lunedì 9 luglio 2018

Un monaco teologo rompe il silenzio sulla metamorfosi della Chiesa




"Catholica" è una rivista internazionale di cultura, politica e religione, edita in Francia, che nei suoi più di trent'anni di vita ha avvicendato firme prestigiose nei rispettivi campi e orientamenti, da Émile Poulat a Robert Spaemann, da Ernst Wolfgang Böckenförde a Vladimir Bukowski, da Stanislaw Grygiel a Thierry Wolton, da Jacques Ellul a Pietro De Marco.

La dirige Bernard Dumont. Che sull'ultimo numero della rivista, fresco di stampa, firma il seguente editoriale, leggibile on line anche dai non abbonati:

> Un temps pour parler


La "parola" che Dumont sollecita come urgente è quella che dovrebbe rompere l'"inverosimile" silenzio della quasi totalità dei cardinali e vescovi – fatta eccezione dei firmatari dei "dubia" e di pochissimi altri – di fronte alla dissoluzione della forma tradizionale di cattolicesimo, messa in opera dal pontificato di Jorge Mario Bergoglio, o in altre parole di fronte a quella fine del "cattolicesimo romano" denunciata su Settimo Cielo dal professor Roberto Pertici.

Ma in questo stesso ultimo numero di "Catholica" si leva anche una voce – non di un cardinale né di un vescovo, ma di un monaco benedettino e teologo di valore – che analizza e critica a fondo quello che è forse il più radicale sovvertimento in atto nel cattolicesimo di questi tempi: quello che assegna il primato non più al sacramento – "culmen et fons" della vita della Chiesa, a detta del Concilio Vaticano II – ma all'etica.

È il sovvertimento che soggiace, in particolare, sia alla nuova disciplina della comunione ai divorziati risposati, sia alla cosiddetta "intercomunione" fra cattolici e protestanti.

Giulio Meiattini, l'autore di questa analisi critica, l'ha esposta nel modo più approfondito in un libro da lui pubblicato all'inizio di quest'anno:

> G. Meiattini OSB, "Amoris laetitia? I sacramenti ridotti a morale", La Fontana di Siloe, Torino, 2018

Mentre nell'intervista sull'ultimo numero di "Catholica" egli ne espone i tratti salienti, di cui qui di seguito sono riprodotti i passaggi più significativi.

Dom Meiattini, monaco dell'abbazia benedettina della Madonna della Scala a Noci, è docente alla Facoltà teologica della Puglia e al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma.


*

"AMORIS LAETITIA" E L'OBLIO DEI SACRAMENTI


di Giulio Meiattini OSB(brani scelti dall'intervista su "Catholica" n. 140)

NON DISCERNIMENTO MA ASTUZIA

La situazione di confusione è palese. Naturalmente c’è chi nega che si tratti di confusione, ritenendo che questo sia il positivo risultato di uno stile di governo ecclesiale teso “ad avviare processi più che a occupare spazi” (cf. "Evangelii gaudium" 223). Dunque, il primo discernimento da fare sarebbe proprio sulla natura di questa situazione: la confusione, i disaccordi fra vescovi su punti dottrinali sensibili, possono essere frutti dello Spirito? A me sembra di no. Discernere significa anche capire se è il caso di avviare processi, in certi campi, oppure no e anche con quali ritmi, modalità e obiettivi.

Osserviamo, per esempio, il modo con cui si è giunti alla nuova disciplina per i “divorziati risposati”.

Dopo che la relazione del cardinale Kasper davanti al concistoro aveva per così dire preparato il terreno, i due sinodi, con un anno intermedio di accese discussioni, non sono riusciti a partorire una linea comune sul problema discusso. Chi legge i resoconti dei "circuli minores" del sinodo del 2015 si rende conto benissimo che sul punto in questione non c’era un orientamento condiviso.

Si capisce però una cosa: che l’ampia maggioranza dei padri non aveva maturato la convinzione di cambiare la disciplina tradizionale. Tanto che i redattori della "Relatio finalis", sul punto controverso, si sono ben guardati dall’introdurre delle novità.

Però – ecco un altro piccolo passo – hanno redatto delle formule dal tono incerto che, pur non prevedendo l’accesso ai sacramenti, cambiavano, per così dire, l’atmosfera.

Così è bastata la “non opposizione” a quelle formule esitanti (che hanno raccolto con fatica i due terzi dei voti) per permettere un altro piccolo passo successivo: un paio di noticine ambigue in "Amoris laetitia", che non affermano e non negano, ma che lasciano intendere una certa direzione.

Questo ulteriore passaggio ha spaccato i fronti interpretativi, finché nell’autunno 2017 – altro passo – non è giunta l’approvazione ufficiale del papa ai "Criteri" dei vescovi della circoscrizione di Buenos Aires sul capitolo VIII di "Amoris laetitia".

Ma quei criteri, se si è onesti, non sono una semplice interpretazione di "Amoris laetitia". Essi aggiungono e dicono cose che in "Amoris laetitia" non ci sono e che, soprattutto, nei sinodi non erano mai state approvate e mai lo sarebbero state. […]

Così, per piccoli passi successivi, nel corso di quasi tre anni, se ne è compiuto uno molto grande e la disciplina è stata lentamente cambiata, ma non certo in maniera sinodale, a mio parere.

Posso sbagliare, ma questo "modus operandi" non è discernimento, bensì astuzia. In luogo del dialogo argomentato e aperto (i famosi "dubia" non hanno mai ricevuto risposta!), si afferma la strategia della persuasione e dei fatti compiuti.

LA FEDE RIDOTTA A ETICA

Tra le esigenze etiche e il fondamento sacramentale dell’esistenza cristiana il centro è indubbiamente il sacramento, che è comunicazione al credente della grazia che salva e, in quanto essa è accolta e trasforma l’uomo, anche atto di glorificazione, dossologia. […] L’etica non è né la prima parola né l’ultima.

Invece in "Amoris laetitia" si segue la logica contraria: si parte da categorie tratte dalla legge naturale e da principi di etica generale (le attenuanti, il rapporto fra norma universale e situazione soggettiva, la non imputabilità, ecc.) e da queste premesse maggiori si traggono le conseguenze per la pastorale dei sacramenti.

In tal modo, la dimensione del simbolico e del sacramentale, che dovrebbe fondare, abbracciare e trascendere la sfera morale, perde la propria rilevanza e diventa una semplice appendice dell’etica. […] La dimostrazione è data dal fatto che il peccato di adulterio perde concretamente la propria rilevanza pubblica legata all’aspetto testimoniale del sacramento e può essere rimesso in “foro interno” senza che davanti alla comunità si debba rendere ragione del perché un coniuge che contraddice in pubblico il segno sacramentale della fedeltà si accosti pubblicamente all’eucaristia.

Insomma, il risultato delle scelte di "Amoris laetitia" è la riduzione del sacramentale al morale, cioè della fede a etica, il che non mi sembra una mera questione di pastorale. Qui è in gioco qualcosa di essenziale nella forma cristiana.

UN "PESO TREMENDO"?

Sinceramente non capisco come un vescovo, soprattutto quello di Roma, possa scrivere frasi del genere: “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la Chiesa” ("Amoris laetitia" 122).

Ecco l’esemplificazione lampante di quanto prima affermavo in modo generale: se si prescinde dal sacramento l’etica evangelica, ridotta a norma generale, diventa “un peso tremendo”, come la legge mosaica, invece che “un giogo dolce e un peso leggero”. Che fine ha fatto in questa prospettiva l’effetto trasformante del sacramento? […] Allora potremmo domandarci se esortare a testimoniare fino al sangue la fede in Cristo non è un peso ancor più tremendo, da non mettere sulle spalle della gente. […]

A questo si può arrivare solo se si è abituati a concepire il cristianesimo – forse senza rendersene bene conto – come etica.

"SIMUL IUSTUS ET PECCATOR"

"Amoris laetitia" giunge a dire che anche vivendo esteriormente in una condizione di peccato oggettivo, a motivo delle attenuanti si può essere in grazia e perfino “crescere nella vita di grazia” (n. 305). È chiaro che se le cose stanno così, l’interruzione fra sacramento e agire morale, già prima evidenziata, porta ad esiti sovrapponibili alla concezione luterana del "simul iustus et peccator" condannata dal Concilio di Trento.[…] In questo modo si può essere al tempo stesso giusti (davanti a Dio, invisibilmente) e peccatori (davanti alla Chiesa, visibilmente). Le opere rischiano di non avere più alcun rilievo nel “discernimento” della grazia.

LA COMUNIONE CATTOLICA ANCHE A UN BUDDISTA?

La direzione che si sta delineando intorno all’intercomunione fra cattolici e protestanti, obbedisce alla medesima logica: non è il realismo simbolico a determinare la scelta, ma la semplice valutazione della presunta condizione interiore: se un protestante è presumibilmente in grazia (in base alle attenuanti dell’ignoranza invincibile, della diminuita responsabilità, della vita onesta, ecc.) perché non potrebbe ricevere l’eucaristia cattolica? Forse non ci si avvede che porre così la questione potrebbe spingere a fare lo stesso ragionamento per un buddista o un indù dalla vita buona e giusta. Manomettere il rapporto fra morale e sacramenti, alla fine può condurre a concezioni ecclesiologiche non cattoliche.






Fonte: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/









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