
Esce il 17mo Rapporto Van Thuân
Di La Redazione, 23 ott 2025
“La guerra demografica. Ci voglio estinti?”: questo il titolo del 17mo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo a cura dell’Osservatorio cardinale Van Thuân, appena uscito dall’editore Cantagalli. Quindici esperti esaminano la vera “bomba atomica” dell’umanità di oggi, la glaciazione demografica e le pianificazioni politiche sulla procreazione e sulla popolazione. È allarme: la popolazione mondiale diminuisce, nel 2024 in Italia sono nati 10 mila bambini in meno del 2023, andando avanti così nel 2150 morirà l’ultimo italiano. Nel Rapporto ci sono tutti i numeri, ma non solo.
Il titolo del Rapporto è provocatoriamente realistico, provoca mettendoci davanti la realtà: c’è una guerra e chi programma le cose ci vuole istinti. Quella della popolazione è una vera e propria guerra, sia come ambito del contendere sia come strumento del conflitto. I due aspetti principali di questa guerra demografica trattati dal Rapporto sono le politiche antinataliste e quelle immigratorie. Il Rapporto non fa unicamente un discorso di bioetica o di morale personale, ma propone una analisi schiettamente politica. Il potere globale oggi si avvale di questi due strumenti e le popolazioni diventano suoi ostaggi.
A cominciare dal Rapporto Kissinger del 1974, ovvero il Memorandum sulla sicurezza nazionale n. 200, intitolato “Implicazioni della crescita della popolazione mondiale per la sicurezza degli Stati Uniti e gli interessi oltremare”, che ha tracciato la strada dell’antinatalismo a livello globale, lo scopo della pianificazione globalista della natalità e delle migrazioni è stato di impedire lo sviluppo di alcuni Paesi e garantire gli equilibri esistenti in quanto vantaggiosi per i detentori del potere mondiale. La politica della popolazione non è secondaria o marginale, su di essa fanno blocco tra loro l’economia, la medicina e la cultura intesa soprattutto come organizzazione della mentalità diffusa e degli stili di vita.
Anche la sanità è diventata strumento di una guerra che semina morte come tutte le guerre. La legalizzazione forzata dell’aborto e dell’eutanasia equivale ad una guerra mondiale. Come in tutte le situazioni di guerra, la sanità ha raccontato molte bugie per disorientare il nemico: ha modificato la definizione scientifica del concepimento e della morte. Nel periodo Covid abbiamo sperimentato che la sanità uccide.
Interi continenti, come quello europeo, rischiano di venire ridimensionati a livello di potere globale dal loro inverno demografico pianificato e dalle dirompenti politiche immigratorie. La grande crisi finanziaria del 2008 aveva alla propria base, come viene ricordato anche in questo Rapporto, la denatalità e l’indebolimento della famiglia. L’Unione Europea perseguita le nazioni aderenti all’Unione che conducono politiche nataliste. In ogni dove si riscontra una lotta interna per la denatalità e la natalità.
Natalità e immigrazioni obbligano ad andare alla radice della questione sociale oggi, e le questioni radicali sono sempre occasione di scontro, di lotta, di guerra. Sono radicali sia perché su di esse una società o si salva o si suicida, sia anche perché nessun altro problema sociale può essere risolto se non si risolvono questi. La radicalità implica anche contrapposizione delle soluzioni, come una specie di guerra civile per la vita o per la morte: i fenomeni della popolazione non hanno carattere spontaneo ma di pianificazione politica in ordine al potere.
Anche la cultura è un settore orientato dalle politiche demografiche. Le tesi esposte da Emil Mihai Cioran in L’inconveniente di essere nati è solo un esempio nell’ampia letteratura dissuasiva della natalità. Pure la letteratura sull’infanticidio è vasta e non si limita ai libri di Peter Singer. David Benatar, autore del libro Meglio non essere mai stati: il danno di venire all’esistenza ha notevolmente alimentato i movimenti per l’estinzione. Se a questo si associano la cultura gender, gli stili di vita della postmodernità woke, l’estremismo ambientalista per l’estinzione … possiamo concludere che anche chi mobilita la cultura sta svolgendo una guerra demografica.
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