mercoledì 17 aprile 2019

La condanna della «morale di situazione» di Papa Pio XII





Discorso ai partecipanti al Congresso della Federazione Cattolica Mondiale della Gioventù Femminile - Sala delle Benedizioni, venerdì 18 aprile 1952
A.A.S. vol. XXXIV - 1952 - n° 7-8 - pp. 413-419
Il testo del discorso è pubblicato in francese e in spagnolo sul sito del Vaticano.
La seguente traduzione è fatta a partire dal testo in francese



IL TEMA DEL CONGRESSO

Siate le benvenute, care figlie della Federazione Mondiale della Gioventù Femminile Cattolica: vi salutiamo con lo stesso piacere, la stessa gioia e lo stesso affetto con cui cinque anni or sono vi abbiamo ricevute a Castel Gandolfo in occasione della grande Assemblea internazionale delle Donne Cattoliche.

Gli stimoli ed i saggi consigli che vi ha offerto quel Congresso, come pure le parole che vi abbiamo allora indirizzato (Discorsi e Radiomessaggi, IX, p. 221-233), non sono veramente rimasti prive di frutto. Sappiamo degli sforzi da voi compiuti nel frattempo, tesi a realizzare quei fini precisi di cui avete la chiara visione; ce lo prova il Memoriale a stampa che ci avete trasmesso nel preparare l’attuale Congresso: «La Fede dei giovani — Problema del nostro tempo». Le sue trentadue pagine hanno l’importanza di un grosso volume; Noi l’abbiamo esaminato con grande attenzione in quanto riassume e sintetizza gli insegnamenti frutto di numerose e varie ricerche sullo stato della Fede tra la gioventù cattolica d'Europa e le sue risultanze sono estremamente istruttive.

Tutta una serie di questioni in esso affrontate le abbiamo trattate Noi stessi nella Nostra Allocuzione del 12 settembre 1947, alla quale avete assistito, ed in molte altre allocuzioni precedenti e seguenti. Oggi desideriamo cogliere l’occasione di essere qui riuniti con voi per dire ciò che pensiamo di un certo fenomeno che si va manifestando un po’ ovunque nella vita di fede dei cattolici, che colpisce un po’ tutti, ma particolarmente i giovani ed i loro educatori, e di cui si trovano le tracce in diversi passi del vostro Memoriale, come ad esempio quando affermate (p. 10): «Confondendo il cristianesimo con un codice di precetti e di divieti, i giovani hanno una sensazione di affondare in questo clima di morale imperativa, e non è solo un'infima minoranza a gettare fuori bordo l’imbarazzante fardello».



UNA NUOVA CONCEZIONE DELLA LEGGE MORALE

Potremmo denominare questo fenomeno «una nuova concezione della vita morale» perché si tratta di una tendenza che si manifesta nel dominio della morale. Ora, i principî della morale si basano sulle verità della Fede, e voi sapete bene di quale importanza fondamentale per la conservazione e lo sviluppo della Fede sia che la coscienza del giovane e della giovane si formi quanto prima e si sviluppi secondo le rette e sane norme morali. Perciò la «nuova concezione della morale cristiana» tocca assai direttamente il problema della Fede dei giovani. Abbiamo già parlato della «nuova morale» nel nostro messaggio radiofonico del 23 marzo scorso agli educatori cristiani. Ciò che diciamo oggi non è solo una continuazione di ciò che abbiamo trattato allora: Noi vogliamo disvelare le origini profonde di tale concezione. La si potrebbe qualificare come «esistenzialismo etico», «attualismo etico», «individualismo etico» intesi nel senso restrittivo che stiamo per esporre, e come li si trova in ciò che viene chiamata anche «Situationsethik — morale di situazione».



LA «MORALE DI SITUAZIONE» — SUO SEGNO DISTINTIVO

Il segno distintivo di tale morale è costituito dal fatto che essa non si basa in alcun modo sulle leggi morali universali come ad esempio i Dieci Comandamenti, ma sulle condizioni o circostanze reali e concrete nelle quali si deve agire, e secondo le quali è la coscienza individuale a giudicare ed a scegliere. Questo stato di cose è unico ed è valido una sola volta per ciascuna azione umana. E’ per questo che la decisione della coscienza, affermano coloro che sostengono tale etica, non può essere dettata dalle idee, dai principii e dalle leggi universali.

La Fede cristiana fonda le sue esigenze morali sulla conoscenza delle verità essenziali e delle loro relazioni; così fa san Paolo nell’Epistola ai Romani (1, 19-21) per la religione come tale, sia cristiana sia anteriore al cristianesimo: a partire dalla creazione, afferma l’Apostolo, l’uomo intravede e coglie in qualche modo il Creatore, la sua potenza eterna e la sua divinità, e ciò con una tale evidenza da sapersi e sentirsi obbligato a riconoscere Dio e a rendergli culto, così che trascurare tale culto o pervertirlo nell’idolatria costituisce colpa grave, per tutti ed in ogni tempo.

Ma non è questo che dice l’etica di cui parliamo. Essa non nega i concetti ed i principii morali generali (sebbene talora si avvicini assai ad una simile negazione) ma li sposta dal centro all’estrema periferia. Può accadere che molte volte la decisione della coscienza corrisponda ad essi; ma non sono, per così dire, un insieme di premesse dalle quali la coscienza trae le conseguenze logiche nel caso particolare, il caso «di una sola volta».
No! Al centro si trova il bene, che bisogna porre in atto o conservare nel suo valore reale ed individuale; ad esempio, nel dominio della Fede, il rapporto personale che ci lega a Dio. Se la coscienza seriamente formata decidesse che l’abbandono della Fede cattolica e l’adesione ad un’altra confessione portasse più vicino a Dio, un tale passo si troverebbe ad essere «giustificato» anche se generalmente è qualificato come «defezione dalla Fede». — O anche, nel dominio della morale, il dono di sé corporale e spirituale tra giovani. Qui la coscienza seriamente formata deciderebbe che in ragione della sincera inclinazione vicendevole siano convenienti le intimità fisiche e sensuali, le quali, benché ammissibili esclusivamente tra gli sposi, diventerebbero manifestazioni consentite. — La coscienza aperta di oggi deciderebbe così perché trae dalla gerarchia dei valori il principio che, essendo i valori della persona i più elevati, potrebbero servirsi dei valori inferiori del corpo e dei sensi, oppure escluderli a seconda che lo suggerisca ciascuna situazione. — Si è preteso con insistenza che, precisamente secondo tale principio, in materia di diritto degli sposi, in caso di conflitto bisognerebbe lasciare alla coscienza seria e retta dei coniugati, a seconda delle esigenze delle concrete situazioni, la facoltà di rendere direttamente impossibile la realizzazione dei valori biologici in favore dei valori della persona.

Giudizi di coscienza di tale natura, per quanto di primo acchito appaiano contrari ai precetti divini, sarebbero comunque validi di fronte a Dio, perché, si afferma, la coscienza sincera seriamente formata è più importante di fronte a Dio stesso del «precetto» e della «legge».

Una tale decisione è dunque «attiva» e «produttrice», non «passiva» e «recettrice» della decisione e della legge che Dio ha scritto nel cuore di ciascuno, e ancor meno della legge del Decalogo che il dito di Dio ha scritto su tavole di pietra affidandone la promulgazione e la conservazione all’autorità umana.



LA «MORALE NUOVA» EMINENTEMENTE «INDIVIDUALE»

L’etica nuova (adattata alle circostanze), affermano i suoi autori, è eminentemente «individuale». Nella determinazione della coscienza il singolo uomo si incontra immediatamente con Dio e prende la sua decisione davanti a Lui, senza l’intervento di alcuna legge, di alcuna autorità, di alcuna comunità, di alcun culto o confessione, per nulla e in nessun modo. Qui vi è solamente l'io dell’uomo e l'Io del Dio personale; non del Dio della Legge, ma del Dio Padre con cui l’uomo deve unirsi nell’amore filiale. Vista così, la decisione della coscienza è dunque un «rischio» personale, secondo la propria conoscenza e la propria valutazione in tutta sincerità davanti a Dio. Questi due elementi, la retta intenzione e la risposta sincera, sono ciò che Dio considera; l’azione non Gli importa; di modo che il responso può essere quello di cambiare la Fede cattolica con altri principî, di divorziare, di interrompere la gestazione, di rifiutare l’obbedienza all’autorità competente nella famiglia, nella Chiesa, nello Stato e così via.

Tutto ciò si armonizzerebbe alla perfezione con lo stato di «maggiore età» dell’uomo e, nell’ambito cristiano, con la relazione filiale che, secondo l’insegnamento di Cristo, ci fa pregare «Padre nostro». Questa visione personale risparmia all’uomo il dovere di misurare ad ogni istante se la decisione da prendere corrisponda ai paragrafi della legge o ai canoni di norme e regole astratte; essa lo preserva dall’ipocrisia di una fedeltà farisaica alla legge; lo preserva tanto dallo scrupolo patologico quanto dalla leggerezza o dalla mancanza di coscienza, perché basa personalmente sul cristiano l’intera responsabilità di fronte a Dio. Così parlano coloro che predicano la «nuova morale».



ESSA E’ AL DI FUORI DELLA FEDE E DEI PRINCIPII CATTOLICI

Espressa sotto questa forma, l’etica nuova è talmente al di fuori della Fede e dei principii cattolici che persino un bambino, che conosca il suo catechismo, se ne può rendere conto e capirlo. Non è difficile riconoscere come il nuovo sistema morale derivi dall’esistenzialismo, che o fa astrazione da Dio o semplicemente Lo nega, e in ogni caso abbandona l’uomo a se stesso. Può essere che siano state le condizioni presenti ad indurre a tentare di trapiantare una tale «morale nuova» sul terreno cattolico, per rendere più sopportabili ai fedeli le difficoltà della vita cristiana. Di fatto, a milioni di loro sono richieste oggi, e in grado straordinario, fermezza, pazienza, costanza e spirito di sacrificio, se vogliono rimanere integri nella loro Fede, sia che si trovino sotto i colpi di una sorte avversa, sia che si trovino in un ambiente che mette alla loro portata tutto ciò a cui un cuore appassionato aspira, tutto ciò che desidera. Ora, un tale tentativo non potrà mai riuscire.



GLI OBBLIGHI FONDAMENTALI DELLA LEGGE MORALE

Ci si chiederà come la legge morale, che è universale, possa bastare e persino essere vincolante in un caso singolo, il quale nella sua situazione concreta è sempre unico e «di una sola volta». Essa lo può e lo fa perché giustamente, a causa della sua universalità, la legge morale comprende necessariamente ed «intenzionalmente» tutti i casi particolari, nei quali si verificano i suoi concetti. E in casi molto numerosi, essa lo fa con una logica talmente concludente che persino la coscienza del semplice fedele vede immediatamente e con piena certezza la decisione da prendere.

Ciò vale specialmente per gli obblighi negativi della legge morale, quelli che esigono un non fare, un tralasciare; ma non solamente per questi. Gli obblighi fondamentali della legge cristiana, per quanto superino quelli della legge naturale, si basano sull’essenza dell’ordine soprannaturale costituito dal divino Redentore. Dalle relazioni essenziali tra l’uomo e Dio, tra uomo e uomo, tra coniugi, tra genitori e figli, dalle relazioni essenziali della comunità nella famiglia, nella Chiesa, nello Stato, da tutto ciò deriva, tra le altre cose, che l’odio di Dio, la blasfemia, l’idolatria, la defezione dalla vera Fede, la negazione della Fede, lo spergiuro, l’omicidio, la falsa testimonianza, la calunnia, l’adulterio e la fornicazione, l’abuso del matrimonio, il peccato solitario, il furto e la rapina, la sottrazione di ciò che è necessario alla vita, la defraudazione del giusto salario (cfr. Giacomo 5, 4), l'accaparramento dei viveri di prima necessità e l’aumento ingiustificato dei prezzi, la bancarotta fraudolenta, le manovre di speculazioni ingiuste — tutto ciò è gravemente proibito dal Legislatore divino. Non c’è niente da considerare; quale che sia la situazione individuale, non v’è altra scelta che obbedire.

Del resto, Noi opponiamo all’«etica di situazione» tre considerazioni o massime. La prima: Noi concediamo che Dio vuol primariamente e sempre la retta intenzione: ma questa da sola non è sufficiente. Un’altra: non è permesso fare il male perché ne risulti un bene (Cfr. Rm. 3, 8). Ma questa etica agisce — forse senza che ci se ne renda conto — secondo il principio che il fine santifica i mezzi. La terza: vi possono essere situazioni in cui l’uomo, e specialmente il cristiano, non può ignorare che egli deve sacrificare tutto, persino la sua vita, per salvare la propria anima. Tutti i martiri ce lo ricordano, ed essi sono molto numerosi anche nel nostro tempo. Ma allora, la madre dei Maccabei ed i suoi figli, le sante Perpetua e Felícita nonostante i loro neonati, Maria Goretti e migliaia d’altri, uomini e donne, che la Chiesa venera, avrebbero subito la loro morte sanguinosa, a fronte della «situazione», inutilmente o addirittura a torto? No certo; ed essi sono, col loro sangue, i testimoni più eloquenti della verità, contro la «nuova morale».



IL PROBLEMA DELLA FORMAZIONE DELLA COSCIENZA

Laddove non vi siano delle norme assolutamente obbligatorie, indipendenti da ogni circostanza o eventualità, la situazione «di una sola volta» e la sua unicità richiede, è vero, un esame attento per decidere quali siano le norme da applicarsi ed in quale modo. La morale cattolica ha sempre e abbondantemente trattato questo problema della formazione della propria coscienza, con esame previo delle circostanze del caso da risolversi. Tutto quello che essa insegna offre un prezioso aiuto alle determinazioni della coscienza, sia teoriche sia pratiche. Basti citare le esposizioni, insuperate, di San Tommaso sulla virtù cardinale della prudenza e le virtù ad essa connesse (S. Th. II II p q. 47-57). Il suo trattato mostra il senso dell’attività personale e dell’attualità, che contiene tutto ciò che vi è di giusto e di positivo nell’«etica secondo la situazione», scartandone le confusioni e le deviazioni. Sarà sufficiente perciò che il moralista moderno continui sulla stessa linea, se vuole approfondire problemi nuovi.

L’educazione cristiana della coscienza è ben lungi dal trascurare la personalità, anche quella della giovane e del bambino, e di soffocare la sua iniziativa; perché ogni sana educazione mira, entro giusti limiti, a rendere l’educatore sempre meno necessario e l’educato sempre più indipendente; e questo vale anche nell’educazione della coscienza impartita da Dio e dalla Chiesa: il suo fine è, come afferma l'Apostolo (Ef. 4, 13, cfr. 4, 14): l’«uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo», dunque l’uomo adulto che ha pure il coraggio della responsabilità.

Bisogna solo che questa maturità si collochi al giusto piano! Gesù Cristo resta il Signore, il Capo e il Maestro di ogni singolo uomo, di ogni età e di ogni stato, tramite la Sua Chiesa nella quale Egli continua ad agire. Da parte sua, il cristiano, per quanto dipende da lui, deve assumere la grande e grave funzione di far valere nella sua vita personale, nella sua vita professionale e nella vita sociale e pubblica, la verità, lo spirito e la legge di Cristo. E’ questa la morale cattolica ed essa lascia un vasto campo libero all’iniziativa e alla responsabilità personale del cristiano.



I PERICOLI PER LA FEDE DELLA GIOVENTÙ

Ecco ciò che volevamo dirvi. Oggi, i pericoli per la Fede della nostra gioventù sono straordinariamente numerosi; ciascuno lo sapeva e lo sa, ma il vostro memoriale è particolarmente istruttivo a questo riguardo. Tuttavia, Noi riteniamo che pochi di tali pericoli siano così grandi e carichi di conseguenze quali sono quelli che la «nuova morale» fa correre alla Fede. Le aberrazioni a cui conducono simili deformazioni e simili infiacchimenti di quei doveri morali che derivano in modo del tutto naturale dalla Fede, col tempo finirebbero col portare alla corruzione della stessa sorgente. Così la Fede muore.



DUE CONCLUSIONI

Da tutto quel che abbiamo detto sulla Fede, Noi trarremo due conclusioni, due direttive che vogliamo lasciarvi, terminando, perché esse orientino ed ánimino ogni vostra azione e tutta la vostra vita di valenti cristiani:

La prima — la Fede dei giovani dev’essere una Fede orante; la gioventù deve imparare a pregare. Che ciò sia sempre a misura e nelle forme che corrispondono a tale età. Ma sempre con la coscienza che senza la preghiera non è possibile rimanere fedeli alla Fede.

La seconda — i giovani devono essere fieri della propria Fede ed accettare che costi loro qualcosa; essi devono abituarsi a fare dei sacrifici per la loro Fede, a camminare di fronte a Dio in rettitudine di coscienza, a riverire ciò che Egli ordina. Allora tale Fede crescerà come da sé nell’amore di Dio.

Che l’amore di Dio, la grazia di Gesù Cristo e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (Cfr. 2 Cor. 13, 13), Noi ve lo auguriamo con il più paterno affetto. E per testimoniarvelo, vi doniamo con tutto il Nostro cuore, a ciascuno di voi ed alle vostre famiglie, al vostro movimento, a tutte le sue branche nel mondo intero, a tutte le vostre compagne che vi aderiscono, l’apostolica Benedizione.












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