martedì 3 dicembre 2013

L'opzione federalista del vescovo di Roma






Più autonomia alle conferenze episcopali nazionali. E più spazio alle diverse culture. I due punti su cui la "Evangelii gaudium" maggiormente si distingue dal magistero dei precedenti papi 




di Sandro Magister

ROMA, 3 dicembre 2013 – Nella fluviale esortazione apostolica "Evangelii gaudium" resa pubblica una settimana fa, papa Francesco ha fatto capire di volersi distinguere su almeno due punti dai papi che l'hanno preceduto.

Il primo di questi punti è anche quello che ha avuto più risonanza sui media. E riguarda sia l'esercizio del primato del papa, sia i poteri delle conferenze episcopali.

Il secondo punto riguarda il rapporto tra il cristianesimo e le culture.


1. SUL PAPATO E LE CHIESE NAZIONALI


Circa il ruolo del papa, Jorge Mario Bergoglio riconosce a Giovanni Paolo II il merito di aver aperto la strada verso una nuova forma di esercizio del primato. Ma lamenta che "siamo avanzati poco in questo senso" e promette di voler procedere con più slancio verso una forma di papato "più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione".

Ma più che sul ruolo del papa – dove Francesco resta sul vago ed anzi ha finora operato concentrando in sé il massimo delle decisioni – è sui poteri delle conferenze episcopali che la "Evangelii gaudium" fa presagire una svolta.

Scrive il papa, nel paragrafo 32 del documento:

"Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono 'portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente'. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria".

In nota, Francesco rinvia a un motu proprio di Giovanni Paolo II del 1998, riguardante proprio "la natura teologica e giuridica delle conferenze episcopali":

Apostolos suos

Ma se si va a leggere quel documento, si scopre che esso riconosce alle conferenze episcopali nazionali una funzione esclusivamente pratica, cooperativa, di semplice corpo ausiliare intermedio tra il collegio di tutti i vescovi del mondo assieme al papa da un lato – unica "collegialità" dichiarata teologicamente fondata – e il singolo vescovo con autorità sulla sua diocesi dall'altro.

Soprattutto, il motu proprio "Apostolos suos" limita fortemente quella "autentica autorità dottrinale" che papa Francesco dice di voler concedere alle conferenze episcopali. Prescrive che se proprio vogliono emettere delle dichiarazioni dottrinali, lo devono fare con approvazione unanime e in comunione col papa e l'insieme della Chiesa, o almeno "a maggioranza qualificata" con il previo controllo e autorizzazione della Santa Sede.

Un pericolo da cui il motu proprio "Apostolos suos" mette in guardia è che le conferenze episcopali emettano dichiarazioni dottrinali in contrasto tra loro e con il magistero universale della Chiesa.

Un altro rischio che vuole scongiurare è che si creino separazioni e antagonismi tra singole Chiese nazionali e Roma, come avvenne in passato in Francia con il "gallicanesimo" e come avviene tra gli ortodossi con alcune Chiese nazionali autocefale.

Quel motu proprio porta la firma di Giovanni Paolo II, ma deve il suo impianto a colui che era il suo fidatissimo prefetto della dottrina, il cardinale Joseph Ratzinger.

E Ratzinger – si sapeva – era da tempo molto critico dei superpoteri che alcune conferenze episcopali si erano attribuite, soprattutto in alcuni paesi tra i quali la sua Germania.

Nella sua intervista-bomba del 1985, edita col titolo "Rapporto sulla fede", Ratzinger si era opposto risolutamente a che la Chiesa cattolica diventasse "una sorta di federazione di Chiese nazionali".

Invece che "un deciso rilancio del ruolo del vescovo" come voluto dal Concilio Vaticano II, le conferenze episcopali nazionali – accusava – hanno "soffocato" i vescovi con le loro pesanti strutture burocratiche.

E ancora:

"Sembra molto bello decidere sempre insieme", ma "la verità non può essere creata come risultato di votazioni", sia perché "lo spirito di gruppo, magari la volontà di quieto vivere o addirittura il conformismo trascinano la maggioranza ad accettare le posizioni di minoranze intraprendenti, determinate ad andare verso direzioni precise", sia perché "la ricerca del punto di incontro tra le varie tendenze e lo sforzo di mediazione danno luogo spesso a documenti appiattiti, smorti".

Giovanni Paolo II e dopo di lui Benedetto XVI giudicavano modesta la qualità media dei vescovi del mondo e della gran parte conferenze episcopali. E agirono di conseguenza. Facendo essi stessi da guida e da modello e in alcuni casi – come in Italia – intervenendo risolutamente per mutare le leadership e le direzioni di marcia.

Con Francesco le conferenze episcopali potrebbero invece vedersi riconosciuta un'autonomia maggiore. Con i prevedibili contraccolpi di cui è fresco esempio la Germania, dove vescovi e cardinali di primo piano si stanno pubblicamente scontrando sulle questioni più varie, dai criteri di amministrazione delle diocesi alla comunione ai divorziati risposati, in quest'ultimo caso anticipando e forzando soluzioni su cui è stato chiamato a dibattere e decidere il doppio sinodo dei vescovi del 2014 e del 2015.
 

2. SUL CRISTIANESIMO E LE CULTURE


Quanto all'incontro tra il cristianesimo e le culture, papa Francesco ha molto insistito, nei paragrafi 115-118 della "Evangelii gaudium", sulla tesi che "il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale" ma fin dalle origini "si incarna nei popoli della terra, ciascuno dei quali ha la sua cultura".

In altre parole:

"La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve".

Con questo corollario:

"Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale".

Dicendo ciò, papa Bergoglio sembra andare incontro a chi sostiene che l'annuncio del Vangelo abbia una sua purezza originaria rispetto a qualsiasi contaminazione culturale. Una purezza che dovrebbe essergli restituita, liberandolo principalmente dai suoi rivestimenti "occidentali" di ieri e di oggi, per consentirgli ogni volta di "inculturarsi" in nuove sintesi con altre culture.

Ma posto in questi termini, questo rapporto tra il cristianesimo e le culture trascura quel nesso inscindibile tra fede e ragione, tra rivelazione biblica e cultura greca, tra Gerusalemme e Atene, al quale Giovanni Paolo II ha dedicato l'enciclica "Fides et ratio" e sul quale Benedetto XVI ha focalizzato il suo memorabile discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006.

Fede, ragione e università

Per papa Ratzinger il legame tra la fede biblica e il filosofare greco è "una necessità intrinseca" che si manifesta non solo nel folgorante prologo del Vangelo di Giovanni: "In principio era il Logos", ma già nell'Antico Testamento, nel misterioso "Io sono" di Dio nel roveto ardente: "una contestazione nei confronti del mito con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso".

Questo incontro "tra spirito greco e spirito cristiano" – sosteneva Benedetto XVI – "si è realizzato in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo".

Ed è una sintesi – argomentava ancora papa Benedetto – che va difesa da tutti gli attacchi che nel corso dei secoli, fino ai giorni nostri, hanno mirato a romperla, in nome della "deellenizzazione del cristianesimo".

Ai giorni nostri – faceva notare Ratzinger a Ratisbona – questo attacco si produce "in considerazione dell'incontro con la molteplicità delle culture":

"Si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata, è grossolana ed imprecisa. […] Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura".

Su questo tema capitale, la "Evangelii gaudium" non necessariamente contraddice il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ma sicuramente ne è distante.

Anche qui con una evidente simpatia per una pluralità di forme di Chiesa, modellate sulle rispettive culture locali.




chiesa.espresso.repubblica.it



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