domenica 5 luglio 2020

Crisi denatalità. No fede, no figli





RAPPORTO ISTAT

Il rapporto Istat 2020 dipinge un quadro molto cupo dal punto di vista demografico per l'Italia. Aggravato sì dalla pandemia, ma il problema viene da molto più lontano. Non c'è dubbio che la denatalità ha accompagnato il processo di secolarizzazione. Anche la Chiesa deve capirlo: il problema è la fede, non le questioni sociali.




EDITORIALI
Giuliano Guzzo, 05-07-2020

10.000 figli in meno. Questo il prezzo demografico
che, in aggiunta a quelli sanitari ed economici, la pandemia potrebbe comportare per il nostro Paese. L’inquietante profezia si trova a pagina 261 del Rapporto annuale 2020 Istat diffuso venerdì. Si tratta di un corposo documento che va ad esplorare vari ambiti, a partire naturalmente da quelli economici e lavorativi, e che sul finire delle poco meno di 300 pagine di cui è composto contiene una previsione sull’aggravarsi della denatalità che sarebbe eufemistico definire cupa.

«Recenti simulazioni, che innanzitutto tengono conto del possibile condizionamento
delle scelte riproduttive derivante dal clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto», si legge nel Rapporto, «evidenziano un suo primo effetto sulla riduzione delle nascite nell’immediato futuro». Questo calo, continua l’Istat, «dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10 mila unità, ripartite per un terzo nel 2020 e due terzi nel 2021, con un calo della natalità dello 0,84% nel 2020, rispetto al 2019, e un ulteriore calo dell’1,3% nel 2021».

Per quanto questi numeri siano esito di «simulazioni», c’è purtroppo da temerli realistici.
Anche perché sono allineati ad un quadro internazionale tutt’altro che roseo: un recente rapporto del Brookings Institution, centro di ricerca con oltre un secolo di storia, ha stimato che gli Usa pagheranno demograficamente la pandemia con un calo di nascite tra le 300.000 e le 500.000 unità; in Giappone i tassi di fertilità sono precipitati al livello più basso degli ultimi 12 anni e la Corea del Sud, che pure ha gestito l’emergenza sanitaria in modo esemplare riportando finora meno di 300 vittime, si trova con un deprimente 1.1 figli per donna ad essere il Paese del globo dove la natalità è più bassa.

Ma torniamo all’Italia
che, dice l’Istat, rischia di scontare un «condizionamento delle scelte riproduttive derivante dal clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto». Considerazioni plausibili? Probabilmente sì, nel senso che il clima di incertezza attuale di certo non favorisce progetti familiari né lascia immaginare, a breve, una nuova primavera demografica. Dunque è verosimile che in questo 2020 le culle, già semideserte, potranno ulteriormente svuotarsi. Tuttavia, ecco il punto, sarebbe troppo semplice – e anche troppo comodo – addossare la responsabilità di tutto al Covid-19.

Non possiamo infatti dimenticare quale sia la situazione dell’Italia
, ovvero di un Paese sotto il decisivo tasso di sostituzione - pari a 2.1 figli per donna - dal lontano 1977, in cui dal 1993 i morti hanno superato i vivi e in cui dal 2008 al 2018 il calo delle nascite è stato di 140.000 unità, con il risultato neppure di una denatalità bensì, ormai, di un principio di spopolamento. Questo, beninteso, non significa che i 10.000 nati in meno previsti dall’Istat non ci saranno; significa però che l'«incertezza e paura associato alla pandemia in atto» c’era già da prima. Da quando? Da quando, come Paese, abbiamo imboccato la strada della secolarizzazione pagando un prezzo altissimo anche se non monetario: quello della speranza.

Lo dimostra in modo chiaro il parallelismo con il Dopoguerra
, a più riprese evocato come termine di paragone con quel che ci aspetta dopo la pandemia. Ebbene, è vero: dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era in macerie e del welfare non esisteva neppure l’ombra. Eppure, nel 1946 nacquero 1.036.098 bambini, più del doppio dei 435.000 nati del 2019, quando il Covid-19 era ancora percepito come un problema cinese. Com’è possibile? Semplice: quell’Italia del 1946, benché per lo più ridotta in stracci, aveva speranza. Ed aveva speranza non perché avesse chissà quali certezze nel futuro, ma perché aveva fede.

Che le cose stiano in questi termini è dimostrato
dalla differenza che ancora oggi si osserva tra famiglie religiose – quale che ne sia il credo – e unioni familiari laiche: le prime fanno più figli delle seconde, spesso anche molti di più. Ecco che allora il rimedio al clima d’«incertezza e paura associato alla pandemia in atto» - per superare il quale all’Italia serve senza dubbio un governo meno disastroso di quello in carica – non può che passare da quella riscoperta della religione di cui, a ben vedere, qualche vagito si è registrato negli ascolti televisivi record di Messe e Rosari di questa primavera.

Certo, nel frattempo la Chiesa deve fare la Chiesa.
Appare infatti impensabile una rinascita religiosa se quelli che ne potrebbero essere i principali artefici seguiteranno a soffermarsi su tutt’altri temi, dalla questione migratoria a quella ambientale, dalla lotta alla povertà a quella alle mafie. Tutte questioni rilevanti, per carità. Ma l’Italia, per tornare a guardare avanti, ha bisogno anzitutto di guardare in Alto. E solo alla Chiesa spetta l’onere e l’onore di operare affinché questo accada. Perché, come gli studi demografici dimostrano, la fede non è affatto una questione solo privata. Ha riflessi sociali che riguardano tutti e che, nel caso dell’Italia, possono segnare la differenza tra l’estinzione e la rinascita.










giovedì 2 luglio 2020

Messa proibita a chi chiede la Comunione in bocca. Succede a Cremona






Il vescovo di Cremona non va per il sottile con chi non si adegua al diktat igienista: il gruppo che celebra la Messa in latino chiede un incontro per poter ricevere la Comunione in bocca. Napolioni sospende le celebrazioni. Il gruppo scriverà alla CDF che non potrà far altro che dargli ragione. Ma il dado è tratto: l'Eucarestia è un ostacolo al pensiero covid corretto insinuatosi nella Chiesa.





ECCLESIA
Andrea Zambrano, 02-07-2020

«Di comunione in bocca non si può nemmeno parlare. Anche solo chiedere un incontro può costare caro, ad esempio vedersi negato il diritto a partecipare alla Messa. Il vescovo di Cremona Antonio Napolioni non va per il sottile quando si tratta di igienismo covid corretto. Così di fronte alle richieste di alcuni fedeli a ricevere la comunione in bocca e non in mano, ha improvvisamente sospeso le Messe in forma straordinaria che si svolgono in diocesi di Cremona a cura del gruppo stabile locale.

Eravamo stati facili profeti: il divieto di comunione in bocca avrebbe creato non poche ferite e a farne le spese sarebbero stati prima di tutto quei fedeli che – in coscienza – non si sentono di ricevere la comunione con le mani. Tanto più che, nel caso della cosiddetta Messa in latino, normata dal Messale del 1962 l’unica distribuzione della Comunione ammessa è quella in bocca, non esistendo nel 1962 questa possibilità.

I fatti prendono il via a Cremona a metà giugno quando dopo il lockdown il gruppo di fedeli si organizza per ricominciare le celebrazioni sospese. Ma il delegato vescovile che segue il gruppo, don Daniele Piazzi comunica la sua volontà di non distribuire la comunione in bocca. E neppure secondo le modalità “prudenziali”, con la pinza ad esempio, come fanno a Milano.

Il gruppo a questo punto cerca di far ragionare il sacerdote spiegando che differentemente dal Novus Ordo, nel quale la comunione sulla mano è ammessa e può essere scelta come modalità preferibile o, addirittura, esclusiva di distribuzione, nella Forma Extraordinaria essa non è possibile.

Insomma: non si può imporre a quei fedeli che – consapevoli del loro diritto di ricevere la Comunione in bocca – trovano l’amministrazione in mano totalmente estranea alla loro sensibilità eucaristica, e che si troverebbero costretti a scegliere di astenersi dalla comunione sacramentale. Quasi nessuno farebbe la Comunione.

Il gruppo fa notare anche che come è stato rilevato da numerosi medici ed infettivologi, la distribuzione in mano non costituisce una modalità più sicura rispetto a quella tradizionale.

Ma, essendo dentro un’esperienza che si svolge dentro le mura diocesane, il gruppo ha chiesto di poterne discuterne serenamente per non vivere la cosa con la logica della diatriba o del contrasto.

Ma quali discusisoni d'Egitto? La risposta del sacerdote non si è fatta attendere ed è stata una doccia gelata: «Considerando che la modalità di ricevere la comunione è per la vostra sensibilità eucaristica più vincolante del comunicarsi in se stesso, tanto da portarvi a non obbedire al comando del Signore: “Prendete … mangiate”, il Vescovo mi autorizza a informarvi che la Messa nella forma straordinaria è sospesa fino al momento in cui i Vescovi italiani e le disposizioni governative consentiranno di tornare alla “normalità” celebrativa senza mettere a rischio la salute dei fedeli».

Una decisione drastica, quella del vescovo, e probabilmente illegittima perché la sospensione della Messa nasce a fronte di una semplice richiesta a poter parlare del tema della comunione in bocca. Ora la Congregazione per la Dottrina della fede si troverà a dover risolvere il problema dato che il gruppo, dopo il diniego di Napolioni, scriverà all’ex Sant’Uffizio, che – stando ai soliti ben informati – non potrà fare altro che riconoscere il pieno diritto dei fedeli.

La comunicazione di don Piazzi rivela tutto il disprezzo verso i fedeli con sensibilità liturgiche diverse da quelle mainstream, diciamo, e in questo periodo, Covid-corrette: «Come voi non volete “essere costretti” a una modalità celebrativa che offende la vostra sensibilità eucaristica, ugualmente il sottoscritto “in scienza e coscienza” non può essere posto da altri nella condizione di mettere a rischio la salute dei fedeli». Salute che, lo abbiamo scritto tante volte non è messa a rischio per la distribuzione della comunione in bocca, che rappresenta a questo punto, visto che la situazione in tante chiese sta tornando alla normalità dopo l’eliminazione dei guanti, il vero nemico da abbattere.

Il prete preferisce l'igiene del corpo alla salute delle anime. Suona male come titolo, ma è così. Nel frattempo tutte le possibili stramberie liturgiche negli anni sono state accettate e sdoganate come salutari.

Se non si interverrà con autorità per ripristinare almeno le condizioni pre-esistenti, molti fedeli dovranno soffrire. L’Eucarestia è ormai il nemico, la Comunione obbligatoriamente sulla mano è da decenni il mantra preferito dei distruttori della liturgia. Adesso si aggiunge la vessazione e si procede addirittura a impedire ai fedeli di stare in ginocchio. La dittatura igienista ha dato la spallata finale. Ora è tutto chiaro.












domenica 28 giugno 2020

Non deve diventare illecito dire la verità. La legge Zan “contro l’omofobia” è inaccettabile.





Dichiarazione del Coordinamento Nazionale Justitia et Pax per la Dottrina sociale della Chiesa

https://www.vanthuanobservatory.org/ita/coordinamento-nazionale-iustitia-et-pax/



La proposta di legge Zan mira a punire coloro che esprimano forme di intolleranza nei confronti delle persone ad orientamento omosessuale, transessuale o bisessuale. Essa riprende e sviluppa la proposta di legge Scalfarotto già presentata nelle precedenti legislature. Su queste finalità della proposta di legge facciamo tre valutazioni di merito.

Alla base di questa legge c’è quanto Benedetto XVI chiamava “tolleranza negativa”, la quale, secondo lui, avrebbe preparato la strada a nuove forme di totalitarismo: “La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa”. Tolleranza negativa comporta per esempio di non ammettere che si dica in pubblico che la famiglia è solo quella naturale tra uomo e donna per non essere intolleranti verso altre forme di famiglia. Vorrebbe anche dire di impedire di affermare in pubblico che la vera sessualità umana è quella tra uomo e donna per non discriminare altre forme di esercizio della sessualità. Quando questo venisse disposto per legge diventerebbe illecito dire la verità. Non solo la Chiesa cattolica non potrebbe più proporre gli insegnamenti biblici in materia, ma ogni cittadino non potrebbe più fare riferimento ad una natura umana eticamente normativa, ad una verità fonte di divieti morali assoluti, ad un ordine delle cose che richiede di essere rispettato. Non si vieterebbe solo la libertà di esprimere una opinione ma quella di dire la verità. Essa lederebbe direttamente la libertà di espressione, religiosa e di insegnamento, ma soprattutto eliminerebbe il fondamento stesso, oltre che l’esercizio, della libertà, ossia la verità, senza della quale la libertà diventa pura opinione infondata.

Ogni legge è espressione della pubblica autorità. Questa è legittimata ad attribuire un valore pubblico a taluni comportamenti solo se promuovono il bene comune. Quando una legge disciplina normativamente una qualche realtà comportamentale o relazionale anche la riconosce come meritevole di tutela giuridica in quanto ordinata al bene comune. Il bene comune è infatti il fine ultimo e vero dell’autorità politica, quello che anche la legittima. Stabilito questo fondamento dell’attività politica e giuridica, occorre poi chiedersi quale debba essere il criterio con cui l’autorità politica può procedere a riconoscere o non riconoscere pubblicamente determinati comportamenti. Il criterio in questione è quello della natura dell’uomo e dell’ordinamento naturale e finalistico della convivenza sociale. Questa non è, infatti, frutto di convenzione, di decisione volontaristica del potere o di semplice prevalenza di voti ma è connaturata con la natura umana e con la sua naturale socialità, intesa non come una inclinazione soggettiva polivalente e indifferente ai contenuti ma come espressione di un fine pienamente umano da raggiungere. Ogni negazione dell’ordine naturale delle relazioni umane ordinate al bene è da considerarsi una forma di violenza.

Una volta stabiliti questi criteri fondamentali, ne risulta che non ogni comportamento sessuale è meritevole di disciplina e tutela pubblica, ossia di passare dalla forma dell’esercizio de facto alla forma dell’esercizio riconosciuto come buono dall’autorità politica perché utile o addirittura indispensabile al bene comune. Una volta accolto sul piano politico il principio che ogni atteggiamento sessuale ha il diritto di transitare dal piano fattuale al piano del riconoscimento pubblico, si perderà qualsiasi possibilità di dire di no ad atteggiamenti come la pedofilia, l’incesto, la poligamia/poliandria (magari nella versione post-moderna del poliamore) o l’utero in affitto che purtroppo il sistema giuridico di qualche Paese ha già contemplato come diritti. Quando viene a mancare il criterio, la deriva negativa è inarrestabile.

Alla base della legge Zan c’è quindi un errore politico, un errore etico e un errore antropologico. Viene fatta coincidere la dignità della persona con l’espressione di una libertà intesa come autodeterminazione priva di criteri ossia priva di ragioni. L’autorità politica non può fare propria una simile concezione, perché il principio di autodeterminazione assoluta è dissolutivo della coesistenza sociale, della politica e del diritto. Se la politica dovesse riconoscere e tutelare qualsia forma di autodeterminazione individuale rinuncerebbe alla propria natura e legittimerebbe qualsiasi percorso. La dignità della persona sta nella sua essenza di uomo, essenza che diventa normativa anche per la sua libertà. La politica non dovrebbe accettare e fare proprio, proponendolo così anche come esempio politicamente tutelato, un esercizio sistematico della libertà contrario alla normatività che promana dall’essenza dell’uomo stesso. Ciò equivarrebbe a dividere la libertà dal bene da cui invece è sostanziata.










venerdì 19 giugno 2020

Restiamo liberi. Articolo di Costanza Miriano






Questo il parere scritto che mi ha chiesto la Commissione Giustizia della Camera sul ddl Zan Scalfarotto Boldrini. Perdonate la lunghezza…




di Costanza Miriano, 17-06-2020

Ringrazio i membri della Commissione che vorranno dedicarmi un po’ del loro tempo, e ringrazio coloro che mi hanno dato la possibilità di dare il mio contributo. Mi scuso se il mio linguaggio non sarà affatto tecnico: scrivo in qualità di giornalista e anche di madre (di due maschi e due femmine).

Per chi (immagino tutti) non sa chi sono, vorrei premettere che mi sono trovata a occuparmi di questi temi – maschile e femminile, ruoli, identità – del tutto casualmente, ormai quasi dieci anni fa, quando, mentre lavoravo alla redazione economia del tg3, ho pubblicato un libro in cui scrivevo lettere alle mie amiche per convincerle a sposarsi.

Quando ho cominciato a scrivere non pensavo che dire alcune ovvietà – dobbiamo essere libere di scegliere che tipo di donna diventare – mi avrebbe causato denunce, raccolte di firme per fermare il mio libro, contromanifestazioni: ciò prova che oggi ha diritto di cittadinanza un solo modo di intendere i ruoli, le relazioni, l’identità. Le centinaia di migliaia di copie vendute però dicono che invece a molte persone interessa anche un altro punto di vista, che racconterò alla fine per chi avrà la pazienza di arrivare fin lì.



Credo infatti, e arrivo al punto, che ogni persona debba essere libera di vivere gli affetti, i ruoli, la sessualità nel modo che sceglie più o meno liberamente (la storia di ognuno di noi è segnata da molte circostanze, e non in tutto ci autodeterminiamo). Credo che sia insindacabile ciò che ciascuno sceglie di fare in camera da letto, nella propria vita, privata e pubblica. Proprio perciò trovo questa legge profondamente ingiusta e contro la libertà. Ecco perché.

Non è la prima, ma è l’obiezione discriminante (discriminare non è sempre una brutta parola): la libertà religiosa. L’articolo 2 del Concordato tra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, che gode di protezione costituzionale ex art. 7 Cost., garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La Chiesa basa sulla differenza maschio-femmina tutta la sua visione dell’uomo. Quando la Genesi dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, non dice che è dotato di ragione, o parola. Dice “maschio e femmina, a sua immagine”. Nella relazione tra uomo e donna è nascosto il segreto di Dio, la continua tensione, il rapporto di amore, la complementarietà figura della Trinità. Ovviamente questo per noi credenti, che non vogliamo imporre la nostra visione a nessuno, ma non possiamo neppure essere impediti a esprimerla. La Chiesa davanti all’omosessualità non può che dire che non compie il disegno originario della relazione uomo-donna.

Nel 2018 io ho riportato sul mio blog un’affermazione del Papa, che aveva detto che “nel caso dell’omosessualità ci sono tante cose che si possono fare, anche con la psichiatria, finchè sono piccoli, dopo i venti anni no”, e sono stata segnalata all’Ordine dei Giornalisti. L’OdG ha risposto che non potevo essere sanzionata perché avevo solo riferito un’affermazione del Pontefice.

Io, però, come tutti i cattolici, pretendo di essere libera non solo di riferire ciò che dice il Papa in un’intervista, ma anche di pensare come lui. La libertà religiosa è tutelata a livello costituzionale, ex art. 19 Cost., altrimenti si provoca un formidabile cortocircuito, perché per non discriminare altri la discriminata diventerei io, e proprio in base allo stesso articolo che qui si sta chiedendo di integrare, l’art 604 bis c.p., che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Non odio né, tanto meno, ho paura delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, non la considero una malattia ma un mistero che è spesso l’esito di una ferita (in questo senso, e non nel senso di malattia, l’accenno alla psichiatria come possibilità). Penso che ci sia, come dicevo, un mistero inaccessibile al cuore di ognuno di noi – ciascuno ferito a suo modo – su cui nessuno è titolato a sindacare, ma pur rispettando questo ritengo che l’omosessualità non compia profondamente l’umanità di una persona, e proprio per amore di queste persone, per poter fare a quella persona la carità più grande, che è la verità, voglio essere libera di pensarlo, dirlo e scriverlo come ha fatto il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.»

Libertà di pensiero e di espressione: va garantita a tutti, anche a chi come me e la maggioranza degli italiani, inclusi i molti non cattolici, è convinto che si nasce uomo o donna, cosa che si stabilisce alla nascita, e che segna non solo la conformazione degli organi riproduttivi, ma tutto di noi, a livello fisico, intellettuale, spirituale. Uomini e donne liberi di vivere la propria sessualità come desiderano, anche con persone dello stesso sesso, ma allo stesso modo di esprimere opinioni, nel rispetto della dignità della persona. Mi preoccupa molto, di fronte a una grande vaghezza delle norme che si vorrebbero introdurre, la tutela della libertà di espressione. Il ddl Scalfarotto ha il merito di essere l’unico che porta un esempio concreto, citando il caso dell’esposizione di uno striscione offensivo come quelli degli stadi. Se è questa la materia di cui si dibatte, nessun problema per me e tutte le persone civili, se non che gli striscioni offensivi sono già sanzionabili, senza bisogno di una nuova legge. Ma il reato di “omofobia” non è spiegato chiaramente, cosa che dovrebbe fare una legge. Questa vaghezza è evidentemente voluta per lasciare ampi margini di discrezionalità, e avere un potere di intimidazione, e alfine culturale.

Per esempio, può l’affermazione che si è uomini o donne essere considerata violenta, o istigazione alla violenza? Un caso fra tanti: il terzo collegio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio ha preso in esame, su segnalazione del signor Massimiliano Piagentini, l’articolo del collega Aldo Grandi che sulla Gazzetta di Lucca il 15 gennaio 2020 aveva scritto in merito a un fatto di cronaca “un transessuale brasiliano”, usando l’articolo maschile, e più sotto “l’identità si acquisisce alla nascita, si è maschi o femmine”. L’Odg ha archiviato il ricorso, ritenendo che il collega non abbia violato le norme deontologiche, ma da giornalista mi chiedo e vi chiedo: se fossero in vigore le norme che state prendendo in esame, si potrà davvero essere denunciati solo perché si usa l’articolo maschile? O perché si afferma che l’identità è sessuata? Cosa vuol dire omofobia (ammesso che si possa considerare reato una paura, sempre che esista)? E se è tutelata la libertà delle persone di scegliere la propria appartenenza di genere – cioè se un uomo che si sente donna ha la libertà di cercare di diventarlo – allo stesso modo io non ho la libertà di percepirlo comunque come un uomo? Può una legge entrare in una sfera privatissima, sacra e intoccabile come la percezione delle cose? Può essermi imposto per legge come percepire le persone? Possiamo imporre agli altri in uno stato democratico come ci devono percepire? (Nel caso io voglio essere percepita bellissima e giovanissima).

Ovviamente non ho nessuna ostilità neppure verso le persone che affrontano operazioni per cambiare sesso, come possono testimoniare quelle che conosco, nel mio quartiere, e anche coloro a cui mi è capitato di dare una mano (in questo periodo di covid e di attività ferme), perché di fronte al bisogno siamo tutti uguali. Ma usare un pronome maschile o dire che si nasce maschio o femmina non può essere sanzionabile. Dire che i figli hanno bisogno di un padre e una madre, e che l’utero in affitto è sfruttamento del corpo della donna, violenza sulla donna e sul bambino privato dei suoi genitori (anche quando etero), non può essere sanzionabile: lo afferma anche la filosofa francese Sylviaine Agacinski, femminista, di sinistra, laica, ricercatrice all’École des Hautes Études en Sciences Sociales, moglie dell’ex Primo Ministro socialista Lionel Jospin, nei suoi quattro ultimi libri.

Tra le tante parole spese nei ddl non ho letto le più utili e le più necessarie: cosa si intende per omofobia. Non è ammissibile ritenere discriminatoria qualsiasi affermazione di differenze basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, quando, invece, il principio di uguaglianza presupporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali; e in modo ugualmente differente situazioni differenti. E’ evidente che una coppia eterosessuale aperta alla vita è totalmente diversa da una coppia dello stesso sesso che non può concepire una nuova vita (a meno di non commettere il reato dell’utero in affitto, e di privare quello che anche agli animali è riconosciuto come diritto, cioè di essere allevati dalla mamma).

La differenza è enorme e non di dettaglio, è normale dire che siano diverse, non è offensivo. È semplicemente la realtà. La sanno tutti, solo che con questa legge non si potrà più dire: norme così fumose servono precisamente a questo, non a proteggere dalla violenza, cosa sacrosanta ma già prevista dalla legge. Servono a proibire alle persone di dire quello che vedono tutti (mi ricorda la fiaba di Andersen, ma ci sarà pur qui un bambino che avrà il coraggio di dire “il re è nudo”): dire che una coppia di due persone dello stesso sesso è diversa da una formata da uomo e donna non può offendere nessuno.

Se guardiamo ai paesi dove leggi simili sono in vigore, l’esito è spaventoso: padri di famiglia in carcere per un’immagine sulla felpa (Francia), vescovi incriminati per l’espressione delle verità professate, dipendenti pubblici licenziati per un like (Spagna), per non parlare dei paesi di common law (l’ostetrica sollevata dall’incarico per aver detto che solo le donne partoriscono, in Gran Bretagna, idem per l’eroe dei pompieri Usa, capo del corpo nazionale, perché sostenitore del matrimonio uomo donna).

Immagino che in concreto non verremo denunciati tutti, ma solo qualcuno a scopo dimostrativo, secondo il famoso insegnamento del Presidente Mao: colpirne uno per educarne cento.

Sapete bene cosa comporta una denuncia: costi enormi in termini di tempo, energie, soldi. Nelle anticipazioni del ddl pubblicate da L’Espresso – non mi risultano smentite – è previsto che le vittime di reati di discriminazione abbiano accesso al gratuito patrocinio a carico dello Stato anche a prescindere dai limiti di reddito generalmente stabiliti, grazie a un fondo di 2 milioni di euro all’anno. Avete presente per una famiglia con figli e che vive di stipendio cosa può rappresentare dover sostenere una causa, anche se si è innocenti? Perché lo Stato dovrebbe sostenere solo una parte, pregiudizialmente? E certo, sapere di avere le spese pagate e un trattamento di favore come categoria protetta incoraggerà le querele: perché non provare? Perché io, giornalista, devo essere denunciata da avvocati pagati dallo Stato, e togliere risorse ai miei figli per difendermi, se non ho fatto niente?

Purtroppo, viste le azioni di monitoraggio degli articoli fatte dai militanti lgbt che definiscono sul loro sito gay.it “omotransfobia” anche solo usare un articolo del genere “sbagliato”, non credo alle rassicurazioni degli estensori di questo ddl: si tenterà di imporre una lingua, in linea con le organizzazioni sovranazionali che dichiarano che usare un genere piuttosto che un altro cancelli la dignità delle persone. Ma dover parlare una lingua imposta cancella invece la mia dignità di persona che pensa autonomamente, di educatrice, di giornalista e di scrittrice.

Chi dovesse sostenere che una coppia dello stesso sesso non ha diritto al matrimonio o alla (omo)genitorialità, dunque, come potrà ritenersi al riparo da una denuncia? La distinzione tra i concetti di propaganda di idee fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere (che rimarrebbe teoricamente non punibile), da una parte, e l’istigazione alla discriminazione (che diverrebbe punibile) è, dunque, del tutto effimera. Infatti, alla luce delle nuove tendenze che si vanno diffondendo a proposito di hate speech, cavalcate proprio dalle comunità LGBT, qualunque manifestazione di pensiero che inviti a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere viene tout court ricondotto a un discorso d’odio che si pretende porti con sé l’incitamento alla violenza. Con ulteriore pericolosa erosione della preziosa concezione del reato come fatto offensivo tipico (in antitesi a concezioni del reato facenti capo all’atteggiamento interiore del soggetto e alle sue opinioni) contenuta nel nostro codice penale e nella nostra Costituzione. Insomma, il processo alle intenzioni.

Sono totalmente con Papa Francesco quando dice che il gender è un grande sbaglio della mente umana: “Il riemergere di tendenze nazionalistiche (…) è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli.” – Papa Francesco al Corpo Diplomatico (7 gennaio 2019, http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/january/documents/papa-francesco_20190107_corpo-diplomatico.html )

Dunque se il Parlamento istituirà il fondo per la difesa legale,voglio anche io un fondo per difendere chi è vittima di odio lgbt: insulti in rete a non finire, e poi ogni anno il Gay pride – ci sono i filmati – mi omaggia di un vaffa… corale di piazza (il fatto che l’ingiuria avvenga in presenza di più persone è anche un aggravante). Perché io non posso avere una difesa pagata con fondi pubblici? Leggo che il testo del ddl Boldrini sottolinea che “le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line”. Ma solo l’odio per le donne di una certa parte va punito? Questo introduce il secondo tema: perché alcune persone dovrebbero ricevere una tutela maggiore di altre? Non è anticostituzionale?

Da madre di adolescenti vi invito infine a riflettere per esempio sul calvario dei ragazzini sovrappeso a scuola. O di quelli imbranati, fuori moda, magari con pochi mezzi economici. Perché le offese a loro dovrebbero essere colpite con minore attenzione di quelle basate sull’identità? “La presente proposta di legge – dice il ddl Zan – si propone, dunque, di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali”. Perché dovrebbero essere tutelate più di altre, quando già il nostro quadro normativo prevede tutte le tutele verso ogni persona (che poi non vengano applicate, come nel mio caso, è un altro discorso). Può la ragazzina sovrappeso che i compagni a scuola chiamano “cicciona de m…” ricevere minori tutele?

Credo che l’accettazione e il rispetto, l’attenzione e la tenerezza verso ogni persona non siano atteggiamenti che si impongono per legge, e neanche con l‘indottrinamento – mi riferisco ai fondi stanziati dal ddl per la presenza nelle scuole. Nelle scuole dei miei figli si sono fatti corsi contro il bullismo, ma se vedeste quello che si legge in certe chat di classe capireste che non sono serviti a nulla. L’educazione non è indottrinamento, è un lavoro di cura, paziente, che richiede la presenza dei genitori, l’ascolto, l’amore: solo chi è amato e accettato può amare. Il cuore dei ragazzi non cambia con la lezioncina sui diritti, che spesso in loro sortisce, anzi, la reazione contraria, e tanto meno con l’imposizione di una neolingua. E’ la testimonianza di adulti credibili e disposti a spendersi per loro che educa i ragazzi: loro, soprattutto nell’adolescenza, non ascoltano le parole degli adulti. Loro guardano gli adulti. E poi come sanno anche i muri, sui ragazzi hanno più influenza, che so i palchi televisivi ornati di arcobaleno, i talent show pieni di modelli sessualmente indefinibili, la riscrittura persino dei classici (anche Shakespeare a teatro riserva ormai l’ammiccamento a tematiche gay), le serie Netflix, Amazon e tutte le altre che ormai prevedono obbligatoriamente l’inserimento di almeno un personaggio con attrazione verso lo stesso sesso, anche quando non richiesto dalla trama. Sembra una sorta di “tassa” da pagare per poter essere ammessi nei grandi circuiti dell’intrattenimento.

Quanto alle scuole, io sono contraria all’educazione sessuale perché tema valoriale (e per non togliere tempo alla didattica sempre più povera e meno esigente), ma se la si vuole imporre, in nome della libertà educativa tutelata dalla Costituzione si imponga anche la visione della sessualità che propone un rapporto esclusivo tra uomo e donna, aperto alla vita. Perché solo l’educazione proposta da una parte e ideologicamente connotata deve essere finanziata dallo Stato? Perché l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo – benché senza averne i fondamenti non si capisce metà della nostra letteratura e la maggior parte dell’arte e architettura – mentre la lezione sul gender deve essere obbligatoria, e pagata anche dalle mie tasse? Usare le leggi e i soldi pubblici per operazioni culturali è scorretto e degno di uno stato totalitario.

Infine: discriminare secondo il dizionario Treccani significa “distinguere, separare, fare una differenza”. Se io dico per esempio che non voglio che una persona omosessuale insegni educazione sessuale nella classe dei miei figli, sto facendo una differenza, esattamente come immagino farebbe una lesbica che non volesse che a fare educazione sessuale nella classe di suo figlio andasse una persona che pensa che il sesso ordinato è solo tra maschio e femmina, quindi che insegnasse a suo figlio che i rapporti sessuali della madre sono intrinsecamente disordinati.

Su temi valoriali discriminare, cioè distinguere, non solo non può essere reato, ma è un diritto intoccabile e sacro: giudicare – le azioni, non le persone – è ciò che dice come stiamo nel mondo, dove io – e quelli che la pensano come me – abbiamo lo stesso diritto di cittadinanza degli altri.

Concludo con la mia esperienza – è un po’ fuori tema ma non del tutto, comunque siete esentati dalla lettura. Io ho sperimentato che non solo gli stereotipi di genere non esistono più, ma anzi al contrario mi ritengo vittima di stereotipi opposti a quelli della donna costretta a stare a casa soggetta al maschio. Mi sono bevuta tutti i dettami della cultura femminista, crescendo negli anni ’80 con l’idea che dovevo prima pensare alla mia realizzazione professionale, poi al resto. Presto sono diventata una giovane che aveva lasciato la sua città per la capitale, lavorava al tg nazionale, abitava da sola a Campo de’ Fiori, attraversava l’Oceano per andare a correre maratone a New York, usciva di notte. Quando ho avuto la fortuna di innamorarmi, sposarmi e dare alla luce un figlio tutto il mondo intorno mi diceva che ero un’incosciente, e che prima avrei dovuto consolidare una carriera. La prima cosa che mi chiese il medico fu: “vuoi tenerlo?”. Avevo 27 anni, non 15.

Quando è nato nostro figlio, ho capito che non c’è un privilegio più grande al mondo, non c’è carriera che non impallidisca di fronte a un figlio dato alla vita. Ho capito che anche quando facevo cose importanti al lavoro, usavo una parte infinitamente più piccola dell’intelligenza che serve nelle relazioni e nella gestione della vita. Dirigere un tg è una cosa che passa, mettere al mondo una persona e amarla e cercare di accompagnarla è un’opera che resta per sempre.

Ho avuto quattro figli da precaria, mentre tutte le mie colleghe facevano carriera, perché oggi contrariamente a quanto si dice non sono discriminate le donne, sono discriminate le madri. Non per addossare colpe alla mia azienda, che anzi ha avuto comprensione per le mie esigenze, ma per stigmatizzare i modelli lavorativi in generale, che non tengono conto del lavoro di cura, e prevedono solo uno stile di lavoro “maschile”, in cui la vita privata è tenuta fuori. Le donne possono fare carriera, ma solo a patto di essere pronte a lasciare i propri figli molto a lungo.

Incontro – prima del covid e spero di riprendere – centinaia di donne ogni settimana, in giro per tutta l’Italia, da anni: sono ormai decine di migliaia. Quando voglio essere certa di avere tutta la sala dalla mia parte, e di strappare infallibilmente un applauso dico: “noi non chiediamo che le madri possano lavorare di più, ma che le lavoratrici siano più libere di essere madri”. Ovviamente non lo dico per l’applauso, ma perché questa è stata la mia faticosa storia personale, ed è quella di un numero incalcolabile di donne nel mondo, che non chiedono di essere sollevate dai figli, ma libere di essere madri presenti, se lo desiderano. Io conosco quasi solo donne che desiderano essere più presenti, e avere più figli di quelli che hanno (infatti abbiamo tassi demografici da estinzione). Molte amiche e colleghe si sono accorte troppo tardi di essere state ingannate dai diktat della cosiddetta emancipazione, che può essere anche una schiavitù, perché la maggior parte delle donne non fa la dirigente d’azienda, l’avvocato, la politica o la giornalista, ma lavori meno riconosciuti e con scarsissima libertà di gestione, tale da rendere la cura degli affetti più cari un lavoro quasi eroico. E la chiave non è essere sollevate dalla cura, che è la cosa che amiamo di più, ma aiutate a ottimizzare, meglio pagate, più libere. Il sogno delle donne non è avere i figli al nido otto ore al giorno per poter andare a fare le commesse, ma godersi il privilegio di tanti piccoli uomini o donne da far entrare nel mondo. Credo – insieme alla totalità delle donne che incontro – che sia una violenza sulle donne imporre loro modelli di produzione e presenza sul lavoro maschili, e che la vera battaglia sia chiedere un modo di lavorare diverso.

Alle nostre figlie cerco di insegnare che quando sceglieranno cosa fare da grandi, tengano conto del fatto che il più grande potere che potranno raggiungere studiando sarà la libertà di scegliere il loro bilanciamento tra affetti e presenza nel mondo esterno (che non è necessariamente lavoro: ho amiche con dottorati e master che hanno scelto la famiglia senza alcuna frustrazione, certe anzi di avere un privilegio). Credo infatti che la libertà sia davvero il più grande privilegio che si possa avere, e per me che sono cattolica è ovvio che la libertà di ciascun uomo è sacra e intoccabile persino per Dio.














Medico in Olanda: «Per tre volte ha detto “no” ma le ho dato l’eutanasia lo stesso. E lo rifarei»






«Non voleva più morire, non potevo abbandonarla». Parla per la prima volta Marinou Arends, il medico olandese che ha drogato e ucciso un’anziana demente contro il suo volere.
Il medico olandese racconta a Nieuwsuur cosa è successo il 22 aprile 2016, quando ha drogato e fatto l’iniezione letale a un’anziana demente contro il suo volere





Caterina Giojelli, 18 giugno 2020

Si chiama Marinou Arends, è questo il nome della “dottoressa A.” o “Catharina A.”, pseudonimo usato in questi anni dai giornali per proteggere l’anonimato del medico che nel 2016 diede l’eutanasia a una anziana affetta da demenza senile e contro il suo volere. Assolta dal tribunale dell’Aia lo scorso settembre, decisione confermata ad aprile dalla Corte Suprema olandese a cui il giudice aveva rinviato il caso «nell’interesse della legge», oggi la dottoressa, geriatra in pensione, ha deciso di rivelare la sua identità. E spiegare perché «lo rifarei ancora».

L’intervista, la prima rilasciata dal medico a Nieuwsuur, viene registrata montando immagini delle stanze della casa di cura Florence a L’Aia dove l’anziana trascorse le ultime sette settimane di vita, riprese di letti e poltroncine vuote, bozzetti del processo al medico, prime pagine dei giornali e dei dossier sul caso dell'”eutanasia del caffè”, “eutanasia a una demente”. Tutto vortica intorno al racconto del medico e della sua ferrea volontà, fin dal primo giorno di ricovero, di “aiutare” la povera anziana.

«HO SUBITO PENSATO: DEVO AIUTARLA A MORIRE»

La donna ha 74 anni, oltre 50 trascorsi accanto al marito, quando viene portata dai parenti alla Florence; caso vuole ci sia una stanza libera proprio nel reparto della Arends e che la Arends scopra subito che anni prima l’anziana aveva firmato un testamento biologico specificando che avrebbe voluto ricevere l’eutanasia se fosse stata rinchiusa in una casa di riposo. «Il mio primo pensiero è stato “devi fare qualcosa”, “devi prendere sul serio una richiesta di eutanasia». Il medico assicura di averlo già fatto con altri pazienti, avere preso in considerazione ogni domanda di morte assistita. Tanto che a quell’anziano affetto da demenza e che nemmeno ci pensava più – «in realtà qui non ho molti problemi, il caffè è buono, mi piace la vista, mi siedo qui con il mio giornale. Voglio vivere ancora per un po’» -, non l’aveva certo somministrata.

«SI LAMENTAVA SEMPRE DURANTE IL THE»

Ma il caso della settantaquattrenne, quello era diverso: «Quando bevevamo il the, si lamentava sempre della sua condizione terribile, del fatto di non poter più fare nulla, e di essere sempre così stanca. Era sempre triste, triste, ribelle, irrequieta». Della sua “infelicità” l’anziana parla con tutti, Arends è sempre più convinta che darle l’eutanasia sia la soluzione migliore per alleviare le sue sofferenza e il marito, che ha una procura per prendere decisioni su sua moglie, è d’accordo. Ma c’è un problema: nel testamento biologico la donna ha specificato che l’eutanasia avrebbe dovuto esserle erogata solo «su mia richiesta, quando riterrò che sia giunto il momento», e quando «sarò nel pieno delle mie facoltà» per richiederla.

«E SE TI AIUTASSI A MORIRE?», «NO!»

Per Arends il fatto che la donna soffra ora di demenza avanzata non è un’obiezione, «la legge afferma che come medico puoi e hai perfino il dovere di interpretare un testamento»: secondo il medico quella carta basta, non è stata scritta da un addetto ai lavori ma da una persona capace di sfruttare al meglio le proprie capacità e chiarire i propri desideri. Per tre volte Arends chiede alla donna «che ne pensi se ti aiutassi a morire?» e per tre volte l’anziana risponde sconcertata di no, aggiungendo «penso ci stiamo spingendo troppo lontano, morta, no». Ed è questo, paradossalmente, a rinsaldare la volontà della Arends, «un medico deve prendere in considerazione anche il modo in cui vengono pronunciate le risposte», afferma candidamente, «tutte le volte sembrava titubante». In pratica, siccome quelle risposte non erano coerenti alle volontà scritte anni prima, la donna dimostrava di non essere in sé, per il medico era mentalmente incompetente e «io non potevo abbandonarla», privarla dell’occasione di smettere di soffrire.

UN CAFFÈ DROGATO «DI NASCOSTO»

L’eutanasia viene apparecchiata la mattina del 22 aprile 2016. Sono presenti anche il marito dell’anziana, sua figlia e suo genero. Arends decide di non chiedere alla donna ancora una volta se vuole morire, «domanda qualcosa a una persona incapace e otterrai solo una risposta dettata dall’emozione del momento. Sapevo che le sarebbe preso il panico. Avevo visto che tipo di sofferenza le avevo procurato rivolgendole quelle domande settimane prima. Un sacco di paura, frustrazione, rabbia». Per evitarle tutto questo il medico versa della droga nel caffè dell’anziana, senza spiegarle che di lì a poco sarebbe stata uccisa, «l’ho fatto col permesso del marito e della figlia, entrambi hanno dato pieno consenso». Inoltre «non potevamo pensare che fosse cosciente e capace di dire addio. Non era più in grado di capire che sarebbe morta».

L’ANZIANA SI SVEGLIA E INIZIA A DIMENARSI

Il medico non si sofferma su cosa è accaduto dopo, quando l’anziana pare ormai addormentata e le viene praticata la prima delle tre iniezioni necessarie per ucciderla. Perché è qui che avviene l’orrore: l’anziana si sveglia, capisce cosa sta succedendo, inizia a dimenarsi cercando di tirarsi indietro. Ma Arends, imperterrita, con l’aiuto della figlia e del marito dell’anziana che la immobilizzano nel letto, porta a termine la procedura. La donna muore in pochi minuti. In seguito ai fatti la Commissione di controllo dell’eutanasia avrebbe «rimproverato» al medico di essersi «spinta troppo in là», drogando la donna di nascosto e non informandola che sarebbe stata uccisa, nonostante le sue volontà non fossero «chiare», avesse «cercato di reagire» e nel suo testamento biologico avesse scritto che voleva decidere «lei» quando morire. Anche per la procura, a cui la Commissione rinvia il caso, il medico «non ha agito con attenzione e ha oltrepassato una linea invalicabile» nonostante la richiesta scritta di eutanasia fosse «poco chiara e contraddittoria».

«È STATO TERRIBILE MA LO RIFAREI»

Tuttavia Arends viene prosciolta in ogni sede, «non mi sarei aspettata mai di andare in causa, mai», conclude la dottoressa ricordando l’incubo di finire in cella quando capì che avrebbero potuto accusarla «persino di omicidio», «ero convinta di avere agito con attenzione e nei limiti della legge». La Corte Suprema le dà ragione. E a maggior ragione la dottoressa afferma che «rifarei tutto. Immagino che ci siano medici che lo troverebbero un passo troppo al limite (sono oltre duecento i medici olandesi che hanno espresso orrore per la condotta di Arends). Ma io ho dovuto farlo senza il consenso della paziente. È stato un passo tremendamente difficile. Ma per il meglio».

SDOGANATA L’EUTANASIA AI DEMENTI

Quella decisione ha sdoganato in Olanda l’eutanasia per chiunque non sia più in grado di esprimere o rinnovare la propria scelta sul fine vita. Dopo la sentenza della Corte Suprema è caduto anche il paravento dell’autodeterminazione e il mito della morte dignitosa: oggi in Olanda si muore drogati, uccisi a forza, mentre i parenti ti immobilizzano al letto e il medico ti pratica tre iniezioni letali con la convinzione di fare il proprio mestiere: “dovevo aiutarla”, “non potevo abbandonarla”, “lo rifarei”.







mercoledì 17 giugno 2020

VIGANÒ: CHE FARE? DIRE LA VERITÀ. PARLARE DA CRISTIANI: SÌ SÌ, NO, NO.





17 Giugno 2020. Pubblicato da Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, Come vi ricorderete Pezzo Grosso ha rivolto una lettera aperta a mons. Carlo Maria Viganò, chiedendogli: che cosa dobbiamo fare, in questi tempi così difficili per la Chiesa e la fede? Ecco la risposta. Buona lettura. 

§§§



15 Giugno 2020

Caro Tosatti,


ho letto con interesse l’Appello che Pezzo Grosso mi ha rivolto dalle pagine di Stilum Curiae. Trattandosi di una questione molto grave, che sta giustamente a cuore e preoccupa molti Suoi lettori, mi affretto a rispondere.

La risposta che si impone immediatamente al mio animo è quella che troviamo nel Vangelo: “Estote parati, quia nescitis diem, neque horam” (Mt 24, 44). Dobbiamo essere preparati non solo alla venuta del Figlio dell’uomo, ma anche alla prova che la precederà e che ci obbligherà a scegliere da che parte stare: o con Cristo, o contro Cristo.

Se è vero che “Colui che bada al vento non semina mai e chi scruta le nuvole non miete” (Eccle 11, 4), è altrettanto vero che il tempo a nostra disposizione non ci permette di attendere né che cali il vento, né che le nubi che offuscano la Chiesa si diradino, se vogliamo seminare un po’ di bene e raccoglierne il frutto, con la grazia di Dio. Possiamo comportarci come le vergini prudenti: attendere con le lampade accese la venuta dello Sposo – con le lampade della Fede e della Santa Messa, dei Sacramenti e della preghiera. Le vergini stolte, che non si preoccupano di alimentare le loro lampade con l’olio della vita di grazia e della virtù, troppo tardi scopriranno di non poter andare incontro al Signore che viene.

Un’altra cosa importante è saper decifrare quello che sta accadendo in questo momento storico. Dobbiamo imparare a conoscere e valutare i fatti, non soltanto presi in se stessi come singole tessere, ma anche nella loro collocazione nel mosaico complessivo che, alla luce della Fede, ci permette di scoprire l’intero disegno.

Decenni di parole inflazionate che hanno enfatizzato una generica dimensione escatologica dell’esistenza, trascurando la predicazione sui Novissimi, non ci hanno certo preparato a fronteggiare la prova finale, lasciandoci impreparati a difenderci dal nemico, e persino nell’incapacità di riconoscere lui e i suoi subdoli inganni. Alle vuote frasi di chi cerca di circuirci, opponiamo con ferma determinazione le parole eterne del Verbo di Dio contro le quali si schiantano i discorsi politically correct delle vergini stolte. Secondo alcuni, quella del Vangelo è una visione semplicistica che fa orrore a chi, amando il mondo e la sua mentalità falsa e ipocrita, non può amare il Signore, Verità sfolgorante che non ammette deroghe, divisiva come lo è la luce rispetto alle tenebre, il bene rispetto al male.

Impariamo a chiamare le cose con il loro nome, con semplicità e pacatezza; smettiamola di assecondare per quieto vivere le illusioni di chi ci parla di tolleranza e accoglienza solo quando si tratta di far spazio all’errore e al vizio; smettiamola di far nostre le parole magiche come dialogo, solidarietà e libertà, che nascondono l’inganno dell’avversario e celano lo sfruttamento, la tirannide e la persecuzione dei dissenzienti.

Siamo Cristiani, parliamo la lingua di Cristo! “Sia il vostro parlare: Sì, sì. No, no. Il resto viene dal Maligno”. Ci troviamo in guerra contro un nemico che vuole persino decidere le armi con cui eventualmente possiamo resistergli. Lo abbiamo lasciato penetrare fino a profanare i nostri altari, i sacramenti, la SS.ma Eucarestia! Le regole ci sono state imposte per favorire spudoratamente la parte avversa. È venuto il momento di rifiutarci di accettare questa oscena invasione e quanto rende impossibile qualsiasi azione efficace da parte nostra per cacciarlo fuori!

Ecco, la prima cosa da fare è avere la consapevolezza di essere in guerra contro il mondo, la carne e il diavolo. In questa guerra non possiamo rimanere neutrali, né negarla, né tanto meno schierarci col Nemico. Ci troviamo nell’assurda situazione in cui lo stesso nostro comandante pare rifiutarsi di guidarci, anzi sembra quasi flirtare con l’avversario, additandoci come nemici della concordia e fomentatori di scismi, mentre i nostri generali si alleano con l’avversario e ordinano alle truppe di deporre le armi. È evidente che, senza l’aiuto di Dio, cade ogni speranza. Eppure dobbiamo combattere, essere pronti, tenere le lampade accese e i fianchi cinti, certi che con Cristo abbiamo già vinto. Tutto quello che possiamo fare – la preghiera, specialmente il Santo Rosario, la fedeltà ai propri doveri di stato, le responsabilità verso le persone a noi affidate, la testimonianza di Fede e di Carità, l’impegno sociale – si deve attuare secondo le possibilità di ciascuno e conformemente a quanto la Provvidenza avrà voluto disporre. Lasciamoci guidare con totale fiducia dal Signore e comprenderemo cosa ci è richiesto, giorno dopo giorno, momento per momento.

Con Pezzo Grosso riprendo la bellissima Oratio universalis di Clemente XI: Redde me prudentem in consiliis, constantem in periculis, patientem in adversis, humilem in prosperis. Rendimi prudente nei consigli, forte nei pericoli, paziente nelle avversità, umile nella riuscita. Discam a Te quam tenue quod terrenum, quam grande quod divinum, quam breve quod temporaneum, quam durabile quod aeternum. Che io impari da Te quanto è fragile ciò che è terrestre, quanto è grande ciò che è divino, quanto breve ciò che accade nel tempo, quanto durevole ciò che è nell’eternità.

+ Carlo Maria Viganò









mercoledì 10 giugno 2020

Arcivescovo Carlo Maria Viganò. Siamo al 'redde rationem': excursus sul Vaticano II e conseguenze




Monsignor Carlo Maria Viganò, 09-06-2020

Ho letto con molto interesse il saggio di S.E. Athanasius Schneider pubblicato su LifeSiteNews lo scorso 1° Giugno, tradotto poi da Chiesa e post concilio, dal titolo Non vi è volontà divina positiva né diritto naturale per la diversità delle religioni [qui - indice approfondimenti qui]. Lo studio di Sua Eccellenza compendia, con la chiarezza che contraddistingue le parole di chi parla secondo Cristo, le obiezioni sulla presunta legittimità all’esercizio della libertà religiosa che il Concilio Vaticano II ha teorizzato contraddicendo la testimonianza della Sacra Scrittura, la voce della Tradizione e il Magistero cattolico che di entrambe è fedele custode.

Il merito di questo saggio risiede anzitutto nell’aver saputo cogliere il legame causale tra i principi enunciati o implicati dal Vaticano II e il loro conseguente e logico effetto nelle deviazioni dottrinali, morali, liturgiche e disciplinari sorte e progressivamente sviluppatesi fino ad oggi. Il monstrum generato nei circoli dei modernisti poteva all’inizio trarre in inganno, ma crescendo e rafforzandosi, oggi si mostra per quel che veramente è, nella sua indole eversiva e ribelle. La creatura, allora concepita, è sempre la medesima e sarebbe ingenuo pensare che la sua natura perversa potesse mutare. I tentativi di correzione degli eccessi conciliari – invocando l’ermeneutica della continuità – si sono rivelati fallimentari: Naturam expellas furca, tamen usque recurret (Orazio Epist. I,10,24). La Dichiarazione di Abu Dhabi e, come mons. Schneider giustamente osserva, i suoi prodromi del pantheon di Assisi, “è stata concepita nello spirito del Concilio Vaticano II” come conferma fieramente Bergoglio.

Questo “spirito del Concilio” è la patente di legittimità che i novatori oppongono ai critici, senza accorgersi che è proprio confessando quell’eredità che si conferma non solo l’erroneità delle dichiarazioni attuali, ma anche la matrice ereticale che dovrebbe giustificarli. A ben vedere, mai nella vita della Chiesa si è avuto un Concilio che rappresentasse un tale evento storico da renderlo diverso rispetto agli altri: non si è mai dato uno “spirito del Concilio di Nicea”, né lo “spirito del Concilio di Ferrara-Firenze”, e men che meno lo “spirito del Concilio di Trento”, così come non abbiamo mai avuto un “postconcilio” dopo il Lateranense IV o il Vaticano I.


Il motivo è evidente: quei Concili erano tutti, indistintamente, l’espressione della voce unisona di Santa Madre Chiesa, e per ciò stesso di Nostro Signore Gesù Cristo. Significativamente quanti sostengono la novità del Vaticano II aderiscono anche alla dottrina ereticale che vede contrapposto il Dio dell’Antico Testamento al Dio del Nuovo, quasi si potesse dare una contraddizione tra le Divine Persone della Santissima Trinità. Evidentemente questa contrapposizione quasi gnostica o cabalistica è funzionale alla legittimazione di un nuovo soggetto volutamente diverso e opposto rispetto alla Chiesa Cattolica. Gli errori dottrinali quasi sempre tradiscono anche un’eresia trinitaria, ed è quindi ritornando alla proclamazione del dogma trinitario che si potranno sbaragliare le dottrine che vi si oppongono: ut in confessione veræ sempiternæque deitatis, et in Personis proprietas, et in essentia unitas, et in majestate adoretur æqualitas. Professando la vera e sempiterna divinità, adoriamo la proprietà delle divine Persone, l’unità nella loro essenza, l’uguaglianza nella loro maestà.


Mons. Schneider cita alcuni canoni dei Concili Ecumenici che propongono, a Suo dire, dottrine oggi difficilmente accettabili, come ad esempio l’obbligo di riconoscimento dei Giudei nel vestiario, o il divieto per i Cristiani di esser servi di padroni maomettani o ebrei. Tra questi esempi vi è anche la necessità della traditio instrumentorum dichiarata dal Concilio di Firenze, poi corretta dalla Costituzione Apostolica Sacramentum Ordinis di Pio XII. Il Vescovo Athanasius commenta: “Si può legittimamente sperare e credere che un futuro papa o concilio ecumenico corregga le affermazioni erronee pronunciate” dal Vaticano II. Questo mi pare un argomento che, pur con le migliori intenzioni, mina dalle fondamenta l’edificio cattolico. Se infatti ammettiamo che vi possano essere atti magisteriali che, per una mutata sensibilità, siano col passare del tempo suscettibili di abrogazione, di modifica o di differente interpretazione, cadiamo inesorabilmente sotto la condanna del Decreto Lamentabili, e finiamo per dar ragione a chi, recentemente, proprio sulla base di quell’erroneo assunto ha dichiarato “non conforme al Vangelo” la pena capitale, giungendo ad emendare il Catechismo della Chiesa Cattolica. E in un certo modo potremmo, per lo stesso principio, ritenere che le parole del Beato Pio IX nella Quanta cura siano state in qualche maniera corrette proprio dal Vaticano II, così come Sua Eccellenza auspica possa avvenire per Dignitatis humanæ. Degli esempi da lui portati, nessuno è in sé gravemente erroneo né eretico: aver dichiarato necessaria la traditio instrumentorum per la validità dell’Ordine non ha in alcun modo compromesso il ministero sacerdotale nella Chiesa, portandola a conferire invalidamente gli Ordini. Né mi pare si possa affermare che questo aspetto, per quanto importante, abbia insinuato dottrine erronee nei fedeli, cosa che invece è avvenuta solo con l’ultimo Concilio. E quando nel corso della Storia si sono diffuse eresie, la Chiesa è sempre intervenuta prontamente a condannarle, com’è avvenuto al tempo del Conciliabolo di Pistoia del 1786, che del Vaticano II fu in qualche modo anticipatore specialmente dove esso abolì la Comunione fuori dalla Messa, introdusse la lingua vernacolare e abolì le preghiere submissa voce del Canone; ma ancor più quando esso teorizzò le basi della collegialità episcopale, confinando il primato del Pontefice a mera funzione ministeriale. Rileggere gli atti di quel Sinodo lascia stupiti per la formulazione pedissequa degli errori che ritroveremo poi, addirittura accresciuti, nel Concilio presieduto da Giovanni XXIII e Paolo VI. D’altra parte, come la Verità attinge da Dio, così l’errore si nutre ed alimenta nell’Avversario, che ha in odio la Chiesa di Cristo e il suo cuore, la Santa Messa e la Santissima Eucaristia.


Giunge un momento nella nostra vita in cui, per disposizione della Provvidenza, ci è posta dinanzi una scelta determinante per il futuro della Chiesa e per la nostra salvezza eterna. Parlo della scelta tra il comprendere l’errore in cui siamo caduti praticamente tutti, e quasi sempre senza cattive intenzioni, e il voler continuare a volgere altrove lo sguardo o giustificarci.


Abbiamo, tra gli altri errori, commesso anche quello di considerare i nostri interlocutori come persone che, pur nella diversità delle idee e della fede, fossero comunque animate da buone intenzioni, e che qualora riuscissero ad aprirsi alla nostra Fede, sarebbero stati disposti a correggere i loro errori. Insieme a numerosi Padri conciliari, abbiamo pensato l’ecumenismo come un processo, un invito che chiama all’unica Chiesa di Cristo i dissidenti; all’unico vero Dio gli idolatri e i pagani; al promesso Messia il popolo ebraico. Ma, ad iniziare dal momento in cui è stato teorizzato nelle Commissioni conciliari, esso è venuto configurandosi in netta opposizione alla dottrina sino ad allora espressa nel Magistero.


Abbiamo pensato che certi eccessi fossero solo un’esagerazione di chi si era lasciato prendere dall’entusiasmo della novità; abbiamo sinceramente creduto che vedere Giovanni Paolo II attorniato da santoni, bonzi, imam, rabbini, pastori protestanti e altri eretici desse prova della capacità della Chiesa di chiamare a raccolta i popoli per invocare a Dio la pace, mentre l’esempio autorevole di quel gesto diede l’inizio ad una sequela deviante di pantheon più o meno ufficiali, giunti addirittura a veder portato a spalle da alcuni Vescovi l’idolo immondo della pachamama, dissimulato sacrilegamente sotto la presunta apparenza di una sacra maternità. Ma se il simulacro di una divinità infernale è potuto entrare in San Pietro, ciò fa parte di un crescendo che lo spartito prevedeva sin dall’inizio. Numerosissimi Cattolici praticanti, e forse anche gran parte degli stessi chierici, è oggi convinta che la Fede Cattolica non sia più necessaria per la salvezza eterna; si crede che il Dio Uno e Trino rivelatosi ai nostri padri sia lo stesso dio di Maometto [qui]. Lo si sentiva ripetere dai pulpiti e dalle cattedre vescovili già vent’anni fa, ma recentemente lo si sente affermare con enfasi anche dal più alto Soglio.


Sappiamo bene che, forti dell’adagio evangelico Littera enim occidit, spiritus autem vivificat, i progressisti e i modernisti hanno saputo astutamente nascondere nei testi conciliari quelle espressioni di equivocità, che all’epoca parevano innocue ai più ma che oggi si manifestano nella loro valenza eversiva. È il metodo del subsistit in: dire una mezza verità non tanto per non offendere l’interlocutore (ammesso che sia lecito tacere la verità di Dio per riguardo verso una Sua creatura), ma con lo scopo di poter usare il mezzo errore che la verità intera avrebbe dissipato istantaneamente. Così “Ecclesia Christi subsistit in Ecclesia Catholica” non specifica l’identità delle due, ma il sussistere dell’una nell’altra e, per coerenza, anche in altre chiese: ecco aperto il varco alle celebrazioni interconfessionali, alle preghiere ecumeniche, alla fine inesorabile della necessità della Chiesa in ordine alla salvezza, della sua unicità, della sua missionarietà.


Alcuni ricorderanno forse i primi incontri ecumenici si tenevano con gli scismatici d’Oriente, e molto prudentemente con alcune sette protestanti. A parte la Germania, l’Olanda e la Svizzera, i paesi di tradizione cattolica non avevano fin dall’inizio accolto le celebrazioni miste, con pastori e parroci insieme. Ricordo che all’epoca si discuteva di togliere la penultima dossologia del Veni Creator per non urtare gli Ortodossi, che non accettano il Filioque. Oggi sentiamo recitare le sure del Corano dai pulpiti delle nostre chiese, vediamo adorare da suore e frati un idolo di legno, sentiamo Vescovi sconfessare quelle che sino a ieri ci sembravano le scusanti più plausibili di tanti estremismi. Quello che il mondo vuole, su istigazione della Massoneria e dei suoi infernali tentacoli, è creare una religione universale, umanitaria ed ecumenica, in cui sia bandito quel Dio geloso che noi adoriamo. E se questo è ciò che vuole il mondo, qualsiasi passo nella medesima direzione da parte della Chiesa è una scelta sciagurata, che si ritorcerà contro chi crede di poter prendersi gioco di Dio. Le speranze della Torre di Babele non possono essere riportate in vita da un piano mondialista che ha come scopo la cancellazione della Chiesa Cattolica, per sostituirvi una confederazione di idolatri ed eretici accomunati dall’ambientalismo e dalla fratellanza umana. Non ci può essere nessuna fratellanza se non in Cristo, e solo in Cristo: qui non est mecum, contra me est.


Sconcerta che di questa corsa verso l’abisso siano consapevoli in pochi, e che pochi si rendano conto di quale sia la responsabilità dei vertici della Chiesa nell’assecondare queste ideologie anticristiane, quasi a volersi garantire uno spazio e un ruolo sul carro del pensiero unico. E stupisce che ancora ci si ostini a non voler indagare le cause prime della crisi presente, limitandosi a deplorare gli eccessi di oggi quasi non fossero la logica ed inevitabile conseguenza di un piano orchestrato decenni orsono. Se la pachamama ha potuto esser adorata in una chiesa, lo dobbiamo a Dignitatis humanae. Se abbiamo una liturgia protestantizzata e talvolta addirittura paganizzata, lo dobbiamo alle azioni rivoluzionare di Mons. Annibale Bugnini e alle riforme post-conciliari. Se si è firmato il Documento di Abu Dhabi, lo si deve a Nostra Aetate. Se si è giunti a delegare le decisioni alle Conferenze Episcopali – anche in violazione gravissima del Concordato, com’è accaduto in Italia – lo dobbiamo alla collegialità [qui], e alla sua versione aggiornata della sinodalità [vedi]. Grazie alla quale ci siamo trovati con Amoris Laetitia [vedi] a dover cercare un modo per evitare che apparisse ciò che era evidente a tutti, e cioè che quel documento, preparato da una macchina organizzativa impressionante, doveva legittimare la Comunione ai divorziati e ai concubinari, così come Querida Amazonia [vedi] verrà usata come legittimazione delle donne prete (recentissimo il caso di una “vicaria episcopale” a Friburgo) e dell’abolizione del Sacro Celibato. I Prelati che hanno inviato i Dubia [qui - qui] a Francesco, a mio parere hanno dimostrato la stessa pia ingenuità: pensare che dinanzi alla contestazione argomentata dell’errore, Bergoglio avrebbe compreso, corretto i punti eterodossi e chiesto perdono.


Il Concilio è stato utilizzato per legittimare, nel silenzio dell’Autorità, le deviazioni dottrinali più aberranti, le innovazioni liturgiche più ardite e gli abusi più spregiudicati. Questo Concilio è stato talmente esaltato da essere indicato come l’unico riferimento legittimo per i Cattolici, chierici e vescovi, oscurando e connotando con un senso di spregio la dottrina che la Chiesa aveva sempre autorevolmente insegnato, e proibendo la perenne liturgia che per millenni aveva alimentato la fede di un’ininterrotta generazione di fedeli, martiri e santi. Tra l’altro, questo Concilio ha dato prova di essere l’unico che pone così tanti problemi interpretativi e così tante contraddizioni rispetto al Magistero precedente, mentre non ce n’è uno – dal Concilio di Gerusalemme al Vaticano I – che non si armonizzi perfettamente con l’intero Magistero e che necessiti di una qualche interpretazione.


Lo confesso con serenità e senza polemica: sono stato uno dei tanti che, pur con molte perplessità e timori, che oggi si rivelano assolutamente legittimi, hanno dato fiducia all’autorità della Gerarchia con un’obbedienza incondizionata. In realtà penso che molti, ed io tra questi, non abbiamo inizialmente considerato la possibilità di un conflitto tra l’obbedienza ad un ordine della Gerarchia e la fedeltà alla Chiesa stessa. A rendere tangibile la separazione innaturale, anzi, direi perversa, tra Gerarchia e Chiesa, tra obbedienza e fedeltà è stato certamente quest’ultimo Pontificato.


Nella camera lacrimatoria adiacente la Sistina, mentre mons. Guido Marini predisponeva il rocchetto, la mozzetta e la stola per la prima apparizione del “neoeletto” Papa, Bergoglio esclamò: “Sono finite le carnevalate!” [qui], ricusando con sdegno le insegne che tutti i Papi fino ad allora avevano umilmente accettato come distintive del Vicario di Cristo. Ma in quelle parole c’era qualcosa di vero, ancorché detto involontariamente: il 13 Marzo 2013 cadeva la maschera dei congiurati, finalmente liberi della scomoda presenza di Benedetto XVI e sfrontatamente orgogliosi di esser finalmente riusciti ad promuovere un Cardinale che incarnasse i loro ideali, il loro modo di rivoluzionare la Chiesa, di renderne preteribile la dottrina, adattabile la morale, adulterabile la liturgia, abrogabile la disciplina. E tutto questo è stato considerato, dagli stessi protagonisti della congiura, la logica conseguenza e la ovvia applicazione del Vaticano II, secondo loro indebolito proprio dalle criticità espresse dallo stesso Benedetto XVI. Massimo affronto di quel Pontificato fu la liberalizzazione della veneranda Liturgia tridentina, alla quale veniva finalmente riconosciuta legittimità, smentendo cinquant’anni di illegittimo ostracismo. Non a caso i sostenitori di Bergoglio sono gli stessi che vedono nel Concilio il primo evento di una nuova chiesa, prima della quale c’era una vecchia religione con una vecchia liturgia. Non a caso, appunto: quello che essi affermano impunemente, suscitando lo scandalo dei moderati, è quello che credono anche i Cattolici, ossia che nonostante tutti i tentativi di ermeneutica della continuità miseramente naufragati al primo confronto con la realtà della crisi presente, è innegabile che dal Vaticano II in poi si sia costituita una chiesa parallela, sovrapposta e contrapposta alla vera Chiesa di Cristo. Essa ha progressivamente oscurato la divina istituzione fondata da Nostro Signore per sostituirla con un’entità spuria, corrispondente all’auspicata religione universale di cui fu prima teorizzatrice la Massoneria. Espressioni come nuovo umanesimo, fratellanza universale, dignità dell’uomo sono parole d’ordine dell’umanitarismo filantropico negatore del vero Dio, del solidarismo orizzontale di vaga ispirazione spiritualista e dell’irenismo ecumenico che la Chiesa condanna senza appello. “Nam et loquela tua manifestum te facit” (Mt 26, 73): questo ricorso frequentissimo, quasi ossessivo, allo stesso vocabolario del nemico tradisce l’adesione all’ideologia cui esso si ispira; viceversa, la rinuncia sistematica al linguaggio chiaro, inequivocabile e cristallino proprio della Chiesa conferma la volontà di distaccarsi non solo dalla forma cattolica, ma anche dalla sua sostanza.


Quello che da anni sentiamo enunciato, vagamente e senza chiari connotati, dal più alto Soglio, lo ritroviamo poi elaborato in un vero e proprio manifesto nei sostenitori dell’attuale Pontificato: la democratizzazione della Chiesa tramite non più la collegialità inventata dal Vaticano II, ma il synodal path inaugurato al Sinodo per la Famiglia [qui]; la demolizione del sacerdozio ministeriale tramite il suo indebolimento con le deroghe al Celibato ecclesiastico e l’introduzione di figure femminili con mansioni quasi-sacerdotali; il passaggio silenzioso dall’ecumenismo rivolto ai fratelli separati ad una forma di pan-ecumenismo che abbassa la Verità dell’unico Dio Uno e Trino al livello delle idolatrie e delle superstizioni più infernali; l’accettazione di un dialogo interreligioso che presuppone il relativismo religioso ed esclude l’annuncio missionario; la demitizzazione del Papato, perseguita dallo stesso Bergoglio come cifra del Pontificato; la progressiva legittimazione del politically correct: teoria gender, sodomia, matrimoni omosessuali, dottrine malthusiane, ecologismo, immigrazionismo... Non riconoscere le radici di queste deviazioni nei principi posti dal Concilio rende impossibile qualsiasi cura: se la diagnosi si ostina contro l’evidenza ad escludere la patologia iniziale, non può formulare una terapia idonea.


Questa operazione di onestà intellettuale richiede una grande umiltà, anzitutto nel riconoscere di essere stati tratti in errore per decenni, in buona fede, da persone che, costituite in autorità, non hanno saputo vigilare e custodire il gregge di Cristo: chi per quieto vivere, chi per i troppi impegni, chi per convenienza, chi infine per malafede o addirittura per dolo. Questi ultimi, che hanno tradito la Chiesa devono essere identificati, ripresi, invitati ad emendarsi e, se non si ravvedono, cacciati dal sacro recinto. Così agisce un vero Pastore, che ha a cuore la salute delle pecore e che dà la vita per loro; di mercenari ne abbiamo avuti e ne abbiamo tuttora fin troppi, per i quali il consenso dei nemici di Cristo è più importante della fedeltà alla Sua Sposa.


Ecco, come onestamente e serenamente ho obbedito ad ordini opinabili sessant’anni fa credendo che rappresentassero l’amorevole voce della Chiesa, così oggi con altrettanta serenità e onestà riconosco di essermi lasciato ingannare. Essere coerente oggi perseverando nell’errore rappresenterebbe una scelta sciagurata e mi renderebbe complice di questa frode. Rivendicare una lucidità di giudizio sin dall’inizio non sarebbe onesto: sapevamo tutti che il Concilio avrebbe rappresentato più o meno una rivoluzione, ma non potevamo immaginare che essa si sarebbe rivelata così devastante, anche per l’operato di chi invece avrebbe dovuto impedirla. E se fino a Benedetto XVI potevamo ancora immaginare che il colpo di stato del Vaticano II (che il cardinale Suenens definì il 1789 della Chiesa) avesse conosciuto un rallentamento, in questi ultimi anni anche i più ingenui tra noi hanno compreso che il silenzio, per timore di suscitare uno scisma, il tentativo di aggiustare i documenti papali in senso cattolico per rimediare alla loro voluta equivocità, gli appelli e i dubia a Francesco rimasti eloquentemente senza risposta, sono una conferma della situazione di gravissima apostasia cui sono esposti i vertici della Gerarchia, mentre il popolo cristiano e il clero si sentono irrimediabilmente allontanati e considerati quasi con fastidio dall’Episcopato.


La Dichiarazione di Abu Dhabi [qui] è il manifesto ideologico di un’idea di pace e di cooperazione tra le religioni che può avere una qualche possibilità di tolleranza se viene da pagani, privi della luce della Fede e del fuoco della Carità. Ma chi ha la grazia di esser figlio di Dio, in virtù del Santo Battesimo, dovrebbe inorridire alla sola idea di poter costruire una blasfema Torre di Babele in versione moderna, cercando di mettere insieme l’unica vera Chiesa di Cristo, erede delle promesse del Popolo eletto, con i negatori del Messia e con quanti considerano blasfema la sola idea di un Dio Trino. L’amore di Dio non conosce misure e non tollera compromessi, altrimenti semplicemente non è Carità, senza la quale non è possibile rimanere in Lui: qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. Conta poco che si tratti di una dichiarazione o di un documento magisteriale: sappiamo benissimo che la mens eversiva dei novatori gioca proprio su questi cavilli per diffondere l’errore. E sappiamo benissimo che lo scopo di queste iniziative ecumeniche ed interreligiose non è convertire a Cristo quanti sono lontani dall’unica Chiesa, ma sviare e corrompere quanti ancora conservano la Fede cattolica, portandoli a ritenere auspicabile una grande religione universale che accorpi “in un’unica casa” le tre grandi religioni abramitiche: questo è il trionfo del piano massonico in preparazione al regno dell’Anticristo! Che questo si concretizzi con una Bolla dogmatica, con una dichiarazione o con una intervista di Scalfari su Repubblica, conta poco, perché le parole di Bergoglio sono attese dai suoi sostenitori come un segnale, al quale rispondere con una serie di iniziative già predisposte e organizzate da tempo. E se Bergoglio non si atterrà alle indicazioni ricevute, schiere di teologi e chierici sono già pronte a lamentarsi della “solitudine di papa Francesco”, quale premessa per le sue dimissioni (penso ad esempio a Massimo Faggioli in un suo recente scritto). D’altra parte non sarebbe la prima volta che costoro usano il Papa quando asseconda i loro piani, e se ne liberano o lo attaccano appena se ne discosta.


La Chiesa ha celebrato domenica scorsa la Santissima Trinità, e ci propone nel Breviario la recita del Symbolum Athanasianum [qui], ormai proscritto dalla liturgia conciliare e già confinato a due sole occasioni nella riforma del 1962. Di quel Simbolo ormai scomparso rimangono scolpite in lettere d’oro le prime parole: “Quicumque vult salvus esse, ante omnia opus est ut teneat Catholicam fidem; quam nisi quisque integram inviolatamque servaverit, absque dubio in aeternum peribit.”

+ Carlo Maria Viganò
Sant’Efrem, 9 Giugno 2020