martedì 30 gennaio 2018

La regola di San Benedetto ha modellato l'occidente cristiano









Il 28 febbraio 2018 ricorrerà il decimo anniversario della morte di Dom Gérard Calvet O.S.B.(1927-2008), fondatore e primo abate del monastero Sainte-Madeleine di Le Barroux. Iniziamo a ricordarlo offrendo di seguito la prima parte di Regard sur la Chrétienté (Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1982, qui pp. 11-17), ripresa in libretto del dialogo dell’inverno 1982 fra Bernard-Romain-Marie Antony e Dom Gérard, originalmente pubblicato nei nn. 99, 100 e 101 del quotidiano Présent. Trad. it di fr. Romualdo Obl.S.B.


Perché i monaci?

Essenzialmente per la preghiera. La preghiera non è un’attività umana fra altre. Essa è l’attitudine essenziale mediante la quale l’uomo esprime la sua adorazione, la sua dipendenza, il suo amore, la sua azione di grazie per Colui che è la bontà infinita. Mi sembra che si parli troppo poco della bontà di Dio. È tuttavia questa bontà infinita a deliziare il monaco.
Guardate san Bruno: quando ha raggiunto il deserto delle certose, si è girato verso questi orizzonti straordinari, esclamando: “O Bonitas”. Vedeva, leggeva la bontà di Dio attraverso la sua bellezza. Ma se la creazione è un vestigio della bontà di Dio, che dire allora quando si guarda il Crocifisso?


Nella vostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, parlate di tre fedeltà: “Fedeltà alla Regola, fedeltà alla liturgia, fedeltà inoltre a quella carità amichevole di cui gli antichi avevano il segreto, senza la quale è impensabile rifare una cristianità”. La vita moderna, che distrae i nostri contemporanei dalla contemplazione, ne offre loro come la nostalgia, ma ciò che non comprendono affatto, è la necessità di una regola.


Ciò nonostante la regola è presente ovunque. Non vi è che da guardarsi attorno. La bellezza dell’universo deriva dalla sottomissione alle leggi che ne regolano l’armonia. Guardate gli animali: sono sottomessi alla regola inflessibile dell’istinto; guardate il cielo stellato, che esempio sontuoso di obbedienza alla regola! Gli esseri umani che vogliono vivere in società sono pure essi ben costretti a sottomettersi a una legge.

La Regola di san Benedetto apporta un rimedio al peccato originale. Salva l’uomo dall’istinto selvaggio, lo sottrae al capriccio; è la condizione della sua libertà. È un miracolo di equilibrio, sovranamente adattato al bene dell’anima, alla vita consacrata, alla ricerca di Dio. Di una meravigliosa flessibilità, essa si adatta altrettanto bene agli occidentali e agli uomini di colore. Me ne sono accorto quando ci hanno inviato a fondare un monastero in Brasile. Scritta nel secolo VI, essa sembra scritta per i tempi moderni; permette ancora oggi all’uomo di convertirsi, cioè di volgersi a Dio, nell’ambito di una famiglia di fratelli, sotto il paterno governo dell’Abate.
Se i sacerdoti volessero ispirarsene, essa potrebbe essere il rimedio più appropriato alla crisi attuale del clero.


Al giorno d’oggi si ammette volentieri che la Regola di san Benedetto è stato un fattore importante di civilizzazione. Come ve lo spiegate?

La santa Regola è stata il codice di vita dei primi evangelizzatori dell’Europa. Ha dunque modellato il nostro Occidente cristiano, non come lo farebbe una teoria, ma in quanto metodo educativo. E come in ogni metodo educativo, quando se ne stravolgono alcuni elementi, l’educazione non è più ricevuta. Occorre dunque rispettare l’integrità della Regola. Credo che per noi questa è stata una grazia, il fatto di volerla osservare alla lettera, perché essa si rivela perfettamente adatta ai giovani d’oggi.

Da noi i giovani non hanno mai contestato la santa Regola; al contrario, ammirano a quale punto essa sia umana, dolce, familiare. Péguy diceva che le regole flessibili sono più esigenti delle regole dure. Si potrebbe dire che la Regola di san Benedetto è una regola flessibile, in quanto è temperata dalla carità ed è improntata a un carattere propriamente paterno e familiare.



Dopo la fedeltà alla Regola, c’è la vostra fedeltà alla liturgia. In quasi tutti i monasteri la liturgia è stata profondamente alterata. Da voi, dom Gérard, è rimasta intatta. Perché?

Potremmo dire che è per le stesse ragioni: la santa liturgia è la regola della preghiera, e questa regola di preghiera è ancora più venerabile della Regola benedettina, poiché s’identifica con il cuore, l’anima e la vita della Chiesa. Sono i salmi, il santo sacrificio della messa, il grande sacramentale dell’ufficio divino, da Mattutino e le Lodi fino alla Compieta. Amiamo la santa liturgia perché è una meravigliosa scuola di preghiera. Essa è, diceva dom Guéranger, “il magistero della Chiesa pervenuto al suo grado più alto di splendore e solennità”; permette di cogliere dalle labbra e dal cuore della Chiesa lo stesso pensiero del suo Dio. Mette in azione l’uomo nella sua interezza, con il suo corpo, la sua anima, il suo spirito, la sua intelligenza, la sua sensibilità.

I salmi sono delle grida d’amore, di pentimento e ammirazione; una specie di sfogo affettuoso verso Dio, anziché una meditazione discorsiva. La pietà degli antichi monaci era molto più semplice, più affettuosa, più cordiale, più vicina all’infanzia che al genere di meditazione analitica che è prevalso a partire dal secolo XVII.



Qual è la trama di fondo della pietà monastica?

Sono i salmi! Il salterio è il pane quotidiano della pietà monastica. Per meglio dire, è la manna del deserto. Perché i salmi parlano di Cristo e Cristo parla attraverso i salmi. Grazie all’ufficio della salmodia, nuotiamo nel grande fiume liturgico che ci penetra e ci trasforma un poco alla volta. E poi, i salmi sono ispirati. La salmodia è Dio che parla a Dio, dettandoci le formule, gli accenti e le cerimonie scelte da lui. È dunque la preghiera pubblica della Chiesa, sposa di Cristo; e la voce della Sposa raggiunge il cuore dello Sposo.

Infine, occorre dire che questa preghiera è fatta di uno splendido materiale, giacché una grande poesia sacra accompagna tutte le cerimonie della Chiesa.




Sembra d’altronde che la Chiesa di oggi, abbandonando la tradizione liturgica, abbia rinunciato alla bellezza del culto. Non vi è confusione fra bruttezza e povertà?

Esattamente. Siamo in piena confusione. Vi era nei moderni una certa intuizione, che all’inizio era buona: la bellezza non dipende da un’accumulazione di materiali, da una deriva di ornamenti e di sovrappesi. Bene. Ma hanno fatto una confusione ben più grave. Hanno creduto che la semplicità fosse una cosa facile.

Si tratta di un errore. Il canto gregoriano, per esempio, è un’arte di una grande semplicità di mezzi; ma è un’arte difficile. Semplicità non vuol dire indigenza, è ascesi della bellezza. Credendo di semplificare, hanno mutilato, hanno schematizzato, hanno soppresso la vita, hanno creato delle liturgie astratte, asciutte, disseccanti, senza poesia, senza lirismo e senza trascendenza, che cominciano a datare terribilmente.




Nelle riforme uscite dal Concilio, all’inizio non c’era un desiderio legittimo di volere riaccordare la liturgia alla sensibilità popolare?

Certamente. C’era tutto un lavoro da svolgere, di rieducazione e nuovo radicamento. Ma sono stati commessi due errori.

In primo luogo, si è trattata con disprezzo l’anima popolare, scadendo nel facilismo e nella volgarità; poi si è agito con empietà mettendo mano al tesoro trasmesso dalla Tradizione. Supponete che si abbia cattivo gusto, supponete che si sia confusa semplicità e indigenza; può succedere. In ogni caso, c’era un’empietà flagrante nel porre mano su questi tesori che fanno parte del patrimonio dell’umanità, che gli atei riveriscono, che i protestanti rispettano. Poiché quanti hanno un po’ di senso umano sentono che ciò tocca i valori più elevati dell’anima. C’è là qualcosa d’incredibile nella storia della Chiesa.
Dunque, non fosse altro che a titolo di riparazione, siamo rimasti fedeli alla liturgia integrale. Poi ci siamo resi conto molto velocemente che eravamo i primi beneficiari di questa grande Tradizione; è grazie all’influenza dolce e regolare della liturgia che dom Innocent Lemasson ha potuto scrivere: “I nostri chiostri sono accademie di pace, di silenzio e di libertà”. Poco alla volta la liturgia trasforma la nostra anima, il nostro spirito, la nostra immaginazione, anche il nostro corpo; perché il rito liturgico educa il corpo umano, lo disciplina, lo purifica, poi mette sulle nostre labbra i cantici annunciatori della vita eterna. Adesso capite perché la liturgia fa parte “usque ad mortem” del nostro programma di fedeltà.






















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