venerdì 2 gennaio 2026

Convertito dalla "bellezza sovrumana" della Liturgia cattolica







Se il celebre architetto Augustus Pugin fosse capitato in una Messa moderna, sarebbe diventato cattolico?


Posted 2 Gennaio 2026

1. L’inglese Augustus Pugin (1812-1852) è stato un celebre architetto. A lui si deve il progetto della Torre più importante del mondo: il famoso Big Ben di Londra. Questi era anglicano ma poi decise di convertirsi al cattolicesimo. Fu determinante per la sua scelta l’ammirazione verso la liturgia cattolica.

2. Egli pensò: “Chi ha un modo così sublime di pregare e di adorare Dio, deve essere nella Verità, la Verità del modo più divino di credere in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo.” Ecco alcune sue parole: “(…) non resistetti a lungo alla forza irresistibile della Verità.” Insomma, lo coinvolse il legame profondo e costitutivo che esiste tra la lex orandi (la regola del pregare) e la lex credendi (la regola del credere). Un legame che è costitutivo e che mai dovremmo dimenticare. Tale dimenticanza ha causato ai nostri tempi tanti danni che avviliscono la liturgia e di conseguenza la teologia.

3. Ecco altre parole di Augustus Pugin:

 “Ho appreso la Verità della Chiesa Cattolica nelle cripte delle antiche chiese e cattedrali europee. Avevo cercato un tempo la verità nella moderna chiesa anglicana e ora ho scoperto che, dal momento in cui si è separata dal centro dell’unità cattolica, aveva poca verità e nessuna vita. Chi è separato dalla Chiesa Cattolica, è separato da Cristo ed è un ramo tagliato dalla vite, destinato a seccare. In questo modo e senza aver conosciuto un solo sacerdote, aiutato solo dalla grazia di Dio e dalla bellezza sovraumana dell’arte e della Liturgia cattolica, ho deciso di entrare nella sua unica vera Chiesa.”

4. Conosciute queste cose che toccarono ad Augustus Pugine, viene spontaneo chiedersi: cosa sarebbe accaduto se il celebre architetto inglese fosse entrato in una chiesa contemporanea mentre ci fosse stata la celebrazione della Messa in Novus Ordo? A voi la risposta.




Il suicidio culturale assistito e perfetto dell'Europa




Buon Natale e buona notte. Mai suicidio culturale fu più assistito e perfetto



di Giulio Meotti, 2 gennaio 2026

Per sapere che “l’Europa è decadente” l’amministrazione americana non aveva bisogno di andare a Schorndorf, la cittadina sveva di 40.000 anime a venti minuti da Stoccarda, la città di Gottlieb Daimler, uno dei pionieri dell’industria automobilistica.

Il campanile gotico domina ancora la piazza del mercato con la sua guglia che trafigge il cielo come una lancia di pietra. Per cinque secoli quella campana ha scandito battesimi, nozze e funerali di generazioni di luterani. Domenica 16 novembre, dentro la navata e all’altare dove Martin Lutero avrebbe potuto predicare, un muezzin: “Allahu Akbar”.

Non è un episodio isolato. È il crepuscolo. E il fatto che ci abbiano convinto a chiamarlo alba è la più grande truffa culturale della nostra epoca. Come che passi per “inclusione” la cancellazione della parola Gesù da una recita natalizia in una scuola in Toscana.

L’islamizzazione dell’Europa ha una nuova immagine: Utrecht, Olanda. Una folla musulmana assedia la cattedrale di San Martino, gridando “Allahu Akbar”. D’altronde, l’arcivescovo primate d’Olanda Willem Eijk, che ha sede proprio a Utrecht, non ha detto che se la tendenza dovesse continuare al ritmo attuale entro il 2028 l’intera arcidiocesi di Utrecht, la più grande del paese, l’unica dove ancora esiste una presenza cristiana, potrebbe “scomparire”? Ha espresso il timore che nel peggiore dei casi delle 300 chiese che l'arcidiocesi di Utrecht conta ancora nel 2028, quando andrà in pensione, ne rimarranno ancora una ventina. La previsione di Eijk è rafforzata dalla decisione di mettere in vendita anche la cattedrale, l’edificio-simbolo del cattolicesimo olandese fin dal 1560.

Ma questo è solo il trailer. Cosa pensiamo che succederà quando saranno in maggioranza? In sala arriverà presto il film vero e proprio.

Le chiese diventate moschee in Inghilterra sono oggetto di ridicolo.

Il Telegraph britannico guarda alla Germania come a un paese che rischia di scomparire sotto l’enorme pressione di un’immigrazione culturalmente estranea. L’analisi dell’ex ufficiale britannico James Jeffrey è il resoconto di un uomo che ha visto zone di guerra e ora osserva le nostre città stranamente familiari.

Hanau, la città natale dei fratelli Grimm, è il suo punto di partenza. Due mondi si scontrano visibilmente. Il paesaggio urbano non è cambiato gradualmente, ma completamente. Non modernizzato, ma sostituito.

Intanto, a Brema, il mercatino di Natale quest’anno ha bisogno di un extra budget di tre milioni di euro per evitare di essere asfaltato dai terroristi. Va da sé che Mohammed è il nome più popolare a Brema. Ricordate la favola dei Grimm sui musicanti di Brema?

“The uncomfortable truth about the Islamisation of Germany”, titola il Telegraph con quell’eleganza da maggiordomo britannico che serve il tè mentre la casa brucia.

Jeffrey pone la domanda che quasi nessun altro osa porre ad alta voce: cosa dovrebbe fare una società quando le sue città si trasformano in avamposti di un altro mondo?

I cambiamenti demografici accelerati, i tabù politici, l’elusione di partiti e organi di stampa: tutto questo porta a una realtà che tutti vedono, ma di cui pochi osano parlare. In meno di una generazione, l’Islam triplicherà in Europa.

Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha appena spiegato che “l’Islam vuole conquistare l’Europa”.


O come ha dichiarato il Vice Segretario di Stato Christopher Landau dopo aver lasciato Bruxelles: “O le grandi nazioni europee sono nostri partner nella protezione della civiltà occidentale che abbiamo ereditato da loro, oppure non lo sono”.


Questo è il mercatino di Natale a Bruxelles.

Per capirlo basta andare non tanto nelle città da milioni di abitanti, come Parigi e Londra, ma nelle città culle della storia, dell’arte e della cultura europee.

Andate a Machelen, in Belgio, per secoli capitale dei Paesi Bassi spagnoli, sede degli arcivescovi-primate del Belgio, città di Rubens e di Van Dyck, di 320 monumenti classificati, di otto chiese gotiche e barocche. È anche la capitale mondiale degli asparagi bianchi e della birra Maneblusser. Oggi conta 120 nazionalità, un bambino su due è di origine straniera e già è al 20 per cento islamica. Nella cattedrale del primate cattolico ha risuonato il muezzin di fronte alla meravigliosa “Crocifissione” di Van Dyck.


Free Palestine sulla Natività senza volto di Bruxelles


Andate a Orléans, la città di Giovanna d’Arco, la ragazzina che salvò la Francia dalla conquista inglese durante la Guerra dei Cent’Anni: il 37 per cento dei giovani di Orleans è extra-europeo, rispetto al 2 per cento nel 1968, anno fatidico.

Andate ad Avignone, l’antica città sul Rodano racchiusa da mura medievali, dove i secoli aleggiano nell’aria. Le mura del XIV secolo ancora perfettamente conservate, 4,3 chilometri di pietra che cingono il centro come una corona. Qui vissero sette papi e due antipapi, qui Petrarca pianse Laura, qui nacque il Festival più famoso d’Europa. Ma oggi pezzi di Avignone, nell’inchiesta da brivido di Paris Match, sono noti come “la città dei salafiti”. “La maggior parte dei passanti si somiglia, velo nero per le donne, pantaloni larghi afgani per gli uomini” racconta Paris Match. “La maggior parte porta la barba del credente, lunga e talvolta tinta con l’henné, come ai tempi del Profeta. Sembra di tornare indietro di quattordici secoli. Si rispetta la segregazione dei sessi: parrucchieri per donne, inaccessibili agli uomini; bar pieni di uomini, inaccessibili alle donne. Servono caffè, tè, limonata... Tutto, tranne l’alcol. È una mini-repubblica islamica”.

Nella piazza principale di Vicchio, un comune dell’area metropolitana di Firenze, in cima al grande albero di Natale è stata posta una bandiera della Palestina.

Questa invece è la Norvegia: via direttamente gli addobbi di Natale, al loro posto le bandiere palestinesi.

Andate a Ratisbona, uno dei principali avamposti romani sul confine del Danubio, sede della Dieta perpetua del Sacro Romano Impero, del Duomo di San Pietro capolavoro del gotico, dove si sta costruendo un nuovo centro culturale con un minareto alto 21 metri. Nel cuore del centro storico, accanto alla Neupfarrplatz dove sorgeva la sinagoga medievale distrutta nel 1519, stanno costruendo il nuovo “Centro culturale islamico”. Il vescovo Rudolf Voderholzer ha scritto una lettera accorata: “Un minareto così alto nel cuore cristiano della città è un segno di resa”. Non è servito.

Andate a Trappes, dove Luigi XIV realizzò i famosi stagni per il parco del suo castello a Versailles e oggi al 70 per cento musulmana.

Andate a Strasburgo, o meglio, Strasburgistan.

Andate a Graz, residenza degli Asburgo, centro storico Unesco, orologio medievale, castello sul colle e dove il 34 per cento degli studenti è di fede islamica.

Andate a Utrecht, famosa per la torre del Duomo e per l’università antichissima, dove Mohammed è il primo nome fra i nati e le moschee chiamano alla preghiera con gli altoparlanti ogni giorno e la piscina Den Hommel ogni lunedì sera offre lezioni per “soli uomini musulmani”.

Andate a Charleroi, dove il 20 per cento della popolazione è musulmana.

Andate ad Aquisgrana, la città di Carlo Magno e della sua meravigliosa cattedrale, dove fu incoronato imperatore nel Natale dell’800 nella cappella palatina [o non a San Pietro da papa Leone III? -ndr], gioiello carolingio patrimonio Unesco, e che oggi ha dodici moschee.

La vecchia Europa, ancora bellissima, che presto non riconosceremo più.

Andate a Magonza. La città di Gutenberg, della cattedrale romanica millenaria, del Reno, dei carnevali. La moschea centrale ha ottenuto nel 2024 il permesso di chiamare alla preghiera con altoparlanti tre volte al giorno. Il suono rimbomba tra le guglie della cattedrale.

Andate a Marburgo. Università fondata nel 1527 da Filippo d’Assia, città dei fratelli Grimm e della chiesa di Santa Elisabetta con le reliquie della santa. Oggi il 22 per cento della popolazione è musulmana. La chiesa luterana di Sankt Michael è stata venduta a un’associazione turca che l’ha trasformata in moschea con minareto. Il pastore protestante: “È doloroso, ma non avevamo più fedeli”.


Nell'immagine: Mercatino di Natale in Francia


Andate nelle zone storiche di Parigi. Chi arriva in treno alla Gare du Nord scende in un souk. I bistrot sono stati sostituiti da kebab halal, le insegne in francese sono minoranza. La basilica del Sacré-Cœur, bianca sulla collina come un ultimo grido di pietra, sembra osservare impotente il mare di minareti che cresce nella periferia. Saint-Denis, dove sono sepolti i re di Francia, è a maggioranza musulmana.

È il suicidio perfetto: assistito, politically correct, finanziato dalle nostre tasse, celebrato dai media, benedetto dalle ong.

Ecco allora l’articolo del Telegraph, che riproduco nella sua interezza.

Benvenuti nella nuova Europa: meno Bach, più richiami alla preghiera. E il bello è che l’abbiamo voluto noi, convinti che bastasse offrire welfare e corsi di tedesco per trasformare Medina in Monaco. Spoiler: non funziona così. Prosit!

L’islamizzazione della Germania è in piena vista nella città di Hanau, città natale dei fratelli Grimm, che hanno regalato al mondo le loro fiabe di Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Hänsel e Gretel e molte altre. Nella piazza centrale si erge un’imponente statua in bronzo che raffigura i due fratelli in frac, mentre osservano uno dei manoscritti in cui hanno trascritto le loro incantevoli storie tratte dal folklore, dalla cultura e dalla storia germanica.

Le strade che si diramano dalla piazza sono dominate da innumerevoli kebab, fast food da asporto, ristoranti e negozi di alimentari, la maggior parte dei quali espone cartelli che indicano che il cibo è “halal” e quindi conforme alle regole alimentari islamiche. Da veterano dell’Iraq e dell’Afghanistan, non ho potuto fare a meno di essere colpito da tutto questo, insieme a tutto l’arabo parlato e ai saluti As-Salaam-Alaikum, in particolare dalla presenza del ristorante Afghan Starway e del supermercato Kabul Central.

La situazione dell’immigrazione in Germania è particolarmente difficile, soprattutto perché non può ricorrere facilmente alle tattiche di espulsione di Donald Trump. Molte di queste persone, se non la maggior parte, sono arrivate legalmente e sono state accolte, sia nell’ambito del programma di lavoratori ospiti tedesco degli anni ‘60, sia come rifugiati della guerra civile siriana. Molti sono titolari di passaporto tedesco.

A Worms – una delle città più antiche del Nord Europa, famosa per l’Editto di Worms del 1521, con cui Martin Lutero fu dichiarato eretico – la situazione è ancora più critica, soprattutto se si applica il “test del bar”. Se pensate che la scena dei pub britannici sia in difficoltà, andate a Worms. Ho attraversato tutto il centro città, incrociando strade e vicoli alla ricerca di un tipico pub tedesco, chiamato kneipe. Ho trovato shisha bar, agenzie di scommesse, un’infinità di barbieri in stile turco. Ma nessun kneipe vero e proprio.

Alla fine ne ho trovato uno nascosto vicino alla stazione ferroviaria. Non c’era birra alla spina, c’era solo un tipo di birra in bottiglia disponibile, proveniente da un birrificio sul punto di fallire, mi disse uno degli uomini al bar.

Qual è la linea di condotta giusta o sbagliata quando città un tempo prettamente tedesche si trasformano in avamposti del mondo musulmano davanti ai nostri occhi?

“Le culture cambiano e bisogna lasciarsi trasportare dalla corrente”, mi disse con calma un giovane tedesco sul treno, seduto accanto alla sua ragazza ucraina (la Germania ha dato rifugio a più di un milione di ucraini; il mio interlocutore a Worms aveva conosciuto la sua ragazza ucraina tramite la famiglia ucraina che aveva accolto allo scoppio della guerra).

Ho suggerito che, sebbene ora non abbia problemi con le donne che indossano l’hijab o il niqab, potrebbe cambiare idea se un giorno il 60 per cento o più delle donne tedesche si vestirà in quel modo, e una percentuale simile di uomini tedeschi avrà un aspetto e un abbigliamento nettamente diversi dai suoi.

Non sembrava convinto, ma almeno stavamo parlando della questione, che deve essere affrontata, soprattutto perché la trasformazione è in atto anche nelle città britanniche.

Il problema sembra essere più profondo dell’ingenuità della sinistra sull’immigrazione; forse c’è un errore di calcolo fatale al centro del progetto del moderno liberalismo laico.

I tedeschi sembrano disposti a riconoscere la sfida dell’immigrazione e a parlarne apertamente: che siano di sinistra o di destra, i tedeschi che incontro continuano a dirmi che l’immigrazione è diventata un problema serio per loro e per il Paese.

In una recente recensione del Telegraph del romanzo del 1926 A Shadow of Myself di Peter Flamm, vero nome Erich Mosse, il recensore osserva che il fratello maggiore dell’autore fu ucciso a Verdun. Flamm scrive nel poscritto del libro che suo fratello maggiore era morto “per l’idea della Germania”.

Non riesco nemmeno a immaginare cosa penserebbero di Hanau oggi quel fratello maggiore – e molti altri tedeschi caduti in quella guerra. Sebbene il cambiamento non sia necessariamente “sbagliato”, rimane un aspetto triste, se non tragico, in tutto ciò.

Ad Hanau, non riuscivo a scrollarmi di dosso questa sensazione profondamente sgradevole di qualcosa che stava lentamente morendo – qualcosa in cui credo profondamente e per cui, come il fratello di Mosse, sono stato abbastanza stupido da lottare pensando che dovesse importare altrettanto a tutti gli altri.

Per capire quanto poco un contemporaneo possa comprendere la storia che gli viene addosso bisogna andare a Connaught Place a Nuova Delhi.

Il quartiere prende il nome dal figlio della regina Vittoria, il Duca di Connaught, ed è ora la sede dell’egemonia indiana che sta conquistando il mondo. Londra decise la costruzione di Nuova Delhi nel 1911 perché pensava che sarebbe stato più facile controllare il subcontinente indiano da lì che da Calcutta. Questo era l’unico scopo del progetto: consolidare il dominio britannico. Gli inglesi inaugurarono Nuova Delhi nel 1931. Il più grande architetto dell’impero, Sir Edwin Lutyens, fu incaricato di progettare la Casa del Viceré. Sapeva che sarebbe durata solo quindici anni? Ovviamente no.

Se aveste suggerito a chiunque, da Sir Edwin fino al più umile operaio, che il decennio successivo avrebbe segnato la fine del dominio britannico nel mondo, vi avrebbero preso per pazzi. Eppure è successo. Perché pochissimi di noi sono consapevoli del momento in cui la storia accelera. Lutyens e gli altri non sapevano che stavano costruendo una nuova capitale per i loro successori.

Ora anche la vecchia Europa è arrivata al suo “momento Nuova Delhi”. E c’è una domanda che nessuno sembra mai porsi: per chi stiamo custodendo e a chi stiamo lasciando tutti i nostri tesori?






giovedì 1 gennaio 2026

Corredentrice perché Madre di Dio



In occasione della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, pubblichiamo ampi stralci dell’articolo La pretesa di esaltare il Figlio senza la Madre, di padre Serafino Lanzetta, da La Bussola Mensile di gennaio 2026, che dedica il primo piano alla Corredenzione mariana.

1° gennaio

Ecclesia



(...) Se l’ecumenismo fosse il ristabilimento dell’unità visibile di tutti i cristiani nell’unica Chiesa di Nostro Signore, la Chiesa cattolica, la dottrina della co-redenzione lungi dall’essere pietra d’inciampo diverrebbe un catalizzatore di verità cattoliche andate ormai in disuso. Si pensi, ad esempio, alla dottrina del merito, senza il quale non c’è salvezza perché manca la co-operazione dell’uomo con Dio nell’agire soprannaturale resa possibile dalla sua grazia. Come il merito non contravviene alla priorità di Dio e della grazia, ma ne mostra l’efficacia e ad un tempo l’opera associativa dell’uomo, così la co-redenzione di Maria non offusca il primato redentivo di Cristo, ma ne mostra la sua efficacia nel modo più perfetto, in una creatura perfettissima che contribuisce alla salvezza di tutti in virtù della grazia. (...)

Forse i dubbi e le obiezioni al titolo “Co-redentrice” derivano dal fatto di dare più peso a “redentrice” che non invece al prefisso “co”. In questo caso, è il prefisso che spiega il tutto, preso nella sua accezione latina di cum, “con”. Maria è con Gesù nel compimento della redenzione. Cum-redentrice significa che Maria co-opera alla redenzione con Gesù, ma non che è redentrice come Gesù. Questo ultimo significato, che spesso preoccupa, è estraneo al titolo per il fatto che il prefisso “co” delimita il prosieguo della parola (suffisso e radice). Cioè, “redentrice” non è separabile da cum, tale da essere preso indipendentemente. Di più, il lemma “redentrice”, che esiste solo in relazione al cum, è volto al femminile per indicare che il soggetto di quell’azione è una Donna, la Madre di Dio, e non un uomo. Nessuno pensa di staccare il cum da redentrice e utilizzare solo quest’ultima parte della parola senza il prefisso. Anche quando inizialmente ci si riferì a Maria quale “Redentrice” (X secolo), l’idea teologica era ben chiara: Maria lo può essere solo in Cristo e per mezzo di Lui, in quanto sua Madre. (...)

La verità della co-redenzione è da vedersi in relazione alla mediazione di Cristo. Essa infatti è mediazione in Cristo. Si dà se un’altra mediazione diversa da Cristo seppur suscitata da quest’ultimo è possibile. In effetti, il titolo più difficile da accettare, come sanno bene i protestanti, non è Co-redentrice ma Mediatrice (senza alcun prefisso esplicatore). Questo titolo è anche quello più difficile da digerire per la Mater populi fidelis. (...) In quanto mediazione del Verbo incarnato, la redenzione è operata da Gesù. Tuttavia, per il fatto che una tale mediazione esiste ed è necessaria, ciò implica che il coinvolgimento dell’uomo è anch’esso necessario. Gesù è mediatore in quanto uomo non in quanto Dio, come dice san Paolo. È la sua umanità che funge da ponte; un ponte essenziale perché divino in virtù del suo ancoramento al Verbo, ma umano in quanto offerta di sé per il riscatto di molti. Il sacrificio di Cristo è quella mediazione necessaria tra Dio e l’uomo. Tale sacrificio è l’offerta umana di Gesù non il divenire della sua divinità. Il fatto stesso che una tale offerta sacrificale – la morte di Gesù in Croce – sia stata ordinata alla nostra salvezza, ciò implica che la mediazione non esclude l’uomo, gli uomini, il loro sacrificio, ma li coinvolge. Negare la partecipazione umana alla mediazione di Cristo, come lo è quella sacerdotale, è negare in definitiva la stessa mediazione di Cristo.

Ecco l’opera di Maria Santissima, mediatrice in Cristo e per mezzo dell’unica mediazione di Cristo. Non si tratta di stabilire un più o meno materiale nella mediazione di Maria per preservare l’unicità della mediazione di Cristo, ma di appurarne correttamente la sua partecipazione. Essa richiede il partecipante, la Vergine Maria, in quanto resa capace da Colui che l’ammette a tale partecipazione, Cristo, vero uomo e vero Dio. Le perplessità e le cautele circa il titolo di “mediatrice” svaniscono se si ragiona in termini metafisici e non matematici. Maria è vera mediatrice, seppur subordinata a Cristo. La radice della subordinazione è evidente, per questo non usiamo il “co”. Ella è ammessa da Cristo alla sua mediazione salvifica, sia nell’offerta del sacrificio del Calvario, prefigurato dalla sua offerta di Gesù al tempio, sia nella distribuzione di tutte le grazie, acquisite in virtù dell’oblazione sacrificale di Gesù per Maria.

Alla luce di quanto detto finora è molto facile rispondere ad un’obiezione ricorrente, che in realtà è piuttosto un luogo comune: Maria non potrebbe essere Co-redentrice perché Ella stessa ha avuto bisogno di essere redenta. Sembra una contraddizione se si considera la Vergine sul mero piano umano, con un approccio minimalista. Non lo è, se invece consideriamo la Madonna nel piano di Dio, predestinata ad essere Immacolata per diventare la vera Theotokos. Come singolare è la sua redenzione, perché preservativa e non liberativa dal male e dal peccato, come invece è la nostra, così è il suo ruolo di nuova Eva nel liberarci dal male. Maria Vergine non interviene a liberare noi suoi figli come una di noi, come “donna feriale”, per usare un titolo infelice, ma con Cristo come Colei che a Lui più s’assomiglia. Immacolata e Co-redentrice è la risposta all’apparente obiezione perché vera Mediatrice. Il mistero che avvolge la Madonna è da leggersi nel piano della Provvidenza divina che ha fatto in Lei grandi cose (cf. Lc 1,49). La sfida che ci sta dinanzi è il minimalismo mariano che dissolve nell’umanitarismo il contributo unico di Maria alla nostra salvezza. Vogliamo credere che la Madre di Dio e nostra non sia ancora conosciuta e che presto lo sia e meglio. Se infatti questa è la radice di molti mali che affliggono la Chiesa, potrebbe essere anche la causa del suo rinnovamento.