Redazione UCCR
«Mi alzerò presto, mi farò la barba e andrò a dire di sì,
spensieratamente, alla distruzione della famiglia», così Guido
Ceronetti annunciò il voto a favore del divorzio nel 1974. Ironizzava,
lo scrittore di “Repubblica”, sulla distruzione della famiglia, senza
accorgersi di essere un profeta. Così come erano profeti i
promotori del referendum, quando si opponevano al divorzio per evitare il
collasso della famiglia.
Oggi è sotto gli occhi di tutti la debolezza
della famiglia, la crescente diffusione delle separazioni, l’instabilità delle
coppie, la frammentazione delle famiglie, la spartizione dei bambini. Ci
hanno ingannato: dicevano che permettere il divorzio solo a chi
voleva non avrebbe intaccato gli altri matrimoni ed invece, come sempre
accade, è stata creata una mentalità perché -lo dicevano già
gli antichi greci- una legge fa costume e va a intaccare la
vita di tutti i cittadini e modifica la società. Ha commentato il filosofo Marcello
Veneziani: «non era vero che il divorzio lasciava l’indissolubilità
del matrimonio a chi voleva la famiglia tradizionale e dava la possibilità di
scegliere diversamente a chi non vi si riconosceva. Perché la famiglia prese a
sfasciarsi progressivamente, e lo sappiamo. Dite pure che era inevitabile, e
aggiungete che fu un bene, se volete; ma non negate il nesso».
Il noto giurista Giuseppe Della
Torre ha spiegato: «è ben nota ai sociologi e
ai giuristi la funzione pedagogica della legge, che col
permettere o col proibire induce il consolidarsi di raffigurazioni dei rapporti
e di modelli di comportamento. Il matrimonio è stato retrocesso sempre più alla
stregua di un mero contratto privato: come tale a contenuto aperto, modificabile
dalla volontà delle parti anche nei suoi elementi fondativi e caratterizzanti,
legato al permanere o meno di utilità personali, e conseguentemente recessibile
per mutuo consenso o in via unilaterale. Addirittura un contratto assai meno
garantito di altri. Al di là di ogni buona intenzione, l’effetto di tutto è, tra
l’altro, un affievolimento delle relazioni di solidarietà, un illanguidimento
delle reti sociali e, in ultima analisi, un indebolimento dell’individuo,
rimasto sempre più solo». Della Torre ha anche sottolineato come il
matrimonio indissolubile venne difeso da laici e con
motivazioni laiche, «la prima andava a sottolineare la
struttura profonda e fondamentale del matrimonio come rapporto
stabile e solidale tra un uomo e una donna il quale, in una complementarietà che
giunge fino all’integrazione più intima, è aperto alla procreazione; la seconda
guardava al matrimonio come forma di eticità naturale, considerandolo non come
mero contratto, disponibile dalle parti contraenti, ma come prodotto della loro
volontà di dar vita a un rapporto giuridico trascendente le persone degli sposi
e da queste indisponibile».
Oggi nemmeno il divorzio basta più e l’iter
parlamentare sul cosiddetto “divorzio breve” e
“divorzio express” conferma la legge del piano inclinato.
«Quando finisce l’intesa, inutile insistere», dicono i sostenitori,
pensando che accelerare i tempi del divorzio possa essere un beneficio. In
realtà non è affatto così, come ha spiegato l’avvocato Massimiliano
Fiorin, «secondo gli studi più qualificati le ragioni della
separazione sono sempre più spesso dettate da incomunicabilità e incomprensioni.
Difficoltà che si possono affrontare, capire e risolvere», magari con un
aiuto esterno. Il tempo è necessario, le cose si possono
risolvere, la vita matrimoniale si può sempre salvare e vale sempre la pena di
provarci.
Ci troviamo tuttavia nella situazione di guardare
al divorzio classico come al male minore rispetto al divorzio
express, ma possiamo noi cattolici difendere il male minore? No, dobbiamo sempre
testimoniare la bellezza della famiglia indissolubile, che non
è certo esente da incomprensioni reciproche e litigi, ma non è nemmeno
un’utopia: esiste ed è un bene per tutti. Papa Francesco nel
suo discorso al Parlamento Europeo ha sottolineato che la cellula della società
non è qualunque nucleo familiare, ma è «la famiglia unita, fertile e
indissolubile», la quale «porta con sé gli elementi
fondamentali per dare speranza al futuro. Senza tale solidità
si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze
sociali».
Il divorzio ha tolto la roccia su cui
costruire e le conseguenze sociali per tutti sono evidenti, non solo
per l’instabilità della famiglia e delle coppie ma, in particolare, per i figli.
E’ stato dimostrato da diversi lettori de “Il Fatto Quotidiano” che
hanno raccontato la loro infanzia con
genitori separati e divorziati. Gli studi, infatti, continuano impietosi a
rilevare i danni irreparabili ai divorziati e ai loro figli,
come abbiamo mostrato nel nostro apposito dossier. Proprio un
recente studio inglese si aggiunge alla mole
scientifica, rilevando gravi disordini mentali e fisici a cui
vanno incontro i figli dei separati: disturbi nello studio, maggior consumo di
droga e alcool e maggiori disordini alimentari. Si tenta così di correre ai
ripari tramite i “divorzi amichevoli”, dove i genitori si
sforzano (giustamente) di mantenersi in buoni rapporti per il bene dei figli.
Eppure altri studi negano questi presunti
benefici.
Esiste anche un legame tra il numero di divorzi e
il calo della natalità, l’altra immensa tragedia della nostra
vecchia Europa. Un recente studio spagnolo ha mostrato che il divorzio
e le coppie di fatto sono le principali cause della crisi delle nascite. Vi è
anche un rapporto sorprendentemente esatto tra
altri due fenomeni: dove esistono leggi sull’aborto più permissive, si
verificano anche più divorzi: Irlanda e Cile vietano l’aborto, hanno maggior
tassi di salute materna e hanno tassi molto bassi di divorzio (3%), al contrario
di Russia e Belgio dove è presente l’aborto liberalizzato e altissimi tassi di
divorzio (in Belgio i più alti al mondo, 71%).
Gravi conseguenze per tutti,
dunque, come ha affermato Francesco. Alla faccia di chi ancora pensa che le
leggi abbiano conseguenze solo per chi sceglie di beneficiarne.
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