venerdì 13 dicembre 2019

Arcivescovo caldeo di Mosul: musulmani convertiti grazie all’esempio dei cristiani


  9 dicembre 2019

La persecuzione dei cristiani in Iraq ha portato alla conversione di “molte migliaia” di musulmani. È quanto ha affermato l’arcivescovo caldeo Najib Mikhael Moussa, domenicano, nominato arcivescovo di Mosul nel gennaio di quest’anno, intervenuto alla seconda conferenza internazionale sulle persecuzioni anticristiane che si è svolta a Budapest alla fine di novembre, con la presenza di seicentocinquanta rappresentanti provenienti da quaranta paesi di tutto il mondo.

Dopo tutte le violenze subite, ha aggiunto Moussa, i cristiani dell’antica Ninive sono diventati più forti nella fede, fino a costituire un esempio per molti musulmani: “Abbiamo perso tutto, tranne la nostra fede in Gesù Cristo”.

Per aiutare i perseguitati, ha detto inoltre l’arcivescovo raccontando l’esperienza dei cristiani nel corso dell’occupazione di Mosul da parte dell’Isis (2014 – 2017), “bisogna prima aiutare i persecutori, liberando gli islamisti prigionieri, e anzi schiavi, dell’ideologia”, e offrendo loro il Vangelo in modo che possano “scoprire il Dio dell’amore e fuggire dalla morte e dalla violenza”.

Di fondamentale importanza, ha spiegato l’arcivescovo, è anche continuare a preservare il patrimonio del cristianesimo nella regione, ovvero “la liturgia, la storia, la nostra lingua madre, i nostri manoscritti, la nostra documentazione”, altrimenti “l’albero, se separato dalle sue radici, morirà”.
L’incontro di Budapest, sponsorizzato dal governo ungherese, ha voluto essere un momento di confronto per favorire la collaborazione tra coloro che aiutano i cristiani perseguitati. Leader religiosi e civili, diplomatici e  volontari hanno discusso delle strategie da seguire.

Il patriarca Ignazio Aphrem II della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia e tutto l’Oriente ha deplorato che dopo “cinque anni di allarme, le nostre grida non sono state ancora ascoltate da molti” e che “sono stati fatti pochissimi passi concreti per contrastare la reale minaccia alla nostra esistenza nella terra dei nostri antenati”.

Sottolineando che negli ultimi due decenni il 90% dei cristiani ha lasciato l’Iraq e il 50% ha lasciato la Siria, il patriarca ha sostenuto che ciò che è accaduto in Medio Oriente è “nulla di meno di un genocidio”. Inoltre, elogiando l’eroismo di molti fedeli cristiani e l’Ungheria per il suo aiuto, ha invitato Stati Uniti e Unione europea a revocare le sanzioni alla Siria, poiché “fanno del male solo alla gente comune”.

Ciò di cui i cristiani hanno bisogno, ha aggiunto il patriarca, è che i loro diritti umani siano rispettati: “Uguale cittadinanza e stessi diritti e doveri degli altri”, così che i cristiani non debbano sentirsi cittadini “di seconda classe”.
Il cardinale Péter Erdő, primate dell’Ungheria e arcivescovo di Esztergom-Budapest, ha affermato che il mondo “non deve tacere sui perseguitati o considerare gli attacchi fisici come se non fosse successo nulla”. Occorre alzare la voce, aiutare i perseguitati e sostenerli nel tentativo di riprendere a vivere e a lavorare nelle loro terre”.

Il ministro degli Esteri ungherese Péter Sziijártó ha affermato che ogni volta che nelle riunioni dei ministri dell’Unione europea solleva il tema dei cristiani perseguitati, lo esortano a usare l’espressione “minoranze religiose”, quasi a lasciare intendere che il sentimento anticristiano possa essere accettabile. In realtà i cristiani sono i più perseguitati nel mondo, non solo in Medio Oriente.
È il caso della Nigeria, la cui situazione è stata illustrata dal vescovo Oliver Dashe Doeme della diocesi di Maiduguri, al centro di attacchi islamisti.

Anche monsignor Doeme, come l’arcivescovo di Mosul, ha confermato che i cristiani della sua terra sotto la persecuzione hanno dimostrato una fede “irremovibile” e sono diventati più forti ricorrendo all’eucaristia, all’adorazione eucaristica (almeno un’ora prima della messa in ogni parrocchia) e alla devozione mariana mediante la recita del santo rosario.
Circa gli aiuti forniti ai cristiani perseguitati dall’amministrazione Trump, il National Catholic Register ha appreso che “i cattolici in Iraq hanno visto poco dei quasi 373 milioni di dollari che l’amministrazione afferma di aver dato ai cristiani iracheni perseguitati”.

Dove sono finiti i fondi? “Noi siamo sconcertati” ha detto una fonte della regione della piana di Ninive, spiegando che nel territorio sono arrivati circa 700 mila dollari.
Nell’ultimo giorno dell’incontro è intervenuto il metropolita Ilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni estere del Patriarcato di Mosca, secondo il quale il restauro di chiese e infrastrutture in Medio Oriente è di “massima priorità” perché i cristiani possano tornare nella regione .
I leader mondiali, ha esortato Ilarion, ascoltino la voce dei cristiani perseguitati, “sterminati davanti ai nostri occhi”.









Fonte

EUGENETICA. Anche l’Emilia si accoda per l’eliminazione dei bimbi Down




VITA E BIOETICA
13-12-2019

La giunta Bonaccini lancia il Nipt, un nuovo test prenatale che in molti casi consente di individuare anomalie cromosomiche come le sindromi di Down, Edwards e Patau. L’Emilia Romagna «è la prima Regione in Italia ad introdurlo gratuitamente». Pagheranno i contribuenti, anche se contrari all’aborto. Prevista da gennaio, mese delle elezioni, una fase pilota nell’area di Bologna e poi l’estensione a tutta la regione. Il test favorirà la selezione eugenetica, come dimostrano i dati del Regno Unito. Dove in pochi anni, da quando è stato introdotto il Nipt, le nascite di bambini con sindrome di Down sono crollate di circa il 30%.




Ermes Dovico

Non ci sono solo i Paesi dell’America o dell’Europa del Nord: l’eugenetica fa passi da gigante anche in Italia. La conferma arriva dall’Emilia Romagna, che in un comunicato diffuso il 6 dicembre sul sito Internet della Regione si vanta dell’introduzione di nuovi test per la diagnosi prenatale. Si tratta del cosiddetto Nipt (Non invasive prenatal testing), che la giunta di centrosinistra guidata da Stefano Bonaccini presenta come «un test di screening innovativo, non invasivo (un semplice prelievo di sangue) e sicuro per donna e feto. Che consente di prevedere con un alto grado di attendibilità alcune alterazioni dei cromosomi, e cioè le trisomie 21 (sindrome di Down), 18 (sindrome di Edwards) e 13 (sindrome di Patau), già dalla decima settimana di gestazione».

Il comunicato afferma poi che il Nipt ha «una sensibilità e una specificità che arrivano all’incirca al 100% nell’individuazione del rischio di sindrome di Down e di trisomia 13, e poco inferiori nella trisomia 18». E prosegue trionfalmente spiegando che «è l’Emilia Romagna la prima Regione in Italia ad introdurlo gratuitamente per tutte le donne residenti in stato di gravidanza, indipendentemente dall’età e dalla presenza di fattori di rischio».

I nuovi test saranno disponibili su richiesta dal gennaio 2020, cioè proprio nel mese in cui gli elettori emiliano-romagnoli saranno chiamati a votare per il rinnovo del parlamento e della giunta regionali. La fase pilota del test sarà avviata nell’area metropolitana di Bologna, per una durata prevista di nove mesi, dopo i quali Bonaccini&Co annunciano che il test «sarà esteso gratuitamente a tutto il territorio» nelle strutture pubbliche. Un tasto, questo, su cui l’attuale presidente dell’Emilia Romagna insiste anche in una dichiarazione congiunta con l’assessore alla Salute, Sergio Venturi, spiegando che per questo ‘servizio’ ci sarà «addirittura l’azzeramento dei costi a carico dei cittadini». È davvero così? In realtà i costi ricadranno su tutti i cittadini della regione - in particolare sui contribuenti - compresi i molti che sono comprensibilmente contrari a simili test per la selezione eugenetica e, quindi, all’aborto. Figuriamoci a finanziarli di tasca propria e sentirsi dire dal proprio presidente che è tutto gratis.

Andiamo poi all’affermazione, che suona come un macabro paradosso, secondo cui il Nipt sarebbe «sicuro» per il feto. Secondo il comunicato della Regione, l’introduzione del Nipt diminuirà di circa il 50% il ricorso all’amniocentesi e alla villocentesi, tecniche invasive di diagnosi prenatale che comportano anche margini di rischio per la vita del bambino. Ammesso e non concesso che avvenga la diminuzione stimata, va detto che il Nipt è solo il primo gradino di una procedura che ha comunque all’orizzonte amniocentesi e villocentesi, quando si vuole la conferma diagnostica di una probabile anomalia cromosomica.

La premessa comune è sempre quella che l’aborto sia un diritto, perciò parlare di “sicurezza” per i bambini è un’offesa a quei piccoli che si sono visti e si vedranno togliere la vita nel grembo materno, nonché all’intelligenza di tutti. Inoltre, se il Nipt diventerà una routine ospedaliera, addirittura gratuita, la mentalità eugenetica troverà terreno fertile per diffondersi ancora di più. Perché, appunto, il Nipt ha il fine di individuare - con «una sensibilità» di circa il 100%, come afferma con entusiasmo la Regione Emilia Romagna - i bambini ritenuti difettosi e perciò da scartare, uccidere, attraverso l’aborto. Come dire che si celebra l’idea di poter fare a gara con Paesi come l’Islanda e il suo famigerato 100% virtuale di aborti di bambini con sindrome di Down.

Quel che è emerso proprio in questi giorni in un altro Paese europeo, il Regno Unito, dovrebbe essere di monito. Secondo i dati pubblicati dal Times e forniti da 26 trust ospedalieri britannici (circa un quinto di quelli che hanno reparti per la maternità) per il periodo 2013-2017, il numero dei bambini nati con sindrome di Down è diminuito di circa il 30% da quando è stato introdotto il Nipt: nel 2013 risultava una nascita ogni 956 (0,1%); ancora meno nel 2017, ossia una nascita ogni 1.368 (0,07%).

A ottenere i dati dagli ospedali del National Health Service è stata Colette Lloyd, mamma di Katie, una ragazza di 22 anni con la trisomia 21. La signora Lloyd, come riporta il Times, ha detto di avere difficoltà a spiegare a sua figlia il fine del Nipt e della diagnostica prenatale. «Come potrei dirle: “Abbiamo un test tale che le donne possano scegliere se vogliono tenere o no un bambino come te”?». Lynn Murray, un’altra madre che ha una figlia (oggi diciannovenne) con sindrome di Down, ha commentato i dati spiegando che sarebbe «totalmente immorale e discriminatorio» se il governo britannico continuasse a diffondere questi test in altri ospedali dell’NHS.

Il buonsenso racchiuso nelle parole di queste mamme stride evidentemente con la cultura di chi presenta questi test come uno straordinario avanzamento del progresso, non vedendo o non volendo vedere che si tratta di un imbarbarimento e disumanizzazione delle nostre società, un tempo cristiane. La suddetta cultura, purtroppo oggi dominante, parla in modo ossessivo di “diversità”, “non discriminazione”, “rispetto”, ma solo quando si tratta di promuovere azioni e leggi che vanno contro la famiglia, la maternità, la vita umana. È la stessa intellighenzia autoreferenziale che festeggia ritualmente la Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down, chiedendone una volta all’anno la piena “inclusione” (se già nate), ma nel frattempo si adopera perché non ne nascano più.











giovedì 12 dicembre 2019

Sei motivi per fare (bene) il segno della croce






Aldo Maria Valli, 12-12-2019

Il segno della croce dovrebbe essere tenuto nella massima considerazione da noi cristiani. E invece come lo trascuriamo! A volte diventa uno sgorbio tracciato in modo frettoloso, quasi dovessimo vergognarcene. Altre volte è utilizzato quasi come segno scaramantico o propiziatorio (ahi, signori calciatori!).

Invece “quando impariamo a prendere sul serio questo gesto, segnandoci frequentemente con fede e rispetto, possiamo ottenere risultati notevoli” scrive Bert Ghezzi, conferenziere e autore di numerosi libri, tra i quali The Sign of the Cross, dedicato proprio all’importanza del segno della croce.

“Il segno della croce, dopo tutto, non è solo un pio gesto. È una preghiera potente, un sacramentale della Chiesa”, i cui significati, alla luce delle Scritture e dell’insegnamento dei santi e dei padri della Chiesa, si possono riassumere in sei punti fondamentali.
Un mini-Credo

Il segno della croce è una professione di fede in Dio, così come si è rivelato. Può essere considerato una forma abbreviata del Credo degli apostoli.

Toccando la fronte, il petto e le spalle (e in alcune culture anche le labbra), dichiariamo la nostra fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Stiamo annunciando e manifestando la nostra fede in ciò che Dio ha fatto per noi: la creazione di tutte le cose, la redenzione dell’umanità dal peccato e dalla morte e l’istituzione della Chiesa, che offre nuova vita a tutti. Quando ci segniamo, ci rendiamo consapevoli della presenza di Dio e ci apriamo alla sua azione nella nostra vita.

Basterebbe questo per trasformarci spiritualmente, ma nel segno della croce c’è molto di più.
Un rinnovamento del battesimo

I cristiani del I secolo iniziarono a fare il segno della croce come memoria e rinnovamento di ciò che accadde loro quando furono battezzati. E per noi oggi è ancora così.

Quando segniamo noi stessi, dichiariamo che nel battesimo siamo morti sacramentalmente con Cristo sulla croce e siamo saliti a una nuova vita con lui (Rom 6: 3-4; Gal 2:20). Con il segno della croce chiediamo al Signore di rinnovare in noi le grazie battesimali. Riconosciamo inoltre che il battesimo ci ha unito al Corpo di Cristo e ci ha resi collaboratori del Signore nella sua opera di salvezza dal peccato e dalla morte.
Un segno di discepolato

Con il battesimo il Signore ci ha rivendicato come suoi figli marcandoci con il segno della croce. Ora, quando a nostra volta ci segniamo, affermiamo la nostra lealtà nei suoi confronti. Tracciando la croce sui nostri corpi, stiamo negando di appartenere a noi stessi e dichiarando di appartenere a lui solo (Lc 9, 23).

I padri della Chiesa per il segno della croce usarono la stessa parola che il mondo antico impiegava per indicare la proprietà. La stessa parola che indica il marchio del Signore sui suoi discepoli indicava il marchio tracciato da un pastore sulle sue pecore, il tatuaggio di un generale sui suoi soldati, il marchio di un capofamiglia sui suoi servitori.

Quella firma che è il segno della croce dice che siamo le pecore di Cristo e possiamo contare sulla sua cura; siamo i suoi soldati, incaricati di lavorare con lui per far avanzare il suo regno sulla terra; siamo i suoi servi, pronti a fare qualunque cosa ci dica.
Un’accettazione della sofferenza

Gesù ci ha promesso che la sofferenza sarebbe stata una componente normale della vita di ogni discepolo (Lc 9, 23-24). Quindi, quando ci “firmiamo” con il segno della croce, stiamo abbracciando qualunque dolore sia conseguenza della nostra fede in Cristo. Fare il segno della croce vuol dire prendere la croce e seguire Gesù (Lc 9:23).

Allo stesso tempo, tuttavia, il segno della croce ci conforta con la consapevolezza che Gesù, che ha sopportato la crocifissione per noi, ora si unisce a noi nella nostra sofferenza e ci sostiene.

Segnare noi stessi annuncia anche un’altra significativa verità: con San Paolo affermiamo che le nostre afflizioni come membri del corpo di Cristo contribuiscono all’opera salvifica del Signore e al perfezionamento della Chiesa nella santità (Col 1, 24).
Una doppia mossa contro il diavolo

Quando il diavolo vide Gesù morire sulla croce, pensò erroneamente di aver ottenuto una grande vittoria. Invece il Signore lo sorprese con una sconfitta ignominiosa (1 Cor 2: 8). Dalla prima mattina di Pasqua fino a oggi, il segno della croce fa rabbrividire e fuggire il diavolo.

Fare il segno della croce è quindi una mossa difensiva, che dichiara la nostra inviolabilità rispetto all’influenza del diavolo. Ma è anche un’arma offensiva nella battaglia. Annuncia la nostra collaborazione con Gesù nell’inarrestabile progresso del regno di Dio contro il regno delle tenebre.
Una vittoria sulla carne

Fare il segno della croce (Gal 5: 16-22) manifesta la nostra decisione di crocifiggere i desideri della carne e di vivere secondo lo Spirito.

Come quando ci togliamo una camicia sporca, fare il segno indica che ci spogliamo delle nostre inclinazioni malvagie e ci rivestiamo di Cristo (Col 3: 5-15).

I padri della Chiesa hanno insegnato che il segno della croce ha sconfitto potenti tentazioni come rabbia e lussuria. Quindi non importa quanto fortemente siamo tentati: possiamo usare il segno della croce per attivare la nostra libertà in Cristo e vincere anche i nostri peccati più assillanti.

Dunque, riassumendo, quando facciamo il segno della croce, ricordiamo che:

stiamo professando la nostra fede;

stiamo dichiarando che siamo rinati con il battesimo;

stiamo dicendo che apparteniamo a Cristo e vogliamo obbedirgli;

stiamo affermando che abbracciamo qualunque sofferenza come partecipazione alla sofferenza di Gesù sulla croce;

ci stiamo difendendo dal diavolo e nello stesso tempo stiamo attaccando il nemico;

stiamo sconfiggendo la carne e mettendo Cristo al primo posto.

Ecco perché vale la pena di fare (bene) il segno della croce!

A.M.V.

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Fonte: Simply Catholic












mercoledì 11 dicembre 2019

Certi danni di Maritain. Articolo di Stefano Fontana







Stefano Fontana, 09-12-2019


Al recente convegno di Montefiascone su Liberare la persona dai personalismi [link], non poteva mancare un nuovo esame del personalismo politico di Jacques Maritain. La cosa è di una certa rilevanza se si ricorda l’enorme influenza esercitata da Maritain da quando nel 1936 pubblicò Umanesimo integrale e fino a quando scrisse Cristianesimo e democrazia o l’Uomo e lo Stato. Molti osservatori parlano di “tre Maritain”: quello tradizionalista di Tre Riformatori, quello della “nuova cristianità” e infine quello de Il Contadino della Garonna, opera scritta in tarda età e che contiene spunti di revisione del pensiero precedente. Dal convegno però è emerso che l’impronta iniziale di Maritain perdurò fino alla fine, nonostante i cambiamenti nella sua vita intellettuale. Per alcuni relatori al convegno di Montefiascone, la sua visione della persona non era tomista ma kantiana, nonostante Maritain abbia sempre parlato del proprio pensiero come di un “personalismo tomista”.

E a dire il vero, la principale nozione del suo personalismo, vale a dire la distinzione tra individuo e persona, è già presente in un’opera apparentemente indubitabile, ossia in Tre Riformatori, la cui prima edizione è del 1937. Per Maritain l’individuo è il polo materiale per il quale l’uomo non si distingue dal resto del creato di cui è come un frammento, un punto in una rete. La persona, invece, è il polo spirituale che trascende l’individuo, non è sottomessa a niente, è un tutto indipendente davanti ad un altro tutto. Ne consegue che la persona è libertà e autonomia, libertà di emancipazione, e lo sviluppo consiste nel rendere consapevole l’uomo di questa sua superiorità e indipendenza. Più egli si allontana dalle istituzioni e più afferma tale sua libertà, ordinandosi solo al tutto della Visione Beatifica.

La distinzione tra individuo e persona separa la società dalla Chiesa, la quale ha una missione spirituale connessa con la persona e non deve riguardare la politica che è connessa con l’individuo. Maritain condanna la cristianità medievale per non aver compreso questo, e propone una “nuova cristianità” in cui i credenti operano non “in quanto cristiani” ma “da cristiani”, ossia in un regime di separazione tra politica e religione che spiega le molte “scelte religiose” compiute all’interno del mondo cattolico. Con la qual cosa Maritain accetta in fondo gli esiti della secolarizzazione e pensa al Vangelo solo come un fermento animatore della speranza temporale in una società pluralista. Egli propone quindi una nuova fede democratica intesa come il credo della libertà.

Il personalismo di Maritain si colloca nel solco del “naturalismo politico”, ossia sulla strada secondo la quale il piano naturale della vita politica non ha bisogno dell’aiuto essenziale del soprannaturale, sicché il ruolo della religione cattolica nella società e nella politica può essere al massimo di aiuto ma non indispensabile.

La sua distinzione tra individuo e persona, oltre a produrre una frattura dentro l’uomo tra il cittadino e il credente, apre la strada alla visione della persona come autodeterminazione, ponendo la libertà come elemento costitutivo della dignità della persona, mentre nella concezione classica di persona, la libertà era solo una proprietà derivante dalla sua natura razionale e, quindi, da questa limitata e orientata. Ne deriva un concetto di dignità come attività, mentre la dignità della persona è prima di tutto ricevuta. La persona intesa come libertà si erge quindi in una specie di sovranità, mentre nella sua concezione classica e veramente tomista la persona è tale dentro (e quindi in subordinazione con) l’ordine finalistico del creato e la sua dignità non deriva da un processo di cui essa stessa e regista e operatrice, ma dall’adesione ad un ordine della dignità oggettivo e trascendente.

Una riflessione approfondita sul personalismo politico maturatosi negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso risulta allora molto importante per capire l’aiuto che in seguito i cattolici hanno dato all’individualismo esasperato dei nuovi diritti e alla democrazia intesa come metodo per ogni scelta.

Stefano Fontana













martedì 10 dicembre 2019

Storia di Kate. Convertita dal Santissimo Sacramento








Aldo Maria Valli, 10-12-2019

Londra, sabato 18 settembre 2010. Durante la visita di papa Benedetto XVI in Gran Bretagna, a Hyde Park migliaia di persone partecipano con il pontefice all’adorazione eucaristica.

Quando il Vicario di Cristo tiene in alto l’ostensorio e poi benedice la metropoli e il mondo intero, una donna presente tra la folla avverte che la sua vita sta cambiando.

Lei si chiama Kate Paulson e in quel settembre del 2010 sta combattendo una sorta di battaglia con la Chiesa cattolica. Da tempo se ne sente attratta, ma ancora non è riuscita a fare il passo dall’anglicanesimo al cattolicesimo.

Per spiegare la vicenda di Kate e della sua famiglia occorre tornare all’autunno del 2009, quando le reliquie di santa Teresa di Lisieux sono portate in pellegrinaggio in Inghilterra.

In un giorno di ottobre, insolitamente caldo, le reliquie arrivano al santuario mariano del Priorato di Aylesford, e lì ad accoglierle c’è anche la famiglia Paulson.

Il marito di Kate, Graham, è cattolico, e anche i loro tre bambini, di età compresa fra i due e i dieci anni, per un accordo fra i genitori, sono stati battezzati nella Chiesa cattolica. Kate invece, sebbene in passato si sia sentita attratta dal cattolicesimo, è ancora anglicana.

Fin da quando era studentessa Kate ha avvertito il richiamo della Chiesa cattolica. Ricorda ancora quella volta che chiese informazioni sull’Ave Maria a un compagno di corso, e lui le fece trovare il testo della preghiera scritto su un biglietto infilato sotto la porta.

Il grande passo, comunque, non è mai avvenuto. E in quel giorno del 2009, mentre l’intera famigliola Paulson si trova in coda in attesa di passare di fronte alle reliquie di santa Teresa di Lisieux, non è che Kate sia particolarmente felice. Il viaggio in auto ha richiesto quattro ore e la coda di fedeli è interminabile. I bambini sono irrequieti: la classica situazione che mette a dura prova qualsiasi genitore.

Quando poi, dopo un’attesa di tre ore, la famigliola è finalmente davanti alle reliquie, tutto ciò che vede è una piccola bara, che certamente non suscita particolare interesse nei tre bambini.

Mamma Kate e papà Graham, tuttavia, aiutano i loro figli a porre le mani sulla reliquia e pregano tutti insieme. Una scena che commuove un signore lì accanto, il quale dice a Kate: “Signora, lei e i suoi ragazzi riceverete molte benedizioni per aver fatto una fila così lunga”.

In quel 2009 Kate frequenta ogni domenica, con Graham e i bambini, la santa messa cattolica ma, non potendo accostarsi alla comunione, vive una condizione di inferiorità ed esclusione. “A essere onesti – racconta – ce l’avevo con i cattolici e la Chiesa cattolica. Mi sembrava un club esclusivo, del quale non potevo far parte per mancanza di preparazione”.

In passato due tentativi di entrare nella Chiesa cattolica, per vari motivi, non sono arrivati a conclusione. Di mezzo, a complicare le cose, c’è stato anche il trasferimento da Londra al Surrey, dove Kate e Graham lavorano come avvocati.

E ora andiamo di nuovo a quel sabato 18 settembre del 2010, quando papa Benedetto, a Hyde Park, presiede l’adorazione eucaristica e in mezzo alla folla c’è anche la famiglia Paulson.

Ancora una volta, l’impresa non è stata delle più agevoli. A dirla tutta, Kate, memore della fatica fatta per visitare le reliquie di santa Teresa, avrebbe evitato volentieri. Ma Graham ha insistito: “Tutta la nostra parrocchia ci va. È un’occasione unica”.

Kate pensa: “Passare un sabato con tre bambini e altre ottantamila persone a Hyde Park. Perché? Chi me lo fa fare?”. Però alla fine accetta.

I Paulson prendono dunque il treno per Londra e raggiungono a piedi il luogo della cerimonia. La folla è enorme, l’attesa lunga, il papa lontanissimo e minuscolo. Per vederlo occorre guardare nei maxischermi, come in tv.

Insomma, le condizioni non sono certamente delle migliori. Tuttavia Kate ricorda molto bene che quando papa Benedetto prese l’ostensorio con il Santissimo Sacramento e lo alzò fu assalita da una domanda tanto semplice quanto perentoria. “Pensai: perché non sono cattolica?”.

E quando poi Kate ascoltò l’inno Tell Out My Soul, una versione del Magnificat, sentì che dentro di lei stava avvenendo qualcosa di straordinario, come se qualcosa salisse verso le spalle e fuggisse via. “Lo seppi con precisione: dovevo diventare cattolica”.

La mattina seguente Kate bussa letteralmente alla porta del parroco chiedendo di diventare cattolica, e subito. Il prete, un po’ confuso, è felice, ma fa presente che ci vuole un percorso di preparazione.

“Replicai che l’avevo già fatto. Volevo una conversione rapida. Dissi proprio così. Non potevo aspettare una sola settimana o seguire le istruzioni: ero pronta”.

“Gli dissi che avevo frequentano non uno ma due corsi di preparazione e che da dieci anni andavo regolarmente alla messa cattolica. Lo implorai di non farmi aspettare. Dovevo diventare cattolica, e in fretta. Ero irremovibile: non potevo aspettare fino a Pasqua, non potevo aspettare oltre”.

Poco dopo questa conversazione, Kate scrive a padre Cunnane, il prete cattolico che ha celebrato il suo matrimonio con Graham, per informarlo della richiesta fatta al parroco e per raccontargli della forte esperienza vissuta a Hyde Park. E padre Cunnane risponde che lui si trovava proprio accanto a Benedetto XVI durante l’adorazione eucaristica.

Per Kate è un altro segno. Passa un mese e finalmente arriva il gran giorno: Kate sarà accolta nella Chiesa cattolica. Ma la notte precedente è tutt’altro che tranquilla. Nel cielo sopra il paese dei Paulson si scatena una tempesta senza precedenti, con fulmini e tuoni fragorosi.

Alle cinque del mattino, mentre la tempesta ancora imperversa, Kate scende le scale di casa e cerca la sua copia del Catechismo. In vista della prima confessione, vuole rileggere le pagine sulla differenza tra peccati veniali e peccati mortali. Mentre apre il catechismo, un tuono spaventoso rimbomba a lungo e proprio in quell’istante un santino cade dal libro. Un fulmine illumina la stanza e Kate vede che è un santino di Teresa di Lisieux, dono di un amico che glielo regalò una volta che lei ebbe dubbi circa l’Eucaristia.

Ricorda Kate: “Non voglio entrare nei dettagli. Ci sono profumi che non puoi esporre all’aria senza che perdano la loro fragranza e ci sono esperienze che non puoi esprimere con linguaggio umano senza che perdano il loro significato profondo. Santa Tersa mi fissava”.

Sta di fatto che quel giorno, mentre raccoglie l’immaginetta con il volto di Teresa di Lisieux, le tornano alla mente le parole di quello sconosciuto, davanti alle reliquie della santa: “Riceverai grandi grazie”.

A quel punto un pensiero la colpisce. Alzando gli occhi al calendario, si rende conto che la data fissata per il suo ingresso nella Chiesa cattolica è la stessa del pellegrinaggio presso le reliquie di santa Teresa: è passato un anno esatto. “Ho pianto. È stato così sorprendente! Ero così consapevole della presenza di Dio! Mi stava dicendo che non era una coincidenza: mi stava dicendo che stavo facendo la cosa giusta”.

Ora, ripensando al giorno del suo ingresso nella Chiesa cattolica, Kate dice: “Quando finalmente presi la Comunione, ero felice. Era la fine di un lungo viaggio e l’inizio di uno nuovo. Finalmente ero in unione con il resto della mia famiglia. Ero membro a pieno diritto della Chiesa. Non più un’estranea, ma una vera cattolica!”.

A.M.V.

Fonte: NCR

















domenica 8 dicembre 2019

PERDITA DI FEDE. Chiese svuotate e trasformate in musei




I matrimoni civili superano quelli religiosi e il numero di non praticanti supera quello dei praticanti. La Chiesa deve tornare ad evangelizzare in Italia, ma perde tempo firmando protocollo di intesa per rilanciare il turismo in chiese ormai vuote.





Giuliano Guzzo, 08-12-2019

Chiese svuotate e «convertite» a musei? È un dilemma con cui è difficile non confrontarsi guardando a che punto è arrivato il processo di scristianizzazione del nostro Paese che, nel 2018, ha registrato il simultaneo verificarsi di due passaggi di grande rilievo, a loro modo, epocali: per la prima volta le nozze civili hanno superato i matrimoni religiosi e le persone che non si recano mai in chiesa superano quelle che vi si recano con una certa regolarità. Un processo che, lungo la penisola, procede a ritmi diversificati.

Lo si capisce confrontando i dati tra il 2001 e il 2018, diciassette anni nei quali molto, forse troppo è cambiato. Il triste primato della laicizzazione e del calo dei frequentanti va al Piemonte (-42,2%), seguito da Molise (-42%), Veneto (-39,1%), Trentino (-35,5%) e Valle d’Aosta (-33.3%). Le flessioni meno forti avvengono invece in Lazio (-3,3%), Emilia Romagna (-13,3%) e Calabria (-18,2%). C’è però da dire che i cali del numero dei fedeli si fanno sentire soprattutto in regioni meno popolose. Si pensi all’Umbria, dove oltre 200.000 persone – uno su quattro, in pratica - non frequentano mai un luogo di culto.

Ora, è certamente vero che tutti questi dati vanno interpretati, oltre che esposti. Per esempio dicendo che la riduzione dei frequentanti i luoghi di culto è in corso da decenni, almeno dagli anni ‘60 del Novecento, anche se esaminando i dati europei si possono notare flessioni già negli anni ‘30. Allo stesso modo, va detto che non recarsi a messa – per quanto cosa grave, cattolicamente parlando -, non significa automaticamente non credere; ed è vero anche che, viceversa, andare in chiesa non offre nessuna garanzia. Non a caso il cardinale Giacomo Biffi ironizzava sui "praticanti non credenti".

Tutte le precisazioni del caso non possono però nascondere la gravità di una scristianizzazione sempre più profonda anche in un Paese come l’Italia, ritenuto da tanti ancora cattolico. Soprattutto, ad essere grave è il fatto che molti pastori sembrano assistere impassibili, quasi rassegnati a questo processo. Prova ne è – per tornare al dilemma iniziale – la notizia che ci arriva dall’Emilia Romagna, dove nelle scorse ore la Regione ha sottoscritto con la Conferenza Episcopale Emilia-Romagna un protocollo d’intesa sul turismo religioso.

Scopo dell’iniziativa, al momento un unicum in Italia, è quello di valorizzare e far conoscere a un pubblico più ampio i beni sacri, «nel pieno rispetto della tutela e delle esigenze proprie dei luoghi di culto, dell’attività pastorale, delle feste e delle tradizioni religiose». Impegno condivisibile, per carità. Viene però spontaneo chiedersi se anziché flirtare con il potere politico o avvisare pur brillanti collaborazioni, come in questo caso, la Chiesa non debba rimboccarsi le maniche e tornare ad evangelizzare.

Si pone questa domanda sulla base di una consapevolezza che a troppi, ultimamente, sembra sfuggire, e cioè che né la scristianizzazione né la secolarizzazione sono processi inevitabili né, tanto meno, rappresentano il capolinea della storia. Chi lo pensa soffre di eurocentrismo perché i dati globali dicono che il cristianesimo, in tutte le sue varie denominazioni, è stabile se non in crescita. Lo stesso cattolicesimo, da decenni a questa parte, è professato dal 20% circa della popolazione mondiale, senza grandi cali, e in Africa cresce del 2,5% l’anno, un dato non così distante da quello del cristianesimo delle origini.

Tutto questo per dire che, per quanto certamente i tempi non siano favorevoli, è un po’ troppo comodo fermarsi ad osservare i dati sulla frequenza religiosa o a sottoscrivere protocolli per rilanciare il turismo religioso. Le priorità, infatti, sono ben altre e si possono condensare in una parola breve ed enorme al tempo stesso: fede. Su questo occorre lavorare, investire e soprattutto testimoniare. Il resto è solo pigrizia o, peggio, resa alla cultura dominante.












Storia di Jim e Lois, muratori per amore dell’Immacolata






Aldo Maria Valli, 08-12-2019

Che cosa fare, da cattolici, di fronte a una Chiesa che troppo spesso non sembra interessata a promuovere e a difendere la vera fede, ma a seguire ogni vento di dottrina e a ricevere l’applauso del mondo?

Jim e Lois McCormick, marito e moglie, entrambi settantasei anni, hanno deciso di reagire. Una lettera di protesta ai vescovi? No. Un campagna sui social? No (anche perché non usano né Facebook né Twitter).

Jim e Lois si sono rivolti direttamente alla Madonna, ma in un modo speciale: hanno infatti costruito con le loro mani una grotta dedicata all’Immacolata.

Succede a Salem, Stati Uniti, nel Dakota del Sud, dove Jim e Lois, dopo una vita passata in giro per le basi militari di mezzo mondo (lui pilota dell’aeronautica militare Usa, lei mamma di sette figli), si sono letteralmente rimboccati le maniche, in onore di Maria.

L’idea nacque un giorno in cui i McCormick, un paio d’anni fa, passando per South Bend, nell’Indiana, si imbatterono in una grotta dedicata a Nostra Signora di Lourdes. Nella parrocchia di San Stanislao, non lontano dall’Università di Notre Dame, i parrocchiani avevano costruito una replica della grotta e Jim e Lois ne restarono così ammirati che, una volta a casa, chiesero al loro parroco, padre Martin Lawrence, se avrebbe approvato la costruzione di una simile grotta di pietra, sul terreno della parrocchia, per onorare la patrona della Chiesa.

Padre Lawrence disse di sì e subito i McCormick si misero all’opera.

La parrocchia di St Mary a Salem possedeva un pezzo di terreno vuoto, frutto di una donazione, proprio di fronte alla scuola cattolica. Il luogo ideale. Improvvisandosi architetti, Jim e Lois disegnarono dunque il progetto, ma rimanevano altri problemi: come procurarsi i materiali e trovare i lavoratori?

Nel Midwest, terra di agricoltori, le persone non hanno molto tempo libero. Ma Jim e Lois non si arresero. Interpellarono i parrocchiani, chiesero aiuto ai Cavalieri di Colombo, e soprattutto si misero nelle mani della Vergine e di santa Bernadette Soubirous, la ragazzina alla quale la Madonna apparve a Lourdes nel 1858 presentandosi come l’Immacolata Concezione.

Così l’operazione grotta di Lourdes è partita. Molte persone si sono messe al lavoro, altre hanno offerto denaro per acquistare i materiali, altre hanno portato cibo e bevande per gli operai, altre hanno pregato senza sosta. In mezzo alla polvere nella stagione estiva e al fango in quella invernale, i lavori sono andati avanti, tra alti e bassi. Centinaia di pietre sono state portate sul posto e poi allineate e sovrapposte. Man mano che l’opera cresceva e la grotta si formava, il lavoro, per volontari non abituati a fare i muratori, si presentava più difficile. Eppure tutto è andato liscio e non ci sono stati incidenti.

La gente passava, osservava e si chiedeva: ma che cosa staranno mai facendo tutti questi strani muratori con una tale quantità di pietre?

Quasi miracolosamente, nelle ultime settimane di settembre, a un certo punto il caos è finito e l’opera è apparsa nella sua bellezza. Le ultime rocce sono state sistemate, una finestra installata, il marciapiedi di cemento terminato, gli alberi piantati. Il 7 ottobre, festa di Nostra Signora del Rosario, padre Lawrence, insieme a monsignor Mangan e a padre DeWayne Kayser, tutti della diocesi di Sioux Falls, hanno celebrato la cerimonia di dedicazione, comprendente una Messa mattutina, un giorno di adorazione, una benedizione solenne e infine la dedicazione vera e propria.

La sera, oltre centocinquanta parrocchiani, che avevano lavorato per la costruzione della grotta, hanno dato vita a una processione a lume di candela. I McCormick, come tutti gli altri volontari, si sono sentiti benedetti per aver contribuito a un’opera così bella.

Secondo Jim, Lois e tutti i loro amici, non bisogna mai dire “di fronte alla crisi della Chiesa non c’è niente che possiamo fare”. Qualcosa da fare c’è sempre. Magari prendere una pala, un martello o una cazzuola e incominciare a costruire una grotta in onore dell’Immacolata Concezione. Mostrando così a tutti che ci sono molti modi per combattere contro la cultura della morte e per difendere l’unica vera fede.

“Se lo farete – dicono i McCormick – Nostra Signora dell’Immacolata Concezione ascolterà sicuramente le grida di aiuto innalzate dai suoi fedeli”.

A.M.V.

Fonte: LifeSiteNews