lunedì 6 febbraio 2012

Il Vaticano II fu fedeltà e rinnovamento






Intervista sul Concilio dell'arcivescovo Loris Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXIII



di Giacomo Galeazzi

«Il senso del Concilio è tutto racchiuso nel binomio fedeltà-rinnovamento», scandisce l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, 96 anni, braccio destro di Giovanni XXIII e poi delegato pontificio a Loreto. A cinquant’anni dal Vaticano II, è ricco di sfumature il ritratto che ne fa "Vatican Insider" un testimone d’eccezione come il segretario particolare di papa Roncalli. Nessuna discontinuità tra Roncalli e il suo successore Montini, garantisce Capovilla:" Con Paolo VI la Chiesa ha continuato la sfida del Concilio. Giovanni XXIII non è il personaggio di una fiaba, non è spuntato fuori dalla fantasia di un romanziere. Se lo consideriamo come un anello della catena apostolica riusciamo a inquadrare il suo carisma, se lo stacchiamo non capiamo più nulla". Si ricordano sempre le parole dedicate da Roncalli alla luna in piazza San Pietro.



"È vero sono molto belle, ma se voglio ascoltare una sublime invocazione alla luna preferisco Leopardi. Voglio dire che non è questa la sostanza di Giovanni XXII. Partiamo dai dati di fatto".«Se la Chiesa fosse solo fedeltà sarebbe un museo, se fosse solo rinnovamento sarebbe un’anarchia, perciò Giovanni XXIII utilizzò uno strumento previsto dal codice di diritto canonico del 1917: il Concilio ecumenico- racconta monsignor Capovilla-. Ed è una falsa leggenda quella che l’annuncio del Vaticano II sia avvenuto con la Curia romana tenuta completamente all’oscuro-. Papa Giovanni ne aveva parlato con il suo confessore Cavagna, con me, con il segretario di Stato Tardini, con Dell’Acqua, Ottaviani, Pizzardo, Agagianian. L’annuncio non fu un fulmine che scese dal Monte Sinai e lo spiegò con le tante istanze che si accumulavano sulla sua scrivania. Mi disse:”Per affrontare tutti questi problemi che mi vengono sottoposti da ogni parte del mondo servirebbe qualcosa di eccezionale”». Accadeva già all’origini del cristianesimo:«Negli Atti degli Apostoli, ogni decisione presa reca la formula: “così è piaciuto allo Spirito Santo e a noi”. A noi, non a me».

E con umiltà Giovanni XXIII aggiunse: «Il Concilio è presieduto da Nostro Signore, io ne sarò solo il cappellano». Sottolinea Capovilla: «Il Concilio Vaticano II è stato il primo autenticamente ecumenico, perché quello convocato da Pio IX non riunì a Roma i vescovi di tutto il mondo bensì i nobili prelati occidentali che rappresentavano la Chiesa nelle terre lontane. Nel 1869 non erano mica africani i vescovi di quel continente e un vescovo è tale in quanto condivide con i propri fedeli la vita reale. In tanti si sono chiesti come sia venuto in mente a Giovanni XXIII di riunire l’episcopato mondiale, eppure è nella storia ecclesiale il riunirsi per risolvere questioni». Appena scritta la Pacem in terris, richiamando L’imitazione di Cristo, disse: “L’uomo pacifico fa più bene che il molto istruito”. In quell’enciclica sentiva vivo l’esempio che volle dare nel corso della sua esistenza. Non si arrogava titoli di maestro, di riformatore, di magico risolutore dei problemi sollevati dalla drammatica situazione del mondo. Si accontentava di assolvere il primo dovere: camminare accanto agli altri uomini. Amandoli e portando il Vangelo in mezzo a loro». Il Vaticano II, indetto nel 1959 ad appena tre mesi dall’elezione al pontificato e celebrato dal 1962 al 1965, ha profondamente modificato la Chiesa e il suo rapporto con il mondo contemporaneo. Il «Papa buono» diceva: «So che alcuni giudicano i miei passi, è bene così, la Chiesa non è una dittatura”». Racconta Capovilla: «Si affidava a Dio e ripeteva “non è il Vangelo che sta cambiando, siamo noi che cominciamo a capirlo meglio”. Non si limitò a rinnovare le sacrosante condanne della Chiesa per ciò che è sbagliato, scelse la medicina della misericordia. Quando ti siedi in confessionale, mi raccomandava, non attenderti la bestemmia, bensì il bestemmiatore e non confondere mai il peccato con il peccatore.

Per quanto grave sia l’errore, l’errante è depositario di diritti inalienabili, primo tra tutti il diritto al rispetto». Assicura Capovilla: «Non si è mai fatto illusioni, non era nelle sue corde. Era rimasto in silenzio dieci anni in Turchia, ogni sei mesi doveva rifare il passaporto e, per intercessione diplomatica francese, ottenne una sola udienza con il ministro dell’Interno ad Ankara. Eppure i rapporti diplomatici tra la Santa Sede e la repubblica laica sono dovuti a quel silenzioso decennio e così i suoi successori sul Soglio di Pietro poterono visitare la Turchia». Mezzo secolo dopo l’apertura dell’assise, commenta Capovilla che, come segretario, fu accanto a Giovanni XXIII negli anni del patriarcato a Venezia e nel pontificato, «il bilancio del Concilio è certamente positivo» e , a suo parere, i tre documenti conciliari più importanti sono «la costituzione dogmatica “Lumen gentium”, la “Dei verbum” sulla rivelazione divina e la “Sacrosanctum Concilium” sulla liturgia». Per illustrare il clima di una stagione tra le più feconde della storia contemporanea, monsignor Capovilla rievoca il 25 gennaio 1959, il giorno della convocazione. Nel suo «giornale dell’anima» Giovanni XXIII annota in quella storica data: «Il punto più importante fu la comunicazione segreta ai soli cardinali del triplice disegno del mio pontificato: Sinodo Diocesano, Concilio ecumenico Vaticano II, aggiornamento del Codice di diritto canonico. Tutto ben riuscito. Io mantenni la mia continuata comunicazione con Dio. Nel ritorno, la festa dei Romani da San Paolo fuori le Mura a San Pietro indimenticabile».

Osserva monsignor Capovilla: «Promosse un avvenimento di cui gli era impossibile prevedere tutte le conseguenze. I padri conciliari approvarono sedici documenti, patrimonio della Chiesa universale». L’arcivescovo prende le distanze da chi la considera una rivoluzione: «Malgrado incomprensioni e impazienze, nel cammino della Chiesa c’è rinnovamento nella continuità e non rottura col passato». Giovanni XXIII era «mite ed educato», evdienzia Capovilla. Il 26 ottobre 1958, due giorni prima di succedere a Pio XII, l’allora patriarca di Venezia, già riunito in conclave, mangiò da solo in camera, sentendo nell’aria le voci di una sua possibile elezione. Il 5 febbraio ‘59 accolse in Vaticano anche don Primo Mazzolari, definendolo la “tromba dello Spirito Santo della bassa padana”, malgrado le sue critiche ad una Chiesa che voleva “dei poveri e ricca solo d’amore”. Non era l’uomo delle facili illusioni. Non vedeva immediata l’unità dei cristiani, ma si incamminò in quella direzione. Il laico Mauriac lo vide aprire il Concilio scendendo dal trono per dire: “la mia persona conta niente” e capì che “aveva aperto una fessura” attraverso cui passa lo spirito. Per prudenza e delicatezza, rievoca Capovilla, papa Roncalli nei suoi diari usa formule tipo “mi dicono”. Come quando riceve il capo del Sant’Uffizio, Ottaviani che gli riferisce su Padre Pio e annota: “Se risponde a verità quanto mi è stato detto, siamo al disastro”. Precisa il suo storico segretario: «Se gli esprimevo un parere, mi rispondeva: ”Andiamoci cauti, ho bisogno di sentire più di un giudizio”. Lui la Curia la conosceva fino a un certo punto. Sapeva che la Chiesa non è stata affidata agli angeli ma agli uomini. Scelse Tardini come Segretario di Stato e gli disse “Voi qui al centro avete tanti mezzi, ma un povero nunzio come fa”?». Non dimenticava gli anni in Bulgaria e a Parigi, le questioni dei preti operai e di Teilhard de Chardin gestite non da lui, ma dal Sant’Uffizio.

Continua Capovilla:«In Francia parlava di fede con Saragat e la moglie, conobbe De Gasperi alla conferenza di pace. Da Papa definì Moro “statista di primo piano” e aveva un filo diretto con Fanfani attraverso Dell’Acqua. Se oggi Obama è presidente è anche perché lui nel ‘60 creò il primo cardinale nero». Papa Giovanni «intuì la Chiesa globale» Roncalli ha avuto delle grazie straordinarie come il lavoro, la fatica, il senso della comunità in una famiglia che viveva con cinque ettari di podere a mezzadria, un porcile e la campagna dei bachi da seta. Quando il futuro pontefice nacque,lo zio Zaverio nell’istante del battesimo affidò alla preghiera un ringraziamento da patriarca biblico: “stamane al suono dell’Angelus eravamo in 32, stasera siamo in 33”. È figlio di una fede che è antica sapienza, dei seminari di stretta osservanza tridentina, di una Chiesa realtà divina e umana, fatta anche di persone concrete. Roncalli è subito entrato nel solco di una grande tradizione ed è sempre rimasto nella strada dell’infanzia spirituale, quella da cui, secondo Bernanos, i santi non sono mai usciti».


Vatican Insider 6 febbraio 2012

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