sabato 1 ottobre 2011

Cardinali e Patriarchi: si allarga il magistero in sostegno della celebrazione "ad orientem"



Non è più "solo" Papa Benedetto che con gli scritti, la parola e l'esempio (ricordate la celebrazione annuale dei battesimi alla Sisitina e la sua messa quotidiana nel Palazzo apostolico), predica il ritorno più diffuso della celebrazione "ad Orientem", cioè di tutti i fedeli (ministri ordinati e laici) dalla stessa parte dell'altare.

Ora, a poca distanza l'uno dall'altro, altri eminentissimi gerarchi della Chiesa scendono in campo, per sostenere le ragioni della piena cittadinanza del celebrare "tutti rivolti nella stessa direzione", cioè "verso il Signore".
La prima citazione è del Cardinale arcivescovo di Colombo, Malcom Ranjith, già segretario della Congregazione del Culto Divino, e molto attivo nella formazione liturgica dei suoi sacerdoti srilankesi (da quanto conosco di prima mano, assai devoti e pii, ma al contempo assai digiuni - non per colpa loro - di conoscenze approfondite del rito romano e della corretta ars celebrandi). Ordunque così ha detto Sua Eminenza durante un intervento tenuto all'Assemblea Ecclesiale della Diocesi di Porto-Santa Rufina, il 23 settembre scorso (l'intera relazione la trovate a questo sito. Qui riporto un breve stralcio):


La tentazione del protagonismo

Il problema è che noi Vescovi e sacerdoti, in quanto esseri umani, siamo tentati dal protagonismo: metterci al centro ci dà soddisfazione – ciò che chiamo ‘coccolare l’ego. Con la Messa celebrata versus populum tale tentazione è molto più forte. Con la nostra faccia verso il popolo aumenta la tentazione di essere uno ‘showman’.


In un bell’articolo scritto da un autore tedesco si trova il seguente commento interessante in materia: “Mentre nel passato il sacerdote funzionava come l’anonimo intermediario, primo tra i fedeli, rivolto verso Dio e non il popolo, rappresentante di tutti e con loro offrendo il sacrificio … oggi lui è una persona speciale, con caratteristiche personali, il suo stile personale, la sua faccia rivolta verso il popolo. Per molti sacerdoti questo cambiamento è una tentazione che non riescono a superare … per loro, il livello del loro successo nel protagonismo diventa una misura del loro potere personale e così l’indicatore di un feeling della loro sicurezza e disinvoltura personale” (K. G. Rey, Pubertaetserscheinungen in der Katholíschen Kirche, - Segni della Pubertà nella Chiesa Cattolica - Kritische Texte, Benzinger, vol. 4, p. 25).

Oggi si nota sempre di più una forte mancanza di consapevolezza di ciò che accade durante la celebrazione Eucaristica. Con questo tipo di protagonismo del quale Rey parla, il sacerdote diventa l’attore principale che esegue un’opera teatrale con altri attori su di un palco, e più creativo e attivo egli diventa, più pensa di essere riuscito ad impressionare gli spettatori e così trova una soddisfazione personale. Ma dove è Cristo in tutto questo? Lui sembra essere il grande dimenticato!

La seconda citazione la traggo dalla lettera enciclica che il Patriarca Gregorio III ha scritto questo mese di settembre alla Chiesa Greco-Melkita da lui presieduta, affrontando in modo globale il tema del rinnovamento liturgico intrapreso da questa Chiesa greco-cattolica. [La lettera di Sua Beatitudine, in inglese, può essere visionata in questo sito.]

A parte le questioni pratiche che riguardano il solo rito melkita, è invece molto importante e interessante tutta la prima parte, quella teologico-liturgica, della lettera, perché espone la visione della liturgia da una prospettiva cattolica-orientale, complementare rispetto alle idee occidentali e non trascurabile nelle prospettive che apre.

Vi riporto, in traduzione italiana, solo la parte che riguarda quella che il Patriarca Gregorio (ripetendo una espressione della Congregazione per le Chiese Orientali) chiama "nuova e recente" innovazione latina di celebrare con il sacerdote sempre rivolto al popolo. Il num. 41 della lettera, che qui espongo, è una lunga citazione del num. 107 del documento del 1996 emanato dalla Congregazione vaticana per le Chiese d'Oriente a proposito della recezione della riforma liturgica del Vaticano II nelle comunità orientali in comunione con Roma.

Ribadisce dunque il Patriarca dei Melkiti:
41 L'Istruzione menziona l'importanza di pregare verso l'Est nel num 107: Sin da tempi antichissimi era in uso nella preghiera delle Chiese orientali prostrarsi fino a terra, rivolgendosi verso oriente; gli stessi edifici sacri venivano costruiti in modo che l’altare fosse rivolto ad oriente. San Giovanni Damasceno spiega il significato di questa tradizione:

«Non è per semplicismo e per caso che preghiamo rivolti verso le regioni d’oriente (…). Poiché Dio è luce (1Gv 1,5) intelligibile e nella Scrittura il Cristo è chiamato Sole di giustizia (Mal 3,20) e Oriente (Zac 3,8 secondo la LXX), per rendergli culto è necessario dedicargli l’oriente. Dice la Scrittura: “Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato” (Gen 2,8). (…) Alla ricerca della patria antica e ad essa tendendo, rendiamo il culto a Dio. Anche la tenda di Mosè aveva il telo e il propiziatorio rivolti ad oriente. E la tribù di Giuda, in quanto era la più insigne, si accampò dalla parte rivolta ad oriente (cfr Num 2,3). Nel tempio di Salomone la porta del Signore era rivolta ad oriente (cfr Ez 44,1). Infine, il Signore messo in croce guardava verso occidente, e così noi ci prostriamo rivolgendoci in direzione di lui. Al momento di ascendere in cielo era innalzato verso oriente e così i discepoli lo adorarono, e così verrà, nel modo in cui essi lo hanno visto ascendere in cielo (cfr At 1,11), come lo stesso Signore disse: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino ad occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo (Mt 24,27). Attendendo lui, ci prostriamo verso oriente. Si tratta di una tradizione non scritta, derivante dagli Apostoli»

Questa ricca e affascinante interpretazione spiega anche la ragione per la quale chi presiede la celebrazione liturgica prega rivolto verso oriente, proprio come il popolo che vi partecipa. Non si tratta in questo caso, come spesso viene ripetuto, di presiedere la celebrazione volgendo le spalle al popolo, ma di guidare il popolo nel pellegrinaggio verso il Regno, invocato nella preghiera sino al ritorno del Signore.

Tale prassi, minacciata in non poche Chiese orientali cattoliche per un nuovo, recente influsso latino, ha dunque un valore profondo e va salvaguardata come fortemente coerente con la spiritualità liturgica orientale.

Difficile essere più chiari di così. C'è da chiedersi, tuttavia, come sia possibile che sia gli studi recenti del settore, sia il magistero del Papa, delle Congregazioni vaticane e dei vescovi più autorevoli del mondo vadano da una parte, eppure la prassi continui a camminare per inerzia secondo le "novità" imposte una quarantina d'anni fa come "comandate dal Concilio" (e non è affatto vero!!).
La cosiddetta "soluzione benedettiana", del crocifisso e le candele sull'altare, non risolve la questione, anche se ha il merito di risollevarla e renderla, per così dire, visibile e da affrontare.


Fonte:www.cantualeantonianum.com

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