martedì 19 novembre 2019

Il vescovo Cordileone si commuove celebrando nel Rito Antico la 'Messa delle Americhe'


Merita cliccare per ingrandire






19 novembre 2019
Estrapolo da gloria.tv. L'arcivescovo di San Francisco (USA), Salvatore Cordileone, ha celebrato il 16 novembre l'annuale Messa Solenne Pontificale in Rito Antico nella Basilica dell'Immacolata Concezione a Washington D.C.


L'enorme chiesa era gremita. Tra i fedeli c'era l'inviato di Gloria.tv Jungerheld.

Cordileone ha predicato che la bellezza nutre l'anima e ha suggerito che l'odierna mancanza di bellezza "spiega il turbamento spirituale in cui ci troviamo".
Verso la fine della Messa, quando è stato cantato il Salve Regina, Cordileone era così commosso che ha cominciato a piangere (foto a lato; nell'originale c'è il video -ndr).
Il coro ha cantato la "Messa delle Americhe" composta da Frank LaRocca. Ecco alcuni momenti musicali della Messa:- Kyrie
- Salve sancta parens
- Ave verum corpus

Altarworthy.com, che ha fatto i paramenti, ha detto a don Zuhlsdorf che sono stati incorporati alcuni elementi appena visibili, come scudi circondati da rose dorate su ambo i lati della dalmatica e titoli di Nostra Signora presi dalle Litanie Lauretane. 




Inoltre, da altra fonte [vedi], commuove vedere, attraverso la locandina (cliccare per leggerla ingrandita), l'immagine della Madonna di Guadalupe che ormai, dopo le recenti nefande profanazioni durante il Sinodo amazzonico, è sempre più vista e sentita come la vera Regina delle Americhe. 

Mentre vengono riportate alcune dichiarazioni significative del vescovo e di altri presenti alla celebrazione.
“Ero in estasi. Si ha la sensazione che qualcosa di veramente santo accada lì” (Arcivescovo Salvatore Cordileone)
"Ecco come appare una fiorente cultura religiosa: la pietà viene sollevata e sublimata nell'attuale liturgia della Chiesa". (Professore e poeta James Matthew Wilson)
"La grande tradizione cattolica è viva e vegeta, e sta solo aspettando una coraggiosa leadership pastorale e un patrocinio dalla visione lungimirante per continuare la sua grande storia nel punto di maggiore appartenenza: nel seno della Chiesa". (Professore e compositore Mark Nowakowski)













lunedì 18 novembre 2019

Don Roberto Spataro: “Il latino è patrimonio immateriale dell’umanità”




"Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino". (Giovannino Guareschi)




Don Roberto Spataro, 18-11-2019

Illustri professori e studenti, cari amici,
nella relazione che sto per presentare, attenendomi al titolo che mi è stato affidato, svilupperò tre punti. Anzitutto, definirò il concetto di patrimonio immateriale e lo applicherò alla lingua latina; in secondo luogo, mostrerò alcune caratteristiche del latino liturgico; infine, presenterò la cosiddetta “Messa tridentina”, comunemente designata anche come “Messa in latino”, che valorizza moltissimo il latino liturgico.


1) Per definire il concetto di “patrimonio immateriale”, vorrei rifarmi ad un’iniziativa promossa circa due anni e mezzo fa da una benemerita istituzione culturale italiana, l’Accademia “Vivarium Novum”, che, con il sostegno di altri prestigiosi partner europei, ha raccolto moltissime adesioni perché l’Organizzazione delle Nazioni Unite dichiari la lingua latina e la lingua greca antica “patrimonio culturale immateriale dell’umanità “. Nella petizione che è stata diffusa, era descritto, pur se con altre parole, come “patrimonio immateriale dell’umanità” un qualche bene spirituale intangibile capace di creare una sorta di comunione diacronica tra gli uomini che ne usufruiscono. Come tutti le ricchezze culturali, esprime sempre un’esperienza significativa dell’avventura umana sulla terra che possa toccare l’anima dell’uomo in quanto tale, senza esclusioni e senza barriere nel tempo e nello spazio.

Appartengono a questa categoria lingue, non mai e/o non più parlate da nessun popolo, che hanno svolto nella storia delle idee e della cultura un ruolo fondamentale. Gli esempi sono numerosi: il sanscrito, soprattutto in India, ha trasmesso dottrine e speculazioni filosofiche da epoche remotissime fino ai nostri giorni; l’arabo classico e il persiano medievale ci hanno consegnato le meditazioni dei mistici sufi e le discussioni dei pensatori che riflettevano con profondità sui loro testi sacri e sulle opere della filosofia greca; la lingua ebraica, di recente riportata in vita con la nascita dello Stato d’Israele, ha per quasi due millenni tramandato la sapienza religiosa di una comunità di credenti dispersa nell’orbe. Queste ed altre lingue, e le civiltà che esse esprimono, costituiscono un grande patrimonio, che va rispettato, apprezzato, tutelato. Se disperso e trascurato, tutti diventano più poveri culturalmente, il che equivale a dire, tutti diventano più poveri di umanità. (1)


È a tutti evidente che il concetto di “patrimonio immateriale”, così come descritto, si applichi alle lingue latina e greca. Chi potrà negare che anche e principalmente nelle civiltà greca e latina sussistano le radici storiche e il tesoro inesauribile della memoria comune dell’Europa?

Il latino è patrimonio immortale dell’umanità perché è la lingua di autori che definiamo “classici” in quanto, secondo una felice intuizione di Italo Calvino, ogni volta che entriamo in dialogo con loro, scopriamo sempre qualcosa di nuovo che si incide nella nostra anima (2). Sono classici perciò Virgilio, con la sua dolorosa meditazione delle umane vicende, Seneca che sosteneva che tutti gli uomini hanno la stessa dignità, Agostino che, nella sua sofferta e pur serena autobiografia, ha scoperto la psicologia del profondo. Non è necessario moltiplicare i nomi dei “classici” latini ed il loro imperituro messaggio. Vorrei, invece, ricordare che, dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuto nel V secolo in concomitanza con l’irruzione di nuovi popoli, la lingua latina diventò immortale, mai più destinata a perire. A partire dal V secolo comunità civili e politiche scelsero il latino per le conversazioni quotidiane, per l’allacciamento di relazioni, per la stesura degli atti burocratici, per la composizione di opere di letteratura, per la celebrazione della preghiera. In tal modo i popoli europei, dialogando tra loro con l’uso della medesima lingua, maturavano un unico e medesimo spirito. Scrissero in latino i monaci eruditi che, maestri alla corte palatina di Carlo Magno, coltivarono gli studi umanistici ed avviarono un rinascimento delle lettere e delle arti. Tra essi eccelle Alcuino. In latino composero le loro summae di teologia i pii dottori del Medioevo per mostrare il modo in cui gli uomini, con argomentazioni razionali, possono comprendere i misteri della fede cristiana. Ed il nostro pensiero va al più grande tra essi, Tommaso d’Aquino. In latino Dante Alighieri, come altri suoi contemporanei, trattò problemi di natura politica. In latino gli umanisti dei secoli XV e XVI sostennero la grandezza e la dignità dell’uomo, come Erasmo da Rotterdam, profeta della pace, o Thomas More martire della giustizia. Usarono il latino gli autori, come Francesco de Vittoria, il grande filosofo di Salamanca, che rivendicarono i diritti inviolabili delle popolazioni indigene contrastando l’avidità dei conquistadores. In latino approfondirono temi di matematica studiosi illustri, quale Giovanni Napier che nel XVI secolo scrisse un’opera intitolata “Mirifici logarithmorum canonis descriptio” (3). Quanti capolavori di natura letteraria, filosofica, teologica, giuridica, scientifica, matematica, biologica sono stati composti in questa lingua fino al secolo XIX! E persino nell’ambito politico, il latino, era la lingua dei parlamenti, come quello croato e quello ungherese fino al secolo XIX, o la lingua della corrispondenza di uomini dotti, mercanti, esploratori, missionari: un enorme patrimonio, davvero universale nel tempo e nello spazio.

2) Negli ambiti in cui la lingua latina è stata usata eccelle senz’altro la liturgia della Chiesa Cattolica che ha quasi spontaneamente scelto la lingua di Roma per elevare la sua preghiera a Dio negli atti più solenni, i sacramenti, soprattutto la Santa Messa, e l’Ufficio divino. Tra le varie cause che hanno portato a questa felicissima simbiosi tra la preghiera ufficiale della Chiesa e l’uso del latino, vorrei ricordarne una: il latino è una lingua sacra. Gli argomenti che adduco per sostenere questa tesi sono cinque.

Anzitutto, le più remote testimonianze dell’uso letterario della lingua, rinviano ad un contesto rituale, gli antichissimi “carmina” perché le caratteristiche fonetiche del latino, con la sua alternanza di sillabe lunghe e brevi, con la sua sonorità robusta, ma mai sgraziata, di consonanti occlusive, ingentilita dalla frequenza di sibilanti e liquide, lo rende una lingua poetica e, dunque, la sottrae alla funzionalità della prosa, per immergerla nella sfera della bellezza, che è il mondo di Dio.
Inoltre, il latino è una lingua “sacra”, come ha notato Michael Lang sulla scorta delle osservazioni di Christine Mohrmann, perché è immutabile (4). Il latino, infatti, nelle sue strutture morfologico-sintattiche si è fissato una volta per sempre, come ricordavamo, intorno al V secolo d.C., conoscendo solo un graduale e fecondo arricchimento lessicale.
La lingua sacra, tra l’altro, è disponibile a recepire prestiti da altre lingue per esprimere realtà sacre, ed il latino liturgico si è mostrato molto duttile in questo tempo, recependo grecismi ed ebraismi.
Infine, la lingua sacra ha una struttura retorica tipica dell’oralità e che allo stesso tempo conferisce maestà e bellezza: basta leggere una qualsiasi orazione del Messale romano per rendersi conto dell’elaborazione retorica, perfetta nella sua sobrietà: chiasmi, iperbati, allitterazioni, equilibrio perfetto tra i cola, rispetto delle clausole che danno un ritmo inconfondibile.
C’è ancora un motivo evidente che fa del latino liturgico una lingua sacra. I testi liturgici sono plasmati come un’eco ed un approfondimento del testo sacro per antonomasia, la Bibbia. Per rivolgersi a Dio, infatti, le parole più appropriate sono quelle che Dio stesso, con la sua rivelazione, mette sulla bocca dei credenti e degli oranti. Ora, la Chiesa Cattolica ha assunto per la sua vita, per la sua preghiera e per la sua dottrina la Vulgata, ossia l’edizione latina della Bibbia, diffusa da Gerolamo nel IV secolo e poi rifatta dopo il Concilio di Trento.

3) E veniamo così all’ultima parte di questa relazione. Stabilito che il latino è un patrimonio immateriale dell’umanità e che, tra le sue espressioni, vi sia il latino liturgico in quanto il latino è una lingua sacra, vorrei affrontare una domanda che sicuramente è nata in ciascuna di noi: non ha forse la Chiesa Cattolica abbandonato l’uso del latino nella celebrazione della liturgia, con l’introduzione delle lingue nazionali, seguita alla riforma liturgica postconciliare? Il problema è complesso. Presento tre elementi che aiutano ad affrontare correttamente tale problema.


Anzitutto, va ricordato che i Padri del Concilio Vaticano II ammisero un uso limitato e ragionevole delle lingue nazionali che avrebbero dovuto coesistere accanto al latino (5). I motivi per i quali questa raccomandazione non sia stata rispettata ma stravolta saranno chiariti dagli storici.

In secondo luogo, tutte le editiones typicae dei testi liturgici sono in latino e i testi in lingue nazionali sono traduzioni dell’originale latino, operazione molto delicata perché è in gioco la fede della Chiesa, al punto che la Santa Sede avoca a sé il diritto/dovere di approvarle, prima di introdurle nella pratica. E sugli infiniti problemi delle traduzioni, vorrei fare due esempi. Al principio della Messa, sia nella forma ordinaria sia in quella straordinaria, si recita il Confiteor, pur se con alcune non irrilevanti variazioni tra l’una e l’altra. Questa bellissima preghiera si conclude con un appello del fedele alla Chiesa celeste e a quella militante di pregare a suo favore per ottenere il perdono dei peccati. In latino si dice: Ideo precor … orare pro me ad Dominum Deum nostrum. La traduzione in lingua italiana dice: “Supplico di pregare per me il Signore Dio nostro”, quella inglese “to pray for me to the Lord our God”. Eppure, in quel ad seguito dall’accusativo non è contenuto solamente il significato della direzione impressa alla preghiera, significato più comune nel tardo latino. Ad e l’accusativo, in dipendenza di un verbo che non indica movimento, come appunto confiteor, significano anche e principalmente “alla presenza di”. Quando si recita il Confiteor, insomma, ci mettiamo dinanzi a Dio perché nella Messa siamo realmente davanti a Lui, come peccatori, tutti quanti, e invochiamo il suo perdono perché siamo al cospetto di Colui che per perdonarci ha subito la Passione e la Morte: anche la posizione del Crocifisso ci aiuta ad assumere questo orientamento interiore. Ancora più sorprendente la traduzione in lingua italiana delle parole della consacrazione del Calice. ACCIPITE ET BIBITE EX EO OMNES: HIC EST ENIM CALIX SANGUINIS MEI NOVI ET AETERNI TESTAMENTI. La traduzione del Messale italiano dice: “Questo è il sangue per la nuova ed eterna alleanza”, un complemento di fine e non di specificazione. La traduzione è assolutamente inadeguata: al posto di un genitivo oggettivo-costitutivo, (questo è il sangue che “fa”, crea, costituisce la nuova e definitiva alleanza) c’è un ben più debole complemento “per la nuova ed eterna alleanza”. In questo punto, la lex orandi non corrisponde più alla lex credendi.

Infine, il Magistero supremo della Chiesa non ha mai cessato di incoraggiare l’uso della lingua latina anche nella liturgia rinnovata. In questo senso, l’esempio e l’insegnamento del Papa emerito, Benedetto XVI, sono stati luminosi. Tuttavia, vorrei ora proporre delle riflessioni su quella forma di celebrazione della Messa in cui l’uso della lingua latina è rimasto intatto ed integrale, la cosiddetta “forma straordinaria” del rito romano, secondo il Messale dell’anno 1962, che, con il Motu proprio Summorum Pontificum, è stato restituito alla Chiesa e che un numero di fedeli e di sacerdoti, per quanto estremamente esiguo rispetto alla maggioranza, ha adottato stabilmente (6).

La Messa tridentina – e così possiamo chiamarla – accentua molto la sacralità dell’azione perché è un atto di fede che potremmo così sintetizzare: Dio è presente in modo realissimo attraverso la consacrazione delle specie eucaristiche e nella Messa si rinnova in modo incruento il sacrificio del Calvario. Di fronte ad un evento tanto sublime, al sacerdote e ai fedeli viene chiesto di coltivare un atteggiamento di intima e convinta adesione, di silenziosa adorazione, di umile accoglienza, di preghiera raccolta. La lingua latina, in quanto lingua sacra, si addice sommamente ad esprimere quest’atmosfera. Christine Mohrmann, già citata, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre solo un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. Del resto, quasi tutte le grandi religioni adottano una lingua diversa da quella dell’uso quotidiano per gli atti di culto. Lo ricordava anche il Cardinale Ranjith in un’intervista di qualche anno fa: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (7). In un convegno, tenutosi a Pavia poco più di un anno fa, don Marino Neri, appassionato cultore della Messa tridentina, ha spiegato che il Latino introduce meglio al mistero, al momento in cui l’Altro per eccellenza si comunica sensibilmente a noi. L’alterità, espressa da luoghi, gesti, abiti “altri”, passa anche attraverso il “principe” dei segni, la parola, che non media solo significati destinati all’intelletto, ma conduce l’astante al rapporto personale religioso, che si nutre di segni. Si tratta né più né meno di un principio formulato da San Tommaso d’Aquino, il teologo che dice le cose più ragionevoli che io conosca: “Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono”. (8)

Alla sacralità del rito tridentino, potentemente ed efficacemente manifestata dall’uso del latino, lingua ieratica, si aggiungono altre caratteristiche in armoniosa simbiosi e che rendono la forma straordinaria del rito romano un’autentica esperienza mistica. Ne ricordo velocemente tre, ben note a coloro che vi hanno partecipato qualche volta o che abitualmente assistono alla Messa antica. Anzitutto, l’orientamento ad Deum, favorito dalla posizione assunta dai fedeli e dai celebranti che, spezzando il circolo un po’ autoreferenziale del guardarsi reciprocamente, volgono lo sguardo verso il Crocifisso, maestoso e semplice nel messaggio salvifico che trasmette: il Sangue di Cristo, sparso cruentemente sul Calvario, viene incruentemente effuso sull’Altare dove si rinnova il Santo Sacrificio. In secondo luogo, lo spazio dato al silenzio che avvolge discretamente l’intero svolgimento del rito, dalle apologie del sacerdote alla recitazione del Canon Missae, per dare risalto alla contemplazione e all’assimilazione intima del significato dei gesti compiuti e delle parole pronunciate. Infine, l’importanza della gestualità che, nella logica del simbolo, riassume l’antropologia cristiana, invitando i fedeli ad essere frequentemente in ginocchio per riconoscere la loro condizione creaturale di fronte al Creatore che li ama e li salva, e che nessuna dimensione della vita dell’uomo tralascia, neppure gli affetti diretti verso quell’Altare, figura eloquente di Cristo, vittima, sacerdote ed altare, che ripetutamente il sacerdote bacia delicatamente.


Concludo con un esempio della bellezza del latino liturgico, porzione non indifferente di questa lingua “patrimonio immateriale dell’umanità”. È una preghiera che il sacerdote pronunzia sommessamente alla fine della Messa, prima di impartire la benedizione finale, purtroppo scomparsa nella forma ordinaria del rito romano. Essa recita in tal modo:

Placeat tibi, sancta Trinitas, obsequium servitutis meae: et praesta; ut sacrificium, quod oculis tuae maiestatis indignus obtuli, tibi sit acceptabile, mihique et omnibus, pro quibus illud obtuli, sit, te miserante, propitiabile. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

In questa preghiera Cielo e terra si uniscono nelle parole del sacerdote, la Trinità invocata al principio della preghiera, i fedeli tutti per i quali il sacerdote prega e lavora. Si alternano il congiuntivo, placeat, e l’imperativo, praesta, che sono i modi verbali della preghiera cristiana: quando parliamo a Dio esprimiamo umilmente una speranza, ed ecco il congiuntivo, ma osiamo anche chiedere fiduciosi, nel nome del Figlio, ed ecco l’imperativo. Le richieste sono espresse ordinatamente: anzitutto la gloria di Dio ed ecco la proposizione ut sacrificium sit acceptabile, e poi la salvezza delle anime, sit propitiabile, la stessa disposizione dell’Oratio dominica, del Padre nostro. Le preghiere sono espresse in un elegante parallelismo, ma esso viene, per così dire, deviato da un ablativo assoluto, cioè da quella costruzione tipica della lingua latina, che esprime le circostanze che accompagnano il racconto di un fatto o l’enunciazione di un pensiero. Quell’ablativo assoluto, che esce dalla struttura parallela, si impone allora come una luce che illumina tutta la preghiera: te miserante, proprio le parole del motto scelto dal Papa Francesco. La misericordia delle Tre persone della Santissima Trinità, il messaggio imperituro del Vangelo che l’attuale Sommo Pontefice ci sta ricordando incessantemente e che la Messa tridentina, ridonataci da Benedictus Magnus, ci lascia alla conclusione di ogni sua celebrazione!


Roberto Spataro
Pontificium Institutum Altioris Latinitatis
Università Pontificia Salesiana

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(1) Cf. An appeal to Unesco on behalf of the Latin and Greek “heritage of humanity”. [qui]
(2) Cf. I. Calvino, Perché leggere i classici, Milano 1995.
(3) Cf. R. Spataro, Hortensius vel Sapientia veterum a Christifidelibus tradita, Grottaminarda (Av), 2014, p. 81.
(4) U. M. Lang, Il latino come lingua liturgica del Rito Romano. [qui]
(5) Cf. Sacrum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Sacrosanctum Concilium, n. 36 §1, in Constitutiones, Decreta, Declarationes, cura et studio Secretariae Generalis Concilii Oecumenici Vaticani II, Typis Poliglottis Vaticanis, MCMLXVI, p. 22.
(6) Benedictus XVI, Litterae Apostolicae Motu proprio datae Summorum Pontificum (07.07.2007).
(7) M. Politi, Liturgia. Perché Ratzinger recupera il ‘sacro’, in “La Repubblica”, 31 luglio 2008, p. 42.
(8) Summa Theologiae III, 64, 2 (Ed. Leonina).

















domenica 17 novembre 2019

I cinque inganni di Pachamama, idolo anticristiano nemico dell'uomo. - Gianfranco Amato






di Gianfranco Amato, 17-11-2019

Le cronache degli ultimi tempi hanno reso il termine “Pachamama” particolarmente conosciuto anche tra il pubblico non addetto alle questioni teologico-religiose. Se ne parla persino al bar. La Chiesa cattolica, attraverso il Sinodo dell’Amazzonia, ha sdoganato questa parola che in lingua quechua significa “Madre Terra”. Qualcosa però non quadra dentro e fuori la Chiesa. Il concetto di Pachamama nasconde un inganno. Anzi, per l’esattezza ne nasconde cinque. E meritano di essere visti uno per uno.

La Pachamama è un inganno religioso. Si tratta, in realtà, di una divinità pagana che appartiene alla cultura e alla religione inca del Perù. Secondo la mitologia pagana inca Pachacamac, dio del cielo, si unì a Pachamama e da questa unione nacquero due gemelli, un maschio e una femmina. In Amazzonia ci sono circa quattrocento popolazioni indigene distinte, la maggior parte delle quali non ha la stessa cultura né la medesima religione di quelle tribù peruviane che conservano elementi inca tra cui, appunto, la Pachamama. Presentare quest’ultima come l’icona della cultura indigena amazzonica significa non solo falsificare la realtà ma anche disconoscere e svilire la diversità delle vere culture amazzoniche nel tentativo di imporre una visione teologica indigena, per finalità esclusivamente ideologiche e politiche. Questo tentativo, tuttavia, è più ampio e non riguardando soltanto l’Amazzonia ma coinvolge tutto il continente latino-americano fino al Messico. Però, che cosa hanno in comune un indigeno tzotzil, maya o purépeche, con gli incas e la Pachamama? Assolutamente nulla. L’inganno, quindi, è tanto grave in quanto pretende di imporre una teologia indigena latino-americana unificata che vanifica la ricchezza della diversità degli stessi popoli indigeni originari di tutta l’America Latina.

La Pachamama è un inganno politico. Si impone alle popolazioni indigene e all’immaginario collettivo della comunità latino-americana come rappresentativa di una unificazione indigena da parte del potere politico. Perché, ad esempio, il presidente messicano Lopéz Obrador ha celebrato un rito in onore della Pachamama, divinità peruviana, per chiederle il permesso di costruire la linea ferroviaria maya nel sudest del Messico? Hugo Chavez, Nicolás Maduro, Cristina Fernández de Kirchner, Andrés Manuel López Obrador, Evo Morales, Daniel Ortega, sono solo alcuni capi di stato che hanno partecipato ufficialmente ad atti di culto in onore della Madre Terra e che promuovono questa idea di un’unica ideologia indigena. Non si tratta, quindi, solamente di un mero fatto religioso peruviano, ma siamo difronte ad un vero e proprio fatto politico inserito in una precisa agenda politica, che prevede la promozione di un pensiero panteista, costruito a tavolino, in cui l’idea della Pachamama rappresenta la cultura latino-americana in totale contrapposizione con l’eredità culturale ispanica, a cominciare dalla religione cattolica. Curiosamente, però, questa visione panteistica è del tutto estranea alla maggior parte delle culture indigene. Proviene da altre concezioni filosofiche, sia occidentali che orientali, e persino da alcune fonti esoteriche. In realtà non si tratta di una vera e propria cosmovisione panteistica ma di un progetto politico che esclude di fatto il concetto cristiano di un Dio trascendente rispetto alla creazione e pone la dignità della terra sopra la dignità della persona umana. Si sta tentando una rivoluzione copernicana culturale: superare l’antropocentrismo della modernità con un “geocentrismo” ecologico. La terra, anziché l’uomo, al centro del cosmo. Fino al punto che ci tocca ascoltare discorsi in cui si arriva a teorizzare la limitazione dei diritti umani in favore dei “diritti” della terra.

La Pachamama è un inganno teologico per i cristiani. Si tratta, come abbiamo visto, di una divinità pagana inca. Le immagini che la riproducono, da un punto di vista teologico, sono semplicemente degli idoli. Il fatto che un teologo, un pastore, un sacerdote, un vescovo, un cardinale, un Papa o un semplice fedele non abbiano la capacità di riconoscere questo fatto evidentemente innegabile appare davvero inquietante e del tutto incomprensibile. Potremmo dire che siamo difronte ad una nuova eclisse della coscienza, questa volta non nell’ambito del diritto della vita, ma in quello del primo e più importante comandamento: il diritto di Dio. Con l’aggravante che così facendo non si oscura solo la coscienza di un popolo, bensì la coscienza della stessa Chiesa. Alla luce della Rivelazione Divina, contenuta nella Parola di Dio, nella Tradizione della Chiesa e nel Magistero, la questione è molto semplice: fabbricare idoli da adorare è un peccato gravissimo. Prostrarsi difronte agli idoli è idolatria. Fare loro offerte, sacrifici, portarli in trionfo, porli su un trono, incoronarli, bruciare loro incenso, rappresenta un evidente culto idolatrico gravemente immorale. Metterli su altari o all’interno di chiese consacrate per venerarli costituisce una vera e propria profanazione.

La Pachamama è un inganno per quanto riguarda il concetto di tolleranza. La sensibilità dei fedeli appare giustamente ferita quando assiste al desolante spettacolo di idoli che ricevono culto in chiese cattoliche. É un fatto profondamente disdicevole che richiede una ferma condanna. Non si tratta di una mancanza di rispetto o di tolleranza verso le persone che professano un’altra religione. Si rispetta il credo religioso di tutti, ma qui si tratta dell’imposizione di una tolleranza ad un culto idolatrico in templi e luoghi cattolici che vengono profanati dalla presenza di idoli. Questo non è accettabile. Tollerare tutto ciò significa essere complici della profanazione. Per questo il gesto di “idoloclastia” (distruzione degli idoli) che è stato coraggiosamente compiuto nella chiesa romana di Santa Maria in Transpontina, e che ha avuto vasta eco a livello mondiale, rappresenta un’espressione del più nobile senso della fede, e lungi dall’essere oggetto di riprovazione, merita un encomio.

La Pachamama è un inganno dell’inculturazione. Il principio di inculturazione è l’annuncio del Vangelo che riesce ad essere accolto da tutti i popoli di tutte le culture. La stessa dinamica dell’evangelizzazione stabilisce un processo graduale di trasformazione della cultura che accoglie la Parola di Dio, penetrando nel cuore di quella stessa cultura attraverso il mantenimento di ciò che di bene si trova in essa, la purificazione del male che essa contiene, lo sviluppo dinamico della fede che è sempre capace di rinnovare tutto. Senza tener conto del criterio della contrapposizione non si può parlare di inculturazione. È chiaro che l’evangelizzazione implica una necessaria contrapposizione con gli aspetti gravemente immorali delle culture che intende raggiungere, ed esige, ovviamente, la rinuncia all’idolatria.

Il modello di inculturazione paradigmatico che si trova in America Latina è costituito dalla Vergine Maria di Guadalupe. Questo modello è riuscito a recuperare i migliori elementi delle culture preispaniche coniugandoli con la verità del Vangelo, che ha naturalmente portato alla cessazione delle condotte immorali (come i sacrifici umani) e delle tenebre dell’idolatria. Non ci resta che invocare, con fiducia e affetto filiale, proprio la Vergine di Guadalupe, affinché dissipi le tenebre e ristabilisca pace e serenità nella Chiesa.

Gianfranco Amato

(Articolo pubblicato su “La Verità” del 14 novembre 2019)















sabato 16 novembre 2019

Esclusivo: La nuova preghiera di Benedetto XVI




16 novembre 2019

A me sembra un testamento spirituale...

Nella nostra traduzione dal testo originale tedesco [qui] una nuova preghiera scritta recentemente da Joseph Ratzinger per la diocesi di Burgenland Eisenstadt, uscendo ancora una volta dal suo silenzio. Interpretabile in riferimento allo smantellamento della vera Chiesa. Può essere utile consultare l'indice degli articoli dedicati ai "due papi" e alle molteplici analisi dell'inedita e anomala situazione.


Apprendiamo dal BenedettoXVIblog che il vescovo di Eisenstadt Ägidius Zsifkovics, nella sua prefazione all’Annuario del Burgenland, descrive la preghiera come teologicamente scaltra e toccante.  Lo scritto di Benedetto XVI è del giugno scorso; ma contiene elementi significativi anche in relazione agli eventi più recenti, tenendo anche conto che il discusso testo dell'Instrumentum Laboris del Sinodo Amazzonico era in quel momento già noto.

Ricordiamo un precedente scritto particolarmente significativo: le Note [qui] vergate in occasione della riunione dei presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per discutere sul tema degli abusi, convocata in Vaticano (24-29 febbraio 2019). Il documento fu reso pubblico nel successivo mese di aprile dimostrando come le sue osservazioni non fossero state tenute in alcuna considerazione.



La preghiera di Benedetto


Benedictus XVI Papa emeritus

Signore Gesù Cristo,

sono passati più di 1900 anni da quando Tu, il Verbo eterno di Dio, sei entrato nel tempo e Ti sei fatto carne – Ti sei fatto uomo. 

Non hai dismesso la Tua natura umana come un vestito dopo averla assunta per poco tempo. No, fino alla Tua morte sulla croce Tu l’hai assunta, l’hai attraversata e l’hai sofferta e rimani, dopo essere risorto, per sempre uomo. 

Nella parabola, Ti sei paragonato al chicco di grano, che cade nella terra e muore, ma non rimane isolato, bensì emerge di nuovo e porta costantemente frutto. 

Nella Santa Eucarestia Tu sei sempre presente tra di noi, Ti affidi nelle nostre mani e nei nostri cuori affinché possa sorgere una nuova umanità. 

Quindi il Tuo farti uomo non è per noi un’esperienza lontana, bensì ci tocca tutti, ci chiama tutti. 

Aiutaci a comprenderlo sempre di più. Aiutaci a vivere e a morire nel segreto del chicco di grano e a contribuire al sorgere di una nuova umanità.



















venerdì 15 novembre 2019

Riconosciuto il miracolo per intercessione di Carlo Acutis: guarito un bambino brasiliano





Gelsomino Del Guercio | Nov 15, 2019

Il via libera della Consulta medica della Congregazione delle Cause dei santi. Si aprono le porte per la sua beatificazione


Carlo Acutis era un ragazzo normalissimo che viveva le passioni e i sogni di qualsiasi adolescente. Quale era la sua forza? Gesù. Carlo Acutis viveva semplicemente amando il Signore. Il giovane ragazzo, che viveva in provincia di Milano, morto a soli 15 anni a causa di una leucemia fulminante, è stato dichiarato venerabile da Papa Francesco lo scorso luglio 2018.

La sua corsa verso gli altari ha subito una decisiva accelerazione il 14 novembre 2019. La Consulta medica della Congregazione delle Cause dei santi ha infatti espresso parere positivo su un presunto miracolo attribuito alla sua intercessione. Miracolo avvenuto in Brasile, e che fa riferimento alla guarigione di un bambino in fin di vita.

A renderlo noto è stato il postulatore della causa, Nicola Gori, scrive Avvenire (14 novembre). Ora si attende il parere della Commissione teologica.




«Continuiamo a pregare perché il Signore voglia presto glorificare il suo servo, a incoraggiamento del cammino di santità di tutta la Chiesa, specie dei giovani» ha commentato l’arcivescovo Domenico Sorrentino, pastore di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, diocesi titolare della causa.
Carlo e Assisi

«La Chiesa di Assisi – aggiunge il vescovo – segue con particolare attenzione questo iter, sia perché il corpo del venerabile è sepolto nel santuario della Spogliazione, sia perché è stata recentemente costituita titolare della causa, per gentile concessione dell’arcivescovo di Milano, mons. Delpini», poiché Carlo era molto legato a San Francesco e ad Assisi.


«Quando la beatificazione ci sarà – prosegue mons. Sorrentino – secondo la prassi corrente e salvo diverse disposizioni del Santo Padre, avrà luogo nella città di Assisi. Ci prepariamo con gioia a questo evento di grazia» (Agensir, 14 novembre).

















giovedì 14 novembre 2019

Cardinal Sarah: «Esigete dai pastori la fede cattolica e digiunate per la loro codardia»





«Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, allora siate santi per loro! Pregate, fate penitenza, digiunate per i loro difetti e la loro codardia. Solo così si può portare il fardello dell’altro!».
ll testo integrale della lectio magistralis pronunciata dal cardinal Robert Sarah davanti ai lettori della Nuova Bussola Quotidiana nell’evento di Milano di presentazione del suo ultimo libro.



di Robert Sarah*

Gentili Signori, Cari Amici,

grazie per avermi accolto qui, grazie a Riccardo Cascioli per avermi voluto invitare a presentare il mio ultimo libro presso questo luogo intitolato alla memoria del Beato Ildefonso Schuster, grande cardinale arcivescovo di Milano per 25 anni, monaco benedettino, grande pastore di anime e fondatore del glorioso seminario milanese di Venegono. Grazie a Voi tutti qui presenti. Mi sento molto onorato della vostra presenza ed amicizia.

“Si fa sera e il giorno ormai volge al declino” analizza la crisi della fede, la crisi sacerdotale, la crisi della Chiesa e il crollo spirituale dell’Occidente. Dopo averlo letto, un giornalista mi ha posto la seguente domanda: “Cosa dice a coloro che potrebbero pensare che il Suo libro sia pessimista, persino allarmista?” Ho risposto che il libro cerca di fare un’analisi e una diagnosi con la massima cautela e una grande preoccupazione per il rigore, la precisione e l’obiettività. E mi sembra di non essere troppo lontano dalla verità e dalla realtà delle cose e delle situazioni. Naturalmente, l’immagine della decadenza dell’Occidente e del mondo può sembrare tetra.

UNA CRISI TANTE CRISI
Ma già lo stesso Papa Benedetto XVI nel 2005 a Subiaco, appena un mese prima della sua elezione alla Sede di Pietro, diceva che l’Occidente stava attraversando una crisi che non si è mai stata verificata nella storia dell’umanità. Ciò che descrive il mio libro è incontestabilmente la realtà. Ciò che è ora uscito allo scoperto ha cause profonde per cui bisogna avere il coraggio e l’onestà per denunciarle con chiarezza. La crisi che il clero, la Chiesa, l’Occidente e il mondo stanno vivendo è radicalmente una crisi spirituale, una crisi di fede in Dio e di conseguenza una crisi antropologica. Non si può dire che non ci sia crisi di fede, mentre le chiese si stanno svuotando. Per esempio: in Germania ogni anno almeno 200.000 persone lasciano la Chiesa cattolica, e complessivamente 300.000 persone abbandonano le chiese protestanti. Il declino della fede nella presenza reale di Gesù Eucaristia è al centro dell’attuale crisi e declino della Chiesa, specialmente in Occidente. Noi Vescovi, sacerdoti e fedeli laici siamo tutti responsabili della crisi sacerdotale e della decristianizzazione dell’Occidente. George Bernanos scrisse prima della guerra: “Continuiamo a ripetere, con lacrime di impotenza, pigrizia o orgoglio, che il mondo è decristianizzato. Ma il mondo non ha ricevuto Cristo – non pro mundo rogo – siamo stati noi ad averlo ricevuto per lui, è dal nostro cuore che Dio si ritira, siamo noi che decristianizziamo noi stessi, miserabili!” (Noi francesi in “Scandalo della Verità”, Point/Seuil, 1984).

CHIESA SOCIOLOGA
Invece di affrontare la questione cruciale di Dio, della fede e la missione fondamentale della Chiesa che è la proclamazione del Vangelo e il nome di Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, passiamo molto tempo a parlare di omosessualità, accoglienza dei migranti, dialogo, ambiente, questioni socio-economiche e politiche, e tutta una strategia di pressione è organizzata per cambiare l’insegnamento della Chiesa sul celibato e la morale sessuale. Non sto dicendo che queste questioni importanti e urgenti debbano essere minimizzate o trascurate, perché la Chiesa deve anche affrontarle candidamente e alla luce della rivelazione. Eppure Dio è messo in disparte. La crisi spirituale che stiamo attraversando è quasi globale. Ma ha la sua origine in Europa. Il rifiuto di Dio è nella coscienza occidentale. Non solo Dio è respinto, ma Frédéric Nietzsche, che potrebbe essere considerato il portavoce dell’Occidente, dice: “Dio è morto! Dio rimane morto. E siamo stati noi ad ucciderlo… Siamo gli assassini di Dio”. A questa morte di Dio nel mondo degli uomini, Nietzsche opporrà la profezia del “superuomo”, capace di sostituire Dio. Ed ecco che la profezia di Nietzsche si realizza con il Transumanismo. L’uomo si fa Dio.

In questo rifiuto di Dio, e in questa crisi di fede, non si tratta principalmente di un problema intellettuale o teologico nel senso accademico della parola. Si tratta di ritrovare una fede viva, una fede che permea e trasforma la vita. Se la fede non riacquisterà una nuova vitalità diventando una profonda convinzione e una forza reale attraverso l’incontro personale e intimo che stabilisce con Gesù Cristo, tutte le riforme della Chiesa che intraprendiamo rimarranno inefficaci e vuote e noi ci avvieremo alla rovina totale. Questa perdita del senso di fede è la fonte e la radice della crisi della civiltà, della crisi della Chiesa e del sacerdozio che stiamo vivendo oggi.

Come nei primi secoli del cristianesimo, quando l’Impero Romano crollò, tutte le istituzioni umane oggi sembrano essere sulla via della decadenza. Perdendo il significato di Dio, le fondamenta di tutta la civiltà umana sono state indebolite e si è aperta la porta alla barbarie totalitaria.

L’uomo separato da Dio è ridotto alla sua unica dimensione orizzontale. Questa amputazione è proprio una delle cause fondamentali del totalitarismo che ha avuto conseguenze tragiche nel XX secolo. Oscurando il riferimento a Dio, lasciamo spazio al relativismo e a una concezione ambigua della libertà, che finisce per collegare l’uomo agli idoli. Se Dio perde il suo carattere centrale, se l’uomo nega il Primato di Dio, l’uomo perde il suo posto legittimo, non trova più il suo posto nella creazione, nei rapporti con gli altri. Il moderno rifiuto di Dio ci racchiude in un nuovo totalitarismo: quello del relativismo e del liberalismo assoluto che non ammettono nessuna legge diversa da quella del profitto economico e politico.

CELIBATO SOTTO ATTACCO
Il sacerdozio stesso è entrato in una crisi senza precedenti, unica nella storia della Chiesa. Il celibato sacerdotale è considerato una realtà disumana, impossibile, un’imposizione crudele di cui bisogna liberarsi. Non credo che in passato abbiamo visto accuse così pesanti e orribili come quelle attualmente dirette contro cardinali, vescovi, sacerdoti talvolta persino condannati a pene detentive. Certamente il clero non è sempre stato esemplare nella sua condotta. Ma ciò che viene orchestrato in modo machiavellico e ciò che è reale oggi riguardo al clero è senza precedenti e doloroso. Nella storia del mondo e dei popoli, non sembra che ci sia stata una civiltà o popoli che hanno legalizzato l’aborto, l’eutanasia o demolito la famiglia e rotto il matrimonio in questa misura, come fa l’Occidente oggi. Eppure questi sono aspetti essenziali della vita umana. Il mondo moderno è in una crisi che minaccia mortalmente il suo futuro e la sopravvivenza dell’umanità.

Naturalmente, non dobbiamo ignorare gli straordinari successi dell’Occidente in termini di scienza e tecnologia. È infatti evidente che il mondo moderno presenta una straordinaria intensità di vita intellettuale con un progresso meraviglioso e prodigioso di tutte le scienze, lo straordinario sviluppo di Lettere e Arti, il progresso fantastico di una moltitudine di tecniche che mettono sempre più risorse a servizio dell’uomo su tutta la superficie del pianeta, il notevole sviluppo di relazioni umane o contatti grazie a tecnologie prodigiose e mezzi davvero eccezionali di comunicazione sociale. Anche se gli uomini possono usare tutto questo progresso per fare il male, diffondere menzogne, incitare dissolutezza morale e violenza, provocare la guerra e distruggersi a vicenda, sarebbe assurdo negare che, di per sé, questi mezzi tecnici sono positivi e sono un vero progresso. Dobbiamo anche notare una proliferazione senza precedenti delle correnti di pensiero e delle ideologie più diverse.

Nonostante tutti questi aspetti positivi e questi immensi successi scientifici e tecnologici, non possiamo onestamente negare il deficit cronico del tasso di natalità soprattutto in Occidente, la programmata demolizione delle fondamenta della famiglia e del matrimonio, i vizi contro natura, gli atti di pedofilia o abuso sui minori, gli atti omosessuali e gli orrori della pornografia che dissacrano e avviliscono il corpo maschile e femminile. Tutto ciò manifesta una profonda crisi antropologica.

L’ideologia di genere esacerba la crisi antropologica. Questa ideologia suggerisce che ognuno possa crearsi da sé, fino el genere sessuale, a scegliere di essere un uomo o una donna o una persona neutra. L’ideologia del genere è in qualche modo superata quando si parla ora di androginia e persone “senza genere” tra le altre categorie che si moltiplicano nel discorso contemporaneo. Così potremmo essere tutto o niente secondo gli stati d’animo interiori di ciascuno e mascherare il nostro corpo giocando con la differenza sessuale. Un modo per rimuovere l’uomo dai limiti della sua condizione umana, mentre tutti noi dobbiamo riceverci nel nostro corpo come un uomo o una donna. Noi siamo donati a noi stessi, invece di credere che ci doniamo a noi stessi. Ecco perché un uomo non diventerà mai una donna e una donna non diventerà mai un uomo, a meno di non mentire a se stessi o di giocare con le apparenze.

Come siamo arrivati a tanta follia, a una crisi di questo tipo. Questo perché abbiamo respinto in modo schiacciante Dio. Dio non ha più un posto nelle nostre società. L’unico luogo in cui è tollerato e posto agli “arresti domiciliari” è nel dominio privato. L’uomo ha preso il posto di Dio.

Egli emana nuove leggi in totale opposizione alle leggi di Dio e a quelle della natura. Gli uomini occidentali credono e permettono agli uomini di “sposarsi” legalmente l’un l’altro, e le donne anche tra di loro, e a questi partner dello stesso sesso di poter adottare bambini, rimescolando radicalmente e offuscando l’intero sistema di filiazione e parentela. Mentre si ha l’impressione che ci sia una lotta per la sopressione o l’abolizione della pena di morte, allo stesso tempo l’assassinio di bambini nascituri è diventato legale. L’aborto è persino diventato un “diritto” delle donne. Gli anziani o i malati possono venire legalmente eutanasizzati in alcuni Paesi europei. Mentre combattiamo ovunque contro le mutilazioni genitali, una pratica disumana diffusa in alcuni Paesi, stiamo legalizzando congiuntamente la mutilazione di persone che vogliono cambiare sesso in Occidente. Oggi viviamo in confusione e in un vero e proprio cambio di usanze e costumi. C’è il rifiuto di accettarsi come creature di Dio.

IL RIFIUTO DELLA PATERNITA’
Il crollo spirituale, la confusione nell’insegnamento dottrinale e morale della Chiesa e l’erosione della fede cristiana hanno quindi caratteristiche puramente occidentali. Vorrei sottolineare in particolare il rifiuto della paternità. Abbiamo convinto i nostri contemporanei che, per essere liberi, non si deve dipendere da nessuno. Questo è un tragico errore. Gli occidentali sono convinti che ricevere sia contrario alla dignità della persona umana. Eppure l’uomo civilizzato è fondamentalmente erede; riceve una storia, una cultura, una lingua, una religione, una fede, un nome, una famiglia, una tradizione, una patria ecc. È questo che lo distingue dal barbaro. Rifiutarci di aderire a una rete di dipendenze, eredità e parentela ci condanna ad entrare nella giungla della concorrenza di un’economia lasciata a se stessa. Poiché si rifiuta di accettare se stesso come erede, l’uomo si condanna all’inferno della globalizzazione liberale, senza parametri morali o etici, dove gli interessi individuali si scontrano senza alcuna legge diversa da quella del profitto a tutti i costi.

In questo mio libro, “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino“, voglio ricordare agli occidentali che la vera ragione di questo rifiuto di ereditare, di questo rifiuto della paternità, è fondamentalmente il rifiuto di Dio, il rifiuto di Dio nelle società occidentali. Riceviamo da Lui la nostra natura di uomo e di donna. “Dio ha creato l’uomo a Sua immagine, a immagine di Dio, lo ha creato, uomo e donna, li ha creati” (Gn 1.27). Questo, tuttavia, diventa insopportabile per le menti moderne. L’ideologia del genere è infatti un rifiuto luciferino di ricevere da Dio una natura sessuale.

Così alcuni, in Occidente, si ribellano a Dio e si oppongono al loro Creatore e Padre a testa alta, e si mutilano orribilmente ma inutilmente per cambiare sesso. Ma fondamentalmente non cambiano la loro struttura come uomo e come donna. L’Occidente si rifiuta di ricevere; accetta solo ciò che costruisce da se stesso.

4 STRADE PER USCIRE DALLA CRISI
Ma – in concreto cosa dobbiamo fare per uscire da queste crisi?

Lavorare all’unità della Chiesa, anzitutto. Essa poggia su quattro colonne, che noi siamo chiamati a rinforzare e a ricostruire, ove vacillassero e cadessero, con pazienza giorno per giorno. Queste quattro colonne sono: la preghiera; la dottrina cattolica; l’amore di Pietro; la carità fraterna.
Preghiera
Senza l’unione intima con Dio, nella preghiera, la contemplazione e l’adorazione silenziosa, qualsiasi impegno a rafforzare la Chiesa e la fede sarà inutile e dannoso. La preghiera deve diventare il nostro respiro più intimo. Ci rimette di fronte a Dio. Colui che prega si salva, colui che non prega è dannato, ha detto Sant’Alfonso. Una Chiesa che non porta la preghiera come bene più prezioso corre verso la perdita di se stessa. Se non riprendiamo il senso delle veglie lunghe e pazienti con il Signore, lo tradiremo. Gli Apostoli lo fecero: crediamo noi stessi di essere migliori di loro? Senza la preghiera, avremmo l’illusione di servire Dio quando stiamo solo facendo l’opera del Male. Non si tratta di moltiplicare le devozioni. Si tratta di fare silenzio e di adorare. Si tratta di inginocchiarsi spesso davanti il Santissimo.
Dottrina cattolica
Non dobbiamo inventare e costruire l’unità della Chiesa. La fonte della nostra unità ci precede e ci viene offerta. Sono ferito di vedere tanti pastori vendere la dottrina cattolica e creare confusione, smarrimento e divisioni tra i fedeli. Dobbiamo al popolo cristiano un insegnamento chiaro, fermo e stabile. Come possiamo accettare che le conferenze episcopali si contraddicono a vicenda? Dove regna la confusione, Dio non può vivere!

L’unità della fede implica l’unità del magistero nello spazio e nel tempo. Quando ci viene imposto un nuovo insegnamento, esso deve sempre essere interpretato in conformità con l’insegnamento di cui sopra. Se introduciamo rotture e rivoluzioni, rompiamo l’unità che governa la Santa Chiesa attraverso i secoli. Ciò non significa che siamo condannati all’immobilismo. Ma ogni evoluzione deve essere una migliore comprensione, uno sviluppo e un approfondimento del passato. L’ermeneutica della riforma nella continuità che Benedetto XVI così chiaramente ha insegnato è una conditio sine qua non dell’unità della Chiesa.

Coloro che annunciano il cambiamento e la rottura sono falsi profeti! Non stanno cercando il bene del gregge. Sono mercenari nell’ovile!

La nostra unità sarà forgiata attorno alla verità immutabile della dottrina cattolica. Non ci sono altri modi. Voler conquistare la popolarità dei media al prezzo della verità è come fare il lavoro di Giuda! Certo, Gesù è esigente. Sì, seguendolo chiede di portare la sua Croce ogni giorno! La tentazione della codardia è ovunque. In particolare, regna sui pastori. L’insegnamento di Gesù sembra troppo difficile. Molti di noi sono tentati di pensare: “Quello che dice qui è intollerabile, non possiamo continuare ad ascoltarlo!” (Gv 6, 60). Il Signore si rivolge a coloro che ha scelto, a noi sacerdoti e vescovi, e ci chiede di nuovo: “Anche tu vuoi andartene?” (Gv 6, 67).

Dio vuole che siamo in grado di rispondergli con San Pietro, pieno di amore e di umiltà: “Da chi andremo Signore? Tu solo hai parole di vita eterna! (Gv 6, 68).
L’amore di Pietro
Il Papa è portatore del mistero di Simon Pietro al quale Cristo disse: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Il mistero di Pietro è un mistero di fede.

Gesù voleva dare la sua Chiesa a un uomo. Per ricordarci meglio, lasciò che quest’uomo lo tradisse tre volte davanti a tutti, prima di consegnargli le chiavi della sua Chiesa. Sappiamo che la barca della Chiesa non è affidata ad un uomo a causa di straordinarie capacità superomistiche. Crediamo, tuttavia, che quest’uomo sarà sempre assistito dal pastore divino per mantenere ferma la regola della fede. Non abbiamo paura! Sentiamo Gesù: “Tu sei Simone. Il tuo nome sarà Pietro! (Gv 1,42). Fin dalle prime ore, il tessuto della storia della Chiesa è stato intrecciato: il filo d’oro delle decisioni infallibili dei pontefici, i successori di Pietro, il filo nero degli atti umani e imperfetti dei papi, successori di Simone.

Cari amici, i pastori sono coperti da difetti e imperfezioni. Ma non è disprezzandoli che costruirete l’unità della Chiesa. Non abbiate paura di esigere da loro la fede cattolica, i sacramenti della vita divina, l’esempio della purezza nella loro condotta morale! Ricordate la parola di Sant’Agostino: “Quando Pietro battezza, è Gesù che battezza. Ma quando Giuda battezza, è ancora Gesù che battezza!” Il più indegno dei sacerdoti rimane lo strumento della grazia divina quando celebra i sacramenti. Guarda fino a che punto Dio ci ama! Egli accetta di mettere il suo corpo eucaristico nelle mani sacrileghe dei preti miserabili.

Se pensate che i vostri sacerdoti e vescovi non siano santi, allora siate santi per loro! Pregate, fate penitenza, digiunate per i loro difetti e la loro codardia. Solo così si può portare il fardello dell’altro!
Carità fraterna
Ricordiamo le parole del Concilio Vaticano II: “La Chiesa è il sacramento dell’unità della razza umana”. Nonostante questo, tanto odio e divisione la sfigurano. È ora di trovare un po’ di gentilezza tra di noi. È tempo di annunciare la fine del sospetto! Per noi cattolici è tempo di “entrare in un vero processo di riconciliazione interna”, nelle parole di Papa Benedetto XVI. Cristo ha steso per tutti le braccia sulla Croce affinché da quel momento in poi, la Chiesa potesse aprire le proprie e noi riconciliarci in lei, con Dio e tra di noi.

Il cuore di un cristiano che vive la fraternità e l’incontro trova la sua amalgama nella carità, ovvero l’Amore che Dio ha rivelato. “Una Chiesa senza la carità non esiste”, ha detto Papa Francesco in un messaggio alla Caritas Internationalis.

Un importante filosofo contemporaneo francese, Fabrice Hadjadj, ha coniato una formula geniale parlando delle “eresie della carità” proprie dell’uomo moderno, che confondono la carità con il semplice voler bene (nel migliore dei casi) o con l’elemosina (nei casi peggiori). Ma la carità è l’amore di Dio: è Dio stesso, perché Dio è amore, dice San Giovanni; noi perciò “siamo” la carità, e ci facciamo testimoni della carità verso il prossimo, perché Dio ci ha amati per primi. Così è anche per la misericordia, banalmente intesa da molti come un colpo di spugna sui propri peccati. È vero che Gesù ci precede sempre e ci attende con le braccia spalancate, ma sta a noi avere anche un moto verso di Lui! Gesù è morto in croce, con le braccia aperte verso gli uomini: è morto implorando per noi il perdono del Padre. Chi può fare questo se non Dio stesso? Come facciamo a non riconoscerlo? Sempre Papa Benedetto ha detto che “solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita, solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita”. “Se vedi la carità, vedi la Trinità”, scriveva Sant’Agostino.

Dunque, l’amore di Dio non è un afflato sentimentalistico, ma una esperienza che dà vita nell’incontro con la persona di Gesù Cristo. Poiché siamo tutti figli di un unico Padre, nel battesimo siamo anche tutti fratelli. Il nostro amore gli uni per gli altri deriva dunque dalla paternità di Dio in Cristo. Se Dio è Amore (1 Gv 4; cfr. enciclica Deus Caritas est), Egli – come ricorda Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio – “chiamando l’uomo all’esistenza per amore, l’ha chiamato allo stesso tempo all’amore” (FC, n. 11). Gesù ha detto: “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 13,34). Ritengo che proprio in quel “come io ho amato voi” possiamo trovare tutte le ragioni per la specificità del nostro modo di vivere personalmente la carità, perché il metro di misura, è dunque Cristo, quello che Lui ha rivelato con la sua parola e la sua vita. In Lui, che è la fonte e la radice della carità cristiana, risiede tutta la densità teologica del nostro agire. Se manca questa prospettiva propriamente teologale e teologica, cadiamo in un orizzontalismo che alla fine penalizza la persona, perché la considera solo nei termini della sua relazione alla società, e non della sua integralità.

AMORE TOTALE A DIO
In conclusione, carissimi amici, il punto di partenza è solo l’amore totale verso Dio. Non esiste altra soluzione. Noi possiamo amare il prossimo come Dio ci ha amati, solo perché Dio ci ha amati per primi. Perciò, anche quando parliamo dell’amore, non facciamo riferimento a un sentimentalismo astratto e passeggero, ma all’amore duraturo ed eterno, quello che ci viene donato da Dio. L’amore è un termine talmente abusato e violentato nella società contemporanea che dovremmo avere almeno un po’ di pudore nel pronunciarne il nome.

Che bella la frase più famosa e conosciuta del Cardinale Schuster: “L’amore lo si riconosce dal dono. E poiché ogni dono proviene dall’amore, il primo, tra tutti i doni, è l’amore”.

Se possiamo rispondere umilmente, semplicemente: “Signore, tu sai tutto, sai bene che ti amo”, allora egli ci sorriderà, allora Maria e i santi del cielo ci sorrideranno e, a ciascuno di noi Dio dirà, come disse una volta a San Francesco “Vai a riparare la mia Chiesa!” Andate, riparatela con la vostra fede, con la vostra speranza e la vostra carità. E non con le vostre polemiche, discussioni ed opposizioni. Andate a ripararla con la vostra preghiera e la vostra fedeltà. Come ha scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est: “l’amore è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia ‘tutto in tutti’” (1 Cor 15,28). Ma l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono inseparabili: la Chiesa stessa è una storia d’amore. L’amore è esigente! Amare veramente è amare fino alla morte e alla morte di croce. L’uomo oggi è scoraggiato di fronte al cammino che lo attende, perché non capisce più i motivi per cui vive: egli ha bisogno di obiettivi alti, vuole obiettivi alti, perché la sua meta è la santità. Uno scalatore punta alla vetta, perché sa, che lì, troverà pace e ristoro; ma se ascoltasse le voci di chi lo scoraggia, cadrebbe nel dirupo. Il punto è che, oggi, appare più comodo, non impegnarsi per le vocazioni nobili, esigenti e grandi: siamo nella società polverizzata, nella cultura del desiderio che si fa diritto. L’uomo deve capire che la santità è un cammino, che si percorre, offrendo quotidianamente a Dio, il valore delle cose che si compiono: in famiglia, nel lavoro, nella vita sociale e comunitaria.

Questo ci insegnano i grandi santi della Chiesa. E non c’è niente di più bello.

Vi ringrazio!

*PREFETTO DEL CULTO DIVINO E DELLA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana




















mercoledì 13 novembre 2019

SE NON FANNO SBOCCIARE I FIORI D'INVERNO...





Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XII n° 11 - Novembre 2019


“Cercate ogni giorno il volto dei santi”, così insegna la Didachè e così dobbiamo fare.

Occorre aver a che fare con i santi, ogni giorno e veramente, per non cadere nell'inganno del naturalismo.

Occorre, sui santi, tornare alla coscienza di un tempo. I santi erano onnipresenti nella vita dei cristiani, le parrocchie sono ancora a loro dedicate, si imponevano i loro nomi al battesimo, il culto dei corpi santi era nel passato cristiano fervorosissimo. Pellegrinaggi, novene e tridui costellavano in continuazione l'anno pubblico e privato delle anime cristiane. Le nostre chiese erano avvolte dalle immagini dei santi e gli altari sormontati dalle loro statue, la pietra sacra degli altari ne custodiva le reliquie. I sacerdoti consigliavano la lettura delle loro vite per ricalcarne le imprese. Il lavoro dei contadini e dei pastori era segnato dalle loro date. Le corporazioni artigiane si mettevano sotto la loro protezione. I soldati affidati a San Michele o ai santi cavalieri.

Occorre proprio tornare alla coscienza di un tempo, perché la verità del cristianesimo sono i santi, perché l'attualità di Cristo sono i santi, perché la prova dell'efficacia della grazia sono i santi.

Tutto questo non è un optional destinato ai semplici che non sanno andare direttamente a Dio: la presenza dei santi ti dice che la salvezza operata da Cristo non è qualcosa di retorico, ma reale, e vedi l'azione della grazia di Cristo in quegli uomini e donne trasformate realissimamente in Gesù Cristo: e questi sono proprio i santi.

Il Protestantesimo ha negato i santi e ne aborre il culto, questo lo sanno tutti. Per i protestanti i santi sono insopportabili perché, secondo loro, la grazia non trasforma realmente la persona, ma la copre solo di Cristo. Per lo stesso motivo non credono al Purgatorio, non vedendo la necessità di un tempo di purificazione, visto che la salvezza non è per loro una vera trasformazione in Gesù Cristo; e se non è necessario essere trasformati realmente, perché Dio dovrebbe dare ancora del tempo, per fare che?

Invece l'azione della grazia di Dio è in noi una vera operazione, produce nell'uomo che la asseconda un reale cambiamento, che trasforma in Cristo. E l'azione della grazia, dal santo si riverbera sugli altri: sono i “magnalia Dei”, i prodigi, i miracoli fisici e spirituali che manifestano la presenza di Dio. Guardando i Santi e le loro opere sei strappato dal naturalismo e torni a credere alla vita soprannaturale. E la vita soprannaturale è “normale” per il cristiano vero.

Ma c'è un problema in sé più grave del protestantesimo puro: si tratta della protestantizzazione del cattolicesimo, cioè di quel cattolicesimo che pretendendo di restare cattolico, trae dal protestantesimo tutti i criteri di fondo. Un cattolicesimo così, apparentemente conserva tutti i dogmi, o meglio non li nega pur non sottolineandoli tutti, ma li reinterpreta secondo quei criteri che nei protestanti portarono alla negazione delle verità di fede rivelate. Un cattolicesimo così trasformato è modernismo.

Il modernismo è il più maturo frutto della protestantizzazione: gli scrittori modernisti trattando di storia cristiana, hanno parlato dei santi, ma, come per i vangeli, hanno tolto dalla loro vita ogni valore storico a miracoli, visioni e fatti straordinari: in una parola hanno di fatto negato il soprannaturale; siamo nel più puro naturalismo. Tutto diventa morale e culturale, della grazia che compie miracoli nei santi nemmeno più traccia.

Eppure si parla ancora dei santi in casa cattolica, anzi mai si sono sfornati tanti santi come in questi tempi... alcuni di essi si potrebbe dire proclamati ancora “a corpo caldo”!
E cosa sono diventati i nuovi santi? I leader delle svolte della Chiesa, quasi a dimostrare che le scelte fatte in questi anni non sono sbagliate. Sono delle canonizzazioni tutto sommato ideologiche.

Un tempo i santi corrispondevano sempre ad uno stesso schema: folgorati dalla grazia, erano dei convertiti che si davano ad una vita di preghiera e di penitenza, rinnegando il mondo e abbracciando la sequela di Cristo. Così vivendo operavano miracoli, come il Signore aveva già detto: “Farete cose più grandi di me”. Per questo il popolo si accorgeva di loro e si formava un seguito, il più delle volte costituito da un nuovo ordine religioso o congregazione, o dalla severa riforma di uno già esistente.

Cambiavano i secoli della cristianità, ma la "fuga mundi", la preghiera e la penitenza non mancavano mai, semplicemente perché il cristianesimo di Cristo non cambia mai.

Oggi no, il modernismo ha voluto un cristianesimo che si evolve seguendo il desiderio espresso dalla coscienza collettiva dei fedeli, da quello che i tempi richiedono. Non si crede più alla Rivelazione consegnata da Dio in Cristo agli uomini, Rivelazione conclusa con San Giovanni. Per i modernisti la rivelazione nasce dal profondo delle persone, dal bisogno religioso.

Così la Chiesa si è affrettata a modificare se stessa e la vita cristiana per seguire i tempi, cioè la rivelazione emergente dal bisogno religioso degli uomini. Ora per motivare cambiamenti sconvolgenti che turbano la coscienza dei semplici fedeli, fabbrica dei santi che non parlano del Cielo, che non esprimono la potenza miracolosa della grazia, ma dei santi che sono stati leader delle modifiche post-conciliari: servono a giustificare una nuova cattolicità che vuole essere a tutti costi moderna.

Ma chi prega questi santi, chi chiede a loro le grazie, chi può imitarli nell'esercizio delle virtù cristiane? Sono santi destinati ad essere dimenticati, perché non servono alle anime, bensì alle curie per chiedere le nuove obbedienze.

Tutto ciò è triste, ma poco male se fosse solo questo. Il grave di questa operazione è che rende scettici tutti sulla santità, rende tutti più tristemente naturalisti.

Invece i santi ci sono ancora, ne è pieno il Cielo e spargono ancora miracoli sulla terra. E i santi, quelli veri, fanno altri santi.

Il popolo di Dio, quello saggio di un tempo, non si faceva abbindolare: un giorno sentimmo dire da un'anziana, di fronte alle nuove canonizzazioni: "Se non fanno spuntare i fiori d'inverno, non sono santi”.

Se non fanno spuntare i fiori d'inverno... se nella loro vita non si manifesta il soprannaturale, non sono santi, anche se servono all'organizzazione ecclesiastica del momento.

Ma noi vogliamo essere figli del cattolicesimo di sempre, che crede nella vita soprannaturale, che crede al miracolo e che prega i santi, quelli di sempre, i santi della cristianità.












lunedì 11 novembre 2019

“Considerata in sé stessa, l’idolatria è il più grande dei peccati mortali”. Liberalismo e idolatria nella concezione del Card. San John Henry Newman



Indigeni Amazzonia pregano nei giardini vaticani 
04.10.2019 (screenshot da video Catholic sat)


Dopo che l’ufficio stampa del Sinodo dell’Amazzonia ha utilizzato un brano del Card. San John Henry Newman per giustificare l’uso della dea Pachamama e dei riti pagani svolti nei giardini vaticani, nella processione della Basilica di San Pietro e nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, il prof. Michael Pakaluk verga un articolo che spiega che non è affatto così, e che si tratta di un vero e proprio travisamento del pensiero del santo cardinale .

Ecco il suo articolo, pubblicato su Crisis Magazine, che vi proponiamo nella traduzione di Riccardo Zenobi.




Michael Pakaluk*

“Considerata in sé stessa, l’idolatria è il più grande dei peccati mortali”. Così comincia nella vecchia Enciclopedia Cattolica la voce sul tema. Sono stato sorpreso nel leggere che questo è il più grande dei peccati mortali. E’ peggiore dell’omicidio? Ancora peggio dell’abuso sessuale su minore?

“Perché è, per definizione,” continua la voce, "una intromissione nella sovranità di Dio sul mondo, un attentato alla Sua divina maestà, un mettere una creatura sul trono che appartiene solo a Lui. Anche la simulazione dell’idolatria, fatta per evitare la morte durante le persecuzioni, è un peccato mortale, per via della perniciosa falsità che involve e lo scandalo che causa. Di Seneca il quale, contro la sua migliore sapienza, prese parte in adorazioni idolatriche, sant’Agostino disse: “Doveva essere condannato più per aver mendacemente fatto ciò che le persone credevano facesse sinceramente”.

Bene (ho pensato), questo è sensato.

Ciò che viola il Primo Precetto della Carità, e il Primo Comandamento, è ragionevolmente il peggior peccato. È così male, e così scandaloso, che anche la sua apparenza, mentre interiormente non si consente ad esso, è un peccato grave, secondo sant’Agostino. Migliaia e forse milioni di cristiani sono morti pur di non rendere offerte ad un idolo. È giusto che loro lo abbiano fatto. La Chiesa insegna che dobbiamo evitare l’idolatria anche al costo della nostra vita.

Questa verità stabilisce – se non un onere della prova per dimostrare il contrario – almeno una ragionevole richiesta al diritto di chiarificazione da parte di un cattolico laico. Mi riferisco all’inizio del Sinodo Amazzonico, quando un oggetto che sembrava un idolo è stato portato nei giardini vaticani e posto al centro di quella che sembrava una cerimonia religiosa con offerte e prostrazioni. La stessa immagine è stata poi messa in una chiesa. Inoltre, qualcosa che sembrava un’offerta a questa immagine – una ciotola con piante – è stata portata all’altare durante l’Offertorio, durante la Messa di chiusura del Sinodo, e posta sull’altare, dove è stata lasciata fino alla fine della Messa.

Nessuno che conosco ha preso parte a nulla di simile. Non è stata né mia iniziativa né dei miei conoscenti. Stavamo pensando ai nostri affari ma trovare queste scene e queste cose è stata una stoccata verso di noi. È sembrato che avessimo diritto di chiedere: cosa stava succedendo? Sembrava che un idolo fosse coinvolto in qualche modo. Per favore spiegateci perché quello non era un idolo.

“Considerate in sé stessa, l’idolatria è il più grande dei peccati mortali”. Prendete ogni altro peccato mortale, meno serio, e immaginate una cerimonia nella quale sembrava che tale peccato fosse commesso – per esempio, una non menzionabile pratica da un culto pagano inclusa in un rito non cristiano nei giardini Vaticani. Nessuno sarebbe disapprovabile se trovasse anche la sola apparenza di questa cosa oltraggiosa; se chiedesse una spiegazione sul perché non sarebbe, dopo tutto, ciò che sembrava; o se volesse sapere perché qualcosa che sembrava così oggettivamente sbagliato è stato ciononostante tollerato. Nessuna buona spiegazione è ancora stata offerta. Durante il Sinodo Amazzonico, il servizio informativo Vaticano si è riferito ad un paragrafo in Newman che suggeriscono giustifichi l’uso delle “Pachamama”. In un articolo della scorsa settimana su Crisis, ho esposto come quel paragrafo di Newman non dica nulla del genere. Semplicemente osservava, contro il protestantesimo della Chiesa Bassa, che la Chiesa Cattolica nel corso dei secoli ha incorporato vari tipi di pratiche religiose trovate nel paganesimo, come le candele, l’aspersione dell’acqua, e le figurette sul ciglio della strada. Newman stava argomentando contro l’idea che l’antica cristianità non aveva queste pratiche. Il suo punto di vista era che lo “sviluppo” della Chiesa ha incorporato vari tipi di pratiche pagane. Ovviamente, credeva anche che la Chiesa non lo avesse fatto quando ci fosse stata la possibilità di confusione tra il culto pagano e il culto cristiano, o se qualcuno potesse usare le pratiche cristiane per invocare divinità pagane. Come sempre, le pratiche sono state ricreate con un significato completamente differente nel cristianesimo.

Questo semplice fatto merita molta osservazione. È come se un cristiano dicesse che, come è vero, l’intercorso sessuale tra marito e moglie nel santo matrimonio ha un significato completamente nuovo. Supponete che prima fossero promiscui. La loro relazione casta significa qualcosa di diverso. Il sesso tra di loro (di per sé) non evoca i “falsi dèi” di amanti passati. – Poiché Dio è un Dio geloso, e qualsiasi cosa che includa lealtà a falsi dèi è completamente vietata da Lui. Ecco perché qui voglio dare seguito e sottolineare che il passaggio di Newman concretamente non dice nulla sugli idoli. Menziona “immagini”, ma ciò significa certamente che la Chiesa Cattolica, invece di rigettare le immagini scolpite come facevano gli Israeliti, ha fatto uso di immagini di Nostro Signore, della Beata Vergine, e dei santi.

La ragione è che Newman prende la storia di sane pratiche cristiane per riflettere sul proprio orrore dell’idolatria. Per Newman ed altri del movimento di Oxford, ogni cosa si incardinava sul se la Chiesa Romana fosse idolatra o no. Bisognava mostrare che aveva incorporato modelli pagani di culto, mentre in nessun modo flirtava con l’idolatria pagana. Allora, come per molti protestanti oggi, il fatto che la Chiesa a Roma si mostrasse indulgente verso l’idolatria era un argomento decisivo contro il diventare cattolico.

Uno dei più attraenti ricordi personali di Newman fu quello di William Lockhart, che, dopo la sua morte nel 1891, scrisse le sue memorie degli anni da studente ad Oxford cinquanta anni prima. “Quando Newman legge le Sacre Scritture dal leggio di St. Mary o a Littlemore”, rammenta Lockhart, “sentivamo più che mai che le sue parole erano le parole di un Veggente, che vedeva Dio, e le cose di Dio”.

C’era solo una particolare memoria a riguardo che Lockhart includeva nella sua collezione di ricordi: la reazione di Newman contro l’idolatria. “Ricordo la sua lettura del passaggio nel Libro della Sapienza riguardo la costruzione di idoli”, scrive Lockhart, “ed il sublime disprezzo con il quale leggeva dell’‘intagliare il blocco di legno e verniciarlo di vermiglione’ mi impressionava con la semplice stupidità di tentare di mettere l’idea di Dio sotto una forma materiale”.


Screenshot dalla cerimonia nei giardini vaticani del 4 ottobre 2019

Il “sublime disprezzo” di Newman verso gli idoli si trova acutamente espresso in contesti dove uno potrebbe antecedentemente aspettarsi qualche simpatia. Per esempio, nel suo sermone “La festa del Vangelo”, argomenta che la Scrittura ha sempre usato una festa come immagine della nostra relazione con Dio. Anche l’offerta pagana agli idoli della natura e del raccolto testimonia questa verità, e dice: “Questa sembra essere stata la comune nozione di comunione con Dio in tutto il mondo, comunque sia stata ottenuta; ossia che arriviamo al possesso dei Suoi doni invisibili con la partecipazione in Lui visibile”.

Ancora, Newman in nessun modo ammette che i pagani stiano facendo le stesse cose dei cristiani. Hanno testimoniato la verità, è molto chiaro, solo nella misura in cui, attraverso una festa, riescono a comunicare con i diavoli, proprio come i cristiani ora comunicano con Dio.

San Paolo sembra riconoscere che in quel modo [i pagani] comunicavano, anche se miseramente e timorosamente, con quegli idoli e con gli spiriti maligni che rappresentavano. “Le cose che i Gentili sacrificano, sacrificano ai diavoli e non a Dio; e non vorrei che tu mantenga la comunione con i diavoli ”. (1 Cor. x. 20) Qui, come prima, si parla di una festa come mezzo per comunicare con il mondo invisibile, sebbene, quando la festa era idolatra, essa era la compagnia degli spiriti maligni.

L’assunzione base del romanzo di Newman ambientato nel terzo secolo, Callista, è che l’ostinato rifiuto dell’offerta agli idoli è la pietra di paragone del vero cristianesimo. I magistrati lo sapevano molto bene: “era solo in tempi critici, quando qualche atto idolatrico era insistito da parte dei magistrati, che la natura specifica del cristianesimo era controllata e testata. Così, alla lunga, sembrava differire da tutte le altre varietà religiose con quella irrazionale e disgustosa ostinazione, come si sentiva, che avrebbe preferito soffrire tormenti e perdere la vita che sottomettersi a qualche graziosa, o toccante, o alla fine insignificante osservanza che la tradizione dei tempi ha sanzionato”. Callista arriva a comprendere questo; non dirò altro per evitare spoiler.

In tali materie, Newman era molto informato nei suoi studi sui Padri e i “primi cristiani”. Osservando i seguaci di sant’Antonio, per esempio, dice, “Consideravano che la natura bruta fosse largamente sotto il potere degli spiriti; e, dall’altra parte, c’è stato un tempo quando lo stesso Spirito Creatore ha condisceso a manifestare Sé Stesso nella forma corporale di una colomba. Le loro nozioni riguardo le influenze demoniache locali esistenti negli oracoli e negli idoli, che erano sanzionate dalla Scrittura, confermava questa credenza”. Non c’è l’ottimistica celebrazione degli ‘spiriti’ venerati tra le tribù Amazzoniche, che uno trova nel documento finale del Sinodo.


Sant’Atanasio, scrivendo la sua Storia degli Ariani¸ un testo che Newman ha editato, prende l’introduzione di idoli nelle chiese nell’Egitto del quarto secolo come la peggiore malvagità possibile: “Quando mai è stato udita una simile iniquità? Quando mai un simile male è stato perpetrato, anche in tempo di persecuzioni? Erano i pagani che perseguitavano precedentemente; ma non portavano i loro idoli nelle chiese…Questo è un nuovo pezzo di iniquità. Non è semplice persecuzione, ma più che una persecuzione, è un preludio e la preparazione all’arrivo dell’Anticristo”.

Così pensavano; così, penso possiamo affermare, pensava Newman.

Newman aborriva così tanto l’idolatria che, nel suo più ampio pensiero, influenzato da Francesco Bacone, usa la parola “idolo” in un senso metaforico, per significare una falsa credenza mantenuta in materie importanti. Finiamo per servire questa menzogna – questo idolo – come se servissimo un falso dio. Se ci aggrappiamo a questo “idolo”, ci impedisce di avvicinarci al vero Dio.

È comunemente riconosciuto che Newman nel suo “discorso del Biglietto” alla fine della sua vita identifica il “liberalismo” nella religione come l’errore contro il quale ha speso la sua intera vita. Questo suo impulso è veramente l’elemento unificante nel suo pensiero. O, più semplicemente, l’elemento unificante è l’opposto del “liberalismo” – ossia, il suo impegno a ciò che chiama “il principio dogmatico”. Questo principio significa il credere che vi sia una sola verità nella religione, che cerchi con coraggio e tenacia, e che abbracci completamente quando la trovi, anche a costo della vita se necessario (nel caso di Newman, rinunciò alla sua posizione ad Oxford e alla sua reputazione nella società inglese).

Se vedi qualche analogia tra il Primo Comandamento e il “principio dogmatico” da una parte, e l’idolatria e il “liberalismo” nella religione, sei nel giusto. Un altro modo di dire le cose è che per Newman, il relativismo nella religione era lo stesso che il politeismo, e il politeismo è un tipo di relativismo. La sua battaglia co il liberalismo, e il suo odio dell’idolatria, erano una sola cosa.

Oppure si può dire che il “sublime disprezzo” di Newman verso l’idolatria, che ha imparato dai Padri, trovava espressione nella “ostinazione irrazionale e disgustosa” di questo grande vittoriano nell’affermare la verità assoluta nella religione. In ogni caso, non è facile trasformare un passaggio di Newman in una spiegazione di apparente idolatria.





*Michael Pakaluk è professore ordinario di etica e filosofia sociale presso la Catholic University of America. Studioso di Newman, sta lavorando ad un libro su Newman come filosofo. Il suo ultimo libro è Le Memorie di San Pietro: Una nuova traduzione del Vangelo secondo Marco (Regnery, 2019).














venerdì 8 novembre 2019

Giovannino, il sopravvissuto che mostra a tutti il re nudo




Sfuggito alla logica eugenetica da Fivet, sopravvissuto alla falce abortista dell'indagine prenatale. Il piccolo Giovannino, malato e abbandonato dai genitori, mostra il re nudo della cultura di morte per la quale i figli basta volerli, senza amarli: dov'erano i "twittaroli" mediatici che oggi si commuovono per lui quando lo Stato abbandonò Alfie, Charlie e abbandona ancora oggi milioni di feti abortiti? 



Andrea Zambrano, 08-11-2019

La storia di Giovannino commuove i media italiani. Ma quanti altri Giovannino senza hastag vengono dimenticati e buttati perché indesiderati nel silenzio dei twittaroli di giornata? Una cosa il piccolo, nato da fecondazione extracorporea e abbandonato dai genitori al Sant’Anna di Torino perché affetto da una grave malattia rara, ce la sta indicando. Ed è la grande bugia che da 50 anni si consuma sull’infanzia abbandonata prima di nascere. Se ci pensiamo, anche i milioni di bambini che vengono abortiti nel mondo vengono rifiutati, aspirati nel vortice dell’aborto, ma non scatenano nessuna gara di solidarietà. Non chiamano attorno a sé le truppe di commentatori che ieri si sono vergognosamente divisi tra colpevolisti e innocentisti, con quel ditino puntato e saccente tipico della Sinistra intellettuale.

«Non dobbiamo colpevolizzare i genitori»
, tuona il medico Silvio Viale e a lui fanno eco i tanti che hanno pensato di far sapere come prima cosa che l’importante è non colpevolizzare i genitori come un editoriale di Repubblica ieri suggeriva.

A questa categoria fa da contraltare quella dei colpevolisti
alla Massimo Giannini che li chiama “genitori infami che lo hanno abbandonato alla sua malattia” contrapponendoli a quelli a “centinaia che chiedono di adottare il piccolo”.

In mezzo ci sono i pontificatori
alla Massimo Gramellini che non si curano altro che del “miracolo laico” (che ossimoro saccente) della luce che “emana” il piccolo rendendo tutti «ammaliati dalla sua voglia di vivere nonostante. Nonostante il rifiuto dei genitori. Nonostante la pelle pezzata come il costume di una maschera di carnevale».

Tutto molto bello, tutto così poeticamente confezionato
, di belle parole disposto e sentimenti rassicuranti, così come sarebbe bello, però, anche il ricordarsi che a volte la natura fa scherzi da Arlecchino, tanto per stare in tema e fanno capolino quelle malattie che sfuggono all’indagine prenatale, poco importa se fatta o no. Perché di questo si tratta.

Se il piccolo con la pelle squamata fosse stato diagnosticato
mentre era in grembo, probabilmente sarebbe stato abortito, come del resto moltissimi feti cui vengono diagnosticate malattie inguaribili, e ora non staremmo qua a imbellettarci di post e like sulla sua commovente storia. Ecco perché Giovannino ci interroga: mostra il re nudo dell’ipocrita cultura di morte in cui gli è toccato di venire al mondo.

Perché Giovannino è un sopravvissuto alla grande falce abortista
odierna. Sfuggito alla logica eugenetica da Fivet. Perché è stato soltanto voluto dai genitori, ma evidentemente non amato. E qui allora il problema non è assolvere o condannare i genitori, il problema è rivolgere il proprio sguardo sempre ai diritti degli adulti e mai orientarsi a guardare il punto di vista dei piccoli.

Sopravvissuto. Per testimoniarci i limiti della fecondazione artificiale
che prevede la fabbricazione in provetta di embrioni in base alla dittatura dei desideri e non alla logica del “ti ho amato fin dal grembo materno”.

Giovannino in fondo ci sveglia tutti quanti
: radio e giornali che, commentando il gesto dei genitori, hanno parlato di eugenetica. Eppure, sono le stesse radio e giornali che quando si parla di fecondazione assistita con conseguente diagnosi pre impianto ai appellano al diritto al figlio sano, sono i medesimi soloni che non hanno mai versato una lacrima per provare a guardare l’aborto dalla prospettiva non solo del nascituro, ma delle due vite da salvare, quella del figlio e quella della madre.

Giornalisti imbellettati che per il piccolo Alfie Evans e per Charlie Gard
non hanno mosso un dito sulla tastiera, perché allora c’era uno Stato pre-potente e scientificamente attrezzato a volerli abbandonare mentre oggi – nella stanza del Sant’Anna – ci sono soltanto due disgraziati che non sanno probabilmente che cosa hanno fatto. In fondo, il pugno in faccia del piccolo dalle squame di Arlecchino lo sta dando alla nostra malsana idea di salute. Presentarsi al mondo inguaribile, d’accordo, ma non incurabile, laddove la cura deriva etimologicamente da cuore. Il passaggio dal semplice volere all’amare è tutto qui.




















giovedì 7 novembre 2019

Una casa del V secolo dopo Cristo scoperta a Lucca conferma il miracolo di San Frediano




LUCCA – Secondo gli archeologi, dalla scoperta, la conferma dell’alluvione di cui Papa Gregorio Magno parla quando racconta la vita di San Frediano: l’evento non era mai stato confermato da prove documentali.

Per le foto vedi www.loschermo.it/111/ e www.loschermo.it/14166/





Il miracolo di San Frediano di cui parla Papa Gregorio Magno è realmente accaduto.
La conferma arriva dalle scoperte effettuata da Michelangelo Zecchini a Palazzo Poggi in via della Rosa. Una zona da sempre ricca di sorprese per gli archeologi, come due anni fa, quando – sempre in questi luoghi – vennero alla luce circa 50 metri di Mura romane.

Adesso, gli scavi di Palazzo Poggi hanno donato a Lucca un altro tassello per ricostruire quello che era la vita nei secoli passati. Sono infatti stati rinvenuti i resti di una casa lignea, molto ben conservata, tanto da diventare una delle strutture di questo genere che si può leggere meglio in tutta la nostra regione.



Ma se da una parte la sorpresa è sempre molta, gli archeologi sanno che in questa zona è praticamente certo che qualcosa di interessante, quando si va a vedere cosa vi è sotto lo strato superficiale della terra, viene senz’altro fuori. Siamo, infatti, nell’area dove venne effettuata la lottizzazione dei terreni per darli alla gestione di coloro che ricoprivano cariche di governo a Lucca.

Ecco che la casa ritrovata ci dà, quindi, uno spaccato della vita del periodo compreso tra il V ed il VI secolo: accanto ad essa è stata trovata anche una “norcineria”. Gli studiosi sono arrivati a questa conclusione, grazie a dei resti ossei ritrovati ed appartenenti ad un alto numero di animali: un cavallo, alcune capre o pecore, ma soprattutto una decina di mandibole di suini, che hanno fatto decidere agli archeologi di trovarsi di fronte ad una norcineria.

Ma la conferma più sensazionale che ci proviene da questa scoperta è quella relativa all’alluvione di cui Papa Gregorio Magno parla, quando racconta della vita di San Frediano. La storia del santo vuole che, di fronte all’ennesima catastrofe naturale, dovuta all’esondazione dell’Auser – l’antenato del Serchio – il santo, allora vescovo della città, prese un rastrello e tracciò un solco che, oltre a contenere le acque, deviò il corso dell’Auser, preservando Lucca da future inondazioni.

La storia ci racconta che le cose non andarono proprio così, poiché le cronache raccontano di eventi alluvionali che periodicamente – forse con meno frequenza o con meno intensità – afflissero Lucca. Quello che non era mai stato trovato era una prova documentale dell’alluvione di cui parla la storia di San Frediano: adesso invece questa prova esiste e sta nelle sedimentazioni trovate nello scavo, diretto da Giulio Ciampoltrini della Soprintendenza ai Beni archeologici ed effettuato da Michelangelo Zecchini.

Un’importante conferma a quella che finora era solo una delle leggende tra le più suggestive che la storia di Lucca ci propone.