giovedì 5 aprile 2012

Perchè credo nella Chiesa gerarchica





di Girolamo Grillo



Proseguiamo con le riflessioni tratte dall'ultimo libro di mons. Girolamo Grillo
"Perchè credo. I miei interrogativi sulla fede" (Marietti, pp. 300 euro 28), con prefazione di mons. Luigi Negri.


I difetti che si riscontrano nella vita e nella storia della Chiesa fanno spesso dubitare della sua origine divina. Ma si può mai sostenere che Cristo non abbia voluto strutturare la Chiesa con istituzioni tali da poter penetrare, con esse, il tempo e la storia, prolungando così la sua stessa divina presenza nella vita degli uomini? Le strutture istituzionali della Chiesa, così come oggi appaiono ai nostri occhi, furono veramente volute da Gesù? (...)

La Chiesa nasce visibile, perché questa è stata la volontà di Gesù. La nostra tesi non è affatto aprioristica, ma si basa sulle stesse parole di Gesù che, per farci comprendere quanto Egli aveva in mente di compiere, ha fatto ricorso a un linguaggio molto semplice, come possiamo renderci conto dalle famose “parabole del regno”, dalle quali è facile intuire che Egli avesse volesse realizzare non una irruzione improvvisa dal cielo sulla terra, ma una realtà destinata a svilupparsi lentamente. Perché mai Egli ha parlato del regno come di un granello di senapa destinato a diventare un grande albero? E perché mai Egli ha fatto ricorso alla parabola del buon grano e della zizzania che bisogna lasciar crescere fino al giorno della mietitura o a una rete da pesca riportata a riva con ogni genere di pesci?

Da questi richiami si riesce a comprendere bene come il regno di Dio che Gesù è venuto a portare sulla terra, riguarda tutta l’umanità e si proietta nei tempi lunghi della storia. Non per nulla, Egli, nel mandare gli Apostoli in missione, affida ad essi non il semplice annunzio del Regno, ma anche le opere terapeutiche, mediante le quali essi possano dimostrare che l’azione di Dio dovrà penetrare all’interno della storia dell’uomo. Gli Apostoli, infatti, parleranno di solidarietà e di amore: tutte caratteristiche capaci di testimoniare la presenza del Regno di Dio nella storia. Il Concilio Vaticano II, come vedremo, ha percepito chiaramente queste prospettive, perché per esso la Chiesa, come viene chiaramente espresso nella Lumen Gentium (n. 5) «costituisce in terra il germe e l’inizio di questo Regno». Le strutture stesse e le istituzioni esistenti, quindi, non sono altro che il pilastro fondamentale perché avvenga questa lenta evoluzione nei secoli.

Gesù, inoltre, ha una chiara coscienza che i suoi discepoli dovranno vivere e operare a lungo sulla terra. Non per nulla, come già detto, li manda in missione per il mondo: «Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi» (Gv 20,20). Agli stessi discepoli, che ci sarebbero stati conflitti nelle varie comunità che sarebbero sorte, suggerendo loro come avrebbero dovuto comportarsi in queste circostanze; così come preannuncia che avrebbero dovuto superare, nel corso dei secoli, non pochi conflitti, di fronte ai quali non avrebbero dovuto preoccuparsi più di tanto. Gesù, in altri termini, ha già descritto in anticipo quanto successivamente sarebbe accaduto nella storia dei popoli e dello stesso Popolo di Dio.

Nessuno di noi, ad esempio, potrebbe pensare che Egli non abbia previsto anche quanto sta accadendo alla Chiesa istituzionale, in questa nostra epoca tanto inquieta. Basterebbe ricordare che Egli, prima di lasciare la terra, a fondamento della sua Chiesa ha voluto scegliere Pietro, cioè una solida roccia (da qui il cambiamento del nome da Simone a Pietro, cioè pietra): quindi Pietro avrebbe avuto dei successori, nel senso che il fondamento sarebbe dovuto durare quanto lo stesso edificio.

Dai Vangeli sappiamo che, per prima cosa, Gesù, all’inizio della sua vita pubblica e prima ancora del miracolo operato a Cana di Galilea, tra i suoi discepoli, dopo una notte di preghiera, sceglie dodici Apostoli. Ha un’attenzione particolare nei loro confronti, dando ad essi una formazione e un insegnamento che non dà alla folla e specialmente negli ultimi dodici mesi della sua presenza sulla terra dedica la maggior parte del suo tempo ad ammaestrare gli Apostoli: li porta in un luogo segreto, riconosce davanti a loro di essere il Messia, insegna loro a pregare quando glielo chiedono, annuncia loro le sciagure che avrebbero dovuto abbattersi su Gerusalemme, annuncia loro che avrebbe dovuto soffrire molto ed essere rifiutato, celebra con loro l’ultima Cena, prima della sua morte, affida ad essi il ruolo che avrebbero dovuto avere nella futura Chiesa, li rende testimoni privilegiati della sua Resurrezione.

Basterebbe, poi, leggere gli Atti degli Apostoli, per rendersi conto di come nasce e si sviluppa la Chiesa. Saranno gli Apostoli a dare inizio alle nuove Comunità, mettendo a capo di queste ultime i cosiddetti “presbiteri” e, più tardi, gli “episcopi” scelti tra i “presbiteri”. Più tardi avverrà il passaggio da questi “presbiteri-episcopi” al capo unico del collegio di questi presbiteri, cioè al vescovo, come appare chiaramente dagli scritti di sant’Ignazio di Antiochia (110 circa). Fin dalle origini appare così come un insieme di Comunità strutturate tra di loro gerarchicamente, cioè con dei veri e propri Capi stabiliti dagli Apostoli o dai loro successori. Vescovi, presbiteri e diaconi compaiono, quindi, sulla scena fin dai primi tempi Apostolici.

Cristo ha affidato a Pietro tre funzioni, le quali certamente non avrebbero potuto esaurirsi con la sua morte. Le tre funzioni sono: proteggere la sua Chiesa, fortificare il ministero ossia la missione della Chiesa nel mondo, pascere il proprio gregge ossia le anime facenti parte di questa Chiesa. Ma tutto questo corrisponde veramente al pensiero di Cristo? Ecco il problema che ci sta davanti.

È un dato di fatto
che Pietro, nei Vangeli, occupa un posto di primo piano. Sono tante le circostanze in cui Gesù cerca di rafforzare la fede di questo Apostolo, ma di grande rilievo appare il capitolo 16 di Matteo, in cui, dopo che l’apostolo, per ispirazione divina proclama la messianicità di Gesù, il Maestro gli cambia il nome e lo rende la solida roccia sulla quale avrebbe edificato la sua Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», da cui appare che pietra per eccellenza è sempre lo stesso Cristo (“la mia Chiesa”), mentre a Pietro, in quanto “pietra” viene affidato un ruolo del tutto particolare. Bellissime le parole riferite da Luca (22,32): Pietro riceve da Gesù l’assicurazione che la sua fede non verrà mai meno e che, dopo, la caduta, dovrà confermare i suoi fratelli. E infine nel Vangelo di Giovanni, Pietro entra per primo nella tomba del Risorto e riceve l’incarico di pascere il gregge, dopo aver proclamato per tre volte l’amore a Cristo: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17). Dalle lettere paoline possiamo dire quanto segue: nella Lettera ai Galati (Gal 2,14), Paolo si permette di fare a Pietro una correzione fraterna, ma lo considera sempre come il primo testimone di Cristo risorto (1 Cor 15,5). Egli parla di Pietro come l’autorità più alta alla quale appellarsi (1 Cor 9,5) e dopo la sua conversione Paolo va a Gerusalemme per vedere Cefa (Gal 1,18).

Il posto e il ruolo di Pietro nel Nuovo Testamento è incontestabile. Dall’insieme dei testi e dalle immagini in essi contenuti la tradizione cattolica deduce la funzione speciale di Pietro all’interno del gruppo Apostolico, un servizio carico di autorità verso la Chiesa intera e di responsabilità verso Cristo.

Ecco perché la fede cattolica afferma che Pietro ha avuto dei successori con le sue stesse prerogative e che tali sono i vescovi che gli succedono nella Cattedra della Chiesa di Roma: l’autorità concessa da Cristo a Pietro è di fatto presente nel Vescovo di Roma. Ed ecco perché il Corpo Gerarchico della Chiesa Cattolica rappresenta Cristo, unico sommo capo invisibile della Chiesa. Ogni autorità nella Chiesa è data da Dio; per cui il riconoscimento dell’autorità ecclesiastica non lede affatto la libertà dei singoli.

Che poi, oggi, l’autorità del Papa e dei Vescovi sia contestata anche da non pochi cattolici dimostra l’incredibile ignoranza esistente tra quanti si definiscono cattolici, ma che in effetti sono lontani mille miglia dalla piena adesione a Cristo e al suo Vangelo. La Chiesa non è solo carismatica ma anche gerarchica. Proprio alla gerarchia è affidato, infatti, il mandato dell’evangelizzazione, essendo esso un punto di riferimento senza il quale si cadrebbe nel caos dell’opinabilità e si rischierebbe una pericolosa deriva verso la protestantizzazione della Chiesa. Non è nel vero, pertanto, chi afferma che nella Chiesa non vi gerarchia, ma solo ministero. Va condannato, quindi, l’attuale atteggiamento di contestazione verso la gerarchia, nonché il preteso adeguamento alle correnti democratiche della società civile. Va detto con molta chiarezza: tutto questo non è possibile!


da La Bussola Quotidiana

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