giovedì 11 aprile 2024

Dignità infinita e pazienza sfinita







 Di Silvio Brachetta 9 Aprile 2024

Con una superficialità terrificante, il card. Víctor Manuel Fernández scrive che «una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi». E lo scrive con i toni dogmatici condannati dal pontificato attuale: questa dignità, secondo lui, deve essere ribadita e confermata dalla Chiesa «in modo assoluto».

San Tommaso d’Aquino la vede in modo assai differente:

«L’umanità di Cristo, perché unita a Dio; la beatitudine creata, perché è il godimento di Dio; e la Beata Vergine, perché Madre di Dio, hanno in qualche modo una dignità infinita, derivata dall’infinito bene che è Dio. Sotto questo aspetto nulla può essere migliore di loro, così come nulla può essere migliore di Dio»1.

Vediamo dunque – equivoci di Fernández a parte – qualcosa della dottrina cattolica sulla «dignitas infinita». Solo a Dio è possibile attribuire il concetto di «dignitas infinita» in genere entis, cioè in modo ontologico. C’è sì una «dignità ontologica della persona umana», come scrive Fernández, ma «derivata». Persino una «dignitas infinita», ma derivata appunto. Derivata da dove? «Dall’infinito bene che è Dio», scrive San Tommaso.

È un errore, in ogni caso, applicare la «dignitas infinita» a tutta l’umanità, perché la dignità si può anche rifiutare – è prassi dell’uomo rifiutarla sempre, con il peccato – e, in tal modo, perderla.

Sono tre i soggetti, secondo l’Aquinate, ai quali si può applicare la «dignitas infinita»: l’umanità di Cristo, la beatitudine creata e la Beata Vergine Maria.

Tutto quello che è unito a Dio ha dignità infinita e, quindi, anche l’umanità di Cristo, proprio perché è unita alla natura divina (unione ipostatica). Non l’umanità di Socrate, non l’umanità di Pitagora, ma l’umanità di Cristo. Certamente Cristo vuole trasferire la dignità infinita anche alla carne di Socrate e Pitagora, ma sono proprio Socrate e Pitagora che la rifiutano, a motivo del peccato, ovvero in genere moris.

C’è una creatura che non ha rifiutato la dignità infinita: la Madre di Dio, che ha la «dignitas infinita». Non però in genere entis – ontologicamente, di natura – com’è in Dio, ma in genere moris, ovvero per libera scelta del bene, per una questione morale. Oltre a san Tommaso, lo sostengono ad esempio il redentorista Francesco Antonio De Paola (1736-1814) e il cappuccino Mario de’ Bignoni (1601-1660)2.

E proprio dalle parole del De Paola, si comprende meglio la «dignitas infinita» di Maria: «È dignità immensa, ed infinita. Non già infinita in genere entis, ma in genere moris, per favellar colle Scuole, cioè non già che Maria abbia un essere infinito, che solo a Dio conviene, ma dicesi la sua dignità infinita in quanto che è impossibile che di tal dignità possa pensarsi e trovarsi, tra le dignità create, altra maggiore in pura Creatura».

Hanno dunque, le creature e il creato una grande nobiltà e dignità – che potrebbe anche dirsi infinita, se riferita al Creatore –, ma bisogna pur sempre considerare che la dignità di Maria è somma, rispetto a tutte le creature. Che poi le creature intelligenti siano da Dio destinate alla dignità infinita, lo precisa san Tommaso, quando scrive (nel passo summenzionato) che anche la «beatitudine creata» ha questa somma dignità, che consiste nel «godimento di Dio».

Cosa sia la «beatitudine creata» (dei beati) lo spiega lo stesso Aquinate. In senso oggettivo, la beatitudine coincide con Dio, ma in senso soggettivo (l’atto dell’intellezione del beato), la beatitudine non può essere increata, ma creata, perché solo Dio è increato3. Anche i beati, allora, poiché alieni al peccato, godono di dignità infinita.

L’errore di Fernández non è di avere applicato la dignità infinita alla finitezza dell’uomo, ma di farne un assoluto, come sembra essersene fatto un assoluto anche Giovanni Paolo II. Papa Wojtyła disse, durante un Angelus del 1980, che Gesù Cristo «ama ciascun uomo e gli conferisce con ciò una dignità infinita».

L’affermazione non è totalmente errata, perché non solo la dignità infinita è applicabile ad una creatura, ma è anche la volontà di Dio, che desidera la salvezza di tutti gli uomini. Anche Adamo ed Eva avevano una dignità infinita (in genere moris) prima del peccato. Il problema è tutto nella teologia contemporanea, che usa il concetto di dignitas infinita per giustificare la svolta antropologica e la detronizzazione di Dio.

In Wojtyła, comunque, l’affermazione all’Angelus non fa grossi problemi, perché la sua teologia era diretta al personalismo ortodosso e al rilancio della vita umana e della sua dignità. Si tratta, cioè, di un personalismo non antropocentrico, ma cristocentrico.

Lo stesso si può dire del card. Carlo Caffarra, che affermò quanto segue: «Essere persone di fronte a Dio costituisce la persona in una dignità infinita». Qua Caffarra intende, probabilmente, che essere di fronte a Dio (come lo sono i beati) costituisce una dignità infinita. Non è un errore, semmai un’ambiguità: andava riaffermata la dottrina di san Tommaso, a scanso di equivoci.

Il caso di Fernández, appoggiato da Papa Francesco, è ben diverso. In questo caso c’è tutto un programma, più volte contestato, di svolta antropologica eterodossa. Qua si vuole mettere al centro l’uomo in quanto uomo, col pretesto di presupposti veri.



NOTE

1 Summa Theologiae, I, 25, 6, ad 4.

2 Francesco Antonio De Paola, Grandezze di Maria, Tipografia Tomassini, 1839, Discorso VIII, p. 40. Mario de’ Bignoni, Elogi sacri nelle solennità principali di Nostro Signore, della Beata Vergine Maria e altri Santi celebrati dalla Santa Chiesa, Venezia, 1652, p. 380.

3 Summa Theologiae, I, 26, 2, ad 2.





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