mercoledì 28 giugno 2017

La civiltà del Nono Cerchio







di Gabriele Gabbanini (28/06/2017)

Al sottoscritto, in quanto padre, sta molto a cuore la vicenda del piccolo Charlie Gard, il bimbo inglese malato di deplezione mitocondriale che i medici vogliono accoppare staccandogli il respiratore, perché secondo loro sta soffrendo in dipendenza della sua grave malattia.

I genitori si erano opposti alla decisione dei medici (medici che, per inciso, erano stati chiamati a curare il piccolo e non ad accopparlo).

La questione era arrivata in tribunale che aveva dato ragione all’ospedale: morte per il piccolo Charlie perché malato.

Il caso era infine approdato alla Corte Europea che aveva sospeso la decisione dei tribunali inglesi.

E’ notizia di oggi che la CEDU abbia confermato i provvedimenti giudiziari britannici: morte per Charlie Gard.

Al piccolo dunque, verrà staccato il respiratore e lasciato morire per sacramentata decisione medico/giudiziaria.

Non importa che evidenzi le conseguenze di una decisione del genere.

Da oggi qualsiasi persona, malata, che a discrezione dei medici soffra – sì rendendo la vita non degna di essere vissuta – potrà essere accoppata senza che nessuno possa opporsi.

Inutile altresì sottolineare che neanche nella Germania Nazional Socialista si arrivava a tanto.

Voglio tuttavia precisare un altro paio di questioni.

La decisione di morte per il piccolino inglese, che è nostro figlio, è in linea con la necro-cultura dei “diritti dell’uomo”, che scambia la libertà con la licenza di fare il proprio comodo, e che fa il paio con le abominevoli ed innaturali rivendicazioni dei sodomiti a metter su famiglia e con le altrettanto innaturali pretese acchè lo Stato si debba incaricare della morte delle persone malate tramite l’eutanasia e/o il suicidio assistito (tanto pari sono) quali pretesi diritti da garantire con idonea legge.

Tutti epifenomeni originanti da un aberrante principio di autodeterminazione dell’uomo dietro al quale l’orecchio allenato di noi Veri Credenti (cattolici more antiquo e persone di buona volontà) è capace d’udire l’antico “non serviam” scagliato verso il Cielo dal princeps huius mundi che, non pare irrilevante rammentarlo, è mendax et homicida ab origine.

Ed invero guarda caso, sia le rivendicazioni dei sodomiti, sia le rivendicazioni dei maniaci dell’eutanasia puzzano di morte da appestare! E ciò proprio perché ispirate da chi fece dell’omicidio e della menzogna il proprio linguaggio.

Mi riferisco a Lucifero, l’angelo caduto, il datore di “luce”.

Quello che sta succedendo nell’occidente (matrimonio ed adozioni gay, morte per i bimbi malati) è troppo coordinato per non apprezzarne il disegno mortifero unitario che si radica in un rifiuto totale della dipendenza dell’uomo dal suo Creatore.

Ogni disegno unitario presuppone sempre una intelligenza informante.

Oggi questa intelligenza, che è Lucifero, è riuscita nell’intento abominevole di condannare a morte un bimbo solo perché malato ottenendo, a modo di corollario, di rendere la vita un bene disponibile che peraltro, in caso di presunta indegnità, merita di essere terminata, magari per decisione di terze persone (in questo caso i medici felloni inglesi prima, e i magistrati felloni inglesi ed europei poi).

Ripeto: questo è nazismo allo stato puro.

Questa Europa, che s’empie la bocca di “diritti dell’uomo” altro non è che un enorme Germania Nazista, una seconda – e più aggressiva – Unione Sovietica.

Questo è troppo.

Dobbiamo gridare la nostra indignazione per quello che è accaduto e, incidentalmente, pregare ed offrire sacrifici affinché l’Europa, con i suoi (dis)valori, cada presto e in malo modo.

Dobbiamo dire a questi spacciatori di morte, medici o magistrati o politici che siano, che un malato non lo si cura dandogli la morte.

E ciò è tanto più vero nel caso di Charlie che un ospedale d’oltre oceano aveva, peraltro, proposto di trattare con una cura sperimentale ed i genitori avevano già raccolto i soldi.

Quei genitori che ora, in esecuzione della scellerata sentenza dei tribunali inglesi, saranno vittime, parimenti, di una violenza inaudita dovendo assistere impotenti all’omicidio della loro creatura.

Vorrei smettere qui di scrivere, ma oltre alle suddette riflessioni volevo anche – breviter – proporne un’ulteriore e di tipo soprannaturale.

Chi ha la Fede Cattolica (agli altri – laici o neocattolici non importa – non parlo perché non credo nel dialogo) non può non riconoscere che l’occidente sia interamente nelle mani dell’Anticristo.

Per quanto ci concerne noialtri, in quanto Veri Credenti, siamo chiamati a perfezionarci sempre di più proseguendo sulla strada, spesso stretta, della pratica delle virtù cristiane per essere santi così come lo è Dio.

La vita del Cristiano (anche se la neo-chiesa a scartamento ridotto di oggi se lo è dimenticato) è una continua “ascesa” verso l’alto, verso il Signore, verso la pienezza della Fede cattolica e, conseguentemente, la pienezza della Carità.

Ora, come è noto, il Demonio scimmiotta Dio e così come la vita del cristiano, e degli abitanti della “Città di Dio”, è una continua lotta e tensione per assomigliare sempre di più a Cristo all’opposto la vita di chi ha votato se stesso alla edificazione della “città terrena”, sia come singolo sia come parte di organizzazioni sociali anticristiane, esita in una indefettibile somiglianza, tanto più perfetta quanto più grave è il peccato commesso, con Satana.

Esiste, dunque, una gerarchia nella santità così come esiste una blasfema contro-gerarchia anche nella dannazione.

I peccati più gravi, quelli che più portano vicini a Satana sono quei peccati che vengono puniti, appunto, nel Nono Cerchio.

E qui mi riallaccio al titolo apposto a questo contributo.

Nel Nono cerchio, come scrive Dante, vengono puniti i traditori specie di peccatori della medesima “forma” di Lucifero, traditore per eccellenza.

Nel Nono Cerchio corrono il serio rischio di precipitare i dotti medici e magistrati che hanno condannato a morte Charlie Gard, povero bimbo malato che i genitori hanno dovuto portare all’ospedale, affinché fosse curato, e che si vedranno restituire in una cassa da morto non perché defunto per cause naturali, si bandi, ma perché tradito e (verisimilmente) fatto morire da chi invece avrebbe dovuto prendersene cura.

Quello che è stato fatto a Charlie Gard, anche nel silenzio assordante della Chiesa, è la quintessenza del tradimento: tradimento dell’uomo e tradimento dell’Amor di Dio.

Quello che è stato fatto a Charlie Gard è stato autorizzato dall’organo giudiziario supremo della “città terrena”, quella “corte europea dei diritti dell’uomo” che, perdendo definitivamente la bussola, ha gettato la maschera dimostrando la natura maligna ed anti-umana di quei famigerati “diritti dell’uomo” che, in quanto contrapposti – per difetto genetico – ai diritti di Dio, lungi da essere motivo di salvezza costituiscono, per la stirpe di Adamo, indefettibile strumento di condanna.

Di ciò il caso del piccolo Charlie costituisce icastica, e raccapricciante, rappresentazione.

Ma v’è di più.

Il fatto che il diritto pubblico, nella forma – comunque cogente – della giurisprudenza della CEDU, sacramenti il tradimento contrabbandandolo come diritto civile è dimostrazione del terribile travalicarsi d’ogni limite avendo la “città terrena” elevato a canone di civiltà ciò che Dio aborrisce di più: il tradimento de’ più deboli, massime dei bambini.

Segno evidente dell’intimità oramai non più redimibile tra la “città terrena” e il suo capo: Satana.

Quella stessa intimità perversa che caratterizza, appunto, il Nono cerchio dove è punito Satana assieme con gli altri traditori.

Vexilla regis prodeunt Inferni.

La nostra è la civiltà del Nono Cerchio nella quale si vedono – son già tra noi – le insegne del re dell’Inferno.

E si avvicina, altresì, il redde rationem promesso dalla Santa Vergine a Fatima perché al Nono Cerchio v’è il limite al male che la Provvidenza sempre dispone.

Santa Vergine di Fatima prega per noi e per il piccolo Charlie Gard.



















Anche la Corte Europea vuole la morte di Charlie Strada spianata all'obbligo di decesso per i malati




In tempi molto più rapidi del previsto la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) ha dato ragione ai tribunali inglesi che avevano decretato la morte per Charlie Gard, il piccolo bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica. «La decisione è finale», dicono i giudici di Strasburgo in nome del rispetto per la sovranità britannica. La sentenza segna un salto di qualità spaventoso nella deriva nichilista dell'Europa.


di Ermes Dovico (28/06/2017)

La strada perché i malati vengano obbligati a morire è spianata. Con una decisione a maggioranza resa nota attraverso un comunicato stampa ieri pomeriggio e il cui testo completo sarà diffuso oggi, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha dato ragione ai tribunali britannici e stabilito che il Great Ormond Street Hospital può staccare il supporto vitale di Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica, che i genitori Chris e Connie avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. La Cedu ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia e ritirata perciò la misura che prorogava le cure per il piccolo.

L’ospedale londinese ha comunicato ieri che non staccherà subito il respiratore. Probabilmente, come scritto in precedenza sul suo stesso sito, attenderà qualche giorno prima di togliere la ventilazione assistita e poi procederà con delle cure palliative. Il tutto mentre i siti inglesi riferiscono come i genitori, ricevuta notizia della decisione, siano “inconsolabili”. Dopo una battaglia estenuante per difendere il diritto alla vita del figlio, non potrebbe essere altrimenti. È già inconcepibile pensare che si debba ricorrere alla giustizia per domandare che il tuo bambino possa vivere, figuriamoci lo sconforto se quattro tribunali – uno dopo l’altro – te lo condannano a morte.

“La decisione è finale”, hanno sentenziato i giudici di Strasburgo, che affermano di aver tenuto conto del “considerevole margine di manovra lasciato alle autorità nella sfera che riguarda l’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche, ripetendo che non è compito della Corte sostituirsi alle competenti autorità nazionali”.

Strano che questa incompetenza della Cedu, emanazione del Consiglio d’Europa e che dovrebbe garantire il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non sia stata affermata in diverse altre rilevanti questioni morali, in cui ha di fatto ignorato le norme nazionali favorendo la diffusione del pensiero unico, innanzitutto riguardo all’agenda omosessualista. Nel caso di Charlie, l’osservanza di quella Convenzione da parte della Cedu avrebbe richiesto come logica conseguenza l’ordine di proseguire le cure, visto che le corti britanniche ne hanno violato ben quattro articoli, cioè l’articolo 2 (diritto alla vita), 5 (diritto alla libertà), 6 (diritto a un giusto processo) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Invece, i giudici di Strasburgo sono arrivati a scrivere che le sentenze dei loro colleghi del Regno Unito sono state “meticolose, complete”.

Purtroppo, va constatato che quest’ultima decisione è sì spaventosa, ma non sorprende più. Semmai, segna un terribile “salto di qualità” di una cultura mortifera che sta demolendo l’Occidente da almeno mezzo secolo a questa parte, ratificata dalle varie leggi contro la vita e la famiglia che sono state approvate nei nostri Paesi e che ora sono approdate alla richiesta dell’eutanasia come forma di “libertà”. Un inganno diabolico, nel senso letterale del termine. Laddove viene meno l’umana pietà, che può trovare linfa solo nell’amore irradiante di Cristo crocifisso, non c’è legge civile che tenga, per quanto chiara possa essere, non ci sono paletti che possano arginare il dilagare del male.

Quell’amore gratuito l’Europa lo sta rifiutando con crescente disprezzo, sostituendolo con un nichilismo che non ammette speranza. È per questo nulla che ci ritroviamo adesso in una situazione in cui prima tre diversi tribunali britannici e poi una corte sovranazionale hanno apertamente e spudoratamente calpestato precise norme nazionali e internazionali, negando a un bimbo di pochi mesi il diritto di ricevere le cure necessarie per vivere, ratificando il suo sequestro all’interno dell’ospedale che avrebbe avuto il dovere di curarlo, strappandolo alla potestà dei suoi genitori, sostituiti arbitrariamente da un tutore che ha chiesto in continuazione di far morire Charlie.

Al bambino e alla sua famiglia è stato negato perfino il diritto a un giusto processo: ricordiamo che la Corte Suprema aveva tenuto un’udienza lampo, negando una revisione completa, e ora la Cedu si è fermata a una “prima analisi” del ricorso. La Cedu non ha aspettato nemmeno la scadenza della proroga sul mantenimento delle cure che la Corte Suprema, accettando con riluttanza la temporanea richiesta degli stessi giudici di Strasburgo, aveva fissato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. Come se la vita di Charlie non valesse nemmeno qualche giorno di riflessione in più. Come se ci fosse fretta di eliminare un innocente inerme, amato dai genitori e dalle decine di migliaia di persone che hanno combattuto e pregato per il suo diritto alla vita, contro una giustizia ribaltata e uno Stato che ricordano i regimi totalitari, che decidono chi è degno di vivere e chi no, con la differenza che oggi il linguaggio della propaganda è diventato perfino più subdolo e usa espressioni come “dignità nel morire” e “miglior interesse del bambino”.

Una propaganda contemporanea che sta addormentando le coscienze di troppi, convinti che il potere ci voglia dare la libertà dell’“autodeterminazione”, al punto da non aprire gli occhi nemmeno quando quello stesso potere decreta l’uccisione dei bambini come Charlie, dei nostri figli, dei nostri fratelli. Dei nostri disabili e anziani. È un potere che ragiona ormai solo in termini di numeri, efficienza e “costi”, veicolando una cultura dove per il senso dell’umano non c’è più spazio.

Questa cultura che pretende di spezzare il legame inscindibile tra creatura e Creatore ormai pervade tutto. Basti ricordare che appena cinque anni fa tantissimi si scandalizzarono – giustamente – a sentire le argomentazioni di due bioeticisti italiani, secondo i quali uccidere un bambino dopo la nascita è eticamente accettabile in tutti i casi in cui è consentito l’aborto. Allora pochi notarono che anche quest’ultimo è infanticidio. Oggi siamo arrivati al punto che diversi giornali e cittadini comuni non solo non si scandalizzano, ma addirittura giustificano l’ordine di infanticidio emesso su Charlie.

A monte del cortocircuito della giustizia di cui sopra, va poi ricordato che ci sono i medici che hanno seguito il caso di Charlie e tradito la loro vocazione. Gli ospedali nacquero grazie alla diffusione del cristianesimo, si moltiplicarono nel Medioevo quando venivano chiamati “Case di Dio”, con i cristiani che iniziarono a dedicarsi alla cura di tutti gli ammalati, senza distinzioni, perché nel volto dell’ammalato scorgevano Cristo sofferente. E sentivano risuonare il richiamo potente e amorevole delle Sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Se l’Europa non tornerà cristiana, nessun malato sarà più al sicuro. Intanto, noi dobbiamo continuare a pregare con fede salda. Lo dobbiamo a Charlie, ai fratelli più piccoli e a noi stessi. “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”.








fonte: La nuova Bussola Quotidiana 




martedì 27 giugno 2017

"Io, una vita per la Vita, soffro per le nomine PAV Si realizza il piano dei nemici di Humanae Vitae"








di Andrea Zambrano (27/06/2017)

Le nomine discutibili e ambigue alla Pontificia Accademia per la Vita indignano gli addetti ai lavori. Come Flora Gualdani, fondatrice della Casa di Betlemme. "La strategia ecclesiale sembra cedere alla pressione per sdoganare contraccezione e fecondazione. Che errore l'estromissione dalla Pav del massimo esperto di metodi naturali. Ma sotto c'è il tentativo di rottamare l'Humanae Vitae, i cui insegnamenti invece sono indispensabili per le cosiddette periferie esistenziali. Oggi Lejeune piangerebbe".


Nei giorni scorsi hanno suscitato molte perplessità le nomine dei nuovi componenti della Pontificia Accademia per la Vita con l'ingresso nel board di ecclesiastici o studiosi di bioetica che sui temi della vita hanno posizioni ambigue o critiche nei confronti del Magistero della Chiesa. Ma come è stato è stato recepito questo spoil system dagli addetti ai lavori. Da coloro i quali con la vita nascente operano da anni come testimoni combattendo la cultura dello scarto che domina la nostra società. Tra questi testimoni dell'epoca moderna vi è Flora Gualdani, fondatrice dell'Opera Casa di Betlemme. La Casa di Betlemme un luogo di preghiera, casa di accoglienza, centro di formazione sul Vangelo della vita: un'opera spirituale, sociale, culturale unica in Italia. Così come lo è la Gualdani, che ha lasciato il suo lavoro di ostetrica per dedicarsi alla sua missione. Insieme ad altre personalità scientifiche e intellettuali prolife è tra i soci fondatori dell’associazione “Vita è” e in questa lunga intervista alla Nuova BQ ha tratteggiato un quadro sufficientemente ampio sulla crisi che sta attraversando la cultura pro life nel mondo cattolico. Ecco un estratto dell'intervista.


Flora Gualdani, ha letto su Facebook? C’è chi la reclama come presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Al di là della “provocazione”, significa che nel campo pro life ha trasmesso qualche cosa.
Non sono un accademico però ho molte cose da dire sul piano della pastorale dove ho maturato un’esperienza di oltre mezzo secolo. Casa Betlemme è come un lungo ponte che collega i marciapiedi alle università, ha attraversato le corsie degli ospedali e le sacrestie, portando tra la gente il Vangelo della vita. L’ambulatorio ostetrico è uno speciale “confessionale” più frequentato di quello dei sacerdoti: ho ascoltato la vita concreta di migliaia di donne, ho camminato con loro e lungo i decenni mi sono fatta alcune convinzioni. Per aiutare la Chiesa cattolica ad attuare la dottrina ho consumato la mia vita e tutti i miei beni. Dalla scuola di vita di Casa Betlemme sono passati in molti: vergini e prostitute, analfabeti e professori, vescovi e sbandati, artisti e giornalisti, famiglie ferite e tante coppie di innamorati.


Eppure alla PAV è successo qualche cosa di epocale: un cambio di governance con l’innesto di personaggi ambigui se non perniciosi sul fronte della cultura della vita. E’ sorpresa?
Sì. La strategia ecclesiale dà l’idea di voler alimentare l’opinionismo, che è relativismo: la cosa mi fa soffrire. Il dialogo, da mezzo quale era, mi pare si stia trasformando nel fine di tutto. Molti dei miei maestri erano membri della Pontificia Accademia della vita. Anche la psichiatra Wanda Potawska, monumento vivente della bioetica. Ma la questione di fondo è che tale posizione della Chiesa non corrisponde alla prassi del popolo di Dio. Molti cattolici infatti si rivolgono alla fecondazione in vitro, che sta diventando un fenomeno di massa. Ci sono ricercatori cattolici con i loro ospedali e università che non seguono la linea dettata dalla Congregazione. Così come la stragrande maggioranza dei cattolici fa uso della contraccezione. La dottrina appare dunque come un fastidioso intralcio alla ricerca e al “progresso della civiltà”. C’è pressione perché la Chiesa sdogani contraccezione e fecondazione extracorporea, normalizzando questi comportamenti: sono i due argomenti scottanti su cui molti vorrebbero un insegnamento più gradevole.


Oppure la retorica dei muri da abbattere…
Il mio timore è che qualcuno, con l’idea di abbattere i muri, prenda di mira le fondamenta. Ho la sensazione che si voglia usare il dialogo per mettere in discussione alcuni fondamentali della bioetica cattolica, così come si sta cercando di mettere in discussione altri “assoluti morali” riabilitando l’etica della situazione e dell’intenzione, condannate dall’enciclica Veritatis splendor. In questa resa al mondo, un altro caposaldo a rischio è il concepimento come momento iniziale di ogni esistenza umana con tutta la sua dignità di persona. C’è chi vorrebbe spostare l’inizio in avanti dopo la fecondazione, con le teorie del “preembrione” o del “prezigote”: una manovra utile a giustificare certe posizioni abortiste e sono queste che hanno sollevato lo scandalo sulla PAV.


Lei ha denunciato più volte le infiltrazioni di un pensiero anti creazionista nella Chiesa. Le nomine alla Pav crede che risentano di questo pensiero?
Ci troviamo in un momento decisivo dove la Chiesa cattolica è chiamata a rimanere un baluardo di fronte a questa deriva antropologica. San Giovanni Paolo II tuonava: «Ci alzeremo in piedi…». Voglio sperare che la nuova PAV lo farà. Dal cattoprotestantesimo emerge un atteggiamento del tipo: “credo in Dio ma la morale a modo mio”. Paolo VI ci aveva già avvisato di questo possibile scenario. L’umanità sta accelerando il suo più grave divorzio da Dio. Si sta staccando sempre più drammaticamente dal progetto originario di Dio, dall’ordine della Creazione: da quando ha messo le mani sull’albero della vita, con la tecnologia riproduttiva. Un tempo la vita umana era sacra e intangibile, oggi invece è sacro l’aborto. Il figlio era una benedizione e un dono, oggi è diventato un errore da evitare oppure un diritto a tutti i costi: un amato oggetto di proprietà, tanto desiderato che chiunque potrà pretenderlo per via giudiziaria, nella dittatura del desiderio. Il Golgota si è spostato a Betlemme.


Oggi assistiamo ad un tentativo in ambito delle nuove nomine PAV di modificare il pensiero cattolico circa aborto e contraccezione. Humanae Vitae è ancora una pietra di inciampo?
Il tentativo di cui lei parla si può notare nell’estromissione del prof. Hilgers: un segnale preoccupante che potrebbe rappresentare il tassello di un nuovo assalto contro l’Humanae vitae. Hilgers è un ginecologo tra i maggiori esperti mondiali sulla regolazione naturale delle fertilità, direttore dell’Istituto Scientifico Paolo VI con sede in Nebraska. In un testo del 1982 scrisse che il Metodo Billings «è destinato a restare nella storia della medicina fra le grandi scoperte di questo secolo». La regolazione naturale della fertilità è un’avanguardia della bioetica, anche il mondo femminista si è accorto di quanto sia prezioso questo servizio alla persona. Eppure nell’immaginario collettivo è un argomento che continua ad incontrare pregiudizi o diffidenza, oltre a disturbare sicuramente una potente lobby. Molti la considerano ancora una posizione antiquata del magistero: il «masso erratico» che il teologo Chiavacci vedeva in contraddizione con lo spirito conciliare e con la stessa enciclica di Paolo VI.


Più volte ha denunciato il tentativo di manipolare fin dagli anni ’70 l’enciclica Humanae Vitae.
In realtà quella dell’Humanae vitae è una formidabile provocazione culturale che si colloca perfettamente anche nel campo della “ecologia umana”: una grande questione posta da san Giovanni Paolo II, ripresa da Benedetto XVI ed inserita da Papa Francesco dentro il nuovo statuto della PAV (art. 1 paragrafo 3). Sappiamo che la prevenzione dell’aborto non sta in una maggiore diffusione della contraccezione, ma in una diversa visione della sessualità e della fecondità. I metodi naturali sono l’alternativa autentica alla contraccezione.


Non è un caso che un nuovo membro della PAV faccia parte della commissione di studio che dovrebbe rivedere proprio l’impatto dell’Humanae Vitae sulla società.
Noto tre atteggiamenti ecclesiali nei confronti di questa enciclica. C’è sempre stata la posizione di coloro che vorrebbero rottamarla senza mezzi termini poiché la “mancata recezione” da parte del popolo di Dio ne attesterebbe il fallimento. Dall’altra parte c’è la posizione di coloro che riconoscono la forza profetica di quell’enciclica. Il terzo atteggiamento è l’approccio interpretativo, che ho visto affacciarsi in vista del 50esimo dell’Humanae vitae. Il tentativo di questa terza via non è altro che una rottamazione in modo più raffinato, attraverso una tecnica che definirei “imbalsamazione”: lasciare intatta la dottrina all’esterno, svuotandola da dentro attraverso abili “adattamenti pastorali”. E così l’enciclica di Paolo VI finirà elegantemente nella bacheca, in vetrina. Questo approccio parte dall’obiezione della presunta impraticabilità dell’enciclica. Si insiste nell’affermare che si tratta di un “ideale astratto”, bello ma lontano dalla “vita concreta” delle persone, riservato a poche “coppie speciali”.


Nei suoi interventi ha detto che a Casa Betlemme si applica l’Humanae Vitae quindi è falso dire che è un’enciclica irrealizzabile. Quali aspetti vengono messi in opera dell’Humanae Vitae nella vostra realtà?
Casa Betlemme è la dimostrazione che, se si vuole, anche la dottrina dell’Humanae vitae è capace di diventare prassi tra la gente. Tante giovani coppie si sono affascinate e hanno deciso di spendere la loro vita in questo apostolato laico e moderno. Lo sa bene anche il neo presidente della CEI perché, quando era nostro vescovo, Bassetti ha conosciuto i miei collaboratori e volle lui riconoscere ufficialmente quest’opera come espressione della Chiesa, dopo aver capito l’urgenza di una simile missione. Ma l’enciclica di Paolo VI può funzionare ad ogni latitudine, comprese le periferie esistenziali. Il nostro stile, nell’alfabetizzazione bioetica, è quello di trasmettere una morale incarnata, realizzando una delle più urgenti opere di misericordia spirituale: “istruire gli ignoranti”. Posso attestare che l’Humanae vitae è la via per costruire famiglie solide nell’epoca dell’amore liquido. Ma c’è di più: mi accorgo sempre di più che la teologia del corpo (cioè le 129 catechesi di san Giovanni Paolo II sull’amore umano nel piano divino) è un insegnamento grandioso che fa bene ad ogni persona prima ancora che alle coppie.



E’ vero che la crisi della PAV è iniziata quando è stato eliminato l’obbligo di giuramento da parte dei suoi membri?
Giovanni Paolo II e Jerôme Lejeune sono due santi e s’intendevano bene. Se hanno inserito quella dichiarazione è perché sapevano dove saremmo potuti scivolare lentamente. Vollero porre così il tema della fedeltà alla dottrina. Per l’esattezza, con l’«Attestazione dei Servitori della Vita» gli Accademici sottoscrivevano sette affermazioni ben chiare, iniziando con il riconoscere che «ogni membro della specie umana è una persona». L’art. 6 dello Statuto precisava che si perde la qualità di Accademico in caso di «azione o dichiarazione pubblica e deliberata contraddittoria a questi principi». Anche quello Statuto prevedeva il dialogo senza discriminazioni religiose però insisteva più nella necessità di sintonia con il magistero della Chiesa. Lejeune, richiamandosi alle prime parole del pontificato di Wojtyla, esortava ad obbedire al magistero «senza paura» e di coloro che su queste materie non accettavano il magistero, diceva: «Vedrete che «hanno parole di morte». Appello simile a quello che fece san Giovanni Paolo II nel discorso del 2 marzo 1984 riferendosi a Humanae vitae e Familiaris consortio: «La fedeltà a questi due documenti deve essere spesso pagata ad un prezzo alto: si è spesso derisi, accusati di incomprensione e di durezza, e di altro ancora». Aver tolto dallo Statuto quell’attestazione vincolante ha un significato preciso.


Parlando di giuramento non possiamo non arrivare a Lejeune. Lei lo ha conosciuto. Lo descriva in poche parole.
Era un gigante della fede e della scienza. Ma si vedeva che era anche figlio di artisti. Incantava, sapeva trasmettere concetti complicati in modo semplice e affascinante, per esempio nello spiegare il momento del concepimento. Lo ascoltavo a lezione al Policlinico Gemelli e se sapevo che parlava ad un convegno a Bologna o altrove, prendevo il treno per andare ad ascoltarlo di nuovo.


Che cosa direbbe oggi Lejeune se vedesse la sua “creatura” ridotta così?
Lui è stato il precursore nella battaglia contro la “cultura dello scarto”. Diceva che «quando la natura talvolta condanna, compito della medicina non è eseguire la sentenza ma commutare la pena». Se vedesse che aria tira nell’Accademia, osservando che in Francia non nascono più bambini down (il 96% vengono eliminati prima della nascita grazie alle diagnosi prenatali) e che la Danimarca - insieme ai record di produzione biologica e sostenibile - si è data l’obiettivo sanitario di divenire la prima nazione “down free”, credo che lui piangerebbe.


Lei ha parlato di martirio delle idee e del cuore. E’ arrivato il momento per chi si occupa di tutela della vita di metterlo in conto? Lei stessa ha subito effetti per questo martirio?
Da anni ripeto ai miei collaboratori di prepararsi a questo passaggio. Martirio delle idee significa che, per rimanere fedeli alla verità tutta intera, prima o poi si è chiamati a trovare il coraggio di rinunciare alla carriera e all’indice di gradimento, accettando forme di tribolazione e isolamento in ambito professionale. Lejeune ebbe il coraggio di giocarsi il premio Nobel pur di annunciare la verità, quando prese il microfono davanti all’ONU affermando: «Ecco un’istituzione per la salute che si trasforma in un’istituzione per la morte». Anche il beato Paolo VI, firmando l’Humanae vitae, dovette bere un calice molto amaro poiché non aveva accettato di allinearsi ad un parere della maggioranza. Venne attaccato da tutto il mondo e soprattutto dall’interno della Chiesa cattolica con un’accurata strategia internazionale guidata da teologi e pastori.









http://www.lanuovabq.it/it/articoli-io-una-vita-per-la-vita-soffro-per-le-nomine-pavsi-realizza-il-piano-dei-nemici-di-humanae-vitae-20281.htm








DON MINUTELLA RIMOSSO E SOSPESO A DIVINIS. I FEDELI CHIEDONO SPIEGAZIONI AL VESCOVO: “NON ACCETTEREMO NESSUN NUOVO PARROCO”.





MARCO TOSATTI (27/06/2017)

I parrocchiani di don Alessandro Minutella, il sacerdote palermitano critico – in maniera formalmente eccessiva, e imprudente; ma al cuore non si comanda…- degli aspetti più problematici del regno del Pontefice, non ci stanno. Il Consiglio parrocchiale ha scritto al vescovo Lorefice, che ha rimosso don Minutella proibendogli di celebrare, amministrare i sacramenti, predicare e un po’ di altre cose, esprimendogli tutta la sua contrarietà, e affermando che non accetteranno nessun altro parroco. Hanno chiesto al vescovo di venire a spiegare alla base i motivi del provvedimento. e hanno chiesto a don Minutella di non andarsene. Più in basso troverete l’integrale della lettera.

Secondo alcuni parrocchiani, sentiti privatamente, e a parte le motivazioni ufficiali del provvedimento, “In concreto i motivi sono da attribuire al suo non omologarsi al magistero dell’attuale pontefice. Il problema è l’interpretazione di Amoris Laetitia, che per don Alessandro Maria Minutella non legittima la distribuzione di Gesù Eucaristia ai divorziati che vivono in condizione oggettiva di peccato. Don Minutella non fa altro che riaffermare il magistero di Giovanni Paolo II, il Papa della Famiglia – come lo ha definito Bergoglio – ed essendovi mancata chiarezza da parte dello stesso Francesco sulla questione non avendo risposto ai quattro cardinali – don Minutella si è attenuto alle disposizioni finora chiaramente vigenti in seno alla Chiesa cattolica”.

“E’ una condanna molto dolorosa” ci dice una parrocchiana “che fa trasparire l’esistenza di un vero e proprio regime autoritario di omologazione del pensiero”. Ci sono altri sacerdoti problematici a Palermo (ma in senso “iperprogressista” e gay friendly) e in Italia, che però vengono risparmiati dalla compiacenza degli ecclesiastici, sostengono i fedeli di don Minutella. Mentre invece per il parroco di San Giovanni Bosco sospensioni e anatemi sono stati fulminati rapidamente.

I parrocchiani lamentano poi che a don Minutella sia stata negata “la possibilità di celebrare l’ultima messa pubblicamente insieme ai suoi amati fedeli”. Anche don Leonardo Ricotta, della parrocchia di San Giovanni Bosco, è stato colpito in qualche modo dall’arcivescovo Lorefice, che gli ha ordinato di non tenere più le catechesi del sabato sera su “Radio Domina Nostra”, via facebook, e di astenersi dal tenere conferenze e dichiarazioni di ogni genere. Un’imposizione non facilmente comprensibile, dal momento che don Ricotta ha sempre tenuto un comportamento estremamente prudente.

Ecco la lettera:

A Sua Eccellenza

Corrado Lorefice

Arcivescovo Metropolita di Palermo

A nome di tutti i parrocchiani esprimiamo la nostra vicinanza, il nostro affetto e la nostra solidarietà al Parroco che per diversi anni ci ha amato intensamente, educandoci alla fede, guidandoci spiritualmente e spendendo tutta la sua vita, minuto per minuto, per il bene delle anime di questa Parrocchia.

Il decreto di rimozione dall’ufficio di parroco fatto conoscere a noi oggi ci lascia più che mai smarriti, sbigottiti se non addirittura confusi. Questo è un momento di grande sofferenza per noi come parrocchiani vedere rimuovere forzatamente il nostro amatissimo parroco e padre, don Alessandro Minutella. Senza questo sacerdote alla guida delle nostre anime ci sentiamo veramente smarriti e abbandonati dal nostro vescovo. Siamo come pecore senza il pastore! Lei, Eccellenza, non si è degnato di accogliere il nostro invito a venire nella nostra parrocchia. Ci chiediamo, pertanto, che problemi ha contro di noi – parrocchiani- che cerchiamo di vivere la nostra fede, speranza e carità in Cristo sotto la guida di questo umile, zelante e instancabile pastore delle anime, qual è padre Alessandro?

Questo decreto di rimozione dalla Parrocchia ci risulta privo di fondamenti, in quanto non riscontriamo nessuna cosa di sbagliato o erroneo nell’insegnamento e nel ministero sacerdotale di don Alessandro. Pertanto, questo decreto ci spinge, a ragione, a credere che i motivi siano altri e noi esigiamo che Lei, Sua Eccellenza, debba venire a spiegarci di persona. In spirito di rispetto e obbedienza alla Sua persona, come Vescovo di Palermo, noi sentiamo il bisogno urgente di rivolgerci direttamente a Lei, invitandoLa una volta ancora: che venga personalmente a parlarci come parrocchiani e a spiegarci il motivo per cui rimuove il nostro Parroco, altrimenti consideriamo questa rimozione come problema personale nei confronti di Don Minutella, addirittura motivato dall’antipatia personale o dalle calunnie fatte circolare da parte di alcuni confratelli presbiteri invidiosi e scomodati dal ministero fecondo, solido e consistente del nostro amatissimo parroco, don Alessandro. Questo nostro prete, noi lo riconosciamo come l’unico, coraggioso e disponibile a combattere, difendere, promuovere e propagare la dottrina vera della Chiesa Cattolica in momenti in cui sta dilagando il senso di confusione e di smarrimento nei fedeli.

Eccellenza, rendiamo noto a Lei, in modo inequivocabile, che non accoglieremo volentieri qualsiasi altro parroco senza che Lei venga a darci spiegazioni. Questa richiesta, cioè l’invito a venire nella nostra parrocchia scaturisce dal desiderio unanime dei parrocchiani che si sentono in questo momento in balia di smarrimento e abbandono da parte del Pastore della Diocesi. In tale contesto di visita, sarà Lei, Eccellenza, a rendere noto a noi l’eventuale nomina di un altro parroco alla guida delle nostre anime. Altrimenti, come detto sopra, non accetteremo volentieri che un altro sacerdote venga a prendere possesso della parrocchia. Noi, come comunità cristiana, ci prendiamo pienamente la responsabilità di questa nostra scelta, disobbedendo contestualmente a don Alessandro Minutella che ci ha voluto invitare alla calma. Qui la posta in gioco è il bene delle anime nostre! Non è neanche rispettoso nei nostri confronti – povere anime – vedere umiliare, maltrattare e infliggere di condanna dura un nostro parroco che si è speso senza riserva a servire questa nostra comunità. Le chiediamo, Eccellenza vescovo, di mostrarci un minimo di rispetto e affetto, accogliendo il nostro invito e degnarsi di visitare la nostra parrocchia.

Senza conoscere e ricevere la dimostrazione degli eventuali motivi, noi parrocchiani continueremo a considerare don Alessandro il nostro Pastore. Questo Parroco, il nostro Parroco, è uomo di Dio e si è speso sempre per noi quando tutti ci hanno abbandonati, incluso il Vescovo.

Non permetteremo l’insediamento di un nuovo pastore, perché il nostro c’è legittimamente e fedele al Magistero bimillenario della Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Solamente accettando quanto Le chiediamo, dimostrerà il Suo rispetto e la Sua attenzione nei confronti della nostra Parrocchia.

Contestualmente ci rivolgiamo a lei, don Alessandro, a meno che lei non voglia abbandonarci come il Vescovo, e le chiediamo di non lasciarci soli, smarriti in questo momento, fino a quando il Vescovo non giustificherà il Suo provvedimento di rimozione e di condanna verso la sua persona sacerdotale, che noi parrocchiani – possiamo testimoniare – non abbiamo mai visto trattare da “figlio”. In questi anni abbiamo riconosciuto in lei, don Alessandro un pastore, un Padre, che ci ama e ci ha guidato con tutto il cuore. Se lei ci lascia ora, noi siamo abbandonati e smarriti del tutto. Non ci lasci! Resti qui finché il Vescovo spiegherà a noi i motivi. E a Lei, Sua Eccellenza, ricordiamo le Sue rassicurazioni rivolte a un membro del Consiglio Pastorale che le chiedeva se don Alessandro fosse stato eretico o disobbediente. Ebbene, Lei ha risposto di no. E di fronte all’obbedienza del nostro Parroco, vorrà Lei condannarlo nuovamente e strapparlo ai suoi parrocchiani?

Restiamo sgomenti di fronte alla Sua decisione, e ci siamo subito chiesti quale sia il grave errore compiuto dal nostro Parroco per essere dall’oggi al domani rimosso dalla Parrocchia. Ci è stato risposto che il Vescovo ha scritto nel decreto che don Alessandro fa affermazioni gravi nei confronti del Romano Pontefice con un sostanziale rifiuto della dottrina e del Magistero da Lui proposti. Le chiediamo, Monsignor Corrado, quale Magistero? Perché, se ci si riferisce – come pensiamo contestualmente – alla questione della Comunione ai divorziati risposati, proprio visto che il Vescovo Corrado Lorefice insieme a quelli di Sicilia è il primo in Italia che darà la Comunione ai divorziati risposati, sappiamo che, non solo il Papa non si è ancora del tutto apertamente espresso, ma che ci sono eminenti Cardinali sparsi nel mondo, come addirittura intere Conferenze Episcopali – come quella polacca – che hanno detto che non si potrà mai dare la Comunione ai divorziati risposati. Rammentiamo anche le esternazioni del Cardinale Muller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha confermato il Magistero inserito in Familiaris Consortio. E’ suo grave dovere venire a spiegarci se il Magistero precedente a Francesco debba considerarsi smentito.

Inoltre, se il problema è quello relativo all’interpretazione di Amoris Laetitia, prima di essere di don Alessandro, il problema è nostro come fedeli, più che mai oggi confusi e smarriti dalla presa di posizione di questo nuovo Magistero della Chiesa universale e di una grande porzione di Chiesa che, sebbene etichettata come farisei dal cuore duro e ipocriti fondamentalisti cattolici, ha tutto il diritto di avere risposte, non condanne.

La confusione suscitata dall’Esortazione Postsinodale “Amoris Laetitia” è stata sollevata da diverse autorità ecclesiastiche nel mondo, anche illustri cardinali della Chiesa Cattolica, ed è sotto gli occhi di tutto il mondo. Forse l’errore del nostro amato parroco è di essere un povero Cristo che dice la verità, senza i vergognosi compromessi di larga parte della gerarchia..

Perché, allora, prendere di mira questo semplice e umile sacerdote che cerca semplicemente di guidare le sue pecore sulla via della verità e della dottrina sana del Magistero perenne della Chiesa? Il suo decreto di rimozione, oltre che aumentare il nostro dolore, ci lascia veramente del tutto smarriti e umiliati. E che non si tratti di una questione personale che riguardi la moralità o la dottrina o ancora la fedele gestione pastorale della Parrocchia da parte di don Alessandro lo dimostra l’impatto immediatamente mediatico della questione. L’intera Italia segue ora con attenzione la questione. In realtà non è in gioco semplicemente il futuro di don Alessandro o della Parrocchia, ma della stessa Chiesa Cattolica.

Lei, si degni di accogliere il nostro invito se veramente a Lei sta a cuore il bene delle nostre anime. Per ora, noi teniamo qui il nostro Parroco, don Alessandro Minutella che continui a guidarci, ammaestrarci e santificarci come sempre. Egli è fatto per essere chiaramente un simbolo profetico di ciò che comporta oggi difendere il Magistero della famiglia secondo il Vangelo.

Noi andiamo avanti con Maria e Gesù

Palermo, 26 giugno 2017 Il Consiglio Pastorale, a nome dei parrocchiani









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domenica 25 giugno 2017

La povertà più grande è non conoscere Cristo







di Stefano Fontana (25/06/2017)

Papa Francesco ha indetto la prima Giornata mondiale dei Poveri, che si terrà il prossimo 17 novembre e per la quale ha già reso pubblico un Messaggio nel quale dice che i poveri bisogna amarli nel concreto. Nella recente sua visita a Bozzolo e a Barbiana, in ricordo di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani, egli ha detto che questi due parroci hanno fatto parlare i poveri. Il nuovo Presidente dei Vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia, all’indomani della nomina a capo della CEI ha rilasciato una lunga intervista ad Avvenire dicendo: «La povertà è la mia maestra di vita». I giornali non ne parlano, ma il Papa sta facendo molta carità personale in giro per il mondo, proprio in aiuto ai poveri.

Questa presa di posizione della Chiesa di oggi per i poveri va però intesa nel modo giusto, senza concessioni al sociologismo e cercando di assumere una visione evangelica e non sociologica o, meno che meno, ideologica e politica. Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, parlando della beatitudine relativa ai poveri (“Beati in poveri in spirito…”) aveva sottolineato che in quel passo del Vangelo non si parlava della povertà in senso sociologico. In altre parole, chi sta sotto una certa soglia di reddito non automaticamente è più vicino a Dio di uno che sta al di sopra di quella soglia, sebbene si possa dire che Dio ha una vicinanza particolare a chi è nel bisogno. Anche il povero può avere il cuore indurito. Essere poveri non vuol dire essere automaticamente buoni. Essere ricchi non vuol dire essere automaticamente cattivi. Ci sono i poveri che sfruttano i poveri. Ci sono i ricchi che li aiutano.

Bisogna allora che il concetto di povertà sia allargato e fatto respirare. Certo, ci sono i bisogni urgenti che, anche se non sono i più importanti, vanno affrontati e soddisfatti per primi. Nell’uomo non ci sono mai bisogni solo materiali, i bisogni materiali non sono tutto e quindi non bisogna fermarsi lì. La povertà è materiale ma anche morale, intellettuale, spirituale e religiosa. Altrimenti tutti nella Chiesa dovremmo fare solo i volontari per le strade e le piazze del disagio materiale.

Possiamo addirittura dire che la povertà materiale è la conseguenza delle altre povertà elencate qui sopra e non viceversa. La causa dell’ingiustizia non è la povertà, ma il contrario. La causa dell’ignoranza non è la povertà ma il contrario. La causa dell’immoralità non è la povertà ma il contrario. La causa dell’abbandono di Dio non è la povertà ma il contrario. All’origine di ogni male, anche quello della povertà, c’è il male del peccato, che è portatore poi di infinite povertà sociali e materiali.

La prima e più radicale povertà consiste nel non conoscere Gesù Cristo. Alienato, diceva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, è l’uomo che non conosce Dio. Sostenere che la povertà materiale è la causa principale delle altre povertà vuol dire essere materialisti, anche se per vocazione sociale.

Difendere la verità, illuminare le menti, educare i giovani al bene, annunciare Cristo … significa aiutare i poveri. La Chiesa non aiuta i poveri solo con la Caritas, ma anche e soprattutto sull’altare e nel confessionale. Niente aiuta di più i poveri dei Sacramenti. L’annuncio del Vangelo è la principale forza di lotta alla povertà. Mettere i poveri al centro non vuol dire che ogni cattolico smetta di fare quanto sta facendo come cattolico. I preti non devono smettere di fare catechesi e di confessare, i religiosi non devono smettere di pregare o di dedicarsi alle attività proprie del loro ordine, le suore di clausura non devono aprire mense per i poveri e smettere la clausura. Ci sarà anche chi farà questo, perché è una cosa urgente e importante, ma l’aiuto della Chiesa ai poveri è più ampio. I riflettori sono puntati soprattutto sui cosiddetti “preti di strada”, ma la Chiesa aiuta i poveri principalmente nella sua azione ordinaria che non va sotto i riflettori e i preti di strada corrono spesso il rischio del sociologismo, quando non sono sufficientemente radicati nell’altra dimensione della lotta alla povertà.

Aiutare i poveri significa anche impegnarsi per le leggi e le politiche e non solo con interventi di sostegno e assistenza. C’è oggi un “interventismo” nella Chiesa che dimentica l’impegno ordinario e a lungo termine per la costruzione di una società secondo il progetto di Dio a vantaggio di attivismi immediati e contingenti. La prima povertà delle famiglie non è quella economica ma la divisione del divorzio provocata anche da leggi e politiche sbagliate. Poveri sono i bambini dati in adozione a coppie omosessuali. I primi poveri sono i bambini che vengono uccisi prima di nascere in modo legale e nell’indifferenza di tutti. I nuovi poveri sono anche i ragazzi ai quali la scuola non insegna il bene ma l’esaudimento dei desideri. La povertà evangelica è aperta a tutti i poveri. Il resto è ideologia.









fonte: La nuova Bussola Quotidiana 




sabato 24 giugno 2017

Müller detta le condizioni per la comunione







di Marco Tosatti (24/06/2017)

Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il card Gerhard Müller, ha risposto in un’intervista via mail ad alcune domande rivoltegli da Edward Pentin, del National Catholic Register. Uno scambio di battute legato all’uscita dell’ultimo libro del porporato tedesco, “Informe sobre la esperanza. Dialogo con el cardenal Gerhard Müller”.

Edward Pentin, del National Catholic Register, ha rivolto alcune domande via e-mail al cardinale Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. L’occasione era fornita dall’uscita del libro del porporato, “Informe sobre la esperanza. Dialogo con el cardenal Gerhard Müller”. Fra l’altro, è stato toccato un argomento molto attuale e delicato; e cioè la necessità invocata da qualcuno per la Chiesa di cambiare con i tempi. L’intervistatore ha chiesto “quanto questo è un pericolo attuale per la Chiesa”.

Ecco la risposta di Müller: «La Chiesa deve essere presente in ogni periodo di tempo in cui si trova. Gesù è sempe con noi, quindi ogni epoca è di fronte a Dio, che è nostro Padre, a Gesù Cristo, che è nostro fratello, e al nostro amico Spirito Santo. Comunque dobbiamo distinguere le caratteristiche delle diverse epoche. A cominciare con i Padri della Chiesa, che rifiutarono le conseguenze negative della mitologia romana e greca, ma, allo stesso tempo, accettarono tutto ciò che è buono e vero nella filosofia di Platone e Aristotele e nella filosofia morale degli Stoici. Per esempio siamo contro l’ideologia gender perché abbiamo una migliore comprensione di ciò che è il genere. Uomo e donna sono egualmente persone, ma sono diverse per ciò che riguarda il loro genere. Questa realtà rende possibili le relazioni fra persone, e rende possibile l’amore del marito per la moglie, e la conseguente responsabilità nell’allevare i figli. La famiglia dà una testimonianza profetica alla società di come i figli non sono un ostacolo all’auto-realizzazione. Al contrario, i figli sono un segno per il mondo dell’amore che Dio ha posto nei nostri cuori, lo stesso amore che sostiene tutta la creazione».

Naturalmente si è toccato anche un tema di grande attualità e dibattito, cioè l’Amoris Laetitia. Pentin ha chiesto: «Parti dell’Amoris Laetitia sono criticate perché sembrano costruite troppo per giungere a compromessi con il Vangelo, cercando di seguire troppo il tempo in cui viviamo. Questo documento, e in particolare il Capitolo 8, la preoccupa?».

«L’ho detto molte volte, e lo ripeto di nuovo qui - ha detto Müller - Il Matrimonio è istituito da Dio creatore ed è elevato come un Sacramento da Gesù Cristo. Con il suo mistero di salvezza, ciò significa che il matrimonio fra cristiani è un segno e uno strumento di più profonda unità con Gesù Cristo e della sua relazione sponsale con la Chiesa come sua sposa. Gesù ha istituito in modo chiaro, e senza dubbio, l’indissolubilità del matrimonio valido. Questo è ciò che dobbiamo predicare, dichiarare, e spiegare ai fedeli cattolici. Riconoscere l’indissolubilità del matrimonio è una responsabilità per tutti i cattolici. Il matrimonio ha parte nella nuova creazione portata da Gesù Cristo ed è una scelta alta, nobile e matura per il cristiano. Dovremmo aiutare le persone che si trovano in una situazione di difficoltà matrimoniale, ma non solo con riflessioni pragmatiche secondo lo spirito del mondo, ma secondo lo Spirito Santo, con i mezzi dei sacramenti e le condizioni interne e canoniche per la ricezione della Santa comunione, il che necessariamente include la confessione di tutti i peccati gravi. La contrizione, la confessione, e la riparazione sono i tre elementi necessari per l’assoluzione. Queste sono le condizioni immediate per ricevere la Santa Eucaristia, Gesù Cristo, che è la stessa Persona Divina che perdona».

Un’ultima domanda riguarda il ruolo della Congregazione per la Dottrina della Fede, che una volta veniva chiamata “La Suprema”; e cioè era l’ente più importante nella collaborazione al Papa. Paolo VI invece attribuì questo ruolo alla Segreteria di Stato. «Pensa che la Congregazione per la Dottrina della Fede dovrebbe tornare ad essere “la Suprema”, il dicastero più importante?», ha chiesto Pentin.

«Specialmente se guardiamo il lavoro del cardinale Ratzinger - è la risposta - come Prefetto di questa Congregazione, la Dottrina della Fede è lo strumento più importante per il magistero del Papa perché Gesù Cristo ha istituito Pietro e i suoi successori come fonte principale e fondamento dell’unità di tutta la Chiesa. La confessione di San Pietro, ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’ è al centro della nostra fede cattolica. La Pace e la giustizia sociale nel mondo non sono l’essenza della missione, ma solo la sua conseguenza positiva. Noi crediamo nella fede cattolica più che nella diplomazia e nella politica».











fonte: La nuova Bussola Quotidiana 







venerdì 23 giugno 2017

Un attacco alla libertà religiosa E la Chiesa tace







di Riccardo Cascioli (23/06/2017)

A leggere i dialoghi ci sarebbe da ridere se non fosse tragico. Il processo imbastito dall’Ordine dei Giornalisti nei confronti di padre Livio Fanzaga su denuncia della senatrice Monica Cirinnà (di cui diamo conto nell’articolo di Ermes Dovico) ci riporta ai fasti dell’Unione Sovietica e della Cina maoista. Novelli inquisitori che giudicano errata l’esegesi cattolica di un brano dell’Apocalisse e pronunciano la sentenza di condanna. Da non credere. E da non sottovalutare. Anzi, è un segnale più che inquietante, che si unisce a tanti altri che stanno accadendo in questo periodo e che preparano tempi molto difficili.

Ormai la Gaystapo colpisce sistematicamente chiunque esprima un pensiero non in linea con l’ideologia omosessualista. Ma nel caso di padre Livio si è andati ben oltre, si colpisce direttamente la libertà religiosa: da oggi citare la Bibbia o ricordare a qualcuno che dovrà comparire davanti al tribunale di Dio, seppure il più tardi possibile, può costare caro. Non siamo ancora a ciò che dovette subire Giovanni Battista ma ci stiamo incamminando rapidamente su quella strada.

C’è però un dato che colpisce in questa vicenda, ovvero il profilo basso, anzi bassissimo tenuto da padre Livio. Non fosse stato per un’inchiesta di Libero – peraltro arrivata a sanzione già scontata - non ne avremmo saputo nulla.

È interessante chiedersi perché: in fondo non è solo una questione personale, una condanna del genere riguarda tutti, l’allarme va lanciato. E padre Livio non è mai stato tipo da tirarsi indietro. Perché allora questo silenzio? Azzardo un’ipotesi: Radio Maria da tempo subisce forti pressioni, dentro e fuori la Chiesa, probabilmente padre Livio sta cercando di guidare la barca a luci spente per non farsi colpire e affondare, sperando così di restare al timone fino a tempi migliori. Non è garantito.

A dare fastidio non è neanche l’emittente ma la sua azionista di maggioranza: la Madonna. Ho già avuto modo di scriverlo quando un altro trappolone gay scatenò nel novembre scorso il can can contro padre Giovanni Cavalcoli: «Radio Maria richiama non solo le apparizioni di Medjugorje, ma tutti i segni che Maria lascia nel mondo, rilancia gli appelli alla conversione, al digiuno e alla preghiera. Per quanto i toni si siano molto ammorbiditi in ossequio al nuovo corso, la radio sta lì sempre a ricordarci che Satana è scatenato, che perciò il mondo non è così amico di Cristo come lo si vuol dipingere in tanti circoli ecclesiali; ci ricorda che il nostro primo compito è cercare, mendicare la salvezza, non aggiustare ciò che nel mondo non funziona. È questo che dà veramente fastidio, così come dà fastidio il moltiplicarsi delle apparizioni della Madonna e soprattutto i messaggi: il mondo in pericolo, l’attacco sferrato contro la famiglia e la vita, l’apostasia nella Chiesa. E perciò l’appello a pregare, a convertirsi».

Il problema è che non è solo il mondo a non voler sentire, il che sarebbe anche nell’ordine delle cose. È nella Chiesa che non si vuol più sentir parlare di preghiera, conversione, penitenza, peccato, giudizio. Si ricorderà che nel caso Cavalcoli gli attacchi più velenosi contro Radio Maria vennero dal solito Alberto Melloni e addirittura dal numero 2 della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu. Un segnale chiaro.

E questa volta, davanti alla gravità per tutti i cattolici della sanzione comminata dall’Ordine dei Giornalisti, c’è stato il silenzio assoluto. Non una voce si è levata da Roma – né dalla CEI né dalla Santa Sede - a difesa della libertà religiosa. Non una presa di posizione che allertasse sul pericolo di certe sentenze che colpiscono la libertà personale. È un segnale eloquente. Da ora, chi vuole insistere nel difendere la Verità sull’uomo; chi pensa che famiglia, vita ed educazione siano davvero i princìpi fondamentali su cui costruire la società e che quindi vadano difesi fino in fondo; chi persiste nel seguire ciò che ha imparato nel Catechismo, sa che nel momento della prova sarà abbandonato – se non colpito – dai pastori che pure dovrebbero difendere il proprio gregge.





fonte: La nuova Bussola Quotidiana