domenica 8 luglio 2012

"INTRODUZIONE ALLO SPIRITO DELLA LITURGIA" (JOSEPH RATZINGER)

 

 

di don Pietro Cantoni

seconda parte

 

 

Il dato della corretta "figura" della celebrazione da rinvenirsi nella preghiera eucaristica come "cuore" e "culmine" della celebrazione (13) può essere considerato come acquisito. Nel prestigioso dizionario di liturgia delle Edizioni S. Paolo, alla voce Sacrificio, redatta da dom Burkhard Neunheuser O.S.B., si legge: "La "figura" della celebrazione, se proprio vogliamo usare questa parola, non è il (semplice) convito e neppure un sacrificio materiale di pane e vino in quanto azione distinta dal sacrificio di Cristo, bensì il memoriale di ringraziamento sul pane e sul vino (elementi del convito) in cui diventa presente l'unico sacrificio di Cristo, quello da lui offerto in croce: sacrificio sacramentale, pieno di realtà" (14).

Sacrificio sacramentale vuol dire sacrificio nel segno efficace. Un segno deve esprimere la realtà di cui è segno (15). Il segno di un sacrificio dev'essere sacrificale. Qui il segno è - complessivamente - una preghiera su elementi materiali, perché è un sacrificio secondo il Logos fatto carne. Deve però essere una preghiera sacrificale per svolgere questa funzione, quindi orientata all'adorazione E non al convito, che è solo il contesto in cui essa avviene. Essendo preghiera sacrificale, il convito può solo logicamente seguire, come conseguenza però, non come scopo (16).


Quindi dom Neunheuser prosegue citando quanto i princìpi e le norme per l'uso del Messale Romano dicono a proposito della Preghiera Eucaristica: "A questo punto ha inizio il momento centrale e culminante dell'intera celebrazione, vale a dire la preghiera eucaristica, cioè la preghiera di azione di grazie e di santificazione... Il significato di questa preghiera è che tutta l'assemblea si unisca insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell'offrire il sacrificio" (17). Poi commenta: "Qui risulta chiaro che non basta parlare della figura di "convito" della messa" (18).


Il problema vero sta dunque nel comprendere quali possono essere le azioni liturgiche che meglio esprimono questo orientamento e questo contenuto teologico. Qui s'inserisce la proposta del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede di ravvivare la tradizione liturgica nella direzione della celebrazione verso Oriente, cioè verso il sole che sorge come simbolo di Cristo che viene. Il card. Ratzinger dà per scontato quanto ogni buon liturgista dovrebbe sapere, cioè che il dato dell'orientamento della preghiera liturgica verso Oriente è un dato comune della tradizione cristiana fin dai primordi. Nell'opera in esame non entra nei dettagli, che ha invece affrontato altrove (19). Proprio questo "scontato" viene invece messo in discussione.


Per padre Falsini l'orientamento sarebbe di origine pagana, accolto in modo unanime solo in Oriente, mentre in Occidente esso diventerebbe generale solo a partire dal secolo IX. Per corroborare questa tesi vengono addotti alcuni fatti, fra cui la presenza di tante chiese "orientate" a occidente proprio a Roma e la presenza di una rubrica nel messale tridentino che parla di celebrazione versus populum.


In realtà quello dell'orientamento della preghiera è un dato comune a tutte le religioni (20). I cristiani ereditano l'orientamento dal giudaismo, solo che - lasciata cadere, per ovvie ragioni teologiche, la direzione del Tempio - la sostituiscono con quella del sole che sorge, simbolo di Cristo (cfr. Lc. 1, 78; Mt. 24, 27; Ap. 7, 2; At. 1, 11) e assumono così con estrema naturalezza la prassi pagana della direzione verso Oriente, cioè dell'"orientamento" in senso etimologico (21). Il controfatto costituito dalla presenza in Occidente di tante chiese "occidentate" non è ad rem. Dobbiamo infatti accuratamente distinguere l'orientamento delle chiese e quello della preghiera. Anche nelle basiliche romane con l'abside a occidente la preghiera era sempre orientata: proprio così si spiega il fatto che il sacerdote si poneva dietro l'altare e davanti al popolo. A ben guardare poi anche l'abside a occidente rispondeva solo a un diverso concetto di orientamento, per cui era la porta a essere rivolta verso il sole che sorge, per influsso di Ez. 8, 16 (22). Riassume bene i fatti don Michael Kunzler: "Nella chiesa antica l'orientamento della celebrazione era verso oriente, non solo per il celebrante, ma anche per tutti i fedeli. Se la porta d'ingresso era ad oriente, in effetti il celebrante stava "dietro" l'altare rivolto verso la comunità, ma vedeva solo delle schiene, dato che per pregare anche la comunità si rivolgeva verso oriente. Dato che le chiese di nuova costruzione erano sempre in maggior numero rivolte verso oriente, ne risultò l'orientamento della celebrazione versus altare" (23).


Certo si può obiettare, come qualcuno ha fatto, che - qualunque sia il dato tradizionale sul punto - l'orientamento non sarebbe capito dall'uomo d'oggi. Nel contesto postmoderno in cui viviamo questo è molto discutibile, posta la rinnovata sensibilità che si sta delineando per tutto ciò che ha valore "simbolico". Pur tuttavia si può agevolmente sottolineare che, al di là dell'orientamento strettamente "geografico", un comune guardare nella stessa direzione al momento della preghiera - in particolare della grande preghiera, la preghiera eucaristica - non risulterebbe affatto di difficile comprensione. Si tratterebbe infatti di evidenziare gestualmente il senso della preghiera in cui si realizza il sacrificio eucaristico, che è inequivocabilmente versus Deum. Il cardinale ravvisa proprio nella migliore distinzione delle diverse parti della celebrazione - liturgia eucaristica e liturgia della parola - uno dei meriti principali della riforma liturgica. Si tratterebbe allora di trarne tutte le conseguenze. Posto che la celebrazione - da cogliere sempre nella sua unità - è fondamentalmente composta di tre momenti - liturgia della parola, liturgia eucaristica e liturgia del convito -, niente di più naturale che la liturgia della parola e il momento della distribuzione della comunione vedano il celebrante e il popolo faccia a faccia, mentre al momento della liturgia sacrificale sacerdote e popolo si volgano nella stessa direzione, verso il Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo.


Negli anni 1980 la Santa Sede, in collaborazione con la Chiesa cattolica siro-malabarese, ha realizzato la riforma dell'antico rito liturgico di questa Chiesa, che si ricollega al rito siro-orientale o "caldeo", riportandolo a una maggiore conformità alle origini dopo le latinizzazioni subentrate nel corso della sua storia. In quel contesto si è discusso anche di questo problema ed è interessante ascoltare quanto dice un liturgista indiano a questo proposito riassumendo i dati scientifici e la mens della Congregazione competente: "Secondo la tradizione comune bimillenaria di tutte le Chiese, la liturgia eucaristica si celebra versus Deum (ossia versus Orientem o altare), cioè il popolo e il celebrante guardano nella stessa direzione, aspettando il Signore che verrà dall'Oriente. Dopo il concilio Vaticano II, la Chiesa latina cominciò a celebrare la liturgia versus populum. Non si può dire, però, che la Chiesa latina abbia completamente abbandonato la tradizione di celebrare la Messa versus Deum. In alcune chiese e monasteri antichi si celebra ancora la Messa secondo la tradizione comune. Lo stesso Papa nella sua cappella privata - con la partecipazione di alcune persone - celebra la Liturgia dell'Eucaristia versus altare. Nella basilica di San Pietro presso i sette altari famosi e nelle altre basiliche romane presso gli altari antichi si può vedere ogni giorno la celebrazione della Liturgia dell'Eucaristia versus altare. Per l'influsso della Chiesa latina, qualche diocesi orientale cattolica ha abbandonato la celebrazione verso l'Oriente, ma la tradizione comune è fedelmente osservata da tutte le Chiese orientali non ancora in piena comunione con la Chiesa romana" (24).


Padre Falsini minimizza tutta la questione, facendo notare come i documenti della Conferenza Episcopale Italiana in tema di altare non ne facciano menzione. Non cita però un importante responso della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, del 25 settembre 2000, che pone invece il tema dell'orientamento nel dovuto risalto (25).


Altra sorgente di confusione è il sovrapporre - come fa padre Falsini - al tema della direzione della preghiera il tema della centralità dell'altare. Sono due problematiche diverse. La centralità dell'altare non è messa in discussione da nessuno e ha lo scopo di far risaltare la sacralità del luogo dove si compie il sacrificio e sono preparati il cibo e la bevanda celesti di cui la Chiesa è chiamata a nutrirsi. L'altare è simbolo di Cristo - altare, vittima e sacerdote -, per cui è opportuno che sia unico, separato dalla parete e posto al centro dell'abside. Anche qui le assolutizzazioni vanno però evitate, così come dovrebbe essere evitata la distruzione di quelle autentiche opere d'arte e di pietà cristiana che sono spesso gli altari barocchi. Quanto mi preme sottolineare è che la centralità dell'altare non è legata alla posizione che il celebrante assume rispetto a esso.


A livello metodologico, la discussione centrata sulla "figura" della celebrazione eucaristica è di primaria importanza. Il teologo elabora il "contenuto" teologico della celebrazione, tenendo in adeguato conto non solo il dato biblico, patristico e magisteriale, ma anche la liturgia come locus theologicus, in ossequio al detto legem credendi lex statuat supplicandi, "la norma della fede è stabilita dalla norma della preghiera", che costituisce un imprescindibile punto di riferimento di tutta la sua riflessione. Alla luce di questa, il teologo della liturgia cerca di enucleare le linee portanti della celebrazione, allo scopo di percepire la sua struttura essenziale, la sua "figura", Gestalt. Il liturgista si sforza di tradurre questa figura, letta sempre teologicamente in stretta connessione con il suo "contenuto" - Gehalt -, nelle forme che meglio gli convengono alla luce della storia liturgica, delle norme ecclesiastiche e delle esigenze pastorali. Così si delineano anche meglio gli ambiti delle diverse competenze. Qualunque altra strada confina la liturgia o nel positivismo legalistico, cioè nel "rubricismo", oppure nell'arbitrio pastoralistico, che di volta in volta inventa quello che sembra più accattivante ed efficace. La proposta del card. Ratzinger credo debba essere letta in questa prospettiva.


Egli non ritiene opportuno procedere ora a nuovi cambiamenti nella liturgia, perché di cambiamenti ve ne sono stati già tanti e i fedeli rimarrebbero ulteriormente disorientati. La liturgia rischia di apparire come un campo di battaglia in cui i preti sfogano la loro litigiosità "teologica" e i fedeli ne subiscono le conseguenze. Celebrare versus Deum è già possibile secondo il Nuovo Messale. Là dove non è possibile perché il santuario è già stato stabilmente ristrutturato, il cardinale consiglia di mettere un crocifisso sull'altare, secondo una modalità prevista dalle norme vigenti. Davanti all'imbarazzo che i liturgisti denunciano nel rilevare la scarsa incidenza della preghiera eucaristica, che pure dovrebbe essere il cuore della celebrazione, e davanti alla situazione di impasse da cui si tende a uscire fabbricando nuove preghiere sempre più banali o dando spazio a improvvisazioni che sono in realtà abusi, il card. Ratzinger torna a proporre la recita della preghiera "sottovoce". La proposta potrà apparire discutibile, ma vi è da riflettere sul fatto che le moderne scienze umane hanno abbondantemente messo in luce come la comunicazione verbale non sia l'unica forma comunicativa e neppure sempre la più chiara. A volte i silenzi parlano più delle parole.


In tutto questo però rischiamo anche noi di spostare l'attenzione lontano dall'essenziale. Scopo dichiarato dell'opera, cioè, non è quello di "ribaltare gli altari" o di "zittire il prete", ma di avviare una riflessione. All'intervistatore che lo incalzava nel senso di un cambiamento concreto della posizione dell'altare, il cardinale ha risposto così: "Tuttavia, questa dev'essere la conseguenza di una nuova presenza del sacro nei cuori. È stata cambiata la posizione dell'Altare perché vi era una nuova sensibilità, più didattica, direi un po' più razionalista. Si è pensata la Messa come fosse un dialogo con il popolo. Tutto andava compreso, tutto doveva essere "aperto" per essere compreso. E si è perduta la percezione del fatto che comprendere la realtà della liturgia è cosa ben diversa dal comprendere le stesse parole della liturgia.


"Una pia vecchietta può comprendere benissimo la profondità del mistero, senza tuttavia comprendere il significato di ogni parola.


"Questo è quanto è accaduto dopo il Concilio. Il Concilio è rimasto ancora molto equilibrato, ma dopo il Concilio è prevalsa l'idea che occorreva aprire tutto, comprendere tutto, cosa questa che derivava da una superficialità circa il modo di comprendere la liturgia e il suo messaggio. Vero è che la liturgia, in questo modo, è annunciata, ma si tratta di un annuncio differente. È molto importante che i giovani chiamati alla vocazione riscoprano che una liturgia razionalizzata, una liturgia in cui vige solo la preoccupazione di farsi comprendere dal punto di vista della ragione e dal punto di vista intellettuale, non ha più la profondità di quella realtà che tocca il mio cuore fino al livello della presenza di Dio in me.


"Se si ritorna a una visione molto più profonda della liturgia come mistero, nel senso che questo termine ha nel Nuovo Testamento, se ritroviamo l'essenziale in questo contatto tra il popolo e il prete, nel Signore, e se è il Signore stesso che ci tocca, allora il più importante è stato fatto. Penso dunque che una nuova sensibilizzazione nei confronti delle realtà della liturgia e del suo mistero, insieme a una nuova educazione liturgica, siano le prime cose da fare. Non bisogna pensare innanzi tutto e subito a cambiamenti. Se si ritrova una più profonda comprensione, i cambiamenti seguiranno necessariamente" (26).


Dà sempre però un senso di profonda tristezza qualunque polemica attorno a quello che è e rimane il sacramento dell'amore.


Torniamo dunque al nocciolo, al cuore e al culmine della celebrazione, al momento in cui irrompe l'atto d'amore assoluto del Dio fatto uomo: nella preghiera eucaristica l'amore infinito dell'uomo-Dio si fa infatti presente perché noi vi partecipiamo e la Chiesa lo fa suo, quindi "nostro" davanti a Dio e ai fratelli. Quel momento supremo che lasciava assorto il beato padre Pio da Pietrelcina O.F.M. Cap. (1887-1968), a volte per lungo, lunghissimo tempo, in un silenzio rotto solo dal bisbiglio incomprensibile ma eloquente delle parole del Canone (27). In quel momento il sacrificio di Gesù non era solo ripresentato cultualmente, ma rivissuto, come d'altra parte è nella sua natura profonda. Il rito è infatti sempre mediazione, indispensabile mediazione fra la vita di Cristo e la nostra vita.


Oggi nelle nostre parrocchie è sempre più frequente assistere a celebrazioni della liturgia domenicale absente presbytero (28). Ho l'impressione che l'unica differenza con la Messa colta dalla grande maggioranza dei fedeli è che l'una è celebrata dal diacono, o da un ministro straordinario dell'Eucaristia, e questa dal sacerdote. Se in una celebrazione sparissero le letture o la comunione tutti se ne accorgerebbero. Ma se sparisce il suo "cuore"?

6. Il movimento liturgico

Si è parlato sovente di "movimento liturgico". Si tratta di un concetto chiave per capire quest'opera, che comunque non nasconde affatto l'intento di contribuire alla nascita di un "nuovo" movimento liturgico. Non è certamente questa la sede per una trattazione esaustiva o anche solo generica di un argomento così complesso (29), ma vale la pena tracciarne qualche linea.


Anzitutto occorre osservare che tutta la liturgia è sempre stata "in movimento". Uno sguardo anche solo superficiale alla sua storia convince che, se le linee essenziali sono permanenti - e quanto è permanente non è certo poco -, tuttavia la liturgia conosce tanti mutamenti nel corso della sua storia. La stessa fissazione dei riti secondo testi stabiliti e normativi è frutto di un processo durato secoli. Qualcuno insiste nell'affermare che la liturgia dei primi secoli era "libera" e questo costituirebbe quasi una prerogativa cristiana rispetto al ritualismo ebraico e pagano. Ciò è esatto solo in parte, perché la libertà consisteva nell'improvvisare ampiamente testi e gesti che però si riconducevano a modelli prefissati. Per certo la liturgia cristiana si è sviluppata a partire da quella ebraica, in particolare dal culto della Sinagoga, mentre il riferimento al Tempio rimaneva sia attraverso il legame che la Sinagoga conservava con il Tempio, sia attraverso il senso tipologico che il Tempio con il suo culto sacrificale manteneva rispetto al sacrificio perfetto di Cristo. I diversi contesti culturali e le diverse epoche hanno dato origine a diversi "riti" (pp. 156-162) e a forme diverse, che questi riti hanno assunto nel corso della loro storia. Tuttavia i riti non sono "[...] solo prodotti dell'inculturazione, benché abbiano fatto propri elementi di culture diverse. Essi sono figure della tradizione apostolica e del suo sviluppo nei grandi ambiti tradizionali" (p. 160).


Certamente l'interesse e l'amore per la liturgia cristiana hanno sempre accompagnato la sua storia ormai bimillenaria, ma si può parlare di "movimento liturgico" in senso vero e proprio quando sorge il problema di una disaffezione - che è sempre, a monte, una mancanza di comprensione - per la liturgia. Dove debba essere collocato l'in principio cronologico di questo evento è oggetto di discussione fra gli storici e i liturgisti. Vi è chi lo fa iniziare con l'Illuminismo, chi lo posticipa al secolo XIX o all'inizio del XX o chi lo anticipa - almeno quanto a germi precorritori - addirittura al tardo Medioevo. Alcuni punti di riferimento certi sono questi: il primo a usare il termine - e certamente un padre, se non il padre, riconosciuto del movimento - è l'abate di Solesmes, in Francia, dom Prosper Guéranger (30). Il nome di dom Guéranger è legato anche alla riforma del monachesimo benedettino nel secolo XIX e certamente le vicende della liturgia nei tempi moderni sono profondamente legate all'ordine di san Benedetto che è divenuto, per così dire, il custode delle ricchezze e dei valori della liturgia in Occidente. Dello stesso ordine sono infatti il belga dom Lambert Beauduin O.S.B. (1873-1960) e il tedesco dom Odo Casel O.S.B. (1886-1948), nomi "chiave" per intendere le vicissitudini del movimento liturgico. Così come vanno ricordati i "luoghi" benedettini: accanto al già menzionato Solesmes, Maria Laach e Beuron in Germania, Maredsous e Mont-César in Belgio, per segnalare solo i più importanti. Come ho già osservato, nel secolo XX è assolutamente significativo Guardini. Se il movimento ha una sua struttura unitaria non si può dire che fosse così negli intenti, tanto che gli si possono attribuire diverse "anime".


Vi è un'anima storicizzante, che tende a ricercare la forma liturgica più pura nell'antichità. Vi è la tendenza a idealizzare il periodo del rito romano "puro", cioè non ancora inquinato dagl'influssi gallicani e franchi del Medioevo. Nasce una caratteristica mentalità che predilige il romanico, è sospettosa nei confronti del gotico e aborrisce il barocco. A questa mentalità è riconducibile una deviazione che è stata detta "archeologismo", cioè il pensiero che l'originario rappresenti sempre la perfezione e che tutto quanto si è aggiunto nella storia sia decadenza e appesantimento del tempo, dimenticando il valore dello sviluppo organico che nella Chiesa è opera dello Spirito Santo. Non tutto quanto si aggiunge nel tempo è sempre buono, ma non vale neppure il criterio contrario. È opportuno un discernimento, a cui tutti - pastori, teologi e semplici fedeli - possono dare il loro contributo, ma di cui solo il Magistero rappresenta l'istanza definitiva.


Vi è poi un'anima metafisica, che vede nella liturgia l'espressione dell'oggettività della fede e della preghiera contro lo spirito soggettivistico e individualistico che nasce con il tardo Medioevo, ma che in qualche modo, secondo alcuni ambienti liturgici, è già preparato dalla Scolastica. Si riconosce certamente il criterio di giudizio classico della scuola contro-rivoluzionaria. A quest'anima è ascrivibile però uno degli episodi più discutibili della storia del movimento liturgico: la polemica che vede i liturgisti contrapporsi agli Esercizi Spirituali di sant'Ignazio di Loyola (1491-1556) e in generale alla mistica "moderna", tacciata appunto di psicologismo e d'individualismo.


Vi è, infine, un'anima pastorale, preoccupata soprattutto della divisione che nella liturgia si riscontra fra clero e popolo (31) e dell'incomprensione che anche nel clero sussiste sul vero senso della liturgia, ridotta a un "insieme di norme", dette "rubriche", a causa del colore rosso con cui venivano scritte le indicazioni operative nei libri liturgici, dove i testi delle preghiere erano in nero, prassi tuttora conservata. Da cui il termine "rubricismo" per indicare un modo solo esteriore e giuridico di affrontare la liturgia. A quest'anima dev'essere attribuita la particolare sensibilità per la "partecipazione attiva" (32) dei fedeli alle celebrazioni. Il termine risale a Papa san Pio X, che può essere a pieno titolo annoverato fra i pionieri del movimento liturgico. Anche qui però abbiamo un possibile sviluppo negativo, perché l'esasperazione di questo principio porta con sé, puramente e semplicemente, la distruzione della liturgia (33).


Naturalmente un "nuovo" movimento liturgico deve tener conto di tutta la strada percorsa e, facendo propria la sostanza certamente positiva dell'"antico" movimento liturgico, saperne superare - con il senno del poi che fa della storia un'autentica magistra vitæ - quelle tendenze negative che proprio nel postconcilio sono emerse con valenza distruttiva, rischiando di compromettere la sopravvivenza stessa dell'"affresco". Né si può escludere a priori che qualcuna di queste tendenze abbia giocato un suo ruolo anche nella riforma liturgica stessa.


In questo processo di discernimento è certamente importante anche raccogliere le critiche che sono state sollevate nei confronti della riforma. Si va da critiche di carattere dogmatico, che ne mettono in discussione addirittura l'ortodossia cattolica, a quelle di carattere storico, liturgico o pastorale. Le critiche radicali di carattere dogmatico sono certamente inconsistenti (34), mentre più serie, anche se da vagliare con grande spirito critico e con discernimento "cattolico", quelle di altra natura (35). Da più parti si parla con insistenza di "riforma della riforma" (36), proprio rilevando le carenze della recente riforma liturgica. Bisogna però tener conto del fatto che il processo di maturazione che ha portato dal "movimento" alla "riforma" liturgica è durato almeno cinquant'anni. Questi sono i tempi della Chiesa.


7. La religiosità popolare


Dopo aver capito che l'esito della secolarizzazione non era la scomparsa del religioso, ma la sua inflazione, si è tornati a osservare con interesse il fenomeno della religiosità popolare. Anche in questo caso ha nuociuto al movimento liturgico l'eccessivo fissarsi sull'"oggettivo", cioè sul "dato" tradizionale e liturgico, che ha creato diffidenza nei confronti della mistica e della devozione popolare, accusate di eccessiva soggettività e sentimentalismo. Di fatto "soggettivo" e "oggettivo" sono come due facce di un'unica inseparabile medaglia: qualunque realtà è "oggetto" solo per un "soggetto" che effettivamente la coglie e se ne appropria. Negli ambienti liturgici la devozione popolare è di frequente guardata con disprezzo e tacciata di "devozionismo". In realtà questo è il modo in cui spesso i temi della liturgia sono vitalmente fatti propri dal popolo. La religiosità popolare è il luogo di una genuina creatività liturgica, molto più autentica di quella prodotta a tavolino da professori di liturgia. Fra la religiosità popolare e la creatività dei professori vi è lo stesso rapporto che si riscontra fra la vita che i classici latini hanno continuato a godere nel Medioevo e la sopravvivenza fredda e meccanica - anche se per certo filologicamente più esatta - che hanno conosciuto nella stagione dell'Umanesimo e del Rinascimento. La differenza fra paraliturgia popolare e liturgia ufficiale va certamente mantenuta, purché la distinzione non diventi separazione, che degenera fatalmente in dialettica, e si conservi quindi la possibilità di uno scambio vitale, che assicuri alla liturgia un'autentica crescita organica e alla devozione il modello e il controllo della tradizione ecclesiastica. Si può dire, con una non debole analogia, che la liturgia sta alla devozione popolare come il dogma sta alla riflessione teologica.


Tornando alla metafora da cui sono partito, ci si può chiedere in che cosa consista quell'affresco da riscoprire e da non rovinare, cioè quell'essenza della liturgia di cui nuovamente riappropriarsi. È evidente che non si tratta della liturgia di un dato momento storico, fosse pure quello della "liturgia romana classica", espressione con la quale s'indica la liturgia di Roma a partire dal passaggio dal greco al latino, sotto il pontificato di san Damaso (366-384), fino ai secoli VII e VIII, quella liturgia che i pellegrini franco-germanici ammiravano estasiati e cercavano di portare anche nelle loro contrade, come avvenne ai pellegrini di Kiev per la liturgia bizantina; ancora, la liturgia che, con la sua nobile semplicità, romana gravità e serena bellezza ha contribuito in modo certamente determinante a forgiare l'Europa cristiana occidentale. Ebbene, non si tratta né di questa liturgia né del messale tridentino o "di san Pio V". Si tratta piuttosto dell'essenza della liturgia: "Ogni età deve ritrovare ed esprimere l'essenziale. Quel che importa è, quindi, continuare a scoprire quello che è essenziale attraverso i cambiamenti epocali" (p. 77).


8. Conclusione


Il vero rinnovamento lo attua non chi cerca direttamente di essere aggiornato, ma chi oggi, nella situazione in cui si trova e con le risorse a disposizione, cerca con tutte le forze di andare all'essenziale, di ritrovare il centro della liturgia partendo da quel punto della circonferenza che è il suo momento storico. Così come la vera inculturazione è attuata non da chi la cerca per sé stessa, ma da chi, vivendo pienamente in una data cultura, con essa e a partire da essa, cerca di cogliere l'essenza di una dottrina e di viverla, ovviamente al prezzo anche di staccarsi da quegli aspetti della sua mentalità che alla prova risultano incompatibili con la dottrina riconosciuta vera. Si vede ancora una volta la fondamentale differenza che intercorre fra relativismo e prospettivismo. Il relativismo concepisce la verità come legata a una variabile indipendente, per esempio nel caso dello storicismo la verità dipendente dal momento storico. Nel prospettivismo, nonostante le apparenti somiglianze, si verifica esattamente l'opposto, perché è il momento storico - o l'uomo che vive nel momento storico - a concepirsi come assolutamente dipendente dalla verità. Come ammoniva a suo tempo Michele Federico Sciacca (1908-1975): "Non c'è storia della verità, ma dell'umana scoperta di essa" (37).


E talora, come suggerisce Nicolás Gómez Dávila (1913-1994), "Per rinnovare non è necessario contraddire, basta approfondire" (38).


Certamente l'opera del card. Ratzinger è un contributo essenziale a un approfondimento di tale natura, non puramente accademico e mirante a un'erudizione fine a sé stessa, ma finalizzato a riappropriarsi dell'essenza della liturgia, così com'essa è oggi presente nella Chiesa e attraverso la Chiesa, per far sì che continui a essere anche domani quello che da sempre è: culmen et fons.


 

don Pietro Cantoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento