domenica 9 aprile 2023

La bellezza della Pasqua






BELLEZZA DEL TEMPO: La Pasqua, ovvero il sapore della conservazione del proprio umano



di Corrado Gnerre

C’è una questione che è meravigliosamente risolta dal Cristianesimo ed è quella riguardante la distruzione del proprio essere e del proprio umano. Il dramma – cioè – di vedere infrangere, con la perdita del proprio corpo, ogni umana integrità, appunto il proprio umano, intendendo per “umano” ciò che l’uomo costruisce di buono nella propria vita, con i propri affetti e con le proprie fatiche.

La risposta a questa questione è proprio nella Resurrezione di Gesù, che è sconfitta vera e completa della morte, sconfitta che avviene non con una ricreazione ma con una restituzione del proprio corpo. Nel bellissimo Canto XIV del Paradiso, Dante ci dice proprio questo: «Tanto mi parver subiti e accorti/ e l’uno e l’altro coro a dicer ‘Amme!’/che ben mostrar disio de’ corpi morti;/ forse non pur/per lor, ma per le mamme,/per li padri e per li altri che fuor cari,/anzi che fosser sempiterne fiamme». I beati rispondono “Amen!” alla spiegazione di Salomone su come si potrà conservare la luminosità dell’anima beata quando ad essa si riunirà il corpo. Essi rispondono con entusiasmo perché hanno desiderio che avvenga al più presto questa riunificazione. E Dante aggiunge: il desiderio forse non è tanto per se stessi, ma per le mamme (sì, per le mamme!), per i padri, per gli altri, che erano stati loro cari, prima di diventare eterni lumi in Cielo. Dante tiene a sottolineare tutta la bellezza della risoluzione; una bellezza che è apertura di affettività e di sensibilità esistenziali: può andar perduto l’abbraccio della mamma o una carezza al proprio figlio? Può andar perduto anche la più piccola (che è anche grande!) gioia della vita?

Insomma il Cristianesimo, con la Resurrezione di Gesù, legittima il desiderio di recuperare tutto l’umano. Torniamo al Canto XIV del Paradiso. Da una parte: il giusto desiderio del corpo: che ben mostrar desìo de’ corpi morti; dall’altra: il corpo come maggiore possibilità di restituire e completare l’affezione: forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e per li altri che fuor cari, anzi che fosser sempiterne fiamme.

Una volta il cardinale Giacomo Biffi, forzando certamente i concetti, come solitamente sapeva fare molto bene, ma indubbiamente in maniera incisiva, disse in una sua lezione sul Paradiso: «Il Paradiso non è rinunciare ai tortellini o spiritualizzare le lasagne, ma mangiare tutti i giorni tortellini e lasagne senza la paura del colesterolo e della bilancia!». Che significa: il Paradiso cristiano non è né un vuoto, con un consequenziale annullamento dell’individualità, né un vago esistere in una separatezza totale di ciò che si è costruito nella vita terrena, ma il recupero e la sublimazione di tutto l’umano. Il Paradiso cristiano non è una sorta di nirvana, dove tutto si perde, anche l’illusione (perché secondo il Buddismo sarebbe solo un’illusione) del proprio esistere individuale; ma è il continuare a vivere individualmente nella massima e indescrivibile gioia generata dalla visione beatifica di Dio, recuperando e superando in intensità ogni gioia (piccola e grande) della vita terrena.

C’è un’angoscia che può attanagliare ogni uomo: quella di credere di essere gettati nel mondo, che tutto non abbia senso, che ogni cosa che si sperimenta in questa vita sia solo un passaggio insignificante e che andrà definitivamente perduto. Leopardi nei Canti riflette sulla sua esistenza e dice: «Dispera / l’ultima volta. Al gener nostro il fato / non donò che il morire. Omai disprezza / te, la natura, il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera, / e l’infinita vanità del tutto». Ed è così: se Dio non c’è, se non c’è un Dio che ha sconfitto la morte, all’uomo non resta che “l’infinita vanità del tutto” nella constatazione che al genere umano “il fato non donò che il morire”. Il morire sarebbe un soffrire senza senso. Il morire, senza speranza, sarebbe solo uno strazio di se stessi e dei propri sentimenti. Sofocle fa dire ad Antigone che va alla condanna: «Nessuno mi piange, nessuno è mio, non ho musica di nozze io. La mia anima è in pezzi, trascino passi già segnati! Soffro: il mio occhio non ha più diritto al chiarore dell’alba. La mia fine brucia: nessuno la bagna di pianto».

Il Cristianesimo, invece, ha la pretesa (assolutamente affascinante) di dirci che non sarà così, che, se sceglieremo di abbracciare Dio e la Sua Legge, nulla andrà perduto, anzi tutto sarà ridonato in abbondanza. Il Cristianesimo ha la pretesa di dirci che il nostro occhio è destinato alla luce e non come dice Sofocle: “il mio occhio non ha più diritto al chiarore dell’alba”.

Questo soprattutto grazie alla resurrezione dei corpi, che è esito della Resurrezione di Gesù.




Nessun commento:

Posta un commento