mercoledì 23 settembre 2026

Un tesoro in vasi di argilla







di Samuele Pinna*, 23 settembre 2026

Il 24 settembre 2026 Fulton John Sheen sarà proclamato beato da papa Leone XIV e un suo delegato presiederà la celebrazione che si terrà a Saint Louis, nel Missouri. Può apparire quasi una contraddizione: un vescovo americano, nato nel cuore rurale dell’Illinois, che diventa una delle prime star della comunicazione di massa. Eppure la parabola di Fulton J. Sheen – sacerdote dal 1919, teologo raffinatissimo e volto amatissimo della televisione statunitense – è proprio questa: la storia di un uomo che ha portato il Vangelo dentro la modernità, parlando a milioni di persone con un linguaggio semplice, diretto e sorprendentemente attuale nell’«inattualità» – se si prende a prestito un’affermazione di Giacomo Biffi che esprime la convinzione che, se si desidera parlare efficacemente all’uomo, si deve parlare all’uomo in quanto uomo – del messaggio cristiano.

Nato nel 1895 a El Paso, in una famiglia di origini irlandesi, monsignor Sheen mostrò fin da giovane un talento fuori dal comune: studi brillanti, una vocazione limpida e quella capacità rara di trasformare concetti complessi in immagini che restano impresse nella memoria. Dopo il Dottorato in Filosofia a Lovanio e quello in Teologia a Roma, insegnò per oltre vent’anni alla Catholic University of America, dove le sue lezioni erano apprezzate dagli studenti. Dal marzo del 1930 diede inizio alla conduzione – durata circa vent’anni – di un programma radiofonico intitolato The Catholic Hour, ottenendo in poco tempo un alto numero di ascoltatori e un successo straordinario, che portò a moltissime conversioni alla fede cattolica. Per il suo apostolato diretto all’evangelizzazione, papa Pio XI gli conferì il titolo di Monsignore e di Prelato d’Onore. Dal 1950 al 1966 fu investito dell’incarico di Direttore Nazionale della Società per la Propagazione della Fede, ruolo nel quale esercitò una grande sensibilizzazione a favore dell’azione missionaria della Chiesa. Il 28 maggio 1951 fu nominato Vescovo Ausiliare di New York.

Fu il microfono – prima della radio, poi della televisione – a rivelare la sua forza comunicativa. Negli anni Cinquanta, il programma Life Is Worth Living raggiungeva settimanalmente oltre 30 milioni di spettatori, qualcosa di straordinario se si pensa che il contenuto del format era religioso. Monsignor Sheen non parlava, però, solo di fede, ma anche di politica, di cultura e di vita quotidiana, perché essere cristiani significa essere nel mondo, pur non essendo del mondo. Appariva sempre con l’abito talare ed era presente una lavagna dove prendevano forma i suoi concetti sostenuti da una chiarezza espositiva che affascinava i suoi ascoltatori. Per questo suo grande impegno, nel 1952 ricevette l’Emmy Award, uno dei più prestigiosi premi nel campo della radio e della televisione statunitense.

Arcivescovo, apologeta, autore prolifico (si contano più di settanta libri), figura carismatica capace di dialogare con credenti e non credenti, Fulton Sheen rimane uno dei protagonisti più affascinanti del cattolicesimo del Novecento: un uomo che ha compreso che la fede ha sempre qualcosa da dire all’uomo di ogni tempo. Per chi desidera ripercorrere la vita di questo instancabile predicatore può approcciarsi alla sua autobiografia intitolata La mia vita. Un tesoro in un vaso d’argilla (a cura di Guido Vassallo, Presentazione di Raymond Arroyo, Edizioni Ares, 2025). Il titolo che riprende la Seconda Lettera ai Corinzi (4, 7) esprime il forte contrasto tra l’immenso valore del sacerdozio e la debolezza umana di chi lo riceve: il tesoro rappresenta la grazia di Dio e la vocazione sacerdotale, mentre il vaso d’argilla richiama l’uomo, fragile, limitato e consapevole della propria debolezza terrena. In questo libro si affollano spunti che meriterebbero un’indagine a sé – personalmente ne ho annotati un centinaio –: alcuni sono lampi, frasi brevi e folgoranti che rivelano un tratto del carattere o un’intuizione spirituale; altri, invece, chiedono di essere letti nel loro alveo naturale, perché quanto spesso le parole estrapolate dal contesto possono diventare fuorvianti, tradire il senso, persino deformare un pensiero!

C’è una pagina, in particolare, di La mia vita che dice molto di questo Beato: «Il peccato di Pietro – si legge – rivela come sia possibile in una stessa persona avere l’infallibilità e non essere impeccabile. A Pietro fu detto che sarebbe stato senza errore se avesse usato il suo potere delle chiavi, ma il Signore non gli diede alcuna assicurazione che sarebbe stato senza peccato. Questo vale per ogni sacerdote nel mondo. Una cosa è recitare il Credo, un’altra è obbedire ai comandamenti. È facile proclamare la divinità di Cristo dal pulpito, ma è difficile vedere lo stesso Cristo quando manda una croce. È così facile salire sulla cattedra di un professore, ma così difficile scendere sul cumulo di rifiuti del Golgota». Per l’Autore, inoltre, «presentare Cristo come un maestro di morale, un attivista sociale, un difensore dei poveri, è così soddisfacente per l’istinto sociale; ma vedere in lui un salvatore che si assume il peso della colpa del mondo e che dice: “Prendi la tua croce”, è uno spettro spaventoso. Ero un sacerdote senza essere una vittima. Il sacerdote è colui che offre un sacrificio a Dio; la vittima è ciò che viene offerto. Nell’Antico Testamento e in tutte le religioni pagane, ciò che veniva offerto era qualcosa di distinto dal sacerdote stesso: un agnello, un bue, un toro. Ma quando nostro Signore è venuto su questa Terra, ha cambiato tutto questo. Lui, il Sacerdote, era anche la vittima. Non ha offerto qualcosa di diverso da Sé stesso; ha offerto Sé stesso». Per questo Fulton Sheen prosegue nella sua accorata riflessione: «Ma ero una vittima? Godevo del prestigio di essere professore universitario e di apparire alla radio e alla televisione non solo in patria, ma anche all’estero; ero popolare, ricercato, applaudito fragorosamente dopo le conferenze e i discorsi ai banchetti, ero amico sia dei reali che delle masse, i miei lineamenti erano diventati così riconoscibili che venivo identificato da un passante in una porta girevole, il mio volto appariva in milioni di case. Avevo i nemici che mi meritavo, cioè i comunisti. Ma… ma… quanto ero vicino alla croce? Ero il sacerdote; ma ero la vittima? Offrivo l’Eucaristia dicendo: “Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue”, indicando il corpo e il sangue di Cristo. Ma stavo forse dicendo di me stesso: “Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue»? Molti giovani sacerdoti cercavano di imitare il mio modo di predicare, ma stavo ugualmente ispirando qualcuno a imitare Cristo nel portare quotidianamente la sua croce? Sapevo che non era così. Sapevo che avrei dovuto dare più di quanto davo. Avrei dovuto assomigliare di più a Cristo, che non aveva dove posare il capo. Avrei dovuto fuggire da alcune folle acclamanti come il Signore fuggì dall’entusiasmo a Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani; forse ero come Pietro, che a un certo punto “seguì il Signore da lontano”». E qui si coglie la misura dell’umiltà di Fulton Sheen, la discrezione con cui ha attraversato le stagioni della propria esistenza, la capacità di trasformare ogni evento – anche il più ordinario – in un’occasione di ringraziamento per i doni ricevuti da Dio. Sempre nell’autobiografia ricorda che, dopo un importante intervento chirurgico e quattro mesi di ospedale, stava celebrando la Santa Messa su un altare costruito sopra il letto davanti ad alcuni sacerdoti e amici: «Pronunciai – scrive – un’omelia improvvisata, che ricordo molto bene. Dissi che ero felice di aver subito un intervento a cuore aperto perché quando il Signore verrà a prenderci tutti, guarderà se abbiamo dei segni della croce su di noi. Guarderà le nostre mani per vedere se sono state crocifisse dal dono sacrificale; guarderà i nostri piedi per vedere se sono stati feriti dalle spine e trapassati dai chiodi alla ricerca delle pecore smarrite; guarderà il nostro cuore per vedere se è stato aperto per ricevere il suo cuore divino. Oh, quale gioia è la mia solo per aver sopportato la minuscola imitazione della sua sofferenza sulla croce avendo un fianco ferito. Forse mi riconoscerà da quella cicatrice e mi accoglierà nel suo Regno».



*Samuele Pinna è un sacerdote e Docente invitato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di 
Roma






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