
Nella traduzione di MessainLatino, l’articolo della vaticanista Diane Montagna, pubblicato il 20 gennaio sulla sua pagina Substack, con un’intervista esclusiva a mons. Athanasius Schineider sull’ultima difesa del card. Arthur Roche della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes (QUI in esclusiva su MiL).
Diane Montagna, 20-01-2026
Diane Montagna, 20-01-2026
Mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, ha pubblicato una critica energica al recente rapporto liturgico redatto dal card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, affermando che si basa su un «ragionamento manipolatorio» e «distorce le prove storiche».
Il testo di due pagine del card. Arthur Roche, presentato come «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale», è stato distribuito ai membri del Sacro Collegio durante il Concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV il 7-8 gennaio. Sebbene non sia stato formalmente presentato o discusso durante la riunione a causa dei limiti di tempo, il rapporto ha ricevuto una forte opposizione da parte del clero e dei fedeli dopo che il suo contenuto è stato diffuso dai media.
In un’analisi punto per punto, mons. Athanasius Schneider contesta sia le ipotesi storiche che le premesse teologiche alla base del testo. Attingendo ai documenti del Concilio Vaticano II, all’insegnamento pontificio e alla testimonianza di studiosi e testimoni direttamente coinvolti nella riforma liturgica postconciliare, egli sostiene che il rapporto non riflette un’analisi imparziale e attenta, ma piuttosto un approccio ideologico caratterizzato da quello che egli definisce «rigido clericalismo».
Al centro della critica di mons. Athanasius Schneider c’è l’affermazione che la riforma liturgica attuata nel 1970 rappresenta una rottura con lo sviluppo organico del Rito Romano. Mons. Schneider sostiene che la Messa più fedele al Concilio vaticano II fosse l’Ordo Missae del 1965 e che la forma successivamente promulgata da San Paolo VI – il Novus Ordo Missae – fosse stata sostanzialmente respinta dalla prima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II nel 1967.
Contesta inoltre l’interpretazione del card. Arthur Roche della costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V, mette in discussione la sua affermazione secondo cui il ripristino della liturgia romana tradizionale era solo una «concessione» e contesta l’idea che il pluralismo liturgico «congeli la divisione» all’interno della Chiesa.
Per mons. Athanasius Schneider, il rapporto del card. Arthur Roche «ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più accese, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, strumentalizzando il potere e l’autorità».
Nell’intervista che segue, Sua Eccellenza guarda anche al Concistoro straordinario previsto per la fine di giugno, delineando alcune alternative che, secondo lui, potrebbero contribuire a ripristinare la pace liturgica nella Chiesa.
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Eccellenza, qual è la sua opinione generale sul documento sulla liturgia preparato dal card. Arthur Roche per essere esaminato dai membri del Sacro Collegio durante il Concistoro straordinario?
Per qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, il documento del card. Arthur Roche trasmette l’impressione di un chiaro pregiudizio nei confronti del Rito Romano tradizionale e del suo attuale utilizzo. Sembra guidato da un programma volto a denigrare questa forma liturgica e, in ultima analisi, a eliminarla dalla vita ecclesiale. Il card. Roche sembra determinato a negare al Rito Romano tradizionale qualsiasi posto legittimo nella Chiesa odierna. È evidente l’assenza di un impegno all’obiettività e all’imparzialità, caratterizzato dall’assenza di pregiudizi e da un sincero interesse per la verità. Al contrario, il documento ricorre a ragionamenti manipolatori e distorce persino le prove storiche. Non incarna il principio classico sine ira et studio, ovvero un approccio «senza rabbia né zelo partigiano».
Passiamo ad alcuni passaggi specifici del rapporto. Al n. 1, il card. Arthur Roche afferma:
La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo “riformarsi”, in un processo di sviluppo organico.
Ciò solleva una questione fondamentale: riforma e sviluppo sono la stessa cosa? La riforma sembra suggerire un intervento deliberato e positivista, mentre lo sviluppo sembra implicare una crescita organica collaudata nel tempo. Storicamente, è corretto affermare che la liturgia ha richiesto una riforma continua, o è meglio intenderla come uno sviluppo organico, con solo occasionali interventi correttivi?
A questo proposito, l’affermazione di Papa Benedetto XVI rimane pertinente e incontrovertibile (lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, 7 luglio 2007) (QUI):
Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura.
È un fatto storico – attestato da autorevoli studiosi di liturgia – che dal tempo di Papa Gregorio VII nell’XI secolo, cioè per quasi un millennio, il rito della Chiesa romana non ha subito riforme significative. Il Novus Ordo del 1970, al contrario, si presenta a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo come una rottura con la tradizione millenaria del Rito Romano.
Questa valutazione è rafforzata dal giudizio dello studioso di liturgia Archimandrita Boniface Luykx O. Praem., perito al Concilio Vaticano II e membro del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia guidata da mons. Annibale Bugnini C.M. Padre Luykx ha individuato i fondamenti teologici errati alla base del lavoro di questa commissione, scrivendo (A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131) [Una visione più ampia del Concilio Vaticano II: N.d.T.] (QUI):
Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principi tipicamente occidentali ma falsi: (1) il concetto (alla Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell’uomo occidentale moderno e della sua cultura rispetto a tutte le altre culture; (2) la legge inevitabile e tirannica del cambiamento costante che alcuni teologi applicavano alla liturgia, all’insegnamento della Chiesa, all’esegesi e alla teologia; e (3) il primato dell’orizzontale.
La descrizione che il card. Arthur Roche fa della costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V al n. 2 è accurata? San Pio V non permise forse che continuasse qualsiasi rito che fosse stato in uso per duecento anni? E non furono forse anche altri riti, come quello ambrosiano o quello domenicano, autorizzati a sopravvivere e prosperare?
Il card. Arthur Roche fa un riferimento selettivo alla costituzione apostolica Quo primum tempore, distorcendone così il significato e utilizzando il documento di San Pio V a sostegno di un’interpretazione antitradizionalista. In realtà, la costituzione apostolica Quo primum tempore permette esplicitamente che tutte le varianti del Rito Romano che erano state in uso continuo per almeno duecento anni continuassero legalmente. L’unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa.
Dom Alcuin Reid, studioso di liturgia e massimo esperto dello sviluppo organico della liturgia, descrive la situazione di questo periodo come segue (The Organic Development of the Liturgy, Farnborough, 2004, pp. 20-21) [Lo sviluppo organico della liturgia: N.d.T.] (QUI):
Non dobbiamo cadere nell’errore revisionista di immaginare una completa “censura romana” centralista della liturgia occidentale: la diversità continuò all’interno dell’abbraccio di questa unità. I Domenicani portarono con sé la loro liturgia. Anche altri ordini mantennero riti distintivi. Le chiese locali (Milano, Lione, Braga, Toledo ecc., così come i principali centri medievali inglesi: Salisbury, Hereford, York, Bangor e Lincoln) custodivano gelosamente le proprie liturgie. Eppure ciascuna di esse apparteneva alla famiglia liturgica romana.
Questa realtà storica conferma che San Pio V permise effettivamente il mantenimento di riti con una storia ininterrotta di almeno due secoli, compresi usi consolidati come i riti ambrosiano e domenicano, che non solo furono preservati, ma continuarono a prosperare all’interno dell’unità della Chiesa romana.
Al n. 4 del documento, il card. Arthur Roche scrive:
"... possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II […] è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione […]".
Qual è la sua opinione su questa affermazione, soprattutto alla luce dell’esperienza che la maggior parte dei Cattolici ha della Nuova Messa nella propria chiesa parrocchiale?
Questa affermazione è vera solo in parte. L’intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era infatti una riforma in continuità con la tradizione della Chiesa, come risulta evidente da questa importante formulazione della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (n. 23) (QUI):
non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti.Il card. Arthur Roche commette l’errore tipico di un ideologo, utilizzando un ragionamento circolare, che può essere sintetizzato come segue: (1) la riforma della Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (2) l’intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (3) quindi, la Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.
Tuttavia, disponiamo di valutazioni di testimoni autorevoli che sono stati direttamente coinvolti nei dibattiti liturgici del Concilio Vaticano II e che sostengono che l’Ordine della Messa del 1970 rappresenta il prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.
Tra i più importanti di questi testimoni c’è don Joseph Ratzinger. In una lettera del 1976 al prof. Wolfgang Waldstein, docente di diritto romano e filosofia del diritto all’Universität di Salisburgo, egli scrisse con sorprendente chiarezza:
Il problema del nuovo Messale Romano sta nel fatto che esso rompe con questa storia continua – che è progredita ininterrottamente sia prima che dopo San Pio V – e crea un libro completamente nuovo, la cui apparizione è accompagnata da una sorta di proibizione di ciò che esisteva in precedenza, cosa del tutto estranea alla storia del diritto e della liturgia della Chiesa. Dalla mia conoscenza dei dibattiti conciliari e da una rilettura dei discorsi pronunciati all’epoca dai Padri conciliari, posso affermare con certezza che questo non era nelle intenzioni.Un altro testimone di spicco è il già citato archimandrita Boniface Luykx. Nel suo libro recentemente pubblicato A Wider View of Vatican II [Una visione più ampia del Concilio Vaticano II: N.d.T.], ha affermato candidamente (pp. 80, 98, 104):
C’era una perfetta continuità tra il periodo preconciliare e il Concilio stesso, ma dopo il Concilio questa continuità fondamentale è stata interrotta dalle commissioni postconciliari. […] Il Novus Ordo non è fedele alla CSL [Costituzione sulla Sacra Liturgia], ma va sostanzialmente oltre i parametri che la CSL ha fissato per la riforma del rito della Messa. […] Il rullo compressore dell’orizzontalismo antropocentrico (in contrapposizione al verticalismo teocentrico) ha appiattito tutte le forme liturgiche dopo il Vaticano II, ma la sua vittima principale è il Novus Ordo. […] Il principale perdente in questo processo è il mistero, che dovrebbe invece essere l’oggetto e il contenuto principale della celebrazione.Cosa ne pensa dell’affermazione del card. Arthur Roche al n. 9, secondo cui "Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso"?
Per il card. Arthur Roche, l’esistenza stessa del principio e della realtà del pluralismo liturgico nella vita della Chiesa equivale apparentemente a «congelare la divisione». Tale affermazione è manipolatoria e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle varianti legittime all’interno di un rito – non come una fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale.
Solo i chierici di vedute ristrette, plasmati da una mentalità clericalista, hanno mostrato – e continuano a mostrare anche ai nostri giorni – intolleranza verso la pacifica coesistenza di riti e pratiche liturgiche diverse. Tra i molti esempi deplorevoli vi è la coercizione dei Cristiani di San Tommaso in India durante il XVI secolo, che furono costretti ad abbandonare i propri riti e ad adottare la liturgia della Chiesa latina, sulla base dell’argomento che a una lex credendi deve corrispondere una sola lex orandi, cioè un’unica forma liturgica.
Un altro tragico esempio è la riforma liturgica della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che proibì la forma più antica del suo rito e impose l’uso esclusivo di una forma recentemente rivista. Se le autorità ecclesiali avessero permesso la coesistenza del rito antico e di quello nuovo, non avrebbero certamente «congelato la divisione», ma avrebbero piuttosto evitato un doloroso scisma – quello dei cosiddetti «vecchi riti» o «vecchi credenti» – che perdura ancora oggi. Dopo un periodo di tempo considerevole, la gerarchia della Chiesa ortodossa russa ha riconosciuto l’errore pastorale dell’uniformità liturgica imposta e ha ripristinato il libero uso della forma più antica del rito. Purtroppo, solo una minoranza dei «vecchi credenti» si è riconciliata con la gerarchia, mentre la maggioranza è rimasta nello scisma, poiché i traumi erano troppo profondi e l’atmosfera di reciproca sfiducia e alienazione era durata troppo a lungo. In questo caso, l’intolleranza da parte della gerarchia verso l’uso legittimo del rito più antico ha letteralmente congelato la divisione: i vecchi ritualisti furono esiliati dallo Zar nella gelida Siberia.
L’attaccamento alla forma più antica del rito romano non «congela la divisione». Al contrario, nelle parole di San Giovanni Paolo II, occorre «garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni» (lettera apostolica Ecclesia Dei in forma di «motu proprio», 2 luglio 1988, n. 5 c). La pacifica coesistenza delle due forme del Rito Romano, uguali in diritti e dignità, dimostrerebbe che la Chiesa ha preservato sia la tolleranza che la continuità nella sua vita liturgica, mettendo così in pratica il consiglio del «padrone di casa», lodato dal Signore, «che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (nova et vetera) (Mt 13,52). Al contrario, in questo documento il card. Arthur Roche emerge come rappresentante di un clericalismo intollerante e rigido in ambito liturgico, che rifiuta la possibilità di una genuina condivisione reciproca in presenza di tradizioni liturgiche diverse.
Nel n. 10 del documento – che forse ha suscitato il maggiore sconcerto – il card. Arthur Roche afferma: "L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha cercato di riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione".
Come risponderebbe al card. Arthur Roche su questo punto, in particolare alla luce della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano di Papa Benedetto XVI e della sua lettera di accompagnamento a questo motu proprio?
Risponderei con la seguente saggia osservazione dell’archimandrita Boniface Luykx (A Wider View of Vatican II, p. 113):
Ritengo che la pluriformità, cioè la coesistenza di diverse forme di celebrazione liturgica pur mantenendo il nucleo essenziale, potrebbe essere di grande aiuto alla Chiesa occidentale. […] Papa Giovanni Paolo II ha infatti adottato il principio della pluriformità quando ha ripristinato la Messa tridentina nel 1988.Questa intuizione contraddice direttamente l’affermazione secondo cui il continuo uso dei precedenti libri liturgici era solo una concessione tollerata senza alcuna intenzione di incoraggiamento o promozione. Un importante insegnamento di San Giovanni Paolo II chiarisce ulteriormente questo punto. Egli afferma (messaggio ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, 21 settembre 2001) (QUI):
Nel Messale Romano, detto di San Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.Insieme, queste testimonianze autorevoli dimostrano che il riconoscimento e il ripristino dei libri liturgici più antichi non erano intesi semplicemente come concessioni riluttanti, ma come espressioni di una legittima pluriformità all’interno della vita liturgica della Chiesa, capace di arricchire la Chiesa occidentale preservando al contempo il nucleo essenziale del rito romano.
È possibile che, se questo documento fosse stato discusso durante il Concistoro straordinario del 7-8 gennaio, i Cardinali come gruppo non sarebbero stati in grado di comprenderlo adeguatamente, data la diffusa mancanza di formazione liturgica nella Chiesa odierna, anche tra il clero e la gerarchia. Quanti di loro, ad esempio, avrebbero potuto confutare l’affermazione del card. Arthur Roche riguardo alla costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V? In un futuro Concistoro, è perfettamente nelle facoltà del Papa chiamare un perito che presenti ai membri del Sacro Collegio un documento più scientifico e ben fondato sull’argomento che desidera sottoporre alla loro attenzione. Potrebbe essere questa una via da seguire nel Concistoro straordinario previsto per la fine di giugno 2026?
Credo che oggi vi sia una diffusa ignoranza tra i Vescovi e i Cardinali riguardo alla storia della liturgia, alla natura dei dibattiti liturgici durante il Concilio Vaticano II e persino al testo stesso della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II.
Due fatti molto importanti vengono spesso dimenticati. Il primo è che la vera riforma della Messa secondo il Concilio Vaticano II era già stata promulgata nel 1965, ovvero l’Ordo Missae del 1965, che la Santa Sede all’epoca descrisse esplicitamente come l’attuazione delle disposizioni della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium. Questo Ordo Missae rappresentava una riforma molto cauta e manteneva tutti i dettagli essenziali della Messa tradizionale, con solo modifiche limitate. Questi includevano l’omissione del Salmo 42 all’inizio della Messa – una modifica che non era senza precedenti, poiché questo salmo era sempre stato omesso nella Messa da Requiem e durante il tempo della Passione – così come l’omissione del Vangelo di San Giovanni alla fine della Messa.
La vera innovazione consisteva nell’uso della lingua volgare durante tutta la Messa, ad eccezione del Canone, che doveva ancora essere recitato in silenzio in latino. Gli stessi Padri conciliari celebrarono questa Messa riformata durante la sessione finale del 1965 ed espressero generale soddisfazione al riguardo. Anche mons. Marcel François Lefebvre celebrò questa forma di Messa e ne ordinò l’uso nel suo Seminario San Pio X di Écône fino al 1975.
Il secondo fatto è il seguente. Alla prima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II, tenutasi nel 1967, mons. Annibale Bugnini presentò ai Padri sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato. Si trattava essenzialmente dello stesso Ordo Missae che fu poi promulgato da San Paolo VI nel 1969 e che oggi è la forma ordinaria della liturgia nella Chiesa cattolica romana.
Tuttavia, la maggioranza dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti erano anche Padri del Concilio Vaticano II – respinse questo Ordo Missae, cioè il nostro attuale Novus Ordo. Di conseguenza, ciò che celebriamo oggi non è la Messa del Concilio Vaticano II, che è in realtà l’Ordo Missae del 1965, ma piuttosto la forma della Messa che fu respinta dai Padri sinodali nel 1967 perché troppo rivoluzionaria.
Quali alternative al documento del card. Arthur Roche proporrebbe ai Cardinali, se potesse offrire loro solo alcuni punti?
Presenterei ai Cardinali diversi punti fondamentali. In primo luogo, ricorderei i fatti storici innegabili riguardanti la vera Messa del Concilio Vaticano II, vale a dire l’Ordo Missae del 1965, nonché il rifiuto di fondo da parte dei Padri sinodali nel 1967 del Novus Ordo presentato loro da mons. Annibale Bugnini.
In secondo luogo, richiamerei l’attenzione sui principi sempre validi che regolano il culto divino formulati dallo stesso Concilio Vaticano II: il carattere teocentrico, verticale, sacro, celeste e contemplativo della liturgia autentica. Come insegna il Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, nn. 2 e 8) (QUI):
ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati. […]In terzo luogo, vorrei sottolineare il principio secondo cui la diversità liturgica non danneggia l’unità della fede. Come hanno sottolineato i Padri conciliari (Sacrosanctum Concilium, n. 4):
Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste […].
il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa madre Chiesa considera come uguali in diritto e in dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati […].Infine, vorrei fare appello alla coscienza dei Cardinali affermando che Papa Leone XIV oggi ha un’occasione unica per ristabilire la giustizia e la pace liturgica nella vita della Chiesa, concedendo alla forma più antica del Rito Romano la stessa dignità e gli stessi diritti della forma liturgica ordinaria, nota come Novus Ordo.
Un tale passo potrebbe essere compiuto attraverso una generosa ordinanza pastorale ex integro. Porrebbe fine alle controversie derivanti da interpretazioni casistiche riguardanti l’uso dell’antica forma liturgica. Porrebbe inoltre fine all’ingiustizia di trattare tanti figli e figlie esemplari della Chiesa – in particolare tanti giovani e giovani famiglie – come cattolici di seconda classe.
Una tale misura pastorale costruirebbe ponti e dimostrerebbe empatia con le generazioni passate e con un gruppo che, sebbene minoritario, rimane trascurato e discriminato nella Chiesa odierna, in un momento in cui si parla tanto di inclusione, tolleranza per la diversità e ascolto sinodale delle esperienze dei fedeli.
Eccellenza, c’è qualcosa che desidera aggiungere?
Non potrei fare una dichiarazione migliore sull’attuale crisi liturgica che citare le seguenti parole luminose dell’archimandrita Boniface Luykx, serio studioso di liturgia, zelante missionario in Africa e uomo di Dio che celebrava sia la liturgia latina che quella bizantina, respirando, per così dire, con i due polmoni della Chiesa:
Anche il cardinale Ratzinger ha dato il suo sostegno, dichiarando che la vecchia Messa è una parte viva e, anzi, «integrale» del culto e della tradizione cattolica, e prevedendo che darà «il suo contributo caratteristico al rinnovamento liturgico richiesto dal Concilio Vaticano II». (p. 115)Quando la riverenza scompare, tutto il culto diventa solo intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso i poveri, i piccoli, sono vittime, poiché la realtà ovvia della vita che scaturisce da Dio nel culto viene loro sottratta dagli «esperti» e dai dissidenti. (p. 120)
Nessun gerarca, dal semplice Vescovo al Papa, può inventare nulla. Ogni gerarca è un successore degli Apostoli, il che significa che è prima di tutto un custode e un servitore della Sacra Tradizione, un garante della continuità nell’insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera. (p. 188)
Il documento del card. Arthur Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più accese, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, strumentalizzando il potere e l’autorità.
Tuttavia, la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, specialmente tra i «piccoli» della Chiesa: bambini innocenti, giovani eroici e giovani famiglie.
Per questo motivo, consiglierei vivamente al card. Arthur Roche e a molti altri membri anziani e un po’ rigidi del clero di riconoscere i segni dei tempi o, per dirla in modo figurato, di saltare sul carrozzone per non rimanere indietro. Essi sono chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dà attraverso i «piccoli» della Chiesa, che hanno fame del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza duratura della liturgia tradizionale.
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