mercoledì 31 dicembre 2025

Da Roma a Sanremo, due campane suonano: una per la morte, l’altra per la vita



Aula della Corte e Campana dei bimbi non nati Diocesi di Sanremo


Morte assistita e aborto

Fine vita, due campane che suonano: la Corte e la rimozione della vita



Lorenzo Bertocchi, 31 dicembre 2025

La campana ha suonato. Anzi, più campane. E non tutte per la stessa messa. Qualcuna, anzi, sembra suonare più per confondere le idee che per chiarirle.

La legge regionale toscana sul fine vita resta formalmente in piedi, ma dopo la sentenza n. 204 del 2025 della Corte costituzionale assomiglia più a un bicchiere mezzo pieno per chi ritiene che ci sia spazio per le Regioni sul tema, mezzo vuoto in realtà visto che le stesse Regioni al massimo possono occuparsi di questioni organizzative ma non entrare nei criteri di accesso, ad esempio. Infatti, la Consulta ha falcidiato tutto ciò che eccedeva le competenze regionali, ricordando una banalità che evidentemente andava ribadita: il suicidio assistito non è materia su cui le Regioni possano giocare in autonomia.

Era una sentenza attesa, quasi scontata. E infatti viene accolta con sorrisi e pacche sulle spalle dal presidente toscano Eugenio Giani e dall’associazione Luca Coscioni, che parlano come se avessero vinto. In realtà è il più classico dei pareggi: nessuno segna, ma qualcuno si porta a casa un punto pesante. Non la Toscana, bensì chi da anni spinge per una legge nazionale sul fine vita.

E qui la campana della Corte suona forte per mettere ulteriore pressione: le Regioni possono occuparsi di organizzazione sanitaria, non stabilire criteri di accesso alla morte assistita. Tradotto: basta scorciatoie, tocca allo Stato. E forse è proprio questo il punto che viene presentato come una vittoria.

Quella stessa campana, per chi non vuole una legge nazionale sul fine vita, suona come un rintocco funebre. Non per la libertà, ma per la prudenza. Una legge nazionale non “metterebbe ordine”: spalancherebbe una porta. Oggi con qualche paletto, domani con paletti più bassi, dopodomani senza più nemmeno quelli. La storia e le leggi sul “fine vita” in giro per il mondo insegnano che in questi casi l’ariete entra sempre prima come eccezione, poi come regola.

Mentre la Consulta suona a Roma, un’altra campana suona a Sanremo. Ed è una campana vera, di bronzo, non metaforica. Nata durante i “40 Giorni per la Vita” della diocesi di Ventimiglia–San Remo, per ricordare i bambini non nati a causa dell’aborto. Una campana che non accusa, non giudica, non condanna. Ricorda. E proprio per questo dà fastidio.

Talmente fastidio che il consigliere comunale Pd di Imperia, Edoardo Verda, parla di iniziativa “colpevolizzante” e di “delegittimazione di una conquista di libertà”. Curioso: una campana non colpevolizza nessuno. Non ha un programma politico, non vota, non twitta. Suona. E nel farlo ricorda una verità semplice, che molti fingono di non sapere più: la vita è vita fin dal concepimento. Se qualcuno ha dubbi, può rivolgersi alla biologia, non al campanile.

Eppure, mentre questa campana viene accusata di disturbare le coscienze, ce n’è un’altra che può suonare senza proteste: quella che accompagna l’idea che la vita smetta di essere tale quando diventa fragile, dipendente, scomoda. La campana della Corte, in questo senso, non suona per la vita, ma per la sua amministrazione.

Due campane, dunque. Una, quella sanremese, che ricorda che la vita va custodita dall’inizio. L’altra, quella della Corte, che invita a regolarne la fine. Nel mezzo, una politica che non ascolta davvero nessuna delle due, ma che rischia – con una legge nazionale sul fine vita – di trasformare un’eccezione tragica in un principio ordinario.

E quando le leggi iniziano a decidere chi può morire “con dignità”, è bene ricordarlo: non è una campana di libertà che suona. È un allarme.





Un racconto per il Capodanno: “Il torroncino”






Posted  31 Dicembre 2025


Quando s’intraprende la strada della negazione di sé e il male diviene l’orientamento fondamentale della propria vita, la coscienza si atrofizza, l’intelligenza si acceca, ma nel fondo del cuore qualcosa può ancora rimanere. Un po’ come la piccolissima brace che è sotto il legno ormai spento del camino. Non c’è più calore che vien fuori. Eppure, sotto-sotto, qualcosa ancora resta. Resta il ricordo dell’umanamente bello (come il gustare un semplice morbido torroncino quando si era fanciulli, premio di chissà quale buona azione). Il ricordo dell’umanamente bello s’impone anche alla soddisfazione mondana più grande. S’impone perché è vero, perché è conforme all’umano. Quando poi il dolore avvolge tutto e realisticamente riconduce alla propria, inevitabile, piccolezza, allora il ricordo dell’umanamente bello vien fuori prepotente… e inesorabilmente giudica.

Don Tommasino non si poteva muovere né parlare. Il suo corpo era quasi completamente paralizzato e un tubo fastidiosissimo gli occupava la bocca. Vedeva intorno a sé delle persone, ma non le conosceva. D’altronde don Tommasino non aveva parenti stretti, non aveva moglie né figli. Piuttosto vedeva due poliziotti che piantonavano l’entrata della camera.

Era il giorno di Capodanno e don Tommasino ricordava quello che gli era accaduto. Il Natale lo aveva passato come sempre, cioè con le persone giuste a parlare d’affari, giocare e divertirsi. Gli affari erano quelli di sempre, gestire quanti più mercati della droga. Il gioco era quello di azzardo e il divertimento era il contrario della Legge di Dio. Poi il buio: si era sentito male, qualcuno lo aveva portato all’ospedale con lo “sgarro” di dare al Pronto Soccorso le sue generalità; e la Polizia lo aveva finalmente catturato. I suoi amici e le sue donne, spariti, dissolti, volati via.

Da giorni don Tommasino non poteva pronunziar parola, non poteva muoversi né mangiare. Purtroppo, per lui, poteva pensare e ricordare, ma nessun pentimento lo sfiorava, anzi solo il rammarico di non poter continuare a gestire quello che in tanto tempo era riuscito ad accumulare. Poi tanto odio, desiderio di vendetta verso chi aveva approfittato della situazione per poterlo tradire. Non aveva paura di morire (d’altronde lui che aveva deciso di fare quella sporca vita non poteva aver paura di queste cose), aveva invece paura di rimanere così su quel letto o, guarito, in qualche cella carceraria.

La fame, poi, lo torturava. Tutto il giorno di Capodanno passò in quel modo, osservando qualche estraneo che gli stava intorno, che sparlava di lui, ma con molta “riverenza” perché… non si sa mai, qualora fosse guarito e fosse stato rilasciato. Pensava a tutto ciò che aveva a disposizione prima che avvenisse quella brutta cosa. Si concedeva il lusso di poter mangiare di tutto, di far venire nella sua villa i pranzi dei migliori ristoranti della Sicilia e anche sbatterli in faccia ai camerieri qualora non fossero stati di suo gradimento, tanto per dimostrare la sua potenza a chi gli faceva compagnia a tavola.

Verso sera, nella sua camera blindata a dovere, entrò il primario con due infermieri. Il medico fece cenno che poteva essergli tolto il tubo. Don Tommasino provò un sollievo come mai aveva provato. Poi il medico estrasse dal tascone del suo camice un torroncino, lo scartò e guardò il paziente negli occhi. “Apra la bocca – gli disse e pose il torroncino nella bocca dell’uomo- auguri, oggi è Capodanno. Sto facendo un po’ come Babbo Natale, distribuisco un torroncino a tutti i miei pazienti… e, se fanno i bravi, passerò anche domani sera a portarne un altro”.

Don Tommasino, con la fame che aveva, si gustò come non mai quel dolcetto morbido-morbido, così piccolo ma tanto buono. Quanti torroncini nella sua vita aveva buttato via!

Quella sera don Tommasino non riuscì a chiudere occhio. Un pensiero lo angustiava: chi gli avrebbe mai detto che un giorno sarebbe arrivato a desiderare così tanto un dono insignificante come un misero torroncino. Domani sarebbe arrivato nuovamente il dottore a portarglielo? Gli avrebbero tolto ancora per un po’ quel fastidiosissimo tubo? E don Tommasino visse nell’attesa di quel possibile, nuovo, dono; di quella piccola “novità” che iniziava a colorare di una speranza diversa la sua vita, adesso così malridotta su un letto di ospedale. Quando in passato era in attesa di notizie importanti (il carico dal Venezuela era arrivato? I soldi erano stati “puliti” bene? Il traditore era stato fatto fuori?) il suo pensiero non era così in ansia come adesso.

L’indomani il medico fece ritardo. Don Tommasino s’intristì e ogni volta che la porta si apriva, sperava che fosse il primario con il torroncino, ma rimaneva continuamente deluso. Quando poi il primario, con due infermieri, arrivò davvero, don Tommasino si commosse e ricordò l’ultima volta che i suoi occhi si bagnarono di lacrime. Lui, piccolino, e il fratello più grande che gli aveva strappato un torroncino dalla mano.





I Vescovi toscani sulla sentenza della Consulta sul fine vita




Il Senato pronto a riprendere l’esame del fine vita. Dopo la sentenza della Consulta. I Vescovi: ‘È urgente una legge’



Di Redazione Blog di Sabino Paciolla, 31 dicembre 2025

“La sentenza della Corte Costituzionale dimostra come avevamo già chiesto, l’urgenza di ripensare la legge sul fine vita coinvolgendo il Parlamento”, si legge in un articolo di Toscana Oggi.

“E questo il primo commento del Card. Augusto Paolo Lojudice (presidente della Conferenza Episcopale Toscana) in merito alla sentenza numero 204 del 2025 la Corte costituzionale ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale toscana numero 16 del 2025, in tema di aiuto al suicidio, ma ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale di diverse sue disposizioni.

‘Non crediamo – aggiunge il cardinale – nelle contrapposizioni, ma nel confronto aperto, schietto e democratico. Con questa sentenza non ci sono vincitori o sconfitti, ma solo la necessità di dialogo senza snaturare la posizione della Chiesa da sempre per la tutela della vita in ogni suo stadio’.

‘Come vescovi toscani – conclude il cardinale – ribadiamo la necessità di avere norme nazionali ispirate al riconoscimento del valore della vita’”, riporta Toscana Oggi.

La Corte Costituzionale ha accolto parzialmente il ricorso del Governo: non ha dichiarato illegittima l’intera legge toscana, riconoscendo che nel complesso essa è legittima in quanto disciplina aspetti organizzativi e procedurali nell’ambito della tutela della salute (competenza concorrente). Ha tuttavia bocciato diverse disposizioni perché invadono competenze esclusive dello Stato.

Articoli dichiarati incostituzionali: Art. 2 (requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito).
Parti degli artt. 5 e 6 (termini stringenti per verifica dei requisiti e modalità di attuazione).
Art. 7, comma 1 (obbligo per le ASL di fornire supporto tecnico, farmacologico e assistenza per l’autosomministrazione del farmaco).

La Consulta ha precisato che una disciplina regionale organizzativa e procedurale non è preclusa dal fatto che lo Stato non abbia ancora una legge nazionale organica sul tema.

Reazioni politiche riportate da Toscana Oggi: Centro-sinistra (Giani e Mazzeo): Soddisfazione per il riconoscimento della legittimità complessiva della legge e dei suoi contenuti. La Regione è pronta a modificare gli aspetti indicati dalla Corte. Sottolineano che la sentenza smentisce le critiche della destra e rilanciano la necessità di una legge nazionale per garantire uguaglianza su tutto il territorio.
Centro-destra (Stella – FI, La Porta – FdI): Considerano la sentenza una bocciatura sostanziale della legge, che viene “smantellata” e resa di fatto non operativa. Accusano la maggioranza toscana di aver volutamente aperto uno scontro istituzionale con una “legge bandiera” ideologica e priva di basi giuridiche. Ribadiscono che il tema è di competenza esclusiva del Parlamento nazionale e criticano i “trionfalismi” della sinistra.

Il nodo politico rimane aperto: tutti concordano sulla necessità di una legge statale, ma con valutazioni opposte sull’operato della Toscana.

Il Senato, riporta l’ANSA, è pronto a riprendere l’esame del disegno di legge sul fine vita dopo la pausa natalizia. Fonti di maggioranza indicano che già dal 7 gennaio potranno essere convocate le commissioni riunite Affari sociali e Giustizia per proseguire i lavori sul testo, interrotti per la sessione di bilancio.

A seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale sulla legge regionale toscana sul fine vita (che non dichiara illegittima l’intera norma, ma contesta alcune parti per violazione delle competenze statali), è in corso una fase di studio e approfondimento. Tra le ipotesi al vaglio, c’è la possibilità di riaprire i termini per la presentazione di nuovi emendamenti in Commissione.

Di seguito ripotiamo il commento della prof.ssa Lucia Comelli, autore di questo blog, alla notizia:

La sentenza della Corte Costituzionale di oggi sulla legge regionale Toscana – che di fatto introduce il sistema sanitario nelle procedure del suicidio assistito – mette fuori gioco il Ddl Zanettin-Zullo che lo escludeva, cioè il motivo fondamentale per cui i due parlamentari del centrodestra avanzavano una controproposta al Ddl Bazoli, ricorrendo al principio del male minore. L’unica proposta di legge possibile rimane quella Bazoli. Non si capisce tuttavia perché il centrodestra dovrebbe fare una legge come quella presentata dall’on. Bazoli: i parlamentari del centrosinistra se la facciano da soli… 

Questo però solleva enormi punti interrogativi sui nostri vescovi, che insistono sulla necessità di una legge ‘sul fine vita’ nel nostro ordinamento: in realtà, un simile disegno di legge non possono più chiamarlo ‘sul fine vita’, perché questo sarebbe esplicitamente una proposta di legge sul suicidio assistito, una proposta esclusa dal programma dell’attuale Governo, che non comprendeva di legiferare sul tema del fine vita. L’intervento del Card. Lojudice, presidente dei vescovi toscani, mostra come chi guida la Cei sia su questo tema allineato sulle posizioni – anticristiane – del Pd, eppure, l’attuale dirigenza preme affinché sia il centrodestra a presentare un disegno di legge del genere: forse per poter sostenere, alle prossime elezioni politiche di fronte ai fedeli che non c’è più una gran differenza sulle questioni bioetiche tra i due schieramenti?





martedì 30 dicembre 2025

IL DECLINO DELLA NATALITA’ E IL FUTURO DELLA FAMIGLIA



Cinzia Notaro intervista il prof. Gianfranco Amato.



Manca Concretezza

Ogni anno in Italia il tasso di natalità continua a scendere. I dati dell’inverno demografico spesso vengono comparati a quelli della Seconda Guerra Mondiale, della Prima Guerra Mondiale, o addirittura al periodo subito dopo l’Unità d’Italia. La politica e le iniziative pubbliche non sembrano dare soluzioni concrete.

Riflettiamo sulle cause di questo fenomeno con l’avvocato Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione Giuristi per la Vita, approfondendo diversi aspetti che potrebbero essere all’origine di questa crisi demografica: dalla globalizzazione alla prevalenza della finanza, all’individualismo crescente e alla digitalizzazione. Il concetto di “famiglia”, dulcis in fundo, sembra essere sempre più messo in discussione da fattori sociali e culturali.

Qual è la principale causa che determina questo calo della natalità?

Non sono del tutto d’accordo, come molti sostengono, che la causa principale della bassa natalità sia di natura economica. È vero che fattori come il lavoro precario e la disoccupazione giovanile influiscono, ma non sono la causa principale. A conferma di ciò, porto l’esempio di mio figlio, che nel 2020 si è sposato e, nonostante un inizio professionale difficoltoso, è diventato padre di quattro figli in quattro anni. Le motivazioni, quindi, sono più complesse. Spesso ci sono anche ragioni culturali e psicologiche che spingono le persone a non avere figli. Il dottor Donato Dellino, medico barese che si occupa principalmente di psicologia dello sviluppo, evidenzia una crescente separazione tra la maturità biologica e sociale: le donne tendono a posticipare la maternità a causa degli studi prolungati, e gli uomini affrontano problemi di fertilità legati all’età. Questo differimento nella procreazione ha effetti negativi sulla fertilità e sulla salute generale.

Esistono soluzioni politiche per invertire la tendenza demografica?


Le soluzioni politiche finora proposte sembrano più che altro pre-elettorali o fuori dalla realtà. Non si affrontano mai le vere cause del calo delle nascite, ma solo gli effetti. In questi ultimi anni, per esempio, nonostante il governo attuale abbia cercato di concentrarsi sulla famiglia e sulla natalità, non sono emerse proposte concrete che possano realmente fermare questa crisi.

Che ruolo gioca la globalizzazione nella crisi demografica?


La globalizzazione ha cambiato profondamente il nostro modo di vivere, soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino. Questo processo ha portato ad un indebolimento del modello di crescita che ha caratterizzato l’Italia nel dopoguerra, dando priorità alla logica del mercato e della finanza a discapito dei valori sociali e culturali. Ciò ha portato alla precarizzazione del lavoro e ad un impoverimento delle classi sociali meno abbienti, contribuendo ad una crescita demografica sempre più bassa.

L’immigrazione può risolvere il problema della denatalità in Italia?

Molti parlano dell’immigrazione come soluzione alla carenza di popolazione, ma questa idea è irrealistica. In Italia, il basso tasso di crescita economica non permette di sostenere un sistema che si regga solo sull’immigrazione. Inoltre, i costi di integrazione e i bassi contributi sociali degli immigrati rendono questa soluzione insostenibile a lungo termine.

L’intelligenza artificiale potrebbe risolvere il problema della denatalità?

L’intelligenza artificiale potrebbe migliorare alcuni aspetti della nostra vita, ma non credo che possa risolvere il problema della natalità. La sostituzione del lavoro umano con le macchine non è la risposta. In effetti, le soluzioni proposte da chi pensa che l’IA possa risolvere la disoccupazione con un reddito universale, non sono realistiche. Il modello che si sta cercando di proporre ha già fallito in altre realtà e potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva.

Perché molti giovani decidono di non avere figli?

Le ragioni sono diverse. Alcuni temono un futuro incerto, alimentato dalla paura della guerra o dei cambiamenti climatici. Altri, però, scelgono di non avere figli per esperienze familiari dolorose, come divorzi o traumi vissuti durante l’infanzia. Ci sono anche molti giovani che decidono di non fare figli per egoismo, preferendo dedicarsi alla carriera o a sé stessi. Queste scelte sono influenzate da un individualismo crescente, che sta facendo vacillare il valore della famiglia come base della società.

Quanto influisce la tecnologia sulla crisi della famiglia e della natalità?

La tecnologia ha un ruolo importante. L’uso eccessivo degli smartphone e dei social media sta creando una generazione sempre più isolata, incapace di socializzare e di formare relazioni profonde. Questo individualismo tecnologico rende difficile immaginare un futuro familiare, poiché i giovani sembrano sempre più disconnessi dalla realtà sociale, preferendo interagire attraverso schermi piuttosto che di persona.

Di cosa parla il professor Zimbardo nel suo libro Maschi in difficoltà?

È un accademico americano, noto per il suo lavoro sulle dinamiche sociali e psicologiche. Nel suo libro spiega come i ragazzi non sappiano più cosa dire tra di loro (sopratutto fra sessi opposti) e non sappiano più leggere il linguaggio non verbale.

Avv. Amato che cosa è esattamente la famiglia?

Di certo non è una costruzione sociale, ma un elemento naturale e pre-politico, che precede tutte le istituzioni come il diritto, la politica e la religione. La famiglia composta da madre, padre e figli, è un nucleo universale che esiste in tutte le culture ed epoche storiche, come dimostra una scoperta archeologica che ha rivelato i resti di una famiglia preistorica, composta da madre, padre e figli, sepolti insieme, uniti in modo simbolico e commovente. Quindi nessun Parlamento o legge può modificare la struttura naturale della famiglia.

Perchè la paragona la crisi demografica al declino dell’Impero Romano?

Bassa natalità e disintegrazione della struttura familiare sono il segno di un decadimento sociale che può portare al collasso di una civiltà, come è successo nell’antica Roma. Paragono la fine dell’Impero Romano al declino delle società moderne, in quanto crisi economica, perdita di valori morali, e soprattutto crisi demografica sono fattori che contribuirono alla caduta dell’Impero Romano, ed oggi stiamo affrontando gli stessi problemi.

Perchè definisce la società moderna “necrofila”?

La società sembra dare più importanza alla morte e alla distruzione (ad esempio, tramite l’aborto e l’eutanasia) che alla vita e alla procreazione. Questa cultura della morte mina la stabilità e la crescita di una società.

Perché critica l’educazione moderna, in particolare il prolungamento degli studi, come le medie e il liceo?

Perché sono inutili e ritardano l’età della procreazione, contribuendo così alla crisi demografica. Ritengo che la scuola dovrebbe essere più mirata e meno lunga.

Cosa pensa riguardo l’uso dei social media per incontrare partner e costruire relazioni?

I social media hanno cambiato profondamente il modo in cui le persone si relazionano. A mio parere, non è possibile costruire una relazione solida con qualcuno che si incontra casualmente online, rispetto ai luoghi di aggregazione sociale del passato, come gli oratori o i movimenti politici.

In cosa consiste la “Legge Nascere con Affetto” in El Salvador e quale il nesso con l’inverno demografico nel nostro paese?

Promuove la natalità e un’attenzione affettuosa ai neonati dando prova di come un paese possa adottare leggi che tutelano la vita e la famiglia, in contrasto con le politiche abortiste di molti paesi occidentali.

Come giudica la situazione attuale delle civiltà e cosa spera per il futuro?

La nostra civiltà è come una sorta di “parabola” che sta attraversando una crisi simile a quella della fine dell’Impero Romano. Tuttavia, nutre speranza nel fatto che i giovani, ancorati ai valori tradizionali e familiari, possano ricostruire una società più stabile e prospera.

Qual è il legame tra la crisi demografica e la crisi sociale?

La bassa natalità, insieme alla disintegrazione delle famiglie e alla crescente infertilità, contribuisce ad una crisi sociale più ampia, che include l’instabilità economica, politica e morale. La disconnessione tra i giovani e i valori tradizionali della famiglia e della comunità è alla base di questa crisi.











“Una omissione imperdonabile sulla Santa Vergine: il caso di Lc 1,28”






[…]
Non avrei voluto pubblicare indizi durante gli Esercizi Spirituali dei Sacerdoti. Ma siamo nel Tempo di Avvento e questa gravissima omissione (che esiste già dal 74) mi pare degna di nota, visto che riguarda il brano dell’Annunciazione. E può essere anche spunto di meditazione sul pericolo degli influssi protestanti sulle nostre Bibbie (che ricordo vengono lette nella Liturgia della Parola in Chiesa come testi ufficiali). 

La mia non vuole essere in alcun modo una polemica. Rispetto certamente il lavoro dei miei confratelli biblisti che hanno lavorato alle traduzioni CEI 74 e 2008. Ma mi pongo delle domande. Perché omettere dei versetti cruciali dalla Scrittura solo per far piacere ai protestanti? Questo non è vero ecumenismo. Questo si chiama semplicemente rinunciare alla Verità pur di non pestare i calli a nessuno.

Personalmente non credo sia questo il modo giusto per tradurre la Scrittura. Ribadisco: rispetto il lavoro dei miei confratelli biblisti. Ma alcune domande in questo caso mi sembrano d’obbligo. Per esempio: perché scegliere di omettere un versetto così importante? Credo che a questo punto abbia influito molto la “gerarchia ecclesiastica”. So infatti per certo che traducendo la CEI 2008, qualche confratello biblista ha avuto dei problemi. In quanto un gruppo di essi ha lottato per inserire questa parte di versetto omessa, ma l’ha spuntata il filone filo-protestante. E quindi è stato definitivamente archiviato. La mia domanda molto semplice è: perché?

Lascio alla vostra riflessione la risposta finale e mi accingo a mostrarvi la grave (a parer mio) omissione.


CEI 74: “Ti saluto o piena di Grazia. Il Signore è con te (omissione)” (Lc 1,28)

CEI 2008: “Rallegrati piena di Grazia, il Signore è con te (omissione)” (lc 1,28)

Nuova Vulgata: “Ave,gratia plena, Dominus tecum (omesso)” (Lc 1,28) (1)

Vulgata: “Ave gratia plena: Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus” (Lc 1,28)


Martini: “Dio ti salvi, piena di grazia: il Signore è teco: Benedetta tu fra le donne.” (Lc 1,28)

Ricciotti: “L’angelo, entrato da lei, disse: «Ti saluto, piena di grazia; il Signore è con te! Tu sei benedetta tra le donne” (Lc 1,28).

La differenza è eclatante. Tutte le versioni nel saluto dell’Angelo riportano anche “benedetta tu fra le donne”, mentre CEI 74 e 2008 hanno clamorosamente omesso questa parte di versetto.

Il motivo è molto semplice. Anche qui è una questione di codici del Nuovo Testamento.

Il versetto è incompleto solo nel codice Vaticano (B 03), nel codice Sinaitico (S 01), il codice di Parigi (L 19) e il codice di Washington (W 032). Ma in tutti gli altri codici è PRESENTE. E li elenco: è presente nel codice Alessandrino (A 02), nel codice Ephraemi Rescriptus (C 04), nel codice di Cambridge (D 05), nel codice Basel (E 07), in quello di Ultrecht (F 09), nel codice London (G 0 11) , Atene (N 022), Wolfenbuttel (P 24), Roma (S 28), Venezia (U 030), Munchen (X 33), codice Dublin (0 35) e circa altri 20 codici.

Quindi: 4 codici non riportano la porzione di versetto “εὐλογημένη σὺ ἐν γυναιξίν” (Benedetta tu fra le donne), mentre in 32 codici questa parte è presente.

Dunque perchè ometterlo? Per far piacere ai protestanti?

E’ vero che la stessa parte viene riportata integralmente al v. 42 (la visitazione, dove Santa Elisabetta saluta la Santa Vergine con “Benedetta tu fra le donne”). Ma NESSUNO può negare che la stessa frase pronunciata dall’Arcangelo Gabriele ha un significato molto più solenne, perché è Dio stesso che in quel momento saluta la Madonna con “benedetta Tu fra le donne”, visto che l’Arcangelo sta portando il messaggio di Dio. 

E poi, come ho detto altre volte in altre occasioni, la stessa frase biblica ripetuta 2 volte nello stesso capitolo ha un significato “amplificante”. Cioè se ne sottolinea biblicamente l’importanza. Le traduzioni delle Bibbie Cei (74 e 2008) e la Nuova Vulgata, omettendo parte del versetto, stanno togliendo importanza e solennità alla figura della Madonna e della Sua Verginità.

E il motivo è stato solo uno: non scontentare i protestanti. Dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte. La mia impressione è che pian piano, zitti zitti, si stia smontando in modo lento ma costante ciò che è il patrimonio della Verità Biblica. 

E il mio interrogativo è sempre lo stesso: come mai prima del ‘74 questo versetto era considerato tutto Parola di Dio e invece dopo ne è stata omessa una parte? Quel “Benedetta tu fra le donne” non è più Parola di Dio?

E tutto ciò a discapito della figura della Santa Vergine e di tutto ciò che Essa rappresenta per i Cattolici.

In conclusione: rispetto il lavoro di tutti. Ma questa non la possiamo perdonare.

Si torni urgentemente alla Vulgata di San Girolamo. Per non rischiare di perdere completamente il patrimonio dell’insegnamento genuino della Sacra Scrittura.




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(1) La Nuova Vulgata è una revisione (storpiata) della Vulgata di San Girolamo. Fu pubblicata ufficialmente nel 1979, con evidenti influssi protestanti. Alcuni versetti o passaggi presentano traduzioni che sono state modificate rispetto alla Vulgata originale, e che non rispecchiano in alcun modo la fedeltà ai testi ebraici o greci. Ciò ha suscitato critiche da parte di coloro che preferivano la formulazione tradizionale della Vulgata di San Girolamo. Anche le scelte in alcuni Salmi o nei Vangeli possono risultare meno poetiche o meno riconoscibili rispetto alla versione tradizionale, provocando una certa perdita di valore letterario.

La Nuova Vulgata rappresenta un chiaro allontanamento da una “Bibbia di riferimento” che aveva plasmato per secoli la teologia e la liturgia della Chiesa.




lunedì 29 dicembre 2025

COME AVERE UN'AMICIZIA CON IL NOSTRO ANGELO CUSTODE



Il nostro Angelo custode, è un grande amico prima di essere un angelo che ci protegge. Dobbiamo a lui tutte quelle buone ispirazioni che ci vengono e che spesse volte non ascoltiamo. Il nostro Angelo custode ci soffre davvero quando vede il suo protetto non obbedire alla sua voce, non compiere la volontà di Dio nell’osservanza dei suoi comandamenti.

Amicizia con il nostro Angelo custode

Non immaginiamo nemmeno quanto sia importante l’amicizia con i nostri angeli custodi. Essi sono reali come il vento che ci sfiora, non lo vediamo ma lo percepiamo, sentiamo se è caldo, se è freddo, se è forte, se è dolce. Loro ci amano e si curano di noi. Sono forti e belli, più lucenti del sole. Sono puri e ricolmi d’amore. Per questo dovremmo essere orgogliosi di stringere amicizia con loro.

Non dobbiamo mai dimenticare di salutarli, mattina e sera e ancor meglio se li invitiamo ad unirsi alla nostra preghiera. Non so se vi è mai capitato di ringraziarli… quante volte abbiamo sventato un incidente, abbiamo sfiorato una disgrazia, e noi? Cosa abbiamo detto? Per fortuna mi sono salvato…oppure… menomale stavo per morire….ma pochissimi dicono grazie al proprio amico alato, questo perché non c’è un’amicizia con il nostro Angelo custode. Anzi non solo dovremmo ringraziarlo per l’aiuto che ci dona, ma dovremmo anche comandarlo a portare i nostri ringraziamenti a Gesù, che ci ha fatto il dono di un custode celeste.

Dire grazie al nostro amico

Avere un’amicizia con il nostro angelo custode, ci porta ad una confidenza più intima nella preghiera. Dobbiamo prendere questa grande abitudine; quella di ringraziarlo per il suo aiuto e la sua protezione. Quando siamo tristi, quando siamo scoraggiati, quando siamo nella tentazione, dobbiamo ricordarci di invocarlo e di chiedere il suo aiuto; vedremo qualcosa di spettacolare, sentiremo la sua mano proprio come il vento che non vediamo, non tocchiamo ma sperimentiamo la sua esistenza, la sua forza, la sua freddezza, il suo calore.

Quindi concludendo; come possiamo stringere amicizia con il nostro angelo custode? Trattandolo appunto come si tratta un amico. Molti pensano che sia da fanatici parlare di amicizia con il nostro angelo custode, ma in realtà è proprio ciò che questo purissimo spirito desidera avere con noi.

Santa Gemma Galgani



Santa Gemma Galgani, ebbe delle bellissime esperienze con il suo angelioletto, anzi più che esperienza, ebbe una vera e pura amizia che andava oltre ogni immaginazione. Eppure non era una favola ma fatti veramente accaduti.


Fonte web 




domenica 28 dicembre 2025

Il Card. Burke su Conclave, “quiet revival”, gen Z e liturgia




Intervista del Cardinale Burke il 26/12/25 su conclave, quiet revival, gen Z e liturgia:

(Sul Conclave)… La gravità della situazione era particolarmente sentita a causa delle circostanze particolari di questo conclave. Il Collegio dei Cardinali era diventato molto numeroso, tredici al di sopra del numero normativo di 120, dal quale papa Francesco aveva dispensato per creare cardinali aggiuntivi. Allo stesso tempo, non avevamo celebrato un concistoro straordinario da più di dieci anni. Questi concistori sono solitamente occasioni in cui i cardinali si conoscono meglio tra loro ed esercitano la loro funzione di consiglieri del papa, a volte descritta come una sorta di “senato papale”. Di conseguenza, molti di noi non si conoscevano bene. Questo fatto ha intensificato il senso di responsabilità, ed è stato qualcosa che molti cardinali hanno commentato. Io stesso l’ho sentito molto fortemente.

Tuttavia, abbiamo confidato, e continuiamo a confidare, nella presenza dello Spirito Santo nel conclave. E, naturalmente, come diciamo spesso, una cosa è che lo Spirito Santo sia presente, un’altra è che i cardinali gli siano obbedienti. Confidiamo che tale obbedienza ci sia stata. (…)

CH: Molti cattolici, e non pochi giovani cattolici, continuano a essere preoccupati per il posto della Messa tradizionale in latino nella vita della Chiesa oggi. Come valuta il suo ruolo e quale approccio pastorale ritiene più fedele sia alla tradizione che all’unità ecclesiale?

CB: Credo che papa Benedetto XVI abbia fornito l’orientamento e la legislazione più corretti per il rapporto tra l’uso più antico del Rito Romano e l’uso più recente, spesso chiamato forma ordinaria del Rito Romano. Il suo principio guida era che entrambe le forme dovevano essere celebrate nella loro integrità e secondo la loro natura di culto divino. Come ha chiarito Papa Benedetto nella Summorum Pontificum, la forma più antica del Rito Romano, che è stata in uso per circa quindici secoli, dal tempo di Papa San Gregorio Magno e anche prima, ha alimentato la vita spirituale di innumerevoli santi, confessori, martiri, grandi teologi, grandi scrittori spirituali e di tutti i fedeli. Questo patrimonio non può mai andare perduto. In tutta la sua bellezza e bontà, è un tesoro che la Chiesa deve conservare e promuovere sempre. Quello che vediamo oggi è molto eloquente. Molti giovani, che non sono cresciuti con questo uso più antico, lo scoprono più tardi nella vita e lo trovano profondamente nutriente dal punto di vista spirituale, sia per loro che per le loro famiglie. La mia speranza, quindi, è che la saggezza di papa Benedetto XVI venga recuperata, per così dire, e che ci possa essere di nuovo un uso più ampio di entrambe le forme del Rito Romano, sempre celebrate con riverenza, sempre intese come l’azione di Cristo stesso, che rinnova sacramentalmente il suo sacrificio sul Calvario. Sono convinto che questo porterà grandi benedizioni alla Chiesa.

CH: Sotto Benedetto XVI, molti cattolici hanno sentito che c’è stato una sorta di periodo di “pace liturgica”. Forse possiamo aspettarci che ciò si ripeta?

CB: Sì, effettivamente. Quella pace è stata sperimentata in molti luoghi e può essere ripristinata.

CH: Recenti studi suggeriscono che la cosiddetta “Generazione Z”, ovvero coloro che sono nati approssimativamente tra la metà degli anni ’90 e la metà degli anni 2010, sia più conservatrice dal punto di vista religioso e morale rispetto alle generazioni precedenti. Ciò è evidente dall’aumento della frequenza in chiesa, non solo negli Stati Uniti ma a livello internazionale. In Inghilterra, ad esempio, i cattolici praticanti superano ora di numero gli anglicani praticanti. Sono passati cinquecento anni, ma siamo tornati indietro. Come interpreta questo fenomeno? La sorprende?

CB:
Non mi sorprende affatto. Questa generazione è cresciuta in una società moralmente e spiritualmente in bancarotta. Ha visto i frutti di un modo di vivere come se Dio non esistesse, di vivere, come diceva San Giovanni Paolo II, secondo ciò che ci piace in ogni momento invece che secondo ciò che Dio ci chiede.

I giovani hanno sperimentato il vuoto di questo modo di vivere. E per questo cercano qualcosa di solido, la verità, la bellezza e la bontà. Naturalmente, sono attratti dalla tradizione viva della Chiesa: la fede trasmessa dagli Apostoli, il culto divino della Chiesa e il suo insegnamento morale.

La mia generazione ha avuto la fortuna di crescere in un periodo di maggiore stabilità in questi ambiti. Non era un’epoca perfetta, non lo è mai, ma il culto divino, l’insegnamento morale e la chiarezza dottrinale erano in gran parte dati per scontati. Col tempo, molti di questi tesori sono stati trascurati o abbandonati, con conseguente impoverimento delle generazioni successive.

Ora i giovani vogliono recuperare ciò che è andato perduto. Vedo questo come un’espressione della grazia battesimale, l’opera dello Spirito Santo che muove il cuore che desidera conoscere Dio, amarlo e servirlo. Come pregava sant’Agostino al Signore nelle sue Confessioni: «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te».

CH: Ciò che mi colpisce è che questa riscoperta tra i giovani crea anche una sorta di responsabilità che scorre a ritroso. Genitori e nonni si rendono improvvisamente conto di possedere qualcosa di prezioso, qualcosa che la generazione più giovane desidera, e di avere il dovere di trasmetterlo.

CB:
Assolutamente.




L'ombra della mangiatoia è una croce



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Pillar of Faith il vescovo Strickland ci dona l'ennesimo messaggio che sostiene la nostra fede. 

28 dicembre 2025


Vescovo Joseph E. Strickland*

Siamo ancora nel Natale. La Chiesa insiste su questo. Dispiega la festa su più giorni perché il mistero è troppo grande per essere compreso tutto in una volta. La gioia è reale. Il cielo si è aperto. Dio è venuto tra noi. Il Verbo si è fatto carne, e nulla può annullare quel tripudio. La luce splende, e non è sopraffatta.
Ma questa gioia non è fragile, né ingenua. È abbastanza forte da guardare dritto alla verità.

Ecco perché la Chiesa non ci chiede di lasciarci alle spalle il Natale quando ci pone davanti questi testimoni. Ci chiede di comprendere il Natale più profondamente. Il Bambino nella mangiatoia non è venuto per rendere il mondo confortevole. È venuto per salvarlo. E la salvezza ha un prezzo.

E la tentazione è sempre stata la stessa. Quando il costo del discepolato diventa chiaro, quando la Croce appare alla vista, l'istinto è quello di attenuarla. Di rendere il messaggio più rassicurante. Di rendere la fede più facile da portare, rimodellandola in modo che non prema troppo contro il mondo. Questa tentazione non è nuova, ma è molto presente.

Lo vediamo ogni volta che la Chiesa inizia a parlare più di conforto che di conversione, più di sinodalità che di verità, più di accompagnamento che di fedeltà. Lo vediamo quando gli spigoli del Vangelo vengono smussati affinché nessuno ne sia turbato, nessuno venga sfidato, nessuno senta il peso della Croce. Lo vediamo quando ciò che un tempo era accolto con riverenza viene trattato come un ostacolo, quando ciò che un tempo era tramandato viene descritto come rigido, e quando la Chiesa inizia a prendere in prestito il linguaggio e le priorità del mondo anziché offrire al mondo qualcosa di diverso.

Ma Cristo non è venuto per rendere il mondo confortevole. E la Chiesa non è mai stata concepita per rispecchiare il mondo così da vicino da far scomparire la Croce dalla vista. Quando la mangiatoia viene separata dalla Croce, tutto diventa distorto. E la gioia – la vera gioia – viene sostituita dalla rassicurazione. Ma la rassicurazione non può salvarci. Solo Cristo può.

Ecco perché la Chiesa ci pone dinanzi Santo Stefano mentre ancora risuonano i canti natalizi. Ecco perché ci ricorda la lunga fedeltà di San Giovanni Apostolo e la silenziosa testimonianza dei Santi Innocenti. Queste non sono interruzioni. Sono ammonimenti dati con amore. Ci dicono cosa accade quando Cristo è veramente accolto e cosa accade quando Gli si resiste.

La gioia del Natale non sta nell'essere accettati dal mondo. Sta nell'appartenere a Cristo. E appartenere a Cristo ha sempre richiesto coraggio.

L'ombra della mangiatoia è una Croce. E quell'ombra cade ancora oggi sulla Chiesa. Per questo la Chiesa non ci lascia indugiare troppo a lungo nei sentimenti, anche se la gioia del Natale pervade ancora la sua preghiera. Vuole che comprendiamo che tipo di gioia sia questa. Non la gioia della consolazione preservata, ma la gioia della verità abbracciata.

Santo Stefano è il primo a stare sotto quell'ombra – e, nel giorno della sua festa, la Chiesa ce lo pone davanti mentre la gioia del Natale è ancora recente. Non cerca la morte. È pieno di grazia, pieno di Spirito Santo, e parla perché Cristo è nato, perché il Verbo si è fatto carne e non può essere messo a tacere. E quando arriva il prezzo, Stefano non si tira indietro. Non rimodella la verità per sopravvivere. Perdona; si affida a Cristo e muore con il nome di Gesù sulle labbra. La Croce lo ha raggiunto – non come una sorpresa, ma come il compimento di ciò che il Natale ha iniziato. Poi c'è San Giovanni, il discepolo amato e, nel giorno della sua festa, la Chiesa ce lo presenta. Gli fu risparmiata la spada, ma non il prezzo della verità. Cristo gli affidò la cura di Sua Madre, e lui ne portò il dolore come se fosse suo. Anche lui vive all'ombra della Croce, sebbene il suo cammino sia diverso. Rimane. Veglia. Soffre la lunga obbedienza della fedeltà. Porta la gioia dell'Incarnazione attraverso gli anni, mentre il mondo va avanti e la Chiesa si stanca. Il suo martirio è più silenzioso, ma non meno reale. Ci ricorda che la Croce non cade sempre in un solo istante. A volte rimane sulle spalle per tutta la vita.

E poi ci sono i Santi Innocenti. Non scelgono la Croce, ma sono intrappolati nell'ombra perché Cristo è venuto. Il potere trema sempre di fronte alla verità, e quando trema, colpisce per primo il più piccolo. Le loro vite ci dicono qualcosa che fa riflettere e qualcosa di consolante allo stesso tempo: che la venuta di Cristo mette a nudo la crudeltà del mondo, ma anche che nessuna sofferenza sfugge alla portata della misericordia di Dio. Anche qui, l'ombra della Croce non è abbandono: è il luogo dove Dio raccoglie ciò che il mondo distrugge. Presi insieme, questi giorni ci insegnano come vivere il Natale seriamente e autenticamente. Ci dicono che gioia e sacrificio non sono opposti. Sono fatti l'uno per l'altro. I pastori gioirono, ma tornarono alla vita ordinaria, resa santa dall'incontro. I Magi gioirono, ma non rimasero. Tornarono a casa per un'altra strada: cambiati, attenti e non più allineati con i poteri che un tempo servivano. E così è anche per noi.

Inginocchiarsi davanti alla mangiatoia non è la fine del discepolato. È l'inizio. Adorare il Bambino è accettare la Croce che porta con sé. Celebrare il Natale è lasciarci inviare – nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle parrocchie, in una cultura che non sempre accoglie la verità.

La Chiesa è più autenticamente se stessa quando ricorda questo. Quando rifiuta di barattare la fedeltà con la comodità. Quando permette che l'ombra della Croce rimanga visibile, anche durante i giorni di festa. Perché una volta negata quell'ombra, la mangiatoia diventa una decorazione invece che una rivelazione, e la gioia diventa superficiale invece che salvifica.

L'ombra della mangiatoia è una Croce. Lo è sempre stata. E questa non è una perdita. È la promessa che il Bambino che adoriamo è il Salvatore che redime, il Re che regna e il Signore che cammina con il suo popolo, anche quando la fedeltà costa tutto.

E la Chiesa, in questi giorni, dilata ancora di più la nostra visione, perché sa che abbiamo bisogno di più di un tipo di testimonianza. Ci dona non solo martiri e apostoli, ma una famiglia – la Sacra Famiglia – che vive silenziosamente sotto la stessa ombra. La Sacra Famiglia ci ricorda che la Croce è sinonimo di fiducia e perseveranza – e anche questo appartiene al Natale.

Poi la Chiesa ci presenta San Tommaso Becket, che si rifiutò di barattare la verità con la pace con il potere. Il suo martirio è un monito e una testimonianza. Non cercò il conflitto, ma non volle consegnare la Chiesa alle esigenze dello Stato. Ci ricorda che la Croce ricade in modo particolarmente pesante su coloro a cui è affidata la guida, e che la fedeltà a volte costa reputazione, posizione e persino la vita stessa.

Tutto questo appartiene ancora al Natale. Ecco perché la Chiesa dilata il Natale in più giorni invece di lasciarlo condensare in un momento. Sa che il mistero deve essere vissuto, non semplicemente ammirato. La gioia è reale – più profonda del sentimento, più forte della paura – ma è una gioia che sa dove sta andando.

L'ombra della mangiatoia è una Croce. E vivere pienamente il Natale non significa fuggire da quell'ombra, ma camminare al suo interno, confidando che il Bambino che vi è nato è lo stesso Signore che redime, sostiene e rimane con il suo popolo.

E così, mentre la Chiesa canta ancora con gioia natalizia – mentre il Gloria è appena svanito dalle nostre labbra – l'ombra della Croce si stende già sulla paglia della mangiatoia. Questa non è un'interruzione del Natale. È il suo significato.

Il Bambino che giace tra le braccia di Maria non è venuto per rendere il mondo più confortevole. Non è venuto per lenire le coscienze lasciando inalterati i cuori. È venuto per salvare – e la salvezza ha sempre un prezzo.

Ecco perché, proprio nell'ottava di Natale, la Chiesa ci propone i martiri.

Ricordiamo Santo Stefano, il cui sangue cadde come seme sulla terra, e ai cui piedi stava un giovane di nome Saulo, che teneva in mano i mantelli di coloro che lo avevano lapidato. Il primo martire della Chiesa pronunciò un'ultima omelia, non con le parole, ma con la sua morte. E Dio accolse quel sangue come una preghiera.

Perché l'uomo che acconsentì alla morte di Stefano sarebbe diventato un giorno Paolo, apostolo delle genti, a dimostrazione del fatto che nessuna sofferenza offerta per amore è mai sprecata e nessuna testimonianza resa a Cristo cade mai a terra senza essere vista da Dio.

L'ombra della Croce si estendeva non solo su Stefano, ma anche su Saulo, delineando già una futura conversione che avrebbe scosso il mondo.

La Scrittura ci dice che le ultime parole di Stefano non furono parole di accusa, ma di misericordia: «E, gettatosi in ginocchio, gridò a gran voce: Signore, non imputare loro questo peccato…» (Atti 7:59).

Quella preghiera non svanì nell'aria. Cadde come un seme. Si annidò – misteriosamente, silenziosamente – nell'anima di Saulo. E nel tempo stabilito da Dio, quel seme contribuì a dissodare il terreno più duro. Quando il mondo vede solo perdita, Dio sta già preparando la conversione. Quando il mondo vede solo la Croce, Dio sta già preparando la risurrezione. E quella verità è già presente nella mangiatoia.

Il Bambino avvolto in fasce è già avvolto nell'ombra della Croce. La paglia che ora lo avvolge cederà un giorno il posto al legno che lo trafigge. Eppure, da quella sofferenza giungeranno la salvezza, la misericordia e la conversione di cuori che non avremmo mai pensato potessero cambiare.

Ecco perché il Natale non è fragile: è senza paura! Perché l'Incarnazione non si ritrae dall'oscurità. Vi entra.

Non chiediamo quindi una fede che non ci costa nulla. Chiediamo una fede che può cambiare il mondo, a partire dal nostro cuore.

Che possiamo inginocchiarci davanti alla mangiatoia sapendo a cosa porta. Che possiamo stare in piedi davanti alla Croce confidando in ciò che Dio può ancora portare da essa. E che possiamo non dimenticare mai che anche ora – soprattutto ora – Dio è all'opera in modi che non possiamo ancora vedere.
L'ombra sulla mangiatoia non è la fine della storia. È l'inizio!

Che Dio Onnipotente vi benedica,
Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Amen.

*Vescovo emerito






sabato 27 dicembre 2025

IL NATALE DEI MISTICI NON E' CERTO QUELLO DEI TEOLOGI MODERNI




Cristina Sicardi

LA VISIONE DI ANNA KATHARINA EMMERICK

Gesù venne concepito in maniera soprannaturale e in maniera miracolosa nacque. Il Figlio di Dio non ebbe una nascita comune, come vorrebbero farci credere molti teologi e narratori contemporanei. Il loro intento è quello di “abbassare il livello”, di “snobilitare” tutto, seguendo la strada modernista: l’antropocentrismo e il naturalismo prendono qui il sopravvento ed ecco che la Madonna diventa una donna normale; san Giuseppe un uomo ordinario e Gesù Bambino acquisisce connotati da manuale di “psicologia evolutiva”; si sente addirittura dire che Egli «combinava marachelle come tutti i bambini».

Viene da domandarsi: ma se di monellerie san Domenico Savio non ne combinò mai, come risulta dalla sua biografia, che cosa dobbiamo pensare di Gesù Bambino? È chiaro che occorre tener fede a ciò che la Tradizione della Chiesa ha sempre detto, gettando alle ortiche tutte le false narrazioni che dalla metà del Novecento in poi hanno imperversato, offrendo immagini terra-terra, protestantizzanti, fino a giungere a vere e proprie profanazioni della “quotidianità” della Sacra Famiglia.

Nella Notte Santa, quando l’Emmanuele si manifestò agli uomini, la Madonna generò in maniera prodigiosa, senza l’aiuto di nessuno, in un’atmosfera di perfetto candore e pudore, come la beata e mistica Anna Katharina Emmerick (1774-1824) vide e descrisse nel libro La vita della Madonna: «Vidi che un insolito movimento regnava nella natura, negli uomini e in molti luoghi del mondo. Dappertutto si manifestava un’eccezionale energia emozionale. I simboli cosmici del Natale della Luce del mondo scesero nella coscienza e nei cuori di molti uomini».

Alla presenza di cori angelici, di luce intensissima, la natura freme, gli animali soavemente saltellano, nascono nuovi fiori, erbe e virgulti dal terreno; gli alberi «rinfrescati» diffondono una dolce fragranza e dal suolo scaturiscono molte nuove sorgenti d’acqua. Tutto il Creato partecipa al Grande ed Unico Evento.
Ed ecco che la «Santa Vergine annunciò al suo sposo che a mezzanotte si sarebbero compiuti i nove mesi dal momento in cui fu concepito il Santo Figlio e l’Angelo l’aveva salutata Madre di Dio. (…). Inoltre lo esortò ad unirsi a Lei nelle preghiere ardenti per intercedere la misericordia di Dio verso quei duri di cuore che le avevano negato l’ospitalità».

Siccome il momento del prodigioso evento si avvicinava, la Santa Vergine disse quindi a san Giuseppe era ormai prossimo e che desiderava rimanere sola, perciò lo pregò di rinchiudersi nella propria cella. «Il sant’uomo fu avvolto da una luce celeste soprannaturale». Il Bambino nacque e «Giuseppe contemplò la scena come una volta Mosè aveva fatto con il roveto ardente; poi, entrato con santo timore nella cella, si gettò proteso sul terreno e si immerse nella preghiera più devota. (…).

La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo. Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera (…). Vidi allora il suo corpo elevarsi dal suolo.

Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina che non sono in grado di descriverla. Vidi Maria Santissima assorta nel rapimento per qualche tempo, poi la vidi ricoprire attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla».

La sempre Vergine ‒ prima, durante, dopo il parto ‒ in piena salute e senza nessun segno di affaticamento, si avvolse con un velo insieme al Redentore, e lo allattò con il «suo santo latte». A Betlemme, sotto un firmamento che guidava i Magi al luogo benedetto, era nato il Re dell’Universo.



totustuus.it



PREGHIERA AL BAMBINO GESU'

Bambino Gesù nostra pace e riconciliazione abbi pietà di noi!
Signore, Gesù vengo davanti al tuo presepio con il cuore pieno di fiducia e di tenerezza.
Voglio essere come i pastori che nel cuore della notte si sono alzati per andare a vedere il Salvatore.
Apri anche le mie orecchie per sentire il canto di pace degli angeli e i miei occhi per vedere in te il Principe della Pace.

Che io ti riconosca come il Messia nella mia vita e mi metta alla tua presenza, come vedo fare al tuo papà e alla tua mamma in questo presepio.

Tu vieni nel mondo per riconciliare il cielo e la terra. Vieni a riconciliare anche me con il Padre.
Voglio stare un po’ con te nella tua grotta: solo qui accanto a te troverò pace e riposo, i miei dubbi si muteranno in certezze, i miei affanni in quiete, la mia tristezza in gioia, il mio turbamento in serenità.
In questo spazio troverà sollievo il mio dolore, acquisterò coraggio per superare la paura, mi riempirò di generosità per non arrendermi all’avvilimento e per riprendere il cammino della speranza.

Maria, vedo nel tuo volto la somiglianza con Gesù. Tu dai alla luce Colui che è la nostra riconciliazione.
Madre, mi rifugio in te e sotto la tua protezione imploro il perdono di Dio. Rendimi somigliante a Lui, per essere come lui Misericordia.

San Giuseppe, insegnami a proteggere la presenza di Dio in me come tu hai protetto Gesù Bambino e tua moglie Maria. Aiutami, con l’aiuto dei SS. Angeli, a riconoscere i subdoli attacchi di chi vorrebbe uccidere in me la presenza viva del Signore che il Padre ha voluto per me nel giorno del mio Battesimo. Che, dopo la visita a questo presepio, io guardi Gesù e Maria con lo stesso amore che posso ammirare nei tuoi occhi.
Angeli Santi di Dio continuate ad essere come oggi la voce di Dio che mi chiama, invitandomi ad alzarmi dal buio in cui cado a causa delle mie debolezze e del peccato. 

Gloria a Dio! Alleluia!



Fonte web 









venerdì 26 dicembre 2025

La Chiesa ci ha tolto il silenzio durante la Messa



Da un articolo del novembre 1969, successivo alla Riforma Liturgica, della giornalista, scrittrice e traduttrice cattolica Orsola Nemi (Firenze, 1903 – La Spezia,1985).
Articolo datato ma attualissimo. Oggi non si può più dire: "Che silenzio, sembra di essere in chiesa".




 Orsola Nemi

“La Chiesa ci ha tolto il silenzio durante la Messa, ha tolto la possibilità del colloquio segreto, intimo, di ciascuno con Dio, durante la mezz’ora che per il cristiano è la più importante, la più sacra, la più misteriosa della giornata.

Che cosa è, questa cosiddetta partecipazione alla Messa, se non un atto di profonda sfiducia verso l’opera segreta di Dio nelle anime, un intervento dell’uomo fra il credente e Dio?

I risultati sono palesi e tristi. Durante la Messa non più con Dio: ci dicono, dobbiamo unirci, ma fra noi. Però la Fede, la Speranza, la Carità sono atti individuali, non possiamo compierli senza la Grazia; non ameremo il prossimo se prima non avremo conosciuto Dio. E Dio si manifesta nel silenzio. Ora, durante la Messa non c’è un attimo di raccoglimento.

Ci si alza e ci si siede a comando, si ripetono ad alta voce le preghiere, non so con quale partecipazione, poi si ascolta la predica, infine ci sono i canti; e questo è il momento peggiore. Non si possono onestamente chiamarli canti.

I grandi inni che avevano attraversato i secoli, che ci afferravano, si impadronivano di noi con le possenti parole, ci scrollavano come il vento scuote gli alberi liberandoli dal seccume, sono ammutoliti, scomparsi.

Si odono invece cantilenare espressioni da comizio o da giornalismo scadente che per la loro miseria sfuggono a qualsiasi apprezzamento.

A questo è ridotta la nostra Chiesa, ricca di un tesoro liturgico e poetico che era di per sé una forza, la sua forza d’attacco, la prima che vinceva gli increduli.

Si può essere certi che nessuno si convertirà a sentire le nostre cantilene domenicali. Nemmeno durante la Comunione c’è silenzio. La gente in piedi, in attesa di ricevere l’Ostia, canta; i più zelanti, subito dopo averla ricevuta, riprendono a cantare.

Si vorrebbe umilmente chiedere alle alte gerarchie, a tutti i preti vescovi e cardinali che si radunano e discutono, di ridarci il silenzio durante la Messa.

Si vanno, ricercando innovazioni liturgiche, debitamente commentate da eruditi riferimenti, ma non serviranno a nulla, se non ci sarà restituito il silenzio durante la Messa, se in quella mezz’ora in cui il pane diventa Carne e il vino diventa Sangue, e noi, con disperata umiltà, per essere detti beati, crediamo quello che non vediamo, non potremo ascoltare nel silenzio il nostro Dio e Redentore, riconoscere nel silenzio la Sua Presenza Reale, non fosse che per un attimo.

Se non abbiamo questo, possiamo anche spegnere la lampada rossa, sbarrare la porta delle chiese e andare per i fatti nostri. E non ci si venga poi a parlare di unione fra noi, se quella lampada sarà spenta.”





giovedì 25 dicembre 2025

Che gli umili si aggrappino all’umiltà di Dio



i Sant’Agostino – Omelia nel giorno di Natale (Sermone 184)


Il mistero dell’Incarnazione è nascosto ai saggi del mondo


1. La Natività del Signore e nostro Salvatore Gesù Cristo, per mezzo della quale la Verità è sorta dalla terra (Sal 85,11), e il giorno che è nato dal giorno per noi è risplenduto oggi nel suo ritorno annuale, deve essere celebrato da noi: rallegriamoci e gioiamo in esso (Sal 1 18,24). Ciò che l’umiltà di tanta grandezza ha compiuto per noi, la fede dei cristiani lo sa, ma i cuori degli empi ne sono lontani; perché Dio ha nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti e le ha rivelate ai piccoli (Lc 10, 21). Gli umili, quindi, si attengano all’umiltà di Dio: affinché con questo grande aiuto, come con un sostegno alla loro debolezza, possano raggiungere l’altezza di Dio.

Ma quei saggi e prudenti, mentre cercano le cose alte di Dio e non credono in quelle umili, le trascurano, e per questo non raggiungono neanche quelle; sono leggeri e vuoti, gonfi e superbi, e sono rimasti come sospesi nel mezzo, tra il cielo e la terra. Sono saggi e prudenti, ma di questo mondo, non di colui per mezzo del quale il mondo è stato creato. Se infatti avessero in loro la vera saggezza, che è di Dio ed è Dio, capirebbero che Dio poteva assumere la carne, e non poteva essere trasformato in carne; capirebbero che egli ha assunto ciò che non era, e è rimasto ciò che era; e che è venuto a noi come uomo, e non si è allontanato dal Padre; e che ha perseverato in ciò che è, e ci è apparso come siamo; e che la potenza del suo corpo non è stata diminuita, né è stato disturbato l’ordine dell’universo. L’opera di colui che rimane con il Padre è l’opera della nascita della Vergine, che è venuta a noi.

Perché la Vergine madre ha dato un segno della sua maestà, vergine prima del concepimento, vergine dopo il parto; trovata incinta da un uomo, non generata; incinta di un maschio, senza un maschio; più beata e meravigliosa nella sua fecondità, non nella perdita della sua integrità. Preferiscono pensare che questo grande miracolo sia una finzione piuttosto che un fatto. Così, riguardo a Cristo, uomo e Dio, poiché non possono credere, disprezzano ciò che è umano in lui; poiché non possono disprezzare ciò che è divino in lui, non credono a ciò che è divino. Per noi, tuttavia, quanto più è spregevole per loro, tanto più è grazioso il corpo di Dio uomo nella sua umiltà; e quanto più è impossibile per loro, tanto più è divina la nascita verginale nella natività dell’uomo.

Rallegrino tutti i cristiani

2. Celebriamo quindi la Natività del Signore con la dovuta frequenza e festività. Si rallegrino gli uomini, si rallegrino le donne: Cristo è un uomo, nato da una donna; ed entrambi i sessi sono onorati. Venga quindi il secondo uomo, che nel primo era stato precedentemente condannato (cfr. 1 Cor 15,49). Una donna ci aveva persuaso alla morte: una donna ha dato alla luce la vita per noi. È nata una somiglianza della carne peccaminosa (cfr. Rom 8,3), affinché la carne peccaminosa potesse essere purificata. Pertanto, la carne non deve essere biasimata, ma affinché per natura possa vivere, la colpa possa morire; perché è nato colui che era senza colpa, in cui colui che era stato nella colpa potesse rinascere.

Rallegratevi, uomini santi, che avete scelto in modo particolare di seguire Cristo, che non avete cercato il matrimonio. Colui che avete trovato da seguire non è venuto a voi attraverso il matrimonio, per darvi il dono di disprezzare i mezzi con cui siete venuti. Perché voi siete venuti attraverso il matrimonio carnale, senza il quale Egli è venuto in modo spirituale al matrimonio: e vi ha dato di disprezzare le nozze, coloro che Egli ha chiamato in modo particolare alle nozze. Pertanto, non avete cercato l’origine della vostra nascita, perché avete amato colui che è nato in modo diverso dagli altri. Rallegratevi, sante vergini: una Vergine vi ha dato uno Sposo, al quale siete promesse senza corruzione; che, né nel concepimento né nel parto, può perdere ciò che amate. Rallegratevi, voi giusti: è la Natività del Giustificatore. Rallegratevi, voi deboli e malati: è la Natività del Salvatore. Rallegratevi, voi prigionieri: è la Natività del Redentore. Rallegratevi, voi servi: è la Natività del Signore. Rallegratevi, voi liberi: è la Natività del Liberatore. Rallegratevi, voi tutti cristiani: è la Natività di Cristo.

Colui che è nato dalla madre in questo giorno, lo ha raccomandato ai secoli, colui che, nato dal Padre, ha creato tutti i secoli. Quella [prima] nascita non poteva avere una madre, né questa cercava un padre umano. Perché Cristo è nato sia dal Padre che da una madre; e senza un padre e senza una madre: dal Padre, Dio; da una madre, uomo; senza una madre, Dio; senza un padre, uomo.

Chi allora spiegherà la sua generazione? (Is 53,8) Sia quella senza tempo, sia questa senza seme; quella senza inizio, questa senza esempio; quella che non è mai stata non esistente, questa che non è stata né prima né dopo; quella che non ha fine, questa che ha un inizio dove ha una fine.

La duplice Natività di Cristo

3. Perciò i Profeti annunciarono giustamente colui che doveva nascere, ma i cieli e gli angeli colui che era già nato. Giaceva nella mangiatoia colui che sostiene il mondo: ed era sia un bambino che il Verbo. Colui che i cieli non possono contenere, il grembo di una sola donna lo portò. Colei che ha partorito il nostro re ci governa; in cui noi siamo (cfr. At 17,28), lei lo ha portato; colei che ha nutrito il nostro pane (cfr. Gv 6,35).

O manifesta debolezza e meravigliosa umiltà, in cui tutta la divinità era così nascosta! Il potere che governava l’universo giaceva nella mangiatoia: ed era sia un bambino che il Verbo. Colui che i cieli non possono contenere è stato portato nel grembo di una sola donna. Colei che ha dato alla luce il nostro re lo ha portato; colei che ha allattato il nostro pane lo ha nutrito.

Possa egli perfezionare in noi i suoi doni, lui che non ha esitato ad assumere anche le nostre origini; e possa egli stesso renderci figli di Dio, lui che per noi ha voluto diventare Figlio dell’uomo.

O manifesta infermità, o meravigliosa umiltà, in cui era nascosta tutta la grandezza di Dio! Egli governò con il suo potere la madre alla quale era sottomessa la sua infanzia; e a colei che lo allattò al seno, diede il nutrimento della verità.

Possa Colui che non ha esitato ad assumere un inizio simile al nostro, perfezionare in noi i suoi doni; e possa Colui che per amor nostro ha voluto diventare figlio dell’uomo, renderci figli di Dio.









mercoledì 24 dicembre 2025

Il Santo Natale e il Paradiso






di Roberto de Mattei, 24 Dicembre 2025 

I sacerdoti oggi parlano raramente dell’inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all’uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata.

Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell’esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l’eternità. Ma l’eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità. San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell’eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori, «l’eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l’eternità.

Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l’inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.

Per avere un’idea dell’inferno non occorre sforzare l’immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l’inganno elevato a norma, l’infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L’inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell’inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l’uomo, rifiutando la verità e l’amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.

Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell’inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo. Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.

Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.

Il Natale, con il calore e l’affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l’ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l’anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.

Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l’estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza. I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.

Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo.

Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell’inferno che l’uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni – una di luce e una di tenebra – l’uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell’eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.

Natale è l’anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l’uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l’anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.

San Tommaso d’Aquino afferma che la felicità suprema dell’uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l’uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna.





IL NATALE DI CRISTO È LA FESTA DEI BAMBINI... SOLO IL CUORE UMILE SCOPRE LA GRANDEZZA DI DIO!





Solo il cuore umile scopre la grandezza di Dio



Il mondo, sempre incline a riconoscere la forza, non riesce mai ad afferrare in pieno il paradosso per cui solo i bambini sanno scoprire la grandezza dell’universo, e solo gli umili di cuore riescono a scoprire la grandezza di Dio. Il mondo non impara questa lezione perché confonde piccolezza con debolezza, l’infanzia con l’infantilismo, e l’umiltà col complesso di inferiorità. Immagina il potere solo in termini di forza fisica, e la sapienza solo in rapporto alla vana cultura dello spirito del giorno. Dimentica che una grande forza morale si può nascondere nella debolezza fisica, così come l’Onnipotenza venne avvolta strettamente nelle fasce; e che la grande saggezza si può trovare nella fede semplice, così come la Mente eterna si trovò nella persona di un Bambino.
 
Ecco la forza, quella forza davanti alla quale tremano gli angeli, la forza cui s’inchinano le stelle, la forza di fronte alla quale persino il trono di Erode tremò di paura. È la forza di quel tremendo Amore divino che tutto affrontò pur di convincerci riguardo alla misura di Dio rispetto a ciò che è veramente grande e alto.
Ma la Sua legge dev’essere la nostra fatica eterna dove Lui si compiacque di cominciare la Sua, vale a dire dal più basso e umile gradino, che è il punto di partenza verso ciò che è più alto e più potente. Come successe che Dio stesso discese fin giù all’infanzia, facendo di essa il primo passo verso il trionfo eterno, così dobbiamo scendere dal nostro orgoglio ignorante al livello di ciò che siamo ai Suoi occhi. “Se non diventerete come i bambini, – Egli ci dice esplicitamente, – non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).
Diventare bambini significa semplicemente acquistare umiltà, vale a dire rendere chiaro ogni giudizio su noi stessi, riconoscere l’immensa differenza che passa tra la nostra povera vita e quella eterna che ci attende, ammettere la nostra debolezza, la nostra fragilità, le nostre colpe, la meschinità di tutto ciò che oggi facciamo, e insieme la forza e la sapienza che diventeranno nostre, purché siamo abbastanza umili per inginocchiarci davanti a un Bambino adagiato sulla paglia di una mangiatoia, e per confessare che Lui è il nostro Signore, la nostra Vita, il nostro Tutto.

Così la nascita del Dio-Uomo è la festa dei bambini, il giorno in cui gli anni retrocedono e le rughe del volto sono spianate dal tocco di una mano rigeneratrice, nel quale i superbi diventano bambini, i grandi piccoli, e tutti trovano il loro Dio…Chiniamo tutti il capo ed entriamo nella grotta; spogliamoci della sapienza mondana, dell’orgoglio, di ogni apparente superiorità, e di fronte all’insondabile mistero dell’umiliazione del Figlio di Dio, cerchiamo di farci piccoli. In questa veste, avviciniamoci alle ginocchia della più amabile donna del mondo, della donna che, sola tra tutte, è ornata della rosa rossa della maternità e di quella candida della verginità, della donna che, dando alla luce il Signore, divenne la Madre degli uomini; e chiediamole di insegnarci a servire Dio, ad amarlo e a pregarlo.

E dopo avere chiesto a Maria che ci insegni a pregare, ci rivolgeremo a Gesù, e se non abbiamo perduto quella nostra parte d’infanzia che sola ci può far scoprire i segreti dell’Infinito, Gli rivolgeremo una delle domande più importanti del mondo. Non gli chiederemo di svelarci i misteri dell’atomo, né vorremo sapere se lo spazio è curvo, o se la luce è un’onda, ma Gli chiederemo ciò che prova il re del cielo a vivere come un bambino su questa nostra povera terra. Se saremo ancora piccoli abbastanza per fare tutto questo intorno a un Presepio dove frusciarono e rombarono “inimmaginabili ali intorno a una incredibile stella”, allora sapremo scoprire l’Infinito.




(Fulton J. Sheen, da "L'Uomo di Galilea" edizioni Fede e Cultura)



Fonte web




martedì 23 dicembre 2025

Il vescovo Schneider chiede a Papa Leone di "liberare la messa antiquior"



Una nuova intervista del vescovo Schneider nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Lifesitenews.



23 dicembre 2025

Il vescovo Athanasius Schneider ha condannato la soppressione delle Messe latine tradizionali in tutto il mondo come un'“ingiustizia” e ha chiesto a Papa Leone XIV di “liberare” le Messe tradizionali.

In un'intervista con il vescovo Christopher Wendt della Confraternita di Nostra Signora di Fatima ha menzionato la repressione della Messa antiquior provocata dal documento Traditionis Custodes di Papa Francesco, che ha innescato una serie di chiusure delle Messe tradizionali protrattesi anche durante il papato di Leone XIV.

Il vescovo Schneider, ausiliare della diocesi di Astana, in Kazakistan ha osservato: "È un'ingiustizia. Dobbiamo dirlo pubblicamente". Ha sottolineato che la soppressione della Messa antica è particolarmente ingiusta in un momento in cui, come sotto Francesco, i vertici della Chiesa dichiarano l'importanza di ascoltare tutti i fedeli laici e di accogliere le loro "proposte e desideri".

Ed ha dichiarato: "Ma solo una categoria viene punita ed emarginata. Si tratta dei sacerdoti e dei fedeli che desiderano solo pregare e celebrare la Messa, assistere alla Messa, e questo è stato fatto per... quasi un millennio, senza ignorare i santi".

Alla domanda su cosa avrebbe dovuto fare il Santo Padre in risposta, il vescovo Schneider lo ha esortato a “proteggere” le sue “figlie e i suoi figli” “perseguitati” dai vescovi che limitano l’accesso alla Messa tradizionale come nell’arcidiocesi di Detroit dove, dal 1° luglio, è stata vietata in tutte le sue 28 parrocchie e relegata a sole quattro sedi.

E quindi lamenta: "Ciò è insopportabile. È una grande ingiustizia nei confronti dei buoni fedeli che desiderano solo pregare come i loro antenati". "Niente di più. Essi amano il papa, amano il loro vescovo".

Il prelato ha dichiarato che è “urgente” che il papa protegga i fedeli che vengono trattati come cattolici di “seconda classe” e ha invitato i fedeli a pregare per papa Leone “affinché riconosca questa ingiustizia” e “abbia il coraggio” di liberare la messa in latino attraverso un atto del suo magistero.

Il vescovo Schneider ha sottolineato che papa Pio V aveva “solennemente canonizzato” la messa latina tradizionale nella sua bolla Quo Primum, in cui dichiarava in modo “straordinario” che “a nessuno può essere proibito, nemmeno in futuro”, di celebrare la messa tridentina.

Quo Primum ordina che, “in perpetuo”, il Messale della Messa Tridentina “deve essere seguito in modo assoluto, senza alcuno scrupolo di coscienza o timore di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, e può essere liberamente e legittimamente utilizzato” e che “il presente documento non può essere revocato o modificato, ma rimane sempre valido e conserva tutta la sua forza”.

Il vescovo Schneider ha quindi affermato che “ogni sacerdote cattolico e ogni fedele cattolico ha il diritto di celebrare o assistere” a questo rito e di trasmetterlo.

Il vescovo di Astana ha espresso la speranza che Papa Leone XIV ponga fine alla "persecuzione" della Messa antica, cosa che i cattolici lo hanno implorato di fare in una campagna di lettere. Leone XIV non ha ancora risposto né ha dato alcuna indicazione che riconoscerà l'autorità della Quo Primum dichiarando invalida la Traditionis Custodes. Invece, concedendo una proroga di due anni a una Messa tradizionale in Texas, sembra riconoscere i dettami della Traditionis Custodes.

Wendt ha continuato chiedendo se il vescovo Schneider ritenesse giusto “valutare” Leone XIV in base alle sue nomine ecclesiastiche, un'attività a cui aveva iniziato a partecipare in qualità di prefetto del Dicastero per i vescovi.

Il vescovo ha affermato che nominando vescovi “che promuovono confusione e ambiguità o addirittura errori noti prima della nomina”, cioè “candidati dubbi, candidati ambigui o candidati apertamente eterodossi”, il papa sta “aprendo la porta” per far entrare i “lupi” nel gregge.

Cattolici ortodossi e ecclesiastici come il vescovo Joseph Strickland hanno già sollevato preoccupazioni circa la fedeltà dottrinale delle nomine ecclesiastiche di Leone XIV, tra cui ad esempio la nomina del vescovo Shane Mackinlay che, come arcivescovo di Brisbane, ha pubblicamente espresso il suo sostegno alla possibilità di "ordinare" le donne al diaconato.

Il vescovo Schneider crede che Dio chiederà conto a ogni papa "delle sue nomine". E aggiunge: "È una cosa seria".





Le disposizioni per trarre profitto dalla Santa Comunione






1. Lo abbiamo detto più volte, ma è bene tenerlo sempre presente. I sacramenti agiscono ex opere operato ed ex opere operantis, ovvero essi hanno un’efficacia in sé, ma gli effetti che producono dipendono anche dalle disposizioni di come li si ricevono. Accostarsi ai sacramenti senza prepararsi, senza ben sapere cosa si sta ricevendo, insomma senza adeguatamente corrispondere, fa sì che non solo non se ne traggono frutti per l’anima, ma l’accostarsi stesso può divenire non un merito bensì un demerito.

2. Leggiamo questi passaggi del padre padre Adolphe Tanquerey (1854 – 1932) sul modo di trarre profitto dalla santa Comunione.

Il testo è tratto dal Compendio di Teologia ascetica e mistica: 
Avendo l’Eucaristia per fine d’unirci a Gesù e a Dio in modo intimo, trasformante e permanente, tutto ciò che fomenterà quest’unione, nella preparazione o nel ringraziamento, ne intensificherà i lieti effetti. 
a) La preparazione sarà quindi una specie d’unione anticipata a Nostro Signore. Si suppone che l’anima sia già unita a Dio con la grazia santificante, altrimenti la comunione sarebbe un sacrilegio. Ciò posto, la preparazione abbraccerà almeno queste tre cose:
1) Anzitutto l’adempimento più perfetto di tutti i doveri del nostro stato in unione con Gesù e per piacere a Lui. Non è forse questo infatti il mezzo migliore per attirare in noi Colui la cui vita si compendia nell’ubbidienza filiale al Padre a fine di piacergli?
2) Una sincera umiltà, fondata da un lato sulla grandezza e sulla santità di Nostro Signore e dall’altro sulla nostra bassezza e indegnità. Questa disposizione fa, per così dire, il vuoto nell’anima nostra, sgombrandola dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla presunzione; ora è proprio nel vuoto di sé che si opera l’unione con Dio; quanto più ci vuotiamo di noi stessi, tanto meglio prepariamo l’anima a lasciarsi prendere e possedere da Dio. 
3) A questa umiltà terrà dietro un desiderio ardente d’unirsi al Dio dell’Eucaristia: sentendo vivamente la nostra impotenza e la nostra povertà, sospireremo a Colui che solo può fortificare la nostra debolezza, arricchirci dei suoi tesori e riempire il vuoto del nostro cuore. Questo desiderio, dilatandoci l’anima, la spalancherà a Colui che desidera dare tutto se stesso a noi. 
b) Il migliore ringraziamento sarà quello che prolungherà la nostra unione con Gesù. 
1) Principierà dunque con un atto di silenziosa adorazione, d’annientamento, e di intera donazione di noi stessi a Colui che, essendo Dio, si dà interamente a noi. In unione con Maria, la più perfetta adoratrice di Gesù, ci annienteremo davanti alla Maestà divina, per benedirla, lodarla, ringraziarla, prima il Verbo Incarnato e poi, con Lui e per Lui, la Santissima Trinità. Nulla fa meglio penetrare Gesù nel più intimo dell’anima nostra quanto quest’atto di annientamento di noi stessi; povere creature, è questo per noi il modo di darci a Colui che è tutto. Gli daremo tutto ciò che v’è di buono in noi, e sarà una restituzione perché tutto viene da lui e non cessa d’appartenergli; offriremo pure le nostre miserie, perché le consumi nel fuoco del suo amore e vi sostituisca le sue così perfette disposizioni. Quale mirabile cambio! 
2) Vengono allora i dolci colloqui tra l’anima e l’ospite divino. Si ascolta attentamente il Maestro, l’Amico; gli si parla rispettosamente, semplicemente, affettuosamente. Si apre l’anima alle comunicazioni divine; perché è questo il momento in cui Gesù fa passare in noi le sue disposizioni interiori e le sue virtù; bisogna non solo riceverle ma attirarle, assaporarle, assimilarsele. Onde poi questi colloqui non degenerino in abitudine, è bene variare, se non ogni giorno almeno ogni tanto, l’argomento della conversazione, prendendo ora una virtù ora un’altra, meditando adagino qualche parola del Vangelo, e supplicando Nostro Signore di volercela far ben capire, gustare e praticare. 
3) Non dimentichiamo di ringraziarlo dei lumi che si degna, per grazia sua, di comunicarci, dei pii affetti, come pure delle oscurità e delle aridità in cui ci lascia ogni tanto; cogliamo anzi l’occasione da quest’ultime per umiliarci, per riconoscerci indegni dei divini favori, e per aderire più frequentemente con la volontà a Colui che, anche nelle aridità, non cessa di far passare in noi, in modo segreto e misterioso, la sua vita e le sue virtù. Supplichiamolo di prolungare in noi la sua azione e la sua vita: di ricevere, per trasformarlo, quel poco di bene che è in noi. 
4) Offriamoci pronti a fare i sacrifici necessari per riformare e trasformare la nostra vita, specialmente su quel tal punto particolare; consapevoli della nostra debolezza, chiediamo istantemente la grazia di compiere questi sacrifici. È questo un punto capitale, dovendo ogni comunione essere fatta allo scopo di progredire in una speciale virtù. 
5) È questo pure il momento di pregare per tutte le persone che ci sono care, per tutti i grandi interessi della Chiesa, secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, per i Vescovi, i sacerdoti. Non temiamo di rendere la nostra preghiera universale quanto più è possibile: è questo in sostanza il miglior mezzo d’essere esauditi. Infine si termina chiedendo a Nostro Signore, con una formula o con un’altra, la grazia di restare in lui come egli resta in noi e di fare tutte e ciascuna delle nostre azioni in unione con lui, in spirito di ringraziamento. Si affida a Maria quel Gesù da lei così ben custodito, perché ci aiuti a farlo crescere nel nostro cuore; e così, riconfortati dalla preghiera, si passa al lavoro.



Il Cammino dei Tre Sentieri