mercoledì 19 agosto 2026

Quel libro incompiuto di Rosanna Messori che racconta Flora Gualdani



Saranno celebrati questa mattina, 19 agosto, alle 10.30 nella cattedrale di Arezzo i funerali di Flora Gualdani, morta lo scorso 16 agosto. Flora Gualdani è la fondatrice di "Casa Betlemme", una fraternità dedicata totalmente alla difesa della vita. Per gentile concessione del suo segretario e biografo, Davide Zanelli, pubblichiamo un eccezionale documento inedito: l'introduzione che Rosanna Brichetti Messori aveva scritto al libro che intendeva dedicare proprio a Flora e che è rimasto incompiuto. A spiegare per i lettori della Bussola l'incontro fra queste due grandi donne è lo stesso Zanelli, che ringraziamo per questo dono.



Davide Zanelli*,  19-08-2026

Saranno celebrati dal Cardinale Gualtiero Bassetti e dal vescovo di Arezzo Andrea Migliavacca questa mattina alle 10.30 nella cattedrale di Arezzo, i funerali di Flora Gualdani, morta lo scorso 16 agosto a 88 anni. Flora Gualdani, ostetrica, negli anni '60 ha fondato "Casa Betlemme", una fraternità dedicata totalmente alla difesa della vita (qui, qui e qui gli articoli della Bussola a lei dedicati). Per gentile concessione del suo segretario e biografo, Davide Zanelli, pubblichiamo un eccezionale documento inedito: l'introduzione che Rosanna Brichetti Messori aveva scritto al libro che intendeva dedicare proprio a Flora e che è rimasto incompiuto. A spiegare per i lettori della Bussola l'incontro fra queste due donne eccezionali è lo stesso Zanelli, che ringraziamo per questo dono.

Tra gli innumerevoli episodi di cui sono stato testimone negli ultimi trentatrè anni accanto a Flora, uno riguarda il suo contatto, breve ma significativo, con la famiglia Messori. Si tratta dell'amicizia tra Flora e Rosanna Brichetti: sbocciata per caso e avviata in forma epistolare, purtroppo non si è concretizzata nell'incontro di persona che avevamo in cantiere a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute prima di Vittorio e poi della scomparsa improvvisa di Rosanna. La quale però ci ha lasciato una piccola perla di questa amicizia interessante nata in tarda età tra due donne speciali.

Nel febbraio 2019 ci arrivò una telefonata da Bassano del Grappa per comunicarci che la giuria aveva intenzione di conferire a Flora il 37esimo Premio internazionale medaglia d'oro al merito della cultura cattolica a Bassano del Grappa. Il riconoscimento più prestigioso tra tutti quelli che l'ostetrica aretina ha ricevuto al tramonto della sua esistenza, dove ha vissuto anche la stagione della vendemmia dopo aver seminato tanto per decenni nel silenzio e nel nascondimento.

Tra le autorità della giuria c'era Vittorio Messori che, tornando a casa, racconta alla moglie Rosanna della decisione collegiale con cui avevano stabilito di dare quel premio ad una ostetrica che per lui era una perfetta sconosciuta. Rosanna si mette subito alla ricerca di notizie su questa donna e, frugando nel web, scopre scritti che le interessano moltissimo. Rosanna rimane affascinata dal pensiero di Flora e dalla sua figura. Intanto una delegazione della Scuola di cultura cattolica viene da Bassano a Casa Betlemme per conoscere personalmente la fondatrice. A novembre c'è la cerimonia ed il conferimento avviene dalle mani del cardinale Bassetti, presidente della Cei, in una serata indimenticabile dove l'ostetrica aretina incendia i cuori come era solita fare quando prendeva il microfono in mano. Quel discorso di ringraziamento venne pubblicato integralmente da Costanza Miriano ed ebbe una grande risonanza.

Un anno dopo ricevo una telefonata da Rosanna Brichetti Messori. Si presenta e mi racconta come ha scoperto la figura di Flora, quanto si senta in sintonia con il suo pensiero e quanto sia ammirata dalla sua vita incredibile. Mi spiega che ha intenzione di scrivere un libro su Flora ma ha bisogno prima del suo consenso e poi di riflettere su come impostare il lavoro, considerando la distanza e l'età di loro due. Si sentono al telefono e s'intendono al volo, Flora accetta volentieri lasciando carta bianca a Rosanna. Seguono un paio di lunghissime telefonate in cui, nel progettare questo lavoro, Rosanna mi racconta tante risonanze che ha colto negli scritti di Flora, concetti che la colpivano in profondità. Ricordo quelle telefonate come un piacevole scambio sul carisma di Flora, reciproche confidenze su quanto le intuizioni di questa ostetrica facessero bene alla nostra vita pur appartenendo io e lei a generazioni differenti. Quanto facessero bene sia alla Chiesa che alla società. Credo che Rosanna avesse riconosciuto nella figura di Flora un'esponente formidabile di quel “nuovo femminismo” auspicato da San Giovanni Paolo II (Evangelium vitae n. 99).


Nel gennaio 2021 le preparo una valigetta: due chili di scritti tra libri, fascicoli e documentazione varia per consentirle di immergersi nel pensiero di Flora e approfondirne lo studio. La valigetta le arriva a Desenzano tramite un amico comune e lei mi scrive chiedendo se si tratta di un prestito o se può «stropicciare» tutto come è abituata a fare nello studio. Apprezza il dono, contraccambia spedendoci un paio di suoi libri e prosegue l'immersione. Per dare più calore propone di usare il tu e non il lei nel libro-intervista: «una ottantenne che interroga l’altra ben più prestigiosa, ma entrambe che hanno attraversato una vita intera». Cominciamo a progettare tra lei e Flora un incontro di persona che tanto desideravano.

La primavera 2021 a casa Messori è travagliata e Rosanna non riesce a lavorare molto ma tiene duro. Abbandona una prima volta il progetto del libro-intervista e poi è di nuovo sul punto di mollare. Va al santuario di Montichiari dedicato alla Rosa Mistica e lì in preghiera trova l’intuizione su come cambiare strategia e alleggerire il lavoro redazionale velocizzandolo: non più un'intervista ma un libro scritto direttamente da lei che citerà abbondantemente i pensieri di Flora riprendendoli dai vari scritti. Flora concorda sulla nuova impostazione del libro.

Seguono mesi di silenzio. Rosanna si rifà viva alla vigilia di Natale 2021 con «le dolenti note»: ci informa che, per l’aggravarsi delle condizioni di salute del marito, ha dovuto definitivamente abbandonare sia il libro sia in generale la sua attività di scrittura. È molto dispiaciuta perché il progetto le piaceva tanto ma sente di dover accettare serenamente la volontà di Dio. Ringrazia perché «immergermi nell’universo di Flora mi è stato utilissimo dal punto di vista spirituale. Ne ho goduto molto e credo anche di aver appreso molto». È addolorata di questo abbandono perché è la prima volta nella sua vita che deve rinunciare a scrivere un libro.

Le rispondo che non c’è niente di cui scusarsi. Perchè anche Flora, nella sua regola di vita, ci insegna sempre l'obbedienza agli eventi. Chiedo a Rosanna un’unica cortesia: una paginetta in cui spiega cosa l’ha colpita della figura di Flora e del suo carisma. Esercitando il mio compito di biografo e segretario le chiedevo cioè di lasciarmi una piccola testimonianza in favore di Flora da custodire in archivio come documento prezioso.

Come risposta lei ci inviò direttamente l’introduzione del libro, quelle prime pagine a cui aveva lavorato e che purtroppo non potevano avere seguito. Dopo qualche mese Rosanna morì e mi venne in mente questa idea: custodire nel cassetto l'inedito di Rosanna per tirarlo fuori il giorno in cui anche Flora sarebbe tornata alla casa del Padre. Come piccolo omaggio all'amicizia tra due donne eccezionali, modelli del cattolicesimo moderno.

* segretario e biografo di Flora Gualdani





In Italia ogni giorno profanate tre chiese



Un’inchiesta de “La Stampa” sulle chiese profanate e il ruolo degli italiani di seconda generazione. Un fenomeno che supera i confini dell’Italia.

Sono i maranza?


Redazione UCCR 19 ago 2026

E’ un dato rilanciato in questi giorni da “La Stampa”.

Anche in Italia, furti, vandalismi, blasfemie e danneggiamenti ai luoghi di culto sono ormai un fenomeno tutt’altro che episodico. Si parla mediamente di tre casi al giorno solo in Italia.

Dietro molti di questi episodi non ci sono organizzazioni terroristiche o fanatici religiosi, ma soprattutto adolescenti giovanissimi, talvolta tra i 12 e i 15 anni, spesso di seconda generazione.

I casi più recenti sono stati gli atti vandalici alla parrocchia della Collegiata di Lugo (Ravenna) e le decapitazioni della Madonna della Pelara (Ischia) e della Madonna a Coppito (L’Aquila).


Il card. Semeraro: derisione e disprezzo

Il card. Marcello Semeraro spiega infatti che «prima del fatto religioso va analizzata l’emergenza educativa», perché all’insufficiente consapevolezza della profanazione compiuta «si sommano il disprezzo e la derisione per quanto c’è di più caro per gli altri».

Semeraro indica la responsabilità primaria negli adulti e nella loro «errata convinzione che qualunque intervento di correzione sia vano o intollerabile». Un’idea che «alimenta un egoismo materialista che avversa quel che di più intimo e prezioso ha a cuore il prossimo».


Vandalismo, il ruolo dei maranza

Molto più diretto è stato il vaticanista don Filippo Di Giacomo, anch’egli intervistato dal quotidiano torinese.

«Inutile nascondere la luna dietro il dito», ha detto indicando la responsabilità nella maggior parte dei casi alle cosiddette “seconde generazioni” (detti anche “maranza”). «Tutti sappiamo che spesso gli autori provengono dal bacino dei “nuovi italiani” molto tutelati dalle leggi attualmente in vigore a salvaguardia della loro identità religiosa».

Secondo il giornalista, inoltre, «i sacerdoti e i religiosi neppure denunciano perché sanno di urtarsi contro l’indifferenza di forze di polizia e magistratura». Questi reati vengono infatti derubricati a danni di lieve entità.


“Non esistono ragazzi cattivi”


Anche “Repubblica” ha parlato del fenomeno, segnalando anche quanto avvenuto a Collegiata di Lugo, in provincia di Ravenna.

Il parroco don Leonardo Poli è stato costretto a chiudere temporaneamente la chiesa dopo l’ennesimo episodio di vandalismo.

Oltre a denunciare gli autori, cinque minorenni italiani e stranieri, si è attivato per parlare con le rispettive famiglie. Per questo, racconta, si è rivolto all’imam di Lugo: «Lui conosce i ragazzi. Si è detto molto dispiaciuto dell’accaduto e spero mi aiuti a raggiungerli».

«Non esistono ragazzi cattivi», ha spiegato. «Io ci credo. Serve solo qualcuno che tiri fuori il tesoro che hanno dentro».


Anche all’estero colpiti dall’odio

L’allarme del vandalismo anticattolico, in ogni caso, travalica i confini nazionali.

In Germania, ad esempio, il 22 luglio nella chiesa cattolica di St. Giles a Wörth am Rhein, nel Land Renania-Palatinato, sono state lasciate delle feci davanti all’altare oltre a lievi danni all’edificio religioso.

In Francia, nella notte tra il 26 e il 27 luglio, la chiesa di Saint-Symphorien a Chambray-lès-Tours è stata profanata e vandalizzata. Ignoti hanno aperto il tabernacolo e gettato a terra le ostie consacrate dal ciborio, lasciando anche escrementi all’interno. Non è stato rubato nulla.

La stessa sorte era toccata qualche giorno prima alle chiese di Sainte Geneviève e Sainte-Jeanne-d’Ar.

In Spagna, nella notte tra il 30 e il 31 luglio, la parrocchia di Santa Margarita María de Alacoque a Madrid è stata vandalizzata. Gli intrusi hanno distrutto la reliquia della santa patrona della parrocchia e rubato il denaro delle offerte.

L’incidente è avvenuto dopo mesi di segnalazioni di atti vandalici e disordini che hanno colpito la comunità parrocchiale, tra cui insulti durante la messa.






I 12 PASSI DI ORGOGLIO






I 12 PASSI DI ORGOGLIO DA DEPLORARE 
SECONDO SAN BERNARDO DA CHIARAVALLE. 


I passi tendono a costruirsi l'uno sull'altro, iniziando dalla mente, spostandosi verso il comportamento e poi agli atteggiamenti sempre più gravi dell'arroganza, finendo per produrre ribellione e schiavitù. Perché se non si serve Dio, si serve Satana.

Dodici sono i passi che portano al monte dell'orgoglio. Considerateli come sintomi in escalation:

1. Curiosità: Anche se c'è una curiosità sana, spesso scaviamo in cose alle quali non dovremmo avvicinarci: questioni personali di altre persone, fatti privati, situazioni peccaminose e così via. Ciò che collega questa curiosità all'orgoglio è il fatto che spesso pensiamo erroneamente di avere il diritto di sapere certe cose, e quindi guardiamo in modo superbo e indiscreto a cose che non ci riguardano: cose che non dovremmo sapere o che sono inopportune e ci distraggono da noi stessi, o che forse non sappiamo gestire in modo adeguato. Ma mettendo da parte tutta la cautela, e con un certo senso di orgoglio e privilegio, carpiamo, ci intromettiamo e guardiamo a cose che non ci riguardano, come se avessimo il diritto di farlo. Questa è una curiosità riprovevole.

2. Frivolezza: Occupare la mente con pensieri inappropriati è un'abitudine che tende ad aumentare, e alla fine agiamo leggerezza anche in questioni più consistenti. Anche in questo caso, sono importanti un ragionevole senso dell'umorismo e qualche stacco ricreativo. Una piccola canzonatura sullo sport o sulla cultura pop può fornire un diversivo momentaneo rilassante. Troppo spesso, però, quello che facciamo è solo questo, e mettiamo orgogliosamente da parte questioni sulle quali dovremmo essere seri perseguendo solo cose passeggere. Ignorando cose serie che appartengono all'eternità e gettandoci solo in cose divertenti e passeggere, ignoriamo orgogliosamente cose a cui dovremmo fare attenzione. Guardare in televisione per ore sit com e reality show senza avere tempo per la preghiera, lo studio, la formazione dei figli nella fede, la cura dei poveri e così via mostra una mancanza di serietà che manifesta l'orgoglio. Mettiamo da parte ciò che è importante per Dio e lo sostituiamo con le nostre piccole priorità. Questo è orgoglio.

3. Stoltezza: Qui ci spostiamo dalla leggerezza mentale ai comportamenti frivoli che produce, comportamenti in cui sopravvalutiamo esperienze o situazioni di poco conto a scapito di cose più importanti. Comportamenti stupidi, vani e capricciosi indicano un orgoglio in cui una persona non è ricca di ciò che conta per Dio. Massimizziamo orgogliosamente il minimo e minimizziamo il massimo. Troviamo moltissimo tempo per la frivolezza ma non abbiamo tempo per la preghiera o lo studio della Santa Verità.

4. Vanità: Sempre più chiusi nel nostro piccolo mondo di intelletto oscurato e comportamento sciocco, iniziamo a esultare per attività carnali e a considerarle un segno di grandezza; iniziamo a vantarci di cose sciocche; a vantarci e a parlare e pensare di noi in modo più elevato di quanto sia vero o ragionevole. È vero che dovremmo imparare ad apprezzare i doni che abbiamo, ma dovremmo anche ricordare che SONO doni che Dio ci ha dato e che spesso vengono sviluppati con l'aiuto di altri. San Paolo dice: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7) Chi si vanta ha un'opinione troppo elevata di sé, strombazzando doni che non ha o dimenticando che ciò che ha è una grazia, un dono. Questo è orgoglio. Oltre a ciò, come abbiamo visto, tendiamo a vantarci di cose stupide e passeggere.

5. Singolarità: Il nostro mondo diventa sempre più piccolo ma noi ci riteniamo sempre più grandi. Siamo re, va bene, re di un formicaio, governatori di un piccolo granello di polvere che si propaga nell'immensità dello spazio. Ma man mano che il nostro orgoglio aumenta, ci dimentichiamo troppo facilmente della nostra dipendenza da Dio e dagli altri per chi e cosa siamo. Non esiste il self-made man. Siamo tutti esseri contingenti, che dipendono da Dio e dagli altri. Oltre a questo, ci ritiriamo troppo facilmente nel nostro piccolo mondo, tendendo a pensare che una cosa sia in un certo modo solo perché pensiamo che debba essere così. Rimettendoci solo al nostro parere, non teniamo conto dell'evidenza della realtà e smettiamo di cercare informazioni e consigli dagli altri. La singolarità è orgoglio. E questo orgoglio ci gonfia man mano che il nostro mondo diventa sempre più piccolo e più singolare, sempre più concentrato solo sul nostro io.

6. Presunzione: È un'opinione ingiustamente favorevole ed eccessivamente elevata delle proprie capacità o del proprio valore. Mentre il nostro mondo diventa sempre più piccolo e il nostro orgoglio sempre più grande, il nostro concentrarci su di noi e la nostra delusione aumentano e diventiamo sempre più autoreferenziali. Una cosa è così solo perché io dico che è così. Vado bene perché dico così. Non importa che tutti noi siamo un misto di forze e debolezze, santità e peccaminosità. Troppo facilmente siamo ciechi nei confronti di quanto possa essere difficile vivere con noi. Troppo spesso troviamo mancanze negli altri ma non riusciamo a vederle in noi stessi. Oltre a questo, cerchiamo troppo facilmente di paragonarci agli altri in modo favorevole, pensando “Beh, almeno non sono come quella prostituta o come quello spacciatore lì”. Ma essere migliori di una prostituta o di uno spacciatore non è lo standard al quale dobbiamo rapportarci. Il nostro standard è Gesù. Più che paragonarci a Gesù e cercare misericordia, ci paragoniamo ad altri che guardiamo dall'alto in basso, e lasciamo via libera all'orgoglio.

7. Arroganza: A questo stadio, perfino i giudizi di Dio devono cedere ai nostri. Io vado bene e sarò salvato perché dico così. È un peccato contro la speranza, in cui diamo semplicemente la salvezza per scontata e a noi dovuta indipendentemente da ciò che facciamo. Affermiamo di possedere già ciò che non abbiamo. È giusto sperare con fiducia nell'aiuto di Dio per raggiungere la vita eterna; è la virtù teologica della speranza, ma è l'orgoglio che ci fa pensare di aver già compiuto e di possedere quello che in realtà ancora non abbiamo. È ancora l'orgoglio che ci fa mettere da parte la Parola di Dio, che ci insegna continuamente a camminare nella speranza e a cercare l'aiuto di Dio come mendicanti più che come possessori o come persone legittimate alla gloria in Cielo. L'arroganza è orgoglio.

8. Autogiustificazione: Gesù deve ora liberare il posto del giudice perché lo rivendico io. Non solo, Egli deve anche scendere dalla Croce perché in realtà non ho bisogno del suo sacrificio. Posso salvarmi da solo, e francamente non ho un gran bisogno di essere salvato. L'autogiustificazione è l'atteggiamento che dice “Sono capace, con il mio potere, di giustificare (ovvero di salvare) me stesso”. È anche un atteggiamento che fa dire “Farò ciò che voglio e deciderò se è giusto o sbagliato”. San Paolo afferma: “Io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!” (1 Cor 4,3-4). La persona orgogliosa cura solo la sua visione di se stesso e rifiuta di essere responsabile, anche di fronte a Dio. La persona orgogliosa dimentica che nessuno è giudice nel proprio caso.

9. Confessione ipocrita:
In greco, la parola ipocrita significa attore. In alcune situazioni, un po' di umiltà e di consapevolezza delle proprie mancanze è proficua. Si può ottenere un “credito” per il fatto di riconoscere umilmente certe mancanze e definirsi un “peccatore”. L'uomo orgoglioso è solo un attore. Sta soltanto ricoprendo un ruolo e interpretando la sua parte, più per credito sociale che per reale contrizione o pentimento. Dopo tutto, non è così male... Se interpretare il ruolo del peccatore umile e contrito lo porterà da qualche parte, reciterà il ruolo e sembrerà santo, ma solo se sarà disponibile l'applauso del pubblico...

10. Ribellione: L'orgoglio inizia realmente a diventare fuori controllo quando ci si ribella contro Dio e i Suoi legittimi rappresentanti. Rivoltarsi significa rinunciare alla fedeltà o a qualsiasi senso di responsabilità o di obbedienza a Dio, alla Sua Parola o alla Sua Chiesa. Ribellarsi è un tentativo di rovesciare l'autorità altrui, in questo caso di Dio e della Sua Chiesa. È segno di orgoglio rifiutare di sottostare a qualsiasi autorità e agire in modi che sono direttamente contrari a ciò che afferma correttamente l'autorità legittima.

11. Libertà dal peccato:
In questo caso, l'orgoglio raggiunge il suo apice, affermando e celebrando in modo arrogante di essere totalmente libero di fare ciò che vuole. L'uomo orgoglioso rifiuta in modo crescente qualsiasi restrizione o limite. Ma la libertà dell'uomo orgoglioso non è affatto libertà. Gesù dice: “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34). Il Catechismo gli fa eco: “Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c'è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato” (n. 1733). L'uomo orgoglioso sostiene con arroganza la sua libertà di fare ciò che vuole, anche quando sprofonda sempre più nella dipendenza e nella schiavitù.

12. L'abitudine di peccare: In questo caso vediamo il frutto più pieno e più brutto dell'orgoglio: il peccato abituale e la schiavitù nei suoi confronti. Come dice Sant'Agostino, “Dalla volontà perversa si genera la passione, e l’ubbidienza alla passione genera l’abitudine, e l’acquiescenza all’abitudine genera la necessità” (Conf 8.5.10).

E così abbiamo ripercorso i dodici passi del monte dell'orgoglio. Inizia nella mente con una mancanza di sobrietà, radicata nella curiosità peccaminosa e nella preoccupazione frivola. Poi vengono il comportamento frivolo e gli atteggiamenti di scusa, presuntuosi, sbrigativi. Infine vengono la ribellione totale e la schiavitù nei confronti del peccato. La schiavitù deriva dal fatto che se si rifiuta di servire Dio per orgoglio, si servirà Satana. L'orgoglio ora ha dato il suo frutto più pieno.

Abbiamo assistito a un'escalation in questi passi che non è lontana da una vecchia ammonizione: semina un pensiero e raccoglierai un'azione, semina un'azione e raccoglierai un'abitudine, semina un'abitudine e raccoglierà un carattere, semina un carattere e raccoglierai un destino.

mons. Charles Pope - it.aleteia.org


PREGHIERA RIVELATA DA GESU' A SAN BERNARDO

San Bernardo, Abate di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione.
 
Gli fu risposto: “Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia”.
Preghiera sulla Piaga della Sacra Spalla di Gesù per domandare una grazia

Dilettissimo Signore mio Gesù Cristo, mansueto Agnello di Dio, io povero peccatore Ti adoro e considero la dolorosissima piaga della tua spalla aperta dalla pesante croce che hai portato per me. Ti ringrazio del Tuo immenso dono d’Amore per la Redenzione e spero le grazie che Tu hai promesso a coloro che contemplano la Tua Passione e l’atroce piaga della Tua Spalla. Gesù, mio Salvatore, incoraggiato da Te a chiedere quello che desidero, Ti chiedo il dono del Tuo Santo Spirito per me, per tutta la Tua Chiesa, e la grazia (…chiedere la grazia desiderata); fa che sia tutto per la Tua gloria e il mio maggior bene secondo il Cuore del Padre. Amen

tre Pater, tre Ave, tre Gloria



Fonte web 



lunedì 17 agosto 2026

Crollo dell’8permille, cosa farà la CEI?



Chi è causa del suo mal…
Luigi Casalini







Eusebio Episcopo, 16-8-26

Crollano le firme dei contribuenti e alla Cei cresce l’allarme per un meccanismo che vale centinaia di milioni grazie anche alle quote di chi non sceglie. Il futuro presidente dei vescovi italiani a lezione da Marx: come riempire le casse mentre si svuotano le chiese.

Allorquando l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, entrò a far parte dei consultori del Dicastero per la dottrina della fede, la cosa apparve più che ovvia: il teologo della Chiesa “umile” e di quei famosi “libretti” che lo fecero elevare da papa Francesco all’episcopato non poteva che essere annoverato in quell’eletto consesso. E così pure – ma assai meno – quando fece il suo ingresso nel Dicastero per le Cause dei santi.Invece, la nomina nel Consiglio della Segreteria per l’Economia ha suscitato qualche sconcerto, soprattutto fra i preti di Torino che più lo conoscono e lo ricordano non solo – come da lui stesso ammesso – poco incline ai conti e all’amministrazione, ma anche fondamentalmente disinteressato alle questioni economiche e finanziarie. E allora come si spiega la decisione del Santo Padre o di chi deve avergliela suggerita? Per capirlo bisogna volgere l’attenzione alla Cei, ma soprattutto all’8 per mille.


Il rubinetto dell’8 per mille

Se, come pare ormai quasi certo, nel 2027 – anno elettorale – Repole diventerà presidente dei vescovi italiani, si troverà a gestire una situazione non facile. Con Francesco la Chiesa italiana si è trasformata in una sorta di Cgil o di Ong e la Cei è diventata una costola del Pd o una sua corrente esterna, con Avvenire schierato a favore di unioni gay, cultura gender, immigrazione illegale e che, per fare un esempio, dedica editoriali in prima pagina a Francesco Guccini e relega Vittorio Messori nelle pagine interne.

Il punto, però, è che gli italiani hanno chiuso i rubinetti a una Chiesa sempre più irrilevante e percepita come schierata a sinistra. Gli ultimi dati sull’8 per mille lo confermano: i contribuenti che firmano a favore della Chiesa cattolica ormai sono crollati al 67% del 40% che esprime una preferenza esplicita. Mentre ai tempi di Giovanni Paolo II e di Camillo Ruini quella percentuale era sempre in crescita e raggiunse addirittura il 95% nel 2005.

Dal 2013 al 2021 c’è stato poi un crollo netto degli italiani che hanno firmato per la Chiesa cattolica: dagli oltre 15 milioni si è scesi, in 8 anni, a meno di 12 milioni, un vero e proprio tracollo che è continuato e continua e che avrebbe dimensioni ancora più ampie se il meccanismo del recupero dei fondi non assegnati non rendesse quasi inutile l’astensione dalla firma. Ed è su questo punto che le apprensioni aumentano e non fanno dormire sonni tranquilli al presidente della Cei e allo stesso arcivescovo di Torino, il quale, in diverse occasioni, ha manifestato qualche preoccupazione rispetto all’insufficienza delle entrate derivanti dal meccanismo di quella legge del 1985 che intendeva regolare il riconoscimento giuridico degli enti e delle proprietà ecclesiastiche, nonché le modalità di sostentamento del clero, fino a quel momento garantito dalla congrua.

Il miracolo delle firme

Com’è noto, la quota dell’8 per mille dei cittadini che non esprimono alcuna scelta viene ripartita fra Chiesa e Stato in proporzione alle firme espresse, ed è qui che si collocano le critiche della sinistra volte a cambiare il meccanismo e che preoccupano molto la Cei. Il motivo è semplice: solo poco più del 40% dei contribuenti appone una firma su una delle 12 caselle dell’8 per mille; quindi, il 60% del gettito viene ridistribuito in base alle firme sul restante 40%. Tradotto in soldi vuol dire che, tenendo conto che la somma totale è di 1 miliardo e 320 milioni, del miliardo che è arrivato nel 2023 alla Chiesa (che raccoglie poco meno del 70% delle firme) solo 400 milioni sono frutto diretto della scelta dei contribuenti; il resto (600 milioni) arriva dalla ripartizione dei circa 800 milioni senza firma.

Vale a dire che l’8 per mille che arriva direttamente dalla scelta dei contribuenti basterebbe a malapena a coprire il fabbisogno per il sostentamento del clero (403 milioni nel 2023). Mentre per le esigenze delle opere di culto e pastorale nel 2023 sono stati assegnati 352 milioni e per le opere di carità 423 milioni. Si comprende allora quale sia la posta in gioco.

Se salta il meccanismo, saltano i conti

Oggi, come dice la sinistra più radicale, l’8 per mille è, anche se non appare, una tassa obbligatoria o «coatta» (una «legge truffa», dicono i radicali) che nulla ha a che fare con il 5 per mille; essa però induce gli italiani a credere che, se non scelgono nessuna opzione, non verrà loro attribuita alcuna tassazione. Se dunque dovesse saltare il meccanismo della ripartizione, la Chiesa italiana rischierebbe la bancarotta e la sinistra di matrice grillina ha già fatto intendere che tale meccanismo è da rivedere: si vedano le puntuali e stringenti battaglie di Micromega, ma anche, molto più autorevolmente, i pronunciamenti della Corte dei Conti sul divieto di pubblicità per le firme a favore dello Stato. Sono poi sempre di più coloro che ritengono più evangelico ipotizzare una Chiesa che si autofinanzi con i propri adepti e non con una coatta e miracolosa questua.

Se vincerà il campo largo – per cui la maggioranza dei vescovi sta lavorando (segando il ramo su cui sta seduta) – il rischio di una revisione del meccanismo aumenterà ed è per questo che i vertici della Cei stanno cercando sponde politiche (Matteo Renzi si è già messo a disposizione), sperando di moderare l’ala laicista del Pd. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è detto più volte disponibile a ragionare sul problema, ma non sia mai detto che la Cei del No al referendum sulla giustizia raggiunga accordi con un governo di destra come quello di Giorgia Meloni. Cosa che uomini di Chiesa non ideologizzati come i cardinali Pietro Gasparri, Agostino Casaroli, Angelo Sodano e Camillo Ruini fecero tranquillamente con Benito Mussolini, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e Gianni Letta, con ampia soddisfazione di tutti, comunisti compresi, i quali votarono l’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

Che l’ideologia laicista sia ormai penetrata nella mente della gerarchia ecclesiastica è un triste segno di decadenza della Chiesa. Benedetto XVI aveva messo in guardia dalla metamorfosi nichilista del post-comunismo, che oggi è ben rappresentata dal Pd e di cui la Cei di Matteo Zuppi è la succursale clericale, ma Francesco non se ne curò, anzi impose un cambiamento di linea che certamente Repole non saprà né vorrà correggere.

Il capitale di Marx

Per questo la sua presenza al tavolo del Consiglio dell’Economia, dove siedono esperti di finanza internazionale, banchieri e manager di grandi multinazionali come Sua Altezza Serenissima la principessa Gisela del Liechtenstein, non è poi così fuori luogo. Tali frequentazioni potranno non solo illuminarlo circa l’8 per mille, ma anche dargli qualche buon consiglio su come affrontare il piccolo problema degli ingenti costi conseguenti al trasloco della Curia che, alcuni dicono, non smentiti, si aggirino ormai sui tre milioni di euro.

Coordinatore del Consiglio rimane l’arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, che ha in comune con Repole la stessa visione teologica progressista e dal quale avrà molto da imparare sul sistema di finanziamento della Chiesa in Germania, che si basa sulla tassa ecclesiastica – la Kirchensteuer. Essa viene pagata allo Stato da chi dichiara la propria appartenenza religiosa e, se non si adempie, non si ha diritto ad accedere ai sacramenti. Così nel 2025 si è ripetuto un altro “miracolo”, che non è quello di San Gennaro, ma ha origini teutoniche: le diocesi tedesche hanno incassato un totale di 6,75 miliardi di euro di tasse ecclesiastiche e, allo stesso tempo, il numero di persone registrate come cattoliche in Germania è diminuito di oltre mezzo milione: nel 2025 i cattolici ufficiali erano 19 milioni, nel 2005 quasi sette milioni in più, mentre nello stesso periodo la Chiesa aumentava le proprie entrate fiscali del 70%. Come a dire: chiese vuote e forzieri pieni.

Da questi dati si capisce anche perché Roma, nonostante Marx continui a disobbedire tranquillamente rispetto alle indicazioni sulle benedizioni omosessuali, lo abbia riconfermato nella posizione di coordinatore del Consiglio per l’Economia, che ricopre dal 2015. Da noi, invece, vige la “tassa coatta” dell’8 per mille, che è sempre più contestata e sulla cui sorte l’esito elettorale potrebbe avere qualche conseguenza.

Chiesa povera, fino a un certo punto

In conclusione, la Chiesa umile e povera a spese dello Stato di Zuppi, Repole, Francesco Savino, Erio Castellucci, Derio Olivero ecc. ha i suoi costi e forse qualcuno non lo ha ancora capito. Di qui si spiega come uno scisma possa darsi nella Chiesa – i termini sono impropri, ma è per capirci – solo e soltanto da “destra” e mai da “sinistra”, perché separarsi da Roma vorrebbe dire tornare, come i primi cristiani, a vivere delle oblazioni dei fedeli, che dalla Chiesa vogliono non propaganda ma Vangelo e dottrina. Per rimanere a livello torinese, c’è poi una qualità che distingue da sempre i boariniani dai preti più conservatori e anche, va detto, dai vecchi pellegriniani: l’amore per le comodità, i giorni liberi, i grandi viaggi e ogni genere di comfort, perché la Chiesa povera e umile va bene fino a un certo punto e poi perché prima caritas mea caritas.







Langone: “Un motivo in più per preferire la messa in latino: l’assenza di braghe corte”








Camillo Langone, 11 AGO 2026, Il Foglio

Scoperto un nuovo motivo di superiorità della messa in latino sulla messa in italiano: l’assenza di braghe corte. Domenica, giornata caldissima, sono stato a una messa tridentina: navata gremita e nessun uomo in braghe corte. Né giovane né vecchio: nessuno. Nessuno, me compreso, era elegante, perché l’estate è volgare senza rimedio. Eravamo accaldati, sudati e stropicciati, e tuttavia nessuno in braghe corte. Mentre nelle messe in italiano, d’estate, sono spesso l’unico fedele con i pantaloni lunghi, o uno dei pochissimi. Gli altri tutti in braghe corte, di sovente abbinate a ciabatte.

Pregare in ciabatte è un’evidente mancanza di rispetto e manifesta disprezzo per Matteo 22,12: “Come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Nessuno di questi sciattoni postconciliari si presenterebbe a un matrimonio in infradito, e si capisce: il matrimonio è un rito sociale. Se invece il rito è puramente religioso, chissenefrega. Parliamo di donne? Nella messa in latino le donne, anch’esse numerose e di ogni età, erano in maggioranza velate e al momento della comunione (alla balaustra, in ginocchio) lodevolmente lo erano tutte. Dominus vobiscum.





Tra macerie teologiche e vuoto pastorale: la crisi d’identità del sacerdote moderno


(immagine generata con IA di Gemini)



Dal naufragio della paternità episcopale alla piaga oscurata degli abbandoni e dei suicidi nel clero



di Fabio Vessillifero, 17 agosto 2026

L’oscura tragedia del clero tra l’estremo deserto e la fuga dal ministero

Questa riflessione prende le mosse dal recente, tragico caso di un sacerdote anziano — ma ancora pienamente attivo, efficiente e stimato — che ha scelto di togliersi la vita (qui). Per quanto, dati alla mano, il suicidio tra i presbiteri rimanga un fenomeno numericamente contenuto (qui), esso rappresenta la punta di un iceberg ben più vasto: un disagio profondo e diffuso che si manifesta, più spesso, nell’emorragia silenziosa degli abbandoni del ministero. Sacerdoti che depongono l’abito, chiedono la riduzione allo stato laicale o semplicemente si ritirano dalla vita parrocchiale per rifugiarsi nel privato costituiscono, da decenni, una realtà imponente e sistemica. A questo si aggiunge poi chi, pur rimanendo al proprio posto, continua a svolgere il ministero trascinando una vita spirituale ormai spenta.

Queste realtà — dal gesto estremo alla fuga dal sacerdozio, fino al ridursi del ministero a mero “mestiere” — vengono quasi sempre taciute o liquidate come isolati fallimenti personali. Al contrario, esse sono il sintomo di un isolamento radicale, in cui il sacerdote si ritrova lasciato a se stesso di fronte al crollo del senso della propria missione.

La crisi della paternità episcopale e le complessità del clero

A rendere ancora più acuta questa solitudine è la progressiva perdita della dimensione paterna nella figura del vescovo, pur dovendo onestamente riconoscere che i sacerdoti stessi costituiscono una realtà umana complessa, tutt’altro che facile da accompagnare. Tuttavia, di fronte a un clero segnato da individualismi e fatiche caratteriali, la risposta dell’istituzione s’è spesso irrigidita in un approccio prevalentemente burocratico, attento primariamente all’applicazione di direttive procedurali o all’adeguamento al linguaggio corrente. In questo clima, l’atteggiamento dei vescovi è in genere caratterizzato da una distanza formale nei confronti dei sacerdoti che cercano il loro ideale di vita nella fedeltà alla tradizione, e da una certa accondiscendenza verso chi, in nome di un presunto aggiornamento, si è adeguato a modelli “pastorali all’avanguardia” coerenti cioè con la secolarizzazione dei costumi. Quando il sacerdote secolarizzato — essendo privo di un’autentica vita di fede, poiché tantissimi oggi non recitano più il Breviario e il Rosario né celebrano con pietà il Divin Sacrificio — si ritrova improvvisamente svuotato, non trova nella struttura episcopale un rifugio e un padre che sappia correggere ed ammonire. La mancanza di paternità del vescovo spinge così gli uni verso l’isolamento e altri verso la scelta, inevitabile per la propria sopravvivenza psicologica, di abbandonare definitivamente il ministero (qui).

Il fallimento strutturale nelle selezioni dell’episcopato

Il crollo della cura pastorale, la piaga delle defezioni e la diffusa incapacità di guidare le anime non sono che il frutto maturo di una serie di nomine episcopali drammaticamente errate, perpetuate nel corso degli ultimi decenni. La responsabilità di questa situazione ricade in modo gravissimo su chi aveva il compito di selezionare e valutare i candidati: i vertici delle Conferenze Episcopali, le Nunziature Apostoliche e il Dicastero per i Vescovi.

Non pochi fedeli attenti alla vita della Chiesa avvertono inoltre la sensazione (ma forse è più di una sensazione!) che si siano volute appositamente promuovere figure inadeguate, al solo scopo di generare disorientamento nel tessuto ecclesiale. Che questa confusione sia evidente a tutti i livelli, ne è prova anche il fatto che si è voluto negare la porpora cardinalizia a sedi storicamente e pastoralmente centrali in Italia e in altre grandi metropoli nel mondo. Emblematici, in questo senso, sono anche i casi in cui si è preferito creare cardinali i vescovi ausiliari anziché gli arcivescovi titolari delle medesime diocesi, oppure quando si è voluto premiare con la porpora il vescovo suffraganeo ed escludere l’Arcivescovo Metropolita.

L’esito di questo criterio – o meglio non-criterio – di governare la Chiesa è oggi sotto gli occhi di tutti: l’elevazione all’episcopato di persone palesemente impreparate sul piano teologico, fragili sotto l’aspetto umano e del tutto prive della statura spirituale e intellettuale necessaria per guidare una diocesi. Un simile sistema ha finito per premiare il grigio conformismo e la docilità burocratica al “politicamente corretto”, a scapito dell’ortodossia e del coraggio evangelico. Le conseguenze sono devastanti: si assiste non solo al decadimento della fede in tante diocesi e comunità parrocchiali, ma anche alla solitudine di tanti sacerdoti lasciati soli allo sbaraglio e al dilagare delle dimissioni dallo stato clericale.

L’adozione del paradigma manageriale e della burocrazia sinodale

Nelle strutture ecclesiali si è verificato un cedimento di fondo nel momento in cui sono state adottate, in modo del tutto acritico, le categorie del management aziendale tipiche del capitalismo predatorio, affiancate da un’ideologia della “sinodalità” intesa come un’incessante macchina assembleare (qui qui). Le diocesi sono state così riorganizzate sulla base della governance finanziaria (qui), spostando la priorità dalla salvezza delle anime all’ottimizzazione delle risorse, al rispetto rigoroso dei bilanci e alla fusione dei servizi in macro-aree funzionali.

In questo scenario, il sacerdote si ritrova declassato a semplice quadro intermedio: un “pendolare della fede” costretto a correre da una parrocchia all’altra, sommerso da adempimenti burocratici. Parallelamente, la cosiddetta svolta sinodale ha finito per paralizzare la vita pastorale in una sequenza ininterrotta di tavoli di lavoro, commissioni e questionari infarciti di linguaggio sociologico. Anziché offrire verità chiare e risposte salde alla ricerca di senso dell’uomo contemporaneo, l’istituzione finisce per ripiegarsi in un continuo dibattito autoreferenziale (qui).

Schiacciati da questo svuotamento spirituale e da un’ipertrofia burocratica soffocante, molti presbiteri cedono al logorio, trasformandosi in meri funzionari che svolgono il proprio servizio privi di vere motivazioni e con una vita di fede ormai inesistente; altri, soprattutto tra i più giovani, preferiscono abbandonare il ministero per sottrarsi a un’alienazione non più tollerabile e rifarsi la vita.

L’abisso del declino vocazionale e l’evidenza dei fatti

Di fronte a questo vuoto devastante, sorge dunque perfino il terribile sospetto che il tracollo della fede, la fuga dal ministero e il deserto vocazionale non siano soltanto l’esito indesiderato di un’incapacità gestionale, ma l’effetto ricercato da una dirigenza che sembra mossa da una sottile ostilità verso la storia e l’essenza stessa della Chiesa Cattolica. Quando i vertici decisionali si mostrano sordi al crollo delle vocazioni e all’aumento costante degli abbandoni, totalmente indisponibili ad una seria e profonda verifica, procedendo ostinatamente verso la dissoluzione delle strutture tradizionali, l’ipotesi di un sabotaggio interno cessa di apparire un’astrazione.

Il vuoto formativo e l’inganno della secolarizzazione

Alla radice della fragilità intellettuale ed esistenziale dei presbiteri contemporanei vi è un sistema formativo che ha deliberatamente voltato le spalle alla philosophia perennis e al rigore metafisico di San Tommaso d’Aquino raccomandato dal Concilio Vaticano II (si veda a riguardo Optatam Totius n. 16 «habentes Sanctum Thomam magistrum»; Gravissimum Educationis n. 10). I seminari invece hanno per lungo tempo privilegiato una formazione orizzontale, sostituendo lo studio approfondito della patristica e della scolastica con nozioni vaghe di psicologia e sociologia. Questa scelta ha creato una generazione di sacerdoti privi dell’armatura concettuale necessaria per resistere all’urto del relativismo. Chi si è fidato di questo modello umanistico e sociologizzante ha costruito la propria casa sulla sabbia: nel momento in cui sopraggiungono la stanchezza, la perdita del successo pastorale o la solitudine della vecchiaia, l’ideologia del “fare”, l’adeguamento ai tempi rivela tutta la sua inconsistenza. Senza la struttura logica della teologia classica, cioè della certezza di una Verità oggettiva e Trascendente, il sacerdote secolarizzato si ritrova del tutto disarmato.

La certezza della Vittoria di Cristo e l’urgenza di una purificazione

Nonostante la gravità di questa notte spirituale e il senso di smarrimento che avvolge il popolo dei fedeli di fronte all’aumentare dei banchi vuoti e dei presbiteri dimissionari, la speranza cristiana rimane saldamente fondata sulla certezza che il Signore Gesù ha vinto il mondo e non abbandonerà mai la sua sposa. La Chiesa possiede da sempre, per istituzione divina, tutti i mezzi naturali e soprannaturali, la Grazia dei Sacramenti, l’inestimabile tesoro della Dottrina e la forza della Tradizione necessari per rinascere, crescere e svilupparsi anche nelle epoche di più profonda oscurità. Tuttavia, per favorire questo rinascimento, è inderogabile affrontare la realtà senza infingimenti e procedere a una profonda, urgente e rigorosa opera di chiarezza nei vertici della Conferenza Episcopale e all’interno del Dicastero Vaticano addetto alla nomina dei vescovi. È indispensabile rimuovere eventuali logiche di potere, spazzare via il conformismo secolarizzato e tornare a scegliere guide autentiche, uomini di profonda preghiera, speculativamente preparati e dotati di un vero cuore paterno, capaci di custodire il Deposito della Fede, di arginare l’emorragia degli abbandoni e di sorreggere con amore la vita di ogni loro sacerdote e delle comunità a loro affidate.





domenica 16 agosto 2026

L’antidoto all’indifferenza: la trasmissione della cultura



Buona parte della violenza della società contemporanea nasce dal rifiuto dell’autorità e della cultura che essa trasmette. La figura moderna dell’adolescenza – che rigetta la differenza tra il vero e il falso, il bene e il male – è elevata a idolo. Ma le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti. Da uno scritto di François-Xavier Bellamy.

La riflessione

Cultura 


Baby gang, studenti che sfregiano e insultano gli insegnanti, genitori fatti ostaggio dai figli: una situazione sempre più fuori controllo, che non sarà mai adeguatamente affrontata finché le “riflessioni” seguiranno la dinamica istintiva dell’indignazione o quella disimpegnata del lasciar correre, perché tanto sono ragazzi. François-Xavier Bellamy ci aiuta ad andare un po’ più in profondità, raccogliendo le fila di quel culto dell’indifferenza, madre del giovanilismo pervasivo, del disprezzo della trasmissione della cultura, del rifiuto dell’autorità, che oggi presenta un conto salatissimo. Ma non c’è più stolto di chi voglia metter mano alle conseguenze senza metter mano alle cause. (L.S.)

Fonte: I diseredati. Ovvero l’urgenza di trasmettere, Itaca, Castel Bolognese 2016, pp. 149-166, passim.

***

François-Xavier Bellamy

Se la società contemporanea è violenta, lo è anzitutto per l’indifferenza che sembra invaderla. La brutalità odierna non sta tanto nell’aumento della violenza attiva che la percorre, quanto soprattutto nell’indifferenza individualistica che ci separa inesorabilmente gli uni dagli altri, nella diffidente solitudine in cui siamo rinchiusi. Riprendendo la diagnosi di Bourneville sul caso del giovane Victor, vedremo che questa indifferenza è tipica del ragazzo selvaggio, «che si agitava continuamente e senza scopo, mordendo e graffiando tutti coloro che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto, e a nulla prestando attenzione».

Questa è, ancora una volta, una conseguenza fondamentale del nostro rifiuto di trasmettere la cultura, oltre che il suo necessario risultato. Infatti, negazione della differenza e rivolta contro la cultura sono effetto di un’unica rottura. [...]

Per realizzare la promessa di quell’affrancamento totale, partecipiamo con entusiasmo alla decostruzione di tutte le differenze, che sono altrettanti ostacoli frapposti tra noi e l’oggetto dei nostri desideri. Quando saremo finalmente liberati da ogni particolarismo, saremo diventati gli individui indeterminati e indifferenti, attori e prodotti perfetti della società dei consumi.

Questa libertà di indeterminazione è il fantasma della nostra società. Essa spiega perché abbiamo fatto della giovinezza il nostro ideale assoluto: tipico di questa età infatti è l’essere indeterminati, aperti a possibilità infinite. Se essere liberi presuppone avere la facoltà di scelta, avere davanti il massimo di opzioni possibili, allora l’adulto è meno libero del bambino, meno libero dell’adolescente. L’adulto infatti, che ha dovuto fare delle scelte – professionali, familiari, ecc. – si trova determinato da esse. Poiché questa prospettiva ci spaventa, tentiamo spesso di evitarla rendendo sempre più superficiali i nostri impegni. Abbiamo paura di essere incastrati nelle nostre scelte: questa ansia rende più complesse e più fragili tutte le nostre decisioni. […] La nostra ossessione di rimanere liberi alla fine ci chiude, lontano da ogni esperienza, in una solitudine che ci protegge, mediante l’indifferenza, dal rischio della relazione.

Questa ossessione regala un significato nuovo al fantasma della giovinezza. Rimanere giovani vuol dire, a ogni costo, non diventare adulti, non vedere la nostra vita cristallizzarsi in determinazioni irreversibili. Ecco perché, in tali condizioni, il ruolo dell’educatore è diventato insostenibile! In una società che ha fatto della giovinezza il proprio ideale, come può un adulto avere una sua funzione da svolgere? Dato che la giovinezza dell’allievo è diventata il valore messo in scena dall’intera società, che cosa abbiamo da offrirle? Gli adulti possono ormai mettersi alla scuola dei giovani per assomigliare a loro il più a lungo possibile… Questa inversione di ruoli è inedita per l’antropologia e, paradossalmente, è molto stressante per gli stessi giovani, il cui futuro può essere vissuto solo come un lento scivolare verso i complessi dell’età adulta. Genitori e insegnanti si trovano, in linea di principio, fuori moda, semplicemente per la loro posizione, sconfitti sin dall’inizio dalla crisi di adolescenza collettiva che percorre la nostra epoca. Proprio così occorre leggere, infatti, la rivendicazione clamorosa della nostra indeterminazione. La figura moderna dell’adolescenza rappresenta il nostro ideale: la ribellione contro ogni autorità, lo spirito critico e ribelle, l’apertura a tutti i possibili, la continua ricerca di novità e il rifiuto del passato sono diventati le nostre maggiori virtù.

Per giunta, della crisi dell’adolescenza vorremmo oltretutto conservare l’indifferenza accettata; questa indifferenza ignorante, che precedeva l’atto educativo, è diventata, mediante un curioso rovesciamento, ciò che ormai bisogna tutelare. […] È l’adolescenza che rifiuta, per principio, in nome della libertà di scelta, che le si faccia notare la differenza tra il vero e il falso, tra l’utile e il nocivo, tra il bene e il male. […]

L’indifferenza propria di chi non riceve in eredità nessuna cultura segna anche la sua vita e il suo stesso essere. Il rifiuto della trasmissione priva l’allievo di basi su cui poteva nascere la sua singolarità. Occorre, ancora una volta, prendere sul serio la necessità della cultura, come mediazione fondamentale per la realizzazione della nostra natura. Essere davvero se stesso non è affatto un’evidenza innata. Essere libero non è immediato. Il che ci consente di misurare l’errore di una concezione che equipara la libertà all’indifferenza: non basta essere indeterminato per essere autonomo. La libertà autentica è il risultato di una mediazione. […]

La libertà non nasce dal disordine: la singolarità di un pensiero non si manifesta fuori dalle regole grammaticali, così non possiamo sperare di essere più autonomi decostruendo tutte le norme. Anche Beethoven e Chopin hanno avuto dei professori per guidarli, per correggerli, per aiutarli a distinguere la nota giusta dalla dissonanza e il modo migliore di battere insensibilmente i tasti. L’apprendimento non ci priva della nostra libertà, come dimostra tutta l’opera di questi artisti. Anzi, ci conduce ad essa. La libertà dei più grandi maestri nasce sempre da un’eredità che realizza, supera e arricchisce di una nuova singolarità.

Ma perché avvenga questo superamento, ci vuole anzitutto un’autorità che ci aiuti a distinguere il vero dal falso, il migliore dal peggiore, ciò che merita di essere ricercato e ciò che merita di essere abbandonato. Quando, per essere preservati da ogni influenza, avremo decostruito l’autorità che ci precede, avremo tutte le opzioni indistintamente aperte davanti a noi; eppure non saremo più liberi. Non basta per questo poter scegliere: occorre soprattutto saper scegliere, saper discernere, saper agire, saper creare, il che presuppone di poter distinguere. […]

Non cerchiamo altrove la causa fondamentale di quelle “dimissioni” dei genitori e degli educatori in generale. È facile deplorare che tanti adulti abbiano ceduto ad una forma di vigliaccheria, di pigrizia, di abbandono della responsabilità educativa […]. Ma, nello stesso tempo, la società condanna continuamente l’esercizio dell’autorità in generale e di quella parentale in particolare: gli adulti sono tenuti a rispettare la libertà dei figli, a lasciare che facciano le loro esperienze; e la loro autorità è considerata una minaccia incombente su questa autonomia da proteggere. In questa ingiunzione contraddittoria, si parla dei genitori solo per accusarli, stigmatizzando ogni giorno le derive della loro autorità, e rimproverandoli il giorno dopo per aver abdicato alle loro responsabilità. Intanto, sta crescendo una generazione di ragazzi selvaggi, di giovani abbandonati all’immediatezza compulsiva delle loro pulsioni, dei loro istinti, dei loro desideri.

Infatti nessuno diventa più libero perché è stato preservato da ogni autorità. In realtà, non ci sono “bambini re”: ci sono solo bambini diventati tiranni di se stessi, schiavi dell’immediatezza, perché sono stati privati dei riferimenti che avrebbero potuto aiutarli a fare scelte vere e proprie. Trasmettere questi riferimenti è una tra le principali funzioni della cultura: le distinzioni che essa veicola, i valori che trasmette, sono la condizione di un’autentica autonomia. Per essere in grado di diventare liberi, occorre nascere in un mondo di cui si dice qualcosa e si vieta qualcosa.




sabato 15 agosto 2026

Maria Assunta in cielo, la Pasqua nel cuore dell'estate



Prima risorta con Cristo, quella giovinetta che col suo "sì" ha cambiato la storia, oggi entra corpo e anima nella gloria del Figlio, senza conoscere la corruzione del sepolcro: è il trionfo della vita sulla morte.

SOLENNITA'

don Damiano Cavallaro, 15 Agosto 2026 

Nel mistero dell’Assunzione della Beata sempre Vergine Maria al Cielo, contempliamo la giovinetta di Nazareth che, con il suo “Sì” immacolato, aveva dischiuso la terra al Cielo e accolto il Dio fatto Uomo nel suo grembo verginale, che viene assunta da questo stesso Dio in Cielo, tutta partecipe, corpo ed anima, della gloria della Risurrezione. Prima risorta con Cristo, Maria Santissima non conosce la corruzione del sepolcro, non vive cioè la morte in quel modo drammatico in cui noi, feriti dal peccato originale e dai nostri peccati personali, siamo chiamati a conoscerla, ma entra subito, interamente, nel mistero del Figlio crocifisso e risorto. È la Pasqua dell’estate!

È il coronamento di quella corsa che San Luca evangelista ci racconta nel Vangelo che è stato proclamato: «Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda» (Lc 1,39). Dall’eternità destinata a diventare la Madre del Dio altissimo, nel tempo concepita senza peccato originale per accogliere nel grembo il Figlio eterno fatto Uomo, Maria riceve la visita dell’Angelo, ascolta la chiamata alla divina maternità, pronuncia il suo “Fiat”, diventando Madre di Dio secondo la carne, e poi si alza e va in fretta, corre verso l’alto, verso la casa di Elisabetta, con una dedizione totale, con una umiltà perfetta, passando così di esaltazione in esaltazione, di gloria in gloria, diventando tutta partecipe della Vita di quel Figlio che cresceva nel suo grembo, perfettamente unita e conformata a Lui nella Croce, perfettamente unita e conformata a Lui nella Gloria della Risurrezione.

Nessuno prima di Lei e nessuno dopo di Lei potrà mai vivere la medesima grazia, l’ingresso immediato nella gloria, la piena partecipazione corpo ed anima alla gloria di Cristo senza passare per il dramma della morte. È un mistero che ci riempie di ammirazione e insieme ci provoca: cosa vuole dirci la Chiesa con questa Solennità liturgica? Come un mistero che è irripetibile nella sua singolarità può riguardarci concretamente? Come quanto accaduto a Maria Santissima tocca la nostra vita?

Il prefazio di questa Solennità ci dice due cose su Maria Santissima Assunta in Cielo: la prima è che Maria è «segno di sicura speranza e consolazione per il popolo pellegrino sulla terra»; la seconda è che «risplende come primizia e immagine della Chiesa, chiamata alla gloria».

Primizia e immagine della Chiesa, in Maria Santissima glorificata con Cristo ci è manifestato il nostro stesso destino eterno, per Lei realizzato immediatamente e senza alcuna attesa, per noi da realizzarsi nell’ultimo giorno alla risurrezione finale, che vedrà partecipi anche noi della gloria di Cristo in corpo ed anima; poiché Dio ci manifesta in Lei il nostro stesso destino eterno, Maria Santissima diventa segno di sicura speranza e consolazione per noi pellegrini sulla terra.

Una meta così bella e così certa ci fa affrontare con rinnovato slancio il cammino, rincuora e infonde coraggio davanti ad ogni sfida e ad ogni difficoltà. Benedetto XVI, nella sua lettera enciclica sulla speranza, la seconda del suo pontificato, intitolata “Spe salvi” – cioè “Salvati nella Speranza” –, al numero 1 scriveva: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».

Potremmo dire, però, che se considerassimo l’Assunzione come primizia e come segno di speranza, diremmo ancora troppo poco: perché qualcosa ci riguardi interamente, occorre che riguardi il nostro presente – l’istante presente – e che eserciti un effetto sul nostro cuore, sui nostri affetti. Amava ripetere il grande Romano Guardini: «Si vive solo per amore di Uno Presente». Come l’Assunta riguarda il nostro Presente? Come esercita un effetto sui nostri affetti?

Se Cristo crocifisso e risorto, in virtù della Sua Risurrezione, vince per sempre in Se stesso i limiti dello spazio e del tempo, diventando contemporaneo di ogni uomo, compresente ad ogni istante di tempo, in qualunque parte della terra, così che tutti siamo presenti davanti a Cristo che viene, così Maria Santissima viene resa partecipe in corpo ed anima della Sua stessa Vittoria non solo sul peccato e sulla morte, ma anche sui limiti dello spazio e del tempo, e quindi resa partecipe della Sua stessa grande Presenza nel mondo. Assumendola al Cielo in corpo ed anima, Cristo l’ha tirata dentro il Suo stesso Mistero eterno e l’ha resa così veramente, segretamente vicina ad ogni uomo, estendendo la compagnia di Maria Santissima a tutto l’arco della storia, lungo tutto il cammino della Chiesa pellegrina nel tempo, e insieme includendo Maria con Se stesso nel cuore di ogni circostanza.

Ci è donata, nell’Assunzione al Cielo, la compagnia di Maria Santissima in un’esperienza di verità e di intensità insuperabili. Il popolo cristiano sempre l’ha “sentita”, l’ha “percepita”, l’ha “riconosciuta” presente come nessun altro e a Lei si è rivolto come ad una “presenza”, certo di trovare costante ascolto, compassione e intercessione.

Con la grande presenza di Maria ci è data, quindi, e ci è resa insuperabilmente vicina anche l’esperienza del suo “Sì”. Il “Sì” pronunciato da Maria a Nazareth, il “Sì” vissuto nella sua corsa verso le montagne della Giudea, e poi verso il Calvario del Figlio, diventa definitivo, sempre vivo ed immortale nel mistero dell’Assunzione. Ella nel Cielo continua a guardare il Figlio, a dirGli di “Sì” nell’amore per tutti noi, a guardare ciascuno di noi nella luce del Cuore e del Volto di Cristo, ad intercedere per noi come alle nozze di Cana e ad attirarci nel suo stesso “Sì”, con la forza, con la bellezza, con lo splendore di questo suo amore reso per sempre presente ad ogni uomo nel mistero dell’Assunzione al Cielo.

Nel mistero dell’Assunzione, così, non ci è tolta, ma anzi ci è donata, in mode eminente, la presenza di Maria Santissima e del suo “Sì”, per diventare partecipi della sua stessa corsa d’amore, giungere con Lei alla meta della nostra vita e così diventare con Lei partecipi della stessa Gloria. Voglia la Madonna ottenere che questo mistero tocchi la nostra vita, il nostro presente e il nostro cuore.








venerdì 14 agosto 2026

San Massimiliano Kolbe, 7 cose da sapere sul «martire della carità»




La conversione degli eretici, la lotta alla massoneria, il boicottaggio della cattiva stampa e altre battaglie che impegnavano il santo di oggi

Morì ad Auschwitz


Paola Belletti, 14 Agosto 2026 

La morte di san Massimiliano Kolbe, gesto estremo di carità cristiana, non è un brillante solitario incastonato su una vita senza valore, ma l'ultima gemma di un ricco tesoro. Tutta la sua vita è stata esercizio ostinato e fedele di amore a Cristo e all'Immacolata, fatta di operosità intensa e di una creatività messa a servizio di cause che per molti ancora non erano terreno di difesa della fede. Non va staccata artificiosamente la sua morte dalla vocazione della sua intera vita.

1. "SONO UN PRETE, VOGLIO MORIRE PER LUI"


Sono state queste le parole pronunciate con forza nel piazzale del campo di concentramento il 29 luglio 1941. A dirle era stato lui, il sacerdote francescano Massimiliano Kolbe, detenuto con migliaia di altri deportati ebrei ad Auschwitz, nel sud della Polonia. Una dichiarazione che racchiude il senso intero di una vita e della sua vocazione, una verità che in condizioni anche meno drammatiche i sacerdoti cattolici misteriosamente sono chiamati a vivere. La sua offerta, miracolo a sua volta, viene accolta e così Franciszek Gajowniczek, sposato e con due figli, viene risparmiato. Riuscirà a sopravvivere alla prigionia e morirà quasi centenario dopo una vita però attraversata da lutti e sofferenza.

2. UNA MILIZIA PER L'IMMACOLATA

La sua vocazione è precoce e solida: nasce nel 1894, educato alla fede in famiglia entra in seminario a 13 anni nel 1907 dai francescani conventuali. Studierà, laureandosi, filosofia e teologia a Roma. Si interessa di matematica e fisica, progetterà addirittura nuovi tipi di aerei, tutto, vedremo pensato al servizio del fuoco evangelico. Proprio nella città del Papa assisterà a una processione di massoni che inneggiano a Lucifero e alla sconfitta della Chiesa. La guerra è aperta, la fede deve prevalere: secondo la sua concezione cavalleresca della vita mette tutto il suo ingegno, le sue armi e il suo onore a servizio della Dama di cui è devoto, la Madonna. Convinto che sia iniziata “l’Era dell’immacolata” quella in cui Maria dovrà, come dice la Genesi, schiacciare la testa del serpente, - riporta il sito vocazione francescana - scrive: «Bisogna seminare questa verità nel cuore di tutti gli uomini che vivono e vivranno fino alla fine dei tempi e curarne l’incremento ed i frutti di santificazione; bisogna introdurre l’Immacolata nei cuori de gli uomini affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio suo e li trascini alla conoscenza di Lui e li infiammi d’amore verso il Sacratissimo Cuore di Gesù.»

Negli statuti autografi dell'associazione da lui fondata, la Milizia dell'Immacolata, il fine dell'opera e le strategie per raggiungerlo sono ben delineate. Non è devozionismo da sagrestia, ma un piano ambizioso e concreto: «Cercare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, dei giudei ecc. e soprattutto dei massoni (parola sottolineata due volte); e soprattutto la santificazione di tutti sotto il Patrocinio e con la mediazione della Beata Maria Vergine.» Per farlo Kolbe comprende che è necessario infilitrare tutti i settori decisivi della società civile, soprattutto quelli che concorrono a costruire la mentalità delle persone: educazione, scienze, tecnologia, letteratura, arte, stampa e media in genere. Ci aveva visto lungo, e a dargli ragione, purtroppo, sono stati spesso i figli del mondo: chi ha influenzato per decenni la scuola, il cinema, le arti in Italia, per esempio?

3. UNA RIVISTA

L'arma principale diventerà una rivista, Il Cavaliere dell'Immacolata, lanciata nel 1922, destinata all'evangelizzazione in tutte le nazioni, raggiunse in breve tempo un milione di abbonati. Un secolo fa; ed è pubblicata tuttora. L'ambizione del santo era di "fasciare il mondo intero di stampa cristiana". Ancora una volta, a vedere come sono andate finora le cose, sembrerebbe che l'idea sia stata rubata dall'esercito nemico, purtroppo animato da un certo instancabile zelo. Ma san Massimiliano non aveva dubbi sulla qualità del suo condottiero, Maria e certamente non avrebbe ceduto allo scoraggiamento. Noi stessi, come altre testate cattoliche, siamo arruolati nelle stesse fila e cerchiamo di garantire una stampa di qualità, fedele al magistero, a servizio della Chiesa (qui per abbonarsi).

4. RADICALE, ANCHE NELLA MISERICORDIA

L'amore per il prossimo e lo zelo per Maria lo animavano in modo bruciante, tutto il suo ingegno, le sue energie e la sua creatività erano spese per immaginare, addirittura escogitare modi per raggiungere tutti e portarli a Cristo e alla vera fede. Chi è ancora lontano da Cristo, anche se non lo sa, soffre e ha bisogno che il Vangelo lo raggiunga, prima o meglio di altre voci. Così sintetizza in un lungo articolo a lui dedicato anche il sito Religion ed Libertad:

"Il primo passo per raggiungere questo obiettivo è boicottare completamente la cattiva stampa; poi, sostenere la buona stampa", formando scrittori, creando pubblicazioni, biblioteche, sale di lettura e rivolgendosi anche a coloro che non erano cattolici. Contro il materialismo e l'indifferenza religiosa ogni mezzo è lecito, pensava. Immaginava modi per diffondere il suono e trasferire il più lontano possibile la voce, durante la sua vita si dedicherà principalmente alla stampa e alla radio, ma avrebbe certamente apprezzato e sfruttato social media, podcast, dirette su Youtube, agenti AI...

5. LA VERITA' E' UNA SOLA

Soffriva intensamente nell'assistere allo scivolamento di tanti, persino tra i religiosi e i consacrati, verso un'inclusività irresponsabile secondo la quale, in fondo, ogni religione va bene. La fede cattolica non può essere considerata una tra le tante opzioni tutte ugualmente valide, a che sarebbe valsa allora la Passione di Cristo? "Solo coloro che appartengono alla Chiesa cattolica universale seguono la vera via e hanno la garanzia che, se si impegnano fedelmente per Dio secondo gli insegnamenti della Chiesa, raggiungeranno la felicità eterna, la pace e la serenità terrena".

6. UN PATRONO D'ASSALTO

Oggi, nel celebrare la sua memoria liturgica, godiamo della sua potente intercessione. San Massimiliano Kolbe è patrono dei prigionieri politici, dei tossicodipendenti, delle famiglie e soprattutto dei giornalisti cattolici. Per la nostra rivista che si impegna a fare informazione cattolica da 25 anni è un conforto e un monito ad essere coraggiosi, integri, pieni di carità come era lui al punto che, nel momento supremo, è traboccata nel gesto di offerta della propria vita. Oggi, a 85 anni dalla sua morte, proprio ad Auschwitz si svolgeranno tre processioni, organizzate dalle parrocchie e dai francescani. «"San Massimiliano ci mostra un amore molto costante, costantemente creativo e altruista. Questo è un messaggio speciale che può continuare a ispirarci in tutti gli ambiti della vita", sottolinea Grzegorz Strządała della parrocchia di San Massimiliano».

7. UN FILM D'ANIMAZIONE SU SAN MASSIMILIANO

A dimostrazione che il bene esercitato con coraggio e ingegno è tutt'altro che noioso - non ci caschiamo più nella menzogna dell'inferno pieno di gente interessante e carismatica - sulla storia di san Massimiliano è stato realizzato un film animato, uscito nel 2023 in Messico dal titolo Max and me. Una produzione realizzata con investimenti importanti e con i migliori mezzi disponibili, in perfetto stile Kolbe. La storia finisce proprio con le ultime parole pronunciate in un soffio dal santo che, poco prima di spirare, ricorda al suo aguzzino la sola verità che conta (cercando, fino alla fine, la conversione di tutti, anche del suo carnefice): «Lei non ha capito nulla della vita…l’odio non serve a niente. Solo l’Amore crea!». Più creativo di così. 

(Foto Ansa)





giovedì 13 agosto 2026

La fine (annunciata) del modernismo clericale travestito da agenda green



Vecchio, datato e concettualmente esausto: il modernismo progressista ormai in accanimento terapeutico, logorato dal servizio dei poteri forti.




di Fabio Vessillifero, 13 agosto 2026

L’esito paradossale del modernismo ecclesiale non si misura soltanto sul terreno dello svuotamento delle navate o del crollo vocazionale, ma nella sua drammatica subalternità culturale. Presentatosi per decenni come un’intrepida avanguardia capace di affrancare la fede dalle “secche del passato”, il progressismo modernista clericale e teologico ha finito per compiere il più prevedibile dei percorsi: l’omologazione acritica all’architettura del capitalismo predatorio. Spogliato del rigore metafisico della philosophia perennis, del respiro universale dei Padri e della carica eversiva della Grazia, il discorso pastorale si è convertito nella versione sacrale dei memorandum aziendali. L’adozione sotterranea della “teologia dell’efficienza” e il recepimento pedissequo di agende tecnocratiche sovranazionali non hanno salvato la rilevanza della Chiesa nel mondo, ma l’hanno ridotta a una cassa di risonanza etica per le stesse élite finanziarie che mercificano l’uomo e la natura. In questo cortocircuito, il sacerdote che abdica al Mistero per farsi promotore ecologico e animatore sociale non sta profetizzando un futuro nuovo; sta semplicemente indossando la livrea del potere di turno, omologando la Chiesa alla religione civile (qui e qui).

Quando l’altare divenne una cattedra scolastica

La parabola del sacerdozio ministeriale contemporaneo si inscrive in un processo di profonda riconfigurazione che ha trasformato la percezione stessa della Chiesa e del suo ruolo. Quando la figura del prete viene spogliata del suo fondamento spirituale per essere ridefinita in termini puramente funzionali, si innesca una reazione a catena che investe l’intero edificio ecclesiale. La progressiva sostituzione della dimensione sacramentale con compiti di animazione e coordinamento sociale o gestione amministrativa non rappresenta una semplice evoluzione pastorale, ma un vero e proprio mutamento di natura. In questa dinamica, il prete cessa di essere percepito come “pontifex” tra l’uomo e Dio – cioè come un canale della vita di Grazia -, trasformandosi in un funzionario del benessere comunitario. Tale laicizzazione del ruolo presbiteriale si rispecchia specularmente nella clericalizzazione del laicato, il quale, anziché essere incoraggiato a trasformare le realtà secolari e la società alla luce del Vangelo, viene risucchiato nella burocrazia parrocchiale per coprire i vuoti lasciati dal calo delle vocazioni. Il risultato è un cortocircuito in cui né il presbitero né il laico vivono più la propria specifica vocazione, mentre la Messa stessa si degrada da evento liturgico ad assemblea didattica e auto-celebrativa, in cui prevale la dimensione orizzontale dell’istruzione moralistica.

La trappola del consenso e la sterilizzazione della chiamata

La conseguenza più drammatica della perdita d’identità del prete si riflette direttamente sulla crisi vocazionale: un giovane non consegna la propria vita, rinunciando alla famiglia e all’autonomia professionale, per diventare un surrogato di operatore sociale o un manager di strutture parrocchiali. La radicalità della scelta sacerdotale deve trarre linfa unicamente dalla promessa di un’esperienza unica di comunione con il Signore. Quando la Chiesa, nel tentativo di apparire attraente o comprensibile secondo i parametri della cultura secolare, smussa gli spigoli del dogma e rinuncia alla propria carica profetica, essa finisce per condannarsi all’irrilevanza. Il paradosso dell’adeguamento allo spirito del tempo sta proprio nel fatto che il mondo non cerca nell’istituzione ecclesiale una replica sbiadita delle proprie categorie sociologiche o psicologiche, ma l’espressione di un’alternativa radicale, un’interruzione della banalità quotidiana capace di parlare al dramma della colpa, della sofferenza e della salvezza. Laddove invece il sacerdote custodisce con rigore la propria vita cristiana e la propria identità sacerdotale, nutrendo la vita interiore attraverso la Liturgia delle Ore, la devozione mariana, l’assiduità al confessionale e la celebrazione quotidiana e decorosa del Mistero eucaristico, si genera una naturale forza d’attrazione che continua a mostrare la fecondità del sacro.

La rimozione della metafisica e il tradimento dei Padri

La radice filosofica di questo svuotamento risiede nella scientifica demolizione della formazione intellettuale e teologica all’interno dei seminari. L’abbandono della metafisica classica e della philosophia perennis, arricchita dai secoli della Patristica e della Grande Scolastica, ha privato il clero degli strumenti idonei a comprendere e giudicare la realtà. L’assunzione acritica della svolta antropocentrica, figlia dell’impostazione gnoseologica kantiana e delle varie declinazioni dell’esistenzialismo, ha rinchiuso la fede nel perimetro della percezione soggettiva, del sentimento o dell’esperienza psicologica. Ridotta la Verità a mero fenomeno, si è spezzato il fecondo legame tra ragione e rivelazione che aveva caratterizzato il pensiero di maestri come Agostino e Tommaso d’Aquino, fino alla sintesi metafisica e personalista di Antonio Rosmini. In quest’ottica, la teologia cessa di essere la scienza sapienziale che eleva l’intelletto verso l’Essere e si degrada a sociologia applicata. Senza un solido radicamento ontologico, il sacerdote non è più in grado di dialogare con la contemporaneità da una posizione di forza intellettuale, ma finisce per subirne passivamente i presupposti, scambiando il nozionismo e la prassi burocratica per autentica formazione.

Il Vangelo addomesticato al servizio dell’agenda globale

Spogliata del suo orizzonte soprannaturale, la carità cristiana viene inevitabilmente ridotta a una generica filantropia immanentista, perfettamente assimilabile dal discorso pubblico del capitalismo predatorio. L’assunzione ideologica e acritica di agende secolari o programmi sovranazionali rappresenta la forma più sottile di anestesia spirituale: si affrontano i sintomi materiali dei problemi sociali prescindendo del tutto dalla loro radice ultima, che la tradizione cristiana ha sempre individuato nel peccato e nel disordine morale dell’uomo alienato da Dio. Questo pelagianesimo sociale illude l’uomo di potersi salvare attraverso l’ingegneria politica o la conformità a nuovi codici di comportamento dettati dall’economia, nascondendo la vera natura della giustizia, che non può darsi senza la conversione del cuore e l’azione della Grazia. Il progressismo e il modernismo ecclesiale si rivelano così come una religione civile al servizio delle élite tecnocratiche che usa il lessico dell’inclusione o della sostenibilità per soffocare la sete di senso e l’apertura al trascendente.

L’arroganza del presente e la giovinezza della Tradizione

Sotto il profilo strettamente storico e concettuale, il modernismo progressista si svela per ciò che è realmente: un fenomeno culturale vecchio, datato e concettualmente esausto. Esso rimane incatenato al mito ottocentesco del progresso lineare e indefinito, un’ideologia ampiamente smentita dai drammi del Novecento e del presente. Vittima di quello che C.S. Lewis definiva “snobismo cronologico”, il pensiero modernista valuta le idee non in base alla loro verità oggettiva, ma in base alla loro datazione, presumendo che ciò che è recente sia automaticamente migliore di ciò che è antico. Il tentativo di “aggiornare” il Vangelo per adeguarlo alle pretese di un mondo contemporaneo si è tradotto, da cinquant’anni a questa parte, nello svuotamento sistematico delle nostre Chiese. Il futuro della Chiesa e dell’uomo non appartiene dunque a ciò che si adegua al momento presente, destinato a invecchiare nello spazio di un giorno, ma a chi sa andare controcorrente, riaffermando il primato della Trascendenza, la bellezza del culto e la riscoperta della Verità che sola può restituire dignità e speranza all’esistenza.

Il verdetto della storia

Se il modernismo clericale ha scambiato la religione del progresso per la stabilità apparente di un sistema economico che credeva invincibile, l’implosione di quello stesso modello svela oggi il fallimento di un’intera linea strategica. Ora che le contraddizioni interne del capitalismo predatorio, finanziarizzato e tecnocratico stanno portando al pettine i propri nodi strutturali, si apre una voragine non solo economica, ma culturale ed esistenziale (qui).

I chierici del capitale, dopo aver sacrificato la trascendenza per fare da cassa di risonanza a un’agenda globale che sta mostrando tutta la sua fragilità, si trovano di fronte al vuoto da essi stessi creato. E la domanda s’impone allora con drammatica urgenza: ora che i poteri forti del mercato predatorio sono profondamente in crisi, come e con quale moneta i loro servitori in sottana penseranno di salvarsi dalla disfatta? (qui)






Ovuli congelati, ovvero prima il mercato e poi (con calma) la maternità



(Alexandria Ocasio-Cortez, Facebook Reel)Immagine generata con AI

Dopo Ocasio-Cortez negli Usa, riparte anche da noi un confronto su un tema che, comunque lo si guardi, sa di sconfitta

Bioetica


Federica Di Vito, 13 Agosto 2026 

Semplice come applicare il mascara o sfoggiare una nuova manicure: è così che la deputata 36enne statunitense Alexandria Ocasio-Cortez presenta il social freezing. Un approccio talmente “social” da voler condividere storie quotidiane sulle proprie iniezioni ormonali, mentre incolpa qua e là l’amministrazione Trump per quello che descrive come un ambiente sempre più ostile per le scelte riproduttive delle donne. Uno sguardo rassicurante, un sorriso smagliante e una manciata di critiche mirate: è la ricetta perfetta per far decollare il marketing della crioconservazione.

Dagli Stati Uniti all’Italia il passo è breve, specie se il tema genera una certa hype politica. A cogliere la palla al balzo è Matteo Renzi, che punta dritto all’agenda elettorale proponendo il social freezing per tutte. Il leader di Italia Viva, guardando al modello francese, mira a inserire nella prossima legge di bilancio un pacchetto di risorse per finanziare la crioconservazione e chiede di estendere i limiti d’età da 35 a 38 anni per l’accesso alla procedura. Intanto, anche in casa Pd si lavora a una proposta di legge sulla Crioconservazione pianificata degli ovociti (CPO), con Filippo Sensi come primo firmatario insieme a numerosi colleghi.

Il testo, intitolato “Disposizioni in materia di prevenzione dell’infertilità e di preservazione della fertilità femminile”, mirerebbe a contrastare il calo demografico e a sostenere la libertà delle donne che desiderano posticipare la maternità per ragioni professionali o personali. Il piano include contributi economici per le cittadine con redditi medi e programmi di monitoraggio della fertilità tra i 20 e i 35 anni. Attualmente, il Sistema sanitario nazionale garantisce la gratuità del servizio solo in casi limitati, ma i nuovi disegni di legge punterebbero a eliminare le diseguaglianze territoriali e patologiche.

La promessa sembrerebbe quella di adattare la biologia alle moderne dinamiche della vita lavorativa e privata tutelando il fantomatico diritto alla genitorialità e l’onnipresente autodeterminazione femminile. L’élite politica, seguita da vip e influencer, ci dipinge il congelamento degli ovuli come una conquista sociale, un diritto. Eppure, posticipare la maternità sembra una promessa più vantaggiosa per chi la promuove che per chi la vive. La prospettiva appare infatti capovolta: non è più lo Stato ad adattarsi ai ritmi biologici delle donne, ma è la biologia femminile a doversi piegare ai tempi della produzione e del welfare. Mettere in pausa la maternità significa sacrificare le energie più vitali e la massima fertilità di una donna sull’altare della carriera. Risorse preziose che vengono così svendute al mondo del lavoro, mentre la genitorialità viene rinviata a un futuro più stabile, forse, ma biologicamente più complesso.

Perché non si investono risorse per rendere stabile il presente, anziché finanziare un futuro sempre più lontano? Proporre il social freezing come passepartout alla denatalità e alla precarietà lavorativa dei giovani sembra un gioco al ribasso: si promettono risultati dubbi spostando il traguardo ancora più in là. A Matteo Renzi, che porta l’esempio della ventenne schiacciata da affitto e incertezze sul futuro, va risposto che l’errore è a monte. Se lo Stato non garantisce a una giovane qualificata un accesso dignitoso al lavoro e alla casa e non sa rispondere al suo fisiologico desiderio di maternità, il problema non è la biologia femminile da mettere “in pausa”, ma un sistema che impedisce di desiderare un figlio nel momento biologico migliore.

Appare evidente quanto il dibattito sul congelamento degli ovociti, al di là delle vetrine social e delle scelte solo apparentemente consapevoli, sia fortemente condizionato da fattori economici. Come osserva oggi Francesco Borgonovo su La Verità «non è difficile capire perché ci sia tanta pressione», considerando che negli Usa la spesa tocca i 20.000 dollari, mentre in Italia il solo congelamento costa tra i 2.500 e i 4.000 euro. A queste cifre vanno aggiunti circa 2.000 euro per la stimolazione e costi di mantenimento fino a 500 euro l’anno. In questo contesto, le proposte di Matteo Renzi o del Pd sono misure che andrebbero a «beneficio delle cliniche».

Basti guardare un po’ più lontano nel nostro naso: in America ce la dipingono come una scelta per sentirci «più padrone della nostra vita», come ha detto Ocasio-Cortez sui social. Ma i fatti raccontano un’altra realtà. Raccontano di grandi aziende che propongono la crioconservazione alle dipendenti come benefit aziendale, narrazioni fuorvianti che promettono una fertilità flessibile e a portata di mano, omettendo spesso e volentieri i dati sui rischi e i tassi di successo. Anziché “padrone della propria vita” ci si ritrova facilmente schiave di un mercato redditizio che negli Stati Uniti ha già visto «un incremento del 400% delle procedure in meno di dieci anni».

Se ciò non bastasse, un importante soggetto viene costantemente omesso dal dibattito: il bambino che forse nascerà. La maternità programmata rende il figlio oggetto di desideri e progetti da ritardare a piacimento, e non lo vede più come dono che Dio concede e che la natura attende. Allora è chiaro che nel dibattito vincano la mentalità dominante e il business tagliando fuori i veri protagonisti: la donna, il bambino, la coppia che neanche si nomina più. E Dio. Perché da quando ci siamo messi al Suo posto, giocare con le provette può sembrare facile, ma va ricordato che chi manipola la vita lo fa a suo rischio e pericolo. 

(Foto: Screenshot Ocasio-Cortez, Facebook Reel)








Eutanasia, gli orrori del Canada di oggi saranno “normali” domani



Brigitte Stegemann, 83 anni, è morta lo scorso 10 luglio in una struttura per anziani in Ontario: le è stata praticata l'eutanasia senza il suo consenso né quello dei familiari. Il racconto agghiacciante dei suoi ultimi giorni è un monito per quello che potrà diventare normalità domani, anche da noi.

Nonna uccisa senza consenso


Cronaca di una morte annunciata, ma non ricercata. Brigitte Stegemann aveva 83 anni e negli ultimi due anni era stata ospite di una struttura per anziani in Ontario, in Canada. Cinque mesi fa le diagnosticarono un tumore allo stomaco al IV stadio. Il 10 luglio scorso Brigitte è morta per eutanasia, seppur lei stessa l’avesse sempre rifiutata. La cronaca dei giorni precedenti la sua morte è illuminante per capire come l’eutanasia non è una proposta, ma la soluzione imposta per quelle vite che ormai sono ritenute inutili, insensate, esistenze che non possono avere più posto in un mondo efficientista e incapace ormai di compassione.

Sul blog della Coalizione per la Prevenzione dell'Eutanasia, la famiglia di Brigitte, chiamata affettuosamente GG dai parenti, ha raccontato i suoi ultimi giorni. Un racconto – intanto ripreso da alcuni media italiani ed esteri – che parla da sé. «Circa due mesi prima della morte di GG – racconta la famiglia – si tenne una riunione per discutere la possibilità di ricorrere all'eutanasia assistita. In quell'occasione, GG dichiarò chiaramente di non voler procedere in tal senso. Da fervente cristiana, espresse esplicitamente che l'eutanasia assistita era in contrasto con le sue convinzioni personali e la sua fede». Nonostante questa sua opposizione i medici, addirittura in assenza della nipote, sua rappresentante legale, in più occasioni cercarono di estorcerle il consenso all’eutanasia.

In un giorno precedente di poco la sua morte, i familiari andarono a trovare GG e la trovarono molto spenta, spesso assente, con lo sguardo nel vuoto e con notevoli difficoltà di comprensione, anche per via di una rilevante sordità che l’affliggeva. I familiari sospettano tutt’oggi che quella mancanza di lucidità potesse essere indotta dalla somministrazione di alcuni farmaci.

Il 6 luglio 2026 la struttura organizzò un altro incontro, a cui furono presenti anche alcuni familiari della nonna, per discutere nuovamente dell’opzione eutanasia. Durante l’incontro e nell’attesa che arrivasse il medico di riferimento, la nipote Brigitte chiese ad una infermiera lì presente il motivo di questo secondo incontro e dei colloqui che il personale medico aveva avuto con la nonna al fine di persuaderla a scegliere l’eutanasia, dato che la stessa in modo molto chiaro aveva già chiarito che avrebbe rifiutato qualsiasi procedura eutanasica. L’infermiera fu capace solo di rispondere con queste parole: «Non ho bisogno di dirle niente».

La famiglia poi appunta: «Brigitte spiegò che la nostra famiglia non appoggiava l'eutanasia nel caso di GG ed espresse serie preoccupazioni sul fatto che GG non fosse mentalmente in grado di prendere una decisione così importante in modo indipendente. GG aveva convissuto per molti anni con quella che la nostra famiglia sapeva essere una disabilità dello sviluppo cognitivo, disabilità congenita non diagnosticata (che sospettavamo potesse rientrare nello spettro autistico), che influenzava profondamente la sua capacità di elaborazione, comprensione e decisione».

Come accennato, la rappresentante legale di GG era la nipote, ma la procura riconosciuta a quest’ultima sarebbe scattata solo nel momento in cui la nonna fosse stata dichiarata incapace di intendere e volere. Prima di quel momento spettava solo a GG decidere sull’eutanasia. Per la legge dell’Ontario l’incapacità in tema di eutanasia ha requisiti specifici: la persona incapace è quella che non comprende la propria situazione clinica e prognosi; la valenza delle alternative terapeutiche e i loro rischi e benefici e il fatto che la procedura eutanasica comporterà la morte.

Ora, GG non era stata dichiarata incapace di intendere e volere. Ma prima di qualsiasi pratica eutanasica occorre verificare se la persona è capace di prendere decisioni libere e consapevoli e così il 7 luglio la dottoressa K iniziò, davanti ai familiari, a verificare la presenza di questo requisito. Il racconto della famiglia così prosegue: «Durante la valutazione, GG fornì ripetutamente risposte oggettivamente errate a domande basilari e fattuali sulla sua vita e sulla sua famiglia. Quando le fu chiesto se avesse fratelli o sorelle, GG rispose di no. La famiglia corresse immediatamente l'informazione, spiegando che GG era la penultima di quattordici figli. La dottoressa K chiese quindi se qualcuno dei suoi fratelli o sorelle fosse ancora in vita, e GG rispose di nuovo di no. Ancora una volta, la famiglia dovette intervenire e correggere l'informazione, spiegando che alcuni dei suoi fratelli e sorelle erano ancora vivi e che GG aveva parlato con uno di loro proprio la settimana precedente. A questo punto, GG si sentì completamente disorientata e angosciata. […] La dottoressa K spiegò quindi a GG l'eutanasia assistita in termini specifici, descrivendola, per quanto ricordiamo, come la somministrazione di un farmaco, una sensazione di pace che avrebbe provocato l’addormentamento […] Per una persona anziana con le caratteristiche sociali e cognitive di GG, il termine "farmaco" era concettualmente legato esclusivamente a guarigione, cura e sollievo. Descrivere un'iniezione letale come la semplice somministrazione di un farmaco […] significa sfruttare la sua vulnerabilità, rendendole impossibile comprendere appieno che stava acconsentendo alla cessazione attiva della sua vita». Nonostante GG fosse manifestamente incapace di prendere una decisione simile riguardo alla sua vita, la dottoressa K sentenziò: «L'ho ritenuta capace».

Poi la nipote decise di parlare con la nonna: «GG apparve confusa e visibilmente angosciata. Rispose con parole del tipo: "Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?". Pianse a lungo, ripetendo più volte di aver commesso un errore. [La nipote] Brigitte la consolò e la rassicurò dicendole che, se avesse cambiato idea, aveva il pieno diritto di comunicare venerdì all'équipe medica che non voleva procedere».

Il giorno previsto per l’uccisione di GG, la dottoressa K, così come previsto dalla legge, chiese alla donna se volesse morire. GG rimase in silenzio. Per legge la persona che ha fatto richiesta di eutanasia deve confermare verbalmente ed espressamente questa sua volontà eutanasica. Nonostante il silenzio di GG e quindi nonostante mancasse il consenso, i medici le praticarono ugualmente l’eutanasia.

Alla lettura di questo racconto dell’orrore i sostenitori dell’eutanasia probabilmente risponderebbero così: l’eutanasia è in sé pratica buona, solo che in quella casa di cura non hanno applicato correttamente i protocolli. Si è trattato quindi di una procedura illegale che riguarda però una pratica buona. Le cose non stanno così: l’eutanasia è un assassinio e come tale è sempre un’azione intrinsecamente malvagia. Nel caso di GG, a questa azione malvagia si sono aggiunte altre condotte moralmente riprovevoli, ma che prefigurano il futuro sviluppo dell’eutanasia anche in ambito legale: un domani non lontano non servirà più il consenso del paziente – già non è servito per Eluana Englaro, per Charlie Gard, Alfie Evans e molti altri – perché si agirà per il suo best interest. La malpractice di oggi sarà il rispetto delle regole di domani.