domenica 19 gennaio 2020

Card. Sarah: "Preti, siate fieri del vostro celibato!"







19 gennaio 2020

Intervista di Jean Marie Guénois, del quotidiano francese Le Figaro, al cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione della divina liturgia e la disciplina dei sacramenti. L'intervista riguarda il libro che il cardinal Sarah ha scritto a quattro mani con il Papa emerito Benedetto XVI, in difesa del celibato dei sacerdoti.




Come si spiega il fatto che il Papa emerito Benedetto XVI abbia pubblicato assieme a lei un’opera in difesa del celibato sacerdotale, supplicando Papa Francesco di non modificare questa regola nella Chiesa?

Questo libro è un grido, un grido di amore per la Chiesa, il Papa, i preti e tutti i cristiani. Noi vogliamo che questo libro sia letto da più gente possibile. La crisi che attraversa la Chiesa è sorprendente.


Il Papa si era votato al silenzio, perché esce dal suo riserbo?

Con questo libro, il Papa emerito Benedetto XVI non rompe il silenzio. Ci offre il suo frutto. Quel che ha scritto in questo libro non è una teologia loquace, una teologia che vuole incantare i media, ma una lettura contemplativa delle Scritture. Non creda che agisca in polemica, né che questa sia una disputa accademica lontana dalla realtà. Credo che, nella preghiera, il suo cuore di padre abbia provato grande compassione per i sacerdoti di tutto il mondo che si sono sentiti disprezzati, sconvolti e abbandonati. Ha anche voluto rassicurare le decine di milioni di fedeli cristiani che si sentono disorientati e perduti.

Cosa denuncia di preciso, assieme a Papa Benedetto XVI, quando parla di «messe in scena teatrali», di «menzogne diaboliche», di «manipolazioni ideologiche»?

Noi abbiamo assistito in questi ultimi mesi ad una strumentalizzazione della situazione in Amazzonia. I media, i commentatori e le auto-proclamate autorità morali hanno voluto far pressione sui vescovi. Si è voluto far credere che il celibato ecclesiastico non sia altro che una disciplina recente. Si sono accumulate menzogne storiche, approssimazioni teologiche. Hanno voluto farci credere che l’ordinazione di uomini sposati o la creazione di ministri femminili fossero la soluzione di tutti i nostri mali. Con Benedetto XVI, non abbiamo voluto chiudere gli occhi. I problemi sono incommensurabili. Abbiamo una comune convinzione: la sola riforma possibile per la Chiesa è il ritorno alla radicalità del Vangelo.


Ci può spiegare in sintesi la natura di questa “crisi del sacerdozio”, che è il cuore del libro?

Al cuore della crisi del sacerdozio, c’è la dimenticanza di Dio. Quando la vita di un prete non è più ancorata alla fede e a Gesù Cristo, tutte le derive diventano possibili. Se si guarda ai preti come ad altro rispetto che a uomini interamente votati e consacrati a Dio, allora li si condanna ad essere nient’altro che degli assistenti sociali, dei piccoli fornitori di servizi. Il prete cattolico dona tutta la sua vita per essere strumento nelle mani di Dio. Non per svolgere la funzione di un animatore socio-spirituale nella società globale dei consumi. Essere prete non è un mestiere che lascia del tempo libero per una “vita privata” e per gli hobby. Essere prete vuol dire seguire Cristo sulla croce per amore, 24 ore su 24. E’ una condizione di vita. Il mondo, una piccola minoranza che agisce anche dentro la Chiesa, alcuni vescovi stessi, lo hanno dimenticato. Benedetto XVI ed io non abbiamo paura a denunciare questo problema e ad affrontarlo, guardandolo in faccia.


Che messaggio lanciate, principalmente, ai preti “disprezzati”?

Citerei le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Siate fieri del vostro celibato! Voglio ribadire a loro che un prete fedele, povero e debole all’apparenza, fa tremare le potenze di questo mondo. Il celibato è uno scandalo per il mondo, perché è l’affermazione che Dio non sia un’idea, ma un Essere vivente al quale si può donare tutto il corpo, tutto il cuore, tutta la capacità di amare. La nostra vita sacerdotale non ha senso, se non si fonda su Dio. Rende Dio presente in questo mondo, che lo respinge e lo teme. Voglio dunque lanciare un appello ai preti, perché entrino in una vita in cui Dio sia il loro unico punto di appoggio. Non solo una vita di castità nel celibato, ma anche una vita di povertà, di spoliazione, di obbedienza, di fratellanza. La nostra vita sacerdotale è prima di tutto una vita di unione con Gesù, dunque una vita di preghiera.


Ma perché questa possibile riforma locale può rappresentare un pericolo per tutta la Chiesa?

Sappiamo bene e con certezza che l’ordinazione di uomini sposati o la creazione di ministri femminili non è una richiesta dei popoli dell’Amazzonia. E’ un fantasma dei teologi occidentali nel male della trasgressione. Sono scioccato dal fatto che la difficoltà dei poveri venga strumentalizzata fino a questo punto. D’altro canto, Papa Francesco, al Sinodo, ha ricordato che il vero problema dell’Amazzonia sia infine la nostra tiepidezza nell’annunciare la fede, l’unica salvezza in Gesù Cristo. In questo libro citiamo molti esempi. E ho personalmente voluto parlare della mia esperienza di prete africano, per mostrare come l’evangelizzazione debba basarsi sul celibato.


Papa Francesco aveva pertanto detto pubblicamente di non toccare il principio del celibato sacerdotale e che convenga risolvere localmente il problema della mancanza di preti in terra di missione. In che modo un’eccezione rischia di incrinare una regola pluri-secolare?

Sin dall’inizio della storia della Chiesa, Gesù dichiarò: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». (Mt 9, 37-38). La mancanza di sacerdoti non è un’eccezione. E’ la condizione normale di tutta la Chiesa nascente, come in Amazzonia, in Oriente, come in Occidente. Un’eccezione, per definizione, deve essere transitoria e trattata in modo da ritornare alla normalità delle cose. Un indebolimento del principio del celibato, anche se limitato ad una sola regione, non sarebbe un’eccezione, ma una breccia, una crepa nella coerenza interna del sacerdozio.


Non è allarmismo predire una «catastrofe pastorale»?

Abbiamo scritto questo libro non in una logica di comunicazione, ma seguendo l’esigenza della verità. Se la situazione è grave, lo si deve dire. Leggendo questo libro, non credo che diamo prova di esagerazione. Da un punto di vista umano, la situazione della Chiesa appare disperata. Ma ciò non diminuisce per nulla la nostra speranza, che è in Dio e non nell’approvazione del mondo.


Ci sono comunque delle eccezioni viventi di preti cattolici sposati nelle Chiese orientali, perché non adottare questo modello anche per la Chiesa latina?

Lei ignora che numerosi rappresentanti delle Chiese orientali ci dicono che il clero sposato è in crisi? Li sappiamo ascoltare? Credo soprattutto che il popolo cristiano si aspetti dai preti una consacrazione totale e non mezze misure.


Voi dimostrate, attraverso un’analisi storica e teologica, che il celibato sacerdotale sia una costante dalla fondazione del cristianesimo. Allora gli storici della Chiesa che assicurano che questa regola abbia impiegato secoli per imporsi…

Siamo spesso vittime di una profonda ignoranza della storia di questo soggetto. La Chiesa ha avuto dei preti sposati nei primi secoli. Ma, dal momento della loro ordinazione, erano tenuti all’astinenza totale dalle relazioni sessuali con le loro mogli. E’ un fatto certo e dimostrato dalle ricerche storiche più recenti. In questa esigenza non c’è alcun tabù, alcuna paura della sessualità. Si trattava di affermare che il prete è sposato esclusivamente, corpo e anima, con la Chiesa. E’ dedito interamente ad essa, come Cristo.


Come dimostra che il celibato sacerdotale sia sempre stato la norma nella Chiesa Cattolica?

Dal punto di vista storico, le cose sono molto chiare: nel 305, il Concilio di Elvira e, nel 390, il Concilio di Cartagine riprendono la legge “ricevuta dagli Apostoli” della continenza dei preti. Quando la Chiesa era appena uscita dall’era dei martiri, una delle prime cose su cui poneva l’attenzione era affermare che i vescovi, i preti e i diaconi dovessero astenersi dalle relazioni sessuali con le loro mogli. Se questa esigenza fosse stata un’innovazione, avrebbe certamente provocato una vasta protesta fra i sacerdoti che celebravano la Messa, dunque il rinnovo del sacrificio di Cristo per il mondo. Eppure è stata accolta serenamente. Già i cristiani avevano coscienza che un prete che celebra la Messa, dunque il rinnovo del sacrificio di Cristo per il mondo, deve egli stesso offrirsi completamente, corpo e anima. Non si appartiene più. E’ solo molto più tardi, a causa della corruzione dei testi, che l’Oriente evolverà nella sua disciplina, senza tuttavia mai recidere il legame fra il sacerdozio e l’astinenza.


Ma che fare in caso di penuria di sacerdoti?

Lei crede che l’ordinazione di uomini sposati risolva la crisi delle vocazioni? L’esperienza della mancanza di pastori nelle comunità protestanti, che consentono il matrimonio dei ministri del culto, prova esattamente il contrario. La crisi delle vocazioni è una crisi della fede! Laddove il Vangelo è annunciato e vissuto in tutta la sua esigenza, le vocazioni non mancano.


Molti, tuttavia, pensano che la “radicalità” dell’impegno che lei raccomanda non sia più sostenibile oggigiorno…

Molti? Non ne sarei così certo. Nei circoli mondani e superficiali, può essere. Con Papa Benedetto XVI, non abbiamo scritto questo libro per far piacere a quella piccola casta. Crediamo, al contrario, che siano la tiepidezza e la mediocrità a non essere più sostenibili. L’Occidente è sfiatato, è vecchio per tutte le sue rinunce e le sue dismissioni. Aspetta, probabilmente senza rendersene neppure conto, la gioventù, la freschezza e l’esigenza del Vangelo che è la santità. Aspetta dunque dei preti che siano radicalmente dei santi.


Cosa pensa della difficoltà di vivere il celibato?
 
Il celibato è una partecipazione alla croce di Cristo. Nessuno ha mai preteso che sia facile portarla. Ma è, prima di tutto, fonte di una gioia immensa. Chieda ai preti e ai seminaristi se sono tristi! No, sono felici di donarsi completamente!


Lei rifiuta lo spirito polemico. Cosa direbbe, allora, a quelli che vogliono interpretare la sua iniziativa come un’opposizione a Papa Francesco?

Noi abbiamo agito in uno spirito di amore per la Chiesa e per il Papa. L’ideologia divide, la verità unisce i cuori. Scrutare la dottrina della fede non può che unire la Chiesa attorno a Cristo e al Santo Padre.*Le Figaro, Cardinal Robert Sarah: «Prêtres, soyez fiers de votre célibat!» 


12-1-2020
Jean-Marie Guénois* - 




sabato 18 gennaio 2020

Dall’aborto alla Sentenza Cappato: un unico percorso culturale. Articolo di Stefano Martinolli




Sul caso Cappato si veda anche l’intervento del giurista Marco Ferraresi: leggi qui




Stefano Martinolli, 16-01-2020

Il 18 febbraio 1975 la Corte Costituzionale ha pronunciato una sentenza (n. 27/1975) con la quale è stato legalizzato l’aborto in Italia. La Corte ha affermato allora che il concepito partecipa dei diritti fondamentali della nostra Costituzione, ma che la donna gode di una specie di «diritto di precedenza», una sorta di superiorità giuridica sul figlio, per il fatto che solo lei sarebbe da considerarsi «persona». Con un linguaggio squisitamente tecnico la Corte ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 546 c.p. che prevedeva la reclusione da due a cinque anni per chiunque cagionasse aborto di una donna, con il consenso di lei. I concetti di «delitto contro l’integrità della stirpe» (libro II Titolo X c.p.), «l’interesse demografico dello Stato» e l’idea dell’aborto fra «i delitti contro la persona» sono pertanto stati superati da questa sentenza, basandosi sull’idea che l’interesse costituzionalmente protetto del concepito può entrare in collisione con altri beni che godano di una tutela costituzionale, come la condizione di salute della donna gestante. E’ prevalso, pertanto, il concetto dell’autodeterminazione della persona che sarebbe quasi svincolata da vincoli decisionali della Comunità e dello Stato.

Alle ore 12.37 del 10 luglio 1976, un caldo sabato d’estate a Seveso (Monza), si verifica la fuoriuscita accidentale, da un reattore dello stabilimento chimico Icmesa, di una nube di diossina, un potente e velenoso diserbante che va a contaminare un’area di alcuni chilometri. Molte famiglie vengono allontanate dalle loro abitazioni, l’area viene delimitata dall’esercito e personale specializzato con tute bianche inizia l’opera di bonifica. In pochi giorni la notizia dell’evento si diffonde a molti Paesi che lo descrivono come «uno dei più gravi disastri ambientali di tutti i tempi». Inizia allora un poderoso lavoro mediatico, informativo e culturale per allarmare ulteriormente la popolazione di quella zona e, in particolare, le donne in stato di gravidanza, creando un clima di psicosi collettiva. Vengono descritte malattie gravissime, dalla cloroacne fino ai tumori o alla nascita di bambini con gravi malformazioni. Alcune donne (Susanna Agnelli, Giancarla Codrignani ed Emma Bonino) chiedono al Governo che alle donne di Seveso e dintorni sia consentito l’aborto. Da tutti i mass media si leva un coro di consensi unanime. Vengono persino appesi alcuni manifesti con la scritta «O mostro o aborto». Il Ministro della Sanità Dal Falco, quello della Giustizia Bonifacio e il Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti autorizzano l’interruzione delle gravidanze. Indro Montanelli su Il Giornale e il Cardinale di Milano Giovanni Colombo prendono coraggiosamente posizione. I giornali dileggiano l’Arcivescovo, rilanciando con maggiore vigore la campagna per la legalizzazione dell’aborto. Alla Clinica Mangiagalli di Milano e all’Ospedale di Desio vengono quindi praticati i primi aborti. Peccato però che tutti i bambini mai nati sono risultati, alle analisi autoptiche, perfettamente normali, che i figli nati godano di buona salute, che i casi di cloroacne siano stati 193, non si siano registrate vittime umane, e che, alle analisi epidemiologiche condotte in questi anni, non siano state segnalate particolari incidenze di malattie. Francesco Rocca, ex-sindaco della città, nel libro «I giorni della diossina» (Ed. Fede e Cultura 2013) ha descritto quell’evento come terreno di sperimentazione per allargare la casistica dell’aborto definito come «terapeutico» ma, in realtà, rivelatosi «eugenetico». La campagna abortista innescata dal caso Seveso ha prodotto gli effetti desiderati, fino all’approvazione della Legge 194 nel 1978. Le tecniche utilizzate sono state semplici: depenalizzare, attraverso la Corte Costituzionale, la procedura d’aborto, creare il caso estremo, allarmando la collettività e inserendo i concetti di «pietà», «compassione», «libertà di scelta» per le donne che devono vivere questa esperienza dolorosa, fino a generare e consolidare l’idea di un diritto ad abortire, contro il potere della vecchia società maschilista, dove conta solo la decisione della singola donna, svincolata dalle relazioni familiari, dal partner e dal mondo che la circonda; una sorta di «dogma di fede», da non toccare né tantomeno mettere in discussione; argomento imbarazzante, divisivo e pertanto «oscurato», nascosto e quasi dimenticato, oggi espulso dalle scuole, dai dibattiti pubblici, dai mass media, persino dalle parrocchie.

E così siamo arrivati ai nostri giorni. Il 25 settembre 2019 la Corte Costituzionale ha pronunciato una sentenza (n.242/2019) in cui, di fatto, è stata approvata la possibilità di ricorrere, da parte dei malati gravi, al suicidio assistito. L’iter è identico a quello dell’aborto e persino i termini utilizzati sono pressoché identici a quelli della sentenza del 1975. E’ dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 580 c.p. nella parte in cui è prevista la punibilità di chi aiuta al suicidio una persona. La sentenza è partita dal procedimento penale a carico di Marco Cappato che si era autodenunciato alle autorità, dopo aver accompagnato in Svizzera Fabiano Antoniani (noto come DJ Fabo), tetraplegico dopo un incidente stradale, per morire mediante suicidio assistito. La Corte ha ripercorso, con dovizia di particolari, la vicenda di Antoniani, esaltando la gravità dei sintomi e la chiara e lucida volontà di porre fine alla sua esistenza, descritta come «priva di valore e di dignità», fino a giungere all’epilogo del 27 febbraio 2017. Il quadro finale emerso, è quello di una situazione senza via d’uscita, dove si doveva esercitare solo la pietas umana, la solidarietà e la comprensione. La Corte, anche in questo caso, ha «reinterpretato» la Giurisprudenza, contrapponendo quella del regime fascista, in cui era preminente il principio di sacralità e indisponibilità della vita in correlazione agli obblighi sociali dell’individuo, a quella attuale, in cui il bene giuridico protetto andrebbe identificato non già nel diritto alla vita, ma nella libertà e consapevolezza della decisione del soggetto passivo di porvi fine, evitando influssi che alterino la sua scelta.

Richiamando alcuni articoli della Costituzione Italiana (2, 3, 13, 25,27 e 117), della CEDU [Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali] (2 e 8) e della Legge 217/2019 (Dichiarazioni anticipate di trattamento), è sottolineato come il bene vita dovrebbe essere riguardato unicamente in una prospettiva personalistica, come interesse del suo titolare volto a consentire il pieno sviluppo della persona (!). Sono stati poi ricordati i casi Welby ed Englaro.

Ancor di più, la Corte afferma che l’articolo 580 c.p. vulnerebbe la funzione rieducativa della pena (!), poiché si basa su una anacronistica visione statalista del bene giuridico della vita. Tale norma creerebbe poi una violazione del principio di eguaglianza, discriminando chi è fisicamente impossibilitato a porre fine alla propria vita da solo, per la gravità delle proprie condizioni patologiche (!). Simile discriminazione avverrebbe in caso di condotta attiva se confrontata con quella passiva.

È interessante notare come la Corte abbia rigettato, in maniera decisa e autoritaria, qualsiasi obiezione, anche se avanzata da organismi autorevoli, rifiutando qualsiasi confronto culturale e giuridico: sono stati i casi del Centro Studi Rosario Livatino (costituito da eminenti avvocati, magistrati, docenti e giuristi) e del Movimento per la Vita italiano, liquidati rapidamente.

Il documento conclude chiedendo che l’art. 580 c.p. sia dichiarato costituzionalmente illegittimo in caso di persone che hanno inteso porre fine alla propria vita, affette da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, tenute in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma capaci di prendere decisioni libere e consapevoli.

Il percorso culturale, iniziato nel 1975 con l’aborto, trova qui il suo compimento: è stata approvata una Legge che, con la scusa della «autodeterminazione» (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento) e del consenso informato, apre di fatto all’eutanasia (L. 217/2019), sono stati presentati casi limite, i mass media hanno creato, nell’opinione pubblica, attraverso una martellante campagna disinformativa, l’idea che esistono vite «non degne», alle quali è giusto moralmente porre fine. Ancor più grave è il fatto che sia esaltata la sfera privata decisionale ad ogni costo e non sia fatta menzione delle relazioni, delle persone che ci circondano, degli inevitabili equilibri della società, del concetto di valore della vita umana, della riflessione sul significato ultimo della sofferenza, della malattia e della morte, considerate come «disvalori» inaccettabili.

Il caso Cappato è l’epilogo di un lungo ed astuto lavoro culturale, iniziato con l’interruzione della vita che nasce e concluso con l’interruzione della vita che volge al declino, in cui l’individuo è spinto a decidere per sé, avulso da qualsiasi relazione esterna, in maniera assoluta e quasi «dogmatica», sulla propria esistenza. Si tratta di una visione «personalistica», ma priva della persona, svuotata della sua essenza metafisica e di valori che non sono da lei controllabili e misurabili, ridotta ad un guscio vuoto, facile da riempire con nuove idee o comportamenti che altri possono imporre a scopo utilitaristico, una monade nel suo perfetto mondo asettico. Solo l’individuo che riconosce la propria finitezza, la propria miseria e debolezza (errori, malattia e morte), di fronte ad un Dio che si rende uomo e si fa crocifiggere, può riscoprire la sua grandezza e decidere realmente, in piena libertà e consapevolezza, per il suo Bene e per quello dell’intera umanità. Il film Schindler’s List si conclude con una frase del Talmud: chi salva una vita, salva il mondo intero.

Stefano Martinolli












venerdì 17 gennaio 2020

IL CORTO CIRCUITO. Celibato, negare la dottrina confermandola





ECCLESIA
17-01-2020

Nella Chiesa si è ormai diffusa l’idea che questo pontificato voglia cambiare molte cose dottrinali ribadendo però la dottrina. Siamo davanti ad una nuova evidente prova che nella Chiesa ci sono oggi due linguaggi teologici incompatibili.





Stefano Fontana 

Dopo le anticipazioni del libro sulla questione del celibato sacerdotale i giochi si fanno duri e il livello della tensione è molto alto. La posta in gioco e gli stessi protagonisti sono di vertice. I commentatori scavano in varie direzioni per capire cosa sta capitando nella Chiesa. Alle loro riflessioni vorrei aggiungere una mia osservazione non tanto sul contenuto (il celibato) quanto sul metodo. Siamo davanti ad una nuova evidente prova che nella Chiesa ci sono oggi due linguaggi teologici incompatibili. Sul piano del pensiero il terremoto in atto ormai da tempo si spiega così.

Papa Francesco ha più volte affermato che per lui la ricchezza del celibato è un dato certo e non si tocca. Perché, allora, esce un nuovo libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah a difesa strenua del celibato ecclesiastico? Esso non è in pericolo, il pontefice regnante afferma di considerarlo una ricchezza per la Chiesa. I suoi difensori hanno facile gioco nel sostenere che papa Francesco non dice niente di nuovo rispetto ai suoi predecessori, anche lui conferma la validità del celibato. Il che significa che il libro è da considerarsi pretestuoso e infondato. Però moltissimi hanno salutato il libro come una liberazione, segno che il timore che nella Chiesa si volesse cambiare qualcosa di importante sul celibato è molto diffuso. Ma perché mai questa impressione è così diffusa se papa Francesco ha affermato che il celibato è una ricchezza, confermando così la verità di sempre? Coloro che temono un cambiamento della norma su questo tema erano forse distratti quando papa Francesco esprimeva la sua conferma del celibato? Come si vede c’è un qualche circolo vizioso ed è questo che bisogna chiarire.

Nella Chiesa si è ormai diffusa l’idea che questo pontificato voglia cambiare molte cose dottrinali ribadendo però la dottrina. Molti pensano che sia solo una tattica, altri, andando più in profondità, pensano che sia un modo di pensare, teologicamente alimentato. Per questo motivo quando il papa afferma che il celibato è una ricchezza, per molti non significa che non ci saranno cambiamenti sul celibato e non si sentono rassicurati. Se il celibato è una ricchezza, perché il papa ha permesso che nei documenti del sinodo dell’Amazzonia si dicessero molte cose in contrasto con ciò? Perché ha permesso che fior di cardinali rivendicassero una universalizzazione di una eventuale approvazione dei preti sposati in area amazzonica? Perché ha iniziato un processo di discussione se non aveva la minima intenzione di cambiare le cose sul celibato? Simili osservazioni inducono molti a pensare che i cambiamenti verranno, nonostante il papa abbia detto che il celibato è una ricchezza e come tale non si tocca, e che questi cambiamenti si estenderanno a tutta la Chiesa.

Del resto, questi timori sul futuro del celibato nonostante le rassicurazioni del papa non avrebbero senso se non fossero indotti da altri casi precedenti, al punto da poter parlare di un nuovo modo di procedere da parte dell’autorità ecclesiastica. Il prototipo di questo modo di fare è stata Amoris laetitia. Anche in quel caso si è ribadito che quanto insegnato da Giovanni Paolo II è una ricchezza, non si è annunciata formalmente nessuna nuova dottrina, ma si è iniziato un processo che ha di fatto cambiato la dottrina, nel mentre questa veniva confermata. Antonio Livi aveva fatto osservare che questo modo di pensare e procedere è di stampo hegeliano: la tesi non viene annullata, ma mantenuta nella sintesi, la quale tuttavia nasce dalla sua negazione. Lo spunto interpretativo è interessante, ma manca una piccola aggiunta significativa. La sintesi non sarà una nuova dottrina ma una nuova prassi implicante, ma non esprimente, una nuova dottrina. In questo modo diventa possibile che ci sia una dottrina e molte prassi diverse tra loro e con la stessa dottrina, ossia una dottrina e molte sue eccezioni che di fatto educano ad una nuova dottrina, che a questo punto potremmo chiamare implicita.

Un passaggio importante in questo tipo di percorso è che la situazione esistenziale, che dovrebbe essere letta alla luce della dottrina, invece diventa punto di partenza per la rilettura della dottrina, dapprima come attenuante e poi come eccezione. Se il celibato è una ricchezza per la Chiesa in quanto tale, perché non lo è anche per la Chiesa in Amazzonia? La situazione in Amazzonia è chiamata in causa per attenuare la dottrina, ma poi diventa una eccezione e molti temono che, una volta generalizzata, diventi una nuova dottrina, se non formulata almeno vissuta. Lo stesso è accaduto per i divorziati risposati dopo Amoris laetitia: dapprima la loro situazione doveva spiegare l’attenuazione della norma derivante appunto dalle attenuanti legate alla specifica storia di vita degli interessati, ma poi la situazione da attenuante è diventata eccezione e, in molte parti della Chiesa, ormai è diventata norma di fatto.

Questo modo di fare procura gravi danni alla Chiesa. Il papa dovrebbe confermare la dottrina, ed egli anche lo fa, ma queste sua conferme non rassicurano, perché del rapporto tra dottrina e prassi egli sembra avere una concezione nuova e diversa. Sicché ormai molti fedeli temono l’apertura di processi non confortati a monte dalla dottrina, sebbene questa risulti formalmente confermata, e intravedono il pericolo di una dottrina confermata e negata nello stesso tempo, seppure su piani diversi. I due diversi approcci sembrano entrati ormai in conflitto ai vertici della Chiesa.















Il vero pasticcio è la coabitazione dei due Papi



(Roberto de Mattei, 15-01-2020) L’ultima polemica, esplosa dopo la pubblicazione del libro sul sacerdozio del cardinale Sarah e di Benedetto XVI, conferma la situazione di penosa confusione in cui oggi versa la Chiesa.



La notizia di un testo scritto a quattro mani dal Papa emerito e dal cardinale Robert Sarah è scoppiata come una bomba il 12 gennaio. Il libro, curato da Nicolas Diat, uomo di fiducia del cardinale Sarah, è stato pubblicato dall’editore Fayard con il titolo, Des profondeurs des nos coeurs (Dal profondo dei nostri cuori) e contiene una ferma difesa del celibato ecclesiastico. La lobby mediatica progressista è subito partita all’attacco, negando che il Papa emerito avesse mai scritto un libro con il cardinale Sarah e accusando quest’ultimo di avere intrapreso un’ “operazione editoriale” contro papa Francesco. Il cardinale Sarah ha reagito da parte sua con estrema fermezza: «Dichiaro solennemente che Benedetto XVI sapeva che il nostro progetto avrebbe preso la forma di un libro. (…) Alcuni attacchi sembrano insinuare una menzogna da parte mia. Queste diffamazioni sono di una gravità eccezionale».

Il 14 gennaio però monsignor Georg Gänswein, segretario di Joseph Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia, ha parzialmente smentito il cardinale Sarah, chiedendo di togliere la firma del Papa emerito come coautore del libro: «Il Papa emerito sapeva che il cardinale stava preparando un libro e aveva inviato un suo testo sul sacerdozio autorizzandolo a farne l’uso che voleva. Ma non aveva approvato alcun progetto per un libro a doppia firma né aveva visto e autorizzato la copertina. Si è trattato di un malinteso senza mettere in dubbio la buona fede del cardinale Sarah».

Il cardinale guineano non ha accettato di essere indicato come il responsabile del malinteso e ha pubblicato tre lettere, con le date del 20 settembre, 12 ottobre e 25 novembre 2019, da cui emerge la piena sintonia tra lui e Benedetto XVI, che dà il via libera alla pubblicazione con queste parole: «Da parte mia il testo può essere pubblicato nella forma da lei prevista». Però la richiesta di mons. Gänswein è stata accettata e nelle prossime edizioni sarà tolta la doppia firma dal volume, il cui autore risulterà il «Card. Sarah con il contributo di Benedetto XVI». D’altro canto «il testo completo resta assolutamente immutato», ha precisato il cardinale Sarah in un tweet. Un vero “pasticcio”, la cui responsabilità sembra essere del collaboratore del Cardinale, Nicolas Diat, che ha probabilmente enfatizzato l’iniziativa più del dovuto, e soprattutto di mons. Gänswein, che ha certamente ceduto alle pressioni di chi ha voluto depotenziare il contenuto del libro, anche con l’obiettivo di squalificare il cardinale guineano, impropriamente presentato come “ultraconservatore”.

Dalla vicenda emerge però un ben più grave pasticcio, che è quello della innaturale coabitazione in Vaticano dei due Papi, soprattutto quando uno di loro, Benedetto XVI, dopo aver rinunciato al pontificato conserva il nome, mantiene la veste bianca, impartisce la Benedizione Apostolica, che spetta solo al Sommo Pontefice e rompe ancora una volta il silenzio a cui si era votato dimettendosi. In una parola si considera Papa, sia pure “emerito”.

Questa situazione è la conseguenza di un grave errore teologico del cardinale Ratzinger. Conservando il titolo di Papa emerito, come avviene per i vescovi, egli sembra ritenere che l’ascesa al Pontificato imprima sull’eletto un carattere indelebile analogo a quello sacerdotale. In realtà i gradi sacramentali del sacerdozio sono solo tre: diaconato, presbiterato ed episcopato. Il pontificato appartiene ad un’altra gerarchia della Chiesa, quella di giurisdizione, o di governo, di cui costituisce l’apice. Quando viene eletto, il Papa riceve l’ufficio della suprema giurisdizione, non un sacramento dal carattere indelebile. Il sacerdozio non si perde neanche con la morte, perché sussiste “in aternum”. Si può invece “perdere” il pontificato, non solo con la morte, ma anche in caso di volontaria rinuncia o di manifesta e notoria eresia. Se rinuncia ad essere pontefice, il Papa cessa di essere tale: non ha diritto a indossare la veste bianca né ad impartire la benedizione apostolica. Egli, dal punto di vista canonico, non è neanche più un cardinale, ma torna ad essere un semplice vescovo. A meno che la sua rinuncia non sia invalida: ma questo, nel caso di Benedetto XVI, dovrebbe essere provato. Di fatto il titolo di Papa oggi viene attribuito sia a Francesco che a Benedetto, ma certamente uno di essi è abusivo, perché uno solo può essere il Papa nella Chiesa.

La storia della Chiesa ha conosciuto Papi e antipapi che si sono combattuti, ma ognuno di essi scomunicava l’altro e la chiarezza imponeva delle scelte, come avvenne nel Grande Scisma d’Occidente, in cui tutta la Cristianità si trovò scomunicata, dall’uno o dall’altro Papa e i fedeli furono costretta a prendere posizione Ciò che non è mai accaduto è che due Papi si riconoscano entrambi come legittimi e manifestino reciprocamente rispetto e riverenza, salvo combattersi dietro le quinte per interposta persona. Cercare di metterli pubblicamente uno contro l’altro, è un’impresa improba, smentita dai fatti e destinata al fallimento. Non c’è un Papa “buono”, e un “papa “cattivo”. Non ci sono due Papi. C’è solo una grande confusione, destinata ad aumentare.

Che cosa accadrà infatti quando il processo di liquidazione del celibato ecclesiastico, avviato ufficialmente dal Sinodo sull’Amazzonia, sarà portato avanti dal “percorso sinodale” della Conferenza episcopale tedesca? Lascerà papa Francesco via libera ai vescovi tedeschi? E cosa dirà Benedetto XVI di fronte al “percorso” dei suoi confratelli tedeschi, che annunciano di voler dare «valore obbligatorio» alle loro decisioni in Germania? Da parte sua il cardinale Sarah confermerà la «filiale obbedienza a papa Francesco» che manifesta nel suo comunicato stampa del 14 gennaio o unirà la sua voce a quella dei cardinali che intendono resistere al processo di autodemolizione della Chiesa, seguendo l’insegnamento apostolico: «si deve obbedire più a Dio che agli uomini» (At 5, 29)? E’ l’ora della chiarezza, non della confusione.
















giovedì 16 gennaio 2020

Sabato 18 gennaio 2020 ore 15.00: FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE AL MULINACCIO VAIANO



Adriano Rigoli*
14 gen 2020

Ecco il programma della tradizionale festa di Sant'Antonio Abate alla cappella della Villa del Mulinaccio a Vaiano -Casa della Memoria del navigatore Filippo Sassetti, evento tradizionale con benedizione degli animali e distribuzione del panino benedetto. S. Messa alle ore 15:00. 


L'evento è organizzato dal Museo della Badia di Vaiano - Casa della Memoria dello scrittore Agnolo Firenzuola in collaborazione con il Comune di Vaiano e la Parrocchia di San Salvatore a Vaiano.


I programmi completi delle iniziative su http://www.casedellamemoria.it/it/gli-eventi.html




Comune di Vaiano
Museo della Badia di Vaiano
Associazione pro Museo della Badia di Vaiano
Parrocchia di San Salvatore a Vaiano

ORATORIO DI S. ANTONIO ABATE
ALLA VILLA DEL MULINACCIO
Via della Fattoria, 4 - Vaiano (PO)

SABATO 18 GENNAIO 2020
ORE 15:00

S. MESSA FESTIVA
in onore di
S. ANTONIO ABATE
Patrono degli animali

con benedizione degli animali
del fieno e delle biade
e del tradizionale
PANINO BENEDETTO





La celebrazione per la festa di Sant’Antonio abate al Mulinaccio è una tradizione che ricorre da secoli. Diventa anche l'occasione per visitare l’oratorio della Villa, capolavoro del barocchetto pratese. Ancora oggi nella memoria popolare si ricorda che, quando era ancora attiva la Fattoria del Mulinaccio, il 17 gennaio in occasione della festa di Sant’Antonio abate, dopo la Messa solenne in cappella, il sacerdote usciva a benedire cavalli, mucche ed altri animali, tutti agghindati, disposti in buon ordine lungo la strada, davanti alla facciata dell’oratorio su cui campeggia la statua del patrono degli animali. Nell’oratorio si conservano interessanti opere d’arte: all’altar maggiore è una bella tela del 1845 del pittore pratese Antonio Marini, raffigurante La Madonna col Bambino in trono tra San Giovanni Evangelista e Sant’Antonio Abate; ad esso fanno da pendant due statue barocche raffiguranti la Madonna Immacolata e S. Antonio da Padova.






*Coordinatore Museo della Badia di Vaiano
Presidente Associazione Nazionale Case della Memoria
Member of International Board of ICLCM (Comitato Internazionale ICOM per i Musei di Letterati e Musicisti)
www.casedellamemoria.it
info@casedellamemoria.it
adriano.rigoli@gmail.comTel. + 39 328 6938733 e + 39 334 3718492

L'Associazione Nazionale Case della Memoria è "istituzione cooperante" del Programma UNESCO "Memory of the World" (sottocomitato Educazione e Ricerca) e partecipa alla Conferenza Permanente delle Associazioni Museali Italiane istituita presso ICOM Italia e socio dei Comitati Tematici Internazionali ICLCM (International Committee for Literary and Composers' Museums), DEMHIST (International Committee for Historic House Museums) e CIMCIM (International Committee of Museums and Collections of Instruments and Music).











Suore a rischio sfratto si 'barricano'






Qui e qui è riassunto quanto scaturisce dalle nuove disposizioni vaticane sulla vita consacrata.




(ANSA) - Un convento rischia di chiudere ma le suore hanno deciso di opporsi alla decisione barricandosi dentro. Accade a Marradi, paese del fiorentino, dove tra l'altro è nato il presidente della Conferenza Episcopale Italiana e arcivescovo di Perugia, il cardinale Gualtiero Bassetti.

Nel monastero della Santissima Annunziata delle domenicane di clausura sono rimaste in quattro, tre suore tra le quali una molto anziana e una novizia, tutte comunque intenzionate a non lasciare la loro casa. È noto che la crisi delle vocazioni stia svuotando ovunque i conventi ma le suore di Marradi non vogliono andare via e hanno trovato anche la solidarietà di una parte degli abitanti del paese, tra cui Paolo Bassetti, ex sindaco, e anche cugino del presidente della Cei.
Ieri c'è stato l'ennesimo tentativo di portare le suore via ma è andato a vuoto. Senza preavviso tre religiosi hanno bussato al convento con l'obiettivo di convincere le monache a fare le valigie. Le religiose però non hanno aperto.










mercoledì 15 gennaio 2020

Sacerdoti celibi: per la DSC è meglio. Articolo di Stefano Fontana






Stefano Fontana, 15-01-2020

In questi giorni tutti stanno ragionando del libro a quattro mani tra Benedetto XVI e il Cardinale Sarah sul celibato sacerdotale. Tra qualche giorno uscirà il libro in Francia e, a seguire, in Italia. Per il momento tutti devono accontentarsi di anticipazioni. In questo blog possiamo comunque già chiederci, in generale e in attesa poi di leggere il libro, se un sacerdote sposato posa svolgere meglio il suo ruolo a servizio della Dottrina sociale della Chiesa, oppure se questo esito sia garantito di più dal celibato. Se si interrogassero su questo punto le persone della strada, con ogni probabilità la scelta andrebbe verso la prima soluzione. Risulterebbe facile sostenere che il sacerdote sposato avrebbe più esperienza delle cose della vita sociale, economica e politica, ossia di quegli ambiti di cui si occupa la Dottrina sociale della Chiesa. I suoi insegnamenti in questi campi sarebbero più autorevoli, perché nutriti dall’esperienza diretta. Ma è veramente così? Ad uno sguardo più attento sul posto che il sacerdote occupa nel servizio alla Dottrina sociale della Chiesa parrebbe proprio di no.

Innanzitutto bisogna ricordare che la Dottrina sociale della Chiesa non è solo per i laici, anche se questi sono investiti in modo particolare dal compito di realizzarla praticamente. La Dottrina sociale riguarda tutto il soggetto Chiesa e quindi tutti i carismi dentro di essa. I vescovi, i sacerdoti e le persone consacrate hanno un loro specifico compito in questo campo.

Il Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” dei vescovi italiani (1991) diceva che i sacerdoti devono “animare e guidare la pastorale sociale. È loro compito curare la formazione di credenti capaci di assumersi responsabilità nel campo sociale e politico; assicurare loro un accompagnamento e una direzione spirituale; aiutare i genitori e gli educatori ad adempiere la loro vocazione educativa per la formazione sociale e politica”. Da queste note emerge che nella pastorale sociale il sacerdote non deve essere in prima linea, ma nelle retrovie: deve animare, orientare, guidare, aiutare. Cade quindi la motivazione vista sopra: il sacerdote non ha bisogno di vivere immerso nelle pieghe del mondo profano per svolgere questa sua funzione pastorale di impegno nel mondo.

Inoltre lo stesso documento dice dei sacerdoti: “Nelle omelie, nelle catechesi, nelle istruzioni, nei ritiri spirituali, non tralascino di richiamare i doveri sociali del cristiano, l’ispirazione e le energie che gli vengono dall’adesione a Cristo e al suo Vangelo e dai sacramenti”. Questo passo ci dà due importanti indicazioni. La prima è che il sacerdote serve la pastorale sociale nella sua vita ordinaria di sacerdote, senza doversi dedicare a particolari attività sociali e politiche: nelle omelie, nelle catechesi, nelle istruzioni, nei ritiri spirituali. Il sacerdote non deve diventare altro, ma semplicemente essere e fare il sacerdote, perché ciò comprende già l’edificazione cristiana del mondo. La seconda è che egli collabora in profondità con la pastorale sociale annunciando Cristo e impartendo i sacramenti. Ciò conferma ulteriormente che è sull’altare che prima di tutto il sacerdote serve la pastorale sociale, quando consacra il pane e il vino, quando battezza o confessa, quando celebra un matrimonio cristiano. Cosa c’entra tutto ciò con la pastorale sociale? C’entra eccome, anzi c’entra prima e più di tutto il resto, perché è la grazia che purifica la natura, è la vita divina che salva la vita umana, è la nuova creazione che ricuce e sana i rapporti tra gli uomini. Alcuni sacerdoti hanno deciso di non dedicarsi più in via primaria a questo, ma di impegnarsi per la giustizia e la pace svolgendo dirette attività di solidarietà sociale. Se lo hanno fatto ritenendo insufficiente il ruolo direttamente sacerdotale hanno senz’altro commesso un errore. La storia della Chiesa è piena di santi sacerdoti “sociali”, che avevano visto proprio nella loro realtà di sacerdoti, intimamente uniti a Cristo soprattutto nel Sacrificio dell’Altare, il modo migliore anche per rendere più giusto e pacifico il mondo.

Queste note del Direttorio del 1991 vengono riprese in modo pressoché uguale dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa del 2004. Il paragrafo 539 dice che il sacerdote deve “far conoscere la dottrina sociale e promuovere nei membri della sua comunità la coscienza del diritto e dovere di essere soggetti attivi di pastorale sociale”. Poi aggiunge: “Tramite le celabrazioni sacramentali, in particolare quelle dell’eucarestia e della riconciliazione, il sacerdote aiuta a vivere l’impegno sociale come frutto del Mistero salvifico”. Anche in questo caso viene ribadito il concetto centrale che il sacerdote serve la pastorale sociale nella misura in cui vive a pieno la sua vocazione sacerdotale immedesimandosi a Cristo Sacerdote, quindi anche nel celibato.

L’Esortazione apostolica postsinodale “Pastores dabo vobis” di Giovanni Paolo II (1992) spiega molto bene il rapporto tra celibato e vocazione del sacerdote: “la volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha con l’Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa” (n. 29). Proprio perché configurato a Cristo, di cui il celibato è segno, il sacerdote può vivere la “carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo”. In questa carità pastorale rientra anche il suo ruolo nella pastorale sociale

Stefano Fontana