domenica 3 marzo 2024

Davvero i bambini salveranno la Corea del Sud e affosseranno l’Egitto?


Sempre di meno, sempre più vecchi. Il tasso di fertilità del Giappone di 1,3 è tra i più bassi dell’Ocse. Solo l’1,24 dell’Italia e lo 0,78 della Corea del Sud sono inferiori (foto Ansa)


La folle corsa della potenza asiatica per aumentare le nascite e quella del paese nordafricano per arrestarle. Crisi demografiche a confronto, tra incentivi, punizioni e l’agognata soglia “magica” dei due figli. Parla Matteo Rizzolli



Bisogna partire da due numeri. Il primo è un numero tanto piccolo ma che dice di un disastro grande, grandissimo: 0,78. Indica il numero di figli per donna in Corea del Sud, quarta potenza economica dell’Asia, e secondo Statistics Korea arriverà a 0,65 entro il 2025. Il più basso dei paesi sviluppati. Gli economisti hanno coniato un termine per i paesi industriali e post-industriali sempre più vecchi e senza bambini: “bombe a orologeria demografica”, paesi in cui sempre meno persone lavoreranno e contribuiranno alla crescita e sempre più persone riceveranno una pensione e richiederanno assistenza sanitaria. Uno spopolamento rapido e inesorabile che non riguarda solo le campagne: a Seoul (dove vive 1 coreano su 5) il tasso di fecondità è già sceso a 0,59.

Il pensiero demografico catastrofista si sarebbe fatto strada negli anni 70 («La battaglia per nutrire l’umanità è persa», scriveva P. R. Ehrlich in The Population Bomb), andando a influenzare il movimento ambientalista e le politiche demografiche in Cina, ma un’agenzia per il controllo delle nascite in Corea del Sud esisteva già nel 1962. Da allora vennero distribuiti contraccettivi, legalizzato l’aborto, «ai genitori che si sterilizzarono furono concessi prestiti favorevoli per la casa e altri incentivi», spiega Louis T. March. «Nel 1983, il governo sospese l’assicurazione sanitaria materna per le donne con tre o più figli e abolì le detrazioni fiscali sull’istruzione per le donne con due o più figli». Quarant’anni dopo la situazione si è completamente ribaltata.



Il nido mezzo vuoto di un ospedale a Seoul, Corea del Sud (foto Ansa)


La corsa folle della Corea del Sud per avere bambini

Proprio come la Cina, anzi ben più della Cina, il governo sta cercando oggi di correre ai ripari con sostegni, incentivi, bonus bebè (circa 2.250 dollari), alloggi agevolati per gli sposi almeno da 20 anni: un investimento totale pari a 286 miliardi di dollari e che ha subito una accelerata particolare dal 2020, da quando cioè per la prima volta nella sua storia la popolazione del paese è diminuita e i decessi hanno superato le nascite. Ma la situazione è così grave (per far fronte alla carenza del personale militare c’è chi avanza l’idea di formare un “esercito senior” per uomini tra i 55 e i 75 anni, o di arruolare le donne) che l’amministrazione di Seoul ha presentato a febbraio un ulteriore piano di “incoraggiamento alla natalità” da 1,35 miliardi di dollari. Prevede sussidi per trattamenti di fertilità, aumento del sostegno alla genitorialità (da 520 a 750 dollari al mese entro l’anno del bambino, 375 dollari dopo il primo compleanno), incentivi alle imprese, buoni babysitter, trasporti per scuole e asili gratuiti, fornitura (nell’ambito di un progetto pilota) di collaboratrici domestiche immigrate.

Il 6 febbraio scorso il colosso delle costruzioni Booyoung Group, con sede a Seul, ha annunciato che premierà ciascun dipendente con 100 milioni di won coreani (75.000 dollari) in contanti ogni volta che avranno un bambino. Pagherà inoltre un totale di 7 miliardi di won coreani (5,25 milioni di dollari) in contanti ai dipendenti che hanno avuto figli dal 2021 ad oggi (circa settanta bambini), «il premio è disponibile per uomini e donne», ha spiegato un portavoce dell’azienda alla Cnn. Di più: a una convention aziendale a inizio mese l’impresa ha offerto a tutti i dipendenti che hanno tre figli la possibilità di scegliere tra ricevere 300 milioni di won coreani (225.000 dollari) in contanti o alloggi in affitto.

Anche la Hynadi Motor ha messo mano al portafoglio per combattere la denatalità, stanziando 14 mila dollari in spese per asili nido e mantenimento fino ai tre anni e bonus nascita pari a 3.750 dollari, stessa cifra dell’impresa dell’acciaio Posco. LG Electronics tra le altre cose offre due anni di congedo di paternità. HamniGlobal, settore edile (che stanzia già, scrive March, «1 milione di won per il primo parto, 2 milioni di won per il secondo, 5 milioni di won per il terzo e 10 milioni di won per il quarto e trattamenti gratuiti per la fertilità) ha annunciato che ogni madre che partorirà un terzo figlio sarà immediatamente promossa alla carica più alta in azienda. Il presidente chiama «eroi» chi decide in quest’epoca di dare alla luce un bambino: i bambini salveranno la Corea del Sud.

L’Egitto premia chi non fa il terzo figlio


Dall’altra parte del mondo, nel continente motore e insieme centro del grande balzo della popolazione terrestre degli ultimi sessant’anni, c’è chi al contrario crede che i bambini affosseranno il paese. Siamo in Egitto,14esimo stato più popoloso della terra, 105,9 milioni di abitanti registrati alla fine del 2023, con un incremento di 750mila persone nel secondo semestre dell’anno (dati Central Agency for Public Mobilization and Statistics). Eppure il tasso di natalità è in calo: negli ultimi cinque anni è sceso da 3,5 a 2,85 figli per donna. Qui il governo ha speso circa 5,2 milioni di dollari all’anno per il controllo delle nascite.


Bambini egiziani festeggiano la fine del Ramadan al Cairo (foto Ansa)

L’ultima di una serie di misure adottate si chiama Strategia nazionale per la popolazione e lo sviluppo (2023-2030) e arriva sei mesi dopo un Progetto nazionale per lo sviluppo della famiglia egiziana che prevede un incentivo annuale per le donne sposate con non più di due figli (importo che sarà cumulato ed erogato dopo i 45 anni). Nel 2020 era stata lanciata la campagna “Etnein Kefaya” (“Due sono abbastanza”) per offrire assistenza finanziaria a coloro che “riuscivano” nella pianificazione familiare. L’obiettivo, a fronte della prospettiva di dover raddoppiare la spesa in progetti infrastrutturali e di sviluppo nei prossimi 30 anni per far fronte all’andamento attuale, è arrivare a ridurre il tasso di natalità a 1,6 nascite per donna. Ed ecco il secondo piccolo, agognatissimo numero.


Matteo Rizzolli: «Egitto e Corea del Sud sono due facce di una stessa medaglia»


Cosa ci dicono Corea del Sud ed Egitto, due paesi in tutto e per tutto agli antipodi? Basterà una “controffensiva politica” fondata su misure demografiche, nataliste o antinataliste a seconda che si guardi alla potenza asiatica o al paese con economia emergente? E l’Italia deve restare a guardare? «Corea del Sud ed Egitto sono due facce di una stessa medaglia», spiega a Tempi Matteo Rizzolli, professore associato di Politica economica alla Lumsa di Roma.

«La demografia è una delle più dimensioni più importanti della politica, e finalmente, dopo 80 anni di immobilismo, anche l’Italia se ne è accorta. Il rapporto Onu World Population Policies 2021Policies related to fertility aggiornato al 2019 sottolinea che tre quarti dei governi a livello globale hanno adottato politiche in materia di fertilità: di questi, 69 puntano a ridurre i tassi di crescita, come in Egitto, 55 mirano ad aumentarla, come in Corea del Sud. Per struttura e caratteristiche, con un tasso di fecondità leggermente superiore ma pari a 1,2 figli per donna – ben sotto la soglia di sostituzione del 2 – l’Italia condivide il destino della Corea del Sud: entrambi sono paesi sviluppati e dove la famiglia ha un ruolo sociale centrale. In entrambi i genitori sembrano prediligere l’investimento in “qualità” (educazione, amenità, mantenimento fino a ben oltre l’età adulta) rispetto a quello in “quantità” di figli: questo perché il numero di figli che una famiglia decide di avere è il risultato del trade-off tra investimenti che la donna ha deciso di fare per ciascuno di loro: in questo caso pochi figli ai quali destinare più risorse. Al lato opposto troviamo l’Egitto, con un tasso di fecondità del 2,8 che, diciamolo subito, non è un tasso drammaticamente superiore al 2. Questo perché i tassi di fecondità stanno declinando più o meno rapidamente in tutto gli stati più popolosi: pensiamo all’India scesa a 2,1 figli per donna, persino la Turchia di Erdogan che voleva colonizzare l’Europa al grido «fate almeno 5 figli, il futuro è vostro» è crollata sotto il 2».


La soglia “magica” dei due figli


L’Africa, spiega Rizzolli, non è immune del trend: l’Onu ha recentemente rivisto le sue previsioni (2022 Revision of World Population Prospects) a fronte della riduzione del tasso di fecondità in numerosi paesi come la Nigeria, passata da 5,8 a 4,6 figli per donna in soli 5 anni. In Mali, il tasso di fecondità è sceso da 6,3 a 5,7 in 6 anni; in Senegal si arriva a 3,9, in Ghana a 3,8, in Gambia a 4,4. Perfino in Niger, il paese col tasso più alto al mondo, è sceso da 7,6 a 6,2 in meno di dieci anni.

«In altre parole l’Egitto sta accelerando un processo che è già in atto. Il confronto con la Corea del Sud, e con i paesi investiti da un drammatico calo demografico, tuttavia indica un comune denominatore: in tutto il mondo si sta guardando ai due figli come soglia ottimale. Questo numero “magico” ha in sé delle ragioni economiche: semplificando – senza addentrarci nel merito delle conseguenze e considerando a titolo esemplificativo un range che va dall’1,6 -1,7 della Svezia al 2,3-2,4 di alcuni paesi sudamericani – un tasso di fertilità intorno ai due figli non fa paura perché ogni aspetto, positivo o negativo, può essere gestito dal sistema politico ed economico. È quando usciamo da questa forchetta intorno ai due figli che la demografica mette in moto dei meccanismi molto più difficili da controllare».

Solo nel 2020 la fertilità totale cinese era ancora di 1,30, non più bassa di quella di paesi come Italia, Giappone, Spagna e Ucraina. Ora è una delle più basse del mondo: 1,09 figli per donna, contro i 2 dell’India e gli 1,66 degli Stati Uniti (foto Ansa)

Una crescita demografica troppo rapida crea problemi di sviluppo, spiega Rizzolli, anche perché crea un’economia eccessivamente dipendente dal fattore lavoro e con pochi investimenti in capitale. La teoria economica da Adam Smith e Malthus si è da sempre occupata di studiare gli effetti della crescita demografica sulla crescita economica ma «è quando decresciamo rapidamente però che ci troviamo impreparati dal punto di vista della teoria. Il rovesciamento della piramide demografica ci pone problemi nuovi e molto diversi da quelli della crescita, e misure di segno contrario non rappresentano la soluzione».

Lo abbiamo scritto molte volte, la denatalità pone problemi di sostenibilità di welfare, scelte di lungo periodo, «meno persone e più anziane significa costi più alti del lavoro, svalutazione dei risparmi privati (è il caso in Italia del declino della domanda abitativa e con questa del valore degli immobili), diminuzione della domanda interna, perdita degli effetti delle economie di scala, di capacità di profitto, di investimenti. Senza contare la spesa pubblica e i costi legati a pensioni e sanità. Non siamo alle avvisaglie: questi fattori hanno già avuto impatto sull’economia e sulle famiglie italiane».


Incentivi, punizioni e il “caso Israele”

Ecco che allora il tema della crescita sostenibile diventa urgenza politica e al contempo domanda: davvero un sistema di incentivi, dopo anni di politiche antinataliste in Corea, così simili alla dissuasione e coercizione attuata dalla politica del figlio unico in Cina, possono fare la differenza? «Da un certo punto di vista incentivi e punizioni sono due leve simmetriche al fine di modificare i comportamenti. La differenza sostanziale sta nel fatto che lo Stato non spende e non va a perdere soldi sanzionando, come ha fatto la Corea del Sud fino a non molti anni fa, le famiglie che superavano i due figli. D’altro canto non credo affatto che questo moderno sistema “premiante” dell’Egitto, con l’accantonamento di un bonus per chi non fa il terzo figlio, sia risolutivo. Attenzione: io non dico che gli incentivi non servano. Trovo che però in entrambi i casi arrivino tardi e con un timing sbagliato: nel caso della Corea del Sud non mi aspetto nessuna vera inversione di marcia dopo anni di sforzi antinatalisti che hanno plasmato la mentalità di un popolo, nel caso dell’Egitto si sta di fatto assecondando una decrescita che è già stata innescata. Ricordiamoci sempre che c’è solo una differenza di 0,5 figli per donna tra l’Italia – che ripetiamo, sono 80 anni che non interviene con politiche familiari – e i paesi del Nord Europa, con i loro invidiabili servizi ai genitori e incentivi alla natalità».

A interrogare Matteo Rizzolli è un altro modello, che ha sempre rappresentato un’eccezione fra i paesi sviluppati: «Israele è l’unico paese con un’economia moderna, occidentale, a mantenere tassi di fertilità intorno ai 3 figli per donna, il doppio di moltissimi stati simili a lui. E questo a fronte di politiche familiari non particolarmente generose dal punto di vista economico. Non sto parlando degli haredim e delle loro famiglie numerose: anche tra i laici il tasso di fecondità è superiore ai 2 figli».





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