venerdì 30 gennaio 2026

La Messa è un Sacrificio. Il Ruolo Centrale nel Mistero dell’Agnello





 R.S.

Durante la Santa Messa i fedeli sono (dovrebbero essere) coinvolti nel mistero divino.
Il protagonista è Nostro Signore Gesù Cristo, Verbo incarnato, vero uomo e vero Dio.
E’ lì mentre la celebrazione ripresenta il sacrificio di croce che ha redento l’umanità e il cosmo, la creazione intera.
Il mistero della fede spazia dall’immersione battesimale (nella morte e resurrezione) a quello (trascurato?) del ritorno di Cristo.

Lasciamo perdere se in molte liturgie tutto questo sia difficilmente percepibile. Stiamo al mistero.
Perché è così importante il tema del ritorno per collegarsi al mistero eucaristico pasquale e al battesimo?
Chi può aiutarci a tenere insieme tutto, facendo leva sulla Tradizione e sulla Parola?
Chi ci affranca da pericolosi scivolamenti in un antropocentrismo che dissolve il mistero?

L’Agnello di Dio

L’Agnello di Dio ci riporta alla fondazione del mondo, creato per mezzo del Verbo incarnato, il Figlio (Ap 13,8 e 1 Pt 1, 18-20).
Agnello di Dio è l’appellativo con cui San Giovanni Evangelista riferisce che San Giovanni il Battista chiamò Gesù al Giordano.
Ma San Giovanni l’Evangelista, autore del prologo che echeggia in Colossesi (1, 15-20), è autore del libro dell’Apocalisse.
La Rivelazione cristiana ci tuffa nel mistero della creazione per farci partecipare alla Messa da redenti e volgerci alle Nozze dell’Agnello.
Il pane/vino che si mangia/beve è Cristo e Cristo è l’Agnello, immolato il 14 di nisan all’ora degli agnelli sacrificali.
La Santa Messa non è una mensa/cena (l’ultima…), ma quel Sacrificio che trasforma la morte in vita e la vita in eterna.
L’agnello di Dio prende su di sé i peccati del mondo per ricapitolare in sé ogni cosa e aprire la storia di Babilonia alla Gerusalemme celeste.

Dal Natale di Gesù (nato agnello tra gli agnelli) si va nell’Epifania, sovra-manifestazione dell’unione nuziale tra Cristo e la Chiesa. Nella liturgia del tempo natalizio, l’accorrere dei Magi si accompagna al battesimo nel Giordano di colui che è l’Agnello di Dio.

Nell’eucaristia ci introduciamo con le parole dell’angelo in Apocalisse 19,9: “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”.

Baptizat miles Regem, servus Dominum suum, Ioannes Salvatorem. Aqua Iordanis stupuit, columba protestatur, paterna vox audita est: “Filius meus hic est, in quo bene complacui, ipsum audite”.
Il soldato battezza il Re, il servo il suo Signore, Giovanni il Salvatore. L’acqua del Giordano è stupita, la colomba testimonia, si ode la voce del Padre : “Questi è il Figlio mio, in cui ho posto il mio compiacimento, ascoltatelo”.

In questa nuova vita, verso queste nozze, siamo attratti per metterci in comunione, da subito e per sempre.
E’ la nostra fede battesimale nella redenzione dal peccato, nella divinità di Cristo e nella nascita a creatura nuova.
L’agnello di Dio indica la Pasqua, il mistero dell’Eucaristia, e il il mistero del Battesimo.

Siamo nel mistero, non nella pretesa di possedere ogni contezza, facendone un prodotto del nostro fare (liturgico).

In un’omelia inedita di Benedetto XVI comparsa qualche tempo fa su Messa in latino e ripresa da Sandro Magister leggiamo queste perle:

… “agnello”, nella Sacra Scrittura è una parola fondamentale: la troviamo dalla Genesi fino all’Apocalisse, anzi è la parola centrale dell’Apocalisse, poiché qui per ben 28 volte Gesù appare come agnello e centro della storia del mondo.

… un primo accenno, una prima previsione, nella storia di Abramo: l’immolazione di Isacco (cfr. Gen 22)… nel momento in cui vuole uccidere il figlio, passando dall’atto fondamentale del cuore all’atto del sacrificio esterno, Dio interviene, lo impedisce, e Abramo stesso trova e vede, impigliato nel cespuglio, un agnello, e capisce : “Dio stesso mi provvede il dono”. Dio non vuole la nostra morte, ma la nostra vita, e noi possiamo dare a Dio solo dei doni dati da Lui stesso, come diciamo nella prima Preghiera eucaristica : Dio stesso mi dà quanto io posso dare, quanto io do è sempre dono suo, Dio dà se stesso.

Nel Vangelo di san Giovanni – al capitolo ottavo – c’è un testo sorprendente, dove Gesù dice: “Abramo vide il mio giorno e si rallegrava” (Gv 8,56). Non sappiamo a che cosa accenni l’Evangelista, non sappiamo come e quando Abramo abbia visto il giorno di Dio per rallegrarsi; ma forse possiamo pensare chiaramente a questo momento nel quale vede l’agnello e così, da lontano, vede il vero agnello, il Dio che si fa agnello, il Dio che dona se stesso nel Figlio, e vedendo questa grandezza dell’amore di Dio, che dà se stesso facendosi agnello, gioisce, capisce tutta la bellezza della sua fede, la grandezza, la bontà e l’amore di Dio.

… Isaia, in un duplice senso, il Servo appare come agnello; viene detto: “Si comporta come un agnello, come una pecora che viene guidata all’uccisione, non apre più la bocca”, si fa uccidere senza opporsi. Ma, oltre al fatto che il Servo si comporta come agnello destinato alla morte, c’è una cosa più profonda, ed è che la parola “Servo” (taljā’ in aramaico) può anche essere interpretata come “agnello”, cioè il Servo stesso è l’agnello, nel Servo si realizza la sorte dell’agnello, egli diventa l’agnello per noi tutti.

Il testo dell’Esodo è l’istituzione della Pasqua. Come sappiamo, è la notte della liberazione dall’Egitto e il sangue dell’agnello difende Israele contro la morte, e nello stesso tempo apre la porta alla libertà; è notte della liberazione, notte della vittoria sulla morte, notte della libertà: il tutto centrato sul sangue dell’agnello.

Perciò è così importante che, nel capitolo 19 del suo Vangelo, san Giovanni ci comunichi che Gesù è stato trafitto dal soldato romano proprio nel momento in cui nel tempio si uccidono gli agnelli pasquali. Questa identificazione, questa contemporaneità al minuto, ci dice: “Il vero agnello è Gesù”. L’animale agnello non può liberare, non può difenderci davanti alla morte; l’agnello è solo un segno, un segno di aspettativa. Il vero agnello muore in quel momento: Gesù è l’agnello pasquale e così comincia la vera Pasqua, la liberazione dalla morte, l’uscita nella libertà dei figli di Dio.

… l’angelo di Dio riconosce gli amici di Dio dal sangue dell’agnello messo sull’architrave delle porte. Il sangue dell’agnello è segno degli amici di Dio. Adesso, come potremmo noi essere segnati così? L’architrave della porta del mio essere come può essere segnata dal sangue dell’agnello che Dio riconosce? Questo è un mistero.

… cantiamo tre volte l’“Agnello di Dio”, che è nello stesso tempo un canto pasquale, sulla passione di Cristo e sulla vittoria di Cristo; ed è un canto nuziale, perché questa comunione è anche sposalizio: Cristo si dà a noi, si unisce con noi e così realizza realmente le nozze dell’umanità con Dio, ci fa entrare nelle sue nozze. La parola con la quale, secondo la nuova liturgia, il sacerdote invita alla comunione: “Beati gli invitati alla cena del Signore”, nell’originale dell’Apocalisse suona : “Beati gli invitati alla cena delle nozze dell’agnello”. Così appare tutto il mistero dell’Eucaristia – nozze dell’agnello, cena delle nozze dell’agnello –, che è entrare in questo grande avvenimento, che supera la nostra comprensione, la nostra intelligenza; tuttavia possiamo indovinare la grandezza dell’amore di Dio, che si unisce a noi, che ci chiama nelle nozze dell’unità nuziale nella sua bontà, nel suo amore.

… Come ho detto, nell’Apocalisse l’agnello appare 28 volte: è il centro della storia dell’universo; l’universo e la storia si inchinano davanti all’agnello (cfr. Ap 5,5 – 14). Entriamo in questo gesto della liturgia cosmica, della liturgia universale, inchiniamoci davanti a questo mistero e preghiamo il Signore che ci illumini, ci trasformi, ci renda partecipi di questo amore, di queste nozze dell’Agnello. Amen!






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