
Il problema dell'Europa è spirituale e culturale. Tre filosofi - Nietzsche, Spengler e Dawson - aiutano a comprenderne la radice, una civiltà che recide il legame con la trascendenza. È stata una scelta, che però può essere invertita da un'altra scelta, il ritorno alla fede.
Negli ultimi mesi sono circolate mappe che mostrano come, in molte grandi città europee, i nomi più comuni tra i neonati siano oggi di origine islamica. Le reazioni oscillano tra allarme e rimozione. Ma entrambe mancano il punto.
Questi dati non parlano anzitutto di islam. Parlano dell’Europa.
Questi dati non parlano anzitutto di islam. Parlano dell’Europa.
Per comprenderli occorre scendere più in profondità, là dove la crisi non è principalmente demografica o politica, ma spirituale e culturale. Su questo terreno tre grandi pensatori di fine Ottocento, primo Novecento — Friedrich Nietzsche, Oswald Spengler e Christopher Dawson — offrono una chiave di lettura sorprendentemente attuale.
Nietzsche fu il primo a cogliere la portata del crollo. Con l’annuncio della “morte di Dio” non celebrava una liberazione, ma registrava una catastrofe spirituale: una civiltà che recide il legame con la trascendenza finisce per svuotarsi dall’interno. La figura dell’“ultimo uomo” — soddisfatto, sicuro, sterile — è l’esito naturale di questo processo: un uomo che non rischia, non sacrifica, non genera.
Spengler trasformò questa intuizione in una teoria storica. Nel Tramonto dell’Occidente descrisse le civiltà come organismi destinati a nascere e morire. L’Occidente, la civiltà “faustiana”, sarebbe ormai entrato nella sua fase terminale: tecnica senza anima, urbanizzazione totale, denatalità, religione ridotta a residuo culturale. La sua analisi appare oggi inquietantemente profetica. Ma il prezzo è il fatalismo. In Spengler non c’è spazio per la conversione: resta solo l’amministrazione del declino.
È qui che Dawson diventa decisivo. Egli accetta gran parte della diagnosi, ma rifiuta il determinismo. Le civiltà, sostiene, non muoiono per vecchiaia biologica, bensì per apostasia spirituale. E ciò che nasce da una scelta può essere invertito da una scelta. Una cultura senza culto non diventa neutrale: si disgrega. Non genera figli, non trasmette nomi, non sa più perché esiste.
I dati demografici che oggi inquietano non indicano dunque una “conquista”, ma una rinuncia. Una civiltà che smette di credere smette anche di generare: figli, senso, futuro. Nietzsche aveva visto il vuoto. Spengler lo aveva dichiarato irreversibile. Dawson ricorda che la sorgente non è prosciugata: è stata abbandonata.
Il cristianesimo non è una tecnica per gestire il declino né una promessa di supremazia culturale. È una risposta al nichilismo. Affermando che la vita è un dono e una vocazione, esso mantiene aperta la storia. Finché esiste la possibilità della conversione, il destino non è chiuso.
Il vuoto non si governa, non si pianifica, non si amministra. Si vince solo tornando a credere — come il cristianesimo ha sempre affermato — che la vita abbia un senso da accogliere e da trasmettere.
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