sabato 16 giugno 2018

La Chiesa è sparita





di Marcello Veneziani 

Ma in questo frangente, la Chiesa dove si è finita, perché tace? No, non mi sto riferendo alla questione dei migranti e degli sbarchi, del governo gialloverde e del plenipotenziario Salvini. E non sto certo dicendo dopo cinque anni di protagonismo mediatico di Papa Bergoglio, che la Chiesa sia troppo taciturna. Altro che. Mi sto riferendo a una questione più importante, cruciale per il mondo, per l’occidente, per l’Europa e soprattutto per l’Italia.

La Chiesa è praticamente assente da tempo su alcuni temi vitali e cristiani a cui è stata sempre sensibile, in particolare nei 35 anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: la famiglia, la vita, la nascita, l’educazione, la civiltà cristiana e il loro opposto, la scristianizzazione, il radicalismo ateo, l’edonismo e il materialismo bioetico, l’invasione islamica e la persecuzione dei cristiani. Ogni volta che accade un fatto, che emerge un dato statistico, che un movimento, un anniversario, una manifestazione di piazza pongono l’accento su uno di questi temi, è puntuale il silenzio del Papa, della sua Chiesa e degli organismi più qualificati.

La Chiesa del silenzio. Ma può tacere sull’attacco formidabile che subisce da anni la famiglia? Può tacere sulla sostituzione del diritto naturale col desiderio individuale, della procreazione tramite un padre e una madre con la fecondazione artificiale, uteri in affitto, adozioni gay, ideologia transgender, più l’esaltazione e l’esibizione dell’orgoglio lgbt in ogni spazio pubblico? Può tacere del calo senza precedenti delle nascite, dei morti che superano i nati, dell’assenza di sostegno alle famiglie, alle nascite, alla vita rispetto agli aborti e alle morti agevolate, alla criminalizzazione nei luoghi pubblici di parole promettenti come fertilità? Si può assistere al malcelato fastidio e imbarazzato silenzio delle autorità religiose davanti a ogni polemica sul Natale e sul presepe, sui Crocifissi nelle scuole, sull’educazione religiosa? E si può tacere dell’imponente, radicale, a volte violento, processo di scristianizzazione in atto, che espianta la civiltà cristiana e le sue radici, i suoi valori religiosi e i suoi principi morali, i suoi costumi e i suoi simboli e riti; e fuori d’occidente tramite la persecuzione dei cristiani e l’intimidazione? Si può tacere del fatto che la popolazione italiana ed europea marci a passi da gigante verso la sostituzione dei cristiani con gli atei da una parte e gli islamici dall’altra?

Ma è possibile che la Chiesa, che il Papa, che la Curia, che la Conferenza Episcopale, fino alle parrocchie, siano presi solo dai temi dell’accoglienza e del pauperismo e dai temi che annacquano la fede cristiana e la appiattiscono sul politically correct? Si può ridurre la missione pastorale al tema pur importante della carità, con uno spiccato anticapitalismo? Questo tema, che forse ricorda vagamente il peronismo dell’Argentina di Bergoglio, non era estraneo alla tradizione cattolica e alle encicliche di Papa Woytila, ma era inserito in un contesto spirituale, era dal punto di vista della civiltà cristiana, della tradizione cattolica, del ritenere i beni materiali inferiori e transitori rispetto ai beni spirituali. Non nel contesto della sociologia di Bauman e di un comunismo para-evangelico. Peraltro il tema della carità e dell’accoglienza predicato in Chiesa viene poco praticato: non si conoscono donazioni cospicue ai poveri del patrimonio ecclesiale, adozioni significative di migranti nelle chiese, si predica di abbattere i muri, ma le Mura Vaticane sorgono arcigne nel cuore di Roma, presidiate dalle guardie svizzere o dai loro succedanei in borghese…

Insomma la Chiesa dei poveri è tutt’altro che povera o francescana sul serio. Senza dire delle Chiese vuote, le vocazioni in calo, le messe deserte… Ammirevoli ma sparuti i missionari che vanno nei luoghi della fame e della miseria, troppi invece i sindacalisti dell’accoglienza in casa nostra…

È sparita la presenza e l’incidenza dei cattolici, del Papa, della Chiesa, dei principi cristiani nella vita quotidiana; restano solo vaghe tracce di cattocomunismo, di cristianità proletaria (ma proletariato ideologico, assente nelle periferie proletarie del paese), più qualche spruzzata pauperista e progressista, genere comunità sant’Egidio o cristiani dem (non è abbreviativo di demonio…).

L’irrilevanza politica dei cattolici al tempo di Bergoglio, che già sottolineammo, ha raggiunto un punto estremo: mai come oggi conta così poco il ruolo della Chiesa nell’orientare le coscienze, le famiglie e i cittadini. Insomma la Chiesa si è ritirata dal nostro mondo, è naufragata in mare coi barconi, vive con la testa altrove. E l’altrove non è il paradiso, ma l’Africa nera.

MV, Il Tempo 15 giugno 2018









venerdì 15 giugno 2018

Burke: in Irlanda pro-life abbandonati da Roma


 



di Aldo Maria Valli

L’accusa è senza mezzi termini: i cattolici irlandesi che si sono schierati dalla parte della vita, contro l’aborto, “non hanno ricevuto sostegno da Roma”. Chi lo afferma è il cardinale Raymond Leo Burke, che in un’intervista al settimanale polacco Sieci,

https://wpolityce.pl/kosciol/399380-sytuacja-w-kosciele-jest-alarmujaca-kard-burke-dla-sieci-fundamentalne-prawdy-wiary-sa-podwazane-stawiane-pod-znakiem-zapytania

tra i più letti nel paese, spiega che, esattamente come nel precedente referendum sul cosiddetto matrimonio omosessuale, anche nella consultazione referendaria sull’aborto la gente che ha combattuto per difendere i principi morali non ha ricevuto sufficiente incoraggiamento e aiuto né da Roma né dai vescovi irlandesi. Quello che è successo, dice il cardinale, dimostra che la situazione nella Chiesa è “allarmante”, soprattutto perché all’interno della Chiesa stessa ci sono leader che mettono in dubbio ciò che dovrebbe essere l’insegnamento sicuro, al punto che “le verità fondamentali della fede vengono minate e messe in discussione”.

“L’insegnamento morale – argomenta Burke – ci dice che certi comportamenti sono cattivi sempre e ovunque e che non possono essere definiti buoni in nessuna circostanza. Ciò vale per i comportamenti sessuali con una persona dello stesso sesso e anche per relazioni sessuali extraconiugali”, ma “ora il consenso a questo tipo di pratiche appare anche nella Chiesa”. “Ripeto: è molto allarmante. Attualmente c’è anche l’assenza di una forte leadership da Roma, che potrebbe chiarire queste questioni e rimuovere l’incertezza “.

Il cardinale Burke poi mette in guardia dal permettere che la fede cattolica sia rimossa dalla sfera pubblica e relegata in quella esclusivamente privata, da coltivare soltanto all’interno delle abitazioni e degli edifici di culto. “Le persone dovrebbero capire che vivere in Cristo significa agire in Cristo anche nella sfera pubblica e quindi nella politica, nell’educazione, nella sanità e negli affari. Quando la nostra religiosità è solo privata, quando è riferita solo a ciò che facciamo a casa e in chiesa, non ha futuro. Un tale tipo di religiosità non potrà sopravvivere nel mondo moderno”.

Nel corso dell’intervista, della quale lifesitenews fornisce una sintesi in inglese

https://www.lifesitenews.com/news/cardinal-burke-irish-catholics-did-not-receive-support-from-rome-in-abortio

Il cardinale indica l’Irlanda come esempio di ciò che può accadere a un paese cattolico quando la fede è sostanzialmente bandita dalla vita pubblica e relegata in quella privata e individuale. “Gli Stati stanno entrando sempre di più in tutti gli aspetti della vita, in diverse aree della realtà. Interferiscono con la vita umana e la secolarizzano. E si finisce con quello che è successo in Irlanda”.

La secolarizzazione conduce all’abbandono dei fondamenti morali che non sono solo cattolici ma, in generale, trovano fondamento nella legge naturale. Di qui l’osservazione secondo cui “la situazione dell’Europa occidentale è difficile, molto seria. Basta guardare a ciò che sta accadendo attualmente nella Chiesa in Germania”, dove la Chiesa di fatto ha smesso, denuncia Burke, di difendere la verità circa il matrimonio e la Santa Comunione.

Il processo di secolarizzazione in corso all’interno della Chiesa, spiega il cardinale, conduce la Chiesa stessa a entrare nel mondo e nella cultura, ma “senza portare con sé un forte messaggio cristiano”.

In Polonia, dice Burke, c’è ancora una robusta cultura cattolica e cristiana, ma va difesa, perché il paese può prendere la stessa direzione dell’Irlanda.

Dal cardinale viene una richiesta ai fedeli: tornare il più spesso possibile all’insegnamento di san Giovanni Paolo II, oggi purtroppo quasi assente nella comunicazione della Santa Sede. Infine un appello ai polacchi: “Siate coraggiosi. Non lasciate dilagare l’idea che non si può fare nulla. Preparatevi a combattere, anche a soffrire. La sofferenza può essere sia fisica sia sociale. Vi possono schernire, mettere in ridicolo, isolarvi, combattervi con l’indifferenza. Potrebbero esserci anche persecuzioni e addirittura imprigionamenti, tuttavia dobbiamo combattere per ciò che è la nostra vita, la nostra vita eterna. Non possiamo permettere che la Chiesa vada in una falsa direzione”.

Aldo Maria Valli






giovedì 14 giugno 2018

LO GNOSTICISMO OGGI





di Thomas G. Weinandy, OFM, Cap.*

Si discute molto oggi sulla presenza di un nuovo gnosticismo all'interno della Chiesa cattolica. Un po’ di quello che è stato scritto è utile, ma molto di ciò che è stato descritto come un "revival" di questa eresia ha poco a che fare con il suo antico antecedente. Inoltre, le attribuzioni di questa antica eresia a varie correnti all'interno del cattolicesimo contemporaneo sono in genere errate. Per portare un po' di chiarezza in questa discussione sul neo-gnosticismo, occorre anzitutto una chiara comprensione di cosa era in antico.

L'antico gnosticismo si presentava in varie forme ed espressioni, spesso piuttosto contorte, ma con alcuni principi essenziali ben distinguibili:

- In primo luogo, lo gnosticismo sostiene un dualismo radicale: la "materia" è la fonte di ogni male, mentre lo "spirito" è l'origine divina di tutto ciò che è bene.

- In secondo luogo, gli esseri umani sono composti sia di materia (il corpo) che di spirito (che fornisce l'accesso al divino).

- In terzo luogo, la "salvezza" consiste nell'ottenere la vera conoscenza, la "gnosis", un'illuminazione che consente di progredire dal mondo materiale del male al regno spirituale, e da ultimo alla comunione con la suprema divinità immateriale.

- In quarto luogo, si sono presentati diversi "redentori gnostici", ognuno dei quali sosteneva di possedere tale conoscenza e di fornire accesso a questa illuminazione "salvifica".

Alla luce di quanto sopra, gli esseri umani si dividono in tre categorie:

1) i "carnali" o "sarkici", imprigionati nel mondo materiale o corporeo del male e incapaci di ricevere la “conoscenza salvifica";

2) gli "spirituali" o "psichici", in parte confinati nella realtà carnale e in parte iniziati al dominio spirituale (all'interno dello "gnosticismo cristiano" sono quelli che vivono di semplice "fede", poiché non possiedono la pienezza della divina conoscenza, non sono pienamente illuminati e quindi devono affidarsi a ciò che "credono");

3) infine, ci sono gli "gnostici", capaci di illuminazione piena, perché possiedono la pienezza della divina conoscenza. Grazie alla loro conoscenza salvifica, possono staccarsi completamente dal malvagio mondo materiale e ascendere al divino.

Essi vivono e sono salvati grazie non alla "fede" ma alla "conoscenza".

Rispetto allo gnosticismo antico, ciò che viene ora proposto come neo-gnosticismo nel cattolicesimo contemporaneo appare confuso e ambiguo, oltre che errato. Alcuni cattolici sono accusati di neo-gnosticismo perché – si argomenta – credono di essere salvati perché aderiscono a "dottrine" inflessibili e senza vita e osservano rigorosamente un "codice morale" rigido e spietato. Proclamano di "conoscere" la verità e quindi esigono che essa sia affermata e, soprattutto, obbedita. Questi "cattolici neo-gnostici" – si sostiene – non sono aperti al nuovo movimento dello Spirito nella Chiesa contemporanea. Un movimento, questo, spesso definito come "il nuovo paradigma".

Certo, tutti conosciamo dei cattolici che si comportano come se fossero superiori agli altri, che ostentano la loro piena comprensione della teologia dogmatica o morale per accusare gli altri di lassismo. Non c'è nulla di nuovo in questo moralismo autogiustificativo. Questo peccaminoso senso di superiorità, tuttavia, rientra propriamente nella categoria dell'orgoglio e non è di per sé una forma di gnosticismo.

Sarebbe giusto chiamare ciò “neo-gnosticismo” solo se quelli così accusati proponessero una "nuova conoscenza salvifica", una nuova illuminazione che differisca dalla Scrittura come tradizionalmente intesa e da ciò che è autenticamente insegnato dalla tradizione vivente del magistero.

Ma tale accusa non può essere formulata contro "dottrine" che, lungi dall'essere verità senza vita e astratte, sono le meravigliose espressioni delle realtà centrali della fede cattolica: la Trinità, l'incarnazione, lo Spirito Santo, la presenza reale e sostanziale di Cristo nell'eucaristia, la legge di Gesù dell'amore di Dio e del prossimo riflessa nei dieci comandamenti, ecc. Queste "dottrine" definiscono ciò che la Chiesa era, è, e sarà sempre. Sono le dottrine che la rendono una, santa, cattolica e apostolica.

Inoltre, queste dottrine e questi comandamenti non sono una forma di vita esoterica che asservisce gli individui a leggi irrazionali e spietate, imposte dall'esterno da un'autorità tirannica. Piuttosto, questi stessi "comandamenti" sono stati dati da Dio, nel suo amore misericordioso, all'umanità per assicurare una vita santa e a immagine di Dio.

Gesù, il Figlio incarnato del Padre, ci ha inoltre rivelato la forma di vita che dobbiamo vivere nell'attesa del suo regno. Quando Dio ci dice quello che non dobbiamo mai fare, ci sta proteggendo dal male, il male che può distruggere le nostre vite umane, vite che egli ha creato a sua immagine e somiglianza.

Gesù ci ha salvato dalla devastazione del peccato attraverso la sua passione, morte e risurrezione, e ha effuso il suo Spirito Santo proprio per darci il potere di vivere una vita autenticamente umana. Promuovere questo modo di vivere non significa proporre una nuova conoscenza salvifica. Nello gnosticismo antico, le persone di fede – vescovi, sacerdoti, teologi e laici – le avrebbero definite “psichiche”. Gli gnostici le guarderebbero dall’alto in basso proprio perché esse non possono rivendicare alcuna "conoscenza" unica o esoterica. Sono costrette a vivere solo di fede nella rivelazione di Dio come intesa e fedelmente trasmessa dalla Chiesa.

Coloro che oggi erroneamente accusano altri di neo-gnosticismo propongono – quando si confrontano con il nocciolo delle questioni dottrinali e morali della vita reale – la necessità di cercare di persona ciò che Dio vorrebbe che facciano. Incoraggiano le persone a discernere, da sole, nel dilemma morale che si trovano ad affrontare nel loro contesto esistenziale, la migliore linea d'azione, cioè quello che sono capaci di fare in quel dato momento nel tempo. In questo modo, la coscienza propria dell'individuo, la sua personale comunione con il divino, determina quali siano le esigenze morali nelle circostanze personali dell'individuo. Ciò che insegna la Scrittura, ciò che Gesù ha affermato, ciò che la Chiesa trasmette attraverso la sua vivente tradizione di magistero è soppiantato da una più alta "conoscenza", da una più progredita "illuminazione".

Se c'è un nuovo paradigma gnostico nella Chiesa d'oggi, sembrerebbe proprio che si trovi qui. Proporre questo nuovo paradigma significa affermare di essere veramente “in-the-know“, di "conoscere" davvero, di avere un accesso speciale a ciò che Dio sta dicendo a noi come individui qui e ora, anche se ciò andasse oltre e potesse persino contraddire ciò che Egli ha rivelato a tutti gli altri nella Scrittura e nella tradizione.

C'è da auspicare, almeno, che nessuno che rivendichi questa conoscenza ridicolizzi come neo-gnostici coloro che vivono semplicemente di “fede" nella rivelazione di Dio, come proposta dalla tradizione della Chiesa.

Spero che tutto ciò porti un po' di chiarezza all'attuale discussione ecclesiale sullo gnosticismo "cattolico" contemporaneo, ponendolo nel giusto contesto storico. Lo gnosticismo non può essere usato come un epiteto contro quei fedeli "non illuminati" che cercano semplicemente di agire, con l'aiuto della grazia di Dio, come l'insegnamento divinamente ispirato della Chiesa li chiama ad agire.








* Teologo americano che prova a fare chiarezza nell'uso del termine "gnosticismo"  –già noto ai lettori di Settimo Cielo, che hanno potuto apprezzare la lettera aperta da lui scritta a papa Francesco la scorsa estate: Thomas G. Weinandy, membro della commissione teologica internazionale aggregata alla congregazione vaticana per la dottrina della fede.

Padre Weinandy mostra come la disputa sul "neo-gnosticismo" non è affatto marginale, perché investe la transizione in atto nella Chiesa cattolica, transizione messa in moto da papa Francesco e da alcuni temuta e criticata, da altri alacremente perseguita.

La nota è apparsa il 7 giugno sul sito americano "The Catholic Thing" ed è qui tradotta per intero.








martedì 12 giugno 2018

A Dublino un microfono per padre James Martin





di Aldo Maria Valli

Anche padre James Martin, il gesuita noto per le sue posizioni pro LGBT, sarà fra i relatori al prossimo Incontro mondiale delle famiglie, in programma il 25 e 26 agosto a Dublino con la partecipazione di papa Francesco.

Nel programma ufficiale della visita l’intervento del padre gesuita è segnalato tra i momenti salienti del meeting. Tema della sua conferenza sarà vedere “in che modo le parrocchie possono sostenere le famiglie con membri che si identificano come LGBTI” (la sigla, lo ricordiamo, sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Intersessuati o Intersessuali).

Dei circa duecento relatori annunciati, hanno spiegato gli organizzatori, novantuno saranno donne laiche, sessantacinque laici e quarantaquattro religiosi. Il gruppo più numeroso sarà costituito da coppie. I relatori arriveranno da ogni parte del mondo. Tema guida dell’intero meeting l’Amoris laetitia di Francesco e la sua applicazione nei diversi contesti. Tra gli interventi previsti anche quello del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, uno dei porporati più in linea con Francesco. Inoltre, è stato annunciato, «ci saranno divertenti dimostrazioni culinarie legate ai temi della fede e della famiglia».

«La mia speranza – ha detto l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin – è che l’Incontro mondiale delle famiglie aprirà alle famiglie una strada di rinnovata ispirazione, speranza e guarigione. L’Incontro arriva mentre la Chiesa in Irlanda lotta per trovare un nuovo posto nella società e nella cultura irlandesi, in una situazione molto diversa da quella del passato. Papa Francesco è soprattutto un uomo libero. Ci mostra che possiamo vivere in un mondo in cui la fede sembra marginale, riuscendo tuttavia a toccare i cuori sfidandoli a riflettere e a discernere sui valori fondamentali per la società».

Sempre molto attivo sui social, padre James Martin su Facebook si è detto felice per l’opportunità che gli è stata offerta. Precisando che l’invito gli è arrivato dal dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, nonché dall’arcidiocesi di Dublino, scrive che si tratta di «un messaggio chiaro e potente da parte del Vaticano ai cattolici LGBT, ai loro genitori e alle loro famiglie: voi appartenete alla Chiesa e siete i benvenuti. Sono incredibilmente grato per questo invito, non tanto per quello che dice del mio ministero o di ciò che scrivo, ma per quello che dice ai cattolici LGBT, un gruppo di persone che da tanto tempo si sente escluso. Spero che vedano questo invito, approvato dal Vaticano, come segno inconfondibile di benvenuto da parte della Chiesa».

Non tutti però sono altrettanto felici. Padre Martin «provoca scandalo ovunque vada», dice per esempio a LifeSiteNews Austin Ruse, presidente del Centro per la famiglia e i diritti umani. «Egli dice di non sfidare l’insegnamento della Chiesa, tuttavia afferma che l’omosessualità non è disordinata ma semplicemente ordinata in modo diverso, e così facendo confonde i giovani. Ma non sorprende affatto che sia stato invitato a questo evento».

Sottolineando l’importanza della presenza di padre James Martin la rivista dei gesuiti degli Stati Uniti, America, che annovera Martin fra i suoi autori, scrive: «L’ultima volta che l’Incontro mondiale delle Famiglie si riunì, a Philadelphia nel 2015, le questioni LGBT furono in gran parte assenti dalla programmazione ufficiale. Ma gli organizzatori dell’evento di Dublino hanno detto per mesi che avevano in programma di coinvolgere famiglie con membri LGBT, anche se i loro sforzi non sono stati privi di polemiche».

L’estate scorsa gli organizzatori dell’evento pubblicarono un opuscolo di preparazione che includeva una sezione sulle persone LGBT, con immagini che mostravano coppie dello stesso sesso. «Papa Francesco – si leggeva – ci incoraggia a non escludere mai, ma ad accompagnare anche queste coppie, con amore, cura e sostegno». Poi, all’inizio del 2018, in seguito alle proteste di un gruppo pro-life, le immagini furono rimosse e il testo modificato.

Autore di Building a Bridge: How the Catholic Church and the LGBT Community can enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity (Costruire un ponte: come la Chiesa Cattolica e la comunità LGBT possono instaurare una relazione di rispetto, compassione e sensibilità), padre Martin sostiene che, in base alla sua esperienza, «nessuno è così emarginato nella Chiesa cattolica come le persone LGBT. Nel corso degli anni mi hanno raccontato innumerevoli storie di commenti odiosi provenienti da sacerdoti, religiose e fratelli, diaconi e operatori pastorali. I cattolici LGBT spesso si sentono ignorati, ma si sentono anche insultati e esclusi dalle loro proprie chiese».

Di poche ore fa è la sua ultima presa di posizione gay friendly. Scrive infatti su Twitter, a proposito dei gay pride che si vanno susseguendo in varie parti del mondo: «I cattolici non hanno bisogno di essere diffidenti del mese dell’orgoglio di giugno. È un modo di essere per le persone LGBT, orgogliose poiché sono figli amati da Dio. Loro hanno famiglie che li amano come sono, e hanno il diritto di essere trattati con rispetto, compassione e sensibilità dopo anni di persecuzione».

E in un altro tweet: «Non tutti gli eventi #PrideMonth saranno per tutti i gusti, ma il punto di fondo è importante: le persone LGBT dovrebbero essere orgogliosi di quello che sono, dopo secoli di persecuzioni e violenze. Se hai amici #LGBT, di’ loro che li ami. Se non ne hai, chiediti perché no».

Infine: «Come possono unirsi i cattolici? Amando i loro fratelli LGBT, sorelle e fratelli. Ascoltando le loro lotte e sfide. Ricordando loro che sono amati figli di Dio. E celebrando la loro presenza nel nostro mondo. Sii orgoglioso di amarli! #PrideMonth #Pride2018».

In un articolo per il Wall Strett Journal (https://www.wsj.com/articles/how-catholics-can-welcome-lgbt-believers-1504221027) il cardinale Robert Sarah ha risposto alle tesi del padre Martin osservando fra l’altro: «Nel suo insegnamento sull’omosessualità, la Chiesa guida i suoi seguaci distinguendo le loro identità dalle loro azioni e attrazioni. In primo luogo ci sono le persone in sé, sempre buone perché sono figlie di Dio. Poi c’è l’attrazione per le persone dello stesso sesso, che non è peccaminosa in sé se non è desiderata o messa in pratica, ma che è comunque in contrasto con la natura umana. Esistono infine i rapporti tra persone dello stesso sesso, che sono gravemente peccaminosi e pregiudizievoli per il benessere di chi li pratica. Le persone che si identificano come membri della comunità LGBT devono essere chiamate a questa verità con carità, soprattutto da parte del clero che parla a nome della Chiesa su questo argomento complesso e difficile. Prego perché il mondo ascolti finalmente la voce dei cristiani che sperimentano l’attrazione per le persone dello stesso sesso e hanno trovato pace e gioia vivendo la verità del Vangelo. Sono stato benedetto dai miei incontri con loro, e la loro testimonianza mi commuove profondamente».

Il cardinale Sarah ha scritto la prefazione al libro di Daniel Mattson Why I don’t call myself gay. How I reclaimed my sexual reality and found peace (Perché non mi definisco gay. Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace), che si pone in netta alternativa alla visione di James Martin.

«La ragione più grande per cui rifiuto di definirmi gay – spiega Mattson – è semplice: penso che non sia oggettivamente vero. Focalizzarsi sui sentimenti porta le persone lontano dalla loro realtà di figli di Dio nati maschi e femmine. Dobbiamo imparare a distinguere la nostra identità dalla nostra attrazione sessuale, dal nostro comportamento. Non è quello che “sentiamo” che deve regolare la nostra vita, altrimenti passeremmo col semaforo rosso solo perché, appunto, ce lo “sentiamo”. Esiste una oggettiva verità che ci protegge, fatta per il nostro bene. Altrimenti sarebbe il caos: ci sono uomini che si sentono donne, donne che si sentono gatti, persone che sentono che non avrebbero dovuto nascere con le gambe e si sono fatte operare per amputarsele: è normale questo? L’esempio è estremo, ma è reale».

Nell’aprile 2017 Francesco ha nominato il padre James Martin consultore della Segreteria della comunicazione del Vaticano.

Aldo Maria Valli










lunedì 11 giugno 2018

HUMANAE VITAE, Paolo VI l'aveva detto: la contraccezione ha distrutto la società






Livio Melina  11-06-2018


L'enciclica Humanae Vitae non riguarda solo la sfera privata della sessualità, ma anche la dimensione sociale e pubblica della vita. La rottura tra atto coniugale e procreazione ha avuto conseguenze drammatiche nelle relazioni sociali, tra cui la crisi demografica che viviamo. E chi è a favore della contraccezione non ha argomenti per opporsi ai rapporti omosessuali.

«Humanae Vitae: la verità che risplende» è il titolo del convegno svoltosi sabato 9 giugno a Brescia, organizzato dal 'Comitato Amici di Paolo VI'. a 50 anni dalla sua pubblicazione, le diverse relazioni hanno posto in risalto il valore profetico e sempre attuale dell'enciclica. Pubblichiamo l'intervento di monsignor Livio Melina, docente di teologia morale al Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia, che nel settembre scorso ha sostituito il Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.
Le date e i luoghi non sono casuali: talvolta ci svelano qualcosa del misterioso disegno della Provvidenza. Non è casuale che ci troviamo a Brescia e non è casuale che oggi teniamo il nostro Congresso proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria del Cuore Immacolato di Maria. Vorrei ricordare qui anch’io il compianto card. Carlo Caffarra, mio Maestro e predecessore come primo Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. Egli ci testimoniava le misteriose parole profetiche scrittegli da suor Lucia di Fatima quando, su suggerimento di San Giovanni Paolo II, le rivolse una richiesta di preghiera per il nuovo Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia. Ecco come il Cardinale le riporta: «Esse dicevano: “verrà un tempo in cui lo scontro decisivo tra Satana e il Regno di Cristo accadrà nel matrimonio e nella famiglia; chi difenderà il matrimonio e la famiglia avrà grandi persecuzioni; ma non abbia paura: Nostra Signora gli ha già schiacciato la testa: Il Cuore Immacolato di Maria vincerà”. Queste parole oggi sono per me e per noi tutti, parole di grande consolazione»[1].

E così anche il Beato Paolo VI, mentre iniziava a redigere l’enciclica Humanae vitae, il 13 maggio 1967 si recò pellegrino a Fatima, affidando alla Beata Vergine Maria quell’importante documento.

La tesi che vorrei illustrare è la seguente: l’enciclica del Beato Paolo VI non riguarda solo la sfera privata della sessualità, ma anche la dimensione sociale e pubblica della vita. E’ cioè questione di morale sociale e non solo di etica individuale.

Per la verità, il contesto in cui Humanae vitae fu pubblicata, cinquant’anni fa, il 25 luglio del fatidico 1968, era segnato dall’allarme ossessivo per una crescita incontrollata della popolazione mondiale, una vera “bomba demografica”, lanciato dal “Club di Roma” di Aurelio Peccei[2]. Fin dall’inizio l’orizzonte della discussione sulla limitazione delle nascite era dunque determinato da preoccupazioni di ordine politico. Se ne sente l’eco per tutta l’enciclica, che però ha il coraggio di andare controcorrente, anzi di richiamare le gravi conseguenze dell’introduzione della contraccezione nel costume sociale: abbassamento generale della moralità, incremento dell’infedeltà coniugale, perdita del rispetto dovuto alla donna, esposizione all’arbitrio dell’autorità pubblica, a scapito dei popoli più poveri (HV, 17).

Paolo VI fu un profeta. Non uno di quei falsi profeti, di cui parla Gesù, che blandisce la gente per guadagnarne l’applauso, anche a costo di tacere la verità, sminuendo i precetti della legge di Dio. Come ogni vero profeta biblico, amando il popolo non ha avuto timore di dirgli la verità e di ammonirlo, anche a rischio di apparire un fastidioso “profeta di sventure” e quindi purtroppo di restare inascoltato[3]. E noi oggi possiamo constatare che non solo queste, ma anche altre e persino più radicali furono le conseguenze: l’introduzione della contraccezione ha provocato una vera e propria mutazione genetica delle relazioni sociali fondamentali, con grave insidia al bene comune. Di ciò vorrei parlare.

SESSUALITA' NELLA LOGICA DEL DONO: MAGISTERO DI HUMANAE VITAE
Partiamo dal cuore dottrinale del documento che si trova al n. 11: «Qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita», in forza della «connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo» (HV 12). Non si tratta dell’affermazione generica di un ideale, che dovrebbe poi venire applicato alla situazione concreta secondo il discernimento della coscienza di ciascuno, come si sente di frequente dire oggi con deliberata contraffazione della lettera e dello spirito del magistero[4].

In realtà l’enciclica montiniana formula una norma morale concreta valida per qualsiasi atto coniugale: «è altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere impossibile la procreazione» (HV 14). E precisa che la contraccezione è un atto “intrinsecamente disonesto”, che non può essere giustificato mai né in forza del principio di totalità, né del minor male. La coscienza dei coniugi, per essere fedele interprete dell’ordine morale oggettivo stabilito da Dio, non può procedere arbitrariamente e decidere autonomamente quali siano le vie oneste da seguire (cfr. HV 10).

La norma morale appena ricordata non è però la prescrizione legalistica di una volontà dispotica, che, come ha emanato la norma, così potrebbe mutarla. Essa è invece espressione di una verità sul bene, iscritta nella natura umana dalla Sapienza creatrice. Vi sono dunque ragioni intellegibili della norma morale. Ed è proprio queste ragioni antropologiche, etiche e teologiche che San Giovanni Paolo II volle esplorare e insegnare nelle sue Catechesi sulla “teologia del corpo”. Il corpo, testimone dell’amore originario del Creatore, è il luogo dove i rapporti rompono l’isolamento dell’individuo per generare la persona. Nell’incontro con la donna, l’uomo scopre la vocazione sponsale del proprio corpo al dono di sé. Ed è solo rispettando tale logica del dono che si custodisce la dignità personalistica dell’amore, nell’apertura ad una nuova vita, che può nascere allora non come mero effetto fisiologico, ma come dono da dono.

Potremmo dire in sintesi che Humanae vitae formula normativamente le condizioni per cui un atto sessuale è espressione adeguata dell’amore coniugale. Solo quando rimane per se stesso aperto alla trasmissione della vita, l’atto sessuale tra i coniugi è gesto di unione dei due, nel quale si realizza il dono autentico di sé nel corpo. Il nesso tra i due significati non va collocato a livello biologico, ma piuttosto a livello intenzionale: vi può essere un atto intenzionalmente contraccettivo, che pur risultando fisiologicamente fecondo, contraddice la verità del donarsi (ad esempio l’atto in cui fallisce la tecnica contraccettiva); così come può esserci un atto per sé aperto alla vita, anche se fisiologicamente sterile e conosciuto come tale (come accade nella regolazione naturale della fertilità).

Un atto reso intenzionalmente sterile nega nello stesso tempo l’apertura sincera al dono di sé e l’accoglienza piena dell’altro: è un atto che si ripiega su se stesso. Benché realizzato col consenso e la collaborazione del partner, l’atto contraccettivo intenzionalmente chiuso alla procreazione, è un atto volto alla ricerca del piacere individuale, che non differisce dalla masturbazione. Per questo, in esso la differenza sessuale non gioca un ruolo qualificante ed è dunque analogo ad atti di tipo omosessuale. La filosofa inglese G.E.M. Anscombe cinquant’anni fa affermò che chi è a favore della contraccezione non avrà argomenti per opporsi ai rapporti omosessuali[5]. Il filosofo italiano Augusto Del Noce arrivò a dire che «il nichilismo oggi corrente (che lui chiama nichilismo gaio) intende sempre l’amore ‘omosessualmente’, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna»[6].
E’ stato giustamente osservato che la relazione uomo-donna è originalmente pubblica con la sua apertura alla generazione di figli, e per questo è sancita dal matrimonio, mentre la relazione omossessuale è per sé privata e non può essere riconosciuta come matrimonio[7]. La contraccezione privatizza l’atto coniugale, proprio in quanto lo priva dell’apertura alla vita.

SESSUALITA', RELAZIONI E BENE COMUNE
All’alba della rivoluzione sessuale in Occidente, il gran maestro della massoneria francese, Pierre Simon, pubblicò un libro inquietante, nel quale illustrò un progetto globale di trasformazione della società francese, che doveva essere emancipata dalla sua tradizione giudeo-cristiana attraverso una ridefinizione della famiglia e delle sue relazioni costitutive[8]. La medicina era indicata come lo strumento che permetteva questa operazione di intervento sul corpo sociale, attraverso la contraccezione, innanzitutto e poi mediante l’aborto e l’eutanasia. Come avviene questa trasformazione?

La sessualità ha a che fare con le relazioni determinanti l’identità del soggetto e la sua posizione sociale: le relazioni di origine e quelle di orientamento al futuro: il nostro essere figli e figlie, sposi e spose, padri e madri. La separazione della procreazione dalla sessualità implica necessariamente una trasformazione radicale di queste relazioni. Il figlio, voluto e procreato al di fuori della sessualità, è ridotto al “prodotto” di un progetto tecnicamente controllato e valutato. La sessualità che è chiusa alla riproduzione non apre più all’altro e perde il significato sociale: viene “privatizzata”, perché privata del respiro generativo che la permea intrinsecamente.

La dimensione sociale presente nella coppia uomo-donna consiste nella procreazione. In quanto ordinato alla procreazione il sesso è, nell’ordine della natura, l’unica attività compiuta nel corpo che ci connette anche col bene comune della società. Ed è un’attività compiuta esteriormente dal corpo, che per la comunione personale e per la cooperazione procreativa che realizza, ci rende più simili a Dio, ci fa essere un riflesso della Trinità[9]. La privatizzazione è restringimento dell’esperienza sessuale ad un ambito individualistico, con un depauperamento dell’orizzonte semantico e delle relazioni. Chiusa alla generazione, l’attività sessuale è anche priva di futuro, ristretta all’istante. L’enfasi sulla prestazione ha condotto ad un’agonia dell’eros[10]. Una seria riflessione sulle statistiche del “caso Italia”, dimostra che la cosiddetta “rivoluzione sessuale” ha portato, contrariamente a quanto si pensa, a una drastica diminuzione dei rapporti sessuali: il sesso “libero” è diventato anche più banale e insoddisfacente[11].

L’introduzione della tecnica, che separa sessualità e procreazione, deforma la relazione sessuale e comporta alla fine una inversione nel rapporto tra le generazioni. Scompaiono dall’esperienza sessuale la gratitudine e il dono, riconosciuto, accolto e comunicato[12], sostituiti dalla ricerca dell’erotismo autosufficiente e dall’ansia di prestazione[13]. I padri e le madri non vivono più per i figli, ma piuttosto vogliono i figli solo e quando essi rientrano in un loro progetto di soddisfazione. Si capovolge l’ordine naturale: i figli sono chiamati a vivere per i loro genitori.

Il deserto demografico, di fronte al quale ci troviamo ormai da decenni[14], è solo la conseguenza di una perdita della logica generativa e generosa del dono, di una privatizzazione della sessualità, esclusa dal bene comune della società, di una perversione del rapporto tra generazioni. La contraccezione corrode il bene comune della società perché introduce un fattore “im-politico” (S. Fontana), anzi e forse meglio “anti-politico” nelle relazioni sociali: il principio dell’individualismo di singoli esseri accostati tra loro e nello stesso tempo sottomessi ad un potere dispotico che li domina[15].

Privatizzata all’estremo, la sessualità è anche paradossalmente e per altro verso pubblicizzata, concessa ad una invasione del potere pubblico, politico e giuridico. La logica puramente contrattuale della democrazia post-moderna invade la vita privata e trasforma l’intimità, così che in forza di un’utopica autonomia assoluta dell’individuo formula modelli di “relazioni pure”, scardinate da qualsiasi riferimento alla natura e alla tradizione[16]. Come afferma giustamente Stefano Fontana, la relazione sessuale non è né privata, né pubblica: è personale e comunitaria[17]. Solo se la si imposta non in termini di contraccezione, ma di sponsalità aperta alla vita, la si libera dalla morsa della privatizzazione e della pubblicizzazione.

SIMBOLO E TRASCENDENZA
E siamo così ad una ancor più profonda manipolazione: all’eliminazione della dimensione simbolica e della trascendenza dalla relazione sessuale. Paolo VI aveva evocato in Humanae vitae la presenza di Dio Creatore, come garante dell’unità tra i significati unitivo e procreativo dell’atto coniugale. Se Dio non c’entra, la procreazione diventa semplice riproduzione di un esemplare della specie. Se Dio non c’entra, l’unione sessuale perde il significato simbolico di alleanza e diventa luogo diabolico di confusione e di sfruttamento. Separato dal riferimento a Dio, il corpo diventa un semplice oggetto manipolabile, di cui disporre come si vuole. Quando scompare dall’orizzonte dell’esistenza il riferimento alla Provvidenza divina, la vita diventa un calcolo di vantaggi e svantaggi, una programmazione utilitaristica, che si chiude impaurita alle sorprese di un futuro, che pretendiamo di governare, ma che alla fine noi non decidiamo. L’uomo privato delle relazioni familiari e del legame con Dio è debole e fragile e quindi vittima predestinata dei poteri manipolatori

«Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5, 32). Il mistero della sessualità, vissuto nel matrimonio, è una grande luce per la vita del mondo. L’eliminazione della dimensione del “mistero” dalla sessualità accompagna la rivoluzione sessuale e la sua presunta emancipazione fin dagli inizi. Il marchese De Sade nel suo tentativo di rieducazione coatta ad una pratica puramente edonistica del sesso, ripete ossessivamente la formula: «non si tratta di nient’altro che», formula nello stesso tempo riduttiva e violenta, che vuole censurare la domanda ineliminabile di senso[18].

In uno dei suoi ultimi luminosi interventi, in occasione degli auguri natalizi alla Curia Romana, il 21 dicembre 2012, papa Benedetto XVI aveva lanciato un grido di allarme proprio sul tema della famiglia, che proprio a partire dall’introduzione della contraccezione è stata messa radicalmente in discussione nella sua fisionomia naturale, di relazione fondata sul matrimonio come legame stabile tra un uomo e una donna, finalizzato alla procreazione e all’educazione dei figli. Egli ha ribadito che su questo punto non è in gioco solo una determinata forma sociale, ma l’uomo stesso nella sua dignità fondamentale: se infatti si rifiuta questo legame «scompaiono le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio».

Dal momento che Dio, fin dall’Antica Alleanza e poi anche nella Nuova, ha scelto il linguaggio simbolico della famiglia per rivelarsi, se si perdono le esperienze dell’essere figlio, fratello e sorella, sposo e sposa, padre e madre, sarà distrutta anche la base naturale del linguaggio per parlare in maniera comprensibile di Dio. Che parole ci rimarrebbero infatti per parlare di Dio, se diabolicamente la famiglia fosse distrutta e non riuscissimo più a semantizzare queste esperienze originarie che ci danno identità all’interno delle relazioni familiari, in una società di individui che non si sanno più figli, che vivono nella confusione dei generi sessuali, che non hanno fratelli, perché sono figli unici, che non vogliono essere più padri e madri?

Un’autentica ecologia umana, come ha accennato anche papa Francesco in Laudato si’ (n. 155), dovrebbe occuparsi non solo dell’inquinamento dell’ambiente naturale, ma anche di quello dell’ambiente umano, delle relazioni sociali, che permettono all’uomo di essere se stesso, trovando la sua identità e respirando a pieni polmoni la verità dell’amore.

Posso dunque concludere affermando che l’enciclica Humanae vitae del Beato Paolo VI, proprio perché protegge la verità dell’amore coniugale da una logica di dominio del corpo e dall’inquinamento della mentalità edonistica e individualistica, è anche un essenziale contributo al bene comune di una società umana.

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[1] C. Caffarra, “Testimonianza. La Vergine di Fatima e il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II”, in Anthropotes XXXIII/1 (2017), 13-14.


[2] Cfr. D. H. Meadows, D. L. Meadows; J. Randers; W. W. Behrens III, The Limits to Growth , Universe Book, New York 1972. (traduzione italiana: I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972). R. Cascioli, Il complotto demografico. Il nuovo colonialismo delle grandi potenze economiche e delle organizzazioni umanitarie per sottomettere i poveri del mondo, Piemme, Casale M. 1996.


[3] Si veda in merito: M. Schooyans, La profezia di Paolo VI. L’Enciclica Humanae vitae, Cantagalli, Siena 2008, con l’importante prefazione di G. Crepaldi, “La Humanae vitae e la moderna questione sociale”.


[4] Si veda l’intervento di M. Chiodi ,“Rileggere Humanae vitae (1968) a partire da Amoris Laetitia (2016)”, svolto alla Pontificia Università Gregoriana il 14 dicembre 2017, mai pubblicato, ma riferito letteralmente da registrazione in D. Montagna, “New Academy for Life member uses Amori to say some circumstances ‘require’ contraception”, in News Catholic Church, Jan 8, 2018. Si veda: M. Chiodi, “Coscienza e norma. Quale rapporto? A proposito del cap. VIII di Amoris laetitia”, in La Rivista del Clero Italiano 5 (2017), 325-338.


[5] Cfr. G.E.M. Anscombe, Una profezia per il nostro tempo: ricordare la sapienza di Humanae vitae, a cura di S. Kampowski, Cantagalli, Siena 2018, 87.


[6] A. Del Noce, Lettera a Rodolfo Quadrelli, 8 gennaio 1984 [www.tempi.it].


[7] Cfr. S. Fontana, “Humanae vitae, aspetti politici dell’enciclica sull’amore coniugale”, relazione tenuta a Cagliari, il 20 aprile 2018 presso la Facoltà Teologica della Sardegna, Osservatorio Internazionale Cardinale van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.


[8] P. Simon, De la vie avant toute chose, Mazarine, Paris 1979. Il libro rimase in circolazione solo poche settimane.


[9] Cfr. S. Hahn, The First Society. The Sacrament of Matrimony and the Restoration of the Social Order, Emmaus Road, Steubenville OH 2018, 93.


[10] Cfr. Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Roma 2013.


[11] Cfr. R. Volpi, “Il sesso al tempo della rivoluzione sessuale. Il caso Italia”, in Anthropotes XXXIV /1 (2018); Id., Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, Lindau, Torino 2012.


[12] Cfr. S. Kampowski, Embracing Our Finitude. Exercices in a Christian Anthropology between Dependence and Gratitude, Cascade Books, Eugene OR 2018, 3-23.


[13] Cfr. Z. Bauman, Gli usi postmoderni del sesso, Il Mulino, Bologna 2013.


[14] Si veda: Comitato per il Progetto Culturale della CEI (a cura di), Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia, pref. di C. Ruini, Laterza, Bari 2011.


[15] Cfr. S. Fontana, “Humanae vitae, aspetti politici”, cit.


[16] Cfr. A. Giddens, La trasformazione dell’intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne, Il Mulino, Bologna 2005.


[17] Cfr. S. Fontana, “Humanae vitae, aspetti politici”, cit.


[18] Cfr. L. Lombardi Vallauri, Abortismo libertario e sadismo , Scotti Camuzzi, Milano 1976.














venerdì 8 giugno 2018

La ferita del Cuore di Gesù





"Come per la finestra dell'Arca entrarono gli animali che non dovevano perire nel diluvio, così nella ferita del Cuore di Gesù sono invitate ad entrare tutte le anime, affinché tutte si salvino" (Sant'Agostino)








giovedì 7 giugno 2018

La Chiesa italiana "vende" pannelli solari




Il messaggio della CEI per la prossima Giornata del Creato è centrato sulla questione dei cambiamenti climatici, ma con un chiaro rischio ideologico, appiattendosi sulle posizioni di moda all'Onu.


di Stefano Fontana 07/06/2018

Le Commissioni della Conferenza episcopale italiana per i Problemi sociali e il lavoro e per l’Ecumenismo e il dialogo hanno reso noto il testo del Messaggio per la 13ma Giornata per la salvaguardia del creato che si terrà il prossimo 1 settembre 2018. Il testo è incentrato su alcuni problemi ecologici o, come oggi si dice, di alleanza con la terra: i cambiamenti climatici e la conseguente “devastazione del territorio” avvenuta anche nel nostro Paese, il negazionismo di chi esamina il problema in modo critico, il perseguimento di una società “decarbonizzata” come obbligo morale primario. I vescovi impegnano tutta la Chiesa a tutti i livelli nella “conversione ecologica”, ossia nella promozione di nuovi stili di vita improntati a sostenibilità, al consumo responsabile e al disinvestimento da fonti energetiche non rinnovabili.

Documenti di questo tipo, concentrati su simili tematiche, prestano il fianco ad alcuni rischi piuttosto gravi.

Quando si parla di idrocarburi o di riscaldamento globale – solo per fare alcuni esempi – ci si colloca a livello di problemi alquanto complessi, con molti aspetti tecnici e politici coinvolti, e su cui gli stessi esperti sono spesso in disaccordo. Molti scienziati, per esempio, sostengono che le riserve di idrocarburi nel sottosuolo siano inesauribili. Altri forniscono pareri articolati sul cosiddetto riscaldamento globale. Altri ancora, pur ammettendo questi fenomeni, non ne fanno l’unica causa, né la causa principale, degli effetti che oggi ad essi vengono troppo superficialmente e per sentito dire attribuiti. Le scienze, come è noto, non sanno dire la parola fine alle discussioni su dinamiche, anzi la discussione riguarda addirittura la raccolta dei dati.

Quando poi i dati vengono assunti per fare previsioni o per promuovere politiche di settore, la discrezionalità aumenta ulteriormente. Capita così che se i documenti del magistero scendono troppo nel concreto, corrono il rischio di battezzare visioni di parte, di non rispettare la corretta laicità dei saperi, di voler fare il mestiere degli scienziati, o di sposare scelte di politica ambientale che servono alcuni interessi e non altri e su di esse compromettere il Vangelo. Non è che la green economy non nasconda nessun interesse e perfino i “nuovi stili di vita” fanno ricco qualcuno.

Siccome poi gli studi su queste materie sono in evoluzione perché la materia stessa è per definizione in evoluzione, è possibile che domani vengano smentite certe conclusioni di oggi con il rischio che il documento ecclesiale risulti presto superato e la sua promulgazione incauta, quantomeno ingenua o addirittura irresponsabile.

Infine, va anche notato che nel mondo ci sono visioni ideologiche che vanno per la maggiore, sostenute e guidate da centri di interesse molto potenti, che dettano legge sulle visioni pubblicamente accettabili da assumere in campo ambientale. Non si dimentichi che l’ambientalismo è una ideologia molto di moda, ma la Chiesa non dovrebbe seguire le mode. Bisogna quindi fare attenzione affinché la Chiesa non adoperi il linguaggio e le categorie dell’ONU e degli altri organismi internazionali. Essa non deve appiattirsi sul prossimo COP 24 di Katowice (dicembre 2018) come non poteva farlo sul COP 21 di Parigi (settembre 2016). E’ purtroppo già successo molte volte in passato, come per esempio nel referendum sull’acqua o sulle trivelle. La salvezza cristiana non verrà dai vertici internazionali o dai parlamenti.

Per dirla in altri termini, bisogna stare attenti al rischio dell’ideologia. E’ alquanto strano che oggi si debba notare questa distorsione: se si pretende di valutare in senso cristiano delle leggi su aborto e famiglia è frequente negli ecclesiastici l’allarme del pericolo ideologico, ma se si deve valutare questioni ambientali secondo la vulgata corrente questo allarme diminuisce fino a sparire. Avremo così parrocchie attente ad avere i pannelli solari sulla Chiesa perché i vescovi hanno lanciato la campagna di disinvestimento dalle risorse energetiche non rinnovabili, ma anche che non dicono mai una parola contro il crimine dell’aborto?

Cos’è l’ideologia? Nella mia testa è rimasta la definizione che all’università ho imparato da Francesco Gentile: “una posizione di parte che pretende di valere per l’intero”. Bisognerebbe tenerla presente questa definizione quando si stendono documenti su questioni ambientali ed ecologiche. Se, esaminando la problematica ecologica, si isolano alcuni temi dalla complessiva visione cristiana del creato, si rischia di fare un’operazione ideologica. Questo è quanto fanno le agenzie dell’ONU, ma che non può fare la Chiesa.

Non si può trattare l’ambiente solo come ambiente, ma come ambiente umano e come creato da Dio. Se, per esempio, ci si concentra sulla cura degli animali senza parlare della cura dei bambini a cominciare da quelli concepiti e non ancora nati, si fa una operazione ideologica. La cura degli animali è cosa buona in sé, ma non è la sola e nemmeno la principale, sicché se viene isolata ed assolutizzata finisce per pretendere di valere per l’intero.

La cosiddetta “conversione ecologica” non deve essere intesa come una conversione all’ecologia (come in realtà l’espressione lascia intendere nella sua ambiguità), e nemmeno come una conversione all’uomo, ma come una conversione a Dio. Se viene presentata come una conversione all’ecologia allora si tratta di ideologia e non di fede cattolica. Ridotto l’uso del gasolio, ci sentiremo apposto con le esigenze della nostra fede, ma avremo ottenuto solo il risultato di finanziare i produttori di pannelli solari.