venerdì 29 marzo 2024

Il Venerdì Santo dei cristiani perseguitati


Una chiesa in Siria distrutta dallo Stato islamico nel 2019 (foto Ansa)


Dalla Nigeria a Hong Kong, dal Pakistan ad Haiti, dalla Francia alla Finlandia. Quattordici storie contemporanee di martirio e persecuzione.

Oggi, Venerdì Santo, la Chiesa ricorda la passione, crocifissione e morte di Gesù Cristo, tre giorni prima di Pasqua. Oggi sono ancora milioni i cristiani perseguitati, incarcerati e uccisi. Abbiamo scelto quattordici storie, una per ogni stazione della Via Crucis, di uomini, donne e bambini che hanno sofferto e soffrono per la loro fede.

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Caterina Giojelli e Leone Grotti, 29/03/2024 


Nigeria – Michael Nnadi

Michael Nnadi è stato rapito a 18 anni dal seminario del Buon Pastore di Kaduna la notte dell’8 gennaio 2020. Una banda di islamisti Fulani, che da anni terrorizzano il Nord della Nigeria, ha fatto irruzione nel dormitorio a colpi di arma da fuoco e ha sequestrato quattro giovani seminaristi. Hanno portato Michael nella boscaglia, torturandolo giorno e notte senza pietà. Durante le lunghe settimane di prigionia Michael non si è mai perso d’animo e ha incessantemente invitato i terroristi a pentirsi e a chiedere perdono a Dio. Più parlava di Dio ai banditi e più questi si infuriavano. Uno di loro, però, era attratto dalla fede di Michael e cominciò a fargli domande sulla religione cristiana, fino a chiedergli di insegnargli a pregare il Padre nostro. Era il 27 gennaio. Il giorno dopo Michael è stato portato via e ucciso a colpi di arma da fuoco dagli altri membri della banda. Pochi giorni dopo i banditi hanno liberato gli altri seminaristi. «L’hanno ucciso solo perché era un seminarista cattolico», hanno raccontato i compagni di prigionia. «È il sangue che ha versato ad averci liberati: è lui che ha pagato il prezzo della nostra libertà». Per la Chiesa locale, «Michael è un martire, come santo Stefano, ha dato la vita per portare il messaggio di Cristo ai terroristi».

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Pakistan – Akash Bashir

«Morirò, ma non ti lascerò entrare in chiesa». È dopo aver pronunciato queste sue ultime parole che il giovane Akash Bashir, appena 20 anni, ha abbracciato il terrorista islamico che voleva entrare nella chiesa cattolica di San Giovanni, nel quartiere cristiano di Youhanabad, a Lahore, Pakistan, per fare una strage di cristiani. Era il 15 marzo 2015 e Akash è morto nella detonazione della cintura esplosiva insieme al suo carnefice. Nell’attentato morirono in tutto 17 persone, ma se non fosse stato per il giovane, già proclamato Servo di Dio, le vittime sarebbero state centinaia. Akash era nato il 22 giugno 1994 a Risalpur e dopo il trasferimento a Youhanabad nel 2008, nel novembre 2014 si era unito alle guardie volontarie di sicurezza della chiesa, necessarie per prevenire attentati. «In una frazione di secondo il giovane ha scelto di donare la sua vita. Ha vissuto il suo “qui e ora” con Dio, nella profonda fede in Lui», ha dichiarato padre Noble Lal, rettore del Don Bosco Technical and Youth Center di Lahore frequentato dal giovane. La fase diocesana per il processo di beatificazione si è chiusa due settimane fa. «Speriamo che sia proclamato martire entro il 2024».

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Una foto di Jimmy Lai in carcere


Hong Kong – Jimmy Lai

Jimmy Lai ha il doppio passaporto. È cittadino di Hong Kong, ma anche del Regno Unito. Quando l’1 luglio 2020 è entrata in vigore la legge sulla sicurezza nazionale, imposta dal regime comunista cinese per trasformare l’isola in un carcere a cielo aperto, avrebbe potuto salire sul primo aereo per Londra e continuare a godersi i suoi milioni, frutto della sua geniale attività di imprenditore. Invece Jimmy Lai, convertito al cattolicesimo nel 1997, ha deciso di restare a Hong Kong per portare avanti la sua lotta per la libertà e la democrazia della città. Come dichiarato dal figlio Sebastien, «senza la sua fede non ci sarebbe neanche il suo impegno civile. I princìpi che difende sono diretta emanazione del cristianesimo. E per la sua fede sta pagando più di quanto si creda: se non fosse stato cattolico, infatti, non gli avrebbero dato così tanti anni di carcere». Jimmy Lai, 76 anni, è in prigione da 1.184 giorni per essersi opposto al regime e ora rischia l’ergastolo nell’ennesimo processo farsa. In prigione gli hanno vietato di disegnare soggetti sacri ma lui è riuscito a fare uscire una meravigliosa crocifissione di Gesù, oggi esposta nella cappella della Catholic University of America a Washington. In un’intervista a Tempi dell’ottobre 2020, due mesi prima che venisse portato in carcere, ha dichiarato: «Dio ha un piano per tutti noi e quando metti il tuo destino nelle mani di Dio ti senti così leggero, con meno pressione addosso. Dio mi ha dato tanto e io provo un’enorme gratitudine».

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Messico – Javier García Villafañe

Javier García Villafañe è stato assassinato in Messico il 22 maggio dell’anno scorso, a bordo della sua auto, mentre stava andando a celebrare la Messa. Il sacerdote agostiniano, originario di Salamanca, in Spagna, aveva da poco compiuto 60 anni ed era appena stato assegnato a un nuovo incarico. Da neanche un mese, infatti, era diventato parroco della chiesa di San Francesco a Capacho, piccola cittadina di 2.500 abitanti nella municipalità di Huandacareo, stato di Michoacan, nel centro del Messico. Il sacerdote, che aveva spesso condannato i crimini dei cartelli della droga, stava rientrando in parrocchia quando la sua Nissan bianca è stata fermata sull’autostrada Cuitzeo-Huandacareo e crivellata di colpi. A un anno dall’omicidio le indagini non hanno fatto alcun progresso. Dal 1990, in Messico sono stati uccisi 63 sacerdoti, 9 negli ultimi quattro anni.

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Una foto di Frans van deer Lugt in una chiesa di Amsterdam


Siria – Frans van der Lugt

«Sono l’unico sacerdote rimasto: come potevo lasciare soli i 66 cristiani che ancora vivono qui?». È con queste parole che padre Frans van der Lugt, gesuita olandese di 76 anni, ha declinato la proposta dei suoi superiori di andare via dalla città vecchia di Homs, mentre infuriava la guerra in Siria. Aveva dato quasi 50 anni della sua vita a quel paese e non aveva nessuna intenzione di fuggire. «Voglio condividere il dolore e le difficoltà del popolo», diceva. Padre Van der Lugt era rispettato sia dai cristiani che dai musulmani, perché aiutava tutti, ma i terroristi islamici che avevano preso il controllo di Homs non lo amavano. Più volte lo hanno condotto davanti alla corte della sharia per discutere delle sue credenze, ma lui si rifiutava di parlare di politica o di religione. Il 7 aprile 2014, due uomini armati sono entrati nel monastero dove padre Van der Lugt viveva. Lo hanno trascinato fuori, lo hanno colpito al volto, gli hanno sparato due colpi alla testa e se ne sono andati. Oggi la sua tomba, nella città vecchia di Homs, è diventata meta di pellegrinaggio per i cristiani di tutta la Siria.

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Corea del Nord – Prigioniera 42

«Sono nata in Corea del Nord, un paese dove pronunciare la parola Gesù può essere una condanna a morte». “42” era una delle decine di migliaia di cristiani condannati al carcere prima e a un gulag per criminali politici poi. La chiamavano così ogni mattina all’alba nella stanza degli interrogatori (“Sei andata in chiesa?”, “Avevi una Bibbia?”, “Sei cristiana?”), per poi prenderla a calci costringendola a restare in ginocchio per ore con i pugni chiusi. «Se ammettessi di essere stata aiutata da cristiani cinesi, mi ucciderebbero, velocemente o lentamente, non fa differenza. Ma comunque mi ucciderebbero», rifletteva. I cristiani li aveva conosciuti in Cina quando scappò dalla carestia: «Fui toccata dal loro amore». In breve venne arrestata e riconsegnata alle autorità nordcoreane. Non “scomparve” in cella come altre migliaia di cristiani, ma venne condannata a 4 anni da scontare in un campo di rieducazione, 12 ore al giorno di lavoro forzato tra donne ridotte a ombre e spettri, dove divenne prigioniera “1.445”. Non smise mai di pregare Cristo, nemmeno quando la sua unica compagna di preghiera venne scoperta e internata in una prigione di massima sicurezza, un letale Kwan-li-so. Rilasciata dopo due anni in virtù di un decreto di grazia, venne soccorsa dalla Ong Open Doors e aiutata ricongiungersi con marito e figli per i quali aveva pregato dal primo all’ultimo istante di prigionia: «Dio ha vegliato su di me e io prego e credo che Lui vegli anche su di loro ogni secondo di ogni minuto di ogni ora di ogni giorno», si ripeteva in prigione. «Ho bisogno di parlare loro di Dio, questo Dio amorevole»

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Suor Maria De Coppi, la missionaria comboniana uccisa in Mozambico in un attentato (foto Ansa)


Mozambico – Maria De Coppi

Suor Maria De Coppi aveva quasi 83 anni e da 59 viveva in Mozambico. Ci era arrivata a bordo di una nave, un viaggio durato 31 giorni. Aveva attraversato i giorni della colonizzazione, della guerra, della pace e del terrorismo, era anche scampata a un attentato. «Signore salvami», aveva gridato, buttandosi a terra mentre i guerriglieri crivellavano la gente a bordo del suo convoglio. Ma la sera del 6 settembre 2022 suor Maria era preoccupata: «Volevo solo dirti che qui la situazione a Chipene non è buona… è molto tesa. Sembra che quel gruppo, che chiamano al-Shabaab, gli “insorgenti”, sia molto vicino», diceva in un vocale alla nipote, suor Gabriella Bottani. Tutti erano fuggiti, non erano rimasti che i missionari: «La situazione è triste, molto triste, tutta la gente dorme fuori nel mato, sotto le piante… Gli infermieri? Tutti via. I professori? Nessuno, sono tutti andati via». Ma suor Maria era rimasta, non voleva lasciare la missione. La nipote l’aveva richiamata poco dopo e stavano parlando al telefono quando erano esplosi i primi proiettili. Suor Maria era stata ammazzata subito, colpita al volto da una delle prime pallottole sparate contro la scuola, i dormitori, l’ospedale, prima che la parrocchia venisse data alle fiamme. E prima che i jihadisti pubblicassero su Telegram una rivendicazione della Provincia dello Stato islamico nell’Africa centrale: suor Maria De Coppi era stata giustiziata perché «eccessivamente impegnata nella diffusione del cristianesimo».

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Suor Luisa Dell’Orto in un fermo immagine tratto da un video su YouTube (foto Ansa)


Haiti – Luisa Dell’Orto

Mancavano due giorni al suo 65esimo compleanno, il 20esimo festeggiato ad Haiti: passava per Delmas 19, quartiere di Port-au-Prince, quando l’auto su cui viaggiava era stata tamponata da un Suv e tre persone a volto coperto erano scese sparando all’abitacolo. Era la mattina del 25 giugno 2022: suor Luisa Dell’Orto, piccola sorella del Vangelo di Charles de Foucauld e colonna portante della Kay Chal, “Casa Carlo”, sorta con l’aiuto della Caritas in un sobborgo poverissimo della capitale, era morta due ore dopo all’ospedale Bernard Mevs. Nessuno aveva creduto al tentativo di rapina: “seur Luisa”, lecchese di Lomagna, non era una bianca ricca, bensì era dai tempi del terremoto un pezzo di Chiesa all’inferno di Haiti. Anche quando le consorelle erano partite, lei era rimasta e non solo per dare casa, studio e destino a centinaia di bambini schiavi in un paese in preda al nulla; ma per formare sacerdoti, aiutarli a vivere la vocazione in mezzo a sciagure, violenze e miserie. Traboccava di fede: la certezza di un “sì” detto a Cristo veniva prima di programmi e progetti per i poveri. Perché la fede ad Haiti per suor Luisa, non è mai stata un programma, ma una presenza: «Se qualcuno della famiglia è malato, non lo si lascia solo», diceva, «è proprio quello il momento in cui uno sta più vicino alle persone».

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Leonella Sgorbati in Somalia (foto Ansa)


Somalia – Leonella Sgorbati

Era la domenica del 17 settembre 2006 e suor Leonella, al secolo Rosa Maria Sgorbati, già cintura nera di infermeria e ostetricia in Kenya, tornava a casa dopo le lezioni in ospedale: aveva accettato di buon grado di aiutare le consorelle della Consolata – le sole religiose rimaste in Somalia dopo la caduta del dittatore Siad Barre nel ’91 – a progettare una scuola per infermieri a Mogadiscio. E dimostrare agli islamici che cura e nozioni scientifiche non facevano a pugni col Corano e che le suore non erano lì per fare proselitismo. Sentì uno sparo, poi due, tre, una raffica di mitra che mescolò il suo sangue cristiano di consacrata a quello di un papà musulmano, Mohamed Mahamud, la sua guardia del corpo, morto nel tentativo di proteggerla. Era cosciente quando, pallidissima, la trascinarono dalle consorelle. «Non c’era segno di paura o di tensione, nemmeno ansia, ma una grande pace sul suo volto, si vedeva che voleva dire una cosa importante, che le stava a cuore», raccontò suor Gianna Irene Peano, «e con un filo di voce disse: “Perdono, perdono, perdono”». Poi arrivò il chirurgo, che non poté far altro che constatare il decesso. Un martirio “in odium fidei” che la portò, il 26 maggio 2018, alla beatificazione.

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Monsignor Rolando Álvarez fermato dalla polizia durante una processione


Nicaragua – Rolando Álvarez

Dov’era, monsignor Rolando Álvarez? «In una cella buia e fa i suoi bisogni in un buco», «si pulisce con le mani» perché «non gli permettono l’uso della carta igienica». Per mesi non si era saputo quasi nulla della sorte del vescovo di Matagalpa, voce libera della Chiesa perseguitata in Nicaragua da Daniel Ortega, il dittatore che ama definire i vescovi «diavoli, figli di Satana, falsi pastori, terroristi, golpisti». Erano le tre del mattino del 19 agosto 2022 quando la polizia in tenuta antisommossa sfondò i cancelli della curia dove da giorni Álvarez viveva barricato insieme ad altri sacerdoti e seminaristi. Lo avevano incarcerato, accusandolo di «cospirazione contro l’integrità nazionale e di propagazione di notizie false attraverso le tecnologie dell’informazione e della comunicazione a danno dello Stato e della società nicaraguense», e poi di «disobbedienza e oltraggio alle autorità» per essersi rifiutato di lasciare il Nicaragua e andare in esilio negli Stati Uniti con altri 222 “oppositori” come lui. Condannato a 26 anni, monsignor Álvarez aveva vissuto e pregato dietro le sbarre per 528 giorni, di cui 339 trascorsi in una cella di massima sicurezza nel carcere di La Modelo di Managua, un forno di cemento con temperature che possono raggiungere i 45 gradi. Finché la notte tra il 13 e il 14 gennaio venne caricato su un aereo insieme ad altri 19 sacerdoti vittime dell’ultima “caccia grossa” ai preti avviata dal regime nicaraguense tra Natale e Capodanno. L’aereo atterrò Roma, vennero accolti in Vaticano. Grazie alla diplomazia di papa Francesco monsignor Álvarez era finalmente libero. Un vescovo libero eppure costretto ad abbandonare il suo paese.

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L’ex ministro finlandese Päivi Räsänen (foto Adf International)


Finlandia – Päivi Räsänen

Era stata assolta, ancora una volta. E ancora una volta doveva tornare a processo. La Corte d’appello di Helsinki aveva confermato lo scorso novembre la sentenza già espressa all’unanimità dalla Corte distrettuale nel marzo 2022: Päivi Räsänen, ex ministro degli Interni finlandese, non aveva commesso alcun crimine. La deputata, madre di cinque figli, nonna, ex presidente del Partito dei cristiano-democratici, era finita alla sbarra il 24 gennaio 2022 per un vecchio tweet in cui citava un passo della lettera di san Paolo ai Romani per chiedere alla Chiesa luterana ragioni sulla decisione di sponsorizzare il gay pride del 2019. Un tweet: tanto era bastato al procuratore generale per accusarla di incitamento all’odio, aggiungendo tra le “prove” un suo libercolo del 2004, Maschio e femmina li creò, e la sua partecipazione, nel 2018, a una trasmissione televisiva dal titolo “Che cosa penserebbe Gesù degli omosessuali?”. Quattro anni di indagini, accuse, procedimenti e udienze in tribunale dopo, rinviata a giudizio insieme al vescovo luterano Juhana Pohjola – reo di avere pubblicato il pamphlet di Räsänen – l’ex ministro si è sentita chiedere più volte se si fosse ravveduta e desiderasse cancellare ciò che aveva detto e scritto. La risposta è sempre stata no: non avrebbe rinnegato gli insegnamenti della sua fede. Dopo la seconda assoluzione all’unanimità nel novembre 2023, il pubblico ministero ha presentato ricorso alla Corte suprema finlandese.

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Il settimanale francese La Vie pubblica i documenti dell’inchiesta sull’attentato islamista di Saint-Étienne-du-Rouvray del 2016, quando venne sgozzato padre Jacques Hamel


Francia – Jacques Hamel


Padre Jacques Hamel, 86 anni, stava celebrando Messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, pochi chilometri da Rouen. Era il 26 luglio 2016 ed era lieto, di lì a poco sarebbe partito per le vacanze con la sua famiglia. Non c’era molta gente quella mattina in chiesa, cinque o sei persone, quando qualcuno picchiò alla porta della sacrestia: vogliamo parlare con padre Hamel, dissero due ragazzi di origini maghrebine. Poi fecero irruzione in chiesa con un coltello in mano. Racconta un sopravvissuto, costretto dai terroristi a filmare tutto, che i due iniziarono a picchiare il sacerdote: «Lo hanno massacrato, povero. Si è difeso con i suoi piedi, come poteva. L’ho sentito dire: “Vade retro Satana”, e in seguito, come un ordine: “Vattene Satana”. Poi è finito tutto, perché uno dei due lo ha sgozzato». I due, terroristi islamici affiliati all’Isis, vennero abbattuti dai reparti speciali della polizia francese. Un anno dopo si è aperta la causa di beatificazione: «Padre Jacques Hamel è stato sgozzato proprio mentre celebrava il sacrificio della croce di Cristo», ha ricordato papa Francesco. «Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù». Ha fatto come i primi cristiani, che «venivano uccisi se rifiutavano l’apostasia». «Padre Jacques è martire, e quindi beato, preghiamolo allora perché dal Cielo ci dia la mitezza, la fratellanza, la pace e anche il coraggio di dire la verità: uccidere in nome di Dio è satanico».

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Iraq – David

La mattina del 6 agosto 2014 il piccolo David, di soli 4 anni, stava giocando nel cortile della sua casa di Qaraqosh, insieme al cugino e alla figlia di una vicina. Quella notte i colpi di mortaio dello Stato islamico erano esplosi vicino alla città, ma nessuno ci aveva dato peso: in pochi pensavano che agli islamisti interessasse davvero conquistare la Piana di Ninive, una distesa di pianure e valli situata pochi chilometri a nord di Mosul e sede di città cristiane orgogliose e forti di una storia millenaria. Ma quella mattina cadde la prima bomba e cadde proprio su David e gli atri due bambini, facendoli a pezzi. «Se non fosse stato ucciso, nessuno avrebbe percepito il pericolo e saremmo rimasti tutti qui. E avremmo fatto la fine dei yazidi nel Sinjar: ci avrebbero sterminati tutti», raccontò Duha, la mamma del piccolo. La donna lo seppellì in fretta al cimitero per poi scappare col resto della famiglia a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, insieme ad altri 120 mila cristiani, un esodo biblico di auto mentre le bombe cadevano sulle strade appena percorse, e da lì in Francia. Rientrata a Qaraqosh, alla vigilia dell’incontro col Papa nel marzo del 2021, Duha anticipò a Tempi: «Gli dirò che noi abbiamo perdonato i jihadisti per aver ucciso nostro figlio. Non tocca a noi giudicare, sarà Dio a farlo. Ci hanno insegnato a perdonare ed è quello che abbiamo fatto».

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Il cardinale George Pell

Australia – George Pell

«Molti volevano punire la Chiesa per la piaga degli abusi. Io ero il classico capro espiatorio». Parlava così della sua persecuzione giudiziaria George Pell, cardinale australiano ed ex prefetto della Segreteria per l’economia in Vaticano, ruolo che gli costò molti nemici per avere promosso «trasparenza finanziaria, professionalità e onestà». Lasciò Roma nel 2017 per tornare in patria e difendersi dall’accusa di aver molestato sessualmente in sagrestia due giovani membri del coro della cattedrale di Melbourne nel 1996. Lui, che da cardinale aveva fatto più di tutti per combattere la piaga della pedofilia nella Chiesa. In Australia iniziò un calvario giudiziario che lo costrinse a passare 404 giorni in carcere da innocente. A causa di un processo partito da una falsa accusa, costellato di errori, menzogne e strappi alla prassi giudiziaria, fu condannato nel dicembre 2018 in primo grado e nell’agosto del 2019 in secondo grado, prima di essere assolto definitivamente dall’Alta Corte nell’aprile 2020. Nei giorni passati in carcere, molti dei quali in isolamento, Pell ricevette una lettera da Benedetto XVI: «Lei ha aiutato la Chiesa cattolica in Australia a uscire da un liberalismo distruttivo, guidandola ancora verso la profondità e la bellezza della
fede cattolica… Temo che adesso dovrà pagare anche per la sua incrollabile cattolicità, ma in questo modo sarà molto vicino al Signore». Il 10 gennaio del 2023 Pell è morto a Roma durante un’operazione chirurgica. Negate le esequie di Stato, le autorità australiane non si presentarono ai funerali. E mentre duecento attivisti manifestavano al grido “Pell go to Hell”, duemila cattolici si riversavano nella cattedrale di St Mary di Sydney per salutare l’uomo che accettò «una moderna crocefissione» (parole dell’ex premier australiano Tony Abbott). «Un santo per i nostri tempi».





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