lunedì 27 ottobre 2025

La povertà ha soluzione economica, morale o religiosa?







Una questione falsata dalla demagogia



Di Guido Vignelli, 27 ott 2025

Negli ultimi tempi, molte analisi e proposte – anche provenienti dal mondo cattolico – avanzate per risolvere il problema della indigenza sono risultate talmente demagogiche da arrivare a fraintendere e travisare il concetto stesso di povertà.

Ad esempio, oggi spesso si confonde la povertà materiale con quella spirituale, quella di possesso con quella di uso, quella colpevole con quella meritevole, quella imposta con quella volontaria, quella stoica con quella cristiana, quella di consiglio con quella di precetto.

Inoltre, da una parte si pretende che la povertà materiale sia il massimo male da eliminare e si condanna la ricchezza come sua responsabile; dall’altra parte s’identifica il povero col vero cristiano, si esalta la classe povera come il nuovo “popolo eletto”, si riduce la carità cristiana alla filantropia e alla lotta contro l’indigenza.

Per di più, da una parte, alcuni ricchi “filantropi” e potenti “movimenti popolari” elogiano la povertà ma, invece che praticarla, pretendono d’imporla alla società in chiave ecologista; dall’altra parte, alcuni poveri lamentano miseria ma, invece che sanarla col lavoro e col risparmio, pretendono di riempirla con beni altrui sequestrati in chiave comunista.

Secondo alcuni, questa filantropia umanitaria presuppone un nuovo fariseismo che pretende di rendersi “giusti e puri” non professando e vivendo l’ortodossia ma ostentando una ortoprassi moralistica e demagogica che riduce la carità all’ “impegno sociale” in favore di poveri, emarginati e migranti.

Ci pare quindi necessario ribadire alcune basilari verità, tanto semplici quanto dimenticate, che ci permettono di dissipare alcuni equivoci e d’impostare una possibile soluzione cristiana del problema della povertà. Per brevità, ci asterremo dal citare le autorevoli fonti religiose, morali ed economiche implicite nella nostra esposizione.

La povertà materiale e quella spirituale

La dottrina cristiana insegna che la vera povertà da commiserare e sanare non è tanto quella materiale, consistente nella mancanza di beni e di salute, quanto quella spirituale, consistente nella ignoranza della verità religiosa e nella mancanza della virtù morale; gli altri tipi di povertà (culturale, sociale, economica) ne sono inevitabile conseguenza. Questa povertà spirituale, se volontaria, è colpevole perché causata dal rifiuto di quella Grazia divina che purifica l’uomo dall’errore e dal vizio e lo rende capace di riconoscere la verità e di praticare la virtù, conformandosi ai Comandamenti divini e agli ammonimenti evangelici.

Il peccato è sempre individuale e la sua responsabilità è sempre personale, non collettiva. Anche i cosiddetti “peccati sociali” derivano da colpe commesse da concreti individui, non da astratte masse o classi sociali o istituzioni politiche. Le “strutture di peccato” – ossia quelle che favoriscono varie forme di errore, vizio, ingiustizia e povertà – sono prodotte dai peccati commessi da individui, famiglie, stirpi, parlamenti e governi che corrompono la società politica e talvolta anche quella religiosa.

Riempire la pancia di cibo o la tasca di soldi o la casa di oggetti non equivale ad arricchire o risanare o santificare il povero; anzi, il ricevere troppi e inadatti beni materiali rischia d’impoverirgli l’anima rendendolo avido, sensuale, prepotente, superbo e ingrato, facilitandogli così non la salvezza ma la dannazione.

Invece, le umane vicende dimostrano che molte persone inclini all’errore e al vizio è meglio che diventino o rimangano materialmente povere, perché questa indigenza non solo le preserva da tentazioni e pericoli morali ma anche le arricchisce spiritualmente, permettendo a loro di aprirsi alla verità, praticare le virtù e meritare la salvezza.

La povertà evangelica e quella cristiana

Il Vangelo ci racconta che Gesù Cristo almeno fino a quando lavorò come carpentiere nel negozio di san Giuseppe, non visse nella povertà. Quando poi iniziò a viaggiare per predicare, Egli visse austeramente delle offerte e delle ospitalità ricevute dai primi seguaci; tuttavia, ebbe cura di provvedere a Sé stesso e ai suoi Apostoli risparmiando e raccogliendo i beni e denari ricevuti nella “bisaccia” della comunità.

Il nostro divin Redentore s’incarnò per salvarci non dalla povertà materiale e terrena ma da quella spirituale ed eterna, che deriva da quell’unico male radicale e assoluto che è il Peccato Originale con i conseguenti peccati attuali commessi dagli uomini nel corso della loro storia.

Il Vangelo mira a riconciliare gli uomini innanzitutto con Dio e poi tra di loro. Pertanto, esso non oppone faziosamente la santità dei poveri e deboli alla malvagità dei ricchi e potenti, ma anzi esorta tutti a soccorrersi vicendevolmente, affinché il possesso e l’uso dei beni terreni sia regolato secondo giustizia e carità, subordinato al bene comune della società e finalizzato alla santificazione dell’umanità.

Di conseguenza, Gesù Cristo ha fondato la Chiesa cattolica non per risanare le misere condizioni degl’indigenti, ma per santificare l’umanità liberandola dalla schiavitù del peccato con le sue drammatiche conseguenze spirituali, morali, sociali ed economiche. Questo risultato può essere ottenuto solo insegnando la verità, esortando alle virtù e togliendo quegli ostacoli (l’errore, il vizio e l’ingiustizia) che impediscono l’azione della Grazia salvifica.

Fin dalle sue origini, la Chiesa s’impegnò a soccorrere innanzitutto la povertà spirituale, nella convinzione che solo così facendo poteva confortare e ridurre quella materiale. Distinguendo la povertà vera da quella falsa, i diaconi della Chiesa soccorrevano i poveri reali ma respingevano quei fannulloni parassiti che pretendevano di usufruire dei beni ecclesiastici rifiutandosi di praticare quelle virtù che li avrebbero sottratti alla miseria.

Inoltre, bisogna bene intendere la differenza tra la povertà materiale stoicamente accettata e sopportata per fini spirituali (culturali o morali o politici), e quella cristianamente subìta o scelta per fini soprannaturali e vissuta con fedeltà, fiducia, pazienza e rassegnazione.

La pratica della povertà cristiana consiste nel preferire i beni spirituali a quelli materiali e nel porre questi al servizio di quelli, usando con distacco e con temperanza le ricchezze possedute, fino al punto di essere pronti a rinunciarvi del tutto pur di ottenere o conservare o accrescere i beni celesti ed eterni.

Le Sacre Scrittute insegnano che, se un ricco usa i propri beni materiali come mero strumento per vivere, fare il bene della società e soccorrere le necessità della Chiesa, egli è un anawìm, ossia un “povero in spirito” che merita la vita eterna. Invece, se un povero invidia e brama le ricchezze altrui per trarne piacere o potere o fama, egli è spiritualmente avido e rischia la morte eterna.

Il voto religioso di povertà mette in pratica quel consiglio evangelico che esorta il cristiano a rinunciare del tutto ai beni materiali passati, presenti e futuri, con le sicurezze e gli onori ch’esse procurano, al fine di dedicarsi alla santificazione propria e del prossimo con la massima libertà e fiducia nella divina Provvidenza. Si noti che questo voto è un obbligo religioso ma non sociale o morale, e che è meno importante degli altri due voti, ossia quelli della castità e dell’obbedienza.

Perché e come soccorrere i poveri

Tuttavia, sia il Vangelo che la conseguente dottrina sociale della Chiesa hanno caldamente raccomandato ai fedeli di essere fattivamente caritatevoli non solo con i peccatori e gl’ignoranti ma anche con gl’indigenti, siano essi poveri o malati, sanando le piaghe della miseria anche a costo di grandi sforzi e gravi sacrifici.

Si badi però che questa carità è mossa da ragioni e tende a fini non tanto materiali e naturali quanto spirituali e soprannaturali. Infatti, la mancanza di beni necessari per vivere dignitosamente, ma anche solo la loro insicurezza e precarietà, spesso causano nei poveri gravi conseguenze non solo materiali ma anche e soprattutto spirituali che ridondano a danno non solo degl’individui ma anche della società.

Infatti, quando qualcuno è oppresso da una situazione di grave povertà o malattia, i casi possono essere due. Se è confortato da retta fede e sostenuto da solida virtù, egli non perde la fiducia, riesce a superare la dura prova e si santifica più facilmente dei ricchi. Se invece manca di questi soccorsi spirituali, allora, se ha carattere mite, egli si avvilisce ed è tentato dal fatalismo e dalla disperazione; se ha carattere collerico, si abbandona all’invidia e all’odio e inclina alla ribellione e alla violenza.

Tali situazioni di miseria malvissuta spingono la povertà materiale a scivolare in quella spirituale, causando gravi danni alla vita civile. Infatti, da una parte, l’abbandonarsi al fatalismo produce situazioni di stagnazione economica e di degrado sociale che impedisce il progresso civile; dall’altra, il cedere all’odio suscita non solo rivolte sociali ma anche rivoluzioni politiche.

Se poi la bramosia, l’invidia e l’odio, che avviliscono poveri e deboli, si combinano con l’avarizia, la superbia e la protervia che induriscono ricchi e potenti, allora si rischia la rottura di quella solidarietà tra famiglie, comunità e classi che costituisce la concordia e la pace di un popolo, avviando così un conflitto sociale che può diventare guerra civile.

Questa rottura mette in grave pericolo non solo il benessere e il progresso economici, ma anche la sopravvivenza stessa della società. La storia dimostra che gli agenti del liberalismo e del socialismo hanno saputo sfruttare cinicamente il malcontento sociale e la rivalità tra le classi al fine di dominare un popolo diviso da bramosia, invidia e odio.

Pertanto, è dovere non solo dei singoli ma anche delle comunità e soprattutto delle autorità civili e religiose l’impedire che situazioni economiche o sociali troppo ingiuste e scandalose alimentino nei poveri ed emarginati sentimenti di disperazione o di vendetta che li spingono alla rapina, alla rivolta e alla rivoluzione.

Vale la pena di ricordare che i pensatori cattolici hanno spesso ammonito i potentati economici e politici a fare in modo che il popolo ottenga pacificamente quel giusto e prudente accesso a beni, diritti e poteri che lo distoglie dall’impadronirsene violentemente, perdendone così i benefici e dissolvendo la solidarietà sociale.

L’esempio della “torta condivisa”

La proposta cristiana per risolvere il problema della povertà deve evitare ogni forma di demagogia, la più pericolosa delle quali è quella clericale; prostituendo la carità cristiana, essa elabora argomentazioni sofistiche, sentimenti viscerali e passioni incendiarie facilmente strumentalizzabili dalla sovversione.

Basti considerare quel filone pauperista che, partendo dal liberalismo di Lamennais, attraverso il modernismo di Murri e il democratismo di Dossetti, è giunto alla “teologia della liberazione”, oggi purtroppo divulgata da recenti documenti pontifici come l’enciclica Fratelli tutti e l’esortazione apostolica Dilexi te.

Il problema della povertà non può essere risolto esaltando una “solidarietà” che compromette il bene comune e la pace della società, né riducendo il diritto di proprietà privata alla sua mera “funzione sociale”, né imponendo il sequestro di beni da distribuire secondo un criterio egualitario (ossia senza retto criterio). Tutto ciò finisce col favorire fazioni invidiose, avide e ribelli a danno della gente umile, modesta, paziente e laboriosa.

Facciamo un esempio molto comune. Spesso i demagoghi dicono che il problema economico è facile da risolvere: basta che un potere superiore sequestri ai ricchi la “torta” dei beni in loro possesso, la divida in tante fette tutte uguali e la distribuisca ai poveri, affinché ciascuno ne riceva una (misera) porzione.

Tuttavia, quando la “torta condivisa” è stata consumata, i poveri, rimasti tali e nuovamente affamati, ne chiedono un’altra da mangiare. Pertanto, quel potere superiore si trova a un bivio: o costringerà i nuovi ricchi – se ci sono! – a produrre altre “torte” da sequestrare e dividere; oppure le produrrà da solo impadronendosi dell’economia.

Così facendo, la mentalità consumista ed egualitaria favorisce quel potere tirannico nell’imporre un regime che conduce al comunismo, ossia al furto legalizzato dei beni, poco importa se compiuto Stati, ONG, fondazioni, organismi multinazionali. Ancor oggi, certi intellettuali, sociologi e teologi non capiscono che questo processo conduce allo strapotere cosmopolita nella miseria generale.

Per contro, la soluzione del problema consiste non nel dividere quella “torta” ma nell’accrescerla o meglio nel moltiplicarla, affinché gl’indigenti possano produrre molte torte di loro proprietà con le quali sfamarsi. Se poi accade che quelle “torte” siano divise e distribuite in fette diseguali, corrispondenti non tanto ai bisogni dei richiedenti quanto alle capacità dei produttori, allora la larghezza della carità cristiana dovrà rimediare alla grettezza della rigorosa giustizia.

Non si tratta quindi di “togliere ai ricchi per dare ai poveri”; piuttosto, bisogna favorire gl’indigenti facendo in modo ch’essi abbiano il massimo accesso possibile alla cultural alla salute, al lavoro, al risparmio e alla proprietà privata, fino al punto che nella società non esista più gente eccessivamente povera o eccessivamente ricca.

Questa soluzione presuppone che le autorità politiche e sociali, ma anche quelle religiose, facilitino l’intervento di quei fattori spirituali e virtù morali che sono necessari per realizzare la moltiplicazione delle “torte”; alludo alle virtù di laboriosità, ingegnosità, sobrietà, previdenza, risparmio, investimento e generosità. Ciò conferma che solo la ricchezza spirituale può risanare radicalmente quella materiale. «Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in soprappiù», anche il benessere terreno, nella misura in cui è compatibile con la salvezza eterna








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