lunedì 8 ottobre 2018

Durezza di cuore







Giovanni Scalese

Al di là delle tante considerazioni che si possono fare sul vangelo di questa domenica, mi ha 
particolarmente impressionato il linguaggio che Gesú usa con i farisei. Da notare, come premessa, che Gesú, ai farisei che lo interrogano sulla liceità del divorzio, chiede: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Segno, questo, che egli si attende che essi rispondano citando il sesto comandamento («Non commettere adulterio»). E invece quelli replicano: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Ignorando la legge che proibisce, ricordano l’eccezione che autorizza. Ebbene, per giustificare la deroga fatta da Mosè al comandamento di Dio, Gesú dà la seguente spiegazione: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma».


Mi hanno colpito molto queste parole di Gesú. Oggi un’affermazione del genere sarebbe inconcepibile. A seguito della “conversione pastorale” che la Chiesa ha compiuto negli ultimi cinquant’anni e che ha visto una forte accelerazione nell’ultimo quinquennio, nessuno si sognerebbe di rispondere nel modo in cui ha risposto Gesú. Oggi si direbbe: Per la vostra debolezza, per la vostra fragilità Mosè ha previsto una deroga al comandamento. E invece no; Gesú dice: «Per la durezza del vostro cuore». Si direbbe che, se in questo brano evangelico c’è qualcuno duro di cuore, secondo i parametri dell’odierna pastorale, questi sia proprio Gesú, non certo i farisei, che invece sono preoccupati di trovare nelle pieghe della legge divina, cosí esigente, qualsiasi appiglio per venire incontro alla fragilità umana. Gesú, anziché commuoversi di fronte alle difficoltà, alle prove, alle ferite di un’umanità sofferente, parla di “durezza di cuore”. A quanto pare, Gesú non si fa scrupolo di rinfacciare a questa umanità tanto piagata la sua durezza di cuore. Vogliamo accusare Gesú di insensibilità, di rigidità, di scarso senso pastorale, di chiusura dinanzi alle prove della vita e alla debolezza della natura umana? O, vista la distanza che separa il nostro linguaggio dal suo linguaggio, non sarà piuttosto il caso di interrogarci sulla validità degli attuali metodi pastorali?


Di fronte alla condiscendenza di Mosè e dei farisei verso l’umana debolezza, Gesú non esita a proporre agli uomini il progetto iniziale di Dio in tutta la sua purezza e sublimità. Un ideale astratto, lo si liquiderebbe sbrigativamente ai nostri giorni; un ideale che ignora i limiti oggettivi della nostra condizione creaturale. Se Gesú si mostra cosí esigente con noi, ci sarà pure un motivo. Non è forse venuto nel mondo proprio per risanare l’umanità malata e permetterle di rispondere, con la grazia, alla sua sublime vocazione? Il Concilio di Trento, citando Sant’Agostino, ci assicura: «Dio non comanda l’impossibile; ma, quando comanda, ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché tu possa farlo» (Decreto sulla giustificazione, c. 11; cf Agostino, De natura et gratia, 43, 50).
Q

Pubblicato da Querculanus 












venerdì 5 ottobre 2018

P. Serafino M. Lanzetta. Alla radice della presente crisi della Chiesa






L’autore, in passato appartenente ai Francescani dell’Immacolata, insegna teologia dogmatica alla facoltà teologica di Lugano, in Svizzera, e presta servizio pastorale in Inghilterra, nella St. Mary’s Church di Gosport, diocesi di Portsmouth. Tra i suoi libri si distingue, tradotto anche in inglese: “Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari”, Cantagalli, Siena, 2016.

Di particolare attualità è il suo riferimento, tra le radici dell’attuale crisi, alla contestazione intraecclesiale contro l’enciclica “Humanae vitae”, testo capitale del magistero di Paolo VI, il papa che sarà proclamato santo domenica 14 ottobre.






di Serafino M. Lanzetta

La Santa Madre Chiesa è dinanzi a una crisi senza precedenti in tutta la sua storia. Abusi di ogni tipo, specialmente nella sfera sessuale, sono sempre esistiti tra il clero. Tuttavia, l’epidemia corrente è atipica in ragione dell’intersecarsi di una crisi morale e di una dottrinale, le cui radici sono più profonde del semplice comportamento scorretto di alcuni membri della gerarchia e del clero. Bisogna raschiare la superficie e scavare più in profondità. La confusione dottrinale genera il disordine morale e viceversa; gli abusi sessuali hanno prosperato per tanti anni sotto la copertura della noncuranza, al punto di riuscire a trasformare in modo silenzioso la dottrina relativa alla morale sessuale in un fatto semplicemente anacronistico.

Senza dubbio, come ha detto il vescovo inglese Philip Egan di Portsmouth, questa crisi si dipana su tre livelli: “primo, un presunto catalogo di peccati e di crimini commessi contro i giovani da parte di membri del clero; secondo, i circoli omosessuali centrati attorno all’arcivescovo Theodore McCarrick, ma presenti anche in altre aree della Chiesa; quindi, terzo, la cattiva gestione e la copertura di tutto ciò da parte della gerarchia fino ai circoli più alti”.

Quanto lontano dovremmo andare per identificare le radici di questa crisi? Possiamo considerare, tra l’altro, in modo essenziale due cause morali quali radice principale. Una è legata in modo remoto al problema odierno che affligge la Chiesa, l’altra in modo prossimo.

*

La prima causa può essere individuata nell’opposizione all’interno della Chiesa all’enciclica “Humanae vitae”. Obiettando contro l’indissolubile alleanza tra il principio unitivo e quello procreativo del matrimonio, si faceva strada al tollerare ogni altra forma di unione, giustificandola in nome dell’amore. L’amore doveva essere posto prima e al di sopra della fissità della natura. La contraccezione sarebbe stata vista come un mezzo morale legittimo mediante il quale salvaguardare la priorità della responsabilità dell’uomo rispetto alla legge di Dio, sia naturale che soprannaturale.

In realtà, lo scenario che si apriva fu abbastanza diverso. Difatti, se la procreazione non era più il fine primario del matrimonio, bisognava non solo separarla dall’amore, ma, al contrario, l’amore doveva essere separato dalla procreazione, fino a giustificare una procreazione senza unione quale logica conclusione di un amore senza procreazione. Un amore sterile, isolato dal suo contesto naturale e sacramentale, fu spinto forzosamente nella società e nella Chiesa.

Era in gioco l’identità dell’amore. Come recentemente sottolineato dal vescovo Kevin Doran, presidente della commissione di bioetica della conferenza episcopale irlandese, c’è una “connessione diretta tra la ‘mentalità contraccettiva’ e un numero sorprendentemente così alto di persone che sembrano pronte a ridefinire il matrimonio oggi come relazione tra due persone senza distinzione di sessi”. Egli ha anche aggiunto che se l’atto dell’amore può essere separato dal suo fine procreativo, “allora è anche abbastanza difficile spiegare perché il matrimonio deve essere tra un uomo e una donna”.

La crisi attuale della Chiesa è da un lato la manifestazione di una crisi di identità sessuale, una ribellione ideologica contro il magistero ancorato a una perenne tradizione morale; dall’altro, l’incapacità di guardare al vero problema, cioè, l’omosessualità e i circoli omosessuali tra il clero. Più dell’80 per cento dei casi di abusi sessuali noti commessi dal clero, infatti, non sono casi di pedofilia ma di pederastia. La convinzione che ogni forma di amore deve essere accettata è diventata un luogo comune è ciò in ragione dell’aver allentato il divieto della contraccezione, anche senza cambiare le formule dogmatiche. La vera essenza del Modernismo consiste nel cambiare la teoria con la prassi, abituando le persone agli usi accettati dalla maggioranza.

“Humanae vitae” fu oggetto di una protesta mai vista prima, sollevata dall’interno della Chiesa. Un libro intitolato “The Schism of ’68” descrive tra le altre cose come i cattolici si battevano per un aggiornamento sessuale. “Aggiornamento” era una delle parole-chiavi per interpretare il Vaticano II e i suoi documenti.

Cardinali, vescovi ed episcopati presero attivamente parte in questa ribellione. Il primate del Belgio, cardinale Leo Joseph Suenens, dopo la pubblicazione dell’enciclica riuscì a far pubblicare dall’intero episcopato belga una dichiarazione in opposizione a “Humanae vitae” in nome di una supposta libertà di coscienza. Questa dichiarazione, insieme con quella formulata dall’episcopato tedesco servì da modello per la protesta di altri episcopati. Il cardinale John C. Heenan di Westminster descrisse la pubblicazione dell’enciclica di papa Giovanni Battista Montini sulla trasmissione della vita come “il più grande shock dal tempo della Riforma”. Il cardinale Bernard Alfrink, insieme con nove altri vescovi olandesi, votò perfino a favore di una dichiarazione di indipendenza, la quale invitava il popolo di Dio a rigettare il divieto della contraccezione.

In Inghilterra, più di 50 sacerdoti firmarono una lettera di protesta pubblicata sul “Times”. Tra questi sacerdoti c’era anche Michael Winter, il quale, descrivendo la sua decisione di lasciare il sacerdozio, disse che fu scatenata dalla crisi su “Humanae vitae”. Winter poi si sposò e nel 1985 pubblicò un libro dal titolo “Whatever happened to Vatican II?”, allo scopo di risuscitare l’insegnamento conciliare da ciò che lui percepiva come suo affossamento da parte delle autorità romane. Forse era convinto che la radice della contraccezione, quantunque percepita come supremazia dell’amore, era da ritrovarsi nell’insegnamento del Vaticano II. Winter è anche membro fondatore del Movimento per un clero sposato. Ciò che è veramente sorprendente – Winter non è il solo caso – dal punto di vista del clero è il dramma che alcuni di loro vissero quando, con parole loro, il peso del divieto della contraccezione fu messo sulle spalle dei laici. Come potevano veramente capire – se proprio era tale – una tale sofferenza?

Tuttavia, il punto qui è un altro: se una protesta “ufficiale” contro “Humanae vitae”, guidata da cardinali e vescovi, fu ritenuta legittima in ragione della sua armonia con l’ideologia del momento – non dimentichiamo che in quegli anni il movimento del ’68 era intento a sovvertire la morale cristiana in nome del sesso libero – allora è difficile non vedere perché una mentalità “ufficiale” che giustifica l’omosessualità nel clero e ogni tipo di unione sessuale non avrebbe potuto prendere il sopravvento e un giorno diventare maggioritaria.

“Se la questione è davanti alla barra della coscienza”, come scrisse Tom Burns sul “Tablet” del 3 agosto 1968 (lo stesso editoriale è stato ripubblicato il 28 luglio 2018), ci può sempre essere una coscienza che rigetta la barra come tale. Una coscienza senza la previa illuminazione della verità è come una barca sballottata dalle onde del mare. Prima o poi affonda. La sola coscienza – cioè una coscienza senza la verità – non è coscienza morale. Essa deve essere educata al fine di conseguire il bene e rigettare il male.

Non è un mistero che coloro che sono a lavoro per seppellire definitivamente “Humanae vitae” gioiscono alla promulgazione di “Amoris laetitia”, come se fosse stato finalmente colmato il vuoto dell’amore nell’insegnamento della Chiesa. Un certo sforzo teologico attuale mira a superare “Humanae vitae” con “Amoris laetitia” in modo che questo recente insegnamento di papa Francesco sull’amore nella famiglia sia direttamente legato a “Gaudium et spes” senza nessun riferimento ad “Humanae vitae” e a “Casti connubii”. La tentazione di isolare il Vaticano II rispetto all’intera tradizione della Chiesa è ancora forte. Ma come alla “sola coscienza”, così accade anche a un singolo documento del magistero come “Gaudium et spes” e “Amoris laetitia”. Nessun documento può essere letto alla luce di se stesso, ma solo alla luce dell’ininterrotta tradizione della Chiesa.

*

Dopo un’accesa ribellione, cominciò il silenzio della dottrina. E così veniamo alla radice prossima di questo scandalo: la copertura della dottrina del peccato. La parola “peccato” iniziò a scomparire già dalla predicazione post-conciliare. Il peccato, quale separazione da Dio e offesa contro di lui per ripiegarsi sulle creature, fu ignorato. Questo straordinario vuoto lasciato dalla dottrina del peccato fu riempito da valutazioni psicologiche di una multiforme condizione di debolezza nell’uomo. La teologia spirituale fu sostituita con la lettura di Freud e Jung, veri maestri di molti seminari. Il peccato divenne irrilevante, mentre l’auto-stima e il superamento di ogni tabù, specialmente nella sfera sessuale, divennero le nuove password ecclesiastiche.

D’altra parte, una nuova teologia della misericordia, specialmente quella promossa dal cardinale Walter Kasper, ha favorito una nuova visione della misericordia di Dio quale attributo intrinseco dell’essenza divina (se è così, c’è allora un perdono divino di Dio con Se stesso, dal momento che la misericordia richiede il pentimento e il perdono?) così da superare la giustizia punitiva trasformandola in un amore sempre-perdonante. In questa nuova definizione, la punizione eterna nell’inferno ha ancora qualcosa da dire? La misericordia è diventata un surrogato teologico per coprire (e insabbiare) il peccato, ignorandolo e accogliendolo sotto il manto del perdono. L’idea di Lutero circa la giustificazione non è lontana da questo modo di vedere.

Sarebbe interessante chiedere a coloro che tra il clero commettono questi crimini orribili cosa pensano del peccato. La parola della Sacra Scrittura “… coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne, con i suoi vizi e le sue concupiscenze” (Galati 5, 24), potrebbe apparire facilmente come moralità vecchio stampo, non perché le Parola di Dio sia sbagliata o non ispirata dallo Spirito Santo, ma semplicemente perché proporre un tale insegnamento alla società di oggi sarebbe meramente anacronistico, fuori moda. Lo spirito del mondo – spesso mescolato a un supposto “spirito del Concilio” – ha soffocato la vera dottrina della fede e della morale.

È anche il clericalismo una radice di questa crisi di abusi sessuali? Papa Francesco l’ha ripetuto più volte. Certamente è il potere clericale che si brandisce nella schiavizzazione sessuale di seminaristi e di uomini in formazione. Però è molto difficile capire come il clericalismo possa spiegare la predazione di generazioni di seminaristi se l’omosessualità non gioca nessun ruolo. Sarebbe come dire che un gran bevitore è sempre ubriaco non perché abbia un’abitudine al bere, ma perché ha molti soldi che può spendere nel comprarsi tutto l’alcool che vuole.

Il clericalismo non può essere l’unica risposta, anche perché c’è un’altra sua forma – più sottile, ma spesso ignorata – che è di gran lunga peggiore: fare uso del proprio potere clericale per pervertire la buona dottrina. Il clero facilmente si inventa proprietario del Vangelo, prendendosi licenze di dispensare dai precetti di Dio e della Chiesa secondo la teologia del momento. Quando non ci si attiene più alla retta dottrina della Chiesa, si cade facilmente nel burrone del mero divertimento e del peccato. Al contrario, una vita di peccato senza la grazia di Dio che santifica è il miglior alleato nella manipolazione della dottrina. Dottrina di fede e vita morale vanno sempre insieme.

A modo di sintesi: la radice principale di questo scandalo gravissimo è il modernismo, che oggi è già diventato un post-modernismo. Dal favorire il cambiamento delle formule dogmatiche con lo scorrere del tempo, siamo passati a ignorarle completamente. La dottrina è al sicuro come un libro importante su uno scaffale molto polveroso, ma non ha nulla da dire al palpito della vita quotidiana.

Non ci dovrebbe essere più nessun dubbio circa la vastità di questa crisi e la necessità di intervenire con un’azione tale da sradicare il male alla radice. Però questa azione drastica, che speriamo possa essere presto all’opera, non sarà efficace se prima di tutto non ritorniamo alla verità dell’amore, capendo sapientemente che la mentalità contraccettiva ha portato solo un rigido inverno demografico con una cultura di morte. La contraccezione è un amore sterile che apre alla possibilità di un amore fuori dal suo contesto, oltre se stesso, immaturo. Un amore morto ora minaccia la Chiesa con una visibile ripercussione negli abusi sessuali e negli scandali del clero. La mentalità del mondo ha avuto un violento impatto sulla vita della Chiesa.

Infine, dovremmo pure ritornare a chiamare le cose con il loro nome. Peccato è ancora peccato. Se non abbiamo la forza di farlo, è già segno che esso ha prevalso. Se invece chiamiamo il peccato con il suo nome, allora si prepara la via a sradicarlo.















martedì 2 ottobre 2018

Gli Angeli nella vita dei Santi - Storie straordinarie!






Di Don Marcello Stanzione

La devozione ai Santi Angeli ci stimola potentemente nella nostra ascesa quotidiana verso la santità. Bisognerebbe scrivere un'enciclopedia sui rapporti tra i santi e gli angeli perché è infinito il numero dei cristiani santi che hanno avuto una grande familiarità con gli spiriti celesti.

San Francesco d'Assisi nacque verso il 1182 e dopo una gioventù libertina si convertì e ricevette da Dio le stigmate. Il suo biografo San Bonaventura da Bagnoregio così descrive questo episodio della vita di San Francesco:

« Una mattina, verso la festa dell'Esaltazione della Croce, mentre pregava in un luogo appartato del monte, vide scendere dal cielo un Serafino con sei ali infuocate e risplendenti. Quando questi, con volo rapidissimo, giunse nell'aria vicina al luogo dov'era l'uomo di Dio, tra le ali apparve l'immagine di un uomo crocifisso... Delle ali due si alzavano sul capo, due si aprivano al volo e due ne ricoprivano tutto il corpo. A questa vista il Santo rimase stupefatto, mentre il suo cuore fu preso da un sentimento misto di tristezza e di gaudio. Si rallegrava, infatti, dello sguardo grazioso col quale si vedeva guardato da Cristo apparsogli sotto l'immagine di un Serafino; ma, a vederlo crocifisso, l'anima sua si sentiva trapassata dalla spada d'una dolorosa compassione. Era sommamente meravigliato per questa visione che gli sembrava incom¬prensibile, sapendo bene che il dolore della passione non si concilia in alcun modo con la beatitudine di un Serafino. Alla fine, però, il Signore gli fece comprendere che tale visione era stata offerta ai suoi occhi dalla provvidenza divina, affinché questo amico di Gesù Cristo fosse preavvertito che sarebbe stato totalmente trasformato per assomigliare a Cristo Crocifisso, e non col martirio della carne ma con l'incendio amoroso del suo spirito. Quando la visione scomparve, lasciò nel cuore di Francesco un meraviglioso fervore ma anche nella carne di lui erano rimasti impressi i segni non meno meravigliosi della passione di Cristo. Subito, infatti, cominciarono ad apparire nelle mani e nei piedi di lui i segni dei chiodi, come poco prima l'immagine dell'uomo crocifisso ».

Sempre San Bonaventura racconta un altro episodio angelico nella vita di San Francesco:

« Essendo egli tanto debole a causa delle sue infermità ebbe il desiderio di ascoltare il suono di qualche strumento a sollievo del suo spirito. Ed ecco che a soddisfare il desiderio del Santo venne una schiera di angeli ». Questa musica celestiale fu udita anche dagli altri frati che si trovavano presso il Santo.

Santa Teresa d'Avila (1515-1582), grande Riformatrice dell'Ordine Carmelitano, ebbe numerosi incontri con gli Angeli, fu la prima donna ad essere proclamata Dottore della Chiesa. Santa Teresa fu la mistica che ebbe il più misterioso incontro tra un essere umano e un essere celeste. Tale storico incontro fu reso famoso dal grande scultore Bernini che scolpì "L'estasi di Santa Teresa". La mistica spagnola così descrive tale incontro celestiale:

« Vedevo vicino a me, sul lato sinistro, un Angelo con sembianze corporee. Era piccolo e molto bello; con il suo viso appassionato pareva essere tra i più elevati tra coloro che sembrano incendiati d'amore, che io chiamo Cherubini poiché non mi hanno mai rivelato il loro nome. Ma vedo chiaramente nel cielo una così grande differenza tra certi Angeli e altri che non saprei nemmeno spiegarla. Vedevo dunque l'Angelo che teneva in mano un lungo dardo in oro, la cui estremità di ferro pareva infuocata. Mi sembrava che lo conficcasse dritto nel mio cuore, fino a giungere alle viscere. Quando lo estrasse, si sarebbe detto che il ferro le avesse portate via con sé e mi lasciò tutta immersa in un infinito amore per Dio. Il dolore era così vivo che mi faceva emettere grida fortissime. Ma la soavità procuratami da quell'incomparabile tormento è così immensa che l'anima non poteva desiderarne la fine, né accontentarsi di altro al di fuori di Dio. Non è una sofferenza corporale, bensì Spirituale... È uno scambio d'amore così dolce tra Dio e l'anima che supplico il Signore di degnarsi, nella sua immensa bontà, di elargirne altrettanto a coloro che presteranno fede alle mie parole ».

La beata Agnese da Montepulciano (1268-1317) ricevette dieci volte la Santa Comunione dalle mani di un Angelo e fu più volte consolata dalle visioni degli Angeli dai quali ricevette anche l'ordine di costruire un nuovo monastero.

Sembra che le attività degli Angeli siano state uno degli oggetti preferiti della contemplazione di San Tommaso d'Aquino (1225-1274). Per ricompensare la dedizione del suo affezionato segretario, fra Reginaldo da Priverno, compose il "De substantiis separatis", che è un trattato sugli Angeli. San Tommaso tratta spesso degli Angeli nella Somma teologica e nella Somma filosofica. Gli Angeli custodi, scrive nella sua prima grande opera, ci istruiscono illuminando le nostre immagini, fortificando il lume della nostra intelligenza, portandoci ad una migliore conoscenza delle cose.

Santa Giovanna d'Arco (1412-1431), patrona della Francia, era una semplice contadinella quando, ispirata da Dio, lasciò la casa paterna per farsi guerriera e liberare la Francia dagli invasori inglesi. Accusata ingiustamente di eresia morì martire sul rogo. Santa Giovanna d'Arco fornì ai giudici questa preziosa testimonianza di come gli Angeli le affidassero il compito di riscattare la patria e la guidarono nelle mosse da compiere:

« Quando avevo all'incirca tredici anni cominciai a udire la voce di Dio che mi guidava e la prima volta provai una grande paura. Sentii quella voce, durante l'estate, nel giardino di mio padre, verso il mezzogiorno... essa proveniva dal lato destro dov'era la chiesa e di rado la sentivo senza vedere anche un forte chiarore nella stessa direzione. Sentii la voce tre volte e compresi che si trattava della voce di un Angelo... la prima volta pensai che fosse l'Arcangelo Michele ed ebbi molta paura; successivamente lo vidi molte volte, prima di sapere che era proprio lui. Vidi l'Arcangelo e gli Angeli con questi miei occhi così come vedo voi. E quando si allontanarono da me piansi perché avrei voluto che mi portassero con loro... Dissi alla voce che ero una povera ragazza e che non sapevo né cavalcare né fare la guerra ».

Santa Angela da Foligno così scrisse riguardo agli spiriti celesti:

« Provavo una tale gioia per la presenza degli Angeli e i loro discorsi mi riempirono di così tanta felicità che non avrei mai creduto che i santissimi Angeli fossero così gentili e capaci di donare alle anime tali delizie. Avevo pregato gli Angeli, in modo particolare i serafini, e i santissimi custodi mi dissero: ora ricevi quello che i serafini possiedono e potrai così partecipare alla loro gioia ».

Un'altra volta la Beata Angela da Foligno così scrisse:

« Scorsi nella mia anima due gioie perfettamente distinte: una proveniva da Dio, l'altra dagli angeli e non si assomigliavano. Ammiravo la magnificenza di cui il Signore era circondato e chiesi come si chiamava ciò che stavo osservando. Sono i Troni - disse la voce. La moltitudine era abbagliante e infinita tanto che, se il numero e la misura non fossero leggi della creazione, avrei creduto che la folla sublime davanti ai miei occhi fosse innumerevole e smisurata. Non scorgevo né l'inizio né la fine di quella folla il cui numero trascende le nostre cifre ».

Sant'Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, parla degli Angeli nel suo libro "Esercizi Spirituali”, del 1535. Nelle regole volte al maggior discernimento degli spiriti, S: Ignazio annota:

« Prima regola: è proprio di Dio e degli Angeli conferire nei loro motivi vera letizia e gioia spirituale, togliendo ogni tristezza e ogni turbamento a cui induca il nemico ».

L'Angelo è quindi per S. Ignazio di Loyola il messaggero della vera armonia, e quando entriamo in comunicazione con lui, corpo e anima esultano e abbandonano qualsiasi legame insito nella fragilità della nostra condizione. Per S. Ignazio a seconda della nostra intima disposizione ad accogliere l'Angelo, esso diventa consolatore o vendicatore come scrive nella settima regola:

« A quelli che procedono di bene in meglio, l'Angelo buono tocca l'anima in modo dolce, lieve e soave, come goccia d'acqua che entri in una spugna; e il cattivo gli la tocca invece pungentemente, e con rumore e disturbo, come quando la goccia d'acqua cada nella pietra; e a quelli che procedono di male in peggio, i suddetti spiriti toccano in modo contrario essendo la disposizione dell'anima ad essere contraria o simile a tali Angeli, infatti, quando è contraria, essi entrano con strepito e facendosi sentire, percettibilmente; mentre quando è simile, lo spirito entra in silenzio come in casa sua a porta aperta ».

Questo insegnamento sugli Angeli di S. Ignazio fu accolta e vissuto da numerosi santi gesuiti che diffusero il culto agli Angeli custodi. San Francesco Saverio, prossimo ad andare in Giappone, così scriveva ai suoi confratelli di Goa in India:

« Vivo nella grande speranza che Dio mi stia per concedere la grazia della conversione di questi paesi, poiché non fidando in me stesso, ho posto ogni mia fiducia in Gesù Cristo, nella Santissima Vergine Maria e in tutti i nove Cori degli Angeli, fra i quali ho eletto per protettore il Principe e Campione della Chiesa militante San Michele; e non poco spero in quell'Arcangelo alla cui speciale cura è stato affidato questo gran regno del Giappone. Ogni giorno mi raccomando a questi in modo particolare e a tutti gli Angeli custodì dei giapponesi ».

Un altro santo gesuita fu San Luigi Gonzaga (1568-1591) da uno scritto del quale apprendiamo i suoi propositi e le sue pratiche in onore dei santi Angeli:

« Ti immaginerai di trovarti fra i nove Cori degli Angeli che stanno facendo orazione a Dio e cantando quell'inno: "Sanctus Deus Sanctus fortis, Sanctus Immortalis, Miserere nobis", però ripetendolo tu ancora nove volte, farai con essi la loro orazione. All'Angelo custode ti raccomanderai particolarmente tre volte al giorno: la mattina con l'Angele Dei, la sera con la stessa orazione e durante il giorno quando vai in chiesa a visitare gli altari. Fa' conto che dal tuo Angelo devi essere guidato come un cieco, che non vedendo i pericoli della strada, si mette del tutto nella provvidenza di quello che per mezzo del bastone lo guida ».

San Luigi, grande modello di purezza, si sentiva talmente attratto all'amore verso i santi Angeli che compose in loro onore un breve trattato in cui raccoglie tutto quanto la Sacra Scrittura dice di questi Spiriti celesti.

San Stanislao Kostka (1550-1568) una volta racconta a un novizio gesuita suo compagna:

« Sappiate che essendomi ammalato a Vienna, in Austria, nella casa di un protestante, e desiderando ardentemente ricevere la comunione, mi affidai con devozione a S. Barbara e, mentre il mio cuore era colmo di questo desiderio, apparvero due Angeli nella mia stanza e con essi la Santa martire ed uno degli Angeli mi dette la comunione ».

Un'altra volta S. Stanislao stava viaggiando a piedi attraverso la Germania diretto a Roma, vide una chiesa che una volta era stata cattolica, i fedeli vi stavano entrando ed egli fece lo stesso. S. Stanislao si accorse con tristezza che quella chiesa era diventata un tempio protestante. Ne fu profondamente afflitto, ma la sua amarezza si trasformò in gaudio quando vide un gruppo di Angeli venirgli incontro e uno di essi teneva la Santa Ostia tra le dita. S. Stanislao cadde in ginocchio e ricevette la comunione direttamente dalle mani dell'Angelo.

Santa Rosa da Lima (1586-1617) ebbe grande familiarità con il proprio Angelo custode, più di una volta quando Santa Rosa era ammalata, le portò le medicine necessarie alle sue cure.

San Filippo Neri (1515-1595) fu salvato dal suo Angelo custode che lo sollevò così in alto da evitare che il Santo fondatore dei preti dell'Oratorio fosse travolto da una carrozza trainata da quattro cavalli imbizzarriti che a pazza velocità attraversavano uno stretto vicolo di Roma.

Un'altra volta a San Filippo Neri si fece innanzi un povero per chiedergli l'elemosina, il Santo fece per dare prontamente tutte le poche monete di cui disponeva, ma l'altro disse sorridendo: « Io volevo vedere solamente quello che tu sapevi fare », e scomparve. Come S. Filippo Neri confidava in seguito a due suoi intimi sacerdoti, il pezzente era il suo Angelo custode, il quale era ricorsa a questa simulazione per fargli capire sempre più quanto la carità ai poveri fosse accetta a Dio e ai suoi Angeli.

Il Vescovo S. Francesco di Sales (1576-1622) prima di iniziare le sue omelie, faceva una pausa e guardava i suoi uditori per qualche minuto e nel frattempo si rivolgeva agli Angeli custodi dei suoi fedeli chiedendo di instillare nei cuori dei loro protetti le sue prediche.

San Gerardo Maiella da bambino, a otto anni fece per accostarsi con gli altri fedeli alla Santa Comunione, ma fu respinto dal sacerdote perché a quei tempi la Sacra Particola si riceveva ad un'età maggiore. Confuso ed afflitto, il piccolo Gerardo si mise a piangere. Ma la notte seguente, per mano dell'Arcangelo San Michele, il Signore si donava a lui nella Santa Comunione. Gerardo confidò alla Sig.ra Emanuela Vetronica e ad altre persone di famiglia: « Ieri il prete non volle comunicarmi, ma questa notte sono stato comunicato dall'Arcangelo San Michele ». Quando S. Gerardo, prossimo alla morte, riceverà l'ordine dai suoi superiori di rivelare i segreti dell'anima sua, egli non farà che confermare l'accaduto. Inoltre è anche degno di nota che S. Gerardo desse sempre il posto d'onore all'immagine dell'Arcangelo San Michele.

Santa Margherita Maria Alacoque confidò: « Avevo spesso il conforto di godere della presenza del mio fedele Custode e di essere da lui ripresa e corretta. Una volta, essendomi voluta intromettere a parlare del matrimonio di una mia parente, egli mi fece capire che ciò era indegno di un'anima religiosa e me ne riprese severamente fino a dirmi che, semmai fossi tornata a occuparmi di simili intrighi, egli mi avrebbe nascosto il suo volto ».

San Giovanni Bosco, il fondatore della Congregazione Salesiana, scrisse un opuscoletto popolare per diffondere il culto degli spiriti celesti intitolato: "Il devoto dell'Angelo Custode". La devozione agli Angeli era così familiare a San Giovanni Bosco che un giorno, udendo un gruppo di operai che cantavano i loro stornelli ben ritmati li imparò subito e ne scrisse le note, poi chiese a Silvio Pellico di comporgli alcuni versi che fossero una piacevole invocazione, all'Angelo custode. Il Pellico accettò é ne venne fuori una popolarissima canzone che coinvolgeva i giovani déll'oratorio.

Uno dei più famosi ragazzi dell'oratorio di Don Bosco fu San Domenico Savio (1842-1857). Una volta Raimonda, la sorellina di San Domenico Savio, cadde in uno stagno: Il fratello si tuffó nell'acqua pur non sapendo nuotare. "Dove hai preso la forza?" - gli avevano chiesto alcuni ammiratori del suo gesto. "Non ero solo" - aveva risposto sereno il ragazzo - "io reggevo Raimonda, ma a sorreggere me c'era l'Angelo custode".

Un'altra volta il sole di luglio bruciava la campagna di calore e i contadini avevano sospeso il lavoro. Un contadino, vedendo passare il Santo ragazzo, gli chiese: "Non hai paura di andartene tutto solo per queste strade deserte?" - "Non sono solo" - rispose San Domenico Savio. "Non vedo nessuno con te" - "Voi non vedrete nessuno, eppure c'è: è il mio Angelo custode".

Santa Caterina Labouré (I806-1876) è la figlia della Carità di San Vincenzo de Paoli che ha diffuso la devozione della Medaglia Miracolosa. Era la notte del diciotto luglio 1830 e suor Caterina riposava, quando si sentì chiamare per ben tre volte da una voce. La novizia scostò le tende del suo letto e vide un bellissimo fanciullo vestito dì bianco, la fronte era aureolata di cerchi luminosi. Caterina subito comprese che questo bambino era il suo Angelo custode che con voce celestiale le disse: « Vieni in cappella. Là ti attende la Beata Vergine. Io ti accompagno! ». Erano circa le 23,30. Suor Labouré seguì il suo Angelo che le si pose a sinistra e l'accompagnò per le stanze del monastero. Al suo passaggio lo Spirito celeste diffondeva intorno a sé raggi di luce; le porte si aprivano appena le toccava con là purità del dito è lo lampade si accendevano automaticamente. Arrivati in cappella, Santa Caterina Labouré andò alla balaustra e in ginocchio incominciò a pregare mentre l'Angelo entrò nel presbiterio e si pose a sinistra dell'altare e a mezzanotte le annunziò: « Ecco la Santa Vergine! ». La Madonna le parlò a lungo della missione che la suora avrebbe dovuto svolgere per la gloria di Dio e poi scomparve. Suor Caterina fu quindi accompagnata di nuovo dal suo Angelo custode e ritornò in dormitorio quando già erano le due.

Un'altra Santa che ebbe grande dimestichezza con il suo angelo custode fu Santa Gemma Galgani (1878-1903) la quale si serviva del suo Angelo, come postino, per recapitare a Roma la corrispondenza con il suo direttore spirituale, il padre passionista Germano. Santa Gemma scrive: « La lettera, appena terminata, la do all'Angelo. E qui accanto a me che aspetta ». E le lettere di Santa Gemma misteriosamente giungevano a destinazione senza passare attraverso le poste reali.

Un giorno Santa Gemma fu presa da una certa inquietudine interiore perché il suo confessore era poco esigente con lei che invece non cessava di vedersi "piena di peccati". Uscendo dal confessionale non poté trattenere la sua tristezza, ma racconta:

« Per calmarmi mi si è avvicinato l'Angelo custode, ero in chiesa e pronunciò queste parole: "Ma dimmi a chi vuoi credere, al confessore o alla tua testa? Al confessore che ha continui lumi e assistenza, che ha molta capacità, oppure a te che non hai nulla, nulla, nulla di tutto ciò? O la superba! - mi diceva - vuol farsi maestra, guida e direttrice del confessore!" ».

Santa Gemma, nei suoi diari, rivela anche le particolari delicatezze dell'Angelo nei confronti della sua persona:

« L'Angelo custode non cessa di vigilarmi, di istruirmi e darmi dei saggi consigli. Più volte al giorno mi si fa vedere e mi parla. Ieri mi tenne compagnia mentre mangiavo, però non mi sforzava come fanno gli altri. Dopo che ebbi mangiato non mi sentivo niente bene, allora lui mi porse una tazzina di caffé così buono che guarii subito e poi mi fece un po' riposare ».

In un'altra pagina del suo diario Santa Gemma Galgani annota:

« L'Angelo mi dette da bere alcune gocce di un liquido bianco in un bicchiere dorato, dicendomi che era la medicina con la quale il medico del paradiso guariva gli infermi ».

La realtà dell'Angelo custode era così evidente per Santa Gemma da farle credere che lo vedessero anche le persone che le stavano vicino. Con Santa Gemma concludo questa rapida carrellata sui rapporti fra gli Angeli ed alcuni Santi ricordando ciò che il frate domenicano Sertillanges scrive:

« C'è senza dubbio un nesso fra santità ed esistenza angelica, solo che nessuno è mai diventato santo perché ha visto gli angeli, ma ha visto gli angeli perché è diventato santo ».

Di Don Marcello Stanzione















lunedì 1 ottobre 2018

Pellegrinaggio toscano a Montenero: il resoconto





Il resoconto del Pellegrinaggio toscano di sabato scorso (ormai all'undicesima edizione), dal nostro amico Francesco.
QUI per il privilegio concesso dell'Indulgenza Plenaria per i partecipanti.
QUI qualche articolo di MiL sulle edizioni precedenti.



01-10-2018

Sabato 29 settembre 2018, organizzato dal Coordinamento Toscano Benedetto XVI, si è tenuto l’XI pellegrinaggio al santuario della Madonna delle Grazie di Montenero (LI) dei gruppi toscani di fedeli legati alla tradizione liturgica latino-gregoriana, alla giornata hanno partecipato anche pellegrini giunti da fuori regione.

Il pellegrinaggio ha avuto inizio con l’ascesa dei fedeli verso il santuario durante la quale è stato recitato il S. Rosario; alle 11:30 monsignor Nicola BUX del clero dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, consultore della Congregazione per le Cause dei Santi, assistito dai canonici dell’Istituto di Cristo Re e Sommo Sacerdote che hanno curato tutto il servizio liturgico, ha celebrato una S. Messa solenne in terzo per la festa della Dedicazione di S. Michele arcangelo; la corale Divini Cantores di Lucca diretta dal M°. Marco Tomei ha cantato la Missa sine nomine di Tommaso Ludovico Grossi da Viadana e altri brani di Palestrina, Felice Anerio e Mozart; durante l’omelia il celebrante ha ricordato ai fedeli che la missione della chiesa cattolica è quella di annunciare Cristo e non parlare di migranti e di ecologia.

Al termine della celebrazione, molto partecipata, i pellegrini e il clero si sono spostati in un ristorante attiguo al santuario per il pranzo.
La bella giornata di fede e devozione alla Vergine si è conclusa nella sala S. Giovanni Gualberto del santuario dove, introdotto dal canonico Federico Pozza ICRSS e preceduto da un breve e applaudito intervento dell’avvocato Marco Sgroi del Coordinamento nazionale Summorum Pontificum che ha salutato i pellegrini intervenuti invitandoli al VII pellegrinaggio “ad Petri sedem” che si terrà dal 26 al 28 ottobre 2018, mons. Bux ha tenuto una conferenza dal titolo La Santa Eucarestia nella crisi della Chiesa cattolica. 

Nella sua relazione il presule pugliese ha ricordato che il laicato consapevole che promuove il recupero della bellezza liturgica è segno delle forze che dall’interno rigenerano la chiesa, istituzione divino-umana che non dobbiamo mai considerare qualcosa d’altro rispetto a noi. 

La crisi della Chiesa cattolica, nella sua parte umana, consiste nel voler inseguire le mode e, d’altro canto, il rimanere nella verità di sempre è il segreto per rimanere giovani. Mons. Bux ha inoltre fatto presente, citando Benedetto XVI, che la crisi consiste innanzitutto e principalmente in un crollo della liturgia e, quindi, anche dell’eucarestia; «con questo crollo molti preti non sanno più quale sia la natura della liturgia», «io prete non posso fare quello che voglio, io prete sono [come] un pubblico ministro dello stato che deve amministrare un rito processuale in tribunale, avete mai visto un giudice o un avvocato che si inventa lui le procedure del processo?». 

La CEI, ha proseguito, ha commissionato uno studio per capire come i migranti si sentono accolti, avrebbe fatto meglio a preoccuparsi di sapere come mai i cattolici non vanno più a messa oppure quale idea essi abbiano di Gesù Cristo. La relazione si è conclusa con l’invito a resistere a questa specie di apostasia che ha preso piede nella chiesa e a rendere ragione, nella carità e nel rispetto, di ciò in cui crediamo e speriamo perché così rimarranno confusi gli avversari.











domenica 30 settembre 2018

L'ERMENEUTICA IMPEDISCE IL GIUDIZIO






Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 10 - Ottobre 2018



Viviamo ormai da tanti, troppi decenni, in un tempo di riforma perenne della Chiesa.
Non sapremmo nemmeno più definirla, la Chiesa, se non dentro un continuo ed estenuante cambiamento: “chi si ferma è perduto” sembra ironicamente diventato il nuovo e onnicomprensivo comandamento.


Una riforma a tutti i suoi livelli e sotto tutti gli aspetti fu invocata e attuata perché, dicevano, la Chiesa potesse venire in contatto con la società degli uomini in perenne mutamento; perché potesse venire in contatto con essa in modo più libero e puro.


La riforma fu chiesta e poi propagandata per motivi “pastorali”, perché la Chiesa non continuasse ad emarginarsi in un rifiuto della modernità.


È dentro questa urgenza pratico-pastorale che i più si convinsero che bisognasse accettare tutta una serie di riforme-rivoluzioni che, a partire dalla Messa, dovevano mutare completamente il volto della Chiesa di due millenni.


Non è vero che le riforme, queste riforme, fossero attese. Il mondo cattolico ha avuto sempre una “santa pigrizia” nel non cambiare troppo e per secoli l'immutabilità fu insegnata come una delle più importanti caratteristiche della vera Chiesa.


Ma occorreva non perdere il mondo che stava diventando liberale, agnostico e poi socialista; bisognava inoltre non perdere i “fratelli separati” che, nel mentre, distaccati da secoli da una Roma troppo conservatrice, avevano prodotto in tutta libertà tutta una serie di riforme che forse potevano, almeno in parte, essere recepite e valorizzate.


Occorreva cambiare, cambiare... era il mantra ossessivamente ripetuto da più parti cosicché anche i “devoti” non trovarono più le ragioni e la forza per dire di no a quello che apparve subito come uno sconquassamento generale della vita cattolica.


Il mondo laico ne fu stupito e meravigliato, acclamò alla nuova chiesa che finalmente entrava a far parte del mondo delle rivoluzioni.


Così i preti, piangendo alcuni, faticando e pasticciando molti, lieti pochi, mutarono la Messa della loro ordinazione, la Messa dei preti di tutta la cristianità, e diedero inizio alla nuova e mai vista avventura della fondazione di un nuovo tipo di cristianesimo.
Tutto fu chiesto in nome del dialogo col mondo, che doveva finalmente incontrare una chiesa dal volto umano. Forse perché la Chiesa di un tempo non lo aveva avuto questo volto umano? I santi di secoli non avevano avuto un volto umano? Le nostre semplici comunità parrocchiali, quelle delle grandi città e quelle dei borghi agricoli o montani, non erano forse state famiglie umane? Certo che erano umane, anzi umanissime... ed ora in molti iniziano a rimpiangere quella umanità! Ma tutto questo non bastava ai soliti irrequieti dell'evoluzione sociale.


Bisognava accettare di cambiare per aiutare il mondo ad incontrare Cristo, cosi dicevano i devoti guadagnati alla riforma... così fu detto, solo che in nome dell'incontro con il mondo la Chiesa finì per vergognarsi di Cristo.


“L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo” (Paolo VI, 7.12.1965)...


questo fu il programma, più intellettuale che reale... ma ora, a cinquant'anni di distanza, abbiamo il dovere di valutarne gli esiti disastrosi!


Possiamo chiedere ai pastori della Chiesa che considerino il clima di morte regnante nel mondo cattolico? Eresia, banalità ereticali, immoralità sistematica, spegnimento di ogni entusiasmo, clero cattolico in via di estinzione, laicizzazione agnostica del laicato cattolico, aborto normalizzato, eutanasia praticata di fatto, unioni contro natura di fatto benedette da una chiesa che tace, scomparsa del matrimonio cristiano, denatalità spaventosa, ogni genere di vizio ammesso e compreso in nome di un umanesimo ritrovato: erano questi gli esiti attesi dai “cultori dell'uomo”?


Possiamo chiedere ai legittimi pastori di guardare la realtà e di dire una parola che non sia la cura di una chiesa intesa come una azienda da gestire?


Sembra di sentire le risposte di alcuni di loro, i più “impegnati”: “è troppo presto per giudicare un fenomeno così complesso e recente”.


Sì, è la nuova trovata per sottrarsi ad una verifica, che nel caso della nuova chiesa finirebbe per essere senza dubbio impietosa.


Fanno così i pastori ammodernati, simili a degli agenti di cambio nei loro uffici, più politici che credenti, dicono che non si può ancora dare un giudizio, perché devono passare secoli per una verifica seria! Intanto i cristiani muoiono.
I cristiani muoiono, mentre i pastori sono preoccupati dell'unità delle diocesi, cioè che tutti dicano di sì... ma sì a che cosa, se non al nulla, visto che Cristo in quello che chiedono o non si trova, o è perso in mille mediazioni?


Si sono ostinati i novatori, che non amavano più la Chiesa com'era perché non capivano più Cristo e la sua Grazia – non capivano e si tediavano della vita cattolica – si sono ostinati a pretendere il cambiamento e hanno convinto i timidi “devoti”.
Ora gli stessi hanno inventato l'ermeneutica ecclesiasticamente intesa, per sottrarsi al giudizio, a quel giudizio che è la caratteristica del cristiano: “L'uomo spirituale giudica ogni cosa e non è giudicato da nessuno” (I Cor 2,15).


Hanno cavalcato l'ermeneutica e l'hanno ecclesiasticizzata: “è la distanza che crea significato...” ...per interpretare la riforma della Chiesa bisognerà attendere secoli, solo ora iniziamo a capire Lutero, dicono con sfacciataggine!


Invece noi chiediamo un giudizio subito, che parta dalla realtà, che parta da Cristo. Dobbiamo pretenderla la verifica, senza attendere secoli perché, se siamo cultori dell'uomo, sappiamo che l'uomo vive solo di Cristo.


Dobbiamo pretenderlo tutto questo perché le anime vivano della Grazia e la Chiesa torni al suo volto divino, cioè umano.












venerdì 28 settembre 2018

Elogio della balaustra, nonostante i preti simpaticoni



Aurelio Porfiri, 28-09-2018

Ci ho riflettuto molto e sono giunto alla conclusione che la balaustra che separa(va) il presbiterio dalla navata nelle nostre chiese ha un senso. È bene ci sia una separazione. E questa separazione deve essere fisica ma anche simbolica: il sacerdote è alter Christus, non dobbiamo guardare a lui come al termine ultimo di quello che si compie nella Messa. Purtroppo subiamo liturgie piene di “verbalismo” che risultano più o meno gradevoli a secondo di quanto è abile il sacerdote nella sua capacità di intrattenitore.


Ma il sacerdote deve servire il rito, non servirsene. Non deve interessare che sia simpatico, gradevole, divertente come persona. Può anche essere un delinquente (e ce ne sono come in altre professioni) ma quello che si compie non è grazie a lui, ma ex opere operato.


Non c’è necessità che si debba divenire amici con il sacerdote, quello che lui compie non necessita di un nostro rapporto familiare con lui, ma necessità il nostro rapporto stretto con il Signore. Purtroppo questa idea che una Messa è più efficace se il sacerdote è percepito come “friendly” è del tutto sbagliata. Non dobbiamo affidare al sacerdote qualcosa che non gli compete in modo speciale. Egli non è psicologo, ma confessore e direttore spirituale, non è sociologo o antropologo. Non ci è necessario divenire amici dei medici che ci curano. È possibile, ma non indispensabile. Se ci centriamo sul sacerdote rischiamo di cadere in un neo donatismo, per cui i Sacramenti hanno validità se ci piace chi li celebra. Non è proibito essere amici dei sacerdoti, ma non basiamo la nostra fede su quel tipo di rapporto. Questi sacerdoti che “vanno in mezzo all”assemblea” per aumentare la familiarità rischiano che il centro dell’attenzione si sposti su di loro. Non mi deve interessare nome, razza o età: fate quello che il rito vi comanda.


Don Enrico Finotti, in “Il mio e il vostro sacrificio” (Chorabooks 2018) a proposito della balaustra osserva: “Teologicamente deve essere evidente nell’architettura della chiesa la natura gerarchica della celebrazione liturgica: il ministero ordinato sta in modo essenzialmente diverso dall’assemblea dei fedeli davanti al Mistero, agendo in persona Christi Capitis. Quindi non solo mediante l’abito liturgico si devono distinguere i ministri ordinati, ma, secondo la tradizione, anche mediante un luogo loro proprio (il presbiterio), evidentemente distinto dalla navata. Ridurre tale espressione architettonica significa regredire nell’identità dottrinale della fede e rendere meno intelligibile agli occhi dei fedeli la natura gerarchica del popolo di Dio”.


Non ci interessa che il che il sacerdote sia divertente o meno, se è delinquente se ne occupi il diritto canonico e civile. A noi interessa quello che tramite lui è compiuto, malgrado la sua indegnità. Questo solo è importante “propter nostram salutem”.












Fonte 


mercoledì 26 settembre 2018

Sinodo sui giovani. Dietro le quinte, l’insoddisfazione di chi non si sente rappresentato






by Aldo Maria Valli, 26-09-2018

Manca ormai poco all’inizio del sinodo dei vescovi sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale (dal 3 al 28 ottobre 2018), ma è una vigilia tormentata.

Le vicende relative agli abusi sessuali hanno spinto due vescovi a scendere in campo: Charles Chaput di Philadelphia ha chiesto al papa di annullare il sinodo, e Robertus Mutsaerts, ausiliare della diocesi di Hertogenbosch, nel sud dell’Olanda, ha scritto al papa spiegando che non si recherà a Roma e proponendo di rinviare il sinodo sui giovani per dedicarne uno alla situazione della Chiesa. In entrambi i casi, alla luce degli scandali, i prelati ritengono che i vescovi in questo momento non abbiano la credibilità sufficiente per rivolgersi ai giovani con richieste di tipo morale.

Ma anche fra gli stessi giovani le acque non sono tranquille. Ne è prova il testo che proponiamo qui. Arriva dal Pakistan ed è opera di una giovane cattolica, Zarish Neno, che vive in quel paese ed esprime un senso di delusione e frustrazione rispetto al documento elaborato dai giovani al termine della fase preparatoria.

Nel documento ufficiale reso noto dal Vaticano (qui la versione integrale in italiano: http://www.synod2018.va/content/synod2018/it/attualita/documento-finale-pre-sinodale-dei-giovani–traduzione-non-uffici.html) i giovani chiedono una Chiesa che sia «sulla strada», attenta ai problemi sociali, ai temi ecologici, all’uso dei media. Ma i giovani del gruppo di lingua inglese che, come Zarish, non si sono sentiti rappresentati da questo testo dicono: noi in realtà abbiamo chiesto altro, e cioè una Chiesa ispirata alla retta dottrina, fedele alla tradizione, custode della legge eterna, attenta alla liturgia; una Chiesa che ci renda capaci di riscoprire il senso del sacro.

Non si tratta di una plateale contestazione, quanto di una puntualizzazione, per far capire che il documento finale, sebbene sia stato presentato come una sintesi delle sollecitazioni arrivate dai giovani, in realtà accoglie le conclusioni di una parte soltanto dei giovani consultati.

I giovani di tutto il mondo che non si sentono rappresentati dal documento spiegano di essersi messi in contatto spontaneamente, a partire dal comune senso di insoddisfazione. È nato così un testo (lo si può leggere qui: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/07/12/una-risposta-al-documento-finale-del-pre-sinodo-2018/) che, senza voler essere alternativo a quello ufficiale, allarga comunque il campo della riflessione. Vi si parla infatti di «una maggiore adesione e promozione del rispetto della pratica liturgica, sia nelle forme ordinarie che straordinarie della Messa»; di «una pratica rinnovata e migliorata delle antiche devozioni della Chiesa»; di «educazione giovanile più accurata sulla dottrina e i dogmi della Chiesa cattolica».

Per far capire quali sono il tono e i contenuti del testo nato come risposta a quello ufficiale accenno solo alle parti dedicate alla liturgia e alla retta dottrina.

Circa la liturgia si legge: «Come giovani, aneliamo al sacro in un mondo che ci offre il profano, ad un senso e significato più profondo quando ci viene proposta la banalità, alla pace in una realtà che ci conduce alla frenesia. Auspichiamo comunità cattoliche con liturgie che riflettano ciò in cui crediamo: nel Santissimo Sacramento Gesù Cristo è veramente presente per noi. Desideriamo sacralità nella liturgia in omaggio al Signore del mondo che scende a noi nell’Eucaristia per nutrire le nostre anime ed evangelizzare il mondo (…) Molti sacerdoti hanno perso il loro amore per la liturgia. La Messa è concepita come un dovere, un obbligo da adempiere, piuttosto che il gioioso servizio all’unico vero Dio. D’altra parte, altri sacerdoti introducono in maniera impropria le proprie innovazioni liturgiche che sfociano in semplici assemblee, raduni di condivisione o forme d’intrattenimento che mettono al centro le persone e non Dio (…). La sostituzione della musica sacra tradizionale con la moderna musica secolare è un esempio dell’accantonamento della sacralità in favore di espressioni musicali che non sempre sono appropriate al contesto. Per noi, gran parte della musica religiosa moderna utilizzata nella Messa non ha posto nella tradizione della Chiesa e non dovrebbe avere alcun posto nella Messa (…). Ma il nostro timore non si ferma alla progressiva scomparsa della musica sacra. Siamo cresciuti in una cultura ecclesiale che ha, in molti ambienti, profanato il sacro. Siamo stati testimoni di molti altri abusi nelle nostre esperienze, in diversi paesi e parrocchie. La conclusione alla quale è pervenuta la maggior parte dei giovani è che tali episodi stiano diventando aspetti normali del culto cattolico. Mentre i giovani sono quelli che avrebbero dovuto beneficiarne, il risultato generale è stato il contrario, essendo essi stati estromessi da aspetti falsi e superficiali. Questi abusi ci feriscono perché sappiamo che cosa dovrebbe essere la Messa, perché desideriamo il sacro e perché desideriamo che il mondo venga a conoscere veramente Cristo Gesù nel Santissimo Sacramento dell’altare. Banalizzare e abusare della Messa trasmette ai fedeli la percezione che nulla di sacro avvenga».

Ed ecco che cosa scrivono gli autori del documento a proposito della questione della verità e della retta dottrina: «Uno dei maggiori ostacoli che incontriamo nella Chiesa è rappresentato da chi, tra i suoi membri, stempera e annacqua i suoi insegnamenti, e preferisce proporre l’incontro con un “Cristo accondiscendente” (una falsa immagine di Cristo che non ci mette in discussione, né rimprovera, ma che accetta sorridente il nostro peccato) invece che l’incontro con il Cristo autentico. I giovani cercano e desiderano la verità. Sappiamo che un vero incontro con Cristo è un’esperienza che trasforma, e riteniamo dannoso proporre una versione di Cristo che non ci provoca (nella sua accezione positiva di mettere in discussione spronando al cambiamento) né ci rinnova. Coloro che auspicano che la Chiesa cambi o diluisca i suoi precetti morali o sociali, pur armati di buone intenzioni, falliscono nella comprensione di ciò di cui abbiamo desiderio e necessità. Aspiriamo all’incontro con il Cristo che ci mette in discussione, e non qualcuno dal quale ci sentiamo dire che non abbiamo bisogno di cambiare. Noi non vogliamo il passivo, sorridente “Cristo accondiscendente”, che si mostra accomodante verso le tendenze peccaminose del mondo invece di invitarlo alla santità attraverso l’amore per Lui e l’osservanza dei suoi comandamenti. Noi non desideriamo alcun annacquamento o alterazione degli insegnamenti della Chiesa. Rifiutiamo completamente l’idea che la Chiesa debba cambiare la sua dottrina per soddisfare le esigenze del mondo. Noi desideriamo che la Chiesa adempia al suo carisma di ammaestramento predicando la verità con audacia, senza vergogna e revisioni, anche se ciò comportasse essere respinti dal mondo. La Chiesa non è una pagina di Facebook che tenta d’accaparrarsi il maggior numero possibile di “like” cercando d’essere “moderna” o “alla moda”; la Chiesa è maestra di Verità. Il modo più efficace per danneggiare o addirittura distruggere la fede nei giovani è quello di promuovere una falsa e fuorviante distorsione della verità in un tentativo di acquisire popolarità. Noi desideriamo che la Chiesa sia popolare, perché tutti conoscano l’amore di Cristo. Tuttavia, se dobbiamo scegliere tra popolarità e autenticità, scegliamo l’autenticità».

Ma ora lascio la parola alla giovane del Pakistan Zarish Neno, che ci racconta le difficoltà incontrate e la nascita del testo che risponde a quello ufficiale. Testo che doveva comprendere due parti, ma si è fermato alla prima, perché gli autori, davanti alle più recenti notizie sugli abusi nella Chiesa, hanno perso lo slancio.

*

Vi spiego perché la Chiesa ci allontana
Nel mese di marzo 2018 si è tenuto a Roma un incontro pre-sinodale. Vi hanno partecipato trecento giovani da tutto il mondo. A tutti coloro che non hanno potuto partecipare è stato chiesto di aggiungersi ai gruppi creati su Facebook, diversi gruppi in lingue diverse, onde poter discutere e rispondere alle quindici domande che erano state poste ad ogni gruppo. Io faccio parte del gruppo di lingua inglese.

Anche se il tempo per rispondere alle domande era molto poco, ognuno di noi ha contribuito dando la sua risposta e facendo le nostre osservazioni. Però, quando è uscito il documento finale, che doveva essere il sunto delle nostre riflessioni, ci siamo accorti che non vi erano esposte le osservazioni e i pensieri che il nostro gruppo aveva espresso. Ci siamo sentiti delusi e non presi in considerazione, perché le conclusioni riportate non riflettevano ciò che noi avevamo manifestato.

Quel documento non ci rappresenta perché tante cose che avevamo scritto sono state ommesse o cambiate. Quando abbiamo chiesto chiarimenti circa i cambiamenti che non riflettevano le nostre posizioni, i responsabili del nostro gruppo di lingua inglese ci hanno accusato di essere «una lobby».

Posso confermare che noi non siamo una lobby e non abbiamo alcun interesse politico o religioso. Siamo solo giovani che hanno riposto molte speranze in questo sinodo e perciò ci sentiamo tristi e delusi. Ma la nostra preoccupazione non è stata presa bene da questo gruppo e per questo ci siamo riuniti insieme per parlare e discutere le nostre preoccupazioni.

Dopo ciò che è accaduto, proprio perché non ci siamo sentiti rappresentati dal gruppo di Facebook originario, abbiamo creato, sempre su Facebook, un altro gruppo che si chiama A Response to the Final Document of the Pre-Synod 2018. Attualmente siamo 188 membri, di ogni parte del mondo. In più abbiamo ricevuto 276 richieste di giovani che hanno chiesto di aggiungersi. All’inizio avevamo sei amministratori per questo gruppo: due dagli Stati Uniti, due dalla Polonia, uno dalla Cina e uno dal Pakistan (che sono io). Poi un amministratore ha dovuto lasciare per ragioni personali, ma ha continuato a partecipare al gruppo.

Allora, prima abbiamo discusso le cose che non abbiamo trovato giuste nel documento finale, poi abbiamo deciso di scrivere la risposta in due parti. Dopo aver fatto una buona ricerca, diciassette di noi, con il feedback di ogni membro del gruppo, hanno scritto la prima parte di questa risposta. L’abbiamo pubblicata il giorno della festa di Pentecoste. Il documento originale è in inglese ma con l’aiuto dei amici italiani l’abbiamo tradotto anche in italiano.

Una volta pubblicata la prima parte della nostra risposta, tutti noi abbiamo cercato di condividerla con i vescovi e i cardinali delle nostre rispettive diocesi. Abbiamo anche cercato di raggiungere i media in modo che più persone potessero leggerla.

Sfortunatamente la nostra risposta ha ricevuto più critiche che feedback positivi, ma a prescindere da ciò abbiamo iniziato a lavorare sulla seconda parte che doveva essere pubblicata nella festa del Corpus Domini. Purtroppo non siamo riusciti a farlo in tempo poiché la seconda parte della risposta era più complessa. Infine siamo stati in grado di finirla, ma aveva ancora bisogno di alcune correzioni. Un collega ha preso la responsabilità di apportare le correzioni. Ma durante questo periodo, mentre il nostro collega stava correggendo, molti scandali relativi alla Chiesa sono emersi attraverso i mass media ed è stato pubblicato l’Instrumentum laboris del sinodo, un testo che da molti non è stato preso bene e ha creato molte polemiche.

Le notizie sugli scandali hanno rallentato il ritmo del nostro lavoro e ogni volta che chiedevo ai miei colleghi a che punto fosse la seconda parte del documento dicevano che non avevano trovato il tempo, ma soprattutto che avevano pensato che non c’era più motivo di lavorare. Per loro era «troppo tardi». Alcuni di noi hanno provato a motivarsi a vicenda, ma potevo vedere che qualcosa non andava.

I mesi passavano e la seconda parte della risposta non era pronta. Ho avuto la sensazione che i miei colleghi avessero rinunciato.

Qualche giorno fa, quando ho chiesto loro se pubblicheremo la seconda parte, uno ha affermato che non c’è più bisogno di pubblicare la seconda parte a causa di tutti gli scandali di cui si parla nei media. A questo punto non ho più insistito e ho scelto di lasciarlo stare.

Però mi sono sentita molto triste, perché mesi fa questi stessi colleghi erano molto decisi a pubblicare una risposta, per difendere la Verità e far sentire la propria voce. Alcuni rimasero svegli fino alle quattro del mattino per lavorare su questa risposta, altri si incontrarono da punti diversi ed estremi del mondo, e adesso all’improvviso avevano rinunciato a tutto.

Così ho visto quanto poco spazio rimanga in questo mondo per la Verità.

Il motivo di questo sinodo era quello di ascoltare i giovani e aprire la Chiesa a loro. La Chiesa voleva avvicinarsi ai giovani, ma sembra che li abbia semplicemente allontanati.

Ricordo quanto ero emozionata quando sentii che la Chiesa voleva dedicare il prossimo sinodo ai giovani. Ma ora mi chiedo se la Chiesa in realtà abbia voluto ciò che ha detto all’inizio. Perché chiaramente sembra che non sia vero.

Ci sono così tante sfide per i giovani nel mondo di oggi e questa esperienza non fa altro che peggiorare le cose per loro.

Credo che ora i giovani continueranno a partecipare alla Santa Messa, ma la loro fiducia nella Chiesa rimarrà sempre influenzata da questa esperienza. Mi viene in mente la parabola della pecora smarrita. Il pastore lascia le sue novantanove pecore per andare a cercare quella che è smarrita. Ma non vedo nessuno che viene a cercare queste pecore smarrite. Pecore che non sono smarrite perché non hanno seguito il loro Pastore, ma perché il Pastore non si è preso cura di loro.

È triste vedere i giovani arrendersi dopo che hanno avuto grandi speranze dal sinodo.

Tutto ciò che rimane ora è la preghiera! Preghiamo affinché la Chiesa ed i suoi leader siano in grado di vedere che cosa stanno facendo.

*

Ecco, prima che il sinodo abbia inizio è giusto sapere quali fermenti e quali contrasti si sono verificati tra i giovani che hanno preso parte alla fase preparatoria. Anche all’interno del mondo giovanile non tutti si sentono rappresentati dalle formule che vanno per la maggiore nella Chiesa di oggi, dove spesso tengono banco le idee di vecchi che furono giovani negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Cioè in un altro mondo.

Aldo Maria Valli