domenica 29 marzo 2015

DOMINICA IN PALMIS - DE PASSIONE DOMINI



Anthony van Dyck, Entrata di Gesù a Gerusalemme, 1617 circa, 
Indianapolis Museum of Art, Indianapolis


Le grandi cerimonie della settimana pasquale, come gli antichi chiamavano questo solenne settenario che stiamo per iniziare, nel medio evo si compivano di regola presso la residenza pontificia nel classico palazzo dei Laterani. Perciò anche la processione degli olivi e l’odierna messa stazionale si celebrano oggi nella veneranda basilica del Salvatore, trofeo permanente delle vittorie del Pontificato Romano sull’idolatria, sulle eresie e su tutte le porte infernali che da oltre diciannove secoli congiurano a danno della Chiesa e sempre sono respinte e vinte. Non prævalebunt adversus eam, ha detto Gesù, e passerà il cielo e la terra prima che venga meno una sillaba del labbro del Salvatore.
Nel tardo Medioevo talora l’odierna stazione, a volontà del Papa, si celebrava in Vaticano, ed allora la benedizione delle palme aveva luogo nella chiesa di Santa Maria in Turri, che sorgeva nell’atrio della basilica. 

La benedizione delle palme ci conserva l’antico tipo delle sinassi aliturgiche, di quelle adunanze cioè, come la recita del divin ufficio, l’istruzione dei fedeli ecc., in cui non seguiva l’offerta del divin Sacrificio. Questo tipo di sinassi deriva dall’uso giudaico nelle sinagoghe della diaspora, ed entrò nel rituale cristiano sin dall’evo apostolico.
La processione coi rami d’olivo deriva dall’uso gerosolimitano, quale ci descrive la pellegrina Eteria verso la fine del IV sec. (cfr., per informazioni, Egeria, Diario di viaggio, n. 31, 1-2). Da principio in occidente si tenevano i ramoscelli in mano durante la lettura del Vangelo; nelle Gallie cominciò a darsi una speciale benedizione, non già ai rami, ma a chi prestava tale atto d’ossequio alla parola evangelica. Si aggiunse la processione prima della messa, che venne a conferire una pompa ed un’importanza speciale ai ramoscelli, i quali finirono per essere alla loro volta santificati dalla benedizione sacerdotale (Schuster, Liber Sacramentorum, III, p. 178).


Pedro Orrente, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 
1620 circa, Hermitage, San Pietroburgo


Secondo gli Ordines Romani del XIV sec., le palme erano dapprima benedette dal cardinale di San Lorenzo, poi trasportate, dal clero, all’interno del Patriarchium, nell’oratorio di San Silvestro, dove gli accoliti della basilica Vaticana avevano il compito di farne la distribuzione al popolo. Quanto alla distribuzione delle palme al clero, essa era svolta dal Pontefice in persona nella sala del triclinium di Leone IV, dove partiva oggi la processione che si dirigeva verso la chiesa stazionale del Salvatore.
Quando il papa era giunto sotto il portico, si sedeva in trono e mentre le porte della chiesa rimanevano ancora chiuse, il primicerio dei cantori ed il priore della basilica, alla testa del loro personale di servizio, intonavano l’inno Gloria, laus, etc. prescritto ancora oggi nel messale tradizionale. Infine, si aprivano le porte ed il corteo faceva il suo ingresso trionfale nella basilica del Salvatore, per cominciare, con la messa, il grande dramma della Redenzione degli uomini. Il papa prendeva i paramenti sacri nel secretarium, ma, per indicare la tristezza funebre che riempiva tutta la liturgia di questa settimana, i basilicarii omettevano in questo giorno di tendere sul capo del Pontefice la mappula tradizionale, o baldacchino, che era uno dei segni di rispetto e di venerazione presso gli antichi.
La lettura di san Matteo, che si svolge durante il rito della benedizione fatta in questo giorno, racconta l’ingresso solenne di Gesù nella Città santa (21, 1-9) ed era già indicato dalla liturgia di Gerusalemme sin dalla seconda metà del IV sec. Secondo la profezia di Zaccaria, il Redentore sarebbe entrato nella Città santa assiso su un asinello, per simbolizzare il carattere dolce e benigno della sua prima apparizione messianica.
L’asina ed il suo puledro, che secondo il Vangelo, si trovavano legati alle mura del villaggio vicino al monte degli Ulivi, da cui furono liberati dagli apostoli e condotti a Gesù, rappresentano il popolo dei Gentili, esiliato dalla patria di Abramo, diseredato dal patrimonio di Israele, istupidito dall’idolatria. Agli apostoli è affidato l’incarico di liberarlo dagli errori e condurlo al Salvatore.
Secondo l’uso della liturgia romana, quando si tratta di preghiere di importanza speciale, la colletta seguente viene a preludere all’anafora consacratoria dei rami. Essa è, dunque, parallela alla secreta, che precede il prefazio della messa.



Questa preghiera, di un gusto squisito e di una pietà così profonda, esplica molto bene il simbolismo della processione che si va a svolgere e determina la ragione per la quale si è letta la pericope dell’Esodo, in cui si parla dei settanta palmizi. La palma si dona al vincitore e colui che esce indenne dall’Egitto può ben meritare la gloria del trionfo.
Dopo questa, viene l’anafora, che, secondo il suo significato originario, è oggi un vero canto eucaristico, un inno di lode e di azione di grazia a Dio per la sua infinita santità e la delicatezza della sua misericordia verso gli uomini.
Segue una serie di collette di sapore assai antico e di ispirazione molto elevata, in cui pare quasi che la Chiesa voglia sfogare tutto il suo amore verso il Redentore. Queste differenti preghiere costituivano originariamente una serie di collette di ricambio; oggi, al contrario, la cerimonia è divenuta molto prolissa, poiché tutte queste diverse formule di benedizione, prefazio, colletta, ecc., che, all’inizio, si sostituivano l’una all’altra, o piuttosto si escludevano l’un l’altra, fanno parte integrante, nel messale prima della riforma di Pio XII, della cerimonia della benedizione delle palme. Ne è uscita una funzione molto pietosa, in verità, ma forse senza proporzione né armonia, che rivela la sua tardiva introduzione nella liturgia romana.
Quindi il sacerdote asperge i rami con l’acqua santa e li incensa.
Segue la distribuzione delle palme o dei rami d’ulivo benedetti, durante la quale il coro dei cantori esegue alcune antifone, ispirate ai Vangeli.
Dopo la distribuzione, si recita la colletta.
Ha quindi luogo la processione e sebbene oggi essa abbia un significato speciale ed antico che richiama l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, essa è tuttavia una vestigia dell’antica processione stazionale e domenicale, che, nel Medioevo, nelle abbazie benedettine in particolare, precedeva regolarmente la messa.
Durante il percorso, il coro esegue delle antifone.
Dopo questa, viene l’inno Gloria, laus, etc., con la cerimonia per la quale il suddiacono batte alle porte del tempio per farle aprire al corteo. Quanto al rito, Roma non conobbe se non molto tardi questa cerimonia; quanto al simbolo, i due cori che si rispondono reciprocamente, dentro e fuori del tempio, rappresentano la lode divina che fa alternare la Chiesa trionfante e quella militante.
Dopo la processione ha inizio la messa, che tuttavia ha un carattere tutto differente da quella della benedizione delle palme ed è in relazione più intima con la liturgia dei giorni precedenti. In effetti, mentre le preghiere e le antifone riportate più sopra acclamano il Redentore come trionfatore della morte e del peccato, la messa stazione, di ispirazione interamente romana, considera piuttosto i suoi intimi sentimenti di profondo annientamento, di umiliazione e di dolore, in tanto che vittima di espiazione per i peccati del mondo.
La santa liturgia di questi giorni non separa il ricordo della passione del Salvatore da quello dei trionfi della sua resurrezione – ed è questa la ragione del titolo antico di Hebdomada paschalis dato un tempo a questa settimana e delle menzioni frequenti della santa resurrezione che si presentano nella messa e nell’ufficio divino, tanto oggi che il venerdì santo. In effetti, se il Pascha nostrum immolatus Christus (1 Cor. 5, 7) comincia la sera del giovedì santo e si protrae nella parasceve, ha tuttavia il suo vero compimento nel mattino della resurrezione, allorché Colui che era mortuus propter delicta nostra, resurrexit propter iustificationem nostram (cfr. Rom. 4, 25). Per gli antichi, il Paschale Sacramentum comprendeva questo triplice mistero, in modo che, anche il venerdì santo, in presenza del Legno adorabile della Croce, annunciavano già le glorie del Salvatore resuscitato: Crucem Tuam adoramus ... et sanctam resurrectionem tuam laudamus et glorificamus.
La colletta è d’una squisitezza di composizione che rivela l’aureo periodo della liturgia romana.
Ecco qui spiegato tutto il significato del sacro rito che dovrà compiersi durante questa settimana. Gesù crocifisso è come un libro nel quale l’anima legge tutto quello che Dio desidera da lei per divenir santa. La frase della colletta: patientiæ ipsius habere documenta perde molto in energia quando viene tradotta in italiano. Essa significa che dobbiamo realizzare nella nostra vita quelle lezioni di sofferenza e di espiazione che Gesù c’impartisce dalla cattedra della croce. Viene infine la speranza della risurrezione, che la Chiesa non vuol mai disgiunta dalle sofferenze del Golgota (Schuster, op. cit., p. 187).
La lettura del Vangelo secondo san Matteo contiene tutto il testo della passione del Signore (26-27), dall’ultima Cena con gli apostoli sino all’apposizione dei sigilli al sepolcro. La scelta di questa lettura evangelica è molto antica per Roma, poiché ci è attestata dagli Ordines de IX sec.
Il crocifisso deve insegnarci soprattutto tre cose: la prima, quanto grande sia stato l’amore che tutta l’augusta Trinità ci ha portato, sino a sacrificare per noi Gesù, l’Unigenito di Dio; in secondo luogo, che orribile cosa è il peccato, il quale non ha potuto essere espiato se non con l’atrocissima morte del Salvatore; in terzo luogo, quanto valga la nostra anima, che non ha potuto essere riscattata ad un prezzo inferiore che non fosse il sangue di Gesù. San Paolo concludeva così la meditazione sulla passione di Gesù: Empti enim estis pretio magno; glorificate et portate Deum in corpore vestro (1 Cor. 6, 20).





Scuola Ecclesia Mater


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