sabato 6 febbraio 2021

Come la sinistra ha creato il dogma abortista







Il legame tra socialismo e la difesa della famiglia si spezza per la torsione totalitaria inflitta al socialismo dal leninismo e dalla dittatura comunista sovietica. Da allora nelle società “opulente” occidentali l'ossessione, propria delle ideologie totalitarie, di ridisegnare completamente la natura umana si è ripresentata sotto la veste di un relativismo culturale sfociato nella reinterpretazione della libertà come assoluto soggettivismo. Un'ideologia che ha portato a una para-realtà che non ha più nulla a che fare con i diritti soggettivi.




VERSO LA GIORNATA PER LA VITA
VITA E BIOETICA
Eugenio Capozzi, 06-02-2021

Domanda non retorica: cosa c'entra la cultura politica della sinistra in tutte le sue forme, dal socialismo al progressismo liberale, con l'idea che l'aborto volontario sia un diritto, al quale non si possa contrapporre alcun diritto alla vita del bambino non ancora nato?

Ormai siamo abituati a considerare questa corrispondenza come un fatto scontato, ma non lo è assolutamente: né sul piano filosofico, né su quello storico. In realtà la rivendicazione del “diritto all'aborto” è un fatto relativamente recente, e ha due radici ideologiche, di cui la seconda è in parte dipendente dalla prima: i totalitarismi del primo Novecento e il relativismo radicale del secondo Novecento.

La concezione liberale dei diritti deriva innanzitutto dal giusnaturalismo, cioè dall'idea che esista una legge di natura su cui l'etica, la politica e il diritto devono fondarsi. E' sulla concezione giusnaturalista che si fondano le prime enunciazioni dei diritti inalienabili dell'essere umano: quella di John Locke nel Secondo Trattato sul governo (1689) e quella contenuta nel preambolo alla Dichiarazione d'indipendenza delle colonie americane (1776), da essa chiaramente ispirato. E le origini di esse risalgono al razionalismo cristiano medioevale: in particolare, al pensiero di San Tommaso d'Aquino, secondo cui il potere politico deve arrestarsi davanti all'intangibilità dell'essere umano creato da Dio a propria immagine e somiglianza e da Lui dotato di razionalità e libertà morale. Una concezione tradotta nella cultura inglese moderna dal teologo anglicano Thomas Hooker, nel Trattato sulle leggi di politica ecclesiastica (1594), che è il maggiore ispiratore di Locke.

Ora, il primo tra i diritti inalienabili dell'uomo sia per Locke che per i rivoluzionari americani è quello alla vita, unitamente con quelli alla libertà e alla proprietà, o alla “ricerca della felicità”. La creazione divina rende ogni essere umano unico e sacro. Quindi la tradizione costituzionale occidentale, dagli esordi fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu, è incompatibile con qualsiasi legittimazione della soppressione di una vita umana innocente (altra questione è la pena di morte come autodifesa sociale contro la violenza, ma anche la liceità di essa viene messa sempre più in questione) in nome di qualsiasi esigenza individuale o collettiva. Ciò implica il rifiuto tanto dell'aborto quanto dell'eutanasia.

Che invece cominciano a venir giustificati in un'ottica eugenetica dalla cultura positivistica ottocentesca, per divenire poi nel XX secolo cardini del totalitarismo nazista.

Dall'altra parte il socialismo, mosso fin dalle origini da preoccupazioni umanitarie per le concrete condizioni di vita dei ceti operai a partire dalla rivoluzione indistriale, trova con Karl Marx la sua classe sociale di riferimento proprio nel “proletariato”, ossia in chi non possedeva niente tranne i propri figli. Sussiste nella storia del socialismo, nelle sue varie diramazioni, un legame costante tra l'obiettivo della liberazione dell'uomo dall'alienzione e dallo sfruttamento economico e la difesa della famiglia come forma elementare di organizzazione della vita di chi non possiede niente, e conseguentemente l'esigenza della tutela della maternità e dell'infanzia.

Un legame che verrà infranto soltanto dalla torsione totalitaria inflitta al socialismo dal leninismo e dalla dittatura comunista sovietica: tanto che l'Urss sarà il primo stato al mondo a rendere legale l'aborto nel 1920, come parte di un progetto di uguaglianza totale tra uomini e donne, di loro totale “mobilitazione” all'interno di una società in cui anche gli aspetti privati della vita sarebbero stati regolamentati rigidamente dal regime.

Nella cultura europea e occidentale, insomma, l'aborto, come l'eutanasia, viene legittimato solo dall'avvento dei totalitarismi, opposti tra loro ma contrapposti entrambi all'umanitarismo cristiano, con la sua visione della sacralità di ogni vita che si era sedimentata sia nel liberalismo che nel primo socialismo. Non a caso, alla fine della seconda guerra mondiale le democrazie liberali ottengono che all'inizio della Dichiarazione dell'Onu venga ancora ripresa la proclamazione del diritto inalienabile alla vita.

E dopo? Cosa è successo? E' successo che nel secondo dopoguerra nelle società “opulente” occidentali l'ossessione, propria delle ideologie totalitarie, di ridisegnare completamente la natura umana si è ripresentata sotto la veste di un relativismo culturale avverso a tutti i fondamenti della “mentalità” e della tradizione occidentale, sfociato nella reinterpretazione della libertà come assoluto soggettivismo, coincidenza tra diritti e desideri, magnificazione della volontà, istituzionalizzazione di qualsiasi “stile di vita”.

Questa nuova ondata dottrinaria, in cui si coniugavano e venivano condotte all'estremo istanze individualistiche e collettivistiche, ha avuto quindi come principale terreno della sua affermazione la “biopolitica”, il legame tra politica e vita, e la sua principale espressione nella rivoluzione sessuale, parte integrante della quale è stato il femminismo di “seconda generazione”, imperniato sulla “politicizzazione” del corpo femminile in opposizione ad una società in cui sussisteva una complementarità dei ruoli tra uomini e donne, per negarla in favore di una assoluta potenzialità da parte delle donne di realizzare ogni propria aspirazione, e di assumere ruoli di preminenza nella società, nel lavoro, nella politica.

Nell'ottica della dittatura soggettivistica si è pretesa la cancellazione di ogni limite biologico, e dunque giuridico e politico, all'autodeterminazione, contestando alla radice l'etica universalistica millenaria che aveva nutrito l'umanesimo cristiano e la concezione moderna dei diritti. E pretendendo, nella stessa ottica, la “decostruzione” integrale della famiglia naturale in nome dell'assenza di ogni dovere connaturato all'essere sociale.

Tanto la cultura liberale quanto quella socialista hanno in un primo tempo opposto resistenza a questo cambiamento radicale di paradigma, ma ben presto ogni argine filosofico e politico al loro interno è caduto, ed esse sono state quasi del tutto “colonizzate” dalla nuova “religione” dell'autodeterminazione: portatrice, nel suo “relativismo assolutista”, di una nuova gerarchia in cui i gruppi in grado di accreditarsi come “discriminati” hanno posto le proprie aspirazioni come pietra di paragone, subordinando ad esse quelle degli altri soggetti.

Ma se all'interno del mondo liberale è rimasta pur viva una componente conservatice e di ispirazione religiosa in grando quanto meno di contestare il “pensiero unico” iper-soggettivista, nelle sinistre il crollo dell'ideologia socialista alla fine del Novecento ha creato un vuoto pneumatico in cui l'ideologia progressista/relativista si è imposta come canone incontrastato, spacciandosi abilmente, per il suo individualismo, come erede dell'ideale liberale.

E' questo il motivo per cui nel milieu della sinistra occidentale persino il tema di un bilanciamento tra il diritto della donna alla sessualità libera e alla maternità come scelta e quello del bambino alla tutela della propria vita ha cominciato ad essere considerato alla stregua di una bestemmia, e avversato con reazioni di inaudita violenza ed intolleranza. In base a un concetto totalmente unilaterale di libertà si è potuto affermare, contro ogni logica razionale, che l'aborto è il frutto di una libera decisione di una donna sul “proprio” corpo, quando è evidente che fin dalla fecondazione l'embrione, e poi il feto, è altro rispetto al corpo della madre, e si distingue come un essere dotato di propri caratteri genetici.

Si è potuto affermare, con analoga illogicità, che quell'essere non è una persona, laddove è chiaro a chiunque non sia ottenebrato dall'ideologia che quel “grumo di cellule” è un individuo unico e irripetibile, dotato di organi e sensibilità fin dai primissimi stadi della gestazione, e destinato a diventare un individuo razionale e autonomo se non lo si sopprime.

Si è persino negata, come in Italia, l'evidenza che la legge che pure rende lecito a determinate condizioni l'aborto si fonda sul riconoscimento del “valore sociale della maternità” e si prefigge innanzitutto come obiettivo la tutela della “vita umana dal suo inizio”, non considerando dunque l'aborto come un diritto inalienabile, ma subordinandolo all'esperimento di tutti i tentativi possibili per superare le cause che portano all'interruzione di gravidanza. E si continua ostinatamente a considerare come un'offesa ai diritti della donna, in Italia e altrove, persino la possibilità di assicurare l'affidamento del figlio indesiderato in adozione come alternativa alla sua soppressione.

Si tratta di una ostinazione cieca, rancorosa, che non ha più nulla a che fare non soltanto con qualsiasi concezione universalistica dei diritti soggettivi, come abbiamo visto, ma nemmeno con la possibilità di una razionalità pragmatica condivisa che possa mediare tra visioni del mondo differenti. Essa è soltanto il risultato inevitabile dell'ossessione ideologica, che crea una para-realtà alienata, fittizia, senza più connessione con i fatti, e con le basi comuni della natura umana.











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