sabato 23 marzo 2019

Quel sentimentalismo che infiacchisce lo spirito e non porta a Dio




di Aldo Maria Valli 23/03/2019

Liturgia, musica sacra, livello culturale nella Chiesa. Il maestro Aurelio Porfiri prosegue nella sua riflessione e punta l’attenzione su quel sentimentalismo zuccheroso che anche attraverso la musica sacra è entrato nella vita della Chiesa deformando la spiritualità cattolica. Perché questa situazione? Solo la conseguenza di una serie di errori o il frutto di una precisa strategia?

A.M.V.


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Nei precedenti interventi ci siamo occupati del basso livello culturale che caratterizza anche la vita della Chiesa. Ora, specialmente nei paesi dell’Occidente, non possiamo negare che il livello culturale medio delle persone si è grandemente alzato. Rispetto al passato, molte più persone possiedono elevati titoli di studio e hanno modo di conoscere e informarsi. Accanto a questo abbiamo però un imbarbarimento dell’offerta culturale, quasi del tutto dominata dalle logiche commerciali. Quindi se da un lato le persone sono in grado si sapere di più e meglio, dall’altro sono esposte al rischio della manipolazione da parte dei mass media e dell’industria culturale, un mondo che dispone di mezzi economici enormi e sa come controllare e manovrare la narrativa. Chi controlla la cultura (Antonio Gramsci docet) ha il controllo della gente.

Anche i buoni cattolici che anzora vanno a Messa sono inevitabilmente il frutto di questa società in gran parte dominata da una narrativa imposta per fini commerciali e ideologici. Quindi, tranne rare e lodevoli eccezioni, le persone che vanno a Messa, come tutte, sono (de)formate da impulsi potentissimi. Proprio per questo sarebbe stato necessario uno sforzo grande, dopo la riforma liturgica, per mantenere alto il livello delle celebrazioni, disporre di musicisti capaci e professionali ed evitare le derive alle quali oggi assistiamo. Ma non è stato così.

La cosa strana è che se devi parlare di teologia, chiami un teologo; se devi parlare di medicina, chiami un medico; se devi parlare di filosofia, chiami un filosofo; invece quando si tratta della musica sacra ecco che ci può mettere mano chiunque. Non ne faccio questione di diplomi, ma di preparazione professionale.

Nel momento di valutare un musicista bisognerebbe porre domande precise. Conosce adeguatamente il repertorio tradizionale della Chiesa? È in grado di valutare il livello qualitativo di una composizione? Conosce bene la liturgia e le sue scansioni rituali? Possiede un livello tecnico adeguato per suonare, dirigere, cantare? Ha una preparazione musicale di base adeguata?

Possedere un curriculum all’altezza del compito richiede studio, tempo, preparazione, approfondimento. Ecco perché senza un investimento in questa direzione ci si consegna al dilettantismo volontaristico che non porta a nulla, se non all’assoggettamento alla narrativa imposta dall’alto. Una narrativa che viene dalla società ma, purtroppo, anche dalla Chiesa.

Ci sono infatti ampi settori della Chiesa che cercano di imporre una certa visione del cattolicesimo, in contrasto con la tradizione della Chiesa stessa. Questa visione, segnata dalla demagogia, dall’enfasi posta sul “popolo” e dalla richiesta di abbassare il livello della proposta per aiutare la “partecipazione”, è ormai trionfante nelle nostre liturgie. E così eccoci al paradosso: mentre le persone hanno mezzi culturali potenzialmente più elevati, si ritiene un bene tenerle nella mediocrità culturale. Una mediocrità che poi inevitabilmente si riflette in una pochezza spirituale.

Ma è vero che le persone non apprezzano più la tradizione musicale della Chiesa? Che non apprezzano le belle forme nella musica, come chiedeva san Pio X? Che fuggono di fronte al bello musicale?

Certamente non è vero. È vero che sono diseducate, ma quando vengono adeguatamente istruite e rese consapevoli dell’effetto spirituale della vera musica sacra, l’apprezzano moltissimo.

Ecco il punto: l’adeguata preparazione. Non è stato proprio il Vaticano II a richiamare l’importanza della formazione liturgica dei fedeli? Invece abbiamo avuto la desertificazione culturale e liturgica.

A mio giudizio dietro c’è una strategia. L’idea è sradicare la vera musica sacra dalla liturgia per sostituirla con una musica in linea con la narrativa dominante, fatta di misericordia senza giustizia. Ecco così la musica dolciastra e sentimentale che domina nelle nostre liturgie, buona per infiacchire ancora di più le già prostrate anime dei fedeli. Chi ha potuto abbeverarsi ad una fonte più pura, sente repulsione per i repertori che vanno per la maggiore nelle nostre parrocchie. Chi conosce la vera musica sacra rifiuta il sentimentalismo zuccheroso della musica attuale.

Il sentimentalismo è la corruzione del sentimento. Mentre quest’ultimo, quando si volge alla religione, può portarci a Dio, il sentimentalismo è un’autocelebrazione. Il sentimentalismo non aiuta a raggiungere Dio ma si autocompiace della propria fragile emozionalità. Una liturgia ripiena di canti all’insegna del sentimentalismo si autodistrugge dall’interno.

Questo sentimentalismo di tono effemminato si sposa con un clima culturale generale di sdilinquimento. E così eccoci in preda a una certa svenevolezza che nulla ha a che fare con la spiritualità cattolica.

Mi chiedo: se ogni chiesa disponesse di un musicista capace e professionalmente formato, sarebbe ancora possibile per questi orribili repertori diffondersi come succede adesso? Forse i problemi non sarebbero eliminati, ma certamente il sentimentalismo incontrerebbe qualche ostacolo, perché un musicista che sappia il fatto suo è in grado di distinguere la vera musica sacra da quella falsa.

Torno a chiedermi: non sarà che questa mediocrità, che si nutre anche dell’estromissione dei bravi musicisti dalla Chiesa, fa il gioco di una certa narrativa che si è imposta a vari livelli? Non sarà che questa mediocrità è uno strumento utile per veicolare messaggi che non potrebbero passare con altrettanta facilità se nei fedeli ci fosse una maggior consapevolezza circa il bello e il sacro?

Aurelio Porfiri













giovedì 21 marzo 2019

I vescovi luterani norvegesi, l’aborto e la “lungimiranza” di certo cattolicesimo



di Aldo Maria Valli, 21/03/2019

Anni fa, a Oslo, durante una cena conobbi un pastore luterano norvegese. Incominciammo a chiacchierare e scoprii che era sposato. Non solo. Era sposato, divorziato e risposato. Con una pastora. A sua volta divorziata e risposata, se non ricordo male.

Temo che l’espressione del mio volto tradì una certa sorpresa, perché il pastore disse: “Lo, so, per voi cattolici romani è difficile capire”. Lo disse con quel tono di condiscendenza che a volte i nordici assumono nei confronti di noi meridionali, e la mia impressione fu che stesse pensando: “Ma prima o poi ci arriverete anche voi”.

All’epoca il papa era Giovanni Paolo II e il sottoscritto pensò: “Questi luterani si credono tanto progrediti ma non hanno capito che, semplicemente, hanno ceduto alle logiche del mondo e tradito i comandamenti divini”. Da povero ingenuo quale sono, ringraziai in cuor mio il buon Dio per avermi fatto nascere cattolico e mi sentii al riparo da certe derive. Ma oggi, tanti anni dopo, e dopo tanto ecumenismo à la page, non sarei più così sicuro.

L’episodio mi è tornato alla mente quando ho letto che i vescovi luterani norvegesi hanno sottoscritto una dichiarazione sull’aborto nella quale dicono che “la Chiesa, come istituzione, nel corso della storia ha mostrato una mancanza di coinvolgimento per la liberazione e i diritti delle donne”.

Mancanza di coinvolgimento per la liberazione e i diritti delle donne?

Vado avanti e leggo: “Una società con accesso legale all’aborto è una società migliore di una società senza tale accesso. Previene l’aborto illegale e promuove la salute e la sicurezza delle donne”.

Sembra la dichiarazione di un partito politico filoabortista. Tanto più che i “pastori”, a scanso di equivoci, si premurano di sottolineare: “Non vogliamo mettere in discussione la legge sull’aborto”.

E potevano mancare le scuse? Certo che no. “Siamo spiacenti. Come Chiesa dobbiamo cambiare il nostro modo di parlare dell’aborto e di prenderci cura delle persone colpite”.

E poteva mancare l’ambiguità? Certo che no. L’obiettivo della Chiesa, scrivono infatti i vescovi, non è tanto mettere in discussione la legislazione (in Norvegia l’aborto è legale fino alla dodicesima settimana di gestazione), e nemmeno mettere in discussione il fatto che il feto sia una vita “che ha valore e chiede protezione”, quanto “promuovere una comunione inclusiva”.

Comunione inclusiva? E che vuol dire?

E poteva mancare l’ambivalenza? Certo che no. E infatti i vescovi, pur lasciando intendere che il feto, tutto sommato, è una persona, alla fin fine difendono la legge che fa dell’aborto un diritto, alla faccia del diritto di quella persona che non ha voce per rivendicare il suo diritto alla vita.

E poteva mancare l’appello al dialogo? Certo che no. Infatti i vescovi luterani dicono, e di nuovo si scusano, che essersi opposti alla liberalizzazione dell’aborto ha peggiorato il dialogo con la società e con le donne.

Mea culpa, ambiguità, ambivalenza, trasformazione del dialogo in nuovo dogma: dove ho già sentito questo repertorio?

E il bello (naturalmente si fa per dire) è che queste prese di posizione dei vescovi luterani arrivano proprio mentre la politica ripensa certe questioni sotto una nuova luce, come dimostra il fatto, per restare alla Norvegia, che il premier Erna Solberg, del partito conservatore, ha parlato di possibile modifica in senso restrittivo della legge sull’aborto per quanto riguarda gli aborti selettivi, e la suprema corte ha riconosciuto il diritto dei medici di non procedere con trattamenti sanitari quando questi siano avvertiti come contrari alla loro coscienza.

Quindi mentre politica e società, perfino in un paese ultra-secolarizzato come la Norvegia, per la prima volta vanno in una direzione meno relativista, ecco che un bell’assist alla mentalità relativista arriva dalla Chiesa luterana. Che certi cattolici corteggiano perché Lutero “ha fatto una medicina per la Chiesa” e noi saremmo indietro di qualche secolo.

Complimenti vivissimi per la lungimiranza.

Aldo Maria Valli



















mercoledì 20 marzo 2019

Gary Cooper e John Wayne, quando le star vincono davvero (dicendo sì a Cristo)





Il Timone, 23-2-19, Ermes Dovico

Sono tra le più grandi star della storia del cinema
e in una classifica pubblicata nel 1999 dall’American Film Institute figurano uno all’11° e l’altro al 13° posto tra gli attori maschili: parliamo dello statunitense Gary Cooper (1901-1961) e del connazionale John Wayne (1907-1979), due icone del western ma capaci di spaziare in diversi altri generi cinematografici. Famosissimi per le loro interpretazioni davanti alla cinepresa, sono invece molto meno note le rispettive storie di successo che vanno oltre gli applausi del mondo e hanno un nome dal gusto eterno: conversione.


GARY COOPER, DALLA PROPRIA VOLONTA’ A QUELLA DI DIO


Partiamo da Gary (Frank James alla nascita) Cooper,
nato nel Montana da genitori britannici e divenuto attore quasi per caso, «per sbarcare il lunario, dopo aver fallito come disegnatore e caricaturista politico», come raccontò alla giornalista Hedda Hopper. Il 15 dicembre 1933 sposò la cattolica Veronica Balfe, attrice appassionata di sport e chiamata dagli amici “Rocky”, che quattro anni più tardi partorì l’unica figlia, Maria. Gary tradì la moglie più volte avendo flirt con alcune delle più belle dive di Hollywood, fino a perdere la testa nel 1948 – sul set del film La fonte meravigliosa – per Patricia Neal, di 25 anni più giovane di lui: la relazione adulterina si spinse al punto che nel ’51 Cooper lasciò la famiglia con l’intenzione di divorziare da Veronica e accasarsi con l’amante, ma qualche tempo dopo tornò sui suoi passi comprendendo il vuoto della sua vita.


Intanto, già nel ’50, era iniziato un lento, tortuoso
ma comunque importante percorso di avvicinamento alla fede. Tre anni più tardi lui e la moglie, all’epoca ancora separati, incontrarono in udienza Pio XII, davanti al quale fece una gaffe (ricordata sull’Osservatore Romano): nell’atto di inginocchiarsi gli caddero le immaginette, le medaglie e i rosari che aveva portato con sé per farli benedire dal Santo Padre. Al di là di quel fugace imbarazzo l’incontro con papa Pacelli lo colpì molto, ma prima del superamento definitivo dei suoi mali (cadde in altri tradimenti) dovette succedere un altro fatto decisivo. Un giorno, di ritorno dalla Messa, la moglie e la figlia presero a parlare di padre Harold Ford, della sua erudizione e simpatia. Gary ne rimase intrigato: «Mi piacerebbe ascoltarlo un giorno». «Bene, vieni con noi», gli rispose Veronica. In breve Gary conobbe padre Harold, il «don Tipo Tosto» come l’aveva ribattezzato e con il quale condivideva tanti interessi. E iniziò ad andare a Messa ogni domenica.


In questo periodo lo aiutò tra l’altro a meditare uno dei Pensieri di Blaise Pascal
, il 553, riferito a Gesù: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Il 9 aprile 1959, Cooper ricevette infine il Battesimo nella Chiesa cattolica. Rispondendo nello stesso anno a Barry Norman che gli chiedeva il perché avesse compiuto quel passo, l’attore, dopo aver ricordato gli anni spesi a fare quasi esclusivamente la sua propria volontà, gli disse: «Lo scorso inverno ho iniziato a soffermarmi un po’ di più su ciò che avevo in mente da tanto tempo [e ho pensato]: Coop, vecchio mio, devi qualcosa a Qualcuno per tutta la tua buona sorte». Pochi mesi più tardi Cooper scopre di avere un tumore alla prostata. Urla contro quel Dio crocifisso a cui aveva da poco detto sì? Niente affatto. La malattia progredisce, il cancro va in metastasi, ma lui è sereno. «Ciò che l’ha aiutato di più è la sua fede», dirà la moglie. «Lui non ha mai chiesto: Perché io? E mai si è lamentato». Ricevette allora molti messaggi, tra cui quelli di John Wayne e san Giovanni XXIII. «Io so che quello che sta succedendo è volontà di Dio. Non ho paura del futuro», dirà pochi giorni prima della morte. Che arriverà il 13 maggio 1961, festa della Madonna di Fatima.


JOHN WAYNE, SCOPRIRE DIO GRAZIE ALLA FEDELTA’ DELLA MOGLIE

Anche John Wayne, al secolo Marion Robert Morrison
, ebbe diverse amanti e addirittura, prima della conversione, divorziò due volte e altrettante volte si ‘risposò’ civilmente. Cresciuto in una famiglia di confessione presbiteriana, il 24 giugno 1933 sposò un’ispano-americana e cattolica devota: Josephine Alicia Saenz. Da lei avrà quattro dei suoi sette figli e a lei deve un pezzo di Paradiso. Anche dopo il divorzio voluto e ottenuto dall’attore (1945), Josephine manterrà fede al sacramento (si risposerà a 17 anni dalla morte di Wayne, già anziana) e pregherà incessantemente per la salvezza eterna del marito, consapevole di essere stata trasformata realmente in «una carne sola» con lui.


Come ha spiegato uno dei 21 nipoti della stella del western
, padre Matthew Muñoz, in un’intervista alla Cna: «Mia nonna Josephine ha avuto un’influenza meravigliosa sulla sua vita e gli ha fatto conoscere il mondo cattolico», coinvolgendolo in vari eventi della Chiesa e raccolte benefiche. Anche per John Wayne il cammino di conversione è stato lunghissimo – ostacolato da una vita non certo esemplare tra adesione alla massoneria, peccati carnali, eccessi nell’alcol e nel fumo (contrarrà un tumore ai polmoni già nel ’64) – ma il salutare influsso esercitato dalla moglie darà alla lunga i suoi frutti facendogli scoprire la bellezza del cattolicesimo.


Un anno prima di morire, già malato di tumore allo stomaco
, ricevette il Battesimo dalle mani dell’arcivescovo di Panama, Marcos McGrath. All’atto del sacramento erano presenti la mamma e lo zio di padre Muñoz, che racconta pure come il nonno si rammaricasse di non essere divenuto cattolico già prima: «Questo fu uno dei sentimenti che espresse prima di morire», lamentando «una vita indaffarata». Il nipote sacerdote ricorda anche i pensieri scritti a mano da Wayne e rivolti al Creatore: «Ha scritto belle lettere d’amore a Dio, ed esse erano preghiere. Erano scritte alla maniera di un bambino e molto semplici ma allo stesso tempo anche molto profonde». Come coloro che tornano bambini per entrare nel Regno dei Cieli.














giovedì 14 marzo 2019

FARMACO BLOCCA-PUBERTA': Triptorelina, le domande a cui Avvenire non sa rispondere




È lecito moralmente "cambiare sesso"? Cosa dicono la Scrittura e il Magistero su riassegnazione del sesso e transessualismo? Ed è lecito bloccare la pubertà senza cambiare sesso? Un lungo articolo di Avvenire sostiene che le risposte a queste domande siano ancora da trovare, ma non è così: legge naturale e magistero della Chiesa sono già chiari al proposito.




VITA E BIOETICA
Tommaso Scandroglio, 14-03-2019

Tiene ancora banco sui media la questione sull’efficacia dell’uso della triptorelina per risolvere problemi psicologici di pre-adolescenti e adolescenti che interessano la cosiddetta disforia di genere. Il farmaco verrebbe usato per bloccare la pubertà. In tal modo, si sostiene, il ragazzo avrebbe tempo per superare i suoi disturbi psicologici - non pressato da un corpo che si sviluppa sessualmente e che non percepisce come proprio - e per decidere se “cambiare sesso”. In questo caso il farmaco sarebbe di aiuto perché permetterebbe di intervenire chirurgicamente e in modo più agevole su un corpo che non ha ancora sviluppato appieno i caratteri sessuali primari e secondari.

Sul tema è intervenuto anche Luciano Moia con un interessante articolo, pubblicato ieri su Avvenire, dal titolo “Farmaco gender, servono chiarezza e misericordia”. L’articolo è interessante perché punta la lente di ingrandimento sugli aspetti nevralgici dell’intera questione triptorelina. Partiamo dalla prima domanda che si pone Moia: «Il ‘cambio di sesso’ è eticamente accettabile?». La risposta che noi diamo è negativa: il “cambio di sesso” è azione intrinsecamente malvagia.

Tentiamo di spiegare le motivazioni. Intanto per “cambio di sesso” si intende una serie di interventi chirurgici e/o di interventi attuati tramite preparati chimici sui caratteri sessuali primari (gonadi maschile e femminile) e secondari (gli organi copulatori e di conserva aspetti morfologici come la impalcatura scheletrica, la peluria, etc.) al fine di renderli differenti dal proprio sesso genetico. Dunque le espressioni “rettificazione sessuale” e “cambiamento di sesso” sono menzognere, perché, ad esempio, l’uomo transessuale si travestirà pure da donna, ma continuerà ad essere uomo dato che i suoi cromosomi rimarranno XY (da tener distinto invece l’intervento di rettificazione sessuale per finalità terapeutiche quando si presentano anomalie, ad esempio morfologiche, a danno delle gonadi o dei genitali: in questi casi l’intervento è lecito quando si tenta di armonizzare il corpo con il sesso cromosomico).

"CAMBIAMENTO DI SESSO", ATTO MALVAGIO

Perché il “cambiamento di sesso” è atto intrinsecamente disordinato? Il motivo sta nel fatto che il sesso è aspetto identitario della persona. Attenzione: non il sesso in generale, bensì il sesso maschile è elemento identitario per gli uomini e il sesso femminile è elemento identitario per le donne. Per quale motivo? La nostra identità – chi siamo noi, quell’unico e irripetibile Mario - risiede primariamente nella nostra anima razionale la quale informa il corpo e comunica a questo la sua identità. Ora il corpo umano è la materia adeguata per ricevere l’anima razionale. Potremmo dire che il corpo umano è la custodia adatta per ricevere l’anima razionale. Da ciò consegue che quella particolarissima anima di Mario – l’identità di Mario - necessita non solo di un corpo umano qualsiasi, ma solo di quel corpo umano, proprio perché quel particolarissimo corpo di Mario è l’unico adatto alla sua altrettanta particolarissima anima.

Ciò vuol dire che l’anima di Mario – il suo irripetibile modo di avere l’essere (identità) – non poteva che informare quella precisissima e irripetibile materia umana che ha avuto al momento del concepimento, con tutte le sue peculiari e uniche caratteristiche costitutive ed essenziali tra cui il sesso maschile. Se l’identità risiede nell’anima razionale e se il corpo, come orma nella sabbia, riproduce in sé dal punto di vista materiale tutte le caratteristiche di quell’unica anima, vuol dire che le sue caratteristiche essenziali riproducono l’identità della persona. E quindi la particolare consonanza dell’elemento fisico con l’anima razionale deve essere rinvenuta anche nel sesso genetico.

In questo senso il sesso maschile e quello femminile sono identitari, perché sono peculiarità di una materia umana che è specchio empirico fedele della nostra identità, quasi che la nostra anima imprimesse il suo carattere nella materia, modificandola, anche nel dato sessuale, per essere a lei adeguata. Questo non significa che l’anima abbia sesso, ma l’anima di Mario ha il suo modo di essere immutabile che, tra gli altri aspetti, è consono solo a un corpo maschile, esige quel corpo maschile: l’identità di Mario espressa dall’anima razionale non può che reclamare un corpo maschile. Ecco perché il sesso maschile e il sesso femminile sono identitari, perché riproducono autenticamente nella materia umana l’identità espressa dall’anima razionale. Mario non può che essere maschio perché solo nella mascolinità troviamo riflessa la sua identità.

Ora se il sesso maschile per l’uomo e quello femminile per la donna sono aspetti identitari tutto ciò che riguarda il sesso maschile deve concordare con tale sesso e tutto ciò che riguarda il sesso femminile deve concordare con tale sesso. E dunque dato che Mario è maschio – e a dircelo sono i cromosomi XY – anche i caratteri sessuali primari e secondari devono essere maschili, così come, nella sfera psicologica comportamentale, i pensieri, le abitudini, etc. devono essere maschili. Il “cambio di sesso” invece, ad esempio, vuole mutare i caratteri secondari non accordandoli al sesso genetico. Dunque vuole mutare tali caratteri in contraddizione con un aspetto identitario della persona (e infatti si parla di identità sessuale).

Da qui la illiceità morale della rettificazione sessuale, proprio perché si sceglie di compiere un’azione contraria alla identità personale. Si violerebbe il principio teoretico di non contraddizione che è alla base anche di tutti i principi morali: dico che Mario è maschio ma opto per un’azione che è “femmina”. Dunque il “cambiamento di sesso” è un’azione intrinsecamente malvagia perché il fine prossimo ricercato è “agire in contraddizione con l’identità della persona”.

Cambiare il colore dei capelli, degli occhi, l’altezza e il peso non contraddice l’identità della persona (semmai la può perfezionare), modificare invece una parte del corpo in distonia con il sesso genetico entra in rotta di collisione con l’identità personale. La persona perciò non può essere divisa in sé stessa altrimenti, usando un termine greco, è κρίσις, ossia scissione, separazione, strappo, lacerazione: una parte maschile (sesso genetico, struttura scheletrica, etc.) e una femminile (es. caratteri primari) nello stesso organismo. Da qui tutti i disturbi psicologici che soffrono le persone transessuali. La persona invece è unità, composta da più parti ma in armonia tra loro.

E quindi dato che il “cambiamento di sesso” è atto intrinsecamente disordinato mai si può compiere sotto il profilo morale, né per un fine ulteriore buono né in alcune circostanze particolari.

Quindi, e veniamo a due ipotesi proposte da Moia, non è lecito “cambiare sesso” né al fine di impedire un suicidio né in stato di necessità, ossia se non ci sono altre soluzioni per restituire benessere al minore. Il fatto che il “cambiamento di sesso” sia azione intrinsecamente malvagia supera in radice anche il principio di totalità richiamato da Avvenire: sacrificare una parte del corpo per il benessere totale della persona. Infatti quel sacrificio è atto di per sé malvagio foss’anche benefico sul piano delle utilità sperate.

SCRITTURA E MAGISTERO SONO CHIARI

Veniamo al profilo teologico ed ecclesiale. Moia dichiara che «il magistero – è bene dirlo subito – non ha mai definito la liceità morale della 'riassegnazione chirurgica'». Vero è che non esistono pronunciamenti specifici del Magistero sul tema, così come non esistono pronunciamenti specifici sul sequestro di persona o sulla necrofilia, ma non perché la Chiesa sia in dubbio sul giudizio morale su tale procedura, ma perché ad oggi non è apparso necessario esplicitare la condanna su simili pratiche già implicita in alcuni suoi documenti. Ciò non toglie che in futuro appaia invece necessario pronunciarsi.

In primis domandiamoci: la Bibbia ha mai condannato il transessualismo? La condanna è implicita in Genesi 1,27: Dio “li creò maschio e femmina”. Se Dio ci crea maschio e femmina appare evidente che dobbiamo rimanere maschio e femmina. In tutto. In merito al Magistero, ricordiamo il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale». Il “cambiamento di sesso” non accetta la propria identità sessuale come abbiamo appena visto. Poi rammentiamo le molteplici catechesi di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo che, per il tema che qui stiamo trattando, si potrebbero sintetizzare in queste parole di Benedetto XVI:

«Il sesso […] non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò”’ (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. […] Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda” (Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2012).

Inoltre rammentiamo il documento del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari: “Non si può violare l'integrità fisica di una persona per la cura di un male d'origine psichica o spirituale. Qui non si danno organi malati o malfunzionanti. Così che la loro manipolazione medico-chirurgica è un'alterazione arbitraria dell'integrità fisica della persona. È per questo che non si può correttamente assumere il principio di totalità a criterio di legittimazione della sterilizzazione antiprocreativa, dell'aborto terapeutico e della medicina e chirurgia transessuale” (Carta degli operati sanitari, n°66, nota 148).

BLOCCARE LA PUBERTA' SENZA CAMBIARE SESSO

Infine veniamo ad un altro quesito, assai interessante, che è sempre presente nell’articolo di Avvenire. E’ lecito bloccare la pubertà di un ragazzo/una ragazza non al fine di “cambiare sesso”, ma al fine di aiutarlo/a a percepirsi psicologicamente come maschio se è sessualmente maschio e come femmina se è sessualmente femmina? Dunque la finalità questa volta sarebbe lecita, ma esiste un principio morale che così recita: «un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). In breve l’atto scelto deve essere proporzionato, congruo, consono al fine buono, altrimenti risulta dannoso. Si tratta del principio di efficacia.

La triptorelina è efficace nel curare i disturbi di disforia di genere bloccando l’ingresso nella pubertà al fine di allineare armoniosamente psiche e corpo? Occorre soppesare i pro e i contra tenendo altresì in conto le probabilità che gli effetti positivi e negativi si verifichino. Da queste colonne abbiamo più volte ricordato gli effetti negativi di tale preparato: ictus, patologie cardiache, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, problematiche in ambito sessuale, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell’appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito. Inoltre, come ricorda Avvenire, c’è la possibilità di indurre il minore in psicosi, di ridurre la sua fertilità e, aspetto forse più rilevante, di provocare un disallineamento tra mente e corpo.

Lo sviluppo fisico può aiutare il minore confuso perché diventa guida psicologica nella crescita; di contro, come rammentava il Centro di Studi Livatino, «il blocco della pubertà e – quindi – anche degli ormoni sessuali potrebbe compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale insieme con i fattori ambientali ed educativi. […] Si induce quindi farmacologicamente un disallineamento fra lo sviluppo fisico e quello cognitivo». Inoltre non ci sono studi approfonditi che possano escludere ulteriori effetti negativi. Infine, se vogliamo registrare altri possibili danni, la commercializzazione di questo farmaco aumenterà esponenzialmente il fenomeno dei baby- trans. E quindi dare semaforo verde alla triptorelina solo per casi eccezionali, porterà di certo al suo uso indiscriminato. Il gioco non varrebbe la candela.

Avvenire invece mette sull’altro piatto della bilancia, non nascondendo invero alcuni effetti dannosi di questo farmaco, anche pareri favorevoli all’uso della triptorelina che provengono dai presidenti della Società italiana di endocrinologia, della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità, della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica e dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere. Ora ci domandiamo, e non è domanda retorica o polemica, ma sincera: queste società scientifiche sono favorevoli all’uso di tale farmaco perché favorevoli al transessualismo? Se così fosse, ovvio che la triptorelina sarebbe il farmaco ideale per “cambiare sesso” in tenera età.

Ma facciamo finta che tali società non siano favorevoli al transessualismo e che dunque il loro placet al farmaco in questione sia dettato dal fatto che esso faccia più bene che male per quel minore che desidera, lui maschio, riconoscersi serenamente come maschio. Visti i pareri discordanti, dovremmo concludere che l’efficacia della triptorelina è oggettivamente controversa. E cosa dice la morale in questi casi, ossia nei casi dubbi? Indica il principio tuzioristico: nel dubbio agisci nel modo più sicuro per il bene del minore. E il modo più sicuro di procedere è quello dell’approccio psicologico, per ipotesi adiuvato anche dai farmaci, ma non dalla triptorelina. Anche in quei casi in cui il minore è a rischio suicidio. Infatti esistono altre soluzioni, oltre alla triptorelina, che possono scongiurare il rischio suicidio e che presentano meno effetti collaterali indesiderati.

In sintesi: il “cambiamento di sesso”, alla luce della ragione, è un’azione intrinsecamente malvagia, che dunque mai può essere compiuta, perché contraddice l’identità personale. La Scrittura e il Magistero lo confermano. Inoltre, ammesso e non concesso che si usi la triptorelina perché si desidera che un ragazzo si percepisca come maschio, allo stato attuale la sua efficacia appare perlomeno controversa e dunque, nel rispetto del principio tuzioristico, è doveroso intraprendere altri percorsi di cura più sicuri.










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giovedì 7 marzo 2019

Eutanasia in Belgio, il boom infernale: +247% in 8 anni




Dal Belgio arriva un nuovo agghiacciante report sull'eutanasia che ha registrato un'impennata spaventosa, del 247%, dal 2010 al 2018. In più, anche in Olanda la situazione della cosiddetta "dolce morte" appare fuori controllo e colpisce i più deboli, come persone affette da demenza e pazienti con problemi psichiatrici, spesso senza che nemmeno venga richiesta.



CULTURA DELLA MORTE
VITA E BIOETICA


di Giuliano Guzzo, 07-03-2019

Negli stessi giorni in cui il Parlamento italiano sta iniziando l’esame di una proposta legislativa sull’eutanasia, dal Belgio arriva un nuovo agghiacciante report sulla cosiddetta «dolce morte». Il documento, pubblicato il 28 febbraio, si riferisce all’anno 2018. A prima vista, esso attesta un aumento solo lieve dei decessi per eutanasia, cresciuti dai 2.309 del 2017 ai 2.357 dello scorso anno. Una crescita contenuta, essenzialmente dovuta, suggeriscono gli esperti, al fatto che i tribunali anche internazionali stanno iniziando finalmente a occuparsi dei casi più controversi.

Risale per esempio al gennaio di quest’anno la notizia dell’interessamento della Corte europea dei diritti umani a pronunciarsi sulla morte della signora Godelieva De Troyer, soppressa in Belgio nell’aprile 2012 con l’eutanasia all’età di 65 anni solo perché «depressa non trattabile», per di più all’insaputa dei familiari. Ma al di là dei singoli casi, uno sguardo più attento a Euthanasie - Chiffres de l’année 2018, questo il nome del rapporto belga, evidenzia comunque una situazione preoccupante. Infatti, se da un lato dal 2017 al 2018 la situazione della «dolce morte» nel Paese pare sotto controllo, dall’altro l’aumento risulta comunque esponenziale dato che, dal momento della sua legalizzazione, nel settembre del 2002, in Belgio l’eutanasia ha iniziato a crescere senza mai più fermarsi, passando dai 349 casi del 2004 ai quasi 2.400 attuali.

A colpire, in particolare, è il confronto tra le morti conteggiate nel 2010, 945, con quelle rilevate lo scorso anno, da cui si evince un’impennata spaventosa, pari al 247% in 8 anni. Numeri sconvolgenti ma che, a detta di alcuni bioeticisti, potrebbero non essere completi di tutti gli effettivi casi di morti procurate nel Paese. Al che, a questo punto, uno potrebbe pensare che il problema, qui, non sia l’eutanasia legale, ma sia il sistema sanitario belga, deficitario di assistenza e controlli. Peccato che le cose non stiano esattamente in questi termini.

Anche in Olanda, infatti, la situazione dell’eutanasia appare fuori controllo. E a certificarlo ancora una volta sono implacabili dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Anche qui, numeri che descrivono un’impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%.

In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica. Il mortifero dilagare dell’Olanda - dove nel 2017 si sono fra l’altro registrate oltre 80 eutanasie su persone affette da demenza e pazienti con problemi psichiatrici, nonché casi di «dolce morte» di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza, senza dimenticare quelli avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte - non fa dunque che confermare come l’altrettanto drammatica esperienza del Belgio sia perfettamente in linea con quella «china scivolosa» che, ogni qualvolta viene legalizzata la morte assistita, disintegra il rapporto medico-paziente, aprendo le porte all’inferno eutanasico.

Ora, dal momento, come si diceva all’inizio, che il nostro Parlamento sarà a breve chiamato a pronunciarsi su una legge che va proprio in questa direzione - e cioè volta, a istituzionalizzare in Italia quella «dolce morte» già introdotta, di fatto, con il biotestamento -, sarebbe il caso di informare onorevoli e parlamentari di quanto accade in Olanda e, appunto, Belgio. Così che ciascuno si assuma fino in fondo le proprie responsabilità e nessuno possa poi dire che non sapeva.













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