giovedì 30 agosto 2018

Come superare la crisi (della Chiesa)? Con il Santo Curato d’Ars!






by Aldo Maria Valli, 29-08-18

Durante tutta questa nuova crisi dolorosamente vissuta dalla Chiesa a causa delle varie vicende di abusi sessuali sono rimasto colpito dal modo burocratico, ma forse sarebbe meglio dire manageriale, di affrontare la questione da parte dei vescovi degli Stati Uniti. Con poche eccezioni (da segnalare quella del vescovo Morlino), essi parlano come amministratori d’azienda alle prese con bilanci da far quadrare e campagne di immagine da realizzare. Annunciano piani, percorsi, esami, discettano di prove e comitati esecutivi, si occupano di procedure e politiche, valutano azioni di coordinamento e normative, dicono che le situazioni vanno disciplinate. Tutto giusto, per carità. Ma l’impressione generale è di freddezza. Anche se continuamente ci sono richieste di perdono, sembra che questi pastori non sappiano parlare con il cuore in mano. Avverti che sono lontani, immersi in un mondo parallelo che non è quello in cui vivono tutti i giorni le persone comuni. Capisco le responsabilità che pesano su di loro e la necessità di rispondere a campagne di stampa a volte molto dure, ma forse se almeno ogni tanto si ricordassero di non essere dirigenti e gestori di un’azienda, ma padri, risulterebbero più convincenti e i fedeli li guarderebbero con maggiore fiducia.

Ciò che non si dice quasi mai, o troppo raramente, è che la crisi attuale è la crisi del prete e del vescovo. È crisi di queste due figure centrali e insostituibili per la vita della Chiesa. Ed è crisi spirituale, con radici teologiche, prima che crisi funzionale.
Chi è il prete? Chi è il vescovo? Ecco le domande che vanno poste di nuovo. È sull’identità sacramentale di queste due figure che ci si deve interrogare. Le procedure e le normative vengono dopo.
Anziché preoccuparsi tanto di rispondere all’opinione pubblica con le parole giuste al momento giusto, secondo logiche di tipo amministrativo e politico, farebbe bene ai pastori rileggersi qualche pagina, che so, del santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney.
Sentite qui: «Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore… Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra… Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni».
«Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie».
«Il prete non è prete per sé, lo è per voi».
«Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù».
«Bisogna fare come i pastori nei pascoli durante l’inverno: accendono il fuoco, ma di volta in volta corrono a raccattare legna da tutte le parti per mantenerlo acceso. Se noi sappiamo, come i pastori, ravvivare continuamente il fuoco dell’amore di Dio nel nostro cuore attraverso le preghiere e le buone opere, non si spegnerà mai».
Non vogliamo lunghi documenti, ma preti e vescovi santi!
Di fronte alle tante lettere che in questi ultimi tempi sono state scritte nel tentativo di far fronte al fenomeno degli abusi sessuali, vengono in mente le parole che don Divo Barsotti riservò ai documenti conciliari, quando scrisse: «Io sono perplesso nei confronti del Concilio: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. Sono documenti che rendono testimonianza di una sicurezza tutta umana più che di una fermezza semplice di fede».
E ancora: «Nulla mi sembra più grave, contro la santità di Dio, della presunzione dei chierici che credono, con un orgoglio che è soltanto diabolico, di poter manipolare la verità, che pretendono di rinnovare la Chiesa e di salvare il mondo senza rinnovare se stessi».
Alla luce di quanto sta succedendo oggi, vengono i brividi.
Che cosa potrà mai migliorare nella Chiesa se l’episcopato pensa (è ancora don Barsotti che parla) «di poter rinnovare ogni cosa obbedendo soltanto al proprio orgoglio, senza impegno di santità, in una opposizione così aperta alla legge dell’evangelo che ci impone di credere come l’umanità di Cristo è stata strumento dell’onnipotenza dell’amore che salva, nella sua morte»?
Datemi del sempliciotto, ma manderei i signori vescovi americani, con tutto il rispetto, a lezione dal Santo Curato d’Ars e da don Divo Barsotti.
Tutta da leggere è la riflessione del bravo vescovo Robert Morlino di Madison.
«Siamo una Chiesa fatta di peccatori, ma siamo peccatori chiamati alla santità. Allora, che cosa c’è di nuovo? La novità è l’apparente accettazione del peccato da parte di alcuni nella Chiesa e gli sforzi apparenti di coprirlo da parte loro e di altri. A meno che e finché non prendiamo sul serio la nostra chiamata alla santità, noi, come istituzione e come individui, continueremo a soffrire il “salario del peccato”».
«Per troppo tempo abbiamo diminuito la realtà del peccato – ci siamo rifiutati di chiamare peccato un peccato – e abbiamo scusato il peccato in nome di un’errata nozione di misericordia. Nei nostri sforzi per essere aperti al mondo siamo diventati fin troppo disposti ad abbandonare la Via, la Verità e la Vita. Allo scopo di evitare di offendere, offriamo a noi stessi e agli altri buone maniere e consolazione umana».
«Ma per essere chiari, nelle situazioni specifiche che ci stanno interessando, stiamo parlando di atti sessuali devianti – quasi esclusivamente omosessuali – fatti da chierici. Stiamo parlando anche di proposte omosessuali e di abusi contro seminaristi e giovani sacerdoti da parte di potenti sacerdoti, vescovi e cardinali. Stiamo parlando di atti e azioni che non solo violano le sacre promesse fatte da alcuni, in breve, il sacrilegio, ma violano anche la legge morale naturale per tutti. Chiamarli altrimenti sarebbe ingannevole e non farebbe che ignorare ulteriormente il problema».

«Ci si è impegnati a fondo per mantenere separati gli atti che rientrano nella categoria degli atti di omosessualità, ormai accettabili dal punto di vista culturale, dagli atti di pedofilia pubblicamente deplorevoli. Vale a dire che fino a poco tempo fa i problemi della Chiesa sono stati dipinti solo come problemi di pedofilia – questo nonostante chiare prove del contrario».

«È giunto il momento di essere onesti sul fatto che i problemi sono entrambi e che sono più numerosi. Cadendo nella trappola di analizzare i problemi in base a ciò che la società potrebbe trovare accettabile o inaccettabile, si ignora il fatto che la Chiesa non ne ha MAI considerato accettabile nessuno – né l’abuso dei ragazzi, né l’uso della propria sessualità al di fuori della relazione coniugale, né il peccato di sodomia, né l’ingresso di chierici in rapporti sessuali intimi, né l’abuso e la coercizione da parte di coloro che hanno autorità».

«È tempo di ammettere che c’è una sottocultura omosessuale all’interno della gerarchia della Chiesa cattolica che sta scatenando grandi devastazioni nella vigna del Signore. L’insegnamento della Chiesa dice chiaramente che l’inclinazione omosessuale non è di per sé peccaminosa, ma è intrinsecamente disordinata in modo da rendere ogni uomo che sia stabilmente afflitto da essa inidoneo ad essere sacerdote. E la decisione di agire su questa inclinazione disordinata è un peccato così grave che grida al cielo vendetta, specialmente quando si tratti di sfruttamento dei giovani o dei vulnerabili. Tale malvagità dovrebbe essere odiata con un odio perfetto. La stessa carità cristiana esige che si odi la malvagità così come si ama il bene. Ma mentre odiamo il peccato, non dobbiamo mai odiare il peccatore, che è chiamato alla conversione, alla penitenza e alla rinnovata comunione con Cristo e con la sua Chiesa, attraverso la sua inesauribile misericordia».

Grazie vescovo Morlino!

Aldo Maria Valli






sabato 25 agosto 2018

Meeting o Conferenza? A Dublino due mondi cattolici a confronto






24 AGO 18
by Aldo Maria Valli

In alternativa al Meeting mondiale della famiglie, in corso a Dublino, l’Istituto Lumen Fidei ha organizzato una Conferenza delle famiglie cattoliche che si è tenuta il 22 e il 23 agosto, sempre a Dublino, e ha visto la partecipazione, fra gli altri, del cardinale Raymond Burke e del vescovo Athanasius Schneider, due delle voci più significative fra quelle che difendono la retta dottrina e l’eterna legge divina contro gli attacchi del modernismo e dell’eresia.

Se al Meeting (al quale due cardinali come Wuerl di Washington e O’Malley di Boston hanno rinunciato in seguito agli sviluppi della crisi per gli abusi omosessuali) è stato possibile ascoltare il gesuita James Martin, paladino della causa Lgbt, alla Conferenza delle famiglie cattoliche ha invece parlato John-Henry Westen, co-fondatore e caporedattore di LifeSiteNews, uno dei siti più efficaci e agguerriti a difesa della cultura della vita. Ma molti altri sono stati i protagonisti di spicco: da Gerard van den Aardweg, psicologo e psicanalista cattolico olandese, a Robert Royal, presidente dell’Istituto Faith & Reason, da José Antonio Ureta, membro fondatore della Fundacion Roman, la principale organizzazione a favore della vita e della famiglia in Cile, a John Smeaton, presidente della Society for the Protection of Unborn Children e co-fondatore di Voice of the Family; da Stephane Mercier, professore cacciato dall’Università Cattolica di Lovanio in Belgio per aver osato chiedere ai suoi studenti di prendere in considerazione argomenti contro l’aborto e l’ideologia gender, al padre cappuccino Thomas Weinandy , il teologo che ha scritto al papa per segnalargli che il suo pontificato è contraddistinto da una “confusione cronica” e “una apparentemente intenzionale mancanza di chiarezza”.
Ma fra tutti gli interventi vorrei concentrarmi qui su quello del dottor Thomas Ward, medico di famiglia inglese nonché presidente dell’Associazione nazionale delle famiglie cattoliche.
Ward ha infatti sviluppato un parallelo fra epoche diverse e diverse rivoluzioni, per dimostrare l’obiettivo comune, e convergente, di distruggere la famiglia.
Il primo grande attacco contro la famiglia, ha ricordato Ward, coincide, alla fine del XVIII secolo, con la rivoluzione francese e in particolare con la figura del Marchese de Sade, il campione del libertinismo, acerrimo nemico della famiglia e della morale sessuale cattolica. È in quel momento che le perversioni finiscono di essere tali e diventano “conquiste” rivoluzionarie, all’insegna di una visione diabolica e turpe della libertà.
Poi il secondo, grande attacco: 1848, il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, nel quale si sostiene che lo Stato, e non la famiglia, deve assumersi la responsabilità dell’educazione delle nuove generazioni, aprendo così la strada allo statalismo in campo educativo e scolastico e alla progressiva delegittimazione dei genitori, che non sono più considerati i primi educatori dei loro figli.
Per Marx ed Engels la famiglia “borghese” va superata. Essa per loro è solo uno strumento che la classe dominante utilizza per la gestione della proprietà privata. Di qui le premesse per la dissoluzione della famiglia, con una quantità di conseguenze che stiamo sperimentando anche oggi, tutte all’insegna del trasferimento dei diritti relativi all’educazione e alla crescita dai genitori allo Stato, fino al caso di Alfie Evans, i cui genitori, Tom e Kate, sono stati letteralmente espropriati dal Servizio sanitario nazionale del diritto di decidere circa il destino del proprio figlio.
La terza rivoluzione anti-famiglia, ha spiegato Ward, è arrivata con la grande contestazione degli anni Sessanta del secolo scorso, la “liberazione” della donna, il femminismo, la distruzione dell’idea di autorità, la lotta contro ogni forma di “repressione” eccetera.
Tutte idee penetrate anche nella Chiesa cattolica, tanto che oggi, ha detto Ward, stiamo assistendo a un’altra rivoluzione, unica nel suo genere, perché arriva proprio dall’interno della Chiesa e non da forze ad essa ostili. La rivoluzione in atto si esprime nella liquidazione di Humanae vitae e nella nascita di un nuovo paradigma che di fatto legittima il permissivismo in campo morale, introduce il perdonismo e non dà precisi punti di riferimento.
Su posizioni come quelle del dottor Ward si può naturalmente discutere ed essere più o meno d’accordo, resta il fatto che un buon numero di cattolici ha sentito il bisogno, proprio alla vigilia del Meeting ufficiale, di andare ad ascoltare lui e gli altri che la pensano in modo analogo, evitando accuratamente di andare al Meeting mondiale. Una provocazione? Forse meglio dire una forma di compensazione rispetto a posizioni ritenute troppo cedevoli rispetto alla mentalità dominante nel mondo.
Il documento che suscita più perplessità in questi cattolici, che sarebbe troppo facile bollare semplicemente come “tradizionalisti”, continua a essere Amoris laetitia, che è invece al centro del Meeting al quale papa Francesco interverrà nella fase conclusiva.
Tra le modalità con cui i contenuti di Amoris laetitia sono messi a disposizione delle famiglie, non solo irlandesi, in occasione del Meeting c’è anche un cartone animato, visibile nel sito amoris.ie, nel quale la famiglia è considerata nella realtà dei nostri giorni. Sei le sezioni: Families living in a digital world, Family: a living reflection of the Trinity, Love and imperfection, Consumerism and families, Love and mercy, and How families transform the world.
La famiglia presentata nelle animazioni è alle prese con i problemi quotidiani: i figli che stanno troppo tempo sui social, il papà e la mamma che tornano distrutti dal lavoro, la mancanza di comunicazione, lo stress. Ma nel sito non mancano le famiglie in carne e ossa, attraverso una serie di contributi filmati che mostrano le connessioni tra Amoris laetitia e le loro vite.
I due mondi, quello della Conferenza delle famiglie cattoliche e quello del Meeting mondiale delle famiglie, sembrano piuttosto lontani anche per quanto riguarda la metodologia comunicativa. Certo, i mezzi a disposizione di Lumen Fidei per l’organizzazione della conferenza “alternativa” sono stati infinitamente più limitati rispetto a quelli del grande Meeting. Si nota comunque da una parte la tendenza a puntare sulla parola e sull’approfondimento, dall’altra invece lo sforzo di utilizzare le modalità espressive dominanti nel mondo, con uno stile che cerca di essere il più possibile disinvolto, disposto a pagare un prezzo in termini di profondità pur di apparire coinvolgente e allegro.
Ma c’è davvero da stare allegri?
Il dottor Thomas Ward non sembra di questo avviso. Riflettiamo sul fatto, ha detto, che sia Suor Lucia di Fatima sia san Giovanni Paolo II annunciarono che lo scontro finale tra Dio e Satana si giocherà sul terreno della famiglia e della vita.
Aldo Maria Valli








Il crollo della modernità






Giovanni Scalese, 23 agosto 2018

È apparso ieri sul Foglio un interessante articolo del Prof. Pier Paolo Tamburelli sul crollo del viadotto Polcévera, dal titolo “Quel ponte era bello”.


Si potrebbe dissentire su varie affermazioni fatte da Tamburelli, a cominciare dal titolo: che il Ponte Morandi fosse bello è tutto da dimostrare. Ma evidentemente i canoni della bellezza variano da persona a persona. Ciò su cui non si può in alcun modo essere d’accordo è la tesi di fondo dell’articolo, espressa in questo passaggio:
Se i ponti crollano, la colpa non è dell’ambizione dei tecnici di cinquant’anni fa, ma della mancanza di coraggio e di responsabilità dei tecnici di oggi. Non era il progetto di Morandi a essere sbagliato, è che nessuno si è preso la responsabilità di dire che dopo cinquant’anni era il caso di demolirlo.

Eh no, caro Professore, non è vero che il progetto di Morandi non era sbagliato: a prescindere dalle responsabilità che possono avere i tecnici d’oggi, se un ingegnere cinquant’anni fa progettò un ponte che è durato solo cinquant’anni, significa che il suo progetto era sbagliato. Se i ponti crollano, la colpa è innanzi tutto dell’ambizione dei tecnici di cinquant’anni fa che, ignorando la perizia di chi li aveva preceduti, si avventurarono in sentieri sconosciuti. Non bastano i “sogni di bellezza” per fare un ingegnere.


Qualcuno in questi giorni ha cercato di giustificare l’Ing. Morandi affermando che quel progetto fu fatto in base alle conoscenze che si avevano allora e che non è giusto giudicarlo a partire dalle nostre conoscenze attuali. Sembrerebbe che solo negli ultimi cinquant’anni abbiamo imparato a costruire ponti che stiano in piedi; in realtà è da secoli che si hanno le conoscenze per costruire ponti che durino piú di cinquant’anni.


Il problema è che in quegli anni (siamo negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento) si era convinti di poter reinventare il mondo; l’esperienza che l’umanità aveva accumulato nel corso dei secoli e dei millenni veniva guardata con sufficienza, se non considerata un’anticaglia del passato; si pensava che non ci fossero limiti alle possibilità dell’uomo; sembrava che la scienza e la tecnica gli permettessero di fare qualsiasi cosa; si era convinti che il cemento armato sarebbe durato in eterno. Non è fuori luogo parlare di vero e proprio delirio di onnipotenza (gli antichi greci avrebbero detto hybris).


A parte il disaccordo di fondo, trovo interessante l’articolo di Tamburelli perché vede nel viadotto Polcévera un simbolo:

Di questo complesso, e per niente scontato, progetto di modernità italiano il ponte di Morandi… era un simbolo.
Ovviamente, anche il crollo di quel viadotto non può che assumere un valore simbolico:
Se crolla un ponte di Morandi, a essere chiamata in causa è tutta la cultura architettonica e ingegneristica italiana dell’ultimo secolo.

Esattamente di questo si tratta: il crollo di quel ponte segna la fine della modernità, con la sua presunzione di inventare qualcosa di nuovo, senza tener conto dell’esperienza del passato. Il crollo di quel ponte dimostra che il progetto della modernità — della modernità che si presentava in opposizione e come alternativa al passato — era sbagliato. Il cemento armato che si sbriciola, lasciando scoperto il ferro arrugginito che lo sosteneva, è una metafora della modernità che, sbriciolandosi, lascia intravvedere le ideologie, ormai arrugginite, che l’hanno ispirata.


L’infatuazione degli anni Cinquanta-Sessanta era diffusa ovunque, non solo nella società civile, ma anche nella Chiesa. I sintomi erano gli stessi: l’esperienza del passato considerata come superata; la convinzione che si potesse (e si dovesse) “reinventare” il cristianesimo; l’illusione che non ci fossero limiti alla fantasia... La Chiesa, dopo una prima reazione di totale chiusura, si decise a fare un discernimento (attraverso il Concilio Vaticano II e i successivi pontificati), per valorizzare ciò che di positivo poteva esserci nella modernità e per respingere i suoi pericoli; tenne duro a lungo su questa posizione equilibrata (di puro buon senso, se giudicata con distacco, ma considerata retrograda dai paladini della modernità) fino a quando non ha pensato bene, negli anni recenti, di deporre le armi e rincorrere quella modernità che stava ormai venendo giú a pezzi. Speriamo che il crollo del ponte di Morandi faccia capire agli ultimi mohicani della modernità che non tutto ciò che è nuovo, per il semplice fatto che è nuovo, è anche buono.
Q








Prima Santa Messa a Pistoia










giovedì 23 agosto 2018

"Predicavo la violenza dell'islam, poi Gesù mi parlò"




El Masih, pakistano apostata dell’islam, ex militare della “guerra santa”, insegnante di Corano e futuro medico, che dopo la sua conversione perse tutto rischiando la vita, racconta la sua storia alla Nuova BQ. E parla di quanto viene insegnato a "porte chiuse" dall'islam (una religione «basata sulla soddisfazione della carne»), dei paesi arabi che «finanziano l'immigrazione di massa», dell'«apostasia delle chiese occidentali» e di Gesù «che oggi raggiunge numerosi musulmani».



Intervista di Benedetta Frigerio, 19-08-2018

È riuscito a parlare di fronte ad alcune platee universitarie degli Stati Uniti, il paese dove è dovuto fuggire insieme alla sua famiglia per non rischiare la morte nel Pakistan in cui è nato e cresciuto. La sua colpa non è però solo quella tremenda dell’essere un cristiano in uno Stato dove vige la legge sulla blasfemia che mette alla tortura, costringe al carcere, condanna a morte e uccide ogni anno decine di cristiani, ma una ancora peggiore. Sì perché El Masih è un apostata dell’islam, un ex militare della “guerra santa”, insegnante di Corano nelle scuole superiori e futuro medico, che dopo la sua conversione perse tutto oltre che subire persecuzioni fino a rischiare la sua stessa vita. La sua vicenda è stata messa nera su bianco in prima persona nel libro edito quest’anno, "From Persecution to the Promise Land", ("Dalla Persecuzione alla Terra Promessa").


El Mashi, come ha deciso di diventare cristiano?
Da bambino sono cresciuto sentendo parlare della fede cristiana dai miei genitori, pur essendo originari pakistani di tradizione indù e islamica erano stati raggiunti dall’annuncio del Vangelo che avevano in qualche modo accolto. Ma erano cristiani solo di nome, non erano educati a vivere come tali. Eppure bastava la nomea per subire discriminazioni e persecuzioni che mi portarono a decidere di seguire l’islam in modo da avere un buon lavoro e una buona posizione sociale, che in Pakistan sono possibili solo ai musulmani.


Si fece islamico solo per questo?
Sì, e poi l’islam mi permetteva di fare quello che volevo, perché è una religione che soddisfa tutti i desideri della carne: puoi avere più mogli, un numero illimitato di concubine. Insomma potevo fare tutto ciò, persino pensare di uccidere i miei nemici, senza problemi di coscienza, perché il Corano insegna così.


Si direbbe il contrario. L’islam pare una religione piena di dogmi e regole, come il digiuno, la preghiera in diverse ore del giorno, l'impossibilità di mangiare maiale o bere alcool…

È una ipocrisia, questo è quello che l’islam insegna a fare in pubblico, ma a porte chiuse accade qualcosa di diverso: per esempio, se studi davvero la vita di Maometto sai che come lui si possono avere più mogli e amanti e il Corano invita continuamente a seguire l’esempio e lo stile di vita di quello che considera il suo profeta. Inoltre nel Corano si legge che in paradiso ci saranno vini e liquori, il che fa apparire comunque queste cose come buone, motivo per cui a porte chiuse molti bevono.


E le donne? Hanno queste libertà?
In un certo modo sì: ad esempio, le donne devono rimanere vergini fino al matrimonio, ma in Medio Oriente posso assicurare compiono atti sessuali che permettono loro di sanguinare la prima notte di nozze. Ciò non significa però che siano davvero vergini. Non solo, nel mondo islamico è diffusa anche la pedofilia. Maometto fra le sue mogli aveva Aicha di 10 anni e nel Corano si parla di un paradiso dove si allude alla servitù dei bambini nei confronti degli uomini: «A godersi quello che il loro Signore avrà dato loro. Il loro Signore li avrà preservati dal castigo della Fornace...[Sarà detto loro]: “Mangiate e bevete in serenità, [ricompensa questa] per quel che avete fatto!” [Staranno] appoggiati su divani disposti in ranghi e daremo loro in spose le fanciulle dai grandi occhi neri…Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno...E per servirli circoleranno tra loro giovanetti simili a perle nascoste».


Lei insegnava la religione islamica ed era uno studioso del Corano, perché ad un certo punto si è convertito?
Quando ero militare, nel 1989, una mattina presto mi svegliai in una delle nostre basi, ero nella mia stanza e sentii la voce di Gesù Cristo. Mi disse che se fossi andato avanti a vivere così e che se fossi morto facendo la “guerra santa” non avrei raggiunto il paradiso ma l’inferno eterno. Ero pronto a diventare un ufficiale d’onore e poi un medico di prestigio e a guadagnare molti soldi. Ma sentii quella voce. All’inizio non volevo seguirla ma la pregai, perché l’idea che fosse veramente di Dio mi tormentava: «Se sei davvero Dio - dissi - devi mostrarmelo». Allora pregai per due paralizzati del mio paese affinché guarissero. Tornato a casa li trovai perfettamente sani. Allora capii che quello era davvero Gesù e che voleva che predicassi il Vangelo. Ma io non volevo, perché non volevo essere povero né perseguitato. Alla fine, dopo circa quattro anni di lotta interiore, ho ceduto. Volevo stare dalla parte di Dio.


Dopo la conversione cominciò ad essere perseguitato in Pakistan, il paese che ha condannato a morte per un fatto che non sussiste la cristiana Asia Bibi. Che le accadde?
Iniziai a predicare il Vangelo, ma fui scoperto e picchiato ripetutamente. Erano così furiosi con me che una volta mi lapidarono.


I musulmani “moderati” che condannano l’Isis e il terrorismo islamico, sostengono che l’estremismo viene da una interpretazione errata e strumentale del Corano. È così?
Non è vero, l’esempio è ancora Maometto: quando fu debole e malato per qualche anno, rimase senza armi e senza soldati, perciò in quel periodo disse sempre bene di tutti, anche dei cristiani. Ma quando divenne forte, autoritario e con un esercito alle sue spalle cominciò a dire che i non musulmani dovevano pagare la tassa degli infedeli o altrimenti morire ammazzati. Perciò i musulmani fanno lo stesso: quando vengono in Occidente, dove sono ancora una minoranza, paiono accettare le regole del paese in cui risiedono, ma quando prendono il potere seguono l’esempio del loro profeta, pretendendo l'imposizione della sharia a tutti. Inoltre, se fosse come dicono questi “moderati”, perché nei paesi dove i musulmani sono la maggioranza i cristiani sono tutti perseguitati e vige la sharia. Non dimentichiamo poi che non in alcuni paesi ma in tutti quelli in cui sono la maggioranza i diritti delle minoranze sono esigui se non inesistenti. Spesso chi condanna pubblicamente la jihad mente.


Sono accuse pesantissime le sue.
Ero uno di loro e so che normalmente quello che gli islamici si dicono fra loro non è quello che dicono a voi occidentali. Un solo esempio fra tanti: ero in aereo, seduto fra due uomini che mi chiesero da dove venivo: dissi dal Pakistan (dove il 99 per cento sono musulmani) a quel punto uno di loro cominciò a inveire contro l’America, ma poco prima, mentre parlava con un americano, aveva detto cose meravigliose sugli Stati Uniti. La doppiezza è normale nell’islam.


Come vede l’Europa fra 10/20 anni? Cosa pensa della politica immigratoria europea?
Penso che l’Occidente perderà completamente il suo potere, perché gli islamici hanno tanti figli, mentre la denatalità occidentale è spaventosa. Si sta favorendo l’immigrazione di massa di una popolazione che ha 4, 5, 6 figli a testa, significa che la popolazione islamica supererà quella europea. E quando questo avverrà saranno loro a dettare l’agenda politica, come già cominciano già a fare nei paesi in cui crescono. Anche fermassimo il progetto ora, sarebbe dura evitare questo scenario futuro.


Perché i leader europei non vogliono vedere?
Perché ricevono una marea di soldi dai paesi musulmani, una marea davvero. Ai leader europei non importa di quello che pensa e comprende la gente normale e non importa del domani.


Va bene l’interesse economico e di potere immediato dei leader, ma che mi dice della Chiesa che condanna come eretico chi dice "stop" all’immigrazione?
I soldi sono offerti anche alle chiese che ospitano gli immigrati. I programmi di rifugiati e i centri di assistenza, prendono soldi persino dall’Onu che li riceve dai paesi arabi. Mi spiace dirlo ma questa è la verità. E la seconda ragione è che c’è tanta ignoranza, un buonismo ignorante: non conoscono la verità e credono alla faccia ipocrita dell’islam.


Lei cristiano perseguitato in Medio Oriente per la sua fede, cosa pensa della Chiese occidentale? Cosa la differenzia dalla vostra?
Quasi tutte le chiese occidentali non sono più la casa di Dio che Lui vorrebbe, perché non seguono più ciò che dice il Vangelo e ognuno fa quel che vuole. Queste chiese insegnano dottrine nuove, eretiche, tradiscono Dio amore, quello che a me, per amore, ha chiesto di lasciare tutto, di lasciare il peccato, mentre qui ti dicono "va bene anche se pecchi". E se tanto vai lo stesso in paradiso, perché fare sacrifici? In Medio Oriente non è così, i cristiani vivono una vita santa che testimonia Gesù, non fanno ciò che vogliono ma ciò che Dio padre insegna loro attraverso molti pastori santi.


Nel suo libro lei sostiene che molti musulmani si stanno convertendo al cristianesimo. Come lo sa e come mai questa modalità particolare sta raggiungendo tante persone?
Dopo quello che ho scritto mi hanno cercato e raggiunto tante persone che hanno avuto esperienze simili alle mie e che poi ho incontrato. Hanno avuto visioni di Gesù, sogni, locuzioni. Penso che Dio scelga questo metodo perché predicare il Vangelo in Medio Oriente è difficilissimo. E chi lo fa invece che essere ascoltarlo viene ucciso. Ipotizzo quindi che il Signore, nella sua misericordia, usi questo metodo più diretto e miracoloso. E poi credo che il Signore lo faccia perché i musulmani sono molto a contatto con il soprannaturale, perciò sognano molto, anche demoni. Tutto ciò non sarà però in grado di salvare l’Occidente dall’islamizzazione, per le ragioni dette prima.


Cosa direbbe ad un musulmano?
Che dico tutto questo a mio rischio e pericolo anche per loro. Amo le persone musulmane, quindi odio le menzogne in cui credono e prego che incontrino Cristo affinché le liberi dalla schiavitù del male.













Quel che il papa dice. E quel che non dice






by Aldo Maria Valli

Non è piaciuta a tutti la Lettera al popolo di Dio scritta da Francesco in seguito al deflagrare della crisi dopo il rapporto del gran giurì della Pennsylvania su mille casi di abusi a danno di trecento vittime nell’arco di settant’anni, con ampie coperture e insabbiamenti da parte delle gerarchie.
LifeSiteNews (https://www.lifesitenews.com/news/pope-francis-blames-u.s.-sex-abuse-crisis-on-clericalism-fails-to-mention-h) osserva che la lettera sta ricevendo critiche da parte dei fedeli perché non specifica le azioni concrete da adottare e ignora la questione di fondo dell’omosessualità dilagante nel clero.

Il papa punta il dito contro il «clericalismo», inteso come «un modo anomalo» di considerare e vivere l’autorità della Chiesa, ma la spiegazione appare nello stesso tempo vaga e fuorviante. Non si affronta seriamente il problema se non si riconosce la questione dell’omosessualità e il ruolo dei vescovi. Tuttavia le parole «vescovo» e «omosessualità» nella lettera non appaiono neppure una volta.
Come hanno osservato, per esempio, il cardinale Raymond Burke (qui il mio articolo in proposito: https://www.aldomariavalli.it/2018/08/18/il-venerdi-santo-della-chiesa-degli-stati-uniti/) e il vescovo Robert Morlino di Madison (https://www.aldomariavalli.it/2018/08/19/odiare-il-peccato-unica-via-contro-la-devastazione-nella-vigna-del-signore/) una crisi così drammatica come quella degli abusi non può essere fronteggiata senza riconoscere il problema dell’omosessualità e del permissivismo che si è insinuato nella Chiesa. Di pari passo occorre sottolineare che, per quanto i provvedimenti dei vescovi possano essere importanti, tocca al papa dimostrare che la Chiesa ha saputo risalire alle cause del fenomeno, così da essere in grado di disciplinare correttamente le situazioni.

Le statistiche contenute nel rapporto del gran giurì della Pennsylvania dicono che in tre quarti dei casi i preti incriminati erano omosessuali e in maggioranza sceglievano come vittime ragazzi adolescenti. Non è dunque corretto parlare di pedofilia o, per lo meno, solo di pedofilia. D’altra parte già il rapporto del John Jay College nel 2004 segnalava che l’81 per cento delle vittime era composto da maschi, per lo più adolescenti tra i quattordici e i diciassette anni.
Anche Marie Collins, vittima di abusi ed ex membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori (dalla quale si dimise per sottolineare il suo senso di frustrazione e l’inadeguatezza dell’organismo e) si dice perplessa circa la lettera del papa, e un altro commento significativo è poi quello dello scrittore Rod Dreher, autore del libro L’opzione Benedetto.
Nato metodista, convertito al cattolicesimo nel 1993 e poi, nel 2006, divenuto ortodosso proprio in seguito alle sue ricerche sulla rete segreta e potente dei preti omosessuali, Dreher (https://www.theamericanconservative.com/dreher/pope-francis-failed-letter-abuse/) osserva: «Se non avessi seguito questa storia da vicino per anni, sarei confortato dalla lettera del papa»; purtroppo però so che «è molto tardi» perché si possa ancora pensare che «le parole, da sole, siano credibili».
Papa Francesco, scrive Dreher, ha rilasciato «un torrente di buone parole», ma le azioni purtroppo non vi corrispondono.

Si prenda il caso di Donald Wuerl, l’arcivescovo di Washington amico dell’ex cardinale Mc Carrick (sospeso dopo essere stato riconosciuto colpevole di gravi abusi a danno di seminaristi) e adesso nell’occhio del ciclone, tanto che da più parti si invoca una sua rinuncia all’incarico.

Le dimissioni per raggiunti limiti di età di Wuerl (classe 1940, successore di Mc Carrick a Washington nel 2006) sono sul tavolo di papa Francesco già da due anni (tutti i vescovi cattolici, come si sa, si dimettono formalmente una volta compiuti i settantacinque anni), eppure nel caso dell’arcivescovo di Washington il pontefice non le ha accettate. Il che spinge Dreher a commentare: «Finché Donald Wuerl sarà a capo dell’arcidiocesi di Washington, le parole del papa [contro gli abusi] resteranno vuote».

Ma si prenda anche il caso del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, che fa parte della cerchia più ristretta dei consiglieri del papa, in quanto coordinatore del Consiglio dei nove cardinali incaricati della «grande riforma» che Francesco avrebbe dovuto condurre in porto. Ebbene, scrive Dreher, Maradiaga è al centro di «un enorme scandalo per omosessualità» che coinvolge il seminario della sua diocesi (l’ausiliare di Maradiaga si è dimesso dopo esser stato accusato di avere diverse relazioni omosessuali), eppure la posizione del cardinale honduregno (che ha già compiuto i fatidici settantacinque anni ed è dunque in età di pensione) sembra sempre più forte nella curia romana, tanto che le voci di corridoio nei sacri palazzi dicono che sarà confermato per almeno altri cinque anni (e nel frattempo, negli ultimi vent’anni, la popolazione cattolica in Honduras si è dimezzata, con masse di fedeli che sono passate al pentecostalismo o hanno abbandonato completamente il cristianesimo). L’unica cosa che mantiene Maradiaga al potere è la volontà di Francesco, per cui la conclusione di Dreher è la stessa di prima: «Finché Maradiaga rimane al potere, le parole del papa saranno vuote».
Insomma, conclude Dreher, occorre prestare attenzione non solo a ciò che il papa dice, ma anche a ciò che non dice.

Durissima è poi la reazione alla lettera del papa di una delle mille vittime che al gran giurì della Pennsylvania hanno raccontato di essere state molestate per anni. Il documento di Francesco, dichiara Jim Faluszczak, quarantanove anni, ex prete che ora assiste le vittime di abusi, «non offre soluzioni su come la Chiesa dovrebbe combattere il fenomeno». E «se il papa non riesce a trovare soluzioni, meglio che si ritiri, così da consentire ai cattolici di mettere al suo posto un altro papa in grado di agire».

Intanto, mentre sul britannico Catholic Herald la lettera del papa è giudicata «inadeguata» e «piena di cliché» (http://www.catholicherald.co.uk/commentandblogs/2018/08/21/pope-franciss-letter-on-abuse-was-not-enough-we-need-action/), c’è chi propone di azzerare la Conferenza episcopale degli Stati Uniti.

È il caso di Jason Scott Jones, che su LifeSiteNews (https://www.lifesitenews.com/opinion/enough-its-time-to-disband-the-us-bishops-conference) scrive: «È tempo di sciogliere la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti. Invece di perdere tempo in stupide dichiarazioni politiche su questioni come immigrazione, riscaldamento globale e sindacati, i vescovi devono concentrarsi su tre cose: rendere facilmente disponibili i sacramenti (specialmente la confessione); ricostruire l’educazione cattolica fatiscente e assicurarsi che i nostri bambini non vengano abusati sessualmente».
I vescovi, scrive Jones, sono responsabili dell’ambito spirituale e i laici sono responsabili della cristianizzazione dell’ambito temporale, ma questa fondamentale differenza tra la gerarchia e il laicato è stata completamente dimenticata. I vescovi, quando si occupano della vita dei laici, dovrebbero assumere posizioni forti su questioni non negoziabili come l’aborto, le unioni omosessuali e la protezione dei bambini; invece, concentrati come sono sulla promozione di cause «liberal», non si occupano della salvezza delle anime. Nel frattempo l’educazione cattolica si è disintegrata, i sacramenti sono abusati (quanti cattolici americani ricevono l’Eucaristia anche se si confessano raramente o mai?), e i nostri figli sono a rischio proprio quando si trovano tra coloro con cui dovrebbero essere più sicuri. «I vescovi non sono amministratori, né attivisti. Sono pastori. Esistono per uno scopo: aiutare i cristiani a raggiungere il paradiso».

Cardinali e vescovi come Wuerl, continua l’autore, hanno perfino provato a usare il la Conferenza episcopale degli Stati Uniti per impedire ai colleghi di parlare di argomenti politicamente delicati, ma questa non è una sorpresa dal momento che il 40 per cento dei fondi arriva ai vescovi dal governo federale degli Stati Uniti.
Che la situazione sia ormai in gran parte fuori controllo è confermato dalle iniziative di legge che in diverse parti del mondo hanno messo nel mirino il sacramento della confessione.
Scrive Sandro Magister (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/08/19/chiesa-sotto-attacco-fuori-legge-il-sacramento-della-confessione/): «In Australia, nel territorio della capitale Canberra, il segreto della confessione è da giugno perseguibile come un reato, qualora il sacerdote che venisse a conoscenza, mentre amministra il sacramento, di un abuso sessuale su minori non lo denunciasse alle pubbliche autorità… I vescovi dell’Australia hanno reagito difendendo l’intangibilità del sigillo della confessione, la cui trasformazione in reato mette a rischio la stessa libertà religiosa. Ma il primo ministro del Nuovo Galles del Sud, uno dei sei Stati che compongono la federazione australiana, ha già chiesto che la legge sia discussa e approvata a livello federale, rendendola valida per l’intero paese».

E l’Australia non è un caso a sé. «In India, a fine luglio, la Commissione nazionale per le donne ha raccomandato al governo di New Delhi di mettere fuori legge il sacramento della confessione in tutto il paese, al fine di evitare i ‘ricatti’ che i sacerdoti potrebbero esercitare contro le donne».
«Già nel 2011, in un’Irlanda scossa dall’esplosione degli abusi sessuali commessi da preti cattolici, l’allora primo ministro Enda Kenny sostenne che ”i sacerdoti dovrebbero avere l’obbligo di legge di denunciare i casi di abuso appresi in confessione”».
E come dimenticare il Cile, dove «i magistrati che stanno investigando sugli abusi sessuali compiuti da vescovi e sacerdoti, e che hanno già chiamato a testimoniare, tra gli altri, l’arcivescovo di Santiago, cardinale Ricardo Ezzati Andrello, stanno valutando se interrogare anche papa Francesco in persona, sulla base dei reati – come la distruzione di archivi compromettenti – da lui denunciati nella lettera ai vescovi cileni dello scorso mese di maggio»?
Insomma, la Chiesa che in campo morale ha abbassato la guardia in nome del dialogo con il mondo, ora si trova sotto accusa proprio da quello stesso mondo.
E completiamo il quadro, almeno per ora, con i commenti di due cardinali.

Il primo è Joseph Tobin, arcivescovo di Newark negli Stati Uniti, il quale, dopo che sei sacerdoti rimasti anonimi hanno denunciato sulla Catholic News Agency che all’origine egli abusi c’è la «sub-cultura gay», si è rivolto così ai preti della sua diocesi: «Nessuno mi ha mai parlato di una simile sotto-cultura. D’ora in poi ai preti sarà vietato parlare con i giornalisti e tutte le eventuali richieste dovranno essere riferite al responsabile dell’ufficio comunicazioni sociali della diocesi».
Che dire? Complimenti per la lungimiranza!
Il secondo è il neo-cardinale messicano Sergio Obeso Rivera, il quale, secondo quanto riferisce Crux (https://cruxnow.com/church-in-the-americas/2018/08/21/mexican-cardinal-says-abuse-victims-should-think-about-skeletons-in-their-own-closet/) ha detto che le vittime degli abusi dovrebbero «vergognarsi di parlare perché anche loro hanno scheletri negli armadi».
Che dire?
Senza parole.

Aldo Maria Valli







martedì 21 agosto 2018

Il cardinale Raymond Leo Burke denuncia il “tentativo studiato di ignorare o negare il rapporto degli abusi sessuali con l’omosessualità”





20 agosto 2018

Il cardinale Raymond Leo Burke denuncia il “tentativo studiato di ignorare o negare il rapporto degli abusi sessuali con l’omosessualità” in una intervista concessa a Thomas McKenna, presidente dell’americana Catholic Action for Faith and Family. Il porporato americano è noto per la difesa della tradizione bimillenaria della Chiesa che si articola nell’intima e indivisibile connessione tra Tradizione apostolica, Sacra Scrittura e Magistero. Questa sua missione lo ha portato ad entrare in disaccordo anche con qualche scelta del Papa regnante. In particolare è nota la lettera, firmata con altri tre porporati, mediante la quale esprimeva al Papa dei “Dubia” [qui] in merito ad alcuni contenuti dell’esortazione post sinodale Amoris Laetitiae [vedi indice articoli]. Il card. Burke è punto di riferimento di gran parte dell’episcopato americano non “catto-progressista” ma anche di numerosi fedeli in tutto il mondo. Anche ora ha fatto sentire la sua voce anche su un tema scottante per la Chiesa americana (e non solo).

San Diego 16 agosto 2018 - Thomas McKenna : Eminenza, è emersa una nuova ondata di abusi sessuali del clero che sta ad indicare una diffusa pratica dell'omosessualità tra il clero nelle diocesi e nei seminari in tutto il paese. Quale, secondo lei, la causa principale di questa corruzione?
Cardinale Raymond Burke : In seguito agli studi successivi alla crisi degli abusi sessuali del 2002 stato chiaro che la maggior parte degli atti di abuso erano in realtà atti omosessuali commessi con giovani adolescenti. C'è stato un tentativo studiato di ignorare o negare questo. Ora sembra evidente, alla luce dei recenti terribili scandali. che in effetti esiste una cultura omosessuale, che deve essere purificata alla radice, non solo tra il clero ma anche all'interno della gerarchia. È ovviamente una tendenza disordinata.


Penso che il fenomeno sia stato considerevolmente aggravato dalla cultura anti-vita in cui viviamo, vale a dire la cultura contraccettiva che separa l'atto sessuale dall'unione coniugale. L'atto sessuale non ha alcun significato se non tra un uomo e una donna nel matrimonio poiché l'atto coniugale, per sua stessa natura, è per la procreazione. Credo che sia necessario riconoscere apertamente che esiste un problema molto grave di una cultura omosessuale nella Chiesa, specialmente tra il clero e tra la gerarchia, che deve essere affrontata con onestà ed efficacia.


Eminenza, molti affermano che il da farsi per affrontare questo problema e la soluzione per risolvere la situazione sia determinare le migliori procedure e strutture per affrontarlo. È d'accordo con quella proposta? O cosa pensa debba essere fatto per risolvere questa crisi in profondità?

Non è necessario sviluppare nuove procedure. Tutte le procedure già esistono e sono esistite nel corso dei secoli nella disciplina della Chiesa. Ciò che è necessario è un'indagine onesta sulle presunte situazioni di grave immoralità seguita da un'azione efficace per sanzionare i responsabili e vigilare per evitare che simili situazioni si ripresentino.


L'idea che per affrontare tutto ciò debba essere responsabile la conferenza episcopale è fuorviante perché ad essa non spetta la sorveglianza sui vescovi che la compongono. È il Romano Pontefice, il Santo Padre, che ha la responsabilità di disciplinare queste situazioni, ed è lui che deve agire seguendo le procedure che sono date nella disciplina della Chiesa. È questo che può affrontare la situazione in modo efficace.


È stata scossa la fede di molti nella Chiesa, come istituzione santa piuttosto che corrotta. Le persone non sanno cosa pensare dei loro vescovi e dei loro sacerdoti. Come dovrebbero rispondere i fedeli a questa crisi, soprattutto considerando che molti si sentono scoraggiati e si vergognano della loro Chiesa?

Comprendo pienamente la rabbia, il senso profondo del tradimento che molti fedeli sentono, che io stesso condivido. I fedeli dovrebbero insistere affinché la situazione sia affrontata con onestà e determinazione. Ciò che non dobbiamo mai permettere è che questi atti gravemente immorali, che hanno tanto macchiato il volto della Chiesa, ci facciano perdere la fiducia in Nostro Signore, che è il Capo e il Pastore del gregge. La Chiesa è il suo corpo mistico e non dobbiamo mai perdere di vista quella verità.


Dovremmo vergognarci profondamente di ciò che certi pastori, certi vescovi hanno fatto, ma non dovremmo mai vergognarci della Chiesa perché sappiamo che è pura e che Cristo stesso, è vivo per noi nella Chiesa, che Lui solo è la nostra via di salvezza. Esiste la grande tentazione che la nostra giustificata rabbia su questi atti gravemente immorali ci porti a perdere la fede nella Chiesa o ad essere arrabbiati con la Chiesa, invece di arrabbiarci con coloro che, anche se hanno avuto la più alta autorità nella Chiesa, hanno ha tradito quell'autorità e hanno agito in modo immorale.


Esistono da secoli nel Pontificale romano ( il libro liturgico latino-cattolico che contiene i riti eseguiti dai vescovi ) i riti per la degradazione dei chierici e anche della gerarchia che abbia gravemente fallito nel proprio ufficio. Credo che sarebbe utile rileggere quei riti per comprendere profondamente ciò che la Chiesa ha sempre capito, e cioè che i pastori possono andare fuori strada, anche in modo grave, e quindi devono essere appropriatamente disciplinati e persino allontanati dallo stato clericale.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]






venerdì 17 agosto 2018

LITURGIA. ESSENZIALE LA SERIETÀ E IL SENSO DEL SACRO, ANCHE PER I GIOVANI. UN LIBRO DI PADRE ENRICO FINOTTI





Marco Tosatti, 16-08-2018

Oggi parliamo di un testo molto interessante. È il terzo libro di padre Enrico Finotti nel “format” delle domande e risposte sulla liturgia. “Nell’attesa della tua venuta” segue “Il mio e il vostro sacrificio” e “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Anche in questo libro, come nei due precedenti, qui si trovano molte curiosità e dettagli per chi voglia conoscere la liturgia in modo profondo e non superficiale. Parlando della stola per esempio, l’autore afferma: “La stola quindi è l’insegna-base di tutti coloro che sono stati ‘segnati’ dal carattere dell’Ordine sacro: il Vescovo, il Presbitero e il Diacono. Essa è portata traversa dal Diacono e diritta dal Presbitero e dal Vescovo. Ora, mentre gli abiti variano a seconda del tipo di rito o in ragione della diversa solennità, la stola – sempre sopra il camice o la cotta (e mai sull’abito civile) – è assunta sempre, in ogni genere di celebrazione liturgica. Eliminare l’insegna propria del ministro ordinato è quindi impoverire certamente i ‘santi segni’ e una novità assoluta rispetto alla tradizione secolare della Chiesa, orientale e occidentale”.

Padre Finotti ritiene importante soprattutto ribadire: “Infine, è necessario acquisire il senso della Liturgia come azione di Cristo e della Chiesa e non come un atto privato. Per questo nessuno, anche se sacerdote, può mutare, aggiungere o togliere elementi propri della liturgia stabilita dalla Chiesa ed edita nell’editio typica’”. Questo concetto, e lo vediamo troppo spesso, può sembrare astruso, o teorico, a quanti sembrano pensare che la liturgia è un qualche cosa di cui possono usufruire a piacimento, magari con innovazioni “creative”: uno spazio di libero esercizio del proprio gusto personale e privato.

Questo è tanto più vero quando si parla dei giovani. Ricorda don Finotti che “La ‘pastorale giovanile’ non può ammettere il capriccio e non può rimandare ad una presunta futura maturazione che non verrà mai. Se non si inizia subito ad introdurre i bambini e i giovani nella esperienza delle leggi rituali e liturgiche, atte ad educare alla spiritualità, alla proprietà, alla vera devozione, domani avremo un popolo di Dio estraneo alle leggi fondamentali della vita interiore e del culto liturgico”. Certamente un richiamo a una visione che può apparire controcorrente rispetto a certe forme che paiono trattare i giovani come eternamente incapaci di capire la solennità e la gravità del sacro.

Nel libro si tratta anche della necessità (o meno) della quindicesima stazione della Via Crucis; dei bambini nella Veglia Pasquale; dell’uso dei paramenti preziosi (“Lode ai nostri sacristi per la cura di paramenti tanto belli, che impreziosiscono le nostre sagrestie! Purtroppo molti pezzi di grande valore artistico e spirituale sono stati lasciati deperire, altri smontati per fare casule moderne, comunque abbandonati e non più usati. Il Concilio, come si vorrebbe far passare, non ha nel modo più assoluto comandato o consigliato l’abbandono dei paramenti storici, anzi ne ha sollecitato il restauro e la conservazione…”) e molto altro.

Avete avuto problemi con le interminabili preghiere dei fedeli? Oppure qualche sacerdote non ha simpatia per il Credo? A proposito di quest’ultimo don Finotti scrive: “E’ per tutti chiaro che nessuno può riscrivere i testi della Sacra Scrittura, che hanno Dio stesso come autore. Ma è altrettanto evidente che neppure i testi liturgici possono essere modificati o sostituiti, in quanto esprimono la fede della Chiesa e non le opinioni private”.

Insomma, un testo che si inserisce nella corrente tracciata dai due precedenti (anche se altri ne seguiranno). Un aiuto in tempi ben difficili per poter apprezzare la liturgia per quello che è non per quello che alcuni vorrebbero che fosse.



Sommario

L’uso della stola nella Messa

Formalismo o obbedienza?

Giovani e liturgia

Quale formazione liturgica?

Il silenzio nelle chiese

L’adeguamento liturgico

La quindicesima ‘stazione’ della Via crucis?

I bambini nella Veglia pasquale

L’uso dei paramenti preziosi

Il segno della croce con l’acqua benedetta

L’inginocchiarsi

La formazione degli operatori liturgici

Il colore esequiale

La disposizione liturgica del feretro

L’elogio del defunto

La cremazione

La preghiera dei fedeli

Sostituire il Credo?

L’inchino del capo all’Et incarnatus est

Cantare il Credo?

Sospendere il Credo?



Don Enrico Finotti è nato a Rovereto nel 1953 ed è presbitero dell’Arcidiocesi di Trento dal 1978. Dopo la formazione classica, ha frequentato gli studi teologici presso il Seminario Diocesano. Ha svolto il ministero di parroco in diverse parrocchie della diocesi di Trento. Ha ottenuto la licenza in Teologia liturgica presso la Pontificia Università della Santa Croce. Collabora con l’Ufficio Liturgico Diocesano di Trento nei percorsi di formazione liturgica ed è curatore della rivista Liturgia:culmen et fons. Ha tra l’altro pubblicato: La centralità della Liturgia nella storia della salvezza (Fede & Cultura, Verona, 2010); La liturgia romana nella sua continuità (Sugarco, Milano, 2011); Vaticano II 50 anni dopo (Fede & Cultura, Verona, 2012).













giovedì 16 agosto 2018

SARAH, MONITO A VESCOVI E CARDINALI: "Rifiutare Humanae vitae è lottare contro Dio”





Il prefetto del Culto Divino Sarah interviene sui tentativi di revisione dell'enciclica di Paolo VI e avverte: «Accogliere Humanae Vitae non è solo sottomettersi al Papa, ma ascoltare e accogliere la Parola di Dio. I Cardinali, i Vescovi e i teologi che hanno l'hanno rifiutata incoraggiando i fedeli alla ribellione contro l’enciclica si sono perciò messi deliberatamente e pubblicamente in lotta contro Dio stesso. La cosa più grave è che essi invitano i fedeli ad opporsi a Dio».


ECCLESIA
16-08-2018 

S. E il Cardinal Robert Sarah, il 4 agosto scorso, in occasione dei cinquant’anni dell’enciclica Humanae Vitae, ha tenuto una conferenza presso l’abbazia benedettina di Sainte Anne de Kergonan, filiazione di Solesmes, situata in Bretagna. Vi proponiamo alcuni passaggi, tradotti in italiano. E’ possibile scaricare il testo integrale in francese, in fondo a questa pagina.


Un errore di prospettiva


«Cari amici, cari sposi se, in quanto cristiani, voi rifiutate la contraccezione, non è innanzitutto perché “la Chiesa lo proibisce”. È piuttosto perché voi sapete, attraverso l’insegnamento della Chiesa, che la contraccezione è intrinsecamente un male, cioè che essa distrugge la verità dell’amore e della coppia umana. Essa riduce la donna a non essere altro che un oggetto di piacere e di godimento, sempre disponibile in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza alle pulsioni sessuali dell’uomo».


Una verità conforme alla ragione e confermata dalla Rivelazione
«È bene sottolineare che questa verità dell’amore umano è accessibile alla ragione umana. San Giovanni Paolo II ricorda infatti che l’affermazione secondo la quale “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita” (HV, 11), descrive la “verità ontologica”, la “struttura intima”, la “struttura reale” dell’atto coniugale […] Questo carattere ragionevole fonda l’affermazione di Paolo VI e di Giovanni Paolo II: “Le norme morali di Humanae Vitae fanno parte della legge naturale. Ogni uomo di buona volontà può intuire e capire che un comportamento contraccettivo è contrario alla verità umana dell’amore coniugale” (Udienza generale, 7 dicembre 1981).


Ma è necessario andare molto più in là. In effetti, San Giovanni Paolo II afferma con forza che la norma morale formulata in Humanae Vitae fa parte della Rivelazione divina. Perché la Chiesa insegna questa norma anche se essa non è formalmente espressa (nel senso di letteralmente) nelle Sacre Scritture; la Chiesa fa questo nella convinzione che l’interpretazione della legge naturale è di competenza del Magistero. Noi possiamo tuttavia dire di più. Anche se la norma morale, così come formulata nell’enciclica Humanae Vitae, non si trova letteralmente nelle Sacre Scritture, tuttavia, per il fatto che è contenuta nella Tradizione e […] che è stata “ripetutamente esposta ai fedeli dal magistero” (HV 12), ne risulta che questa norma corrisponde all’insieme della dottrina rivelata contenuta nelle fonti bibliche (HV 4).


Una tale affermazione è capitale per comprendere l’errore di tutti quelli che chiedono un “cambiamento della disciplina”, di tutti quelli che dicono che “la Chiesa è troppo dura” oppure che “la Chiesa deve adattarsi”. Secondo l’enciclica Humanae Vitae, la Chiesa non fa altro che trasmettere quanto ricevuto da Dio stesso. Ella non ha e non avrà mai il potere di cambiare alcunché».


«Accogliere Humanae Vitae non è dunque principalmente questione di sottomettersi ed obbedire al Papa, ma di ascoltare e accogliere la Parola di Dio, la benevola rivelazione di Dio su ciò che noi siamo e su ciò che dobbiamo fare per corrispondere al suo amore. La posta in gioco infatti è la nostra vita teologale, la nostra vita di relazione con Dio. I Cardinali, i Vescovi e i teologi che hanno rifiutato Humanae Vitae e hanno incoraggiato i fedeli alla ribellione contro l’enciclica si sono perciò messi deliberatamente e pubblicamente in lotta contro Dio stesso. La cosa più grave è che essi invitano i fedeli ad opporsi a Dio».


Tre errori


«Il primo errore si trova tra i fedeli e in particolare gli sposi. Alcuni potrebbero avere l’impressione che la Chiesa imponga loro un peso insopportabile, un fardello troppo pesante che finirà per pesare sulla loro libertà.


Cari amici, una tale idea è falsa! La Chiesa non fa che trasmettere la verità ricevuta da Dio e conosciuta per mezzo della ragione. Ebbene, non c’è che la verità che ci renda liberi! […] È necessario dire quanto il rifiuto delle pratiche e della mentalità contraccettive liberi la coppia dalle pesantezze dell’egoismo. Una vita secondo la verità della sessualità umana libera dalla paura! Essa libera le energie dell’amore e rende felici! Voi che lo vivete, ditelo! Scrivetelo! Testimoniatelo! È la vostra missione di laici! La Chiesa conta su di voi e vi affida questa missione! […]


Il secondo errore da evitare si trova tra i teologi moralisti […] Guardatevi da coloro che vi dicono che, purché l’intenzione generale della coppia sia retta, le circostanze possono giustificare la scelta di mezzi contraccettivi. Cari amici, affermazioni di questo tipo sono menzogne! E quanti vi insegnano tali aberrazioni “falsificano la Parola di Dio” (2 Cor. 4, 2). Non parlano in nome di Dio. Parlano contro Dio e contro l’insegnamento di Gesù […] Quando vi si dice: ci sono delle situazioni concrete che possono giustificare un ricorso al contraccettivo, vi mentono! Vi predicano una dottrina adulterata (cf 2Cor. 2, 17)! Anzi peggio, vi fanno del male, perché vi indicano una via che non conduce né alla felicità, né alla santità! […] Come si può pretendere che “in certe situazioni” un atteggiamento che contraddice la verità profonda dell’amore umano divenga buono o necessario? È impossibile! […] Non si devono mai opporre la pratica pastorale e la verità universale della legge morale. La pastorale concreta è sempre la ricerca dei mezzi più appropriati per mettere in opera l’insegnamento universale, e mai per discostarsene. […]


Il terzo errore da evitare si trova nei pastori: sacerdoti e vescovi. […] Come ha detto Paolo VI, “non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime” (HV 29) e, rivolgendosi ai vescovi, il beato Papa continuava: “lavorate con ardore e senza sosta alla salvaguardia e alla santità del matrimonio, perché sia sempre più vissuto in tutta la sua pienezza umana e cristiana. Considerate questa missione come una delle vostre più urgenti responsabilità nel tempo presente” (HV 30). […] Paolo VI ci ha mostrato con la sua enciclica un bell’esempio di carità pastorale, non abbiamo paura di imitarlo! Il nostro silenzio sarebbe complice e colpevole. Non abbandoniamo le coppie di sposi alle sirene ingannevoli della facilità!»


Una via di santità per gli sposi


«Vorrei anzitutto sottolineare che a fondamento di ogni santità si deve trovare l’amore di Dio. Ora, colui che ama vuole ciò che vuole l’amato. Amare Dio significa volere ciò che lui vuole. Al vertice della mistica, si parla di unione delle volontà, o di comunione delle volontà. […] Così Paolo VI incoraggia gli sposi a “conformare la loro condotta alle intenzioni creatrici di Dio” (Giovanni Paolo II, Udienza generale, 1 agosto 1984). In questa volontà di sposare l’intenzione creatrice si trova una vera via di unione teologale con Dio e nello stesso tempo di una giusta realizzazione di sé. È veramente amare Dio amare ciò che la sua sapienza ha inscritto nella mia natura. E ciò apre a un giusto e realista amore di sé […]


Questo piano del Creatore non si riduce alla regolarità biologica. La fedeltà all’ordine della creazione comprende molto di più. La fedeltà al piano di Dio suppone l’esercizio di una paternità-maternità responsabile, che si esprime attraverso un ricorso intelligente ai ritmi della fecondità. Esso suppone una collaborazione tra gli sposi, una comunicazione, delle scelte comuni e libere, poste secondo coscienza, illuminate dalla grazia e dalla preghiera perseverante, fondate su una generosità di fondo, per decidere di donare la vita o, per dei giusti motivi, di rinviare una nascita. Essa suppone una vera carità coniugale, una vera temperanza e dominio di sé, soprattutto se occorre limitare le unioni coniugali ai periodi infecondi. In breve, si tratta di un’arte di vivere, di una spiritualità, di una santità propriamente coniugale!


Un’arte di vivere


«Sottolineare questo aspetto permette di togliere un equivoco. A volte si parla di “metodi naturali di regolazione delle nascite”. Sono molti a credere che questi metodi siano “naturali” per il fatto che non fanno ricorso a procedimenti artificiali chimici o meccanici. Questo non è del tutto giusto. […]


Piuttosto che di “metodi naturali” si dovrebbe dunque parlare di un esercizio della fecondità secondo la natura umana. Quest’ultima suppone una “maturità nell’amore che non è immediata, ma richiede un dialogo, un ascolto reciproco e un particolare dominio della pulsione sessuale in un cammino di crescita nella virtù”, dirà Benedetto XVI. Così, si può parlare di vita secondo l’ordine della natura, secondo il disegno creatore, solo se un metodo naturale di regolazione delle nascite è vissuto in un contesto di virtù coniugali […]. Detto in altro modo: i metodi naturali sono una base, ma essi presuppongono di essere vissuti in un contesto di virtù. Essi possono costituire una porta, una pedagogia per la scoperta di questa vita coniugale piena, ma essi possono anche non essere vissuti che materialmente, senza questo contesto di responsabilità, di generosità, di carità che gli è connaturale».


Entrare nell’adorazione


«Comprendere il disegno del Creatore, riceverlo con il cuore, suppone questo profondo atteggiamento spirituale di riconoscenza e di adorazione, che è un dono dello Spirito Santo […] Ricevendo con gratitudine l’ordine naturale, cercando di comprenderlo, di amarlo, non solo gli sposi realizzano il loro amore nelle virtù che consolidano la loro reciproca carità, ma ancor più essi si aprono all’adorazione contemplativa del Creatore. Humanae Vitae apre una strada di santità coniugale, una pedagogia dell’adorazione, dell’accettazione filiale e adorante del piano divino. Dio stesso viene così amato come un Padre, i suoi doni sono ricevuti con riconoscenza e venerazione. La Sua premurosa maestà viene sperimentata dagli sposi. Si comprende perché Giovanni Paolo II ha potuto affermare che “ciò che è messo in questione, rifiutando quell’insegnamento, è l’idea stessa della santità di Dio… quelle norme morali sono semplicemente l’esigenza, dalla quale nessuna circostanza storica può dispensare, della santità di Dio che si partecipa in concreto, non già in astratto, alla singola persona umana” (Discorso per il II Congresso internazionale di teologia morale, 12 novembre 1988)».


La via regale della croce


«Sì, cari amici, cari sposi, non vi predico la facilità. Vi annuncio Gesù, e Gesù crocifisso! Cari sposi, vi invito a entrare in questa via regale della santità coniugale. Ci saranno dei giorni in cui essa andrà percorsa non senza eroismo da parte vostra. Ci saranno dei giorni in cui voi sarete sulla via della Croce. Penso alla “croce di coloro la cui fedeltà suscita derisione, ironie e anche persecuzioni” (Giovanni Paolo II, 23 settembre 1983), alla croce delle preoccupazioni materiali che la generosità nell’accoglienza della vita comporta, alla croce delle difficoltà nella vita di coppia, alla croce della continenza e dell’attesa in alcuni periodi. […] La felicità, la gioia perfetta delle vostre coppie passa da qui. So che questo non avviene senza sacrificio, ma “i tentativi sempre ricorrenti d’un cristianesimo senza sacrificio, un cristianesimo liquido, all’acqua di rose, sono destinati al fallimento” (Giovanni Paolo II, 23 settembre 1983)».


*Prefetto del Culto Divino e la disciplina dei sacramenti
Traduzione a cura di Luisella Scrosati










mercoledì 15 agosto 2018

L'ASSUNZIONE IN CIELO. Il papa che voleva salvare il mondo tramite la Madonna




Non dobbiamo dimenticare la specialissima devozione che Pio XII aveva verso la Vergine e che proclamò il dogma dell’assunzione nel 1950. Nel suo amore a Maria si nasconde infatti l'antidoto ad ogni problema.





Aurelio Porfiri, 15-08-2018

Per ragioni anagrafiche, quando pensiamo ad un Papa
che ha avuto una speciale devozione per la Vergine Maria, ci vengono in mente papa Francesco e la Madonna che scoglie i nodi o San Giovanni Paolo II che aveva scelto come proprio motto Totus Tuus ego sum. Eppure non dobbiamo dimenticare la specialissima devozione che Pio XII aveva verso la Vergine Maria. Infatti fu lui a proclamare il dogma dell’assunzione il primo novembre del 1950.


Sergio Gaspari, in un articolo su Madre di Dio
(10 ottobre 2008) reperibile su latheotokos.it così affermava: «Il 9 ottobre 1958, nella residenza estiva di Castelgandolfo moriva Pio XII, Eugenio Maria Pacelli, nato nel 1876, pontefice dal 1939 al 1958, detto, per antonomasia, il Papa della Madonna. Il Pastore supremo che scomunicò nel 1949 i comunisti atei, ma che si era adoperato indefessamente per l’assistenza alle vittime della seconda guerra mondiale, che già preconizzava della futura Europa unita, tecnicamente gigante, spiritualmente atrofizzata, il Papa che avviò le prime riforme liturgiche effettuate poi dal Vaticano II (1962-65).


Nel Battesimo, al nome di Eugenio, veniva aggiunto quello di Maria
. Giovane diciottenne, il 13 dicembre 1894, si iscriveva nella Congregazione mariana dei Gesuiti in Roma. Il 3 aprile 1899, celebrava la sua prima Messa dinanzi alla Salus Populi romani di Santa Maria Maggiore. Il suo primo discorso da sacerdote fu sulla Vergine. Veniva consacrato vescovo il 13 maggio 1917, il giorno stesso in cui a Fatima appariva la Madonna. La sua elevazione a cardinale fu annunciata il 7 dicembre 1929, vigilia dell’Immacolata. Eletto Papa il 2 marzo 1939, nello stringere tra le mani il timone della nave di Pietro, affidava il suo pontificato a Maria "Stella del mare". Si ammalò la prima domenica di ottobre del 1958, festa della Madonna del rosario; spirava, con il rosario in mano, il 9 ottobre”. Come vediamo, una vita veramente impregnata di devozione mariana.


Come detto, Pio XII moriva 60 anni fa
. Circa 3 mesi prima della morte egli promulgò la sua ultima enciclica, Meminisse Iuvat (14 luglio 1958), un documento meno conosciuto di altri e dedicato alle pubbliche preghiere nella novena dell’Assunta. Quindi, l’ultima enciclica di questo pontefice mariano è ancora nel nome di Maria e anche di questo documento, come della morte del grande pontefice, celebriamo i 60 anni.


Qui il grande Papa mette tutti gli eventi umani
, anche quelli più tragici, nella luce del soprannaturale: «Ma se esaminiamo con animo pensoso le cause di tanti pericoli, presenti e futuri, facilmente vediamo che le decisioni, le forze e le istituzioni degli uomini sono inevitabilmente destinate a venir meno, qualora l'autorità di Dio - che illumina le menti con i suoi comandi e i suoi divieti, che è principio e garanzia della giustizia, fonte della verità e fondamento delle leggi - o venga trascurata, o non collocata al suo giusto posto, o addirittura soppressa».


Egli non sta solo riferendosi ad eventi del passato
, ma pensa soprattutto a quanto sta avvenendo nei paesi dell’Europa dell’est e soprattutto in Cina, visto che l’anno prima, nel 1957, era stata costituita l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi, che di fatto toglieva la giurisdizione sui cattolici cinesi alla Santa Sede e la metteva sotto il diretto controllo del Partito Comunista professantesi ateo.


Ecco allora che il passaggio successivo
, letto con questo e con la sofferenza dei cattolici sotto i regimi comunisti in mente, acquista tutta la sua pregnanza: «D'altro lato, vediamo con sommo dolore del Nostro cuore di Padre, che la chiesa cattolica, di rito sia latino sia orientale, è, in non poche nazioni, oppressa da gravi vessazioni; si mettono i fedeli e i ministri del culto, se non a parole, certamente coi fatti, di fronte a questo dilemma: o astenersi dal professare e diffondere pubblicamente la loro fede, o subir danni, anche gravi. Molti vescovi sono già stati scacciati dalle loro sedi, o impediti dall'esercitare liberamente il ministero, o imprigionati, o mandati in esilio. (...) Inoltre i giornali, le riviste, le pubblicazioni cattoliche quasi del tutto sono messe al silenzio, come se la verità sia esclusivo dominio e arbitrio di chi comanda, e come se le scienze divine e umane, e le arti liberali non abbiano il diritto di essere libere, per poter fiorire a vantaggio del pubblico bene. Le scuole un tempo aperte dai cattolici, sono vietate e abolite; al loro posto ne sono state istituite altre, che o non impartiscono affatto le nozioni di Dio e della religione, o proclamano e diffondono le massime dell'ateismo, cosa che spessissimo avviene».


E ancora: «I missionari
, che, abbandonata la casa e la dolce terra natia, avevano sopportato gravi e numerosi disagi per dare agli altri la luce e la forza dell'evangelo, sono stati espulsi da tanti luoghi, come individui nocivi e pericolosi; in tal modo il clero rimasto, impari di numero in confronto dell'estensione territoriale, e spesso inviso e perseguitato, non può provvedere alle esigenze dei fedeli. Con dolore vediamo che talora sono calpestati i diritti della Chiesa, alla quale spetta, soltanto dietro il mandato della Santa Sede, scegliere e consacrare i vescovi, destinati a reggere legittimamente il gregge cristiano».


Il Papa non fa i nomi, ma chi non li comprende?
E in realtà c’è un piccolo mistero in questo senso. Nella versione italiana reperibile nel sito vaticano dedicato al Pontefice, alla nota 1, c’è questo inciso in corsivo: «Invito a pregare la vergine Maria durante la novena dell'Assunta soprattutto per la chiesa provata e perseguitata nei paesi dell'Est Europa e in Cina. Esortazione ai cristiani a essere forti nella prova. Incito a tornare ai valori evangelici attraverso un profondo rinnovamento morale» (nel testo riportato ho rimosso un errore di battitura “tornare ai colori ai valori evangelici...”). Questo inciso esiste solo nella versione italiana, ma non in quelle latina, portoghese o inglese. Ma il messaggio era comunque diretto chiaramente, forse il Papa o chi per lui ha voluto essere sicuro che non ci fossero margini per una cattiva interpretazione (anche se nel testo in verità il Pontefice già parla di Europa e Asia orientale).


Ma ecco che tutto viene affidato a Maria Santissima
: «Adoperatevi, dunque, venerabili fratelli, perché con la vostra esortazione e col vostro esempio, i fedeli a voi affidati, quanto più è possibile numerosi e supplici accorrano nei giorni stabiliti agli altari della Madre di Dio, la quale "a tutto il genere umano è fatta causa di salvezza"; e con una sola voce e con un sol cuore implorino che alfine dappertutto sia resa la libertà alla chiesa; quella libertà che ad essa serve non soltanto per ottenere l'eterna salvezza degli uomini, ma anche per confermare le giuste leggi col dovere di coscienza, e per consolidare i fondamenti della società civile».


A 60 anni da questo documento sembra siamo ad uno snodo cruciale
per la risoluzione del conflitto fra la Chiesa Cattolica e il governo della Cina. Sono cambiate cose importanti tali da giustificare questa risoluzione? Alcuni pensano che siano cambiate, altri ritengono che la situazione non sia diversa da quella descritta da papa Pacelli. Continuiamo ad affidare alla Vergine Maria il bene e il destino di questo grande popolo.















L’equazione di padre Kolbe





by Aldo Maria Valli, 14-08-2018

“Nessuno al mondo può cambiare la verità”. Si intitolava così l’ultimo editoriale scritto da san Massimiliano Kolbe, il frate polacco ucciso dai nazisti il 14 agosto del 1941, ad Auschwitz, dopo essersi offerto di morire al posto di un altro prigioniero, Franciszek Gajowniczek, che era padre di famiglia. “Prendete me – disse padre Kolbe – sono un prete cattolico e sono anziano” (aveva quarantasette anni!).


Il calendario della prima metà di agosto ci propone una serie straordinaria di santi (Alfonso Maria de’ Liguori, Giovanni Maria Vianney, Domenico di Guzmán, Teresa Benedetta della Croce, Chiara d’Assisi) e oggi ecco Massimiliano Kolbe, definito da Paolo VI, che lo beatificò nel 1975, “martire dell’amore” e da san Giovanni Paolo II, che lo canonizzò nel 1982, “patrono del nostro difficile secolo”.

Nella vita di Kolbe si mescolano e si sovrappongono moltissimi aspetti, ma fondamentalmente le due stelle polari furono la verità e Maria. Ed è seguendo quelle stelle polari che il santo si fece apostolo, missionario, imprenditore, con una predilezione per la stampa e la radio (SP3RN il suo codice come radioamatore).

Scrisse: “Dobbiamo inondare la terra con un diluvio di stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in ogni luogo, per affogare nei gorghi della verità ogni manifestazione di errore che ha trovato nella stampa la più potente alleata; fasciare il mondo di carta scritta con parole di vita per ridare al mondo la gioia di vivere”.

A ventitré anni, nel 1917, l’anno della rivoluzione d’Ottobre, fonda la Milizia dell’Immacolata, associazione cattolica che arriverà a contare circa 700 mila iscritti e il cui mensile, Il Cavaliere dell’Immacolata, raggiungerà il milione di copie.

Bravissimo in matematica e appassionato di fisica e astronomia (nonché ottimo scacchista), da studente progetta veicoli interplanetari. I suoi interessi sono molteplici, ma in cima a tutto c’è la fede. E c’è la verità. Negli anni di studio a Roma, riferendosi alla massoneria, chiede a un amico: “È possibile che i nemici di Dio debbano tanto adoperarsi, e noi rimanere oziosi e al più pregare senza però agire?”.


Quando sente che i cattolici se la prendono con i film immorali risponde che, anziché recri
minare, sarebbe meglio farsi imprenditori e produrre pellicole dai contenuti buoni.


Combattivo e determinato, trova il modo di discutere e insegnare perfino in sanatorio. Succede a Zakopane, in Polonia, dove è ricoverato durante il periodo in cui è docente di Storia della Chiesa a Cracovia.

Quando è missionario in Giappone il vescovo gli mette a disposizione una somma di denaro per l’acquisto di una casa, ma lui risponde: meglio utilizzare i soldi per fondare riviste.
E non si accontenta. Per le sue opere editoriali vuole tecnologie all’avanguardia. A Niepokalanow, il suo originale convento – casa editrice, vicino a Teresin, si lavora instancabilmente. Oltre al Cavaliere dell’Immacolata si produce il Calendario del Cavaliere dell’Immacolata (380 mila copie). E poi c’è il Piccolo Giornale, che esce in sette edizioni diverse per ogni regione della Polonia.

Settecento i frati che lavorano con lui. Senza arrendersi alle difficoltà. Come quando viene inventata una nuova macchina elettrica per stampare gli indirizzi: vincerà il primo premio alla fiere campionarie di Poznam e Parigi.

Ogni numero del giornale, chiede Kolbe, sia preparato in ginocchio e nella preghiera. Guai a chi si monta la testa. Quando è malato (perseguitato dalla tubercolosi), qualcuno mette sulla sua porta il cartello “non disturbare”, ma lui chiede di toglierlo. Dice: “Tutti possono venire da me a qualsiasi ora del giorno e della notte, sempre, io appartengo a loro”.
In Giappone, a Nagasaki, dove sull’esempio di Niepokalanow impianta una tipografia e apre un giornale (tiratura di circa 18 mila copie mensili), scrive a un confratello: “Mio caro, il nostro compito qui è molto semplice: sgobbare tutto il giorno, ammazzarsi di lavoro, essere ritenuto poco meno di un pazzo da parte dei nostri e, distrutto, morire per l’Immacolata. Non è forse bello questo ideale di vita?”.
Viaggia, studia (anche il russo), progetta. Il fisico ne risente. A un certo punto gli danno tre mesi di vita. Ma lui va avanti. I medici non capiscono come sia possibile.
Nel 1939 tutto precipita. Ai cancelli della cittadella di padre Kolbe in Polonia si presentano Wehrmacht e Gestapo. Gli occupanti impongono la chiusura. Per il frate incomincia la via crucis in carcere: Lamsdorf, Amititz, Ostrzeszow, Pawiak, infine Auschwitz, dove arriva nel 1941 su un vagone blindato. Durante il trasferimento ha cantato inni religiosi.
Quando, per una rappresaglia, i nazisti scelgono alcuni detenuti da condannare a morte, fra loro c’è Francesco Gajowniczek, padre di famiglia, che supplica il lagherfurher di risparmiargli la vita. È a quel punto che padre Kolbe si offre al suo posto. È il 14 agosto 1941 quando Kolbe è ucciso con un’iniezione di acido fenico. L’indomani, nel giorno dell’Assunta, il corpo è bruciato. Una volta Kolbe aveva detto: “Vorrei essere come polvere, per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la buona novella”.

Si racconta che, durante un incontro con i novizi, Kolbe, parlando della santità, per mostrare che l’obiettivo non è poi così difficile tracciò sulla lavagna una grande V e una v più piccola: poi, unendole come in un’equazione algebrica, spiegò: “Quando la nostra volontà sarà conforme alla volontà di Dio, allora saremo santi”.
Scrisse: “Nessuno può cambiare la verità. Lo sappiamo bene, tuttavia nella vita concreta ci si comporta talvolta come se in uno stesso problema il no e il sì potessero essere entrambi la verità”. “Neppure Dio cancella né può cancellare la verità con un miracolo, poiché Egli è proprio la verità per essenza. Quanto è grande la potenza della verità! Una potenza veramente infinita, divina!”.

Aldo Maria Valli











martedì 14 agosto 2018

Il moralismo della Chiesa che non converte a Cristo





Si continuano a fare richiami etici, mentre è alla testa dell’uomo che dovremmo rivolgerci, perché è lì che è cominciato il disastro esistenziale che poi si è espanso a quello morale. Il moralismo non farà ritornare nella Chiesa i lontani e, come diceva Chesterton, il richiamo alla carità non resisterà se non sarà basato sulla verità della persona di Cristo.


Peppino Zola, 14-08-2018


Caro direttore,

essendo Santa Madre Chiesa parte integrante della mia vita
da sessanta anni a questa parte, non riesco a non pensare al suo cammino nella storia ed alle sue attuali problematiche anche in questo periodo di distensione al caldo delle colline piemontesi (dove, peraltro, sono nato, anche se poi sono diventato “milanese”). Tra le tante cose che si potrebbero dire in proposito, vorrei accennare a tre aspetti, che forse non sono fondamentali, ma che non mi sembrano secondari.


Ho l’impressione che i cattolici del nostro tempo
riescano a rivolgersi al “mondo” quasi esclusivamente attraverso una serie di richiami morali, che riguardano soprattutto le cose da fare. Il grande Chesterton, nel libretto che contiene alcuni suoi scritti sotto il titolo “Perché sono cattolico” (Ed. Gribaudi), così si esprimeva: «Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale». Ed il Servo di Dio don Giussani diceva spesso che, rispetto all’educazione dei figli, i genitori devono innanzi tutto assicurare una coerenza ideale, anche perché nessuno è in grado di mantenere al cento per cento una coerenza morale. Cioè, noi continuiamo a fare richiami etici, mentre è innanzi tutto alla testa dell’uomo moderno che dovremmo rivolgerci, perché è lì che è cominciato il disastro esistenziale, che poi si è espanso all’aspetto morale. Tra l’altro, non penso che con i richiami etici noi riusciremo a fare ritornare o entrare nella Chiesa i tanti che oggi se ne sono allontanati. È solo la testimonianza del fascino personale di Cristo che può convincere le persone a vedere in modo diverso la presenza precaria e difettosa ma anche divina della Chiesa.


Un altro aspetto che mi preoccupa
consiste nel fatto che molti cattolici sembrano vivere una grossa indifferenza rispetto agli aspetti ortodossi dell’esperienza cattolica. Il solito Chesterton, all’inizio del libretto a cui ho appena fatto riferimento scrive: «La difficoltà nello spiegare perché sono cattolico consiste nel fatto che vi sono diecimila ragioni, tutte riconducibili ad un’unica ragione: che il cattolicesimo è vero». Nel lungo tempo, la distrazione sulla verità di cui la Chiesa è portatrice per mandato di Cristo porterà anche alla distrazione sulle virtù teologali e su tutto il resto. Lo stesso richiamo alla carità non resisterà se non sarà basato sulla verità costituita dalla persona di Cristo, che oggi è presente nella Sua Chiesa. Il fascino stesso della Chiesa sta nella sua «capacità di salvaguardare la verità» (Chesterton).


La terza mia preoccupazione
deriva, probabilmente, da quella a cui ho appena accennato. Noto una sorta di ossessione di tantissimi cattolici che li porta a fare di tutto per immedesimarsi con il “mondo”, quasi che Cristo non avesse portato in mezzo a tutti gli uomini ed a tutte la donne una realtà “diversa”, irriducibile ai criteri del pensiero e della prassi dominanti. Durante il convegno tenutosi nel 1973, nel pieno delle battaglie seguite agli eventi del 1968, gli studenti universitari di CL avevano il coraggio di affermare: «La Chiesa si trova a vivere la sua avventura terrena in una mescolanza e in una confusione di orizzonti irriducibili. Come Paolo ad Atene, essa nella città degli uomini pagani, deve tentare di scoprire tra i vari idoli, la verità confusamente perseguita dagli altri…..L’incontro del cristiano con gli altri sarà allora determinato dalla tensione a riscoprire la comune origine e la comune verità, non in abbandono della propria identità, ma in un continuo incontro-scontro, senza pusillaminità, nella libertà dei figli di Dio».


Caro direttore, forse quanto qui ti ho scritto deriva da un fatto cui ho già fatto cenno
in un’altra lettera. Ed il fatto, purtroppo è questo: spesso abbiamo vergogna di Cristo e della Chiesa e facciamo di tutto pur di parlare di tutto, tranne che della “Estranea”.









lunedì 13 agosto 2018

SULLA CORRETTA TRADUZIONE. Padre nostro, l'importanza della tentazione





Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell'annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio "Non ci indurre in tentazione". Ma cosa dice la Scrittura? Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


di Nicola Bux, 13-08-2018

Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare
dell'annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio "Non ci indurre in tentazione". Il Papa ha detto: "Nella preghiera del Padre Nostro c'è una richiesta: 'Non ci indurre in tentazione'. Questa traduzione italiana recentemente è stata cambiata, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre 'indurci' in tentazione? Può ingannare i suoi figli? - ha chiesto - Certo che no. Infatti una traduzione più appropriata è: 'Non abbandonarci alla tentazione'. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi....A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d'amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo".


Fin qui il Papa. Come stanno le cose?
In merito al "non ci indurre in tentazione", vanno menzionati innanzitutto tre brani:


"Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani
, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone..."
(Es 14,17). Qui è il Signore che induce all'ostinazione; "Ecco,dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti, perché il Signore ha decretato la tua rovina..."(1 Re 22,23). Qui è il Signore che induce alla mistificazione; "E per questo Dio invia loro una potenza d'inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità" (2 Tess 2,11-12). Qui è il Signore che induce all'inganno.


Nella I domenica di Quaresima
, la "domenica delle tentazioni di Gesù" la Liturgia Horarum secondo il Novus Ordo, propone la lettura di sant'Agostino a commento del salmo 60, di cui riportiamo il brano seguente: "...la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua gloria, dunque perse da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tenere lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato"
(Commento al Salmo 60,3; CCL 39,766).


Pertanto, Dio non può abbandonarci alla tentazione
, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


San Tommaso D'Aquino
, nel suo Commento al Padre nostro, dopo aver premesso che Dio 'tenta' l'uomo per saggiarne le virtù, e che essere indotti in tentazione vuol dire consentire ad essa, scrive: "In questa (domanda) Cristo ci insegna a chiedere di poterli evitare (i peccati), ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato, e ci fa dire: 'Non ci indurre in tentazione'."[...].


L'Aquinate poi, chiarito che la carne
, il diavolo e il mondo tentano l'uomo al male, annota che la tentazione si vince con l'aiuto di Dio, in quale modo? "Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione"[...]. Infine, si chiede: "Ma forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: 'non ci indurre in tentazione'? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all'uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista: 'Non abbandonarmi quando declinano le mie forze' (Sal 71[70],9). E Dio sostiene l'uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato".


A questo si deve aggiungere anche il commento al Padre nostro di Ratzinger
, dalla trilogia delle sue opere.


Quindi, secondo questi autori conserva
tutto il suo senso la petizione "et ne nos inducas in temptationem": il testo latino corrisponde esattamente all'originale greco del Nuovo Testamento. Il punto focale è prendere in considerazione tutta la Rivelazione biblica, nella quale Dio si manifesta in modo "cattolico": etimologicamente, secondo la globalità dei fattori, che caratterizzano la vicenda umana e che non sfuggono in alcun modo a Lui, se è vero il detto: non muove foglia che Dio non voglia.


Del resto, non dice Giobbe
: se da Dio abbiamo accettato il bene, perché non dovremmo accettare il male? Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore. E Gesù: tutti i capelli del vostro capo sono contati. Per questo, Dio è cattolico, come disse von Balthasar.