venerdì 2 gennaio 2015

Difendo Messori contro i falsi dogmi di Boff





di Antonio Livi


Le considerazioni che Vittorio Messori ha pubblicato sul Corriere della Sera sul pontificato di papa Bergoglio lo scorso 24 dicembre (ripubblicate da La Nuova BQ il 28 dicembre, ndr) hanno suscitato, come era prevedibile, tante diverse reazioni. Molti le hanno condivise, altri le hanno criticate aspramente. Non entro nel merito di quelle sue valutazioni, che comunque reputo legittime. Si tratta di un giornalista serio, di uno storico documentatissimo e soprattutto di un cattolico di fede sincera e illuminata. Lo conosco personalmente da tanti anni, ho letto tutti i suoi libri, a cominciare dal primo e più celebre, quelle Ipotesi su Gesù che davano troppo spazio a un’interpretazione fideistica di Pascal ma ebbero comunque un’efficacia apologetica notevole. In questi ultimi tempi leggo sempre con interesse e anche con piacere la sua rubrica sul Timone. Ce ne fossero di giornalisti cattolici così! Peccato, mi sono detto sempre, che non gli fosse stato consentito di continuare a scrivere su Avvenire… Sarebbe stato un bene per il “quotidiano dei cattolici” (e anche per me, che da quel quotidiano sono stato letteralmente messo alla gogna).

Ma, ripeto, non entro nel merito delle sue considerazioni sul pontificato di papa Bergoglio, perché sono dell’opinione che per le vicende della Chiesa i giornalisti dovrebbero limitarsi all’informazione, che è il loro mestiere e la loro specifica mission, senza influenzare l’opinione pubblica cattolica con le loro opinioni personali, inevitabilmente parziali, nel senso che riescono a descrivere solo una parte della realtà ecclesiale ed esprimono su di essa solo il punto di vista di una parte del popolo di Dio.

Come ho già scritto anche sulla Bussola, preferisco che l’attualità ecclesiale sia trattata e con competenza autenticamente teologica e da un punto di vista esclusivamente pastorale. Io stesso, preoccupato come sacerdote del disorientamento dottrinale che percepisco tra i fedeli, sono intervenuto più volte sulla “questione Bergoglio” invitando i cattolici a disinteressarsi di ciò che è pane quotidiano dei “vaticanisti” (le frasi e i gesti che fanno pensare ad “aperture” o a “chiusure”, le nomine e le destituzioni di alti prelati), interessandosi invece intelligentemente di ciò che è propriamente magistero della Chiesa. Lì, nei documenti del magistero della Chiesa (che è in determinati punti fondamentali immutabile e perenne, in altri procede storicamente con le opportune “riforme nella continuità”) i cattolici, oggi come sempre, trovano la guida sicura della loro coscienza, l’orientamento sicuro per professare e vivere la fede nella loro esistenza quotidiana.

Ora però intervengo sulla vicenda di Messori, non per approvare o disapprovare quello che ha scritto, ma per difenderlo (è doveroso) dalle critiche violente e dissennate di un religioso che si presenta come teologo e accusa il giornalista di malafede o di ignoranza in materia teologica. Si tratta di Leonardo Boff. La sua critica a Messori (clicca qui) rappresenta, per così dire, la summa di tutte le sciocchezze che gli ideologi della “teologia della liberazione” hanno scritto, prima e dopo la condanna da parte della Santa Sede, sul messaggio del Vangelo e sull’azione della Chiesa nel mondo.

Boff accusa Messori di disconoscere il ruolo dello “Spirito”, il quale, a sua detta, agirebbe anche e ancora meglio fuori della Chiesa cattolica, che non sa «imparare dagli altri». A questo proposito Boff, col tono del difensore d’ufficio di quello che egli chiama lo Spirito Santo, arriva a scrivere: «Significa essere blasfemi contro lo Spirito Santo pensare che gli altri hanno pensato solo in modo sbagliato. Per questo è sommamente importante una Chiesa aperta come la vuole Francesco di Roma. Bisogna che sia aperta alle irruzioni dello Spirito chiamato da alcuni teologi “la fantasia di Dio”, a motivo della sua creatività e novità, nelle società, nel mondo, nella storia dei popoli, negli individui, nelle Chiese e anche nella Chiesa Cattolica», la quale, prima di Francesco, sarebbe stata troppo legata a Cristo, troppo “cristocentrica”.

Secondo l’ex francescano, che quando gli interessa si atteggia ad amante della dottrina (la sua), Vittorio Messori è terribilmente carente in teologia: egli «incorre nell’errore teologico del cristomonismo, cioè, solo Cristo conta. Non c’è propriamente un posto per lo Spirito Santo. Tutto nella Chiesa si risolve con il solo Cristo, cosa che il Gesù dei Vangeli esattamente non vuole».

Poi, tornando a vestire i panni dell’antidogmatico, aggiunge: «Senza lo Spirito Santo la Chiesa diventa un’istituzione pesante, noiosa, senza creatività e, ad un certo punto, non ha niente da dire al mondo che non siano sempre dottrine sopra dottrine, senza suscitare speranza e gioia di vivere». Ignorerebbe anche, il povero Messori, la sociologia religiosa: non avrebbe ancora capito che l’America Latina è il vero centro della Chiesa cattolica di oggi, anche se il numero dei latinoamericani che si dichiarano cattolici va diminuendo per effetto del proselitismo capillare delle sette protestanti (anzi forse proprio per questo Boff ritiene l’America Latina all’avanguardia).

Il cristianesimo e la teologia avrebbero fatto grandi passi avanti in America Latina (in Brasile che è la patria di Leonardo Boff, in Perù che è la patria di Gustavo Gutiérrez, e in Argentina che è la patria di Jorge Mario Bergoglio) per il fatto di aver dato ascolto allo “Spirito”, grazie anche alla cultura autoctona (precolombiana) che avrebbe liberato la Chiesa dall’astrattezza dottrinale della teologia europea, di quella tedesca in particolare (il bersaglio polemico è Benedetto XVI, ricordato con affetto da Messori), sapendo interpretare il Vangelo in sintonia con le istanze di liberazione delle masse popolari. Sia detto tra parentesi, perché non è molto importante in questa sede, il mito della teologia latino-americana autoctona è subito smentito, involontariamente, da Boff stesso quando cita come sola autorità teologica il suo maestro Johan Baptist Metz, iniziatore in Germania di quella “teologia politica” dalla quale derivano i teologi della liberazione sudamericani, formatisi tutti in Belgio, Francia e Germania, a cominciare dal peruviano Gustavo Gutiérrez. E non è centro-europeo, anzi proprio tedesco, Karl Marx, l’ispiratore primo della “teologia della liberazione”?

Ma questa, dicevo, è solo una parentesi sarcastica. Il discorso serio è quello teologico, innanzitutto perché è l’approccio teologico l’unico che mi interessa quando di parla di attualità ecclesiale e di possibili cambiamenti della dottrina della Chiesa, e poi perché l’argomento principale del discorso di Boff è appunto la “voce dello Spirito”, che papa Bergoglio avrebbe ascoltato docilmente mentre i suoi predecessori, in particolare Benedetto XVI, avrebbero ignorato, chiusi come erano nel “cristocentrismo”, che per Boff significa dogmatismo, giuridicismo, tradizionalismo, centralismo vaticano.

Ora io mi domando: che senso ha, teologicamente parlando, arrogarsi l’esclusività nell’interpretazione di “ciò che lo Spirito dice alle chiese”? E ancora. che senso ha, teologicamente parlando, opporre alla dottrina dogmatica e morale della Chiesa la propria interpretazione dei disegni dello Spirito Santo? Discorsi del genere sono comprensibili, anche se illogici, in bocca a eretici e scismatici, in bocca ai propagandisti di una delle tante sette che hanno invaso l’Occidente cristiano, vagamente imparentate con il cristianesimo o direttamente ispirate al buddismo, ma non in bocca a chi si presenta come cattolico e per di più teologo.

La norma fondamentale di un discorso autenticamente teologico, come ho spiegato chiaramente nel mio trattato su Vera e falsa teologia (dove Leonardo Boff non è citato, ma sono citati i suoi maestri). È l’intenzione di illustrare razionalmente la verità rivelata da Dio in Cristo Gesù, il quale ha affidato l’interpretazione autentica del suo Vangelo alla sua Chiesa, cioè agli Apostoli e ai loro legittimi successori, i vescovi in comunione con il Papa, il quale gode anche individualmente del carisma dell’infallibilità.

In termini pratici, ciò vuol dire che uno come Boff, che disprezza i dogmi e attribuisce a sé quell’infallibilità che non riconosce al magistero della Chiesa, non parla da teologo. Certo, io gli riconosco il diritto di avere le sue idee, anche le più pazze, sul cristianesimo, ma se parla in pubblico rivolgendosi ai cattolici, ho il dovere di avvertire i credenti che costui non ha l’autorità che compete a un teologo nella Chiesa cattolica: come dico sempre i questi casi, si tratta di un falso profeta e di un cattivo maestro. L’ho detto varie volte a proposito di Vito Mancuso e di Enzo Bianchi, non mi sono peritato di dirlo anche a proposito di Bruno Forte e di Gianfranco Ravasi, che occupano posti di rilevo nella gerarchia ecclesiastica. Chi vuol dare retta alle loro teorie, sappia almeno che lo fa a suo rischio e pericolo (dell’anima, s’intende); io ho avvertito tutti quelli che ho potuto.

Per terminare con Boff. Che cosa sa un cristiano dello Spirito Santo, che come Dio è assolutamente trascendente? La sua Persona, in seno alla “Trinità immanente”, è particolarmente inaccessibile alla conoscenza umana, tanto che Egli viene chiamato “il Dio sconosciuto”, e anche la sua azione nel mondo (la cosiddetta “Trinità economica”) è del tutto invisibile, se non per rivelazione pubblica. Ma la rivelazione pubblica è quella del Figlio di Dio, il Verbo Incarnato, l’Emmanuele, il “Dio-con-noi”.

Quello che possiamo sapere dei misteri di Dio è solo quello che Cristo ci ha rivelato. Come si fa a contrapporre le proprie (pretese) conoscenze dell’azione dello Spirito a quello che dello Spirito medesimo ci ha rivelato Cristo? E Cristo ci ha rivelato che lo Spirito Santo ci è stato inviato da Lui stesso e dal Padre, il giorno della Pentecoste, per rendere efficace in tutto il mondo, per tuto il tempo della storia, l’azione salvifica della Chiesa di Cristo, mediante l'annuncio del Vangelo e la grazia dei sacramenti. Questo è quello che sappiamo dello Spirito Santo, e quindi solo questo si può dire teologicamente, cioè seriamente, con la pretesa di essere ascoltati dai credenti.

Il vero teologo spiega e applica al suo tempo e alla gente cui si rivolge la verità contenuta nella rivelazione pubblica, cioè nella dottrina della Chiesa. Il vero teologo non pretende, come fanno gli gnostici, di sapere di più di quanto possa sapere, dei misteri di Dio, un qualunque fedele, una persona che in qualsiasi tempo abbia accolto con fede sincera la rivelazione divina. Il vero teologo, soprattutto, non spaccia per verità divina quelle che sono le sue personali e arbitrarie congetture, quale che sia la sincerità con cui queste vengono propinate al popolo (qualora mentissero sapendo di mentire, i falsi profeti non sarebbero solo degli illusi ma proprio dei “seduttori”, come l’Anticristo del quale parla la Scrittura).





La nuova Bussola Quotidiana   2 gen 15




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