giovedì 26 marzo 2020

I NOVISSIMI E IL CORONAVIRUS. UNA RIFLESSIONE DI GIOVANNI FORMICOLA




Marco Tosatti, 26-03-2020

Carissimi Stilumcuriali, l’avvocato Giovanni Formicola ci ha inviato una riflessione molto interessante e attuale sul panorama psicologico e morale che ci circonda, al tempo della paura e del coronavirus. Con grande delicatezza e lucidità tocca temi essenziali. Buona lettura.





I Novissimi

Quando aleggia lo spettro della malattia e della morte, e s’impone la serietà dell’esistenza, quale occasione migliore per predicare di nuovo i Novissimi, come chiese san Giovanni Paolo II il 6 febbraio 1981, nel discorso al convegno nazionale “Missioni al popolo per gli anni 80” (non risulta ad oggi una particolare obbedienza senza virgolette). “Oggi bisogna aver pazienza, e ricominciare tutto da capo, dai ‘preamboli della fede’ fino ai ‘novissimi’, con esposizione chiara, documentata, soddisfacente”.


Certo, se qualcuno tornasse a dire morte, giudizio, inferno e paradiso, sai i riti apotropaici, le risatelle derisorie, le accuse di cattolicesimo gotico e terroristico!

Niente spaventa di più troppi uomini di Chiesa.

Chi potrebbe reggere? E poi “allontanerebbe la gente”, che vuole tenerezza, misericordia, baci e abbracci.

E quindi guai a provarci, non si può bastonare chi è già angosciato dal virus e passare per i soliti corvacci neri che profetizzano sventure e castighi.

Eppure, non sarebbe niente di nuovo sotto il sole. Già sui muri dell’antica Pompei comparve la scritta christiani saevi solones, portata alla luce con gli scavi, e quindi anteriore al 79 d.C.. Cioè, fin da subito i cristiani furono detestati alla stregua di quello che un paio di millenni dopo sarebbe stato il Grillo Parlante, nome moderno d’un saevus Solon, cioè d’un vero rompi. Ma allora le gonadi e lo Spirito non scarseggiavano. I saevi solones non si fecero intimidire, e nemmeno ritennero di doversi rendere “simpatici”, annacquando e parlando d’altro. E la prima evangelizzazione fu, e con essa la civiltà cristiana, bella e benefica come una cattedrale, un monastero, un’università, un ordine cavalleresco, un poema epico, una summa, un ordinamento municipale, un centro storico, un affresco, un fondo oro, etc..


Magari, come insegna san Giovanni Paolo II, varrebbe la pena di ricominciare, per la Nuova Evangelizzazione e una rinnovata civiltà cristiana, proprio dai Novissimi.

Ma lo Spirito ha bisogno di uomini…

Ancora sull’obbedienza.

Nel Vangelo di oggi – ho avuto la grazia di andare a Messa -, Gesù, ch’è venuto per confermare la legge, anzi approfondirla rendendola ancora più esigente entrando in interiore hominis, “disobbedisce”.

Restituisce la vista a un uomo di sabato. E a chi lo rimprovera, insegna la differenza tra obbedienza e “obbedienza”. La prima è il mezzo santo per salvarsi; la seconda è eletta a fine dai moralisti, che la predicano per sé stessa.

Il sabato, ogni sabato, è per l’uomo, e se impedisse di restituirgli la vista sarebbe una contraffazione di sé. E ancora una volta, non è che ciascuno può farsi soggettivistico giudice del comando, rivendicando un generico diritto di disobbedienza. Ma nessuno può chiudere gli occhi a fronte della palese ingiustizia della legge che vorrebbe impedirti di ridare la vista a un cieco. C’è un’evidenza dell’ingiustizia d’un comando o d’una proibizione, sia in ordine alla vita naturale che soprannaturale, per cui, per esempio, nessun SS potrebbe mai venire assolto.

Intelligenti pauca.

Giovanni Formicola










lunedì 23 marzo 2020

Quando la Chiesa c'è... (anche in tempo di coronavirus)




Una notizia tratta dal blog chiesaepostconcilio, che ci commuove e ci conforta.
Ai carissimi sacerdoti dell'ICRSS della chiesa di San Gaetano a Firenze, che sono gli stessi che ogni domenica celebrano nella chiesa di San Vitale a Pistoia, un sentito ringraziamento da parte dei fedeli.






23-03-2020

Firenze, Chiesa di San Gaetano, affidata all’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote.

Un sacerdote (in talare, cotta, stola, berretta e tabarro) seduto davanti la porta (della chiesa aperta!) per accogliere le confessioni dei fedeli e dare loro conforto.

[Foto di F. Spighi. Fonte: Scala Regia]










domenica 22 marzo 2020

Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni di mons. Crepaldi su un’emergenza non solo sanitaria




Caro Direttore,

la ringrazio sentitamente per aver pubblicato nel sito dell’Osservatorio la mia omelia per la III domenica di Quaresima celebrata nella Cattedrale di San Giusto e anche la preghiera alla Madonna della Salute presso il Santuario diocesano di Santa Maria Maggiore.

Nell’omelia, riferendomi alla difficile e complessa situazione che stiamo vivendo per l’epidemia da coronavirus, affermo che dopo che sarà passata nulla sarà come prima.

Su questa tema ho raccolto qualche riflessione in un testo che le invio, lasciando alla sua valutazione un’eventuale pubblicazione dello stesso nel sito dell’Osservatorio.

Ritengo comunque che l’Osservatorio debba promuovere, con la sensibilità e l’intelligenza che lo caratterizzano da sempre, un ampio e approfondito dibattito sulla questione del dopo-coronavirus, tante e decisive saranno le sfide che si dovranno affrontare. La ringrazio per l’attenzione e la benedico.

+Giampaolo Crepaldi





Niente sarà più come prima


L’epidemia connessa con la diffusione del “COVID-19” ha un forte impatto su molti aspetti della convivenza tra gli uomini e per questo richiede anche un’analisi dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Il contagio è prima di tutto un evento di tipo sanitario e già questo lo collega direttamente con il fine del bene comune. La salute ne fa certamente parte. Nel contempo pone il problema del rapporto tra l’uomo e la natura e ci invita a superare il naturalismo oggi molto diffuso e dimentico che, senza il governo dell’uomo, la natura produce anche disastri e che una natura solo buona e originariamente incontaminata non esiste. Poi pone il problema della partecipazione al bene comune e della solidarietà, invitando ad affrontare in base al principio di sussidiarietà i diversi apporti che i soggetti politici e sociali possono dare alla soluzione di questo grave problema e alla ricostruzione della normalità quando fosse passato. È emerso con evidenza che tali apporti devono essere articolati, convergenti e coordinati. Il finanziamento della sanità, problema che il coronavirus fa emergere con grande evidenza, è un problema morale centrale nel perseguimento del bene comune. Urgono riflessioni sia sulle finalità del sistema sanitario, sia sulla sua gestione e sull’utilizzo delle risorse, dato che un confronto con il recente passato fa registrare una notevole riduzione del finanziamento per le strutture sanitarie. Connessi con il problema sanitario ci sono poi le questioni dell’economia e della pace sociale, dato che l’epidemia mette in pericolo la funzionalità delle filiere produttive ed economiche e il loro blocco, se continuato nel tempo, produrrà fallimenti, disoccupazione, povertà, disagio e conflitto sociale. Il mondo del lavoro sarà soggetto a forti rivolgimenti, saranno necessarie nuove forme di sostegno e solidarietà e occorrerà fare delle scelte drastiche. La questione economica rimanda a quella del credito e a quella monetaria e, quindi, ai rapporti dell’Italia con l’Unione Europea da cui dipendono nel nostro Paese le decisioni ultime in questi due settori. Ciò, a sua volta, ripropone la questione della sovranità nazionale e della globalizzazione, facendo emergere la necessità di rivedere la globalizzazione intesa come una macchina sistemica globalista, la quale può anche essere molto vulnerabile proprio a motivo della sua rigida e artificiale interrelazione interna per cui, colpito un punto nevralgico, si producono danni sistemici complessivi e difficilmente recuperabili. Destituiti di sovranità i livelli sociali inferiori, tutti ne saranno travolti. D’altro canto, il coronavirus ha anche messo in evidenza le “chiusure” degli Stati, incapaci di collaborare veramente anche se membri di istituzioni sovranazionali di appartenenza. Infine, l’epidemia ha posto il problema del rapporto del bene comune con la religione cattolica e quello del rapporto tra Stato e Chiesa. La sospensione delle messe e la chiusura delle chiese sono solo alcuni aspetti di questo problema.

Così si sembra essere il quadro complesso dei problemi investiti dall’epidemia da coronavirus. Si tratta di argomenti che interpellano la Dottrina sociale della Chiesa per cui il nostro Osservatorio si sente chiamato ad offrire qualche riflessione, sollecitando altri contributi in questa direzione. L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, scritta nel 2009 al tempo di un’altra crisi, affermava che “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità” (n. 21).

La fine del naturalismo ideologico


Le società erano e sono attraversate da varie forme ideologiche di naturalismo che l’esperienza di questa epidemia potrebbe correggere. L’esaltazione di una natura pura e originariamente incontaminata di cui l’uomo sarebbe l’inquinatore non teneva e, a maggior ragione, non tiene ora. L’idea di una Madre Terra dotata originariamente di un suo equilibrio armonico con il cui spirito l’uomo dovrebbe connettersi per ritrovare il giusto rapporto con le cose e con se stesso è una sciocchezza che questa esperienza potrebbe dissolvere. La natura deve essere governata dall’uomo e le nuove ideologie panteiste (e non solo) postmoderne sono ideologie disumane. La natura, nel senso naturalistico del termine, produce anche disequilibri e malattie e per questo deve essere umanizzata. Non è l’uomo a doversi naturalizzare, ma la natura a dover essere umanizzata.

La rivelazione ci insegna che il creato è affidato alla cura e al governo dell’uomo in vista del fine ultimo che è Dio. L’uomo ha il diritto, perché ha il dovere, di gestire la creazione materiale, governandola e traendo da essa quanto necessario e utile per il bene comune. Il creato è affidato da Dio all’uomo, al suo intervento secondo ragione e alla sua capacità di dominio sapiente. È l’uomo il regolatore del creato, non viceversa.

I due significati del termine “Salus”


Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Le minacce alla salute del corpo inducono cambiamenti negli atteggiamenti, nel modo di pensare, nei valori da perseguire. Essi mettono alla prova il sistema morale di riferimento dell’intera società. Esigono comportamenti eticamente validi, denunciano atteggiamenti egoistici, disinteressati, indifferenti, di sfruttamento. Evidenziano forme di eroismo nella comune lotta al contagio e, nello stesso tempo, forme di sciacallaggio di chi approfitta della situazione. La lotta al contagio richiede un ricompattamento morale della società in ordine a comportamenti sani, solidali, rispettosi, forse più importante del ricompattamento delle risorse. La sfida alla salute fisica si pone quindi in rapporto con la sfida alla salute morale. Serve un profondo ripensamento delle derive immorali della nostra società, a tutti i livelli. Spesso le disgrazie naturali non sono del tutto naturali, ma hanno alle spalle atteggiamenti moralmente disordinati dell’uomo. Non è ancora definitivamente chiarita l’origine del “COVID-19” e anche esso potrebbe dimostrarsi non di origine naturale. Ma anche ammessa la sua origine puramente naturale, il suo impatto sociale chiama in causa l’etica comunitaria. La risposta non è e non sarà solo scientifico-tecnica, ma dovrà essere anche morale. Dopo la tecnica, la grave contingenza del coronavirus dovrebbe far rivivere su nuove solide basi la morale pubblica.

La partecipazione al bene comune


Si richiede una partecipazione etica perché in causa c’è il bene comune. L’epidemia da coronavirus contraddice tutti coloro che hanno sostenuto che il bene comune come fine morale non esiste. Se così fosse, per cosa si impegnerebbero tutte le persone che, dentro e fuori le istituzioni, si danno da fare e lottano? A quale impegno sarebbero chiamati i cittadini con le ordinanze restrittive se non ad un impegno morale per il bene comune? Su quale base si dice che alcuni comportamenti in questo momento sono “doverosi”? Chi negava l’esistenza del bene comune o chi affidava il suo conseguimento solo a delle tecniche, ma non all’impegno morale per il bene, oggi è contraddetto dai fatti. È il bene comune a dirci che quello della salute è un bene che tutti dobbiamo promuovere. È il bene comune a dirci che la parola Salus ha due significati.

Questa esperienza del coronavirus sarà fatta lievitare al punto da approfondire e allargare questo concetto del bene comune? Mentre si lotta per salvare la vita di tante persone, gli interventi di aborto procurato non cessano, né cessano le vendite delle pillole abortive, né cessano le pratiche eutanasiche, né cessano i sacrifici di embrioni umani e tante altre pratiche contro la vita e la famiglia. Se si riscopre il bene comune e la necessità di una corale partecipazione in suo favore nel campo della lotta all’epidemia, si dovrebbe avere il coraggio intellettivo e della volontà di estendere il concetto fino a là dove naturalmente deve essere esteso.

La sussidiarietà nella lotta per la salute


La mobilitazione in atto contro la diffusione del coronavirus ha visto la partecipazione di molti livelli talvolta coordinati talvolta meno. Ci sono dei compiti diversi che ognuno ha svolto secondo la sua responsabilità. Una volta superata la tempesta questo permetterà di rivedere qualcosa che nella filiera sussidiaria non abbia funzionato a dovere e di riscoprire il principio importante della sussidiarietà per applicarlo meglio e applicarlo in ogni campo esso possa essere applicato. Una esperienza in modo particolare deve essere valorizzata: la sussidiarietà deve essere “per” e non come difesa “da”: deve essere per il bene comune e, quindi, deve avere un fondamento etico e non solo politico o funzionalistico. Un fondamento etico fondato sull’ordine naturale e finalistico della vita sociale. L’occasione è propizia per abbandonare le visioni convenzionali dei valori e dei fini sociali.

Un punto importante messo ora in evidenza dall’emergenza coronavirus è il ruolo sussidiario del credito. Il blocco di ampi settori dell’economia per garantire maggiore sicurezza sanitaria e diminuire la diffusione del virus mettono in crisi economica, soprattutto di liquidità, le imprese e le famiglie. Se la crisi dovesse durare a lungo si prospetta una crisi della circolarità di produzione e consumo, con lo spettro della disoccupazione. Davanti a questi bisogni il ruolo del credito può essere fondamentale e il sistema finanziario potrebbe riscattarsi da tante e riprovevoli dilapidazioni interessate del recente passato.

Sovranità e globalizzazione


L’esperienza in atto del coronavirus impone di riconsiderare anche i due concetti di globalizzazione e di sovranità nazionale. C’è una globalizzazione che intende l’intero pianeta come un “sistema” di rigide connessioni e incastri, una costruzione artificiale governata da addetti ai lavori, una serie di vasi comunicanti apparentemente incrollabili. Una simile concezione si è però rivelata anche debole perché basta colpire il sistema in un punto e si crea un effetto domino a valanga. L’epidemia può mettere in crisi il sistema sanitario, le quarantene mettono in crisi il sistema produttivo, questo fa crollare il sistema economico, povertà e disoccupazione non alimentano più il sistema del credito, l’indebolimento della popolazione la espone a nuove epidemie e così via in una serie di circoli viziosi ad estensione planetaria. La globalizzazione presentava fino a ieri i suoi fasti e le sue glorie di perfetto funzionamento tecnico-funzionale, di indiscutibile sicumera circa l’obsolescenza di Stati e nazioni, di assoluto valore della “società aperta”: un unico mondo, un’unica religione, un’unica morale universale, un unico popolo mondialista, un’unica autorità mondiale. Però poi può bastare un virus per far crollare il sistema, dato che i livelli non globali delle risposte sono stati disabilitati. L’esperienza che stiamo vivendo ci mette in guardia da una “società aperta” intesa in questo modo, sia perché essa si pone nelle mani del potere di pochi, sia perché altre poche mani potrebbero farla cadere in fretta come un castello di carte. Ciò non significa negare l’importanza della collaborazione internazionale che proprio le pandemie richiedono, ma una simile collaborazione non ha nulla a che fare con strutture collettive, meccaniche, automatiche e globalmente sistemiche

La morte per coronavirus dell’Unione Europea
L’esperienza di questi giorni ha mostrato un’Unione Europea ancora una volta divisa e fantomatica. Tra gli Stati membri sono emerse dispute egoistiche più che collaborazione. L’Italia è rimasta isolata e lasciata sola. La Commissione europea è intervenuta tardi e la Banca Centrale Europea è intervenuta male. Di fronte all’epidemia ogni Stato ha provveduto a chiudersi in se stesso. Le risorse necessarie all’Italia per fronteggiare la situazione emergenziale, che in altri tempi si sarebbero trovate in proprio per esempio con la svalutazione della moneta, ora dipendono dalle decisioni dell’Unione a cui ci si deve prostrare.

Il coronavirus ha definitivamente mostrato l’artificiosità dell’Unione Europea che non riesce a far collaborare tra loro gli Stati ai quali si è sovrapposta per acquisizione di sovranità. La mancanza del collante morale non è stata compensata dal collante istituzionale e politico. Bisogna prendere atto di questa ingloriosa fine per coronavirus dell’Unione Europea e pensare che una collaborazione tra gli Stati europei nella lotta per la salute è possibile anche fuori di istituzioni politiche sovranazionali.

Lo Stato e la Chiesa


La parola Salus significa, come abbiamo visto, anche salvezza e non solo salute. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).

Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede.

Questa emergenza del coronavirus può essere vissuta da tutti “come se Dio non fosse” e in questo caso anche la fase successiva, quando l’emergenza terminerà, applicherà per continuità una simile visione delle cose. In questo modo però si sarà dimenticato il nesso tra salute fisica e salute morale e religiosa che questa dolorosa emergenza ha fatto emergere. Se, al contrario, si sentirà l’esigenza di tornare a riconoscere il posto di Dio nel mondo, allora anche i rapporti tra la politica e la religione cattolica e tra Stato e Chiesa potranno prendere una strada corretta.

L’emergenza dell’epidemia in atto interpella in profondità la Dottrina sociale della Chiesa. Questa è un patrimonio di fede e di ragione che in questo momento può dare un grande aiuto nella lotta contro l’infezione, lotta che deve riguardare tutti i gradi ambiti della vita sociale e politica. Soprattutto può dare un aiuto in vista del dopo-coronavirus. Serve uno sguardo di insieme, che non lasci fuori nessuna prospettiva veramente importante. La vita sociale richiede coerenza e sintesi, soprattutto nelle difficoltà, ed è per questo che nelle difficoltà gli uomini che sanno guardare in profondità e in alto possono trovare le soluzioni e, addirittura, le occasioni per migliorare le cose rispetto al passato.

+ Giampaolo Crepaldi



Questa riflessione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi è fatta propria dall’Osservatorio Cardinale Van Thuân e dal Coordinamento Nazionale Justitia et Pax per la Dottrina sociale della Chiesa e costituisce la base di un impegno di riflessione sull’emergenza in atto e soprattutto sul dopo-coronavirus alla luce della Dottrina sociale della Chiesa











martedì 17 marzo 2020

IL VERO VACCINO: Morire pronti, è di questo che abbiamo bisogno




Si sente dire che chi domanda che si tornino a celebrare le Messe, chi si reca in chiesa, cercando magari un sacerdote a cui chiedere confessione ed Eucarestia, è un egoista. Eppure, pensando a noi, alle persone care o più a rischio, ciò che fa più paura non è la morte ma il lasciare questo mondo terrorizzati e senza essere preparati. La morte non deve diventare un tabù per la Chiesa: di questa abbiamo bisogno di sentir parlare e della speranza nella vita eterna.



EDITORIALI
Benedetta Frigerio, 17-03-2020

Mentre si discute se sia giusto o meno escludere il popolo dei fedeli cattolici dalla partecipazione al Sacrificio Eucaristico, mentre alcuni religiosi, sacerdoti e vescovi si apprestano a fare compagnia ai fedeli tramite i social, mentre girano video sul significato del castigo (Dio castiga o meno?) o sulla paura, con diverse riflessioni teologiche. Mentre si sostiene che la Comunione oggi la stiamo vivendo anche se in un’altra forma (e speriamo che a furia di dirlo non ci abituiamo a pensare che ricevere o meno il corpo di Cristo sia lo stesso o che la Messa in tv e quella reale siano in fondo non troppo diverse). Mentre ognuno manda il suo messaggio, mentre si invita la gente a rimanere a casa per prudenza e perché alla Chiesa interessa giustamente anche la salute del corpo, sorge spontanea una domanda: ma quello di cui si deve curare più di tutto la Chiesa non è la salute dell’anima?

La gente è chiusa in casa e il rischio è che, sempre più dipendente ed istruita come non mai ad utilizzare le nuove tecnologie sostituendole ai contatti reali (non sarà facile tornare indieto), passi la giornata fra due atteggiamenti: il terrore dovuto al bombardamento mediatico sulle morti da Covid-19 e il fuggire il pensiero della morte anche tramite video e visualizzazione di messaggi di ogni tipo (sms, Facebook, Whatsapp) che cercando di far credere che "tutto andrà bene" rischiano di farci evadere. Infatti, pensando alla realtà drammatica in cui siamo immersi nessuna di queste due posizioni è adeguata. Nessuna delle due aiuta davvero ad affrontare la crisi. La Chiesa, infatti, che non è mai stata né pessimista (o vi chiudete in casa o morirete tutti) né ottimista (se state in casa non morirete) è chiamata più che mai ad essere realista. Ossia ad aiutare tutti a guardare al fatto della morte e a prepararsi ad essa.

Il realismo, infatti, aiuta ad aiutare. Pensando, ad esempio, ai morti di questi giorni, per cui in alcuni ospedali mancano persino i sacchi in cui avvolgere i loro corpi (non è dovunque così, sia chiaro), fa più paura che non la morte il fatto che la gente perda la vita senza il conforto dei propri cari e soprattutto senza sacramenti (dicono che mancano i dispositivi di sicurezza per far entrare i sacerdoti nei reparti di terapiaintensiva…) né funerali. Viene quindi da domandarsi come la Chiesa possa affrontare la situazione proprio dal punto di vista di queste anime (che pensare alla salute pubblica è compito dello Stato). Magari aiutando medici ed infermieri a capire che tipo di supporto spirituale possono dare ai malati o ricordano a chi teme la morte quello che Gesù disse a Marta: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi chi vive e crede in me non morirà mai». Perciò, oltre che cercare di rimandare la morte, un cristiano dovrebbe soprattutto preoccuparsi, se dovesse toccare a lui o a qualcuno dei suoi cari, di arrivare pronto a quel momento che ci spaventa ma che tocca tutti.

Si sente dire, anche fra credenti, che chi domanda che si tornino a celebrare le Messe, chi si reca in chiesa o ad adorare il Santissimo, cercando magari un sacerdote a cui chiedere la confessione e l’Eucarestia (con le dovute precauzioni come le distanze di sicurezza o le mascherine), è un egoista. Si afferma che ora la carità cristiana si esercita stando in casa per mettere in sicurezza i nostri cari (anche se le Chiese sono aperte e lo Stato ha vietato solo gli assembramenti). Eppure, pensando proprio alle persone più a rischio, per loro e per noi ciò che bisognerebbe maggiormente temere in questo momento non è la morte (che volenti o nolenti può colpirli e che prima o poi ci colpirà tutti), bensì il lasciare questo mondo terrorizzati.

E allora, se da una parte si cerca di tutelare le persone più fragili, evitando troppe visite, consigliando loro di farsi una passeggiata ma da soli (che fa bene all’umore e quindi al sistema immunitario), di recarsi in chiesa, di munirsi di mascherine, di lavarsi le mani etc., ma comunque di vivere, perché si può ridurre il rischio della morte ma non a zero (vivere è andare verso la morte), non si può non desiderare che ci sia qualcuno che li prepari. Che incontrino, magari fra gli scranni delle chiese (alcune sono completamente abbandonate), sacerdoti disposti a confessarli (ripetiamo, per non essere fraintesi, ad un metro di distanza), a mostrare loro il volto del Padre, ad invitarli a perdonare i torti subiti, a riconciliarsi con Dio e gli uomini, o a dare loro la Comunione. Anche perché le misure strettisime scelte dal governo non fanno che alimentare la paura, il sospetto e quindi le tensioni fra la gente (è emblematico che si parli di altruismo nel tutelare gli anziani, mentre c'è già chi ne ha denunciati alcuni perché si sono fermati a chiacchierare).

Abbiamo bisogno, come ha scritto Costanza Miriano, di essere richiamati più che mai ai sacramenti e ai novissimi, al senso della sofferenza. Alla misericordia di Dio, al pentimento dei peccati, a come sono morti i santi. Mai come ora la morte non deve diventare un tabù per la Chiesa. È di questa che abbiamo bisogno di sentir parlare, di questa e della speranza della vita eterna. Viene in mente a questo proposito quello che raccontò il medico della serva di Dio Chiara Corbella poco prima che morisse: «In quella Messa celebrata all’una di notte…facciamo la comunione… A questo punto la sento (Chiara, ndr) dire: “Ahhh… Mo’ posso anche vomitare!”. Io, che ero più angosciato di tutti per questo vomito, capisco. Era arrivato il vero Medico: Chiara aveva fatto la Comunione…Il Medico di Chiara era solo uno, era Nostro Signore. Lei voleva solo quello. «Ahhh… Adesso posso anche vomitare, posso anche tossire, posso anche morire. Non mi importa niente”». Chiara è morta ricordando a tutti che tutti faremo la stessa fine. E lo ha fatto perché, grazie alla compagnia costante di un frate che non le ha mai mentito sull’eventualità del decesso, voleva dirci che si può salire al cielo così, in pace nell'andare a Dio.

Non è questo che in fondo desideriamo, più che di scampare la morte? Se tutti i defunti da coronavirus fossero stati preparati a morire così, non saremmo tutti meno impauriti di fronte ai decessi di questi giorni? E forse persino disposti a rischiare un po’ di più, anziché cercare di illuderci che smettendo di vivere avremo scampato la morte? Non sarebbe questa la vera vittoria contro il virus? Non è questa l'unica partita che la Chiesa, oggi più che mai, può giocare e vincere in un'ora così grave per cui l'uomo è più disposto ad ascoltare?









domenica 15 marzo 2020

Coronavirus. “Il Regno” fa appello ai vescovi e al papa: “Dite una parola vera”



Pasqua


di Sandro Magister,

Giovedì 12 marzo, lo stesso giorno in cui l’intera Italia è stata blindata per contrastare l’espandersi del coronavirus, la rivista cattolica “Il Regno”, voce autorevole delle correnti progressiste, ha pubblicato con la firma del suo direttore Gianfranco Brunelli un appello ai vescovi italiani e anche al “vescovo di Roma” perché sappiano dire quella “parola vera” che “è mancata sin qui”.
È la parola – spiega l’appello – che nasce dalla Pasqua di risurrezione e che può trasformare in una vigilia di attesa e di speranza anche la decretata chiusura (1) delle chiese, come per le pie donne davanti al sepolcro vuoto, nel dipinto del Beato Angelico.
Qui di seguito sono riprodotte, qua e là abbreviate, le parti iniziale e finale dell’appello, che può essere letto per intero sul blog della rivista.
Intanto, in questo stesso 12 marzo, la conferenza episcopale italiana ha promosso un momento di preghiera comune in tutto il paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, a recitare in casa il rosario alle ore 21 di giovedì 19 marzo, festa di san Giuseppe, esponendo alle finestre delle case “un piccolo drappo bianco o una candela accesa”.
Mentre il giorno precedente, 11 marzo, dalla terrazza del Duomo di Milano l’arcivescovo Mario Delpini ha elevato una accorata preghiera alla Madonnina che veglia sulla città dalla guglia più alta.
E lo stesso giorno la diocesi di Roma ha pregato e digiunato per impetrare da Dio la cessazione del contagio, “come aveva pregato e digiunato la regina Ester per la salvezza del suo popolo”.

*

PREPARARE LA PASQUA NEL SABATO DEL TEMPO


di Gianfranco Brunelli
Ora che è stato detto tutto e di tutto, da parte di tanti; ora che il coronavirus sta assumendo il volto inarrestabile e pervasivo di una pandemia; in quest’ora toccherebbe alla Chiesa fare sentire la propria voce. Perché ci avviciniamo alla Pasqua.
Non sono mancati interventi di singoli pastori, ma una parola unitaria della conferenza episcopale italiana è sin qui mancata, se si escludono singoli comunicati, in genere sul tema dell’apertura e della chiusura delle chiese, sulla opportunità o meno di celebrare le funzioni liturgiche, in “ottemperanza” ai decreti governativi. È mancata sin qui una parola vera.
E su cosa possono e debbono intervenire i vescovi italiani di fronte al dramma soggettivo di migliaia di persone, al dramma collettivo di una nazione, nel dramma globale?
Qui il problema non è sancire la maggiore o minore autonomia della Chiesa e delle sue decisioni come istituzione religiosa distinta dallo stato. Non siamo di fronte a un problema che riguarda, com’è accaduto in altri momenti della storia, il rapporto stato-Chiesa, non in termini istituzionali o ideologici almeno. Anche se le conseguenze di quel che accade non mancheranno neppure su quel piano.
Qui il problema è affrontare il tema della fragilità personale e collettiva, sociale ed economica, politica e istituzionale. È il tema della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. È dunque il tema dell’annuncio del Vangelo in questo tempo. […]
Per noi cristiani il tema del tempo e dunque il tema della morte è legato al tema della risurrezione: “Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1 Corinti 15,32).
E questo tempo inatteso e pericoloso non è un altro tempo. Il tempo messianico non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico. L’escatologia che annunciamo e crediamo implica una trasformazione delle cose penultime a partire da quelle ultime. Non la loro contrapposizione. Qui, ora è l’esercizio della nostra responsabilità per la vita di tutti. La nostra decisione di rinunciare è in realtà un’offerta.
Se si chiudono le chiese è per la vita. Per la vita nel suo significato evangelico di dono. Per eccedenza d’amore. Non semplicemente per un provvedimento pur necessario di sanità pubblica. Come la donna di Betania che versa sul capo di Gesù l’unguento profumato, così anche noi dobbiamo “sprecare” l’amore. “Dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto” (Matteo 26,13).
Su un piano personale ed ecclesiale sperimentiamo una forma inedita di solitudine della fede. Certo non poter celebrare l’eucaristia, cioè il centro della nostra fede, non è cosa qualsiasi, da argomentare con un semplice e burocratico “in ottemperanza…”, il che spingerebbe davvero nel senso di un’accelerazione del processo di scristianizzazione.
Tutto questo non è senza conseguenze, né sul piano individuale, né su quello comunitario, ma non è di per sé neppure una crisi della fede, se è sostenuto da un annuncio forte, argomentato, reso condiviso da parte della Chiesa.
La Chiesa italiana, lo stesso vescovo di Roma sono attesi per una parola che ripeta nuovamente il Vangelo in questo tempo; che affronti il mistero della morte e della risurrezione. Perché con questo, oggi, tutti, individualmente e collettivamente, siamo confrontati. Questa è l’attesa, consapevole o meno, di una moltitudine.
Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. È il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza, che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio. La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché forse neppure la liturgia pasquale potremo celebrare, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti.
Ma che cos’è per il cristiano il vigilare se non l’attendere, scrutare nella notte, prestare attenzione al proprio tempo; se non prendersi cura dell’altro, vegliare con amore qualcuno nelle case o in un ospedale? In questo tempo abbiamo la possibile consolazione della contemplazione della Parola e della preghiera, da quella personale a quella familiare. Possiamo farla risuonare. In molti modi.
È il tabernacolo dei cuori e delle case che in quest’ora viene aperto. Cristo sta alla nostra porta.
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(1) Nella diocesi di Roma la chiusura delle chiese è stata in un primo tempo totale, in forza di un decreto del 12 marzo del cardinale vicario Angelo De Donatis, per essere poi limitata alle sole chiese non parrocchiali da un controdecreto del giorno successivo.
Sia il primo che il secondo decreto sono stati emessi per volontà di papa Francesco, come dichiarato dallo stesso suo vicario nella lettera ai fedeli che ha accompagnato il contrordine.
Lettera che così esordisce:
“Con una decisione senza precedenti, consultato il nostro vescovo papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese”.
E in cui si legge più avanti:
“Un’ulteriore confronto con papa Francesco, questa mattina, ci ha spinto però a prendere in considerazione un’altra esigenza. […] Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera”.
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sabato 14 marzo 2020

Manca una risposta spirituale al contagio







C’è una dieta spirituale da osservare in questi giorni d’incubo e d’incubazione? Non mi è parso di leggere o di ascoltare da nessuna parte riflessioni, consigli, terapie che avessero a cuore l’anima delle persone e che ponessero la questione virale dal punto di vista “spirituale”. Parola desueta, intrusa, se non estinta nel nostro lessico quotidiano. Eppure mai come in questo caso necessaria perché laddove tornano in gioco la vita e la morte, la vecchiaia e la malattia, la solitudine e la solidarietà, torna l’urgenza di una preparazione spirituale agli eventi e alla nostra vita. E invece, il massimo ambito interiore lambito in questi giorni è materia di psicologi, psicanalisti e psichiatri. Viene medicalizzata pure la coscienza, ospedalizzata anche l’anima.

È forse la prima volta che davanti al contagio appare del tutto assente la Chiesa e irrilevante la religione; in ogni evenienza tragica del passato la religione cristiana è sempre stata il rifugio, il conforto, l’invocazione e perfino l’esorcismo per fronteggiare il male o disporsi al rischio mortale. Questa volta è come se si fosse ritirata dal mondo per non contribuire a spargere il virus, come se avesse chiuso i battenti per ragioni di profilassi medica e precauzione sanitaria. L’unico messaggio che giunge dalla Chiesa è infatti non celebrare messa, allinearsi alle disposizioni governative, chiudere le chiese per responsabilità civile e umanitaria; la sua unica funzione comunitaria è quella di non accrescere i rischi di contaminazione. E dunque arretrare, auto-sospendersi, tacere, inviare solo sommessi messaggi televisivi. 
Intendiamoci, nessuno pensa che i sacerdoti debbano sostituire i medici e affidarsi alle preghiere sia meglio che affidarsi alle strutture sanitarie. Ma non c’è mai stata un’assenza così totale del riferimento religioso davanti all’emergenza del contagio. La Chiesa aveva sempre svolto un ruolo primario in questi frangenti; e proprio la Chiesa come “ospedale da campo” e “soccorso umanitario” è totalmente chiusa in se stessa e inerte.

Ma la dieta spirituale a cui facevo riferimento non è solo di natura religiosa e confessionale; certo, non può eludere il ruolo della fede, della preghiera e della liturgia ma spirituale allude a una visione della vita, a un rapporto tra i fatti e la nostra interiorità, la relazione tra anima e corpo, il senso della vita e della morte. Come si può rispondere sul piano spirituale a questa situazione? Provo a soffermarmi in particolare su tre ambiti, tre livelli spirituali di risposta.

Il primo è non lasciarsi assorbire dal contagio, non vivere dentro il suo incubo, non ridursi al rango di degenti, sottrarsi al talk-show permanente e ossessivo intorno al virus. È il messaggio accorato, e assai frainteso, che cercai di dare la scorsa settimana: non uno stupido fregarsene delle precauzioni e della profilassi sottovalutando il pericolo ma rispettiamo quelle norme e quei divieti, però poi non viviamo dentro questo Virality show, non facciamolo diventare il pensiero dominante, come ci inducono a fare i media. Pensare ad altro, vivere d’altro. Parliamo d’altro per favore, e non sembri assurdo che lo sostenga in un articolo dedicato proprio a quel tema; personalmente sto provando a leggere, pensare, scrivere altro che non sia sempre e solo il discorso sul virus. È la prima forma di reazione spirituale: non finire dentro l’ossessione del virus, non fare il suo gioco, alzare lo sguardo, dedicare la propria mente e la propria attenzione ad altri ambiti, compatibili con la situazione e i limiti sanitari imposti.

La seconda risposta spirituale è riattivare quelle energie e quei mondi che abbiamo atrofizzato nell’indaffarato scorrere dei giorni. Se non vuoi vivere agli arresti domiciliari del presente hai la possibilità di aprirti ad altri mondi che sono il passato, il futuro, l’eterno, il favoloso. Riprendere a fare i conti con la memoria, la storia e i suoi eventi, le aspettative e i progetti, il senso delle cose che durano. Lo descrivevo nel mio libro Dispera bene ma non pensavo che quell’esortazione e consolazione dovesse diventare d’un tratto così urgente e necessaria. Mi riferivo alle macchine del tempo che ci permettono di evadere dalla prigione del presente e tra queste, oltre le arti, i miti, i pensieri, la musica e i ricordi, mi riferivo alla preghiera, al di là della pratica confessionale, come un esercizio di attenzione, concentrazione e collegamento con energie spirituali superiori; restituisce un disegno compiuto alla vita. Riprendiamo il filo d’oro dell’amore come nostalgia e lontananza, pathos della distanza. Riempiamo gli spazi vuoti a cui ci costringe l’inerzia forzata di questi giorni, per non finire preda della psicosi o della paranoia per la segregazione prolungata.

Il terzo livello più delicato riguarda il nostro rapporto con la vita e con la morte. Lo eludiamo da tempo, non guardiamo più in faccia la morte; e invece occasioni come questa ci ricordano che il nostro problema non è la solita fragilità psicologica, come si ripete ogni giorno, ma è accettare il nostro limite e la nostra finitudine, prevedere l’appuntamento senza scampo. Dobbiamo rielaborare il rapporto con la morte, riuscire a concepire la nostra scomparsa, sforzarsi di pensare che il mondo non cominciò con noi e non finirà con noi, l’essere sopravanza l’esistere. Acquistare dalla disperazione una fiducia ulteriore che è amor fati e abbandono fiducioso alla sorte, dopo aver fatto tutto quel che potevamo per disporla verso il meglio.

Non sono rimedi, tantomeno soluzioni, ma piccole ed enormi svolte per guardare la realtà con altri occhi. E chi le indica non ha raggiunto la saggezza, tantomeno la sapienza, ma è ancora immerso con voi nelle contraddizioni, paure e insofferenze per quanto accade. Però è necessario rianimare la propria vita spirituale per rispondere alla situazione, senza esserne succubi o spenti dalla noia e dal terrore. Cominciate provando a pronunciare la parola spirituale…


Marcello Veneziani, La Verità 10 marzo 2020




giovedì 12 marzo 2020

COME NUTRIRE LA PROPRIA ANIMA IN TEMPO DI CRISI E USCIRNE ANCORA PIU' SANTO





I SALUTARI CONSIGLI SPIRITUALI DEI PADRI DELLA 
CHIESA DEI SANTI MICHELE E GAETANO A FIRENZE 
ISTITUTO DI CRISTO RE SOMMO SACERDOTE



Il Signore ci domanda questanno di fare una Quaresima molto particolare, chiedendoci, con la minaccia di questo nemico insidioso e invisibile che si chiama Coronavirus, di vivere in un clima di particolare austerità, con spirito di penitenza e compunzione.
Abbiamo anche il dolore di vederci precluso il culto pubblico, è una prova che il Signore ci chiede di sopportare con Fede, con Speranza e con Pazienza.
In questo frangente siamo chiamati alla pratica dellComunione spirituale.
Al riguardo la Chiesa insegna:

(Conc. di Trento, Decreto sull’Eucaristia, 11 ottobre1551) : I nostri padri distinsero giustamente e saggiamente tre modi di ricevere questo Sacramento. Insegnano infatti che   alcuni   lo   ricevono   solo   sacramentalmente,   come   i peccatori ;   altri   solo   spiritualmente,   e   sono   quelli   che mangiando quel pane celeste solo col desiderio, per la fede viva  che  opera  per  mezzo  della  carità,  ne  traggono  frutto  spiritualmente.

(Santa Teresa dAvila, Dottore della Chiesa, Cammino di  perfezione  cap.  35) :  Quando non  vi  comunicate e  non partecipate alla Messa, potete comunicarvi spiritualmente, la qual cosa è assai vantaggiosa… Così in voi si imprime molto dellamore di Nostro Signore.

(SantAlfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, La visita al Ss. Sagramento, Introduzione) : Quanto poi siano gradite a Dio queste comunioni spirituali e quante grazie egli per mezzo loro dispensi, il Signore lo diede ad intendere a quella   sua   serva   suor   Paola   Maresca   fondatrice   del monastero di Santa Caterina da Siena in Napoli, quando le fece vedere, come si narra nella sua vita, due vasi preziosi, uno d'oro e l'altro d'argento; e le disse che in quello d'oro Egli conservava le sue Comunioni sacramentali, e in quello d'argento le sue Comunioni spirituali.



Come si fa la Comunione spirituale

Per goderne tutti i frutti, è necessario essere in grazia di Dio. Nel caso la coscienza ci rimproveri dei peccati, occorre quindi confessarsi.

Questa è la formula composta da SantAlfonso Maria de Liguori :

Gesù mio, credo che voi siete nel Santissimo Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa. Vi desidero nell’anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore - si faccia una
pausa-. Come già venuto, Vi abbraccio e tutto mi unisco a Voi. Non permettete che io mi separi più da Voi.



vita spirituale

Ecco delle idee pratiche per aiutarci a uscire da questa situazione più santi di prima.

Messa:
- Potete seguire la messa in rito antico sul sito www.livemass.net Gli orari si trovano nella rubrica Live Broadcast Schedule”. Ricordarsi di assistere degnamente anche se uno è a casa.
- Potete anche ogni giorno leggere i testi della messa nei  vostri  messali.  Vi  ricordiamo  che  in  quaresima  ogni giorno cè una messa diversa.
-  Potete  fare  ogni  giorno  la  comunione  spirituale,
specialmente se seguite una messa nella TV o su internet, al momento della comunione dei fedeli che vedete.


Ufficio:
- Se avete i libri adeguati potete unirvi alla preghiera della  Chiesa  pregando  lufficio  divino.  Altrimenti,  potete farlo sul sito:  www.divinumofficium.com
- Se invece volete sentire ogni ufficio, potete farlseguendo lufficio benedettino qui:


Chiesa:
Nelle chiese che sono aperte (come la nostra), potete:
- Pregare. Le chiese sono principalmente un luogo dpreghiera. Soprattutto se cè il Santo Sacramento dellAltare.
- Meditazione: Aiutati dalle Sacre Scritture, o dagli scritti dei santi, passare un tempo a contemplare e a unirsi al Signore.
- Pregare il rosario meditazioni dei vostri messali, o quelle dei libretti.
-  Confessarsi: Vi  ricordiamo che  i  vostri  sacerdoti sono sempre disponibili per guarire la vostra anima


A casa:
- Potete anche, come nelle chiese, pregare, meditarerecitare il rosario e meditare la via crucis.
- La vostra vita spirituale può anche svilupparsi codelle letture. Ne potete approfittare per leggere delle opere spirituali come Limitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, “Il combattimento spirituale” di Lorenzo Scupoli, “Introduzione alla vita devota (Filotea)” di San Francesco di Sales, o “Storia di un anima” di santa Teresina.
- Potete anche leggere e/o ascoltare delle prediche delle conferenze su internet


In tutti luoghi:
Il cristiano ha la forza e il sostegno da Gesù Cristo stesso, pertanto deve essere la forza ed il sostegno degli altri, perché ha Gesù Cristo nella sua anima.






E IN TUTTO SIA GLORIFICATO DIO