giovedì 1 novembre 2018

P. Serafino M. Lanzetta: dalla Gaudium et spes a Humanae vitae






di P. Serafino M. Lanzetta, 31-10-2018
La grave crisi morale di abusi sessuali che investe la S. Chiesa ha radici molto più profonde del cattivo comportamento di alcuni sacerdoti e prelati. E non è sicuramente espressione di quella debolezza umana che i giovani capirebbero più di tutti in quanto essi stessi cadono e si rialzano, come ha insinuato recentemente il card. Baldisseri nella conferenza stampa di presentazione del Sinodo dei giovani (1° ottobre 2018).
Anche le giovani vittime di numerosi predatori clericali capirebbero facilmente questa debolezza? La radice del problema prima di essere morale è dogmatica. A monte c’è il rifiuto della dottrina di Cristo sull’amore umano e sulla sessualità. Dicevamo in un precedente articolo che tale dottrina s’incrina fortemente con una pubblica e “ufficiale” ribellione ad Humanae vitae nella Chiesa.
Mettendo in discussione l’inscindibilità dell’amore coniugale e della procreazione, si aprivano le porte alla giustificazione di ogni possibile unione. Però quella tempesta che infuriò nella Chiesa non sarebbe del tutto comprensibile se non facessimo un ulteriore passo indietro per andare al momento iniziale di quel dissapore cardinalizio circa il divieto degli anticoncezionali, che poi portò all’aperta ribellione a Paolo VI. La protesta si accese pubblicamente, ma già covava sotto le ceneri.
Bisogna affacciarsi dietro le quinte del Concilio Vaticano II e lì scoprire gli inizi dei malumori. Due figure chiavi in tutto ciò: il Cardinale Leo Joseph Suenens, primate del Belgio e lo Schema XIII che poi divenne la Costituzione pastorale Gaudium et spes.
Suenens si definisce nelle sue Mémoires sul Concilio Vaticano II (un testo di 69 pagine dettato dal Cardinale belga immediatamente dopo il Concilio, contenente i suoi ricordi personali e che costituisce i documenti 2784 e 2785 dell’“Archivio Suenens”) padre e iniziatore della Gaudium et spes. Scrive così: «Le schéma XIII, dont je suis le père, l’initiateur», sebbene non ne fosse «extrêmement enthousiaste» per il fatto che Paolo VI aveva inviato alla Commissione mista, il 23 novembre 1965, quattro modi che riaffermavano la dottrina classica della Chiesa sul matrimonio da inserire ai paragrafi 51, 54 e 55 del testo redigendo.
Questi modi tra l’altro riguardavano il chiarimento della posizione della Chiesa sui metodi anticoncezionali, rifacendosi al magistero di Casti Connubi, che il Papa voleva si citasse esplicitamente. C’è da notare che prima di ciò, Paolo VI aveva chiesto a Suenens un testo per una possibile dichiarazione in linea con l’apertura agli anticoncezionali favorita dal primate belga (cfr. Fondo Suenens, 2503).
La reazione di Suenens al vedersi negata quella dichiarazione fu molto dura. Voleva lanciare una campagna tra i Padri conciliari per votare contro il nuovo testo. Soltanto quando fu rassicurato da Mons. Prignon che Mons. Heuschen e il prof. Heylen avevano reso quei modi inoffensivi, e che la questione dei birth control restava in sospeso nel testo conciliare, allora Suenens accettò di votare placet.
La ragione per la quale Suenens era favorevole allo Schema XIII era la speranza di vedere modificata la posizione della Chiesa sui metodi contraccettivi nel capitolo De matrimonio.
Il 7 maggio 1964, egli lancia un baillon d’essai in occasione di una conferenza stampa a Boston, dove dichiara: «La ricerca medica si sta avvicinando alla scoperta di una pillola che semplificherà alle coppie sposate il pianificare le loro famiglie senza violare gli insegnamenti della Chiesa». Come testimonia Werner Wan Laer, fu proprio grazie al card. Suenens che il capitolo sul matrimonio in Gaudium et spes resta uno dei testi più aperti del Vaticano II.
Di più, Suenens, costituito da Paolo VI moderatore del Concilio insieme ad altri 3 Cardinali (Agagianian, Döpfner e Lercaro), era riuscito a introdurre in aula quattro quesiti concernenti la sacramentalità e la collegialità dell’episcopato e la reintroduzione del diaconato permanente. Senza l’appoggio di Paolo VI, che in verità fu molto esitante, e contro il volere di Ottaviani e del segretario del Concilio, Pericle Felici, i Moderatori e Suenens in particolare proposero ai Padri una “votazione orientativa” sui quattro quesiti, prevista per il 17 ottobre 1963, ma pubblicizzata con anticipo da «L’Avvenire d’Italia».
Paolo VIrinviò la votazione e ordinò di bruciare le 3000 schede stampate su ordine del Card. Lercaro. Fu allora che la lunga e ben consolidata amicizia tra il Cardinale belga e Papa Montini cominciò ad incrinarsi; al punto che Suenens rimprovererà a Paolo VI di non aver agito in maniera collegiale nella pubblicazione delle sue encicliche Sacerdotali scaelibatus(1967) e Humanae vitae (1968).
Paolo VI non voleva che in Concilio si menzionasse la questione dei contraccettivi. Suenens racconta nelle sue «Mémoires»che il Card. Agagianian, il quale in quel momento presiedeva, aveva preparato un testo in cui avrebbe detto ai Padri di non trattare quell’argomento. Suenens invece non era d’accordo e modificò quel testo in questo modo: «Tratteremo quest’argomento, ma unicamente in riferimento ai primi principi, senza entrare nei dettagli». Paolo VI si adirò con Suenens e, come riferito da questi, gli disse che in tal modo aveva perso credibilità in Concilio presso i vescovi.
Tuttavia Suenens rimase orgoglioso di quel gesto. Anche un suo collaboratore, il Rettore del Collegio Belga, p. Albert Prignon (1919-2000), gli disse: «Voi avete aperto l’avvenire». E difatti si trattò proprio di questo: di aver aperto un triste avvenire, carico di problemi per il mondo e soprattutto per la Santa Chiesa.
Suenens poteva far affidamento sul testo di Gaudium et spes, dal tenore ottimista e con maglie abbastanza ampie, per le successive ermeneutiche a lui consone. Ma dello Schema XIII (prima XVII) che poi divenne Gaudium et spes non era fiero neppure il p. Henri de Lubac. Non per la medesima convinzione di Suenens, ma per il fatto che, lanciato con un’intenzione troppo pubblicitaria, a giudizio del gesuita francese, «il risultato era mediocre. Nessuna coerenza dottrinale e, più ancora, nessun vigore cristiano. Molti vescovi lo vedono, lo dicono in privato e in pubblico; ma nessun mezzo per rimediarvi pienamente; è troppo tardi».
Quello che era più grave, a giudizio di un altro critico di Gaudium et spes, Mons. Blanchet, era il fatto che, come aveva sottolineato molto bene il card. Siri, si riscontrava «un eccesso di ottimismo, nessuna allusione a ciò che tuttavia è uno dei caratteri del nostro tempo: la diminuzione del senso del peccato».
Suenens invocava la collegialità, tema fortemente dibattuto in Concilio e favorito dalle “aperture” del Card. Parente alle istanze dei collegiali, ma per la quale bisognerà correre ai ripari con la Nota praevia apposta a Lumen gentium. Collegialità però già assente, a giudizio di Suenens, nella scelta di campo di Humanae vitae.
D’altronde era sua convinzione che le maglie di Gaudium et spes fossero abbastanza larghe per permettere un futuro pronunciamento magisteriale a favore dei mezzi anticoncezionali. Così non fu e di qui la sua ribellione al magistero di Paolo VI, che senza dubbio rivestì anche un valore simbolico: mostrò fino a che punto potesse spingersi il divorzio tra le proprie idee e il perenne magistero della Chiesa. Con effetti, senza dubbio, sull’attuale situazione.
Da tutto ciò è bene trarre un elemento di valutazione. La confusione e ribellioni post-conciliari ad Humanae vitae sono legate – sebbene indirettamente – all’incertezza magisteriale del Concilio Vaticano II, specialmente in Gaudium et spes. Non si può semplicemente attribuire la colpa alle ermeneutiche contrastanti nate nella fase ricettiva del Concilio. Fu il Concilio stesso con la sua indeterminatezza dottrinale su vari punti a porre il problema ermeneutico. E furono dapprima i Padri a vedersi, spesso con i loro teologi, dinanzi a tale problema.
Un esempio tra tutti: si assiste a un Paolo VI da un lato e alla Commissione teologica dall’altro che disputano circa il valore costitutivo della Tradizione apostolica. Paolo VI lo riafferma con il Magistero precedente, i periti e i Padri della maggioranza lo tralasciano per motivi ecumenici. Di fatti “vincono” questi ultimi.
Che il problema dell’opposizione ad Humanae vitae sia da ricondurre in ultima istanza a Gaudium et spes risulta anche dal tentativo di riannodare Amoris laetitia alla Costituzione pastorale del Vaticano II in modo da superare l’enciclica di Paolo VI sulla vita con una riappropriazione del magistero conciliare sull’amore dei coniugi e nella famiglia, introducendo una presunta “dignità della persona” nella valutazione morale dei metodi di regolazione delle nascite (cf. AL 82) e giustificando de facto il rapporto coniugale more uxorio. Accanto a questo c’è anche un altro fattore da considerare.
Il sinodo dei vescovi sotto Francesco ha ora conosciuto un nuovo status in cui le istanze da discutere vengono perfino poste dall’uomo, dal popolo, dai giovani. La Chiesa “ascolta” e non più insegna.
L’insegnamento sinodale se approvato dal Sommo Pontefice verrà a far parte del suo magistero ordinario, segno tangibile di un’idea di “Chiesa dal basso”, di un magistero in fieri come un cantiere sempre aperto (o un “ospedale da campo” dove solo si fasciano ferite) e di una sovrapposizione di ruoli tra laici e sacerdozio ministeriale.
Questo nuovo “paradigma sinodale” è una via per riagganciarsi alla collegialità conciliare bloccata dalla Nota previa, ma invocata fortemente da Suenens con una visione preponderante di Chiesa che si fa strada facendo con il consenso (collegiale) della maggioranza? Se così fosse, allora, mentre da un lato il Vaticano II assurgerebbe ancora una volta a paradigma conciliare, dall’altro verrebbe anche usato per una nuova forma di opposizione nella Chiesa al suo magistero perenne.

Un concilio contro la Chiesa! La rottura magisteriale e il suo nuovo inizio è il migliore anestetizzante delle coscienze. Serve ad esorcizzare i fantasmi di una morale cupa e proibitiva. Tutto ciò confermerebbe comunque che la radice ultima della crisi morale odierna dovrebbe essere ricercata nel tentativo ultimo di sovvertire la retta dottrina in nome della pluralità conciliare. Un’ermeneutica senza fine, però, non risolve nessun problema. Anzi ne suscita di nuovi e per di più molto gravi. (P. Serafino M. Lanzetta)








IL CONVEGNO Summorum Pontificum. In aumento le messe tridentine e la riscoperta del sacro




Il popolo del Summorum Pontificum fa il punto annuale sulla diffusione della forma straordinaria della messa. Burke: "Sta aiutando molti sacerdoti". Incoraggianti i dati italiani con numeri in crescita. Sgroi: "Ora serve uno sforzo culturale".



Luisella Scrosati, 01-11-2018 

Venerdì 26 ottobre è iniziato a Roma il VII Convegno Summorum Pontificum
, un convegno che è nato per ringraziare il buon Dio, oltre che papa Benedetto XVI, per aver restituito al Messale del 1962 piena libertà nella Chiesa. La giornata è stata dedicata alla riflessione sulla realtà del “popolo Summorum Pontificum”, cioè, in concreto sulla diffusione della Forma straordinaria del Rito Romano.


Molti sono stati gli interventi, ma è importante soffermarsi almeno su due
. Il primo è quello del Card. Raymond Burke, che ha potuto testimoniare la pazienza, l’interesse e la tenacia con cui Benedetto XVI ha portato avanti il Motu Proprio del 2007. L’idea cara a papa Benedetto, secondo quanto riferito dal Cardinale, era quella di immettere nella Chiesa una boccata di sacralità, che potesse contagiarne tutta la liturgia e venire così incontro al forte desiderio di molti fedeli e sacerdoti, soprattutto giovani, che richiedevano – e non smettono di chiedere – che ogni celebrazione liturgica possa vincere quella forza di gravità spirituale, che inevitabilmente ci schiaccia verso il basso e ci porta a vivere la nostra fede, semplicemente come se fosse un insieme di bei valori. Questa verticalità, questa centralità di Dio e del Mistero erano al centro dell’intento di Benedetto XVI, il quale maturò la sua decisione attraverso il confronto, la riflessione sulle critiche che gli venivano mosse e le repliche puntuali.


Il Cardinale Burke ha tenuto a sottolineare che questo contagio
, in una certa misura, si è in effetti verificato. Parlando della realtà che gli è più nota, quella statunitense, è infatti accaduto che in molte chiese il tabernacolo sia stato riportato in posizione centrale. Parimenti, molti sacerdoti americani gli hanno confidato che aver potuto conoscere la Forma straordinaria è stato per loro una benedizione, che li ha spinti a riappropriarsi della propria identità sacerdotale.


Per quanto riguarda la situazione Italiana
, l’avv. Marco Sgroi, coordinatore nazionale del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum “ha dato i numeri”…


Le Messe in "rito antico" che vengono celebrate in modo regolare
, escludendo quindi quelle occasionali, le Messe “private” (cioè celebrate da un sacerdote da solo) e quelle che, per richiesta dei promotori, non vengono “pubblicizzate”, ed omettendo anche quelle celebrate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X o da sacerdoti sedevacantisti, sono ad oggi 123, di cui 73 settimanali, con un probabile incremento del 270% in dieci anni. Il 78% di queste Messe è celebrato nel centro-nord e solo il 22% a sud di Roma (inclusa) e isole.


Un altro dato interessante è che solo il 15% delle celebrazioni
è assicurato da sacerdoti di istituti che sono sotto la tutela della Pontifica commissione Ecclesia Dei: tutto il resto è opera di sacerdoti diocesani o religiosi. La proporzione numerica potrebbe erroneamente indurre a pensare che il peso degli Istituti Ecclesia Dei sia esiguo. In realtà, questi istituti, oltre a garantire la possibilità di formazione di nuove vocazioni, presso i propri seminari, sono anche dei punti di riferimento stabili anche per il clero diocesano e per i fedeli, grazie al loro incessante apostolato liturgico.


L’avv. Sgroi ha poi messo in rilievo che la partecipazione alla Messa antica
non è solo qualcosa di episodico. Infatti, “iniziano a farsi pian piano più frequenti, benché siano ancora rare, le celebrazioni di prime Comunioni, il conferimento della Cresima, la celebrazione dei matrimoni nelle comunità che praticano abitualmente la liturgia tradizionale. Ciò significa che almeno presso alcuni Coetus Fidelium si è sviluppata anche la preparazione ai sacramenti, cioè una qualche forma di catechismo”.


Il trattamento che è stato e che in parte viene ancora riservato ai fedeli
che desiderano la Messa antica ha spesso provocato quella che Sgroi, non senza un po’ di sana ironia, chiama “la tentazione dell’autoghettizzazione pizzomerlettara”; per sanare questa pericolosa deriva, il coordinatore nazionale CNSP chiede, soprattutto ai laici, di “abbinare all’attività liturgica un’attività di promozione culturale” ed anche “qualche iniziativa caritativa”. Importante anche il richiamo ad uno sforzo per “migliorare il nostro atteggiamento verso chi non conosce ancora la liturgia tradizionale, o la conosce solo attraverso falsi stereotipi negativi, perché talora tendiamo a dimenticare che il cattolico praticante medio – forse anche il sacerdote medio... – è stato deprivato di larga parte degli strumenti culturali e, soprattutto, spirituali necessari per approcciarla”.


In effetti il grande lavoro che abbiamo davanti è proprio di natura culturale e spirituale
, dove per culturale non intendiamo sterili discussioni da salotto, ma ciò che profondamente caratterizza il modo di vivere e di pensare dell’uomo. La corrosione universale ed incessante che ha penetrato la vita dei cristiani, e non solo negli ultimi cinquant’anni, ha bisogno di un lavoro paziente e lungimirante, a partire da se stessi: lavoro di bonifica e di risemina.


Perché la liturgia antica possa liberare tutto il potenziale della propria “vis attractiva”
a vantaggio dei “tanti fedeli che cercano rimedio al disorientamento sempre più diffuso”, come spiega Sgroi, è importante reinserirla nel suo contesto normale, che è quello della vita cristiana integrale della gente comune, per poter risvegliare in tanti fratelli quella sete di Assoluto e di Mistero, che aspetta solo di essere sollecitata. E’ inevitabile che ci siano stati e sempre ci saranno ostacoli, opposizioni, anche subdole o virulente; ma, come scriveva Dante, “non ragioniam di loro, ma guarda e passa”.












mercoledì 31 ottobre 2018

Asia Bibi finalmente libera. Deo gratias!




31 ottobre 2018

Dopo 3.420 giorni di carcere ingiusto e ingiustificato, Asia Bibi è finalmente libera. La madre cattolica di cinque figli è stata definitivamente assolta dalla Corte Suprema, che stamattina ha comunicato pubblicamente il verdetto. Dopo essere stata condannata in primo e secondo grado per false accuse di blasfemia, l’8 ottobre si è tenuta a Islamabad l’udienza finale del processo, presieduta dal presidente della Corte suprema, Mian Saqib Nisar. In quell’occasione, i giudici hanno preso una decisione ma hanno tenuta segreta la sentenza, vietando ai media di parlare del caso a motivo della sua estrema delicatezza. Attualmente, 300 agenti sono stati schierati a guardia del tribunale.


IL CALVARIO DI ASIA BIBI
Oggi Asia Bibi è libera, ma il suo calvario è durato un tempo che pare infinito. Era il 14 giugno 2009 quando la donna cattolica bevve un bicchiere d’acqua per ristorarsi dal lavoro nei campi e fu accusata da due donne musulmane di avere infettato la fonte, in quanto infedele. Ai tentativi delle colleghe di convertirla all’islam, lei rispose: «Il mio Gesù è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l’umanità, Maometto cosa ha fatto per voi?». Asia Bibi venne insultata e picchiata da una folla di musulmani chiamati a raccolta dai muezzin delle moschee. Dopo 5 giorni, il 19 giugno 2009, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam, che non aveva assistito all’alterco, formalizzò l’accusa di blasfemia davanti alla polizia e la madre cattolica fu arrestata e portata via dalla sua casa del villaggio di Ittar Wali (Punjab).

IL MARTIRIO DI ASIA BIBI

Ora che Asia Bibi è libera e il suo martirio è finito, e nella speranza che i giudici abbiano atteso un mese a comunicare il verdetto per dare il tempo di predisporre tutto per la sua fuga dal Pakistan, dove non può più restare visto che sulla sua testa pende ancora una taglia da 500 mila rupie (10 mila dollari), non si può dimenticare che il martirio è stato consapevolmente scelto da Asia Bibi. Scrisse la donna in una lettera datata dicembre 2012:

"Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui»”.


3.420 GIORNI, POI IL MIRACOLO

Asia Bibi è rimasta in carcere 3.420 giorni, quasi 10 anni nei quali non ha potuto vedere i suoi cinque figli Imran, Nasima, Isha, Sidra e Isham, e lo ha fatto per non rinnegare la sua fede in Gesù. Come ha dichiarato a Tempi nel 2014, «il mio più grande desiderio è di poter tornare a vivere con la mia famiglia e mio marito». Come dichiarato ancora a Tempi, non ha mai smesso di credere nella sua liberazione: «Io credo nel nome di Gesù che la potenza della Sua mano mi darà la libertà, proprio come ha fatto con Pietro. Quando si trovava in carcere, lo Spirito Santo è venuto e ha aperto la porta della sua cella. Io mi aspetto un miracolo come questo». Oggi il miracolo è finalmente accaduto. 













lunedì 29 ottobre 2018

Seminario sull'ideologia "gender", Empoli, in 4 incontri




L’Associazione Via Verità Vita ♥ 

Presenta 

Seminario sull’ideologia del gender in 4 incontri 





05-11-2018 ore 21:15 COMPRENDERE il GENDER. 

Dove finisce la libertà e inizia l’ideologia 


14-11-2018 ore 21:15 IDENTITA’ e DIVERSITA’. 

Le nuove discriminazioni 


20-11-2018  ore 21:15 DALLA PARTE DEI BAMBINI 

I doveri dell’istruzione scolastica 


26-11-2018 ore 20:00 Cena di condivisione 

ore 21:30 DALLA PARTE DELLE MADRI 

Il business dell’utero in affitto 



Con la partecipazione di don Gianluca Palermo

-Parroco di Castelmartini, PT-



Ad Empoli, su suggerimento di alcune associazioni e gruppi laicali, con il patrocinio dell’Osservatorio per le Politiche della Famiglia di Cascina (PI), l’associazione Via Verità Vita♥, con sede a Empoli e Pisa, torna a riparlare dell’ideologia del gender, questa volta in 4 serate, fornendo una occasione di approfondimento su temi attuali che riguardano l’amore, lo sviluppo psicofisico, l’antropologia umana, le questioni giuridiche ed il necessario coinvolgimento della scuola. 

Non mancherà neppure il profilo spirituale ed etico perché il filo conduttore è il benessere del bambino in quanto persona, dotata di corpo, mente e anima. 

Il seminario è diretto a tutti, in primis ai genitori,- educatori per eccellenza- e a studenti, insegnanti, liberi professionisti, psicologi, medici, operatori sociali e associazioni. 

Daremo uno sguardo anche alle scuole parentali con Debora Barbieri, consigliere di Via Verità Vita♥. 

A conclusione delle quattro giornate viene rilasciato un attestato di partecipazione da parte di agenzia di formazione accreditata dalla Regione Toscana. 

Intervengono Valerio Lago, presidente dell’Osservatorio per le politiche della famiglia, l’avv. Andrea Gasperini, Renzo Puccetti, medico e docente di bioetica e scrittore, don Francesco Capolupo, cappellano militare, Maria Cristina Del Poggetto, psichiatra, psicoterapeuta e mediatrice familiare, l’avv. Costanza Settesoldi, consigliera dell’Osservatorio per le politiche della famiglia, l’avv. Mauro Domenici del foro di Lucca e don Gianluca Palermo, parroco di Castelmartini (PT). Conclude Andrea Poggianti, consigliere comunale di Empoli. Modera l’avv. Tessa Gnesi, presidente dell’Associazione Via Verità Vita♥.

L’intento è anche quello di ripercorrere le tappe delle idee in un itinerario dal ‘68 ad oggi attraverso fatti e contenuti nuovi che l’ideologia di genere dà alle parole, ai valori, alle libertà, allo scopo di fornire a tutti, gli strumenti per un confronto perché oggi si parla molto di rispetto ed al contempo di libertà di espressione e di religione, come fossero in antitesi.

Gli incontri si tengono nella Chiesa di S. Stefano degli Agostiniani alle ore 21,15, il primo è il 5 novembre sulla “comprensione del gender”, il secondo il 14 novembre su “Identità e diversità”, Gli ultimi due incontri, il 20 ed il 26 novembre guardano a queste tematiche “dalla parte dei bambini” e “dalla parte delle madri” in un itinerario di approfondimento nel mondo scolare ed educativo, per concludersi con gli aspetti etici e giuridici della maternità surrogata.

Il seminario informa in modo semplice e comprensibili a tutti, perché vuole essere divulgativo prima che formativo, perché lo scopo è aiutare tutti a vivere questi tempi, a capirli e a trovare risposte per i nostri giovani, sia come genitore che come docente.

L’iscrizione può essere formalizzata anche durante il seminario ed è possibile partecipare a singoli incontri.



















venerdì 26 ottobre 2018

Elogio della nostalgia


 

by Aldo Maria Valli, 26-10-2018

Il libro si intitola Nostalgia. Going home in a homeless world. È in inglese e l’ha scritto il professor Anthony Esolen, docente di letteratura al Thomas More College of Liberal Arts di Merrimack, nel New Hampshire.

Dico subito che non l’ho letto, ma che ho solo visto la recensione che padre John Zuhlsdorf gli ha dedicato nel suo blog (http://wdtprs.com/blog/2018/10/book-received-nostalgia-going-home-in-a-homeless-world-by-anthony-esolen/), tuttavia il titolo è bastato. Nostalgia: andare a casa in un mondo senza casa: non è proprio questa l’esigenza che tanti di noi avvertono, all’interno della Chiesa cattolica? Tornare a casa, in una casa di nuovo accogliente, una casa che sia veramente la tua, diversa da questa Chiesa che invece, se solo osi far notare che qualcosa non va, ti fa sentire non a casa, ma straniero in patria.

Ripeto, non ho letto il libro e mi limito a prendere spunto dal titolo, che mi ha colpito. Stando a quel che dice il padre Zuhlsdorf, l’opera non è apertamente cattolica, ma è profondamente cattolica la visione del mondo che esprime. Sta di fatto che quella parola, “nostalgia”, secondo me merita oggi una riflessione.
“Sei un nostalgico” è una delle numerose accuse che mi sento rivolgere ogni volta che parlo della Chiesa “di una volta”, dove mi sentivo a casa. Una Chiesa nella quale ti potevi fidare del parroco e del vescovo, senza temere che da un giorno all’altro potessero inventarsi qualche novità ben poco cattolica o potessero mettersi a parlare come esponenti delle Nazioni Unite o come sindacalisti o ambientalisti. Una Chiesa nella quale non si parlava mai di accoglienza e di inclusività, ma era veramente accogliente e inclusiva, nei fatti, perché era chiara nella sua proposta e dunque onesta. Una Chiesa che non faceva nulla, ma proprio nulla, per apparire amica e simpatica, e per questo era una vera Madre, che ti metteva di fronte alle tue responsabilità. Una Chiesa che parlava del peccato e non di non meglio precisate “fragilità”. Una Chiesa che parlava del giudizio divino e non di una generica misericordia. Una Chiesa che raccomandava il timor di Dio e non era tutta gioia e letizia e sorrisi e canti e balli, ma trasmetteva la vera gioia insegnando l’adesione all’eterna legge divina.
Nostalgia, sì. Tanta nostalgia. La provo sempre di più. E non ho nessun problema a definirmi nostalgico, anche se so bene che in Italia la parola ha una marcata connotazione politica che la rende ancora meno praticabile.
Nell’etimologia della parola nostalgia c’è il riferimento all’àlgos, al dolore, mentre nòstos significa il tornare al paese, a casa. La nostalgia è dunque quel dolore lancinante che ti prende quando sei lontano da casa e avverti il bisogno di tornarci. È nostalgia di ciò che conosci bene, delle cose e delle persone tra le quali sei cresciuto. È nostalgia di un mondo del quale ti fidavi e del quale ti sentivi parte.
Ma nella Chiesa di oggi quanto possiamo fidarci? E ci sentiamo veramente a casa?
Sento già l’accusa successiva: in quanto nostalgico, il sottoscritto sarebbe anche tradizionalista, nel senso di legato a un concetto malato di tradizione, come di cosa ferma, immobile, e dunque morta.
Bene, mi piace rispondere che, in quanto cattolico, non sono, né posso essere, storicista. Sicché non cedo alla tentazione, tanto diffusa oggi, anche nella Chiesa, di sostenere che per attuare l’esperienza di fede occorre assumere la storia, e dunque il cambiamento, rigettando la verità assoluta e definitiva. Certo, la rivelazione divina passa attraverso la storia, ma la storia, ovvero il mondo, non è l’unico orizzonte. Il cattolico ha un altro orizzonte, più alto. Un orizzonte soprannaturale.
Ho dunque nostalgia anche di una Chiesa che insegnava il soprannaturale e non se ne vergognava. Una Chiesa che parlava dei Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) e non si poneva problemi di linguaggio politicamente corretto. Una Chiesa che tuonava contro il peccato chiamandolo con il suo nome e ricordando che il peccato può essere mortale, il che significa che, in mancanza di pentimento, condanna l’anima alla dannazione eterna.
Nostalgia, sì, tanta. Nostalgia delle liturgie oneste, pulite, non sguaiate, non “strane”, non animate, non oltraggiate. Nostalgia di tabernacoli visibili, riconoscibili, e non nascosti, non camuffati. Nostalgia di preti vestiti da preti. Di suore vestite da suore. Di laici che non vanno all’ambone a leggere i testi sacri indossano calzoncini corti e canottiere. Nostalgia di certe forme che erano sostanza, perché rimandavano a precisi significati teologici. Nostalgia di buona educazione religiosa. Nostalgia di quella gravitas, di quella dignità e serietà che era patrimonio dei chierici ma anche dei laici, prima dell’impazzimento.
Certo, ci può essere anche una falsa nostalgia, o una nostalgia distorta, per una presunta età dell’oro che in realtà non è mai esistita e che ora viene costruita dalle nostre menti a scopo consolatorio. Ma non voglio cadere in questa trappola. Quella di cui ho nostalgia non è una mitica età dell’oro. No, è la mia casa. Una casa che ho conosciuto bene, ma che è quasi scomparsa.
Padre John Zuhlsdorf spiega che nel libro del professor Esolen si parla anche di Ulisse e della dea Calipso, che cercò di sedurlo, ma lui seppe resistere, perché pensava a Itaca.
E noi pensiamo mai alla nostra Itaca?

Aldo Maria Valli












giovedì 25 ottobre 2018

Caso Cappato - Dj Fabo. Consulta-Pilato, il suicidio assistito sarà presto realtà





Caso Dj Fabo: la Consulta non decide ma passa la patata bollente al Parlamento autorizzandolo a inserire nella legge sulle Dat anche alcuni casi di aiuto al suicidio. Una volta che le Camere avranno fatto questo lavoro sporco sarà agevole per la Corte Costituzionale mantenere il reato di aiuto al suicidio ad eccezione dei nuovi casi previsti. La platea dei candidati all’eutanasia si allargherà a depressi, annoiati dalla vita o disperati per un dolore esistenziale. In questo modo la Corte Costituzionale avrà così messo nelle loro mani una rivoltella per uccidersi.



Tommaso Scandroglio, 25-10-2018

L’ultima puntata della saga giudiziaria di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione radicale Luca Coscioni che nel 2017 aveva accompagnato Dj Fabo nella clinica svizzera Dignitas dove praticano l’eutanasia, era andata in onda presso il Tribunale di Milano nel febbraio del 2018. Allora i giudici della Corte di assise lo avevano assolto dal reato di istigazione al suicidio. In merito al reato di aiuto al suicidio ex art 580 cp i giudici, sospendendo il processo, avevano sollevato eccezione di incostituzionalità presso la Corte costituzionale. Ieri la Consulta ha deciso. Anzi no. Anzi forse.

Partiamo dal comunicato stampa emesso dalla Consulta: “La Corte costituzionale ha rilevato che l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti. Per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 codice penale all’udienza del 24 settembre 2019”. In parole povere: prima il Parlamento legiferi sul fine vita e poi la Consulta deciderà se il reato di aiuto al suicidio è incostituzionale, in parte o in toto. Nel frattempo il processo a carico di Cappato rimane sospeso.

Alcune considerazioni. La prima. Una legge sul fine vita c’è già e non ha compiuto nemmeno un anno. Si chiama “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” del 22 dicembre 2017. In quella legge l’eutanasia, sia nella sua variante commissiva che omissiva, è legalizzata. Però per dare la morte a Tizio è prevista un’unica metodica: occorre che questi viva grazie a delle macchine - pensiamo alla nutrizione, idratazione e ventilazione assistita ad esempio - e dunque è necessario per ucciderlo staccarlo dalle stesse. Sono escluse come pratiche eutanasiche l’iniezione letale e l’aiuto al suicidio. Perciò è fondamentale per i sostenitori della dolce morte ampliare le possibilità per accedere all’eutanasia e così rendere legittimo l’aiuto al suicidio e in futuro anche l’iniezione letale. Infatti, ad esempio, il depresso come potrebbe mai morire dato che non è collegato a nessun presidio vitale da cui, staccandolo, potremmo ucciderlo?

A questi casi fa riferimento la Consulta allorchè afferma che “l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione”. Accettate le premesse erronee la conclusione dei giudici non fa una grinza: se chi è intubato può esercitare il diritto a morire – la legge individua un vero e proprio diritto soggettivo a morire – perché negare questo stesso diritto ad altri soggetti che, per loro “sfortuna”, non sono attaccati a delle macchine da cui dipendono per vivere? Sarebbe discriminatorio. Se morire è un diritto, deve poter essere esercitato in tutte le sue forme: rinuncia di presidi vitali e consegna al paziente di un preparato letale che il paziente assumerà da sé: chiamasi aiuto al suicidio. Ecco quindi che la strategia dei radicali ha funzionato: Cappato si autodenuncia e così si va a processo. Grazie al processo si può chiedere, come hanno fatto gli avvocati di Cappato, che il reato di aiuto al suicidio sia passato al vaglio della Corte Costituzionale. Infine quest’ultima spinge la palla in rete.

Seconda riflessione. La Corte poteva benissimo dichiarare incostituzionale l’art. 580 cp, ma non lo ha fatto. Perché? Proviamo ad abbozzare una risposta. Partiamo da un duplice dato che è certo: alla Corte non piace che il reato di aiuto al suicidio scompaia, altrimenti avrebbero potuto abrogarlo. Ecco il riferimento dei giudici al bilanciamento tra il diritto a morire e alcuni beni costituzionalmente rilevanti. Parimenti ai membri della Consulta non piace l’attuale portata sanzionatoria di questo reato. Infatti, se la Corte avesse ritenuto l’art. 580 intoccabile, avrebbe potuto ritenere infondata o inammissibile la questione di legittimità, ma così non ha fatto, e inoltre non avrebbe chiesto al Parlamento di rivedere la disciplina sull’aiuto al suicidio.

La Corte molto probabilmente ha rilevato che, varata la legge sulle Dat di cui sopra, l’eccezione rappresentata dal reato all’aiuto al suicidio non poteva stare più in piedi: “l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione”. Legalizzata l’eutanasia, perché escludere la modalità dell’aiuto al suicidio per provocare la morte? Sarebbe apparso arbitrario. Di contro – e qui entriamo invece nel regno delle ipotesi – abrogare in tutto o in parte l’art. 580 cp sarebbe stato troppo avventato, perché forse la collettività non è ancora pronta per un tale passo. La soluzione allora è stata interlocutoria: passare la patata bollente al Parlamento. Indicando questa strada, i giudici vogliono che sia il legislatore ad inserire in qualche modo nell’attuale legge sulle Dat l’aiuto al suicidio. Una volta che il Parlamento, entro un anno, avrà fatto questo lavoro sporco, e non potrà sottrarsi a tale compito, sarà agevole per la Consulta affermare che il reato di aiuto al suicidio rimane vigente ad eccezione dei casi e delle modalità previste dalla legge sulle Dat così come modificata dal Parlamento.

In breve la Consulta non ha toccato l’art. 580 perché, probabilmente, da una parte vorrebbe che l’aiuto al suicidio rimanesse reato per alcuni casi: il marito anziano che mette in mano alla moglie malata di Alzheimer del veleno perché lo beva. Casi che rientrano nei “beni costituzionalmente rilevanti”. E su altro versante vorrebbe che, nel rispetto della ratio della legge sulle Dat, l’aiuto al suicidio non solo fosse non sanzionabile, ma addirittura legittimato per altri casi: il medico fornisce al paziente terminale dopo il suo consenso un preparato letale misto a sedativi che sarà assunto dal paziente stesso in una struttura pubblica o convenzionata. In altre parole questi distinguo necessitano non dell’intervento della Consulta, bensì di quello del legislatore che disciplini con accuratezza e precisione quando e come l’aiuto al suicidio è legittimo. E’ per questo che i giudici hanno chiamato in causa il Parlamento.

Detto tutto ciò, la morale è amara: come previsto l’aiuto al suicidio diventerà, nei modi previsti dal Parlamento, legittimo. Questo farà sì che la platea dei candidati all’eutanasia si allargherà: non più solo i Welby, le Eluana e i Dj Fabo – non più solo i disabili gravi e le persone con gravi disturbi di coscienza – ma tutti coloro che depressi o solo annoiati dalla vita o disperati per un dolore esistenziale insopprimibile vorranno farla finita. In sintesi la Corte Costituzionale ha messo nelle loro mani una rivoltella per uccidersi.












sabato 20 ottobre 2018

“TUTTI A ROMA!”. IL PELLEGRINAGGIO INTERNAZIONALE SUMMORUM PONTIFICUM ALLA SUA SETTIMA EDIZIONE





Marco Tosatti

A Roma dal 26 al 28 ottobre si svolgerà la settima edizione del pellegrinaggio “Summorum Pontificum”, un avvenimento particolarmente caro a chi è legato alla messa secondo il vetus ordo. Il pellegrinaggio ormai ha conseguito una stabile collocazione nel panorama delle attività ed iniziative destinate ai sempre più numerosi fedeli che coltivano la fede cattolica al ritmo della liturgia tradizionale.

Il Pellegrinaggio è organizzato dal Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum (CSNP), che collabora in maniera organica con il Comitato organizzatore – il Coetus Internationalis Summorum Pontificum (CISP). Attraverso gli anni e uno stretto contatto con i partecipanti gli organizzatori hanno potuto constatare che il Pellegrinaggio – nato nel 2012, negli ultimi mesi del pontificato di Benedetto XVI, come pubblico e corale ringraziamento per l’emanazione del Motu Proprio Summorum Pontificum – è progressivamente divenuto il catalizzatore di una porzione importante della Chiesa: quel Populus Summorum Pontificum che ne custodisce con integra fedeltà non solo il patrimonio liturgico così come ci è pervenuto lungo i secoli, ma, insieme ad esso, il tesoro dottrinale incorrotto della fede cattolica tutta intera, cui la liturgia tradizionale è indissolubilmente intrecciata.


Appare particolarmente significativo e importante, in un momento in cui la Chiesa cattolica vive tensioni e disgregazioni, che da ogni parte del mondo e della cattolicità accorrano a Roma tanti fedeli a testimonianza concreta della perenne giovinezza e della fervorosa vitalità sia del vetus ordo missae, sia di tutta la Tradizione cattolica, in ogni sua manifestazione.

Quest’anno sarà il Vescovo di Copenaghen, mons. Czeslaw Kozon, a guidare il Pellegrinaggio, che con l’unica eccezione dell’edizione 2017, svoltasi in settembre per coincidere col decennale dell’entrata in vigore del Motu Proprio Summorum Pontificum, si tiene sempre in modo da concludersi l’ultima domenica di ottobre. Quest’anno l’evento si articola in una serie di momenti cardine: la solenne S. Messa di apertura, venerdì 26 ottobre, nella chiesa “culla” del Pellegrinaggio, la SS. Trinità dei Pellegrini; l’indomani, sabato 27, a partire dalle 9,30, l’Adorazione Eucaristica, la grande processione per le vie di Roma, da S. Lorenzo in Damaso fino alla Basilica di S. Pietro. A mezzogiorno è previsto il Pontificale all’altare della Cattedra; a fine pomeriggio, i primi vespri della Festa di Cristo Re, sempre nella chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini; nella stessa chiesa, infine la S. Messa solenne di chiusura la domenica conclusiva, 28 ottobre, Festa di Cristo Re.


Il crescente successo dell’iniziativa ne ha reso sempre più complessa l’organizzazione, affidata ad un pool di volontari coordinati dal CISP, sotto la guida di Giuseppe Capoccia e Guillaume Ferluc, rispettivamente Delegato Generale e Segretario Generale, cui si affianca l’Abbé Claude Barthe, cappellano del Pellegrinaggio. Alcuni aspetti particolari sono affidati alle cure di specifici partners organizzativi: così Oremus Paix Liturgique si occupa dell’ormai consueta e apprezzatissima riunione per il clero che segue il Pontificale in San Pietro, il sabato, mentre Juventutem riunisce i giovani pellegrini; il CNSP si occupa dell’Adorazione Eucaristica e della processione dei fedeli verso la Basilica Vaticana, prima del Pontificale. Quest’anno Oremus Paix Liturgique ha organizzato anche il primo Forum del Populus Summorum Pontificum, che si terrà presso l’istituto di Patristica «Augustinianum» nella mattinata di venerdì 26 ottobre. Si considera che, sulla scia delle precedenti edizioni, sono attesi circa 2000 partecipanti (ma il dato è in tendenziale e costante crescita), e che la gestione del pellegrinaggio è davvero affidata a volontari puri, si può comprendere come si tratti di un’operazione assai impegnativa. Anche sotto il profilo del finanziamento, frutto di donazioni private e delle offerte dei pellegrini, il pellegrinaggio diviene di anno in anno più oneroso: ma va detto che la Provvidenza non ha mai fatto mancare il Suo sostegno, sicché si è sempre potuto far quadrare i conti.

È da auspicare che il coetus fidelium intensifichi la sua presenza e partecipazione, dicono gli organizzatori. “Il Pellegrinaggio romano – dice Marco Sgroi, rappresentante nazione del Summorum Pontificum – è un dono che la Provvidenza ci fa per così dire a domicilio: sappiamo coglierne le potenzialità anche per valorizzare a livello locale l’apostolato liturgico – ma non solo liturgico – cui siamo chiamati, per consolidare i nostri gruppi, per sentirci parte viva di un movimento vivo, per confermarci nella buona battaglia, per dimostrare la nostra gratitudine ai sacerdoti che, spesso a costo di gravosi sacrifici, celebrano per noi la S. Messa tradizionale. È in questo spirito che il CNSP ha adottato una specie di proprio motto per il Pellegrinaggio: tutti a Roma!”.



Il programma del settimo pellegrinaggio internazionale a Roma del popolo Summorum Pontificum

Da venerdì 26 a domenica 28 ottobre si terrà il VII pellegrinaggio internazionale a Roma del popolo Summorum Pontificum. Quest’anno, sarà Mons. Czeslaw Kozon, Vescovo di Copenaghen, a guidare i pellegrini lungo il cammino di S. Pietro.

Il pellegrinaggio del Populus Summorum Pontificum 2018 inizierà ufficialmente alle h. 18 di venerdì 26 ottobre, con la celebrazione di una Messa solenne nella chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini. Sede della parrocchia personale istituita nel 2008 su richiesta di Papa Benedetto XVI, la chiesa, costruita nel sito dell’ostello in cui S. Filippo Neri si prendeva cura dei pellegrini e dei poveri, è il fulcro abituale del pellegrinaggio.

In occasione dei 30 anni della Fraternità sacerdotale San Pietro (FSSP) che ha segnato la prima riconciliazione di una parte dei preti lefebvriani con Roma, gli organizzatori del pellegrinaggio hanno tenuto ad invitare un sacerdote rappresentativo dell’espansione della FSSP nel mondo: don Charles Ike, sacerdote della Nigeria, primo sacerdote devoto alla liturgia tradizionale mai ordinato in Africa sin dalla riforma liturgica.

«Il Motu Proprio Ecclesia Dei Afflicta del 1988, che ha fatto nascere i diversi Istituti Ecclesia Dei, ha preparato il terreno al Motu Propio Summorum Pontificum, permettendo la formazione di una generazione di sacerdoti votati alla celebrazione della liturgia tradizionale. Primo Istituto Ecclesia Dei per numero di membri, circa 300, e per anzianità, la FSSP è anche un partner fedele del Populus Summorum Pontificum per il tramite della parrocchia della Trinità dei Pellegrini, i cui parroci – ieri p. Kramer, oggi p. Sow – ci accolgono sempre volentieri», spiega Giuseppe Capoccia, Delegato Generale del CISP.

Il sabato è la giornata focale del pellegrinaggio, con la processione solenne per le vie di Roma e la Messa pontificale celebrata nella Basilica di S. Pietro. Quest’anno, gli organizzatori hanno invitato a celebrare nella basilica vaticana il Vescovo di Copenaghen, diocesi che comprende tutta la Danimarca, fino alle isole Faroe e alla Groenlandia.

Alle h. 9,30 i pellegrini si ritroveranno nella Basilica di S. Lorenzo in Damaso, in piazza della Cancelleria, per l’Adorazione Eucaristica (sarà possibile confessarsi). Alle h. 10,30 prenderà avvio la processione, imboccando via del Pellegrino per poi raggiungere Ponte Sant’Angelo e di lì piazza San Pietro, dopo aver percorso tutta via della Conciliazione.

La Messa pontificale celebrata da mons. Kozon inizierà a mezzogiorno. Predicherà Sua Eminenza, il cardinale Angelo Comastri, Arciprete della basilica vaticana. I canti della Messa saranno diretti anche quest’anno dal maestro Aurelio Porfiri, che l’anno scorso aveva appositamente composto una Messa per il decennale del Motu Proprio Summorum Pontificum. Quest’anno, proporrà ai pellegrini la Messa cum jubilo insieme a brani della tradizione romana per il proprio.

Alle h. 18, di nuovo nella chiesa della Trinità dei Pellegrini saranno cantati i Primi Vespri della Festa di Cristo Re, presieduti da Mons. François Bacqué, Arcivescovo di Gradisca, che ha servito come Nunzio Apostolico in particolare in Olanda.

Domenica 28 ottobre, Festa di Cristo Re, alle 9,30 sarà celebrata una Messa solenne nella chiesa di Gesù e Maria (Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote – ICRSS – Via del Corso), destinata ai pellegrini che desiderano poi assistere all’Angelus papale, mentre mons. Kozon celebrerà alle h. 11 alla Trinità dei Pellegrini la Messa di chiusura del pellegrinaggio.

Venerdì 26 ottobre, in preparazione al pellegrinaggio, Paix Liturgique e le federazioni internazionali Una Voce e Juventutem, organizzano una giornata di conferenze per esplorare lo sviluppo della forma straordinaria del rito romano nel mondo.

L’incontro si terrà presso l’Istituto di patristica Augustinianum, situato di fronte al Sant’Uffizio, subito fuori da Piazza San Pietro (via Paolo, VI, 25) ed inizierà alle ore 10 (accoglienza dei partecipanti dalle 9.15 in poi, gratuito per il clero).

Sito Internet del pellegrinaggio:

https://populussummorumpontificum.com/de-es-fr-it-pl-pt/