Chiesa cattolica | CR 1934
di Roberto de Mattei, 21 Gennaio 2026
Tra gli anniversari che ricorrono in questo 2026 c’è il “caso dei pubblici concubini”, che esplose nel 1956, dunque settant’anni fa, dopo una lettera di mons. Pietro Fiordelli vescovo di Prato.
Mons. Pietro Fiordelli nacque a Città di Castello nel 1916, 110 anni fa e fu ordinato sacerdote nel 1938. Dopo il Seminario Romano Maggiore, dove ebbe come direttore spirituale il servo di Dio mons. Pier Carlo Landucci, si laureò alla Pontificia Università Lateranense; fu per sedici anni in Umbria, predicatore e confessore e, nel 1954, a soli 38 anni, fu consacrato vescovo di Prato. Sotto la sua guida, la diocesi visse un periodo di intensa attività pastorale, con particolare cura per il clero, per l’educazione dei giovani e per la presenza della Chiesa nel dibattito pubblico.
Il 12 agosto 1956 mons. Fiordelli pubblicò una lettera relativa a una coppia che nella sua diocesi si era sposata con il solo rito civile. Lui era comunista, lei si diceva cattolica, ma frequentavano la parrocchia. In base al Diritto Canonico vigente, il vescovo ricordò che tale situazione configurava una condizione di irregolarità oggettiva rispetto alla disciplina sacramentale della Chiesa. Egli invitò quindi il parroco a considerare i due come “pubblici concubini” e, di conseguenza, a escluderli dall’accesso ai Sacramenti, come richiamo alla verità del sacramento del matrimonio e alla coerenza della vita cristiana. Estese inoltre il suo richiamo ai genitori della coppia, ritenendo che avessero mancato nei loro doveri educativi consentendo ai figli di contrarre matrimonio al di fuori della Chiesa. Infine, dispose che quella sua lettera venisse letta da tutti i pulpiti della Diocesi.
Il vescovo non aveva fatto che applicare la legge morale e canonica della Chiesa in un momento, ricordiamolo, in cui l’Italia era ancora un paese profondamente cattolico e la convivenza pubblica rappresentava uno scandalo anche sociale. La vicenda però assunse rapidamente una dimensione politica e nazionale. I coniugi presentarono querela per diffamazione contro il vescovo, e il caso giunse fino al Parlamento, diventando simbolo dello scontro tra la visione cattolica della società e le forze laiciste e socialiste del tempo. Nel 1958 Mons. Fiordelli fu condannato in primo grado a un’ammenda simbolica di 40.000 lire. Successivamente, la Corte d’Appello di Firenze lo assolse, riconoscendo la legittimità della sua azione pastorale nel contesto delle competenze proprie dell’autorità ecclesiastica.
Pio XII, si schierò apertamente a sostegno del vescovo, definendo la sentenza di condanna un precedente pericoloso per la libertà della Chiesa. Egli ammonì il governo italiano, sottolineando che permettere a un giudice civile di sindacare su materie di competenza vescovile, riconosciute dal Concordato, significava minare le basi della libertà religiosa. La Santa Sede promosse manifestazioni di sostegno a Mons. Fiordelli attraverso le Nunziature apostoliche e sospese il tradizionale ricevimento di inizio anno per il Corpo Diplomatico.
Il caso Fiordelli rivelò l’atmosfera di laicizzazione, che verso la fine del pontificato di Pio XII, si diffondeva anche a livello delle istituzioni nazionali. Nel maggio 1958, L’Osservatore Romano pubblicò una serie di articoli che mettevano in guardia dai pericoli per la famiglia, la scuola cattolica e la vita cristiana del Paese, denunciando l’«offensiva scristianizzatrice» e una campagna anticlericale dai toni esplicitamente anticattolici e antireligiosi. Questo processo di scristianizzazione non era spontaneo, ma guidato da una attiva minoranza anticattolica. Uno dei protagonisti della campagna laicista era il giornalista Eugenio Scalfari, fondatore nel 1955 del settimanale L’Espresso e nel 1976 del quotidiano la Repubblica. Scalfari, nelle sue memorie, scrive che il termine «strutture d’opinione» è il più adatto «a spiegare che cosa fu questo gruppo, al tempo stesso giornalistico, politico, culturale, editoriale». «Noi – aggiunge – riuscimmo ad aggregare intorno a noi l’opinione pubblica ‘liberal’ del paese» (L’Espresso. 1955-1980, Editoriale L’Espresso, Roma 1981, p. 14).
Il caso del vescovo di Prato fu una sorta di prova generale. Poi vennero le campagne a favore del divorzio, della droga libera e, a partire dal 1976, dell’aborto. Le strutture di opinione in prima linea furono L’Espresso e la Repubblica. Il coronamento della mobilitazione radicalsocialista avvenne con la copertina de L’Espresso del 19 gennaio 1975 raffigurante una donna incinta, nuda, sulla croce.
Il 15 gennaio 2026 Leone XIV ha scritto un messaggio al direttore de la Repubblica, Mario Orfeo, per ricordare l’importante anniversario della nascita del quotidiano, fondato il 14 gennaio 1976 da Eugenio Scalfari. Il messaggio dice: «II vostro è un giornale radicato in tante città, ma che ha in Roma, la diocesi del Papa, un punto di osservazione privilegiato sulle vicende dell’Italia e del mondo, la sua sede principale. Con libertà avete letto le pagine di questi cinquant’anni. E raccontato la storia della Chiesa. È questo il senso della libertà di stampa, che pur nella diversità di opinioni, dei punti di vista, delle culture, deve sempre agire con trasparenza, con correttezza, e offrire quella possibilità di confronto che quando non è ostile contribuisce al bene comune e all’unità del genere umano. Il dialogo supera così il conflitto e costruisce la pace. Vi auguro di costruire sempre una comunicazione libera e dialogante, animata dalla ricerca della verità e senza pregiudizi.Buon cinquantesimo anniversario».
L’infelice idea di questo messaggio non risale probabilmente a Leone XIV, che immaginiamo ignaro della storia italiana, ma forse a qualche collaboratore legato al precedente pontificato, che ha voluto metterlo in difficoltà. Per noi, i cinquant’anni del quotidiano la Repubblica sono cinquant’anni di un’opera di demolizione sistematica delle radici cristiane del nostro paese.
A questo processo si opposero pastori come mons. Pietro Fiordelli, che rimase alla guida della diocesi di Prato fino al 7 dicembre 1991. Morì il 23 dicembre 2004 e i funerali furono celebrati il 26 dicembre, giorno del santo patrono della città, nella Cattedrale di Santo Stefano, a testimonianza del legame profondo tra il vescovo e il popolo che aveva guidato per quasi quattro decenni.
Qualcuno ricorderà mons. Fiordelli a 110 anni della sua nascita e a settanta dal celebre caso che lo vide coinvolto? Ci auguriamo di non essere i soli a farlo.

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