venerdì 23 gennaio 2026

Quale Unione? L’Europa di fronte alla sua storia



Foto di Warren Umoh su Unsplash

[Sull’argomento si veda il 16mo Rapporto dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân dal titolo FINIS EUROPAE. UN EPITAFFIO PER IL VECCHIO CONTINENTE? – QUI].




Di Vittorio Leo, 23 gen 2026

“Farò tutto ciò che è in mio potere per bandire gli orrori ed i sacrifici della guerra il prima possibile, per ridare al mio popolo la benedizione della pace amaramente mancata”. Sono le parole che Carlo I d’Asburgo pronunciò a seguito della sua ascesa al trono, quale ultimo Imperatore di Austria e Re d’Ungheria. Unico tra i Capi di Stato dell’epoca sensibile alle parole di papa Benedetto XV, il quale, riferendosi alla prima Guerra mondiale, aveva parlato di inutile strage.

Oggi di fronte alla tragedia di Gaza, al conflitto Russo-Ucraino, ai tanti conflitti locali che vanno a completare quella concatenazione di eventi definita da Papa Francesco “guerra mondiale a pezzi?” di fronte a tutto questo, qual è la risposta dell’Unione Europea?

Posto che non esiste una reale visione geopolitica comune tra i vari stati membri, finora l’UE, sotto la guida di Ursula von der Leyen, è riuscita a concepire soltanto un progetto faraonico di “Rearm”, aderendo ad un indirizzo preciso della NATO.

Una corsa alle armi che rischia di alimentare la logica manichea dei buoni contro i cattivi per usare le parole di un altro Papa, Leone XIV.

Non si tratta di rigettare una strategia di difesa comune europea, ma di “interrogarsi seriamente sul ruolo dell’Unione nello scacchiere globale”.

Vivere all’ombra della Nato, se per lungo tempo ha garantito protezione e libertà, alla fine ha determinato uno svuotamento di autorevolezza della vecchia Europa e ne ha ristretto gli spazi di autonomia politica.

Stando così le cose, l’Unione Europea risulta essere un soggetto debole sul piano internazionale ed ininfluente ai tavoli dove si giocano i destini dei popoli, nell’ora presente.

Nondimeno, servirebbe un’Europa nelle vesti di soggetto mediatore tra le grandi potenze. Il vecchio continente potrebbe esercitare così un ruolo di equilibrio tra Oriente ed Occidente, avendo peraltro al suo interno “due polmoni’, come amava dire San Giovanni Paolo II, al fine di raggiungere una più stabile e duratura pace tra le Nazioni.

Eppure osservando le recenti posizioni assunte da Ursula von der Leyen e della dirigenza europea sull’Ucraina, come su altri fronti di guerra, è evidente che prevale una logica che non sembra andare nella direzione della mediazione e della pace.

Peraltro, se da una parte l’Europa risulta debole nei rapporti con le altre potenze, lo stesso non si può dire quando si tratta di imporre direttive agli Stati membri. La proposta tecnica fatta dalla Commissione Europea prevede la sospensione del Patto di stabilità per quattro anni e un aumento del tetto alla spesa militare di 1,5 punti di Pil per Paese. Tutto ciò va nella direzione della creazione di una mega-macchina iper burocratizzata volta ad accentuare le funzioni di un super-Stato europeo, con la sua banca centrale, la sua polizia (Frontex) ed un sistema tributario integrato. Questa prospettiva lascia pensare ad un modello sempre meno democratico, con pesanti ricadute sulla vita e la libertà dei popoli europei.

Si verrebbe così a configurare un sistema istituzionale mantenuto da uno stato di eccezione permanente, funzionale al progetto di “Rearm Europe”.

Una critica serrata alle politiche sostenute dalle istituzioni europee è contenuta nel documento presentato di recente dal Presidente Donald Trump, che delinea la nuova National Security Strategy degli Stati Uniti. Il presidente americano traccia le Sue priorità in materia di politica estera, definendo l’Europa come un continente “in difficoltà economiche per via delle sue regolamentazioni soffocanti. Con una natalità in caduta libera e un’immigrazione senza controlli” e chiude apodittico – ” Assisteremo alla cancellazione della civiltà europea da qui a 20 anni”.

Che il governo degli Stati Uniti non sia in sintonia con quanto viene deciso a Bruxelles era già stato manifestato dal vice-presidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, nel corso dell’ultima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera: “la minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’ Europa non è la Russia, non la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”.

E ha continuato Vance, davanti ai Capi di Stato e di Governo venuti da tutto il mondo: “Ho sentito molto sulla necessità di difendervi e, naturalmente, questo è importante. Ma ciò che mi è sembrato un po’ meno chiaro, e certamente, penso, a molti cittadini europei, e per cosa esattamente Vi state difendendo. Qual è la visione positiva che anima questo patto di sicurezza condiviso che tutti noi crediamo sia così importante? E credo profondamente che non ci sia sicurezza se hai paura delle voci, delle opinioni e della coscienza che guidano il tuo stesso popolo”. (…) Non puoi ottenere un mandato democratico censurando i tuoi oppositori o mettendoli in prigione. Che si tratti del leader dell’opposizione, di un umile cristiano che prega nella sua casa o di un giornalista che cerca di riportare le notizie. Né puoi vincerne una ignorando il tuo elettorato di base su questioni come chi può far parte della nostra società condivisa”.

Il vice-presidente degli Stati Uniti nel suo discorso faceva riferimento a notizie di cronaca recenti come il caso di Adam Smith Connor, un cittadino britannico sotto processo per aver pregato silenziosamente davanti una clinica nella quale si praticano aborti. Esprimeva preoccupazione per la censura e la disinformazione Che viene veicolata dai mass-media, con riferimento soprattutto al modo in cui è stata gestita l’informazione durante il periodo pandemico.

Vance, in quel frangente ha avuto il coraggio di denunciare il decadente vecchio continente. Forse avrebbe dovuto estendere il suo ragionamento anche agli Stati Uniti. Poiché la ritirata dai valori fondamentali investe l’intera società occidentale, con pericolose ripercussioni in ambito politico e giuridico.

San Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis parlava di strutture di peccato che si annidano tra le realtà esistenti, tra cui annoverava “da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall’altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà”, precisando che le strutture di peccato non riguardano solo gli individui ma anche le nazioni e i blocchi.

Al punto 36 dell’Enciclica, il Papa polacco profeticamente rilevava che “un mondo diviso in blocchi. Sostenuto da ideologie rigide, dove, invece dell’interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a “strutture di peccato”.

Orbene, sulla scorta dell’insegnamento wojtyliano, non si può curare il male che pervade l’Europa senza prescrivere la cura, ovvero il ritorno alle sue radici cristiane.

Il cristianesimo è l’unico vero collante dei popoli europei, da esso si è generato un patrimonio culturale che, come affermato da Benedetto XVI nel corso del discorso tenuto al Bundestag tedesco, è nato “dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma”.

Più nel dettaglio, Remi Brague scriveva che per trovare le radici dell’Europa occorre seguire la “via romana”: la storia dell’ Europa si fonda da un lato sullo ius commune europeo, su basi romanistiche e canonistiche, e dall’altro sul cristianesimo. Da questo incontro è nata la Res Publica cristiana del medioevo, all’ombra della quale si è sviluppata la civiltà europea ed occidentale.

Anziché imboccare la via romana, nel dopoguerra ha esercitato una forte influenza il modello di Unione tracciato dal Altiero Spinelli con il Manifesto di Ventotene: un progetto in aperto contrasto con la storia dell’Europa.

Oggi tocca ai popoli europei, ai leader illuminati che sapranno cogliere la sfida, riprendere l’unica strada che può condure ad una rinascita morale e spirituale.

“Per quanto Se ne possa parlare, la visione del mondo del medioevo, che si rifaceva all’ ordine, alla pace, alla fraternità cristiana, all’unità di tutti e di tutto in Dio, rimane il più alto gradino cui lo spirito si sia mai elevato”, affermava Gonzague de Reynold.

La pace, così come l’ordine e il diritto naturale, allora può avere successo laddove questi principi prosperano, ecco perché diventa urgente la nuova evangelizzazione.

In tal senso, merita rilievo la notizia, circolata quest’anno, di una crescita record di battesimi in Francia. Secondo i dati diffusi dalla Conferenza Episcopale Francese (CEF), sono stati 10.384 gli adulti battezzati nella notte di Pasqua, con un incremento del 45% rispetto all’anno precedente. A questi si aggiungono oltre 7.400 adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, anche loro in crescita significativa.

Si tratta del numero più alto mai registrato da oltre vent’anni, da quando la CEF ha iniziato a monitorare questi dati. In 13 diocesi francesi, il numero dei battesimi adulti raddoppierà.

Timidi segnali o sintomo di qualcosa di più grande? O forse una reazione al pericolo islamico e al nulla del relativismo? Se tirare le somme e prematuro, conforta però sapere che ogni anno migliaia di giovani provenienti dalla Francia e da Europa (le stime parlando di circa venti mila anime, con un trend in costante crescita) partecipano al pellegrinaggio Parigi-Chartres: giovani che assistono quotidianamente alla messa in rito romano antico, si confessano, intonano i canti della tradizione cattolica e recitano il rosario. Tutto questo ci dice che ancora oggi la bellezza della fede cattolica, quando viene proposta senza sconti, attrae e affascina. E da questa fede genuina che può ancora una volta generarsi una cultura capace di rispondere alle domande dell’ora presente.

Gonzague de Reynold riteneva che la civiltà cristiana fosse l’unico antidoto alla barbarie, che rischia di travolgere l’Europa e non solo: “Il solo principio che abbia fatto l’Europa, che le abbia conferito l’unità o almeno un ideale di unità, è il principio cristiano. L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatt,i la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale”




Fonte

Parigi, in 10 mila alla Marcia per la Vita: no a eutanasia e suicidio assistito



Articolo precedentemente pubblicato da aciprensa – agenzia stampa in lingua spagnola del gruppo EWTN News. È stato tradotto e riadattato per la pubblicazione dal team di ewtn.it.





Diego Lopez Marina, EWTN, 20-01-26

La manifestazione si svolge mentre il Senato esamina il disegno di legge sull’“assistenza al morire”. Gli organizzatori: «La vera dignità è accompagnare, non eliminare».
Circa 10 mila persone si sono radunate domenica a Parigi per partecipare alla Marcia per la Vita, l’annuale mobilitazione del mondo pro-life francese, che quest’anno ha assunto un rilievo particolare per il delicato dibattito parlamentare sulla possibile legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Secondo l’organizzazione promotrice Marche Pour La Vie, l’edizione 2026 si è svolta in un clima politico teso: dal 12 gennaio il Senato francese sta infatti esaminando il disegno di legge già approvato dall’Assemblea Nazionale il 27 maggio, che introduce quella che viene definita “assistenza al morire”, una riforma sostenuta come priorità dal presidente Emmanuel Macron.

«La dignità non è la morte somministrata»

Nel corso della manifestazione, gli organizzatori hanno ribadito che la vera dignità umana «si trova nell’accompagnamento dei più vulnerabili, e non nell’offerta sociale e medica dell’eutanasia o dell’aborto». Un messaggio rilanciato anche nel manifesto ufficiale del movimento, diffuso durante la giornata.

Il testo mette in guardia dal rischio che, dopo anni di lavoro parlamentare, anziani, persone con disabilità e malati diventino «obiettivi di una cultura della morte», così come già accade — secondo gli organizzatori — per i bambini non ancora nati.

«L’argomento secondo cui si tratterebbe di difendere la dignità umana è profondamente ingannevole», si legge nel manifesto, che contesta l’idea che lo Stato possa stabilire quali vite meritino di essere vissute. Per il movimento pro-life, la dignità è intrinseca alla persona e non dipende da salute, età o utilità sociale.

La crisi demografica sullo sfondo

La Marcia ha posto l’accento anche sulla crisi demografica che attraversa la Francia. Secondo i dati dell’INSEE, nel 2024 le nascite sono diminuite da 677.803 a 663.000, mentre gli aborti sono aumentati da 243.623 a 251.270.

Numeri che, secondo gli organizzatori, indicano una «profonda ferita sociale» e rendono ancora più urgente una riflessione culturale sul valore della vita umana in tutte le sue fasi.

Cure palliative o eutanasia?

Un altro punto centrale del dibattito riguarda il rapporto tra eutanasia e cure palliative. Sebbene il Governo sostenga che le due realtà possano svilupparsi in modo complementare, la Marcia per la Vita respinge questa visione.

Secondo gli organizzatori, la legalizzazione della “morte somministrata” finirebbe per indebolire gli investimenti nelle cure palliative, soprattutto per ragioni economiche. «In alcuni Paesi — denunciano — esiste già il ricatto di offrire l’eutanasia come alternativa “gratuita” a cure considerate troppo costose».

Una mobilitazione familiare e trasversale

La manifestazione, partita da Place Vauban, ha visto la partecipazione di giovani, famiglie e bambini, in un clima definito “gioioso e festoso” nonostante il freddo invernale. Presenti anche personalità pubbliche, rappresentanti politici e figure del movimento pro-life, tra cui Dominique Rey, vescovo emerito di Fréjus-Tolone.

Tra le richieste avanzate durante gli interventi pubblici figurano l’avvio di un grande piano nazionale per le cure palliative e la garanzia piena dell’obiezione di coscienza per tutto il personale sanitario.

Una battaglia culturale aperta


Per alcuni partecipanti, la Marcia mira a influenzare direttamente il voto dei parlamentari nelle prossime settimane; per altri, la posta in gioco è soprattutto culturale e di lungo periodo.

Il manifesto si chiude con un appello esplicito a difendere ogni vita umana, citando Teresa di Calcutta: «Non possiamo rassegnarci a vivere in una società in cui i medici diventino una minaccia per i loro pazienti».

Con il voto del Senato previsto per il 28 gennaio e un nuovo esame all’Assemblea Nazionale atteso a febbraio, la Marcia per la Vita ha riportato al centro del dibattito pubblico francese una domanda decisiva: che cosa si intende oggi per dignità umana e come una società sceglie di proteggerla.









Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?



L’arcivescovo Lefebvre all’altare: un gesto di continuità e fedeltà.

Nella nostra traduzione da Vigiliae Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?
Una lettura cristiana di fedeltà, modernità e continuità
Rev. Leon, 20 gennaio 2026


Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?


Marcel Lefebvre (1905-1991) è spesso ricordato come una figura divisiva all'interno del cattolicesimo romano del XX secolo. Tuttavia, ridurlo a un simbolo di controversia oscura il significato più profondo della sua testimonianza. Vescovo missionario in Africa, Superiore Generale dei Padri dello Spirito Santo, Padre conciliare al Vaticano II e in seguito fondatore della Fraternità San Pio X, Lefebvre visse al crocevia di immensi cambiamenti ecclesiali. La sua vita solleva interrogativi che risuonano in tutte le tradizioni cristiane: che aspetto ha la fedeltà in un'epoca di incertezza dottrinale? Come dovrebbe rispondere la Chiesa alla modernità? E una voce liquidata come divisiva può essere invece intesa come un richiamo profetico alla Chiesa, che la richiama alle sue radici?

Questo articolo offre una lettura cristiana di Lefebvre come un profeta inquietante: non una figura confortevole, ma uno la cui insistenza sulla continuità costringe la Chiesa nel suo complesso a confrontarsi con la propria identità.



1. Un breve profilo biografico

Nato nel nord della Francia in una devota famiglia cattolica, Lefebvre fu plasmato fin da piccolo da una spiritualità di sacrificio e zelo missionario. Ordinato sacerdote nel 1929, si unì ai Padri dello Spirito Santo e trascorse gran parte del suo primo ministero nell'Africa francese, diventando poi Delegato Apostolico per la regione e in seguito Arcivescovo di Dakar. I suoi anni in Africa furono caratterizzati da energia pastorale, chiarezza dottrinale e un profondo impegno nella formazione del clero.

Nel 1962 fu nominato Superiore Generale del suo ordine e, da vescovo, partecipò attivamente al Concilio Vaticano II. Inizialmente fiducioso, divenne sempre più preoccupato per quella che percepiva come ambiguità teologica e una deriva verso tendenze moderniste. Dopo essersi dimesso dalla sua congregazione, fondò un seminario a Écône (Svizzera) nel 1970, che divenne il nucleo della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Con la crescita del suo movimento, la sua posizione lo portò a una tensione aperta con il Vaticano, in particolare su questioni di liturgia, dottrina e, infine, sulle consacrazioni episcopali da lui effettuate nel 1988. Lefebvre, tuttavia, sostenne costantemente di difendere – e non di discostarsi – dall'insegnamento perenne della Chiesa, e che qualsiasi rottura proveniva da coloro che cercavano di reinterpretare la fede alla luce della modernità.

Per tutta la vita ha sempre sostenuto di non innovare, ma di preservare: "Sto semplicemente trasmettendo ciò che ho ricevuto".


2. Testimonianza profetica – Un quadro teologico

Nella tradizione biblica, il profeta non è principalmente un predittore di eventi futuri, ma un custode della verità dell'alleanza. I profeti richiamano il popolo di Dio alla fedeltà, spesso a costo di conflitti. Il loro messaggio è raramente accolto e la loro posizione è spesso fraintesa.

All'interno della Chiesa, la testimonianza profetica emerge soprattutto in tempi di transizione. Essa implica tensione – tra coscienza e autorità, tra tradizione e adattamento, tra continuità e riforma. Definire Lefebvre "profetico" non significa canonizzare ogni sua decisione, ma riconoscere che egli si percepiva come difensore della fede a lui affidata.

Una volta osservò: "Se sono io nel torto, allora la Chiesa ha sbagliato per venti secoli". Non si trattava di arroganza, ma di convinzione: credeva di stare dalla parte della Chiesa, che si era sempre trovata.


3. La diagnosi di Lefebvre sulla crisi della modernità

La critica di Lefebvre agli sviluppi postconciliari non si limitava alla riforma liturgica. Le sue preoccupazioni più profonde toccavano temi che continuano ad assillare i cristiani di tutte le confessioni.

Chiarezza dottrinale Temeva che formulazioni ambigue avrebbero indebolito la testimonianza della Chiesa. "La verità non cambia; cambia solo il nostro coraggio di proclamarla".

Secolarizzazione

Credeva che la Chiesa stesse assorbendo lo spirito dell'epoca anziché convertirlo, e metteva in guardia dal rischio che l'adattamento alla modernità diluisse il Vangelo.

Missione ed Evangelizzazione

Si è chiesto se il dialogo avesse sostituito l'annuncio e se la Chiesa stesse perdendo fiducia nel proprio messaggio.

Continuità della tradizione

Insisteva sul fatto che uno sviluppo autentico dovesse rimanere visibilmente radicato in ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato. Per lui, la continuità non era nostalgia, ma fedeltà.

Queste preoccupazioni, che si condividano o meno, non sono prerogativa esclusiva della Chiesa cattolica. Molti pensatori protestanti, anglicani e ortodossi hanno espresso preoccupazioni simili riguardo alle pressioni della modernità e alla tentazione di rimodellare la fede per adattarla alle aspettative culturali.


4. Continuità e riforma: una tensione cristiana universale

Un aspetto centrale dell'autocomprensione di Lefebvre era la sua convinzione di non aver cambiato rotta. Si considerava in linea con l'insegnamento perenne della Chiesa, mentre altri – a suo avviso – reinterpretavano la dottrina, il culto e la missione in modi che rompevano con il passato.

Questa tensione tra continuità e riforma non è esclusiva del cattolicesimo romano. Ogni comunità cristiana si trova ad affrontare la sfida di discernere come rimanere fedeli al deposito apostolico, rispondendo al contempo alle nuove circostanze storiche. La storia di Lefebvre diventa così un caso di studio della perenne lotta tra tradizione e innovazione, tra la stabilità del passato e le esigenze del presente.


5. Perché Lefebvre è ancora importante per i cristiani di oggi

L'eredità di Lefebvre invita i cristiani di tutte le tradizioni a riflettere su interrogativi persistenti:
Come distinguiamo lo sviluppo autentico dal compromesso teologico?

Qual è il ruolo della coscienza quando le autorità ecclesiastiche sembrano cambiare direzione?

Come dovrebbe rispondere la Chiesa alle voci interne di critica?

La fedeltà alla tradizione può diventare essa stessa un atto profetico?

Anche coloro che non sono d'accordo con le posizioni di Lefebvre possono trovare nella sua vita un promemoria del fatto che la Chiesa ha bisogno di voci capaci di sfidare i preconcetti prevalenti. I profeti sono raramente figure comode, ma spesso esprimono verità che altri preferiscono ignorare.


Conclusione: un profeta per il nostro tempo?


Se Marcel Lefebvre fosse un profeta in senso stretto è una questione che la storia e la Chiesa in generale devono continuare a chiarire. Ciò che è chiaro è che parlava da una posizione di profonda convinzione, motivato dal desiderio di salvaguardare la fede che credeva gli fosse stata affidata. La sua testimonianza costringe i cristiani ad affrontare interrogativi scomodi sull'identità, la continuità e il costo del discepolato.
Un profeta inquietante, forse, ma i profeti hanno sempre turbato il popolo di Dio.


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Bibliografia (per i lettori che desiderano esplorare gli scritti di Lefebvre) Marcel Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici confusi (Kansas City: Angelus Press, 1986). Marcel Lefebvre, Lo hanno decoronato (Kansas City: Angelus Press, 1987). Marcel Lefebvre, Viaggio spirituale (Kansas City: Angelus Press, 1991). Marcel Lefebvre, Contro le eresie (Kansas City: Angelus Press, 1992). Marcel Lefebvre, Accuso il Consiglio (Kansas City: Angelus Press, 1998). Marcel Lefebvre, La messa di tutti i tempi (Kansas City: Angelus Press, 2007).




Non c’è unità senza verità. Critica tomista alla Settimana per l’unità dei cristiani






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by Aldo Maria Valli 23 gen 2026



di Daniele Trabucco

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nasce storicamente nel 1908, quando padre Paul Wattson propose e inaugurò l’Ottavario per l’unità della Chiesa (18–25 gennaio), poi evolutosi fino all’attuale e problematica forma ecumenica, anche attraverso la successiva elaborazione congiunta dei sussidi (in uso ufficiale dal 1968). L’istituzione, dunque, è antica quanto al gesto pubblico e stabile, ma non neutra quanto al suo significato: essa reca in sé una domanda decisiva, perché l’unità è realmente volontà del Signore – “ut unum sint” – e tuttavia proprio questa volontà di Cristo può essere fraintesa, e perfino tradita, quando viene trasposta in categorie moderne che separano l’unità dalla sua forma, cioè dalla verità che la costituisce.

In prospettiva tomista, l’unità non è un sentimento di convergenza, né un risultato diplomatico, né una mera cooperazione etico-sociale; è una proprietà dell’essere e, per conseguenza, è inseparabile dal vero e dal bene. Unum, verum, bonum non sono tre ideali concorrenti: sono tre aspetti convertibili del medesimo reale (i cosiddetti trascendentali). Ne segue che l’unità cristiana, se è autentica, non può essere pensata come un “di più” aggiunto alle confessioni in quanto tali, ma come l’ordine interno della stessa realtà ecclesiale voluta da Cristo: una comunione visibile, determinata da principi e mezzi oggettivi (professione integrale della fede apostolica, vita sacramentale, comunione gerarchica). In termini strettamente causali: l’unità è effetto di una forma e la forma non nasce dal consenso, bensì dalla partecipazione a ciò che precede e fonda il consenso, cioè la verità rivelata e la struttura ecclesiale che la custodisce.

Quando l’approccio moderno alla Settimana adotta implicitamente categorie “procedurali” (dialogo come fine, inclusione come criterio, pace come valore sovraordinato), tende a trattare l’unità come prodotto di prassi e non come frutto di una forma comune. Si passa così dall’ecclesiologia alla sociologia religiosa: l’unità diventa un evento, non una realtà. Da questo slittamento derivano alcune criticità che meritano di essere dette in modo teoreticamente netto.

La prima è l’irenismo, ossia la pace ottenuta al prezzo della chiarezza. Se l’unità è perseguita mediante l’attenuazione delle differenze dogmatiche, allora non è più unità nella verità, ma sospensione della verità in nome dell’unità. Per Tommaso, va ricordato in modo chiaro, la verità non è malleabile perché non è un costrutto della volontà: è l’adeguazione dell’intelletto al reale, e, nella fede, l’adeguazione dell’intelletto alla Parola di Dio. Un ecumenismo che educa a percepire i dogmi come “linguaggi equivalenti” o come “simboli negoziabili” non prepara l’unità; prepara l’indifferentismo, cioè l’idea che la divergenza sia irrilevante. Ora, la divergenza sulla fede non è un accidente, riguardando il principio formale della comunione.

La seconda criticità è l’inversione dell’ordine sacramentale. La comunione liturgica, e in particolare eucaristica, non è uno strumento terapeutico per produrre unità; è il segno e l’atto della comunione già esistente nella fede e nella Chiesa. Quando la Settimana, non necessariamente nelle norme, ma spesso nella prassi e nel tono, lascia intendere che la celebrazione comune possa “anticipare” o “sostituire” la piena comunione, si cade in un rovesciamento causale: l’effetto viene impiegato come causa. Nella metafisica tomista ciò è impossibile senza falsificazione del segno: il sacramento significa e causa ciò che significa, ma non in modo magico o indipendente dalle disposizioni e dall’ordine della Chiesa. Perciò l’ambiguità liturgica è più grave di un’imprecisione terminologica: altera il rapporto tra verità professata e comunione celebrata.

La terza criticità è la trasformazione del fine: dall’unità come ricomposizione nella pienezza alla “unità” come pluralismo riconciliato. In tale schema moderno, la divisione tende a essere reinterpretata come ricchezza delle differenze; l’unità diventa la capacità di convivere senza convergere. Ora, la divisione ecclesiale, in quanto tale, è ferita: non si romanticizza una ferita, la si cura.

Se la Settimana educa a considerare normale l’assetto frammentato del cristianesimo, allora neutralizza la domanda stessa di “ut unum sint“, riducendola a un auspicio morale. L’unità voluta da Cristo, infatti, non è mera non-belligeranza tra comunità; è la visibilità di una sola comunione nella stessa fede e nei medesimi sacramenti, ordinata sotto un medesimo principio di governo. In un linguaggio tomista: l’unità ecclesiale è unità di ordine, non semplice unità di contiguità.

La quarta criticità, che riassume le precedenti, è la “de-teologizzazione” dell’ecumenismo. Quando l’unità viene trattata come valore autonomo, separabile dalla questione del vero, si finisce per attribuire alla volontà (o al metodo) ciò che compete alla forma (e, quindi, alla verità). È, in ultima analisi, un nominalismo pratico: si crede che nominare l’unità, o organizzare gesti unitari, equivalga a possederla. Tuttavia, l’unità non nasce da un atto linguistico, né da una coreografia: nasce dal ritorno al principio che la genera.

E qui la tradizione cattolica, letta con sobrietà tomista, impone un punto rigoroso: la preghiera per l’unità è autentica soltanto se domanda a Dio ciò che Dio vuole dare, e Dio non vuole dare un’unità “a prescindere”, bensì un’unità “secondo verità”.

In conclusione, la Settimana, in sé, è legittima e persino necessaria nella misura in cui è atto di fede autentica e di speranza, perché riconosce che l’unità è dono soprannaturale e che il cristianesimo diviso contraddice lo scandalo buono del Vangelo. Essa diventa però problematica quando assume il lessico moderno dell’equivalenza, dell’indeterminatezza dogmatica e della “unità senza forma”, perché allora non serve più l’unità di Cristo, ma un surrogato pacificato. L’unità vera non è la somma delle differenze, bensì la comunione nel vero; non è il silenzio sulla dottrina, ma la carità che la custodisce; non è un evento annuale, ma l’ordine permanente del Corpo mistico. Per questo, la critica tomista non diminuisce ut unum sint: lo salva. E ricorda alla coscienza cattolica una regola semplice e severa: l’unità che Cristo chiede non è contro la verità; è la forma storica della verità che salva.






giovedì 22 gennaio 2026

Anniversari: mons. Fiordelli e la nascita de la Repubblica






Chiesa cattolica | CR 1934



di Roberto de Mattei, 21 Gennaio 2026 

Tra gli anniversari che ricorrono in questo 2026 c’è il “caso dei pubblici concubini”, che esplose nel 1956, dunque settant’anni fa, dopo una lettera di mons. Pietro Fiordelli vescovo di Prato.

Mons. Pietro Fiordelli nacque a Città di Castello nel 1916, 110 anni fa e fu ordinato sacerdote nel 1938. Dopo il Seminario Romano Maggiore, dove ebbe come direttore spirituale il servo di Dio mons. Pier Carlo Landucci, si laureò alla Pontificia Università Lateranense; fu per sedici anni in Umbria, predicatore e confessore e, nel 1954, a soli 38 anni, fu consacrato vescovo di Prato. Sotto la sua guida, la diocesi visse un periodo di intensa attività pastorale, con particolare cura per il clero, per l’educazione dei giovani e per la presenza della Chiesa nel dibattito pubblico.

Il 12 agosto 1956 mons. Fiordelli pubblicò una lettera relativa a una coppia che nella sua diocesi si era sposata con il solo rito civile. Lui era comunista, lei si diceva cattolica, ma frequentavano la parrocchia. In base al Diritto Canonico vigente, il vescovo ricordò che tale situazione configurava una condizione di irregolarità oggettiva rispetto alla disciplina sacramentale della Chiesa. Egli invitò quindi il parroco a considerare i due come “pubblici concubini” e, di conseguenza, a escluderli dall’accesso ai Sacramenti, come richiamo alla verità del sacramento del matrimonio e alla coerenza della vita cristiana. Estese inoltre il suo richiamo ai genitori della coppia, ritenendo che avessero mancato nei loro doveri educativi consentendo ai figli di contrarre matrimonio al di fuori della Chiesa. Infine, dispose che quella sua lettera venisse letta da tutti i pulpiti della Diocesi.

Il vescovo non aveva fatto che applicare la legge morale e canonica della Chiesa in un momento, ricordiamolo, in cui l’Italia era ancora un paese profondamente cattolico e la convivenza pubblica rappresentava uno scandalo anche sociale. La vicenda però assunse rapidamente una dimensione politica e nazionale. I coniugi presentarono querela per diffamazione contro il vescovo, e il caso giunse fino al Parlamento, diventando simbolo dello scontro tra la visione cattolica della società e le forze laiciste e socialiste del tempo. Nel 1958 Mons. Fiordelli fu condannato in primo grado a un’ammenda simbolica di 40.000 lire. Successivamente, la Corte d’Appello di Firenze lo assolse, riconoscendo la legittimità della sua azione pastorale nel contesto delle competenze proprie dell’autorità ecclesiastica.

Pio XII, si schierò apertamente a sostegno del vescovo, definendo la sentenza di condanna un precedente pericoloso per la libertà della Chiesa. Egli ammonì il governo italiano, sottolineando che permettere a un giudice civile di sindacare su materie di competenza vescovile, riconosciute dal Concordato, significava minare le basi della libertà religiosa. La Santa Sede promosse manifestazioni di sostegno a Mons. Fiordelli attraverso le Nunziature apostoliche e sospese il tradizionale ricevimento di inizio anno per il Corpo Diplomatico.

Il caso Fiordelli rivelò l’atmosfera di laicizzazione, che verso la fine del pontificato di Pio XII, si diffondeva anche a livello delle istituzioni nazionali. Nel maggio 1958, L’Osservatore Romano pubblicò una serie di articoli che mettevano in guardia dai pericoli per la famiglia, la scuola cattolica e la vita cristiana del Paese, denunciando l’«offensiva scristianizzatrice» e una campagna anticlericale dai toni esplicitamente anticattolici e antireligiosi. Questo processo di scristianizzazione non era spontaneo, ma guidato da una attiva minoranza anticattolica. Uno dei protagonisti della campagna laicista era il giornalista Eugenio Scalfari, fondatore nel 1955 del settimanale L’Espresso e nel 1976 del quotidiano la Repubblica. Scalfari, nelle sue memorie, scrive che il termine «strutture d’opinione» è il più adatto «a spiegare che cosa fu questo gruppo, al tempo stesso giornalistico, politico, culturale, editoriale». «Noi – aggiunge – riuscimmo ad aggregare intorno a noi l’opinione pubblica ‘liberal’ del paese» (L’Espresso. 1955-1980, Editoriale L’Espresso, Roma 1981, p. 14).

Il caso del vescovo di Prato fu una sorta di prova generale. Poi vennero le campagne a favore del divorzio, della droga libera e, a partire dal 1976, dell’aborto. Le strutture di opinione in prima linea furono L’Espresso e la Repubblica. Il coronamento della mobilitazione radicalsocialista avvenne con la copertina de L’Espresso del 19 gennaio 1975 raffigurante una donna incinta, nuda, sulla croce.

Il 15 gennaio 2026 Leone XIV ha scritto un messaggio al direttore de la Repubblica, Mario Orfeo, per ricordare l’importante anniversario della nascita del quotidiano, fondato il 14 gennaio 1976 da Eugenio Scalfari. Il messaggio dice: «II vostro è un giornale radicato in tante città, ma che ha in Roma, la diocesi del Papa, un punto di osservazione privilegiato sulle vicende dell’Italia e del mondo, la sua sede principale. Con libertà avete letto le pagine di questi cinquant’anni. E raccontato la storia della Chiesa. È questo il senso della libertà di stampa, che pur nella diversità di opinioni, dei punti di vista, delle culture, deve sempre agire con trasparenza, con correttezza, e offrire quella possibilità di confronto che quando non è ostile contribuisce al bene comune e all’unità del genere umano. Il dialogo supera così il conflitto e costruisce la pace. Vi auguro di costruire sempre una comunicazione libera e dialogante, animata dalla ricerca della verità e senza pregiudizi.Buon cinquantesimo anniversario».

L’infelice idea di questo messaggio non risale probabilmente a Leone XIV, che immaginiamo ignaro della storia italiana, ma forse a qualche collaboratore legato al precedente pontificato, che ha voluto metterlo in difficoltà. Per noi, i cinquant’anni del quotidiano la Repubblica sono cinquant’anni di un’opera di demolizione sistematica delle radici cristiane del nostro paese.

A questo processo si opposero pastori come mons. Pietro Fiordelli, che rimase alla guida della diocesi di Prato fino al 7 dicembre 1991. Morì il 23 dicembre 2004 e i funerali furono celebrati il 26 dicembre, giorno del santo patrono della città, nella Cattedrale di Santo Stefano, a testimonianza del legame profondo tra il vescovo e il popolo che aveva guidato per quasi quattro decenni.

Qualcuno ricorderà mons. Fiordelli a 110 anni della sua nascita e a settanta dal celebre caso che lo vide coinvolto? Ci auguriamo di non essere i soli a farlo.






Quando il Vangelo viene piegato alla storia invece di giudicarla



Il cattocomunismo e la tentazione dell’eresia moderna






di Corrado Gnerre, 21-01-2026

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, viene fondato il Partito Comunista Italiano, partito che poi costituirà ed esprimerà un ruolo importantissimo nella storia politica italiana.

La riflessione che voglio offrirvi in questo editoriale, ovviamente sempre in versione molto sintetica e molto breve, è questa: che tipo di giudizio dare nei confronti del comunismo?

Vedete, nell’ambito cattolico sono sorti fondamentalmente due tipi di giudizio.
C’è il giudizio magisteriale, che si è espresso in modo particolarmente chiaro con la Divini Redemptoris del 1937, un’enciclica scritta da papa Pio XI. In questa enciclica troviamo una definizione molto tranchant, ma anche molto chiara.

Tenete presente che in quei tempi socialismo e comunismo di fatto erano sinonimi: riconducevano alla stessa realtà, alla stessa ideologia.
Ebbene, l’enciclica afferma che il socialismo è un errore intrinsecamente perverso; cioè il socialismo, e quindi il comunismo, è costitutivamente e intrinsecamente un errore e non può essere recuperato.

L’altro giudizio fa riferimento soprattutto — ma non unicamente — a un filosofo: Jacques Maritain, da cui poi è derivata anche tutta la scuola del cosiddetto cattolicesimo democratico.
Maritain dà del comunismo un giudizio particolare: afferma che il comunismo è una sorta di cristianesimo impazzito.

Ora, questo potrebbe sembrare un giudizio negativo, ma non lo è del tutto. Significa infatti che, fondamentalmente, le istanze del comunismo sarebbero istanze evangeliche, istanze cristiane. Basterebbe quindi togliere l’elemento ateistico dall’ideologia comunista e lo stesso comunismo sarebbe cristianamente recuperabile.

È un po’ come dire: su un corpo compare un’escrescenza carnosa; si opera, si toglie questa escrescenza, e rimane il corpo sano.

Al contrario, l’affermazione magisteriale della Divini Redemptoris dice:
“No, il comunismo è un errore intrinsecamente perverso”, per cui — volendo usare la metafora precedente — è come se nell’uomo ci fosse un cancro profondissimo: non si può operare, non si può togliere questo cancro, perché togliendolo verrebbe meno l’intero organismo.

Chi ha ragione?
Ha ragione il Magistero o ha ragione la versione maritainiana, fatta propria dal cattolicesimo democratico, che ha sempre guardato con molta facilità, quasi istintivamente, a sinistra piuttosto che altrove?

La risposta è molto semplice. Premetto che è una risposta di carattere filosofico, ma cercherò di essere il più chiaro possibile. Anzi, mi farebbe piacere se poi scriveste per dirmi se sono riuscito a farmi capire o meno.

Tenete presente che il marxismo non è comprensibile se non si considera il filosofo di riferimento di Karl Marx, cioè Hegel.
Che cosa dice Hegel? Identifica la verità con la storia, una storia che diviene in modo dialettico, cioè attraverso scontri. La verità, quindi, è la storia stessa.

Hegel afferma che i fattori materiali sono conseguenza dei fattori spirituali, ma tutto si realizza e si risolve nella storia.
Marx accetta questa impostazione, ma la modifica: ribalta la prospettiva hegeliana. Accetta l’idea che la verità si identifichi con la storia e che la storia proceda dialetticamente attraverso lo scontro, ma sostiene che i fattori spirituali sono conseguenza dei fattori materiali.

Se questo è vero — ed è vero — allora l’ateismo nel marxismo non è un fatto casuale, non è un incidente di percorso, non è un’escrescenza carnosa che si può togliere lasciando sano l’organismo.
L’ateismo è invece un elemento costitutivo del marxismo.

Perché?
Perché Marx accetta l’identificazione della verità con la storia. Se la verità non è al di fuori della storia, allora non esiste un Dio che trascenda la storia: Dio finisce per identificarsi con la storia stessa.

Hegel può ancora parlare di un Dio immanente, perché per lui i fattori spirituali generano quelli materiali. Marx, invece, non può più parlare nemmeno di un Dio immanente, perché tutto è materia. Da qui nasce il cosiddetto materialismo dialettico.

Da questa impostazione si comprende come l’ateismo in Marx non sia affatto casuale. Non è possibile dire: “Togliamo l’ateismo e recuperiamo il resto”.
L’ateismo è un elemento costitutivo del marxismo.

Per questo ha ragione il Magistero nel dire che il socialismo e il comunismo sono un errore intrinsecamente perverso.

Questo, ovviamente, non significa che i problemi ai quali il socialismo tenta di rispondere non siano reali. Come afferma anche la Rerum Novarum, si tratta di problemi veri.
Tanto è vero che Leone XIII, nella Rerum Novarum, aveva già detto che il socialismo è una risposta sbagliata a problemi veri, generati peraltro da errori costitutivi della modernità.





Il Senato francese con un colpo di scena seppellisce il suicidio assistito



Emmanuel Macron - Ansa

Il blocco della Camera alta riporta al centro i confini etici: una chiarezza indicata dai vescovi francesi e richiesta anche all’Italia


Fine vita


Lorenzo Bertocchi, 22 Gennaio 2026

Il Senato francese ha compiuto una scelta netta, che va ben oltre la cronaca parlamentare. Con la bocciatura dell’articolo 4 – il cuore del disegno di legge sull’assistenza medica al suicidio – e con il conseguente svuotamento dell’intero impianto normativo, la Camera alta ha di fatto messo la parola fine a una riforma presentata come “storica”, ma rivelatasi incapace di reggere alla prova della coscienza e della ragione. Non un semplice incidente di percorso, bensì una frattura profonda, politica ed etica, che ha reso impossibile qualsiasi compromesso.

In questo modo, con un colpo di teatro che è degno dei migliori finali a sorpresa, si realizzano le parole del cardinale Marc Aveline, capo dei vescovi francesi, che solo un paio di giorni fa aveva detto che «Ciò che viene proposto oggi non è né buono né necessario». Una previsione che suona ora come una diagnosi lucida di ciò che è accaduto a Palazzo del Lussemburgo: il testo è crollato perché costruito su fondamenta fragili, incapaci di tenere insieme visioni inconciliabili dell’uomo, della medicina e del legame sociale.

Il voto del Senato ha mostrato con chiarezza che il tema del suicidio assistito non obbedisce alle consuete geometrie politiche. Senatori di destra e di centro, ma anche una parte significativa della sinistra, hanno respinto una riforma che avrebbe introdotto l’eutanasia e il suicidio assistito, sia pure con limiti diversi rispetto al testo dell’Assemblea Nazionale. Il risultato è uno stallo che svuota di senso il dibattito residuo e apre uno scenario di incertezza, fino all’ipotesi – evocata dallo stesso Emmanuel Macron, grande promotore della legge – di un ricorso al referendum.

Ma se la politica appare disorientata, c’è chi, fuori dall’emiciclo, aveva da tempo messo in guardia dal rischio di una deriva profonda. La Conferenza episcopale di Francia, con un testo pubblico congiunto, aveva già ribadito che «invocare una "legge di fratellanza" quando si tratta di uccidere è una menzogna». Parole dure, certo, ma difficili da liquidare come semplice presa di posizione confessionale, perché colpiscono il nodo centrale del dibattito: la manipolazione del linguaggio e dei confini etici.

«Come possiamo offrire la morte come opzione quando l'accesso effettivo alle cure, al sollievo dal dolore (i progressi della medicina ci consentono di superare quasi tutti i dolori refrattari), alla presenza umana e al supporto non sono garantiti a tutti?», domandavano i vescovi nel loro messaggio congiunto. Una domanda che il voto del Senato ha reso ancora più bruciante, soprattutto alla luce dell’emendamento approvato in serata, che sancisce il diritto al miglior sollievo possibile dal dolore “senza alcun intervento volontario volto a causare la morte”, riscrivendo il testo in senso diametralmente opposto a quello uscito dall’Assemblea Nazionale.

Il punto decisivo, però, non è solo giuridico. «Legalizzare l'eutanasia o il suicidio assistito altererebbe profondamente la natura del nostro contratto sociale. Dietro parole rassicuranti si cela una realtà che il linguaggio tende a nascondere. Presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. Non ci si prende cura della vita dando la morte». È su questo “offuscamento” che il Senato, forse senza proclami solenni, ha imposto uno stop.

È sull’offuscamento dei confini etici che si gioca davvero il futuro dell’umanità, dell’uomo in quanto uomo. Una terribile china su cui da tempo ci si è incamminati e a cui i vescovi francesi, con coraggio e chiarezza, hanno richiamato le coscienze. Il voto di Parigi non chiude il dibattito, ma lo costringe a fare i conti con la sua verità più scomoda: non tutto ciò che è tecnicamente possibile o politicamente spendibile è umanamente giusto.

Quello dei vescovi francesi è un grido di cui si sente il bisogno anche sotto le Alpi, nel nostro Belpaese che dibatte di suicidio assistito e ha bisogno di sentire una voce che ricordi senza scorciatoie dove sono i confini etici. Perchè forse, come ha detto il cardinale Aveline in Francia, ciò che è in discussione non è né buono né necessario.