venerdì 2 gennaio 2026

Convertito dalla "bellezza sovrumana" della Liturgia cattolica







Se il celebre architetto Augustus Pugin fosse capitato in una Messa moderna, sarebbe diventato cattolico?


Posted 2 Gennaio 2026

1. L’inglese Augustus Pugin (1812-1852) è stato un celebre architetto. A lui si deve il progetto della Torre più importante del mondo: il famoso Big Ben di Londra. Questi era anglicano ma poi decise di convertirsi al cattolicesimo. Fu determinante per la sua scelta l’ammirazione verso la liturgia cattolica.

2. Egli pensò: “Chi ha un modo così sublime di pregare e di adorare Dio, deve essere nella Verità, la Verità del modo più divino di credere in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo.” Ecco alcune sue parole: “(…) non resistetti a lungo alla forza irresistibile della Verità.” Insomma, lo coinvolse il legame profondo e costitutivo che esiste tra la lex orandi (la regola del pregare) e la lex credendi (la regola del credere). Un legame che è costitutivo e che mai dovremmo dimenticare. Tale dimenticanza ha causato ai nostri tempi tanti danni che avviliscono la liturgia e di conseguenza la teologia.

3. Ecco altre parole di Augustus Pugin:

 “Ho appreso la Verità della Chiesa Cattolica nelle cripte delle antiche chiese e cattedrali europee. Avevo cercato un tempo la verità nella moderna chiesa anglicana e ora ho scoperto che, dal momento in cui si è separata dal centro dell’unità cattolica, aveva poca verità e nessuna vita. Chi è separato dalla Chiesa Cattolica, è separato da Cristo ed è un ramo tagliato dalla vite, destinato a seccare. In questo modo e senza aver conosciuto un solo sacerdote, aiutato solo dalla grazia di Dio e dalla bellezza sovraumana dell’arte e della Liturgia cattolica, ho deciso di entrare nella sua unica vera Chiesa.”

4. Conosciute queste cose che toccarono ad Augustus Pugine, viene spontaneo chiedersi: cosa sarebbe accaduto se il celebre architetto inglese fosse entrato in una chiesa contemporanea mentre ci fosse stata la celebrazione della Messa in Novus Ordo? A voi la risposta.




Il suicidio culturale assistito e perfetto dell'Europa




Buon Natale e buona notte. Mai suicidio culturale fu più assistito e perfetto



di Giulio Meotti, 2 gennaio 2026

Per sapere che “l’Europa è decadente” l’amministrazione americana non aveva bisogno di andare a Schorndorf, la cittadina sveva di 40.000 anime a venti minuti da Stoccarda, la città di Gottlieb Daimler, uno dei pionieri dell’industria automobilistica.

Il campanile gotico domina ancora la piazza del mercato con la sua guglia che trafigge il cielo come una lancia di pietra. Per cinque secoli quella campana ha scandito battesimi, nozze e funerali di generazioni di luterani. Domenica 16 novembre, dentro la navata e all’altare dove Martin Lutero avrebbe potuto predicare, un muezzin: “Allahu Akbar”.

Non è un episodio isolato. È il crepuscolo. E il fatto che ci abbiano convinto a chiamarlo alba è la più grande truffa culturale della nostra epoca. Come che passi per “inclusione” la cancellazione della parola Gesù da una recita natalizia in una scuola in Toscana.

L’islamizzazione dell’Europa ha una nuova immagine: Utrecht, Olanda. Una folla musulmana assedia la cattedrale di San Martino, gridando “Allahu Akbar”. D’altronde, l’arcivescovo primate d’Olanda Willem Eijk, che ha sede proprio a Utrecht, non ha detto che se la tendenza dovesse continuare al ritmo attuale entro il 2028 l’intera arcidiocesi di Utrecht, la più grande del paese, l’unica dove ancora esiste una presenza cristiana, potrebbe “scomparire”? Ha espresso il timore che nel peggiore dei casi delle 300 chiese che l'arcidiocesi di Utrecht conta ancora nel 2028, quando andrà in pensione, ne rimarranno ancora una ventina. La previsione di Eijk è rafforzata dalla decisione di mettere in vendita anche la cattedrale, l’edificio-simbolo del cattolicesimo olandese fin dal 1560.

Ma questo è solo il trailer. Cosa pensiamo che succederà quando saranno in maggioranza? In sala arriverà presto il film vero e proprio.

Le chiese diventate moschee in Inghilterra sono oggetto di ridicolo.

Il Telegraph britannico guarda alla Germania come a un paese che rischia di scomparire sotto l’enorme pressione di un’immigrazione culturalmente estranea. L’analisi dell’ex ufficiale britannico James Jeffrey è il resoconto di un uomo che ha visto zone di guerra e ora osserva le nostre città stranamente familiari.

Hanau, la città natale dei fratelli Grimm, è il suo punto di partenza. Due mondi si scontrano visibilmente. Il paesaggio urbano non è cambiato gradualmente, ma completamente. Non modernizzato, ma sostituito.

Intanto, a Brema, il mercatino di Natale quest’anno ha bisogno di un extra budget di tre milioni di euro per evitare di essere asfaltato dai terroristi. Va da sé che Mohammed è il nome più popolare a Brema. Ricordate la favola dei Grimm sui musicanti di Brema?

“The uncomfortable truth about the Islamisation of Germany”, titola il Telegraph con quell’eleganza da maggiordomo britannico che serve il tè mentre la casa brucia.

Jeffrey pone la domanda che quasi nessun altro osa porre ad alta voce: cosa dovrebbe fare una società quando le sue città si trasformano in avamposti di un altro mondo?

I cambiamenti demografici accelerati, i tabù politici, l’elusione di partiti e organi di stampa: tutto questo porta a una realtà che tutti vedono, ma di cui pochi osano parlare. In meno di una generazione, l’Islam triplicherà in Europa.

Il segretario di Stato, Marco Rubio, ha appena spiegato che “l’Islam vuole conquistare l’Europa”.


O come ha dichiarato il Vice Segretario di Stato Christopher Landau dopo aver lasciato Bruxelles: “O le grandi nazioni europee sono nostri partner nella protezione della civiltà occidentale che abbiamo ereditato da loro, oppure non lo sono”.


Questo è il mercatino di Natale a Bruxelles.

Per capirlo basta andare non tanto nelle città da milioni di abitanti, come Parigi e Londra, ma nelle città culle della storia, dell’arte e della cultura europee.

Andate a Machelen, in Belgio, per secoli capitale dei Paesi Bassi spagnoli, sede degli arcivescovi-primate del Belgio, città di Rubens e di Van Dyck, di 320 monumenti classificati, di otto chiese gotiche e barocche. È anche la capitale mondiale degli asparagi bianchi e della birra Maneblusser. Oggi conta 120 nazionalità, un bambino su due è di origine straniera e già è al 20 per cento islamica. Nella cattedrale del primate cattolico ha risuonato il muezzin di fronte alla meravigliosa “Crocifissione” di Van Dyck.


Free Palestine sulla Natività senza volto di Bruxelles


Andate a Orléans, la città di Giovanna d’Arco, la ragazzina che salvò la Francia dalla conquista inglese durante la Guerra dei Cent’Anni: il 37 per cento dei giovani di Orleans è extra-europeo, rispetto al 2 per cento nel 1968, anno fatidico.

Andate ad Avignone, l’antica città sul Rodano racchiusa da mura medievali, dove i secoli aleggiano nell’aria. Le mura del XIV secolo ancora perfettamente conservate, 4,3 chilometri di pietra che cingono il centro come una corona. Qui vissero sette papi e due antipapi, qui Petrarca pianse Laura, qui nacque il Festival più famoso d’Europa. Ma oggi pezzi di Avignone, nell’inchiesta da brivido di Paris Match, sono noti come “la città dei salafiti”. “La maggior parte dei passanti si somiglia, velo nero per le donne, pantaloni larghi afgani per gli uomini” racconta Paris Match. “La maggior parte porta la barba del credente, lunga e talvolta tinta con l’henné, come ai tempi del Profeta. Sembra di tornare indietro di quattordici secoli. Si rispetta la segregazione dei sessi: parrucchieri per donne, inaccessibili agli uomini; bar pieni di uomini, inaccessibili alle donne. Servono caffè, tè, limonata... Tutto, tranne l’alcol. È una mini-repubblica islamica”.

Nella piazza principale di Vicchio, un comune dell’area metropolitana di Firenze, in cima al grande albero di Natale è stata posta una bandiera della Palestina.

Questa invece è la Norvegia: via direttamente gli addobbi di Natale, al loro posto le bandiere palestinesi.

Andate a Ratisbona, uno dei principali avamposti romani sul confine del Danubio, sede della Dieta perpetua del Sacro Romano Impero, del Duomo di San Pietro capolavoro del gotico, dove si sta costruendo un nuovo centro culturale con un minareto alto 21 metri. Nel cuore del centro storico, accanto alla Neupfarrplatz dove sorgeva la sinagoga medievale distrutta nel 1519, stanno costruendo il nuovo “Centro culturale islamico”. Il vescovo Rudolf Voderholzer ha scritto una lettera accorata: “Un minareto così alto nel cuore cristiano della città è un segno di resa”. Non è servito.

Andate a Trappes, dove Luigi XIV realizzò i famosi stagni per il parco del suo castello a Versailles e oggi al 70 per cento musulmana.

Andate a Strasburgo, o meglio, Strasburgistan.

Andate a Graz, residenza degli Asburgo, centro storico Unesco, orologio medievale, castello sul colle e dove il 34 per cento degli studenti è di fede islamica.

Andate a Utrecht, famosa per la torre del Duomo e per l’università antichissima, dove Mohammed è il primo nome fra i nati e le moschee chiamano alla preghiera con gli altoparlanti ogni giorno e la piscina Den Hommel ogni lunedì sera offre lezioni per “soli uomini musulmani”.

Andate a Charleroi, dove il 20 per cento della popolazione è musulmana.

Andate ad Aquisgrana, la città di Carlo Magno e della sua meravigliosa cattedrale, dove fu incoronato imperatore nel Natale dell’800 nella cappella palatina [o non a San Pietro da papa Leone III? -ndr], gioiello carolingio patrimonio Unesco, e che oggi ha dodici moschee.

La vecchia Europa, ancora bellissima, che presto non riconosceremo più.

Andate a Magonza. La città di Gutenberg, della cattedrale romanica millenaria, del Reno, dei carnevali. La moschea centrale ha ottenuto nel 2024 il permesso di chiamare alla preghiera con altoparlanti tre volte al giorno. Il suono rimbomba tra le guglie della cattedrale.

Andate a Marburgo. Università fondata nel 1527 da Filippo d’Assia, città dei fratelli Grimm e della chiesa di Santa Elisabetta con le reliquie della santa. Oggi il 22 per cento della popolazione è musulmana. La chiesa luterana di Sankt Michael è stata venduta a un’associazione turca che l’ha trasformata in moschea con minareto. Il pastore protestante: “È doloroso, ma non avevamo più fedeli”.


Nell'immagine: Mercatino di Natale in Francia


Andate nelle zone storiche di Parigi. Chi arriva in treno alla Gare du Nord scende in un souk. I bistrot sono stati sostituiti da kebab halal, le insegne in francese sono minoranza. La basilica del Sacré-Cœur, bianca sulla collina come un ultimo grido di pietra, sembra osservare impotente il mare di minareti che cresce nella periferia. Saint-Denis, dove sono sepolti i re di Francia, è a maggioranza musulmana.

È il suicidio perfetto: assistito, politically correct, finanziato dalle nostre tasse, celebrato dai media, benedetto dalle ong.

Ecco allora l’articolo del Telegraph, che riproduco nella sua interezza.

Benvenuti nella nuova Europa: meno Bach, più richiami alla preghiera. E il bello è che l’abbiamo voluto noi, convinti che bastasse offrire welfare e corsi di tedesco per trasformare Medina in Monaco. Spoiler: non funziona così. Prosit!

L’islamizzazione della Germania è in piena vista nella città di Hanau, città natale dei fratelli Grimm, che hanno regalato al mondo le loro fiabe di Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Hänsel e Gretel e molte altre. Nella piazza centrale si erge un’imponente statua in bronzo che raffigura i due fratelli in frac, mentre osservano uno dei manoscritti in cui hanno trascritto le loro incantevoli storie tratte dal folklore, dalla cultura e dalla storia germanica.

Le strade che si diramano dalla piazza sono dominate da innumerevoli kebab, fast food da asporto, ristoranti e negozi di alimentari, la maggior parte dei quali espone cartelli che indicano che il cibo è “halal” e quindi conforme alle regole alimentari islamiche. Da veterano dell’Iraq e dell’Afghanistan, non ho potuto fare a meno di essere colpito da tutto questo, insieme a tutto l’arabo parlato e ai saluti As-Salaam-Alaikum, in particolare dalla presenza del ristorante Afghan Starway e del supermercato Kabul Central.

La situazione dell’immigrazione in Germania è particolarmente difficile, soprattutto perché non può ricorrere facilmente alle tattiche di espulsione di Donald Trump. Molte di queste persone, se non la maggior parte, sono arrivate legalmente e sono state accolte, sia nell’ambito del programma di lavoratori ospiti tedesco degli anni ‘60, sia come rifugiati della guerra civile siriana. Molti sono titolari di passaporto tedesco.

A Worms – una delle città più antiche del Nord Europa, famosa per l’Editto di Worms del 1521, con cui Martin Lutero fu dichiarato eretico – la situazione è ancora più critica, soprattutto se si applica il “test del bar”. Se pensate che la scena dei pub britannici sia in difficoltà, andate a Worms. Ho attraversato tutto il centro città, incrociando strade e vicoli alla ricerca di un tipico pub tedesco, chiamato kneipe. Ho trovato shisha bar, agenzie di scommesse, un’infinità di barbieri in stile turco. Ma nessun kneipe vero e proprio.

Alla fine ne ho trovato uno nascosto vicino alla stazione ferroviaria. Non c’era birra alla spina, c’era solo un tipo di birra in bottiglia disponibile, proveniente da un birrificio sul punto di fallire, mi disse uno degli uomini al bar.

Qual è la linea di condotta giusta o sbagliata quando città un tempo prettamente tedesche si trasformano in avamposti del mondo musulmano davanti ai nostri occhi?

“Le culture cambiano e bisogna lasciarsi trasportare dalla corrente”, mi disse con calma un giovane tedesco sul treno, seduto accanto alla sua ragazza ucraina (la Germania ha dato rifugio a più di un milione di ucraini; il mio interlocutore a Worms aveva conosciuto la sua ragazza ucraina tramite la famiglia ucraina che aveva accolto allo scoppio della guerra).

Ho suggerito che, sebbene ora non abbia problemi con le donne che indossano l’hijab o il niqab, potrebbe cambiare idea se un giorno il 60 per cento o più delle donne tedesche si vestirà in quel modo, e una percentuale simile di uomini tedeschi avrà un aspetto e un abbigliamento nettamente diversi dai suoi.

Non sembrava convinto, ma almeno stavamo parlando della questione, che deve essere affrontata, soprattutto perché la trasformazione è in atto anche nelle città britanniche.

Il problema sembra essere più profondo dell’ingenuità della sinistra sull’immigrazione; forse c’è un errore di calcolo fatale al centro del progetto del moderno liberalismo laico.

I tedeschi sembrano disposti a riconoscere la sfida dell’immigrazione e a parlarne apertamente: che siano di sinistra o di destra, i tedeschi che incontro continuano a dirmi che l’immigrazione è diventata un problema serio per loro e per il Paese.

In una recente recensione del Telegraph del romanzo del 1926 A Shadow of Myself di Peter Flamm, vero nome Erich Mosse, il recensore osserva che il fratello maggiore dell’autore fu ucciso a Verdun. Flamm scrive nel poscritto del libro che suo fratello maggiore era morto “per l’idea della Germania”.

Non riesco nemmeno a immaginare cosa penserebbero di Hanau oggi quel fratello maggiore – e molti altri tedeschi caduti in quella guerra. Sebbene il cambiamento non sia necessariamente “sbagliato”, rimane un aspetto triste, se non tragico, in tutto ciò.

Ad Hanau, non riuscivo a scrollarmi di dosso questa sensazione profondamente sgradevole di qualcosa che stava lentamente morendo – qualcosa in cui credo profondamente e per cui, come il fratello di Mosse, sono stato abbastanza stupido da lottare pensando che dovesse importare altrettanto a tutti gli altri.

Per capire quanto poco un contemporaneo possa comprendere la storia che gli viene addosso bisogna andare a Connaught Place a Nuova Delhi.

Il quartiere prende il nome dal figlio della regina Vittoria, il Duca di Connaught, ed è ora la sede dell’egemonia indiana che sta conquistando il mondo. Londra decise la costruzione di Nuova Delhi nel 1911 perché pensava che sarebbe stato più facile controllare il subcontinente indiano da lì che da Calcutta. Questo era l’unico scopo del progetto: consolidare il dominio britannico. Gli inglesi inaugurarono Nuova Delhi nel 1931. Il più grande architetto dell’impero, Sir Edwin Lutyens, fu incaricato di progettare la Casa del Viceré. Sapeva che sarebbe durata solo quindici anni? Ovviamente no.

Se aveste suggerito a chiunque, da Sir Edwin fino al più umile operaio, che il decennio successivo avrebbe segnato la fine del dominio britannico nel mondo, vi avrebbero preso per pazzi. Eppure è successo. Perché pochissimi di noi sono consapevoli del momento in cui la storia accelera. Lutyens e gli altri non sapevano che stavano costruendo una nuova capitale per i loro successori.

Ora anche la vecchia Europa è arrivata al suo “momento Nuova Delhi”. E c’è una domanda che nessuno sembra mai porsi: per chi stiamo custodendo e a chi stiamo lasciando tutti i nostri tesori?






giovedì 1 gennaio 2026

Corredentrice perché Madre di Dio



In occasione della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, pubblichiamo ampi stralci dell’articolo La pretesa di esaltare il Figlio senza la Madre, di padre Serafino Lanzetta, da La Bussola Mensile di gennaio 2026, che dedica il primo piano alla Corredenzione mariana.

1° gennaio

Ecclesia



(...) Se l’ecumenismo fosse il ristabilimento dell’unità visibile di tutti i cristiani nell’unica Chiesa di Nostro Signore, la Chiesa cattolica, la dottrina della co-redenzione lungi dall’essere pietra d’inciampo diverrebbe un catalizzatore di verità cattoliche andate ormai in disuso. Si pensi, ad esempio, alla dottrina del merito, senza il quale non c’è salvezza perché manca la co-operazione dell’uomo con Dio nell’agire soprannaturale resa possibile dalla sua grazia. Come il merito non contravviene alla priorità di Dio e della grazia, ma ne mostra l’efficacia e ad un tempo l’opera associativa dell’uomo, così la co-redenzione di Maria non offusca il primato redentivo di Cristo, ma ne mostra la sua efficacia nel modo più perfetto, in una creatura perfettissima che contribuisce alla salvezza di tutti in virtù della grazia. (...)

Forse i dubbi e le obiezioni al titolo “Co-redentrice” derivano dal fatto di dare più peso a “redentrice” che non invece al prefisso “co”. In questo caso, è il prefisso che spiega il tutto, preso nella sua accezione latina di cum, “con”. Maria è con Gesù nel compimento della redenzione. Cum-redentrice significa che Maria co-opera alla redenzione con Gesù, ma non che è redentrice come Gesù. Questo ultimo significato, che spesso preoccupa, è estraneo al titolo per il fatto che il prefisso “co” delimita il prosieguo della parola (suffisso e radice). Cioè, “redentrice” non è separabile da cum, tale da essere preso indipendentemente. Di più, il lemma “redentrice”, che esiste solo in relazione al cum, è volto al femminile per indicare che il soggetto di quell’azione è una Donna, la Madre di Dio, e non un uomo. Nessuno pensa di staccare il cum da redentrice e utilizzare solo quest’ultima parte della parola senza il prefisso. Anche quando inizialmente ci si riferì a Maria quale “Redentrice” (X secolo), l’idea teologica era ben chiara: Maria lo può essere solo in Cristo e per mezzo di Lui, in quanto sua Madre. (...)

La verità della co-redenzione è da vedersi in relazione alla mediazione di Cristo. Essa infatti è mediazione in Cristo. Si dà se un’altra mediazione diversa da Cristo seppur suscitata da quest’ultimo è possibile. In effetti, il titolo più difficile da accettare, come sanno bene i protestanti, non è Co-redentrice ma Mediatrice (senza alcun prefisso esplicatore). Questo titolo è anche quello più difficile da digerire per la Mater populi fidelis. (...) In quanto mediazione del Verbo incarnato, la redenzione è operata da Gesù. Tuttavia, per il fatto che una tale mediazione esiste ed è necessaria, ciò implica che il coinvolgimento dell’uomo è anch’esso necessario. Gesù è mediatore in quanto uomo non in quanto Dio, come dice san Paolo. È la sua umanità che funge da ponte; un ponte essenziale perché divino in virtù del suo ancoramento al Verbo, ma umano in quanto offerta di sé per il riscatto di molti. Il sacrificio di Cristo è quella mediazione necessaria tra Dio e l’uomo. Tale sacrificio è l’offerta umana di Gesù non il divenire della sua divinità. Il fatto stesso che una tale offerta sacrificale – la morte di Gesù in Croce – sia stata ordinata alla nostra salvezza, ciò implica che la mediazione non esclude l’uomo, gli uomini, il loro sacrificio, ma li coinvolge. Negare la partecipazione umana alla mediazione di Cristo, come lo è quella sacerdotale, è negare in definitiva la stessa mediazione di Cristo.

Ecco l’opera di Maria Santissima, mediatrice in Cristo e per mezzo dell’unica mediazione di Cristo. Non si tratta di stabilire un più o meno materiale nella mediazione di Maria per preservare l’unicità della mediazione di Cristo, ma di appurarne correttamente la sua partecipazione. Essa richiede il partecipante, la Vergine Maria, in quanto resa capace da Colui che l’ammette a tale partecipazione, Cristo, vero uomo e vero Dio. Le perplessità e le cautele circa il titolo di “mediatrice” svaniscono se si ragiona in termini metafisici e non matematici. Maria è vera mediatrice, seppur subordinata a Cristo. La radice della subordinazione è evidente, per questo non usiamo il “co”. Ella è ammessa da Cristo alla sua mediazione salvifica, sia nell’offerta del sacrificio del Calvario, prefigurato dalla sua offerta di Gesù al tempio, sia nella distribuzione di tutte le grazie, acquisite in virtù dell’oblazione sacrificale di Gesù per Maria.

Alla luce di quanto detto finora è molto facile rispondere ad un’obiezione ricorrente, che in realtà è piuttosto un luogo comune: Maria non potrebbe essere Co-redentrice perché Ella stessa ha avuto bisogno di essere redenta. Sembra una contraddizione se si considera la Vergine sul mero piano umano, con un approccio minimalista. Non lo è, se invece consideriamo la Madonna nel piano di Dio, predestinata ad essere Immacolata per diventare la vera Theotokos. Come singolare è la sua redenzione, perché preservativa e non liberativa dal male e dal peccato, come invece è la nostra, così è il suo ruolo di nuova Eva nel liberarci dal male. Maria Vergine non interviene a liberare noi suoi figli come una di noi, come “donna feriale”, per usare un titolo infelice, ma con Cristo come Colei che a Lui più s’assomiglia. Immacolata e Co-redentrice è la risposta all’apparente obiezione perché vera Mediatrice. Il mistero che avvolge la Madonna è da leggersi nel piano della Provvidenza divina che ha fatto in Lei grandi cose (cf. Lc 1,49). La sfida che ci sta dinanzi è il minimalismo mariano che dissolve nell’umanitarismo il contributo unico di Maria alla nostra salvezza. Vogliamo credere che la Madre di Dio e nostra non sia ancora conosciuta e che presto lo sia e meglio. Se infatti questa è la radice di molti mali che affliggono la Chiesa, potrebbe essere anche la causa del suo rinnovamento.







mercoledì 31 dicembre 2025

Da Roma a Sanremo, due campane suonano: una per la morte, l’altra per la vita



Aula della Corte e Campana dei bimbi non nati Diocesi di Sanremo


Morte assistita e aborto

Fine vita, due campane che suonano: la Corte e la rimozione della vita



Lorenzo Bertocchi, 31 dicembre 2025

La campana ha suonato. Anzi, più campane. E non tutte per la stessa messa. Qualcuna, anzi, sembra suonare più per confondere le idee che per chiarirle.

La legge regionale toscana sul fine vita resta formalmente in piedi, ma dopo la sentenza n. 204 del 2025 della Corte costituzionale assomiglia più a un bicchiere mezzo pieno per chi ritiene che ci sia spazio per le Regioni sul tema, mezzo vuoto in realtà visto che le stesse Regioni al massimo possono occuparsi di questioni organizzative ma non entrare nei criteri di accesso, ad esempio. Infatti, la Consulta ha falcidiato tutto ciò che eccedeva le competenze regionali, ricordando una banalità che evidentemente andava ribadita: il suicidio assistito non è materia su cui le Regioni possano giocare in autonomia.

Era una sentenza attesa, quasi scontata. E infatti viene accolta con sorrisi e pacche sulle spalle dal presidente toscano Eugenio Giani e dall’associazione Luca Coscioni, che parlano come se avessero vinto. In realtà è il più classico dei pareggi: nessuno segna, ma qualcuno si porta a casa un punto pesante. Non la Toscana, bensì chi da anni spinge per una legge nazionale sul fine vita.

E qui la campana della Corte suona forte per mettere ulteriore pressione: le Regioni possono occuparsi di organizzazione sanitaria, non stabilire criteri di accesso alla morte assistita. Tradotto: basta scorciatoie, tocca allo Stato. E forse è proprio questo il punto che viene presentato come una vittoria.

Quella stessa campana, per chi non vuole una legge nazionale sul fine vita, suona come un rintocco funebre. Non per la libertà, ma per la prudenza. Una legge nazionale non “metterebbe ordine”: spalancherebbe una porta. Oggi con qualche paletto, domani con paletti più bassi, dopodomani senza più nemmeno quelli. La storia e le leggi sul “fine vita” in giro per il mondo insegnano che in questi casi l’ariete entra sempre prima come eccezione, poi come regola.

Mentre la Consulta suona a Roma, un’altra campana suona a Sanremo. Ed è una campana vera, di bronzo, non metaforica. Nata durante i “40 Giorni per la Vita” della diocesi di Ventimiglia–San Remo, per ricordare i bambini non nati a causa dell’aborto. Una campana che non accusa, non giudica, non condanna. Ricorda. E proprio per questo dà fastidio.

Talmente fastidio che il consigliere comunale Pd di Imperia, Edoardo Verda, parla di iniziativa “colpevolizzante” e di “delegittimazione di una conquista di libertà”. Curioso: una campana non colpevolizza nessuno. Non ha un programma politico, non vota, non twitta. Suona. E nel farlo ricorda una verità semplice, che molti fingono di non sapere più: la vita è vita fin dal concepimento. Se qualcuno ha dubbi, può rivolgersi alla biologia, non al campanile.

Eppure, mentre questa campana viene accusata di disturbare le coscienze, ce n’è un’altra che può suonare senza proteste: quella che accompagna l’idea che la vita smetta di essere tale quando diventa fragile, dipendente, scomoda. La campana della Corte, in questo senso, non suona per la vita, ma per la sua amministrazione.

Due campane, dunque. Una, quella sanremese, che ricorda che la vita va custodita dall’inizio. L’altra, quella della Corte, che invita a regolarne la fine. Nel mezzo, una politica che non ascolta davvero nessuna delle due, ma che rischia – con una legge nazionale sul fine vita – di trasformare un’eccezione tragica in un principio ordinario.

E quando le leggi iniziano a decidere chi può morire “con dignità”, è bene ricordarlo: non è una campana di libertà che suona. È un allarme.





Un racconto per il Capodanno: “Il torroncino”






Posted  31 Dicembre 2025


Quando s’intraprende la strada della negazione di sé e il male diviene l’orientamento fondamentale della propria vita, la coscienza si atrofizza, l’intelligenza si acceca, ma nel fondo del cuore qualcosa può ancora rimanere. Un po’ come la piccolissima brace che è sotto il legno ormai spento del camino. Non c’è più calore che vien fuori. Eppure, sotto-sotto, qualcosa ancora resta. Resta il ricordo dell’umanamente bello (come il gustare un semplice morbido torroncino quando si era fanciulli, premio di chissà quale buona azione). Il ricordo dell’umanamente bello s’impone anche alla soddisfazione mondana più grande. S’impone perché è vero, perché è conforme all’umano. Quando poi il dolore avvolge tutto e realisticamente riconduce alla propria, inevitabile, piccolezza, allora il ricordo dell’umanamente bello vien fuori prepotente… e inesorabilmente giudica.

Don Tommasino non si poteva muovere né parlare. Il suo corpo era quasi completamente paralizzato e un tubo fastidiosissimo gli occupava la bocca. Vedeva intorno a sé delle persone, ma non le conosceva. D’altronde don Tommasino non aveva parenti stretti, non aveva moglie né figli. Piuttosto vedeva due poliziotti che piantonavano l’entrata della camera.

Era il giorno di Capodanno e don Tommasino ricordava quello che gli era accaduto. Il Natale lo aveva passato come sempre, cioè con le persone giuste a parlare d’affari, giocare e divertirsi. Gli affari erano quelli di sempre, gestire quanti più mercati della droga. Il gioco era quello di azzardo e il divertimento era il contrario della Legge di Dio. Poi il buio: si era sentito male, qualcuno lo aveva portato all’ospedale con lo “sgarro” di dare al Pronto Soccorso le sue generalità; e la Polizia lo aveva finalmente catturato. I suoi amici e le sue donne, spariti, dissolti, volati via.

Da giorni don Tommasino non poteva pronunziar parola, non poteva muoversi né mangiare. Purtroppo, per lui, poteva pensare e ricordare, ma nessun pentimento lo sfiorava, anzi solo il rammarico di non poter continuare a gestire quello che in tanto tempo era riuscito ad accumulare. Poi tanto odio, desiderio di vendetta verso chi aveva approfittato della situazione per poterlo tradire. Non aveva paura di morire (d’altronde lui che aveva deciso di fare quella sporca vita non poteva aver paura di queste cose), aveva invece paura di rimanere così su quel letto o, guarito, in qualche cella carceraria.

La fame, poi, lo torturava. Tutto il giorno di Capodanno passò in quel modo, osservando qualche estraneo che gli stava intorno, che sparlava di lui, ma con molta “riverenza” perché… non si sa mai, qualora fosse guarito e fosse stato rilasciato. Pensava a tutto ciò che aveva a disposizione prima che avvenisse quella brutta cosa. Si concedeva il lusso di poter mangiare di tutto, di far venire nella sua villa i pranzi dei migliori ristoranti della Sicilia e anche sbatterli in faccia ai camerieri qualora non fossero stati di suo gradimento, tanto per dimostrare la sua potenza a chi gli faceva compagnia a tavola.

Verso sera, nella sua camera blindata a dovere, entrò il primario con due infermieri. Il medico fece cenno che poteva essergli tolto il tubo. Don Tommasino provò un sollievo come mai aveva provato. Poi il medico estrasse dal tascone del suo camice un torroncino, lo scartò e guardò il paziente negli occhi. “Apra la bocca – gli disse e pose il torroncino nella bocca dell’uomo- auguri, oggi è Capodanno. Sto facendo un po’ come Babbo Natale, distribuisco un torroncino a tutti i miei pazienti… e, se fanno i bravi, passerò anche domani sera a portarne un altro”.

Don Tommasino, con la fame che aveva, si gustò come non mai quel dolcetto morbido-morbido, così piccolo ma tanto buono. Quanti torroncini nella sua vita aveva buttato via!

Quella sera don Tommasino non riuscì a chiudere occhio. Un pensiero lo angustiava: chi gli avrebbe mai detto che un giorno sarebbe arrivato a desiderare così tanto un dono insignificante come un misero torroncino. Domani sarebbe arrivato nuovamente il dottore a portarglielo? Gli avrebbero tolto ancora per un po’ quel fastidiosissimo tubo? E don Tommasino visse nell’attesa di quel possibile, nuovo, dono; di quella piccola “novità” che iniziava a colorare di una speranza diversa la sua vita, adesso così malridotta su un letto di ospedale. Quando in passato era in attesa di notizie importanti (il carico dal Venezuela era arrivato? I soldi erano stati “puliti” bene? Il traditore era stato fatto fuori?) il suo pensiero non era così in ansia come adesso.

L’indomani il medico fece ritardo. Don Tommasino s’intristì e ogni volta che la porta si apriva, sperava che fosse il primario con il torroncino, ma rimaneva continuamente deluso. Quando poi il primario, con due infermieri, arrivò davvero, don Tommasino si commosse e ricordò l’ultima volta che i suoi occhi si bagnarono di lacrime. Lui, piccolino, e il fratello più grande che gli aveva strappato un torroncino dalla mano.





I Vescovi toscani sulla sentenza della Consulta sul fine vita




Il Senato pronto a riprendere l’esame del fine vita. Dopo la sentenza della Consulta. I Vescovi: ‘È urgente una legge’



Di Redazione Blog di Sabino Paciolla, 31 dicembre 2025

“La sentenza della Corte Costituzionale dimostra come avevamo già chiesto, l’urgenza di ripensare la legge sul fine vita coinvolgendo il Parlamento”, si legge in un articolo di Toscana Oggi.

“E questo il primo commento del Card. Augusto Paolo Lojudice (presidente della Conferenza Episcopale Toscana) in merito alla sentenza numero 204 del 2025 la Corte costituzionale ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale toscana numero 16 del 2025, in tema di aiuto al suicidio, ma ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale di diverse sue disposizioni.

‘Non crediamo – aggiunge il cardinale – nelle contrapposizioni, ma nel confronto aperto, schietto e democratico. Con questa sentenza non ci sono vincitori o sconfitti, ma solo la necessità di dialogo senza snaturare la posizione della Chiesa da sempre per la tutela della vita in ogni suo stadio’.

‘Come vescovi toscani – conclude il cardinale – ribadiamo la necessità di avere norme nazionali ispirate al riconoscimento del valore della vita’”, riporta Toscana Oggi.

La Corte Costituzionale ha accolto parzialmente il ricorso del Governo: non ha dichiarato illegittima l’intera legge toscana, riconoscendo che nel complesso essa è legittima in quanto disciplina aspetti organizzativi e procedurali nell’ambito della tutela della salute (competenza concorrente). Ha tuttavia bocciato diverse disposizioni perché invadono competenze esclusive dello Stato.

Articoli dichiarati incostituzionali: Art. 2 (requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito).
Parti degli artt. 5 e 6 (termini stringenti per verifica dei requisiti e modalità di attuazione).
Art. 7, comma 1 (obbligo per le ASL di fornire supporto tecnico, farmacologico e assistenza per l’autosomministrazione del farmaco).

La Consulta ha precisato che una disciplina regionale organizzativa e procedurale non è preclusa dal fatto che lo Stato non abbia ancora una legge nazionale organica sul tema.

Reazioni politiche riportate da Toscana Oggi: Centro-sinistra (Giani e Mazzeo): Soddisfazione per il riconoscimento della legittimità complessiva della legge e dei suoi contenuti. La Regione è pronta a modificare gli aspetti indicati dalla Corte. Sottolineano che la sentenza smentisce le critiche della destra e rilanciano la necessità di una legge nazionale per garantire uguaglianza su tutto il territorio.
Centro-destra (Stella – FI, La Porta – FdI): Considerano la sentenza una bocciatura sostanziale della legge, che viene “smantellata” e resa di fatto non operativa. Accusano la maggioranza toscana di aver volutamente aperto uno scontro istituzionale con una “legge bandiera” ideologica e priva di basi giuridiche. Ribadiscono che il tema è di competenza esclusiva del Parlamento nazionale e criticano i “trionfalismi” della sinistra.

Il nodo politico rimane aperto: tutti concordano sulla necessità di una legge statale, ma con valutazioni opposte sull’operato della Toscana.

Il Senato, riporta l’ANSA, è pronto a riprendere l’esame del disegno di legge sul fine vita dopo la pausa natalizia. Fonti di maggioranza indicano che già dal 7 gennaio potranno essere convocate le commissioni riunite Affari sociali e Giustizia per proseguire i lavori sul testo, interrotti per la sessione di bilancio.

A seguito della recente sentenza della Corte Costituzionale sulla legge regionale toscana sul fine vita (che non dichiara illegittima l’intera norma, ma contesta alcune parti per violazione delle competenze statali), è in corso una fase di studio e approfondimento. Tra le ipotesi al vaglio, c’è la possibilità di riaprire i termini per la presentazione di nuovi emendamenti in Commissione.

Di seguito ripotiamo il commento della prof.ssa Lucia Comelli, autore di questo blog, alla notizia:

La sentenza della Corte Costituzionale di oggi sulla legge regionale Toscana – che di fatto introduce il sistema sanitario nelle procedure del suicidio assistito – mette fuori gioco il Ddl Zanettin-Zullo che lo escludeva, cioè il motivo fondamentale per cui i due parlamentari del centrodestra avanzavano una controproposta al Ddl Bazoli, ricorrendo al principio del male minore. L’unica proposta di legge possibile rimane quella Bazoli. Non si capisce tuttavia perché il centrodestra dovrebbe fare una legge come quella presentata dall’on. Bazoli: i parlamentari del centrosinistra se la facciano da soli… 

Questo però solleva enormi punti interrogativi sui nostri vescovi, che insistono sulla necessità di una legge ‘sul fine vita’ nel nostro ordinamento: in realtà, un simile disegno di legge non possono più chiamarlo ‘sul fine vita’, perché questo sarebbe esplicitamente una proposta di legge sul suicidio assistito, una proposta esclusa dal programma dell’attuale Governo, che non comprendeva di legiferare sul tema del fine vita. L’intervento del Card. Lojudice, presidente dei vescovi toscani, mostra come chi guida la Cei sia su questo tema allineato sulle posizioni – anticristiane – del Pd, eppure, l’attuale dirigenza preme affinché sia il centrodestra a presentare un disegno di legge del genere: forse per poter sostenere, alle prossime elezioni politiche di fronte ai fedeli che non c’è più una gran differenza sulle questioni bioetiche tra i due schieramenti?





martedì 30 dicembre 2025

IL DECLINO DELLA NATALITA’ E IL FUTURO DELLA FAMIGLIA



Cinzia Notaro intervista il prof. Gianfranco Amato.



Manca Concretezza

Ogni anno in Italia il tasso di natalità continua a scendere. I dati dell’inverno demografico spesso vengono comparati a quelli della Seconda Guerra Mondiale, della Prima Guerra Mondiale, o addirittura al periodo subito dopo l’Unità d’Italia. La politica e le iniziative pubbliche non sembrano dare soluzioni concrete.

Riflettiamo sulle cause di questo fenomeno con l’avvocato Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione Giuristi per la Vita, approfondendo diversi aspetti che potrebbero essere all’origine di questa crisi demografica: dalla globalizzazione alla prevalenza della finanza, all’individualismo crescente e alla digitalizzazione. Il concetto di “famiglia”, dulcis in fundo, sembra essere sempre più messo in discussione da fattori sociali e culturali.

Qual è la principale causa che determina questo calo della natalità?

Non sono del tutto d’accordo, come molti sostengono, che la causa principale della bassa natalità sia di natura economica. È vero che fattori come il lavoro precario e la disoccupazione giovanile influiscono, ma non sono la causa principale. A conferma di ciò, porto l’esempio di mio figlio, che nel 2020 si è sposato e, nonostante un inizio professionale difficoltoso, è diventato padre di quattro figli in quattro anni. Le motivazioni, quindi, sono più complesse. Spesso ci sono anche ragioni culturali e psicologiche che spingono le persone a non avere figli. Il dottor Donato Dellino, medico barese che si occupa principalmente di psicologia dello sviluppo, evidenzia una crescente separazione tra la maturità biologica e sociale: le donne tendono a posticipare la maternità a causa degli studi prolungati, e gli uomini affrontano problemi di fertilità legati all’età. Questo differimento nella procreazione ha effetti negativi sulla fertilità e sulla salute generale.

Esistono soluzioni politiche per invertire la tendenza demografica?


Le soluzioni politiche finora proposte sembrano più che altro pre-elettorali o fuori dalla realtà. Non si affrontano mai le vere cause del calo delle nascite, ma solo gli effetti. In questi ultimi anni, per esempio, nonostante il governo attuale abbia cercato di concentrarsi sulla famiglia e sulla natalità, non sono emerse proposte concrete che possano realmente fermare questa crisi.

Che ruolo gioca la globalizzazione nella crisi demografica?


La globalizzazione ha cambiato profondamente il nostro modo di vivere, soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino. Questo processo ha portato ad un indebolimento del modello di crescita che ha caratterizzato l’Italia nel dopoguerra, dando priorità alla logica del mercato e della finanza a discapito dei valori sociali e culturali. Ciò ha portato alla precarizzazione del lavoro e ad un impoverimento delle classi sociali meno abbienti, contribuendo ad una crescita demografica sempre più bassa.

L’immigrazione può risolvere il problema della denatalità in Italia?

Molti parlano dell’immigrazione come soluzione alla carenza di popolazione, ma questa idea è irrealistica. In Italia, il basso tasso di crescita economica non permette di sostenere un sistema che si regga solo sull’immigrazione. Inoltre, i costi di integrazione e i bassi contributi sociali degli immigrati rendono questa soluzione insostenibile a lungo termine.

L’intelligenza artificiale potrebbe risolvere il problema della denatalità?

L’intelligenza artificiale potrebbe migliorare alcuni aspetti della nostra vita, ma non credo che possa risolvere il problema della natalità. La sostituzione del lavoro umano con le macchine non è la risposta. In effetti, le soluzioni proposte da chi pensa che l’IA possa risolvere la disoccupazione con un reddito universale, non sono realistiche. Il modello che si sta cercando di proporre ha già fallito in altre realtà e potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva.

Perché molti giovani decidono di non avere figli?

Le ragioni sono diverse. Alcuni temono un futuro incerto, alimentato dalla paura della guerra o dei cambiamenti climatici. Altri, però, scelgono di non avere figli per esperienze familiari dolorose, come divorzi o traumi vissuti durante l’infanzia. Ci sono anche molti giovani che decidono di non fare figli per egoismo, preferendo dedicarsi alla carriera o a sé stessi. Queste scelte sono influenzate da un individualismo crescente, che sta facendo vacillare il valore della famiglia come base della società.

Quanto influisce la tecnologia sulla crisi della famiglia e della natalità?

La tecnologia ha un ruolo importante. L’uso eccessivo degli smartphone e dei social media sta creando una generazione sempre più isolata, incapace di socializzare e di formare relazioni profonde. Questo individualismo tecnologico rende difficile immaginare un futuro familiare, poiché i giovani sembrano sempre più disconnessi dalla realtà sociale, preferendo interagire attraverso schermi piuttosto che di persona.

Di cosa parla il professor Zimbardo nel suo libro Maschi in difficoltà?

È un accademico americano, noto per il suo lavoro sulle dinamiche sociali e psicologiche. Nel suo libro spiega come i ragazzi non sappiano più cosa dire tra di loro (sopratutto fra sessi opposti) e non sappiano più leggere il linguaggio non verbale.

Avv. Amato che cosa è esattamente la famiglia?

Di certo non è una costruzione sociale, ma un elemento naturale e pre-politico, che precede tutte le istituzioni come il diritto, la politica e la religione. La famiglia composta da madre, padre e figli, è un nucleo universale che esiste in tutte le culture ed epoche storiche, come dimostra una scoperta archeologica che ha rivelato i resti di una famiglia preistorica, composta da madre, padre e figli, sepolti insieme, uniti in modo simbolico e commovente. Quindi nessun Parlamento o legge può modificare la struttura naturale della famiglia.

Perchè la paragona la crisi demografica al declino dell’Impero Romano?

Bassa natalità e disintegrazione della struttura familiare sono il segno di un decadimento sociale che può portare al collasso di una civiltà, come è successo nell’antica Roma. Paragono la fine dell’Impero Romano al declino delle società moderne, in quanto crisi economica, perdita di valori morali, e soprattutto crisi demografica sono fattori che contribuirono alla caduta dell’Impero Romano, ed oggi stiamo affrontando gli stessi problemi.

Perchè definisce la società moderna “necrofila”?

La società sembra dare più importanza alla morte e alla distruzione (ad esempio, tramite l’aborto e l’eutanasia) che alla vita e alla procreazione. Questa cultura della morte mina la stabilità e la crescita di una società.

Perché critica l’educazione moderna, in particolare il prolungamento degli studi, come le medie e il liceo?

Perché sono inutili e ritardano l’età della procreazione, contribuendo così alla crisi demografica. Ritengo che la scuola dovrebbe essere più mirata e meno lunga.

Cosa pensa riguardo l’uso dei social media per incontrare partner e costruire relazioni?

I social media hanno cambiato profondamente il modo in cui le persone si relazionano. A mio parere, non è possibile costruire una relazione solida con qualcuno che si incontra casualmente online, rispetto ai luoghi di aggregazione sociale del passato, come gli oratori o i movimenti politici.

In cosa consiste la “Legge Nascere con Affetto” in El Salvador e quale il nesso con l’inverno demografico nel nostro paese?

Promuove la natalità e un’attenzione affettuosa ai neonati dando prova di come un paese possa adottare leggi che tutelano la vita e la famiglia, in contrasto con le politiche abortiste di molti paesi occidentali.

Come giudica la situazione attuale delle civiltà e cosa spera per il futuro?

La nostra civiltà è come una sorta di “parabola” che sta attraversando una crisi simile a quella della fine dell’Impero Romano. Tuttavia, nutre speranza nel fatto che i giovani, ancorati ai valori tradizionali e familiari, possano ricostruire una società più stabile e prospera.

Qual è il legame tra la crisi demografica e la crisi sociale?

La bassa natalità, insieme alla disintegrazione delle famiglie e alla crescente infertilità, contribuisce ad una crisi sociale più ampia, che include l’instabilità economica, politica e morale. La disconnessione tra i giovani e i valori tradizionali della famiglia e della comunità è alla base di questa crisi.