martedì 28 luglio 2020

NUOVA SENTENZA CAPPATO. Cade l'ultimo paletto: avremo il diritto al suicidio per tutti






Con la sentenza che assolve Cappato e Mina Welby per istigazione al suicidio di Davide Trentini, compare come fondamento il diritto al suicidio come diritto di libertà. Trentini non dipendeva da macchinari per vivere e questo aspetto appariva decisivo per la responsabilità penale dei due imputati. Invece la Corte di Assise di Massa ha fatto cadere il paletto messo dalla Corte Costituzionale. La strumentalizzazione sul diritto a rifiutare le terapie viene abbandonata: quello al suicidio è un diritto di libertà, non c’entrano più medici, terapie, forme di sostegno vitale. Il cerchio si chiude per tutte le battaglie sui temi fondamentali che, dagli anni ’70, hanno insanguinato l’Italia.




VITA E BIOETICA
Giacomo Rocchi, 28-07-2020

L’assoluzione di Marco Cappato e Mina Welby da parte della Corte di Assise di Massa è uno snodo decisivo per capire il futuro percorso di legalizzazione dell’eutanasia nel nostro Paese.

La vicenda: Davide Trentini, 53 anni, era affetto da sclerosi multipla dal 1993; malattia incurabile e progressiva che gli procurava dolore intenso, che egli cercava di limitare con la marijuana e l’oppio. Il 13 aprile 2017, dopo essere stato accompagnato in Svizzera da Marco Cappato e Mina Welby, che lo avevano in precedenza aiutato a svolgere le “pratiche” necessarie, era stato “suicidato” in una clinica di Basilea. Di ritorno dalla Svizzera, Cappato e la Welby si erano autodenunciati, derivandone le imputazioni di istigazione e aiuto al suicidio.

La condizione di Trentini differiva da quelle di Fabiano Antoniani e di Piergiorgio Welby per un aspetto: egli non dipendeva da macchinari per vivere. L’aspetto appariva decisivo per la responsabilità penale dei due imputati: infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza pronunciata nel processo contro Cappato per l’aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio, solo in presenza di quattro condizioni: la persona aiutata a suicidarsi deve essere: a) tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale; b) affetta da una patologia irreversibile, che deve essere c) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili e deve essere d) pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. La patologia cui era affetto Trentini era sicuramente irreversibile e fonte di gravi sofferenze, ma non vi era alcun macchinario – in particolare, egli non era assistito nella respirazione – che lo tenesse in vita.

Di questa differenza i due imputati erano ben consapevoli, avendo manifestato la volontà di abbattere uno dei “paletti” che la Corte aveva piantato per delimitare l’area di non punibilità ad “una circoscritta area” (come la sentenza n. 242 si premurava di sottolineare). A dire la verità, anche altri due “paletti” sono sembrati fragili e discutibili (dobbiamo attenderci altri processi in cui saranno messi in discussione): perché la patologia deve essere irreversibile? Anche coloro che hanno patologie curabili hanno diritto a rifiutare le terapie salvavita e le forme di sostegno vitale. E poi: quanto deve essere grave questa patologia? Quanto alle sofferenze, la sentenza utilizzava un criterio soggettivo (le “sofferenze che la persona reputa intollerabili”), cosicché potrebbero giustificare il suicidio anche sofferenze oggettivamente modeste e, soprattutto, di carattere psicologico.

Torniamo al paletto che si è abbattuto in questo processo: la necessità che l’aspirante suicida sia tenuto in vita da forme di sostegno vitale.

A ben vedere, qui corre il confine tra il suicidio “medicalizzato” e il suicidio puro e semplice. Quando la Corte di assise di Milano, che giudicava Cappato per la morte di Antoniani, aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale aveva richiamato l’art. 13 della Costituzione, che recita: "la libertà personale è inviolabile"; aveva parlato, quindi, della "libertà di decidere quando e come morire" e di autodeterminazione dell'individuo: il diritto al suicidio veniva presentato come estrema espressione di libertà, che prescinde dalla condizioni e dai motivi della richiesta di morire.

La Corte Costituzionale aveva rigettato questa prospettazione: aveva negato l’esistenza di un diritto al suicidio, limitandosi (nelle sue intenzioni) ad un’applicazione particolare del diritto di rifiutare le terapie, previsto dall’art. 32 della Costituzione: poiché già la legge 219 del 2017 sul consenso informato permette di rifiutare terapie salvavita e sostegno vitale, la Corte manifestava l’intenzione di regolare un caso particolare per non far soffrire troppo e far morire rapidamente quelle poche persone che, rifiutando il sostegno vitale, morirebbero ugualmente. Non a caso, la sentenza prevedeva una procedura medico-burocratica: condizioni e modalità di esecuzione dovevano essere “verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale” ed occorreva il “parere del comitato etico territorialmente competente”. La Corte richiamava le procedure previste dalla legge 219 sul colloquio tra il paziente che rifiuta le terapie e il medico e sottolineava la necessità di prestare le cure palliative.

La sentenza di Massa, da quello che si comprende dal dispositivo, spazza via tutto questo. Benché medicalmente assistito (riceveva dalla ASL competente anche la marijuana a scopo terapeutico), Trentini aveva deciso di morire e per farlo ne aveva parlato con Cappato e Welby; il suo obiettivo era stato raggiunto senza lo spegnimento di nessun macchinario né, tanto meno, verifica da parte di medici o strutture sanitarie.

E allora, quando è lecito aiutare qualcuno al suicidio? Non ci facciamo confondere dalla patologia e dalla sofferenza di Trentini: chi chiede di morire è ovviamente portatore di grande sofferenza, rispetto alla quale non vede una via di uscita; ma questa sofferenza può essere anche psicologica. Non è difficile, quindi, intravedere il ragionamento per cui chi chiede di essere aiutato a morire evidentemente ha una sofferenza da lui reputata intollerabile e quindi ha diritto di essere aiutato a suicidarsi.

Ricompare – questa volta non come semplice prospettazione, ma come fondamento della sentenza di assoluzione – il diritto al suicidio come diritto di libertà, come massima espressione dell’autodeterminazione dell’individuo.

Cosa farà la Corte Costituzionale? Ovviamente nulla, perché i giudici di Massa si sono ben guardati da sollevare una nuova questione di legittimità costituzionale e, semplicemente, hanno utilizzato la sentenza e hanno iniziato ad allargare le maglie, abbattendo i paletti. Pensate che i giudici della Corte si preoccuperanno? Beh, se ricordiamo che, nella sentenza 242, la Corte, per sottolineare la propria attenzione ad impedire abusi, aveva menzionato la propria sentenza n. 27 del 1975 sull’aborto, vantandosi di avere imposto al legislatore limiti severi e fingendo di non sapere che quei “paletti” hanno portato ad una liberalizzazione totale …

Insomma: il ciclo si chiude. La strumentalizzazione che, da decenni, viene fatta dell’articolo 32 della Costituzione, sul diritto a rifiutare le terapie, avendo raggiunto il suo scopo – con la legge 219 sul consenso informato e con la sentenza 242 della Corte Costituzionale – viene abbandonata: quello al suicidio è un diritto di libertà, non c’entrano più medici, terapie, forme di sostegno vitale (ricordate le discussioni infinite sul fatto che Eluana Englaro era sottoposta a terapia perché nutrita con il sondino nasogastrico?); chi soffre e chiede di essere aiutato a morire ne ha il diritto e chi lo aiuta è esente da responsabilità. La chiusura del ciclo vale anche per tutte le battaglie sui temi fondamentali che, dagli anni ’70, hanno insanguinato l’Italia: significa qualcosa il fatto che la prima proposta di legge sulla legalizzazione dell’eutanasia fu firmata da Loris Fortuna, padre della legge sul divorzio?

Verrebbe da osservare: perché preoccuparsi tanto? Trentini, come Antoniani, soffriva tanto e, con l’aiuto al suicidio, per lui sono cessate le sofferenze. Per usare un argomento già conosciuto: nessuno ti costringe a suicidarti, che male c’è se questo avviene per chi lo chiede (secondo Mina Welby ci sono 900 persone in attesa)?

Le osservazioni ad una posizione come questa possono essere molteplici: penso ad una riflessione sulla società che, di fronte alla sofferenza, ormai non sa dare risposte di speranza ma preferisce indicare la via di uscita; penso ai giudici (non solo quelli professionali: una Corte di assise è composta in maggioranza da giudici popolari, cittadini normali), che sembrano non comprendere l’esito inevitabile di questa corsa alla scoperta di nuovi diritti.

Propongo una riflessione diversa: la pillola della morte proposta in altri Paesi per i settantenni. Nel processo di Massa, Cappato e Welby sono stati assolti dall’imputazione di istigazione al suicidio perché il fatto non sussiste: quindi essi non avevano indotto Trentini a chiedere il suicidio, egli era libero nella sua decisione; è il quarto “paletto” piantato dalla Corte Costituzionale per ritenere lecito l’aiuto al suicidio (la persona deve essere “pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”); lo stesso è avvenuto nel processo per la morte di Antoniani. Anche la legge 219 prevede che il rifiuto alle terapie salvavita debba provenire da soggetto libero e consapevole. Il problema è che questa “libertà” (già è contraddittorio parlare di “libertà di morire”) è diventata un presupposto, un dato che non viene accertato.

Eppure, il rischio della legalizzazione dell’aiuto al suicidio sta proprio qui, come la stessa Corte Costituzionale aveva ribadito: “Il divieto di aiuto al suicidio conserva una evidente ragion d’essere nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine […] occorre scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere […] il rischio è che il suicidio avvenga senza alcun controllo sull’effettiva sussistenza della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono affetti".

Quanto sono liberi quegli anziani cui, dopo lo scoccare dei 70 anni, viene proposta la pillola della morte? E gli anziani malati lasciati soli nelle case di riposo o negli ospedali?

Davvero siamo di fronte ad un nuovo passo nel riconoscimento dei diritti delle persone?


Giacomo Rocchi







venerdì 24 luglio 2020

Dai costruttori di Cattedrali ai costruttori di ponti






20-07-2020

Ci sono stati uomini capaci di dare la vita per costruire Cattedrali. Ci sono uomini capaci di dare la vita per distruggerle o per appropriarsene. Entrambe le categorie sono mosse dalla fede in Dio o dalla sua avversione. Ci sono uomini invece a cui le cattedrali non interessano granché a meno che non facciano parte di un romanzo di successo, di una serie televisiva o di una tappa del loro tour turistico.

Due cattedrali simbolo della Cristianità si sono viste seriamente minacciate in questi ultimi tempi meritando di balzare agli onori della cronaca quel poco che è consentito farlo ad un edificio religioso. Quella di Notre Dame di Parigi che il 15 aprile del 2019 vedemmo avvolta nelle fiamme e quella di Santa Sofia di Istanbul che in questi giorni è stata convertita in Moschea per volere del dittatore turco Erdogan.

Quello di Notre-Dame de Paris non è un caso isolato, in questi ultimi mesi diverse chiese francesi si sono trovate avvolte dalle fiamme, trattandosi spesso di incendi dolosi. Il 17 marzo 2019, a restare devastata da un incendio fu un’importante chiesa parigina, quella di Saint-Sulpice. Mentre in questi giorni c’è voluta una squadra di sessanta pompieri per circoscrivere l’incendio provocato da mano umana nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Nantes.



Se l’incendio di Parigi non ci ha privato di quel gioiello architettonico e spirituale che ha resistito alla più grande rivoluzione iconoclasta che l’Europa abbia mai conosciuto lasciandoci a considerazioni allegoriche e a ragionamenti paradigmatici sullo stato della fede nel vecchio continente, il ratto di Istanbul ci pone di fronte alla realtà di una Cristianità minacciata, sempre più marcata a zona da forze religiose e ideologiche che vorrebbero ridurla a ricordo del passato chiusa nel museo archeologico delle idee desuete, superate.

Troppo spesso oggi chiese e cattedrali vengono considerate come dei luoghi turistici in cui si è costretti a pagare un biglietto, ricondizionate e utilizzate come musei, adattate a sala esposizioni o gallerie d’arte quando non a sale da pranzo o a luoghi di incontri culturali o politici. Questo nel caso non vengano vandalizzate, profanate, incendiate o saccheggiate.

Fare spallucce di fronte all’impeto di una persecuzione i cui tratti gentili (ma non troppo) non ne attenuano la tenacia e l’efficacia, è il segno inquietante di una ritirata suicida. Per questo desta sconforto sentire il vaticanista del quotidiano più letto d’Italia affermare candidamente che di Santa Sofia “la Turchia può fare quello che vuole” perché Dio vuole il cuore e non le mura di una Chiesa. A chi timidamente fa presente che tra quelle mura si celebra l’Eucaristia, risponde che “L’Eucaristia non è tutto”. Non è una voce isolata quella del giornalista di Rep. Il commento di un parroco romano sui social farebbe tremare persino i più ingenui: “Basta che l’arte non venga toccata. Da nessuna confessione religiosa”. (Su Santa Sofia ho apprezzato la riflessione, puntuale e pacata, del prof. Lugaresi che invito a leggere per intero sul suo blog).

Ma il punto su cui vorrei riflettere è che dietro ogni cattedrale c’è un progetto e che questo progetto rischiamo, poco a poco, di perderlo di vista. Non parlo qui del colossale progetto architettonico e artistico che rappresenta un’eredità unica nella storia dell’umanità, meritevole di studi e approfondimenti storico artistici, ma del progetto religioso che soggiace alla costruzione delle Cattedrali. Il progetto di un’umanità che, in mezzo alle vicende della vita, sa cogliere l’essenziale e puntare ad esso con tutte le sue potenzialità. I costruttori di cattedrali furono uomini mossi da zelo e fervore spirituale, con lo sguardo rivolto al cielo, uomini e donne che misero la loro scienza, la tecnica, l’arte e la forza fisica a servizio di un progetto ritenuto fondamentale: quello di puntare al cielo e di indicare al mondo la via del Paradiso. È per questo che oggi, più che perdere qualche vetrata, organo o campanile, il rischio più grande è quello di perdere di vista quel progetto che ha portato alla costruzione delle cattedrali. Non sono infatti le mura degli edifici, in quanto mura, quello che ci interessa, non il patrimonio artistico e storico (che in realtà fa parte del “progetto spirituale” se si pensa alla via pulchritudinis e che da solo basterebbe ad alzare barricate per difendere le cattedrali) ma il significato spirituale che tutto ciò rappresenta. Fare spallucce di fronte all’attuale attacco rivolto da più parti a chiese e cattedrali in nome di un cristianesimo meno presenzialista e più spirituale vuol dire tirare i remi in barca, deporre le armi in una battaglia che mira a depotenziare il cristianesimo al fine di trasformarlo in una qualunque filosofia o in una spiritualità innocua, buona per spiriti deboli e utopisti nostalgici.



Eppure a dimenticare il grande progetto delle cattedrali non sono i nemici della Chiesa (mossi dal nichilismo o dalla religione) che piuttosto hanno ben dimostrato di capire la portata simbolica di questi edifici, ma i cattolici stessi, in particolare quella fronda oggi maggioritaria di cattolici che spingono per un cristianesimo presente in società solo come forza di azione sociale e non come presenza di Cristo e voce profetica per la salvezza delle anime. Un cattolicesimo “diverso”, impegnato nel sociale, nel campo economico, in prima linea nelle battaglie ecologiche ma silenzioso e conciliante sui temi etici, sul peccato, sulla grazia e sul destino dell’anima, sul Paradiso. Un cattolicesimo di questa sorta non ha certo bisogno di cattedrali, che al contrario risulterebbero luoghi “divisivi” ed ingombranti, comunque non utili alla causa con le loro spesse mura e le loro ricercate rifiniture artistiche. Questo cristianesimo diverso ha piuttosto bisogno di aule magne, sale per conferenze stampa, account sui social network… La presenza cristiana in società verrebbe così ridotta a un ufficio stampa che dirama comunicati in linguaggio religiosamente e politicamente corretto. Comunicati che invitano al dialogo, alla concordia universale, alla pace nel mondo, alla raccolta differenziata e alla costruzione di ponti (vedasi ad esempio il recente comunicato del Vescovo di Lizzano).

Così la Chiesa si ritrova oggi, più impegnata a costruire ponti che cattedrali. Diversamente dalle cattedrali, che avevano lo scopo di elevare lo sguardo e l’anima, di innalzarsi per puntare al Paradiso dove l’incontro con Dio rappresenta l’unica e vera fonte di felicità per l’uomo, i ponti permettono di passare da un estremo ad un altro, da un terreno ad un altro, da un pensiero ad un altro, senza elevarsi di un centimetro, ma tornando all’altitudine di partenza.


Cosi facendo, scegliendo i ponti e scaricando quelle “scale” del Paradiso che furono le cattedrali, finiremo per dimenticare quel progetto che ebbe come scopo, non già la costruzione di luoghi di culto per promuovere una sorta di egemonia politica, ma la costruzione di luoghi di incontro con Dio, edifici che indichino la strada verso la vera vita. Costruzioni che rappresentano un vero e proprio annuncio per chi non crede, e per chi cerca e chiede la vita ad altro e in altro, non per interesse personale o per nostalgia di una società che non esiste e non tornerà ma per amore agli uomini e per fedeltà al mandato ricevuto da Nostro Signore.


Di certo il patrimonio artistico rappresentato dalle cattedrali è di notevole importanza, ma come ha ricordato Benedetto XVI parlando dell’arte gotica e romanica “i capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati“. Non si tratta dunque di piangere la perdita di gioielli artistici ma di perdere di vista ciò che sta alla base della loro creazione.

Cosi l’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi indicava sinteticamente il progetto che portò alla costruzione delle cattedrali e dunque il loro scopo: quello di portare le anime a Cristo che è via, verità e vita per gli uomini e le donne di ogni generazione. «Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia risplendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta».








mercoledì 22 luglio 2020

DONNE "PRETE" IN SVIZZERA. Tutti a Messa da Anita e Karin. È la liturgia indipendente











Laici sull'altare per una celebrazione in tutto e per tutto identica alla Messa con l'eccezione della consacrazione e per due domeniche al mese una donna con camice e stola. A Lucerna, nella Svizzera tedesca, il sogno del laico al posto del prete e delle donne-sacerdote si avvicina a larghe falcate, con la benedizione dei vescovi dopo una sperimentazione di 4 anni: «Le donne e gli uomini che prestano servizio in chiesa hanno sviluppato una forma liturgica indipendente». Indipendente da Roma, ovviamente e dalla natura sacramentale della Messa. Quando il clericalismo dei laici è usato per attaccare la figura del sacerdote con la scusa del calo di vocazioni. Anche se i numeri non lo giustificano affatto.

Andrea Zambrano ECCLESIA
22-07-2020
Libertà interpretative, quid soggettivi, “secondo me” a discrezione dei vescovi. L’arbitrarietà in campo liturgico con annessi abusi nel coinvolgimento dei laici negli uffici propri del clero e nell’amministrazione dei Sacramenti ha raggiunto vette elevate.

Prova ne è che l’Istruzione della Congregazione del clero presentata lunedì dal sottosegretario monsignor Andrea Ripa, nasce proprio per limitare la libertà al limite della licenza con la quale i vescovi hanno concesso ai laici spazi non propri fino a clericalizzare la loro partecipazione alla vita della Chiesa. O almeno questo, al netto delle illazioni e dei sospetti aperturisti, che pure sono legittimi, è l’obiettivo dichiarato.

C’era bisogno di un documento del genere che i giornali invece hanno interpretato come un malizioso via libera ai laici in clergy? Per rispondere a questa domanda è bene chiedersi quali siano le realtà più a rischio nel campo della presenza laicale a Messa.

Per comprendere la necessità di un’Istruzione che mettesse dei paletti nel far west liturgico contemporaneo, ad esempio, è bene fare un salto in Svizzera dove da tempo i laici hanno conquistato una «forma liturgica indipendente» con la scusa della carenza dei sacerdoti, che poi, vedremo, carenza vera e propria non è. Indipendente da cosa? Da Roma, ovviamente.

Nel cantone tedesco di Lucerna ad esempio non è raro trovare al sabato o alla domenica donne che “celebrano” la messa con tanto di paramenti sacri addosso. Una messa completa, dall’omelia alla distribuzione della Comunione fino alla proclamazione del Prefatio, l’epiclesi finale ad eccezione delle parole della consacrazione dato che le Ostie erano già state consacrate precedentemente da un prete.


Siamo nei pressi di Lucerna, nella località turistica di Rigi Kaltbad First. È tra queste incantevoli montagne che sorge una cappella settecentesca dedicata a “San Michele tra le rocce” nella quale tutte le domenica a “celebrare” per il popolo sono alternativamente un fedele maschio e una donna.

Domenica scorsa era il turno della signora Anita Wagner. Altre volte la meditazione è affidata a Karin Martin mentre domenica prossima sull'altare salirà Emilio Naf. Come si può vedere è a loro che è affidato il Gottendienst, che letteralmente significa “servizio liturgico”. Non è la Messa, ma è tutto ciò che c’è nella Messa ad eccezione delle parole della Consacrazione. Ben oltre dunque la classica 

La cosa non è affatto nuova in Svizzera. A Lucerna "celebra" Judith von Rotz. Anzi, è la conclusione di un percorso di sperimentazioni iniziato 4 anni fa e concluso proprio in questi giorni con l’immissione per via ufficiale di veri e propri predicatori della domenica e “preti per caso", diciamo così: il sogno del sacerdozio femminile che si avvicina a larghe falcate.

Scrive Paul Hugentobler, diacono della Regione Ecclesiastica di Lucerna, che fa capo a quella di Basilea: «A nome dei vescovi svizzero-tedeschi, le donne e gli uomini che prestano servizio in chiesa hanno sviluppato una forma liturgica indipendente per quattro anni e l'hanno sperimentata nelle loro parrocchie. Dove nessun sacerdote di una parrocchia può celebrare l'Eucaristia il sabato o la domenica, la celebrazione della Parola di Dio deve essere mantenuta».

La forma liturgica indipendente prevede anche momenti, per così dire, misti, vale a dire celebrazioni in cui il prete è presente per la proclamazione del Vangelo e la consacrazione, mentre al laico sono demandate tutte le altre parti della Messa, compresa la predicazione, la distribuzione della Comunione e le preghiera di offertorio, colletta etc…

D’altra parte, non c’è da stupirsi. E' la stessa Chiesa svizzera dove in una diocesi è stato scelto un vicario episcopale donna. Nella Chiesa svizzera, come in Germania, ogni parrocchia è una sorta di piccola impresa che si finanzia con la tassa ecclesiastica: c’è bisogno di dare tanto lavoro. Chi studia teologia ad esempio, viene assegnato ad una parrocchia e così può garantirsi il lavoro per tutta la vita. A curare la celebrazione dunque non è il prete, che diventa un soggetto tra i tanti, il più delle volte assente, ma il leitung, il direttore e la Messa diventa niente più che un evento sociale sganciato dalla dimensione sacerdotale che le è connaturata.

Dal video, i fedeli presenti non sembrano manifestare sorpresa, segno che alla lunga, a tutto ci si abitua. Sul sito della diocesi poi, ad ogni messa è spiegato bene chi è il Predigt, il predicatore, e non di rado si possono trovare donne vestite di tutto punto, dalla tunica alla stola. Il tutto ovviamente è portato avanti con la scusa della carenza di preti, che sta diventando il lasciapassare per gli abusi più impropri. Ma è davvero così?

Stando ai numeri non si direbbe. La Diocesi di Basilea non è per nulla diversa da una qualunque altra diocesi europea che vive il calo delle vocazioni, ma non per questo si rifugia in queste paraliturgie come surrogati della Messa. Anzi, per certi versi ci sono realtà che potrebbero stare peggio della località elvetica.

Con i suoi 1.044.013 battezzati, la diocesi ha 584 sacerdoti, vale a dire 1.787 battezzati per sacerdote. Non sono numeri più drammatici di altre realtà. A Milano ad esempio cambiano i numeri ovviamente, ma le proporzioni non sono dissimili: 1.900 battezzati per sacerdote. Mentre in una diocesi di medie dimensioni come quella di Modena troviamo addirittura 2.184 battezzati per sacerdote. Eppure, sotto la Ghirlandina pur a fatica, a celebrare Messa continuano ad essere i preti. Anche Torino ha circa 2000 battezzati per sacerdote.

Ma forse il problema non è la carenza dei sacerdoti, bensì la mancanza di fede che ha generato una deriva così clericalista nei paesi d’influenza teutonica. Influenza che si sta cercando di estendere anche all’Area Mediterranea. In fondo, anche questi esperimenti, guarda caso poi sempre approvati, non sono altro che l’ennesimo colpo al sacerdozio, del quale l’uomo moderno ha capito che può fare sempre più a meno, da quando la Messa non è altro che un servizio.


https://www.lanuovabq.it/it/tutti-a-messa-da-anita-e-karin-e-la-liturgia-indipendente




giovedì 16 luglio 2020

Il mondo verso la catastrofe demografica






Una ricerca americana prevede per la fine del secolo un calo generalizzato della popolazione mondiale con ben 23 paesi, tra cui l'Italia, che vedranno gli abitanti più che dimezzati. Necessaria una grande riorganizzazione sociale o sarà il disastro, dicono i ricercatori. Ma le soluzioni non si trovano e si vuole continuare con la stessa ideologia anti-umana che ci ha portato a questa crisi. Un ammonimento anche per la Santa Sede.




Riccardo Cascioli, 16-07-2020

Alla fine del secolo quasi ogni paese al mondo avrà tassi di fecondità al di sotto del livello di sostituzione, ben 23 paesi vedranno la loro popolazione più che dimezzata, e se le società non saranno capaci di riorganizzarsi sarà un disastro. Finalmente qualcuno che non sia etichettato come pro-life e quindi screditato, si accorge della catastrofe demografica cui stiamo andando incontro. Si tratta dei ricercatori dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington (USA), il cui studio è stato pubblicato dalla rivista scientifica The Lancet, e ripreso con enfasi dalla BBC.

In realtà lo studio, finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, non usa toni allarmistici pur presentando dati drammatici, mentre molto più chiaro è uno degli autori dello studio nell’intervista alla BBC, in cui parla di «dati sbalorditivi» di cui «si fatica enormemente a capire la gravità», visto che si tratterà di «riorganizzare completamente le società».

La novità di questo studio è nei modelli usati per la proiezione dei dati sulla popolazione, modelli più completi e sofisticati rispetto a quelli usati dalle Nazioni Unite per le proiezioni più recenti. E quindi, mentre l’ultimo rapporto ONU prevede che la popolazione mondiale continuerà a crescere fino al 2100 attestandosi intorni agli 11 miliardi di abitanti, la ricerca in questione vede il picco della popolazione raggiunto già nel 2064 con circa 9.7 miliardi di persone e poi un declino fino a 8.8 miliardi per la fine del secolo.
Ovviamente l’evoluzione non è omogenea, ma su tutti spicca il dato dei paesi che si avviano verso l’estinzione: l’Italia dovrebbe passare dagli attuali 60 milioni di abitanti ai 28 milioni del 2100, mentre il Giappone scenderà da 128 milioni a meno di 53, la Spagna da 46 a 21.5, la Corea del Sud da 52.7 a 24.7.
Cifre da incubo, che per di più tengono conto anche dell’immigrazione. Il fatto è, dicono i ricercatori, che crollando i tassi di fecondità in tutto il mondo, anche i paesi che hanno scelto l’immigrazione come soluzione alla denatalità si troveranno in forte competizione fra di loro. Peraltro, come abbiamo più volte spiegato, l’immigrazione vista come riempitivo del vuoto lasciato dalla popolazione locale crea molti più problemi di quelli che può risolvere.

Data la matrice ideologica e lo sponsor, la ricerca sottolinea anzitutto il positivo di questi dati, ovvero: meno persone, meno emissione di anidride carbonica (CO2), meno pressione sull’ambiente. D’altra parte però si evidenzia il rischio di una catastrofe sociale se non si saprà rispondere ad alcune semplici domande: chi pagherà le tasse in una popolazione dove gli anziani sono maggioranza? Chi pagherà i servizi sanitari per gli anziani? Chi li curerà? Si potrà ancora andare in pensione?

La ricerca non offre risposte certe, soprattutto non si mettono neanche minimamente in discussione certi presunti diritti civili: aborto e contraccezione. Anzi, la domanda di fondo è proprio questa: come è possibile riequilibrare la popolazione e riorganizzare la società senza mettere in discussione certe “conquiste”?

Diciamo che l’impressione che si ha leggendo la ricerca è proprio quella di trovarsi in un vicolo cieco tale da temere che la invocata “riorganizzazione sociale”, lungi dal poter essere controllata, sarà invece un generale “arretramento sociale” che sarà allo stesso tempo origine e frutto di un lungo periodo di instabilità e violenza, come fu alla fine dell’Impero Romano.

Per decenni si è investito cifre spaventose per convincere il mondo intero che il problema più grave è la sovrappopolazione, che se non si fossero abbattuti i tassi di fecondità il mondo sarebbe andato incontro alla catastrofe; per decenni si sono commessi veri e propri crimini contro l’umanità, con la copertura dell'ONU, attraverso sterilizzazioni di massa e aborti forzati e selettivi (vedi Cina e India) pur di ridurre drasticamente le nascite.
Si è inventata anche una "emergenza ambientale" per giustificare il controllo delle nascite, e non a caso la ricerca considera per questo il calo della popolazione un dato positivo. Si è dunque provocata artificialmente una crisi demografica devastante e ora, senza un’ombra di autocritica, si cerca qualche operazione di ingegneria sociale per riparare i danni.

Ma i danni sono troppo gravi per poter essere riparati; tanto più che si pretende di trovare soluzioni attingendo all’ideologia anti-umana che li ha provocati. La ricerca mette in evidenza proprio la riduzione dell’umano che tale ideologia genera: la crisi demografica viene vista soprattutto in termini di riduzione della forza lavoro, come se l’uomo fosse solo uno strumento di produzione, da cui si comprende l’enorme fardello rappresentato da un’ampia fascia di popolazione non più produttiva.

Sappiamo già purtroppo quale è la prima misura, anche se non detta, per riequilibrare la popolazione: come per contenere le nascite si è eliminato senza pietà i bambini (l’aborto certo, ma in alcuni paesi anche l’infanticidio) ora per riequilibrare la struttura della popolazione si passa all’eliminazione degli anziani, cominciando con l’abbandono terapeutico, già diventato una prassi in tanti paesi, per poi proseguire con l’eutanasia e il suicidio assistito. Abbiamo visto chiaramente nell’emergenza Covid il meccanismo: siccome non c’è possibilità di assistere tutti, si fa una selezione, e ovviamente i più anziani sono i primi ad essere sacrificati.

Questo dovrebbe essere di monito anche per certi personaggi autorevoli della Santa Sede che, con tanto entusiasmo, hanno abbracciato la causa dello sviluppo sostenibile e dell’ambientalismo, pensando così di curare la terra secondo la volontà del Creatore. Hanno portato in Vaticano a pontificare i principali esponenti di questa concezione anti-umana, da Jeffrey Sachs a Paul Ehrlich, fanatici sostenitori del controllo delle nascite e della necessità di ridurre la popolazione mondiale. La loro cura della terra è eliminare gli uomini, la loro lotta alla povertà è eliminare fisicamente i poveri e i più vulnerabili. Camminarci insieme significherà alla lunga abbracciare tutte le loro “terapie”, anche quelle oggi inconfessabili.









https://www.lanuovabq.it/it/il-mondo-verso-la-catastrofe-demografica





domenica 5 luglio 2020

Crisi denatalità. No fede, no figli





RAPPORTO ISTAT

Il rapporto Istat 2020 dipinge un quadro molto cupo dal punto di vista demografico per l'Italia. Aggravato sì dalla pandemia, ma il problema viene da molto più lontano. Non c'è dubbio che la denatalità ha accompagnato il processo di secolarizzazione. Anche la Chiesa deve capirlo: il problema è la fede, non le questioni sociali.




EDITORIALI
Giuliano Guzzo, 05-07-2020

10.000 figli in meno. Questo il prezzo demografico
che, in aggiunta a quelli sanitari ed economici, la pandemia potrebbe comportare per il nostro Paese. L’inquietante profezia si trova a pagina 261 del Rapporto annuale 2020 Istat diffuso venerdì. Si tratta di un corposo documento che va ad esplorare vari ambiti, a partire naturalmente da quelli economici e lavorativi, e che sul finire delle poco meno di 300 pagine di cui è composto contiene una previsione sull’aggravarsi della denatalità che sarebbe eufemistico definire cupa.

«Recenti simulazioni, che innanzitutto tengono conto del possibile condizionamento
delle scelte riproduttive derivante dal clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto», si legge nel Rapporto, «evidenziano un suo primo effetto sulla riduzione delle nascite nell’immediato futuro». Questo calo, continua l’Istat, «dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10 mila unità, ripartite per un terzo nel 2020 e due terzi nel 2021, con un calo della natalità dello 0,84% nel 2020, rispetto al 2019, e un ulteriore calo dell’1,3% nel 2021».

Per quanto questi numeri siano esito di «simulazioni», c’è purtroppo da temerli realistici.
Anche perché sono allineati ad un quadro internazionale tutt’altro che roseo: un recente rapporto del Brookings Institution, centro di ricerca con oltre un secolo di storia, ha stimato che gli Usa pagheranno demograficamente la pandemia con un calo di nascite tra le 300.000 e le 500.000 unità; in Giappone i tassi di fertilità sono precipitati al livello più basso degli ultimi 12 anni e la Corea del Sud, che pure ha gestito l’emergenza sanitaria in modo esemplare riportando finora meno di 300 vittime, si trova con un deprimente 1.1 figli per donna ad essere il Paese del globo dove la natalità è più bassa.

Ma torniamo all’Italia
che, dice l’Istat, rischia di scontare un «condizionamento delle scelte riproduttive derivante dal clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto». Considerazioni plausibili? Probabilmente sì, nel senso che il clima di incertezza attuale di certo non favorisce progetti familiari né lascia immaginare, a breve, una nuova primavera demografica. Dunque è verosimile che in questo 2020 le culle, già semideserte, potranno ulteriormente svuotarsi. Tuttavia, ecco il punto, sarebbe troppo semplice – e anche troppo comodo – addossare la responsabilità di tutto al Covid-19.

Non possiamo infatti dimenticare quale sia la situazione dell’Italia
, ovvero di un Paese sotto il decisivo tasso di sostituzione - pari a 2.1 figli per donna - dal lontano 1977, in cui dal 1993 i morti hanno superato i vivi e in cui dal 2008 al 2018 il calo delle nascite è stato di 140.000 unità, con il risultato neppure di una denatalità bensì, ormai, di un principio di spopolamento. Questo, beninteso, non significa che i 10.000 nati in meno previsti dall’Istat non ci saranno; significa però che l'«incertezza e paura associato alla pandemia in atto» c’era già da prima. Da quando? Da quando, come Paese, abbiamo imboccato la strada della secolarizzazione pagando un prezzo altissimo anche se non monetario: quello della speranza.

Lo dimostra in modo chiaro il parallelismo con il Dopoguerra
, a più riprese evocato come termine di paragone con quel che ci aspetta dopo la pandemia. Ebbene, è vero: dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era in macerie e del welfare non esisteva neppure l’ombra. Eppure, nel 1946 nacquero 1.036.098 bambini, più del doppio dei 435.000 nati del 2019, quando il Covid-19 era ancora percepito come un problema cinese. Com’è possibile? Semplice: quell’Italia del 1946, benché per lo più ridotta in stracci, aveva speranza. Ed aveva speranza non perché avesse chissà quali certezze nel futuro, ma perché aveva fede.

Che le cose stiano in questi termini è dimostrato
dalla differenza che ancora oggi si osserva tra famiglie religiose – quale che ne sia il credo – e unioni familiari laiche: le prime fanno più figli delle seconde, spesso anche molti di più. Ecco che allora il rimedio al clima d’«incertezza e paura associato alla pandemia in atto» - per superare il quale all’Italia serve senza dubbio un governo meno disastroso di quello in carica – non può che passare da quella riscoperta della religione di cui, a ben vedere, qualche vagito si è registrato negli ascolti televisivi record di Messe e Rosari di questa primavera.

Certo, nel frattempo la Chiesa deve fare la Chiesa.
Appare infatti impensabile una rinascita religiosa se quelli che ne potrebbero essere i principali artefici seguiteranno a soffermarsi su tutt’altri temi, dalla questione migratoria a quella ambientale, dalla lotta alla povertà a quella alle mafie. Tutte questioni rilevanti, per carità. Ma l’Italia, per tornare a guardare avanti, ha bisogno anzitutto di guardare in Alto. E solo alla Chiesa spetta l’onere e l’onore di operare affinché questo accada. Perché, come gli studi demografici dimostrano, la fede non è affatto una questione solo privata. Ha riflessi sociali che riguardano tutti e che, nel caso dell’Italia, possono segnare la differenza tra l’estinzione e la rinascita.










giovedì 2 luglio 2020

Messa proibita a chi chiede la Comunione in bocca. Succede a Cremona






Il vescovo di Cremona non va per il sottile con chi non si adegua al diktat igienista: il gruppo che celebra la Messa in latino chiede un incontro per poter ricevere la Comunione in bocca. Napolioni sospende le celebrazioni. Il gruppo scriverà alla CDF che non potrà far altro che dargli ragione. Ma il dado è tratto: l'Eucarestia è un ostacolo al pensiero covid corretto insinuatosi nella Chiesa.





ECCLESIA
Andrea Zambrano, 02-07-2020

«Di comunione in bocca non si può nemmeno parlare. Anche solo chiedere un incontro può costare caro, ad esempio vedersi negato il diritto a partecipare alla Messa. Il vescovo di Cremona Antonio Napolioni non va per il sottile quando si tratta di igienismo covid corretto. Così di fronte alle richieste di alcuni fedeli a ricevere la comunione in bocca e non in mano, ha improvvisamente sospeso le Messe in forma straordinaria che si svolgono in diocesi di Cremona a cura del gruppo stabile locale.

Eravamo stati facili profeti: il divieto di comunione in bocca avrebbe creato non poche ferite e a farne le spese sarebbero stati prima di tutto quei fedeli che – in coscienza – non si sentono di ricevere la comunione con le mani. Tanto più che, nel caso della cosiddetta Messa in latino, normata dal Messale del 1962 l’unica distribuzione della Comunione ammessa è quella in bocca, non esistendo nel 1962 questa possibilità.

I fatti prendono il via a Cremona a metà giugno quando dopo il lockdown il gruppo di fedeli si organizza per ricominciare le celebrazioni sospese. Ma il delegato vescovile che segue il gruppo, don Daniele Piazzi comunica la sua volontà di non distribuire la comunione in bocca. E neppure secondo le modalità “prudenziali”, con la pinza ad esempio, come fanno a Milano.

Il gruppo a questo punto cerca di far ragionare il sacerdote spiegando che differentemente dal Novus Ordo, nel quale la comunione sulla mano è ammessa e può essere scelta come modalità preferibile o, addirittura, esclusiva di distribuzione, nella Forma Extraordinaria essa non è possibile.

Insomma: non si può imporre a quei fedeli che – consapevoli del loro diritto di ricevere la Comunione in bocca – trovano l’amministrazione in mano totalmente estranea alla loro sensibilità eucaristica, e che si troverebbero costretti a scegliere di astenersi dalla comunione sacramentale. Quasi nessuno farebbe la Comunione.

Il gruppo fa notare anche che come è stato rilevato da numerosi medici ed infettivologi, la distribuzione in mano non costituisce una modalità più sicura rispetto a quella tradizionale.

Ma, essendo dentro un’esperienza che si svolge dentro le mura diocesane, il gruppo ha chiesto di poterne discuterne serenamente per non vivere la cosa con la logica della diatriba o del contrasto.

Ma quali discusisoni d'Egitto? La risposta del sacerdote non si è fatta attendere ed è stata una doccia gelata: «Considerando che la modalità di ricevere la comunione è per la vostra sensibilità eucaristica più vincolante del comunicarsi in se stesso, tanto da portarvi a non obbedire al comando del Signore: “Prendete … mangiate”, il Vescovo mi autorizza a informarvi che la Messa nella forma straordinaria è sospesa fino al momento in cui i Vescovi italiani e le disposizioni governative consentiranno di tornare alla “normalità” celebrativa senza mettere a rischio la salute dei fedeli».

Una decisione drastica, quella del vescovo, e probabilmente illegittima perché la sospensione della Messa nasce a fronte di una semplice richiesta a poter parlare del tema della comunione in bocca. Ora la Congregazione per la Dottrina della fede si troverà a dover risolvere il problema dato che il gruppo, dopo il diniego di Napolioni, scriverà all’ex Sant’Uffizio, che – stando ai soliti ben informati – non potrà fare altro che riconoscere il pieno diritto dei fedeli.

La comunicazione di don Piazzi rivela tutto il disprezzo verso i fedeli con sensibilità liturgiche diverse da quelle mainstream, diciamo, e in questo periodo, Covid-corrette: «Come voi non volete “essere costretti” a una modalità celebrativa che offende la vostra sensibilità eucaristica, ugualmente il sottoscritto “in scienza e coscienza” non può essere posto da altri nella condizione di mettere a rischio la salute dei fedeli». Salute che, lo abbiamo scritto tante volte non è messa a rischio per la distribuzione della comunione in bocca, che rappresenta a questo punto, visto che la situazione in tante chiese sta tornando alla normalità dopo l’eliminazione dei guanti, il vero nemico da abbattere.

Il prete preferisce l'igiene del corpo alla salute delle anime. Suona male come titolo, ma è così. Nel frattempo tutte le possibili stramberie liturgiche negli anni sono state accettate e sdoganate come salutari.

Se non si interverrà con autorità per ripristinare almeno le condizioni pre-esistenti, molti fedeli dovranno soffrire. L’Eucarestia è ormai il nemico, la Comunione obbligatoriamente sulla mano è da decenni il mantra preferito dei distruttori della liturgia. Adesso si aggiunge la vessazione e si procede addirittura a impedire ai fedeli di stare in ginocchio. La dittatura igienista ha dato la spallata finale. Ora è tutto chiaro.












domenica 28 giugno 2020

Non deve diventare illecito dire la verità. La legge Zan “contro l’omofobia” è inaccettabile.





Dichiarazione del Coordinamento Nazionale Justitia et Pax per la Dottrina sociale della Chiesa

https://www.vanthuanobservatory.org/ita/coordinamento-nazionale-iustitia-et-pax/



La proposta di legge Zan mira a punire coloro che esprimano forme di intolleranza nei confronti delle persone ad orientamento omosessuale, transessuale o bisessuale. Essa riprende e sviluppa la proposta di legge Scalfarotto già presentata nelle precedenti legislature. Su queste finalità della proposta di legge facciamo tre valutazioni di merito.

Alla base di questa legge c’è quanto Benedetto XVI chiamava “tolleranza negativa”, la quale, secondo lui, avrebbe preparato la strada a nuove forme di totalitarismo: “La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa”. Tolleranza negativa comporta per esempio di non ammettere che si dica in pubblico che la famiglia è solo quella naturale tra uomo e donna per non essere intolleranti verso altre forme di famiglia. Vorrebbe anche dire di impedire di affermare in pubblico che la vera sessualità umana è quella tra uomo e donna per non discriminare altre forme di esercizio della sessualità. Quando questo venisse disposto per legge diventerebbe illecito dire la verità. Non solo la Chiesa cattolica non potrebbe più proporre gli insegnamenti biblici in materia, ma ogni cittadino non potrebbe più fare riferimento ad una natura umana eticamente normativa, ad una verità fonte di divieti morali assoluti, ad un ordine delle cose che richiede di essere rispettato. Non si vieterebbe solo la libertà di esprimere una opinione ma quella di dire la verità. Essa lederebbe direttamente la libertà di espressione, religiosa e di insegnamento, ma soprattutto eliminerebbe il fondamento stesso, oltre che l’esercizio, della libertà, ossia la verità, senza della quale la libertà diventa pura opinione infondata.

Ogni legge è espressione della pubblica autorità. Questa è legittimata ad attribuire un valore pubblico a taluni comportamenti solo se promuovono il bene comune. Quando una legge disciplina normativamente una qualche realtà comportamentale o relazionale anche la riconosce come meritevole di tutela giuridica in quanto ordinata al bene comune. Il bene comune è infatti il fine ultimo e vero dell’autorità politica, quello che anche la legittima. Stabilito questo fondamento dell’attività politica e giuridica, occorre poi chiedersi quale debba essere il criterio con cui l’autorità politica può procedere a riconoscere o non riconoscere pubblicamente determinati comportamenti. Il criterio in questione è quello della natura dell’uomo e dell’ordinamento naturale e finalistico della convivenza sociale. Questa non è, infatti, frutto di convenzione, di decisione volontaristica del potere o di semplice prevalenza di voti ma è connaturata con la natura umana e con la sua naturale socialità, intesa non come una inclinazione soggettiva polivalente e indifferente ai contenuti ma come espressione di un fine pienamente umano da raggiungere. Ogni negazione dell’ordine naturale delle relazioni umane ordinate al bene è da considerarsi una forma di violenza.

Una volta stabiliti questi criteri fondamentali, ne risulta che non ogni comportamento sessuale è meritevole di disciplina e tutela pubblica, ossia di passare dalla forma dell’esercizio de facto alla forma dell’esercizio riconosciuto come buono dall’autorità politica perché utile o addirittura indispensabile al bene comune. Una volta accolto sul piano politico il principio che ogni atteggiamento sessuale ha il diritto di transitare dal piano fattuale al piano del riconoscimento pubblico, si perderà qualsiasi possibilità di dire di no ad atteggiamenti come la pedofilia, l’incesto, la poligamia/poliandria (magari nella versione post-moderna del poliamore) o l’utero in affitto che purtroppo il sistema giuridico di qualche Paese ha già contemplato come diritti. Quando viene a mancare il criterio, la deriva negativa è inarrestabile.

Alla base della legge Zan c’è quindi un errore politico, un errore etico e un errore antropologico. Viene fatta coincidere la dignità della persona con l’espressione di una libertà intesa come autodeterminazione priva di criteri ossia priva di ragioni. L’autorità politica non può fare propria una simile concezione, perché il principio di autodeterminazione assoluta è dissolutivo della coesistenza sociale, della politica e del diritto. Se la politica dovesse riconoscere e tutelare qualsia forma di autodeterminazione individuale rinuncerebbe alla propria natura e legittimerebbe qualsiasi percorso. La dignità della persona sta nella sua essenza di uomo, essenza che diventa normativa anche per la sua libertà. La politica non dovrebbe accettare e fare proprio, proponendolo così anche come esempio politicamente tutelato, un esercizio sistematico della libertà contrario alla normatività che promana dall’essenza dell’uomo stesso. Ciò equivarrebbe a dividere la libertà dal bene da cui invece è sostanziata.










venerdì 19 giugno 2020

Restiamo liberi. Articolo di Costanza Miriano






Questo il parere scritto che mi ha chiesto la Commissione Giustizia della Camera sul ddl Zan Scalfarotto Boldrini. Perdonate la lunghezza…




di Costanza Miriano, 17-06-2020

Ringrazio i membri della Commissione che vorranno dedicarmi un po’ del loro tempo, e ringrazio coloro che mi hanno dato la possibilità di dare il mio contributo. Mi scuso se il mio linguaggio non sarà affatto tecnico: scrivo in qualità di giornalista e anche di madre (di due maschi e due femmine).

Per chi (immagino tutti) non sa chi sono, vorrei premettere che mi sono trovata a occuparmi di questi temi – maschile e femminile, ruoli, identità – del tutto casualmente, ormai quasi dieci anni fa, quando, mentre lavoravo alla redazione economia del tg3, ho pubblicato un libro in cui scrivevo lettere alle mie amiche per convincerle a sposarsi.

Quando ho cominciato a scrivere non pensavo che dire alcune ovvietà – dobbiamo essere libere di scegliere che tipo di donna diventare – mi avrebbe causato denunce, raccolte di firme per fermare il mio libro, contromanifestazioni: ciò prova che oggi ha diritto di cittadinanza un solo modo di intendere i ruoli, le relazioni, l’identità. Le centinaia di migliaia di copie vendute però dicono che invece a molte persone interessa anche un altro punto di vista, che racconterò alla fine per chi avrà la pazienza di arrivare fin lì.



Credo infatti, e arrivo al punto, che ogni persona debba essere libera di vivere gli affetti, i ruoli, la sessualità nel modo che sceglie più o meno liberamente (la storia di ognuno di noi è segnata da molte circostanze, e non in tutto ci autodeterminiamo). Credo che sia insindacabile ciò che ciascuno sceglie di fare in camera da letto, nella propria vita, privata e pubblica. Proprio perciò trovo questa legge profondamente ingiusta e contro la libertà. Ecco perché.

Non è la prima, ma è l’obiezione discriminante (discriminare non è sempre una brutta parola): la libertà religiosa. L’articolo 2 del Concordato tra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, che gode di protezione costituzionale ex art. 7 Cost., garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La Chiesa basa sulla differenza maschio-femmina tutta la sua visione dell’uomo. Quando la Genesi dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, non dice che è dotato di ragione, o parola. Dice “maschio e femmina, a sua immagine”. Nella relazione tra uomo e donna è nascosto il segreto di Dio, la continua tensione, il rapporto di amore, la complementarietà figura della Trinità. Ovviamente questo per noi credenti, che non vogliamo imporre la nostra visione a nessuno, ma non possiamo neppure essere impediti a esprimerla. La Chiesa davanti all’omosessualità non può che dire che non compie il disegno originario della relazione uomo-donna.

Nel 2018 io ho riportato sul mio blog un’affermazione del Papa, che aveva detto che “nel caso dell’omosessualità ci sono tante cose che si possono fare, anche con la psichiatria, finchè sono piccoli, dopo i venti anni no”, e sono stata segnalata all’Ordine dei Giornalisti. L’OdG ha risposto che non potevo essere sanzionata perché avevo solo riferito un’affermazione del Pontefice.

Io, però, come tutti i cattolici, pretendo di essere libera non solo di riferire ciò che dice il Papa in un’intervista, ma anche di pensare come lui. La libertà religiosa è tutelata a livello costituzionale, ex art. 19 Cost., altrimenti si provoca un formidabile cortocircuito, perché per non discriminare altri la discriminata diventerei io, e proprio in base allo stesso articolo che qui si sta chiedendo di integrare, l’art 604 bis c.p., che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Non odio né, tanto meno, ho paura delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, non la considero una malattia ma un mistero che è spesso l’esito di una ferita (in questo senso, e non nel senso di malattia, l’accenno alla psichiatria come possibilità). Penso che ci sia, come dicevo, un mistero inaccessibile al cuore di ognuno di noi – ciascuno ferito a suo modo – su cui nessuno è titolato a sindacare, ma pur rispettando questo ritengo che l’omosessualità non compia profondamente l’umanità di una persona, e proprio per amore di queste persone, per poter fare a quella persona la carità più grande, che è la verità, voglio essere libera di pensarlo, dirlo e scriverlo come ha fatto il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.»

Libertà di pensiero e di espressione: va garantita a tutti, anche a chi come me e la maggioranza degli italiani, inclusi i molti non cattolici, è convinto che si nasce uomo o donna, cosa che si stabilisce alla nascita, e che segna non solo la conformazione degli organi riproduttivi, ma tutto di noi, a livello fisico, intellettuale, spirituale. Uomini e donne liberi di vivere la propria sessualità come desiderano, anche con persone dello stesso sesso, ma allo stesso modo di esprimere opinioni, nel rispetto della dignità della persona. Mi preoccupa molto, di fronte a una grande vaghezza delle norme che si vorrebbero introdurre, la tutela della libertà di espressione. Il ddl Scalfarotto ha il merito di essere l’unico che porta un esempio concreto, citando il caso dell’esposizione di uno striscione offensivo come quelli degli stadi. Se è questa la materia di cui si dibatte, nessun problema per me e tutte le persone civili, se non che gli striscioni offensivi sono già sanzionabili, senza bisogno di una nuova legge. Ma il reato di “omofobia” non è spiegato chiaramente, cosa che dovrebbe fare una legge. Questa vaghezza è evidentemente voluta per lasciare ampi margini di discrezionalità, e avere un potere di intimidazione, e alfine culturale.

Per esempio, può l’affermazione che si è uomini o donne essere considerata violenta, o istigazione alla violenza? Un caso fra tanti: il terzo collegio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio ha preso in esame, su segnalazione del signor Massimiliano Piagentini, l’articolo del collega Aldo Grandi che sulla Gazzetta di Lucca il 15 gennaio 2020 aveva scritto in merito a un fatto di cronaca “un transessuale brasiliano”, usando l’articolo maschile, e più sotto “l’identità si acquisisce alla nascita, si è maschi o femmine”. L’Odg ha archiviato il ricorso, ritenendo che il collega non abbia violato le norme deontologiche, ma da giornalista mi chiedo e vi chiedo: se fossero in vigore le norme che state prendendo in esame, si potrà davvero essere denunciati solo perché si usa l’articolo maschile? O perché si afferma che l’identità è sessuata? Cosa vuol dire omofobia (ammesso che si possa considerare reato una paura, sempre che esista)? E se è tutelata la libertà delle persone di scegliere la propria appartenenza di genere – cioè se un uomo che si sente donna ha la libertà di cercare di diventarlo – allo stesso modo io non ho la libertà di percepirlo comunque come un uomo? Può una legge entrare in una sfera privatissima, sacra e intoccabile come la percezione delle cose? Può essermi imposto per legge come percepire le persone? Possiamo imporre agli altri in uno stato democratico come ci devono percepire? (Nel caso io voglio essere percepita bellissima e giovanissima).

Ovviamente non ho nessuna ostilità neppure verso le persone che affrontano operazioni per cambiare sesso, come possono testimoniare quelle che conosco, nel mio quartiere, e anche coloro a cui mi è capitato di dare una mano (in questo periodo di covid e di attività ferme), perché di fronte al bisogno siamo tutti uguali. Ma usare un pronome maschile o dire che si nasce maschio o femmina non può essere sanzionabile. Dire che i figli hanno bisogno di un padre e una madre, e che l’utero in affitto è sfruttamento del corpo della donna, violenza sulla donna e sul bambino privato dei suoi genitori (anche quando etero), non può essere sanzionabile: lo afferma anche la filosofa francese Sylviaine Agacinski, femminista, di sinistra, laica, ricercatrice all’École des Hautes Études en Sciences Sociales, moglie dell’ex Primo Ministro socialista Lionel Jospin, nei suoi quattro ultimi libri.

Tra le tante parole spese nei ddl non ho letto le più utili e le più necessarie: cosa si intende per omofobia. Non è ammissibile ritenere discriminatoria qualsiasi affermazione di differenze basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, quando, invece, il principio di uguaglianza presupporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali; e in modo ugualmente differente situazioni differenti. E’ evidente che una coppia eterosessuale aperta alla vita è totalmente diversa da una coppia dello stesso sesso che non può concepire una nuova vita (a meno di non commettere il reato dell’utero in affitto, e di privare quello che anche agli animali è riconosciuto come diritto, cioè di essere allevati dalla mamma).

La differenza è enorme e non di dettaglio, è normale dire che siano diverse, non è offensivo. È semplicemente la realtà. La sanno tutti, solo che con questa legge non si potrà più dire: norme così fumose servono precisamente a questo, non a proteggere dalla violenza, cosa sacrosanta ma già prevista dalla legge. Servono a proibire alle persone di dire quello che vedono tutti (mi ricorda la fiaba di Andersen, ma ci sarà pur qui un bambino che avrà il coraggio di dire “il re è nudo”): dire che una coppia di due persone dello stesso sesso è diversa da una formata da uomo e donna non può offendere nessuno.

Se guardiamo ai paesi dove leggi simili sono in vigore, l’esito è spaventoso: padri di famiglia in carcere per un’immagine sulla felpa (Francia), vescovi incriminati per l’espressione delle verità professate, dipendenti pubblici licenziati per un like (Spagna), per non parlare dei paesi di common law (l’ostetrica sollevata dall’incarico per aver detto che solo le donne partoriscono, in Gran Bretagna, idem per l’eroe dei pompieri Usa, capo del corpo nazionale, perché sostenitore del matrimonio uomo donna).

Immagino che in concreto non verremo denunciati tutti, ma solo qualcuno a scopo dimostrativo, secondo il famoso insegnamento del Presidente Mao: colpirne uno per educarne cento.

Sapete bene cosa comporta una denuncia: costi enormi in termini di tempo, energie, soldi. Nelle anticipazioni del ddl pubblicate da L’Espresso – non mi risultano smentite – è previsto che le vittime di reati di discriminazione abbiano accesso al gratuito patrocinio a carico dello Stato anche a prescindere dai limiti di reddito generalmente stabiliti, grazie a un fondo di 2 milioni di euro all’anno. Avete presente per una famiglia con figli e che vive di stipendio cosa può rappresentare dover sostenere una causa, anche se si è innocenti? Perché lo Stato dovrebbe sostenere solo una parte, pregiudizialmente? E certo, sapere di avere le spese pagate e un trattamento di favore come categoria protetta incoraggerà le querele: perché non provare? Perché io, giornalista, devo essere denunciata da avvocati pagati dallo Stato, e togliere risorse ai miei figli per difendermi, se non ho fatto niente?

Purtroppo, viste le azioni di monitoraggio degli articoli fatte dai militanti lgbt che definiscono sul loro sito gay.it “omotransfobia” anche solo usare un articolo del genere “sbagliato”, non credo alle rassicurazioni degli estensori di questo ddl: si tenterà di imporre una lingua, in linea con le organizzazioni sovranazionali che dichiarano che usare un genere piuttosto che un altro cancelli la dignità delle persone. Ma dover parlare una lingua imposta cancella invece la mia dignità di persona che pensa autonomamente, di educatrice, di giornalista e di scrittrice.

Chi dovesse sostenere che una coppia dello stesso sesso non ha diritto al matrimonio o alla (omo)genitorialità, dunque, come potrà ritenersi al riparo da una denuncia? La distinzione tra i concetti di propaganda di idee fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere (che rimarrebbe teoricamente non punibile), da una parte, e l’istigazione alla discriminazione (che diverrebbe punibile) è, dunque, del tutto effimera. Infatti, alla luce delle nuove tendenze che si vanno diffondendo a proposito di hate speech, cavalcate proprio dalle comunità LGBT, qualunque manifestazione di pensiero che inviti a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere viene tout court ricondotto a un discorso d’odio che si pretende porti con sé l’incitamento alla violenza. Con ulteriore pericolosa erosione della preziosa concezione del reato come fatto offensivo tipico (in antitesi a concezioni del reato facenti capo all’atteggiamento interiore del soggetto e alle sue opinioni) contenuta nel nostro codice penale e nella nostra Costituzione. Insomma, il processo alle intenzioni.

Sono totalmente con Papa Francesco quando dice che il gender è un grande sbaglio della mente umana: “Il riemergere di tendenze nazionalistiche (…) è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli.” – Papa Francesco al Corpo Diplomatico (7 gennaio 2019, http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/january/documents/papa-francesco_20190107_corpo-diplomatico.html )

Dunque se il Parlamento istituirà il fondo per la difesa legale,voglio anche io un fondo per difendere chi è vittima di odio lgbt: insulti in rete a non finire, e poi ogni anno il Gay pride – ci sono i filmati – mi omaggia di un vaffa… corale di piazza (il fatto che l’ingiuria avvenga in presenza di più persone è anche un aggravante). Perché io non posso avere una difesa pagata con fondi pubblici? Leggo che il testo del ddl Boldrini sottolinea che “le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line”. Ma solo l’odio per le donne di una certa parte va punito? Questo introduce il secondo tema: perché alcune persone dovrebbero ricevere una tutela maggiore di altre? Non è anticostituzionale?

Da madre di adolescenti vi invito infine a riflettere per esempio sul calvario dei ragazzini sovrappeso a scuola. O di quelli imbranati, fuori moda, magari con pochi mezzi economici. Perché le offese a loro dovrebbero essere colpite con minore attenzione di quelle basate sull’identità? “La presente proposta di legge – dice il ddl Zan – si propone, dunque, di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali”. Perché dovrebbero essere tutelate più di altre, quando già il nostro quadro normativo prevede tutte le tutele verso ogni persona (che poi non vengano applicate, come nel mio caso, è un altro discorso). Può la ragazzina sovrappeso che i compagni a scuola chiamano “cicciona de m…” ricevere minori tutele?

Credo che l’accettazione e il rispetto, l’attenzione e la tenerezza verso ogni persona non siano atteggiamenti che si impongono per legge, e neanche con l‘indottrinamento – mi riferisco ai fondi stanziati dal ddl per la presenza nelle scuole. Nelle scuole dei miei figli si sono fatti corsi contro il bullismo, ma se vedeste quello che si legge in certe chat di classe capireste che non sono serviti a nulla. L’educazione non è indottrinamento, è un lavoro di cura, paziente, che richiede la presenza dei genitori, l’ascolto, l’amore: solo chi è amato e accettato può amare. Il cuore dei ragazzi non cambia con la lezioncina sui diritti, che spesso in loro sortisce, anzi, la reazione contraria, e tanto meno con l’imposizione di una neolingua. E’ la testimonianza di adulti credibili e disposti a spendersi per loro che educa i ragazzi: loro, soprattutto nell’adolescenza, non ascoltano le parole degli adulti. Loro guardano gli adulti. E poi come sanno anche i muri, sui ragazzi hanno più influenza, che so i palchi televisivi ornati di arcobaleno, i talent show pieni di modelli sessualmente indefinibili, la riscrittura persino dei classici (anche Shakespeare a teatro riserva ormai l’ammiccamento a tematiche gay), le serie Netflix, Amazon e tutte le altre che ormai prevedono obbligatoriamente l’inserimento di almeno un personaggio con attrazione verso lo stesso sesso, anche quando non richiesto dalla trama. Sembra una sorta di “tassa” da pagare per poter essere ammessi nei grandi circuiti dell’intrattenimento.

Quanto alle scuole, io sono contraria all’educazione sessuale perché tema valoriale (e per non togliere tempo alla didattica sempre più povera e meno esigente), ma se la si vuole imporre, in nome della libertà educativa tutelata dalla Costituzione si imponga anche la visione della sessualità che propone un rapporto esclusivo tra uomo e donna, aperto alla vita. Perché solo l’educazione proposta da una parte e ideologicamente connotata deve essere finanziata dallo Stato? Perché l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo – benché senza averne i fondamenti non si capisce metà della nostra letteratura e la maggior parte dell’arte e architettura – mentre la lezione sul gender deve essere obbligatoria, e pagata anche dalle mie tasse? Usare le leggi e i soldi pubblici per operazioni culturali è scorretto e degno di uno stato totalitario.

Infine: discriminare secondo il dizionario Treccani significa “distinguere, separare, fare una differenza”. Se io dico per esempio che non voglio che una persona omosessuale insegni educazione sessuale nella classe dei miei figli, sto facendo una differenza, esattamente come immagino farebbe una lesbica che non volesse che a fare educazione sessuale nella classe di suo figlio andasse una persona che pensa che il sesso ordinato è solo tra maschio e femmina, quindi che insegnasse a suo figlio che i rapporti sessuali della madre sono intrinsecamente disordinati.

Su temi valoriali discriminare, cioè distinguere, non solo non può essere reato, ma è un diritto intoccabile e sacro: giudicare – le azioni, non le persone – è ciò che dice come stiamo nel mondo, dove io – e quelli che la pensano come me – abbiamo lo stesso diritto di cittadinanza degli altri.

Concludo con la mia esperienza – è un po’ fuori tema ma non del tutto, comunque siete esentati dalla lettura. Io ho sperimentato che non solo gli stereotipi di genere non esistono più, ma anzi al contrario mi ritengo vittima di stereotipi opposti a quelli della donna costretta a stare a casa soggetta al maschio. Mi sono bevuta tutti i dettami della cultura femminista, crescendo negli anni ’80 con l’idea che dovevo prima pensare alla mia realizzazione professionale, poi al resto. Presto sono diventata una giovane che aveva lasciato la sua città per la capitale, lavorava al tg nazionale, abitava da sola a Campo de’ Fiori, attraversava l’Oceano per andare a correre maratone a New York, usciva di notte. Quando ho avuto la fortuna di innamorarmi, sposarmi e dare alla luce un figlio tutto il mondo intorno mi diceva che ero un’incosciente, e che prima avrei dovuto consolidare una carriera. La prima cosa che mi chiese il medico fu: “vuoi tenerlo?”. Avevo 27 anni, non 15.

Quando è nato nostro figlio, ho capito che non c’è un privilegio più grande al mondo, non c’è carriera che non impallidisca di fronte a un figlio dato alla vita. Ho capito che anche quando facevo cose importanti al lavoro, usavo una parte infinitamente più piccola dell’intelligenza che serve nelle relazioni e nella gestione della vita. Dirigere un tg è una cosa che passa, mettere al mondo una persona e amarla e cercare di accompagnarla è un’opera che resta per sempre.

Ho avuto quattro figli da precaria, mentre tutte le mie colleghe facevano carriera, perché oggi contrariamente a quanto si dice non sono discriminate le donne, sono discriminate le madri. Non per addossare colpe alla mia azienda, che anzi ha avuto comprensione per le mie esigenze, ma per stigmatizzare i modelli lavorativi in generale, che non tengono conto del lavoro di cura, e prevedono solo uno stile di lavoro “maschile”, in cui la vita privata è tenuta fuori. Le donne possono fare carriera, ma solo a patto di essere pronte a lasciare i propri figli molto a lungo.

Incontro – prima del covid e spero di riprendere – centinaia di donne ogni settimana, in giro per tutta l’Italia, da anni: sono ormai decine di migliaia. Quando voglio essere certa di avere tutta la sala dalla mia parte, e di strappare infallibilmente un applauso dico: “noi non chiediamo che le madri possano lavorare di più, ma che le lavoratrici siano più libere di essere madri”. Ovviamente non lo dico per l’applauso, ma perché questa è stata la mia faticosa storia personale, ed è quella di un numero incalcolabile di donne nel mondo, che non chiedono di essere sollevate dai figli, ma libere di essere madri presenti, se lo desiderano. Io conosco quasi solo donne che desiderano essere più presenti, e avere più figli di quelli che hanno (infatti abbiamo tassi demografici da estinzione). Molte amiche e colleghe si sono accorte troppo tardi di essere state ingannate dai diktat della cosiddetta emancipazione, che può essere anche una schiavitù, perché la maggior parte delle donne non fa la dirigente d’azienda, l’avvocato, la politica o la giornalista, ma lavori meno riconosciuti e con scarsissima libertà di gestione, tale da rendere la cura degli affetti più cari un lavoro quasi eroico. E la chiave non è essere sollevate dalla cura, che è la cosa che amiamo di più, ma aiutate a ottimizzare, meglio pagate, più libere. Il sogno delle donne non è avere i figli al nido otto ore al giorno per poter andare a fare le commesse, ma godersi il privilegio di tanti piccoli uomini o donne da far entrare nel mondo. Credo – insieme alla totalità delle donne che incontro – che sia una violenza sulle donne imporre loro modelli di produzione e presenza sul lavoro maschili, e che la vera battaglia sia chiedere un modo di lavorare diverso.

Alle nostre figlie cerco di insegnare che quando sceglieranno cosa fare da grandi, tengano conto del fatto che il più grande potere che potranno raggiungere studiando sarà la libertà di scegliere il loro bilanciamento tra affetti e presenza nel mondo esterno (che non è necessariamente lavoro: ho amiche con dottorati e master che hanno scelto la famiglia senza alcuna frustrazione, certe anzi di avere un privilegio). Credo infatti che la libertà sia davvero il più grande privilegio che si possa avere, e per me che sono cattolica è ovvio che la libertà di ciascun uomo è sacra e intoccabile persino per Dio.














Medico in Olanda: «Per tre volte ha detto “no” ma le ho dato l’eutanasia lo stesso. E lo rifarei»






«Non voleva più morire, non potevo abbandonarla». Parla per la prima volta Marinou Arends, il medico olandese che ha drogato e ucciso un’anziana demente contro il suo volere.
Il medico olandese racconta a Nieuwsuur cosa è successo il 22 aprile 2016, quando ha drogato e fatto l’iniezione letale a un’anziana demente contro il suo volere





Caterina Giojelli, 18 giugno 2020

Si chiama Marinou Arends, è questo il nome della “dottoressa A.” o “Catharina A.”, pseudonimo usato in questi anni dai giornali per proteggere l’anonimato del medico che nel 2016 diede l’eutanasia a una anziana affetta da demenza senile e contro il suo volere. Assolta dal tribunale dell’Aia lo scorso settembre, decisione confermata ad aprile dalla Corte Suprema olandese a cui il giudice aveva rinviato il caso «nell’interesse della legge», oggi la dottoressa, geriatra in pensione, ha deciso di rivelare la sua identità. E spiegare perché «lo rifarei ancora».

L’intervista, la prima rilasciata dal medico a Nieuwsuur, viene registrata montando immagini delle stanze della casa di cura Florence a L’Aia dove l’anziana trascorse le ultime sette settimane di vita, riprese di letti e poltroncine vuote, bozzetti del processo al medico, prime pagine dei giornali e dei dossier sul caso dell'”eutanasia del caffè”, “eutanasia a una demente”. Tutto vortica intorno al racconto del medico e della sua ferrea volontà, fin dal primo giorno di ricovero, di “aiutare” la povera anziana.

«HO SUBITO PENSATO: DEVO AIUTARLA A MORIRE»

La donna ha 74 anni, oltre 50 trascorsi accanto al marito, quando viene portata dai parenti alla Florence; caso vuole ci sia una stanza libera proprio nel reparto della Arends e che la Arends scopra subito che anni prima l’anziana aveva firmato un testamento biologico specificando che avrebbe voluto ricevere l’eutanasia se fosse stata rinchiusa in una casa di riposo. «Il mio primo pensiero è stato “devi fare qualcosa”, “devi prendere sul serio una richiesta di eutanasia». Il medico assicura di averlo già fatto con altri pazienti, avere preso in considerazione ogni domanda di morte assistita. Tanto che a quell’anziano affetto da demenza e che nemmeno ci pensava più – «in realtà qui non ho molti problemi, il caffè è buono, mi piace la vista, mi siedo qui con il mio giornale. Voglio vivere ancora per un po’» -, non l’aveva certo somministrata.

«SI LAMENTAVA SEMPRE DURANTE IL THE»

Ma il caso della settantaquattrenne, quello era diverso: «Quando bevevamo il the, si lamentava sempre della sua condizione terribile, del fatto di non poter più fare nulla, e di essere sempre così stanca. Era sempre triste, triste, ribelle, irrequieta». Della sua “infelicità” l’anziana parla con tutti, Arends è sempre più convinta che darle l’eutanasia sia la soluzione migliore per alleviare le sue sofferenza e il marito, che ha una procura per prendere decisioni su sua moglie, è d’accordo. Ma c’è un problema: nel testamento biologico la donna ha specificato che l’eutanasia avrebbe dovuto esserle erogata solo «su mia richiesta, quando riterrò che sia giunto il momento», e quando «sarò nel pieno delle mie facoltà» per richiederla.

«E SE TI AIUTASSI A MORIRE?», «NO!»

Per Arends il fatto che la donna soffra ora di demenza avanzata non è un’obiezione, «la legge afferma che come medico puoi e hai perfino il dovere di interpretare un testamento»: secondo il medico quella carta basta, non è stata scritta da un addetto ai lavori ma da una persona capace di sfruttare al meglio le proprie capacità e chiarire i propri desideri. Per tre volte Arends chiede alla donna «che ne pensi se ti aiutassi a morire?» e per tre volte l’anziana risponde sconcertata di no, aggiungendo «penso ci stiamo spingendo troppo lontano, morta, no». Ed è questo, paradossalmente, a rinsaldare la volontà della Arends, «un medico deve prendere in considerazione anche il modo in cui vengono pronunciate le risposte», afferma candidamente, «tutte le volte sembrava titubante». In pratica, siccome quelle risposte non erano coerenti alle volontà scritte anni prima, la donna dimostrava di non essere in sé, per il medico era mentalmente incompetente e «io non potevo abbandonarla», privarla dell’occasione di smettere di soffrire.

UN CAFFÈ DROGATO «DI NASCOSTO»

L’eutanasia viene apparecchiata la mattina del 22 aprile 2016. Sono presenti anche il marito dell’anziana, sua figlia e suo genero. Arends decide di non chiedere alla donna ancora una volta se vuole morire, «domanda qualcosa a una persona incapace e otterrai solo una risposta dettata dall’emozione del momento. Sapevo che le sarebbe preso il panico. Avevo visto che tipo di sofferenza le avevo procurato rivolgendole quelle domande settimane prima. Un sacco di paura, frustrazione, rabbia». Per evitarle tutto questo il medico versa della droga nel caffè dell’anziana, senza spiegarle che di lì a poco sarebbe stata uccisa, «l’ho fatto col permesso del marito e della figlia, entrambi hanno dato pieno consenso». Inoltre «non potevamo pensare che fosse cosciente e capace di dire addio. Non era più in grado di capire che sarebbe morta».

L’ANZIANA SI SVEGLIA E INIZIA A DIMENARSI

Il medico non si sofferma su cosa è accaduto dopo, quando l’anziana pare ormai addormentata e le viene praticata la prima delle tre iniezioni necessarie per ucciderla. Perché è qui che avviene l’orrore: l’anziana si sveglia, capisce cosa sta succedendo, inizia a dimenarsi cercando di tirarsi indietro. Ma Arends, imperterrita, con l’aiuto della figlia e del marito dell’anziana che la immobilizzano nel letto, porta a termine la procedura. La donna muore in pochi minuti. In seguito ai fatti la Commissione di controllo dell’eutanasia avrebbe «rimproverato» al medico di essersi «spinta troppo in là», drogando la donna di nascosto e non informandola che sarebbe stata uccisa, nonostante le sue volontà non fossero «chiare», avesse «cercato di reagire» e nel suo testamento biologico avesse scritto che voleva decidere «lei» quando morire. Anche per la procura, a cui la Commissione rinvia il caso, il medico «non ha agito con attenzione e ha oltrepassato una linea invalicabile» nonostante la richiesta scritta di eutanasia fosse «poco chiara e contraddittoria».

«È STATO TERRIBILE MA LO RIFAREI»

Tuttavia Arends viene prosciolta in ogni sede, «non mi sarei aspettata mai di andare in causa, mai», conclude la dottoressa ricordando l’incubo di finire in cella quando capì che avrebbero potuto accusarla «persino di omicidio», «ero convinta di avere agito con attenzione e nei limiti della legge». La Corte Suprema le dà ragione. E a maggior ragione la dottoressa afferma che «rifarei tutto. Immagino che ci siano medici che lo troverebbero un passo troppo al limite (sono oltre duecento i medici olandesi che hanno espresso orrore per la condotta di Arends). Ma io ho dovuto farlo senza il consenso della paziente. È stato un passo tremendamente difficile. Ma per il meglio».

SDOGANATA L’EUTANASIA AI DEMENTI

Quella decisione ha sdoganato in Olanda l’eutanasia per chiunque non sia più in grado di esprimere o rinnovare la propria scelta sul fine vita. Dopo la sentenza della Corte Suprema è caduto anche il paravento dell’autodeterminazione e il mito della morte dignitosa: oggi in Olanda si muore drogati, uccisi a forza, mentre i parenti ti immobilizzano al letto e il medico ti pratica tre iniezioni letali con la convinzione di fare il proprio mestiere: “dovevo aiutarla”, “non potevo abbandonarla”, “lo rifarei”.







mercoledì 17 giugno 2020

VIGANÒ: CHE FARE? DIRE LA VERITÀ. PARLARE DA CRISTIANI: SÌ SÌ, NO, NO.





17 Giugno 2020. Pubblicato da Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, Come vi ricorderete Pezzo Grosso ha rivolto una lettera aperta a mons. Carlo Maria Viganò, chiedendogli: che cosa dobbiamo fare, in questi tempi così difficili per la Chiesa e la fede? Ecco la risposta. Buona lettura. 

§§§



15 Giugno 2020

Caro Tosatti,


ho letto con interesse l’Appello che Pezzo Grosso mi ha rivolto dalle pagine di Stilum Curiae. Trattandosi di una questione molto grave, che sta giustamente a cuore e preoccupa molti Suoi lettori, mi affretto a rispondere.

La risposta che si impone immediatamente al mio animo è quella che troviamo nel Vangelo: “Estote parati, quia nescitis diem, neque horam” (Mt 24, 44). Dobbiamo essere preparati non solo alla venuta del Figlio dell’uomo, ma anche alla prova che la precederà e che ci obbligherà a scegliere da che parte stare: o con Cristo, o contro Cristo.

Se è vero che “Colui che bada al vento non semina mai e chi scruta le nuvole non miete” (Eccle 11, 4), è altrettanto vero che il tempo a nostra disposizione non ci permette di attendere né che cali il vento, né che le nubi che offuscano la Chiesa si diradino, se vogliamo seminare un po’ di bene e raccoglierne il frutto, con la grazia di Dio. Possiamo comportarci come le vergini prudenti: attendere con le lampade accese la venuta dello Sposo – con le lampade della Fede e della Santa Messa, dei Sacramenti e della preghiera. Le vergini stolte, che non si preoccupano di alimentare le loro lampade con l’olio della vita di grazia e della virtù, troppo tardi scopriranno di non poter andare incontro al Signore che viene.

Un’altra cosa importante è saper decifrare quello che sta accadendo in questo momento storico. Dobbiamo imparare a conoscere e valutare i fatti, non soltanto presi in se stessi come singole tessere, ma anche nella loro collocazione nel mosaico complessivo che, alla luce della Fede, ci permette di scoprire l’intero disegno.

Decenni di parole inflazionate che hanno enfatizzato una generica dimensione escatologica dell’esistenza, trascurando la predicazione sui Novissimi, non ci hanno certo preparato a fronteggiare la prova finale, lasciandoci impreparati a difenderci dal nemico, e persino nell’incapacità di riconoscere lui e i suoi subdoli inganni. Alle vuote frasi di chi cerca di circuirci, opponiamo con ferma determinazione le parole eterne del Verbo di Dio contro le quali si schiantano i discorsi politically correct delle vergini stolte. Secondo alcuni, quella del Vangelo è una visione semplicistica che fa orrore a chi, amando il mondo e la sua mentalità falsa e ipocrita, non può amare il Signore, Verità sfolgorante che non ammette deroghe, divisiva come lo è la luce rispetto alle tenebre, il bene rispetto al male.

Impariamo a chiamare le cose con il loro nome, con semplicità e pacatezza; smettiamola di assecondare per quieto vivere le illusioni di chi ci parla di tolleranza e accoglienza solo quando si tratta di far spazio all’errore e al vizio; smettiamola di far nostre le parole magiche come dialogo, solidarietà e libertà, che nascondono l’inganno dell’avversario e celano lo sfruttamento, la tirannide e la persecuzione dei dissenzienti.

Siamo Cristiani, parliamo la lingua di Cristo! “Sia il vostro parlare: Sì, sì. No, no. Il resto viene dal Maligno”. Ci troviamo in guerra contro un nemico che vuole persino decidere le armi con cui eventualmente possiamo resistergli. Lo abbiamo lasciato penetrare fino a profanare i nostri altari, i sacramenti, la SS.ma Eucarestia! Le regole ci sono state imposte per favorire spudoratamente la parte avversa. È venuto il momento di rifiutarci di accettare questa oscena invasione e quanto rende impossibile qualsiasi azione efficace da parte nostra per cacciarlo fuori!

Ecco, la prima cosa da fare è avere la consapevolezza di essere in guerra contro il mondo, la carne e il diavolo. In questa guerra non possiamo rimanere neutrali, né negarla, né tanto meno schierarci col Nemico. Ci troviamo nell’assurda situazione in cui lo stesso nostro comandante pare rifiutarsi di guidarci, anzi sembra quasi flirtare con l’avversario, additandoci come nemici della concordia e fomentatori di scismi, mentre i nostri generali si alleano con l’avversario e ordinano alle truppe di deporre le armi. È evidente che, senza l’aiuto di Dio, cade ogni speranza. Eppure dobbiamo combattere, essere pronti, tenere le lampade accese e i fianchi cinti, certi che con Cristo abbiamo già vinto. Tutto quello che possiamo fare – la preghiera, specialmente il Santo Rosario, la fedeltà ai propri doveri di stato, le responsabilità verso le persone a noi affidate, la testimonianza di Fede e di Carità, l’impegno sociale – si deve attuare secondo le possibilità di ciascuno e conformemente a quanto la Provvidenza avrà voluto disporre. Lasciamoci guidare con totale fiducia dal Signore e comprenderemo cosa ci è richiesto, giorno dopo giorno, momento per momento.

Con Pezzo Grosso riprendo la bellissima Oratio universalis di Clemente XI: Redde me prudentem in consiliis, constantem in periculis, patientem in adversis, humilem in prosperis. Rendimi prudente nei consigli, forte nei pericoli, paziente nelle avversità, umile nella riuscita. Discam a Te quam tenue quod terrenum, quam grande quod divinum, quam breve quod temporaneum, quam durabile quod aeternum. Che io impari da Te quanto è fragile ciò che è terrestre, quanto è grande ciò che è divino, quanto breve ciò che accade nel tempo, quanto durevole ciò che è nell’eternità.

+ Carlo Maria Viganò