venerdì 23 gennaio 2026

Quale Unione? L’Europa di fronte alla sua storia



Foto di Warren Umoh su Unsplash

[Sull’argomento si veda il 16mo Rapporto dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân dal titolo FINIS EUROPAE. UN EPITAFFIO PER IL VECCHIO CONTINENTE? – QUI].




Di Vittorio Leo, 23 gen 2026

“Farò tutto ciò che è in mio potere per bandire gli orrori ed i sacrifici della guerra il prima possibile, per ridare al mio popolo la benedizione della pace amaramente mancata”. Sono le parole che Carlo I d’Asburgo pronunciò a seguito della sua ascesa al trono, quale ultimo Imperatore di Austria e Re d’Ungheria. Unico tra i Capi di Stato dell’epoca sensibile alle parole di papa Benedetto XV, il quale, riferendosi alla prima Guerra mondiale, aveva parlato di inutile strage.

Oggi di fronte alla tragedia di Gaza, al conflitto Russo-Ucraino, ai tanti conflitti locali che vanno a completare quella concatenazione di eventi definita da Papa Francesco “guerra mondiale a pezzi?” di fronte a tutto questo, qual è la risposta dell’Unione Europea?

Posto che non esiste una reale visione geopolitica comune tra i vari stati membri, finora l’UE, sotto la guida di Ursula von der Leyen, è riuscita a concepire soltanto un progetto faraonico di “Rearm”, aderendo ad un indirizzo preciso della NATO.

Una corsa alle armi che rischia di alimentare la logica manichea dei buoni contro i cattivi per usare le parole di un altro Papa, Leone XIV.

Non si tratta di rigettare una strategia di difesa comune europea, ma di “interrogarsi seriamente sul ruolo dell’Unione nello scacchiere globale”.

Vivere all’ombra della Nato, se per lungo tempo ha garantito protezione e libertà, alla fine ha determinato uno svuotamento di autorevolezza della vecchia Europa e ne ha ristretto gli spazi di autonomia politica.

Stando così le cose, l’Unione Europea risulta essere un soggetto debole sul piano internazionale ed ininfluente ai tavoli dove si giocano i destini dei popoli, nell’ora presente.

Nondimeno, servirebbe un’Europa nelle vesti di soggetto mediatore tra le grandi potenze. Il vecchio continente potrebbe esercitare così un ruolo di equilibrio tra Oriente ed Occidente, avendo peraltro al suo interno “due polmoni’, come amava dire San Giovanni Paolo II, al fine di raggiungere una più stabile e duratura pace tra le Nazioni.

Eppure osservando le recenti posizioni assunte da Ursula von der Leyen e della dirigenza europea sull’Ucraina, come su altri fronti di guerra, è evidente che prevale una logica che non sembra andare nella direzione della mediazione e della pace.

Peraltro, se da una parte l’Europa risulta debole nei rapporti con le altre potenze, lo stesso non si può dire quando si tratta di imporre direttive agli Stati membri. La proposta tecnica fatta dalla Commissione Europea prevede la sospensione del Patto di stabilità per quattro anni e un aumento del tetto alla spesa militare di 1,5 punti di Pil per Paese. Tutto ciò va nella direzione della creazione di una mega-macchina iper burocratizzata volta ad accentuare le funzioni di un super-Stato europeo, con la sua banca centrale, la sua polizia (Frontex) ed un sistema tributario integrato. Questa prospettiva lascia pensare ad un modello sempre meno democratico, con pesanti ricadute sulla vita e la libertà dei popoli europei.

Si verrebbe così a configurare un sistema istituzionale mantenuto da uno stato di eccezione permanente, funzionale al progetto di “Rearm Europe”.

Una critica serrata alle politiche sostenute dalle istituzioni europee è contenuta nel documento presentato di recente dal Presidente Donald Trump, che delinea la nuova National Security Strategy degli Stati Uniti. Il presidente americano traccia le Sue priorità in materia di politica estera, definendo l’Europa come un continente “in difficoltà economiche per via delle sue regolamentazioni soffocanti. Con una natalità in caduta libera e un’immigrazione senza controlli” e chiude apodittico – ” Assisteremo alla cancellazione della civiltà europea da qui a 20 anni”.

Che il governo degli Stati Uniti non sia in sintonia con quanto viene deciso a Bruxelles era già stato manifestato dal vice-presidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, nel corso dell’ultima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera: “la minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’ Europa non è la Russia, non la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”.

E ha continuato Vance, davanti ai Capi di Stato e di Governo venuti da tutto il mondo: “Ho sentito molto sulla necessità di difendervi e, naturalmente, questo è importante. Ma ciò che mi è sembrato un po’ meno chiaro, e certamente, penso, a molti cittadini europei, e per cosa esattamente Vi state difendendo. Qual è la visione positiva che anima questo patto di sicurezza condiviso che tutti noi crediamo sia così importante? E credo profondamente che non ci sia sicurezza se hai paura delle voci, delle opinioni e della coscienza che guidano il tuo stesso popolo”. (…) Non puoi ottenere un mandato democratico censurando i tuoi oppositori o mettendoli in prigione. Che si tratti del leader dell’opposizione, di un umile cristiano che prega nella sua casa o di un giornalista che cerca di riportare le notizie. Né puoi vincerne una ignorando il tuo elettorato di base su questioni come chi può far parte della nostra società condivisa”.

Il vice-presidente degli Stati Uniti nel suo discorso faceva riferimento a notizie di cronaca recenti come il caso di Adam Smith Connor, un cittadino britannico sotto processo per aver pregato silenziosamente davanti una clinica nella quale si praticano aborti. Esprimeva preoccupazione per la censura e la disinformazione Che viene veicolata dai mass-media, con riferimento soprattutto al modo in cui è stata gestita l’informazione durante il periodo pandemico.

Vance, in quel frangente ha avuto il coraggio di denunciare il decadente vecchio continente. Forse avrebbe dovuto estendere il suo ragionamento anche agli Stati Uniti. Poiché la ritirata dai valori fondamentali investe l’intera società occidentale, con pericolose ripercussioni in ambito politico e giuridico.

San Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis parlava di strutture di peccato che si annidano tra le realtà esistenti, tra cui annoverava “da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall’altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà”, precisando che le strutture di peccato non riguardano solo gli individui ma anche le nazioni e i blocchi.

Al punto 36 dell’Enciclica, il Papa polacco profeticamente rilevava che “un mondo diviso in blocchi. Sostenuto da ideologie rigide, dove, invece dell’interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a “strutture di peccato”.

Orbene, sulla scorta dell’insegnamento wojtyliano, non si può curare il male che pervade l’Europa senza prescrivere la cura, ovvero il ritorno alle sue radici cristiane.

Il cristianesimo è l’unico vero collante dei popoli europei, da esso si è generato un patrimonio culturale che, come affermato da Benedetto XVI nel corso del discorso tenuto al Bundestag tedesco, è nato “dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma”.

Più nel dettaglio, Remi Brague scriveva che per trovare le radici dell’Europa occorre seguire la “via romana”: la storia dell’ Europa si fonda da un lato sullo ius commune europeo, su basi romanistiche e canonistiche, e dall’altro sul cristianesimo. Da questo incontro è nata la Res Publica cristiana del medioevo, all’ombra della quale si è sviluppata la civiltà europea ed occidentale.

Anziché imboccare la via romana, nel dopoguerra ha esercitato una forte influenza il modello di Unione tracciato dal Altiero Spinelli con il Manifesto di Ventotene: un progetto in aperto contrasto con la storia dell’Europa.

Oggi tocca ai popoli europei, ai leader illuminati che sapranno cogliere la sfida, riprendere l’unica strada che può condure ad una rinascita morale e spirituale.

“Per quanto Se ne possa parlare, la visione del mondo del medioevo, che si rifaceva all’ ordine, alla pace, alla fraternità cristiana, all’unità di tutti e di tutto in Dio, rimane il più alto gradino cui lo spirito si sia mai elevato”, affermava Gonzague de Reynold.

La pace, così come l’ordine e il diritto naturale, allora può avere successo laddove questi principi prosperano, ecco perché diventa urgente la nuova evangelizzazione.

In tal senso, merita rilievo la notizia, circolata quest’anno, di una crescita record di battesimi in Francia. Secondo i dati diffusi dalla Conferenza Episcopale Francese (CEF), sono stati 10.384 gli adulti battezzati nella notte di Pasqua, con un incremento del 45% rispetto all’anno precedente. A questi si aggiungono oltre 7.400 adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, anche loro in crescita significativa.

Si tratta del numero più alto mai registrato da oltre vent’anni, da quando la CEF ha iniziato a monitorare questi dati. In 13 diocesi francesi, il numero dei battesimi adulti raddoppierà.

Timidi segnali o sintomo di qualcosa di più grande? O forse una reazione al pericolo islamico e al nulla del relativismo? Se tirare le somme e prematuro, conforta però sapere che ogni anno migliaia di giovani provenienti dalla Francia e da Europa (le stime parlando di circa venti mila anime, con un trend in costante crescita) partecipano al pellegrinaggio Parigi-Chartres: giovani che assistono quotidianamente alla messa in rito romano antico, si confessano, intonano i canti della tradizione cattolica e recitano il rosario. Tutto questo ci dice che ancora oggi la bellezza della fede cattolica, quando viene proposta senza sconti, attrae e affascina. E da questa fede genuina che può ancora una volta generarsi una cultura capace di rispondere alle domande dell’ora presente.

Gonzague de Reynold riteneva che la civiltà cristiana fosse l’unico antidoto alla barbarie, che rischia di travolgere l’Europa e non solo: “Il solo principio che abbia fatto l’Europa, che le abbia conferito l’unità o almeno un ideale di unità, è il principio cristiano. L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatt,i la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale”




Fonte

Parigi, in 10 mila alla Marcia per la Vita: no a eutanasia e suicidio assistito



Articolo precedentemente pubblicato da aciprensa – agenzia stampa in lingua spagnola del gruppo EWTN News. È stato tradotto e riadattato per la pubblicazione dal team di ewtn.it.





Diego Lopez Marina, EWTN, 20-01-26

La manifestazione si svolge mentre il Senato esamina il disegno di legge sull’“assistenza al morire”. Gli organizzatori: «La vera dignità è accompagnare, non eliminare».
Circa 10 mila persone si sono radunate domenica a Parigi per partecipare alla Marcia per la Vita, l’annuale mobilitazione del mondo pro-life francese, che quest’anno ha assunto un rilievo particolare per il delicato dibattito parlamentare sulla possibile legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Secondo l’organizzazione promotrice Marche Pour La Vie, l’edizione 2026 si è svolta in un clima politico teso: dal 12 gennaio il Senato francese sta infatti esaminando il disegno di legge già approvato dall’Assemblea Nazionale il 27 maggio, che introduce quella che viene definita “assistenza al morire”, una riforma sostenuta come priorità dal presidente Emmanuel Macron.

«La dignità non è la morte somministrata»

Nel corso della manifestazione, gli organizzatori hanno ribadito che la vera dignità umana «si trova nell’accompagnamento dei più vulnerabili, e non nell’offerta sociale e medica dell’eutanasia o dell’aborto». Un messaggio rilanciato anche nel manifesto ufficiale del movimento, diffuso durante la giornata.

Il testo mette in guardia dal rischio che, dopo anni di lavoro parlamentare, anziani, persone con disabilità e malati diventino «obiettivi di una cultura della morte», così come già accade — secondo gli organizzatori — per i bambini non ancora nati.

«L’argomento secondo cui si tratterebbe di difendere la dignità umana è profondamente ingannevole», si legge nel manifesto, che contesta l’idea che lo Stato possa stabilire quali vite meritino di essere vissute. Per il movimento pro-life, la dignità è intrinseca alla persona e non dipende da salute, età o utilità sociale.

La crisi demografica sullo sfondo

La Marcia ha posto l’accento anche sulla crisi demografica che attraversa la Francia. Secondo i dati dell’INSEE, nel 2024 le nascite sono diminuite da 677.803 a 663.000, mentre gli aborti sono aumentati da 243.623 a 251.270.

Numeri che, secondo gli organizzatori, indicano una «profonda ferita sociale» e rendono ancora più urgente una riflessione culturale sul valore della vita umana in tutte le sue fasi.

Cure palliative o eutanasia?

Un altro punto centrale del dibattito riguarda il rapporto tra eutanasia e cure palliative. Sebbene il Governo sostenga che le due realtà possano svilupparsi in modo complementare, la Marcia per la Vita respinge questa visione.

Secondo gli organizzatori, la legalizzazione della “morte somministrata” finirebbe per indebolire gli investimenti nelle cure palliative, soprattutto per ragioni economiche. «In alcuni Paesi — denunciano — esiste già il ricatto di offrire l’eutanasia come alternativa “gratuita” a cure considerate troppo costose».

Una mobilitazione familiare e trasversale

La manifestazione, partita da Place Vauban, ha visto la partecipazione di giovani, famiglie e bambini, in un clima definito “gioioso e festoso” nonostante il freddo invernale. Presenti anche personalità pubbliche, rappresentanti politici e figure del movimento pro-life, tra cui Dominique Rey, vescovo emerito di Fréjus-Tolone.

Tra le richieste avanzate durante gli interventi pubblici figurano l’avvio di un grande piano nazionale per le cure palliative e la garanzia piena dell’obiezione di coscienza per tutto il personale sanitario.

Una battaglia culturale aperta


Per alcuni partecipanti, la Marcia mira a influenzare direttamente il voto dei parlamentari nelle prossime settimane; per altri, la posta in gioco è soprattutto culturale e di lungo periodo.

Il manifesto si chiude con un appello esplicito a difendere ogni vita umana, citando Teresa di Calcutta: «Non possiamo rassegnarci a vivere in una società in cui i medici diventino una minaccia per i loro pazienti».

Con il voto del Senato previsto per il 28 gennaio e un nuovo esame all’Assemblea Nazionale atteso a febbraio, la Marcia per la Vita ha riportato al centro del dibattito pubblico francese una domanda decisiva: che cosa si intende oggi per dignità umana e come una società sceglie di proteggerla.









Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?



L’arcivescovo Lefebvre all’altare: un gesto di continuità e fedeltà.

Nella nostra traduzione da Vigiliae Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?
Una lettura cristiana di fedeltà, modernità e continuità
Rev. Leon, 20 gennaio 2026


Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?


Marcel Lefebvre (1905-1991) è spesso ricordato come una figura divisiva all'interno del cattolicesimo romano del XX secolo. Tuttavia, ridurlo a un simbolo di controversia oscura il significato più profondo della sua testimonianza. Vescovo missionario in Africa, Superiore Generale dei Padri dello Spirito Santo, Padre conciliare al Vaticano II e in seguito fondatore della Fraternità San Pio X, Lefebvre visse al crocevia di immensi cambiamenti ecclesiali. La sua vita solleva interrogativi che risuonano in tutte le tradizioni cristiane: che aspetto ha la fedeltà in un'epoca di incertezza dottrinale? Come dovrebbe rispondere la Chiesa alla modernità? E una voce liquidata come divisiva può essere invece intesa come un richiamo profetico alla Chiesa, che la richiama alle sue radici?

Questo articolo offre una lettura cristiana di Lefebvre come un profeta inquietante: non una figura confortevole, ma uno la cui insistenza sulla continuità costringe la Chiesa nel suo complesso a confrontarsi con la propria identità.



1. Un breve profilo biografico

Nato nel nord della Francia in una devota famiglia cattolica, Lefebvre fu plasmato fin da piccolo da una spiritualità di sacrificio e zelo missionario. Ordinato sacerdote nel 1929, si unì ai Padri dello Spirito Santo e trascorse gran parte del suo primo ministero nell'Africa francese, diventando poi Delegato Apostolico per la regione e in seguito Arcivescovo di Dakar. I suoi anni in Africa furono caratterizzati da energia pastorale, chiarezza dottrinale e un profondo impegno nella formazione del clero.

Nel 1962 fu nominato Superiore Generale del suo ordine e, da vescovo, partecipò attivamente al Concilio Vaticano II. Inizialmente fiducioso, divenne sempre più preoccupato per quella che percepiva come ambiguità teologica e una deriva verso tendenze moderniste. Dopo essersi dimesso dalla sua congregazione, fondò un seminario a Écône (Svizzera) nel 1970, che divenne il nucleo della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Con la crescita del suo movimento, la sua posizione lo portò a una tensione aperta con il Vaticano, in particolare su questioni di liturgia, dottrina e, infine, sulle consacrazioni episcopali da lui effettuate nel 1988. Lefebvre, tuttavia, sostenne costantemente di difendere – e non di discostarsi – dall'insegnamento perenne della Chiesa, e che qualsiasi rottura proveniva da coloro che cercavano di reinterpretare la fede alla luce della modernità.

Per tutta la vita ha sempre sostenuto di non innovare, ma di preservare: "Sto semplicemente trasmettendo ciò che ho ricevuto".


2. Testimonianza profetica – Un quadro teologico

Nella tradizione biblica, il profeta non è principalmente un predittore di eventi futuri, ma un custode della verità dell'alleanza. I profeti richiamano il popolo di Dio alla fedeltà, spesso a costo di conflitti. Il loro messaggio è raramente accolto e la loro posizione è spesso fraintesa.

All'interno della Chiesa, la testimonianza profetica emerge soprattutto in tempi di transizione. Essa implica tensione – tra coscienza e autorità, tra tradizione e adattamento, tra continuità e riforma. Definire Lefebvre "profetico" non significa canonizzare ogni sua decisione, ma riconoscere che egli si percepiva come difensore della fede a lui affidata.

Una volta osservò: "Se sono io nel torto, allora la Chiesa ha sbagliato per venti secoli". Non si trattava di arroganza, ma di convinzione: credeva di stare dalla parte della Chiesa, che si era sempre trovata.


3. La diagnosi di Lefebvre sulla crisi della modernità

La critica di Lefebvre agli sviluppi postconciliari non si limitava alla riforma liturgica. Le sue preoccupazioni più profonde toccavano temi che continuano ad assillare i cristiani di tutte le confessioni.

Chiarezza dottrinale Temeva che formulazioni ambigue avrebbero indebolito la testimonianza della Chiesa. "La verità non cambia; cambia solo il nostro coraggio di proclamarla".

Secolarizzazione

Credeva che la Chiesa stesse assorbendo lo spirito dell'epoca anziché convertirlo, e metteva in guardia dal rischio che l'adattamento alla modernità diluisse il Vangelo.

Missione ed Evangelizzazione

Si è chiesto se il dialogo avesse sostituito l'annuncio e se la Chiesa stesse perdendo fiducia nel proprio messaggio.

Continuità della tradizione

Insisteva sul fatto che uno sviluppo autentico dovesse rimanere visibilmente radicato in ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato. Per lui, la continuità non era nostalgia, ma fedeltà.

Queste preoccupazioni, che si condividano o meno, non sono prerogativa esclusiva della Chiesa cattolica. Molti pensatori protestanti, anglicani e ortodossi hanno espresso preoccupazioni simili riguardo alle pressioni della modernità e alla tentazione di rimodellare la fede per adattarla alle aspettative culturali.


4. Continuità e riforma: una tensione cristiana universale

Un aspetto centrale dell'autocomprensione di Lefebvre era la sua convinzione di non aver cambiato rotta. Si considerava in linea con l'insegnamento perenne della Chiesa, mentre altri – a suo avviso – reinterpretavano la dottrina, il culto e la missione in modi che rompevano con il passato.

Questa tensione tra continuità e riforma non è esclusiva del cattolicesimo romano. Ogni comunità cristiana si trova ad affrontare la sfida di discernere come rimanere fedeli al deposito apostolico, rispondendo al contempo alle nuove circostanze storiche. La storia di Lefebvre diventa così un caso di studio della perenne lotta tra tradizione e innovazione, tra la stabilità del passato e le esigenze del presente.


5. Perché Lefebvre è ancora importante per i cristiani di oggi

L'eredità di Lefebvre invita i cristiani di tutte le tradizioni a riflettere su interrogativi persistenti:
Come distinguiamo lo sviluppo autentico dal compromesso teologico?

Qual è il ruolo della coscienza quando le autorità ecclesiastiche sembrano cambiare direzione?

Come dovrebbe rispondere la Chiesa alle voci interne di critica?

La fedeltà alla tradizione può diventare essa stessa un atto profetico?

Anche coloro che non sono d'accordo con le posizioni di Lefebvre possono trovare nella sua vita un promemoria del fatto che la Chiesa ha bisogno di voci capaci di sfidare i preconcetti prevalenti. I profeti sono raramente figure comode, ma spesso esprimono verità che altri preferiscono ignorare.


Conclusione: un profeta per il nostro tempo?


Se Marcel Lefebvre fosse un profeta in senso stretto è una questione che la storia e la Chiesa in generale devono continuare a chiarire. Ciò che è chiaro è che parlava da una posizione di profonda convinzione, motivato dal desiderio di salvaguardare la fede che credeva gli fosse stata affidata. La sua testimonianza costringe i cristiani ad affrontare interrogativi scomodi sull'identità, la continuità e il costo del discepolato.
Un profeta inquietante, forse, ma i profeti hanno sempre turbato il popolo di Dio.


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Bibliografia (per i lettori che desiderano esplorare gli scritti di Lefebvre) Marcel Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici confusi (Kansas City: Angelus Press, 1986). Marcel Lefebvre, Lo hanno decoronato (Kansas City: Angelus Press, 1987). Marcel Lefebvre, Viaggio spirituale (Kansas City: Angelus Press, 1991). Marcel Lefebvre, Contro le eresie (Kansas City: Angelus Press, 1992). Marcel Lefebvre, Accuso il Consiglio (Kansas City: Angelus Press, 1998). Marcel Lefebvre, La messa di tutti i tempi (Kansas City: Angelus Press, 2007).




Non c’è unità senza verità. Critica tomista alla Settimana per l’unità dei cristiani






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by Aldo Maria Valli 23 gen 2026



di Daniele Trabucco

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nasce storicamente nel 1908, quando padre Paul Wattson propose e inaugurò l’Ottavario per l’unità della Chiesa (18–25 gennaio), poi evolutosi fino all’attuale e problematica forma ecumenica, anche attraverso la successiva elaborazione congiunta dei sussidi (in uso ufficiale dal 1968). L’istituzione, dunque, è antica quanto al gesto pubblico e stabile, ma non neutra quanto al suo significato: essa reca in sé una domanda decisiva, perché l’unità è realmente volontà del Signore – “ut unum sint” – e tuttavia proprio questa volontà di Cristo può essere fraintesa, e perfino tradita, quando viene trasposta in categorie moderne che separano l’unità dalla sua forma, cioè dalla verità che la costituisce.

In prospettiva tomista, l’unità non è un sentimento di convergenza, né un risultato diplomatico, né una mera cooperazione etico-sociale; è una proprietà dell’essere e, per conseguenza, è inseparabile dal vero e dal bene. Unum, verum, bonum non sono tre ideali concorrenti: sono tre aspetti convertibili del medesimo reale (i cosiddetti trascendentali). Ne segue che l’unità cristiana, se è autentica, non può essere pensata come un “di più” aggiunto alle confessioni in quanto tali, ma come l’ordine interno della stessa realtà ecclesiale voluta da Cristo: una comunione visibile, determinata da principi e mezzi oggettivi (professione integrale della fede apostolica, vita sacramentale, comunione gerarchica). In termini strettamente causali: l’unità è effetto di una forma e la forma non nasce dal consenso, bensì dalla partecipazione a ciò che precede e fonda il consenso, cioè la verità rivelata e la struttura ecclesiale che la custodisce.

Quando l’approccio moderno alla Settimana adotta implicitamente categorie “procedurali” (dialogo come fine, inclusione come criterio, pace come valore sovraordinato), tende a trattare l’unità come prodotto di prassi e non come frutto di una forma comune. Si passa così dall’ecclesiologia alla sociologia religiosa: l’unità diventa un evento, non una realtà. Da questo slittamento derivano alcune criticità che meritano di essere dette in modo teoreticamente netto.

La prima è l’irenismo, ossia la pace ottenuta al prezzo della chiarezza. Se l’unità è perseguita mediante l’attenuazione delle differenze dogmatiche, allora non è più unità nella verità, ma sospensione della verità in nome dell’unità. Per Tommaso, va ricordato in modo chiaro, la verità non è malleabile perché non è un costrutto della volontà: è l’adeguazione dell’intelletto al reale, e, nella fede, l’adeguazione dell’intelletto alla Parola di Dio. Un ecumenismo che educa a percepire i dogmi come “linguaggi equivalenti” o come “simboli negoziabili” non prepara l’unità; prepara l’indifferentismo, cioè l’idea che la divergenza sia irrilevante. Ora, la divergenza sulla fede non è un accidente, riguardando il principio formale della comunione.

La seconda criticità è l’inversione dell’ordine sacramentale. La comunione liturgica, e in particolare eucaristica, non è uno strumento terapeutico per produrre unità; è il segno e l’atto della comunione già esistente nella fede e nella Chiesa. Quando la Settimana, non necessariamente nelle norme, ma spesso nella prassi e nel tono, lascia intendere che la celebrazione comune possa “anticipare” o “sostituire” la piena comunione, si cade in un rovesciamento causale: l’effetto viene impiegato come causa. Nella metafisica tomista ciò è impossibile senza falsificazione del segno: il sacramento significa e causa ciò che significa, ma non in modo magico o indipendente dalle disposizioni e dall’ordine della Chiesa. Perciò l’ambiguità liturgica è più grave di un’imprecisione terminologica: altera il rapporto tra verità professata e comunione celebrata.

La terza criticità è la trasformazione del fine: dall’unità come ricomposizione nella pienezza alla “unità” come pluralismo riconciliato. In tale schema moderno, la divisione tende a essere reinterpretata come ricchezza delle differenze; l’unità diventa la capacità di convivere senza convergere. Ora, la divisione ecclesiale, in quanto tale, è ferita: non si romanticizza una ferita, la si cura.

Se la Settimana educa a considerare normale l’assetto frammentato del cristianesimo, allora neutralizza la domanda stessa di “ut unum sint“, riducendola a un auspicio morale. L’unità voluta da Cristo, infatti, non è mera non-belligeranza tra comunità; è la visibilità di una sola comunione nella stessa fede e nei medesimi sacramenti, ordinata sotto un medesimo principio di governo. In un linguaggio tomista: l’unità ecclesiale è unità di ordine, non semplice unità di contiguità.

La quarta criticità, che riassume le precedenti, è la “de-teologizzazione” dell’ecumenismo. Quando l’unità viene trattata come valore autonomo, separabile dalla questione del vero, si finisce per attribuire alla volontà (o al metodo) ciò che compete alla forma (e, quindi, alla verità). È, in ultima analisi, un nominalismo pratico: si crede che nominare l’unità, o organizzare gesti unitari, equivalga a possederla. Tuttavia, l’unità non nasce da un atto linguistico, né da una coreografia: nasce dal ritorno al principio che la genera.

E qui la tradizione cattolica, letta con sobrietà tomista, impone un punto rigoroso: la preghiera per l’unità è autentica soltanto se domanda a Dio ciò che Dio vuole dare, e Dio non vuole dare un’unità “a prescindere”, bensì un’unità “secondo verità”.

In conclusione, la Settimana, in sé, è legittima e persino necessaria nella misura in cui è atto di fede autentica e di speranza, perché riconosce che l’unità è dono soprannaturale e che il cristianesimo diviso contraddice lo scandalo buono del Vangelo. Essa diventa però problematica quando assume il lessico moderno dell’equivalenza, dell’indeterminatezza dogmatica e della “unità senza forma”, perché allora non serve più l’unità di Cristo, ma un surrogato pacificato. L’unità vera non è la somma delle differenze, bensì la comunione nel vero; non è il silenzio sulla dottrina, ma la carità che la custodisce; non è un evento annuale, ma l’ordine permanente del Corpo mistico. Per questo, la critica tomista non diminuisce ut unum sint: lo salva. E ricorda alla coscienza cattolica una regola semplice e severa: l’unità che Cristo chiede non è contro la verità; è la forma storica della verità che salva.






giovedì 22 gennaio 2026

Anniversari: mons. Fiordelli e la nascita de la Repubblica






Chiesa cattolica | CR 1934



di Roberto de Mattei, 21 Gennaio 2026 

Tra gli anniversari che ricorrono in questo 2026 c’è il “caso dei pubblici concubini”, che esplose nel 1956, dunque settant’anni fa, dopo una lettera di mons. Pietro Fiordelli vescovo di Prato.

Mons. Pietro Fiordelli nacque a Città di Castello nel 1916, 110 anni fa e fu ordinato sacerdote nel 1938. Dopo il Seminario Romano Maggiore, dove ebbe come direttore spirituale il servo di Dio mons. Pier Carlo Landucci, si laureò alla Pontificia Università Lateranense; fu per sedici anni in Umbria, predicatore e confessore e, nel 1954, a soli 38 anni, fu consacrato vescovo di Prato. Sotto la sua guida, la diocesi visse un periodo di intensa attività pastorale, con particolare cura per il clero, per l’educazione dei giovani e per la presenza della Chiesa nel dibattito pubblico.

Il 12 agosto 1956 mons. Fiordelli pubblicò una lettera relativa a una coppia che nella sua diocesi si era sposata con il solo rito civile. Lui era comunista, lei si diceva cattolica, ma frequentavano la parrocchia. In base al Diritto Canonico vigente, il vescovo ricordò che tale situazione configurava una condizione di irregolarità oggettiva rispetto alla disciplina sacramentale della Chiesa. Egli invitò quindi il parroco a considerare i due come “pubblici concubini” e, di conseguenza, a escluderli dall’accesso ai Sacramenti, come richiamo alla verità del sacramento del matrimonio e alla coerenza della vita cristiana. Estese inoltre il suo richiamo ai genitori della coppia, ritenendo che avessero mancato nei loro doveri educativi consentendo ai figli di contrarre matrimonio al di fuori della Chiesa. Infine, dispose che quella sua lettera venisse letta da tutti i pulpiti della Diocesi.

Il vescovo non aveva fatto che applicare la legge morale e canonica della Chiesa in un momento, ricordiamolo, in cui l’Italia era ancora un paese profondamente cattolico e la convivenza pubblica rappresentava uno scandalo anche sociale. La vicenda però assunse rapidamente una dimensione politica e nazionale. I coniugi presentarono querela per diffamazione contro il vescovo, e il caso giunse fino al Parlamento, diventando simbolo dello scontro tra la visione cattolica della società e le forze laiciste e socialiste del tempo. Nel 1958 Mons. Fiordelli fu condannato in primo grado a un’ammenda simbolica di 40.000 lire. Successivamente, la Corte d’Appello di Firenze lo assolse, riconoscendo la legittimità della sua azione pastorale nel contesto delle competenze proprie dell’autorità ecclesiastica.

Pio XII, si schierò apertamente a sostegno del vescovo, definendo la sentenza di condanna un precedente pericoloso per la libertà della Chiesa. Egli ammonì il governo italiano, sottolineando che permettere a un giudice civile di sindacare su materie di competenza vescovile, riconosciute dal Concordato, significava minare le basi della libertà religiosa. La Santa Sede promosse manifestazioni di sostegno a Mons. Fiordelli attraverso le Nunziature apostoliche e sospese il tradizionale ricevimento di inizio anno per il Corpo Diplomatico.

Il caso Fiordelli rivelò l’atmosfera di laicizzazione, che verso la fine del pontificato di Pio XII, si diffondeva anche a livello delle istituzioni nazionali. Nel maggio 1958, L’Osservatore Romano pubblicò una serie di articoli che mettevano in guardia dai pericoli per la famiglia, la scuola cattolica e la vita cristiana del Paese, denunciando l’«offensiva scristianizzatrice» e una campagna anticlericale dai toni esplicitamente anticattolici e antireligiosi. Questo processo di scristianizzazione non era spontaneo, ma guidato da una attiva minoranza anticattolica. Uno dei protagonisti della campagna laicista era il giornalista Eugenio Scalfari, fondatore nel 1955 del settimanale L’Espresso e nel 1976 del quotidiano la Repubblica. Scalfari, nelle sue memorie, scrive che il termine «strutture d’opinione» è il più adatto «a spiegare che cosa fu questo gruppo, al tempo stesso giornalistico, politico, culturale, editoriale». «Noi – aggiunge – riuscimmo ad aggregare intorno a noi l’opinione pubblica ‘liberal’ del paese» (L’Espresso. 1955-1980, Editoriale L’Espresso, Roma 1981, p. 14).

Il caso del vescovo di Prato fu una sorta di prova generale. Poi vennero le campagne a favore del divorzio, della droga libera e, a partire dal 1976, dell’aborto. Le strutture di opinione in prima linea furono L’Espresso e la Repubblica. Il coronamento della mobilitazione radicalsocialista avvenne con la copertina de L’Espresso del 19 gennaio 1975 raffigurante una donna incinta, nuda, sulla croce.

Il 15 gennaio 2026 Leone XIV ha scritto un messaggio al direttore de la Repubblica, Mario Orfeo, per ricordare l’importante anniversario della nascita del quotidiano, fondato il 14 gennaio 1976 da Eugenio Scalfari. Il messaggio dice: «II vostro è un giornale radicato in tante città, ma che ha in Roma, la diocesi del Papa, un punto di osservazione privilegiato sulle vicende dell’Italia e del mondo, la sua sede principale. Con libertà avete letto le pagine di questi cinquant’anni. E raccontato la storia della Chiesa. È questo il senso della libertà di stampa, che pur nella diversità di opinioni, dei punti di vista, delle culture, deve sempre agire con trasparenza, con correttezza, e offrire quella possibilità di confronto che quando non è ostile contribuisce al bene comune e all’unità del genere umano. Il dialogo supera così il conflitto e costruisce la pace. Vi auguro di costruire sempre una comunicazione libera e dialogante, animata dalla ricerca della verità e senza pregiudizi.Buon cinquantesimo anniversario».

L’infelice idea di questo messaggio non risale probabilmente a Leone XIV, che immaginiamo ignaro della storia italiana, ma forse a qualche collaboratore legato al precedente pontificato, che ha voluto metterlo in difficoltà. Per noi, i cinquant’anni del quotidiano la Repubblica sono cinquant’anni di un’opera di demolizione sistematica delle radici cristiane del nostro paese.

A questo processo si opposero pastori come mons. Pietro Fiordelli, che rimase alla guida della diocesi di Prato fino al 7 dicembre 1991. Morì il 23 dicembre 2004 e i funerali furono celebrati il 26 dicembre, giorno del santo patrono della città, nella Cattedrale di Santo Stefano, a testimonianza del legame profondo tra il vescovo e il popolo che aveva guidato per quasi quattro decenni.

Qualcuno ricorderà mons. Fiordelli a 110 anni della sua nascita e a settanta dal celebre caso che lo vide coinvolto? Ci auguriamo di non essere i soli a farlo.






Quando il Vangelo viene piegato alla storia invece di giudicarla



Il cattocomunismo e la tentazione dell’eresia moderna






di Corrado Gnerre, 21-01-2026

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, viene fondato il Partito Comunista Italiano, partito che poi costituirà ed esprimerà un ruolo importantissimo nella storia politica italiana.

La riflessione che voglio offrirvi in questo editoriale, ovviamente sempre in versione molto sintetica e molto breve, è questa: che tipo di giudizio dare nei confronti del comunismo?

Vedete, nell’ambito cattolico sono sorti fondamentalmente due tipi di giudizio.
C’è il giudizio magisteriale, che si è espresso in modo particolarmente chiaro con la Divini Redemptoris del 1937, un’enciclica scritta da papa Pio XI. In questa enciclica troviamo una definizione molto tranchant, ma anche molto chiara.

Tenete presente che in quei tempi socialismo e comunismo di fatto erano sinonimi: riconducevano alla stessa realtà, alla stessa ideologia.
Ebbene, l’enciclica afferma che il socialismo è un errore intrinsecamente perverso; cioè il socialismo, e quindi il comunismo, è costitutivamente e intrinsecamente un errore e non può essere recuperato.

L’altro giudizio fa riferimento soprattutto — ma non unicamente — a un filosofo: Jacques Maritain, da cui poi è derivata anche tutta la scuola del cosiddetto cattolicesimo democratico.
Maritain dà del comunismo un giudizio particolare: afferma che il comunismo è una sorta di cristianesimo impazzito.

Ora, questo potrebbe sembrare un giudizio negativo, ma non lo è del tutto. Significa infatti che, fondamentalmente, le istanze del comunismo sarebbero istanze evangeliche, istanze cristiane. Basterebbe quindi togliere l’elemento ateistico dall’ideologia comunista e lo stesso comunismo sarebbe cristianamente recuperabile.

È un po’ come dire: su un corpo compare un’escrescenza carnosa; si opera, si toglie questa escrescenza, e rimane il corpo sano.

Al contrario, l’affermazione magisteriale della Divini Redemptoris dice:
“No, il comunismo è un errore intrinsecamente perverso”, per cui — volendo usare la metafora precedente — è come se nell’uomo ci fosse un cancro profondissimo: non si può operare, non si può togliere questo cancro, perché togliendolo verrebbe meno l’intero organismo.

Chi ha ragione?
Ha ragione il Magistero o ha ragione la versione maritainiana, fatta propria dal cattolicesimo democratico, che ha sempre guardato con molta facilità, quasi istintivamente, a sinistra piuttosto che altrove?

La risposta è molto semplice. Premetto che è una risposta di carattere filosofico, ma cercherò di essere il più chiaro possibile. Anzi, mi farebbe piacere se poi scriveste per dirmi se sono riuscito a farmi capire o meno.

Tenete presente che il marxismo non è comprensibile se non si considera il filosofo di riferimento di Karl Marx, cioè Hegel.
Che cosa dice Hegel? Identifica la verità con la storia, una storia che diviene in modo dialettico, cioè attraverso scontri. La verità, quindi, è la storia stessa.

Hegel afferma che i fattori materiali sono conseguenza dei fattori spirituali, ma tutto si realizza e si risolve nella storia.
Marx accetta questa impostazione, ma la modifica: ribalta la prospettiva hegeliana. Accetta l’idea che la verità si identifichi con la storia e che la storia proceda dialetticamente attraverso lo scontro, ma sostiene che i fattori spirituali sono conseguenza dei fattori materiali.

Se questo è vero — ed è vero — allora l’ateismo nel marxismo non è un fatto casuale, non è un incidente di percorso, non è un’escrescenza carnosa che si può togliere lasciando sano l’organismo.
L’ateismo è invece un elemento costitutivo del marxismo.

Perché?
Perché Marx accetta l’identificazione della verità con la storia. Se la verità non è al di fuori della storia, allora non esiste un Dio che trascenda la storia: Dio finisce per identificarsi con la storia stessa.

Hegel può ancora parlare di un Dio immanente, perché per lui i fattori spirituali generano quelli materiali. Marx, invece, non può più parlare nemmeno di un Dio immanente, perché tutto è materia. Da qui nasce il cosiddetto materialismo dialettico.

Da questa impostazione si comprende come l’ateismo in Marx non sia affatto casuale. Non è possibile dire: “Togliamo l’ateismo e recuperiamo il resto”.
L’ateismo è un elemento costitutivo del marxismo.

Per questo ha ragione il Magistero nel dire che il socialismo e il comunismo sono un errore intrinsecamente perverso.

Questo, ovviamente, non significa che i problemi ai quali il socialismo tenta di rispondere non siano reali. Come afferma anche la Rerum Novarum, si tratta di problemi veri.
Tanto è vero che Leone XIII, nella Rerum Novarum, aveva già detto che il socialismo è una risposta sbagliata a problemi veri, generati peraltro da errori costitutivi della modernità.





Il Senato francese con un colpo di scena seppellisce il suicidio assistito



Emmanuel Macron - Ansa

Il blocco della Camera alta riporta al centro i confini etici: una chiarezza indicata dai vescovi francesi e richiesta anche all’Italia


Fine vita


Lorenzo Bertocchi, 22 Gennaio 2026

Il Senato francese ha compiuto una scelta netta, che va ben oltre la cronaca parlamentare. Con la bocciatura dell’articolo 4 – il cuore del disegno di legge sull’assistenza medica al suicidio – e con il conseguente svuotamento dell’intero impianto normativo, la Camera alta ha di fatto messo la parola fine a una riforma presentata come “storica”, ma rivelatasi incapace di reggere alla prova della coscienza e della ragione. Non un semplice incidente di percorso, bensì una frattura profonda, politica ed etica, che ha reso impossibile qualsiasi compromesso.

In questo modo, con un colpo di teatro che è degno dei migliori finali a sorpresa, si realizzano le parole del cardinale Marc Aveline, capo dei vescovi francesi, che solo un paio di giorni fa aveva detto che «Ciò che viene proposto oggi non è né buono né necessario». Una previsione che suona ora come una diagnosi lucida di ciò che è accaduto a Palazzo del Lussemburgo: il testo è crollato perché costruito su fondamenta fragili, incapaci di tenere insieme visioni inconciliabili dell’uomo, della medicina e del legame sociale.

Il voto del Senato ha mostrato con chiarezza che il tema del suicidio assistito non obbedisce alle consuete geometrie politiche. Senatori di destra e di centro, ma anche una parte significativa della sinistra, hanno respinto una riforma che avrebbe introdotto l’eutanasia e il suicidio assistito, sia pure con limiti diversi rispetto al testo dell’Assemblea Nazionale. Il risultato è uno stallo che svuota di senso il dibattito residuo e apre uno scenario di incertezza, fino all’ipotesi – evocata dallo stesso Emmanuel Macron, grande promotore della legge – di un ricorso al referendum.

Ma se la politica appare disorientata, c’è chi, fuori dall’emiciclo, aveva da tempo messo in guardia dal rischio di una deriva profonda. La Conferenza episcopale di Francia, con un testo pubblico congiunto, aveva già ribadito che «invocare una "legge di fratellanza" quando si tratta di uccidere è una menzogna». Parole dure, certo, ma difficili da liquidare come semplice presa di posizione confessionale, perché colpiscono il nodo centrale del dibattito: la manipolazione del linguaggio e dei confini etici.

«Come possiamo offrire la morte come opzione quando l'accesso effettivo alle cure, al sollievo dal dolore (i progressi della medicina ci consentono di superare quasi tutti i dolori refrattari), alla presenza umana e al supporto non sono garantiti a tutti?», domandavano i vescovi nel loro messaggio congiunto. Una domanda che il voto del Senato ha reso ancora più bruciante, soprattutto alla luce dell’emendamento approvato in serata, che sancisce il diritto al miglior sollievo possibile dal dolore “senza alcun intervento volontario volto a causare la morte”, riscrivendo il testo in senso diametralmente opposto a quello uscito dall’Assemblea Nazionale.

Il punto decisivo, però, non è solo giuridico. «Legalizzare l'eutanasia o il suicidio assistito altererebbe profondamente la natura del nostro contratto sociale. Dietro parole rassicuranti si cela una realtà che il linguaggio tende a nascondere. Presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. Non ci si prende cura della vita dando la morte». È su questo “offuscamento” che il Senato, forse senza proclami solenni, ha imposto uno stop.

È sull’offuscamento dei confini etici che si gioca davvero il futuro dell’umanità, dell’uomo in quanto uomo. Una terribile china su cui da tempo ci si è incamminati e a cui i vescovi francesi, con coraggio e chiarezza, hanno richiamato le coscienze. Il voto di Parigi non chiude il dibattito, ma lo costringe a fare i conti con la sua verità più scomoda: non tutto ciò che è tecnicamente possibile o politicamente spendibile è umanamente giusto.

Quello dei vescovi francesi è un grido di cui si sente il bisogno anche sotto le Alpi, nel nostro Belpaese che dibatte di suicidio assistito e ha bisogno di sentire una voce che ricordi senza scorciatoie dove sono i confini etici. Perchè forse, come ha detto il cardinale Aveline in Francia, ciò che è in discussione non è né buono né necessario.





mercoledì 21 gennaio 2026

Mons. Schneider: il rapporto liturgico del card. Roche è «manipolatorio» e distorce la storia



Nella traduzione di MessainLatino, l’articolo della vaticanista Diane Montagna, pubblicato il 20 gennaio sulla sua pagina Substack, con un’intervista esclusiva a mons. Athanasius Schineider sull’ultima difesa del card. Arthur Roche della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes (QUI in esclusiva su MiL).



Diane Montagna, 20-01-2026

Mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, ha pubblicato una critica energica al recente rapporto liturgico redatto dal card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, affermando che si basa su un «ragionamento manipolatorio» e «distorce le prove storiche».

Il testo di due pagine del card. Arthur Roche, presentato come «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale», è stato distribuito ai membri del Sacro Collegio durante il Concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV il 7-8 gennaio. Sebbene non sia stato formalmente presentato o discusso durante la riunione a causa dei limiti di tempo, il rapporto ha ricevuto una forte opposizione da parte del clero e dei fedeli dopo che il suo contenuto è stato diffuso dai media.

In un’analisi punto per punto, mons. Athanasius Schneider contesta sia le ipotesi storiche che le premesse teologiche alla base del testo. Attingendo ai documenti del Concilio Vaticano II, all’insegnamento pontificio e alla testimonianza di studiosi e testimoni direttamente coinvolti nella riforma liturgica postconciliare, egli sostiene che il rapporto non riflette un’analisi imparziale e attenta, ma piuttosto un approccio ideologico caratterizzato da quello che egli definisce «rigido clericalismo».

Al centro della critica di mons. Athanasius Schneider c’è l’affermazione che la riforma liturgica attuata nel 1970 rappresenta una rottura con lo sviluppo organico del Rito Romano. Mons. Schneider sostiene che la Messa più fedele al Concilio vaticano II fosse l’Ordo Missae del 1965 e che la forma successivamente promulgata da San Paolo VI – il Novus Ordo Missae – fosse stata sostanzialmente respinta dalla prima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II nel 1967.

Contesta inoltre l’interpretazione del card. Arthur Roche della costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V, mette in discussione la sua affermazione secondo cui il ripristino della liturgia romana tradizionale era solo una «concessione» e contesta l’idea che il pluralismo liturgico «congeli la divisione» all’interno della Chiesa.

Per mons. Athanasius Schneider, il rapporto del card. Arthur Roche «ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più accese, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, strumentalizzando il potere e l’autorità».

Nell’intervista che segue, Sua Eccellenza guarda anche al Concistoro straordinario previsto per la fine di giugno, delineando alcune alternative che, secondo lui, potrebbero contribuire a ripristinare la pace liturgica nella Chiesa.

* * *

Eccellenza, qual è la sua opinione generale sul documento sulla liturgia preparato dal card. Arthur Roche per essere esaminato dai membri del Sacro Collegio durante il Concistoro straordinario?

Per qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, il documento del card. Arthur Roche trasmette l’impressione di un chiaro pregiudizio nei confronti del Rito Romano tradizionale e del suo attuale utilizzo. Sembra guidato da un programma volto a denigrare questa forma liturgica e, in ultima analisi, a eliminarla dalla vita ecclesiale. Il card. Roche sembra determinato a negare al Rito Romano tradizionale qualsiasi posto legittimo nella Chiesa odierna. È evidente l’assenza di un impegno all’obiettività e all’imparzialità, caratterizzato dall’assenza di pregiudizi e da un sincero interesse per la verità. Al contrario, il documento ricorre a ragionamenti manipolatori e distorce persino le prove storiche. Non incarna il principio classico sine ira et studio, ovvero un approccio «senza rabbia né zelo partigiano».

Passiamo ad alcuni passaggi specifici del rapporto. Al n. 1, il card. Arthur Roche afferma:
La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo “riformarsi”, in un processo di sviluppo organico.
Ciò solleva una questione fondamentale: riforma e sviluppo sono la stessa cosa? La riforma sembra suggerire un intervento deliberato e positivista, mentre lo sviluppo sembra implicare una crescita organica collaudata nel tempo. Storicamente, è corretto affermare che la liturgia ha richiesto una riforma continua, o è meglio intenderla come uno sviluppo organico, con solo occasionali interventi correttivi?


A questo proposito, l’affermazione di Papa Benedetto XVI rimane pertinente e incontrovertibile (lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, 7 luglio 2007) (QUI):

Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura.

È un fatto storico – attestato da autorevoli studiosi di liturgia – che dal tempo di Papa Gregorio VII nell’XI secolo, cioè per quasi un millennio, il rito della Chiesa romana non ha subito riforme significative. Il Novus Ordo del 1970, al contrario, si presenta a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo come una rottura con la tradizione millenaria del Rito Romano.

Questa valutazione è rafforzata dal giudizio dello studioso di liturgia Archimandrita Boniface Luykx O. Praem., perito al Concilio Vaticano II e membro del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia guidata da mons. Annibale Bugnini C.M. Padre Luykx ha individuato i fondamenti teologici errati alla base del lavoro di questa commissione, scrivendo (A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131) [Una visione più ampia del Concilio Vaticano II: N.d.T.] (QUI):

Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principi tipicamente occidentali ma falsi: (1) il concetto (alla Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell’uomo occidentale moderno e della sua cultura rispetto a tutte le altre culture; (2) la legge inevitabile e tirannica del cambiamento costante che alcuni teologi applicavano alla liturgia, all’insegnamento della Chiesa, all’esegesi e alla teologia; e (3) il primato dell’orizzontale.

La descrizione che il card. Arthur Roche fa della costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V al n. 2 è accurata? San Pio V non permise forse che continuasse qualsiasi rito che fosse stato in uso per duecento anni? E non furono forse anche altri riti, come quello ambrosiano o quello domenicano, autorizzati a sopravvivere e prosperare?

Il card. Arthur Roche fa un riferimento selettivo alla costituzione apostolica Quo primum tempore, distorcendone così il significato e utilizzando il documento di San Pio V a sostegno di un’interpretazione antitradizionalista. In realtà, la costituzione apostolica Quo primum tempore permette esplicitamente che tutte le varianti del Rito Romano che erano state in uso continuo per almeno duecento anni continuassero legalmente. L’unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa.

Dom Alcuin Reid, studioso di liturgia e massimo esperto dello sviluppo organico della liturgia, descrive la situazione di questo periodo come segue (The Organic Development of the Liturgy, Farnborough, 2004, pp. 20-21) [Lo sviluppo organico della liturgia: N.d.T.] (QUI):

Non dobbiamo cadere nell’errore revisionista di immaginare una completa “censura romana” centralista della liturgia occidentale: la diversità continuò all’interno dell’abbraccio di questa unità. I Domenicani portarono con sé la loro liturgia. Anche altri ordini mantennero riti distintivi. Le chiese locali (Milano, Lione, Braga, Toledo ecc., così come i principali centri medievali inglesi: Salisbury, Hereford, York, Bangor e Lincoln) custodivano gelosamente le proprie liturgie. Eppure ciascuna di esse apparteneva alla famiglia liturgica romana.

Questa realtà storica conferma che San Pio V permise effettivamente il mantenimento di riti con una storia ininterrotta di almeno due secoli, compresi usi consolidati come i riti ambrosiano e domenicano, che non solo furono preservati, ma continuarono a prosperare all’interno dell’unità della Chiesa romana.

Al n. 4 del documento, il card. Arthur Roche scrive:
"... possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II […] è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione […]".
Qual è la sua opinione su questa affermazione, soprattutto alla luce dell’esperienza che la maggior parte dei Cattolici ha della Nuova Messa nella propria chiesa parrocchiale?


Questa affermazione è vera solo in parte. L’intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era infatti una riforma in continuità con la tradizione della Chiesa, come risulta evidente da questa importante formulazione della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (n. 23) (QUI):
non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti.
Il card. Arthur Roche commette l’errore tipico di un ideologo, utilizzando un ragionamento circolare, che può essere sintetizzato come segue: (1) la riforma della Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (2) l’intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (3) quindi, la Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.

Tuttavia, disponiamo di valutazioni di testimoni autorevoli che sono stati direttamente coinvolti nei dibattiti liturgici del Concilio Vaticano II e che sostengono che l’Ordine della Messa del 1970 rappresenta il prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.

Tra i più importanti di questi testimoni c’è don Joseph Ratzinger. In una lettera del 1976 al prof. Wolfgang Waldstein, docente di diritto romano e filosofia del diritto all’Universität di Salisburgo, egli scrisse con sorprendente chiarezza:
Il problema del nuovo Messale Romano sta nel fatto che esso rompe con questa storia continua – che è progredita ininterrottamente sia prima che dopo San Pio V – e crea un libro completamente nuovo, la cui apparizione è accompagnata da una sorta di proibizione di ciò che esisteva in precedenza, cosa del tutto estranea alla storia del diritto e della liturgia della Chiesa. Dalla mia conoscenza dei dibattiti conciliari e da una rilettura dei discorsi pronunciati all’epoca dai Padri conciliari, posso affermare con certezza che questo non era nelle intenzioni.
Un altro testimone di spicco è il già citato archimandrita Boniface Luykx. Nel suo libro recentemente pubblicato A Wider View of Vatican II [Una visione più ampia del Concilio Vaticano II: N.d.T.], ha affermato candidamente (pp. 80, 98, 104):
C’era una perfetta continuità tra il periodo preconciliare e il Concilio stesso, ma dopo il Concilio questa continuità fondamentale è stata interrotta dalle commissioni postconciliari. […] Il Novus Ordo non è fedele alla CSL [Costituzione sulla Sacra Liturgia], ma va sostanzialmente oltre i parametri che la CSL ha fissato per la riforma del rito della Messa. […] Il rullo compressore dell’orizzontalismo antropocentrico (in contrapposizione al verticalismo teocentrico) ha appiattito tutte le forme liturgiche dopo il Vaticano II, ma la sua vittima principale è il Novus Ordo. […] Il principale perdente in questo processo è il mistero, che dovrebbe invece essere l’oggetto e il contenuto principale della celebrazione.
Cosa ne pensa dell’affermazione del card. Arthur Roche al n. 9, secondo cui "Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso"?

Per il card. Arthur Roche, l’esistenza stessa del principio e della realtà del pluralismo liturgico nella vita della Chiesa equivale apparentemente a «congelare la divisione». Tale affermazione è manipolatoria e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle varianti legittime all’interno di un rito – non come una fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale.

Solo i chierici di vedute ristrette, plasmati da una mentalità clericalista, hanno mostrato – e continuano a mostrare anche ai nostri giorni – intolleranza verso la pacifica coesistenza di riti e pratiche liturgiche diverse. Tra i molti esempi deplorevoli vi è la coercizione dei Cristiani di San Tommaso in India durante il XVI secolo, che furono costretti ad abbandonare i propri riti e ad adottare la liturgia della Chiesa latina, sulla base dell’argomento che a una lex credendi deve corrispondere una sola lex orandi, cioè un’unica forma liturgica.

Un altro tragico esempio è la riforma liturgica della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che proibì la forma più antica del suo rito e impose l’uso esclusivo di una forma recentemente rivista. Se le autorità ecclesiali avessero permesso la coesistenza del rito antico e di quello nuovo, non avrebbero certamente «congelato la divisione», ma avrebbero piuttosto evitato un doloroso scisma – quello dei cosiddetti «vecchi riti» o «vecchi credenti» – che perdura ancora oggi. Dopo un periodo di tempo considerevole, la gerarchia della Chiesa ortodossa russa ha riconosciuto l’errore pastorale dell’uniformità liturgica imposta e ha ripristinato il libero uso della forma più antica del rito. Purtroppo, solo una minoranza dei «vecchi credenti» si è riconciliata con la gerarchia, mentre la maggioranza è rimasta nello scisma, poiché i traumi erano troppo profondi e l’atmosfera di reciproca sfiducia e alienazione era durata troppo a lungo. In questo caso, l’intolleranza da parte della gerarchia verso l’uso legittimo del rito più antico ha letteralmente congelato la divisione: i vecchi ritualisti furono esiliati dallo Zar nella gelida Siberia.

L’attaccamento alla forma più antica del rito romano non «congela la divisione». Al contrario, nelle parole di San Giovanni Paolo II, occorre «garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni» (lettera apostolica Ecclesia Dei in forma di «motu proprio», 2 luglio 1988, n. 5 c). La pacifica coesistenza delle due forme del Rito Romano, uguali in diritti e dignità, dimostrerebbe che la Chiesa ha preservato sia la tolleranza che la continuità nella sua vita liturgica, mettendo così in pratica il consiglio del «padrone di casa», lodato dal Signore, «che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (nova et vetera) (Mt 13,52). Al contrario, in questo documento il card. Arthur Roche emerge come rappresentante di un clericalismo intollerante e rigido in ambito liturgico, che rifiuta la possibilità di una genuina condivisione reciproca in presenza di tradizioni liturgiche diverse.

Nel n. 10 del documento – che forse ha suscitato il maggiore sconcerto – il card. Arthur Roche afferma: "L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha cercato di riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione".
Come risponderebbe al card. Arthur Roche su questo punto, in particolare alla luce della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano di Papa Benedetto XVI e della sua lettera di accompagnamento a questo motu proprio?


Risponderei con la seguente saggia osservazione dell’archimandrita Boniface Luykx (A Wider View of Vatican II, p. 113):
Ritengo che la pluriformità, cioè la coesistenza di diverse forme di celebrazione liturgica pur mantenendo il nucleo essenziale, potrebbe essere di grande aiuto alla Chiesa occidentale. […] Papa Giovanni Paolo II ha infatti adottato il principio della pluriformità quando ha ripristinato la Messa tridentina nel 1988.
Questa intuizione contraddice direttamente l’affermazione secondo cui il continuo uso dei precedenti libri liturgici era solo una concessione tollerata senza alcuna intenzione di incoraggiamento o promozione. Un importante insegnamento di San Giovanni Paolo II chiarisce ulteriormente questo punto. Egli afferma (messaggio ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, 21 settembre 2001) (QUI):
Nel Messale Romano, detto di San Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.
Insieme, queste testimonianze autorevoli dimostrano che il riconoscimento e il ripristino dei libri liturgici più antichi non erano intesi semplicemente come concessioni riluttanti, ma come espressioni di una legittima pluriformità all’interno della vita liturgica della Chiesa, capace di arricchire la Chiesa occidentale preservando al contempo il nucleo essenziale del rito romano.

È possibile che, se questo documento fosse stato discusso durante il Concistoro straordinario del 7-8 gennaio, i Cardinali come gruppo non sarebbero stati in grado di comprenderlo adeguatamente, data la diffusa mancanza di formazione liturgica nella Chiesa odierna, anche tra il clero e la gerarchia. Quanti di loro, ad esempio, avrebbero potuto confutare l’affermazione del card. Arthur Roche riguardo alla costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V? In un futuro Concistoro, è perfettamente nelle facoltà del Papa chiamare un perito che presenti ai membri del Sacro Collegio un documento più scientifico e ben fondato sull’argomento che desidera sottoporre alla loro attenzione. Potrebbe essere questa una via da seguire nel Concistoro straordinario previsto per la fine di giugno 2026?

Credo che oggi vi sia una diffusa ignoranza tra i Vescovi e i Cardinali riguardo alla storia della liturgia, alla natura dei dibattiti liturgici durante il Concilio Vaticano II e persino al testo stesso della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II.

Due fatti molto importanti vengono spesso dimenticati. Il primo è che la vera riforma della Messa secondo il Concilio Vaticano II era già stata promulgata nel 1965, ovvero l’Ordo Missae del 1965, che la Santa Sede all’epoca descrisse esplicitamente come l’attuazione delle disposizioni della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium. Questo Ordo Missae rappresentava una riforma molto cauta e manteneva tutti i dettagli essenziali della Messa tradizionale, con solo modifiche limitate. Questi includevano l’omissione del Salmo 42 all’inizio della Messa – una modifica che non era senza precedenti, poiché questo salmo era sempre stato omesso nella Messa da Requiem e durante il tempo della Passione – così come l’omissione del Vangelo di San Giovanni alla fine della Messa.

La vera innovazione consisteva nell’uso della lingua volgare durante tutta la Messa, ad eccezione del Canone, che doveva ancora essere recitato in silenzio in latino. Gli stessi Padri conciliari celebrarono questa Messa riformata durante la sessione finale del 1965 ed espressero generale soddisfazione al riguardo. Anche mons. Marcel François Lefebvre celebrò questa forma di Messa e ne ordinò l’uso nel suo Seminario San Pio X di Écône fino al 1975.

Il secondo fatto è il seguente. Alla prima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II, tenutasi nel 1967, mons. Annibale Bugnini presentò ai Padri sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato. Si trattava essenzialmente dello stesso Ordo Missae che fu poi promulgato da San Paolo VI nel 1969 e che oggi è la forma ordinaria della liturgia nella Chiesa cattolica romana.

Tuttavia, la maggioranza dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti erano anche Padri del Concilio Vaticano II – respinse questo Ordo Missae, cioè il nostro attuale Novus Ordo. Di conseguenza, ciò che celebriamo oggi non è la Messa del Concilio Vaticano II, che è in realtà l’Ordo Missae del 1965, ma piuttosto la forma della Messa che fu respinta dai Padri sinodali nel 1967 perché troppo rivoluzionaria.

Quali alternative al documento del card. Arthur Roche proporrebbe ai Cardinali, se potesse offrire loro solo alcuni punti?

Presenterei ai Cardinali diversi punti fondamentali. In primo luogo, ricorderei i fatti storici innegabili riguardanti la vera Messa del Concilio Vaticano II, vale a dire l’Ordo Missae del 1965, nonché il rifiuto di fondo da parte dei Padri sinodali nel 1967 del Novus Ordo presentato loro da mons. Annibale Bugnini.

In secondo luogo, richiamerei l’attenzione sui principi sempre validi che regolano il culto divino formulati dallo stesso Concilio Vaticano II: il carattere teocentrico, verticale, sacro, celeste e contemplativo della liturgia autentica. Come insegna il Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, nn. 2 e 8) (QUI):
ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati. […]

Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste […].
In terzo luogo, vorrei sottolineare il principio secondo cui la diversità liturgica non danneggia l’unità della fede. Come hanno sottolineato i Padri conciliari (Sacrosanctum Concilium, n. 4):
il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa madre Chiesa considera come uguali in diritto e in dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati […].
Infine, vorrei fare appello alla coscienza dei Cardinali affermando che Papa Leone XIV oggi ha un’occasione unica per ristabilire la giustizia e la pace liturgica nella vita della Chiesa, concedendo alla forma più antica del Rito Romano la stessa dignità e gli stessi diritti della forma liturgica ordinaria, nota come Novus Ordo.

Un tale passo potrebbe essere compiuto attraverso una generosa ordinanza pastorale ex integro. Porrebbe fine alle controversie derivanti da interpretazioni casistiche riguardanti l’uso dell’antica forma liturgica. Porrebbe inoltre fine all’ingiustizia di trattare tanti figli e figlie esemplari della Chiesa – in particolare tanti giovani e giovani famiglie – come cattolici di seconda classe.

Una tale misura pastorale costruirebbe ponti e dimostrerebbe empatia con le generazioni passate e con un gruppo che, sebbene minoritario, rimane trascurato e discriminato nella Chiesa odierna, in un momento in cui si parla tanto di inclusione, tolleranza per la diversità e ascolto sinodale delle esperienze dei fedeli.

Eccellenza, c’è qualcosa che desidera aggiungere?

Non potrei fare una dichiarazione migliore sull’attuale crisi liturgica che citare le seguenti parole luminose dell’archimandrita Boniface Luykx, serio studioso di liturgia, zelante missionario in Africa e uomo di Dio che celebrava sia la liturgia latina che quella bizantina, respirando, per così dire, con i due polmoni della Chiesa:
Anche il cardinale Ratzinger ha dato il suo sostegno, dichiarando che la vecchia Messa è una parte viva e, anzi, «integrale» del culto e della tradizione cattolica, e prevedendo che darà «il suo contributo caratteristico al rinnovamento liturgico richiesto dal Concilio Vaticano II». (p. 115)
Quando la riverenza scompare, tutto il culto diventa solo intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso i poveri, i piccoli, sono vittime, poiché la realtà ovvia della vita che scaturisce da Dio nel culto viene loro sottratta dagli «esperti» e dai dissidenti. (p. 120)

Nessun gerarca, dal semplice Vescovo al Papa, può inventare nulla. Ogni gerarca è un successore degli Apostoli, il che significa che è prima di tutto un custode e un servitore della Sacra Tradizione, un garante della continuità nell’insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera. (p. 188)

Il documento del card. Arthur Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più accese, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, strumentalizzando il potere e l’autorità.

Tuttavia, la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, specialmente tra i «piccoli» della Chiesa: bambini innocenti, giovani eroici e giovani famiglie.

Per questo motivo, consiglierei vivamente al card. Arthur Roche e a molti altri membri anziani e un po’ rigidi del clero di riconoscere i segni dei tempi o, per dirla in modo figurato, di saltare sul carrozzone per non rimanere indietro. Essi sono chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dà attraverso i «piccoli» della Chiesa, che hanno fame del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza duratura della liturgia tradizionale.






Quando la scienza è calpestata dall'ideologia si arriva all'assurdo e al ridicolo




I maschi possono rimanere incinti? E la dottoressa non rispose



by Aldo Maria Valli, 21gen 2026



di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

il siparietto che si è svolto qualche giorno fa durante l’audizione alla commissione Help (Health, Education, Labor and Pensions) del Senato statunitense è surreale.

L’argomento dell’audizione è un farmaco abortivo che sembrerebbe causare eventi avversi per la salute.

Tra gli esperti c’è la dottoressa Nisha Verma, ostetrica, ginecologa e specialista in “pianificazione familiare complessa”.

Il senatore repubblicano Josh Hawley le fa una domanda: “Gli uomini possono rimanere incinti?”. Non le ha chiesto di spiegare le origini dell’universo ma le ha fatto una banale domanda a cui un bambino di cinque anni potrebbe agevolmente rispondere, anche se forse un po’ indispettito sentendosi preso in giro dal suo interlocutore.

La dottoressa Verma, tuttavia (e purtroppo per lei?), non è più una bambina di cinque anni e dall’alto dei suoi studi e della sua esperienza, con scientifica precisione riesce incredibilmente a evitare la questione. A nulla è valsa l’insistenza del senatore. Di seguito le risposte più significative:

“Non sono davvero sicura di quale sia l’obiettivo della domanda”;

“Ci sono molte donne che possono rimanere incinte”;

“Penso che queste domande da sì/no siano uno strumento politico”;

“Penso che lei stia cercando di ridurre la complessità”;

“Penso che lei stia confondendo tra maschio e femmina”;

“Sarei più felice di avere una conversazione con lei che non parta dal tentativo di polarizzare e spingere…”.

Manca, naturalmente, la risposta corretta, che il senatore, esausto dopo interminabili minuti di un’apparente inutile ma in realtà istruttiva conversazione, svela alla scienziata: “Per la cronaca, sono le donne a rimanere incinte, non gli uomini”.

Sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda ma ai nostri giorni anche dire che l’acqua è bagnata diventa arduo, con la scienza calpestata da un’ideologia accecante che impedisce di guardare alla realtà. La dottoressa Verma, specialista in pianificazione familiare complessa ma anche in elusione risposte elementari, sa benissimo che gli uomini non possono rimanere incinti, ma non vuole dirlo per non rompere un equilibrio ideologico che va preservato a ogni costo, anche a costo della verità, sfidando perfino il buon senso (per non parlare del senso del ridicolo).

“Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”, scriveva G.K Chesterton. Aveva ragione; forse non immaginava che, un giorno, le spade sarebbero servite per difendere l’ovvio anche dagli esperti (o sedicenti tali).






La Corte di Cassazione riconosce la perdita del figlio in gestazione come se fosse già nato







di Sabino Paciolla, 21 gennaio 2026

Giuseppe Longo, in un suo articolo pubblicato su La voce dell’Jonio, riporta che la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26826 del 6 ottobre 2025, ha sancito un principio dirompente: il rapporto genitoriale esiste già durante la vita prenatale, sin dal concepimento, e la morte del feto è assimilabile al danno parentale per un figlio nato. La pronuncia riconosce il risarcimento non solo ai genitori, ma anche ai fratelli, per la perdita di una bimba estratta priva di vita dal grembo materno per responsabilità medica. Tale sentenza indirettamente porta all’attenzione l’importanza del diritto naturale per la tutela dei diritti inderogabili dell’uomo. Un diritto tanto bistrattato persino nella Chiesa cattolica.

La perdita del feto causata da omissioni o ritardi dei medici costituisce un vero e proprio danno da perdita del rapporto parentale, non un semplice “danno potenziale”. Ciò significa che il legame affettivo tra i genitori e il concepito va riconosciuto come già esistente e rilevante ai fini del risarcimento.

La sofferenza interiore dei genitori e l’impatto sulla loro vita quotidiana vanno valutati nella loro duplice dimensione (morale soggettiva e dinamico-relazionale), analogamente a quanto avviene per la perdita di un figlio nato vivo.

Il fulcro della sentenza dunque è che «la vita è tale sin dal suo concepimento» e che il feto è già figlio di un padre e una madre, con «intangibile dignità». La Corte richiama l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e considera questo principio una «massima di comune esperienza», valida sul piano scientifico ed etico.

Questa affermazione ha implicazioni radicali: se la vita fetale è tutelata come quella di un nato, la legge 194/78 sull’aborto diventa incompatibile. L’autore sottolinea il paradosso: se la morte del feto per colpa medica è illecita, non può essere lecita se voluta dalla madre. Inoltre, riconoscendo il diritto paritetico di entrambi i genitori alla tutela del figlio in utero, il padre potrebbe opporsi legalmente all’aborto, chiedendo un provvedimento inibitorio.

La sentenza consolida un indirizzo già embrionale nella n. 26301/2021 e mina l’impianto della legge sull’aborto, che consente l’interruzione volontaria nei primi tre mesi. Lo slogan «l’utero è mio e me lo governo io» viene definito «un’assurda nefandezza», poiché il feto appartiene a entrambi i genitori.

L’autore dell’articolo lamenta la scarsa diffusione mediatica della pronuncia, nonostante la sua portata rivoluzionaria. Mentre i media amplificano notizie “mortifere”, tacciono su decisioni che riaffermano «il valore assoluto e intangibile della vita». Invita la CEI, le diocesi e le organizzazioni cattoliche a divulgarla, sensibilizzando parlamentari “sedicenti credenti” per un’iniziativa legislativa che abolisca la legge 194/78, sulla base dei principi ora acquisiti dalla Cassazione: la morte del feto è la morte di un figlio, quindi di un essere umano vivente.

Conclude con un appello: «Da oggi le campane risuonino a morto per… la morte e la sua più crudele e inumana legittimazione: l’aborto». Che suonino per la vita, «a preludio di un tardivo risveglio della ragione».

Ad ulteriore sostegno di quanto detto dall’autore dell’articolo circa il cortocircuito logico tra sentenza ultima della Corte di Cassazione e legge 194/78 sull’aborto, occorre aggiungere anche il fatto che nel diritto civile italiano, il nascituro (cioè il concepito ma non ancora nato) è già titolare di diritti nell’ambito successorio, e questo è espressamente riconosciuto dal Codice Civile. Le norme principali di riferimento sono le seguenti:

Art. 462 c.c.
«I figli nati e i concepiti al tempo dell’apertura della successione succedono per legge, insieme con i figli legittimi, nei casi in cui questi succedono».

Art. 1 c.c.
«La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita». Queste norme stabiliscono chiaramente che:Il nascituro è già soggetto di diritto (ha capacità giuridica in nuce).
È erede legittimo sin dal concepimento, purché nasca vivo e capace di succedere.

Il diritto ereditario si consolida con la nascita, ma retroagisce al momento dell’apertura della successione (morte del de cuius). Le conseguenze pratiche di questi due fondamentali articoli sono le seguenti:

Se un soggetto muore lasciando un figlio concepito ma non ancora nato, quest’ultimo è considerato erede a pari titolo con i fratelli già nati.
Il nascituro può beneficiare di tutela cautelare (es. curatore speciale nominato dal giudice tutelare) per proteggere i suoi interessi fino alla nascita.
In caso di aborto o morte fetale, il diritto successorio non si consolida (perché manca la condizione della nascita viva), ma ciò non toglie che il feto fosse già considerato “persona” ai fini ereditari. Si capisce il forte cortocircuito logico esistente tra norme dello stesso diritto italiano. Infatti, nel diritto successorio il nascituro è tutelato sin dal concepimento.
In altri ambiti (es. responsabilità extracontrattuale per lesioni prenatali, o interruzione volontaria di gravidanza) la giurisprudenza e la legge 194/78 pongono limiti diversi: il feto non è ancora “persona” a pieno titolo nei confronti della madre, ma lo è nei confronti di terzi (danno da morte fetale colposa, come nella sentenza Cass. 26826/2025 che è stata citata dall’autore dell’articolo).

Una persona non può essere e non essere allo stesso tempo! Non può “essere persona” in una branca del diritto e “non essere persona” in un’altra. La sentenza della Corte di Cassazione, insieme ai due articoli più sopra riportati, rappresenta un importante riconoscimento del diritto naturale alla vita prenatale anche nel diritto positivo. E’ infine senz’altro importante in quanto aggiunge un tassello, forse inavvertitamente, alla celebrazione del diritto alla vita.

Oltre al cortocircuito logico di cui si è detto, presente nella cultura radicale odierna, la sentenza mette in evidenza anche l’imprudenza di certe affermazioni fatte da alti prelati nella Chiesa. Esempi di queste affermazioni sono le seguenti:

Il Card. Matteo Maria Zuzzi ha affermato: «La legge sull’aborto, la 194, penso che sia stata una legge dolorosa ma che garantisca, e nessuno la mette in discussione….»

Mons. Vincenzo Paglia (presidente della Pontificia Accademia per la Vita) ha affermato: «La legge 194 rappresenta un “pilastro” della vita sociale italiana, tanto è incardinata nell’ordinamento giuridico.»

Non vorremmo che i laici dessero lezioni di morale cattolica ai cattolici.








martedì 20 gennaio 2026

Aborto, Paglia contro Suetta. I vescovi italiani si sveglino



L'ex presidente della Pontificia Accademia per la Vita va a Sanremo e prende le distanze dall'iniziativa della "Campana dei bambini non nati" presa dal vescovo Suetta. Scandaloso ma non sorprendente visti i precedenti. Ma gli altri vescovi da che parte stanno?

SAN REMO

Editoriali 


Riccardo Cascioli, 20-01-2026

Una settimana fa lamentavamo il fatto che dai vescovi italiani non fosse venuta una sola parola di solidarietà nei confronti del vescovo di Ventimiglia-San Remo, monsignor Antonio Suetta, attaccato ferocemente dai media e dai partiti di sinistra per l’iniziativa della “Campana dei bambini non nati”.

Quel rintocco serale della campana collocata sulla torretta della Curia alla fine di dicembre, ha mandato in tilt tutta la sinistra (e non solo) che della tragedia dell’aborto, dell’eliminazione della creatura più indifesa, ha fatto un diritto umano. Polemiche feroci dettate da chi conta visto che le proteste non hanno grande seguito popolare, come dimostrano le poche decine di persone che sabato 17 gennaio hanno partecipato alla manifestazione in piazza a Sanremo chiamata a gran voce dal Partito Democratico locale.

Lamentavamo dunque che davanti a questa bufera mediatica gli uomini di Chiesa rimanessero in silenzio. Però oggi siamo al punto che dobbiamo rimpiangere quel silenzio, visto che l’unico uomo di Chiesa che si è espresso - l’ineffabile monsignor Vincenzo Paglia - lo ha fatto per prendere le distanze da monsignor Suetta, e per giunta ha scelto proprio la città di Sanremo per farlo.

Infatti monsignor Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) che sotto la sua guida ha preso una direzione contraria a quella per cui san Giovanni Paolo II l’aveva fondata, questo fine settimana era nella città ligure, al Teatro del Casinò, per partecipare a un convegno sulla terza età. Convegno, bisogna dire per quanti hanno polemicamente rilevato l’assenza tra il pubblico del vescovo Suetta, che è stato ampiamente pubblicizzato sul sito della diocesi. Cortesia non ricambiata da Paglia, al quale - come era logico attendersi - a margine del convegno è stata fatta la fatidica domanda sull’iniziativa della Campana.

La risposta è sconcertante: «Io vorrei – ha detto l’ex presidente della PAV - che si suonassero le campane per i vecchi, affinché siano accompagnati con serenità e amore, cosicché nessuno sia lasciato solo. La campana della fraternità deve suonare forte». Classico espediente clericale: parlare d’altro per evitare di esprimere apertamente il dissenso su un’iniziativa.

Ma il messaggio è comunque chiaro: quell’iniziativa non mi rappresenta. Messaggio ancora più pesante se si considera che Paglia è stato fino a pochi mesi fa il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e peggio ancora perché lo ha fatto in coincidenza con le manifestazioni anti-Suetta.

Del resto non ci si può nemmeno stupire più di tanto: ben ricordiamo quando nel 2022, partecipando a un programma di RaiTre, monsignor Paglia dichiarò a proposito della legge che ha legalizzato l’aborto in Italia nel 1978: «Penso che la legge 194 sia ormai un pilastro della nostra vita sociale». E poi, incalzato dalla giornalista che gli chiedeva se la 194 fosse in discussione, rispose risoluto: «No, ma assolutamente, assolutamente!».

Le parole a Sanremo di monsignor Paglia spiegano bene il silenzio di tutti gli altri vescovi in Italia. Anche se non tutti pensano alla legge 194 come a un pilastro della società italiana e probabilmente tanti desidererebbero fosse abolita, nessuno però si sente di mettersi al centro di polemiche e contestazioni prendendo posizione su una materia che scatena reazioni ideologiche tanto forti. A molti piace credere che non prendendo alcuna posizione sgradita saranno per questo ascoltati meglio dal mondo, piace illudersi che nascondendo la Verità si favorisca quel clima di fraternità evocato da Paglia.

Illusi, appunto. Davvero costoro pensano che ci possa essere fraternità in una società che uccide i propri figli?

C’è solo da augurarsi che l’improvvida uscita di Paglia, con il suo implicito appoggio a chi contesta il vescovo Suetta, scuota la coscienza di qualche altro vescovo italiano che abbia ribrezzo a trovarsi associato a quella compagnia e che si senta spinto quindi a suonare quella campana o almeno a difendere il diritto di un vescovo a proclamare la Verità.






Germania, il capo dei vescovi lascia. Ora il sinodo è un campo di battaglia



Mons. Georg Bätzing (Ansa)

Alla vigilia della ripresa del sinodo tedesco - dal 29 al 31 gennaio a Stoccarda - mons. Batzing dichiara di non volersi ricandidare per la presidenza. Il tutto mentre resta viva la spaccatura sui temi del sinodo, come aveva richiamato Benedetto XVI in una lettera al card. Marx nel 2021


CHIESA IN GERMANIA

Paola Belletti, 20 Gennaio 2026

È con una lettera interna alla Conferenza episcopale tedesca, la DBK, che monsignor Georg Bätzing, ha informato i confratelli della sua decisione: non sarà disponibile per un altro mandato. Una decisone maturata dopo "consultazione e attenta valutazione" anche allo scopo di consentire all'assemblea che si riunirà dal 23 al 26 febbraio 2026 per eleggere il suo prossimo presidente di avviare una "riflessione approfondita" sulla scelta del suo successore. Come riporta in una accurata sintesi Tribune Chretienne, nel messaggio, il presule tedesco, vescovo di Limburgo, «riflette su quelli che definisce "sei anni intensi" alla guida dell'episcopato. Ringrazia quanti lo hanno sostenuto "con stima e critica costruttiva" e descrive la sua presidenza come un servizio svolto in "tempi davvero impegnativi". Ritiene di essere giunto al termine di questa missione e ritiene che sia giunto il momento di affidare questa responsabilità ad "altre mani", esprimendo fiducia nella continuazione del lavoro iniziato».

Un auspicio che in molti, invece, non si fanno. Èproprio il lavoro iniziato con l'avvio del cammino sinodale tedesco ad aver generato confusione e conflitti, sia interni alla chiesa tedesca, sia nei confronti di Roma e dell'autorità papale. Se infatti il presidente del comitato centrale dei Cattolici tedeschi (Zdk) ha ricordato con entusiasmo e gratitudine il suo operato, descrivendolo come "interlocutore collegiale, autentico e molto impegnato", molti membri dell'episcopato tedesco hanno invece confermato le forti riserve espresse durante il suo mandato, in sintonia con i ripetuti moniti provenienti dalla Santa Sede. Moniti, peraltro, drammaticamente lasciati cadere senza che sortissero l'effetto desiderato: ovvero il ritorno sui propri passi, alla sequela dell'autentico magistero della Chiesa. Tra i numerosi richiami e inviti ad abbandonare pericolose derive morali e teologiche, spicca quello dello stesso papa Benedetto XVI, allora Emerito.

Come riporta tra i primi Il Giornale, Benedetto XVI aveva messo in guardia il suo successore alla cattedra arcivescovile di Monaco e Frisinga, il cardinal Marx, dai pericoli del processo sinodale tedesco. Ciò che procurava a Ratzinger "grande preoccupazione" erano le spinte alla modifica radicale di insegnamenti immutabili della Chiesa, soprattutto in merito all'omosessualità e all'ordinazione sacerdotale femminile. Modifiche che potrebbero essere imposte dalla nascitura, forse, Conferenza sinodale, composta sia da vescovi sia da laici, con potere decisionale. La dottrina potrà essere cambiata a suon di voti di maggioranza, se lo statuto di questo organo venisse approvato.

Il rischio scisma, dunque, permane. Ciò che è messo pericolosamente in discussione è l'unità ecclesiale perché le istanze del cammino sinodale tedesco intendono portare temi che pertengono alla Chiesa universale all'interno di organi decisionali che a loro volta non hanno l'approvazione di Roma. Si comprende dunque la seria preoccupazione di Benedetto XVI per la chiesa in cui la sua stessa fede era nata e cresciuta. Continua Il Giornale: «Fonti vaticane confermano che negli ultimi anni della sua vita Ratzinger era profondamente scettico sulla direzione intrapresa dalla Chiesa tedesca ed era convinto che questa strada avrebbe "fatto danni e sarebbe finita male se non fosse stata fermata"».

«Marx ignorò l'appello del Papa emerito, che pochi mesi dopo fu gravemente screditato in patria a causa di un rapporto sugli abusi commissionato dall'arcidiocesi di Monaco, senza essere difeso dal suo successore». Gli appelli di Papa Francesco sono stati numerosi e netti, anche se finora Roma non ha imposto la sospensione del processo e le modifiche degli statuti dei nuovi organismi secondo le norme canoniche. Nel cuore di papa Leone XIV, prima ancora che tra le carte della sua scrivania, la situazione della chiesa in Germania è già arrivata e occupa un posto prioritario, dal momento che, al di là delle questioni di potere anche economico che le forze del Cammino sinodale intendono muovere, ciò che è in gioco - e non è un gioco- è sempre la salvezza delle anime.

In questo momento della storia della Chiesa in Germania la decisione di monsignor Bätzing di non candidarsi per un secondo mandato aumenta da un lato l'incertezza, ma apre forse anche nuove possibilità. Chi prenderà il suo posto? come si rapporterà con Roma e soprattutto quanto avrà a cuore il bene della comunione ecclesiale e dell'integrità della fede di cui è viva custode e maestra? Conviene senza dubbio mandare avanti le "forze aeree" della preghiera di intercessione perché lo scontro tra chi cerca il bene della Chiesa e chi invece ha altre priorità volga a favore dei primi, e quindi, in ultima analisi, di tutti.