martedì 6 gennaio 2026

ESCLUSIVA Montagna: una lettera ai Cardinali offre una soluzione per la Santa Messa tradizionale in vista del primo Concistoro di Papa Leone XIV




Nella traduzione di MiL, l’articolo della vaticanista Diane Montagna pubblicato il 5 gennaio sulla sua pagina Substack, in cui si commenta la proposta di una giurisdizione ecclesiastica per la liturgia romana tradizionale potrebbe risolvere l’impasse creata dalla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes.

Per una diversa valutazione – complessivamente negativa – della proposta: Manovre per distorcere la rappresentazione del mondo tradizionale davanti al Papa (QUI su Paix Liturgique e QUI su MiL);
Liturgia tradizionale: voci di una nuova manipolazione (QUI su MiL);
Solo i laici possono presentare l’universo tradizionale a Papa Leone XIV (QUI su Paix Liturgique e QUI su MiL).

Lorenzo V. , 6 Gennaio 2026






In vista della liturgia all’ordine del giorno del Concistoro straordinario dei Cardinali convocato da Papa Leone XIV questa settimana, uno dei più alti esponenti del clero tradizionalista francese ha inviato ai membri del Sacro Collegio una lettera in cui propone una nuova strada per il Rito Romano tradizionale nella Chiesa cattolica.

Pubblicata in esclusiva in francese (QUI) e in inglese (QUI) [in calce la nostra traduzione in italiano: N.d.T.], la lettera mira ad aprire un dialogo costruttivo e a fornire un quadro pastorale stabile per le comunità e i fedeli devoti alla liturgia romana tradizionale.

Scritta da padre Louis-Marie de Blignières FSVF, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, e datata 24 dicembre, la lettera è stata inviata in formato cartaceo a quindici Cardinali noti per il loro interesse per la liturgia tradizionale e ad altri cento Cardinali tramite e-mail. Il suo contenuto principale è una proposta per istituire una giurisdizione ecclesiastica – modellata in linea di principio sugli Ordinariati militari – dedicata al Vetus Ordo, che offra una struttura canonica che rispetti sia la tradizione che la comunione con la Santa Sede.

Padre Louis-Marie de Blignières, settantasei anni, è ampiamente considerato come una figura di notevole autorità morale e di vasta esperienza nel movimento tradizionalista. Nel 1988, in seguito alle consacrazioni episcopali illecite di mons. Marcel François Lefebvre, padre de Blignières fu tra i membri del clero che intrapresero un dialogo con San Giovanni Paolo II, contribuendo alle discussioni che portarono alla creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei per riconciliare i gruppi legati al rito tradizionale.

Ha ricoperto il ruolo di Priore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer dalla sua fondazione nel 1979 fino al 2011, e poi nuovamente dal 2017 al 2023, guidando la comunità per più di tre decenni in due mandati.

Il concetto di una giurisdizione ecclesiastica dedicata al rito tradizionale non è nuovo ed è stato discusso, in particolare tra le comunità tradizionali francesi, nell’ultimo decennio. Tali conversazioni, tuttavia, si sono in gran parte interrotte dopo lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II di Papa Francesco del 2021, che ha imposto severe restrizioni al Vetus Ordo.

Per capire come potrebbe funzionare in pratica una tale giurisdizione, ho parlato con don Matthieu Raffray IBP, superiore del Distretto europeo dell’Istituto del Buon Pastore ed ex docente di filosofia alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma. Don Raffray, che conosce bene la lettera e sostiene la sua proposta, vanta una vasta esperienza pastorale e istituzionale, oltre a un apostolato sui social media che ha portato molte persone, in particolare giovani adulti, a convertirsi o a tornare alla fede cattolica.

In questa intervista discutiamo di come potrebbe funzionare una giurisdizione ecclesiastica dedicata alla liturgia romana tradizionale, dal suo rapporto con le comunità ex Ecclesia Dei, alla formazione sacerdotale, al suo impatto sulla celebrazione della liturgia tradizionale nelle Diocesi esistenti.

Don Matthieu Raffray osserva che la lettera non è stata inviata a Papa Leone XIV e non è una «richiesta o pretesa». Piuttosto, dice, è «un’ipotesi di lavoro indirizzata ai Cardinali» in vista del Concistoro del 7-8 gennaio, e naturalmente dovrà essere esaminata e sviluppata ulteriormente, in particolare con l’assistenza dei canonisti.

Un tale approccio, dice, «riconosce fin dall’inizio che questa proposta non è l’unica soluzione possibile. È probabile che alcuni membri delle comunità tradizionali possano non essere favorevoli a questa strada o possano suggerire vie alternative di studio. La lettera non cerca di imporre una risposta uniforme, ma di aprire una discussione seria e ragionata».

Secondo don Matthieu Raffray, l’elemento più positivo della lettera è il suo approccio costruttivo e proattivo che mira a rafforzare «l’unità ecclesiale, in uno spirito di comunione e al servizio della Santa Sede».

Ecco la mia intervista a don Matthieu Raffray.

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Don Matthieu Raffray, qual è l’obiettivo centrale della lettera inviata ai Cardinali da padre Louis-Marie de Blignières FSVF?

L’obiettivo centrale è quello di proporre una soluzione ecclesiale stabile e costruttiva a un’opposizione che è diventata sterile e ha diviso la Chiesa per molti anni, tra coloro che sono legati al Rito Romano tradizionale e coloro che vi si oppongono. Osservando l’impasse pastorale e umana prodotta da questo conflitto ricorrente, il testo cerca di superare il confronto e di aprire una via positiva al servizio della comunione ecclesiale.

Questa prolungata opposizione ha causato sofferenze reali, in particolare all’interno delle comunità legate alla liturgia tradizionale, che spesso si sono trovate in una situazione di fragilità istituzionale e, a volte, hanno dovuto affrontare atteggiamenti che suggerivano loro di non avere un futuro legittimo all’interno della Chiesa. La lettera prende sul serio questa realtà e sottolinea l’urgenza di una soluzione giusta, pacifica e duratura.

In questa prospettiva, propone l’istituzione di una giurisdizione ecclesiastica dedicata – come un’Amministrazione apostolica personale o un Ordinariato – che fornisca un quadro canonico stabile per i sacerdoti e i fedeli che sono pienamente in comunione con la Santa Sede e legati al Rito Romano tradizionale. Lungi dal presentare questa liturgia come una minaccia o come un nostalgico rifugio in un passato idealizzato, il testo sottolinea la sua attuale fecondità come autentico mezzo di santificazione ed evangelizzazione, in particolare nelle società altamente secolarizzate.

Pertanto, la lettera non cerca di rilanciare una controversia liturgica, ma di offrire una risposta istituzionale pragmatica, in continuità con la tradizione viva della Chiesa, che ha ripetutamente ideato strutture giuridiche per salvaguardare l’unità nel rispetto della legittima diversità. Il suo merito distintivo sta nel proporre una via d’uscita costruttiva da una situazione di stallo, piuttosto che entrare in una nuova fase di confronto interno.

La lettera propone una giurisdizione ecclesiastica analoga per alcuni aspetti agli Ordinariati militari. Per i lettori che non hanno familiarità con queste strutture, potrebbe spiegare come funzionerebbe la giurisdizione proposta, in particolare per quanto riguarda la giurisdizione cumulativa e i rapporti con i Vescovi locali delle Diocesi già esistenti?

La lettera attinge all’analogia degli Ordinariati militari per mostrare come la soluzione proposta potrebbe essere integrata armoniosamente nelle strutture diocesane esistenti. Un Ordinariato militare è una giurisdizione ecclesiastica personale, definita non dal territorio ma dalle persone che ne fanno parte a causa di una particolare esigenza pastorale. Nel caso presente, tale esigenza consisterebbe in un attaccamento libero e volontario alla liturgia tradizionale.

La giurisdizione proposta si sovrapporrebbe quindi alle Diocesi territoriali senza sostituirle, in un quadro di complementarità e comunione. Il Vescovo incaricato di questa struttura – a livello di Paese o di area linguistica – lavorerebbe in coordinamento con i Vescovi diocesani per discernere, secondo i contesti locali, le disposizioni pastorali più appropriate.

Un punto chiave di questa proposta è che non cerca di isolare i fedeli legati alla liturgia tradizionale, ma piuttosto di offrire loro un quadro pastorale chiaro e legittimo, accessibile a chiunque possa trarne beneficio, sia su base temporanea che a lungo termine. Posto sotto l’autorità della Santa Sede e in armonia con gli Ordinari locali, tale giurisdizione potrebbe così contribuire a una cura pastorale più serena, al servizio della comunione e dell’unità all’interno della Chiesa.

Cosa significherebbe concretamente la creazione di un Ordinariato o di una giurisdizione ecclesiastica personale per il Vetus Ordo per le ex comunità Ecclesia Dei, come la sua? L’intenzione è che queste comunità siano poste sotto l’autorità di tale Ordinariato? Data la diversità tra queste comunità, come verrebbero affrontate le preoccupazioni relative all’autonomia o al carisma?

Concretamente, una tale soluzione non comporterebbe alcun cambiamento sostanziale nello status o nella vita interna delle comunità precedentemente associate alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Questi istituti manterrebbero la loro autonomia canonica, il loro governo proprio e il loro carisma specifico. Come già avviene, i loro sacerdoti potrebbero essere messi al servizio di diverse realtà ecclesiali attraverso accordi chiaramente definiti: sia all’interno delle Diocesi territoriali, sia, laddove le esigenze pastorali lo richiedano, all’interno dell’Ordinariato proposto o della giurisdizione personale.

I rapporti tra queste comunità, l’autorità dell’Ordinariato e i Vescovi diocesani sarebbero regolati da chiare disposizioni canoniche, che garantirebbero il rispetto delle rispettive competenze di ciascuno e la piena comunione ecclesiale. Una tale configurazione consentirebbe di mettere l’esperienza liturgica e pastorale di queste comunità al servizio della Chiesa senza assorbirle o standardizzarle, offrendo al contempo un quadro giuridico più stabile e intelligibile per la loro missione.

Come sarebbe organizzata la formazione sacerdotale all’interno di una tale giurisdizione ecclesiastica? Prevederebbe seminari propri, seminari condivisi o la cooperazione con istituzioni esistenti? In che modo la formazione garantirebbe sia la fedeltà alla tradizione che la piena comunione ecclesiale?

In linea di principio, un Ordinariato o una giurisdizione ecclesiastica personale potrebbero avere un proprio seminario, a condizione che le condizioni pastorali, umane e istituzionali lo consentano. Tale possibilità richiederebbe tuttavia un discernimento prudente e graduale e non potrebbe essere prevista in modo uniforme o immediato.

In pratica, l’organizzazione della formazione sacerdotale dovrebbe essere adattata alle realtà di ciascun Paese o area geografica. A seconda del contesto, ciò potrebbe assumere varie forme: l’istituzione di seminari propri, laddove il numero dei candidati e la stabilità delle strutture lo giustifichino; programmi di formazione svolti all’interno dei seminari diocesani; o formazione impartita in seminari o case di formazione appartenenti a comunità specializzate nella celebrazione della liturgia tradizionale. Si potrebbero anche prevedere soluzioni miste, che consentano una formazione condivisa in alcune discipline accademiche, garantendo al contempo una formazione liturgica e spirituale specifica.

Un approccio così graduale e pragmatico, fondato sulle reali esigenze pastorali, fornirebbe le garanzie necessarie per assicurare sia la fedeltà alla tradizione liturgica e dottrinale propria del Vetus Ordo, sia il pieno inserimento nella comunione ecclesiale, sotto l’autorità della Santa Sede e in coordinamento con le strutture di formazione esistenti nella Chiesa.

Quali effetti pratici avrebbe l’istituzione di una tale giurisdizione sull’uso del Vetus Ordo all’interno delle Diocesi esistenti e sul clero diocesano che desidera celebrarlo?

L’istituzione di una giurisdizione ecclesiastica personale dedicata al Vetus Ordo avrebbe effetti principalmente pastorali e pragmatici, da valutare caso per caso, in base alle circostanze locali. Nelle Diocesi in cui il Vescovo locale e i fedeli interessati sono soddisfatti delle disposizioni esistenti, non sarebbe necessario modificare l’attuale organizzazione: l’uso del Vetus Ordo potrebbe continuare ad essere esercitato pienamente nell’ambito del normale quadro diocesano.

Al contrario, in situazioni caratterizzate da tensioni, o dove emerge un nuovo gruppo di fedeli, la giurisdizione proposta fornirebbe un quadro chiaro per la mediazione e il coordinamento. In tali casi, spetterebbe all’Ordinario della giurisdizione personale avviare un dialogo con l’Ordinario diocesano al fine di individuare le soluzioni pastorali più appropriate, nel rispetto delle rispettive competenze di ciascuno e per il bene dei fedeli.

Per quanto riguarda il clero diocesano, si potrebbero prevedere diverse possibilità. I sacerdoti diocesani potrebbero essere messi a disposizione della giurisdizione personale per un periodo limitato o potrebbero richiedere l’incardinazione permanente al suo interno. Questa pratica seguirebbe un modello canonico già consolidato, paragonabile a quello dei sacerdoti diocesani che sono assegnati, in modo temporaneo o definitivo, al servizio degli Ordinariati militari.

In questo senso, la creazione di una tale giurisdizione non mirerebbe a privare le Diocesi del loro clero o a imporre soluzioni rigide, ma piuttosto a offrire una flessibilità canonica in grado di rispondere con maggiore serenità alle esigenze pastorali legate all’uso del Vetus Ordo, al servizio della pace e della comunione ecclesiale.

Data la sovrapposizione geografica tra le Diocesi e la giurisdizione ecclesiastica proposta, questa struttura potrebbe offrire soluzioni in situazioni che comportano la chiusura di chiese, edifici sottoutilizzati o il declino della vita parrocchiale?

La questione dei luoghi di culto e delle strutture parrocchiali richiede ancora una volta risposte differenziate, fondate su un discernimento pastorale pragmatico e attento alle realtà locali. La coesistenza geografica delle Diocesi territoriali e di una giurisdizione ecclesiastica personale consentirebbe di offrire soluzioni flessibili a un’ampia gamma di situazioni.

In alcune parti del mondo, in particolare in Europa, dove un numero crescente di chiese viene chiuso o sottoutilizzato, una tale giurisdizione potrebbe fornire una risposta pastorale fruttuosa. Gli edifici ecclesiastici potrebbero essere affidati all’Ordinariato dai Vescovi diocesani attraverso accordi chiaramente definiti, garantendo sia la conservazione del patrimonio ecclesiastico sia il ripristino di una vita liturgica e pastorale stabile.

In altri contesti, ad esempio in America Latina o in Asia, dove le dinamiche ecclesiali sono diverse e le esigenze pastorali sono più orientate alla crescita che alla ristrutturazione, l’Ordinariato potrebbe invece incoraggiare la costruzione di nuovi luoghi di culto, sostenuti dalle comunità locali. A seconda delle circostanze, si potrebbe anche prevedere l’acquisizione di edifici esistenti adatti all’uso liturgico e pastorale.

Pertanto, in virtù della sua natura personale e della sua capacità di coordinamento con gli Ordinari locali, tale giurisdizione sarebbe in una posizione ideale per contribuire in modo realistico e ordinato alla gestione dei luoghi di culto, sostenendo la vitalità pastorale dove è fragile e promuovendo un uso più fruttuoso delle risorse ecclesiali esistenti, sempre in uno spirito di comunione e di rispetto delle responsabilità dei Vescovi diocesani.

Come sottolinea la lettera, questa soluzione è stata proposta più volte in passato. Papa Benedetto XVI ha istituito gli Ordinariati anglicani con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus circa l’istituzione di Ordinariati personali per anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa cattolica del 2009, ma ha scelto un approccio diverso – la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano – per affrontare il Vetus Ordo. Perché ritiene che una giurisdizione personale sarebbe una soluzione appropriata o addirittura preferibile oggi?

Dopo la promulgazione della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, le comunità e i gruppi tradizionali hanno cercato di collaborare direttamente con le Parrocchie e le Diocesi, ma il fatto è che in alcuni luoghi ha funzionato molto bene, mentre in altri no. Pertanto, sembra ragionevole trovare una nuova soluzione e non tornare alla lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum.

L’attualità di una soluzione basata sull’istituzione di una giurisdizione ecclesiastica personale si fonda innanzitutto su un chiarimento teologico. Infatti, i successivi approcci al Vetus Ordo hanno messo in luce una reale tensione riguardo al suo status liturgico. Papa Benedetto XVI, nella lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, ha proposto un’interpretazione unificante parlando di due forme – ordinaria e straordinaria – dell’unico Rito Romano. Papa Francesco, al contrario, ha affermato esplicitamente che esiste una sola forma del Rito Romano, ovvero quella risultante dalla riforma liturgica.

Di fronte a questa apparente contraddizione, la soluzione più coerente sembrerebbe essere il riconoscimento, de facto se non ancora pienamente de iure, dell’esistenza di due riti romani distinti: un Rito Romano antico o tradizionale e un Rito Romano riformato. Tale riconoscimento consentirebbe di superare un’opposizione concettuale che è diventata sempre più difficile da sostenere, offrendo al contempo un quadro teologico e canonico più chiaro.

La pacifica coesistenza di due riti romani sarebbe inoltre in linea con la tradizione stessa della Chiesa, che da tempo sa come accogliere una pluralità di riti all’interno dell’unità della comunione ecclesiale. Corrisponde anche all’immagine evangelica del padrone di casa saggio che «trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», riconoscendo che la fecondità della tradizione non sta nell’esclusione, ma nell’integrazione ordinata di ciò che è stato ricevuto e di ciò che è stato sviluppato.

Da questo punto di vista, una giurisdizione ecclesiastica personale apparirebbe non solo come una soluzione pastorale, ma come l’espressione istituzionale appropriata di una realtà teologica ormai matura: vale a dire l’esistenza di due riti romani chiamati a coesistere pacificamente, al servizio dell’unità della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice.

La lettera è stata inviata a Papa Leone XIV?

Per quanto ne so, il testo non è stato inviato direttamente al Papa. Questo punto è significativo, perché la lettera non si presenta come una richiesta o una pretesa, ma piuttosto come un’ipotesi di lavoro indirizzata ai Cardinali in un contesto preparatorio. È proposta come contributo alla riflessione, destinata ad essere esaminata e sviluppata ulteriormente, in particolare con l’aiuto dei canonisti.

Un tale approccio riconosce fin dall’inizio che questa proposta non è l’unica soluzione possibile. È probabile che alcuni membri delle comunità tradizionali non siano favorevoli a questa strada o suggeriscano vie di studio alternative. La lettera non cerca di imporre una risposta uniforme, ma di aprire una discussione seria e ragionata.

Ciò che appare più positivo in questo testo è proprio questo spirito costruttivo. Le comunità tradizionali sono state spesso criticate per aver adottato un atteggiamento prevalentemente reattivo o critico. Qui, al contrario, la lettera cerca di contribuire in modo proattivo alla costruzione dell’unità ecclesiale, in uno spirito di comunione e al servizio della Santa Sede.


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Lettera in nostra traduzione












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