lunedì 16 ottobre 2017

Miracolo del sole il 13 ottobre 2017 in Nigeria, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell'ultima apparizione a Fatima.





Ecco il link del video:
https://videopress.com/v/W7ltuNG2



“Miracolo del Sole in Nigeria, il 13 ottobre, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell’ultima apparizione a a Fatima”.

“Benin City, nello Stato di Edo, Nigeria. Si dice fosse presente l’intera Conferenza Episcopale”.

Maria Santissima è fedele alle sue Manifestazioni, non poteva mancare un suo Segno per i 100 anni.


miracolo del sole a Fatima il 13 ottobre 1917


Il 13 ottobre del 1917, davanti a circa 70 mila persone, Lucia grida: «Guardate il sole!». Le spesse nubi si squarciano ed appare il sole che comincia a roteare, a cambiare di colore, a danzare nel cielo e poi ad avvicinarsi progressivamente alla terra, come se stesse per precipitarvi.

Il Vescovo di Leiria, nella sua Lettera Pastorale sul culto della Madonna di Fatima così ha scritto: «Il fenomeno solare del 13 ottobre 1917, riferito e descritto nei giornali dell’epoca, è stato quanto mai meraviglioso e lasciò una indelebile impressione in quanti ebbero la felicità di presenziarvi. Questo fenomeno, che nessun osservatorio astronomico ha registrato, e perciò non naturale, è stato costatato da persone di tutte le categorie e classi sociali, credenti e miscredenti, giornalisti dei principali giornali portoghesi, e ancora da individui distanti parecchi chilometri dal luogo dove avveniva; il che sfata ogni spiegazione di illusione collettiva».














CON MARIA PER LE STRADE DI LONDRA. TESTIMONIARE PUBBLICAMENTE CHI È LA VERA REGINA D'INGHILTERRA







Le suggestive immagini dell’annuale Crociata del Rosario, organizzata dal Brompton Oratory di Londra, che sabato scorso, 14 ottobre, si è celebrata con particolare solennità e partecipazione di fedeli per il centenario delle apparizioni di Fatima.


Dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1845, il futuro cardinale e oggi beato John Henry Newman divenne un oratoriano e portò in Inghilterra l’Oratorio di San Filippo Neri. La prima fondazione avvenne a Birmingham, poi un altro gruppo di convertiti guidato da padre Wilfrid Faber fondò l’Oratorio di Londra.


Oggi la comunità è formata da nove sacerdoti. Il parroco è Uwe Michael Lang, nativo della Germania, già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: giovane e grande liturgista stimato da Benedetto XVI.


Il Brompton Oratory di Londra è un’isola di spiritualità e di liturgia autenticamente cattolica nel cuore di una delle metropoli più secolarizzate e sulfuree d’Occidente. La sua Schola Cantorum, diretta da Charles Cole, è impegnata in un recupero del patrimonio della musica liturgica, per evangelizzare tramite la bellezza.



















domenica 15 ottobre 2017

Il vescovo Cordileone contro i mali del mondo




Mons. Cordileone



Monsignor Salvatore Cordileone, il vescovo italo-americano di San Francisco, in occasione della consacrazione della sua diocesi al Cuore Immacolato, ha pronunciato un’omelia di fuoco contro i mali che stanno imperando in questo tempo.




Domenica, 15 ottobre 2017 — «Anche nelle nostre città (…) vediamo l’esaltazione e perfino la celebrazione del volgare, schernendo il bel piano di Dio su come ci ha creati nei nostri propri corpi, per la comunione gli uni con gli altri, e con Lui stesso». È un passaggio dell’omelia che il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha tenuto lo scorso 7 ottobre quando ha consacrato al Cuore 

In particolare aborto, eutanasia e vita omosessuale vengono definiti senza giri di parole «un riflesso vivo dell’inferno». Il riferimento è alle cosiddette pride paradesche i movimenti omosessualisti organizzano anche nelle strade di San Francisco. Rientrano in un elenco stilato dal vescovo sui grandi mali, tra cui le due guerre mondiali e i genocidi, che hanno attraversato il mondo in questi ultimi 100 anni che ci separano dalle apparizioni mariane di Fatima. «E poi», ha detto Cordileone riferendosi all’aborto legale, «c’è il grande attacco alla vita umana innocente: la nostra terra è stata sporcata dal sangue dei bambini innocenti in quella che è diventata una grande epidemia mortale equivalente a un genocidio nel ventre materno».

Infine, «adesso c’è l’abbandono dei nostri fratelli e sorelle sofferenti all’altra estremità della viaggio della vita», cioè il fenomeno dell’eutanasia sempre più diffuso e pervasivo. «Se pensiamo a ciò che è accaduto in questi ultimi 100 anni», si è chiesto Cordileone, «non ci dice che il secolo che abbiamo appena attraversato non era altro che un’esperienza dell’inferno?». Un’intera generazione «ha beffato Dio, ma Dio non può essere preso in giro, non perché egli si diletta nel vendicarsi di noi, ma perché se voltiamo le spalle a Dio il male ci si rivolge contro, portandoci alla autodistruzione».

«Lo chiedo a tutti i cattolici della diocesi di San Francisco, se non lo fanno già, che recitino il rosario tutti i giorni. E chiedo a tutte le famiglie che recitino insieme il rosario almeno una volta alla settimana». Il Cuore immacolato di Maria, ha concluso, «alla fine trionferà». È attraverso quel Cuore che «camminiamo dall’oscurità del peccato e della morte alla luce della verità e della misericordia di Cristo. C’è, dall’altra parte di quella porta, un paradiso glorioso, immenso e pieno di luce, che è il Cielo».




(fonte: lanuovabq.it)










sabato 14 ottobre 2017

Grygiel: «Il Rosario polacco, sfida al Padrone del mondo»






Andrea Zambrano (14-10-2017)

"Chi accusa i polacchi di aver recitato il grande Rosario ai confini contro gli immigrati islamici mente sapendo di mentire". Sono le parole del professore Stanislaw Grygiel, polacco, già docente all'Istituto Giovanni Paolo II e soprattutto grande amico di San Giovanni Paolo II Papa. In questa intervista alla Nuova BQ risponde punto su punto alle accuse rivolte da certa stampa mainstream, Corriere e Repubblica in testa, e da buona parte di mondo cattolico italiano alla straordinaria iniziativa di preghiera che si è svolta in Polonia e che ha visto la partecipazione di due milioni di persone.

Professore Grygiel, i polacchi sono stati accusati da un certo tipo di intellighenzia laicista, ma anche cattolica, di fomentare l’odio. Però il grande Rosario sui confini polacchi è stato un grande atto d’amore verso la Chiesa. Come stanno le cose?

Il continuo affidarsi da secoli del popolo polacco a Dio e al Suo Figlio, la fedeltà al Loro Amore, la fedeltà al loro Stato che oggi esprime la loro identità culturale, danno fastidio alle forze laiciste che hanno deciso di creare un “nuovo ordine” nel mondo. Il Padrone di queste forze, mancando di saggezza ma non d’intelligenza, sa che le uniche armi contro la fede di un popolo di questo genere sono la menzogna forgiata dall’odio e la paura che incussa negli uomini li piega davanti al potere. Questo Padrone è scaltro. Presenta il suo odio per i polacchi come amore per l’umanità, criticandoli di non amarla. S’infuria, vedendo come loro non si lascino ingannare. L’Unione Europea, per esempio, che odia l’Europa le cui radici sono state messe nella terra di Gerusalemme, di Atene e di Roma, con qualsiasi pretesto attacca i polacchi che amano questa vera Europa e in lei vogliono vivere. Spinti da quest’odio, i padroni dell’Unione Europea si fanno beffe del Rosario con cui i polacchi chiedono a Maria di radicarli ancora più profondamente nel suo Figlio e nella Chiesa, che nei primi secoli della sua esistenza imparò in Atene a porre la domanda sulla verità dell’uomo e in Roma a porre la domanda su come adeguare a questa verità l’ordine sociale. Alcuni (forse troppi) uomini della Chiesa in Occidente non comprendono questo. Perché? Perché sono uomini di poca fede, di poca cultura e di corta memoria. Non c’è allora da meravigliarsi che siano anche loro a sradicare la Chiesa da Cristo e a trasformarla in una società effimera come lo sono le altre. La preghiera dell’uomo è misura della sua fede.

Una delle accuse è stata quella di pregare contro l’islam, in realtà la preghiera era contro il terrorismo di matrice islamista. Come spiega questa differenza sostanziale?

Il popolo polacco pregava e prega per la pace, perché conosce molto bene la tragedia della guerra. Non intende però la pace come mancanza della guerra. Le guerre saranno fatte fino alla fine del mondo, perché l’uomo rimarrà sempre uomo. Perciò i polacchi non vogliono pagare con la propria dignità, che proviene dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, per una pace che dovrebbe essere chiamata tregua. Ai terroristi che vogliono cancellare questa dignità negli altri, i polacchi dicono: No! Il loro “Rosario alle frontiere” era anche per i terroristi e mai contro di loro. Il loro Rosario li difende contro il nemico che si trova nel loro stesso intimo. I polacchi non disprezzano i terroristi, odiano i loro atti criminali. Chi dice che i polacchi hanno recitato il Rosario contro gli immigrati, in particolare islamici, mente per ignoranza colpevole oppure per una qualche ricompensa elargitagli da coloro che hanno interesse a cambiare la storia e a sottometterlo ai loro comandi.

È stato fatto anche il tentativo di accusare i polacchi di complicità con i nazisti nella persecuzione degli ebrei in un parallelo con gli islamici oggi. Ma la storia dice questo?

Se dopo tanti anni di “correzioni” ci sono ancora alcune “stelle erranti” che guidano la gente verso le menzogne storiche, secondo le quali i polacchi hanno contribuito a creare i campi di concentramento come quello di Auschwitz, allora, oltre a continuare a dire come stanno le cose, i polacchi non possono che pregare e digiunare, poiché sanno che alcuni spiriti non possono essere cacciati via in altro modo. Gli spiriti così maligni “costringono” i polacchi a recitare il Rosario e a digiunare. Se in Polonia dove i tedeschi fucilavano intere famiglie quando nelle loro case trovavano un ebreo nascosto (i tedeschi adottarono un decreto in tal senso solo in Polonia, oltre che in Serbia), allora di che cosa sono testimoni le centinaia di migliaia degli ebrei salvati in Polonia? È significativo che i polacchi siano accusati di aver collaborato con i nazisti soprattutto da persone appartenenti a Stati che come alleati di Hitler perpetrarono tali crimini in forma ufficiale. Questi attacchi contro i polacchi non sono forse un vano sforzo fatto di liberarsi dalle colpe e dai rimorsi? Il popolo polacco nell’Europa d’oggi, lo dico con le parole di Dostoevskij, è come una crosta sul sedere dell’uomo; con esso non le è possibile sedere comodamente.

Anche Giovanni Paolo II è stato tirato in ballo. Ritiene che sia stato strumentalizzato?

San Giovanni Paolo II – ne sono testimone personale – era per l’accoglienza degli altri ma mai per scendere a compromessi con la propria fede, con la propria dignità e identità. Va bene, diceva, possono costruire le loro moschee, ma domandiamo la reciprocità! Entrino nelle nostre case, ma senza cambiarle! Si adeguino all’ordine che regna in esse! Se qualcuno cerca di ucciderci, difendiamoci, cercando di vincere senza calpestare nessuno. Perché si è scontrato con i comunisti? Perché non era accogliente nei confronti di quelli che nel nostro Paese volevano costruire un ordine micidiale per l’uomo? Egli era accogliente ma non a costo della verità della persona umana e del suo affidarsi a questa verità. Quando vedo la strumentalizzazione di questo santo Papa e del suo insegnamento, continuamente perpetrata dai politicanti, non posso che gridare: Quousque tandem…? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?... O tempora, o mores!

Vorrei ricordare a margine che nei secoli scorsi la Polonia accolse milioni di ebrei e di ariani perseguitati in Europa occidentale non perché avesse bisogno di operai, ma per pura compassione. Questi perseguitati però s’inserirono nel popolo polacco, costituendo con esso un tutt’uno. Essere accogliente significa ricevere il perseguitato e offrirgli le proprie condizioni e il proprio tenore di vita, ma è proprio ciò che gli immigrati di oggi rifiutano.

Veniamo al grande Rosario: che cosa ci insegna questa straordinaria manifestazione di popolo?

Questa straordinaria e spontanea manifestazione di popolo, espressione della sua forza spirituale, vista alla luce del Vangelo e della storia di questo popolo martirizzato da tanti vicini, ci insegna che le conseguenze dell’affidarsi alla Verità che è Gesù Cristo non ci hanno deluso e non ci deluderanno.

Perché la Polonia ha questa specificità di promuovere la propria fede in ambito pubblico?

I polacchi si comportano così perché loro sono così. Si comportano così perché non sono degli schizofrenici che nella propria casa si comportano in modo diverso da come si comportano sulle piazze. La paura? Sì, conoscono anche la paura, ma conoscono la grandezza della propria dignità fino al punto di essere coraggiosi nel difenderla. Per i polacchi sono abominevoli i politici che dicono loro (come qualche mese fa il presidente della Francia disse alla Signora Beata Szydło, Primo Ministro della Polonia): “Voi avete i principi, ma noi abbiamo i soldi”.

Come avete vissuto voi polacchi che vivete all’estero questo momento?

Ci siamo radunati nelle chiese, nei santuari mariani e abbiamo recitato il Rosario in comunione con i polacchi in Polonia. È accaduto così in tutti i continenti. Non entriamo in polemica con la cattiveria di coloro che ci attaccano. In questi casi le polemiche non servono. Servono solo la preghiera e il digiuno.

Qual è il significato teologico del Rosario che è stato recitato?

Il Rosario è preghiera e la preghiera è locus theologicus, cioè fonte della conoscenza della verità rivelata che i teologi cercano di comprendere più profondamente. Nella preghiera la Tradizione della fede rimane viva. In altri termini, nella preghiera il passato storico rimane metafisicamente presente e attivo. Quanti teologi sono però capaci di attingere l’“acqua viva” da questo pozzo che è il Rosario?

Che cosa significa in un’Europa che ha perso la dimensione del sacro questo Rosario pubblico?






http://www.lanuovabq.it/it/grygiel-il-rosario-polacco-sfida-al-padrone-del-mondo





venerdì 13 ottobre 2017

13 Ottobre 2017: rosario alla Madonna di Fatima







Anche in Italia "Un muro di persone reciterà il Rosario (e digiunerà) su tutto il territorio della nostra Nazione"

AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) seguendo gli insegnamenti di Maria e seguendo il bellissimo esempio 
dei fratelli polacchi, il 13 ottobre alle ore 17.30 indice la più potente iniziativa per la pace: "il digiuno e la preghiera del Santo Rosario"

Su tutto il territorio Nazionale ogni uomo/donna di buona volontà si rechi quindi nella propria Parrocchia e:o crei gruppi di preghiera con la stessa intenzione dei fratelli Polacchi: "Chiedere alla Madonna di salvare l'Italia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana".

La Recita del Rosario comincerà alle ore 17.30,  il digiuno a pane ed acqua (come chiede Maria) tutto il giorno... Chi  non può digiunare ricordi che può fare rinunce. 

Anche in Italia si richiede di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale)

MA PERCHE' PROPRIO IL  ROSARIO ED IL DIGIUNO? 

La Madonna ci insegna che il Rosario è la più potente arma contro il male e con il digiuno si possono fermare anche le guerre e gli eventi naturali. 

Quindi nel suo centenario dalle Apparizioni di Fatima imploriamo proprio questo e venerdì  13 ottobre 2017 alle ore 17.30, uniti, eleviamo al cielo le nostre preghiere

www.aiasm.it 




Consacrazione al Cuore Immacolato 
1. O Beatissima Vergine Maria, apparendo a Fatima,
hai voluto che la Chiesa trovasse rifugio nel tuo Cuore Immacolato.
Tu hai promesso ai tre pastorelli:
«Il mio Cuore Immacolato sarà il vostro rifugio
e la via che vi condurrà a Dio».
Accogliendo il tuo invito e confidando nella tua promessa,
oggi, centesimo anniversario della tua ultima apparizione,
ci prostriamo ai tuoi piedi
per affidarci a te e implorare la tua protezione.
Rinnoviamo innanzi tutto le promesse del Battesimo e della Cresima;
quanti fra noi si sono impegnati a seguire il tuo Figlio piú da vicino
rinnovano i loro voti religiosi;
quelli che partecipano al sacerdozio di Cristo come ministri ordinati
rinnovano le loro promesse sacerdotali.
Ma oggi vogliamo anche consacrarci
— o rinnovare la nostra consacrazione — a te,
che sei nostra Madre, nostra Signora e nostra Regina.
Noi siamo tuoi e tuoi vogliamo essere:
ti dedichiamo tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che amiamo,
tutto ciò che siamo;
a te diamo il nostro corpo e la nostra anima,
la nostra mente e il nostro cuore;
desideriamo che tutto ciò che è in noi e intorno a noi ti appartenga.
Vogliamo essere tuoi nella prosperità e nell’avversità,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia, nella vita e nella morte;
poniamo tutti noi stessi e i nostri cari nel santuario del tuo Cuore.
Proteggi, ti supplichiamo, le nostre famiglie, le nostre comunità,
i nostri parenti, i nostri amici
e tutti coloro che si affidano alle nostre preghiere.
Sii per tutti il rifugio che hai promesso!



Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.


2. Oggi vogliamo raccomandare a te la nostra Comunità cristiana.
Questa Missione è solo un piccolo gregge;
ma, confidando nella parola del tuo Figlio, non temiamo,
perché al Padre è piaciuto di dare a noi il suo regno.
Non abbiamo nulla da esibire,
se non la nostra povera fede, speranza e carità,
e la nostra tenera devozione a te,
che veneriamo come Madre della Divina Provvidenza.
Benedici, ti supplichiamo, il Santo Padre,
Pastore della Chiesa universale,
e me, indegno tuo figlio e servo,
al quale egli ha affidato questa porzione del popolo di Dio;
benedici i nostri sacerdoti, i religiosi e le suore, e tutti i fedeli
che appartengono, seppur temporaneamente, a questo ovile.
Concedi che la nostra Missione possa crescere agli occhi di Dio,
e rendere presente, in tutti i suoi ordini,
la Santa Chiesa Cattolica in Afghanistan.
Noi crediamo che il tuo Figlio ha in questo paese altre pecore
che non appartengono a questo recinto:
anche quelle egli deve guidare; e ascolteranno la sua voce
e diventeranno un solo gregge, un solo Pastore.


Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.


Per questo, oggi vogliamo consacrare al tuo Cuore Immacolato
anche il paese in cui viviamo.
Non è la nostra patria, ma è diventato la nostra dimora.
Ci è molto caro; e sappiamo che è ancor piú caro a te.
Gli Afghani non appartengono al nostro gregge,
ma sono nostri fratelli e figli tuoi;
anche loro sono stati redenti dal sangue del tuo Figlio.
Da lunghi anni il loro paese è lacerato dalla guerra.
Finora tutti gli sforzi umani si sono rivelati inutili:
le armi, la diplomazia e la politica hanno fallito.
Non ci resta che ricorrere a te.
Tu sei onnipotente per grazia;
tu sei la nostra ultima spiaggia:
se tu non ci ascolti, non sapremmo a chi rivolgerci.
Concedi, ti supplichiamo, la sospirata pace all’Afghanistan:
disarma la mano dei violenti,
sgombra i cuori dall’odio,
poni fine alle lotte fratricide,
risana le ferite di una società malata,
riapri le vie del dialogo, della fiducia e della cooperazione.
Da’ a questo paese riconciliazione, armonia, integrità morale, giustizia,
ordine, sicurezza, stabilità e libertà.
Da questa terra è sorta la stella
che condusse i Magi ad adorare tuo Figlio:
tu, che sei la Stella del mattino,
sii per questo popolo la stella che li conduce a Cristo.
E, siccome l’Afghanistan è il cuore dell’Asia,
da qui illumina col tuo splendore
tutti i popoli di questo vasto continente,
nel quale il Figlio di Dio — tuo Figlio! —
ha voluto piantare la sua tenda in mezzo a noi.
Affretta la venuta del suo regno;
affretta il trionfo del tuo Cuore Immacolato!


O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria!


Salve, Regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
Orsú dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio,
Gesú, il frutto benedetto del tuo seno.

O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!













Come è triste il cristianesimo senza Dio!






Come è triste il cristianesimo ridotto a solo umanesimo Dio non è morto semplicemente è assente? Una forma sofisticata di relativismo: il situazionismo che adattato al neo cristianesimo rinuncia a distinguere tra il bene dal male 



di Roberto Pecchioli

Non siamo teologi, la nostra preparazione religiosa è quella di tanti italiani formati da modeste famiglie cattoliche e da quella che una volta si chiamava dottrina, gli insegnamenti del catechismo appresi in parrocchia. Siamo vissuti con le semplici formule da mandare a memoria, chiare e prive di sfumature: Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra. Retaggi del passato, affermazioni nette, apodittiche, che destano orrore nell’uomo moderno e che la Chiesa nasconde, trascura, tutt’ al più confina nell’allusione e nella disprezzata fede popolare.

Pensavamo queste cose assistendo, come è nostra abitudine mattutina, alle rassegne stampa televisive. Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, scrive di tutto, in particolare di immigrazione, ius soli, politica di governo e fatti internazionali, ma non nomina mai il nome di Dio, tanto meno parla di anima, del destino finale dell’uomo, di premio o castigo eterno. E’ un giornale, si potrebbe ribattere, il suo compito è fornire notizie. Vero, ma un foglio cattolico, espressione dei pastori di quello che un tempo avremmo chiamato popolo di Dio, dovrebbe diffondere e ribadire i fondamenti della fede e porli alla base del giudizio sui fatti.

Capiamo poco delle questioni poste da alcuni porporati a Francesco, dubia che ci sembrano ragionevoli; ancor meno sappiamo valutare il merito della “correzione filiale” contenuta nel manifesto di 62 sacerdoti, professori ed intellettuali cattolici, al di là dello sconcerto per encicliche che parlano del Creato ma tacciono sul Creatore. Prendiamo atto, con tristezza, di ciò che osserviamo.

Alla messa domenicale, le omelie sono spesso sciatte, frettolose, o al contrario inutilmente prolisse, ma, al di là di fornire un’interpretazione perifrastica delle scritture, nulla più di buoni consigli per una vita onesta e rispettabile. Manca il quid, che, nella fattispecie, è il senso di tutto. La grandezza di Gesù, il motivo profondo per cui quel giovanotto ebreo in tre anni di predicazione conclusa sulla croce ha cambiato la storia sta in un unico punto, la sua affermazione di essere il figlio di Dio. Senza di essa, tutto il resto, le parabole, il discorso della montagna, la sua stessa sofferenza durante il martirio che la Chiesa chiama Passione, non è che la vicenda ammirevole di un grande uomo, di un profeta, di un visionario o di un rivoluzionario propulsore di folle, ma non è religione, non è Verbo, non è Dio.

Lo colse per primo Paolo di Tarso, nella lettera ai Corinzi: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede.” Ed aggiunse drammaticamente: “se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.” . Ecco, ci sembra che quello presente sia un triste cristianesimo senza Dio. Si esalta la figura di Gesù Cristo, la si considera un grande esempio da cui scaturisce un’etica, una serie di modelli comportamentali, ma ciò che resta ai margini, quello cui tutt’al più si allude senza troppa convinzione, è l’annuncio – l’evangelo o, con una parola difficile, il kérigma, ovvero la proclamazione della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Fuori da ciò, il cristianesimo non è che una narrazione suggestiva, la straordinaria avventura, umana ed esclusivamente umana, del figlio del falegname di Nazareth e della giovane Maria.

Quando il “papa nero”, Sosa Abascal superiore dei Gesuiti – e gesuita fu lo stesso Bergoglio- afferma senza vergogna che dei fatti narrati dal Vangelo non vi è certezza, a partire dalla resurrezione, in quanto “non vi erano telecamere”, si è già fuori dalla religione cristiana, in un territorio desertico e inospitale in cui Gesù è attore protagonista, ma non più figlio di Dio. Forse semplifichiamo troppo, magari facciamo torto all’intelligenza del “nuovi cristiani” dubitando della loro stessa fede, ma quella è l’impressione che sgomenta.

Karl Rahner, teologo che ha dominato il Concilio Vaticano II e la sua applicazione successiva, parlò dei “cristiani anonimi”, ovvero di quegli uomini che, senza essere cristiani e senza possedere un’idea di Dio, ne hanno comunque, per natura, una conoscenza “trascendentale”, talché possono salvarsi anche fuori dall’adesione ai principi della fede ed alla Chiesa. A che serve dunque, l’imponente edificio cattolico? Aveva quindi ragione Lutero, non a caso rivalutato e quasi santificato nel quinto centenario delle tesi di Wittenberg: sola fide, sola gratia, sola scriptura.

E comunque, l’ex agostiniano tedesco credeva nella vita eterna e nella salvezza o dannazione. L’argomento è diventato un tabù: silenzio impressionante. Ovvero, affermazioni del tipo che l’Inferno, se c’è, è vuoto, poiché tutti siamo destinati alla salvezza. In quel caso, sarebbe inutile ogni predicazione, ovvero, estremizzando, qualunque orizzonte morale avrebbe valore solo con riferimento alla vita terrena, giacché Dio sarebbe pura misericordia (concetto assai caro all’attuale vescovo di Roma). Ma se non c’è castigo, forse non c’è neppure delitto.

Probabilmente, nella nostra ignoranza, e magari accecati dal pregiudizio, diciamo cose assurde o ingiuste, ma il cristianesimo corrente ci sembra aver oltrepassato addirittura il confine che lo separa dall’ebraismo. La terra promessa al popolo eletto è ben materiale, è quella che calpestiamo ogni giorno. Gesù ha ribaltato la prospettiva (il mio regno non è di questo mondo) e se non è risorto, evento di cui manca la prova materiale o il filmato che tranquillizzerebbe il servo di Dio Sosa Abascal, il cristianesimo non è altro che il racconto di una vita illustre, una teoria sociale tra le altre, un ordito di regole morali e di prescrizioni pratiche da confrontare con tutte le altre.

Forse esageriamo, ma in quest’ottica si comprende perché non siano più invocati e difesi quelli che Benedetto XVI chiamava principi non negoziabili. Nel mercato delle idee e delle morali, il sistema di valori cristiani è uno dei tanti, in concorrenza con gli altri, e, ammettiamolo, intrinsecamente perdente in quanto più esigente, meno aperto alla mediazione, più assertivo, per usare un vocabolo caro alla psicologia.

Allora, non resta che ricorrere ad una forma sofisticata di relativismo, cioè il situazionismo. Facciamo un esempio: per il cattolicesimo, l’adulterio è oggettivamente un grave peccato. Tuttavia, in base alle situazioni date ed alle condizioni soggettive o storiche (una sorta di torsione della “circostanza” cara a Ortega y Gasset, che era agnostico) può essere derubricato o giustificato. Basta intendersi sulla portata dei due vecchi pilastri che reggono l’impalcatura cristiana del male: piena avvertenza e deliberato consenso. Io ho commesso adulterio, ma non avevo coscienza che fosse male, anzi forse l’ha commesso solo la mia carne, che è debole, ma non la coscienza.

Vi sono molti punti deboli nel situazionismo adattato al neo cristianesimo, la cui analisi lasciamo ai filosofi ed ai teologi. Ma almeno due saltano agli occhi dell’uomo comune: il primo è che se si rinuncia a distinguere il bene dal male, lasciandone il giudizio all’arbitrio individuale, nulla potrà essere considerato e vissuto come errore o come peccato, negando oltretutto la possibilità del pentimento, che è frutto della coscienza morale. L’altro è che la Chiesa ha l’obbligo di trasmettere il depositum fidei, di cui è parte integrante il giudizio immutabile posto da Dio – e per lui da suo figlio – sul bene e sul male. Sarà poi la sapienza divina a leggere nel cuore dell’uomo; la Chiesa può solo assolvere sulla base del pentimento, distinguendo tra la pena, rimessa, e la colpa, che resta.

Immaginiamo che quelli svolti alla buona nelle righe precedenti appaiano ai più futili questioni, simili alle dispute sul sesso degli angeli. In palio, però, c’è il cristianesimo come orizzonte di verità. La nostra opinione è che i cambiamenti di prospettiva, il ribaltamento di molte cose che la Chiesa ci proponeva a credere non soltanto generano confusione o perplessità, ma scavano un solco ben più profondo, quello della sfiducia e del sospetto. Abbiamo il diritto di pensare – magari a torto – che se comportamenti, idee, principi, valori, condotte proposte ed imposte per secoli non sono più valide, perché storicamente superate o semplicemente sgradite allo spirito dei tempi, uguale destino possa toccare alle nuove idee della Chiesa. Domani, o dopodomani, anch’esse saranno superate e sostituite.

Ma la religione vive dell’eterno, del permanente, non può immaginare – e neppure permettersi- in materia di fede e di legge naturale, che ciò che è giusto oggi possa essere considerato assurdo domani. Non si può accettare che la verità sia posta ai voti, o che sia declinata con aggettivi possessivi e con articoli indeterminativi. O esiste, o non esiste: non ha senso la “mia” verità né tanto meno più verità, a scelta, come nello scaffale del supermercato.

Da qualche parte, si è ipotizzato che in un futuro non troppo lontano, la Chiesa cattolica possa fare a meno del Vaticano. E’ possibile, del resto Jorge Mario Bergoglio ha rinunciato a vivere tra le vecchie mura del potere temporale, ma salterebbe per aria un’altra delle prerogative, l’universalità simboleggiata da Roma e dal Papa. La vittoria di Lutero non potrebbe essere più schiacciante, ma sarebbe, in effetti, la vittoria di un cristianesimo spogliato di sé stesso, svuotato della sua essenza salvifica e veritativa, che è la salvezza ed il destino eterno della creatura uomo per mezzo della fede in Dio e dell’adesione in vita a quanto rivelato nelle scritture.

In questo senso, preoccupa anche il ruolo e l’insistenza dei biblisti, ovvero quegli studiosi membri del clero che interpretano scritture e Vangelo sulla base della loro adesione alla storia accertata. E’ chiaro che la conferma scientifica e storiografica di fatti ed avvenimenti ha un grande valore, ma Dio trascende ogni cosa e comunque il punto è sempre lo stesso: credere o meno che Gesù sia il figlio di Dio morto sulla croce e risorto. Si ha l’impressione che uomini di grande scienza, come il defunto cardinale Martini o il vivente Ravasi, insigni biblisti, abbiano subordinato la fede alla storia. La città dell’uomo europeo ed occidentale ha battuto, lasciato sullo sfondo, privatizzato o addirittura scacciato la città di Dio.

Vince il progetto materialista, liberale e massonico, sbalordisce il silenzio di chi pare aver rinunciato alla battaglia, anzi sembra accogliere le tesi una volta nemiche. I cristiani, lo disse il fondatore (chiamiamolo così, per brevità…) devono essere il sale della terra. Ma quanto è insapore e sciapo un cristianesimo ridotto ad umanesimo, organizzazione caritatevole, narrazione della vita e sofferenza di un grande uomo, memoria delle sue idee suggestive. Ciò che non crediamo più, e neppure la Chiesa sembra più credere, è che Gesù è Dio ed è risorto dalla morte. Mancano le prove, ed aveva ragione Paolo a ricordarlo ai primi fedeli, la nuova religione non è nulla senza quell’accadimento prodigioso.

Forse non è buon profeta un ateo assai colto, come il sociologo e antropologo francese Marc Augé, nel suo romanzo breve Le tre parole che cambiarono il mondo. Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un teso silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste!” Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano una tempesta nel mondo intero. Non ci sarà alcun proclama o annuncio del genere, non ce n’è bisogno. Dio non è morto, semplicemente è assente, è un’ipotesi di cui non si tiene più alcun conto, con la complicità attiva di un cristianesimo stanco, indolente, incredulo. Per l’uomo Gesù omaggio e ammirazione, Dio non è pervenuto.



Del 13 Ottobre 2017












http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/1595-cristianesimo-senza-dio


giovedì 12 ottobre 2017

Traduzioni e liturgia, Sarah frena la deriva




Riccardo Cascioli (12-10-2017)

Quando il 9 settembre scorso fu reso noto il Motu Proprio di papa Francesco, Magnum Principium, i soliti noti hanno gridato al “Liberi tutti” per le traduzioni dei testi liturgici. Così ora interviene il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, a ribadire alcuni punti fermi e a rimettere nel giusto equilibrio il rapporto tra Santa Sede e Conferenze episcopali per evitare una sorta di “federalismo liturgico”. Non si tratta di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium», come il cardinale Sarah titola la sua letterache la Nuova BQ pubblica in esclusiva per l’Italia.

Della partita che si sta giocando sulle traduzioni dei testi liturgici abbiamo già parlato, è una questione delicata che va a toccare gli stessi contenuti della fede. Per capire dove può andare a parare Magnum Principium, basta leggere i commenti del liturgista Andrea Grillo, uno dei personaggi che ha lavorato con il segretario della Congregazione per il Culto Divino, monsignor Arthur Roche, per promuovere i cambiamenti nei criteri delle traduzioni dal latino in senso contrario a quanto auspicato da papa Benedetto XVI e prima ancora da san Giovanni Paolo II. Grillo (clicca qui), che si è distinto recentemente anche per una serie di invettive contro il cardinale Sarah, ha spiegato che l’obiettivo è superare l’istruzione Liturgiam Authenticam (2001), che richiedeva una traduzione letterale dei testi dal latino, a favore di una interpretazione che li renda più comprensibili alla popolazione locale. Grillo parla esplicitamente di “diritto all’interpretazione”, sottintendo il maggiore potere che le Conferenze Episcopali devono avere in materia.

In linea di principio il cardinal Sarah – riprendendo quanto già osservava il cardinale Ratzinger (poi Benedetto XVI) – non obietta affatto alla distinzione tra traduzione e interpretazione, ma si preoccupa che questa non copra la voglia di rivoluzione che alcuni stanno portando avanti. E per capire appieno l’iniziativa del cardinale Sarah, va ricordato che la commissione che ha lavorato alla preparazione del Motu Proprio, lo ha fatto alle sue spalle, tenendolo volutamente all’oscuro.

Entrando nel merito del documento firmato dal cardinale Sarah, come dicevamo emerge chiara la preoccupazione che la distinzione che viene fatta in Magnum Principium tra traduzione (= la resa del testo liturgico in lingua vernacola a partire dall’originale “tipico” latino) e adattamento (= un nuovo testo aggiunto, un nuovo rito o la modifica di un rito esistente) non diventi il pretesto per far passare di tutto. Il nuovo canone 838 prevede infatti un diverso tipo di approvazione da parte della Santa Sede: la confirmatio/conferma per le traduzioni e la recognitio/revisione per gli adattamenti (cfr su questo più ampiamente padre Riccardo Barile in la NBQ).

Ecco dunque in breve i principali chiarimenti proposti dal cardinale Sarah:

1. Per le traduzioni restano in vigore le norme attuali di Liturgiam autenthicam (2001), che richiedono la fedeltà e insieme offrono i criteri per l’adattamento linguistico nel passaggio dal latino alle lingue parlate.

2. Sia la confirmatio che la recognitio stabiliscono che sempre è necessaria l’approvazione della Santa Sede e, dal punto di vista dell’approvazione, quasi non sembra esserci differenza e sono intercambiabili. Anche la conferma richiede la revisione del testo tradotto.

3. C’è differenza invece nel risultato finale, perché la traduzione è la semplice trasposizione di un libro liturgico dal latino a una lingua parlata, mentre l’adattamento modifica poco o tanto la edizione tipica dello stesso libro per quella lingua o area linguistica.

4. Il card. Sarah prevede e auspica una differenza anche nel procedimento previo: infatti la traduzione sembra più affidata direttamente alle Conferenze Episcopali le quali poi chiederebbero la conferma alla Santa Sede, mentre gli adattamenti, data la loro natura più delicata, per giungere alla auspicata recognitio finale, sembrerebbero richiedere un più opportuno lavoro di concertazione previa tra le Conferenze Episcopali interessate e la Santa Sede. Ovviamente tale concertazione previa sarebbe auspicabile anche per le traduzioni, non in tutto, ma almeno per la traduzione di alcuni termini particolarmente fondamentali e delicati in ordine all’espressione della fede e della preghiera della Chiesa.

Questi chiarimenti non piaceranno sicuramente ai soliti “Guardiani della rivoluzione” e ad alcuni episcopati che mal sopportavano le precedenti disposizioni. Vedi ad esempio la conferenza episcopale tedesca, che ha appena annunciato lo stop alla traduzione in tedesco del messale. Il cardinale Reinhard Marx, secondo quanto riportato dalla testata britannica The Tablet, considera finita “Liturgiam Authenticam” e quindi decadute tutte le precedenti disposizioni. Il lavoro sul messale tedesco si era arenato sulle parole della consacrazione eucaristica, una questione che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Quando si parla del sangue versato da Cristo, il “pro multis” latino viene tradotto da molti episcopati con “per tutti” anziché “per molti”, come sarebbe letteralmente. Benedetto XVI aveva dunque invitato tutti gli episcopati del mondo a correggere la traduzione – risultando “per molti” la versione corretta -, ma non tutti si sono ancora adeguati: fra questi la Germania, che ora si sente libera di fare la sua strada.

(Ha collaborato padre Riccardo Barile)






http://www.lanuovabq.it/it