lunedì 21 agosto 2017

Perché i giovani e i bambini amano la Tradizione e i vecchi no? Ve lo diciamo noi





20 AGOSTO 2017


Un amico ci ha riferito questo episodio. Nulla di originale, anzi quante ne volete di episodi del genere. Ma è un episodio significativo. Andando a fare una visita ad un noto santuario mariano della sua città, si è trovato al momento dell’uscita di una Messa. Ha visto tre sacerdoti avviarsi all’altare (si trattava di una concelebrazione). I tre, sommati a ritroso i loro anni, sarebbero arrivati all’epoca precedente la Rivoluzione francese.

Due sacerdoti molto anziani, che si trascinavano a fatica, si sono posti ai lati dell’altare (evidentemente non avevano più la possibilità di celebrare da soli) quello più giovane (si fa per dire, comunque ottantenne) si è invece posto al centro per farsi carico della celebrazione. L’amico ci ha riferito che vedendo questa scena gli è uscito spontaneo fare tra sé questa considerazione: Ecco la primavera della Chiesa!

Lo disse già Paolo VI: il Concilio doveva rappresentare la primavera, e invece è arrivato un freddissimo inverno. Roba da ghiacciare tutto: entusiasmo, vocazioni, devozioni…e chi più ne ha più ne metta.

Il bello è che quando ci si iniziò ad accorgere che le cose non stavano andando come dovevano, coloro che storcevano il naso venivano immediatamente zittiti con l’espressione: è inutile essere nostalgici, prima c’era la quantità ma non la qualità… Roba da “ultime parole famose”: adesso non c’è né la quantità né la qualità. Basterebbe pensare agli scandali che colpiscono spesso gli ambienti sacerdotali.

Eppure, malgrado questo quadro, i giovani danno speranza. In Francia -per esempio- a soffrire di meno della crisi vocazionali sono le congregazioni che hanno scelto la Liturgia tradizionale.

Insomma, giovani iniziano ad affezionarsi alla Tradizione. Attenzione! Noi del C3S non amiamo la definizione “tradizionalisti”, perché ambigua e lo abbiamo già spiegato con questo articolo (clicca qui), amiamo solo la definizione di “cattolici”. Piuttosto possiamo definirci “Cattolici della Tradizione”, perché il cattolico in quanto tale non può non essere della Tradizione.

La Tradizione sapete cos’è? E’ la Verità… punto! E la Verità non muta.

La Verità, proprio per ché non muta, rimane sempre giovane.

Sono le mode ad invecchiare. Le mode, infatti, nel momento in cui compaiono, già sono vecchie perché suppongono che il tempo sia l’unico criterio; e se è il tempo l’unico criterio, è evidente che dopo un po’ tutto passa e tutto non è più alla moda.

La Tradizione no. La Tradizione è nell’Eterno. E l’Eterno è sempre giovane. Anzi: bambino!

Come dice il grande Chesterton: Dio è bambino perché non si annoia mai di ciò che si ripete. Il vecchio si annoia. Il bambino no. E ogni volta che il sole sorge e tramonta, Dio si stupisce di ciò che si ripresenta al suo “sguardo”…e si rinnova.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza



Il Cammino dei Tre Sentieri








http://itresentieri.it/perche-i-giovani-e-i-bambini-amano-la-tradizione-e-i-vecchi-no-ve-lo-diciamo-noi/






martedì 15 agosto 2017

Don Elia. Con l’autorità della Signora



don Elia (12 agosto 2017)



… et in Ierusalem potestas mea (Sir 24, 15).

La tradizione liturgica d’Oriente e d’Occidente utilizza nelle feste mariane i passi dell’Antico Testamento in cui parla la Sapienza di Dio personificata. La lettura cristiana di quei testi ispirati li riferisce in prima istanza al Verbo, la Persona divina in cui sussiste la Sapienza creatrice del Padre. Anche l’interpretazione mariana, tuttavia, deve essere molto antica, dato che è comune ai due grandi “polmoni” della Chiesa; potrebbe risalire persino all’epoca apostolica o subapostolica. Non c’è per questo contraddizione, dato che la Sacra Scrittura può essere compresa a partire da varie prospettive; tra Madre e Figlio, oltretutto, c’è una tale unione e affinità che quanto appartiene all’uno per natura è proprio anche dell’altra per partecipazione. Nonostante l’ultima riforma della liturgia romana abbia completamente espunto quei testi sapienziali dalle feste della Madonna, dunque, è più che lecito – se non doveroso – cercare di conservare e comprendere una primitiva intuizione che potrebbe provenire dal più intimo di Gesù e Maria, l’apostolo che, rappresentando tutti noi, La ricevette come madre sul Calvario.


La difficoltà maggiore che sembra opporsi all’applicazione mariana è l’idea che la Vergine abbia in qualche modo cooperato alla Creazione, secondo quel che la Sapienza dice in prima persona nel capitolo ottavo del libro dei Proverbi. Certamente non si intende affermare la preesistenza della Sua anima, in accordo con un errore origeniano condannato dal II Concilio di Costantinopoli nel 553. Tuttavia l’acume contemplativo di san Giovanni, grazie alla profonda familiarità con la Madonna, potrebbe aver ricevuto una luce particolare dello Spirito Santo circa il mistero della Sua persona. Senza alcun dubbio, Ella ha cominciato ad esistere al momento della Sua concezione immacolata, ma da tutta l’eternità era ben presente nel progetto di Dio, il quale L’aveva eletta e predestinata a un compito del tutto speciale nel piano di salvezza. Su questo tutti concordano; ma come concepire un Suo eventuale ruolo nell’opera creatrice? Jean-Jacques Olier, uno dei massimi autori della Scuola francese di spiritualità, in una vetta della mistica giunge a immaginarla come una gran signora che predispone la dimora dello sposo.


Quanto affermato dalla Sapienza personificata – ribadisco – si applica anzitutto e propriamente al Lógos creatore; eppure non si può credere che Colui che ha così strettamente associato la Madre alla Redenzione non L’abbia in qualche modo coinvolta nel realizzarne la premessa. Mi piace pensare che, nell’Eccomi dell’Annunciazione, Ella abbia non solo acconsentito all’Incarnazione e a tutto ciò che ne sarebbe scaturito, ma anche espresso la propria accoglienza, a nome di tutto l’essere creato, dell’iniziativa creatrice che il Padre aveva realizzato per mezzo del Figlio. Nella Sua prescienza Dio sapeva che, un giorno, una creatura eletta vi avrebbe corrisposto nel modo più puro e perfetto possibile, come neppure i Progenitori erano in grado di fare, ancor prima del peccato originale. Nell’eterno presente del mondo divino, quell’adesione attiva all’opera di creazione, seppure storicamente successiva, dev’essere valsa come quella collaborazione sponsale che la Chiesa, nella sua liturgia, ha visto profetizzata nei libri sapienziali.


Nel libro del Siracide la Sapienza, che si incarna nella Legge, percorre il cielo e la terra in cerca di un luogo in cui fissarsi e trovare riposo, stabilendosi infine in Gerusalemme, centro del suo potere e della sua irradiazione (cf. Sir 24). Anche in questo caso la tradizione cristiana, soprattutto nel Medioevo, dopo aver colto il pieno adempimento di questo testo sacro nel Verbo incarnato, lo applica poi anche a Colei che L’ha messo al mondo. Nel nuovo Israele la Figlia di Sion occupa un posto di assoluto rilievo e detiene un’autorità specifica, seppure a livello spirituale, piuttosto che giurisdizionale. Con una trasposizione analogica di quanto Pio XI, nell’enciclica Casti connubii, insegna a proposito della famiglia, si può affermare che anche nella Chiesa, famiglia di Dio, c’è un primato di governo (quello esercitato dal padre) e un primato d’amore (quello esercitato dalla madre). Al Capo del collegio apostolico, san Pietro, compete il primo, ma il secondo spetta alla Madre di Gesù. Già il Nuovo Testamento la vede nel cuore della Chiesa nascente (cf. At 1, 14), mentre antichissime tradizioni gerosolimitane, poi riprese da Leone XIII nell’enciclica Adiutricem populi, raccontano come gli Apostoli facessero continuo riferimento a Lei, andando e venendo dalle loro missioni, per riceverne consiglio, incoraggiamento, sostegno, forza e consolazione.


È allora del tutto naturale che i Papi, soprattutto negli ultimi due burrascosi secoli, Le abbiano riservato speciale devozione e filiale obbedienza. Meraviglia però che, fra tanti atti di consacrazione del mondo, delle diocesi, delle parrocchie e di singoli fedeli, sia finora mancata una consacrazione della Santa Sede. Dal punto di vista del ruolo, ovviamente, un atto del genere potrebbe essere compiuto unicamente dal Sommo Pontefice; tuttavia chi riconosce l’autorità spirituale della Madre della Chiesa può presumere, con l’audacia del figlio, di effettuarlo ricorrendo ad essa. Consacrare la Sede petrina al Cuore immacolato di Maria, in questo centenario di Fatima, significa dichiarare pubblicamente che anch’essa, sul piano spirituale, Le appartiene e Le è sottomessa, come pure la Chiesa intera. Se questo è vero – come è vero – si reclama in pari tempo, nel modo più intenso possibile, il Suo intervento materno: Ella non può lasciare che la barca di Pietro sia travolta dalla tempesta ed è l’unica che possa ancora ottenere dal Figlio, perché la situazione si capovolga in meglio, un atto di clemenza che le gravissime infedeltà di tanti cristiani non meritano più.


Ai teologi e ai dotti un’idea simile sembrerà pazzesca; noi preferiamo ritrovarci fra quei piccoli che il Signore custodisce e la Regina porta in grembo, istruendoli e nutrendoli. Dato che la Madonna non può consacrare qualcosa a Se stessa, lo può fare per mezzo dei Suoi figli, così come Dio, non potendosi glorificare da Sé, riceve gloria da chi Lo serve con fede e amore. Se Ella vorrà condurci sulla tomba di colui che fu scelto come roccia della Chiesa e ci concederà di consacrarle la sua Sede, ci lasceremo usare come Suoi strumenti. Tutto è possibile a chi crede e si abbandona nelle mani di Maria, purché si sforzi di esserle obbediente in tutto, come per trent’anni fece il Figlio di Dio. Con la Sua grazia, che dalle mani della Mediatrice si riversa senza sosta su di lui, chi Le è consacrato e si impegna ad attuare concretamente la propria consacrazione in una vita santa può cooperare in modo sorprendente al bene del Corpo mistico, nuova Creazione. Probabilmente non vedremo effetti immediati, ma anche noi, a Dio piacendo, potremmomettere in moto un processo. Nelle dinamiche soprannaturali gli sviluppi positivi cominciamo in modo nascosto, apparentemente insignificante, ma basta un granello di senape.



Pubblicato da Elia 







«Senza Maria non si può salire in Cielo»





di Gloria Riva (15/08/2017)

Immagine: Konrad von Soest, Marie Altair, pannello della morte di Maria, olio su tavola, 1420, Marienkirche a Dortmund

Ha subito una vera e propria persecuzione l’Altare Mariano di Konrad von Soest, della Marienkirche a Dortmund, in Germania, al punto da non permetterci più, quasi, di determinare l’esatta posizione delle opere e forse anche il loro numero.

Nel 1720 un rifacimento dell’altare maggiore della chiesa di Dortmund ha compromesso alcune parti dei pannelli dell’altare originale. Nel 1944 un attentato dinamitardo distrusse parte dei pannelli. Oltre a pesanti ridipinture, nel 1926 i pannelli esterni furono segati nel corso di un restauro. E via di questo passo.

L’avverso destino che ha colpito questo polittico mariano sembra disegnare il diagramma del declino dell’amore a Maria (non solo in Germania ma anche) in Europa dal 1400 ad oggi.

Una festa mariana fra le più belle, una festa fondamentale per la nostra fede è proprio l’assunzione della Beata Vergine, nota nel mondo orientale anche come dormitio della Vergine. Una festività che, come l’altare di Dortmund, non manca d’esser perseguitata, tanto da essere ormai conosciuta con il nome di Ferragosto, antico termine pagano di Feriae Augusti, che consegnava il popolo a gite fuori porta, lauti pranzi al sacco e bagni ristoratori nei mari, nei fiumi e nei laghi. Le nostre ferie, insomma! L’Assunzione, al contrario, obbliga a uno sguardo più certo verso le cose di lassù.

Con ciò non si vuole certo stigmatizzare il meritato riposo che le ferie ci regalano, ma la concomitanza di questa festa con le vacanze estive invita certamente a vivere anche il riposo in modo da non dimenticare le cose ultime, per le quali sempre dovremmo vivere.

Nel pannello della Dormitio Mariae dell’Altare di Soest la compromissione subita è facilmente riconoscibile; ciò che resta, tuttavia, è sufficiente per farci gustare la profonda meditazione pittorica che l’artista renano ci ha regalato.

In un cielo dorato, che pare voler custodire gelosamente, il Cielo che attende la Vergine, angeli in volo, appena abbozzati e quasi in filigrana ci obbligano a guardare la scena sottostante. Qui Maria, adagiata sul suo giaciglio, sta per lasciare questo mondo. Non può neppure appoggiare il capo sul guanciale perché sei angeli turchini la tengono sollevata. Sembra che il Cielo stesso sia sceso per dare l’estremo saluto alla Benedetta fra tutte le donne. Nell’esalare l’ultimo respiro Maria passa la candela della fede a Giovanni. La mano della Madonna è già livida, ma il suo volto è ancora roseo e tradisce una pace celestiale. Giovanni, da par suo, mentre riceve la candela porge alla Madre la palma del martirio. Il duplice gesto non è certo casuale. La Madonna ha tenuto alta fino alla fine la fiaccola della fede e ora, benché muoia di morte naturale, riceve dal Signore la palma della suprema testimonianza avendo vissuto intimamente la passione del Figlio e quella della Chiesa a lei affidata (che Giovanni rappresenta).

Proprio dietro al letto della Madonna ecco un San Tommaso addolorato che sta preparando l’incenso per rendere omaggio alla salma. Il gesto conferma, in certo modo, l’incredulità proverbiale del discepolo, il quale, ignaro della grazia dell’assunzione, appronta diligentemente le esequie.

Un probabile san Pietro (senza aureola, in memoria, forse, del suo antico tradimento al Signore) sta invece scrutando le Scritture per comprendere come sia possibile che un corpo incorrotto (quello della Madonna), un corpo che ha generato il Verbo di Dio e che ha seguito fedelmente il Salvatore, possa essere consegnato alla morte. Il capo di Pietro è coperto, similmente a quello di Mosè, quando volendo vedere la Gloria di Dio, fu costretto a velarsi il capo (Esodo 33). Le Scritture antiche non avevano sufficienti elementi per rispondere al quesito. Ma, a ben guardare, libri accuratamente rilegati e un rotolo scritto a caratteri neri ed evidenti, quasi a stampa, giacciono indisturbati sul comodino della Vergine, Quello che invece regge l’Apostolo sembra un rotolo manoscritto, forse una lettera di Paolo. È san Paolo, infatti in almeno due lettere (la Prima ai Corinzi e la lettera ai Romani), ad offrire i fondamenti teologici della risurrezione di Cristo e quindi della nostra risurrezione, quale adempimento pieno delle promesse fatte a Israele.

Nella lettera ai Romani (6,22) san Paolo scrive: Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Se è lecito affermare ciò di ogni uomo, che mai si potrà dire della Vergine Maria? No, Pietro non resterà deluso. Benché lento, il cammino di riflessione della Chiesa attorno all’Assunzione della Madonna, giungerà a compimento. Convenendo con ciò che già nel IV secolo sosteneva Timoteo di Gerusalemme e cioè che la Vergine sarebbe rimasta immortale, poiché Colui che abitò in Lei, l’avrebbe trasferita nei luoghi della sua ascensione.

L’apostolo pensoso, intento alla lettura, suggerisce inoltre le due scuole di pensiero che si contesero il dogma per secoli: una, volendo sottolineare l’umanità della Vergine, la volle morente e deposta, come Cristo, in un sepolcro; trovato vuoto dagli apostoli solo successivamente. Un’altra invece, volendo sottolineare la nuova economia che Cristo ha inaugurato con la sua Risurrezione, della quale Maria è la primizia, la volle semplicemente dormiente nel suo ultimo giaciglio e da lì rapita direttamente in Cielo.

Per alcuni aspetti il dibattito resta aperto, risolto soltanto da alcune rivelazioni private (come ad esempio la vita di Maria narrata alla Valtorta), tuttavia certo è che l’assunzione della Vergine richiama tutti noi alla verità dei novissimi. Il giudizio avviene per l’anima nell’atto stesso del morire e come saremo trovati, così saremo collocati. Per questo la coperta nella quale è avvolta la Madonna è dello stesso blu che circonda il clipeo che si intravvede nel cielo dorato. Qui Cristo, tenendo probabilmente nella mano sinistra l’animula di Maria, approva benedicente.

Siamo tutti destinati alla gloria; Maria è, come afferma la liturgia, quel segno di sicura speranza che rende più certa l’eternità. In questo nostro secolo, dove la sacralità della vita e della morte è messa a dura prova dall’indifferenza verso il Mistero dei novissimi, è ancora più urgente affermare quanto con grande fede cantava un’antica Lauda mariana attribuita a Adam de Antiquis: Senza te, sacra Regina non si può in Ciel salire.















fonte: La nuova Bussola Quotidiana 








lunedì 14 agosto 2017

PISTOIA: AVVISO di SOSPENSIONE della MESSA



 


chiesa di San Vitale - via della Madonna 2, Pistoia


Nella chiesa di San Vitale, in via della Madonna, a Pistoia,

la celebrazione della Santa Messa 
nella forma straordinaria del Rito Romano

 è sospesa
 sabato 19 e 26 agosto

 e riprenderà sabato 2 settembre 
all'orario consueto:
ore 21:20 
preceduta dal Santo Rosario alle 20:45.







Dialogo? No, grazie. Meglio la disputa





scritto da Aldo Maria Valli

Oggi «abbiamo a che fare con un’inflazione del dialogo. Si vuole “aprire un dialogo” con ognuno e possibilmente con tutti… Non è tanto importante l’argomento che trattiamo; è più importante la relazione che intessiamo nel dialogo. Il percorso è la meta».

Questa critica del dialogo ecumenico fine a se stesso, coltivato come un bene in sé, al di là della questione su cui si dialoga, non arriva da qualche rappresentante del conservatorismo cattolico. Anzi, l’autore non è nemmeno cattolico. Si tratta infatti di Jürgen Moltmann (Amburgo, 1926), il teologo evangelico già docente a Tubinga e autore del celebre «Theologie der Hoffnung», «Teologia della speranza», del 1964.

La riflessione sul dialogo è contenuta nel suo articolo «La Riforma incompiuta. Problemi irrisolti, risposte ecumeniche», pubblicato in «Concilium» (n. 2, 2017, pag. 142), ed è resa ancora più interessante dal fatto che Moltmann introduce una distinzione tra «dialogo» e «disputa». Scrive infatti: «Il dialogo dei nostri giorni non è funzionale alla verità», bensì alla «comunione», ed è così che subisce una sorta di edulcorazione. Il tentativo di evitare gli spigoli porta all’appiattimento, e la teologia ne risente.

«In passato – scrive il novantunenne Moltmann dall’alto della sua lunga esperienza – la gente si lamentava della voglia di litigare che avevano i teologi (“rabies theologicorum”); oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione».

Alla ricerca della comunione, le asperità sono limate fin quasi a scomparire. E ciò che resta è spesso una tolleranza priva di contenuti che sacrifica la passione per la verità.

Moltmann è esplicito nel suo elogio della disputa: «Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni».

Più chiaro di così l’anziano teologo evangelico non potrebbe essere, ed è significativo che la sua rivalutazione della disputa, contro l’inflazione del dialogo, arrivi proprio nell’anno in cui, tra molteplici inni al dialogo e ben poca attenzione per la questione della verità, si celebra il mezzo millennio dalla Riforma. «Comunione e verità non procedono più di pari passo?», si chiede Moltmann.

«C’è anche l’evidenza – commenta Silvio Brachetta su «Vita nuova», il settimanale cattolico di Trieste – della scomparsa della via di mezzo: le discussioni odierne possono essere dialoghi o polemiche. Quasi mai c’è un dibattito costruttivo, per la dimostrazione di un qualcosa. Si assiste ad incontri rilassati, a basso contenuto scientifico; e si oscilla tra qualche considerazione in serenità o all’impeto eristico di chi cerca di avere ragione con foga. In genere si preferisce il monologo, perché ha il pregio di non dover essere dimostrato a tutti i costi: l’interlocutore non deve fare la fatica di controbattere, ma oppone semplicemente un altro suo monologo».

Osservazioni condivisibili, alle quali però il professor Stefano Fontana, sempre su «Vita nuova», aggiunge un’ulteriore riflessione: «Silvio Brachetta ha ragione a dire che il dialogo senza verità è morto e a lodare il teologo protestante Jürgen Moltmann per averlo detto. Però non va dimenticato che l’assolutizzazione del dialogo deriva proprio dalla penetrazione nella Chiesa cattolica della mente protestante».

«La questione dell’abuso cattolico del dialogo – scrive Fontana – è antica. Già le opere preconciliari di Karl Rahner ponevano le basi per un dialogo senza contenuti. Il conciliarismo successivo al Vaticano II ha applicato e sviluppato il concetto, utilizzando maldestramente l’enciclica “Ecclesiam Suam” di Paolo VI». È vero: «Oggi si dialoga senza sapere più per quali contenuti dialogare», ma, proprio in omaggio alla verità, non bisognerebbe dimenticare che «questo vizio è dovuto alla penetrazione del protestantesimo nella mente cattolica».

È d’altra parte significativo che il fastidio per il dialogo fine a se stesso sia manifestato da un protestante come Moltmann. «Vuoi vedere – si chiede Fontana – che i protestanti si ravvedono prima dei cattolici?».

E qui il professore fa un approfondimento necessario: «La teologia cattolica ha sempre insegnato che la fede è composta di due aspetti: la “fides qua”, ossia l’atto personale di fede, e la “fides quae”, ossia i contenuti rivelati che si credono per l’autorità di Dio rivelante. Lutero separa i due aspetti, anzi elimina il secondo, sicché la fede è solo un rapporto soggettivo di coscienza del fedele con Dio. È una fede “fiduciale”, un fidarsi cieco, un mettersi nelle mani di Uno senza motivi di contenuto. La fede protestante è infatti una fede senza dogmi e la Chiesa è solo spirituale, fatta cioè da tutti coloro che si affidano, in questo modo “fiduciale”, a Cristo. Per questo motivo l’unità non è data dalla comune confessione degli stessi contenuti di fede, come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato a cominciare, appunto, dai Confessori della Fede, ma è data dal con-venire delle singole soggettività in un unico atto di fiducia. Il con-venire soggettivo sostituisce i motivi rivelati del convenire stesso».

«L’accento si sposta sull’atto e non più sui contenuti dell’atto. Ecco perché oggi, anche nella Chiesa cattolica, la pastorale “come azione ecclesiale” viene prima della dottrina, ne è indipendente e, addirittura, riformula la dottrina. Si tratta di una concezione di origine protestante. Ecco perché ad ogni convegno ecclesiale si insiste sulla bellezza del con-venire, anche se in queste convention poi si sentono mille eresie dal punto di vista dogmatico. Ecco perché si parla di una Chiesa “plurale” o “aperta”, secondo l’indicazione di Karl Rahner – che era cattolico nella forma ma protestante nei contenuti – della quale possono fare parte tutti, compresi eretici ed atei. La “fides quae” viene persa di vista o, comunque, considerata di importanza derivata. L’eresia viene derubricata a diversità di opinione».

L’argomentazione di Fontana è cristallina e non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, ma è l’autore stesso ad attualizzare il tutto con un riferimento a una vicenda che ha causato tanto dolore: «Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano “Avvenire” ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità».

Stefano Fontana nel suo articolo accenna all’«Ecclesiam Suam» di Paolo VI (1964), che può essere effettivamente considerata l’origine della «svolta dialogica» in teologia. Tuttavia papa Montini nel documento non dice che il dialogo ha valore in sé, ma che occorre dialogare per convertire, e sebbene Romano Amerio, in «Iota Unum», parli di equazione incoerente e impossibile «tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo», bisogna ricordare che Paolo VI esalta il «dialogo della sincerità» e, a proposito di ecumenismo, precisa: «Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati» perché «nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità», però «dobbiamo pur dire che non è in nostro potere transigere sull’integrità della fede e sulle esigenze della carità».

Paolo VI non esita nemmeno a mettere in guardia dal relativismo, eppure la sua enciclica è stata abbondantemente utilizzata in senso relativistico.

Eliminati tutti i punti in cui Montini stigmatizza il «compromesso ambiguo» così come l’irenismo e il sincretismo («Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede… Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo»), l’«Ecclesiam Suam» è stata ridotta a manifesto di una superficiale e indistinta amicizia tra la Chiesa e il mondo, e, come giustamente ricorda Brachetta, bisognerà aspettare Joseph Ratzinger, con la «Dominus Iesus» (anno 2000) per una denuncia di quella «ideologia del dialogo» che, penetrata anche nella Chiesa cattolica, «si sostituisce alla missione e all’urgenza dell’appello alla conversione».

Insomma, a dispetto delle preoccupazioni di Paolo VI, il relativismo è entrato nella Chiesa ed ha usato l’idea di dialogo in modo strumentale. Ecco perché chi ha a cuore la questione della Verità dovrebbe far sua la proposta di Moltmann e rivalutare la disputa, lo scambio vivace di opinioni, la controversia che mette sul tavolo ragioni diverse.

Solo che, per disputare, occorre saper ragionare, e proprio questo, oggi, è il problema. Perché la nostra è sì crisi di fede, ma forse, prima ancora, è crisi della ragione.

Aldo Maria Valli

















domenica 13 agosto 2017

Concilio e storia




di Giovanni Scalese (11/08/2017)

La settimana scorsa il Prof. Roberto de Mattei ha pubblicato sull’agenzia d’informazione Corrispondenza Romana, un breve articolo dal titolo “Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima”, nel quale, prendendo spunto da un recente intervento di Mons. Athanasius Schneider, ribadisce la propria posizione sul Concilio Vaticano II, per poi soffermarsi su un punto specifico: la mancata consacrazione della Russia al Cuore immacolato di Maria, richiesta dalla Vergine a Fatima e sollecitata, durante il Concilio, da un gruppo di oltre cinquecento Presuli, la cui petizione fu totalmente ignorata da Paolo VI e dalla maggioranza dei Padri.


Non intendo attardarmi su quest’ultimo aspetto, a proposito del quale mi trovo pienamente d’accordo col prof. De Mattei. Il Concilio Vaticano II sembrerebbe davvero una sequela di occasioni mancate: dalla mancata condanna del comunismo alla mancata consacrazione della Russia. Va detto però che la storia non si fa con i “se”; non ci si aspetterebbe di leggere da uno storico una frase del genere: «Se la consacrazione richiesta fosse stata fatta, una pioggia di grazie sarebbe caduta sull’umanità». Sarà anche vero, ma la consacrazione… non è stata fatta. E questo è l’unico dato storico che conta.


Vorrei invece soffermarmi sulla prima parte dell’articolo, quella in cui si riprende la spinosa questione del giudizio da dare sul Concilio Vaticano II. La posizione del prof. De Mattei in proposito è nota: il suo giudizio — che è il giudizio di uno storico — è «impietoso e senza appello». Esso può essere riassunto nella frase:
Il Concilio Vaticano II non fu solo un Concilio mancato o fallito [è evidente il riferimento alla posizione di Mons. Brunero Gherardini, N.d.R.], fu una catastrofe per la Chiesa.
La novità di quest’ultimo intervento del Professore mi pare che vada ricercata nel fatto che mentre in precedenza (questa è per lo meno la mia impressione, ma potrei sbagliarmi) escludeva la possibilità di una qualsiasi altra valutazione accanto a quella storica, ora sembrerebbe ammetterla. Nell’articolo si distingue chiaramente fra due piani, quello teologico e quello storico. La differenza fra i due livelli starebbe nel fatto che, mentre sul piano teologico il giudizio può essere articolato («Ogni testo, per il teologo, ha una diversa qualità e un diverso grado di autorità e di cogenza»), sul piano storico invece
il Vaticano II costituisce un blocco non scomponibile: ha una sua unità, una sua essenza, una sua natura. Considerato nelle sue radici, nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze, esso può essere definito una Rivoluzione, nella mentalità e nel linguaggio, che ha profondamente modificato la vita della Chiesa, avviando una crisi religiosa e morale senza precedenti.
Di qui il giudizio negativo inappellabile su riportato.


Anzi, il Prof. De Mattei nel suo intervento non si limita ad ammettere un diverso approccio al Vaticano II, ma sembrerebbe addirittura incoraggiarlo:
Sul piano teologico, tutte le distinzioni possono e debbono essere fatte per interpretare i testi del Vaticano II, che è stato un Concilio legittimo: il ventunesimo della chiesa cattolica. I suoi documenti potranno di volta in volta essere definiti pastorali o dogmatici, provvisori o definitivi, conformi o difformi alla Tradizione … Il dibattito è dunque aperto.

Se ben ricordo, fino a qualche tempo fa non era questa la posizione del Prof. De Mattei. Facendo propria (sebbene dalla sponda opposta) la nota tesi — squisitamente ideologica — della Scuola di Bologna, egli sembrava svalutare completamente i documenti del Concilio, per dare importanza esclusivamente all’evento conciliare. Non è poco riconoscere la legittimità del dibattito teologico sui testi conciliari e ammettere che da un suo fruttuoso svolgimento potrebbe dipendere la soluzione alla questione lefebvriana.


Personalmente sono sempre stato convinto dell’utilità e della necessità di una riflessione teologica spassionata sul Concilio Vaticano II (si veda l’articolo con cui si apriva questo blog nel lontano 2009: Concilio e “spirito delConcilio”). Questo senza nulla togliere all’importanza dell’approccio storico. Il libro del Prof. De Mattei Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, Torino, 2010) rimane, a mio parere un punto di riferimento imprescindibile per ricostruire la dinamica dei fatti: è doveroso sapere come andarono veramente le cose. Come è giusto prendere serenamente atto degli effetti negativi del Concilio nella vita della Chiesa. Nell’articolo del 2009 li descrivevo, senza falsi pudori, nei termini seguenti:
La riforma liturgica ha rese deserte le chiese; il rinnovamento della catechesi ha diffuso l’ignoranza religiosa; la revisione della formazione sacerdotale ha svuotato i seminari; l’aggiornamento della vita religiosa sta mettendo a rischio l’esistenza di molti istituti; l’apertura della Chiesa al mondo, nonché favorire la conversione del mondo, ha significato la mondanizzazione della Chiesa stessa.
Si tratta di dati storici difficilmente controvertibili. Dobbiamo però chiederci: tale spregiudicata costatazione dei fatti giustifica il giudizio storico «impietoso e senza appello» del Prof. De Mattei? Il Vaticano II deve necessariamente essere liquidato come una «catastrofe per la Chiesa»? Personalmente non lo credo. E questo cercando di rimanere su un piano strettamente storico.


1. Non è storico affermare che il Concilio Vaticano II avrebbe avviato una crisi religiosa e morale senza precedenti, ignorando — o fingendo di ignorare — che tale crisi era già in corso da decenni, se non da secoli. Presentare la Chiesa preconciliare come una Chiesa perfetta, dove tutto procedeva senza problemi, è semplicemente falso. Senza imbarcarsi in lunghe e impegnative ricerche, basta chiedersi: Da dove venivano fuori i teologi che, dentro e fuori il Concilio, maggiormente spingevano per una radicale trasformazione della Chiesa? Erano dei marziani? Non erano forse teologi che operavano liberamente già prima del Concilio e si erano formati nei seminari e nelle facoltà ecclesiastiche prima del Concilio? Ciò significa che certe idee già circolavano nella Chiesa, tanto è vero che prima Pio X (enciclica Pascendi) e poi Pio XII (enciclica Humani generis) avevano sentito il bisogno di intervenire per cercare di porre freno a certe tendenze. Senza riuscirci. Si dirà: ma almeno i Papi prima del Concilio si opponevano a quelle tendenze; il Vaticano II le ha fatte proprie. Io vedrei la cosa in maniera diversa: il Concilio, prendendo atto del fallimento dei precedenti interventi pontifici, ha tentato una strada diversa, quella del “discernimento”: distinguere nelle tendenze novatrici ciò che vi era di valido, per farlo proprio, e ciò che era erroneo, per respingerlo.


2. Non è storico considerare nello svolgimento del Concilio solo le lotte fra gli opposti schieramenti, i giochi di potere, i maneggi delle lobby, i soprusi della presidenza, i compromessi al ribasso. Sono, questi, fatti storici incontestabili; ma non sono gli unici. È storia anche lo sforzo di Paolo VI per raddrizzare il Concilio; è storia anche l’impegno della maggioranza dei Padri in quell’opera di discernimento di cui si diceva; sono storia anche i documenti conclusivi del Concilio. Questi non possono essere situati in una dimensione a-storica o meta-storica; sono talmente storici che possiamo ricostruirne la genesi, fissarne il diverso valore teologico, evidenziarne i limiti, ecc.


3. Un atteggiamento veramente storico inoltre dovrebbe prendere in seria considerazione la distinzione, fatta da Benedetto XVI nel suo ultimo incontro col clero romano prima della rinuncia (14 febbraio 2013), fra “Concilio dei Padri” e “Concilio dei media”, “Concilio reale” e “Concilio virtuale”; e verificarne i riflessi nella realtà: quale di questi due “concili” ha avuto maggiore influsso nella vita della Chiesa? Le conseguenze negative del “Concilio” sono da attribuire al Concilio dei Padri o a quello dei media? In altre parole, ai documenti del Concilio o allo “spirito del Concilio”? Queste sono domande a cui uno storico non può sottrarsi. Qui non si sta parlando di quale interpretazione dare ai testi conciliari — che è compito del teologo — ma si sta cercando di capire come sono andate effettivamente le cose. E questo spetta esclusivamente allo storico, il quale non può limitarsi a dire che il Concilio è stato una catastrofe, una rivoluzione che ha avviato una crisi religiosa e morale senza precedenti. Si tratta di una semplificazione assolutamente antistorica.


4. Non è storico, nell’esame del periodo postconciliare, considerare solo gli evidenti e incontestabili disastri provocati da una malintesa applicazione del Concilio. Va pure considerato lo sforzo di difesa e di ricostruzione operato dai Pontefici postconciliari (Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI). Questi hanno dato l’unica, legittima interpretazione del Concilio, hanno dato attuazione alla sua opera riformatrice e si sono opposti ai tentativi di sovvertire la Chiesa in nome del “Concilio”. I Papi che si sono succeduti negli ultimi cinquant’anni, fra le nebbie che si sono diffuse dopo il Concilio, sono stati dei fari che hanno indicato ai fedeli la rotta da seguire. Pur fra mille difficoltà e contraddizioni — che non vanno nascoste, ma non devono meravigliare — hanno fatto chiarezza su molti punti. Non che abbiano eliminato la confusione, ma hanno individuato alcuni punti fermi, sui quali non era possibile continuare a discutere indefinitamente.


Bene, siccome ai nostri giorni, uno dopo l’altro, si stanno rimettendo in discussione proprio quei punti fermi, che sembravano ormai acquisiti; siccome si sta smantellando tutto quanto si era ricostruito nel periodo postconciliare, come se cinquant’anni fossero trascorsi invano; siccome si sta cercando di far passare l’idea che il vero Concilio non è quello dei documenti, ma quello di un non meglio precisato “spirito”, che continuerebbe ad agire nella Chiesa a prescindere da qualsiasi criterio previamente dato; non credo che serva a nulla continuare a polemizzare contro il Vaticano II, considerandolo come l’origine di tutti mali della Chiesa; non credo che l’attuale situazione possa essere considerata semplicisticamente come un “frutto” del Concilio. Anzi credo che sia giunto il momento di cominciare a difendere il vero Concilio da chi pretende di farsene abusivamente interprete, spacciando per “Concilio” ciò che ne è una semplice caricatura. Credo che sia giunto il momento in cui i veri amanti della tradizione incomincino a considerare il Vaticano II e il magistero postconciliare come parte della tradizione (con tutti i possibili distinguo sul piano teologico) e a difenderli in nome della tradizione. Pensare che la tradizione si sia fermata al 1962 (o al 1958) significherebbe dare ragione a quanti prima, durante e dopo il Concilio, fino ai nostri giorni, hanno cercato e stanno cercando di sovvertire la Chiesa. Il Concilio, quello vero, non è stato una rivoluzione, ma solo un tentativo, piú o meno riuscito, di rinnovare la Chiesa nel solco della tradizione. La rivoluzione è quella che hanno cercato e stanno cercando di imporre i modernisti di ieri e di oggi. Ad essi occorre opporsi non solo in nome della tradizione, ma anche in nome dello stesso Concilio, che di quella tradizione è parte integrante.
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Pubblicato da Querculanus 






Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano!





Siamo lieti di pubblicare la nostra traduzione [del blog Messainlatino]di alcuni stralci dell'omelia pronunziata ieri, 12 agosto, dal Card. Robert Sarah a Saint Laurent sul Sèvres - in Vandea - in apertura delle celebrazioni per i 700 anni della Diocesi di Luçon.



Cari fratelli, noi cristiani abbiano bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Come loro, abbiamo bisogno di abbandonare le nostre semine, le nostre messi, i solchi tracciati dai nostri aratri, per combattere, e non a difesa di interessi umani, ma per Dio!

Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa? Chi avrà il coraggio di alzarsi senza altre armi se non il rosario e il Sacro Cuore, per affrontare le colonne della morte dei nostri tempi, che sono il relativismo, l’indifferentismo e il disprezzo di Dio? Chi dirà a questo mondo che la sola libertà per cui valga la pena di morire è la libertà di credere?

Fratelli, come i nostri fratelli vandeani di un tempo, siamo oggi chiamati alla testimonianza, vale a dire al martirio!
Oggi in Oriente, in Pakistan, in Africa, i nostri fratelli cristiani muoiono per la loro fede, schiacciati dalle colonne dell’Islamismo persecutore. E dunque tu, popolo di Francia, tu, popolo della Vandea, quando prenderai le armi pacifiche della preghiera e della carità per difendere la tua fede? Cari amici, il sangue dei martiri scorre nelle vostre vene, siategli fedeli!

Tutti noi siamo spiritualmente figli della Vandea martire! Anche noi africani, che abbiamo ricevuto tanti missionari vandeani venuti a morire tra noi per annunciare il Cristo! Dobbiamo essere fedeli alla loro eredità!

In questo luogo, ci circonda lo spirito di questi martiri. Che cosa ci dicono? Che cosa vogliono trasmetterci?
Innanzi tutto il loro coraggio! Quando si tratta di Dio, non è possibile nessun compromesso! L’onore di Dio non si discute! E ciò deve iniziare dalla nostra vita personale, di preghiera e d’adorazione. È tempo, fratelli, di rivoltarci contro l’ateismo pratico che soffoca la nostra vita. Preghiamo in famiglia, lasciamo a Dio il primo posto! Una famiglia che prega è una famiglia che vive! Un cristiano che non prega, che non sa lasciare spazio a Dio mediante il silenzio e l’adorazione, finisce per morire!

Dall’esempio dei Vandeani dobbiamo anche imparare l’amore del Sacerdozio. È perché i loro “buoni preti” erano minacciati che essi si sono ribellati. Voi più giovani, se volete essere fedeli all’esempio dei vostri antenati, amate i vostri sacerdoti, amate il sacerdozio! Dovete chiedervi: sono anch’io chiamato ad essere prete sulla scia di tutti questi buoni preti martirizzati dalla Rivoluzione? Avrei anch’io il coraggio di donare tutta la vita per Cristo e per i miei fratelli?

I martiri della Vandea ci insegnano ancora il senso del Perdono e della misericordia. Di fronte alla persecuzione, di fronte all’odio, hanno conservato nel loro cuore la cura della pace e del perdono. Ricordatevi come il comandante Bonchamps fece rilasciare cinquemila prigionieri pochi minuti prima di morire. Sappiamo affrontare l’odio senza risentimento e senza animosità. Siamo l’armata del Cuore di Gesù, come lui vogliamo essere pieni di dolcezza!

Infine, dobbiamo apprendere dai martiri vandeani il senso della generosità e del dono gratuito.
I vostri avi non si sono battuti per i loro interessi. Non avevano nulla da guadagnare. Oggi ci danno una lezione d’umanità. Viviamo in un mondo segnato dalla dittatura del danaro, dell’interesse, della ricchezza. La gioia del dono gratuito è ovunque disprezzata e schernita. Ebbene: solo l’amore generoso, il dono disinteressato della propria vita possono sconfiggere l’odio di Dio e degli uomini, che è l’origine di ogni rivoluzione. I vandeani ci hanno insegnato a resistere a tutte queste rivoluzioni. Ci hanno mostrato che di fronte alle colonne infernali, come di fronte ai campi di sterminio nazisti, di fronte ai gulag comunisti, come di fronte alla barbarie islamista, non c’è che una sola risposta: il dono di sé, di tutta la propria vita. Solo l’amore è il vincitore delle potenze di morte!
Ancora oggi, forse oggi più che mai, gli ideologi della rivoluzione vogliono annientare il luogo naturale del dono di sé, della generosità gioiosa e dell’amore. Voglio dire la famiglia!
L’ideologia del gender, il disprezzo della fecondità e della fedeltà sono i nuovi slogan di questa rivoluzione. Le famiglie sono diventate tante Vandee da sterminare. Si pianifica metodicamente la loro scomparsa, come un tempo quella della Vandea.

Questi nuovi rivoluzionari si stizziscono davanti alla generosità delle famiglie numerose. Deridono le famiglie cristiane, perché incarnano tutto ciò che essi odiano. Sono pronti a lanciare sull’Africa delle nuove colonne infernali per fare pressione sulle famiglie e imporre sterilizzazione, aborto e contraccezione. L’Africa resisterà come la Vandea! Ovunque, le famiglie cristiane devono essere le gioiose avanguardie di una rivolta contro questa nuova dittatura dell’egoismo!

È ormai nel cuore di ogni famiglia, di ogni cristiano, di ogni uomo di buona volontà, che deve insorgere una Vandea interiore! Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano! Non permettiamo che sia soffocato, in noi, il dono generoso e gratuito. Sappiamo, come i martiri della Vandea, attingere questo dono alla sua fonte: il Cuore di Gesù. Preghiamo perché una possente e gioiosa Vandea interiore si levi nella Chiesa e nel mondo. Amen!


L'originale francese si può trovare qui




fonte: Messainlatino