sabato 31 gennaio 2026

La pedagogia "preventiva" di Don Bosco






In cosa consisteva la pedagogia di don Bosco?

1. Don Bosco viene ricordato anche per la sua pedagogia. Essa è stata definita “preventiva”, ovvero una pedagogia che mirava ad evitare gli errori comportamentali piuttosto che a curarli dopo che questi si fossero manifestati. In realtà il famoso sacerdote piemontese era convinto che la pedagogia vera non avesse bisogno di metodi precostituiti, ma decise lo stesso di dare un nome alla sua pedagogia perché doveva pur fornire una definizione da presentare al ministro Rattazzi.

2. La pedagogia di Don Bosco era ovviamente una pedagogia che si basava sulla convinzione dell’esistenza della verità. Sulla convinzione cioè che il soggetto che la pedagogia doveva servire (il fanciullo), pur nelle diversità contestuali, familiari e sociali, fosse sempre lo stesso, ovvero un dato perenne. A dimostrazione di ciò, egli affermava che il primo bisogno del fanciullo fosse quello di essere amato. Sperimentò che quando un giovane o un fanciullo vive nella strada o una vita animalesca nei tuguri, diventa diffidente e scontroso. Invece, quando gli si dimostra affetto e lo si circonda di calore e simpatia, le cose cambiano. Insomma, va fatto capire ai fanciulli che la loro vita non è senza senso, ma sempre frutto di un progetto di amore, che non si è “gettati” nel mondo, ma che invece si ha la possibilità di essere accompagnati dall’Assoluto.

3. Come mai don Bosco era convinto che il fanciullo, una volta amato, tendesse sempre a rispondere positivamente? La risposta sta nel fatto che egli era convinto che nessun fanciullo fosse veramente cattivo. Attenzione però: questa convinzione non si poneva all’interno di una prospettiva di tipo roussoniana (l’uomo in natura è sempre buono, ciò che lo corrompe è il progresso e la società), quanto nella concezione autenticamente cattolica del peccato originale. Il Santo credeva che il fanciullo, più facilmente dell’adulto, tendesse a rispondere alla pedagogia dell’amore, perché questi (il fanciullo) ancora conserva in sé le gemme preziose della grazia santificante ricevuta dal Battesimo e di una vita senza malizia.

4. Dunque, “prevenzione” del suo metodo vuol dire appunto prendere i fanciulli quanto prima: evitare che si possano guastare e quindi rendere più difficile il loro recupero e l’efficacia della pedagogia dell’amore.

5. Per far questo don Bosco dette grande importanza all’oratorio. Volle che i ragazzi non fossero sulla strada, bensì sempre controllati non solo nello studio ma anche nel giocare e nel trascorrere il tempo libero. Attenzione: il gioco e lo sport vennero valorizzati da don Bosco non solo come riempimento, ma anche come realizzazione e contributo importante alla crescita. Il gioco, come possibilità di scaricare le proprie energie per evitare qualsiasi tipo di “corto circuito” sul piano fisico e mentale; e per evitare che il fanciullo trascorresse nell’ozio i suoi momenti di libertà dallo studio. Ma anche lo sport, come capacità di giocare nell’accettazione delle regole, vere metafore dell’oggettività della vita; ovvero il fatto che l’uomo non debba gestire la sua esistenza a proprio piacimento, ma sempre in conformità alle leggi che non possa darsi da sé, ma che invece deve oggettivamente riconoscere e rispettare.

6. La pedagogia preventiva di don Bosco muove non solo dalla convinzione dell’esistenza della verità, ma anche dalla convinzione secondo cui tale verità è conoscibile. Essa presuppone che alla base dell’educazione vi sia la possibilità di motivare le regole imposte. Insomma, non si tratta della cosiddetta “morale del pugno sbattuto sul tavolo”, devi far questo perché lo devi fare, bensì della morale che, imponendo regole, dà anche la spiegazione delle motivazioni che ne sono alla base.

7. In questo senso si capisce molto bene come la spiritualità e il pensiero pedagogico di don Bosco costituiscano valide ed evidenti risposte alla mentalità dominante nel XIX secolo. La morale di quel secolo era infatti di tipo autoritario, proprio perché “figlia” della filosofia kantiana. Tale pensiero aveva demolito la metafisica, affermando l’impossibilità di dimostrare l’esistenza di Dio; accorgendosi poi dell’incapacità, in tal modo, di costruire una morale universale. Kant, dunque, dovette recuperare queste verità non più nella prospettiva razionale, bensì in quella volontaristica: anche se Dio non è conoscibile, deve essere ammesso per esigenze morali. Da qui una morale che non poggiasse sull’evidenza della verità, ma solo sull’impulso della volontà; una morale non più basata sulla persuasione, ma solo sull’imperativo categorico.

8. L’esito di questa prospettiva pedagogica fondata sul riconoscimento della verità e di una morale basata sulla persuasione era inevitabilmente un rapportarsi positivo e gioioso nei confronti della vita, atteggiamento questo molto lontano dalla cultura del tempo o da spiritualità seriose e protestantiche. Scrive un famoso biografo di don Bosco, Bonaventura Zarbà D’Assoro: Ecco perché don Bosco vuol bandito ogni sussiego e ogni accigliamento del volto degli educatori salesiani, e ogni piega amara sul labbro dei loro educandi. Egli ispira la sua pedagogia al motto di San Filippo Neri: ‘Scrupoli e malinconia, via da casa mia!’ che non è altro poi che la traduzione libera del detto paolino: ‘Guadete, iterum dico, gaudete!’ (…). Dell’allegria don Bosco fece come un precetto del vivere fin dai primi anni, e com’egli aveva vissuta la giovinezza a cielo aperto, così volle che i fanciulli avessero ‘ampia libertà di saltare, correre, schiamazzar a piacimento.’ La disposizione de’ suoi istituti conserva l’impronta di quello stile; niente chiostre e cortili chiusi: aria e luce, nell’anima e fuori.

9. La pedagogia di don Bosco, partendo da questi presupposti, si mosse anche nella trasmissione ai fanciulli dell’affidamento alla Chiesa e al suo Capo visibile, nell’amore verso queste realtà. Il Governo Piemontese, infatti, non sopportava le scuole di don Bosco proprio perché in esse gli allievi s’innamoravano della Chiesa e di Pio IX.

10. La prospettiva di don Bosco, proprio perché basata sul riconoscimento della verità e pur fondandosi sull’amore, non si traduceva in una sorta di relativismo mieloso. Egli era convinto della necessità della missione. Racconta Zarbà D’Assoro: Una delle ultime volte che don Bosco comparve in mezzo ai suoi, il 7 dicembre 1887, fu per trascinarsi incontro a monsignor Cagliero che tornava a rivederlo ancora e gli conduceva con alcune suore una piccola india battezzata. ‘Eccole –gli dissero- o Padre, una primizia che i suoi figli le offrono dagli ultimi confini della terra’. E subito la giovinetta, con accento filiale disse: ‘Vi ringrazio, carissimo Padre, di aver mandato i vostri missionari a salvar me ed i miei fratelli! Essi ci hanno resi cristiani e ci hanno aperto le porte del cielo.’ Don Bosco pianse. Nella piccola india redenta egli vedeva non solo il primo fiore cristiano delle Pampas, ma anche il pegno delle future conquiste destinate ai suoi figli.”






venerdì 30 gennaio 2026

La Messa è un Sacrificio. Il Ruolo Centrale nel Mistero dell’Agnello





 R.S.

Durante la Santa Messa i fedeli sono (dovrebbero essere) coinvolti nel mistero divino.
Il protagonista è Nostro Signore Gesù Cristo, Verbo incarnato, vero uomo e vero Dio.
E’ lì mentre la celebrazione ripresenta il sacrificio di croce che ha redento l’umanità e il cosmo, la creazione intera.
Il mistero della fede spazia dall’immersione battesimale (nella morte e resurrezione) a quello (trascurato?) del ritorno di Cristo.

Lasciamo perdere se in molte liturgie tutto questo sia difficilmente percepibile. Stiamo al mistero.
Perché è così importante il tema del ritorno per collegarsi al mistero eucaristico pasquale e al battesimo?
Chi può aiutarci a tenere insieme tutto, facendo leva sulla Tradizione e sulla Parola?
Chi ci affranca da pericolosi scivolamenti in un antropocentrismo che dissolve il mistero?

L’Agnello di Dio

L’Agnello di Dio ci riporta alla fondazione del mondo, creato per mezzo del Verbo incarnato, il Figlio (Ap 13,8 e 1 Pt 1, 18-20).
Agnello di Dio è l’appellativo con cui San Giovanni Evangelista riferisce che San Giovanni il Battista chiamò Gesù al Giordano.
Ma San Giovanni l’Evangelista, autore del prologo che echeggia in Colossesi (1, 15-20), è autore del libro dell’Apocalisse.
La Rivelazione cristiana ci tuffa nel mistero della creazione per farci partecipare alla Messa da redenti e volgerci alle Nozze dell’Agnello.
Il pane/vino che si mangia/beve è Cristo e Cristo è l’Agnello, immolato il 14 di nisan all’ora degli agnelli sacrificali.
La Santa Messa non è una mensa/cena (l’ultima…), ma quel Sacrificio che trasforma la morte in vita e la vita in eterna.
L’agnello di Dio prende su di sé i peccati del mondo per ricapitolare in sé ogni cosa e aprire la storia di Babilonia alla Gerusalemme celeste.

Dal Natale di Gesù (nato agnello tra gli agnelli) si va nell’Epifania, sovra-manifestazione dell’unione nuziale tra Cristo e la Chiesa. Nella liturgia del tempo natalizio, l’accorrere dei Magi si accompagna al battesimo nel Giordano di colui che è l’Agnello di Dio.

Nell’eucaristia ci introduciamo con le parole dell’angelo in Apocalisse 19,9: “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”.

Baptizat miles Regem, servus Dominum suum, Ioannes Salvatorem. Aqua Iordanis stupuit, columba protestatur, paterna vox audita est: “Filius meus hic est, in quo bene complacui, ipsum audite”.
Il soldato battezza il Re, il servo il suo Signore, Giovanni il Salvatore. L’acqua del Giordano è stupita, la colomba testimonia, si ode la voce del Padre : “Questi è il Figlio mio, in cui ho posto il mio compiacimento, ascoltatelo”.

In questa nuova vita, verso queste nozze, siamo attratti per metterci in comunione, da subito e per sempre.
E’ la nostra fede battesimale nella redenzione dal peccato, nella divinità di Cristo e nella nascita a creatura nuova.
L’agnello di Dio indica la Pasqua, il mistero dell’Eucaristia, e il il mistero del Battesimo.

Siamo nel mistero, non nella pretesa di possedere ogni contezza, facendone un prodotto del nostro fare (liturgico).

In un’omelia inedita di Benedetto XVI comparsa qualche tempo fa su Messa in latino e ripresa da Sandro Magister leggiamo queste perle:

… “agnello”, nella Sacra Scrittura è una parola fondamentale: la troviamo dalla Genesi fino all’Apocalisse, anzi è la parola centrale dell’Apocalisse, poiché qui per ben 28 volte Gesù appare come agnello e centro della storia del mondo.

… un primo accenno, una prima previsione, nella storia di Abramo: l’immolazione di Isacco (cfr. Gen 22)… nel momento in cui vuole uccidere il figlio, passando dall’atto fondamentale del cuore all’atto del sacrificio esterno, Dio interviene, lo impedisce, e Abramo stesso trova e vede, impigliato nel cespuglio, un agnello, e capisce : “Dio stesso mi provvede il dono”. Dio non vuole la nostra morte, ma la nostra vita, e noi possiamo dare a Dio solo dei doni dati da Lui stesso, come diciamo nella prima Preghiera eucaristica : Dio stesso mi dà quanto io posso dare, quanto io do è sempre dono suo, Dio dà se stesso.

Nel Vangelo di san Giovanni – al capitolo ottavo – c’è un testo sorprendente, dove Gesù dice: “Abramo vide il mio giorno e si rallegrava” (Gv 8,56). Non sappiamo a che cosa accenni l’Evangelista, non sappiamo come e quando Abramo abbia visto il giorno di Dio per rallegrarsi; ma forse possiamo pensare chiaramente a questo momento nel quale vede l’agnello e così, da lontano, vede il vero agnello, il Dio che si fa agnello, il Dio che dona se stesso nel Figlio, e vedendo questa grandezza dell’amore di Dio, che dà se stesso facendosi agnello, gioisce, capisce tutta la bellezza della sua fede, la grandezza, la bontà e l’amore di Dio.

… Isaia, in un duplice senso, il Servo appare come agnello; viene detto: “Si comporta come un agnello, come una pecora che viene guidata all’uccisione, non apre più la bocca”, si fa uccidere senza opporsi. Ma, oltre al fatto che il Servo si comporta come agnello destinato alla morte, c’è una cosa più profonda, ed è che la parola “Servo” (taljā’ in aramaico) può anche essere interpretata come “agnello”, cioè il Servo stesso è l’agnello, nel Servo si realizza la sorte dell’agnello, egli diventa l’agnello per noi tutti.

Il testo dell’Esodo è l’istituzione della Pasqua. Come sappiamo, è la notte della liberazione dall’Egitto e il sangue dell’agnello difende Israele contro la morte, e nello stesso tempo apre la porta alla libertà; è notte della liberazione, notte della vittoria sulla morte, notte della libertà: il tutto centrato sul sangue dell’agnello.

Perciò è così importante che, nel capitolo 19 del suo Vangelo, san Giovanni ci comunichi che Gesù è stato trafitto dal soldato romano proprio nel momento in cui nel tempio si uccidono gli agnelli pasquali. Questa identificazione, questa contemporaneità al minuto, ci dice: “Il vero agnello è Gesù”. L’animale agnello non può liberare, non può difenderci davanti alla morte; l’agnello è solo un segno, un segno di aspettativa. Il vero agnello muore in quel momento: Gesù è l’agnello pasquale e così comincia la vera Pasqua, la liberazione dalla morte, l’uscita nella libertà dei figli di Dio.

… l’angelo di Dio riconosce gli amici di Dio dal sangue dell’agnello messo sull’architrave delle porte. Il sangue dell’agnello è segno degli amici di Dio. Adesso, come potremmo noi essere segnati così? L’architrave della porta del mio essere come può essere segnata dal sangue dell’agnello che Dio riconosce? Questo è un mistero.

… cantiamo tre volte l’“Agnello di Dio”, che è nello stesso tempo un canto pasquale, sulla passione di Cristo e sulla vittoria di Cristo; ed è un canto nuziale, perché questa comunione è anche sposalizio: Cristo si dà a noi, si unisce con noi e così realizza realmente le nozze dell’umanità con Dio, ci fa entrare nelle sue nozze. La parola con la quale, secondo la nuova liturgia, il sacerdote invita alla comunione: “Beati gli invitati alla cena del Signore”, nell’originale dell’Apocalisse suona : “Beati gli invitati alla cena delle nozze dell’agnello”. Così appare tutto il mistero dell’Eucaristia – nozze dell’agnello, cena delle nozze dell’agnello –, che è entrare in questo grande avvenimento, che supera la nostra comprensione, la nostra intelligenza; tuttavia possiamo indovinare la grandezza dell’amore di Dio, che si unisce a noi, che ci chiama nelle nozze dell’unità nuziale nella sua bontà, nel suo amore.

… Come ho detto, nell’Apocalisse l’agnello appare 28 volte: è il centro della storia dell’universo; l’universo e la storia si inchinano davanti all’agnello (cfr. Ap 5,5 – 14). Entriamo in questo gesto della liturgia cosmica, della liturgia universale, inchiniamoci davanti a questo mistero e preghiamo il Signore che ci illumini, ci trasformi, ci renda partecipi di questo amore, di queste nozze dell’Agnello. Amen!






giovedì 29 gennaio 2026

Grazia e libertà: ciò che Vito Mancuso non capisce della fede cattolica


Daderot, Paolo III apre il Concilio di Trento nel 1546 - Villa Farnese, Caprarola, Italia

Dal Sinodo di Orange alla controversia De auxiliis: la Tradizione smentisce il falso dilemma su cui si fonda la polemica di Mancuso.




Domenico Condito, 29 gennaio 2026

È arrivata l’ennesima bordata di Vito Mancuso contro la Fede cattolica. Ormai la sua narrazione teologica sembra dominata da una sorta di frenesia polemica. Il noto filosofo sforna post a raffica, passa da un palco teatrale a uno studio televisivo, da un’intervista all’altra, e sempre con la stessa ossessione: svilire, travisare, distruggere. Colpisce che tanta energia sia dedicata a demolire proprio ciò a cui un tempo aveva consacrato la sua vita come sacerdote. È come se la sua produzione intellettuale trovasse la sua coerenza interna non nella costruzione, ma nella sistematica distruzione di ciò che un giorno aveva promesso di servire. È questo, probabilmente, il difetto “originario” del Mancuso-pensiero, che sembra voler razionalizzare la crisi dell'abbandono, trasformandola in una nuova teologia, se non in una riforma del cristianesimo.

Questa volta, dalla sua pagina Facebook, Mancuso riapre la polemica riproponendo una tesi presente nel suo ultimo libro, e cioè che nel Catechismo cattolico esisterebbe una contraddizione insanabile sulla natura della fede: da un lato presentata come dono gratuito di Dio, dall’altro come atto libero dell’uomo. Secondo il filosofo-teologo, dono e libertà sarebbero realtà incompatibili, e ogni tentativo di conciliarle, come la dottrina della grazia preveniente seguita dalla libera risposta dell’uomo, sarebbe stato addirittura bollato come “semipelagianesimo” dal Sinodo di Orange. Da qui la sua conclusione provocatoria: la Chiesa non avrebbe mai risolto il problema della causa della fede e della salvezza, lasciando la questione in un paradosso irrisolto. Ma questo è un artificio retorico, e non si basa su una reale conoscenza della Tradizione cattolica.

L’intera costruzione di Mancuso, infatti, poggia su un presupposto che la teologia cattolica non ha mai accettato: l’idea che dono e libertà siano due realtà in concorrenza, come se l’azione di Dio e l’azione dell’uomo si escludessero a vicenda. Questo è un modo di ragionare tipico della filosofia moderna, ma non della dottrina cristiana. La Tradizione cattolica non ha mai pensato la libertà come un assoluto autosufficiente, né la grazia come un’intrusione esterna che violenta la volontà. Salvo a voler forzare un’immagina caricaturale del Catechismo cattolico.

Tra l’altro, il Sinodo di Orange condanna il semipelagianesimo, cioè l’idea che l’inizio della fede possa provenire dall’uomo senza la grazia preveniente, ma non condanna affatto la cooperazione libera dell’uomo. E la dottrina cattolica è chiarissima: l’inizio della fede è dono di Dio, e la risposta alla grazia è atto libero dell’uomo. Non c’è contraddizione. C’è una gerarchia: prima la grazia, poi la libertà. Mancuso, invece, pretende che la libertà sia un principio autonomo che deve difendersi da Dio. È un’idea estranea alla teologia cattolica, ma molto vicina all’antropocentrismo filosofico contemporaneo.



Il punto più debole, e più rivelatore, dell’argomentazione di Mancuso è che egli si ferma a Orange, come se la Chiesa avesse smesso di pensare nel 529. In realtà, la questione grazia-libertà è stata oggetto di uno dei dibattiti più profondi della storia della teologia: la controversia De auxiliis (XVI XVII secolo). Il Concilio di Trento aveva fissato due punti irrinunciabili libertà dell’uomo e l’efficacia della grazia. Su questi due punti, domenicani e gesuiti si confrontarono per decenni. I domenicani, con Bañez, difendevano la premozione fisica: Dio muove infallibilmente la volontà, senza violarla; e i gesuiti, con Molina, proponevano la scienza media: Dio conosce come l’uomo agirebbe in ogni circostanza possibile, e l’efficacia della grazia dipende dalla cooperazione libera dell’uomo.


Paolo V

La disputa fu così intensa da richiedere l’intervento dell’Inquisizione, di Clemente VIII e poi di Paolo V. La Congregazione De auxiliis esaminò la questione in quasi cento sessioni, con teologi di primissimo livello. E qual è stata la conclusione? Non quella che Mancuso vorrebbe. La Chiesa, infatti, ha riconosciuto la legittimità di più modelli teologici, e Paolo V sciolse la Congregazione senza condannare né i domenicani né i gesuiti. Perché? Perché entrambi i sistemi erano pienamente cattolici, entrambi salvaguardavano: il primato assoluto della grazia e la vera libertà dell’uomo. Non solo. Il Papa proibì alle parti di accusarsi reciprocamente di eresia e ribadì che la dottrina di Trento (grazia efficace e libertà reale) era il quadro entro cui entrambe le scuole potevano muoversi.

Dunque, la Chiesa non ha mai visto una contraddizione tra dono e libertà. Ha visto un mistero di cooperazione, che può essere spiegato in modi diversi, ma mai ridotto al dualismo rigido e banale che Mancuso pretende di imporre. La sua posizione è estranea alla Tradizione cattolica, e presenta come “irrisolta” una questione che è stata affrontata, approfondita e chiarita per secoli. Il suo errore è duplice: riduce la teologia cattolica a un dilemma filosofico moderno: o dono o libertà; e ignora deliberatamente lo sviluppo storico della dottrina, come se dopo Orange la Chiesa avesse smesso di pensare. Tutto ciò non regge né sul piano storico né su quello teologico. La dottrina cattolica afferma che la fede è dono e un atto libero. Dio prende l’iniziativa, perché senza la grazia preveniente nessuno può credere, e l’uomo risponde liberamente, perché la grazia non distrugge la libertà, ma la rende possibile. Così come la salvezza è opera di Dio, ma non senza il consenso dell’uomo. Non c’è contraddizione, c’è un mistero di cooperazione tra Creatore e creatura che la filosofia moderna di Mancuso, più attenta al marketing che alla Verità, non riesce a cogliere.






Perché la messa non è l'ultima cena?




Il Calvario ci dice che Dio ha sacrificato il suo unico Figlio perché possiamo essere strappati dal mondo di peccato e, trasformati in Lui dalla grazia che discende dalla Croce, piacere a Dio, e quindi essere salvati. La Santa Cena senza il Calvario, ci dice che Dio viene in mezzo a noi; che quindi siamo importanti, che la nostra vita e la vita del mondo è essenziale, che la natura è tutto, visto che Dio è venuto a servirla con la sua presenza; ecco il Naturalismo servito, anche se con un contorno devozionale. È davvero la vittoria del Sacramento svuotato di vita, iniziata da Lutero e dai suoi compagni. Di seguito una riflessione che ci riporta nella verità cattolica. Qui l'indice della Liturgia ai tempi di Leone XIV che sembra considerare l'unica espressione della lex orandi il NO.




Redazione Chiesa e postconcilio, 29 gennaio 2026

La distinzione tra il pasto storico della Pasqua e il Sacrificio perpetuo della Messa è fondamentale per comprendere il passaggio dall'Antico Patto al Nuovo. Mentre l'Ultima Cena si svolgeva all'interno dell'ambientazione temporale di una Pasqua, la liturgia della Messa Tradizionale latina non è una tentativo di "rifare" quel pasto o di mantenere vivo il rituale domestico ebraico in forma cristiana. Invece, la Pasqua servì come "ora" cronologica che segnalava la fine del vecchio ordine, permettendo a Cristo di trasformare il concetto di sacrificio stesso.

La Messa è fondamentalmente la presentazione del Sacrificio della Croce, evento distinto dal Seder. Mentre il Seder era una ripetitiva, annuale commemorazione di un esodo passato, la Messa è la rappresentazione, la realizzazione del presente, di un singolo, irripetibile evento cosmico: l'immolazione dell'Agnello di Dio sul Calvario.

Questa separazione è più visibile nella struttura della Messa Tradizionale latina, che evita l'atmosfera domestica di una cena comune a favore dell'atmosfera formale e gerarchica del santuario del Tempio. Il parroco non fa da padrone di casa a tavola ma da mediatore presso un altare del sacrificio.

Il rinvio della quarta Coppa (1) sulla croce funge da pausa definitiva dalla Pasqua; terminando la "coppa" rituale attraverso la sua morte, Cristo ha effettivamente chiuso il libro sulla vecchia Pasqua.

La Messa, quindi, non porta avanti la Pasqua come un pasto; piuttosto, prende il "sangue del patto" che la Pasqua prefigura e lo applica all'altare. La liturgia si concentra interamente sulla vittima e sul sacerdote, assicurando che l'attenzione resti sulla soddisfazione per il peccato e l'adorazione di Dio, piuttosto che sulla rievocazione storica di una festività ebraica.

Di conseguenza, i primi cristiani e gli apostoli non vedevano il loro culto come un "Seder Cristiano”. Lo vedevano come l'"Offerta Pura" che sostituì i sacrifici animali del Tempio.

Il Canone Romano identifica gli elementi non come vino e pane festivo, ma come hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam: una vittima pura, santa e immacolata. Questa lingua è strettamente sacrificale e appartiene al regno della corte interna del Tempio, non alla sala da pranzo di famiglia.

Sottolineando il Sacrificio della Croce come un eterno "ora", la Messa trascende i confini storici della Pasqua. Si erge come una realtà liturgica unica che non guarda indietro all'Egitto, ma verso l'effettivo spargimento del sangue di Cristo, reso misticamente presente sull'altare per dare grazia ai vivi e ai morti.




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1. Anche il Vangelo di Luca dice espressamente che il vino viene consacrato dopo il pasto. Dunque possiamo individuare nella coppa che Gesù consacra quella che ogni ebreo benediceva, e benedice tuttora, con particolare solennità, a chiusura del pasto rituale e che significava il vino dei tempi messianici.
(Targum del Poema delle quattro notti, un antico testo rabbinico che si trova nella traduzione aramaica del Pentateuco “Targum – Codex Neofiti I”. Sono le notti che identificano i momenti salienti della Storia della Salvezza: la notte della Creazione; La notte dell'Alleanza; la notte della Liberazione (l'uscita dall'Egitto); la notte della Resurrezione.






Verità e interpretazione. Recensione al libro di Stefano Fontana



Nuova recensione dell’ultimo libro di Stefano Fontana. Il libro può essere richiesto: VEDI QUI


Stefano Fontana, Verità o interpretazione. Critica dell’ermeneutica cattolica, Fede & Cultura, 2025.


Di Silvio Brachetta, 29 gen 2026

Lo stravolgimento che Immanuel Kant ha fatto dell’a priori non deve far dimenticare che esso ha un senso filosofico e che c’è una sorta di a priori che guida la conoscenza umana. Stefano Fontana, nel suo ultimo libro, lo individua nel concetto di «senso comune», che è una «prefilosofia spontanea», un fondamento necessario alla comprensione di quanto s’impone ai sensi e alla mente. L’a priori è una categoria che si ritrova già in Platone e in Aristotele: alla base della metafisica c’è una separazione netta – nel processo della conoscenza – tra quello che è fermo (l’oggetto, l’idea platonica, la verità) e quello che diviene nel tempo (il fenomeno, la storia, l’opinione). Il soggetto non dovrebbe rientrare nel concetto del divenire ma, per mezzo della scelta volontaria, riconoscere il fondamento immutabile della realtà.

Aristotele, a proposito dell’a priori, negli Analitici secondi (I, 2) distingue «ciò che è primo per noi» (próteros prós emâs) da ciò che è «primo per natura» (próteros phýsis). È la distinzione tra la conoscenza che si limita al sensibile e la conoscenza della sostanza: la verità è nella sostanza e anche nella mente umana, solo se questa ammette l’evidenza di un oggetto che s’impone. L’a priori è null’altro che l’accettazione della realtà oggettiva. Non c’è solo un arché, un principio, nel mondo oggettivo, ma c’è anche un arché del filosofare soggettivo. Se i due principi non sono affini, il risultato è contraddittorio, incoerente.

Proprio dell’incoerenza aprioristica in senso moderno, Fontana tratta in questo suo lavoro, che è una critica all’ermeneutica moderna. Come, infatti, c’è un a priori metafisico e un’ermeneutica metafisica – del tutto affini alla realtà –, i problemi della modernità sorgono dallo stravolgimento del senso dell’ermeneutica e dell’a priori, che diventano il pretesto per negare la possibilità della conoscenza e, quindi, del poter accedere alla verità sull’uomo, sul mondo e su Dio.

Dubbio atematico

Se l’ermeneutica classica scrutava il mistero del mondo per la venatio sapientiae («caccia della sapienza», cf. Niccolò Cusano) e per lo svelamento della verità nascosta, l’ermeneutica moderna viene utilizzata come pretesto per dichiarare l’impossibilità di accedere alla verità da parte dell’intelletto umano.

Fontana fa un excursus di molte delle dottrine filosofiche moderne e dei relativi filosofi maggiori, che negano alle facoltà razionali e introspettive dell’uomo il potere di raggiungere il significato delle cose o l’accesso all’essenza di quello che esiste. A prescindere dalla diversità delle discipline e degli autori – idealismo (Kant, Hegel), fenomenologia (Husserl), ermeneutica (Gadamer, Ricoeur), esistenzialismo (Heidegger), ecc… – il filosofo moderno, in genere, antepone il soggetto all’oggetto e sostituisce il «senso comune» e la «prefilosofia spontanea» (fondati sul dato reale), con il «pregiudizio» soggettivo.

Da Kant in poi – scrive Fontana – l’uomo parte sempre da «pregiudizi», perché la «conoscenza è mediata costitutivamente» da essi: c’è insomma qualcosa alle spalle del soggetto conoscente che orienta e grava. Questo qualcosa è «un contesto che l’io non può vedere, perché è la condizione del suo vedere». In un tale contesto, l’interpretazione non è più la ricerca sulle cose, ma «suppone che si parta da noi stessi nella ricerca e non da qualcosa che ci è dato». Ora, finché questi pregiudizi hanno un qualche contenuto – lo “spazio”, il “tempo” e le “categorie” kantiane – potrebbe sembrare che la mente umana sia sempre radicata su qualcosa di stabile per emettere giudizi. La stabilità tuttavia è solo apparente, poiché spazio e tempo sono transeunte e le categorie di Kant non sono fondate sull’oggetto che si pone alla coscienza, ma sul pensiero soggettivo e, perciò, chiuse al mondo e a Dio.

Ma la questione posta da Fontana, per cui non è accettabile l’ermeneutica moderna, è un’altra e più grave: con il procedere dei secoli, il pensiero filosofico ha condizionato la teologia, sia protestante che cattolica. Si è giunti al punto (in campo cattolico) da svuotare il pregiudizio ermeneutico da qualsiasi contenuto, specialmente in Karl Rahner, che reputa «la conoscenza soggettiva del conoscente sempre atematica». Alle «spalle del conoscente», quindi, ci sarebbe il nulla o un mistero incomprensibile. E qua Rahner fa l’esempio del «guardare dal buco di una serratura»: al di qua del buco c’è il piano trascendentale della coscienza e, al di là, le conoscenze. Le conoscenze sono orientate dall’al di qua, ovvero dall’«a priori esistenziale» dell’uomo, inserito nel divenire storico. In queste condizioni, egli è condannato al «dubbio» perpetuo e all’infinito interpretare, così da non poter approdare mai a certezza alcuna su se stesso, sulle cose e su Dio – e, tanto meno, può approdare alla verità.

«Misura, numero e peso»

Ma ammettiamo pure che l’individuo, la persona umana, sia un mistero insondabile. Ammettiamo che al di qua del buco della serratura ci sia l’abisso dell’anima. In fondo portare avanti un discorso filosofico o teologico, a cominciare dalla conoscenza, si può fare, a condizione di evitare un errore sostanziale. San Bonaventura da Bagnoregio e Dietrich von Hildebrand – metafisici e realisti – iniziano in almeno due delle loro opere a trattare del soggetto conoscente, non dell’oggetto da conoscere.

Bonaventura scrive L’itinerario della mente in Dio (XIII sec.); von Hildebrand Che cos’è la filosofia (XX sec.): in entrambe le opere si parte dalla conoscenza. E qual è l’errore (moderno) che evitano? Immaginiamo di essere stati appena creati e di avere un solo senso: la vista. Immaginiamo poi di avere gli occhi chiusi e di aprirli di scatto. Bonaventura, nell’Itinerario (c. 1), scrive che, quando l’uomo apre gli occhi, qualcosa s’impone alla vista in modo «attuale». Anzi, sono tre le realtà che intenzionano l’anima, senza mediazione alcuna: c’è qualcosa che esiste (peso); questo qualcosa è una moltitudine di cose esistenti (numero); queste cose esistenti sono delimitate e rifinite (misura). Qua egli interpreta la parola di Sap 11, 20: «Tu hai disposto ogni cosa con misura, numero e peso».

È ciò che Fontana scrive sulla «conoscenza metafisica», la quale si manifesta nell’«apprensione sintetica originaria di tipo intuitivo» dell’«essere» – cioè dell’oggetto da conoscere. La differenza tra la gnoseologia moderna e quella metafisica classica sta in questo: i moderni fanno cominciare la conoscenza da un dubbio, mentre i metafisici iniziano con una certezza.

L’errore dei moderni sta, dunque, nel ritenere – contro ogni evidenza – che il mistero della mente umana generi necessariamente il dubbio, mentre i metafisici riconoscono che, mistero o non mistero, il risultato dell’esistere umano nella storia è la certezza. Nel caso di Bonaventura, ad esempio, egli si fa guidare da ciò che si presenta ai sensi, colto dall’intelligenza: questa è la fase della contemplazione. Poi, per mezzo della fede, riconosce che le cose hanno un’«origine», un «corso» e un «fine». Infine, mediante la ragione (il pensiero), individua tre «situazioni ontiche»: alcune cose esistono soltanto (gli oggetti), altre esistono e vivono (gli animali); altre infine esistono, vivono e discernono (l’uomo). Si tratta di null’altro che dei trascendentali di san Tommaso d’Aquino e della Scolastica: tutte le cose hanno una diversa impronta di unum, bonum e verum (uno, buono e vero).

Stare e divenire


In modo simile, ogni elemento del reale dev’essere interpretato, proprio perché alla conoscenza non basta il contemplare, ma è necessario il credere e il ragionare. Non però interpretato a partire dal nulla o da un abisso inaccessibile, sito al di qua della serratura. Le stesse Sacre Scritture sono state interpretate a fondo da secoli di teologia, non per contestare le certezze raggiunte, ma per confermarle e associarle alle nuove, per una conoscenza del mistero di Dio più profonda e per passare dalla scienza alla sapienza.

Fontana sostiene, nel merito, che l’ermeneutica ha due «limiti». Sono limiti «invalicabili». Il primo è «dato dall’apprensione sintetica dell’essere e dalle conoscenze del senso comune», mentre il secondo è il «dogma», che non può essere fatto naufragare nel dubbio sistematico dei moderni. Non avrebbe alcun senso il porre un dogma riformabile al mutare dei tempi e delle circostanze storiche.

Il dubbio ha quindi stravolto, specialmente nel corso del Novecento, la teologia cattolica e non ha risparmiato neppure l’ambito morale, che Fontana tratta in un capitolo del libro. Molti dei teologi moralisti odierni ritengono – per il fatto di reinterpretare ogni cosa – che non possano esistere, nell’etica, principi immutabili (e nemmeno principi non negoziabili). Ci si ferma al qui ed ora e i principi (se ci sono) devono essere adattati alla situazione vitale o alle circostanze storiche. È, anzi, il mutare della storia – secondo la sensibilità ermeneutica moderna – a suggerire come riformare i principi e rivoluzionare la teologia morale.

Il «divenire» ha preso il posto dello «stare» dell’intelligenza, osserva Fontana. E la ragione, mobile per definizione, non può contare su di una base ferma. A questo proposito, Fontana ripete spesso che non deve interessare come «vanno i fatti», ma come «i fatti stanno».








mercoledì 28 gennaio 2026

Eutanasia, Zuppi tra cerchiobottismo e riallineamento



Ferma condanna del suicidio assistito dal presidente della Cei, finora ben più "sfumato" sull'argomento. Semplice cerchiobottismo o un cambio di passo (voluto o subito)? Quali che siano le ragioni, il messaggio al parlamento è chiaro.

Cosa ha in mente il cardinale?

Editoriali 



In apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (CEI), il suo Presidente, il cardinal Matteo Zuppi, ha avuto parole molto ferme in merito alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito. Una critica che acquista ancor maggiore peso specifico se pensiamo che i lavori parlamentari sul Ddl 104 recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita riprenderanno a breve, il prossimo 17 febbraio.

Così il cardinale: «Torniamo a esprimere forte preoccupazione rispetto al dibattito sul fine vita. […] La risposta alla sofferenza non è offrire la morte. […] Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano […] di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili […]. Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita».

Di certo parole molto apprezzabili. Però c’è un però. Nel recente passato il Cardinal Zuppi si era mostrato meno tetragono nel rifiuto del suicidio assistito. Durante la conferenza stampa di chiusura della terza giornata dell’assemblea generale dei vescovi italiani, tenutasi ad Assisi nel novembre scorso, Zuppi si era espresso in merito alla legittimazione del suicidio assistito in modo un poco diverso: «Ci preoccupa soprattutto l’autonomia differenziata sul suicidio assistito». Frase che voleva dire questo: la preoccupazione del Presidente della Cei non era rivolta ad una legittimazione del suicidio assistito, ma all’eventualità che ogni Regione normasse la materia a proprio modo. E poi aggiunse: «Il dibattito in corso non è su un diritto, ma sulla depenalizzazione, sono cose molto diverse», cioè a voler sottolineare che la legge in esame in Parlamento prevede una depenalizzazione del reato di aiuto al suicidio, che parrebbe secondo le parole di Zuppi scelta eticamente condivisibile, e non il riconoscimento del diritto di essere aiutato a morire, scelta invece da condannare. Quindi state tutti tranquilli.

Questo cambio di fronte risulta ancor più marcato se andiamo a leggere la serie di articoli che soprattutto questa estate Avvenire, quotidiano ufficiale della Cei, aveva pubblicato a sostegno del Ddl sul suicidio assistito (clicca qui, qui, qui e qui). Dunque viene da chiedersi come mai ora il cardinal Zuppi abbia condannato esplicitamente qualsiasi norma legittimante l’eutanasia e il suicidio assistito, quando prima lui e il suo giornale avevano assunto posizioni differenti.

Proviamo a fornire qualche risposta. La prima: l’uscita recente del Presidente della Cei è assolutamente compatibile con le affermazioni di Assisi e con gli articoli di Avvenire. Zuppi al pari di Avvenire condanna la legittimazione del suicidio assistito, ossia il riconoscimento di un diritto a farsi aiutare a morire, ma non condanna la sua depenalizzazione, approvando quindi che tale condotta venga qualificata come una mera facoltà di fatto.

Ma, come avevamo sottolineato a suo tempo, un ordinamento giuridico deve sanzionare l’aiuto al suicidio a motivo dell’incommensurabile preziosità della vita umana, rectius: della persona umana. La risposta sanzionatoria è quindi strumento adeguato alla tutela di un bene di così alto pregio e perciò adeguato alla tutela del bene comune. Inoltre, sia la Corte costituzionale per sua stessa ammissione sia il Ddl non hanno scelto di depenalizzare questa condotta, bensì hanno scelto di legittimarla.

Seconda ipotesi: un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Era la strategia di Bergoglio: dire una cosa e poi il suo opposto. La tattica è efficace per più motivi. Ad esempio, se interpellato sul tema si può pescare nel proprio repertorio per difendere una tesi e il suo opposto e dunque si sarà sempre nel giusto di fronte al proprio uditorio o di fronte a chi muove critiche. Invece, sul versante di chi ha ascoltato tesi opposte, questa contraddittorietà sarà utile per usare una delle due tesi a sostegno delle proprie idee. Inoltre la confusione aiuta, per usare un’espressione cara all’illustre defunto, a sviluppare processi perché nelle contraddizione è facile sgusciare come un’anguilla e così portare avanti la propria agenda. Infine la contradditorietà delle posizioni assunte disorienta il credente, lo lascia un po’ inebetito e quindi facilmente plagiabile, inducendolo poi a pensare: «Secondo me c’è qualcosa che non va, ma sarò io a sbagliarmi perché non sono un vescovo, un cardinale o un Papa».

Terza ipotesi che riguarda il Pontefice regnante. Il 23 dicembre scorso, uscendo da Castel Gandolfo, il Papa, con i giornalisti lì presenti, commentò così l’approvazione da parte dello Stato dell’Illinois della legalizzazione del suicidio assistito, ricordando un suo precedente incontro con il governatore JB Pritzker: «A quel tempo il disegno di legge era già sulla sua scrivania. Eravamo molto chiari sulla necessità di rispettare la sacralità della vita, dall'inizio alla fine. E purtroppo, per diverse ragioni, ha deciso di firmare quel disegno di legge. Sono molto deluso da questo». Inoltre il Papa lo scorso 9 gennaio si è rivolto con le seguenti parole al Corpo diplomatico sul tema eutanasia: «È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia».

Si potrebbe dunque legittimamente pensare che, a fronte di queste recenti prese di posizione molto chiare del Papa in merito ad eutanasia e suicidio assistito, il cardinal Zuppi abbia deciso di fare dietro front o sia stato costretto a farlo dai piani alti.

Sia come sia il Presidente della Cei ha negato qualsiasi forma di legittimazione al suicidio assistito e questo è un fatto di per sè positivo al di là delle possibili motivazioni che lo hanno spinto a pronunciarsi in tal modo. Inoltre e soprattutto, farlo a qualche settimana dalla ripresa dei lavori parlamentari sul Ddl è molto significativo e lancia un messaggio assai chiaro ai parlamentari: la Chiesa italiana dice “No” a questo disegno di legge.






martedì 27 gennaio 2026

L'interpretazione mistica della Santa Liturgia



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Kmitalibrary. L'errore dello storicismo e il significato reale e simbolico dei gesti liturgici. Qui l'indice degli articoli dedicati al Rito romano antiquior, alle restrizioni sotto il pontificato di Bergoglio e alle numerose reazioni. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone XIV.

27 gennaio 2026


San Massimo il Confessore sulla liturgia: un trattato epocale

Le radici nascoste della rivoluzione liturgica

In uno dei suoi consistenti articoli dedicati alla posizione del sacerdote durante la lettura dell'Epistola e del Vangelo nel contesto liturgico, il dott. Peter Kwasniewski ha descritto l'interpretazione errata proposta da un seguace della riforma liturgica postconciliare:
Nella sua presentazione, egli sostiene che il motivo per cui il sacerdote continua a leggere rivolto verso l'altare è che il rito romano codificato nel 1570 (che potremmo semplicemente chiamare "rito tridentino") derivava dal rito della curia privata del papa, dove non c'era assemblea, quindi non c'era motivo di girarsi e leggere per qualcuno. (1)
Quando ho letto le righe precedenti, sono rimasto sorpreso nel riconoscere nella posizione dell'autore che ha suscitato la reazione del Dott. Kwasniewski idee che avevo già incontrato nelle discussioni con uno specialista di studi liturgici che avevo incontrato personalmente. Come mostrerò di seguito, ci troviamo di fronte a uno degli errori di interpretazione e di atteggiamento – lo "storicismo" – che ha portato al tentativo di eliminare la liturgia cattolica romana.

In breve, lo storicismo è quell'interpretazione errata che presuppone che tutto – inclusa la liturgia – sia stato adattato (e derivato) da un contesto storico: quando quel contesto cambia, la liturgia e la sua teologia devono cambiare. Prima di spiegare l'affermazione di cui sopra, riprenderò, dall'articolo del Dr. Kwasniewski, le affermazioni stesse dell'autore in questione:
Ci si è spesso chiesti: perché il sacerdote legge le letture, legge le letture della Scrittura, rivolto verso l'altare anziché verso il popolo? Beh, ha senso. Se ci si trova nella cappella privata del Papa e si celebrano le letture, non ci sono persone a cui leggere: è una Messa privata. Quindi è del tutto appropriato che il sacerdote tenga il Messale sull'altare e legga le letture rivolto verso l'altare anziché verso il popolo; non ci sono persone a cui leggere.
Più avanti, in un altro punto della sua presentazione, riprende lo stesso “argomento” solo per esprimere la sua adesione a uno degli aspetti rivoluzionari della liturgia del Novus Ordo:
Le letture e il Vangelo: ha molto senso che [nel Novus Ordo] vengano letti non rivolti verso l'altare, lontano dal popolo, ma letti al popolo, proprio come avveniva nella liturgia romana del primo millennio.

 Ora scopriamo le premesse implicite di queste affermazioni.

Nel primo estratto, viene menzionato un contesto storico particolare – quello delle letture bibliche durante le liturgie celebrate nella cappella privata del Pontefice – in cui l'orientamento era presumibilmente mirato alla posizione del destinatario della sacra lettura. In altre parole, l'orientamento era il risultato del posizionamento del sacerdote verso il pubblico. La premessa implicita è che la lettura avesse un destinatario – come in un'aula dove l'insegnante parla rivolto verso gli studenti. Se gli studenti sono a est, l'insegnante si girerà verso est. Se sono a nord, l'insegnante si girerà verso nord. E così via. Indipendentemente dalla posizione degli ascoltatori, l'insegnante si orienta nella loro direzione. Analogamente, nel contesto delle liturgie nella cappella privata del Papa, per l'unica lettura – il sacerdote – si girerebbe verso la direzione in cui sedeva il Santo Padre. La posizione del sacerdote sarebbe stata determinata da una circostanza accidentale di questo tipo.

Pertanto, il Concilio Vaticano II e la successiva riforma mediante la nuova messa di Papa Paolo VI hanno apportato modifiche per correggere le conseguenze di un contesto storico obsoleto. Ora, le letture vengono eseguite rivolte al popolo. La premessa nascosta qui implicita è la stessa alla base dell'eliminazione della lingua latina: il popolo deve essere – ed è – il "bersaglio" delle sacre letture. Da tale prospettiva, qualsiasi altra interpretazione della posizione del sacerdote è esclusa e la riforma può essere applaudita senza dubbi o contestazioni. Come ho già accennato, ciò che mi interessa è l'atteggiamento che sottende tale interpretazione.

Ignorare il passato e gli antenati

Le discussioni che ho avuto con uno specialista in studi liturgici mi hanno sempre lasciato sbalordito. Sottolineo che il mio interlocutore non era un teologo qualsiasi, ma un vero studioso di liturgie: conosceva una grande quantità di dettagli storici sui vari riti della Chiesa cattolica e, essendo lui stesso sacerdote, li conosceva non solo dall'esterno. Eppure, il più delle volte, le sue spiegazioni portavano ad un'unica conclusione: coloro che vissero prima (Santi e Dottori compresi) avevano torto e la liturgia andava corretta.

Evidentemente, la messa del Novus Ordo aveva già apportato molte di queste correzioni, ma erano insufficienti. Del resto, qualcosa di simile dovrebbe essere fatto anche con i riti delle Chiese cattoliche orientali (o bizantine), che usano la Liturgia di San Giovanni Crisostomo, presentata con sufficienza come arretrata rispetto alla liturgia del Novus Ordo. I dettagli non contano. Ciò che conta è il nocciolo: quelli prima sbagliavano, e noi, oggi, dobbiamo correggere i loro errori.

Se analizziamo attentamente questo nucleo, lo riscopriremo sempre alla base delle affermazioni della maggior parte degli "specialisti" contemporanei in vari rami della teologia. Ad esempio, la Chiesa e i suoi Dottori hanno errato in passato nel considerare l'autore anonimo del famoso trattato La Teologia mistica come San Dionigi l'Areopagita. Oggi, egli è semplicemente uno Pseudo-Dionigi, una figura anonima che non è né un santo né un autore con una certa identità.

Allo stesso modo, ritengono che siano stati commessi errori riguardo alla Sacra Scrittura: la maggior parte dei suoi libri – dal primo, il Pentateuco di Mosè, all'ultimo, l' Apocalisse di San Giovanni – non sono stati scritti da autori ispirati unanimemente riconosciuti dalla Tradizione cristiana. Nei libri e nei manuali di studio biblico, si può trovare una pletora di tali affermazioni. Allo stesso modo, la catechesi si basa su testi di Santi e Dottori della Chiesa – ritenuti errati o incerti – che non sono stati convalidati dalla critica testuale moderna e dai suoi specialisti. Ad esempio, un certo studioso è insoddisfatto degli attuali riti di iniziazione degli adulti cattolici. Ecco il motivo:
Ciò che è problematico (...) è che le numerose versioni degli ordini ecclesiastici non sono state sottoposte ad analisi critica da parte di studiosi dal XVI all'inizio del XX secolo, che hanno scoperto manoscritti superstiti di questi testi e/o ne hanno pubblicato edizioni a stampa. Un altro problema è che alcune composizioni attribuite a singoli Padri della Chiesa sono scritti pseudoepigrafici. Nonostante successive indagini che contestino, sulla base di evidenti anacronismi e dell'assenza di informazioni storiche verificabili, la presunta paternità o datazione degli ordini ecclesiastici e degli pseudoepigrafi accettati dal consenso, questi scritti continuano a essere forniti e consultati in autorevoli opere di riferimento come la Patrologia Latina e la Patrologia Graeca come raffigurazioni della Chiesa primitiva. (2)
L'enormità di questo tipo di affermazioni non può essere sopravvalutata. Questi "specialisti" mirano a esaminare tutto e – presupponendo potenziali errori storici – rilasciano certificati di accuratezza a tutti gli autori e i testi tramandatici nel contesto della Tradizione cristiana. Vero e proprio idolo per questi "studiosi", il metodo storico-critico ha causato innumerevoli vittime – tra cui, come accennato in precedenza, San Dionigi l'Areopagita (a cui potremmo facilmente aggiungere i Santi Sebastiano e Nicola, tra molti altri). Persino la stessa Liturgia Gregoriana-Tridentina è stata sostituita come diretta conseguenza dei loro sforzi. La loro premessa essenziale, come si evince dalle spiegazioni sulla posizione del sacerdote durante le letture liturgiche fornite dall'autore citato dal Dott. Kwasniewski, è la seguente: coloro che ci hanno preceduto, privi dei metodi avanzati della "scienza" moderna (cioè della critica testuale), si sono sbagliati. E noi, i moderni, dobbiamo correggerli. Questo atteggiamento di sospetto verso tutto ciò che abbiamo ricevuto nel contesto della Tradizione cristiana è pervasivo.

La differenza tra questa forma mentis e l'atteggiamento dei grandi Santi e Dottori è immensa. Per dimostrarlo, prendiamo in considerazione un esempio che lo illustra.

La mistagogia perenne della Santa Liturgia

La tradizione mistagogica cristiana è incredibilmente ricca. Il Dr. Peter Kwasniewski, così come altri autori (forse il più noto dei quali è il cardinale Henri de Lubac (3), hanno scritto di commentari classici della tradizione latina, come " Sulla liturgia" di Amalario di Metz (c. 77–c. 850) e "Il gioiello dell'anima" di Onorio Augustodunense (c. 1080–c. 1140). Nella tradizione greca, il piccolo trattato "Sulla gerarchia ecclesiastica" di San Dionigi l'Areopagita risplende di luce propria. Tuttavia, l'opera più importante, unica e ineguagliabile è la "Mistagogia" di San Massimo il Confessore (c. 580–c. 662).

Sebbene breve, il trattato di San Massimo interpreta sia il simbolismo architettonico dei luoghi sacri sia i significati mistici della Sacra Liturgia. Le sue interpretazioni sono guidate da tre premesse centrali:

L'asse teologico: riguarda il modo in cui Dio si rende presente attraverso tutti i simboli ecclesiali-liturgici:
La Santa Chiesa di Dio è immagine di Dio perché realizza la stessa unione dei fedeli con Dio. Per quanto diversi siano per lingua, luoghi e costumi, da essa sono resi uno mediante la fede. Dio realizza questa unione tra le nature delle cose senza confonderle, ma attenuando e riunendo la loro distinzione, come è stato mostrato, in una relazione e unione con Sé stesso come causa, principio e fine. (4)
L'asse cosmologico: sia la Chiesa (come luogo di culto) sia la Santa Liturgia rendono accessibile, attraverso i simboli, il mondo intelligibile, che ora è invisibile ai nostri occhi corporei ma accessibile alle menti contemplative dei credenti ben formati:
L'intero mondo degli esseri prodotti da Dio nella creazione è diviso in un mondo spirituale pieno di essenze intelligibili e incorporee e in questo mondo sensibile e corporeo che è ingegnosamente intessuto di molte forme e nature. Questo è come un altro tipo di Chiesa non di costruzione umana che è saggiamente rivelata in questa chiesa che è fatta dall'uomo, e ha per suo santuario il mondo superiore assegnato alle potenze celesti, e per sua navata il mondo inferiore che è riservato a coloro che condividono la vita dei sensi. (5)
L'asse antropologico: San Massimo mostra che esistono profonde corrispondenze tra la struttura dell'architettura sacra e della liturgia e la struttura costitutiva dell'essere umano:
Da un altro punto di vista (…) quella santa Chiesa è come un uomo perché per l'anima ha il santuario, per la mente ha l'altare divino, e per il corpo ha la navata. È quindi immagine e somiglianza dell'uomo che è creato a immagine e somiglianza di Dio. Per mezzo della navata, che rappresenta il corpo, propone la sapienza morale, mentre per mezzo del santuario, che rappresenta l'anima, interpreta spiritualmente la contemplazione naturale, e per mezzo della mente dell'altare divino manifesta la teologia mistica. (6)
Le spiegazioni mistico-simboliche di San Massimo il Confessore meriterebbero numerosi articoli (o persino libri). Per ora, desidero sottolineare l'umiltà intellettuale dell'autore. Non solo specifica fin dall'inizio che la sua interpretazione è stata ricevuta da un santo anziano che lo ha iniziato ai sacri misteri cristiani, ma non mette mai in discussione, in nessun punto, il tesoro ricevuto. Leggendo le sue opere, ci si rende conto che, per lui, una discussione sui dettagli della Sacra Liturgia alla maniera degli autori odierni – che analizzano per "riformare" ciò che hanno ereditato – è inconcepibile.

Lo stesso vale per la Sacra Scrittura. Non troverete in San Massimo o in altri Padri della Chiesa un approccio "critico" ai testi sacri. Per loro, come per noi, questi furono scritti dagli stessi profeti e apostoli ispirati dallo Spirito Santo, che sono sempre stati riconosciuti come i loro autori. Implicitamente o esplicitamente, la premessa degli antichi Santi e Dottori è sempre stata che la Sacra Scrittura, i Sacramenti della Chiesa, così come l'iconografia, l'architettura sacra e la musica sacra, siano trasmessi e preservati sotto la guida dello Spirito Santo. Mettere in discussione i loro presunti "errori" è semplicemente un atteggiamento inaccettabile.

In questa luce, considerare che la posizione del sacerdote durante le letture sacre nel contesto liturgico sia il risultato di un accidente storico è del tutto assurdo. Quando si tratta della Sacra Scrittura e del culto della Chiesa, possiamo essere certi che lo Spirito Santo non ha sovrinteso alla trasmissione di accidenti. Ciò che abbiamo ricevuto sono contenuti che sfidano la nostra capacità di comprensione, spesso superandola. L'unica cosa che un vero interprete guidato dalla Sacra Tradizione può fare è chiedersi, in preghiera e meditazione, quale sia la loro spiegazione profonda e quali ragioni divine vi si nascondano.

Per un fedele interprete della Tradizione cristiana, ciò che è migliore e più perfetto non è mai ciò che viene dopo, ma ciò che è venuto prima. La storia non segue una direzione ascendente ed evolutiva, ma piuttosto una direzione discendente e regressiva, che procede verso l'eschaton. Di fronte ai misteri dei testi sacri e dei Sacramenti della Chiesa, né la scienza né la tecnologia, né alcuna altra conquista del mondo moderno possono aiutarci: solo lo Spirito Santo, che ha sempre guidato la Tradizione cristiana, può aiutarci a comprenderli e interpretarli.

Ecco perché la “chiave” della conoscenza e della sapienza non è lo studio scientifico secondo il metodo storico-critico, ma l’arte della contemplazione orante, l’umile preghiera della mente rivolta a Colui che sant’Agostino considerava l’unico vero Maestro, secondo il Vangelo:
Uno è il vostro maestro, Cristo (Magister vester unus est, Christus — Matteo 23:10).


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1. Dott. Peter Kwasniewski, “Perché l’Epistola dovrebbe essere letta verso est e il Vangelo verso nord” (Parte 1): Lynne C. Boughton, “Un passato immaginato: iniziazione, segreto liturgico e 'Messa dei catecumeni'”, in Antiphon , 25.2, 2021, pp. 165-166.

3. Preoccupato dalla diffusa ignoranza biblica, de Lubac scrisse un'opera monumentale per ricordare – soprattutto al clero influenzato dal modernismo – quali fossero i metodi tradizionali di interpretazione della Sacra Scrittura: Exégèse médiévale. Les quatre sens de l'écriture (Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura), Parigi: Aubier-Montaigne, 1959-1964. (Questo è anche un paradosso della vita di un autore che fu egli stesso influenzato dal modernismo)-

4. “La mistagogia della Chiesa”, in Saint Maximus, Selected Writings, traduzione e note di George C. Berthold, introduzione di Jaroslav Pelikan, prefazione di Irénée-Henri Dalmais, New York: Paulist Press, pp. 187-188.

5. Ivi, p. 188.

6. Ivi, pp. 189-190.






lunedì 26 gennaio 2026

La ieraticità originaria del latino liturgico



Notazioni sul linguaggio liturgico del Rito romano fin dagli inizi, già illustrato qui, che contraddicono molte falsità ideologiche odierne. Qui l'indice degli articoli sul Latino, lingua sacra e unificante per la Catholica nonché ponte tra popoli e culture.




Redazione di Chiesa e postconcilio, 26 gennaio 2026

L'affermazione che il rito romano sia nato nel "vernacolare" è uno dei miti più persistenti e incontestabili dello studio liturgico moderno. Serve da pietra angolare per quasi ogni argomento a favore di una riforma linguistica radicale, eppure crolla sotto un serio esame della storia linguistica e della struttura rituale.

Affermare che il latino del Canone Romano fosse semplicemente il "discorso di strada" del III o IV secolo non è un semplice errore storico; è una invenzione totale: una narrazione arbitraria che ignora la natura stessa della lingua sacra. Tutte le prove disponibili suggeriscono che la liturgia romana fu formulata con un linguaggio ieratico e sacrale sin dalla sua nascita, in contrasto intenzionale con quello comune del mercato romano. Quando gli studiosi ribadiscono in modo superficiale che "il latino era un tempo il vernacolo", tradiscono una profonda ignoranza della stratificazione linguistica del mondo antico. Anche all'apice dell'Impero, c'era un vasto abisso tra Sermo Vulgaris (il discorso comune) e il latino stilizzato, ritmico ed elevato usato nella legge, nella poesia e nelle cerimonie di stato. E infine anche nel culto.

Il rito romano non adottò il gergo della suburra; adottò, poi trascendendolo, lo "stile alto" della tradizione romana. Il latino della Messa è caratterizzato da uno specifico "stile liturgico" segnato da arcaismi, un vocabolario sacro e una complessa struttura retorica conosciuta come cursus. Queste caratteristiche non hanno mai fatto parte del vernacolo; erano gli strumenti di un linguaggio ieratico progettato per comunicare con il Divino, non per facilitare una conversazione casuale tra vicini.

Mentre il greco era la lingua del commercio internazionale, il latino era la lingua dell'identità romana. L'antica tradizione e il Liber Pontificalis riportano che, al suo arrivo nella capitale, San Pietro risiedeva nella casa del senatore romano Quinto Cornelio Pudens. Questa famiglia, i Titulus Pudentis, serviva come centro primario della prima missione romana. Vivendo all'interno delle mura di una famiglia patrizia romana come i Pudentii o i Cornelii, Pietro non esercitava il ministero di una colonia greca in esilio, ma era inserito in un ambiente latino nativo. Affinché un senatore romano e la sua famiglia partecipassero alla liturgia, la preghiera avrebbe naturalmente cercato la sua espressione nella gravità della lingua latina. In questi santuari domestici, il rito romano era probabilmente già stato forgiato in un latino cristiano ieratico, distinto dalla strada.

Infatti, l'affermazione che il rito romano abbia subito una "passaggio" dal greco al latino è un altro pilastro del consenso moderno che manca delle prove linguistiche necessarie per sostenerlo. Se il canone latino fosse una traduzione di un originale greco, sarebbe pieno di "ombre linguistiche:" ellenismi, imbarazzo sintattico, o parole di prestito che inevitabilmente sanguinano quando una lingua è costretta ad entrare nella muffa di un'altra. Eppure, il Canone Romano è un monumento di una latinità pura, sofisticata e di alto stile. Possiede una struttura ritmica e oratoria originaria del solo genio latino. Non si legge come una traduzione perché non lo è; porta ogni segno distintivo di una composizione originale, formulata nella stessa lingua che ha mantenuto per due millenni.

Il registro archeologico supporta ulteriormente questa latinità primordiale. Il graffito "Cristianos" di Pompei, conservato dall'eruzione del 79 d.C., dimostra che la popolazione romana stava identificando questa nuova fede in latino entro decenni dall'arrivo dell'apostolo. Allo stesso modo, la "piazza Sator" trovata nelle stesse rovine, un geniale anagramma latino di "Pater Noster", suggerisce che la preghiera stessa insegnata dal Signore fosse codificata in latino per uso liturgico o devozionale mentre gli Apostoli camminavano ancora sulla terra. Se il "Padre Nostro" è stato latinizzato così presto, è logico che lo sia stato anche il Sacrificio circostante.

Il più forte legame storico con questa prima presenza latina è l'esistenza della "Vetus Latina", o vecchi manoscritti della Bibbia latina. Frammenti di queste traduzioni precedenti alla Vulgata di San Girolamo di secoli, che sembrano avere origine alla fine del I o all'inizio del II secolo. Se la Parola di Dio veniva proclamata in latino ai fedeli romani durante quest'epoca, è altamente improbabile che l'atto centrale di culto, l'Eucaristia, sia rimasto esclusivamente in una lingua straniera. Questa romanità suggerisce che il nucleo della Messa fosse un'espressione nativa della fede, preservata attraverso la tradizione orale del tempo degli Apostoli.

Su questa base della trasmissione orale ci sono gli studi di Birger Gerhardsson, la cui ricerca sui metodi rabbinici di comunicazione offre un quadro convincente in ordine alla prima liturgia latina. Gerhardsson sosteneva che i primi cristiani non lasciavano la trasmissione della Fede al caso o all'adattamento fluido, ma piuttosto utilizzavano rigide tecniche di memorizzazione coerenti con la tradizione ebraica in cui si formavano gli apostoli. Egli sosteneva che un collegio formato dai Dodici Discepoli agisse come autorità centrale per controllare e preservare attentamente la tradizione, assicurando che gli insegnamenti e i riti venissero tramandati con esattezza formale.

Mentre le sue teorie sono state respinte per decenni da coloro che preferivano una visione più evolutiva delle origini cristiane, Gerhardsson è ora ampiamente visto come un pioniere della ricerca nelle tradizioni del Vangelo orale. Questo cambiamento accademico suggerisce che se San Pietro e gli Apostoli avessero usato un controllo così rigoroso sulla Sacro Depositum, la formazione di una liturgia latina stabile e ieratica nella capitale romana non sarebbe stata uno sviluppo casuale, ma un atto deliberato e attentamente custodito di governo apostolico progettato per essere memorizzato e preservato dai fedeli fin dall'inizio.

Il legame architettonico tra il Canone Romano e le tradizioni liturgiche d'Oriente dimostra una singolare paternità petrina. Monsignor Louis Duchesne, eminente storico della Chiesa antica, ha osservato sorprendenti somiglianze strutturali e tematiche tra il rito romano e l'anafora della liturgia di Antiochia. Questo legame è di fondamentale importanza quando si considera che Antiochia era la città stessa dove san Pietro regnò vescovo prima di istituire la sede di Roma.

Duchesne hs sottolineato la collocazione condivisa di intercessioni specifiche e la sobria e ritmica supplica per l'accettazione del Sacrificio come prova di una comune radice apostolica. Tracciando questi paralleli, si scopre che il Canone Romano non è un'invenzione occidentale isolata, ma l'espressione romana di un modello petrino già stabilito ad Antiochia. Ciò suggerisce che Pietro arrivò nella capitale con una cornice liturgica matura, che poi rivestiva nel latino ieratico di Roma per creare un monumento permanente e sacrificale per la Chiesa occidentale.

Suggerire che San Pietro, il principe degli apostoli, sarebbe arrivato a Roma, capitale di un impero di lingua latina, e non sia riuscito a fornire una liturgia nella lingua di quella civiltà significa trattarlo come un sempliciotto. Al contrario, Pietro fu autorizzato dallo Spirito Santo a Pentecoste con il dono delle lingue, una grazia specificamente destinata alla conversione delle nazioni. È molto più coerente con l'evidenza teologica e storica concludere che Pietro, possedendo la saggezza di istituire una fondazione permanente e ieratica per l'Occidente, ha consegnato una liturgia latina alla Chiesa romana fin dall'inizio.

L'"esperto" moderno che deride l'uso del latino come "barriera" alla comprensione sta infatti prendendo in giro la stessa logica architettonica del rito romano, che usa il linguaggio come velo sacro piuttosto che come strumento pedagogico. Quando suggeriscono che il Canone Romano sia un mero ripensamento "vernacolare", confessano una totale cecità all'idoneità divina e alla bellezza compositiva d'élite del Rito, una grandezza che questi ideologi, nell'intero loro atteggiamento accademico, sono evidentemente troppo maleducati per percepire, figuriamoci apprezzare.







domenica 25 gennaio 2026

La Chiesa sinodale e il silenzio sulle Cose Ultime. Per svuotare la fede dall’interno





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by Aldo Maria Valli, 24 gen 2026

La rivolta più recente, e di gran lunga più insidiosa, contro la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica, è stata scatenata nel 1962 con l’apertura del Concilio Vaticano II.

Ciò che seguì non fu un “rinnovamento” o un “aggiornamento”, ma una rivoluzione: uno smantellamento sistematico della verità cattolica che ha impoverito, pervertito, imbastardito e infine sostituito la Fede con una religione contraffatta, oggi comunemente definita dai fedeli cattolici come religione sinodale, religione che pur mantenendo il vocabolario, la veste (in un certo senso) e le strutture cattoliche, non possiede più l’anima cattolica.

Questa rivoluzione non è meramente disciplinare, pastorale o estetica. È metafisica. È un attacco alla verità divinamente rivelata e, quindi, un attacco alla realtà stessa. Il cattolicesimo è la chiave divinamente istituita attraverso la quale l’uomo può comprendere correttamente la realtà, sé stesso e il suo fine ultimo. È la mappa che Dio stesso ha dato all’uomo decaduto per sfuggire al peccato e tornare alla comunione con Lui. Poiché questo sistema di dottrina, culto e moralità ha origine in Dio, è perfetto, coerente e immutabile. Di conseguenza, il Nemico non poteva semplicemente modificarlo. Doveva attaccarne le fondamenta.

Una delle strategie più subdole e devastanti di Satana è stata la sua capacità di sostituire il cattolicesimo con quello che il vescovo Donald Sanborn ha giustamente descritto come un “umanesimo senza dogmi”, una religione svuotata di contenuti soprannaturali e riorganizzata attorno all’uomo anziché a Dio. Al centro di questo progetto abbiamo la deliberata erosione, l’oscuramento e la negazione totale delle realtà guida più fondamentali della fede: peccato, morte, giudizio, paradiso e inferno, le quattro Cose Ultime.

Queste realtà non sono state semplicemente trascurate; sono state metodicamente neutralizzate. Il peccato è stato psicologizzato, sociologizzato o rinominato “rottura”. La morte è stata sentimentalizzata. Il giudizio è stato reso scortese. L’inferno è stato funzionalmente abolito. Il paradiso, quando viene menzionato, è dato per scontato come diritto piuttosto che come qualcosa da meritare. Il più delle volte il paradiso è una sorta di utopia comunista, ecologica ed egualitaria che il papa e i suoi scagnozzi vogliono stabilire sulla terra con l’aiuto delle Nazioni Unite. Attraverso il silenzio, l’eufemismo e la distorsione teologica, il cattolico moderno è stato condizionato a vivere come se l’eternità fosse irrilevante o garantita, preferibilmente senza pentimento.

Il risultato è tragicamente evidente. Per molti cattolici formatisi nell’ambiente postconciliare, il peccato non è più una rottura del rapporto dell’uomo con Dio, ma semplicemente una categoria di disagio personale o di disapprovazione sociale. Le sue conseguenze vengono raramente predicate perché non vi si crede più. I Novissimi – un tempo una caratteristica costante della predicazione, dell’arte e della devozione cattolica – sono ora sconosciuti a molti fedeli, soprattutto ai giovani.

La maggior parte dei cattolici può fornire i propri aneddoti. Personalmente, ho sopportato innumerevoli omelie in cui il peccato veniva negato, banalizzato o vistosamente estromesso laddove avrebbe dovuto essere affrontato. Al suo posto veniva offerta una nuova definizione di “peccato” completamente slegata dalla Croce: vaghe esortazioni contro l’intolleranza, la scarsa attenzione all’ambiente o la resistenza alle più recenti innovazioni pastorali. Allo stesso modo, la morte, il giudizio, il paradiso e l’inferno – se mai venivano menzionati – venivano ridotti a metafore poetiche o astrazioni terapeutiche.

Per la maggioranza di coloro che oggi vanno nei templi del modernismo, l’idea stessa del giudizio divino è offensiva. L’inferno è liquidato come incompatibile con un “Dio amorevole”, mentre il paradiso è considerato un diritto universale. Dietro questo sentimento si cela un credo inespresso: Dio deve rimanere al suo posto, perché esiste un nuovo sovrano, un uomo glorioso, dotato di infinita dignità, assoluta autonomia e autorità suprema sul bene e sul male.

Così, la dottrina cattolica del peccato – insegnata con coerenza dalla Chiesa per quasi duemila anni – viene dichiarata obsoleta. Nella migliore delle ipotesi, è ridotta a patologia psicologica o condizionamento sociale; nella peggiore, è derisa come il prodotto di un passato poco illuminato in cui un Dio apparentemente “duro” ha imposto regole arbitrarie a un’umanità immatura.

La negazione e la corruzione del peccato e delle quattro Cose Ultime non sono quindi un problema marginale, bensì la negazione più pericolosa del “cattolicesimo” modernista (noto anche come religione sinodale), perché una volta rimosse queste verità l’intero ordine soprannaturale crolla e, con esso, la ragione stessa dell’Incarnazione, della Croce, dei Sacramenti e della Chiesa.

Le quattro Cose Ultime secondo l’insegnamento cattolico tradizionale

I fedeli cattolici un tempo erano istruiti a vivere con l’eternità costantemente davanti agli occhi. Non era un’enfasi casuale, ma una necessità che scaturiva dalla rivelazione divina. Nostro Signore ha ripetutamente indirizzato le anime verso il loro fine ultimo, avvertendole del giudizio, promettendo il paradiso e parlando con terrificante chiarezza dell’inferno. La Chiesa riassume il destino ultimo dell’uomo nei quattro Novissimi: Morte, Giudizio, Paradiso e Inferno.

Non si tratta di idee simboliche o temi opzionali. Sono realtà oggettive e soprannaturali rivelate da Dio e vincolanti per ogni coscienza umana. Negarle, oscurarle o distorcerle significa falsificare la Fede stessa.

La morte, la fine inevitabile della vita temporale

L’insegnamento tradizionale inizia con la cruda verità che la morte è certa e inevitabile. “…è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio” (Ebrei 9:27). La morte non è il culmine naturale, ma la conseguenza diretta del peccato originale. L’uomo non è stato creato per morire. La morte è subentrata attraverso il peccato e ne rappresenta la punizione più visibile.

La Chiesa ha sempre insegnato che la morte pone fine definitivamente al tempo del merito. Una volta che l’anima si separa dal corpo, l’uomo non può più pentirsi o riparare il suo rapporto con Dio. Lo stato dell’anima al momento della morte determina il suo destino eterno. Da qui l’urgenza che permea la spiritualità tradizionale: “Ora è il momento favorevole”.

Ecco perché i santi praticavano il memento mori, il ricordo abituale della morte. Lungi dal produrre disperazione, questa disciplina favoriva la sobrietà, l’umiltà, il distacco dal mondo e la perseveranza nella grazia. Dimenticare la morte significa vivere come se questo mondo fosse eterno.

Giudizio particolare e generale

Subito dopo la morte, ogni anima affronta il Giudizio particolare, trovandosi sola davanti a Cristo, il Giudice giusto. Questo giudizio è personale, individuale e ineluttabile. Ogni pensiero, parola, azione e omissione viene soppesato secondo la giustizia e la misericordia divine. Non c’è appello, né negoziazione, né reinterpretazione della legge di Dio. L’anima riceve la sua ricompensa eterna: il paradiso (immediatamente o dopo la purificazione) o l’inferno.

Alla fine dei tempi verrà il Giudizio universale, quando Cristo tornerà nella gloria per giudicare pubblicamente tutta l’umanità. Questo giudizio non altera il destino dell’anima, ma manifesta la perfetta giustizia di Dio davanti a tutta la creazione. Le conseguenze nascoste del peccato e della virtù saranno rivelate, e ogni ginocchio si piegherà davanti a Cristo Re.

L’insegnamento tradizionale insiste sul fatto che il giudizio è reale, personale e temibile, non perché Dio sia crudele, ma perché è santo e giusto. Come avverte Nostro Signore: “Temete colui che può far perire l’anima e il corpo nella Geenna” (Matteo 10:28).

Paradiso, unione eterna con Dio

Il Paradiso è il fine ultimo per cui l’uomo è stato creato: la visione eterna e il godimento di Dio, la Visione beatifica. Non è semplicemente felicità o continuazione dei piaceri terreni, ma uno stato soprannaturale in cui l’anima vede Dio “faccia a faccia” ed è perfettamente unita a Lui nell’amore.

Il Paradiso è un dono puro, ma non automatico. L’ingresso richiede la grazia santificante al momento della morte. Coloro che muoiono in amicizia con Dio, ma purificati in modo imperfetto, attraversano il purgatorio prima di entrare nella gloria celeste.

L’insegnamento tradizionale è chiaro. Il Paradiso deve essere raggiunto, non presunto. Nostro Signore avverte ripetutamente che la porta è stretta e la via difficile. I santi non hanno mai dato per scontata la salvezza; l’hanno cercata “con timore e tremore” (Filippesi 2:12), confidando pienamente nella misericordia di Dio.

Inferno, separazione eterna da Dio

L’inferno è il più negato dei quattro Novissimi. Secondo la dottrina cattolica, l’Inferno è uno stato reale ed eterno di punizione per coloro che muoiono in peccato mortale, rifiutando volontariamente la grazia di Dio.

L’Inferno consiste principalmente nella separazione eterna da Dio, nella perdita della Visione beata. A ciò si accompagnano punizioni reali, descritte da Nostro Signore in termini inequivocabili, come “fuoco eterno”, “tenebre esteriori” e “pianto e stridore di denti”. Non si tratta di esagerazioni pedagogiche, ma di ammonimenti divini.

La Chiesa ha sempre insegnato che le pene dell’inferno sono eterne e irrevocabili. Dopo la morte non c’è possibilità di pentimento, non c’è una seconda possibilità. L’Inferno esiste non perché Dio non ami, ma perché rispetta la libertà umana. Coloro che rifiutano Dio in questa vita sono condannati a rimanere separati da Lui per sempre.

Santi, teologi e dottori affermarono all’unanimità la realtà dell’Inferno, non come curiosità teologica, ma come verità necessaria per la salvezza. Senza l’Inferno, gli avvertimenti di Cristo diventano incomprensibili, la sua Passione superflua e la sua misericordia priva di significato.

L’unità delle quattro Cose Ultime

Presi insieme, i quattro Novissimi formano un quadro coerente e inscindibile. La morte conferisce urgenza alla vita. Il giudizio conferisce significato morale all’azione umana. Il Paradiso dà scopo alla virtù e al sacrificio. L’Inferno conferisce gravità al peccato e alla libertà.

Rimuovete o distorcete anche solo uno di essi e l’intero ordine soprannaturale crolla. È proprio per questo che il modernismo li ha presi di mira attraverso il silenzio, l’ambiguità e la reinterpretazione sentimentale. Una volta che i fedeli non temono più il giudizio, non ricordano più la morte, non aspirano al Paradiso e non fuggono dall’Inferno, la Fede si riduce a etica e culto senza eternità e conseguenze.

La negazione e la perversione postconciliare dei Novissimi

La rivoluzione inaugurata dal Vaticano II non si è annunciata come un rifiuto del dogma. Al contrario, il modernismo ha progredito riformulando e, di volta in volta, enfatizzando qualcosa e nascondendo qualcos’altro. I Novissimi non sono stati formalmente aboliti; sono diventati pastoralmente scomodi e teologicamente imbarazzanti. Quindi, in definitiva, irrilevanti.

Dalla conseguenza del peccato alla “transizione naturale”

Le liturgie funebri post-Concilio Vaticano II esemplificano questo cambiamento. La tradizionale Messa da Requiem, con paramenti neri, “Dies irae” e preghiere per la liberazione dall’inferno, fu sostituita da paramenti bianchi, inni sentimentali e vaghe rassicurazioni di pace. L’enfasi si spostò dalla preghiera per i defunti alla celebrazione della vita del defunto, canonizzandolo sulla tomba a prescindere da come avesse vissuto.

La morte non è più predicata come un invito al pentimento, ma come una transizione confortante. Il linguaggio delle conseguenze è stato sostituito dalla consolazione. Raramente la morte è presentata come un monito. Quasi mai come una soglia di giudizio. La morte non è più il salario del peccato, e il peccato stesso ha perso la sua gravità.

Una spaventosa realtà sostituita da un incontro terapeutico

La dottrina del giudizio ha subito una reinterpretazione devastante. Pur essendo ancora formalmente affermata, la teologia postconciliare la descrive sempre più come un incontro non minaccioso con l’affermazione divina, piuttosto che come un giudizio dinanzi a un Giudice giusto.

Il linguaggio su Cristo come Giudice è stato sistematicamente sostituito con Cristo come compagno di viaggio. Il giudizio è riformulato come “autovalutazione” al cospetto di Dio. L’idea che si possa essere condannati in eterno per un peccato mortale non pentito è trattata come teologicamente rozza o pastoralmente dannosa.

Questo cambiamento è rafforzato dalla retorica papale ed episcopale che sottolinea che Dio “non condanna”, che il giudizio riguarda la “guarigione” e che la paura della punizione è indice di una fede immatura. La tradizionale distinzione tra misericordia e giustizia è crollata, e la giustizia si è dissolta nella misericordia.

La conseguenza pratica è ovvia: se il giudizio non ispira più timore, non frena più il peccato. Senza giudizio, la coscienza diventa soggettiva, la legge morale negoziabile e il pentimento facoltativo.

La fine soprannaturale ridotta all’assunzione universale

Nel cattolicesimo tradizionale il paradiso è la ricompensa soprannaturale di coloro che muoiono in grazia santificante. Nella Chiesa postconciliare, il paradiso è diventato una destinazione predefinita, implicitamente garantita a quasi tutti.

Le omelie funebri canonizzano regolarmente il defunto, indipendentemente dalla sua fede o dalla sua condotta morale. Espressioni come “è in un posto migliore” vengono usate in modo automatico, senza alcun riferimento al pentimento, alla confessione o allo stato dell’anima. Il Purgatorio viene ignorato o trattato come un breve inconveniente.

Questo universalismo pastorale è rafforzato da speculazioni teologiche che suggeriscono che l’inferno potrebbe essere vuoto o che la salvezza sia normativa per tutta l’umanità. Pur essendo presentate come opinioni piene di speranza piuttosto che come affermazioni dogmatiche, queste idee hanno profondamente plasmato la coscienza cattolica.

L’effetto tragico è che il Paradiso non è più ricercato attraverso la fedeltà e il sacrificio, ma assunto come un diritto connesso alla dignità umana. Una realtà terrificante è diventata una metafora imbarazzante.

Nessuna dottrina è stata minata più aggressivamente di quella dell’Inferno. Sebbene non sia mai stato formalmente negato, l’Inferno è stato funzionalmente abolito attraverso il silenzio, l’ambiguità e la reinterpretazione.

Nella Chiesa postconciliare la predicazione sull’Inferno è rara. Quando viene menzionato, è spesso descritto come uno “stato” piuttosto che un luogo, un’alienazione piuttosto che una punizione, o una possibilità teorica che Dio difficilmente permette. La punizione eterna è descritta come incompatibile con l’amore divino, nonostante i ripetuti ed espliciti insegnamenti di Nostro Signore (a seconda di come si contano, circa quaranta dei sessantuno riferimenti all’Inferno e alla dannazione eterna nel Nuovo Testamento sono fatti da Cristo stesso!).

Alcuni teologi modernisti ipotizzano apertamente che l’Inferno possa essere vuoto, che la punizione eterna possa non essere tale, o che Dio alla fine riconcili tutte le anime. Simili opinioni, un tempo chiaramente condannate, sono ora tollerate o elogiate come “sensibilità pastorale”.

La rimozione dell’Inferno dalla coscienza cattolica ha avuto risultati prevedibili. Senza l’Inferno, il peccato perde le sue conseguenze ultime. Senza conseguenze, il pentimento perde urgenza. Senza pentimento, la Croce perde significato. Una Chiesa che non predica l’Inferno non può predicare in modo significativo la salvezza.

I nuovi peccati del modernismo e l’inversione morale

Ogni religione possiede una legge morale. Quando la vera legge morale viene rifiutata, il vuoto viene riempito da qualcosa di sinistro e inferiore. La Chiesa sinodale, avendo svuotato il cattolicesimo della dottrina tradizionale del peccato e dei quattro Novissimi, ha costruito un ordine morale completamente nuovo, con tanto di peccati, tabù e scomuniche. Questi nuovi peccati non sono offese a Dio, ma offese agli idoli del modernismo: l’uomo autonomo, l’inclusività e il conformismo ecclesiale.

Dall’offendere Dio all’offendere l’uomo

Nell’insegnamento tradizionale, il peccato è un’offesa a Dio, una violazione della sua legge eterna. Nel contesto modernista, il peccato non è più verticale, ma orizzontale. Non riguarda più Dio; riguarda i sentimenti e le preferenze dell’uomo.

Il male morale più grave nella Chiesa sinodale non è la bestemmia o il sacrilegio, ma l’intolleranza. Contraddire o giudicare moralmente l’identità o il comportamento scelto da un altro è considerato violenza. La verità stessa diventa sospetta se causa disagio.

Pertanto, un cattolico che rifiuta pubblicamente l’aborto, la sodomia o le false religioni viene condannato più severamente di chi commette questi atti. Il primo viene etichettato come “divisivo” o “rigido”, mentre il secondo viene accolto con silenzio o rassicurazioni.

Peccato ecologico e moralismo neopagano

Tra gli sviluppi più sorprendenti c’è l’emergere dei cosiddetti “peccati contro Madre Terra”. La tutela dell’ambiente, un tempo intesa come questione prudenziale subordinata alla salvezza, è stata elevata ad assoluto morale quasi sacramentale.

Il discorso modernista inquadra sempre più il danno ecologico non solo come imprudente, ma come peccaminoso in sé. Il linguaggio è teologico: la Terra è “ferita”, l’umanità deve “pentirsi” ed è necessaria una nuova “conversione”, non a Dio, ma al pianeta.

Questo moralismo ecologico porta i segni del neopaganesimo. La creazione, piuttosto che il Creatore, diventa oggetto di venerazione. L’uomo è ritratto non come decaduto e bisognoso di redenzione, ma come un parassita la cui esistenza deve essere limitata. L’ordine soprannaturale viene soppiantato da un’etica cosmica in cui l’impronta di carbonio eclissa i dieci Comandamenti.

La criminalizzazione dell’ortodossia cattolica

Forse il “nuovo peccato” più rivelatore è la fedeltà alla Tradizione cattolica stessa. L’adesione al dogma, il rispetto per la liturgia tradizionale e l’insistenza sull’insegnamento morale perenne sono ora trattati non come virtù, ma come ostacoli al progresso e, in alcuni casi, come motivo di scomunica.

I cattolici tradizionali sono regolarmente accusati di orgoglio, disobbedienza e rigidità, anche se non sono incorsi in nessun errore dottrinale. Il solo atto di credere che la dottrina cattolica sia oggettivamente vera e immutabile viene riclassificato come un fallimento morale.

Il dogma viene liquidato come “ideologia”. La precisione dottrinale è dipinta come legalismo. La chiarezza morale è patologizzata come spinta dalla paura. Nel frattempo, l’ambiguità dottrinale è elogiata come umiltà e la contraddizione riformulata come sviluppo.

In questo universo morale capovolto, l’ortodossia è una forma di crudeltà, mentre il dissenso dalla fede è visto come compassione.

Perché il peccato e le quattro Cose Ultime sono intollerabili per la nuova religione

La scomparsa del peccato e dei Novissimi non è accidentale o frutto di semplice negligenza. Queste dottrine sono decisamente scomode per la nuova religione. Sono ostacoli sulla strada dei suoi obiettivi centrali, perché ne mettono a nudo le contraddizioni e ne minano le fondamenta. Affinché la Chiesa sinodale possa funzionare, queste verità devono essere attenuate, reinterpretate o dimenticate.

Nel loro nucleo, il peccato e i quattro Novissimi sono realtà radicalmente incentrate su Dio. Proclamano che l’uomo è responsabile, decaduto e destinato al giudizio; che la vita ha una fine oggettiva al di là di questo mondo e che l’eternità dipende dall’obbedienza alla legge divina. Ma tali verità non possono coesistere con una religione riorganizzata attorno all’uomo e al dialogo.

L’ecumenismo e lo scandalo del giudizio

L’autentico insegnamento cattolico insiste sul fatto che l’errore ha conseguenze e che la falsa religione non può salvare. Questa verità è intollerabile per l’ecumenismo moderno, che cerca l’unità senza conversione e l’armonia senza verità. I ​​Novissimi introducono uno scandalo inevitabile: non tutte le vie conducono alla salvezza.

Se il giudizio è reale, allora la dottrina conta. Se l’inferno esiste, allora la falsa adorazione non è benigna. Se la salvezza non è automatica, allora la conversione è necessaria. L’ecumenismo, elevato a ideologia dominante, non può sopravvivere a queste implicazioni.

Così, il giudizio si attenua trasformandosi in incontro, l’Inferno in metafora e il Paradiso in destino universale. L’unicità della Chiesa cattolica viene offuscata per evitare di giungere alla conclusione che la separazione da essa comporti un rischio eterno. Il prezzo dell’armonia interreligiosa è la soppressione della verità eterna.

La nuova messa e l’eclissi della propiziazione

La liturgia postconciliare incarna e rafforza la nuova teologia. La Messa romana tradizionale poneva al centro il peccato, il sacrificio e il giudizio. Il sacerdote stava in piedi rivolto ad orientem, offrendo il Sacrificio a Dio in nome di un popolo peccatore. Il linguaggio era inequivocabilmente propiziatorio: i peccati venivano confessati, l’espiazione ricercata, l’ira divina riconosciuta.

Il novus ordo sposta l’attenzione da Dio all’assemblea. L’orientamento diventa orizzontale, il linguaggio terapeutico, il tono comunitario. Il sacrificio cede il passo al pasto, la propiziazione alla lode e il timore reverenziale alla familiarità.

In un contesto del genere, i richiami al peccato, alla morte e al giudizio risultano fuori luogo. Una liturgia strutturata attorno al sentimentalismo non può facilmente accogliere la paura dell’Inferno o l’urgenza del pentimento. I Novissimi non vengono semplicemente trascurati; sono considerati liturgicamente disturbanti e quindi vanno eliminati.

Antropologia centrata sull’uomo e negazione della colpa

Il cattolicesimo tradizionale inizia con la Caduta. L’uomo è ferito, incline al male e bisognoso di redenzione. I quattro Novissimi scaturiscono naturalmente da questa antropologia: la morte come punizione, il giudizio come resa dei conti, il Paradiso come guarigione, l’Inferno come conseguenza.

La nuova religione parte dalla dignità, dalla bontà e dall’autonomia intrinseche dell’uomo. Il peccato viene reinterpretato come alienazione o mancanza di autorealizzazione piuttosto che come colpa. La responsabilità è diffusa tra strutture e sistemi.

In questo contesto, le quattro Cose Ultime appaiono crudeli o primitive. Il giudizio minaccia l’autostima. L’Inferno contraddice l’affermazione incondizionata. La morte come punizione mina la narrazione del progresso. L’eternità stessa diventa motivo di imbarazzo in una religione orientata alla prosperità temporale.

Pertanto, l’antropologia detta l’escatologia. Una religione che nega la colpa non può tollerare il giudizio.

Dio giudicato dall’uomo

In definitiva, il peccato e i Novissimi sono scomodi perché ci dicono che Dio giudica l’uomo, mentre la nuova religione inverte questo ordine. Dio è lodato nella misura in cui afferma i valori moderni; la sua giustizia è messa in discussione; le sue leggi sono valutate dall’esperienza umana.

L’Inferno viene rifiutato non perché sia ​​falso, ma perché è inaccettabile. Il giudizio viene attenuato non perché la Scrittura sia poco chiara, ma perché l’uomo rifiuta di assumersi le proprie responsabilità. I Quattro Novissimi sono soppressi perché testimoniano che l’uomo non è sovrano.

Questo capovolgimento rivela il vero credo della Chiesa sinodale: Dio esiste per servire l’uomo, non l’uomo per servire Dio.

Memento mori: l’antidoto dimenticato

Tra le numerose vittime della rivoluzione postconciliare c’è l’antica pratica nota come memento mori, ricorda che morirai. Per secoli, questa disciplina ha costituito la spina dorsale della spiritualità cattolica. Veniva predicata dai pulpiti, incisa sulle pareti dei monasteri, intrecciata nell’arte e nella liturgia e impressa nella coscienza dei fedeli. Oggi, nella Chiesa sinodale, è praticamente sconosciuta, quasi mai predicata e implicitamente trattata come spiritualmente malsana.

Questo silenzio non è casuale. Il memento mori è incompatibile con una religione che sopprime il peccato, nega il giudizio, presume il paradiso e svuota l’inferno.

Il memento mori non è la fissazione sulla morte fine a sé stessa, né una morbosa preoccupazione per la decadenza. Correttamente inteso, è una disciplina soprannaturale attraverso la quale l’anima mantiene costantemente presente il suo destino eterno. È il ricordo abituale che la vita è breve, la morte è certa, il giudizio è inevitabile e l’eternità è irrevocabile.

I santi praticavano il memento mori per coltivare non la disperazione, ma la chiarezza. Ricordando la morte, imparavano a vivere. Contemplando il giudizio, ordinavano le loro azioni. Tenendo il cielo davanti agli occhi, sopportavano la sofferenza. Temendo l’Inferno, fuggivano il peccato.

La spiritualità tradizionale riteneva che un uomo che dimentica la morte vive inevitabilmente come se questo mondo fosse eterno, e un uomo del genere non si pentirà.

La testimonianza dei santi

I santi della Chiesa testimoniano all’unanimità la centralità del memento mori. San Benedetto lo pose al centro della vita monastica. Sant’Ignazio strutturò i suoi esercizi spirituali attorno alla morte e al giudizio. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori scrisse ampiamente sui Novissimi, insistendo sul fatto che la meditazione sulla morte fosse essenziale per la perseveranza nella grazia.

L’arte e l’architettura cattoliche un tempo rafforzavano questa disciplina. Teschi, clessidre, tombe e scene di giudizio non erano curiosità, ma catechesi. La stessa liturgia romana tradizionale era intrisa di richiami alla mortalità e all’eternità: ceneri, paramenti sacri, preghiere per i defunti, il linguaggio solenne del sacrificio.

La Chiesa sapeva ciò che l’uomo moderno ha dimenticato: le anime si salvano o si perdono nel tempo, ma il loro destino è eterno.

Il silenzio modernista

Nella Chiesa sinodale, il memento mori è praticamente scomparso. I preti modernisti raramente parlano della morte se non in termini terapeutici. Il giudizio viene evitato. L’Inferno è omesso. Il Paradiso è dato per scontato. I fedeli sono incoraggiati a “vivere pienamente il presente”, ma raramente a prepararsi all’eternità.

Questo silenzio rivela un profondo disagio. Predicare il memento mori richiederebbe il riconoscimento del peccato, delle sue conseguenze e della sua definitività, ma ciò spezzerebbe l’illusione, così accuratamente coltivata, che tutto vada bene, che nessuno sia veramente in pericolo e che il pentimento possa sempre essere rinviato.

Invece del memento mori, ai fedeli moderni vengono offerti consapevolezza, speranza e consolazione, senza eternità, paura e conversione.

Il memento mori indebolisce la nuova religione in ogni suo punto. Contraddice l’ecumenismo, perché il ricordo del giudizio solleva la questione della verità e della salvezza. Smaschera la liturgia incentrata sull’uomo, perché la morte ricorda all’uomo che egli non è la misura di tutte le cose. Ripristina l’urgenza morale, che la pastoralità cerca di evitare. Reintroduce il timore del Signore, che la teologia moderna liquida come immaturo.

Un cattolico che pratica il memento mori non può essere facilmente manipolato da una teologia sentimentale. Sa che popolarità e conforto non salvano le anime. Sa che Dio non si lascia prendere in giro e che l’eternità non è negoziabile.

Il restauro del memento mori come resistenza


Recuperare il memento mori oggi non significa semplicemente far rivivere un’antica devozione, ma è un atto di resistenza spirituale. Esprime il rifiuto di partecipare all’amnesia collettiva imposta dal cattolicesimo modernista. È un rifiuto silenzioso ma radicale della menzogna secondo cui il peccato non ha conseguenze e la salvezza è automatica.

Dove si pratica il memento mori, la confessione ritorna. Le vocazioni fioriscono. La venerazione si approfondisce. La Croce riacquista significato. La fede diventa qualcosa per cui vale la pena morire, perché riguarda di nuovo l’eternità.

La Chiesa sinodale non può predicare il memento mori perché non può rispondere alle domande che esso solleva. Cosa succede quando muoio? Sarò giudicato? Posso perdermi? Cosa devo fare per essere salvato?

Il cattolicesimo tradizionale ha sempre risposto a queste domande con chiarezza, carità e verità. Il modernismo risponde con il silenzio.

Ricordare la morte significa ricordare la verità su Dio. E ricordare la verità su Dio significa ricominciare l’opera della salvezza.

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