giovedì 22 gennaio 2026

Quando il Vangelo viene piegato alla storia invece di giudicarla



Il cattocomunismo e la tentazione dell’eresia moderna






di Corrado Gnerre, 21-01-2026

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, viene fondato il Partito Comunista Italiano, partito che poi costituirà ed esprimerà un ruolo importantissimo nella storia politica italiana.

La riflessione che voglio offrirvi in questo editoriale, ovviamente sempre in versione molto sintetica e molto breve, è questa: che tipo di giudizio dare nei confronti del comunismo?

Vedete, nell’ambito cattolico sono sorti fondamentalmente due tipi di giudizio.
C’è il giudizio magisteriale, che si è espresso in modo particolarmente chiaro con la Divini Redemptoris del 1937, un’enciclica scritta da papa Pio XI. In questa enciclica troviamo una definizione molto tranchant, ma anche molto chiara.

Tenete presente che in quei tempi socialismo e comunismo di fatto erano sinonimi: riconducevano alla stessa realtà, alla stessa ideologia.
Ebbene, l’enciclica afferma che il socialismo è un errore intrinsecamente perverso; cioè il socialismo, e quindi il comunismo, è costitutivamente e intrinsecamente un errore e non può essere recuperato.

L’altro giudizio fa riferimento soprattutto — ma non unicamente — a un filosofo: Jacques Maritain, da cui poi è derivata anche tutta la scuola del cosiddetto cattolicesimo democratico.
Maritain dà del comunismo un giudizio particolare: afferma che il comunismo è una sorta di cristianesimo impazzito.

Ora, questo potrebbe sembrare un giudizio negativo, ma non lo è del tutto. Significa infatti che, fondamentalmente, le istanze del comunismo sarebbero istanze evangeliche, istanze cristiane. Basterebbe quindi togliere l’elemento ateistico dall’ideologia comunista e lo stesso comunismo sarebbe cristianamente recuperabile.

È un po’ come dire: su un corpo compare un’escrescenza carnosa; si opera, si toglie questa escrescenza, e rimane il corpo sano.

Al contrario, l’affermazione magisteriale della Divini Redemptoris dice:
“No, il comunismo è un errore intrinsecamente perverso”, per cui — volendo usare la metafora precedente — è come se nell’uomo ci fosse un cancro profondissimo: non si può operare, non si può togliere questo cancro, perché togliendolo verrebbe meno l’intero organismo.

Chi ha ragione?
Ha ragione il Magistero o ha ragione la versione maritainiana, fatta propria dal cattolicesimo democratico, che ha sempre guardato con molta facilità, quasi istintivamente, a sinistra piuttosto che altrove?

La risposta è molto semplice. Premetto che è una risposta di carattere filosofico, ma cercherò di essere il più chiaro possibile. Anzi, mi farebbe piacere se poi scriveste per dirmi se sono riuscito a farmi capire o meno.

Tenete presente che il marxismo non è comprensibile se non si considera il filosofo di riferimento di Karl Marx, cioè Hegel.
Che cosa dice Hegel? Identifica la verità con la storia, una storia che diviene in modo dialettico, cioè attraverso scontri. La verità, quindi, è la storia stessa.

Hegel afferma che i fattori materiali sono conseguenza dei fattori spirituali, ma tutto si realizza e si risolve nella storia.
Marx accetta questa impostazione, ma la modifica: ribalta la prospettiva hegeliana. Accetta l’idea che la verità si identifichi con la storia e che la storia proceda dialetticamente attraverso lo scontro, ma sostiene che i fattori spirituali sono conseguenza dei fattori materiali.

Se questo è vero — ed è vero — allora l’ateismo nel marxismo non è un fatto casuale, non è un incidente di percorso, non è un’escrescenza carnosa che si può togliere lasciando sano l’organismo.
L’ateismo è invece un elemento costitutivo del marxismo.

Perché?
Perché Marx accetta l’identificazione della verità con la storia. Se la verità non è al di fuori della storia, allora non esiste un Dio che trascenda la storia: Dio finisce per identificarsi con la storia stessa.

Hegel può ancora parlare di un Dio immanente, perché per lui i fattori spirituali generano quelli materiali. Marx, invece, non può più parlare nemmeno di un Dio immanente, perché tutto è materia. Da qui nasce il cosiddetto materialismo dialettico.

Da questa impostazione si comprende come l’ateismo in Marx non sia affatto casuale. Non è possibile dire: “Togliamo l’ateismo e recuperiamo il resto”.
L’ateismo è un elemento costitutivo del marxismo.

Per questo ha ragione il Magistero nel dire che il socialismo e il comunismo sono un errore intrinsecamente perverso.

Questo, ovviamente, non significa che i problemi ai quali il socialismo tenta di rispondere non siano reali. Come afferma anche la Rerum Novarum, si tratta di problemi veri.
Tanto è vero che Leone XIII, nella Rerum Novarum, aveva già detto che il socialismo è una risposta sbagliata a problemi veri, generati peraltro da errori costitutivi della modernità.





Il Senato francese con un colpo di scena seppellisce il suicidio assistito



Emmanuel Macron - Ansa

Il blocco della Camera alta riporta al centro i confini etici: una chiarezza indicata dai vescovi francesi e richiesta anche all’Italia


Fine vita


Lorenzo Bertocchi, 22 Gennaio 2026

Il Senato francese ha compiuto una scelta netta, che va ben oltre la cronaca parlamentare. Con la bocciatura dell’articolo 4 – il cuore del disegno di legge sull’assistenza medica al suicidio – e con il conseguente svuotamento dell’intero impianto normativo, la Camera alta ha di fatto messo la parola fine a una riforma presentata come “storica”, ma rivelatasi incapace di reggere alla prova della coscienza e della ragione. Non un semplice incidente di percorso, bensì una frattura profonda, politica ed etica, che ha reso impossibile qualsiasi compromesso.

In questo modo, con un colpo di teatro che è degno dei migliori finali a sorpresa, si realizzano le parole del cardinale Marc Aveline, capo dei vescovi francesi, che solo un paio di giorni fa aveva detto che «Ciò che viene proposto oggi non è né buono né necessario». Una previsione che suona ora come una diagnosi lucida di ciò che è accaduto a Palazzo del Lussemburgo: il testo è crollato perché costruito su fondamenta fragili, incapaci di tenere insieme visioni inconciliabili dell’uomo, della medicina e del legame sociale.

Il voto del Senato ha mostrato con chiarezza che il tema del suicidio assistito non obbedisce alle consuete geometrie politiche. Senatori di destra e di centro, ma anche una parte significativa della sinistra, hanno respinto una riforma che avrebbe introdotto l’eutanasia e il suicidio assistito, sia pure con limiti diversi rispetto al testo dell’Assemblea Nazionale. Il risultato è uno stallo che svuota di senso il dibattito residuo e apre uno scenario di incertezza, fino all’ipotesi – evocata dallo stesso Emmanuel Macron, grande promotore della legge – di un ricorso al referendum.

Ma se la politica appare disorientata, c’è chi, fuori dall’emiciclo, aveva da tempo messo in guardia dal rischio di una deriva profonda. La Conferenza episcopale di Francia, con un testo pubblico congiunto, aveva già ribadito che «invocare una "legge di fratellanza" quando si tratta di uccidere è una menzogna». Parole dure, certo, ma difficili da liquidare come semplice presa di posizione confessionale, perché colpiscono il nodo centrale del dibattito: la manipolazione del linguaggio e dei confini etici.

«Come possiamo offrire la morte come opzione quando l'accesso effettivo alle cure, al sollievo dal dolore (i progressi della medicina ci consentono di superare quasi tutti i dolori refrattari), alla presenza umana e al supporto non sono garantiti a tutti?», domandavano i vescovi nel loro messaggio congiunto. Una domanda che il voto del Senato ha reso ancora più bruciante, soprattutto alla luce dell’emendamento approvato in serata, che sancisce il diritto al miglior sollievo possibile dal dolore “senza alcun intervento volontario volto a causare la morte”, riscrivendo il testo in senso diametralmente opposto a quello uscito dall’Assemblea Nazionale.

Il punto decisivo, però, non è solo giuridico. «Legalizzare l'eutanasia o il suicidio assistito altererebbe profondamente la natura del nostro contratto sociale. Dietro parole rassicuranti si cela una realtà che il linguaggio tende a nascondere. Presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. Non ci si prende cura della vita dando la morte». È su questo “offuscamento” che il Senato, forse senza proclami solenni, ha imposto uno stop.

È sull’offuscamento dei confini etici che si gioca davvero il futuro dell’umanità, dell’uomo in quanto uomo. Una terribile china su cui da tempo ci si è incamminati e a cui i vescovi francesi, con coraggio e chiarezza, hanno richiamato le coscienze. Il voto di Parigi non chiude il dibattito, ma lo costringe a fare i conti con la sua verità più scomoda: non tutto ciò che è tecnicamente possibile o politicamente spendibile è umanamente giusto.

Quello dei vescovi francesi è un grido di cui si sente il bisogno anche sotto le Alpi, nel nostro Belpaese che dibatte di suicidio assistito e ha bisogno di sentire una voce che ricordi senza scorciatoie dove sono i confini etici. Perchè forse, come ha detto il cardinale Aveline in Francia, ciò che è in discussione non è né buono né necessario.





mercoledì 21 gennaio 2026

Mons. Schneider: il rapporto liturgico del card. Roche è «manipolatorio» e distorce la storia



Nella traduzione di MessainLatino, l’articolo della vaticanista Diane Montagna, pubblicato il 20 gennaio sulla sua pagina Substack, con un’intervista esclusiva a mons. Athanasius Schineider sull’ultima difesa del card. Arthur Roche della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes (QUI in esclusiva su MiL).



Diane Montagna, 20-01-2026

Mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, ha pubblicato una critica energica al recente rapporto liturgico redatto dal card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, affermando che si basa su un «ragionamento manipolatorio» e «distorce le prove storiche».

Il testo di due pagine del card. Arthur Roche, presentato come «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale», è stato distribuito ai membri del Sacro Collegio durante il Concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV il 7-8 gennaio. Sebbene non sia stato formalmente presentato o discusso durante la riunione a causa dei limiti di tempo, il rapporto ha ricevuto una forte opposizione da parte del clero e dei fedeli dopo che il suo contenuto è stato diffuso dai media.

In un’analisi punto per punto, mons. Athanasius Schneider contesta sia le ipotesi storiche che le premesse teologiche alla base del testo. Attingendo ai documenti del Concilio Vaticano II, all’insegnamento pontificio e alla testimonianza di studiosi e testimoni direttamente coinvolti nella riforma liturgica postconciliare, egli sostiene che il rapporto non riflette un’analisi imparziale e attenta, ma piuttosto un approccio ideologico caratterizzato da quello che egli definisce «rigido clericalismo».

Al centro della critica di mons. Athanasius Schneider c’è l’affermazione che la riforma liturgica attuata nel 1970 rappresenta una rottura con lo sviluppo organico del Rito Romano. Mons. Schneider sostiene che la Messa più fedele al Concilio vaticano II fosse l’Ordo Missae del 1965 e che la forma successivamente promulgata da San Paolo VI – il Novus Ordo Missae – fosse stata sostanzialmente respinta dalla prima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II nel 1967.

Contesta inoltre l’interpretazione del card. Arthur Roche della costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V, mette in discussione la sua affermazione secondo cui il ripristino della liturgia romana tradizionale era solo una «concessione» e contesta l’idea che il pluralismo liturgico «congeli la divisione» all’interno della Chiesa.

Per mons. Athanasius Schneider, il rapporto del card. Arthur Roche «ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più accese, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, strumentalizzando il potere e l’autorità».

Nell’intervista che segue, Sua Eccellenza guarda anche al Concistoro straordinario previsto per la fine di giugno, delineando alcune alternative che, secondo lui, potrebbero contribuire a ripristinare la pace liturgica nella Chiesa.

* * *

Eccellenza, qual è la sua opinione generale sul documento sulla liturgia preparato dal card. Arthur Roche per essere esaminato dai membri del Sacro Collegio durante il Concistoro straordinario?

Per qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, il documento del card. Arthur Roche trasmette l’impressione di un chiaro pregiudizio nei confronti del Rito Romano tradizionale e del suo attuale utilizzo. Sembra guidato da un programma volto a denigrare questa forma liturgica e, in ultima analisi, a eliminarla dalla vita ecclesiale. Il card. Roche sembra determinato a negare al Rito Romano tradizionale qualsiasi posto legittimo nella Chiesa odierna. È evidente l’assenza di un impegno all’obiettività e all’imparzialità, caratterizzato dall’assenza di pregiudizi e da un sincero interesse per la verità. Al contrario, il documento ricorre a ragionamenti manipolatori e distorce persino le prove storiche. Non incarna il principio classico sine ira et studio, ovvero un approccio «senza rabbia né zelo partigiano».

Passiamo ad alcuni passaggi specifici del rapporto. Al n. 1, il card. Arthur Roche afferma:
La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo “riformarsi”, in un processo di sviluppo organico.
Ciò solleva una questione fondamentale: riforma e sviluppo sono la stessa cosa? La riforma sembra suggerire un intervento deliberato e positivista, mentre lo sviluppo sembra implicare una crescita organica collaudata nel tempo. Storicamente, è corretto affermare che la liturgia ha richiesto una riforma continua, o è meglio intenderla come uno sviluppo organico, con solo occasionali interventi correttivi?


A questo proposito, l’affermazione di Papa Benedetto XVI rimane pertinente e incontrovertibile (lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, 7 luglio 2007) (QUI):

Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura.

È un fatto storico – attestato da autorevoli studiosi di liturgia – che dal tempo di Papa Gregorio VII nell’XI secolo, cioè per quasi un millennio, il rito della Chiesa romana non ha subito riforme significative. Il Novus Ordo del 1970, al contrario, si presenta a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo come una rottura con la tradizione millenaria del Rito Romano.

Questa valutazione è rafforzata dal giudizio dello studioso di liturgia Archimandrita Boniface Luykx O. Praem., perito al Concilio Vaticano II e membro del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia guidata da mons. Annibale Bugnini C.M. Padre Luykx ha individuato i fondamenti teologici errati alla base del lavoro di questa commissione, scrivendo (A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131) [Una visione più ampia del Concilio Vaticano II: N.d.T.] (QUI):

Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principi tipicamente occidentali ma falsi: (1) il concetto (alla Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell’uomo occidentale moderno e della sua cultura rispetto a tutte le altre culture; (2) la legge inevitabile e tirannica del cambiamento costante che alcuni teologi applicavano alla liturgia, all’insegnamento della Chiesa, all’esegesi e alla teologia; e (3) il primato dell’orizzontale.

La descrizione che il card. Arthur Roche fa della costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V al n. 2 è accurata? San Pio V non permise forse che continuasse qualsiasi rito che fosse stato in uso per duecento anni? E non furono forse anche altri riti, come quello ambrosiano o quello domenicano, autorizzati a sopravvivere e prosperare?

Il card. Arthur Roche fa un riferimento selettivo alla costituzione apostolica Quo primum tempore, distorcendone così il significato e utilizzando il documento di San Pio V a sostegno di un’interpretazione antitradizionalista. In realtà, la costituzione apostolica Quo primum tempore permette esplicitamente che tutte le varianti del Rito Romano che erano state in uso continuo per almeno duecento anni continuassero legalmente. L’unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa.

Dom Alcuin Reid, studioso di liturgia e massimo esperto dello sviluppo organico della liturgia, descrive la situazione di questo periodo come segue (The Organic Development of the Liturgy, Farnborough, 2004, pp. 20-21) [Lo sviluppo organico della liturgia: N.d.T.] (QUI):

Non dobbiamo cadere nell’errore revisionista di immaginare una completa “censura romana” centralista della liturgia occidentale: la diversità continuò all’interno dell’abbraccio di questa unità. I Domenicani portarono con sé la loro liturgia. Anche altri ordini mantennero riti distintivi. Le chiese locali (Milano, Lione, Braga, Toledo ecc., così come i principali centri medievali inglesi: Salisbury, Hereford, York, Bangor e Lincoln) custodivano gelosamente le proprie liturgie. Eppure ciascuna di esse apparteneva alla famiglia liturgica romana.

Questa realtà storica conferma che San Pio V permise effettivamente il mantenimento di riti con una storia ininterrotta di almeno due secoli, compresi usi consolidati come i riti ambrosiano e domenicano, che non solo furono preservati, ma continuarono a prosperare all’interno dell’unità della Chiesa romana.

Al n. 4 del documento, il card. Arthur Roche scrive:
"... possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II […] è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione […]".
Qual è la sua opinione su questa affermazione, soprattutto alla luce dell’esperienza che la maggior parte dei Cattolici ha della Nuova Messa nella propria chiesa parrocchiale?


Questa affermazione è vera solo in parte. L’intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era infatti una riforma in continuità con la tradizione della Chiesa, come risulta evidente da questa importante formulazione della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (n. 23) (QUI):
non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti.
Il card. Arthur Roche commette l’errore tipico di un ideologo, utilizzando un ragionamento circolare, che può essere sintetizzato come segue: (1) la riforma della Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (2) l’intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (3) quindi, la Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.

Tuttavia, disponiamo di valutazioni di testimoni autorevoli che sono stati direttamente coinvolti nei dibattiti liturgici del Concilio Vaticano II e che sostengono che l’Ordine della Messa del 1970 rappresenta il prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.

Tra i più importanti di questi testimoni c’è don Joseph Ratzinger. In una lettera del 1976 al prof. Wolfgang Waldstein, docente di diritto romano e filosofia del diritto all’Universität di Salisburgo, egli scrisse con sorprendente chiarezza:
Il problema del nuovo Messale Romano sta nel fatto che esso rompe con questa storia continua – che è progredita ininterrottamente sia prima che dopo San Pio V – e crea un libro completamente nuovo, la cui apparizione è accompagnata da una sorta di proibizione di ciò che esisteva in precedenza, cosa del tutto estranea alla storia del diritto e della liturgia della Chiesa. Dalla mia conoscenza dei dibattiti conciliari e da una rilettura dei discorsi pronunciati all’epoca dai Padri conciliari, posso affermare con certezza che questo non era nelle intenzioni.
Un altro testimone di spicco è il già citato archimandrita Boniface Luykx. Nel suo libro recentemente pubblicato A Wider View of Vatican II [Una visione più ampia del Concilio Vaticano II: N.d.T.], ha affermato candidamente (pp. 80, 98, 104):
C’era una perfetta continuità tra il periodo preconciliare e il Concilio stesso, ma dopo il Concilio questa continuità fondamentale è stata interrotta dalle commissioni postconciliari. […] Il Novus Ordo non è fedele alla CSL [Costituzione sulla Sacra Liturgia], ma va sostanzialmente oltre i parametri che la CSL ha fissato per la riforma del rito della Messa. […] Il rullo compressore dell’orizzontalismo antropocentrico (in contrapposizione al verticalismo teocentrico) ha appiattito tutte le forme liturgiche dopo il Vaticano II, ma la sua vittima principale è il Novus Ordo. […] Il principale perdente in questo processo è il mistero, che dovrebbe invece essere l’oggetto e il contenuto principale della celebrazione.
Cosa ne pensa dell’affermazione del card. Arthur Roche al n. 9, secondo cui "Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso"?

Per il card. Arthur Roche, l’esistenza stessa del principio e della realtà del pluralismo liturgico nella vita della Chiesa equivale apparentemente a «congelare la divisione». Tale affermazione è manipolatoria e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle varianti legittime all’interno di un rito – non come una fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale.

Solo i chierici di vedute ristrette, plasmati da una mentalità clericalista, hanno mostrato – e continuano a mostrare anche ai nostri giorni – intolleranza verso la pacifica coesistenza di riti e pratiche liturgiche diverse. Tra i molti esempi deplorevoli vi è la coercizione dei Cristiani di San Tommaso in India durante il XVI secolo, che furono costretti ad abbandonare i propri riti e ad adottare la liturgia della Chiesa latina, sulla base dell’argomento che a una lex credendi deve corrispondere una sola lex orandi, cioè un’unica forma liturgica.

Un altro tragico esempio è la riforma liturgica della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che proibì la forma più antica del suo rito e impose l’uso esclusivo di una forma recentemente rivista. Se le autorità ecclesiali avessero permesso la coesistenza del rito antico e di quello nuovo, non avrebbero certamente «congelato la divisione», ma avrebbero piuttosto evitato un doloroso scisma – quello dei cosiddetti «vecchi riti» o «vecchi credenti» – che perdura ancora oggi. Dopo un periodo di tempo considerevole, la gerarchia della Chiesa ortodossa russa ha riconosciuto l’errore pastorale dell’uniformità liturgica imposta e ha ripristinato il libero uso della forma più antica del rito. Purtroppo, solo una minoranza dei «vecchi credenti» si è riconciliata con la gerarchia, mentre la maggioranza è rimasta nello scisma, poiché i traumi erano troppo profondi e l’atmosfera di reciproca sfiducia e alienazione era durata troppo a lungo. In questo caso, l’intolleranza da parte della gerarchia verso l’uso legittimo del rito più antico ha letteralmente congelato la divisione: i vecchi ritualisti furono esiliati dallo Zar nella gelida Siberia.

L’attaccamento alla forma più antica del rito romano non «congela la divisione». Al contrario, nelle parole di San Giovanni Paolo II, occorre «garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni» (lettera apostolica Ecclesia Dei in forma di «motu proprio», 2 luglio 1988, n. 5 c). La pacifica coesistenza delle due forme del Rito Romano, uguali in diritti e dignità, dimostrerebbe che la Chiesa ha preservato sia la tolleranza che la continuità nella sua vita liturgica, mettendo così in pratica il consiglio del «padrone di casa», lodato dal Signore, «che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (nova et vetera) (Mt 13,52). Al contrario, in questo documento il card. Arthur Roche emerge come rappresentante di un clericalismo intollerante e rigido in ambito liturgico, che rifiuta la possibilità di una genuina condivisione reciproca in presenza di tradizioni liturgiche diverse.

Nel n. 10 del documento – che forse ha suscitato il maggiore sconcerto – il card. Arthur Roche afferma: "L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha cercato di riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione".
Come risponderebbe al card. Arthur Roche su questo punto, in particolare alla luce della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano di Papa Benedetto XVI e della sua lettera di accompagnamento a questo motu proprio?


Risponderei con la seguente saggia osservazione dell’archimandrita Boniface Luykx (A Wider View of Vatican II, p. 113):
Ritengo che la pluriformità, cioè la coesistenza di diverse forme di celebrazione liturgica pur mantenendo il nucleo essenziale, potrebbe essere di grande aiuto alla Chiesa occidentale. […] Papa Giovanni Paolo II ha infatti adottato il principio della pluriformità quando ha ripristinato la Messa tridentina nel 1988.
Questa intuizione contraddice direttamente l’affermazione secondo cui il continuo uso dei precedenti libri liturgici era solo una concessione tollerata senza alcuna intenzione di incoraggiamento o promozione. Un importante insegnamento di San Giovanni Paolo II chiarisce ulteriormente questo punto. Egli afferma (messaggio ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, 21 settembre 2001) (QUI):
Nel Messale Romano, detto di San Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.
Insieme, queste testimonianze autorevoli dimostrano che il riconoscimento e il ripristino dei libri liturgici più antichi non erano intesi semplicemente come concessioni riluttanti, ma come espressioni di una legittima pluriformità all’interno della vita liturgica della Chiesa, capace di arricchire la Chiesa occidentale preservando al contempo il nucleo essenziale del rito romano.

È possibile che, se questo documento fosse stato discusso durante il Concistoro straordinario del 7-8 gennaio, i Cardinali come gruppo non sarebbero stati in grado di comprenderlo adeguatamente, data la diffusa mancanza di formazione liturgica nella Chiesa odierna, anche tra il clero e la gerarchia. Quanti di loro, ad esempio, avrebbero potuto confutare l’affermazione del card. Arthur Roche riguardo alla costituzione apostolica Quo primum tempore di San Pio V? In un futuro Concistoro, è perfettamente nelle facoltà del Papa chiamare un perito che presenti ai membri del Sacro Collegio un documento più scientifico e ben fondato sull’argomento che desidera sottoporre alla loro attenzione. Potrebbe essere questa una via da seguire nel Concistoro straordinario previsto per la fine di giugno 2026?

Credo che oggi vi sia una diffusa ignoranza tra i Vescovi e i Cardinali riguardo alla storia della liturgia, alla natura dei dibattiti liturgici durante il Concilio Vaticano II e persino al testo stesso della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II.

Due fatti molto importanti vengono spesso dimenticati. Il primo è che la vera riforma della Messa secondo il Concilio Vaticano II era già stata promulgata nel 1965, ovvero l’Ordo Missae del 1965, che la Santa Sede all’epoca descrisse esplicitamente come l’attuazione delle disposizioni della costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium. Questo Ordo Missae rappresentava una riforma molto cauta e manteneva tutti i dettagli essenziali della Messa tradizionale, con solo modifiche limitate. Questi includevano l’omissione del Salmo 42 all’inizio della Messa – una modifica che non era senza precedenti, poiché questo salmo era sempre stato omesso nella Messa da Requiem e durante il tempo della Passione – così come l’omissione del Vangelo di San Giovanni alla fine della Messa.

La vera innovazione consisteva nell’uso della lingua volgare durante tutta la Messa, ad eccezione del Canone, che doveva ancora essere recitato in silenzio in latino. Gli stessi Padri conciliari celebrarono questa Messa riformata durante la sessione finale del 1965 ed espressero generale soddisfazione al riguardo. Anche mons. Marcel François Lefebvre celebrò questa forma di Messa e ne ordinò l’uso nel suo Seminario San Pio X di Écône fino al 1975.

Il secondo fatto è il seguente. Alla prima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II, tenutasi nel 1967, mons. Annibale Bugnini presentò ai Padri sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato. Si trattava essenzialmente dello stesso Ordo Missae che fu poi promulgato da San Paolo VI nel 1969 e che oggi è la forma ordinaria della liturgia nella Chiesa cattolica romana.

Tuttavia, la maggioranza dei Padri sinodali del 1967 – quasi tutti erano anche Padri del Concilio Vaticano II – respinse questo Ordo Missae, cioè il nostro attuale Novus Ordo. Di conseguenza, ciò che celebriamo oggi non è la Messa del Concilio Vaticano II, che è in realtà l’Ordo Missae del 1965, ma piuttosto la forma della Messa che fu respinta dai Padri sinodali nel 1967 perché troppo rivoluzionaria.

Quali alternative al documento del card. Arthur Roche proporrebbe ai Cardinali, se potesse offrire loro solo alcuni punti?

Presenterei ai Cardinali diversi punti fondamentali. In primo luogo, ricorderei i fatti storici innegabili riguardanti la vera Messa del Concilio Vaticano II, vale a dire l’Ordo Missae del 1965, nonché il rifiuto di fondo da parte dei Padri sinodali nel 1967 del Novus Ordo presentato loro da mons. Annibale Bugnini.

In secondo luogo, richiamerei l’attenzione sui principi sempre validi che regolano il culto divino formulati dallo stesso Concilio Vaticano II: il carattere teocentrico, verticale, sacro, celeste e contemplativo della liturgia autentica. Come insegna il Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, nn. 2 e 8) (QUI):
ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati. […]

Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste […].
In terzo luogo, vorrei sottolineare il principio secondo cui la diversità liturgica non danneggia l’unità della fede. Come hanno sottolineato i Padri conciliari (Sacrosanctum Concilium, n. 4):
il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa madre Chiesa considera come uguali in diritto e in dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati […].
Infine, vorrei fare appello alla coscienza dei Cardinali affermando che Papa Leone XIV oggi ha un’occasione unica per ristabilire la giustizia e la pace liturgica nella vita della Chiesa, concedendo alla forma più antica del Rito Romano la stessa dignità e gli stessi diritti della forma liturgica ordinaria, nota come Novus Ordo.

Un tale passo potrebbe essere compiuto attraverso una generosa ordinanza pastorale ex integro. Porrebbe fine alle controversie derivanti da interpretazioni casistiche riguardanti l’uso dell’antica forma liturgica. Porrebbe inoltre fine all’ingiustizia di trattare tanti figli e figlie esemplari della Chiesa – in particolare tanti giovani e giovani famiglie – come cattolici di seconda classe.

Una tale misura pastorale costruirebbe ponti e dimostrerebbe empatia con le generazioni passate e con un gruppo che, sebbene minoritario, rimane trascurato e discriminato nella Chiesa odierna, in un momento in cui si parla tanto di inclusione, tolleranza per la diversità e ascolto sinodale delle esperienze dei fedeli.

Eccellenza, c’è qualcosa che desidera aggiungere?

Non potrei fare una dichiarazione migliore sull’attuale crisi liturgica che citare le seguenti parole luminose dell’archimandrita Boniface Luykx, serio studioso di liturgia, zelante missionario in Africa e uomo di Dio che celebrava sia la liturgia latina che quella bizantina, respirando, per così dire, con i due polmoni della Chiesa:
Anche il cardinale Ratzinger ha dato il suo sostegno, dichiarando che la vecchia Messa è una parte viva e, anzi, «integrale» del culto e della tradizione cattolica, e prevedendo che darà «il suo contributo caratteristico al rinnovamento liturgico richiesto dal Concilio Vaticano II». (p. 115)
Quando la riverenza scompare, tutto il culto diventa solo intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso i poveri, i piccoli, sono vittime, poiché la realtà ovvia della vita che scaturisce da Dio nel culto viene loro sottratta dagli «esperti» e dai dissidenti. (p. 120)

Nessun gerarca, dal semplice Vescovo al Papa, può inventare nulla. Ogni gerarca è un successore degli Apostoli, il che significa che è prima di tutto un custode e un servitore della Sacra Tradizione, un garante della continuità nell’insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera. (p. 188)

Il documento del card. Arthur Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia confrontata con critiche serie e sempre più accese, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, strumentalizzando il potere e l’autorità.

Tuttavia, la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, specialmente tra i «piccoli» della Chiesa: bambini innocenti, giovani eroici e giovani famiglie.

Per questo motivo, consiglierei vivamente al card. Arthur Roche e a molti altri membri anziani e un po’ rigidi del clero di riconoscere i segni dei tempi o, per dirla in modo figurato, di saltare sul carrozzone per non rimanere indietro. Essi sono chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dà attraverso i «piccoli» della Chiesa, che hanno fame del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza duratura della liturgia tradizionale.






Quando la scienza è calpestata dall'ideologia si arriva all'assurdo e al ridicolo




I maschi possono rimanere incinti? E la dottoressa non rispose



by Aldo Maria Valli, 21gen 2026



di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

il siparietto che si è svolto qualche giorno fa durante l’audizione alla commissione Help (Health, Education, Labor and Pensions) del Senato statunitense è surreale.

L’argomento dell’audizione è un farmaco abortivo che sembrerebbe causare eventi avversi per la salute.

Tra gli esperti c’è la dottoressa Nisha Verma, ostetrica, ginecologa e specialista in “pianificazione familiare complessa”.

Il senatore repubblicano Josh Hawley le fa una domanda: “Gli uomini possono rimanere incinti?”. Non le ha chiesto di spiegare le origini dell’universo ma le ha fatto una banale domanda a cui un bambino di cinque anni potrebbe agevolmente rispondere, anche se forse un po’ indispettito sentendosi preso in giro dal suo interlocutore.

La dottoressa Verma, tuttavia (e purtroppo per lei?), non è più una bambina di cinque anni e dall’alto dei suoi studi e della sua esperienza, con scientifica precisione riesce incredibilmente a evitare la questione. A nulla è valsa l’insistenza del senatore. Di seguito le risposte più significative:

“Non sono davvero sicura di quale sia l’obiettivo della domanda”;

“Ci sono molte donne che possono rimanere incinte”;

“Penso che queste domande da sì/no siano uno strumento politico”;

“Penso che lei stia cercando di ridurre la complessità”;

“Penso che lei stia confondendo tra maschio e femmina”;

“Sarei più felice di avere una conversazione con lei che non parta dal tentativo di polarizzare e spingere…”.

Manca, naturalmente, la risposta corretta, che il senatore, esausto dopo interminabili minuti di un’apparente inutile ma in realtà istruttiva conversazione, svela alla scienziata: “Per la cronaca, sono le donne a rimanere incinte, non gli uomini”.

Sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda ma ai nostri giorni anche dire che l’acqua è bagnata diventa arduo, con la scienza calpestata da un’ideologia accecante che impedisce di guardare alla realtà. La dottoressa Verma, specialista in pianificazione familiare complessa ma anche in elusione risposte elementari, sa benissimo che gli uomini non possono rimanere incinti, ma non vuole dirlo per non rompere un equilibrio ideologico che va preservato a ogni costo, anche a costo della verità, sfidando perfino il buon senso (per non parlare del senso del ridicolo).

“Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”, scriveva G.K Chesterton. Aveva ragione; forse non immaginava che, un giorno, le spade sarebbero servite per difendere l’ovvio anche dagli esperti (o sedicenti tali).






La Corte di Cassazione riconosce la perdita del figlio in gestazione come se fosse già nato







di Sabino Paciolla, 21 gennaio 2026

Giuseppe Longo, in un suo articolo pubblicato su La voce dell’Jonio, riporta che la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26826 del 6 ottobre 2025, ha sancito un principio dirompente: il rapporto genitoriale esiste già durante la vita prenatale, sin dal concepimento, e la morte del feto è assimilabile al danno parentale per un figlio nato. La pronuncia riconosce il risarcimento non solo ai genitori, ma anche ai fratelli, per la perdita di una bimba estratta priva di vita dal grembo materno per responsabilità medica. Tale sentenza indirettamente porta all’attenzione l’importanza del diritto naturale per la tutela dei diritti inderogabili dell’uomo. Un diritto tanto bistrattato persino nella Chiesa cattolica.

La perdita del feto causata da omissioni o ritardi dei medici costituisce un vero e proprio danno da perdita del rapporto parentale, non un semplice “danno potenziale”. Ciò significa che il legame affettivo tra i genitori e il concepito va riconosciuto come già esistente e rilevante ai fini del risarcimento.

La sofferenza interiore dei genitori e l’impatto sulla loro vita quotidiana vanno valutati nella loro duplice dimensione (morale soggettiva e dinamico-relazionale), analogamente a quanto avviene per la perdita di un figlio nato vivo.

Il fulcro della sentenza dunque è che «la vita è tale sin dal suo concepimento» e che il feto è già figlio di un padre e una madre, con «intangibile dignità». La Corte richiama l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e considera questo principio una «massima di comune esperienza», valida sul piano scientifico ed etico.

Questa affermazione ha implicazioni radicali: se la vita fetale è tutelata come quella di un nato, la legge 194/78 sull’aborto diventa incompatibile. L’autore sottolinea il paradosso: se la morte del feto per colpa medica è illecita, non può essere lecita se voluta dalla madre. Inoltre, riconoscendo il diritto paritetico di entrambi i genitori alla tutela del figlio in utero, il padre potrebbe opporsi legalmente all’aborto, chiedendo un provvedimento inibitorio.

La sentenza consolida un indirizzo già embrionale nella n. 26301/2021 e mina l’impianto della legge sull’aborto, che consente l’interruzione volontaria nei primi tre mesi. Lo slogan «l’utero è mio e me lo governo io» viene definito «un’assurda nefandezza», poiché il feto appartiene a entrambi i genitori.

L’autore dell’articolo lamenta la scarsa diffusione mediatica della pronuncia, nonostante la sua portata rivoluzionaria. Mentre i media amplificano notizie “mortifere”, tacciono su decisioni che riaffermano «il valore assoluto e intangibile della vita». Invita la CEI, le diocesi e le organizzazioni cattoliche a divulgarla, sensibilizzando parlamentari “sedicenti credenti” per un’iniziativa legislativa che abolisca la legge 194/78, sulla base dei principi ora acquisiti dalla Cassazione: la morte del feto è la morte di un figlio, quindi di un essere umano vivente.

Conclude con un appello: «Da oggi le campane risuonino a morto per… la morte e la sua più crudele e inumana legittimazione: l’aborto». Che suonino per la vita, «a preludio di un tardivo risveglio della ragione».

Ad ulteriore sostegno di quanto detto dall’autore dell’articolo circa il cortocircuito logico tra sentenza ultima della Corte di Cassazione e legge 194/78 sull’aborto, occorre aggiungere anche il fatto che nel diritto civile italiano, il nascituro (cioè il concepito ma non ancora nato) è già titolare di diritti nell’ambito successorio, e questo è espressamente riconosciuto dal Codice Civile. Le norme principali di riferimento sono le seguenti:

Art. 462 c.c.
«I figli nati e i concepiti al tempo dell’apertura della successione succedono per legge, insieme con i figli legittimi, nei casi in cui questi succedono».

Art. 1 c.c.
«La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita». Queste norme stabiliscono chiaramente che:Il nascituro è già soggetto di diritto (ha capacità giuridica in nuce).
È erede legittimo sin dal concepimento, purché nasca vivo e capace di succedere.

Il diritto ereditario si consolida con la nascita, ma retroagisce al momento dell’apertura della successione (morte del de cuius). Le conseguenze pratiche di questi due fondamentali articoli sono le seguenti:

Se un soggetto muore lasciando un figlio concepito ma non ancora nato, quest’ultimo è considerato erede a pari titolo con i fratelli già nati.
Il nascituro può beneficiare di tutela cautelare (es. curatore speciale nominato dal giudice tutelare) per proteggere i suoi interessi fino alla nascita.
In caso di aborto o morte fetale, il diritto successorio non si consolida (perché manca la condizione della nascita viva), ma ciò non toglie che il feto fosse già considerato “persona” ai fini ereditari. Si capisce il forte cortocircuito logico esistente tra norme dello stesso diritto italiano. Infatti, nel diritto successorio il nascituro è tutelato sin dal concepimento.
In altri ambiti (es. responsabilità extracontrattuale per lesioni prenatali, o interruzione volontaria di gravidanza) la giurisprudenza e la legge 194/78 pongono limiti diversi: il feto non è ancora “persona” a pieno titolo nei confronti della madre, ma lo è nei confronti di terzi (danno da morte fetale colposa, come nella sentenza Cass. 26826/2025 che è stata citata dall’autore dell’articolo).

Una persona non può essere e non essere allo stesso tempo! Non può “essere persona” in una branca del diritto e “non essere persona” in un’altra. La sentenza della Corte di Cassazione, insieme ai due articoli più sopra riportati, rappresenta un importante riconoscimento del diritto naturale alla vita prenatale anche nel diritto positivo. E’ infine senz’altro importante in quanto aggiunge un tassello, forse inavvertitamente, alla celebrazione del diritto alla vita.

Oltre al cortocircuito logico di cui si è detto, presente nella cultura radicale odierna, la sentenza mette in evidenza anche l’imprudenza di certe affermazioni fatte da alti prelati nella Chiesa. Esempi di queste affermazioni sono le seguenti:

Il Card. Matteo Maria Zuzzi ha affermato: «La legge sull’aborto, la 194, penso che sia stata una legge dolorosa ma che garantisca, e nessuno la mette in discussione….»

Mons. Vincenzo Paglia (presidente della Pontificia Accademia per la Vita) ha affermato: «La legge 194 rappresenta un “pilastro” della vita sociale italiana, tanto è incardinata nell’ordinamento giuridico.»

Non vorremmo che i laici dessero lezioni di morale cattolica ai cattolici.








martedì 20 gennaio 2026

Aborto, Paglia contro Suetta. I vescovi italiani si sveglino



L'ex presidente della Pontificia Accademia per la Vita va a Sanremo e prende le distanze dall'iniziativa della "Campana dei bambini non nati" presa dal vescovo Suetta. Scandaloso ma non sorprendente visti i precedenti. Ma gli altri vescovi da che parte stanno?

SAN REMO

Editoriali 


Riccardo Cascioli, 20-01-2026

Una settimana fa lamentavamo il fatto che dai vescovi italiani non fosse venuta una sola parola di solidarietà nei confronti del vescovo di Ventimiglia-San Remo, monsignor Antonio Suetta, attaccato ferocemente dai media e dai partiti di sinistra per l’iniziativa della “Campana dei bambini non nati”.

Quel rintocco serale della campana collocata sulla torretta della Curia alla fine di dicembre, ha mandato in tilt tutta la sinistra (e non solo) che della tragedia dell’aborto, dell’eliminazione della creatura più indifesa, ha fatto un diritto umano. Polemiche feroci dettate da chi conta visto che le proteste non hanno grande seguito popolare, come dimostrano le poche decine di persone che sabato 17 gennaio hanno partecipato alla manifestazione in piazza a Sanremo chiamata a gran voce dal Partito Democratico locale.

Lamentavamo dunque che davanti a questa bufera mediatica gli uomini di Chiesa rimanessero in silenzio. Però oggi siamo al punto che dobbiamo rimpiangere quel silenzio, visto che l’unico uomo di Chiesa che si è espresso - l’ineffabile monsignor Vincenzo Paglia - lo ha fatto per prendere le distanze da monsignor Suetta, e per giunta ha scelto proprio la città di Sanremo per farlo.

Infatti monsignor Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) che sotto la sua guida ha preso una direzione contraria a quella per cui san Giovanni Paolo II l’aveva fondata, questo fine settimana era nella città ligure, al Teatro del Casinò, per partecipare a un convegno sulla terza età. Convegno, bisogna dire per quanti hanno polemicamente rilevato l’assenza tra il pubblico del vescovo Suetta, che è stato ampiamente pubblicizzato sul sito della diocesi. Cortesia non ricambiata da Paglia, al quale - come era logico attendersi - a margine del convegno è stata fatta la fatidica domanda sull’iniziativa della Campana.

La risposta è sconcertante: «Io vorrei – ha detto l’ex presidente della PAV - che si suonassero le campane per i vecchi, affinché siano accompagnati con serenità e amore, cosicché nessuno sia lasciato solo. La campana della fraternità deve suonare forte». Classico espediente clericale: parlare d’altro per evitare di esprimere apertamente il dissenso su un’iniziativa.

Ma il messaggio è comunque chiaro: quell’iniziativa non mi rappresenta. Messaggio ancora più pesante se si considera che Paglia è stato fino a pochi mesi fa il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e peggio ancora perché lo ha fatto in coincidenza con le manifestazioni anti-Suetta.

Del resto non ci si può nemmeno stupire più di tanto: ben ricordiamo quando nel 2022, partecipando a un programma di RaiTre, monsignor Paglia dichiarò a proposito della legge che ha legalizzato l’aborto in Italia nel 1978: «Penso che la legge 194 sia ormai un pilastro della nostra vita sociale». E poi, incalzato dalla giornalista che gli chiedeva se la 194 fosse in discussione, rispose risoluto: «No, ma assolutamente, assolutamente!».

Le parole a Sanremo di monsignor Paglia spiegano bene il silenzio di tutti gli altri vescovi in Italia. Anche se non tutti pensano alla legge 194 come a un pilastro della società italiana e probabilmente tanti desidererebbero fosse abolita, nessuno però si sente di mettersi al centro di polemiche e contestazioni prendendo posizione su una materia che scatena reazioni ideologiche tanto forti. A molti piace credere che non prendendo alcuna posizione sgradita saranno per questo ascoltati meglio dal mondo, piace illudersi che nascondendo la Verità si favorisca quel clima di fraternità evocato da Paglia.

Illusi, appunto. Davvero costoro pensano che ci possa essere fraternità in una società che uccide i propri figli?

C’è solo da augurarsi che l’improvvida uscita di Paglia, con il suo implicito appoggio a chi contesta il vescovo Suetta, scuota la coscienza di qualche altro vescovo italiano che abbia ribrezzo a trovarsi associato a quella compagnia e che si senta spinto quindi a suonare quella campana o almeno a difendere il diritto di un vescovo a proclamare la Verità.






Germania, il capo dei vescovi lascia. Ora il sinodo è un campo di battaglia



Mons. Georg Bätzing (Ansa)

Alla vigilia della ripresa del sinodo tedesco - dal 29 al 31 gennaio a Stoccarda - mons. Batzing dichiara di non volersi ricandidare per la presidenza. Il tutto mentre resta viva la spaccatura sui temi del sinodo, come aveva richiamato Benedetto XVI in una lettera al card. Marx nel 2021


CHIESA IN GERMANIA

Paola Belletti, 20 Gennaio 2026

È con una lettera interna alla Conferenza episcopale tedesca, la DBK, che monsignor Georg Bätzing, ha informato i confratelli della sua decisione: non sarà disponibile per un altro mandato. Una decisone maturata dopo "consultazione e attenta valutazione" anche allo scopo di consentire all'assemblea che si riunirà dal 23 al 26 febbraio 2026 per eleggere il suo prossimo presidente di avviare una "riflessione approfondita" sulla scelta del suo successore. Come riporta in una accurata sintesi Tribune Chretienne, nel messaggio, il presule tedesco, vescovo di Limburgo, «riflette su quelli che definisce "sei anni intensi" alla guida dell'episcopato. Ringrazia quanti lo hanno sostenuto "con stima e critica costruttiva" e descrive la sua presidenza come un servizio svolto in "tempi davvero impegnativi". Ritiene di essere giunto al termine di questa missione e ritiene che sia giunto il momento di affidare questa responsabilità ad "altre mani", esprimendo fiducia nella continuazione del lavoro iniziato».

Un auspicio che in molti, invece, non si fanno. Èproprio il lavoro iniziato con l'avvio del cammino sinodale tedesco ad aver generato confusione e conflitti, sia interni alla chiesa tedesca, sia nei confronti di Roma e dell'autorità papale. Se infatti il presidente del comitato centrale dei Cattolici tedeschi (Zdk) ha ricordato con entusiasmo e gratitudine il suo operato, descrivendolo come "interlocutore collegiale, autentico e molto impegnato", molti membri dell'episcopato tedesco hanno invece confermato le forti riserve espresse durante il suo mandato, in sintonia con i ripetuti moniti provenienti dalla Santa Sede. Moniti, peraltro, drammaticamente lasciati cadere senza che sortissero l'effetto desiderato: ovvero il ritorno sui propri passi, alla sequela dell'autentico magistero della Chiesa. Tra i numerosi richiami e inviti ad abbandonare pericolose derive morali e teologiche, spicca quello dello stesso papa Benedetto XVI, allora Emerito.

Come riporta tra i primi Il Giornale, Benedetto XVI aveva messo in guardia il suo successore alla cattedra arcivescovile di Monaco e Frisinga, il cardinal Marx, dai pericoli del processo sinodale tedesco. Ciò che procurava a Ratzinger "grande preoccupazione" erano le spinte alla modifica radicale di insegnamenti immutabili della Chiesa, soprattutto in merito all'omosessualità e all'ordinazione sacerdotale femminile. Modifiche che potrebbero essere imposte dalla nascitura, forse, Conferenza sinodale, composta sia da vescovi sia da laici, con potere decisionale. La dottrina potrà essere cambiata a suon di voti di maggioranza, se lo statuto di questo organo venisse approvato.

Il rischio scisma, dunque, permane. Ciò che è messo pericolosamente in discussione è l'unità ecclesiale perché le istanze del cammino sinodale tedesco intendono portare temi che pertengono alla Chiesa universale all'interno di organi decisionali che a loro volta non hanno l'approvazione di Roma. Si comprende dunque la seria preoccupazione di Benedetto XVI per la chiesa in cui la sua stessa fede era nata e cresciuta. Continua Il Giornale: «Fonti vaticane confermano che negli ultimi anni della sua vita Ratzinger era profondamente scettico sulla direzione intrapresa dalla Chiesa tedesca ed era convinto che questa strada avrebbe "fatto danni e sarebbe finita male se non fosse stata fermata"».

«Marx ignorò l'appello del Papa emerito, che pochi mesi dopo fu gravemente screditato in patria a causa di un rapporto sugli abusi commissionato dall'arcidiocesi di Monaco, senza essere difeso dal suo successore». Gli appelli di Papa Francesco sono stati numerosi e netti, anche se finora Roma non ha imposto la sospensione del processo e le modifiche degli statuti dei nuovi organismi secondo le norme canoniche. Nel cuore di papa Leone XIV, prima ancora che tra le carte della sua scrivania, la situazione della chiesa in Germania è già arrivata e occupa un posto prioritario, dal momento che, al di là delle questioni di potere anche economico che le forze del Cammino sinodale intendono muovere, ciò che è in gioco - e non è un gioco- è sempre la salvezza delle anime.

In questo momento della storia della Chiesa in Germania la decisione di monsignor Bätzing di non candidarsi per un secondo mandato aumenta da un lato l'incertezza, ma apre forse anche nuove possibilità. Chi prenderà il suo posto? come si rapporterà con Roma e soprattutto quanto avrà a cuore il bene della comunione ecclesiale e dell'integrità della fede di cui è viva custode e maestra? Conviene senza dubbio mandare avanti le "forze aeree" della preghiera di intercessione perché lo scontro tra chi cerca il bene della Chiesa e chi invece ha altre priorità volga a favore dei primi, e quindi, in ultima analisi, di tutti.






Comunione sulle mani, l'abuso che da eccezione divenne regola






Il volume di Scrosati e Bux ripercorre la genesi e la diffusione di una disobbedienza legittimata, ma non per questo priva di effetti collaterali sulla fede eucaristica. Perché il modo in cui ci si comunica esprime (o al contrario affievolisce) l'adorazione.


Il libro


Stefano Chiappalone,  20-01-2026

Nell’aprile 2025 mons. Bruno Forte, vescovo di Chieti, balzò agli onori della cronaca (e della Bussola) per aver rimproverato alcuni fedeli “colpevoli” di aver voluto ricevere la Comunione direttamente sulla lingua (norma universale in tutta la Chiesa da ben oltre un millennio) invece che sulle mani (come imposto in numerose diocesi nell’era pandemica e tuttora in quella teatina). Un casus belli peraltro provvidenziale nella misura in cui offre lo spunto per approfondire ulteriormente la questione con l'aiuto di Luisella Scrosati e mons. Nicola Bux, autori del volume Il cibo dei serafini. Comunione sulla mano sì o no?, edito da Omni Die nella collana I Libri della Bussola.

Inizialmente concesso solo ad alcune conferenze episcopali, l’attuale uso di amministrare la Comunione sulle mani dei fedeli resta pur sempre un indulto, ovvero una eccezione rispetto alla norma universale di ricevere la Comunione direttamente sulla lingua (norma quasi dimenticata, soprattutto dopo il 2020). Come vedremo è la storia di un abuso sanato e poi diffuso a macchia d’olio, fondendo le istanze di una malintesa innovazione con il mito archeologista di un ritorno alla prassi dei primi secoli. In realtà, i Padri della Chiesa non promuovono, ma semplicemente attestano l’unica modalità che conoscevano e peraltro in maniera ben diversa dall’attuale. Per quell'epoca sarebbe infatti più corretto parlare non di Comunione sulla mano, ma sul palmo, «perché il fedele si abbassava verso le mani, facendo così un profondo inchino, e assumeva il Pane eucaristico direttamente dal palmo della mano destra, come conferma anche Teodoro di Mopsuestia». Anche senza scomodare le abluzioni e l’uso di lini menzionati negli studi di Josef Andreas Jungmann, ci si comunicava in modo ben diverso e con tutt’altra riverenza rispetto all’attuale prassi di “afferrare” l’Ostia santa in modo non dissimile da un biscotto e magari senza neanche far caso alla possibile caduta di frammenti – che sono Corpo di Cristo quanto l’intera particola!

La “Comunione sulle mani” così come si è diffusa a partire dagli anni post-conciliari non è affatto un ritorno ai primi secoli: «mentre i Padri cercavano di limitare la possibile dispersione di frammenti rispetto a un rito in uso, i promotori della nuova versione hanno fatto esattamente il contrario, introducendo un cambiamento rispetto ad un rito che praticamente aveva azzerato questo rischio (...) perfettamente in sintonia con il desiderio dei Padri, con un altro che non solo pone nuovamente i problemi dei primi secoli, ma che vi ha anche apportato modifiche peggiorative». L’uso attuale costituisce semmai l’esatto contrario della mens dei Padri, tutta tesa a evitare dispersioni e profanazioni del Corpo di Cristo. Il problema fu infine risolto amministrando l'Eucaristia direttamente sulla lingua dei fedeli, modalità comunque già attestata dall’epoca di san Gregorio Magno (nonché, dal IX secolo, con «l’uso della particola sottile», meno soggetta a dispersioni rispetto al pane lievitato). Tale cambiamento offre «un esempio cristallino di una vera comprensione della Tradizione e di quelle riforme che da questa comprensione derivano», in quanto «più conforme alle esigenze della realtà sacramentale» e non in nome di «ideologie che si fanno strada tramite abusi, poi in qualche modo “condonati”».

A ridosso del Vaticano II, che non menzionava nessuna riforma sul modo di amministrare la Comunione, e men che meno auspicava di amministrarla sulle mani, quest’uso venne radicandosi in alcune regioni e, guarda caso, proprio quelle più sensibili alle sirene del cosiddetto “Catechismo olandese”, foriero di gravi errori dottrinali anche sulla Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Da Roma si ribadì il divieto e tuttavia per aggirare la disobbedienza si scelse di “sanarla”, ma solo per quelle determinate regioni. È la vana illusione di arginare un fenomeno ponendo dei paletti che vengono immancabilmente travolti: le concessioni infatti si moltiplicarono anche laddove quest’uso non c’era e la Comunione sulle mani si estese pressoché in tutto l’orbe tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta.

Per esempio, fino al 1996 l’Argentina era uno dei pochi Paesi a non averla introdotta e quando questo avviene l’allora vescovo di San Luis, mons. Juan Rodolfo Laise, decise di non avvalersene. Decisione «interpretata da molti come una rottura dell’unità dell’episcopato», ma in realtà approvata dai dicasteri romani con i quali si era consultato. Semplicemente nella sua diocesi vigeva la norma universale, senza eccezioni (che altrove sono divenute la regola). Alla questione mons. Laise consacrò un approfondito studio («probabilmente il primo»), che «approfondisce gli aspetti storici, canonici e teologici di tale modalità di ricevere la Comunione e la sua influenza sulla devozione e sulla vita spirituale dei fedeli», nonché la genesi di «una disobbedienza legittimata».

La sospensione di nuovi indulti fu tentata da san Paolo VI e poi da san Giovanni Paolo II, entrambi personalmente contrari a questo uso-abuso, ma nell’uno e nell’altro caso le richieste papali caddero nel vuoto. Al secondo si mise di traverso mons. Luigi Bettazzi (all’epoca vescovo di Ivrea) che nel 1984 obiettò al Papa: «Non mi sembra giusto utilizzare in tal modo la Vostra autorità» (cioè per vietare la Comunione sulle mani, che infatti fu introdotta anche in Italia cinque anni dopo). Benedetto XVI tentò la via dell’esempio, reintroducendo «dal Corpus Domini 2008, la somministrazione esclusivamente sulla lingua della Santa Comunione, nella liturgia papale», e per di più in ginocchio. Un segno che il Papa stesso indicò come «un punto esclamativo circa la Presenza reale», come a dire: «Qui c’è Lui, è di fronte a Lui che cadiamo in ginocchio».

Eppure, si obietta «non sarebbe meglio orientare gli sforzi su qualcosa di più sostanziale della modalità di ricevere la Comunione?»: domanda apparentemente ragionevole e mossa dalla preoccupazione che l’accento sulla forma faccia dimenticare la sostanza. E invece occorre riscoprire anche i segni concreti, perché proprio «un’enfasi unilaterale sull’interiorità (...) ha contribuito a distruggere non solo le forme esterne, ma ha di fatto corroso anche l’interiorità dei cristiani. I quali, sacrificando atti, gesti, segni conformi alla fede cattolica, hanno iniziato a credere per come vivono». Ecco perché anche il modo concreto di amministrare e ricevere il Corpo di Cristo non è indifferente, nella misura in cui esprime (o al contrario affievolisce) la fede e l’adorazione verso il Santissimo Sacramento. Per non correre il rischio di scambiarlo per cibo comune, dimenticando che è «il cibo dei serafini».

Per acquistare Il cibo dei serafini. Comunione sulla mano sì o no?, di Luisella Scrosati e mons. Nicola Bux, CLICCA QUI






20 gennaio 1842: Una grande prova della Verità Cattolica…la conversione dell’ebreo Ratisbonne






1. Chesterton, grande scrittore inglese convertitosi al cattolicesimo, scrisse: La difficoltà nello spiegare perché sono cattolico consiste nel fatto che vi sono diecimila ragioni, tutte riconducibili ad un’unica ragione: che il cattolicesimo è vero. Giustissimo! Infatti, tutto nel Cattolicesimo converge nella verità e manifesta la verità. Prendiamo ad esempio il martirio, cioè l’offerta della propria vita per il Signore. Ebbene, anche il martirio dimostra la veridicità del Cattolicesimo. Qualcuno però potrebbe obiettare: se il martirio è l’offerta della propria vita per un ideale, allora il martirio c’è dappertutto, non solo nel Cattolicesimo ma in tutte le religioni. Anzi… non solo nelle religioni ma anche nelle ideologie politiche. Va però precisato che il vero martirio, come testimonianza dell’unica verità, che è quella cattolica, può esistere solo nel Cattolicesimo. Ma adesso prescindiamo da questa pur importante precisazione e continuiamo: i terroristi, antichi o moderni, non rischiano la vita per falsi ideali? L’obiezione regge, eccome. Eppure insistiamo: tra le prove di credibilità del Cattolicesimo c’è anche il martirio. Spieghiamo subito il perché.

Di martiri ne esistono almeno due. Esiste il martirio per non rinunciare a credere in qualcosa, ed esiste il martirio per non rinunciare a testimoniare ciò che si è visto. Il primo martirio è presente un po’ dappertutto e -diciamolo francamente- non dimostra un granché. Certo, si può ammirare la coerenza di chi è disposto a morire per le proprie idee, ma poi tutto finisce lì. Non basta morire per ciò in cui si crede per dimostrare che ciò in cui si crede è vero. Prima abbiamo fatto l’esempio dei terroristi politici, ma si potrebbe fare anche quello dei terroristi religiosi. E’ piuttosto il secondo martirio a convincere. Cioè quel martirio per non rinunciare a parlare di ciò che si è visto. Se si è visto, si capisce il coraggio del martirio; se non si è visto e si sa di non aver visto, perché morire? E’ possibile morire per una sciocchezza sapendo che è una sciocchezza? Ebbene, questo secondo martirio è presente solo nella Chiesa Cattolica Apostolica e Romana.

I testimoni della resurrezione di Gesù si faranno quasi tutti ammazzare e quelli che non furono ammazzati corsero il rischio di esserlo. Qualora avessero diffuso una menzogna, sapendo che si trattava di una menzogna, avrebbero trovato il coraggio di farsi uccidere per una menzogna? Ma attenzione. Il Cattolicesimo non annovera questo tipo di martirio solo nei primi tempi ma anche dopo, anche nei nostri giorni. Pensiamo ai veggenti di apparizioni serie, per intenderci quelle riconosciute dalla Chiesa. Santa Bernadette decise di farsi suora proprio perché aveva visto la Madonna e così suor Lucia di Fatima che decise di farsi suora di clausura. Poniamoci lo stesso interrogativo: qualora queste due veggenti avessero inventato tutto, sapendo di aver inventato tutto, a che pro si sarebbero fatte suore? La logica ha le sue regole. A riguardo raccontiamo la bellissima storia di Alfonso Maria Ratisbonne.

2. L’8 dicembre 1841, una nave carica di passeggeri, partita da Marsiglia toccava il porto di Civitavecchia. Sul ponte, pronta a scendere, c’era una piccola folla di stranieri: francesi, inglesi, belgi, alsaziani. In quel momento, i cannoni del porto tuonarono a salve. Un ebreo domandò a un suo compagno di viaggio: “Che cosa sta succedendo?”. “Non si spaventi, signor Ratisbonne –rispose qualcuno- sono spari di festa. Oggi è la festa dell’Immacolata Concezione di Maria e le batterie del porto ‘sparano’, in onore della loro celeste Patrona”. L’ebreo, che si chiamava Tobia de Ratisbonne, proruppe: Al diavolo! E afferrando con rabbia i suoi bagagli, rientrò nella sua cabina. Il capitano della nave gli si fece incontro, gentile: “Qualcosa che non va, signor Ratisbonne?” Rispose l’ebreo: “Sicuro. Avevo una mezza intenzione di sbarcare a Roma, ma queste sciocche superstizioni di Madonne e cannonate me ne hanno tolta la voglia. Questa stupida città del Papa mi dà la nausea”. Il capitano della nave non si stupì di queste parole rabbiose. 

Tobia de Ratisbonne era un giovane ebreo nato in Alsazia il 1° maggio 1812, ed era diventato un banchiere assai ricco. Egli odiava il Cattolicesimo a tal punto che quando suo fratello Teodoro si era convertito a Gesù Cristo e si era fatto sacerdote, lo aveva ripudiato come fratello. Nonostante la sua rabbia contro il Cattolicesimo, il desiderio di vedere la Roma dei fasti antichi lo vinse. Da Napoli, dove era sbarcato in un primo tempo, vi si recò il 15 gennaio 1842. Lo ospitò la famiglia De Bussiére, nobili e ricchi patrizi. Tobia vide i Fori imperiali, il Colosseo, le Terme di Caracalla, le antiche vie sulle quali gli imperatori avevano celebrato i loro trionfi. Il Ratisbonne pensava tra sé: “Peccato che questa città, regina del mondo antico, ora sia dominata dal Papa!” 

Alla vigilia della sua partenza, Tobia de Ratisbonne domandò a Teodoro de Bussiére come avrebbe potuto contraccambiare a tanta cortesia verso di lui. Teodoro, sorridendo, rispose: “Dovresti farmi un piccolo favore, Tobia. Tu sai che io ero protestante, ma che da qualche tempo sono entrato nella Chiesa Cattolica. Ora vorrei donarti una medaglia di Maria Immacolata. Vuoi accettarla come segno della amicizia?” L’ebreo provò un’enorme ripugnanza. Tuttavia, da gentiluomo qual era, non poteva rifiutarsi. Abbassò la testa e si lasciò porre al collo la medaglia, come un bambino. Poi, guardando Teodoro, disse ironicamente: “Ed eccomi ora cattolico, apostolico, romano!” Si trattava della famosa medaglia miracolosa che aveva fatto coniare santa Caterina Labouré dopo aver avuto delle visioni dell’Immacolata. 

Il giorno 20 gennaio era il giorno della partenza. Teodoro accompagnò l’amico Tobia per un’ultima passeggiata per le vie di Roma. Si fermarono alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, presso Piazza di Spagna. Entrarono, la chiesa era piccola e deserta. Tobia si recò con indifferenza. Nessuna emozione mistica lo turbava. Non desiderava credere, paralizzato dalla sua indifferenza. Ma ecco come egli stesso narrerà la straordinaria esperienza di quel giorno: 
“Nessun oggetto d’arte attirava la mia attenzione. Lasciai scorrere lo sguardo all’interno, senza soffermarmi in alcun pensiero; mi ricordo solo di un cane nero che saltellava davanti a me. Ma ben presto, il cane scomparve, la chiesa intera scomparve e non vidi più niente, o piuttosto, mio Dio, vidi una cosa sola! Ero là, prostrato in lacrime, il cuore come strappato da me stesso, allorché de Bussiére mi richiamò alla vita. Non potevo rispondere alle sue domande affannose; poi afferrai la medaglia che portavo sul petto; baciai con effusione la Vergine dispensatrice di grazia. Oh! Era proprio Lei, la Santissima Vergine Maria apparsa davanti a me, in piedi, sull’altare, piena di maestà e di dolcezza, con le mani aperte da cui scaturivano fasci di luce intensissima. Una forza mi spinse verso di Lei. La Vergine mi aveva fatto segno con la mano di inginocchiarmi e mi sembrò che mi dicesse: ‘Va bene’. Non parlò più a lungo, ma io capii tutto. Quando mi inginocchiai investito dalla luce delle sue mani, mi parve che una benda cadesse dai miei occhi. Non una sola benda, bensì l’intera moltitudine di bende, che mi avevano avvolto, disparvero l’una dopo l’altra, come la neve, il fango e il ghiaccio sotto l’azione di un sole cocente. Quel che so, è che al momento di entrare in chiesa, ignoravo tutto; uscendone, vedevo tutto chiaro”. 
Teodoro de Bussiére lo scosse più volte. Finalmente Ratisbonne si volse verso di lui. Aveva il volto inondato di lacrime e balbettava felice: Era Lei, proprio Lei, Maria, la Madre di Gesù. Lo accompagnarono da un prete cattolico. Tobia gli raccontò la straordinaria esperienza nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Ormai nel suo cuore era diventato cattolico. Scriverà più tardi: 
“Se quella mattina del 20 gennaio 1842 qualcuno mi avesse detto: Ti sei alzato ebreo e ti coricherai cattolico, l’avrei guardato come il più pazzo degli uomini. Se in quel momento in cui entrai a Sant’Andrea -era mezzogiorno- qualcuno mi avesse detto: Tra un quarto d’ora tu adorerai Gesù Cristo, tuo Dio e tuo Signore, e sarai prostrato in una povera chiesa e ti picchierai il petto ai piedi di un sacerdote, in un convento dei Gesuiti, dove passerai il carnevale per prepararti al Battesimo, pronto ad immolarti per la Fede cattolica, e rinuncerai al mondo, ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, al tuo avvenire brillante, all’affetto della famiglia, alla stima degli amici, all’affezione degli ebrei e non aspirerai più che a servire a Gesù Cristo e a portare la sua croce fino alla morte, io dico che se qualche profeta mi avesse fatto una simile predizione, avrei giudicato un solo altro uomo più insensato di lui: l’uomo che avesse creduto alla possibilità di tale follia! Eppure è proprio questa follia che fa oggi la mia saggezza e la mia felicità”. 
Il sacerdote cattolico incontrato quel giorno lo invitò a prepararsi al Battesimo. Era chiaro: Maria Santissima lo voleva nella Chiesa Cattolica, apostolica e romana. L’esaminatore, incaricato dal papa Gregorio XVI in persona di verificare la sua preparazione, rimase assai colpito dalle tante e precise conoscenze riguardo al Cattolicesimo da parte dell’ebreo convertito. Così, appena dieci giorni dopo l’evento di Sant’Andrea delle Fratte, precisamente il 31 gennaio 1842, Ratisbonne ricevette il Battesimo, la Cresima e la Prima Comunione dalle mani del Cardinale Patrizi, mentre monsignor Felix Dupanloup, futuro Vescovo di Orleans, tenne l’omelia. Ratisbonne volle chiamarsi Alfonso Maria. 

Una commissione incaricata dal Papa, nel giugno dello stesso anno, riconobbe la verità dell’apparizione. Tornato in Francia, Alfonso Maria rinunciò a tutto e intraprese la sua preparazione al sacerdozio. Il 24 settembre 1848, fu ordinato sacerdote a Laval. Qualche tempo dopo l’ordinazione, padre Alfonso Maria si recò in Palestina, dove, insieme al fratello padre Teodoro, dedicò tutta la sua vita alla conversione degli ebrei a Cristo, fondando con lui la Congregazione di Nostra Signora di Sion. Alfonso Maria Ratisbonne morì il 6 maggio del 1884. Sulla sua tomba ad Ain-Karim, ha voluto che fosse scritto: Sono nato peccatore, ma voglio raccontare tutta la mia misericordia di Maria Santissima verso di me.

domenica 18 gennaio 2026

Solitudine: l'epidemia silenziosa della nostra epoca







di Edwin Benson

La solitudine è spesso associata alle persone anziane. È facile immaginare una donna di ottantacinque anni in una casa vuota e silenziosa, con la sola compagnia della radio o della televisione. Suo marito e molti dei suoi amici sono morti. Per la maggior parte del tempo, inizia e finisce le sue giornate da sola, sapendo che il giorno dopo sarà più o meno lo stesso.

Tuttavia, un recente studio condotto per l'American Association of Retired Persons (AARP) dimostra che questa condizione non è più limitata agli ottantenni. La prima frase dello studio dipinge un quadro desolante. "L'ultimo studio dell'AARP sulla solitudine mostra che 4 adulti su 10 negli Stati Uniti di età pari o superiore a 45 anni si sentono soli, un aumento significativo rispetto al 35% del 2010 e del 2018". Sorprendentemente, lo studio indica che la solitudine è più diffusa tra le persone tra i quaranta e i cinquant'anni. I numeri diminuiscono effettivamente con l'aumentare dell'età. Gli uomini sono più inclini alla solitudine rispetto alle donne.

Lo studio scientifico degli effetti sulla salute emotiva, mentale e fisica è ancora agli inizi. Un recente avviso dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), un ufficio delle Nazioni Unite, è intitolato "Solitudine e isolamento: la minaccia nascosta alla salute globale che non possiamo più ignorare". Le cifre iniziali sono desolanti.

"Tra il 2014 e il 2019, la solitudine è stata associata a oltre 871.000 decessi all'anno, pari a 100 decessi all'ora. Ora abbiamo prove inconfutabili che la salute sociale, ovvero la nostra capacità di formare e mantenere relazioni umane significative, è essenziale per il nostro benessere tanto quanto la salute fisica e mentale".


Conseguenze emotive e fisiche


Uno studio della "National Library of Medicine" del National Institutes of Health è altrettanto allarmante.

"Le crescenti preoccupazioni relative all'isolamento sociale e alla solitudine a livello globale hanno evidenziato la necessità di una maggiore comprensione delle loro implicazioni sulla salute mentale e fisica. Prove concrete documentano i fattori di connessione sociale come predittori indipendenti della salute mentale e fisica, con alcune delle prove più evidenti relative alla mortalità".

Naturalmente, la natura della solitudine varia notevolmente. Alcune persone si sentono sole anche in una stanza affollata di conoscenti. Altre desiderano ardentemente stare da sole per lunghi periodi di tempo, durante i quali non provano mai effetti negativi. Tuttavia, la solitudine è molto reale e influisce sia sul corpo che sulle emozioni. La dottoressa Crystal Wiley Cené è professore di medicina presso l'Università della California-San Diego. Ha contribuito con le sue intuizioni a un articolo dell'pubblicato dall'American Heart Association .

"Oltre quarant'anni di ricerche hanno chiaramente dimostrato che l'isolamento sociale e la solitudine sono entrambi associati a conseguenze negative per la salute... Esistono prove evidenti che collegano l'isolamento sociale e la solitudine a un aumento del rischio di peggioramento della salute cardiaca e cerebrale in generale... L'isolamento sociale e la solitudine sono anche associati a una prognosi peggiore nei soggetti che già soffrono di malattie coronariche o ictus".


Cause acceleranti


Lo studio dell'AARP citato sopra elenca tre ragioni alla base di tale aumento: il declino dovuto alle reti sociali, la tecnologia e i "cambiamenti di vita".

Il termine scientifico "declino dei social network" indica il fatto che la maggior parte delle persone ha meno amici rispetto ai propri genitori e antenati. Tale conclusione è perfettamente sensata. In passato, la maggior parte delle persone trovava i propri amici in quattro luoghi: chiesa, quartiere, lavoro e scuola. In tutti e quattro questi luoghi, molte persone incontrano molte meno persone rispetto alle generazioni precedenti.

Le chiese sono state a lungo un terreno fertile per le amicizie. Avviare una conversazione con uno sconosciuto prima o dopo un evento in chiesa di solito porta a una piacevole interazione con persone che hanno punti di vista simili. Tuttavia, le chiese non sono più i centri sociali di un tempo. Prima del 1960, era raro che qualcuno dichiarasse apertamente di non avere alcuna religione. Tuttavia, nel 2024, la (NPR) ha citato uno studio del Pew Research affermando che "i 'Nones' religiosi (ndt, che non hanno nessuna religione) sono ora il gruppo più numeroso negli Stati Uniti", aggiungendo che il ventotto per cento degli americani dichiarava di essere “none”. Tale percentuale era in aumento rispetto al sedici per cento del 2007.


Quartieri, luoghi di lavoro e scuole


Né è probabile che le persone moderne incontrino amici tra i propri vicini. Negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, la rete sociale nella maggior parte dei quartieri era piuttosto attiva. Oggi non è più così. L'American Enterprise Institute (AEI) ha recentemente citato un altro studio Pew. "Solo il 44% degli americani dichiara di fidarsi della maggior parte o di tutti i propri vicini, in calo rispetto al 52% di dieci anni fa. Solo il 26% conosce la maggior parte dei propri vicini. E il 12% dichiara di non conoscerne nessuno. Questi numeri... rivelano una società sempre più disconnessa, frammentata e cauta nei confronti di chi vive più vicino a casa".

Anche i luoghi di lavoro hanno subito una metamorfosi. Un tempo era abbastanza normale che decine o centinaia di persone lavorassero insieme negli stessi uffici, fabbriche, magazzini, negozi, ecc. Oggi questo è molto meno probabile. La nazione è disseminata di fabbriche chiuse. I computer hanno sostituito schiere di contabili, disegnatori e dattilografi. Il COVID ha scatenato un'ondata di persone che lavorano da casa. Le riunioni aziendali si svolgono a distanza e i partecipanti si disperdono non appena chiudono i loro laptop.

Dei quattro luoghi più comuni in cui stringere amicizie, solo le scuole conservano gran parte della loro precedente capacità di creare nuove relazioni. Tuttavia, sia allora che oggi, poche persone mantengono molte di queste relazioni anche in età adulta.


Il ruolo della tecnologia

A questo punto, molti lettori avranno già dedotto il ruolo che la tecnologia svolge in molti di questi cambiamenti. Tuttavia, un altro effetto tecnologico è meno evidente. Molte persone ricorrono ai computer e ai telefoni per alleviare la solitudine. Tuttavia, questo tipo di auto-trattamento non fa che esacerbare il problema.

A prima vista, potrebbe sembrare che l'intrattenimento illimitato limiti la profondità emotiva dell'isolamento. Forse, in piccole dosi, potrebbe essere vero. Sfuggire alla noia guardando un cortometraggio su un argomento di interesse è un piacevole diversivo. Tuttavia, tali pratiche diventano rapidamente abituali. I rapporti con le altre persone possono essere frustranti, faticosi ed esasperanti. D'altra parte, il dispositivo non si lamenta per l'uso eccessivo, la ripetizione o l'obbedienza ai capricci dell'utente. Tali libertà possono essere confortanti, ma contribuiscono anche ai pericoli dell'isolamento.


Deterioramento del tessuto sociale


L'ultima delle tre ragioni della solitudine individuate dallo studio dell'AARP è anche la meno chiara: i cambiamenti di vita. Naturalmente, non tutti i cambiamenti causano solitudine. Un'amicizia nascente, un matrimonio, un nuovo figlio, una vacanza, l'acquisto di una casa e un nuovo lavoro sono tutti "cambiamenti" che contrastano l'isolamento. Ognuno di essi collega un individuo agli altri e contrasta la solitudine.

Tuttavia, anche la separazione, il divorzio, l'aborto, le relazioni illecite, l'abbandono delle responsabilità e altri eventi di questo tipo sono transizioni. Essi separano le persone. Ogni relazione interrotta aumenta l'isolamento. Ognuna crea sfiducia, e questa sfiducia spesso si proietta su altre relazioni. Queste transizioni distruttive sono tutte più comuni rispetto alle generazioni precedenti. Anche l'atteggiamento permissivo della società che le consente contribuisce all'attuale epidemia di solitudine.

Coloro che hanno rivoluzionato la società negli anni Sessanta e Settanta hanno promesso un mondo di liberazione e autodeterminazione. Circa tre decenni dopo, i promotori di Internet hanno promesso connessioni istantanee che avrebbero portato armonia e amicizia a tutte le persone in tutto il mondo. Nessuna delle due promesse è mai stata vicina al realizzarsi. Ciò sarebbe stato impossibile, perché tutti hanno trascurato l'unica fonte di perfetta libertà e armonia, Nostro Signore Gesù Cristo.



Fonte: Tfp.org, 22 dicembre 2025. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.





sabato 17 gennaio 2026

17 gennaio. Sant’Antonio abate e la radicalità di Dio


 S. Antonio Abate 




Aurelio Porfiri, 17-01-2025

Molti anni fa, durante uno dei miei primi soggiorni in Macao, mi fu chiesto di dirigere un coro per la festa di sant’Antonio nel mese di giugno. Io dissi che ero contento di poter celebrare con loro sant’Antonio da Padova; allora il mio interlocutore portoghese disse: “vorrai dire sant’Antonio da Lisbona”. Parlavamo dello stesso santo, ma le nazionalità giocavano un ruolo importante.

Ma di un altro Antonio, che la Chiesa festeggia il 17 gennaio, si conosce invece poco, anche se esso ha una certa popolarità nella devozione popolare. Sant’Antonio abate (o sant’Antonio eremita) fu grande figura del monachesimo egiziano. È conosciuto a livello popolare come protettore degli animali e per il “fuoco di sant’Antonio” (herpes zoster), malattia della pelle che ne fa per estensione anche il protettore di tutte le malattie della pelle.

Vissuto nel quarto secolo, scelse di seguire Dio in modo radicale, scelse la via del deserto e della solitudine. Una scelta che non lo risparmiò dalla lotta contro il demonio e dalla lotta contro le proprie debolezze e tentazioni.

Si pensa che la vita di coloro che scelgono la solitudine e la preghiera debba essere tutta peace & love, ma in realtà proprio quando si è soli che le voci interiori cominciano ad uscire fuori in modo più prepotente.

L’arte grande dell’eremita è quella dell’auto dominio. Nel suo libro Etica generale della sessualità (1992) il Cardinale Carlo Caffarra così si esprimeva sull’auto dominio:
“Chi è intemperante nel mangiare e nel bere e sente un forte impulso ai piaceri della tavola può “arrestare” questo dinamismo attraverso un confronto razionale fra il bene (piacevole) legato al cibo e alla bevanda e il benessere fisico della salute: e certamente questo giudizio razionale può essere la base per un atto di auto-dominio. Trattandosi però di un confronto fra beni fra i quali non esiste una distanza infinita, l’auto-dominio (e l’integrazione) conseguente è sempre fragile e instabile. Qualora fosse inventata una medicina per evitare quelle cattive conseguenze sulla salute, l’auto-dominio cesserebbe molto probabilmente. Se, al contrario, l’arresto è compiuto attraverso un confronto razionale fra il bene (piacevole) legato al cibo e alla bevanda e il bene morale proprio della temperanza, poiché questa bontà è semplicemente tale, assoluta e incondizionata, l’auto-trascendimento è perfetto e l’eventuale auto-dominio è perfetto. Se si tratta di una persona credente essa vede l’infinita bellezza presente nella sequela di Cristo temperante, e l’auto-trascendimento è ancora più perfetto”.
Solo chi sa trascendere se stesso per ascendere alle altezze di Dio può godere della visione che consiste nella infinita bellezza di Cristo. Ma non è da tutti. E anche Antonio, come detto, dovette lottare non poco. Un testo di Antonio Borrelli su santiebeati.it ci offre questa descrizione:
“Dopo qualche anno di questa esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove. Pensieri osceni lo tormentavano, l’assalivano dubbi sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici. L’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali, che aveva cercato di sopire in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili. Chiese dunque aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui. Gli consigliarono anche di sbarazzarsi di tutti i legami e di ogni possesso materiale, per ritirarsi in un luogo più solitario. Così, ricoperto appena da un rude panno, Antonio si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma. Un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane; per il resto, si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi. In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni. In più, attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale: lo superò perseverando nella fede, compiendo giorno per giorno la volontà di Dio, come gli avevano insegnato i suoi maestri. Quando alla fine Cristo gli si rivelò l’eremita chiese: «Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?». Si sentì rispondere: «Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…»”.
La vita è una lotta fra bene e male e si può fuggire lontano dal mondo, ma mai lontani da se stessi. Questa è la buona battaglia di cui ci ha parlato san Paolo. Una continua fatica di vivere, per cercare di vincere se stessi e tendere a quella perfezione che Dio ci richiede. Ancora san Paolo ci parlava di aver teminato la corsa, questa idea della vita come sforzo (correndo ci si stanca). Ma questo sforzo non vede Dio assente, ma lotta con noi.

In un altro bel testo del cardinale Caffarra (Vangelo della vita e cultura della morte 1992) viene data questa bella immagine:
“Il Vangelo della vita è in primo luogo un atto di Dio stesso: una sua decisione che prende corpo in una precisa storia concreta, la storia umana del Figlio fattosi uomo. Di fronte ad un uomo che è caduto in una corrente d’acqua ed è incapace di nuotare e quindi destinato a morte sicura, chi sta sulla riva può fare tre cose per salvarlo. O gli insegna come si fa a nuotare, nella speranza che abbia il tempo di impararlo e la forza di farlo. O gli getta una corda sperando che possa prenderla ed abbia la forza di tenerla stretta fino alla riva. Oppure, infine, si getta egli stesso nella corrente, lo stringe con tutta la sua forza e lo trascina a riva, sperando che egli non si divincoli. L’uomo, ciascuno di noi (come vedremo meglio in seguito), si trova immerso nella corrente che lo trascina a morte sicura, incapaci come siamo di nuotare. Dio non si è accontentato della riva della sua beata e sicura eternità di insegnare all’uomo, a ciascuno di noi, come si fa a nuotare, quale è la via della salvezza. Nella sua disperazione, l’uomo non aveva né il tempo di sentire questa dottrina, né la forza di metterla in pratica. Dio non si è neppure accontentato di lanciare nell’acqua una corda di salvataggio: l’uomo, ciascuno di noi è troppo stanco per aggrapparsi. Dio si è buttato in acqua. Ha condiviso la nostra condizione di disperati e votati alla morte. Ha lasciato la sua riva, beata e ferma, e si è immerso nelle nostre acque infide e travolgenti. Ha stretto a sé l’uomo (“con la sua Incarnazione il Figlio stesso di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”) e lo ha trasportato sulla sua riva: sulla riva della sua eterna beatitudine. “O ammirabile scambio. — esclama la Liturgia cristiana — Il Creatore ha preso un’anima ed un corpo ed è nato da una Vergine; fatto uomo senza opera d’uomo ci donò la sua divinità” (Ottava del Natale, II Vespri, 1a Antifona). Il dono della sua divinità, l’arrivo della “terra ferma” dell’Essere e della Vita, accade precisamente, originariamente nel fatto del suo divenire uomo. Non ci ha insegnato a nuotare; ci ha liberati dalle acque”.
Ecco, pur essendo nella corrente, Sant’Antonio non ha mai smesso di sentire la presenza di Dio, una presenza che si avverte più forte nella radicalità di una scelta importante. E questa presenza si sente specialmente se si diviene capaci di affidarsi a Dio, anche quando sembra difficile. Nei racconti dei padri del deserto, c’è questo su Antonio:
“Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?». Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò (76b; PJ VII, 1). Il padre Antonio, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio, chiese: «O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché degli empi sono ricchi e dei giusti sono poveri?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli» (76c; PJ XV, 1)”.

Insomma, non cessare di pregare anche se ci si trova nei gorghi della corrente e ci si sente sprofondare. Divo Barsotti diceva ad una penitente:
“Non si lasci prendere dalla tentazione. Guardare il fondo della nostra debolezza, considerare troppo la nostra miseria è pericoloso – l’abisso ci attira e ci trae giù. Guardi Dio” (Amatissimo dal Signore…).

Questo sguardo a Dio ha fatto Antonio un santo. E non c’è altra strada che questa.

Al momento di morire, come ci viene riportato nella sua vita scritta dal suo discepolo Anastasio, tra l’altro disse:
“Io, come sta scritto, me ne vado per la via dei padri. Vedo che il Signore mi chiama. Voi siate vigilanti, non lasciate che la vostra lunga ascesi si perda, ma preoccupatevi di tener viva la vostra sollecitudine come se cominciaste soltanto adesso. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci eppure deboli. Non temeteli, dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi e ricordate le esortazioni che avete udite da me”.
Non poteva usare parole più belle.