venerdì 11 febbraio 2022

Dietro gli attacchi a Benedetto la lobby Lgbt





L'attacco a papa Benedetto XVI arriva sull'asse Roma-Germania nel momento di massima pressione per promuovere l'agenda Lgbt nella Chiesa, anche in vista del Sinodo. E sullo sfondo c'è la posizione contrapposta sullo scandalo degli abusi sessuali: a Benedetto non si perdona l'aver denunciato la crisi di fede che è alla base della corruzione morale. Il paradosso è che a cercare di incastrarlo sugli abusi sono proprio coloro che li favoriscono e li promuovono.



L'ANALISI
EDITORIALI
Riccardo Cascioli, 11-02-2022

«C’è una corrente che vuole proprio distruggerne la persona e l’operato. Non ha mai amato la sua persona, la sua teologia, il suo Pontificato. E adesso c’è un’occasione ideale di fare i conti, come la ricerca di una damnatio memoriae». Così nell’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 9 febbraio, monsignor Georg Gänswein commentava gli ultimi attacchi al papa emerito Benedetto XVI sul tema degli abusi sessuali. Parole pesanti, quelle del segretario personale di Benedetto XVI, che confermano autorevolmente quanto è già sotto gli occhi di chi vuol vedere. Già, ma a che corrente si riferisce monsignor Gänswein, e perché questo odio e questa determinazione a distruggere la persona e l’operato del papa emerito? Nell’intervista non si dice, ma possiamo cercare di capirlo mettendo insieme le diverse tessere del puzzle.

Anzitutto la tempistica: questo nuovo attacco avviene nel momento di massima pressione per promuovere l’agenda Lgbt nella Chiesa, sull’asse Germania-Roma. Abbiamo visto nelle scorse settimane il coming out di 125 sacerdoti e funzionari ecclesiastici tedeschi, sostenuti di fatto dal Sinodo tedesco che ha messo nero su bianco, tra le altre cose, anche la benedizione delle unioni omosessuali. A seguire sono arrivate le dichiarazioni del cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ma anche relatore generale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. Due uscite clamorose che non hanno avuto alcuna risposta o correzione da Roma, anzi: si ricorderà che a dicembre la segreteria del Sinodo aveva fatto propria la documentazione presentata dal più noto gruppo LGBT cattolico statunitense, New Ways Ministry, organizzazione che ha anche avuto nel frattempo la benedizione di papa Francesco malgrado i vescovi americani nel 2010 avessero stabilito che non possa essere definita una organizzazione cattolica. Addirittura all’inizio di gennaio papa Francesco ha anche scritto una significativa lettera di encomio alla co-fondatrice di New Ways Ministry, suor Jeannine Gramick, già bandita da qualsiasi attività pastorale dal 1999 proprio per le sue idee sull’omosessualità diametralmente opposte a quelle della Chiesa. Da notare che la Nota del 31 maggio 1999 porta proprio la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

A tutto questo si aggiunga che proprio oggi a Colonia si apre il processo a un sacerdote polacco, don Dariusz Oko, che è anche docente all’Università Cattolica di Cracovia, accusato di «incitamento all’odio» per un suo articolo apparso sulla rivista Thelogisches intitolato “Sulla necessità di resistere alle lobby omosessuali nella Chiesa”. Don Oko è da molti anni impegnato a denunciare l’omoeresia nella Chiesa e la lobby che la sostiene, e ha recentemente pubblicato il libro “The Lavender Mafia”, (la mafia lavanda è appunto quella Lgbt).
La denuncia nei suoi confronti è stata presentata da un sacerdote della diocesi di Colonia che appare come un manifesto vivente del clero omosessuale, don Wolfgang Rothe, noto militante Lgbt, che lo scorso 4 novembre è stato protagonista di una benedizione di coppie omosessuali in una sauna per gay a Monaco di Baviera. Di don Rothe, che non risulta sospeso dal ministero, sono pubbliche anche foto in cui bacia un seminarista sotto a un ramo di vischio.

Se questo è il contesto attuale (ovviamente è solo un piccolo saggio della corruzione morale nella Chiesa), c’è poi una questione di fondo che riguarda lo scandalo degli abusi sessuali. Si ricorderà che nel febbraio 2019 papa Francesco convocò a Roma un vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo sul tema degli abusi sui minori, e fu l’occasione in cui emersero due letture completamente diverse della crisi. Papa Francesco volle che il vertice si focalizzasse sul tema del clericalismo, considerato la causa dello scandalo pedofilia, ma nell’aprile successivo vennero resi noti degli “Appunti” che papa Benedetto aveva messo in precedenza a disposizione come contributo per il vertice. Benedetto leggeva invece lo scandalo come una terribile crisi di fede, l’allontanamento da Dio, che a sua volta aveva provocato il crollo della teologia morale, ormai pesantemente influenzata dalla cultura del mondo, stravolta dalla rivoluzione sessuale. Sulla linea di papa Benedetto si erano messi anche i cardinali Raymond Burke e Walter Brandmüller, che alla vigilia del vertice firmarono una lettera aperta in cui denunciavano «l’agenda omosessuale» diffusa nella Chiesa e «promossa da reti organizzate e protetta da un clima di complicità e omertà». Stesso concetto espresso per l’occasione anche dal cardinale Müller; non sorprendentemente visto che tutti i rapporti finora pubblicati sugli abusi, dagli Stati Uniti alla Francia, ci dicono che oltre l’80% degli abusi di cui è protagonista il clero sono frutto di comportamenti omosessuali.

L’argomento però venne rigorosamente tenuto lontano dal vertice vaticano, a voler dimostrare che abusi sessuali del clero e omosessualità non sono correlati. Così è successo che in questi tre anni, mentre da una parte si sono fatti proclami contro gli abusi, dall’altra si sono viste diverse conquiste nella Chiesa da parte dei gruppi Lgbt, fino alle vicende di queste ultime settimane già accennate in apertura. Non solo, appare ormai sempre più chiaro che proprio il Sinodo sulla sinodalità nelle intenzioni sarà l’occasione per legittimare definitivamente l’agenda Lgbt nella Chiesa.

Si può ben capire dunque come Benedetto XVI (così come chi segue il suo Magistero) sia un ostacolo come persona e come giudizio sulla crisi della Chiesa, e si voglia perciò distruggerlo per poter consentire il trionfo indisturbato della nuova Chiesa arcobaleno. Può sembrare paradossale ma a cercare di incastrarlo sugli abusi sessuali sono proprio coloro che li favoriscono e li promuovono.










Nessun commento:

Posta un commento