nella Secunda Pars e, facendo ricorso all’etimologia, ci spiega cosa sia e come la si debba definire. Si dice misericordia quando qualcuno, guardando alla miseria dell’altro, ha un “misero cuore” o meglio un cuore “commiserevole”[1]. Ovvero il cuore di chi ha misericordia si immedesima con chi è nella miseria e - a sua volta - “si fa misero”. E’ l’attristarsi con chi è triste, ci si identifica in parte con chi sta male e col suo desiderio di bene.

Questo movimento dell’animo è in certa misura qualcosa di innato nella nostra natura, ovvero Dio nella Sua infinita Sapienza ha creato l’uomo dotato di passioni, le quali in sé concorrono a condurci al fine ultimo. Per esempio davanti ad un’ingiustizia evidente si può avere un moto di collera, che può essere santa e giusta e stimolare all’azione per proteggere la verità o chi è ingiustamente vessato. La perfezione della creazione ha previsto infatti che per un animale spirituale e sociale come l’uomo, vi fossero delle “reazioni” che in sé hanno lo scopo di stimolare la creatura sensibile al bene proprio e degli altri; tuttavia - principalmente a seguito del peccato originale - le passioni devono essere sempre dirette dalla ragione perché non diventino causa di peccato per la loro sregolatezza.



Per la misericordia vale lo stesso discorso, essa quasi nasce dalle nostre viscere davanti alla “miseria” o al dolore altrui. Vista così la misericordia è un movimento dell’anima che San Tommaso chiama “moto dell’appetito sensitivo”. Aggiunge il santo teologo: “in questo caso la misericordia è una passione e non una virtù”[2]. Ovvero la nostra natura sensibile fa in modo che si scateni una “reazione immediata” davanti alla misera situazione dell’altro, ed a ciò è connessa una spinta interiore nella nostra anima per sollevare il misero da tale male. E’ questo il primo modo di parlare di misericordia, è il livello “più basso”, quello della passione, siamo ancora in un ambito di “reazione immediata”, radicata nel sensibile, che ha bisogno - come le altre passioni - d’essere ordinata dalla ragione.

Vi è poi un altro modo di parlare di misericordia: in quanto moto dell’appetito regolato dalla ragione. Questo caso si riferisce a quel movimento dell’anima per cui razionalmente - e non solo passionalmente - ci attristiamo dell’altrui dolore. Tale movimento per cui il nostro cuore si fa “misero coi miseri” non è solo un grido, un’esclamazione, un palpito, ma è guidato dalla ragione, è ordinato al fine dal nostro intelletto. L’Aquinate spiega, appellandosi all’autorità di Sant’Agostino, che il movimento della misericordia è virtuoso quando serve la ragione, quando resta nell’ordine e nel bene, quando è finalizzato alla conservazione della giustizia dell’ordine divino[3]. Ovvero Sant’Agostino e San Tommaso dicono chiaramente che il fine della misericordia non è un romanticismo compassionevole, che abbraccia tutto e tutti come una girandola impazzita, ma è un moto che il Creatore ha iscritto nella natura umana per una ragione precisa, che è principalmente quella di stimolare gli uomini a sollevare il prossimo dalla miseria per entrare nel giusto ordine voluto da Dio.

Non a caso, sulla scorta di Aristotele, l’Angelico aveva detto poco prima che la misericordia è più intensa quando il misero si trova nel male per questioni fortuite, per esempio quando un male improvviso accade a chi stava sperando nell’arrivo d’un bene, ed ancor più forte è la misericordia davanti al male che giunge a colui che ha sempre scelto il bene. Lì è ancora più intensa perché la vittima non è affatto colpevole, è la sofferenza del giusto, quindi più forte è lo “stimolo” a rientrare nel giusto ordine di cose[4].


La giustizia e la misericordia di Dio

L’Aquinate, dopo essersi occupato di ciò che è l’Amore Divino, tratta alla questione 21 della Prima Pars della Giustizia e della Misericordia di Dio, che sono addirittura unite da una questione unica. Non solo, evidentemente, in Dio esse sono una cosa sola, ma sono anche unite nella trattazione teologica perché per definire l’una non si può prescindere dall’altra. In ogni opera di Dio brillano sempre la giustizia e la misericordia[5].

Prima di andare alla risposta di San Tommaso è bene soffermarsi sulla prima obiezione del primo articolo, poiché essa contiene una distinzione utile per comprendere l’attuale confusione sulla nozione di misericordia. San Tommaso dice infatti, col suo consueto metodo di porre la “quaestio”, che sembrerebbe non competere a Dio la misericordia in quanto essa è una specie della tristezza. Non essendoci in Dio tristezza non può esservi quindi nemmeno misericordia[6].

Il Dottore Comune, che sta ora parlando della misericordia in Dio, procede escludendo dalla misericordia quell’aspetto di “tristezza immediata” che gli uomini provano nel vedere il male altrui, quel “movimento del cuore” che tocca solo la natura sensibile dell’uomo, ma non quella immutabile di Dio. Dio non si “attrista” dell’altrui miseria come succede nella nostra natura sensibile, tuttavia agisce per rimuoverne la causa, per sollevare il misero dal suo peso. In Dio quindi non c’è mai quel disordine che può riscontrarsi nell’uomo riguardo alla misericordia, ovvero non è mai mosso a pietà in modo disordinatamente passionale, ma tutta la sua azione è sempre ordinata e giusta. Un uomo potrebbe attristarsi e provare pena e quindi essere davvero mosso a misericordia (in quanto passione) per un falso mendicante che finge miseria o per delle ragioni futili o per l’amore disordinato di un bene apparente che conduce alla dannazione eterna, e la sua anima potrebbe anche ritrovarsi in grave e sproporzionata angoscia per la situazione “miserevole” del suo prossimo. In Dio non può aversi tale processo, non c’è tale “affetto” derivante dalla passione, ma c’è solo l’ “effetto” - dice San Tommaso - ossia c’è solo la volontà di Dio di sollevare, nell’ordine della Sua giustizia, il misero dall’indigenza materiale o spirituale[7].

Emerge quanto siano insensate quelle teorie (spesso dal substrato panteista) che vorrebbero introdurre la sofferenza e la passione in Dio, per poi affrontare in maniera sentimentale, quando non apertamente edonista, anche le disposizioni della Divina Sapienza intorno alla misericordia. San Tommaso spiega bene che non si possono attribuire a Dio se non in metafora quelle virtù che sono in funzione delle passioni e della loro regolamentazione, e in Dio non ci sono passioni né appetito sensitivo[8], quindi non c’è l’ombra d’un moto di misericordia che non sia in perfetta sintonia con tutta la Sua legge.

Dice San Tommaso “a Dio non compete il fatto d’attristarsi dell’altrui miseria, ma il fatto di sollevare da tale miseria, questo sì Gli compete in massimo grado”[9]. E ciò perché Dio, amando se stesso, ama le sue creature e l’ordine da Lui stabilito in ogni cosa creata, ama i singoli nell’insieme dell’ordine creato e nell’ordine soprannaturale della salvezza, Egli agisce quindi di conseguenza colmando l’assenza di bene in tale ordine. La generosità di Dio si iscrive nella giustizia, nel senso che Egli desidera dare alle creature ciò a cui esse sono ordinate[10], massimamente quindi Dio vuole che le creature spirituali abbiano la salvezza per mezzo della grazia. Egli, desiderando il loro bene soprannaturale, vuol colmare prima di tutto quel “difetto” che potrebbe condurre le anime alla perdizione. Ecco che la misericordia s’esercita al massimo grado e brilla nella conversione del peccatore, laddove l’assenza d’ordine morale nella sua vita - per divina misericordia - si corregge in una vita compatibile con l’infusione della grazia e la salvezza eterna. Un’opera propriamente divina dice Sant’Agostino, “più grande che creare il cielo e la terra”[11].

Si dirà di più, Dio è talmente giusto nella Sua misericordia, che ancora una volta rispetta l’ordine sapiente da Lui stabilito. Se infatti ha voluto l’uomo di natura spirituale e quindi libero, userà sì misericordia, ma rispettando la libertà dell’uomo[12]. Quando per esempio Dio converte il peccatore a vita nuova, si comporta un po’ come un creditore che da un lato dà al debitore quel che deve rendere, dall’altro fa sì che il debitore guadagni quel che è necessario a colmare la lacuna del debito (ed anche oltre), offrendogli Lui tutti gli strumenti. In quest’ordine di giustizia e misericordia è quindi anche necessario che la creatura libera corrisponda alla misericordia con atti volontari e concreti. La misericordia ha quindi un aspetto gratuito e un aspetto legato al merito.

E c’è anche chi non merita misericordia, o meglio chi non la merita più in ordine alla salvezza, come Giuda Iscariota che ha perso il cielo per sempre. Benché la misericordia di Dio arrivi fino all’inferno dove le pene eterne dei dannati non sono così gravi come meriterebbero in strettissima giustizia[13].

“Tutte le vie del Signore sono misericordia e verità” dice il salmista (24,10). Non può essere altrimenti, ogni opera divina procede secondo l’ordine e la proporzione della Sua Sapienza e Bontà. In ogni opera divina deve per forza di cose esserci giustizia così come in ogni opera divina c’è misericordiosa[14]; “in qualsiasi opera di Dio appare la Misericordia come prima radice”[15] e ciò sia nel caso della conversione della Maddalena che della pena eterna di Giuda.


La misericordia per il peccatore

Se si è compresa la spiegazione di San Tommaso si capisce che il peccatore non può muovere Dio a misericordia in quanto volontariamente viola la giustizia divina, ma solo in quanto subisce una pena. Ed è per quest’aspetto di miseria, d’indigenza temporale e spirituale - che sono delle pene - che Dio ha misericordia e non certo per la malizia del peccatore, che invece è da disprezzare. Le menti moderne, comprese quelle di certi pastori, sono invece talmente intrise del primato dell’immanenza, al punto da trasferire nell’intelletto e nella volontà divine quella passione disordinata di misericordia che - lontana da ogni verità e da ogni criterio - “si commuove” ipocritamente davanti all’ostinazione nel peccato, quasi incoraggiandola. E ciò proprio laddove invece il Vangelo predica - perché misericordioso - la fermezza e l’immutabilità dell’ordine divino.

Imitando Dio quindi non si può mai commiserare il peccatore assecondandone la malizia, ma si può provare misericordia per ciò che subisce, ad esempio per i castighi connessi al peccato, per gli attacchi del demonio cui si è sottomesso, per la debolezza e fragilità conseguenti al peccato originale, per le mancanze e le colpe dei pastori che non lo hanno ammonito e lo hanno lasciato cadere nel peccato, abbandonando i peccatori “come pecore senza pastore” (Mt 9,36) [16].

Associazione Chierici “San Gregorio Magno”





[1] S. Th., IIa IIae, q. 30, a. 1, c. : “dicitur enim misericordia ex eo quod aliquis habet miserum cor super miseria alterius”.
[2] Ibidem, a. 3 c. : “dicendum quod misericordia importat dolorem de miseria aliena. Iste autem dolor potest nominare, uno quidem modo, motum appetitus sensitivi. Et secundum hoc misericordia passio est, et non virtus”.
[3] Ibidem : “iste motus animi, scilicet misericordia, servit rationi quando ita praebetur misericordia ut iustitia conservetur : sive cum indigenti tribuitur, sive cum ignoscitur penitenti”. Cfr. anche Ia IIae, q. 59, a.1, ad 3.
[4] S.Th., IIa IIae, q. 30, a. 1, c.
[5] S.Th., Ia, q. 21, a. 4.
[6] S. Th., Ia, q. 21, a. 3, arg. 1.
[7] S.Th., Ia, q. 21, a. 3, c.
[8] S. Th., Ia, q. 21, a. 1, ad 1.
[9] Ibidem, a. 3, c. “Tristari ergo de miseria alterius non competit Deo: sed repellere miseriam alterius, hoc maxime ei competit”.
[10] Ibidem, a.1, ad 3.
[11] S.Th., IIIa, q. 43, a. 4, ad 2.
[12] S. Th., Ia IIae, q. 113, a 3, c.: “Unde et homines ad iustitiam movet secundum conditionem naturae humanae. Homo autem secundum propriam naturam habet quod sit liberi arbitrii. Et ideo in eo qui habet usum liberi arbitrii, non fit motio a Deo ad iustitiam absque motu liberi arbitri”.
[13] S. Th., Ia, q. 21, a. 4, ad 1.
[14] Ibidem, a. 4, c.
[15] Ibidem.
[16] S. Th., IIa IIae, q. 30, a.1, ad 1.



 Pubblicato da Disputationes Theologicae, 23/12/2015




domenica 27 dicembre 2015

Don Elia. Dopo tre giorni lo ritrovarono




Figlio, perché ci hai fatto così? (Lc 2, 48).

Gioia e dolore si intrecciano inestricabili nel Cuore immacolato di Maria. Il Figlio dell’Altissimo, da Lei partorito nella natura umana, viene al mondo in un ricovero di bestie da soma, poiché per Lui non c’è altro posto (cf. Lc 2, 7). Portato al Tempio per esservi circonciso e offerto al Padre, viene profeticamente indicato come oggetto di rifiuto e di opposizione, al punto che l’anima della Madre ne sarà trafitta come il costato di Lui lo sarà dalla lancia del soldato romano (cf. Lc 2, 34-35; Gv 19, 34). Condotto per la prima volta in pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, vi sparisce per tre giorni, come a significare la durata della sepoltura e ad annunciare il nuovo e definitivo Passaggio (cf. Lc 2, 46; 9, 22). Ritrovato fra i dottori della Legge, dichiara di dover stare in ciò che appartiene a Colui del quale è Figlio (cf. Lc 2, 49).

Sapeva bene chi era il Suo vero padre, il Fanciullo nato per ottenergli innumerevoli figli rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo (cf. Gv 3, 5) e diventare così primogenito di una moltitudine di fratelli (cf. Rm 8, 29). È il Verbo creatore che si è fatto carne per far rinascere da Dio tutti coloro che Lo accolgono, i quali sono molto più numerosi di quelli che Lo rifiutano. Se il mondo, che pure è stato fatto per mezzo di Lui, non Lo riconosce e i Suoi, che pure formavano la Sua eredità, non L’hanno ricevuto (cf. Gv 1, 3.10-14), non si è arrestato il disegno della misericordia paterna. Il Messia avrebbe pagato l’insolvibile debito di giustizia contratto dall’umanità peccatrice scontando al posto dei colpevoli la pena da loro meritata, onde sollevarne chi avrebbe acconsentito con fede operosa a questa inestimabile grazia per essere liberato dall’Inferno.

«Figlio, perché ci hai fatto così?»… La domanda della Vergine Madre avrebbe manifestato una portata ben più vasta e dolorosa, ma avrebbe pure avuto una risposta infinitamente al di là delle più alte aspirazioni umane. La redenzione dell’uomo e la sua elevazione alla vita divina erano state certo oscuramente profetizzate con l’annuncio della nuova ed eterna alleanza (cf. Ger 31, 31; Ez 37, 26), ma solo lo Spirito Santo, che La aveva inabitata fin dal concepimento, poteva svelarle, nel Suo incessante meditare le cose custodite nel cuore (cf. Lc 2, 19.51), il senso e il valore di ciò che il Figlio avrebbe patito in indissolubile unione con Lei. Incarnazione redentrice: la bella Agnella ha generato l’Agnello che deve essere ucciso, secondo la stupenda espressione di Melitone di Sardi, vescovo in Asia Minore nel II secolo, ripresa poi dalla liturgia bizantina.

Agnello di Dio – ti domandiamo però a nostra volta –, perché ci hai fatto così? Perché Ti sei nascosto agli occhi di chi crede sinceramente in Te e cerca ansiosamente i segni della Tua presenza, in questo mondo tenebroso che si inebria di peccato facendo festa per la Tua nascita, ma non per Te? Perché non c’è posto per Te nemmeno in questo popolo, un giorno a Te appartenuto, che occulta i segni della fede per non urtare chi con arroganza Ti nega finanche sul nostro suolo, reso sacro dal martirio dei Tuoi Apostoli e da stuoli di Santi che Ti hanno dato gloria? Perché ci hai dato Pastori che, anziché difendere il gregge dai lupi, alzano bandiera bianca e si inchinano ai Tuoi avversari? Perché ci hai fatto così? Perché ci hai fatto così?… Sì, Agnello dominatore del mondo, riconosciamo la nostra tiepidezza, la nostra codardia, la nostra imbelle e tutt’altro che santa rassegnazione… Nonostante la follia dilaghi da cinquant’anni nella società e nella Chiesa, non abbiamo difeso la verità come avremmo potuto e dovuto né Ti abbiamo dato l’onore che Ti spetta, finché la situazione non è precipitata…

Forse vuoi proprio che Ti cerchiamo con rinnovato ardore per meritare di nuovo di trovarti là dove sei veramente – nella casa del Padre Tuo – piuttosto che là dove i Tuoi rappresentanti vorrebbero farti trovare da noi – nella casa dei Tuoi nemici. Forse vuoi spronarci, con questa apparente assenza, a praticare quelle virtù evangeliche che, sulla bocca di tanti Tuoi ministri, non sono più che vuote parole e triti ritornelli continuamente smentiti dai fatti o che, nelle loro attività, non sono altro che impegno sociale e umanitario. Forse vuoi che professiamo la Tua verità senza falsi riguardi per chi non crede in Te, ma solo in Te può trovare salvezza dalla sua violenza o dal suo nichilismo. Forse aspetti che ritroviamo la gioia e la fierezza di dichiararci cristiani ovunque e di fronte a chiunque, costi quel che costi. Forse ci stai costringendo a ridiventare Tuoi veri discepoli, ritti ai piedi della Croce con Maria, Tua e nostra comune Madre.

Forse vuoi che Ti stringiamo con fede retta e nuda là dove pur sei realmente, in quel Pane del cielo che possiamo ancora adorare e di cui ancora possiamo nutrirci. Tu sei nato a Betlemme, Casa del pane, proprio per essere nostro cibo di vita imperitura. Non mancheranno mai sacerdoti che lo consacrino sull’altare o – quando non fosse più possibile – anche in segreto, come nelle catacombe, nei boschi della Vandea o nelle cantine russe e messicane. Non mancheranno mai eroici fedeli che resistano impavidi ai tribunali del popolo e ai linciaggi mediatici. Non mancheranno mai anime che, a testimonianza profetica del mondo a venire, si consacrino a Te per puro amore e vivano, per Tua grazia, effettivamente caste, povere e obbedienti. Non mancherà mai la luce del santo Vangelo e della perenne Tradizione a chi vuol vederla e lasciarsene guidare. Non mancherà mai il fuoco dello Spirito Santo a chi purifica il cuore e la mente da ciò che Lo contrista e Lo scaccia. Puoi ben nasconderti agli occhi del nostro cuore, ma sappiamo fin troppo bene che non mancherai mai alle anime che ti amano e corrono al profumo della Tua unzione. Quand’anche un giorno durasse un anno, alla fine Ti farai ritrovare.






lascuredielia.blogspot.it

 26 dicembre 2015







La lezione di Natale


nativita



di Gustave Thibon
(23 dicembre 1976)
 
Eccoci a festeggiare ancora una volta l’anniversario della nascita di Dio. Ritorniamo indietro di duemila anni, all’ora in cui il Cristo è apparso nel mondo. Questo avvenimento supremo – che non soltanto divide in due la storia (diciamo avanti e dopo Cristo) ma ci apre anche le porte dell’eternità – è passato quasi inosservato agli occhi dei contemporanei. È successo in una stalla, nel cuore dell’inverno, nell’ora più buia della notte, e non ha avuto per testimoni che degli umili animali e della povera gente. Se vi fossero stati dei giornali, non avrebbero fatto menzione di questa notizia. E che avrebbe pensato l’imperatore Augusto, dominatore del mondo e adorato come un Dio, se gli fosse stato predetto che questo gracile bimbo, oscuro rampollo di un popolo lontano e disprezzato, avrebbe ricevuto un giorno gli omaggi dell’universo e che la sua religione, dopo il naufragio dell’Impero, avrebbe salvato la lingua e il genio di Roma?

Noi ci lasciamo troppo facilmente abbagliare dagli eventi sensazionali e dai trionfi rapidi e spettacolari. E ci dimentichiamo che, quasi sempre, le più grandi cose hanno piccoli inizi. E questo è vero in tutti i campi. Abito non molto lontano dalla sorgente della Loira. Questo fiume, così maestoso presso il suo estuario, alla nascita non è che un piccolo ruscello insignificante che si snoda nel cortile di una fattoria. Una tempesta o una valanga dispiegano in un attimo tutta la loro potenza. Qualche ora dopo non resta più nulla di questo tumulto, all’infuori delle devastazioni che ha causato.
Lo stesso vale per le cose umane e quelle divine. Il Cristo, autore e messaggero della salvezza eterna dell’umanità, è nato e ha vissuto per trent’anni ignorato da tutti prima di rivelarsi al mondo. Si è rivelato ancora senza fragore, essendosi rivolto a dei piccoli gruppi piuttosto che alla folla. E dopo la sua morte e resurrezione, il cristianesimo ha dovuto maturare per tre secoli nell’oscurità delle catacombe prima di divenire la religione ufficiale dell’Impero.

Sono bastati invece pochi anni a un Napoleone o a un Hitler per rivoluzionare la propria epoca. Ma, allo stesso modo, non sono stati necessari che pochi anni affinché la loro opera fosse annientata.
« Il tempo non risparmia quanto è stato fatto senza di lui », ha detto Jacques Bainville. Dio, che è il signore del tempo, avrebbe potuto manifestarsi istantaneamente in tutto il fulgore della sua gloria. Se non l’ha fatto, se ha scelto l’umiltà e l’oscurità, è perché ha voluto darci l’esempio delle virtù dell’attesa e della pazienza. Per mostrarci che le riuscite più rapide e più visibili sono votate al nulla se non sono preparate da una lenta e segreta incubazione. È il lungo e invisibile lavorio delle radici e della linfa a permettere all’albero di portare frutto…

Questa è la lezione che emerge dalla festa di Natale: l’esempio dell’uomo-Dio ci invita a coltivare le realtà interiori, che maturano nel silenzio e nel segreto, senza le quali tutti i successi temporali non sono che apparenze brillanti e fuggitive, dei fuochi di paglia che s’accendono e si estinguono in un sol colpo.


(Titolo originale: La leçon de Noël, « Itinéraires », n. 211, marzo 1977; traduzione redazionale)





https://ritornoalreale.wordpress.com/2014/12/23/la-lezione-di-natale/




Siamo in 20.000, noi del Summorum Pontificum!



 
 
 
 
Enrico Roccagiachini
 
Ieri la pagina facebook del Pellegrinaggio Internazionale del Populus Summorum Pontificum ha raggiunto i 20.000 "mi piace". Si tratta di un numero che parrà irrisorio a chi volesse confrontarlo con quello dei personaggi di forte impatto mediatico (i divi rock viaggiano tra le centinaia di migliaia e le decine di milioni), ma che per noi, abitanti di quella vera periferia della Chiesa ove si coltiva con fede, amore e spirito di sacrificio la veneranda liturgia tradizionale, rappresenta una consolazione ed un incoraggiamento.
 
Una consolazione, perché possiamo azzardarci a ritenere ormai consolidato un trend che non abbandona la pagina sin dal suo esordio, il 27 maggio 2013: silenziosamente, senza che quasi ce ne accorgessimo, il numero degli amici è cresciuto secondo un ritmo sostanzialmente costante, che ancor oggi - nonostante tutta l'acqua che è passata sotto i ponti in questi ultimi 31 mesi (e, nella Chiesa, di acqua ne è scorsa davvero tanta!) - non accenna a diminuire. Come non pensare alla nota immagine della foresta che cresce silenziosamente, senza clamore, senza scoop, senza salti rivoluzionari; e che per questa ragione appare sempre più forte e, soprattutto, potenzialmente sconfinata?
Mi piace ricordare un'illusione che in tanti, probabilmente basandoci sulla nostra personale esperienza, abbiamo coltivato quando la Provvidenza, mediante il grande Benedetto XVI, ci donò il Motu Proprio: l'illusione che la Messa di sempre, una volta liberalizzata, avrebbe conquistato in men che non si dica le nostre comunità, le nostre parrocchie, le nostre diocesi. Chi mai avrebbe potuto non innamorarsene all'istante, come noi ce ne siamo spiritualmente innamorati? E, già che ci sono, lasciatemi dire di quale innamoramento si tratta: non di una moda, non di uno sfizio estetico o intellettualistico, non di una bandiera ideologica; ma di un innamoramento spirituale, che si nutre della vera fede cattolica e ancor più la nutre e la fortifica.
Ebbene, quell'illusione è presto svanita, ma per lasciare il posto ad una ben più confortante certezza: che accostarsi alla liturgia tradizionale non è un fatto superficiale, ma una tappa fondamentale della crescita spirituale di ciascuno. Una crescita che richiede tempo, fatica, dedizione. Una battaglia spirituale alla quale siamo chiamati. La Messa di sempre non vincerà per esplosione (non è e non sarà un fuoco di paglia, come pensano molti di coloro che per ora la tollerano, solo perché "dura minga, dura no"), ma per lenta quanto inarrestabile maturazione nelle coscienze e nella vita spirituale dei fedeli.
In tutto questo, il Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum ha avuto un ruolo fondamentale, e la storia della sua pagina Facebook lo testimonia indirettamente: il ruolo di portare nel cuore della cattolicità, presso la tomba dell'Apostolo, ogni anno, il popolo del Summorum Pontificum. E di dimostrare che quel popolo, che tanti vorrebbero relegato ai margini della Chiesa, non si sente però un popolo di alieni o "di serie B", anche se come tale viene spesso trattato; al contrario, sa di essere una componente viva e vitale della Chiesa, e ha sperimentato che ciò non viene meno col mutare delle circostanze, col succedersi dei pontificati, con l'eventuale (e, purtroppo, frequente) incomprensione - per non dire ostilità - dei pastori. Se c'è chi potrebbe affermare a ragione "noi siamo Chiesa", senza timore di vantarsene abusivamente, è il Popolo del Summorum  Pontificum!
Ma il traguardo raggiunto dalla pagina Facebook del Pellegrinaggio è anche un incoraggiamento: non solo a non sentirci un popolo disperso, una specie di arcipelago di isole più o meno felici, convinte di potersi sviluppare solo rimanendo, appunto, isole tentate dal reciproco disinteresse; ma soprattutto a sentirci chiamati, nella consapevolezza della nostra pochezza (siamo tutti, sempre, servi inutili), a un'opera di apostolato che, nelle attuali condizioni della Chiesa, non può più essere solo liturgico - anche se la liturgia, la S. Messa, sono il cuore, il fulcro, la scaturigine di tutto - ma deve coprire ogni espressione della fede cattolica. Abbiamo il compito di dimostrare che l'esperienza della Tradizione si può e si deve fare, perché è l'esperienza vincente, lo strumento potente della nuova evangelizzazione.
Un evento tutto sommato così banale, dunque, come il pur consistente traguardo numerico di una pagina facebook, ci esorta ad armarci con rinnovata fiducia delle nostre armi più forti: la dottrina, i sacramenti, la preghiera, in particolare il S. Rosario. I prossimi 10.000 "mi piace" ci trovino impegnati con sempre maggior vigore nella buona battaglia!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

sabato 26 dicembre 2015

La data del Natale non è «inventata». Perché la Tradizione è molto più precisa di quanto pensano fior di esegeti

 
 
 
 
 
Il Natale è una festa molto strana. Tutti si scambiano regali, ma in genere l’unico al quale molti non preparano nessun dono è il vero festeggiato. Natale è il compleanno di Gesù. Non solo: è l’evento che ha prodotto un riferimento cronologico al calendario, prima e dopo l’anno dell’Incarnazione.

Stiamo infatti per completare il 2015° anno “dopo Cristo” del computo di Dionigi, che in effetti fu abbastanza preciso: gli si può solo imputare un errore giustificabilissimo di un anno in meno, non certo di sei o sette come sproloquiano molti esperti, esegeti inclusi.

E’ lecito qualche dubbio anche sulla data esatta del 25 dicembre: in effetti c’è chi vi ha visto un riferimento al solstizio d’inverno (ma allora il giorno 25 non andrebbe bene), chi ad altre feste pagane (ma il “Sol Invictus” fu festeggiato dai Romani il 25 dicembre solo dal III secolo dopo Cristo), chi ai nove mesi dopo il 25 marzo (considerato prima la data della creazione e poi dell’annunciazione), chi ancora come una reminescenza del 25 di Kislev, inizio della festa delle luci, che ben si addice al venire della Luce del mondo!

L’ipotesi più sensata sembra l’ultima: per quanto difficilmente sovrapponibile a una data fissa in un calendario solare, riferendosi -come per la Pasqua- a un calendario scandito dalla luna. Lo è anche perché tutte le date più significative della vita terrena di Gesù coincidono con le festività ebraiche e questa (dedicazione del tempio che fu profanato) ben si addice al “tempio di Dio”, di Gesù, Nuovo Adamo.
Pur lasciando qualche margine di incertezza sul giorno esatto, è tuttavia accertato che si trattasse del periodo in cui festeggiamo, a fine anno, ed è possibile stabilire con precisione (attraverso almeno una dozzina di solidi indizi) anche l’anno: il 2 a.C.

La Vergine Maria, mamma di Gesù, all’epoca aveva già compiuto quindici anni. Nove mesi prima, ancora quattordicenne, ricevette l’annuncio dell’Angelo. Maria sarebbe quindi nata nel 17 a.C. e la sua Immacolata concezione risale (di altri nove mesi anteriore) alla fine del 18 a.C.

Giuseppe non era anziano, ma poteva avere una trentina d’anni, età “giusta” per un isreaelita per dedicarsi alle “cose sacre” come era un matrimonio. La differenza di età tra i due, di una quindicina d’anni, non giustifica l’iconografia di un Giuseppe con la barba bianca.

L’età di Gesù

Per fissare l’età di Gesù si possono circoscrivere gli anni possibili attraverso alcuni punti fermi:

- dalla storia dei Romani sappiamo che Ponzio Pilato fu prefetto della Giudea e fu in carica dal 26 d.C. al 36 d.C.

- dal vangelo di San Luca sappiamo che la predicazione di Giovanni prese avvio nel XV di Tiberio, cioè tra la metà di settembre del 28 d.C. e la metà di settembre del 29 d.C.

- Gesù fu battezzato quando Giovanni era già abbastanza famoso ed era seguito da dei discepoli, alcuni dei quali saranno i primi a  mettersi alla sequela di Gesù.

- dal vangelo di San Giovanni sappiamo che la “vita pubblica” di Gesù è racchiusa in tre Pasque ebraiche: da quella a ridosso del miracolo di Cana, a quella decisiva per la redenzione.

- dai quattro vangeli sappiamo con certezza che Gesù fu crocifisso di venerdì, poco prima che iniziasse la festa di pasqua, che gli Ebrei celebrano a partire dal giorno 15 nisan.

- dalle tradizioni ebraiche sappiamo che il giorno in cui si immolavano gli agnelli era il 14 nisan; la pasqua ebraica coincide con la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera.

- nel calendario ebraico, calendario lunare, il 14 nisan coincide con la luna piena; in ogni calendario considerato i giorni della settimana sono sette e non ne è mai stato saltato uno…

- dai dati della NASA sappiamo che il 14 nisan coincidente con un venerdì ci fu (dopo il 26 e fino al 36 d.C.) soltanto negli anni 33 e 36 d.C.

- di San Paolo è fissabile l’incontro con il procuratore Gallione, inviato a Corinto nell’anno della XXVI acclamazione dell’imperatore Claudio concomitante con la sua XII acclamazione tribunizia, cioè nella primavera dell’anno 51 d.C., quando Paolo era già da un anno e mezzo a Corinto. Il concilio di Gerusalemme è quindi del 49 d.C. e i 14 anni descritti nella lettera ai Galati anticipano la conversione ad almeno il 35 d.C. (in realtà avvenne già all’inizio del 34 d.C.)

- Gesù lasciò questa terra ascendendo al cielo, quaranta giorni dopo la sua resurrezione avvenuta a inizio aprile, nel maggio del 33 d.C.

- le tre Pasque descritte nel vangelo di San Giovanni sono quelle del 31, del 32 e del 33 d.C.

- Gesù entrò in scena (Luca scrive “trentenne”), dopo il battesimo al Giordano, già nel 30 d.C.

- questo porta la data di nascita al 2 a.C. (l’anno zero non esiste e si passa dal 31/12/1 a.C. al 1/1/1 d.C.), durante la festa delle luci (Encenie) celebrata per otto giorni dal 25 del mese di kislev.

- Gesù nacque all’epoca in cui nascono gli agnelli, fine anno, durante una festa nota per la luce e per la gioia (si legga l’inizio del libro dei Maccabei), festa di dedicazione del tempio.

- Gesù alla sua morte/resurrezione aveva 33 anni e quattro mesi di età, come ha sempre sostenuto la tradizione.
Un interessante spunto cronologico deriva dai due scritti lucani, nel cui incipit in entrambi i casi l’evangelista Luca si rivolge a un illustre Teofilo. Stesso interlocutore, stesso periodo? E’ vero per la prima parte degli Atti, che sono in continuità con il Vangelo, riprendendo con l’Ascensione di Gesù i racconti della settimana santa. Dal capitolo 11 degli Atti Luca scrive in prima persona: è quindi un testo aggiuntivo a quello preesistente, necessariamente (il secondo) scritto attorno al 60 d.C., ma comunque molto dopo il vangelo e i primi capitoli degli Atti degli apostoli che risalgono -al più tardi-  all’inizio degli anni 40 del primo secolo.  Dal 47 d.C. e fino al 59 d.C. il testo degli Atti si interseca perfettamente con quelle lettere paoline che furono scritte in quegli anni.
[...]
da «Papale Papale»,  tramite IL TIMONE
 
 
 
 
 

venerdì 25 dicembre 2015

Santo Natale 2015

 

«Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce,

che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 12).

Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila.

Non c’è altro Natale.

Papa Benedetto XVI

martedì 22 dicembre 2015

Germania, un vescovo cattolico c'è


 
 

Marco Tosatti
19/12/2015

Il vescovo di Ratisbona, Rudolf Voderholzer, ha criticato duramente la Conferenza Episcopale tedesca per un volantino, distribuito quale settimana fa, in cui si afferma che una forma di teoria del genere non estremistica è “basilarmente compatibile con la fede cattolica”.  
Il presule cattolico celebrava la festa di S. Wolfgang, vescovo di Ratisbona da poco prima dell’anno Mille. Il ministero pastorale del vescovo, ha detto, “include il dovere e la responsabilità di agire come un guardiano, di alzare la sua voce, se necessario, per richiamare l’attenzione alle discrepanze o agli errori, per quanto ciò possa essere opportuno o inopportuno”.

E ha aggiunto: “Di recente è sorta di nuovo questa necessità”. Voderholzer ha notato che la conferenza episcopale ha pubblicato un volantino in cui “era scritto che queste teorie sono basilarmente compaatibili con la fede cattolica, in contrasto con le forme estreme di gender mainstream, e rivendica di stare formulando la posizione cattolica su questo tema”. “Nella mia opinione, questo appare impossibile – in fine, non esiste qualche cosa che sia il ‘gender light’. Il concetto abbassa il ponte levatoio e apre i cancelli a posizioni irriconciliabili con la fede cristiana. E il volantino non solo manca di presentare la posizione cattolica, la lascia fuori completamente”. Fra l’altro il presule ha notato che il volantino “è stato diffuso a nome della Conferenza Episcopale, di cui sono membro, senza che io avessi visto in precedenza il contenuto e tanto meno senza averlo approvato”.

Fra l’altro, il volantino si guarda bene dal menzionare per il lettore “il largo numero di dichiarazioni che riguardano le teorie del genere, anche se non ce n’è carenza”. Il presule ricorda che il Papa si è espresso in maniera critica almeno otto volte.

Il volantino, dice il vescovo, sostiene che “le teorie di genere sono un importante contributo al servizio dell’uguaglianza di tutti gli uomini, mentre l’ostilità che tali teorie esprimono verso la creazione divina è attribuibile solo alle esagerazioni di una piccola minoranza”; ma afferma il vescovo, “la teoria del genere implica una negazione della natura di uomo e donna”. E ha concluso: “L’essenza dell’uomo e della donna è il potenziale di diventare un padre e il potenziale di divenatre una madre, rispettivamente. Questi non sono ruoli scambiabili”.

Se questo accade nella Chiesa centralizzata e controllata da Roma, sarà interessante vedere che cosa succederà nella Chiesa decentralizzata del futuro....








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Il cardinale Burke promuove una campagna di rosari per la chiesa

             

Operation Storm Heaven. È questo il nome dell’iniziativa portata avanti negli Stati Uniti dal Cardinale Raymond Leo Burke, cardinale diacono di Sant’Agata dei Goti, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta dall’8 novembre 2014 e, dal 26 settembre 2015, membro della Congregazione delle cause dei santi. Si tratta di una campagna nazionale del Rosario, organizzata dalla Catholic Action for Faith and Family, che si propone di riunire un milione di cattolici americani (ma che è estesa ai fedeli cattolici di tutto il mondo) per pregare il Santo Rosario il primo giorno di ogni mese, per tutto l’anno. Le intenzioni specifiche indicate dalla campagna, sotto la guida del cardinale Burke, sono unite a quelli personali di tutti i membri. Globalmente si prega affinchè “nella Chiesa brilli chiaramente la Luce della Verità”, perché “la pace regni nei cuori dei fedeli” e per le intenzioni private di coloro che partecipano alla campagna, pregando il Rosario in solidarietà con gli altri partecipanti di tutto il mondo.
 
“La campagna è una risposta a tanto male presente nel mondo, che sta sfidando la fede di molte persone e lasciando loro scoraggiati”, ha dichiarato Thomas McKenna, presidente della Catholic Action for Faith and Family e direttore della campagna. “La politica e la retorica degli uomini e delle donne non possono risolvere l’attuale crisi morale dell’America e del mondo. Abbiamo bisogno di assistenza divina”, ha continuato McKenna. “Quale modo migliore per sconfiggere i mali dell’aborto, dell’eutanasia, del matrimonio tra omosessuali, il terrorismo e di tanti altri mali nel nostro mondo, che unendosi in un esercito spirituale attraverso i continenti?”, una sorta di “Rosary Warriors” per “assediare il cielo con la preghiera”, ha detto McKenna.
 
In un messaggio ai sostenitori dell’iniziativa il cardinal Burke ha scritto: “La prima tentazione che Satana usa per distruggerci è lo scoraggiamento Questa tentazione è solo un’illusione, perché Cristo, vivo dentro di noi, ci dà sempre il coraggio, anche nei momenti più difficili. Dobbiamo pregare più che mai, soprattutto in presenza del Santissimo Sacramento, e durante tutto il giorno. Siate coraggiosi, miei cari fratelli e sorelle! Fermi e con sicura speranza! Facciamo insieme questa preghiera costante”.
 
Il primo giorno di ogni mese il cardinal Burke si unirà ai membri della campagna, celebrando una Santa Messa e pregando un rosario per le intenzioni dei partecipanti all’iniziativa. Sono stati invitati ad aderire anche cardinali, vescovi e membri del clero.
 
 
 
 
 22 dic 2015
lafedequotidiana.it
 
 
 
 

Una insegnante di religione: "Meno male che c'è la Divina Commedia"


dante



di Sandro Magister


Gentile Magister,

non sono una personalità come Gotti Tedeschi, né una teologa, né altro di speciale. Sono una insegnante di religione in un liceo e dopo aver letto il suo articolo sulle indulgenze e il purgatorio messi in soffitta, e le prime reazioni su Settimo Cielo, voglio solo condividere alcuni spunti di riflessione.

Devo constatare che proprio in ambito ecclesiale e non solo nella vita quotidiana non si parla più o si parla in modo marginale di peccato o di peccati, di colpe o di pene. I miei alunni, soprattutto quando cominciano a leggere la Divina Commedia, mi chiedono invece spiegazioni proprio su questi temi e mi ascoltano con estremo interesse.

Mi rendo conto che quando parlo di cristianesimo e dunque narro la storia di Gesù fino alla morte e alla risurrezione, li vedo spiazzati: non hanno minimamente l'idea di cosa sia il peccato, l'aldilà, il perché della croce... Niente. Eppure molti sono cresimati, tutti sono battezzati e tutti hanno fatto la prima comunione.

Spesso noto che proprio a causa del silenzio su questi temi e della conseguente non conoscenza, loro non capiscono neanche per quale motivo si dovrebbe essere buoni o cattivi, o anche cristiani anziché altro. È talmente chiaro che se dal mosaico togli dei pezzi importanti non se ne comprende più il senso.

Ho notato anche che, quando negli anni ho annacquato le lezioni per renderle più alla portata dei miei alunni, non ho suscitato in loro il minimo interesse. Quando invece ho parlato a loro in verità e con chiarezza ho visto partecipazione, passione, inserimento di nuovi ragazzi e frutti impensabili.
Non voglio trarre conclusioni di alcun tipo, antropologiche, filosofiche o sociologiche. Ma semplicemente dire che forse stiamo snaturando il messaggio di Cristo e in questo modo non facciamo il bene di nessuno.

Grazie di cuore.

Giusy Leone








http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/






 

lunedì 21 dicembre 2015

Matrimonio gay: il popolo sloveno ha detto no

 
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Redazione Notizie pro Vita
 
Il Parlamento aveva introdotto una legge che definiva “matrimonio” qualsiasi unione tra due persone adulte: anche se la Slovenia è considerata una tra le più liberali delle nazioni ex comuniste, gli elettori, che avevano già votato contro le unioni civili omosessuali nel 2012, hanno ribadito che il matrimonio è tra un uomo e una donna. Anzi, in questa occasione l’affluenza alle urne è stata maggiore (36%) e la percentuale che ha votato “proti” ( quasi 2/3 anche ).
 
Metka Zevnik, noto attivista pro family,  ha commentato i primi risultati dicendo che la  famiglia naturale è e resta il valore cardine a fondamento della società.
 
Come scrivevamo neanche due mesi fa, all’inizio dell’autunno erano state raccolte in soli quattro giorni circa 50.000 firme (su due milioni di abitanti) per chiedere l’indizione del referendum, che la Corte Costituzionale locale aveva in seguito sancito essere ammissibile.
 
Il popolo sloveno era anche sceso in piazza a favore della famiglia. Anche a Lubiana, infatti, sono arrivate le Sentinelle in Piedi (qui la loro Pagina Facebook): tante persone comuni che, leggendo in piedi per un’ora, dimostrano di non avere alcuna intenzione di subire passivamente lo status quo e che, con la loro presenza vigile in luoghi visibili della città, stimolano i passanti a interrogarsi a loro volta.
 
Il matrimonio gay non dà vita a una famiglia e non rappresenta una buona soluzione né per le persone omosessuali che si illudono, né per la società, né per i bambini.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
notizieprovita.it 21 dic 2015
 
 
 
 
 
 
 

domenica 20 dicembre 2015

L'allucinante impennata dei decessi che la politica continuerà a ignorare





dicembre 20, 2015 Alfredo Mantovano                                

Una nazione muore perché fa sempre meno figli e produce sempre più morti, e a gennaio si riprenderà a parlare di matrimoni gay e stepchild adoption



Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola

Gian Carlo Blangiardo è uno dei demografi italiani più seri. Venerdì 11 dicembre Avvenire pubblica un editoriale a sua firma, la cui sostanza è la seguente: in base ai dati Istat dei primi sette mesi del 2015, vi è un incremento di 39 mila decessi rispetto all’analogo periodo del 2014, l’11 per cento in più. Se il dato si consolidasse sull’intero anno condurrebbe a un numero di morti per il 2015 superiore di 66 mila unità rispetto all’anno precedente: 664 mila in totale a fronte di 598 mila. Blangiardo sottolinea l’eccezionalità del dato: una impennata di decessi comparabile vi è stata in Italia solo in tempo di guerra. La differenza con gli ultimi due conflitti mondiali sta nel fatto che oggi la componente della popolazione maggiormente interessata appare essere quella degli anziani; altra sostanziale differenza è che adesso non ci sono bombardamenti né restrizioni alimentari né giovani che cadono al fronte.

Una indicazione del genere, proveniente da una fonte autorevole e stimata, dovrebbe far suonare l’allarme e attivare un immediato dibattito, far accelerare dalle anagrafi l’acquisizione dei dati relativi agli altri mesi dell’anno, far aprire una discussione parlamentare con una informativa del governo che chiarisca cosa accade e quali ipotesi di spiegazioni si possono formulare. Invece le istituzioni manifestano per le sorti demografiche dell’Italia un interesse pari a quello per il gioco del polo: l’incredibile rilevazione statistica cade nel vuoto, non si tenta neanche di contrastarla, ammesso e non concesso che ci siano dubbi sulla sua attendibilità. Atteggiamento ancora più incomprensibile se il tendenziale 2015 dei decessi si affianca a quello delle nascite, che dovrebbe attestarsi intorno alle 500 mila unità: lo spread fra i bimbi venuti al mondo nel Belpaese nel 2015 e le persone che questo mondo lo lasciano supererebbe le 160 mila unità, un divario mai conseguito.

Leggiamo le cronache della politica: dense di dettagli sulle primarie nelle città nelle quali si vota in primavera e di polemiche a margine delle truffe bancarie, ma prive anche solo di un cenno sulla brusca accelerazione nel dirupo demografico. La crisi vera della politica sta tutta qui: una nazione muore, perché fa sempre meno figli e produce sempre più morti, e a gennaio si riprenderà a parlare di matrimoni gay e stepchild adoption, cioè di forme di unione naturalmente sterili, mentre le famiglie vero nomine sono sempre più osteggiate culturalmente e fiscalmente.

La riduzione delle nascite dei decenni passati, per lo meno a partire dagli anni Settanta, ha causato un abbattimento della popolazione più giovane; in parallelo, gli anziani sono aumentati in assoluto e in percentuale. Con ciò sono cresciuti i costi del welfare, e in particolare della sanità. Come si fa a stare in budget sempre più oggetto di tagli puntando a garantire standard minimi accettabili? Selezionando i pazienti: l’età avanzata è un criterio di selezione, come la presenza di patologie gravi. Capita con frequenza crescente di sentire di anziani affetti da patologie tumorali cui, recatisi dall’oncologo, viene detto che la cura c’è e – grazie a Dio e ai progressi della ricerca – ha pure una potenziale efficacia, e però vista l’età siamo proprio sicuri di volerla affrontare? La ricaduta sociale del rifiuto dei figli e di azioni di governo pesantemente ostili alla famiglia è l’avanzare di una eutanasia non dichiarata ma praticata.

Quando i numeri meritoriamente fatti emergere da Blangiardo saranno consolidati, la reazione che finora è mancata potrà anche essere – in coerenza con la logica socialmente suicidiaria affermatasi dalla fine degli anni Sessanta – di formalizzare in legge quel che accade nei fatti: perché negare una aperta disciplina giuridica della morte procurata? Chi l’ha detto che il motto “dalla culla alla bara” appartenga al passato della socialdemocrazia europea? La sua riedizione in questa fine del 2015 vede la culla trasformata in un oggetto da museo, e la bara (o il reparto cremazione) divenire il vero simbolo di una cultura demenziale, coerentemente tradotta in scelte politiche.







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