sabato 20 febbraio 2016

Astinenza e digiuno: la bellezza dell’ordine nel rapporto con il cibo



Duccio da Buoninsegna, Tentazioni di Cristo
Duccio da Buoninsegna, Tentazioni di Cristo



Potrà sembrare strano, in un blog che parla di bellezza della tavola, dedicare un post al tema del digiuno. Eppure c’è bellezza anche nel digiuno, nelle astinenze.
A tavola è importante rispettare le regole, mangiare con ordine, seguire un rito. L’uomo non mangia solo per nutrirsi, come fanno gli animali, ma è capace di dominare i propri istinti, dando valore alla tavola come momento di socialità, di relazione, di crescita personale. Quindi anche nel suo rapporto con il cibo esprime cultura, valori, stile di vita. E anche la sua fede. 
Gesù nel deserto ha digiunato 40 giorni e 40 notti, ha ricordato che “Non di solo pane vive l’uomo”, che ci sono cose più importanti del cibo, che la penitenza anche alimentare ha un grande valore. Per il cristiano non ci sono cibi proibiti, cibi impuri; ma proprio per questo, poiché tutto è cosa buona, rinunciarvi in vista di un fine superiore fa acquistare maggior merito. Quando digiuno o pratico l’astinenza dalle carni non sto evitando una cosa proibita, ma sto rinunciando volutamente ad una cosa buona, per spirito di sacrificio.
 
Fin dagli albori del monachesimo e dell’eremitismo cristiano, le astinenze e i digiuni sono una costante della vita del monaco, proprio sull’esempio di Gesù stesso e di san Giovanni Battista. Uno stile di vita analogo non può essere richiesto anche ai fedeli laici ma, considerando i vantaggi spirituali di queste pratiche, la Chiesa ha voluto proporre anche ai laici di praticare ogni tanto giorni di astinenza dalle carni e giorni di digiuno. Nel Medioevo erano tanti i giorni di astinenza: il mercoledì e il venerdì, le vigilie delle feste liturgiche (e le feste erano tantissime), la Quaresima. In totale si calcola che fossero circa 150 giorni all’anno.
 
Frans Snyders, Il mercato del pesce
Frans Snyders, Il mercato del pesce

L’astinenza dalla carne ha incentivato il consumo di altri cibi: pesce, uova, latticini, pasta,  stimolando la creatività nel cucinarli e la qualità nella produzione. Tra l’altro, tutto questo ha comportato come conseguenza quella di seguire una dieta molto varia, che oggi sappiamo essere tanto salutare.
 
Possiamo pertanto affermare che il monachesimo ha plasmato le abitudini alimentari anche dei fedeli laici e ha contribuito alla salute non solo dello spirito ma anche del corpo.
 
Oggi per i cristiani i giorni di astinenza e digiuno sono di meno, rispetto ad altre epoche, ma resta il profondo significato spirituale, non solo individuale ma anche collettivo. Siamo cristiani, siamo quelli che mangiano “di magro”, siamo quelli che digiunano il Mercoledì delle Ceneri (per chi è  ambrosiano il primo venerdì di Quaresima) e il Venerdì Santo.
 
La pratica dell’astinenza non è solo penitenziale (in realtà non c’è un grande sacrificio a mangiare pesce, formaggi o un bel piatto di spaghetti al pomodoro) ma è anche segno di appartenenza culturale, è un collante di un’identità religiosa e sociale.
 
I giorni di digiuno sono sicuramente più impegnativi (onore al merito di chi tutto l’anno fa la scelta di digiunare a pane e acqua il venerdì e c’è chi lo fa anche il mercoledì). Dobbiamo fare digiuno sentendo fortemente la nostra appartenenza alla comunità ecclesiale, dobbiamo sentirci commilitoni in una piccola battaglia per il bene.
 
C’è anche la tradizione dei digiuni collettivi straordinari, indetti dalla Chiesa come pratiche di espiazione e supplica a Dio in occasioni particolari: nell’805 Carlo Magno chiese al suo vescovo Gerbaldo di promuovere un digiuno collettivo per scongiurare il pericolo di una carestia. San Giovanni Paolo II organizzò per il 5 marzo 2003 una giornata di preghiera e di digiuno di tutta la Chiesa cattolica “per la causa della pace, specialmente nel Medio Oriente” (eravamo alla vigilia dell’attacco all’Irak). Il 7 settembre 2013 Papa Francesco ha indetto una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria. In quelle occasioni anche molte persone lontane dalla Chiesa cattolica hanno aderito all’invito, apprezzandone il significato altamente spirituale e culturale.
 
Il digiuno ha un valore anche educativo, antropologico: essere capaci di praticare questo sacrificio è un antidoto potente contro la voracità,  contro il vizio di essere schiavi della gola. Dimostriamo di essere padroni di noi stessi, di saper fare rinunce in vista di un fine superiore. Altrimenti diventiamo come Esaù, che per un piatto di lenticchie ha rinunciato alla primogenitura.
 
La Quaresima è insomma anche una bella occasione per allenare la virtù della fortezza. Così impariamo a dare più valore alle cose. E se abbiamo in casa dei bambini, non esitiamo a stimolarli nei piccoli “fioretti”: sono molto preziosi per la loro educazione. Vivono  in mezzo alle seduzioni materialistiche ed edonistiche della nostra società. Molti bambini hanno tutto, non si nega loro nulla eppure sono scontenti, vogliono sempre di più, alla fine non sanno apprezzare quello che hanno, non sanno dare valore alle cose. I fioretti aiutano a fortificarsi e ad accogliere con gioia i doni che ci vengono dati.
 
Mi vengono allora in mente le parole di Gesù: “Quando digiunate, non fate i tristi come gli ipocriti. Che si imbruttiscono la faccia. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia.”
 
 
Perché quando digiuniamo stiamo facendo una cosa bella, una cosa grande, una cosa importante, stiamo combattendo una piccola battaglia ma in ottima compagnia e per un grande ideale. Siamo sulle orme di secoli e secoli di monachesimo, di grandi tradizioni e di uno stile di vita che ha contribuito alla crescita morale, sociale e (perché non ricordarlo?) anche economica della nostra civiltà.
Buona Quaresima a tutti … nella certezza che arriverà la gioia della mattina di Pasqua!






paneefocolare.com/2016/02/18

 

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