giovedì 30 novembre 2023

7 cose che il Diavolo non sopporta




NEWS 30 Novembre 2023

di Paola Belletti

Il nostro avversario detesta la gioia, ma apprezza il divertimento. Se per divertimento intendiamo ciò che significa davvero: distrazione sistematica da ciò che ci riguarda nel modo più intimo e definitivo, l’amore di Dio e la salvezza portata da Cristo, viva e operante con tutta la potenza della Sua grazia nella Chiesa. Il demonio ci studia e ostacola la vita spirituale dei credenti in modo costante e instancabile; come se volesse replicare, pervertendola, la presenza perenne di Dio, lui mette in scena il tormento.

Lo scopo preciso della sua azione persistente è distoglierci dal rapporto con Cristo e impedire che attecchisca in noi il seme della salvezza, in modo che la vita nuova che il Salvatore ci offre non cresca. Un ottimo sistema per difenderci dalla sua azione è sapere quali azioni e comportamenti non sopporta che mettiamo in atto, come suggerisce questo contributo da Religion en Libertad.

1 LA CONOSCENZA DELLE SCRITTURE


Quando Gesù, che è Dio e pienamente uomo, è fiaccato dal lungo digiuno nel deserto (vedi Matteo 4, 1-11), il diavolo lo tenta, è con la Parola di Dio che si difende e lo respinge. «Prima usa le Scritture quando vuole trasformare le pietre in pane. Poi chiede a Gesù di tentare il Signore, gettandosi dal pinnacolo del tempio. Infine, il diavolo gli chiede, adulandolo, di eludere la volontà del Padre Celeste.» E Cristo respinge tutte le frecce delle tentazioni facendosi scudo con le Scritture. Per questo anche l’Apostolo delle genti ci esorta con queste parole: «Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità. (2 Timoteo 2, 15)»

2 L’ADORAZIONE

Ciò che detesta è che noi adoriamo davvero Gesù Cristo. Perché «quando glorifichiamo Cristo, si elimina ogni spazio per esaltare la potenza dell’uomo. La nostra adorazione si basa sulla gratitudine. Quello che facciamo in quel momento è sotto la direzione dello Spirito Santo e non può essere manipolato dai disegni dell’uomo.» Apprezza invece molto tutto ciò che riduce l’adorazione a spettacolo e messa in scena e non ha nessun nesso significativo con la nostra vita personale. Se la nostra adorazione devia la sua traiettoria e la piega verso il mondo e l’uomo, il nemico se ne compiace.

3 LA PREDICAZIONE DELLA PAROLA


Quando sacerdoti, catechisti, laici impegnati nell’evangelizzazione si danno da fare per rendere interessanti e accattivanti le loro proposte, magari usando testi di scrittori di tendenza il nemico si rilassa e si gode lo spettacolo perché in questo modo si dà una tregua al potere convincente dello Spirito Santo. (…) Per questo il consiglio di Paolo a Timoteo è di predicare la Parola, che sia popolare o meno tra la gente. Il diavolo ama il predicatore che non parla della Parola di Dio o che fa battute sul peccato.

4 OCCUPARSI DELLE COSE DEL PADRE


Un’altra cosa che respinge l’azione molesta e corruttrice del demonio è il nostro costante orientamento alle “cose del Padre nostro”. Eppure quanto può risultarci difficile dedicare del tempo alle cose di Dio? Molte volte usiamo la scusa della mancanza di tempo, ma quante ore si perdono sui social media o guardando la TV? Il diavolo ama quando la Chiesa è consumata dagli affari del mondo. Gesù stesso, ancora bambino (cfr Luca 2:43-49)., risponde con fermezza ai suoi genitori angosciati per averlo smarrito che il suo compito era occuparsi delle cose di Suo Padre. Non è mancanza di amore per le relazioni terrene, è invece il rispetto e l’esercizio del vero ordine che deve governare tutti i nostri amori e quindi anche l’uso del nostro tempo.

5 RELAZIONI UMANE SANE


Di solito i credenti tessono le loro amicizie tra persone che condividono la stessa fede e frequentano la Chiesa. Sono amicizie di qualità se ci aiutano a vivere ancora più profondamente e nella verità la nostra dimensione spirituale e incoraggiano la nostra crescita e la nostra responsabilità, come insegna il proverbio che “ferro con ferro si affila”. Proprio in Ebrei 10:25 , si parla dell’importanza di “non smettere di riunirci”. Se volete fare un dispetto al demonio sono queste le relazioni da coltivare con particolare cura. Se invece releghiamo la nostra vita di fede solo alla domenica e per il resto siamo nel mondo e anche del mondo allora gli diamo una discreta soddisfazione.

6 L’UMILTA’ E LA MITEZZA DEL CUORE


Il rischio che corriamo andando avanti con l’età è quello di indurirci, di diventare più ispidi nei modi e meno disponibili alla conversione continua che ci chiede lo Spirito. Per questo Gesù chiede un percorso opposto a quello che il mondo di solito favorisce: nella vita dello spirito più si procede e più si torna bambini. Il seme della Sua Parola cerca terreni morbidi, smossi e desiderosi di accoglierlo per farlo germogliare: Il cuore dei giovani e degli umili è la terra desiderata, perché non è stata indurita dalle macchinazioni del mondo, né è così piena delle cose del mondo da non avere più posto per la Parola di Dio. Il diavolo non vuole la terra fertile e desidera che l’uomo sia sensibile al mondo il più possibile.

7 UNA VITA ORDINATA


La salute del corpo come quella della mente e dello spirito hanno bisogno di ordine. Non servono corsi o sessioni di life coaching per impostare al meglio la nostra vita di credenti, basta obbedire a Dio e a ciò che ci insegna nelle Scritture: Le Scritture modellano le nostre priorità e distribuiscono il nostro tempo. Gli affari di Dio devono avere la precedenza su qualsiasi obbligo mondano. Qualsiasi cosa fuori dall’ordine fa sì che il diavolo entri nella nostra vita. 

(Fonte foto: Pexels.com)





Strickland: Rimosso perché Ho Parlato in Chiarezza e Verità, non per Altro.






29 Novembre 2023 Pubblicato da Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione il post di Messa in Latino, che ringraziamo di cuore, con la traduzione del messaggio che mons. Strickland ha inviato ai suoi fedeli dopo che il pontefice regnante lo ha rimosso dalla guida della diocesi di Tyler, in Texas. Buona lettura e diffusione.

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera aperta ai fedeli scritta da mons. Joseph Edward Strickland, Vescovo emerito di Tyler, e pubblicata il 27 novembre sulla sua pagina personale.
Nella lettera, mons. Strickland – che, lo ricordiamo, sabato 11 novembre il Santo Padre ha misericordiosamente epurato dal governo pastorale della sua Diocesi (QUI; QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI e QUI su MiL) – ripercorre la vicenda della sua rimozione ed in particolare le ragioni addotte, che «sembravano essere legate, per la maggior parte, al mio parlare della verità della nostra fede cattolica e ai miei avvertimenti contro tutto ciò che minacciava tale verità» e si dice convinto che «come pastore e protettore della mia Diocesi, non potevo intraprendere azioni che sapevo con certezza avrebbero danneggiato parte del mio gregge e lo avrebbero privato dei beni spirituali che Cristo ha affidato alla sua Chiesa».

Pur nella difficoltà, da successore degli Apostoli conferma che di voler «continuare a dire la Verità anche a costo della mia stessa vita» e conclude con una appassionata sollecitazione a tutti i fedeli.

Segnaliamo che mons. Joseph Edward Strickland ha da poco aperto il suo canale youtube.com/@BishopStricklandOfficial, al quale vi invitiamo ad iscrivervi.


L.V.




Lettera aperta ai fedeli del 27 novembre 2023

Come sicuramente avrete saputo, sono stato rimosso dalla carica di Vescovo della Diocesi di Tyler. Mi è stato chiesto di incontrare il Nunzio Apostolico negli Stati Uniti [il card. Cristophe Pierre: N.d.T.] e in quell’occasione mi è stato letto un elenco delle ragioni per cui sono stato rimosso. Se possibile, vi metterei a disposizione questi motivi; tuttavia, in quell’occasione non mi è stata data una copia di questo elenco e, nonostante le mie richieste, non sono ancora riuscito a ottenerne una copia.

Nelle motivazioni che mi sono state lette, non è stata fatta alcuna menzione di problemi amministrativi o di cattiva gestione della Diocesi come ragioni della mia rimozione. Le ragioni addotte sembravano essere legate, per la maggior parte, al mio parlare della verità della nostra fede cattolica e ai miei avvertimenti contro tutto ciò che minacciava tale verità (comprese le cose che venivano sollevate all’Assemblea del Sinodo sulla sinodalità).

Inoltre, è stato menzionato il fatto che non ho camminato a fianco dei miei fratelli Vescovi mentre difendevo la Chiesa e i suoi insegnamenti immutabili, e che non ho attuato il motu proprio Traditionis custodes, che se avessi attuato, avrei dovuto lasciare una parte del mio gregge non nutrito e non curato. Come pastore e protettore della mia Diocesi, non potevo intraprendere azioni che sapevo con certezza avrebbero danneggiato parte del mio gregge e lo avrebbero privato dei beni spirituali che Cristo ha affidato alla sua Chiesa. Sono convinto che le mie azioni erano necessarie per proteggere il mio gregge e per difendere il Sacro Deposito della Fede.

Questo è il momento in cui tutto ciò che ora è coperto deve essere scoperto e tutto ciò che è nascosto deve essere chiarito. In effetti, è stato proprio nel periodo in cui si nascondevano le cose riguardanti l’ormai ex cardinale in disgrazia Theodore Edgar McCarrick e lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa che sembra che io sia entrato per la prima volta nel radar del Vaticano. Il mio crimine principale, allora come oggi, sembra essere sempre stato quello di portare alla luce ciò che altri volevano rimanesse nascosto. Purtroppo, ora sembra che sia la Verità stessa, Nostro Signore Gesù Cristo, che molti desiderano sia nascosta.

Anche se ora sono senza Diocesi, sono ancora un Vescovo della Chiesa e quindi un successore degli Apostoli, e devo continuare a dire la Verità anche a costo della mia stessa vita. Voglio dire a tutti voi oggi: NON lasciate mai e poi mai la Chiesa! Essa è la Sposa di Cristo! Ora sta vivendo la sua Passione, e voi dovete decidere di stare risolutamente davanti alla Croce! È importante partecipare alla Messa ogni domenica e il più spesso possibile, trascorrere del tempo in adorazione, pregare il Rosario ogni giorno, confessarsi regolarmente e invocare sempre l’assistenza dei santi! Vi esorto a perseverare per poter dire alla fine: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

Che Dio onnipotente vi benedica e che la nostra Santa e Benedetta Madre interceda per voi e vi indichi sempre il suo Divino Figlio Gesù mentre entriamo in questo periodo di Avvento.

Rimango il vostro umile padre e servitore,

Vescovo Joseph E. Strickland






mercoledì 29 novembre 2023

No al ddl Roccella sulla violenza alle donne

 






Di Stefano Fontana, 29 NOV 2023

Il nostro Osservatorio esprime una valutazione molto negativa del cosiddetto ddl Roccella (dal nome del ministro della famiglia e delle pari opportunità), approvato definitivamente dal Senato nei giorni scorsi e avente ad oggetto “Disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica”. Sia il governo che il parlamento hanno preferito seguire l’emozione della pubblica opinione costruita ad arte dopo l’omicidio di Giulia, aderendo a una visione della problematica distorta dall’ideologia e approvando delle misure nell’ambito della educazione e della pubblica istruzione decisamente inaccettabili. La maggioranza parlamentare e il si sono adeguati, per carenza di criteri culturali alternativi, alla corrente di pensiero di sinistra e radicale, rumorosa e tendenziosa ma non per questo attendibile.

La drammatica e riprovevole vicenda dell’omicidio di una giovane donna, rubricata sotto l’etichetta ideologica di “femminicidio”, corrisponde ad una realtà volutamente deformata a cui si sono prestate le maggiori testate giornalistiche e, soprattutto, le televisioni nazionali sia private che statali. Tutti hanno recitato con pressante insistenza e pervasività lo stesso copione. Nelle scuole statali si è iniziata una propaganda a senso unico. Anche il mondo cattolico vi ha ampiamente aderito, se i settimanali diocesani non hanno avuto dubbi a parlare di “violenza di genere”, accodandosi alla versione “ufficiale”, e se nelle omelie domenicali i sacerdoti hanno ampiamente ripreso questo fatto, dopo aver nascosto invece quello di Indi Gregory. La linea culturale è stata dettata dalla sinistra sociale e dal movimentismo femminista e omosessualista secondo i quali il “femminicidio” è un disastro diffusissimo, le donne sono vittime in quanto donne, essere donna è la più recente delle forme di discriminazione, la colpa è del maschio in quanto tale, questi fatti avvengono prevalentemente in famiglia e tra le mura domestiche, sono in pericolo i diritti delle donne ma anche quelli di ogni “diverso”, la rivoluzione femminista e di genere non è ancora finita perché in Italia c’è un rigurgito di “fascismo”, di sessismo e di visione patriarcale. Peccato, come dicevo, che il governo e i parlamentari abbiano assunto acriticamente queste invenzioni funzionali a far passare una linea culturale radicale.

I fenomeni di uccisione di donne per motivi di relazione con il partner maschio sono molto più limitati di quanto si dice, come ha anche affermato di recente il prefetto di Padova. Il movimentismo sociale di sinistra, femminista e omosessualista, ha compiuto un vero e proprio attacco terroristico alla sede romana di Pro Vita e Famiglia – cui va la nostra solidarietà -, con un atto proditorio che nessuno di quell’area sociale e politica ha condannato. Segno, questo, che c’è una regia dietro questa messa in scena del femminicidio e che la polemica è destinata ad altre finalità. Nell’attuale cultura woke la tesi del femminicidio assume il carattere della condanna del maschio in quanto maschio e del padre in quanto padre e quindi viene finalizzata alla distruzione della famiglia naturale. A questo proposito, i dati delle situazioni rubricate come “femminicidio” dimostrano che si tratta quasi sempre di relazioni più o meno irregolari e disturbate, ma ciononostante l’opinione pubblica viene indotta ad accusare la famiglia in quanto tale, considerandola fonte di violenza in se stessa – anche il titolo della legge parla di “violenza domestica” -, mentre la causa vera è la crisi della famiglia programmata e caparbiamente portata avanti. L’assunzione della donna come simbolo del “diverso” discriminato conduce ad allargare per analogia il discorso ad altri supposti “diversi” come sessuali e transessuali. Le vere situazioni di violenza contro le donne, dall’aborto selettivo all’utero in affitto, non vengono minimamente ricordati.

Il ddl Roccella accoglie tutto questo, dato che è impossibile assumere la ratio del “femminicidio” così come oggi viene impostata senza accogliere anche tutti questi suoi effetti collaterali. È molto grave che, su questa base, si sia pensato di dover intervenire nella scuola pubblica con percorsi obbligatori di educazione alle relazioni sentimentali e alla diversità. Molto grave prima di tutto perché è una nuova ingerenza dello Stato in ambiti non di sua competenza, tagliando fuori ancora una volta i genitori e imponendo una educazione che ha tutte le caratteristiche di una ri-educazione ideologica voluta e attuata dal potere centrale. Di tutto abbiamo bisogno ma non di un ulteriore accentramento statalistico, soprattutto in campo educativo. Molto grave, poi, perché questi percorsi di educazione forzata saranno riempiti di contenuti assolutamente negativi, prima di tutto dal punto di vista morale. Data la composizione del corpo insegnante della scuola statale, che coltiva in massima parte una cultura ideologicamente di sinistra, relativista e irreligiosa, è inevitabile che il nuovo insegnamento venga riempito di contenuti diseducativi. Purtroppo, ciò varrà anche per le scuole cattoliche paritarie, integrate come sono nel sistema pubblico di istruzione, le quali non si sottrarranno all’inganno essendo già ora permeate della stessa cultura post-naturale di quelle statali strettamente intese. Chiesa e cattolici in genere non hanno nulla da obiettare, perché dovrebbe obiettare un preside di una scuola cattolica paritaria? Il ddl Roccella è una nuova spinta ad uscire dal sistema mediante la scuola parentale cattolica.

Stefano Fontana



Fonte 



Recuperare il sacro, rimettere la santa messa al centro. Appello del cardinale Burke




29 NOV 2023

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by Aldo Maria Valli



di Raymond Leo cardinale Burke

Sia lodato Gesù Cristo!

Fratelli e sorelle in Cristo,

Il nostro tempo soffre intensamente per i risultati di un insegnamento superficiale o addirittura errato della fede. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per difendere la nostra fede cattolica in ogni circostanza in cui è attaccata, ma Satana cerca di scoraggiarci. Una volta che ci ha scoraggiati, aumenta la tentazione di rinunciare alla nostra battaglia quotidiana per vivere in Cristo e combattere per la verità, la bontà e la bellezza divine di cui Egli è l’immagine vivente.

Lo scoraggiamento che i cristiani sperimentano è più evidente nella loro assenza dall’offerta del santo Sacrificio della messa la domenica o nella loro mancanza di attenzione al buon ordine del culto sacro come Dio lo ha stabilito nella sua santa Chiesa.

Se la confusione, la divisione e l’errore che stanno distruggendo tante vite umane e famiglie nel mondo, e sono entrati anche nella Chiesa, saranno superati, sarà solo attraverso il Sacrificio di Cristo reso sacramentalmente presente per noi nella sacra liturgia.

Il santuario di Nostra Signora di Guadalupe ha capito fin dall’inizio che la sua missione, seguendo l’esempio della Madonna e invocando la sua intercessione, deve essere di natura sacramentale e catechetica. I pellegrini che si recano in pellegrinaggio al santuario sperimentano in prima persona come la sacra liturgia sia l’espressione più alta e perfetta della nostra vita in Cristo. Il pellegrino si rivolge giustamente ai sacri riti, per comprendere più profondamente la santità della vita cristiana in ogni suo aspetto. Così, in particolare al santuario, la sacra liturgia rimane la fonte essenziale della nostra comprensione della fede e della sua pratica in una vita buona e santa.

Oggi, se vogliamo che il santuario continui la sua opera, abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vi chiedo di prendere in considerazione la possibilità di fare un dono generoso.

Il vostro sostegno al santuario di Nostra Signora di Guadalupe non solo rende possibile la continuazione delle attività quotidiane del santuario, ma dà una forte testimonianza di Cristo nel nostro tempo. Testimonia che solo conoscendo la verità della parola di Cristo e mettendola in pratica con amore puro e disinteressato si vive veramente della parola di Cristo. In modo particolare, con la vostra generosità, date ispirazione e coraggio a tutti noi che abbiamo la responsabilità quotidiana della direzione e del funzionamento del santuario.

La responsabilità del santuario è stata e continua a essere uno strumento attraverso il quale Nostro Signore istruisce i cuori nella verità del mistero pasquale e in tutte le verità della fede. Vi ringrazio in anticipo per la considerazione che vorrete dare alla mia richiesta. Vi invito a venire qui in pellegrinaggio per un incontro personale con Cristo, sotto il manto della Madonna, attraverso il sacramento della santa Eucaristia, che viene offerto due volte al giorno, dal lunedì al sabato, e la domenica, una volta in latino, una volta in spagnolo e una volta in inglese, con il sacramento della Penitenza che inizia trenta minuti prima di ogni Santa Messa. Per sapere di più su come fare un pellegrinaggio, visitate il nostro sito web, guadalupeshrine.org.

Invocando la benedizione di Dio su di voi e sulla vostra casa, mentre affido le vostre intenzioni all’intercessione di Nostra Signora di Guadalupe e di san Juan Diego, rimango

vostro nel Sacro Cuore di Gesù e nel Cuore Immacolato di Maria, e nel Cuore purissimo di san Giuseppe,

Raymond Leo cardinale Burke



Video: https://www.guadalupeshrine.org/give-annual-appeal





C’è una civiltà che ha riconosciuto alla donna la stessa dignità intangibile dell’uomo e l’ha esaltata. È quella europea/occidentale che ha radici cristiane. Lo testimonia la nostra grande letteratura.


Sandro Botticelli- Madonna del libro

Tratto da Redazione Blog di Sabino Paciolla, 29 Novembre 2023

Sulla questione del patriarcato di questi giorni si sono sentite tante chiacchiere ideologiche che hanno seppellito vergognosamente la tragica, vera notizia: la barbara uccisione della giovane Giulia Cecchettin. Incommentabile la decisione del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha presentato il progetto dell’ora di “Educare alle relazioni” nelle scuole.

Vi propongo invece qualcosa di più serio, un bell’articolo dell’amico Antonio Socci pubblicato sul suo blog. Lo legga il ministro dell’Istruzione.




Antonio Socci, da “Libero”, 28 novembre 2023

Massimo Recalcati ha detto a “Repubblica” una cosa interessante a proposito della violenza sulle donne e di ciò che occorre fare per prevenirla: “Non servirà certo introdurre nelle scuole un’ora di educazione affettiva, sessuale o sentimentale… Il rispetto per l’altro e, in particolare, per la donna non è una materia specialistica come lo sono la chimica o la letteratura”.

Poi ha fatto capire che questo rispetto non si insegna in un’ora dedicata, ma si deve respirare, deve essere nell’aria in cui viviamo, in particolare nella famiglia, dove s’impara la capacità di accoglienza e di cura dell’altro, e nella Scuola che offre cultura “come antidoto nei confronti della violenza”.

Ha ragione. La nostra cultura è un tesoro. In effetti – all’opposto di quanto si sente dire – proprio la storia dell’occidente giudaico-cristiano (e, aggiungiamo, illuminista) è una progressiva presa di coscienza della dignità intangibile di ogni persona. È una svolta formidabile nella storia umana e – come ha spiegato Benedetto Croce – nasce dal Vangelo.

Nessun’altra civiltà può testimoniare la progressione di una simile consapevolezza, peraltro alimentata anche da quei movimenti culturali moderni che – dall’illuminismo – hanno polemizzato con la Chiesa tuttavia inalberando come simboli i principi cristiani (si pensi a “liberté, egalité, fraternité”) sostenendo di poterli realizzare meglio.

Che poi, in questi secoli, innumerevoli siano i fatti che contraddicono questo luminoso insegnamento e questo cammino storico è verissimo, ma proprio la loro connotazione negativa testimonia la forza irresistibile della “rivelazione” che ha dato inizio a questa umanizzazione. Che ci mette anche in grado di avere uno sguardo autocritico (pure questo è un tratto peculiare dell’occidente).

La nostra stessa letteratura lo testimonia. Proprio quella grande letteratura italiana che si dovrebbe imparare a scuola – dal momento che esprime la nostra identità profonda – e che invece viene “consumata” distrattamente e sorvolata superficialmente.

Non oggi, ma ben cinquecento anni fa, uno dei nostri grandi poeti, Ludovico Ariosto, nel suo Orlando furioso, scriveva:


“Parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia

contra natura e sia di Dio ribello,

che s’induce a percuotere la faccia

di bella donna, o romperle un capello:

ma chi le dà veneno, o chi le caccia

l’alma del corpo con laccio o coltello,

ch’uomo sia quel non crederò in eterno,

ma in vista umana un spirto de l’inferno”.


Del resto, nel 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni, è il caso di ricordare che il suo capolavoro, che è un pilastro dell’identità italiana e che – in teoria – dovrebbe essere uno dei testi letterari principali della nostra scuola superiore, ha come protagonista, attorno a cui ruota tutta la storia, proprio una giovane donna – Lucia – che qualche prepotente vuole separare, con la violenza, dal suo amore, impedendone il matrimonio, per appropriarsi di lei come un oggetto di cui disporre a piacimento. Lucia appare agli occhi dei malvagi come fragile e indifesa e non può nemmeno fuggire come Renzo, per costoro è “dunque facile preda”.

Lo notava alcuni mesi fa, su “Avvenire”, Riccardo Mensuali che spiegava: “Quando nasce e si sviluppa il romanzo, è tempo di patriarcato. Che era, e tale è rimasto per molto tempo, una forma di trasmissione del sapere, del sentire, del vivere e dell’educare. Eppure Manzoni riempie il suo capolavoro di uomini diversi. Il patriarcato non è una giustificazione, per la conversione possibile di Fra Cristoforo e per la grandezza d’animo del cardinal Borromeo o del sarto che accoglie Lucia, appena fuggita dal castello dell’Innominato. C’è una conversione, la più famosa, che può ancora indicare una strada. Lucia, agli occhi del suo autore, rimane per sempre nella cultura italiana e del pensiero cristiano come il personaggio più forte, quello capace di minare le fondamenta di tanta violenza e innescare un cammino di redenzione. C’è un passaggio, nel famoso racconto della conversione dell’Innominato, in cui la sola presenza di Lucia, vittima prescelta del male, suscita nell’uomo che le si contrappone un cambiamento radicale. Il suo corpo ferito e oltraggiato parla più delle parole”.

Alla fine dal romanzo vince la debolezza di Lucia sulla forza dei violenti ed è lei che di fatto permette ai perversi anche la possibilità del pentimento e del cambiamento radicale.

Ma non solo. C’è un altro grande pilastro della letteratura italiana (e mondiale) e della nostra stessa identità che fa un’esaltazione ancor più significativa della donna e della sua dignità. Il nome di Dante riassume tutto un grande fenomeno culturale.

Ce lo ha spiegato un’indimenticabile intellettuale laica e femminista (già collaboratrice di “Repubblica”) che è stata fra le prime a studiare da antropologa la storia delle donne e del “potere maschile”: Ida Magli.

Nel libro “Omaggio agli italiani” (Rizzoli), del 2005, scriveva: “Sono stati i poeti a intravedere la dolcezza, la bellezza, la trascendenza della fisicità, nella Donna Ideale. Sono stati loro, i poeti, che l’hanno fissata con l’Arte (…). Il massimo della consapevolezza l’uomo l’ha raggiunto in Italia, coinvolgendovi a poco a poco tutto l’Occidente, con l’Arte, e nell’ambito dell’arte, con la Musica, guardando, contemplando, sognando, amando la bellezza femminile come incarnazione concreta e simbolica di ciò che egli stesso, nel momento in cui pensa, in cui è consapevole del suo pensare, percepisce come una meta non raggiunta, che vuole raggiungere e che non è raggiungibile. Una meta che coincide con l’in-finitezza del suo desiderio e con l’in-finitezza del ‘sapere’, con l’infinitezza dell’Arte. Soprattutto con l’infinitezza di quell’assoluto che è la Musica. Per questo la Donna Ideale è essa stessa Bellezza, è essa stessa Amore, è essa stessa Poesia, è essa stessa Musica. In quale epoca possiamo cominciare a intravedere il formarsi di questa straordinaria immagine ideale? Sembra certo che in nessuna società, né primitiva né antica, né indiana o cinese o africana, sia mai stato concepito l’ideale della Donna. Questo, del resto, era impensabile per diversi motivi, tutti presenti in un modo o nell’altro ovunque tranne che nell’Occidente romano-cristiano”.

Magli spiega che, per esempio, la poligamia esclude di per sé il concetto di Donna Ideale. Aggiunge poi che la donna già nel mondo romano era giuridicamente persona e “con il cristianesimo diventa soggetto alla pari con l’uomo nel battesimo così come nel matrimonio”. Perché il battesimo “l’ha resa totalmente individuo, le ha riconosciuto un Io legato prima di tutto a se stessa, e soltanto in secondo luogo alla famiglia paterna o maritale. È per questo che l’uomo può pensare, guardare, vedere, contemplare una donna come ‘ideale’. È unica, è soltanto Lei”.

Questa è la nostra cultura. Anch’essa unica al mondo. Non si tratta dunque di rinnegare le nostre radici, ma al contrario di capirle e amarle, di far fiorire e fruttificare questo albero.





martedì 28 novembre 2023

Ansia e narcisismo, figli della mentalità contraccettiva



C’è chi ha descritto Filippo Turetta come «narcisista». Ma c’è un legame tra il narcisismo, l’ansia diffusa tra gli studenti e l’educazione odierna? Una risposta si può rinvenire nella denuncia di Wojtyła sulla «mentalità contraccettiva».


LA RIFLESSIONE

EDITORIALI 


Roberto Marchesini, 28-11-2023

Forse anche per il film «della Cortellesi», in realtà soltanto l’interprete principale; forse per la «Giornata contro la violenza sulle donne»; sta di fatto che l’omicidio di Giulia Cecchettin continua a tenere banco. Sappiamo veramente poco di Filippo Turetta, ma qualcuno si è spinto a descriverlo come «narcisista». Questo del narcisismo è un fenomeno diffuso, generazionale, frutto dell’educazione contemporanea? Ha qualcosa a che fare con l’ansia che avvelena la vita agli studenti italiani, con la pressione e le aspettative che essi percepiscono?

La mia opinione, ovviamente eccepibile, è questa: i fenomeni descritti qui sopra sono la conseguenza della «mentalità contraccettiva» denunciata da Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae, del 25 marzo 1995. Secondo papa Wojtyła, la diffusione di aborto e contraccezione ha portato a una «mentalità contraccettiva» che porta a considerare il figlio come frutto delle proprie libere decisioni, più che un dono divino. L’uomo e la donna non sono più strumenti del progetto divino; essi diventano gli unici artefici della nascita del figlio che, a sua volta, diventa frutto di una libera decisione dei genitori. Aborto e contraccezione, scrive il pontefice, «sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta. È vero che non mancano casi in cui alla contraccezione e allo stesso aborto si giunge sotto la spinta di molteplici difficoltà esistenziali, che tuttavia non possono mai esonerare dallo sforzo di osservare pienamente la Legge di Dio. Ma in moltissimi altri casi tali pratiche affondano le radici in una mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e suppongono un concetto egoistico di libertà che vede nella procreazione un ostacolo al dispiegarsi della propria personalità. La vita che potrebbe scaturire dall'incontro sessuale diventa così il nemico da evitare assolutamente e l'aborto l'unica possibile risposta risolutiva di fronte ad una contraccezione fallita» (§ 13).

Ok, ma che c’entra con il narcisismo, con l’ansia scolastica e le aspettative? Semplicissimo. Se un figlio non «arriva» ma è frutto di un progetto… chi progetterebbe un quidam de populo, lo «scemo del villaggio»? Se si deve progettare un figlio, bisogna che sia un essere speciale, un superuomo, dalle caratteristiche uniche e superiori alla media: una top model, un premio Nobel, un luminare… Così, il figlio della libera e autonoma scelta, il figlio voluto, cercato e progettato – il figlio cioè della «mentalità contraccettiva» – ha sulle spalle, fin dal momento del concepimento, aspettative altissime, con le quali si dovrà confrontare tutta la vita. Il suo «ideale dell’io», per dirla con Freud, sarà tanto elevato e perfetto da essere irraggiungibile; e lo condannerà, quindi, al fallimento, alla frustrazione, alla delusione delle aspettative altrui.

Ma che razza di ragionamento: tutti i genitori si creano una immagine del figlio, fanno dei progetti, sognano un futuro per la prole… sì e no.

Penso alla mia generazione, quella del millennio scorso. A quel tempo i figli non erano progettati: capitavano. Due si sposavano e, se Dio voleva, i figli arrivavano. E le aspettative? Le aspettative sui nati nella mia generazione erano qualcosa del genere: «Speriamo non diventi un drogato». In ogni altro caso sarebbe stato un successo. Mia mamma ancora non si capacita di come io non sia mai stato bocciato. La frase che abbiamo sentito più spesso è stata: «Non vuoi studiare? Nessun problema, vai a lavorare...»; anzi, forse è meglio, così porti a casa qualche soldino.

Certamente questo non sarà l’unico fattore che ha creato l’attuale situazione esistenziale dei nostri ragazzi; però magari, almeno un poco, ha contribuito. È uno di quei casi nei quali alcune encicliche papali si rivelano, nel tempo, molto più profonde e lungimiranti di quanto siano apparse al momento della loro pubblicazione; altri esempi sono la Humanae Vitae di Paolo VI o la Rerum Novarum di Leone XIII. Certo, l’impostazione del dibattito pubblico attuale e i media che lo diffondono non aiutano a riflettere, contemplare, visualizzare le cose in prospettiva; però è uno sforzo che nessuno (almeno finora) ci impedisce di fare.



lunedì 27 novembre 2023

Il Papa: «Via casa e stipendio al cardinale Burke»



Fonti vaticane alla Bussola: l’annuncio fatto ai Capi Dicastero della Curia Romana, Burke definito un «nemico». Il cardinale non ha ancora ricevuto un atto formale, ma i precedenti inducono a pensare che non sia solo una minaccia, che già sarebbe comunque grave.




 Riccardo Cascioli27-11-2023 

«Il cardinale Burke è un mio nemico, perciò gli tolgo l’appartamento e lo stipendio». È quanto avrebbe detto papa Francesco nella riunione con i Capi Dicastero della Curia Romana lo scorso 20 novembre e che una fonte vaticana ha rivelato alla Bussola. L’indiscrezione ci è stata poi confermata da altre fonti. Da quanto ci risulta il cardinale Raymond L. Burke, attualmente negli Stati Uniti, non ha ricevuto ancora un atto formale che confermi le parole del Papa, tuttavia visti i precedenti – da ultimo il caso di monsignor Georg Ganswein, ex segretario personale di papa Benedetto XVI – ci sono pochi dubbi che alle parole seguano i fatti. Né sarebbe un ostacolo la difficoltà a giustificare canonicamente una misura del genere, visto il disprezzo per le leggi della Chiesa dimostrato da papa Francesco anche in occasione della rimozione dei vescovi dalle loro diocesi (vedi qui).

La presunta inimicizia del cardinale Burke è diventata nei tempi recenti una vera ossessione per papa Francesco, ma in realtà il porporato americano è nel mirino fin dall’inizio del pontificato, probabilmente perché racchiude in sé alcuni degli elementi che più lo infastidiscono: è statunitense e rappresenta un costante richiamo alla dottrina e alla Tradizione della Chiesa; e in più risiede a Roma, a due passi da piazza san Pietro, da dove – penserà il Papa – può “tramare” contro di lui.

Certo, Burke ha criticato molto chiaramente il concetto di sinodalità, che è diventato ormai un mantra che intende cambiare la natura della Chiesa, e al convegno “La Babele sinodale” dello scorso 3 ottobre, organizzato a Roma dalla Bussola proprio alla vigilia dell’apertura del Sinodo sulla sinodalità, avevano fatto molto rumore le sue argomentazioni e la polemica diretta con il nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, Victor “Tucho” Fernández, che aveva dato dell’eretico e scismatico al cardinale Burke e a quanti chiedono al Papa di «salvaguardare e promuovere il depositum fidei».

Del resto, richiamare il Papa al suo compito è parte del dovere dei cardinali e lo stesso Francesco ha più volte incoraggiato (a parole) la parresìa. E il cardinale Burke ha sempre respinto con forza l’etichetta di “nemico del Papa” che gli hanno voluto appiccicare fin dall’inizio del pontificato, soprattutto da quando ha criticato la posizione del cardinale Walter Kasper che, in preparazione del Sinodo sulla famiglia del 2014, ha esplicitamente invocato l’accesso alla comunione per i divorziati risposati. Burke era in buona compagnia, eppure soprattutto su di lui si è concentrata una vera e propria campagna di demonizzazione, dipinto come il regista di trame occulte contro Papa Francesco (qui la lunga intervista alla Bussola in cui Burke nega tali accuse e spiega il suo rapporto con il Papa).

Già prima comunque, nel dicembre 2013, il Papa aveva provveduto a rimuoverlo da membro della Congregazione dei vescovi, sostituendolo con il cardinale Donald Wuerl, decisamente liberal e, guarda caso, legato all’ex cardinale abusatore seriale Theodore McCarrick. E dopo la partecipazione al libro “Permanere nella verità di Cristo” (che vedeva anche i contributi dei cardinali Caffarra, Brandmüller, Müller e De Paolis) Burke, che è un valente canonista, viene rimosso nel novembre 2014 anche dalla carica di prefetto della Segnatura apostolica a cui era stato chiamato da Benedetto XVI nel 2008. Gli viene invece affidata la carica di Patrono del Sovrano Ordine di Malta, incarico di secondo piano per un cardinale ancora giovane e in attività. Eppure, dopo la firma dei Dubia a seguito della Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia (2016), continua la “rappresaglia” contro il cardinale Burke che, nel 2017 viene esautorato di fatto dal suo incarico di Patrono dell’Ordine di Malta (ma lasciandogli l’incarico formale), con la nomina di un delegato speciale del Papa: prima il cardinale Becciu e poi nel 2020 il cardinale Tomasi. Pur non avendo avuto più contatti con i membri dell’Ordine e nessun ruolo in tutto il travagliato rinnovo degli Statuti, il cardinale Burke si è formalmente dimesso a giugno di quest’anno, al compimento dei fatidici 75 anni, e immediatamente sostituito dall’81enne cardinale Ghirlanda: tanto per aggiungere scherno a scherno.

Nel frattempo però in questi ultimi anni papa Francesco non ha mai perso l’occasione di lanciare frecciatine personali al cardinale Burke, raggiungendo il culmine con la infelice (per usare un eufemismo) battuta pronunciata mentre il cardinale Burke lottava tra la vita e la morte a causa del Covid. Il motivo del contendere era il vaccino, «atto d’amore» per il Papa, rifiutato invece da Burke per motivi etici: «Anche nel Collegio cardinalizio ci sono alcuni negazionisti – aveva detto il Papa con un sorriso soddisfatto nella conferenza stampa in aereo, di ritorno dal viaggio in Ungheria e Slovacchia il 15 settembre 2021 – e uno di questi, poveretto, è ricoverato col virus».

La seconda tornata di Dubia, presentati lo scorso luglio insieme ai cardinali Brandmüller, Sarah, Zen e Sandoval, ma resi noti soltanto il 2 ottobre scorso, avrà senz’altro irritato ancor più il Papa che, dopo la morte di Benedetto XVI lo scorso gennaio, pare aver mollato i freni inibitori. Così il nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, Fernández, ha potuto prendere di mira personalmente il cardinale Burke nella già citata intervista al National Catholic Register in settembre in quello che, a posteriori, può essere considerato un avvertimento.

E ora eccoci alla decisione annunciata dal Papa di colpire direttamente il cardinale Burke, togliendogli appartamento e stipendio, un provvedimento grave e inaudito, in barba a qualsiasi principio legale ed ecclesiale. Si può pensare che il vero scopo sia allontanare Burke da Roma, indebolendo il campo di chi resiste alla rivoluzione in atto, nell’approssimarsi di un Conclave, ma è anche un avvertimento per chi lavora nella Curia Romana. Fatto sta che la fine di questo pontificato somiglia sempre più nei metodi a una dittatura sudamericana.




domenica 26 novembre 2023

Roma. Gli Sfilanti contro la Violenza Assaltano la Sede di Pro Vita & Famiglia.








25 Novembre 2023 Pubblicato da Marco Tosatti 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, un breve post per condividere un’informazione appena arrivata dalla sede di Pro Vita & Famiglia, che è sotto attacco da parte di persone che hanno partecipato alla manifestazione di oggi a Roma contro – fa un po’ ridere, a dirlo adesso – contro la violenza.



Quelli “contro ogni violenza” stanno perpetrando una violenza inaudita contro la nostra sede di @ProVitaFamiglia.


Stanno rompendo i vetri delle nostre vetrine, stanno dando fuoco alle serrande.

Un odio cieco e una violenza furiosa.

Chi non condanna è complice!!

Jacopo Coghe



Questo è il collegamento al post su X, in cui potete vedere il video dell’assalto.



Non è la prima volta che le cosiddette femministe se la prendono con Pro Vita & Famiglia. Nel recente passato le serrande e i muri della sede romana sono stati imbrattati. Nel primo pomeriggio, all’inizio della manifestazione. Jacopo Coghe aveva pubblicato su X questo post:







La Francia dei ragazzi tagliagole


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Attilio Faoro

Benvenuti nella nuova Europa, culla della civiltà cristiana.

Parliamo del calvario per cui sta passando un insegnante di una scuola secondaria di periferia, ad Argenteuil, nella Val d'Oise. In Francia. Il settimanale Valeurs Actuelles ha indagato sulle minacce di morte che gli sono state rivolte dai suoi allievi.

Riassumiamo i punti principali di questo caso, che la dice lunga sulla situazione del sistema scolastico francese.

… Solo francese?

François è diventato insegnante "per trasmettere e inculcare valori", ha dichiarato l’insegnante alla rivista Valeurs actuelles. Ben due volte, il 25 settembre e il 13 ottobre è stato intimidito e minacciato dai suoi alunni. La prima volta, un adolescente esuberante, a cui aveva chiesto di calmarsi, gli ha mostrato il dito medio, poi ha fatto un gesto di decapitazione, mettendogli un dito sulla gola".

La direzione della scuola ha minimizzato il gesto e il ragazzo non è stato punito. "Trovo sconcertante che la mia stessa istituzione consideri il gesto del taglio della gola come una cosa comune", ha dichiarato l'insegnante.

I genitori del giovane hanno addirittura sporto denuncia alla polizia contro François, al quale la scuola ha inflitto una settimana di misure cautelari! Sì, avete letto bene, è stato punito l'insegnante e non l'alunno che aveva minacciato di tagliargli la gola.
Il caso non finisce qui.

Il 13 ottobre, quando il suo collega Dominique Bernard è stato ucciso da un jihadista ad Arras, François è stato nuovamente minacciato.

Approfittando di un litigio, un alunno ha mimato di tagliargli la gola prima di sparire.
Solo a questo punto la direzione della scuola ha sostenuto l'insegnante.
Non sono riusciti però a identificare l'alunno, che quindi non è stato punito.

L'insegnante ha presentato una seconda denuncia alla stazione di polizia. François ha raccontato a Valeurs Actuelles il suo sconcerto:

"Le scuole della Repubblica non possono più far fronte alla cattiva educazione dei bambini o all'ideologia di certi genitori. Abbiamo visto le rivolte, con ragazzi di 12-14 anni capaci di commettere atti che non appartengono alla loro età”.

L'insegnante ora vive nella paura di subire la stessa sorte di Samuel Paty [vedi] e Dominique Bernard:

"La mia vita è cambiata dopo questi eventi. Sono molto prudente sui mezzi pubblici. Scrivo alla mia ragazza appena arrivo a scuola. Sono stato minacciato a distanza di tre settimane. Non è cambiato nulla. Purtroppo”. Chi può ancora negare che l'islamizzazione della Francia sta sconvolgendo la nostra vita quotidiana? - 




sabato 25 novembre 2023

Pio XII : Vorreste una chiesa così?




Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Decimo anno di Pontificato, 2 marzo 1948 – 1° marzo 1949, In occasione dell’arresto e del processo al Cardinale Mindzenty

[…]



Romani! La Chiesa di Cristo segue il cammino tracciatole dal divin Redentore. Essa si sente eterna; sa che non potrà perire, che le più violente tempeste non varranno a sommergerla. Essa non mendica favori; le minacce e la disgrazia delle potestà terrene non la intimoriscono. Essa non s’immischia in questioni meramente politiche od economiche, nè si cura di disputare sulla utilità o il danno dell’una o dell’altra forma di governo. Sempre bramosa, per quanto da lei dipende, di aver pace con tutti (cfr. Rom. 12, 18), essa dà a Cesare ciò che gli compete secondo il diritto, ma non può tradire nè abbandonare ciò che è di Dio.

Ora è ben noto quel che lo Stato totalitario e antireligioso esige ed attende da lei come prezzo della sua tolleranza o del suo problematico riconoscimento. Esso, cioè, vorrebbe :
una Chiesa che tace, quando dovrebbe parlare;
una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla;
una Chiesa che si distacca dal fondamento inconcusso sul quale Cristo l’ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa;
una Chiesa che non resiste alla oppressione delle coscienze e non tutela i legittimi diritti e le giuste libertà del popolo; una Chiesa che con indecorosa servilità rimane chiusa fra le quattro mura del tempio, dimentica del divino mandato ricevuto da Cristo: Andate sui crocicchi delle strade (Matth. 22, 9); istruite tutte le genti (Matth. 28, 19).

Diletti figli e figlie! Eredi spirituali di una innumerevole legione di confessori e di martiri!
È questa la Chiesa che voi venerate ed amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginarvi un Successore del primo Pietro, che si pieghi a simili esigenze?
[…]





venerdì 24 novembre 2023

Strickland, una rimozione al di fuori del diritto canonico



La rimozione, decisa da papa Francesco, di mons. Strickland dalla guida della diocesi è avvenuta senza alcun processo, al di fuori delle norme canoniche. Idem per mons. Torres nel 2022. Ciò è contrario alla carità e giustizia naturale, come spiegava san Giovanni Paolo II.


L’ANALISI

ECCLESIA

 

Gerald Murray*, 22-11-2023

Il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede dell'11 novembre, sotto il titolo “Rinunce e nomine”, conteneva questo annuncio: «Il Santo Padre ha sollevato dal governo pastorale della Diocesi di Tyler (U.S.A.) S.E. Mons. Joseph E. Strickland e ha nominato il Vescovo di Austin, S.E. Mons. Joe Vásquez, come Amministratore Apostolico della Diocesi resasi vacante». È degno di nota il fatto che l'annuncio venga collocato sotto questo titolo errato: la destituzione di un vescovo non è infatti una rinuncia. La stessa voce errata è stata utilizzata nell'annuncio del 9 marzo 2022 della rimozione del vescovo Daniel Fernandez Torres dalla cura pastorale della diocesi di Arecibo, Porto Rico. La Sala Stampa ovviamente non è abituata a classificare gli annunci riguardanti la rimozione di un vescovo, atto raro ma non sconosciuto.

La privazione dall'ufficio è prevista dal Codice di Diritto Canonico ed è il risultato di un processo giudiziario, o di una procedura amministrativa avviata per esaminare ed emettere un giudizio sulla base di un fondato sospetto che un crimine canonico sia stato commesso da un determinato vescovo. Nei casi di mons. Joseph Strickland e di mons. Fernandez Torres non è stato utilizzato nessuno di questi due possibili procedimenti canonici.

Il canone 416 afferma che «la sede episcopale diviene vacante (…) con la privazione intimata al Vescovo». Il canone 196 precisa che «la privazione dell'ufficio, vale a dire in pena di un delitto, può essere effettuata solamente a norma del diritto. La privazione sortisce effetto secondo le disposizioni dei canoni sul diritto penale». Il commento al Code of Canon Law Annotated, 4th Edition afferma che «la privazione è la perdita dell'ufficio ecclesiastico come pena per un delitto; è imposto giudizialmente o amministrativamente al termine di un processo penale o di un procedimento amministrativo penale (cf. can. 1336, 4, 1). Quindi la privazione è un tipo speciale di rimozione; la sua efficacia e i suoi limiti sono soggetti alla legge penale».

Nei casi dei vescovi Torres e Strickland non vi è stato alcun processo penale o amministrativo. La visita apostolica, effettuata in entrambi i casi, non si qualifica né come processo giudiziario né come procedimento amministrativo. Pertanto la loro rimozione è avvenuta mediante un atto del papa al di fuori delle procedure canoniche esistenti.

Il can. 331 afferma inoltre che il papa «in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente». Egli, se vuole, è libero di dispensarsi dalle disposizioni vincolanti delle leggi meramente ecclesiastiche (can. 11). Il canone 12 afferma che «alle leggi universali sono tenuti dovunque tutti coloro per i quali sono state date». Il papa è perciò tenuto a osservare la legge della Chiesa, a meno che per una causa «giusta e ragionevole» (can. 90) non decida di dispensarsi «in un caso particolare» dalle sue disposizioni (can. 85). In tal caso, dovrà emettere un decreto. Se egli si dispensa sia dall’obbligo di emanare un decreto scritto, come richiesto dai canoni 48 e 51, sia dall’obbligo «per quanto possibile» di ascoltare «coloro i cui diritti possono essere lesi» (can. 50), quello stesso atto di dispensa dovrebbe avvenire con decreto scritto, che dovrebbe esporre, «almeno sommariamente, le motivazioni, se si tratta di una decisione» (can. 51). Se poi dispensa sé stesso dall'esprimere le ragioni della sua dispensa, anche ciò deve avvenire mediante decreto scritto. Niente di tutto ciò è accaduto nel caso di questi due vescovi deposti.

Un precedente caso di rimozione di un vescovo diocesano da parte di papa Francesco è stato quello del defunto vescovo Rogelio Ricardo Livieres Plano di Ciudad del Este, Paraguay. Una nota della Sala Stampa della Santa Sede, pubblicata sul Bollettino del 25 settembre 2014, aveva definito questa privazione dell'incarico un «avvicendamento». La nota affermava che la rimozione era stata una «gravosa decisione della Santa Sede, ponderata da serie ragioni pastorali, e ispirata al bene maggiore dell’unità della Chiesa di Ciudad del Este e alla comunione episcopale in Paraguay». In questo caso, si è ritenuto che mons. Livieres Plano fosse colpevole di aver offeso l'unità della sua diocesi e la comunione dei vescovi del Paraguay. Nella nota non vengono citati episodi specifici di questi presunti delitti.

Perché la mancata osservanza delle disposizioni canoniche è motivo di preoccupazione? San Giovanni Paolo II, nella costituzione apostolica che promulgava il Codice di Diritto Canonico del 1983, Sacræ disciplinæ leges, così descriveva la natura e l’importanza del Codice: il fine del Codice è «di creare tale ordine nella società ecclesiale che, assegnando il primato all'amore, alla grazia e al carisma, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono». Affermava inoltre che «il Codice, dal momento che è il principale documento legislativo della Chiesa, fondato nell'eredità giuridico-legislativa della rivelazione e della tradizione, va riguardato come lo strumento indispensabile per assicurare il debito ordine sia nella vita individuale e sociale, sia nell'attività stessa della Chiesa». Come si vede, l’accento è posto sul giusto ordine nella Chiesa. Un insieme di leggi promulgate stabilisce le condizioni per rapporti equi e giusti tra i fedeli, che condividono l'obbligo comune di cooperare tra loro nell'obbedienza a regole di condotta chiaramente enunciate, che promuovono e salvaguardano la natura e la missione della Chiesa.

San Giovanni Paolo II proseguiva affermando che «il Codice di diritto canonico è estremamente necessario alla Chiesa [che] ha bisogno di norme: sia perché la sua struttura gerarchica e organica sia visibile; (…) sia perché le scambievoli relazioni dei fedeli possano essere regolate secondo giustizia, basata sulla carità, garantiti e ben definiti i diritti dei singoli». Faceva inoltre notare che «le leggi canoniche, per loro stessa natura, esigono l'osservanza. È stata usata, quindi, la massima diligenza, perché nella lunga preparazione del Codice l'espressione delle norme fosse accurata, e perché esse risultassero basate su un solido fondamento giuridico, canonico e teologico».

Il vescovo Strickland ha riferito che il 9 novembre, a Washington, il nunzio apostolico, cardinale Christophe Pierre, gli aveva detto che gli era stato chiesto di dimettersi per vari motivi, tra cui la mancanza di fraternità con i suoi colleghi vescovi americani, il mancato rispetto di Traditionis Custodes, la sua problematica presenza sui social media e le sue critiche al Sinodo sulla sinodalità. Strickland, che ha rifiutato di dimettersi, ha spiegato che il nunzio non ha fatto riferimento ad alcun problema amministrativo nella sua diocesi. Nessuna di queste ragioni della sua destituzione, comunicategli in un colloquio privato, è stata enunciata in un decreto pontificio di destituzione. In effetti, non è stato pubblicato alcun decreto papale.

Per quanto possiamo giudicare sulla base delle prove finora disponibili pubblicamente, mons. Strickland è stato accusato non di crimini canonici, ma piuttosto di pubblico disaccordo, a volte con termini offensivi, nei confronti di varie dichiarazioni e decisioni di papa Francesco, e di agire diversamente dai suoi colleghi vescovi americani. Non sono stati contestati crimini canonici e non è stato avviato alcun processo giudiziario o procedimento amministrativo. Di conseguenza, non è stato rispettato il diritto del vescovo di avere la possibilità di conoscere e di rispondere ad eventuali accuse formali contro di lui in un processo regolato dalla legge. Non gli è stato concesso l'accesso alle prove raccolte a sostegno dell'accusa di illecito e quindi non ha avuto la possibilità di confutare o di presentare ulteriori prove a suo favore. L’accantonamento delle garanzie procedurali canoniche presenti nel Codice per tutelare il diritto di un vescovo a un giusto processo quando il suo superiore gerarchico, il papa, sospetta un illecito, è contrario alla giustizia naturale e ignora l’insegnamento e lo spirito sia del Concilio Vaticano II che del Codice del 1983.

* Sacerdote e canonista



giovedì 23 novembre 2023

APPELLO ALLE CAUSE DEI SANTI. Riconoscere come Martiri tutti gli embrioni, o neonati sacrificati alla causa della ricerca scientifica









Di Don Marco Begato, 22 NOV 2023

Nell’ultimo videoeditoriale registrato per l’Osservatorio (https://www.youtube.com/watch?v=ghNnRlXHBN0), ho sostenuto l’opportunità di porre la propria firma all’iniziativa “Un cuore che batte”, promossa da Giorgio Celsi (Ora et Labora in difesa della vita, https://www.oraetlaboraindifesadellavita.org/) e da altre quattordici associazioni e intenta a reintrodurre un piccolo, ma significativo paletto nella limitazione del crimine di aborto.

Vero è che tale iniziativa non punta all’eliminazione diretta dell’aborto, ma altrettanto chiaro dalla mens dei promotori è che essa rappresenta l’inizio di un processo che mira decisamente a quel fine. E a riguardo la dottrina sociale insegna, con riferimento immediato al compito dei parlamentari in ambito legislativo, che “un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione ad essi fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di tali programmi e di tali leggi e a diminuire gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica” (n. 570).

Ora nell’attività di strenua denuncia dell’aborto, portata avanti da anni dalle associazioni promotrici di “Un cuore che batte”, noi ritroviamo quell’intenzionalità volta a limitare i danni di programmi che non si vorrebbero perpetuare, ma che ora non si ha la forza di annichilire.

Rispetto al profilo di ricerca dell’Osservatorio, notavo pure in quel medesimo Editoriale come l’iniziativa di Celsi avesse un ulteriore merito, quello cioè di riportare nuovamente molte persone nella Chiesa a condannare chiaramente l’aberrazione degli aborti.

Purtroppo, complice una dichiarazione vaticana peraltro accompagnata da puntuali condizioni (ne avevo scritto qui: https://vanthuanobservatory.com/2021/07/13/sulla-nota-vaticana-sui-vaccini-anti-covid/), la pressoché totalità dei cattolici sono scesi a compromesso con il crimine abortivo, accettando la legittimità di un vaccino, la cui produzione ha implicato il ricorso agli aborti.

A dirla tutta, e il presente articolo colma, dunque, le lacune del mio videoeditoriale, la percezione evidente che i cattolici siano tornati a condannare l’uso di feti abortiti per la ricerca scientifica non è così evidente. O almeno non è chiaro se tale condanna, peraltro di prassi nella prospettiva bioetica cattolica, continui a mantenere una deroga in caso di Covid-19 e simili psico-emergenze oppure no.

Va pur detto che alcune voci si sono alzate nel frattempo. Una di queste è la denuncia della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea, che ha criticato la proposta di regolamento discussa lo scorso settembre dal Parlamento dell’Unione sui parametri di qualità e sicurezza per le sostanze di origine umana destinate all’applicazione sugli esseri umani (https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2023-10/comece-chiese-cattoliche-unione-europea-sostanze-umane-soho.html). Nuovamente, come e in che proporzione tale critica si componga con la deroga attorno ai vaccini anti-Covid rimane in sospeso e suscita qualche perplessità, sia di metodo che di contenuto (https://www.youtube.com/watch?v=bXfoth0AdWI).

Un secondo evento di indubbio interesse è la beatificazione per martirio della famiglia polacca Ulma (https://www.edizioniares.it/prodotto/uccisero-anche-i-bambini/), che comprende sette membri e tra questi un bimbo allo stato fetale o quantomeno nato negli istanti del martirio stesso.

C’è anche un bambino “nato al momento del martirio della madre” tra i nuovi beati che saliranno agli onori degli altari domenica 10 settembre durante un solenne rito celebrato in Polonia. Non solo. A rendere eccezionale l’avvenimento è che si tratta di un intero nucleo familiare: papà, mamma e 7 figli. L’ultimo appunto era nel grembo materno al momento della strage e l’assalto criminale ne ha accelerato la venuta al mondo. La precisazione è del Dicastero della Cause de santi, presieduto dal cardinale prefetto Marcello Semeraro. In una nota infatti, si sottolinea che al momento dell’eccidio, la madre, “signora Wiktoria Ulma, era in stato di avanzata gravidanza del settimo figlio”. Quest’ultimo “è stato partorito al momento del martirio della madre”. Di fatto, conclude la nota, “nel martirio dei genitori egli ha ricevuto il Battesimo di sangue”. (Avvenire: https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/il-papa-gli-ulma-una-famiglia-eroica-tra-i-9-beat)

La passione della testimonianza e lotta contro l’aborto recupera dunque terreno tra iniziative popolari, rimostranze diplomatiche e pronunciamenti canonici. Resta la grande ombra con annesse domande: il Covid-19 fa eccezione? Il documento vaticano al riguardo è stato rettamente emanato, compreso e applicato? La condiscendenza a tale vaccinazione fu un errore? Abbiamo introdotto delle opzioni jolly nella bioetica e in generale nel dovere di salvaguardare la dignità della vita umana?

Immagino che simili domande non potranno trovare risposta e verranno tacciate di ‘indietrismo’, ragion per cui attendo chiarezza dalla Chiesa del futuro. Senza perdere dunque altro tempo nella formulazione di dubbi (dubia) destinati a ricevere risposte ambigue, provo una diversa strada e mi faccio promotore di un appello.

Mi ispira proprio il caso della famiglia Ulma, con quel dettaglio dibattuto e proprio in ciò doppiamente interessante, relativo allo status del più giovane membro martirizzato: un feto (tesi degli ambienti pro-life polacchi, ripresa ad esempio qui: https://www.ilmessaggero.it/vaticano/beatificazione_feto_aborto_papa_francesco_polonia_famiglia_ulma_nazisti_ebrei_persecuzioni_shoah-7603835.html?refresh_ce) o un bimbo nato all’atto del martirio (tesi vaticana, sostenuta nell’articolo su citato)?

Il mio appello riguarda la dignità dei feti abortiti, categoria nella quale includerei specialmente le vittime dello scientismo. Ora è notorio che per la ricerca scientifica è uso abortire programmaticamente i feti, in modo che appena nati possano esse vivisezionati e così servire per le delicate fasi di laboratorio successive. Per cui l’omicidio di feti intrauterini o di neonati soppressi alla nascita sono casi che si accomunano e sovrappongono nella pratica clinica.

Ebbene per gli uni e per gli altri, proprio alla luce del dibattito agiologico in corso, il piccolo Ulma si candida ad essere un felice patrono della categoria vittimale considerata.

E se il caso del piccolo Ulma ha meritato l’onore della palma martiriale – ecco, dunque, la mia proposta – è possibile rivolgere al Dicastero delle Cause dei Santi la richiesta di riconoscere come martiri tutti gli embrioni, o neonati, sacrificati alla causa della ricerca scientifica?

Troverebbero finalmente giustizia tanti innocenti sacrificati. Troverebbero in particolare soddisfazione anche le vittime immolate alla campagna vaccinale anti-Covid (senza peraltro bisogno di esplicitare tale riferimento) e così, a mio avviso, si compirebbe finalmente quell’atto di riparazione richiesto dalla giustizia e si illuminerebbe un principio di conversione per i tanti fedeli, pastori o laici, compromessi con le scelte degli ultimi anni. Sì, lo giudico atto capace di contrastare nettamente quel grave colpo che la fede e la morale hanno accusato a causa del cedimento di moltissimi. Un grande atto ecclesiale capace di rigenerare i battezzati e di riaccendere la santa causa della difesa dei bambini non nati, forse finalmente riportandola a quel livello di testimonianza e di efficacia che negli ultimi decenni ci ha visto e più e più perdenti.

Marco Begato




Cardinale Sarah: “La Chiesa non è in crisi, ma i suoi pastori lo sono profondamente. Siamo alla crisi del magistero”




22 NOV 2023


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by Aldo Maria Valli

Intervento del cardinale Robert Sarah alla presentazione del libro Credo. Compendio della fede cattolica di monsignor Athanasius Schneider.

***


Cardinale Robert Sarah*

Carissimi fratelli e sorelle, prima di tutto vorrei ringraziare sua eccellenza monsignor Athanasius Schneider per avermi invitato a prendere parte a questa presentazione del suo ultimo libro.

Ma come non ringraziare anche tutti voi qui presenti per l’amicizia, per l’onore della la vostra presenza. Avete accettato di consacrare il vostro tempo prezioso per venire ad ascoltare illustri relatori che ci aiutano ad apprezzare questo Compendio e le ricchezze del mistero della nostra fede cattolica.

In questo tempo di grave crisi della Chiesa, di confusione, e soprattutto nel sentire troppo spesso troppe voci discordanti che escono dalla bocca di tanti prelati di alto livello di responsabilità su questioni dottrinali e morali, e sull’accoglienza di ideologie che negano Dio e i suoi insegnamenti sulla natura e la missione dell’uomo, la pubblicazione del libro Credo. Compendio della fede cattolica è un’iniziativa di grande importanza, ed è arrivata al momento opportuno. Infatti, oggi regna una vera cacofonia negli insegnamenti dei pastori: vescovi e sacerdoti. Essi sembrano contraddirsi. Ciascuno impone la propria personale opinione come se fosse una certezza. Ne risulta una situazione di confusione, di ambiguità e di apostasia. Un grande disorientamento, un profondo smarrimento e devastanti incertezze sono state inoculate nell’animo di molti fedeli cristiani.

Il filosofo tedesco Robert Spaemann descriveva con chiarezza tale smarrimento con una citazione attinta dalla Prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi: “Se la tromba emette un suono confuso, chi si prepara al combattimento?” (1 Cor 14,8). È proprio per questo che scrivevo nel mio endorsement a questo libro: “Molti hanno detto tante cose sulla fede cattolica. Alcune affermazioni sono confuse, altre completamente erronee. Per questa ragione dobbiamo ringraziare sia eccellemza monsignor Schneider per questa esposizione fedele, concisa, profonda e veramente aggiornata dell’insegnamento della Chiesa. Pienamente consapevole dell’incarico ricevuto al momento della sua consacrazione episcopale di trasmettere integralmente e fedelmente ciò che lui stesso ha ricevuto dalla tradizione vivente della Chiesa, in questo Compendio monsignor Schneider invita tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad approfondire e anche, quando necessario, a correggere la loro conoscenza della dottrina cattolica. Le sue domande e risposte chiare e concise facilitano tale approfondimento, e allo stesso momento la sua assidua annotazione delle fonti incoraggia un’esplorazione più profonda delle ricchezze della fede cattolica.

Mentre sono sicuro che questo libro permetterà a monsignor Schneider di raggiungere il suo scopo, quello di venire in aiuto dei che sono affamati del pane della sana dottrina, sono anche convinto che questo documento si rivelerà uno strumento importante nel cuore del lavoro missionario di evangelizzazione e di apologetica nell’annuncio della Verità salvifica di Gesù Cristo nel nostro mondo che ne ha così disperatamente bisogno.

Questo libro ci ricorda la natura e il contenuto ben strutturato delle verità cristiane. Ci aiuta a credere. Ma credere presuppone sapere, e sapere implica un impegno della ragione per meglio conoscere, interiorizzare, insegnare e trasmettere. Con questo libro ognuno di noi potrebbe essere capace di ripercorrere il proprio itinerario di fede, di ritornare ai fondamenti, per riscoprire una fede serena che non si vergogna di sé stessa. Questo libro potrà contribuire a scoprire in modo più profondo Gesù Cristo, ad amarlo, a credere in lui, e a poter dire con san Paolo: «So infatti a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il deposito che mi è stato affidato” (2 Tim 1:12).

Noi non crediamo a una dottrina, ma amiamo una Persona, Gesù Cristo, in cui crediamo. Non crediamo ai dogmi, alle ideologie, alla sapienza di questo mondo (1 Cor 2,6), ma con la nostra fede in Gesù Cristo ciascuno di noi può dire: “Io credo in Gesù Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2,19-20). Crediamo a Colui che ha detto: “Io sono la luce del mondo: chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Quando manca la luce tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male. Urge, perciò, recuperare il carattere di luce proprio della fede, per cui se la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore.

La luce della fede possiede infatti un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente non può procedere da noi stessi; deve venire da una fonte più originaria. Deve venire, in definitiva, da Dio. Quando parliamo di crisi della Chiesa, è importante precisare che la Chiesa, in quanto Corpo mistico di Cristo, continua a essere “una, santa, cattolica e apostolica”. La teologia e l’insegnamento dottrinale e morale rimangono invariati, immutabili, indisponibili. La Chiesa, come prolungamento ed estensione di Cristo nel mondo, non è in crisi. Siamo noi, i suoi figli peccatori, a essere in crisi. Essa gode ​​della promessa della vita eterna: le porte degli inferi non prevarranno mai contro di lei. Infatti Gesù dice a Pietro: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversum eam” (Mt 16,18). Noi sappiamo, noi crediamo fermamente che in essa ci sarà sempre abbastanza luce per colui che sinceramente vuole andare in ricerca di Dio. La Chiesa non è in crisi, ma i suoi pastori sono profondamente in crisi.

L’appello di san Paolo a Timoteo, suo figlio nella fede, riguarda tutti noi: “Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua vera testimonianza davanti a Ponzio Pilato, custodisci ciò che ti è stato affidato, evita le chiacchiere vuote e perverse e le obiezioni della falsa scienza. Taluni per averla seguita hanno deviato dalla fede” (1 Tm 6,13.20-21). Il deposito della fede continua a essere un dono divino soprannaturale. Ma oggi la crisi della Chiesa è entrata in una nuova fase: la crisi del magistero. Certo, l’autentico magistero, in quanto funzione soprannaturale del Corpo Mistico di Cristo, esercitata e guidata invisibilmente dallo Spirito Santo, non può essere in crisi. La voce e l’azione dello Spirito Santo sono costanti e la verità verso cui ci conduce è salda e immutabile.

L’evangelista Giovanni dice: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parla da sé ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annunzierà” (Gv 16,13-15). Il dogma, la dottrina, la Rivelazione divina non cambiano per niente. La Chiesa sta davanti al Signore per adorarlo, glorificarlo, e il modo di pregare e di credere è immutabile.

Lex credendi e lex orandi hanno camminato fianco a fianco e si sono alimentate a vicenda nel corso della storia della Chiesa. Se crediamo che il nostro dogma sia come un seme che cresce ogni giorno, perché non dovremmo vedere il modo in cui preghiamo ed esprimiamo il nostro dogma in modo simile? I teologi iniziano lo studio della loro materia approfondendo la conoscenza del campo, così come viene loro presentato nell’Antico Testamento, negli scritti del Nuovo Testamento, nei Padri della Chiesa e infine nel magistero della Chiesa. Solo dopo aver percorso un lungo cammino potranno pretendere di conoscere la Tradizione e di elaborare una teoria che da un lato sia in continuità con la teologia precedente e dall’altro offra una prospettiva attuale e, per certi versi, originale sulla questione. Senza però cambiare la dottrina.

Ecco ciò che vuole ricordarci sua eccellenza monsignor Athanasius Schneider nel suo bellissimo libro Credo. Compendio della fede cattolica. Per questo lo ringraziamo immensamente, e vi ringrazio per la vostra pazienza e il vostro ascolto indulgente.

*prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti




Fonte 


Preti operai: una militanza mondana, senza Vangelo



La Cei ha organizzato un seminario sui preti operai e il cardinale Zuppi ne ha elogiato l’esperienza. Ma quella dei preti operai è stata un’esperienza negativa, che non mirava all’evangelizzazione, contraddicendo la Dottrina sociale della Chiesa.


LA QUESTIONE


DOTTRINA SOCIALE 


Stefano Fontana ,18-11-2023

A Bologna si è tenuto il seminario nazionale dei preti operai e sui preti operai, organizzato dall’Ufficio nazionale della Conferenza episcopale italiana (Cei) per i problemi sociali. Parlando alla platea, il cardinale Matteo Zuppi ha elogiato questa esperienza che, secondo lui, ha anticipato la “Chiesa in uscita” e messo al centro le periferie. Ha anche chiesto scusa se questa esperienza è stata progressivamente messa da parte nella Chiesa mentre ora è il momento di riscoprirla. Naturalmente ha ringraziato i sacerdoti che ci hanno creduto e che si sono spesi in questo difficile campo. A mio parere la questione non può venire affrontata in questi termini.

Quella dei preti operai è stata una esperienza dolorosa e ampiamente negativa, fatta salva la buona fede dei protagonisti. Quanti sacerdoti in questo modo sono andati persi? Quanti hanno abbandonato il sacerdozio? Quanti hanno collaborato con partiti e sindacati aventi programmi contrari alla Dottrina sociale della Chiesa? E soprattutto: quanti hanno effettivamente evangelizzato gli operai e quanti invece si sono fatti educare o rieducare dalle correnti ideologiche operaiste?

Se il tema è l’evangelizzazione del mondo del lavoro e degli operai in particolare, bisogna subito osservare che l’esperienza dei preti operai non aveva questo scopo. I preti operai volevano dare una testimonianza, vivere dall’interno di quel mondo e non affrontarlo dall’esterno, condividere senza pretese di convincere o di convertire, lottare con gli operai per la giustizia. Non si voleva predicare il Vangelo, non era una pastorale di contesto, non era nemmeno una pastorale. Era una militanza mondana, sulla base delle idee che nell’immediato post-Concilio cominciavano a diffondersi a proposito di una Chiesa che deve imparare dal mondo per non essere in ritardo su di esso. Era la secolarizzazione della fede, non era la Chiesa che andava in cerca degli operai, ma la Chiesa che diventava operaia. Non si trattava di attrarre ma di essere attratti.

Se il cardinale Zuppi vede in quella esperienza un inizio di “Chiesa in uscita”, conferma che con questa espressione non si intende più la Chiesa che esce nel mondo per evangelizzarlo, ma la Chiesa che esce da sé stessa.

Del resto, che dire allora dei sacerdoti che non hanno fatto questa scelta? Che sono contro gli operai? Che non sono interessati alla giustizia? Che non si occupano delle “periferie”? Il sacerdote esprime un servizio a tutto questo quando fa il sacerdote, come spiega bene il Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” dei vescovi italiani (1991), senza bisogno di diventare operaio. 

(Stefano Fontana)




Non era così brutta l’Italia del dopoguerra






di Marcello Veneziani 

Ma era così brutta, odiosa e maschilista l’Italia dell’immediato dopoguerra, quando c’erano ancora i soldati americani per le strade?

Ho visto il film di Paola Cortellesi, C’è ancora un domani, che primeggia nelle sale e gode di giudizi largamente positivi. Confesso che da amante del cinema sto diradando la mia assidua frequentazione delle sale perché non riesco a sopportare più gli ingredienti obbligati che dominano i film e li rendono scontati, stucchevoli. Non c’è storia di vita e d’amore che non ruoti intorno al gender, al femminismo e all’omosessualità, o che ne abbia almeno una dose d’obbligo; non c’è storia di popoli che non ruoti intorno al razzismo, al vittimismo o che non abbia almeno una figura positiva di nero, di arabo, di immigrato; non c’è film di guerra che non ruoti intorno al male nazista o contro il fascismo; tutto il resto della storia è cancellato. E potrei continuare. Non c’è evento storico, personaggio famoso, artista o scienziato, che al cinema non sia ripassato in padella attraverso quei canoni obbligati, a volte assommandoli tutti.

Il film della Cortellesi già in partenza mostrava alcuni di questi requisiti ma era piaciuto ad amici e familiari e ciò mi ha spinto a vederlo. Confermo che è un bel film, ben fatto e ben interpretato. Salvo qualche luogo comune sui maschi, sulle donne, sui neri (il soldato americano buono è naturalmente nero). Quel che critico è la riduzione del passato a uno schema manicheo secondo un pregiudizio del presente. Si può davvero rappresentare quel tempo, quel mondo, quell’umanità attraverso la storia di un marito violento che mortifica sua moglie, in una società patriarcale e maschilista in cui le donne devono tacere e sono considerate inferiori? 

Quel mondo, quella generazione è quella dei nostri padri, delle nostre madri, dei nostri nonni. E non erano dei mostri, anzi. Che in quella società avesse una forte preminenza maschile il pater familias, è vero e le ragioni sono antiche e comprensibili: quando era il padre a portare i soldi e il pane a casa, quando i maschi andavano in guerra e avevano la responsabilità delle famiglie, la società reggeva su quella divisione di ruoli e di gerarchie. La famiglia era una piccola monarchia. Anche se non mancavano famiglie matriarcali, in cui era la donna a guidare la famiglia e il marito. 

Quel modello maschile rispondeva allo spirito del tempo, alla situazione reale, ed era vissuto in larga parte in modo consensuale, e non solo per rassegnazione. Per un marito che malmenava e umiliava la sua donna, c’erano dieci padri e mariti premurosi che si sacrificavano per la famiglia, come le madri; in cui era saldo l’amore, la dedizione, il riconoscimento reciproco; gran parte delle famiglie non reggevano sulla paura del padre. Le donne, andando meno a scuola, al lavoro, in pubblico, erano su un piano inferiore rispetto ai maschi. Poi le condizioni sono cambiate; di quel mondo abbiamo perso alcune odiose disparità e certi deplorevoli vizi ma abbiamo perduto anche generosità, doti e virtù.

Quella era una più viva umanità, con legami più forti e più duraturi, non solo per necessità; un senso della famiglia e della comunità; c’era un’energia vitale, una forza di vivere, una gioia per le minime cose, un’aspettativa di domani che oggi non abbiamo più. Quando ci confrontiamo col passato non dimentichiamo che dobbiamo calarci in un periodo storico che aveva altri termini di paragone. E dobbiamo saper riconoscere quel che abbiamo guadagnato ma anche quel che abbiamo perduto rispetto a quel tempo. 

Nell’immediato dopoguerra c’era una voglia di vivere, la passione di costruire, far nascere, che oggi non abbiamo più. L’umanità non era fatta solo di mariti violenti, di parassiti, di “cravattari” (usurai), di cafoni arricchiti in modo disonesto, di puttanieri, come ce li rappresenta il film, salvo alcune figure virtuose (tutte donne, naturalmente, oltre il soldato di colore). E poi, per la verità storica, le peggiori violenze che subirono le donne in quegli anni non furono in casa ma per strada. Pensate alle migliaia di donne “marocchinate”, cioè stuprate dai soldati di colore delle truppe alleate; o pensate all’orrenda prostituzione per fame di mogli, madri e figlie anche minori, narrata da Curcio Malaparte ne La Pelle o descritta nel diario Quasi una vita di Corrado Alvaro, ora ristampato.

Il film dà al voto alle donne per la prima volta il significato di una liberazione e una svolta epocale. Vorrei ricordare che il voto alle donne fu determinante per sconfiggere il fronte progressista e socialcomunista, perché le donne votarono in larga maggioranza nel nome di Dio e del parroco, alla Democrazia cristiana. E in alcune zone d’Italia, soprattutto al centro-nord, la prima trasgressione delle mogli rispetto ai loro mariti fu il loro voto cattolico, familista e conservatore rispetto ai mariti che votavano per Baffone (Stalin era il loro mito) e per la sinistra socialcomunista. Vorrei poi far notare che quella società così maschilista registrava meno femminicidi di quella odierna: dopo tutta l’ondata di femminismo, parità delle donne, lotta contro le violenze alle donne, il risultato è davvero scoraggiante.

Insomma, un film è un film e non un saggio storico o un trattato sociologico e antropologico, è inevitabile che racconti una storia particolare da un punto di vista particolare. Ma è sconfortante che il punto di vista sia sempre lo stesso e i casi raccontati siano sempre in quella direzione. 


17 Novembre 2023 Panorama, n.47







mercoledì 22 novembre 2023

Il maschio colpevole? La violenza non ha genere





NEWS 22 Novembre 2023 


di Raffaella Frullone 

Alla sorella di una ragazza morta prematuramente concedo tutto, figuriamoci alla sorella di una ragazza uccisa brutalmente, perciò non mi scompongo se la sento dire: «Gli uomini devono fare mea culpa. Anche chi non ha mai fatto niente, chi non ha mai torto un capello a una donna. Sono sicura che nella vita di ogni uomo c’è stato almeno un episodio in cui ha mancato di rispetto a una donna solo perché donna. Fatevi un esame di coscienza, imparate da questo episodio e iniziate a richiamare anche gli altri vostri amici».

È folle, ma non mi scompongo, al dolore ognuno reagisce come vuole, molto più spesso come può. Non concedo però la stessa impunità a chi a queste parole ha fatto da cassa di risonanza ripetendole, riproponendole, facendone un dogma che vede l’uomo come colpevole a prescindere, come se la responsabilità non fosse personale ma collettiva in base al sesso di nascita. Secondo Elena Cecchettin sua sorella Giulia è stata uccisa «in quanto donna» e quindi siamo di fronte ad un «femminicidio». In realtà Giulia non è stata uccisa “in quanto donna”, altrimenti Filippo Turetta avrebbe ammazzato la commessa, la postina, un’amica, una donna qualunque, invece la furia del ragazzo si è scatenata contro la ex fidanzata. Il movente ancora non è chiaro, ancora non sappiamo tante cose di quanto accaduto quella notte. I tribunali mediatici sembrano comunque avere già deciso.

La sola causa di questo omicidio sembra essere il sesso, meglio “il genere” della vittima e il sesso, o meglio “il genere” del carnefice. I giornali ieri erano un fiume di accuse verso i maschi, rei solo di essere tali. Uno su tutti Paolo Giordano, che sul Corriere scriveva: «La possibilità della sopraffazione è il segreto meglio custodito dagli uomini, e che tutti gli uomini conoscono. Tutti gli uomini, anche i mansueti. Ognuno di noi (maschi), al cospetto dell’omicidio di Giulia Cecchettin, riconosce in sé l’eco dell’ascesso psichico dal quale talvolta scaturisce l’aggressione: un bolo di possesso, frustrazione, inadeguatezza, odio, invidia, terrore, ferocia, propensione all’ossessività, desiderio di punizione e annientamento e di autodistruzione, che ci riguarda tutti ma che rimane cautamente oscurato dal dibattito pubblico». E questa è solo la punta dell’iceberg.

È curioso perché nelle stesse ore a morire per mano omicida c’era un’altra donna, Francesca Romeo, un medico freddato a colpi di fucile mentre si trovata in macchina col marito a Reggio Calabria. Non solo non ha avuto la stessa eco mediatica, non ha avuto nessuna mobilitazione istituzionale, nessuno ha osservato un minuto di silenzio per lei, perché? Forse siccome non possiamo incolpare il marito, questa vita ci interessa meno?

La verità è che nel nostro Paese ci sono molti più uomini morti per mano omicida, questo dicono i dati, questo dice la realtà. Perché la violenza non ha genere, ma se lo avesse, sarebbe più quello maschile ad essere penalizzato, lo spiega bene Giuliano Guzzo nel suo ultimo libro, Maschio bianco etero & cattolico. Questo can can mediatico sul corpo di Giulia ancora caldo ha un solo scopo, una rieducazione collettiva del maschio che va devirilizzato a forza, privato dei suoi tratti di forza e di coraggio perché essi sono stati ridotti solo al rovescio della medaglia.

Sarebbe come dire che dobbiamo rieducare le mamme perché secondo la giustizia Annamaria Franzoni ha ucciso il figlio Samuele, Veronica Panarello ha ucciso il piccolo Loris Stival, Francesca Sbano ha avvelenato la sua piccola di soli tre anni, Mary Patrizio ha ucciso il figlio di cinque mesi, Alessia Piffari ha lasciato morire la figlia di fame e stenti e via dicendo. Ma non regge.

E non regge nemmeno questa pressante campagna per l’educazione “all’affettività” o “al rispetto delle donne”. Se vogliamo accendere un faro sulle tante relazioni malate, allora facciamolo davvero. Uno dei punti chiave rilevati dai giornali in questi giorni è la possessività di questo ragazzo. Ma – posto che non tutte le persone possessive arrivano ad uccidere e non tutti gli assassini sono anche possessivi – allora mettiamo i puntini sulle “i”, il contrario del possesso non è un’astratta forma di rispetto.

Perché se nelle relazioni inneggiamo ad una malintesa forma di libertà che si traduce nel benessere dei singoli fino a che ne hanno voglia, è facile capire che i due potrebbero anche non trovarsi con i tempi, e per qualcuno il benessere possa finire e per l’altro no? Rispetto non significa semplicemente, come vorrebbe il mondo, “accetto che oggi mi vuoi e domani non mi vuoi più”, è qualcosa di più profondo che parte dal fatto che il corpo dell’altro è sacro, la vita dell’altro è sacra e anche il mio stesso corpo e la mia stessa vita lo sono.

Dal riconoscimento della reciproca sacralità deriva una responsabilità nel trattare noi stessi, l’altro e la relazione stessa. Questa è l’unica educazione di cui tutti abbiamo bisogno. I famosi “corsi all’affettività” di cui si parla sono momenti in cui il parametro è il proprio piacere, fino a che si continuerà a proporre il libertinaggio spinto staccato da qualunque tipo di responsabilità, fino a che conta l’emozione del momento, fino a che l’altro è utile solo se nutre il mio piacere e il mio benessere, fino a che normalizzeremo la pornografie e Onlyfans, fino a che diremo che un maschio può diventare femmina, una femmina un maschio o anche niente, o ancora tutto insieme, come potremo stupirci se le relazioni saranno violente e se le persone saranno violente?

La Chiesa è sempre stata attaccata quando ha parlato di castità, perché essa è sempre stata vista come la castrazione di una libertà, eppure solo uno sguardo casto è davvero libero dal possesso. Perché entra nell’ottica del dono da custodire, da preservare, da proteggere, da curare, far fiorire. Solo questo sguardo consente di uscire dalla sterile battaglia tra maschi e femmine per stabilire un’alleanza feconda. Ma questo certamente non è un’argomentazione che troverà spazio nei grandi media, e meno che meno verrà rilanciata. Eppure resta vera.