giovedì 18 agosto 2022

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la “Messa strapazzata”



18 AGO 22

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by Aldo Maria Valli

“Date la sua sensibilità e le sue giuste preoccupazioni sul destino della Santa Messa – mi scrive il lettore – sono sicuro che le parole del grande dottore della Chiesa la toccheranno in modo speciale”. Mi scrive così un affezionato lettore inviandomi queste pagine di sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Sì, caro amico, mi hanno toccato in modo speciale. Leggiamo dunque, per comprendere che cos’è davvero la Santa Messa e come andrebbe sempre celebrata.


***


Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

La Messa e l’Officio strapazzati

Parte I – La Messa strapazzata

Non mai alcun sacerdote dirà la messa colla divozione dovuta, se non ha la stima che merita un tanto sacrificio. È certo che non può un uomo fare un’azione più sublime e più santa, che celebrare una messa: Nullum aliud opus, dice il concilio di Trento, adeo sanctum a Christi fidelibus tractari posse, quam hoc tremendum mysterium [1]. Dio stesso non può fare che vi sia nel mondo un’azione più grande, che del celebrarsi una messa.

Tutti i sacrificj antichi, con cui fu tanto onorato Iddio, non furono che un’ombra e figura del nostro sacrificio dell’altare. Tutti gli onori che han dati giammai e daranno a Dio gli angeli co’ loro ossequj, e gli uomini colle loro opere, penitenze e martirj, non han potuto né potranno giungere a dar tanta gloria al Signore, quanta glie ne dà una sola messa; mentre tutti gli onori delle creature sono onori finiti; ma l’onore che riceve Iddio nel sacrificio dell’altare, venendogli ivi offerta una vittima d’infinito valore, è un onore infinito. La messa dunque è un’azione che reca a Dio il maggior onore che può darsegli: è l’opera che più abbatte le forze dell’inferno; che apporta maggior suffragio all’anime del purgatorio; che maggiormente placa l’ira divina contro i peccatori, e che apporta maggior bene agli uomini in questa terra.



Se sta promesso che quanto chiederemo a Dio in nome di Gesù, tutto otterremo: Si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis [2]: quanto più dobbiamo ciò sperare, offerendogli Gesù medesimo? Questo nostro amoroso Redentore continuamente in cielo sta intercedendo per noi: Qui etiam interpellat pro nobis [3]. Ma ciò specialmente lo fa in tempo della messa, nella quale egli, anche a questo fine di ottenerci le grazie, presenta se stesso al Padre per mano del sacerdote. Se noi sapessimo che tutti i Santi colla divina Madre pregassero per noi, qual confidenza non concepiremmo per li nostri vantaggi? ma è certo che una sola preghiera di Gesù Cristo può infinitamente più che tutte le preghiere de’ santi. Poveri noi peccatori, se non vi fosse questo sacrificio che placa il Signore! Huius quippe oblatione placatus Dominus, gratiam et donum poenitentiae concedens, crimina et peccata etiam ingentia dimittit, dice il Tridentino. In somma, siccome la passione di Gesù Cristo bastò a salvare tutto il mondo, così basta a salvarlo una sola messa; che però il sacerdote nell’oblazione del calice dice: Offerimus tibi, Domine, calicem salutaris…pro nostra et totius mundi salute.

La messa è il più buono e più bello della chiesa, secondo predisse il profeta: Quid enim bonum eius est, et quid pulchrum eius, nisi frumentum electorum et vinum germinans virgines [1]? Poiché nella messa il Verbo incarnato si sacrifica all’eterno Padre e si dona a noi nel sagramento dell’eucaristia, il quale è il fine e lo scopo di quasi tutti gli altri sacramenti, come insegna l’angelico: Fere omnia sacramenta in eucharistia consummantur. Onde dice san Bonaventura, che la messa è l’opera in cui Iddio ci mette avanti gli occhi tutto l’amore che ci ha portato, ed è un certo compendio di tutti i beneficj che ci ha fatti: Est memoriale totius dilectionis suae, et quasi compendium quoddam omnium beneficiorum suorum [2]. E perciò il demonio ha procurato sempre di toglier dal mondo la messa per mezzo degli eretici, costituendoli precursori dell’Anticristo, il quale, prima d’ogni altra cosa, procurerà d’abolire, ed in fatti gli riuscirà d’abolire, in pena de’ peccati degli uomini, il santo sacrificio dell’altare, giusta quel che predisse Daniele: Robur autem datum est ei contra iuge sacrificium propter peccata [3].



Dice lo stesso san Bonaventura che Dio in ogni messa non fa minor beneficio al mondo di quello che fece allora che s’incarnò: Non minus videtur facere Deus in hoc quod quotidie dignatur descendere super altare, quam cum naturam humani generis assumpsit [4]. Sicché, come dicono i dottori, se mai non vi fosse stato ancora nel mondo Gesù Cristo, il sacerdote ve lo porrebbe con proferire la forma della consagrazione; secondo la celebre sentenza di sant’Agostino, che scrisse: O veneranda sacerdotum dignitas, in quorum manibus velut in utero Virginis Filius Dei incarnatur [5]!



Inoltre, non essendo altro il sacrificio dell’altare, che l’applicazione e la rinnovazione del sacrificio della croce, insegna l’angelico, che una messa apporta agli uomini tutti gli stessi beni e salute che apportò il sacrificio della croce: In qualibet missa invenitur omnis fructus, quem Christus operatus est in cruce. Quiquid est effectus dominicae passionis, est effectus huius sacrificii [6]. Lo stesso scrisse il Grisostomo: Tantum valet celebratio missae, quantum valet mors Christi in cruce [7]. E di ciò maggiormente ce ne assicura la s. chiesa, dicendo: Quoties huius hostiae commemoratio recolitur, toties opus nostrae redemptionis exercetur [8]. Giacché il medesimo Salvatore che si offerì per noi sulla croce si sagrifica sull’altare per mezzo de’ sacerdoti, come ci dichiara il Tridentino: Una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotis ministerio, qui se ipsum in cruce obtulit, sola ratione offerendi diversa [9]. Ond’è che per lo sagrificio dell’altare s’applica a noi il sagrificio della croce. La passione di Gesù Cristo ci fe’ capaci della redenzione; la messa ce ne mette in possesso e fa che godiamo ne’ suoi meriti.



Posto dunque che la messa è l’opera più santa e divina che possa da noi trattarsi, bene apparisce, dice il concilio di Trento, che dee impiegarsi ogni diligenza, acciocché un tal sagrificio si celebri colla maggior purità interna e divozione esterna che sia possibile: Satis etiam apparet omnem operam in eo ponendam esse, ut quanta maxima fieri potest interiori cordis munditia, atque exteriori devotione ac pietatis specie peragatur [1]. E dice che la maledizione fulminata da Geremia contro coloro che negligentemente esercitano le funzioni ordinate al culto divino (Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter [2], precisamente s’appartiene, a’ sacerdoti che con irriverenza celebrano la messa, la quale, fra tutte le azioni che può fare l’uomo per onorare il suo Creatore, è la più grande ed eccelsa, soggiungendo che una tale irriverenza difficilmente può essere scompagnata dall’empietà: Quae ab impietate vix seiuncta esse potest, sono appunto le parole del concilio.



Acciocché dunque il sacerdote eviti sì grave irriverenza, ed insieme la divina maledizione, vediam che ha da fare prima di celebrare, che ha da fare nel celebrare, e che dopo aver celebrato. Prima di celebrare gli è necessario l’apparecchio. Nel celebrare dee usare la riverenza dovuta. Dopo aver celebrato, dee fare il ringraziamento.

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1 Sess. 22. decret. de observ. in cel. etc.

2 Io. 16.

3 Rom. 8.

1 Zach. 9. 17.

2 De instit. p. 1. c. 11.

3 Dan. 11. 12.

4 Loc. cit.

5 In ps. 27.

6 In c. 6. Isa. lect. 6.

7 Apud discip. serm. 48.

8 Orat. in missa dom. post pentec.

9 Sess. 22. cap. 2.

1 Sess. 22. decr. de obser. etc.

2 Ier. 48. 10.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, La Messa e l’Officio strapazzati, ovvero avvertimenti a’ sacerdoti per non rendersi rei di un tanto delitto, qual è il vilipendere il Sacrificio all’altare; Opere ascetiche, in Opere di S. Alfonso Maria de Liguori, Pier Giacinto Marietti, Vol. III, pp. 832 – 864, Torino 1880.

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mercoledì 17 agosto 2022

Cosa si chiedeva, cosa ci si aspettava, cosa accadde: i Padri conciliari e il Canone romano latino





Nella nostra traduzione [di Chiesa e post concilio] da New Liturgical Movement . Qui l'indice degli articoli precedenti e correlati.



Peter Kwasniewski, 16 agosto 2022

Ho sentito dire molte volte che a metà degli anni Sessanta il Vaticano assicurava ai fedeli che il Canone romano sarebbe rimasto sempre identico, e in latino; invece, dopo un breve lasso di tempo, nelle formule assembleari furono introdotte nuove preghiere eucaristiche e si consentì, se non in pratica si rese obbligatorio, l’uso delle lingue vernacolari. A riportarmi alla mente la questione è stato un post in cui don Hunwicke, a proposito del libro di Bryan Houghton Il prete indesiderato, scrive:
Nel 1964, quando si cominciò a mettere mano alla Messa, Don Houghton pensò di ritirarsi. “Ma decisi di non farlo: nella Messa del 1964 il Canone non era stato cambiato, in teoria era rimasto a bassa voce e in latino. Nel 1964 si poteva ancora celebrare la Messa con una certa dose di devozione. Comunque, il giorno in cui il Canone fu modificato scrissi al vescovo per rassegnare le dimissioni. Egli mi rispose con una splendida lettera in cui affermava: ‘Nessuno ha intenzione di riformare il Canone’, aggiungendo che ‘i vescovi hanno appunto il compito di impedirlo’. Povero, caro vescovo! Com’era lontano dall’immaginare quel che sarebbe successo!” Eppure il vescovo Leo Barker aveva partecipato a tutte le quattro sessioni del Concilio; se nemmeno lui era riuscito a prevedere le trame che si stavano ordendo…
Rileggendo questo aneddoto ho ripensato al fatto che avrei sempre voluto scoprire di più sullo specchietto per le allodole che si approntò durante e poco dopo il Concilio Vaticano II. Così mi sono rivolto al nostro esperto di questioni conciliari, Matthew Hazell, che mi ha fornito i dati confluiti in questo post (grazie, Matthew!). Ho tradotto personalmente i testi dal latino, per cui gli eventuali errori sono da attribuirsi a me.


Sebbene Matthew e io non siamo riusciti a reperire un testo ufficiale del Vaticano di metà degli anni Sessanta che affermi che il Canone sarebbe rimasto sempre identico, e in latino, negli Acta del Vaticano II c’è una mole di prove che certamente paiono indicare che una simile garanzia si dava per scontata. Inoltre, nei vota preconciliari (vale a dire un elenco di desiderata fatti pervenire dai vescovi di tutto il mondo, in cui si esponevano le questioni che avrebbero voluto veder dibattute), colpisce che persino i vescovi che avrebbero accolto volentieri un’intera Messa in lingua vernacolare escludevano espressamente il Canone romano. Quando si parla di impiego della lingua vernacolare o ci si riferisce alla Messa dei catecumeni (definita svariate volte “la parte didattica della Messa”), o si introduce la clausola “ad eccezione del Canone”, come dimostrano i seguenti, numerosi esempi.

Questa circostanza, esposta nel mio precedente articolo “I Padri conciliari a sostegno del latino: sfatare una falsa narrazione”, è più che sufficiente a dimostrare che talune figure attualmente operanti in Vaticano stanno, per usare un eufemismo, raccontando frottole sul Vaticano II e sulla circoscritta riforma liturgica che si voleva attuare e a cui si diede l’assenso.
Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vaticano II Apparando: Series I (Antepraeparatoria) [d’ora in poi ADA]


ADA II.1
+ Leo Pietsch (ausiliare di Seckau, Austria)

[100] De liturgia divina celebranda facultative in lingua vernacula, Sanctae Missae Canone excepto.
[Si deve concedere la facoltà di celebrare la divina liturgia in lingua vernacolare, con l’eccezione del santo Canone della Messa].+ Jean-François Cuvelier, Congregazione del Santissimo Redentore (tit. Circesium)
[Vicario Apostolico di Matadi, Congo Belga (indipendente dal 1960, poi divenuto Repubblica Democratica del Congo dal 1997).

[134] Petitur ut ordinariis concedatur facultas permittendi usum linguae vernaculae in missa, saltem pro prima parte i. e. usque ad Canonem, deinde etiam a « Pater noster » usque ad ultimum evangelium inclusive.
[Si chiede che sia concessa facoltà agli ordinari di consentire l’uso della lingua vernacolare nella Messa, almeno nella prima parte, cioè fino al Canone, e poi dalla Preghiera del Signore fino all’ultimo Evangelo compreso].+ Félix-Marie-Honoré Verdet (ausiliare di Nizza, Francia).

[496] Optabile est, mea quidem sententia, ut in priore parte Missae sermo patrius amplitudine maiore fruatur, secluso omnino Canone. Epistula et Evangelium praecipue voce magna atque solemniter pronuntientur ea lingua quam fideles multo facilius intelligunt (translatio enim lectionum, ut opinor, tantam vim non habet ut loco usus patrii sermonis esse valeat).
[Ritengo preferibile che nella prima parte della Messa si dia maggiore spazio alla lingua vernacolare, escludendo del tutto il Canone. In particolare l’Epistola e il Vangelo andrebbero pronunciati solennemente ad alta voce nella lingua più comprensibile ai fedeli (dal momento che una traduzione scritta delle Letture a mio avviso non ha una forza tale da prevalere sull’impiego della lingua locale nella proclamazione)].
ADA II.2
+ Patrick Collier (Ossory, Irlanda)

[93] Ad fructuosiorem participationem fidelium in sacrificio Missae, nobis videtur esse necessarium habere usum pleniorem linguae vernaculae: id est omnia ante et post Canonem Missae in lingua vernacula, Canon Missae semper in lingua Latina.
[Per una più fruttuosa partecipazione dei fedeli al sacrificio della Messa, ci sembra necessario un uso più pieno della lingua vernacolare: cioè, prima e dopo il Canone tutto dev’essere in vernacolare, ma il Canone della Messa sempre in latino].+ Francisco Maria da Silva (ausiliare a Braga, Portogallo)

[625] [I]n administratione sacramentorum ac sacramentalium imo in Sancti Sacrificii Missae celebratione, excepto Canone, lingua vulgari uti possit.
[Nell’amministrazione dei sacramenti e dei sacramentali, come nella celebrazione del Santo sacrificio della Messa – con l’eccezione del Canone – si può usare il linguaggio comune].+ Jacques Mangers, S.M. (Oslo, Norvegia)

[637] Etiam aliae quaestiones vere actuales examinandae sunt, v. g. usus linguae vernaculae in functionibus liturgicis, etiam, in celebratione Missae, Canone excepto…
[Andrebbero esaminate scrupolosamente anche altre questioni attuali, ad esempio l’uso della lingua vernacolare nelle funzioni liturgiche, anche nella celebrazione della Messa, ad eccezione del Canone].++ Cardinale Stefan Wyszynski (Varsavia, Polonia)

[677] Inter primaria media ad protegendam participationem fidelium in sacrificio Missae adhiberi potest introductio linguae vernaculae ad stabiles partes Missae ante Offertorium scilicet ad Gloriam, Lectionem, Evangelium et Credo. Reliquae partes Missae, praesertim in Canone, latine recitandae sunt. [Tra i mezzi principali per promuovere la partecipazione dei fedeli al sacrificio della Messa si può privilegiare l’introduzione della lingua vernacolare nelle parti fisse precedenti l’Offertorio, cioè il Gloria, l’Epistola, il Vangelo e il Credo. Le rimanenti parti, specie il Canone, dovrebbero essere recitate in latino].
+ Wacław Majewski (ausiliare di Varsavia, Polonia)

[706] Ad augendam activam participationem fidelium in Missae Sacrificio videtur mihi Gloria, Credo, Lectio et Evangelium in lingua [707] vernacula inducendum esse, lingua latina tantum in Canone necnon in mutabilibus Missae partibus esse servanda.
[Per accrescere la partecipazione attiva dei fedeli al Santo Sacrificio della Messa ritengo che il Gloria, l’Epistola, il Vangelo e il Credo dovrebbero essere pronunciati in lingua vernacolare, mentre il latino andrebbe riservato solo al Canone e alle parti variabili della Messa].
ADA II.3
+ Guido Maria Mazzocco (Adria, Italia)

[22] Pars Missae quae elata voce a Sacerdote legitur, praesertim illa quae didactica dicitur, lingua vulgari, legenda, meo iudicio, videtur, ita ut omnes dare intelligant, sicut antiquo tempore intelligebant. Unica lingua latina, ubique terrarum, servari poterit [23] in Canone. Tali modo populus in divinis rebus, maxime animae necessariis, extraneus non teneretur.
[Le parti della Messa pronunciate ad alta voce dal sacerdote, specie quelle chiamate didattiche, a mio giudizio andrebbero lette in lingua volgare, in modo che tutti possano comprendere, come comprendevano nei tempi antichi. La lingua latina, in tutto il mondo, andrebbe mantenuta solo nel Canone. In tal modo il popolo non rimarrebbe estraneo alle cose divine, sommamente necessarie al bene delle anime].+ Giuseppe Bonacini (Bertinoro, Italia)

[105] De S. Missae Sacrificio: S. Missae Sacrificium ad pristinam simplicitatem reddatur, quo populus id altius intelligere et scienter participari possit. Quam ob rem lingua latina in Missa tantum quae dicitur «fidelium», vel potius in solo Canone servetur.
[Il Santo Sacrificio della Messa andrebbe riportato alla sua originaria semplicità, grazie alla quale il popolo può comprenderlo più profondamente e partecipare in maniera consapevole. Tuttavia il latino andrebbe conservato nella parte denominata “Messa dei fedeli”, o piuttosto solo nel Canone].+ Danio Bolognini (Cremona, Italia)

[241] In Rituali et Pontificali linguae vernaculae usum augere, eo tamen modo ut lingua latina in formulis Sacramentorum et in S. Missae Canone retineatur.
[Aumentare l’uso della lingua vernacolare nel Rituale e nel Pontificale, ma in modo tale che il latino sia mantenuto nelle formule sacramentali e nel Canone della Santa Messa].+ Felicissimo Stefano Tinivella, O.F.M. (Diano-Teggiano, Italia)

[247] Lingua vulgaris in Sacramentorum administratione et functionibus sacris, in Missa extra Canonem, imponatur ut christifideles vitaliter intersint.
[La lingua volgare andrebbe imposta nell’amministrazione dei sacramenti e nelle funzioni sacre, e nella Messa ad eccezione del Canone, in modo che i fedeli siano più attivamente coinvolti].++ Angelo Paino (Messina, Italia)

[373] Servata lingua latina in canone Missae et in essentialibus relate ad sacramentorum collationem, optandum videtur ut partes quae ad fidelium instructionem sunt, lingua patria legantur eo fine ut populus attente et digne participet. Pari ratione revisenda videntur caeremoniae et ornamenta ecclesiastica quae non cohaerent nostrae aetatis exigentiis spiritualibus.
[Fermo restando che si debba mantenere la lingua latina nel Canone della Messa e nelle parti essenziali relative all’amministrazione dei sacramenti, appare preferibile che le parti concernenti l’istruzione dei fedeli siano lette nella lingua locale, in modo che i fedeli possano partecipare più attentamente e con maggior frutto. Per la stessa ragione, appare opportuno modificare le cerimonie e gli ornamenti ecclesiastici non più conformi alle esigenze spirituali dei nostri tempi].
ADA II.4
+ Paul Yoshiyuki Furuya (Kyoto, Giappone)

[78] Exoptatur ut permittatur litare Sacrum in lingua vernacula, excepto Canone.
[Si auspica fortemente che la liturgia sia celebrata in lingua vernacolare, ad eccezione del Canone].+ Lucas Katsusaburo Arai (Yokohama, Japan)

[90] De usu linguae vernaculae in tota Missa, canone excepto.
[Sull’uso della lingua vernacolare nell’intera Messa, ad eccezione del Canone].+ Ignatius Mummadi (Guntur, India)

[132] Nonne expedit uti lingua vulgari cuiuslibet regionis in Missa, exceptione facta evidenter de Canone?
[Non sarebbe vantaggioso impiegare nella Messa la lingua volgare, di qualunque paese, con l’ovvia eccezione del Canone?]
++ Joseph Mark Gopu (Hyderabad, India)

[134] Usus linguae regionalis in prima parte S. Missae augeri potest, praesertim quoad epistolam et evangelium sed non in Canone Missae.
[L’uso delle lingue regionali nella prima parte della Messa si può incrementare, specie nell’Epistola e nel Vangelo, ma non nel Canone della Messa].+ Antony Padiyara (Ootacamund, India)

[184] Valde suadendum est omnes partes Missae excepto tamen Canone, lingua vulgari recitari, eo fine ut fideles active participent.
[È estremamente raccomandato che ogni parte della Messa, eccetto il Canone, sia in lingua volgare, affinché i fedeli possano attivamente partecipare].+ Jean-Rosière-Eugène Arnaud, M.E.P. (vicario apostolico a Thakhek, Laos)

[379] Pour le bien des fidèles on souhaiterait d’avoir la permission d’user de la langue qu’ils comprennent, en dehors du Canon ou au moins jusqu’à l’Offertoire.
[Per il bene dei fedeli sarebbe auspicabile che sia consentito l’uso della lingua che essi comprendono, ad eccezione del Canone e almeno fino all’Offertorio].Pietro Maleddu, O.F.M. Conv. (prefetto apostolico ad Ankang, Cina)

[594] Lingua latina in Officio Divina et in toto Canone Missae, excepto «Paternoster», retineatur. [La lingua latina andrebbe conservata nell’Ufficio divino e in tutto il Canone della Messa, ad eccezione del Pater Noster].
ADA II.5
+ Manuel António Pires (Silva Porto, Angola)

[126] 3. Usus linguae vernaculae in sacramentorum administratione, formula excepto. 4. Idem in celebratione sancti sacrificii Missae, Canone integro excepto. (Excepta tantum duplici consecratione?) [Uso della lingua vernacolare nell’amministrazione dei sacramenti, tranne che per le formule. 4. Idem nella celebrazione del Santo sacrificio della Messa, tranne l’intero Canone].+ Alphonse Joseph Matthysen, M. Afr. (vicario apostolico a Lac Albert, Repubblica Democratica del Congo)

[185] Emploi de la langue vivante pour toutes les prières de la Messe sauf le Canon.
[Uso della lingua viva per tutte le preghiere della Messa, tranne il Canone].+ John Reddington, S.M.A. (Jos, Nigeria)

[342] Ut in Missa, lingua vernacula a sacerdote utatur, usque ad Canonem.
[Nella Messa si usi da parte del sacerdote la lingua vernacolare, fino al Canone].+ Joseph Fady (Lilongwe, Malawi)

[367] Partes Missae quae vulgo Missa Catechumenorum nuncupatur, utpote, Christifideles et Catechumeni doctrina instruuntur, sola lingua vernacula a sacerdote legantur. Illa autem pars quae Canon nuncupatur, lingua latina a sacerdote legatur.
[Le parti della Messa chiamate comunemente Messa dei catecumeni, laddove i fedeli e i catecumeni vengono istruiti con l’insegnamento, sono pronunciate dal sacerdote solo in lingua vernacolare. Tuttavia la parte chiamata Canone viene pronunciata dal sacerdote in latino].+ Agostino Baroni, M.C.C.I. (vicario apostolico a Khartum, Sudan)

[460] Operam et studium iam contulimus ad partecipationem fidelium in celebratione Sanctae Missae obtinendam. Fortasse bonum est ut linguam vernaculam quoque permittatur in tota Missa, exceptione facta de Canone Missae, vel exceptione facta de prima parte Canonis Missae, i.e. a principio Canonis usque ad Pater Noster, ut fideles una cum Sacerdote a Pater Noster sese preparent in lingua vernacula ad Sanctae Communionis receptionem.
[Ci siamo adoperati e abbiamo studiato mezzi per ottenere la partecipazione dei fedeli alla celebrazione della Santa Messa. Forse è bene che la lingua vernacolare sia parimenti consentita nell’intera Messa, fatta eccezione per il Canone, o per la prima parte del Canone, cioè dall’inizio fino al Padre Nostro, in modo che i fedeli possano prepararsi a ricevere la Santa Comunione in lingua vernacolare].
ADA II.6
+ Paul Hallinan (Charleston, U.S.A.)

[289] De Liturgia. — Ut fideles nostri melius comprehendere et ardentius amare Sacrum Sacrificium Missae tamquam supremum Actum Sacrificii possint necnon Deum glorificare et se habere ut membra Corporis Mystici Domini Nostri Iesus Christi, et ut principia participationis liturgicae inculcata in Instructione de Musica et Liturgia Sacra et in Littera Encyclica Mediator Dei celerius realizentur commendamus ut disputetur de utilitate textus Missae in linguis vulgaribus (canone excepto) tum pro fidelibus tum pro sacerdote.
Fideles nostri ferventer volunt participate active in liturgia S. Missae, interne, vocaliter et sacramentaliter. Nostra in dioecesi, usus librorum Missae ex parte multorum fidelium et, recentius, participatio vocalis praeclarae probationes de bona voluntate fidelium sunt. Nihilominus, difficile est pro aliquibus enuntiare vel faciliter comprehendere linguam Latinam; et propter hoc, quia ex stirpe Britannica-Saxone, Celtica, Germanica, vel Slavonica sunt, non possunt introire in dialogum plenum et profundum. Usus in Missa lecta linguarum vulgarium (in translatione approbata a Sancta Sede Apostolica) esset auxilium maximum — « tamquam colloquens cum sacerdote » (§ 31). Conservatio Sacrosanctorum verborum liturgiae in lingua Latina asseveraretur retinendo canonem in lingua Latina. Quilibet abusus translationis in parte residua Missae prohiberetur permittendo, in singula lingua, singulam translationem approbatam.
[A proposito della liturgia. Affinché i nostri fedeli possano meglio comprendere e più ardentemente amare il Santo Sacrificio della Messa come il supremo atto di sacrificio in modo che anch’essi possano glorificare il Signore e disporsi come membri del Corpo mistico di Nostro Signore Gesù Cristo, e affinché i principi della partecipazione liturgica inseriti nell’Istruzione sulla musica e la sacra liturgia all’interno della Lettera Enciclica Mediator Dei possano essere più rapidamente acquisiti, raccomandiamo che si discuta dell’utilità dei testi della Messa in lingua comune (eccetto il Canone), sia per i fedeli che il sacerdote. I nostri fedeli desiderano con fervore partecipare attivamente alla liturgia della Santa Messa, interiormente, oralmente e sacramentalmente. Nella nostra diocesi l’uso dei messali quotidiani da parte di molti fedeli e, più recentemente, la partecipazione vocale sono splendidi esempi della loro buona volontà. Tuttavia per molti è difficile articolare o afferrare facilmente la lingua latina; e per tale motivo, essendo di origine anglosassone, irlandese, tedesca o slava, non possono entrare in un pieno e profondo dialogo. L’uso del linguaggio comune nella Messa bassa (in una traduzione approvata dalla Santa Sede) sarebbe di grande beneficio – “come parlare con il sacerdote”. La preservazione del latino nelle più sante formule della liturgia sarebbe affermata nel modo più efficace lasciando il Canone in quell’idioma. Qualunque abuso nella traduzione{si dovesse verificare}nella rimanente parte della Messa sarebbe impedito consentendo una sola traduzione approvata per ciascuna lingua.]
(La precedente dichiarazione dell’allora vescovo Paul Hallinan, in seguito arcivescovo di Atlanta, presidente della Commissione liturgica episcopale statunitense, membro della Commissione internazionale per l’inglese nella liturgia, è di particolare interesse…!)+ John Cody (Kansas City–St Joseph, U.S.A.)

[350] [O]b privilegia extraordinaria a S.P. Pio XII populo catholico concessa praesertim quoad ieiunium eucharisticum, Christifideles participationem magis activam in adsistendis Missis in dies habituros esse sperandum est, etsi isti responsiones in lingua latina generatim facere possint, videtur opportunum ut quaedani partes Missae (extra Canonem), v. g. epistola, evangelium (semper ex textu approbato a Sancta Sede), in lingua vernacula recitari possint. In aliis Sacramentis, Baptismi, Matrimonii, Extremae Unctionis, Confirmationis, recipiendis, plebs multum fructum haurire potest si ipsa verba (excepta forma sacramenti) in lingua vernacula prolata intelligant; hoc valet in primis pro conversis ad fidem.
[Considerato il privilegio straordinario concesso da Papa Pio XII ai cattolici specie per quanto riguarda il digiuno eucaristico, in questi giorni si auspica una più attiva partecipazione dei fedeli di Cristo che assistono alla Messa; e se essi solitamente sono in grado di rispondere in latino, appare opportuno che alcune parti della Messa (all’infuori del Canone), ad esempio l’Epistola e il Vangelo (sempre in un testo approvato dalla Santa Sede) siano proclamate in lingua vernacolare. Nella ricezione di altri sacramenti – battesimo, matrimonio, estrema unzione, confermazione – i fedeli potrebbero trarre maggior frutto qualora le formule (tranne quelle sacramentali) fossero recitate ad alta voce nella lingua vernacolare; ciò sarebbe particolarmente positivo per i convertiti].+ Richard Gerow (Natchez–Jackson, U.S.A.)

[378] In re liturgica: mihi videtur quod in bonum fidelium redundaret usus [379] amplior linguae vernaculae in actibus liturgicis. Exempli gratia: In Sacrosancto Missae Sacrificio, si ea pars quae extra canonem est, in lingua populi a celebrante diceretur, fideles ipsi melius, et devotius, in unione cum sacerdote, participes fieri potuerint caeremoniarum Missae. Et quoad breviarium a sacerdotibus quotidie legendum hoc, saltem in maiore parte, in lingua nativa legi poterit. Eadem dicenda de administratione Sacramentorum et Sacramentalium. Sacramenta sunt propter homines. Instituta fuerunt principaliter ut effectum haberent ex opere operato, sed etiam debent effectum secundarium producere ex opere operantis – et hic effectus melius haberetur si bene intelligerent fideles sensum verborum quae dicuntur.
[In materia liturgica, ritengo che un uso più ampio della lingua vernacolare nelle azioni liturgiche vada a giovamento dei fedeli. Ad esempio, nel Santissimo Sacrificio della Messa, se le parti al di fuori del Canone fossero recitate dal celebrante nel linguaggio del popolo i fedeli potrebbero meglio e più devotamente partecipare alle cerimonie in unione col sacerdote. Quanto al breviario letto quotidianamente da quest’ultimo, almeno la maggior parte potrebbe essere letto nella lingua madre. Lo stesso si dovrebbe dire per l’amministrazione degli altri sacramenti e dei sacramentali, poiché i sacramenti sono per il bene degli uomini. Essi furono istituiti principalmente di modo che esplicassero i loro effetti ex opere operato, ma devono anche produrre un effetto secondario ex opere operantis, e tale effetto si otterrà meglio se i fedeli comprenderanno pienamente il senso delle parole pronunciate].
ADA II.7
+ Emilio Antonio di Pasquo (San Luis, Argentina)

[79] In Sancto Sacrificio usus linguae vernaculae in partibus non essentialibus: Orationibus praeliminaribus, Introito, Lectionibus, Evangeliis. Canon totus lingua latina recitetur.
[Nel Santo Sacrificio, l’uso della lingua vernacolare va riservato alle parti non essenziali: le preghiere preliminari, l’Introito, le Epistole, i Vangeli. L’intero Canone andrebbe recitato in latino].+ José Maria Pires (Araçuaí, Brazil)

[132] Eadem ratione convenire videtur usus vernaculi in Sacrificio Missae excepta ea parte canonis a verbis Te igitur usque ad doxologiam.
[Per la stessa ragione l’uso della lingua vernacolare nel Sacrificio della Messa appare appropriato, tranne che per il Canone dalle parole Te igitur fino alla dossologia].Provincia ecclesiastica di Ribeirão Preto (Brasile)
[Che comprende i seguenti: ++ Luis do Amaral Mousinho (Ribeirão Preto), + Lafayette Libânio (São José do Rio Preto), + José Varani (coadiutore di Jaboticabal), e +José Joaquim Gonçalves (ausiliare di Rio Preto).]
[241] Linguam servare latinam in partibus tantum essentialibus seu fundamentalibus tum Missae tum Sacramentorum et Sacramentalium, ut sunt, v.g., Canon Missae et Formae sacramentales; in aliis autem, lingua uti vernacula, ut populus christianus facilius, melius ac maiore delectamine veram participationem habeat in actibus liturgicis.
[Mantenere il latino solo nelle parti essenziali e fondamentali della Messa come anche negli altri sacramenti e sacramentali, cioè il Canone e le formule dei sacramenti; in altri momenti, tuttavia, usare la lingua vernacolare, così che i fedeli possano svolgere un’attiva partecipazione alle azioni liturgiche più facilmente e con maggior entusiasmo].+ Raúl Zambrano Camader (ausiliare di Popayán, Colombia)

[461] Uti lingua vernacula in introductione Missae, in Offertorio, in actione gratiarum, licet in canone linguam latinam retineamus…
[Usare la lingua vernacolare nell’introduzione della Messa, l’Offertorio, il ringraziamento, ma lasciare il latino nel Canone… ]+ Críspulo Benítez Fontúrvel (Barquisimeto, Venezuela)

[553] Quod ad Sanctum Sacrificium Missae attinet, necesse est lingua vernacula Missam celebrare, excepto Canone, quem lingua latina reddere decet.
[Per quanto concerne il Santo Sacrificio della Messa, è necessario celebrare la Messa in lingua vernacolare, eccetto il Canone, che è appropriato recitare in latino].+ Launcelot John Goody (Bunbury, Australia)

[586] Quod usus linguae vulgaris in administratione omnium Sacramentorum permittatur, Pontificali ritu non excluso. Item, usus linguae vulgaris in Missa tam solemni quam quotidiana introduci posset, eo tamen sensu ut Canon Missae nonnisi lingua latina exclusive recitandum esset.
[Che si possa consentire l’uso della lingua comune nell’amministrazione di tutti i sacramenti, senza escludere il rito pontificale. Ancora, l’uso della lingua vernacolare può essere introdotto sia nella Messa solenne che in quella quotidiana, ma con l’avvertenza che il Canone sia recitato esclusivamente in latino].


Questo per quanto riguarda i vota preconciliari.
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Alcuni interventi al Concilio


Durante lo stesso Concilio, numerosi vescovi favorevoli a introdurre nella Messa almeno alcune parti in lingua vernacolare ne esclusero esplicitamente l’uso nel Canone, come risulta dai loro interventi orali o scritti:+Borromeo (AS I.1, p. 490)
++Jaeger (AS I.1, pp. 630-631)
+Jannucci (AS I.1, pp. 631-632)
+Devoto (AS I.2, pp. 71-73)
+Tou (AS I.2, pp. 90-91)
+Lebrun Moratinos (AS I.2, p. 245)
+Valerii (AS I.2, pp. 277-278)

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Documenti d’archivio inglesi


Presso l’archivio diocesano di Westminster, in cui Matthew Hazell ha scovato una copia firmata dell’ “indulto di Agatha Christie” (mi spiace, zio Arthur, esiste davvero, anche se a Roma non l’hai trovato!), vi è una copiosa corrispondenza inviata al cardinale Heenan da cattolici scontenti di tutta l’Inghilterra, che si lamentavano aspramente del fatto che i sacerdoti dessero le spalle all’altare, dell’uso della lingua vernacolare, della musica e così via.
Come si può arguire dalle lettere qui riprodotte (del 1963, 1964, 1966 e 1968), l’Arcivescovo di Westminster rassicurò i fedeli che solo parte della Messa sarebbe stata in vernacolare, e poi, quando ciò non avvenne, almeno che la Messa in latino non sarebbe stata completamente abbandonata e sarebbe stata disponibile in ogni diocesi!
È difficile immaginare come dev’essere stato terribile a quei tempi essere un vescovo che amava la liturgia latina. Appare evidente come l’ultramontanismo di Heenan faccia vacillare le sue affermazioni.
















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In conclusione, vale la pena notare che l’arcivescovo (poi cardinale) Dino Staffa [vedi anche], in uno dei suoi interventi conciliari, colse in anticipo il genere di argomentazioni che riformatori come Bugnini (cfr. Riforma, p. 112) avrebbero in seguito apportato a proposito del Canone in lingua vernacolare:
Si vere lingua vulgaris est necessaria ad alendam pietatem fidelium, qui secus ecclesias deserunt, si linguae vulgaris usus omnino requiritur ad actuosam et fructuosam participationem sacrae Liturgiae, concludendum est, non tantum in lectionibus et aliis partibus, sed et in Canone et Consecratione linguam vulgarem esse adhibendam. (AS I.1, p. 428) [Se una genuina lingua vernacolare è necessaria ad alimentare la pietà dei fedeli, che altrimenti abbandonerebbero le chiese – se l’uso di questa lingua vernacolare è assolutamente richiesto per un’attiva e fruttuosa partecipazione alla sacra liturgia – allora finirà che la lingua vernacolare sarà usata non solo nelle letture e nelle altre parti, ma anche nel Canone e nella Consacrazione].
Quali sono le mie conclusioni a partire da questa raccolta preliminare di informazioni?
L’autentica versione dei fatti attende di essere scritta, ma ciò non rientra nelle facoltà dei signori della guerra progressisti di questi tempi.

 
[Traduzione per Chiesa e post-concilio e cura di Daniela Middioni]




Nicaragua, il governo vieta le processioni. E i cattolici vanno a messa a centinaia



16 Agosto 2022 

di Giuliano Guzzo 

La messa agli arresti domiciliari, giorni fa, del vescovo delle diocesi di Matagalpa ed Estelí, monsignor Rolando Álvarez – effettuata su indicazione di Rosario Murillo, da 5 anni la vicepresidente nonché moglie del dittatore del Nicaragua, Daniel Ortega – è stata solo l’inizio. Nel Paese dell’America centrale è infatti in corso una escalation anticattolica e antireligiosa che si fa sempre più violenta, ma che non ha avuto certo avuto inizio in queste ore.

Come infatti ricordato dal Washington Post, già all’inizio di questo mese in Nicaragua sono state chiuse sette stazioni radiofoniche appartenenti alla Chiesa cattolica; e tutto lascia intendere – a maggior ragione dopo che la conferenza episcopale nicaraguense ha rotto il silenzio a seguito dell’arresto Álvarez («se uno di noi soffre, tutti soffriamo con lui») – che le tensioni non potranno che inasprirsi, a danno della libertà religiosa.

Eppure i cattolici e i pastori, nonostante quello che rischiano, non sembrano affatto intenzionati ad abbassare la testa. Se n’è avuta conferma sabato scorso, con centinaia di nicaraguensi che hanno partecipato a una messa sotto la massiccia presenza della polizia dopo che il governo aveva proibito una processione religiosa a Managua, la capitale, dedicata a Nostra Signora di Fatima. Tale divieto è stato disposto ufficialmente per motivi di «sicurezza interna», ma il sapore repressivo della decisione è palese.

Tanto più che l’ordine è stato emanato dopo che venerdì monsignor Juan Antonio Cruz, osservatore permanente del Vaticano presso l’Organizzazione degli Stati americani, aveva espresso – rompendo giorni di silenzio costati critiche alla Santa Sede, da parte di più di un intellettuale latinoamericano – preoccupazione per la situazione del Nicaragua, esortando tutte le voci istituzionali a lavorare per «cercare vie di comprensione». Il divieto della processione disposto a livello governativo è una chiara risposta a tali parole.

Ciò nonostante, come si diceva, i leader della Chiesa hanno invitato i fedeli a partecipare alla messa. E questi si sono riversati a centinaia, pacificamente, in cattedrale. Secondo quanto ricostruito da Al Jazeera, il cardinale e arcivescovo cattolico nicaraguense Leopoldo José Brenes Solórzano ha detto che i fedeli si sono riuniti «con molta gioia, ma anche con molta tristezza» per «la situazione delle nostre parrocchie». Non c’è da dubitarne. Esattamente come non c’è da dubitare del fatto, già sperimentato altre volte sotto i totalitarismi del ‘900, che la Chiesa è anche, se non soprattutto, un simbolo di libertà.





martedì 16 agosto 2022

Ecco dove la Chiesa fiorisce. E perché




16 AGO 22

Testimonianza

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by Aldo Maria Valli

di Miria Ciucci

Ormai da diversi anni ci definiamo cattolici erranti, come pecore senza pastore in cerca di scampoli di Chiesa viva e vera. E dobbiamo essere grati al Signore che, in questa landa spesso desolata, non ci ha lasciati mai troppo tempo senza incontrare qualche luce e qualche piccola oasi che rinfranchi il cuore. Occorre tener desto il desiderio e investire tempo e spesso macinare parecchi chilometri. E così quattro anni fa, si direbbe quasi per caso, ma piuttosto direi per una di quelle che una nostra amica monaca chiama “Dio-incidenze”, siamo approdati a un corso di esercizi spirituali guidati da un sacerdote mai sentito nominare. Ma il tema degli esercizi, “I Novissimi”, ormai completamente sparito da omelie, catechesi e meditazioni, faceva sperare di poter trovare un pastore ancora degno di tale nome. Nello spazio di condivisione finale mio marito disse: “Faccio volentieri trecento chilometri per incontrare un prete normale”. Già, un prete normale, ed è lui stesso a dire, a chi lo definisce speciale, che non fa altro che proporre quello che la Chiesa ha sempre indicato, ma che purtroppo non propone più, se non in qualche oasi sperduta, come appunto Staggia Senese. Mai sentita nominare prima di questa circostanza questa località che non è neanche un comune, ma una frazione di poco più di duemila abitanti. Ma questo è il metodo del Signore, che sceglie sempre ciò che non è degno di nota, anche in luoghi come Betlemme e Nazaret, per manifestare la Sua gloria.

E cosa è mai accaduto in questo luogo? È arrivato un sacerdote che, iniziando col riunire un gruppo di quattro giovani, si ritrova oggi a guidare una comunità viva dove sono presenti anche giovani famiglie che non hanno paura di mettere al mondo dei figli e, udite udite, nascono anche vocazioni alla vita consacrata. Il segreto di tutto questo non sembra essere qualche sbalorditiva trovata pastorale, ma sano nutrimento con la Parola di Dio ed il Catechismo della Chiesa cattolica, con conferenze per conoscere le nostri radici cristiane e mettere in guardia dalle derive che oggi infestano la nostra realtà, con una scuola parentale per proteggere i più piccoli dall’azione di indottrinamento che ormai è lo scopo principale della scuola di Stato. Aria da respirare a pieni polmoni, per cui da tutta Italia molti partecipano agli esercizi spirituali proposti e accompagnano i loro figli al campo-scuola estivo.

Finalmente quest’anno siamo riusciti anche noi a far partecipare nostra figlia al campo-scuola guidato da don Stefano, anche forzando un po’ la mano perché a tredici anni ormai le proposte dei genitori si accolgono con reticenza, per non parlare della fede che si cerca di trasmettere e che a quell’età viene messa in discussione. Ormai da tempo la nostra piccola, che a cinque-sei anni, con entusiasmo, partecipava al rosario in parrocchia, guidando anche la recita di una posta, andava a messa malvolentieri e rifiutava la proposta di approfondire il catechismo con me per supplire a quello piuttosto banale proposto dalla parrocchia, incentrato sui temi più disparati come amicizia, adolescenza, solidarietà e molto poco su Gesù Cristo e la Sua Chiesa, e ci giudicava strani, quando non pazzi e comunque sempre esagerati. L’abbiamo accompagnata in questo luogo meraviglioso in mezzo al bosco, lasciandola, imbronciata e diffidente, tra una quarantina di ragazzini e ragazzine che non conosceva, con la promessa che se non le fosse piaciuto non ci sarebbe tornata più. In una chiesa di un paesino poco distante ho acceso una candela davanti alla statua della Madonna affidando a Lei questa esperienza. Da una parte eravamo certi che il suo cuore potesse essere raggiunto, ma dall’altra la sua resistenza sembrava così forte da non lasciare spazio a troppe certezze sull’esito.

L’esito, devo dire, è stato migliore di ogni più rosea aspettativa. D’altronde come in tutte le cose che fa il Signore. Se all’andata non vedeva l’ora di venir via, quando è arrivato il momento di ripartire non è stato facile convincerla a salutare e andare. Come non ricordare le parole del salmo 125? “Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni”. Se le opere si giudicano dai frutti, come giustamente ci indica Gesù, questa è inequivocabilmente opera Sua. Don Stefano è uno strumento, come tutti gli animatori ed aiutanti che mettono a disposizione il loro tempo per supportarlo. L’impressione che ho avuto riprendendo mia figlia e sentendola raccontare questa esperienza è quella di uno sconvolgimento, un mutamento soprattutto di giudizio, dato dall’incontro con qualcosa di nuovo e affascinante che non aveva messo in conto. Il sentimento più evidente che ha manifestato è la meraviglia. “Mamma, tutta un’altra cosa”. Che cosa? “Praticamente tutto”. “Don Stefano è un sacerdote che crede veramente”: evidentemente quelli incontrati sulla sua strada finora non le avevano trasmesso questa certezza della fede. “Quanto è bello stare tra cristiani”: evidentemente non aveva fatto mai esperienza di comunità cristiana. E a noi genitori, prima scartati come pazzi, si è aperta la possibilità di una revisione del giudizio, perché forse l’esperienza che più l’ha toccata è stata quella di sentirsi a casa, di non sentirsi strana.

La nostra società ormai è talmente scristianizzata che chi prova a proporre davvero la fede si sente un extraterrestre. Normale, visto che Gesù stesso ci ha detto “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,18-19). Il problema è che questo accade anche dentro le realtà ecclesiali, spesso pervase e corrotte dal pensiero del mondo, in nome dell’inclusione e della misericordia che si traduce nel non distinguere più il bene dal male per non offendere la sensibilità di qualcuno. È la Chiesa liquida, figlia della società liquida dalla quale non vuole sentirsi odiata. Questo processo però mi fa ricordare un passo della Scrittura: “Come pecore sono avviate agli Inferi, sarà loro pastore la morte” (Salmo 49). Se non si distingue il bene dal male, l’uomo, naturalmente inclinato al male, si farà trascinare inevitabilmente verso il basso.

Il campo-scuola, una full immersion di soli cinque giorni, ma evidentemente intensi, ha aiutato nostra figlia a maturare un giudizio sulla sostanza delle cose, o meglio, a distinguere ciò che ha sostanza da ciò che non ne ha, ciò che ha sapore da ciò che non ne ha. Inaspettatamente al ritorno è stata disponibile a riprendere l’approfondimento del catechismo, non come un peso, come gli appariva le poche volte che ero riuscita a proporglielo, ma con interesse e partecipazione. E non è stata l’esperienza giocosa che molti possono immaginare ad entusiasmarla. Ci ha raccontato la giornata: due ore di gruppo studio la mattina e due ore il pomeriggio. Ragazzini dagli undici ai tredici anni. Se quanto proposto non fosse stato ricco di sostanza sarebbero fuggiti a gambe levate. E poi mi ha colpito un’altra cosa del suo racconto: “Nel tempo libero Don Stefano era spesso presente e potevamo fargli delle domande o parlare”, per cui anche il tempo libero che poteva essere dedicato al gioco veniva magari impiegato ad approfondire qualcosa. E, meraviglia delle meraviglie, il momento più bello? Quello del silenzio. Mezz’ora di silenzio per la riflessione personale ogni giorno. Ce li vedete i ragazzini undici-tredici anni? No, perché nessuno li prende sul serio e nessuno gli propone qualcosa di interessante. È il segno della vittoria sul mondo della nostra fede.

Allora io ho un suggerimento per le alte cariche della Chiesa: smettete di inventare strategie pastorali (ho visto addirittura che sono proposti dei master di pastorale!) e di rincorrere il mondo per allargare le fila dei fedeli che puntualmente invece si riducono. Dice sempre mio marito che qualunque azienda con un minimo di spirito di sopravvivenza di fronte agli evidenti risultati fallimentari di questo metodo avrebbe cambiato strategia. Guardate dove crescono i frutti e proponete Gesù, la Sua Parola e la dottrina di sempre della Sua Chiesa e la vedrete fiorire come a Staggia, dove non è stato seminato altro che questo, e da tutta Italia ce ne andiamo a nutrire. E dove fiorisce la Chiesa si incontra Gesù e il nostro cuore e quello di ogni uomo della terra, che ricerca Lui, in Lui trova pace.








lunedì 15 agosto 2022

15 agosto Assunzione della Beata Vergine in cielo






lunedì 15 agosto 2022

Una pagina particolarmente ricca di una nutrita lectio sapienziale, insieme a tradizioni e dati storici oggi non più a portata di mano.


15 agosto - Assunzione della Beata Vergine in cielo


L'Assunzione della Madonna è una delle solennità liturgiche più ricche di gioia. Gaudent Angeli! Gaudete, quia cum Christo regnat! (Si rallegrano gli Angeli! Rallegratevi anche voi, perché regna con Cristo!).
La Chiesa del cielo e quella della terra si uniscono alla felicità infinita di Dio, che incorona sua Madre e cantano con amore la gioia verginale di Colei, che si introduce per tutta l'eternità nella gioia del suo Figlio e Angeli e Santi si affrettano ad acclamarla Regina, mentre la terra gioisce, per aver dato al Cielo la sua gemma più bella.

Introitus
Signum magnum apparuit in caelo: mulier amicta sole, et luna sub pèdibus eius, et in càpite eius corona stellàrum duòdecim.
Cantàte Dòmino cànticum novum: quia mirabìlia fecit. Introito
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle.
Cantate al Signore un canto nuovo: perché ha compiuto meraviglie.


Glorificazione dell'anima di Maria.

Questo è il giorno natalizio di Maria, quello in cui si celebrano ad un tempo il trionfo della sua anima e quello del suo corpo. Consideriamo prima la glorificazione dello spirito, meno notata, perché comune a tutti i Santi. Il raggiungimento della visione beatifica da parte dell'anima di Maria è cosa di tanto splendore e di tanta ricchezza che riverbera una luce inimitabile sulle nostre più alte speranze. Non ci è possibile immaginare la bellezza di questa suprema rivelazione in cui lo sguardo già così puro e penetrante, della creatura più perfetta, si aprì repentinamente davanti ad un abisso di infinita Bontà, ma, con l'aiuto della grazia divina, tentiamo di levare i nostri pensieri verso la cima, sulla quale si compie questa meraviglia che i nostri occhi non distinguono ancora.
Veramente si tratta di una cima: è il punto di arrivo di un'ascensione continua e perseverante, perché, piena di grazia nel momento della Concezione, l'Immacolata continuò quaggiù a crescere davanti a Dio.
L'Annunciazione, il Natale, il Calvario, la Pentecoste hanno segnato le tappe di questo progresso meraviglioso e ad ogni tappa l'amore verginale e materno si è accresciuto e arricchito, tendendo ad un'altezza che nessuna creatura potrà mai raggiungere. La luce di gloria che investe d'improvviso l'anima di Maria e le rivela le grandezze del Figlio in tutta la loro magnificenza e la sua dignità materna, supera di molto la gloria di tutti gli Angeli e di tutti i Santi, perché, dopo la santa Umanità di Cristo, stabilita alla destra del padre nel santuario della Divinità, nulla possiede il mondo più perfetto di quest'anima materna irradiante purezza, bellezza, tenerezza e gioia: Beata Mater!
Lascerà ancora questo raggiungimento trionfale della felicità suprema qualche possibilità di sviluppo all'anima di Maria? Per sé no, perché ormai tutto in lei è perfetto e nell'eternità non si cresce nella perfezione. Aperta in modo totale sugli splendori del Verbo, suo Figlio, l'anima di Maria soddisfa ormai perfettamente tutte le esigenze della sua vocazione sublime. È lo stato d'anima di una perfetta Madre di Dio.
Ma Maria ebbe un figlio solo, Gesù. Madre di Dio Salvatore, è madre altresì di tutti coloro, che attingeranno alla sorgente della Salvezza, e la sua Maternità di grazia si estenderà fino alla fine del mondo. Nella luce beatifica, l'anima di Maria vede tutti i suoi figli e tutti i disegni di Dio su ciascuno di essi e, con un fiat di amore, consente e partecipa all'universale Provvidenza, in cui Dio la chiama ad avere un posto di intercessione, che non conosce limiti. Maria si unisce così al Sacerdote Sommo, che intercede per noi incessantemente la misericordia del Padre e la sua preghiera ottiene per la Chiesa, della quale è il tipo ideale, una Assunzione permanente fino a quando la pienezza del Corpo mistico sarà raggiunta in modo definitivo. L'anima di Maria, nell'attesa di questa apoteosi, meglio di qualsiasi altro santo, "impegna il suo Paradiso a fare del bene sulla terra". Sia allora libero lo slancio della nostra gioia, uniamo alla confidenza la gratitudine, lodiamo degnamente la nostra Avvocata, la Mediatrice, la Madre, che prende il suo posto di Regina, presso il trono dell'Agnello.
Fede della Chiesa nell'Assunzione di Maria.

L'origine di questa fede non ha una data precisa, ma da molti secoli la Chiesa afferma che il corpo di Maria è in Cielo unito all'anima sua gloriosa e questo privilegio del corpo di Maria è l'elemento distintivo del mistero dell'Assunzione. Il Sommo Pontefice Pio XII, il primo novembre del 1950, compiendo il voto unanime di vescovi e fedeli, proclamò solennemente come "dogma rivelato che Maria, l'Immacolata Madre di Dio, sempre Vergine, al termine della sua vita terrena, fu elevata, anima e corpo, alla gloria del cielo" (Bolla dogmatica Munificentissimus Deus).
La definizione non dice se Maria passò, vivente, dalla terra al Cielo, o se, come il Figlio, subì la morte e risuscitò, prima di entrare nella gloria. Il privilegio insigne dell'Immacolato Concepimento, la Verginità e la Santità perfetta potevano certo rendere Maria immortale, ma la Madre del Salvatore, che imitò sempre fedelmente il Figlio, volle senza dubbio seguirlo fino al sepolcro, perché doveva, come lui, e come tutti noi nell'ultimo giorno, trionfare pienamente con una risurrezione gloriosa, sul peccato e sulla morte.
Leggende.

Leggende apocrife, diffuse verso la fine del IV secolo, hanno volgarizzato narrazioni spettacolari, meravigliose e spesso incoerenti, sulla morte di Maria e sul trasporto del suo Corpo in Paradiso. Gli Apostoli, riuniti prodigiosamente presso la Madre del Salvatore, avrebbero assistito alla sua morte e ai suoi funerali. San Tommaso, giunto troppo tardi, avrebbe voluto la riapertura della tomba, il che permise di costatare che il Corpo verginale era stato portato in luogo noto a Dio soltanto. La nostra fede e la nostra certezza teologica non devono accettare questi documenti senza valore, nati forse fra comunità eretiche. Predicazione e insegnamento pastorale devono fare a meno di seguire queste maldestre imitazioni del racconto evangelico della Risurrezione del Signore. Queste leggende non hanno dato origine alla fede della Chiesa nella Assunzione, ma hanno anzi ritardata di parecchi secoli la perfetta unanimità di essa. Il pensiero cristiano dovette prima sbarazzarsi della dannosa loro influenza, per poter giungere a discernere bene i motivi veri, che portano a considerare l'Assunzione corporea di Maria una verità di fede.
La fede unanime.

Quale motivo permise dunque al Sommo Pontefice di definire dogma di fede l'Assunzione? Lo dichiara la Bolla pontificia con precisione: il consenso unanime dei Vescovi e delle Chiese oggi in comunione con la Sede Apostolica. Questa convinzione universale dei Pastori e dei fedeli non sarebbe mai stata possibile, se l'oggetto di essa non fosse in qualche modo contenuto nella Rivelazione.
Prove scritturali.

Dove troviamo la verità dell'Assunzione nella rivelazione cristiana? Nei documenti della Chiesa primitiva non abbiamo traccia di una tradizione orale di origine apostolica. Forse appena vi allude l'Apocalisse indirettamente, quando descrive la Chiesa in questi termini: "Apparve in Cielo un segno grande: una donna vestita di sole, la luna ai suoi piedi e sulla sua testa una corona di dodici stelle" (Ap 12,1). Tipo e modello perfetto della Chiesa è Maria, la Madre di Dio e può essere che qui san Giovanni abbia fatto una indiretta allusione alla presenza di Maria in Cielo.
È invece certo che i Libri sacri attribuiscono a Maria titoli e funzioni provvidenziali, che nel loro insieme esigono, come normale coronamento, il privilegio dell'Assunzione corporale. Dando un senso mariano al Versetto del Genesi, noto con il nome di Protoevangelo: "Stabilirò inimicizia fra te e la donna, fra la sua generazione e la tua, essa ti schiaccerà il capo", la tradizione cristiana espressa autenticamente nella Bolla dogmatica Ineffabilis, vide in questa sentenza divina l'annuncio di un trionfo perfetto di Cristo e della sua Madre sul peccato e tutte le conseguenze di esso. Pio IX si era appoggiato a questo testo, per definire l'Immacolata Concezione e non è impossibile vedere in questo testo anche una rivelazione implicita di un trionfo perfetto sulla morte.
Checché si pensi di questo testo misterioso, il Vangelo associa sempre Maria agli atti essenziali della Redenzione e specialmente al sacrificio della Croce e come si potrebbe credere che non sia più corporalmente unita al Figlio nell'esercizio del suo attuale sacerdozio celeste? Il Vangelo dichiara inoltre Maria piena di grazia, benedetta fra tutte le donne e soprattutto Madre del Signore e tanti titoli costituiscono, come vedremo, una rivelazione implicita della glorificazione immediata della sua anima e del suo corpo.
La mancanza di reliquie.

Tuttavia riconosciamo che i primi secoli cristiani non conobbero in modo positivo e preciso l'Assunzione di Maria. Dobbiamo tener presente un fatto importante: in nessun luogo fu mai rivendicato il Corpo della Santa Vergine, né mai furono cercati i resti e, in epoca in cui le reliquie dei santi erano molto onorate, ciò diventa un indice importante. Sembrerebbe che fin da quei tempi lontani si pensasse che il Corpo di Maria non poteva essere sulla terra. Sant'Epifanio, morto nel 377, dopo aver vissuto molto tempo in Palestina, confessa la sua ignoranza riguardo alla morte e al sepolcro di Maria, ma neppure una riga del suo scritto insinua che i resti mortali della Vergine sarebbero conservati quaggiù. Egli mette solo in dubbio i racconti fantasiosi che cominciano a diffondersi e si chiede se Maria è morta e se è morta martire e risponde che a queste domande non si può dare una risposta e, senza affermare l'Assunzione, pare tuttavia non ne faccia oggetto delle sue prudenti riserve.
Il pensiero cristiano, all'inizio del secolo V, l'epoca del concilio di Efeso, particolarmente interessato alla dottrina mariana, affronta il problema della sorte riservata al Corpo di Maria e afferma che i racconti apocrifi interpretano in modo sconveniente e ridicolo una verità, che si impone da sé alle anime illuminate dalla fede: il Corpo di Maria non si è corrotto nella tomba: Dio lo ha miracolosamente portato in Paradiso.
Origine della Festa dell'Assunzione.

Le sole liturgie siriaca ed egiziana, attingono in quell'epoca ai racconti leggendari per le loro descrizioni della dormitio di Maria. Gerusalemme ha dal 450 la sua festa annuale della Madre di Dio fissata al 15 agosto, ma per due secoli l'ufficio non accenna all'Assunzione. Agli inizi del secolo VII la festa della Dormitio è istituita a Bisanzio, con decreto dell'Imperatore Maurizio, e presto, forse sotto l'influenza degli apocrifi, ma soprattutto per il senso profondo, che la Chiesa possiede delle verità della fede, oggetto principale della festa diventa l'ingresso del Corpo di Maria nella gloria. La festa dell'Assunzione è introdotta a Roma verso l'anno 650 e nella stessa epoca, forse anche alquanto prima, come in Gallia per la dipendenza di san Gregorio di Tours dagli apocrifi, l'Assunzione diviene oggetto di una commemorazione solenne fatta prima il 18 gennaio e più tardi il 15 agosto.
La festa a Roma.

Per la dottrina affermata, la celebrazione della festa dell'Assunzione costituiva per la Chiesa Romana un fatto di importanza capitale e, cosa ancor più degna di nota, Roma accettava la fede nell'Assunzione, senza aderire alle leggende. La sua liturgia ha una sola allusione all'Assunzione, ma è di una precisione mirabile e porta tutto il problema al suo vero centro. È la celebre orazione Veneranda nobis, che si recitava quando partiva la processione, che precedeva la Messa. "Signore, dobbiamo venerare la festa di questo giorno nel quale la Santa Madre di Dio fu sottomessa alla morte temporale. Ella tuttavia non poté essere trattenuta dai legami della morte, avendo generato nella sua propria sostanza il vostro Figlio incarnato, nostro Signore".
Non si poteva essere insieme più sobrii, più completi e più precisi. La fede nella morte, nella risurrezione e nell'Assunzione di Maria è affermata nettamente ed è messo in evidenza il motivo fondamentale di questa fede: la Maternità divina o, meglio, il fatto che la carne di Cristo, Verbo Incarnato, è stata presa da Maria. Questo gioiello della liturgia mariana data per lo meno dal secolo VIII, cioè dal tempo in cui, in Oriente, sant'Andrea, vescovo di Creta dal 711 al 720, predicando un triduo sulla Dormitio della Madonna, esponeva il dogma dell'Assunzione su basi puramente dottrinali e indipendenti da tradizioni apocrife.
San Germano di Costantinopoli e san Giovanni Damasceno, sebbene meno prudenti e riservati, riallacciano essi pure l'Assunzione alle sue sorgenti autentiche ed è necessario citare qualche passo delle loro ammirabili omelie.
Discorso di san Germano.

"Come avresti potuto essere concepita e poi svanire in polvere, esclama san Germano, Tu che, per la carne che desti al Figlio di Dio liberasti il genere umano dalla corruzione della morte? ...
Era mai possibile che il vaso del tuo Corpo, che fu pieno di Dio, se ne andasse in polvere, come qualsiasi carne? Colui, che si è annientato in te, è Dio fin dal principio e perciò vita, che precedette i secoli, ed era necessario che la Madre della Vita abitasse insieme con la Vita e cioè che si addormentasse per un istante nella morte, per assomigliare a Lui e che poi il passaggio di questa Madre della Vita fosse come un risveglio.
Un figlio prediletto desidera la presenza della madre e la madre, a sua volta, aspira a vivere col figlio. Era giusto perciò che salissi al Figlio tu che ardevi nel cuore di amore per Dio, frutto del tuo seno; era giusto ancora che Dio, nell'affetto filiale che portava alla Madre sua, la chiamasse presso di sé a vivere nella sua intimità" (Primo discorso sulla Dormitio PG 98; col. 345, 348).
In un secondo discorso ritorna sullo stesso argomento in termini ancora più precisi: "Tu avevi da te stessa la tua lode, perché tu sei la Madre di Dio ... Per questo bisognava che il tuo Corpo, un corpo che aveva portato Dio, non fosse abbandonato in preda alla corruzione e alla morte" (Secondo Discorso, col. 357).
D'ora in poi queste considerazioni nutriranno tutti i discorsi sulla Dormitio e sull'Assunzione della Madonna. Il padre Terrien scrive: "I discorsi di san Giovanni Damasceno sulla preziosa morte e Assunzione di Maria sono un inno perpetuo, che egli canta in onore della Vergine benedetta, e in esso richiama tutti i privilegi, tutte le grazie, tutti i tesori, dei quali fu prodigiosamente arricchita dal cielo, e tutti li riallaccia alla Maternità divina come raggi al loro centro" (Mère de Dieu, t. ii, p. 371-372).
L'oriente è ormai conquistato alla fede tradizionale nell'Assunzione di Maria e il suo pensiero non subirà più sbandamenti.


La fede in Occidente.
In occidente appaiono difficoltà. Il popolo cristiano, docile agli insegnamenti della liturgia, aderisce, nel suo complesso, senza riserve alla dottrina dell'Assunzione, ma i teologi, per lo meno nella Gallia, restano esitanti e temono gli apocrifi. Essi non negano l'Assunzione, ma non vogliono impegnarvi la fede della Chiesa e ai tempi di Carlomagno (verso l'anno 800) un concilio capitolare di Aix-la-Chapelle omette l'Assunzione nell'elenco delle feste della Madonna, riservandosi di esaminare, se possa essere conservata e sarà data una risposta affermativa solo nel 813, al concilio di Magonza.
La crisi aumenta nel secolo IX. La notizia sull'Assunzione, che abbiamo nel Martirologio di Adone, lascia di proposito nel dubbio la questione dell'Assunzione corporale e rigetta i dati frivoli ed apocrifi, che sono stati diffusi in argomento. Nella stessa epoca l'abate di Gorbia, Pascasio Radberto rivolge a dei religiosi un lungo sermone Cogitis me, nel quale ha l'abilità di farsi credere san Gerolamo e, mentre con parole commoventi celebra la morte della Madonna [1], comincia mettendo in guardia sul racconto del Passaggio di Maria dalla terra al cielo. A suo modo di pensare, non si sa nulla sulla sorte riservata al Corpo di Maria. È una reazione certo esagerata, ma dal fondo sano, alla troppo facile credulità verso gli apocrifi, allora in voga nella Gallia (la liturgia gallicana aveva preso molto da tali scritti). Il lato più curioso di questo episodio è che il sermone Cogitis me, sotto il nome di san Gerolamo, passò presto nelle lezioni del Breviario lungo l'ottava dell'Assunzione e ci volle la riforma di san Pio V, per eliminare dal Breviario un testo, che si allontanava dalla dottrina comune della Chiesa in un punto molto importante.
Nei due secoli che seguirono l'apparizione del Cogitis me, gli spiriti furono esitanti e san Bernardo, ad esempio, non afferma mai espressamente l'Assunzione corporale di Maria, sebbene non vi sia indizio che l'insieme del clero e del fedeli abbia condiviso gli scrupoli degli eruditi. La liturgia romana, in uso in tutto l'occidente, celebrava l'Assunzione di Maria, e, per il popolo cristiano, si trattava di Assunzione corporale, sicché la Colletta Veneranda affermava sempre chiaramente la fede comune, senza vincolarla ai documenti apocrifi.


Lo pseudo Agostino.
Sul finire del secolo X, o all'inizio dell' XI, ebbe un influsso decisivo sul pensiero teologico un nuovo libro sull'Assunzione, il cui autore è ancora ignoto, anche se fu molto presto attribuito a sant'Agostino. Non si trattava di riabilitare le leggende apocrife, ormai squalificate, ma di poggiare la verità dell'Assunzione di Maria su basi scritturali e dottrinali sicure e questo piccolo trattato sull'Assunzione è un capolavoro di chiarezza e di profondità. Procede con metodo scolastico, con ordine, senza digressioni e l'esposizione, in apparenza austera, è animata da sana e solida devozione mariana, tanto da rivelare la mano di un grande maestro e di un uomo di fede. È il miglior trattato sull'Assunzione che possieda la tradizione cristiana e bisogna citarne almeno le ultime righe.
"Nessuno nega che Cristo poté concedere a Maria questo privilegio (l'Assunzione corporale). Se Egli lo poté, lo volle, perché vuole tutto quello che è giusto e conveniente. Pare dunque che si possa, con ragione, concludere che Maria godette nel corpo, come nell'anima, una felicità inenarrabile nel Figlio e con il Figlio; che sfuggì alla corruzione della morte colei la cui integrità verginale fu consacrata, dando alla luce un Figlio così grande. Vive tutta intera colei dalla quale noi abbiamo la vita perfetta, è con Colui che portò nel suo seno, presso Colui che concepì, generò, nutrì della sua carne. Madre di Dio, nutrice di Dio, domestica di Dio, compagna inseparabile di Dio. Io non ho la presunzione di parlare di lei in modo diverso, perché non oso pensare in modo diverso" (Liber unus de Assumptione Virginis, PL 40, col. 1148).
Il trattato, riportando la questione dell'Assunzione corporale di Maria sul vero terreno dogmatico, esercitava un'influenza grandissima sui predicatori e sui teologi e, nel secolo d'oro della Teologia, il consenso era unanime: sant'Alberto Magno, san Bonaventura, san Tommaso d'Aquino parlano dell'Assunzione corporale di Maria come di verità accettata da tutta la Chiesa. La causa ormai è vinta.
Eruditi umanisti francesi sollevarono qualche dubbio nel secolo XVII, ma non si tratta della negazione del fatto dell'Assunzione, bensì della discussione delle sue basi storiche e, avvelenata da malignità, la battaglia termina presto, per mancanza di combattimenti.
L'Immacolata Concezione e l'Assunzione.

La dottrina dell'Assunzione tornò di attualità dopo la definizione del dogma dell'Immacolato Concepimento di Maria, nel 1854. I due privilegi si sostengono vicendevolmente e si basano su fondamenti comuni e non desta stupore il fatto che, quindici anni dopo, al Concilio Vaticano, un numero considerevole di vescovi indirizzi al Sommo Pontefice una supplica volta ad ottenere la definizione dogmatica dell'Assunzione corporea di Maria.
L'impulso magnifico dato agli studi mariani dal Sommo Pontefice Leone XIII, continuato da san Pio X, sviluppò e consolidò il pensiero cristiano, ma la Santa Sede restava in prudente attesa. San Pio X rispondeva, ad una domanda prematura, che la questione doveva essere ancora studiata lungamente.
L'opera di Pio XII.

Era serbato a Pio XII l'onore di coronare questa lenta penetrazione della verità dogmatica. Agli inizi del suo Pontificato, fissando la festa del Cuore Immacolato di Maria nel giorno ottavo dell'Assunzione, il Sommo Pontefice incoraggiava una devozione, che è condizionata all'attuale esistenza nella gloria del Corpo glorioso della Madonna. Il passo decisivo fu compiuto nel 1946, quando Pio XII inviò a tutti i vescovi del mondo cattolico un questionario sulla fede nell'Assunzione corporale di Maria e sulla opportunità di una definizione. Le risposte furono quasi tutte favorevoli e costituivano una testimonianza moralmente unanime della Chiesa universale in favore della verità dogmatica dell'Assunzione. Il 14 agosto 1950, il Sommo Pontefice annunciava che, per coronare l'anno giubilare, avrebbe solennemente proclamato il dogma mariano e fissava la cerimonia al primo novembre, nella festa di Ognissanti. Pensiero ammirabile, che associava la Chiesa trionfante alla gioia dei cattolici del mondo intero, accorsi in folla, per applaudire al trionfo di Maria.
L'ammirabile continuità nell'attaccamento della Chiesa alla dottrina dell'Assunzione è una delle testimonianze più belle della sua vita collettiva, e degno di nota è il fatto che tale attaccamento fu mantenuto, nelle ore più critiche, nell'affermazione discreta ma equilibrata della Liturgia Romana. Dopo il secolo VII, la Chiesa d'Occidente celebrò sempre l'Assunzione corporale di Maria e tale celebrazione fu lo strumento provvidenziale che fissò sempre maggiormente la luce divina nello spirito dei Pastori e dei fedeli. Cantando nell'allegrezza Assumpta est Maria in coelum il loro pensiero correva d'istinto alla gloria totale di Maria. Essi non si ponevano questioni critiche, né si chiedevano se il trionfo era dell'anima soltanto; essi vedevano levarsi nella gloria Maria, la Madre di Dio, Madre nel suo Corpo e Madre nella sua Anima.
Messa

In occasione della definizione del dogma, che rivestì di splendore particolare e nuovo la festa dell'Assunzione, l'antica Messa del 15 agosto lasciò il posto ad una nuova Messa resa obbligatoria dal 1951.
EPISTOLA (Gdt 13,22-25; 15,10). - Il Signore t'ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo di te ha annientati i nostri nemici. O figlia, tu sei benedetta dal Signore Dio altissimo a preferenza di tutte le altre donne della terra. Benedetto sia il Signore, creatore del cielo e della terra, che diresse la tua mano nel troncare la testa del principe dei nostri nemici. Oggi Dio esaltò il tuo nome da essere lodato per sempre dagli uomini, che si ricorderanno in eterno della potenza del Signore. Per essi tu non hai risparmiato la tua vita, e, viste le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, ne hai impedita la rovina davanti a Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, la letizia d'Israele, l'onore del nostro popolo.Le vittorie di Maria.

Abbiamo qui gli stessi versetti del libro di Giuditta, che leggiamo nella festa dei Dolori di Maria. La vocazione della Vergine Santa somiglia a quella del Signore: Era necessario che il Cristo soffrisse, per entrare nella gloria (Lc 24,26) ed era necessario, allo stesso modo, che una spada di dolore penetrasse l'anima di sua Madre, perché fosse associata al trionfo e alla gloria di Gesù.
Maria ci appare, oggi più che mai, Regina vivente e trionfante nel cielo e i nostri canti di gioia si uniscono alla lode di santa Elisabetta, per salutarla benedetta fra tutte le donne e possiamo e dobbiamo rivolgere le parole, che il Sommo Sacerdote Onia diceva a Giuditta, molto tempo prima della Incarnazione, a Colei che per il demonio è più temibile di tutta l'armata dei cristiani e che sul Calvario, unita al Figlio immolato, schiacciò il capo al serpente.
Da quel giorno le vittorie di Maria non sono cessate e, come non c'è grazia che a noi non giunga per Maria, così per Maria si conseguono tutte le vittorie della Chiesa, tutte le vittorie del cristiano su Satana. Non abbiamo dubbio alcuno che il trionfo offerto da S. S. Pio XII alla Regina del cielo e della terra sia il segno di una serie di vittorie per la Santa Chiesa, come lo fu, un secolo fa, la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione.
VANGELO (Lc 1,41-50). - In quel tempo: Elisabetta, ripiena di Spirito Santo, esclamò ad alta voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Come mai m'è concesso che venga a me la madre del mio Signore? Ecco, infatti, appena il suono del tuo saluto mi è giunto all'orecchio, il bambino ha esultato di gioia nel seno. E te beata che hai creduto, perché s'adempiranno le cose a te predette dal Signore. E Maria disse: L'anima mia glorifica il Signore; ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore; perché egli ha rivolto lo sguardo all'umiltà della sua serva; ecco, fin d'ora tutte le generazioni mi chiameranno beata: poiché grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, e santo è il suo nome. E la sua misericordia si stende in ogni età su quanti lo temono.La preghiera di Maria.

Sebbene sgorgati dalle labbra della Vergine nella casa della cugina Elisabetta, i versetti del Magnificat sono, nel loro senso profondo, l'espressione della preghiera abituale di Maria. Raccolte le parole nella Scrittura, se le era applicate, contemplando nel silenzio le meraviglie che Dio operava in Lei e per Lei.
Furono senza dubbio la preghiera di tutta la vita della Santa Vergine e la Chiesa, cantando il Magnificat ogni giorno, in tutte le solennità vi trova sempre un senso nuovo e più profondo. Maria lo ripeté a Nazaret, a Cana, dopo la Risurrezione, sul Monte degli Ulivi, quando Gesù salì al cielo e molti autori spirituali pensano che lo cantasse, nel suo cuore colmo di dolore, il Venerdì santo a sera, mentre discendeva dal Calvario.
Più ancora il Magnificat è la preghiera della Vergine Santa nel giorno in cui Dio colma la misura delle grazie e dei favori verso la Madre del suo Figlio, elevandola corporalmente al cielo e coronandola Regina dell'universo.


Magnificat.
La sua anima, giunta alla pienezza della perfezione e il suo spirito illuminato dalla visione beatifica glorificano il Signore e godono la salvezza data a lei, più che a tutte le altre creature.
Ricorda che era una piccola creatura, l'ancella del Signore, e che, per sua bontà, senza meriti da parte sua, Egli ha rivolto a lei i suoi occhi.
Ed ecco che tutti i secoli la proclameranno beata e bene lo sappiamo noi, che, interrogando la storia, vediamo le vestigia lasciate dal culto e dall'amore per la Vergine Immacolata; noi che, presenti realmente o presenti attraverso le onde sulla piazza di san Pietro in Roma il mattino della festa di Ognissanti del 1950, abbiamo cantato la Vergine salita al cielo con acclamazioni entusiastiche e interminabili.
Sì, Egli fece in Maria cose grandi, Colui che può tutto e queste cose grandi noi non sapremmo ricordarle tutte, ma in questa festa noi ne vediamo il coronamento nella Assunzione al cielo.
E questa felicità non è felicità di Maria soltanto, perché noi pure esultiamo, non solo perché sappiamo felice presso Dio la nostra Madre, ma perché crediamo che un giorno la raggiungeremo, essendo la misericordia divina per tutti coloro che temono il Signore, per coloro che lo servono con fedeltà.
Come è vile il mondo! I grandi, i potenti, coloro che si gonfiavano di orgoglio nella loro potenza, nella loro scienza, nelle loro ricchezze, sono cancellati dalla memoria dei popoli. Erano sazi, non avevano bisogno della salvezza portata dal Messia. La Vergine umilissima, ignorata da tutti, e con lei i discepoli di Gesù sono ora saziati dei beni veri e la loro potenza, la loro felicità sono eterne.
Tutto questo è opera della fedeltà e della tenerezza di Dio al quale sia onore e gloria nei secoli dei secoli.
Preghiamo

Vergine Maria, Madre del tuo Figliolo, concedici di essere sempre protesi verso le cose celesti, onde meritare di essere partecipi della sua gloria.
PREGHIERA DI S.S. PIO XII A MARIA SANTISSIMA ASSUNTA

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini!

1. Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella vostra assunzione trionfale in anima e corpo al cielo, ove siete acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi;
e noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore, che vi ha esaltata sopra tutte le altre pure creature, e per offrirvi l'anelito della nostra devozione e del nostro amore.
2. Noi sappiamo che il vostro sguardo, che maternamente accarezzava l'umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell'anima vostra nel contemplare faccia a faccia l'adorabile Trinità fa sussultare il vostro cuore di beatificante tenerezza;e noi, poveri peccatori, noi a cui il corpo appesantisce il volo dell'anima, vi supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo fin da quaggiù a gustare Iddio, Iddio solo, nell'incanto delle creature.

3. Noi confidiamo che le vostre pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le vostre labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che Voi sentiate la voce di Gesù dirvi di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: Ecco il tuo figlio;
e noi, che vi invochiamo nostra Madre, noi vi prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.
4. Noi abbiamo la vivificante certezza che i vostri occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgano ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli;
e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal vostro celeste lume e dalla vostra dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra patria.
5. Noi crediamo infine che nella gloria, ove Voi regnate, vestita di sole e coronata di stelle, Voi siete, dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi;
e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di voi, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza; attraeteci con la soavità della vostra voce, per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del vostro seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria (Pio Pp. XII).
Santità e gloria di Maria [2].

Solo chi conosce la santità di Maria può valutarne la gloria, ma la Sapienza, che ha colmato gli abissi (Prov 8,27), non ci rivelò la profondità di questo oceano al cui confronto le virtù dei giusti e le grazie da essi ricevute non sono che un ruscello. L'immensità della grazia e del merito, che costituisce la soprannaturale perfezione della Vergine benedetta, ci porta a concludere che, nella gloria, che consacra la santità degli eletti, deve avere altrettanta superiorità.
Mentre i predestinati si scaglionano nei diversi gradi della celeste gerarchia, la Madre santa di Dio si eleva oltre tutti i cori dei beati (Liturgia della festa) formando da sola un ordine distinto, un cielo nuovo, in cui le armonie angeliche ed umane sono superate. Dio è in Maria più glorificato, meglio conosciuto e più amato che in tutto l'universo e per questo, secondo l'ordine della Provvidenza creatrice, che subordina il meno perfetto al più perfetto, Maria doveva essere Regina della terra e del cielo.
Il mondo fatto per Cristo e per Maria.

Tenuto presente questo, il mondo esiste per l'Uomo-Dio e per Maria. Il grande teologo Card. Lugo, spiegando le parole dei santi dice: "Come Dio, compiacendosi di tutto creare per il suo Cristo, fece di lui il fine delle creature, così si può dire che, nell'amore per la Vergine Madre, creò tutto il resto, facendo sì che giustamente meritasse di essere chiamata fine di tutte le cose" (De Lugo, De Incarn. Disput. vii, sect. 2).
Maria, Madre di Dio e sua primogenita (Eccli 24,5) aveva titolo e diritto ai beni di Dio e, come sposa, doveva dividerne la corona. "La Vergine gloriosa, dice san Bernardino da Siena, ha tanti sudditi quanti ne ha la Trinità. Tutte le creature, non conta la posizione che hanno nel creato, sono sottomesse alla Vergine: le creature spirituali come gli Angeli, le ragionevoli come l'uomo, le materiali come i corpi celesti o gli elementi, il cielo, la terra, i reprobi, i beati, tutto quanto dipende dalla potenza di Dio. Infatti il Figlio di Dio e della Vergine benedetta, volendo, per così dire, uguagliare in qualche modo all'autorità del Padre quella di sua Madre, si fece, Egli che è Dio, servitore di Maria e, se è esatto dire che tutto, anche la Vergine, obbedisce a Dio, si può rovesciare la proposizione e affermare che tutto, anche Dio, obbedisce alla Vergine" (Discorso per la festa di Maria, c. 6).
Lo Spirito Santo ci dice che il dominio dell'eterna Sapienza comprende cielo, terra e abisso (Eccli 24,7-11) e tutto questo è appannaggio di Maria nel giorno della sua incoronazione e, come la Sapienza divina, Maria può glorificarsi in Dio (ivi 1). Colui, del quale cantò un giorno la magnificenza, oggi esalta la sua umiltà (Lc 1,46-55). La Beata per eccellenza (ivi 48) è ora l'onore del suo popolo, l'ammirazione dei santi, la gloria degli eserciti dell'Altissimo (Eccli 24,1-4). Nella sua bellezza, vada con lo Sposo alla vittoria (Sal 44,4-6) e trionfi dei cuori dei potenti e degli umili (Eccli 24,11). La consegna dello scettro del mondo nelle sue mani non è solo onore, ma realtà e, infatti, da quella consegna, Maria comanda e combatte, protegge la Chiesa, ne difende il capo, tien salde le schiere delle sacre milizie, suscita i santi, dirige gli apostoli, illumina i dottori, stermina l'eresia, ricalpesta l'inferno.
Regina e Madre.

Salutiamo la nostra Regina, cantiamo le sue imprese, siamo docili al suo comando, soprattutto amiamola e confidiamo nel suo amore. Non abbiamo paura che, per le sollecitudini enormi che richiede la diffusione del regno di Dio, dimentichi la nostra piccolezza e le nostre miserie: nulla a lei sfugge di quello che avviene nel più oscuro ridotto sul più lontano confine del suo immenso dominio. Dal suo titolo, in effetto di causa universale, al di sotto di Dio, a buon diritto si deduce l'universalità della sua provvidenza; e i maestri di dottrina (Suarez, 3.a Pars, qu. XXXVII, art. 4; Disp. XXI, sez. 3.a) ci presentano Maria associata nella gloria alla scienza detta di visione, per la quale tutto ciò che è, fu e sarà davanti a Dio è presente. La sua carità non ha imperfezioni e, come il suo amore per Dio sorpassa quello di tutti gli eletti, la tenerezza di cui circonda il più piccolo, il più dimenticato e derelitto figlio di Dio, che è anche suo figlio, supera l'amore di tutte le madri concentrato sopra un figlio solo. Ci previene con le sue sollecitudini, ascolta in qualsiasi momento le umili preghiere, ci segue nelle colpevoli fughe, sostiene nelle debolezze, compatisce nei malanni del corpo e dell'anima, largisce le grazie delle quali è tesoriera. Con le parole di uno dei suoi grandi servi, diciamole dunque:
Preghiera

O santissima Madre di Dio, che abbellisci la terra e il cielo, tu, lasciando la terra non hai abbandonato gli uomini e, se quando eri quaggiù vivevi in cielo, ora che sei in cielo dimori con noi. Veramente felici quelli che ti contemplarono e vissero con la Madre della vita! Ma, come tu abitavi in carne con gli uomini dei primi tempi, ora abiti spiritualmente con noi. Noi ascoltiamo la tua voce, la voce dì noi tutti giunge alle tue orecchie e la protezione continua con cui ci segui è prova della tua presenza. Tu ci visiti, il tuo occhio è su ciascuno di noi e, se anche non possiamo vederti, tu sei in mezzo a noi e ti mostri in modi diversi a chi è degno di vederti. La tua carne, uscita dal sepolcro, non arresta la immateriale potenza, l'attività purissima dell'anima tua, che, inseparabilmente unita allo Spirito Santo, si fa sentire dove vuole (Gv 3,8). Ricevi, o Madre di Dio, l'omaggio riconoscente della nostra allegrezza e parla dei tuoi figli a Colui, che ti ha glorificata e, con la sua potenza divina, egli accoglierà qualsiasi tua domanda. Sia egli benedetto nei secoli (san Germano di Costantinopoli: Sulla Dormitio 1).________________________________________

[1] Il responsorio Ascendit Christus e l'antifona Hodie gloriosa Virgo caelos ascendit sembrano tolte dal sermone Cogitis me, e tuttavia è certo che Pascasio Radberto non ha riprodotto, né commentato queste parti liturgiche. Sarebbero allora anteriori all'anno 850? Il Pascasio stesso afferma che egli riporta testi liturgici precedenti.
[2] Riportiamo a questo punto quanto il testo del Guéranger pone al 18 agosto, giorno quarto dell'ottava, ormai soppressa.
(da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 971-987)




domenica 14 agosto 2022

«La scienza non ha più dubbi: la Sindone è autentica»





Lo storico francese Jean-Christian Petitfils presenta il suo ultimo libro: "La sacra Sindone di Torino. L'inchiesta definitiva". Un volume che racchiude le ultime scoperte sul lenzuolo più famoso della storia, ma che non ne esaurisce il «mistero totale»


Redazione Tempi 
14/08/2022
Cultura

Il titolo è ambizioso: La sacra Sindone di Torino. L’inchiesta definitiva. Eppure lo storico francese Jean-Christian Petitfils, che da oltre 40 anni studia il mistero del lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino, non ha dubbi: «Diciamolo senza girarci intorno: la sindone di Torino è autentica. I dubbi, oggi, non esistono più. È la scienza che lo dice mentre la storia, purtroppo, non permette di risalire in modo certo alle sue origini». È con queste parole che lo studioso presenta a Le Figaro il suo ultimo lavoro, che uscirà a breve per Tallandier e che vuole «mettere a disposizione dei lettori, le cui conoscenze spesso sono frammentate, per non dire deformate, tutte le ultime scoperte su questa insigne reliquia della cristianità che non smette di interrogare la Storia e la scienza».
«L’uomo della Sindone è davvero Gesù?»

Da secoli, tutto ruota attorno a una domanda, quella da cui parte anche Petitfils: «Questo grande lenzuolo sepolcrale di 4,40 metri di lunghezza e 1,10 metri di larghezza, che presenta l’immagine di un uomo crocifisso morto, flagellato, torturato, con tutti i segni della Passione, è quello servito per la sepoltura di Gesù la sera del 3 aprile dell’anno 33 oppure no?».


Per lo storico francese non c’è alcun dubbio. L’immagine è acheropita, non è stata realizzata cioè da mano d’uomo, probabilmente era venerata già nel V secolo e tutti gli studi più seri e attendibili confermano che non è un falso del Medioevo. È vero che secondo la datazione effettuata con il metodo del carbonio 14, la Sindone risalirebbe a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390. Ma come dichiarava già a Tempi la sindologa di fama internazionale Emanuela Marinelli, e come conferma anche Petitfils, «numerose obiezioni sono state mosse al risultato di questo test da parte di vari scienziati, che ritengono insoddisfacenti le modalità dell’operazione di prelievo e l’attendibilità del metodo per tessuti che hanno subito vicissitudini come quelle della Sindone, in particolare un rammendo da parte della suore clarisse di Chambéry dopo il terribile incendio che aveva danneggiato gravemente il lenzuolo nel 1532. Per verificare l’antichità di un tessuto esistono però anche altri test. Tre analisi, condotte nel 2013 presso l’Università di Padova, datano la Sindone all’epoca di Cristo».

«La Sindone resta un mistero totale»


Nessuno però è ancora in grado di dire come quell’«immagine tridimensionale» sia rimasta impressa sul lenzuolo: «Questo resta un mistero totale!». La Sindone continua a lasciare domande senza risposta: «Com’è possibile che il cadavere di quest’uomo crocifisso non presenti alcuna traccia di decomposizione?».


Ed è proprio il carattere misterioso e non definitivo a rendere la Sindone così interessante: «È un pezzo archeologico assolutamente unico. La Sindone non è evidentemente una “prova” della resurrezione di Gesù, perché questo è un mistero che si può comprendere e vivere solo all’interno della fede», spiega al Figaro lo storico francese. «Eppure quel lenzuolo ci interroga e ci obbliga a porci il problema della resurrezione di Cristo».

Foto Ansa








sabato 13 agosto 2022

La Chiesa del “secondo me” e la formazione del clero




12 AGO 22

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by Aldo Maria Valli


di Pietro Licciardi

La vicenda di don Mattia Bernasconi, il sacerdote di Cesano Maderno che a Crotone, dove si trovava con un gruppo di giovani aderenti all’associazione Libera, ha celebrato una Messa in costume da bagno, immerso sino alla cintola in mare e usando per altare galleggiante un materassino da spiaggia, ha suscitato parecchie polemiche, specialmente tra i cattolici.

Come al solito il “popolo dei social” si è diviso in due partiti contrapposti: chi ha giustamente stigmatizzato il gesto, in quanto è una palese mancanza di rispetto alla sacralità del rito, una banalizzazione della liturgia e una manifesta perdita del senso del sacro, e chi al contrario ha difeso il sacerdote che senza formalismi avrebbe dimostrato che “Cristo è ovunque, anche al mare”.



Al di là delle polemiche preme qui sottolineare alcune questioni a nostro parere non secondarie e sulle quali varrebbe la pena riflettere.

La prima è che fino a qualche tempo fa, e ancora oggi a quei sacerdoti avanti con l’età e di buona scuola, mai e poi mai sarebbe passata neppure per l’anticamera del cervello l’idea di celebrare in tal modo. Se invece è avvenuto significa che qualcosa nell’attuale formazione dei sacerdoti non funziona. E non ci si nasconda dietro al dito delle “circostanze eccezionali” – non c’era posto sulla spiaggia e quel che c’era era sotto il sole battente – perché ci sono chiese in cemento armato in cui ogni domenica si celebra in condizioni al limite del colpo di calore, senza che per questo qualcuno si senta autorizzato ad assistere e tantomeno a celebrare a torso nudo e slip da bagno, anche se ormai siamo arrivati a partecipare ai riti sacri in infradito, canotte, minigonne inguinali e ombelichi al vento. Ma evitiamo qui di aprire quest’altra dolorosa parentesi, nonostante lo stretto collegamento tra le due questioni.



La seconda considerazione è che ormai nella Chiesa straripa il relativistico “secondo me” in un popolo ex cattolico abbandonato dalle sue guide spirituali, le quali si sono a loro volta inerpicate sui sentieri scivolosi e infidi della libera interpretazione – delle scritture, del magistero, della dottrina e della morale – col risultato che ormai anche i fedeli, come si suol dire, se la cantano e se la suonano a piacimento.

Chi ancora osa ricordare che nella Chiesa ci sono regole e forme da rispettare viene tacciato di fariseismo e legalismo, dimenticando che fior di santi appena fondavano un proprio ordine monastico la prima cosa che facevano era metter mano ad una Regola, proprio per evitare che a forza di libere interpretazioni, sentimentalismi e spontaneismi ogni cosa venisse trasformata magari nel suo opposto.



La Chiesa poi ci ha messo duemila anni per arrivare a mettere a punto una liturgia in cui ogni minimo gesto e ogni singola parola del Messale è carica di eccelso significato. Eppure, da sessant’anni a questa parte, sembra che tutti, dall’ultimo pretucolo al vescovo e perfino al singolo fedele, si sentano in dovere e diritto di fare nella Messa quel che vogliono: tagliare e aggiungere preghiere, coinvolgere i laici a vario titolo nella celebrazione, strimpellare canzonette da dico music – magari tratte dal repertorio gnostico ed eretico di qualche pop star, come il famigerato brano Image di John Lennon -, chiamare l’applauso o prodursi in estemporanei balletti sull’altare.



Un vero bailamme che rende evidente in maniera equivocabile che c’è una allarmante perdita del senso del sacro e di conseguenza della fede. Proprio a cominciare dai preti tra i quali a quanto pare neppure balena il dubbio se tutto questo “nuovismo”, questo correr dietro alle sirene del mondo, sia quello che Dio veramente vuole per la sua Chiesa o non appartenga alle personali fantasie di un clero che ha ridotto la fede ad una qualsiasi ideologia, ovvero un costrutto tutto umano che si vuole applicare alla realtà, o anche contro la realtà se questa contraddice nei fatti la teoria.

Forse è per questo che, nonostante siano passati sessant’anni da quel “rinnovamento” che avrebbe dovuto portare ad una primavera della fede, ancora non si trova il coraggio di riconoscere che là dove dovevano nascere prati fioriti vi è invece il deserto.



Intanto quello con le corna si sfrega le mani brindando ai suoi successi. Ancora una volta è riuscito a farci mangiare la mela illudendoci che in fondo siamo uguali a Dio, al punto da considerarci dio noi stessi, con riti che esaltano l’ego di chi celebra, o facendoci credere di poterci accostare al Corpo e al Sangue di Cristo stando in piedi al Suo cospetto, come si fa tra pari.

Fonte: informazione cattolica.it