sabato 5 novembre 2016

DUE PAROLE SU LUTERO


 

 

Pubblichiamo in esclusiva l'interessante riflessione di don Enrico Bini  -presbitero della diocesi di Prato- sul pensiero di Martin Lutero


Canonico Enrico Bini

Da modesto discepolo di mons. Brunero Gherardini, uno dei maggiori esperti italiani sul pensiero di Martin Lutero, sono rimasto molto perplesso dai giudizi comparsi sulla stampa circa la personalità dell'agostiniano tedesco. 

La storiografia cattolica nel corso del Novecento ha maturato una valutazione più serena e meno oltraggiosa dell'opera luterana. Una maggiore conoscenza delle fonti storiche ha permesso di conoscere le luci e le ombre di Lutero, anzi certi storici cattolici come E. Lortz e R. Garcia Villoslada hanno scritto degli splendidi studi sugli esiti della riforma protestante, nel XVI secolo. Le finalità della teologia luterana inserite in un pensiero teologico non sistematico, ma ricco di spunti non è per niente facile da riassumere e non accetta facili semplificazioni.

Per esempio, quando si parla della finalità riformatrice di Lutero si dimentica che non si tratta di una conversione dei costumi morali personali o ecclesiali. Per il monaco agostiniano occorreva una riforma della dottrina, che egli ritenne di aver individuato nella famosa esperienza della torre di Wittemberg, con la giustificazione mediante la sola fede, che contiene l'unica ed esatta interpretazione dell'evangelo di Gesù Cristo. L'intuizione luterana fu di natura squisitamente spirituale, e credo si possa affermare venne intesa dal monaco come una necessità per la chiesa. La decisione per la riforma, secondo una nota espressione di Karl Barth, fu vissuta nel quadro di una missione profetico- escatologica della quale Lutero si sentì come investito, tanto che i suoi ammiratori contemporanei lo videro come un Elia redivivo.

Nessuno, in questi giorni, ha ricordato che mentre Lutero diffondeva le sue 95 tesi, da pochi mesi si era concluso il concilio Lateranense V, che intendeva riformare la curia romana, i religiosi e con un documento sulla predicazione della sacra scrittura nella chiesa. Ma questo non poteva bastare alla strada nuova tracciata e intuita da Lutero. Lo stesso concilio di Trento non ebbe alcuna remora ad usare il termine riforma, che è una delle espressioni più ricorrenti nei suoi documenti, ma sempre nel senso di una modifica delle strutture della chiesa, ma non del deposito dottrinale.

La seconda affermazione circa l'aver messo in mano del popolo la sacra scrittura esige una chiarificazione. La splendida traduzione luterana in lingua tedesca della bibbia venne intesa come possibilità per il libero esame del fedele, oltre all'interpretazione ecclesiale. Questo ha comportato la precoce dissoluzione del movimento protestante in molteplici comunità, in competizione anche armata tra di loro, soprattutto nei secoli XVII e XVIII.

La chiesa cattolica non temeva la scrittura al popolo, ma la sua privata interpretazione, ossia fuori dal perimetro indicato in maniera chiara dalla Dei Verbum, della tradizione e del magistero. Se la chiesa ha messo in guardia i fedeli, non l'ha fatto per timore della scrittura, ma al contrario perché ne riconosceva la testimonianza sigillata dalle dottrine dell'ispirazione e della inerranza. Se noi esaminiamo l'esatto intendimento del concilio di Trento, circa il valore della scrittura per la chiesa, si vede indicato in tre verbi: accogliere, venerare e conservare la Parola di Dio, invitando a evitare il disprezzo e l'irriverenza verso il sacro testo (sess. IV del 1546). Le parole del tridentino risuonano profetiche, pensando alle infinite interpretazioni a cui si è sottoposto l'annuncio biblico, nel pensiero protestante.

Questi due esempi ci devono far capire che Martin Lutero, non si presta a facili celebrazioni, che non passino per una conoscenza oggettiva del suo pensiero e dei condizionamenti storico-politici che lo determinarono, ma senza confusioni e troppo facili concordismi, che forse non sarebbero graditi neppure allo stesso riformatore di Wittemberg. Insomma, la personalità del monaco agostiniano sarà sempre un segno di contraddizione per molti in Israele, e qui risiede la ragione anche del suo fascino.

 

 





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