sabato 6 giugno 2026

Il vescovo Strickland: Stiamo morendo dissanguati: un appello a tornare al Sacro Cuore


Articolo scritto da mons. Strickland, vescovo emerito, pubblicato sul suo blog, nella traduzione curata da  Sabino Paciolla (6 giugno 2026).




Cari fratelli e sorelle in Cristo,

guardando alla Chiesa e al mondo dei nostri giorni, mi ritrovo a tornare a un’immagine inquietante. È un’immagine che è rimasta nella mia preghiera e nella mia contemplazione, e che credo descriva gran parte di ciò a cui stiamo assistendo intorno a noi.

STIAMO SANGUINANDO.

Non sangue. Non ricchezza. Non influenza.

Stiamo perdendo qualcosa di molto più prezioso.

STIAMO SANGUINANDO LA VERITÀ.

La verità stessa, tuttavia, non sta morendo. La verità non può morire, perché la verità non è semplicemente un’idea o una filosofia. La verità ha un nome. Nostro Signore Gesù Cristo ha dichiarato: «Io sono la via, la verità e la vita…» (Giovanni 14:6).

Eppure, mentre la verità rimane eterna e immutabile, molti hanno perso la volontà di soffrire per essa, di difenderla e di vivere secondo essa. In ogni angolo della società, vediamo la tentazione di scambiare la verità con il comfort.

STIAMO PERDENDO LA RIVERENZA.

Il sacro è spesso trattato ormai come ordinario. Il silenzio è stato sostituito dal rumore. Il mistero è stato sostituito dall’intrattenimento. Molti hanno perso la consapevolezza di trovarsi al cospetto del Dio vivente, la cui maestà induce gli angeli a velarsi il volto.

STIAMO PERDENDO L’INNOCENZA.

Forse in nessun altro luogo la ferita è più visibile che nello sfruttamento dei bambini e nella corruzione dei più vulnerabili.

Per anni, il mondo si è trovato di fronte a rivelazioni di traffico di esseri umani, abusi, sfruttamento e individui potenti che hanno usato la loro influenza per approfittare di coloro che erano affidati alle loro cure. Gli scandali legati a Jeffrey Epstein e alla sua rete hanno scioccato molte persone, ma hanno rivelato qualcosa di molto più profondo.

Hanno messo a nudo una cultura disposta a tollerare l’oscurità purché rimanesse nascosta. Hanno messo a nudo sistemi che proteggono i potenti mentre deludono gli innocenti. Hanno messo a nudo una società che parla spesso di diritti ma raramente di virtù.

La perdita dell’innocenza non si misura solo in base agli atti criminali. Si vede ogni volta che ai bambini viene rubata l’infanzia, ogni volta che la purezza viene derisa, ogni volta che gli esseri umani vengono trattati come oggetti piuttosto che come persone create a immagine e somiglianza di Dio.

Le ferite inflitte agli innocenti gridano al cielo per ottenere giustizia. Eppure la giustizia non viene fatta, poiché i responsabili spesso fanno parte proprio di coloro il cui compito è fermare l’emorragia.

E queste ferite non si limitano ai governi, alle aziende o all’industria dell’intrattenimento. La Chiesa stessa ha subito la vergogna e la devastazione degli scandali di abusi che hanno tradito la verità, ferito le anime e danneggiato la testimonianza del Vangelo.

Dove l’innocenza è ferita, Cristo stesso è ferito.

Dove i vulnerabili sono sfruttati, Cristo stesso è tradito.

Una civiltà può sopravvivere a molte difficoltà, ma non può durare a lungo se smette di proteggere i propri figli e di difendere la dignità degli innocenti. Questo è uno dei segni più evidenti che stiamo subendo un’emorragia spirituale.

E la domanda che dobbiamo porci è questa: come ha fatto la ferita a diventare così profonda?

La risposta si trova più in profondità della politica, più in profondità dell’economia e più in profondità di qualsiasi elezione, ideologia o istituzione.

Ci siamo allontanati da Dio.

L’emorragia non è iniziata quando le menzogne sono diventate comuni. L’emorragia è iniziata quando gli uomini hanno smesso di riconoscere che la verità viene da Dio.

L’emorragia non è iniziata quando la riverenza è scomparsa dalle nostre chiese e dalla vita pubblica. È iniziata quando abbiamo dimenticato che viviamo ogni momento sotto lo sguardo di Dio Onnipotente.

L’emorragia dell’innocenza non è iniziata con la denuncia di grandi scandali. È iniziata quando una cultura ha smesso di onorare la purezza e ha invece iniziato a celebrare ciò che le generazioni precedenti sapevano essere distruttivo.

Le terribili rivelazioni che circondano lo sfruttamento dei più vulnerabili, sia nei governi, nelle industrie, nell’intrattenimento o persino all’interno della Chiesa stessa, non sono la malattia. Sono sintomi di una malattia più profonda. Rivelano ciò che accade quando il potere è separato dalla virtù, quando il piacere è separato dalla responsabilità e quando gli esseri umani smettono di vedersi l’un l’altro come figli di Dio.

Una civiltà può sopravvivere alle guerre. Può sopravvivere alle difficoltà economiche. Può sopravvivere agli sconvolgimenti politici. Ma nessuna civiltà può resistere a lungo quando non protegge più i propri figli. Nessuna società può rimanere sana quando l’innocenza diventa qualcosa da sfruttare piuttosto che da difendere. E nessuna nazione può rimanere libera quando perde il fondamento morale su cui poggia la libertà.

Vediamo le conseguenze tutt’intorno a noi.

Viviamo in un’epoca in cui molti non sanno più di chi fidarsi. Le istituzioni pubbliche hanno perso credibilità. I leader sembrano più preoccupati di proteggere il potere che di perseguire la verità. Le informazioni ci circondano, eppure la chiarezza diventa sempre più difficile da trovare. Le voci competono per la nostra attenzione, ma la saggezza scarseggia.

Le persone non sono più d’accordo sul significato del matrimonio, della famiglia, della dignità umana, della giustizia, della libertà, o persino su cosa significhi essere umani. Ciò che le generazioni precedenti consideravano verità evidenti è ora oggetto di dibattiti senza fine. Ciò che un tempo era considerato una virtù è spesso ridicolizzato, mentre ciò che un tempo era riconosciuto come distruttivo è frequentemente celebrato.

Le ferite si estendono oltre la società e raggiungono la casa della fede.

Molti cattolici guardano alla Chiesa con dolore e confusione. Vedono divisione dove dovrebbe esserci unità. Sentono incertezza dove desiderano chiarezza. Assistono a scandali che hanno scosso la fiducia e lasciato molti feriti. Alcuni si chiedono perché errori evidenti non vengano corretti. Altri faticano a capire perché le antiche tradizioni siano trattate come fardelli piuttosto che come tesori.

In tempi come questi, c’è la tentazione di disperarsi o di lasciarsi consumare dalla rabbia. Entrambe le tentazioni sono pericolose. La disperazione dimentica che Cristo rimane il Signore della Sua Chiesa. La rabbia dimentica che la battaglia è, in ultima analisi, spirituale.

Dobbiamo essere onesti riguardo alle ferite che abbiamo davanti. Non dobbiamo fingere che tutto vada bene quando le anime soffrono e la confusione si diffonde. Eppure non dobbiamo nemmeno arrenderci allo scoraggiamento.

Perché la crisi che abbiamo davanti non è solo una crisi di leadership. Non è solo una crisi di cultura. Non è solo una crisi di istituzioni. È una crisi di visione.

Un popolo può sopportare le difficoltà quando sa dove sta andando. Un popolo può sopravvivere alla sofferenza quando sa perché soffre. Ma quando un popolo perde di vista Dio, perde di vista se stesso. E questa è la ferita più profonda sotto tutte le altre.

STIAMO PERDENDO LA VISIONE SOPRANNATURALE.

Abbiamo dimenticato l’eternità.

Siamo diventati ossessionati dall’immediato e abbiamo trascurato l’eterno. Siamo diventati esperti nella gestione degli affari terreni, dimenticando il destino dell’anima.

Parliamo costantemente di governo, mercati, elezioni, tecnologia, intrattenimento e successo, ma parliamo poco di giudizio, santità, sacrificio, pentimento e salvezza.

Viviamo come se questo mondo fosse la nostra dimora permanente. Viviamo come se la morte fosse la più grande tragedia.

Ma non lo è.

La più grande tragedia è perdere di vista Dio credendo di poter ancora prosperare senza di Lui. Questa perdita della visione soprannaturale colpisce ogni parte della società.

I governi si preoccupano del potere perché non riconoscono più una legge al di sopra di loro. Le istituzioni si consumano nell’autoconservazione perché non ricordano più lo scopo per cui esistono. Le famiglie diventano fragili perché non comprendono più la loro sacra missione.

E anche all’interno della Chiesa, l’attenzione sembra concentrarsi sulle preoccupazioni terrene e sulla celebrazione dell’umanità, mentre il nostro primo dovere è stato dimenticato: condurre le anime a Gesù Cristo e alla vita eterna.

Miei fratelli e sorelle, scrivo questa lettera non solo per descrivere la ferita aperta e per lamentare il fatto che stiamo dissanguandoci! La scrivo per risvegliarci!

Perché, anche se stiamo sanguinando, non siamo abbandonati. Anche se la ferita è grave, non è incurabile. Perché c’è un altro Cuore che sanguina ancora.

Il Sacro Cuore di Gesù, trafitto sul Calvario, riversa ancora Sangue e Misericordia su un mondo ferito. Il Cuore che è stato rifiutato ama ancora. Il Cuore che è stato schernito perdona ancora. Il Cuore che è stato trafitto guarisce ancora.

E forse la più grande tragedia della nostra epoca non è che il mondo sia ferito. Forse la più grande tragedia è che così tante anime ferite non sanno più dove cercare la guarigione.

La cercano nella politica. La cercano nella ricchezza. La cercano nel piacere. La cercano nell’ideologia. Eppure il rimedio è rimasto lo stesso per duemila anni.

IL RIMEDIO È GESÙ CRISTO.

Il rimedio è il pentimento. Il rimedio è la grazia. Il rimedio è la Croce. Il rimedio è il Sacro Cuore che continua ad ardere d’amore per ogni peccatore e ogni santo.

Miei cari amici, credo che ci troviamo in un momento di decisione. Continueremo ad allontanarci dalla fonte della vita? O torneremo indietro? Torneremo alla preghiera? Torneremo ai Sacramenti? Torneremo alla riverenza? Torneremo alla verità?

Torneremo al Sacro Cuore prima di dissanguare ciò che resta della nostra fede, del nostro coraggio, della nostra innocenza e del nostro amore?

Credo che ci sia ancora motivo di speranza. Non grazie ai governi. Non grazie alle istituzioni. Non grazie al potere mondano. Ma perché Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre.

Il Cuore che ha vinto la morte regna ancora. Il Sangue che ha redento il mondo non ha perso il suo potere. La misericordia che ha sollevato i santi dal peccato scorre ancora.

E se torniamo a Lui con cuori umili e pentiti, il Grande Medico può ancora guarire ciò che abbiamo ferito, restaurare ciò che abbiamo perso e rinnovare ciò che sembra irrecuperabile.

Possa il Sacro Cuore di Gesù avere misericordia di noi. Possa Egli fermare l’emorragia. Possa Egli restaurare in noi la visione soprannaturale. E possa Egli insegnarci ancora una volta a vivere, non solo per questo mondo, ma per il Regno che non ha fine.

Possa Dio Onnipotente benedirvi, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo Emerito





Una lezione per i sinodali: invocate Madre della Chiesa la Distruttrice di tutte le eresie



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Crisis Magazine. Pur sostenendo i titoli mariani “co-redemptrix” e “mediatrice di tutte le grazie”, sminuiti dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis [qui], ce n'è un altro che va immediatamente ripristinato nella pietà cattolica ordinaria, soprattutto alla luce della recente testimonianza sinodale: la “distruttrice di tutte le eresie”. 

06-06-2026


Nicolas Castelli

Fin dalla pubblicazione della Mater Populi Fidelis [vedi], si è acceso un vivace dibattito sui titoli mariani di “corredentrice” e “mediatrice di tutte le grazie”. Pur condividendo questi titoli, credo che ve ne sia un altro che debba essere immediatamente ripristinato nella pietà cattolica ordinaria, soprattutto alla luce delle recenti testimonianze sinodali: Nostra Signora, “distruttrice di tutte le eresie” (Pio X, Pascendi Dominici Gregis).

Le recenti testimonianze sinodali [Documento n.9 qui sono semplicemente errate e contraddicono esplicitamente la dottrina cattolica. Ad esempio, la seconda testimonianza codificata, di “un cattolico apertamente omosessuale”, inizia affermando: “La mia sessualità non è una perversione, un disordine o una croce; è un dono di Dio”. Questa affermazione proviene da un uomo che in seguito ha intrapreso un dottorato in teologia presso la Fordham University. Da questi segni esteriori, è probabile che egli sia consapevole della sua rottura con gli insegnamenti della Chiesa, ovvero che l'inclinazione è “oggettivamente disordinata” ( CCC 2358), che i suoi atti “non possono in alcun caso essere approvati” (Persona Humana, VIII) e che le persone con questa tendenza sono chiamate a una speciale partecipazione alla croce ( CCC 2358).

In un certo senso, dovremmo essere grati per le testimonianze. Esse hanno manifestato in modo chiaro e definitivo che “il grande passo avanti” – come lo ha definito padre James Martin – con l’“ascolto” della Chiesa riguardo all’attrazione per lo stesso sesso è in realtà un movimento verso una rottura dottrinale. Come ha scritto il cardinale Willem Eijk per il National Catholic Register: “Il rapporto del Gruppo di Studio 9 contraddice fondamentalmente l’insegnamento morale cattolico… Questo rapporto deve essere confutato con forza” [vedi]. Il cardinale ci assicura che “numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero Romano”.

Ma cosa possiamo fare noi – fedeli comuni, senza autorità magisteriale – per difendere la Fede non solo da questo errore, ma anche da altri che probabilmente continueranno a emergere dai gruppi di studio sinodali? Cosa possiamo fare per combattere per il baluardo della verità (1 Timoteo 3,15)? Dobbiamo invocare la Madre della Chiesa con il titolo di distruttrice di tutte le eresie.

Senza voler giudicare, personalmente non ricordo di aver mai sentito un vescovo, un sacerdote o un diacono usare questo titolo pubblicamente. Spesso sembra suscitare (almeno) un leggero disagio tra i cattolici, perché è estraneo alla sensibilità moderna (come del resto la guerra spirituale in generale). Alcuni potrebbero persino considerare questa prospettiva sulla Madonna un'espressione "esagerata" che la Chiesa ha lasciato al passato in quest'epoca contemporanea e illuminata di dialogo. Tuttavia, questo titolo non è semplicemente devozionale, è magisteriale.

Diversi papi lo hanno usato, anche se con parole leggermente diverse. Pio V insegna che ella “ha distrutto da sola tutte le eresie” nella bolla papale Consueverunt Romani (1569). Pio VIII confessa che “ella sola ha vinto tutte le eresie” nell'enciclica Traditi Humilitati (1829). Gregorio XVI, in risposta al liberalismo e all'indifferentismo religioso, esortò la Chiesa ad alzare “gli occhi e le mani alla santissima Vergine Maria, che sola schiaccia tutte le eresie” nell'enciclica Mirari Vos (1832); invoca anche il suo “potere di porre fine a tutte le eresie” nell'enciclica Inter Praecipuas (1844). Pio IX insegna che ella “ha distrutto tutte le eresie” nella costituzione apostolica Ineffabilis Deus (che definiva l'Immacolata Concezione nel 1854) e che ha “ucciso tutte le eresie in tutto il mondo” nella lettera apostolica Quanta Cura (1864).

Leone XIII insegna che la Chiesa saluta la Madonna «come vincitrice del Maligno e di tutti gli errori» nell'enciclica Augustissimae Virginis Mariae (1897). Oltre al precedente riferimento nella sua condanna del modernismo, Pio X insegna che «ha sterminato tutte le eresie del mondo» nell'enciclica Ad Diem Illum (1904). Infine, citando il Breviario Romano nell'enciclica Ingravescentibus Malis (1937), Pio XI ricorda come i nostri padri si rivolsero a lei «unica che distrugge tutte le eresie del mondo» quando erano circondati dagli errori.

Si noti che non si tratta di omelie o osservazioni improvvisate, bensì di documenti di alto livello che abbracciano diversi pontefici. I cattolici hanno un disperato bisogno di ricordare che le nostre battaglie non sono semplici dibattiti teologici o scontri contro fazioni problematiche della politica vaticana. San Paolo, al contrario, afferma che essi sono «contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre» (Efesini 6:12). Dice anche che «le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno la potenza di Dio per distruggere le fortezze» (2 Corinzi 10:4). Questo titolo mariano, quindi, non solo ha potere nella verità che significa (come ha spiegato padre Paul Scalia), ma anche nell'essere stato forgiato dal magistero papale come spada spirituale (Efesini 6:17) per la Chiesa militante. Coloro che lottano con l'attrazione per lo stesso sesso sono miei fratelli e sorelle; non sono nostri nemici. Il Signore li ama, la Madonna li ama e io li amo. Essi «devono essere accolti con rispetto, compassione e sensibilità» (CCC 2358). Ma la vera accoglienza e la vera compassione consistono nell'accompagnare queste (e tutte) le persone sul cammino, spesso dolorosamente difficile, verso la castità, affinché anch'esse possano raggiungere la perfezione cristiana ( CCC 2359).

Questo accompagnamento non consiste nel confermare la condizione, bensì in un delicato ministero di guarigione nella verità (Luca 5:29-32; Giovanni 8:31-38) e nell'essere motivati ​​dalla carità, pur rimanendo inflessibili nella chiarezza dottrinale, anche di fronte a situazioni pastorali difficili e complesse. Date le considerazioni precedenti, questo tipo di ministero richiede necessariamente di combattere contro di esse e per esse (Efesini 6:18), resistendo al vero nemico (Efesini 6:11), che opera per impossessarsi di tutti noi (1 Pietro 5:8) con l'inganno di falsi insegnamenti (1 Timoteo 4:1; 2 Corinzi 11:3-4).

Le testimonianze del Sinodo non sono vincolanti; tuttavia, hanno rafforzato in modo drammatico errori che da decenni minano la Chiesa dall'interno (Atti 20:29-30). Questo scandalo dovrebbe essere il nostro grido di battaglia per la perseveranza nella preghiera. Il Signore vittorioso ci ha donato una madre che schiaccia il nemico con e sotto di Lui (Genesi 3,15). Ella desidera ardentemente esercitare questo potere per noi perché la guerra è combattuta contro i suoi figli (Apocalisse 12,17). Perciò, pregherò con ancora maggiore fervore per l'intercessione della Madonna sotto questo titolo. Quando cerchiamo la pace, la invochiamo come Nostra Signora della Pace. Quando cerchiamo la saggezza, invochiamo la Sede della Sapienza. In questo tempo di errore e confusione diffusi, dobbiamo invocarla come Nostra Signora, distruttrice di tutte le eresie.




*Nicolas Castelli è un fotografo cattolico di New York, sposato. Ha conseguito un master in studi teologici e sta frequentando un corso di perfezionamento post-laurea in teologia dogmatica.






Vescovo Suetta: “Tacere sulla fede cattolica non è carità”





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by Aldo Maria Valli 05 giu 2026


Vescovo Suetta: “Nel rapporto con i musulmani, tacere sulla fede cattolica non è carità”. E la rete dei convertiti applaude


di Edward Pentin

La St. Nicholas Tavelic Network (TavNet), rete che fornisce assistenza pastorale e sostegno a comunità clandestine di convertiti dalla fede musulmana a quella cristiana, ha dichiarato che le recenti parole di monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, sull’annuncio del Vangelo ai musulmani che vivono nel territorio diocesano, li hanno “incoraggiati moltissimo” e sono d’accordo con lui sul fatto che tacere sulla fede “non è carità” e che “un’identità cristiana chiara e visibile è assolutamente necessaria per evangelizzare i musulmani”.

Nella lettera pastorale del 24 maggio intitolata “Non c’è amore più grande”, il vescovo Suetta lancia un appello all’evangelizzazione dei musulmani. Il crescente numero di migranti musulmani nella regione – afferma – solleva interrogativi inevitabili, come ad esempio quale debba essere l’atteggiamento cristiano nei loro confronti e la necessità di conciliare il rispetto per la loro fede con l’esigenza di annunciare il Vangelo.

Suetta ha quindi deciso di proporre nella sua diocesi un “programma specifico di formazione e occasioni di incontro”, impegnandosi a testimoniare e annunciare il Vangelo ai musulmani che vivono nel territorio. “In questo modo conosceremo meglio la fede e la cultura dei musulmani che incontriamo ogni giorno” e “impareremo anche, in modo più consapevole, come esercitare il nostro dovere di battezzati, che è un compito d’amore e quindi di annuncio di Colui che è la salvezza dell’umanità”.

La presenza di comunità musulmane nelle regioni del mondo tradizionalmente cristiane è in aumento negli ultimi decenni. Non sono disponibili statistiche precise sulla crescita della popolazione musulmana nell’Italia storicamente cattolica, ma stime approssimative suggeriscono un raddoppio negli ultimi due decenni: da circa 800 mila nel 2006 a più di un milione e mezzo nel 2023. La popolazione musulmana in Europa è aumentata dal 2% al 6% tra il 1950 e il 2020, da 11 milioni a 45 milioni. Anche negli Stati Uniti il numero di musulmani è in costante crescita, dal milione e mezzo del 2000 a poco meno di quattro milioni e mezzo nel 2026.

La lettera pastorale del vescovo Suetta, sottotitolata “Sulla carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani che vivono nel nostro territorio”, coincide quest’anno con l’ottocentesimo anniversario della morte di san Francesco d’Assisi, che nel 1219 incontrò il sultano Al-Malik al-Kamil in Egitto. Il vescovo ricoda inoltre il sessantesimo anniversario, celebrato lo scorso anno, della dichiarazione interreligiosa “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II.

Ricordando l’incontro di san Francesco con il sultano, il vescovo Suetta afferma che il santo raccomandò ai suoi frati non di “impegnarsi in litigi o dispute” con i musulmani, ma di confessare la fede cristiana, risvegliare la fede nel Dio trino e dire loro che “devono essere battezzati e diventare cristiani” altrimenti non potranno entrare nel regno di Dio.

I frati non dovevano nascondere la propria fede, ma, al contrario, dovevano “manifestarla, prima di tutto attraverso la testimonianza della loro vita, che è più importante delle parole, come ripete l’uomo di Assisi in diversi scritti”.

Il vescovo esorta i suoi fedeli a concentrarsi sugli “aspetti che abbiamo in comune con i musulmani”, soprattutto nell’aiutare un mondo che “si sta allontanando dal suo Creatore”, poiché ciò può favorire opportunità di collaborazione nel sostenere una moralità che la società secolarizzata spesso rifiuta.

I musulmani che arrivano nei paesi occidentali, osserva il vescovo, tendono ad associare l’immoralità pubblica alla fede cristiana, e solo quando incontrano cristiani che offrono una testimonianza coerente si rendono conto che “la secolarizzazione è una corruzione del cristianesimo”. Con l’accoglienza e la testimonianza, “l’annuncio è già iniziato”, quini ecco l’importanza di parlare ai musulmani di Gesù Cristo con carità.

In passato – osserva il vescovo – la missione della Chiesa era ad gentes, rivolta ai non cristiani nei paesi a maggioranza non cristiana, “ma ora è giunto il momento di assumerci questa responsabilità qui in patria e, per noi, in particolare nei confronti degli immigrati musulmani”.

Suetta ribadisce l’insegnamento della Chiesa secondo cui le anime possono essere salvate solo attraverso Cristo, aggiungendo che trascurare la proclamazione di questa verità significherebbe “deridere la croce salvifica e la mediazione universale” del Signore, non che “tradire la nostra missione di battezzati”. Il vescovo usa l’analogia del non lanciare una corda per salvare un uomo che sta annegando, pensando che questi possa salvarsi da solo e sentirsi così più libero, quando in realtà “la corda è la liberazione”.

“Quanti musulmani che vivono tra i cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio e diranno: perché non mi avete gettato la corda? Perché non mi avete fatto conoscere la verità? Per questo motivo comprendiamo l’urgenza della missione che spinse san Paolo a esclamare: guai a me se non annuncio il Vangelo!”.

Secondo Suetta, la “corda” può essere utilizzata, in primo luogo, risvegliando l’interesse per la fede attraverso una vita di testimonianza e amore cristiano, e poi rispondendo alle domande “con gentilezza e riverenza”.

“Questo è uno choc per un musulmano, abituato a vedere Dio come più distante, come qualcuno a cui dobbiamo sottometterci, ma che non possiamo conoscere. Anche se Dio è irraggiungibile con le facoltà umane naturali, i cristiani sanno che in Gesù abbiamo la piena rivelazione del suo amore”.

Occorre mostrare ai musulmani che seguiamo Gesù non per paura di una punizione o per ottenere una ricompensa, ma per amore. I cattolici non sono schiavi, ma figli e figlie amati da Dio Padre attraverso suo Figlio. Questo movente d’amore “ci spinge a condividere con gli altri la grande gioia che il Figlio di Dio è venuto a salvarci e ci insegna ad amarci gli uni gli altri”, e c’è un solo modo per far capire agli altri che Dio è veramente amore: dimostrandolo con la propria vita.

“L’amore deve essere libero, pertanto la proclamazione del Vangelo ai musulmani deve essere condotta con il massimo rispetto per la loro libertà”.

I fedeli devono prendere sul serio il Grande Mandato: fare discepoli di tutte le nazioni, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Affidiamo alla Madonna, venerata anche dai musulmani, “questo desiderio di trasmettere l’amore di Dio a tutti, con la gioia e la forza che la Pasqua ci ha portato: Gesù Cristo è risorto, è veramente risorto”.

Numair R., responsabile della sezione britannica di TavNet, ha accolto con favore le parole del vescovo, dichiarando che molti credono che la missione verso i musulmani debba svolgersi solo nel mondo musulmano, “quando in realtà la missione è proprio qui, a due passi da noi”.

Numair concorda con il vescovo sul fatto che tacere sulla fede “non è carità”, e aggiunge che una forte identità cristiana è “assolutamente necessaria per evangelizzare i musulmani”, i quali credono che il cristianesimo sia la causa del degrado morale in Occidente.

Numair è d’accordo con il vescovo Suetta anche sul fatto che i musulmani devono comprendere che “la secolarizzazione è una corruzione del cristianesimo” e questo può avvenire solo attraverso autentici incontri con cattolici fedeli”.

Joseph L., responsabile della sezione francese di TavNet, afferma di sapere per esperienza che molti convertiti dall’Islam “non hanno bisogno di ambiguità e sottigliezze diplomatiche, ma di un accompagnamento serio, di una catechesi rigorosa, dei sacramenti e di una famiglia cattolica”. L’evangelizzazione “non deve mai essere coercitiva, ma nemmeno silenziosa”.

Numair conclude: “Ognuno di noi che collabora con TavNet pregherà per sua eccellenza il vescovo Suetta, per il successo del suo piano pastorale e affinché molti altri vescovi lo seguano”.

ncregister





venerdì 5 giugno 2026

Cappellani e armi, un ripassino per monsignor Savino



Per il vice presidente della Cei Savino, i cappellani militari non avrebbero dovuto partecipare alla parata militare del 2 giugno. La solita lettura “pacifista” contraddetta da molta dottrina cattolica a servizio della pace e dall'esempio di molti santi guerrieri.

Dottrina



La Chiesa pacifista è scesa in guerra in occasione della Festa della Repubblica celebrata il 2 giugno. Uno degli ufficiali più alto in grado di queste milizie ireniche è Mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei. Il casus belli è stato il seguente: i cappellani militari non dovevano sfilare nella parata militare sotto gli occhi del presidente della Repubblica.

Mons. Savino ha rilasciato queste dichiarazioni all’Ansa e a Repubblica: «L'articolo 11, che ripudia la guerra, resta una delle espressioni più alte della nostra storia democratica […]. In questa prospettiva, ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell'apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace […]. Conosco tanti cappellani militari, […] non poche volte raccolgo le loro confidenze e con esse la loro amarezza per trovarsi spesso fra due fuochi: quello di chi li vede custodi sacri del 'Signore degli eserciti' e chi invece li vede traditori del messaggio del vangelo della pace. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze. Il punto non è metterli in discussione, ma sottrarli a ogni equivoco celebrativo». In sintesi il pensiero di Mons. Savino è il seguente: da lodare il ruolo del cappellano nelle forze armate, ma guai ad associare questo ruolo alla guerra, perché ogni guerra è da ripudiare.

Un pensiero che non è cattolico. Infatti esiste la guerra di difesa che come tale è giusta. A dircelo è lo stesso Magistero. Catechismo della Chiesa Cattolica: «I pubblici poteri, in questo caso [laddove siano presenti tutte le condizioni previste per una guerra di difesa], hanno il diritto e il dovere di imporre [sic] ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale [corsivo nel testo]» (2310). Gaudium et spes: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra […] una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati […]. Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace» (79). Brano che è stato ripreso da Giovanni Paolo II nel documento Spirituali Militum Curae in cui disciplina in modo nuovo il ruolo dei cappellani militari.

Populorum progressio in merito alla guerra civile: «Sappiamo che l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie» (31). Libertatis conscientia, documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che riguarda sempre la guerra civile: «La lotta contro le ingiustizie non ha senso, se non è condotta con l'intento di instaurare un nuovo ordine sociale e politico in conformità con le esigenze della giustizia. […] Questi princìpi devono essere rispettati in modo speciale nel caso estremo del ricorso alla lotta armata, che il magistero ha indicato quale ultimo rimedio per porre fine a una ‘tirannia evidente e prolungata, che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocesse in modo pericoloso al bene comune di un Paese’» (78-79). Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Le esigenze della legittima difesa giustificano l'esistenza, negli Stati, delle forze armate, la cui azione deve essere posta al servizio della pace» (502).

Messaggio di Natale del 1948 di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d'impassibile neutralità. Chi potrà mai valutare i danni già cagionati in passato da una tale indifferenza, ben aliena dal sentire cristiano, verso la guerra di aggressione?» (28).

A testimoniare la liceità morale della guerra di difesa c’è anche uno stuolo di Santi militari, persone che la Chiesa ha canonizzato non “sebbene abbiano imbracciato le armi”, ma “anche perché le hanno imbracciate”: da San Giorgio a San Sebastiano, da San Ferdinando III di Castiglia a San Luigi IX di Francia per arrivare a Santa Giovanna d’Arco. Citiamo poi due santi che nell’immaginario collettivo sono l’incarnazione dello spirito pacifista cattolico, ma la cui biografia dice altro. Riportiamo parte del colloquio, tratto dalla Legenda major, tra San Francesco d’Assisi e il sultano Al-Kamil. Quest’ultimo così provoca il poverello: «Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male. [...] Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?». Risposta di Francesco: «Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: “Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te”. […] Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete». 

Poi abbiamo Padre Pio: «Noi siamo tutti chiamati a compiere il penoso dovere, rappresentato dalla guerra. Dobbiamo fare tutto il nostro dovere a seconda delle nostre forze, dobbiamo cooperare al bene comune, e renderci propizia la misericordia del Signore. L'ora solenne che la Nazione nostra attraversa non è un abbandono del cielo. La più grande misericordia di Dio è il non lasciare in pace con se stesse quelle Nazioni che non sono in pace con Dio» (Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I [1910-1922] a cura di M. da Poblatura e A. da Ripabottoni, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 2004).

Per chiudere citiamo il Fondatore della Chiesa cattolica: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt, 10, 34); «chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» (Lc, 22,36). Sempre nel Vangelo di Matteo scopriamo poi che, con atteggiamenti poco pacifisti, un Re, i cui servi furono uccisi proprio dagli invitati alle nozze del figlio, «mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (Mt. 22, 7).

Mons. Savino forse, per sensibilità personale, non si lascia molto persuadere da fonti cattoliche, Vangelo incluso. Allora ne prendiamo una laica, laicissima, la stessa che lui ha citato, l’art. 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dunque l’Italia ripudia la guerra solo quando è usata come strumento di offesa e non di difesa.

E, quindi, è lodevole che i cappellani militari, che sono loro stessi militari, abbiano sfilato insieme ai loro colleghi? Sì. Così come è lodevole che benedicano le armi, se armi poste al servizio della pace.





Sinodalità e Magnifica humanitas: la liturgia resta fuori dal prossimo concistoro di Leone XIV



Per lasciar spazio alla Magnifica humanitas e ad un aggiornamento sul processo sinodale, Leone rimuove la liturgia anche dal concistoro di giugno (Vatican.news). La liturgia era una delle quattro opzioni che i cardinali avrebbero dovuto discutere a gennaio [qui], e non essendo stata scelta in quell'occasione, si presumeva che sarebbe stata affrontata a giugno. Ora sembra che Leone non abbia alcun particolare desiderio di esaminarla con il collegio cardinalizio che intende convocare ogni anno: è stata completamente rimossa dal programma. La decisione fa molto discutere, poiché ancora mancano direttive chiare sul destino della Messa antiquior. Nonostante Leone continui nelle catechesi sulla Sacrosanctum Concilium nelle udienze generali e a invitare i fedeli a riscoprire la bellezza e il valore dei simboli liturgici, il papa - e dunque anche il vertice cardinalizio - ancora una volta accantonano i delicati temi del rito e della tradizione. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.


5 giugno 2026



Il prossimo concistoro convocato da papa Leone XIV per i giorni 26, 27 e 29 giugno sarà caratterizzato dalla riflessione sulla situazione internazionale, dallo studio dell’enciclica Magnifica humanitas e da un aggiornamento sul processo sinodale. Lo si evince da una lettera inviata il 3 giugno dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, a tutti i cardinali partecipanti.

Nella lettera il porporato afferma che il Santo Padre desidera che l’incontro sia uno spazio di ascolto reciproco, discernimento e approfondimento comune sulle sfide che la Chiesa affronta attualmente. L’obiettivo è raccogliere l’esperienza dei cardinali sparsi in tutto il mondo e favorire uno scambio franco di opinioni su questioni rilevanti per la vita ecclesiale.

Quattro grandi temi per il concistoro

La prima sessione sarà dedicata a una riflessione condivisa sulla situazione internazionale e sulla realtà delle Chiese locali. I cardinali saranno invitati a esporre le principali sofferenze, tensioni e sfide che attualmente riguardano i popoli e le comunità ecclesiali sotto la loro responsabilità, nonché i segni di speranza e riconciliazione che ritengono più significativi.

La seconda e la terza sessione ruoteranno attorno all’enciclica Magnifica humanitas, pubblicata di recente da Leone XIV. Il Vaticano ha messo a disposizione dei partecipanti materiali di lavoro specifici per preparare le discussioni.

Nella seconda sessione si affronterà in particolare il capitolo quinto del documento, intitolato «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore». La lettera sottolinea che l’enciclica analizza la crescente polarizzazione e conflittualità del mondo contemporaneo e ricorda che la pace non costituisce soltanto un ideale morale, ma una condizione essenziale per lo sviluppo dei popoli.

Il testo segnala inoltre che i cardinali saranno invitati a riflettere su come riaffermare oggi il principio del «superamento della teoria della guerra giusta», cioè il superamento della teoria della guerra giusta, un’espressione che la stessa enciclica considera frequentemente invocata per giustificare conflitti armati.

L’enciclica come asse del pontificato

La terza sessione approfondirà la proposta centrale di Magnifica humanitas: interpretare le trasformazioni culturali e sociali del nostro tempo alla luce del Vangelo per orientare lo sviluppo umano integrale.

La rilevanza attribuita all’enciclica durante il concistoro conferma che il documento è diventato uno dei principali assi programmatici del pontificato di Leone XIV. Non si tratta soltanto di una riflessione dottrinale, ma di un testo che il Papa vuole trasformare in riferimento per l’azione pastorale e il discernimento della Chiesa nei prossimi anni.

Infine tornerà sul tavolo il processo sinodale

L’ultima sessione includerà un aggiornamento sul processo di applicazione del Sinodo e sulla preparazione delle assemblee previste per il 2027 e il 2028. I cardinali riceveranno informazioni sulle diverse fasi, criteri e strumenti che si stanno sviluppando per continuare il cammino sinodale.

Successivamente avrà luogo un dialogo libero tra i membri del Collegio cardinalizio e il Papa, con interventi brevi di tre minuti per partecipante.

Le sessioni contrastano con l’assenza di altri temi che avevano suscitato interesse dopo il primo concistoro del pontificato. Allora, i cardinali optarono per concentrare i loro lavori sulla sinodalità e sulla missione evangelizzatrice, lasciando fuori questioni come la liturgia e la riforma della Curia.

Concistoro e creazione di nuovi metropoliti

La lettera ricorda altresì che il concistoro si celebrerà i giorni 26 e 27 giugno nell’Aula Paolo VI e nell’Aula del Sinodo. I lavori si concluderanno il 29 giugno nella basilica di San Pietro, durante la solennità dei santi Pietro e Paolo.

Proprio quel giorno, alle 9:30 del mattino, Leone XIV presiederà la solenne celebrazione eucaristica nella Basilica Vaticana, durante la quale benedirà i pallii e imporrà personalmente questa insegna liturgica ai nuovi arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno.

L’imposizione del pallio costituisce uno dei momenti più significativi della solennità dei santi Pietro e Paolo. Questa fascia di lana bianca, adornata con croci nere, simboleggia la comunione degli arcivescovi metropoliti con il Successore di Pietro e la responsabilità pastorale che esercitano sulle Chiese particolari affidate alla loro cura.

La convocazione riflette il desiderio del Papa di trasformare i concistori in autentici spazi di consultazione e discernimento collegiale, nei quali i cardinali possano apportare l’esperienza delle Chiese particolari e collaborare più strettamente nell’orientamento del governo universale della Chiesa.





giovedì 4 giugno 2026

Consenso informato, passa la Legge Valditara: vittoria per le famiglie



Il Ministro Valditara - Imagoeconomica


Approvazione definitiva, in Senato, del Ddl Valditara, che obbliga le scuole a ottenere il consenso dei genitori per la partecipazione dei figli ad attività svolte in classe su sessualità e affettività.

Libertà


Lorenzo Bertocchi, 04 Giugno 2026 

Una vittoria netta e decisamente pesante per la libertà educativa delle famiglie italiane. Non si può definire altrimenti l’avvenuta approvazione, in Senato, del Ddl Valditara, che obbliga le scuole a ottenere il consenso dei genitori per la partecipazione dei figli ad attività svolte in classe su sessualità e affettività. Il via libera – avvenuto con con 78 voti favorevoli e 38 contrari – segna un passaggio chiave di questa legislatura, almeno per quanto concerne i valori non negoziabili.

Il disegno di legge infatti prevede che ogni attività curricolare o extracurricolare per le medie e le superiori che metta a tema sessualità e affettività, relazioni e orientamento sessuale esiga il consenso delle famiglie, messe in condizioni di conoscere argomenti, risorse e esperti coinvolti nei progetti. Il testo mette ordine in una materia particolarmente cruciale a partire dal principio sancito dalla nostra costituzione all'articolo 30 che stabilisce che «è dovere e diritto dei genitori istruire ed educare i figli».

Se dunque il primato, non l'esclusiva, spetta alla famiglia, su temi tanto delicati e preziosi, è più che coerente che madri e padri siano esplicitamente chiamati a decidere. E se famiglia o studente decidono di non partecipare, una volta valutati contenuti e modalità dei progetti? In quel caso la scuola è tenuta a prevedere attività formative alternative, che non siano trovate estemporanee ma attività già inserite a questo scopo nel piano triennale dell'offerta formativa. Tornando ad oggi, molti che hanno a cuore il bene dei ragazzi, e quindi la libertà educativa che vede nella famiglia il principale protagonista, non possono che esultare.

Veniamo infatti da ormai diversi anni nei quali si è assistito, lungo la penisola, a tentativi più o meno riusciti – all’insegna di progetti gender o “contro il bullismo”, almeno a parole - di scavalcare le famiglie per quanto concerne il loro primato educativo. Che, con l’approvazione definitiva del ddl Valditara, viene invece ristabilito a chiare lettere. Il mondo dell'associazionismo esprime soddisfazione, lo fa il network Ditelo sui tetti e anche Pro Vita & Famiglia che ha comprensibilmente accolto con una esultanza l’approvazione di questa norma.

«È una giornata storica, come questa legge che mette un freno all’indottrinamento ideologico nelle scuole e restituisce ai genitori il diritto di priorità educativa. Una vittoria per tutte le famiglie italiane e che sentiamo nostra, dopo 13 anni di battaglie per la libertà educativa», ha commentato infatti Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione Pro Vita & Famiglia. In effetti, riesce difficile non cogliere l’importanza di questo passaggio parlamentare che – unitamente all’approvazione del reato universale per l’utero in affitto – segna probabilmente il passaggio valoriale più forte, da parte della maggioranza di centrodestra.

«La norma non introduce divieti né limita la libertà di insegnamento o la proposta di progetti scolastici, prevede semplicemente che in presenza di attività inerenti il tema della sessualità le famiglie siano preventivamente informate sui contenuti trattati e sugli eventuali soggetti esterni coinvolti. – afferma Elena Fruganti referente Educazione del Network Ditelo sui tetti – Il provvedimento approvato va nella direzione della trasparenza, della corresponsabilità educativa e del dialogo. Una scuola forte non teme il coinvolgimento dei genitori, ma lo considera una risorsa essenziale».

Non resta che augurarsi, alla luce di un simile traguardo, che la barra venga tenuta dritta anche su altri delicati versanti: su tutti, quello di una legge sul fine vita che, se andasse in porto, rischierebbe probabilmente di arrecare danni enormi alla difesa delle esistenze più fragili e allo stesso diritto di curare fino alla vita ogni vita. Intanto, però, oggi si può brindare a questa approvazione e alla consolidata libertà educativa delle famiglie.






Don Divo Barsotti, profeta contro la dissoluzione del sacro



A vent'anni dalla morte la voce del sacerdote toscano ricorda il primato di Dio a un cattolicesimo sociologizzante. Egli intuiva il rischio di una Chiesa svuotata del Mistero, perché il vero dramma dell’Occidente moderno non è politico o morale ma metafisico: la perdita del senso dell’eterno.


Ventennale
Ecclesia


Marino Pagano,  04-06-2026

Mentre una parte sempre più ampia del cattolicesimo contemporaneo sembra inseguire il linguaggio delle categorie culturali della modernità, riducendo spesso la fede a discorso sociale, psicologico o umanitario, la figura di don Divo Barsotti torna oggi con una forza quasi "scandalosa". A vent’anni dalla sua morte, il sacerdote toscano appare infatti come una delle voci più radicali e profetiche del Novecento cattolico: un uomo che aveva intuito con impressionante lucidità il rischio mortale di una Chiesa progressivamente svuotata del senso del Mistero, della trascendenza e della centralità assoluta di Dio. Molto prima che la crisi della fede diventasse evidente anche statisticamente — nel crollo delle vocazioni, nella desertificazione liturgica, nella perdita della coscienza sacrale —, Barsotti aveva già individuato il nucleo profondo del problema: il cristianesimo occidentale stava smarrendo Dio mentre continuava a parlare dell’uomo (e solo dell'uomo).

Nel 2026 ricorre il ventesimo anniversario della morte di don Divo (1914–2006), sacerdote, mistico, predicatore e fondatore della Comunità dei Figli di Dio. Figura difficilmente classificabile negli schemi ecclesiastici contemporanei, Barsotti attraversò il Novecento senza appartenere realmente a nessuna scuola teologica o corrente ideologica. Estraneo al progressismo ecclesiale nato nel postconcilio, ma al tempo stesso lontano da ogni sterile "archeologismo", sviluppò una riflessione spirituale centrata interamente sul primato di Dio e sulla necessità di restituire alla vita cristiana il senso dell’eterno. La sua opera — composta da oltre centocinquanta volumi tra diari, meditazioni bibliche, commenti liturgici e saggi spirituali — non costituisce un sistema teologico nel senso accademico del termine, ma una testimonianza continua dell’irruzione del mistero nella vita dell’uomo.

Ordinato sacerdote nel 1937, Barsotti maturò sin da giovane una profonda attrazione per la grande tradizione mistica della Chiesa e per il cristianesimo orientale. In particolare, la spiritualità russa esercitò su di lui una influenza decisiva. Nel libro Cristianesimo russo, pubblicato nel 1948, egli riconobbe nell’Oriente cristiano la custodia di una dimensione contemplativa che l’Occidente moderno sembrava avere progressivamente sacrificato all’attivismo, all’organizzazione e alla razionalizzazione della vita ecclesiale. Barsotti intuiva che una Chiesa troppo assorbita dall’efficienza e dall’azione avrebbe inevitabilmente finito per perdere il senso della trascendenza. La crisi contemporanea, ai suoi occhi, non derivava anzitutto dalla diminuzione della pratica religiosa o dalla secolarizzazione sociale, ma da una crisi molto più profonda: l’incapacità dell’uomo moderno di percepire il mistero stesso. Il problema era dato essenzialmente dalla cultura materialista, infiltratasi nel cattolicesimo.

Dopo il trasferimento a Firenze nel secondo dopoguerra — favorito anche dal rapporto con Giorgio La Pira —, fondò nel 1947 la Comunità dei Figli di Dio, esperienza ecclesiale nata per vivere una radicale consacrazione centrata esclusivamente sulla ricerca di Dio. In un’epoca nella quale il cattolicesimo italiano tendeva sempre più a identificarsi con strutture organizzative, presenza politica e mobilitazione sociale, Barsotti proponeva invece una forma di “monachesimo interiorizzato”: una vita totalmente orientata all’assoluto di Dio, vissuta anche nel mondo ma senza appartenere spiritualmente al mondo.

Questo primato dell’esperienza spirituale costituisce la chiave di tutta la sua opera. Barsotti non elaborò mai una teologia sistematica secondo i modelli della manualistica moderna. La sua riflessione nasceva dalla preghiera, dalla liturgia e da una esperienza intensissima della presenza divina. In lui la teologia non è mai semplice costruzione concettuale: è partecipazione al mistero. Per questo la sua scrittura si colloca molto più vicino alla tradizione dei grandi mistici cristiani — Giovanni della Croce su tutti — che alla teologia accademica contemporanea, sempre più spostata su canali dialettici e speculativi estranei alla autentica spiritualità cristiana.

Uno dei nuclei centrali del suo pensiero riguarda l’attualità ontologica dell’evento cristiano. Cristo non è, per Barsotti, una figura del passato o il fondatore remoto di una religione storica. Egli è presenza reale, viva e operante nel tempo della Chiesa. In opere come Il mistero cristiano e la Parola di Dio o La fuga immobile, Barsotti insiste sul fatto che il cristianesimo vive della contemporaneità del mistero: l’eterno entra realmente nel tempo e continua a rendersi presente nella liturgia e nei sacramenti. L’Eucaristia occupa qui una posizione decisiva. La Messa non è commemorazione simbolica della Passione ma attualizzazione reale del sacrificio di Cristo. Nei suoi Diari, Barsotti parla frequentemente della liturgia come ingresso nell’“Atto eterno del Cristo”, nella sua obbedienza filiale al Padre.

È precisamente alla luce di questa concezione sacrale della fede che va compresa la sua crescente inquietudine verso gli sviluppi ecclesiali del postconcilio. Barsotti non contestò il Concilio Vaticano II in sé ma vide con straordinaria lucidità le degenerazioni interpretative che seguirono alla sua ricezione. Quello che più lo colpiva era la progressiva antropocentrizzazione del cattolicesimo contemporaneo: Dio sembrava arretrare dal centro della vita ecclesiale per lasciare spazio all’uomo, alla sociologia, alla politica, alla psicologia e all’efficienza pastorale.

Particolarmente dura fu la sua critica alla desacralizzazione liturgica. Barsotti percepiva che molte riforme e molte prassi nate nel clima postconciliare rischiavano di dissolvere il senso dell’adorazione e del mistero. La banalizzazione simbolica, l’abbandono del silenzio, la perdita della verticalità del culto e la riduzione dell’Eucaristia a semplice momento assembleare rappresentavano, ai suoi occhi, il segno di una crisi teologica ben più profonda. Quando il culto resta solo espressione della comunità per sé, invece che adorazione reale di Dio, il cristianesimo perde inevitabilmente il proprio centro soprannaturale.

La sua critica si estendeva anche alla progressiva mondanizzazione della Chiesa. Nel tentativo di dialogare con la modernità, larga parte del cattolicesimo occidentale sembrava secondo Barsotti aver finito per assorbirne inconsapevolmente le categorie fondamentali: il primato dell’uomo, il funzionalismo, l’orizzontalismo, la riduzione del reale a ciò che è empiricamente verificabile. In questo processo, il cristianesimo rischiava di trasformarsi in una forma di umanesimo religioso privo di trascendenza.

Per Barsotti il vero dramma dell’Occidente moderno non era politico o morale ma metafisico: l’uomo contemporaneo aveva smarrito il senso dell’eterno. In opere come Dio e l’uomo emerge con chiarezza questa diagnosi spirituale della modernità. La secolarizzazione non consiste soltanto nell’abbandono della religione ma nella perdita stessa della capacità di percepire il mistero. Per questo Barsotti insiste continuamente sulla necessità della contemplazione, dell’adorazione e del silenzio. Solo una Chiesa che torna a inginocchiarsi davanti a Dio può ritrovare la propria identità.

A vent’anni dalla sua morte, don Divo Barsotti appare dunque come una figura profetica di impressionante attualità. In un tempo segnato dalla crisi della fede, dalla dissoluzione del sacro e dalla trasformazione del cristianesimo in fenomeno culturale o sociale, la sua voce continua a richiamare la Chiesa all’essenziale: Dio o nulla. È probabilmente questa radicalità a rendere ancora oggi la sua opera così scomoda e così necessaria. Perché Barsotti ricorda incessantemente una verità che il cattolicesimo contemporaneo sembra spesso temere di pronunciare: la Chiesa vive soltanto se rimane totalmente orientata all’eterno e muore spiritualmente ogni volta che cerca di diventare semplicemente una istituzione del mondo.





Corpus Domini 2026: la fede confinata a fatto privato. Quando la secolarizzazione viene controfirmata dai Vescovi







di Fabio Vessillifero

I Pastori in fuga e il Mistero confinato: la resa di Roma e Milano

Il panorama liturgico ed ecclesiale di questa solennità del Corpus Domini 2026 offre alla nostra riflessione due dati di cronaca di una certa gravità, che non possono in alcun modo essere liquidati come semplici variazioni di calendario o scelte dettate da contingenza e opportunità logistica, ma che si configurano come veri e propri sintomi di una crisi da decifrare. Da un lato, assistiamo alla decisione del Papa di non presiedere la storica e solenne processione cittadina nella sua Diocesi di Roma, lasciando la Cattedra del Laterano per un viaggio apostolico in Spagna proprio nei giorni in cui la Città Eterna sarebbe stata chiamata a stringersi visibilmente attorno al suo Vescovo per proclamare la Signoria del Risorto nelle sue strade. Dall’altro, nella metropoli di Milano, l’Arcivescovo e la Curia ambrosiana hanno stabilito che la tradizionale processione diocesana non percorrerà le vie della città, ma si svolgerà interamente all’interno delle navate del Duomo, adducendo come motivazione le complessità del traffico, la congestione turistica e la ricerca di un maggiore raccoglimento.

Il Diritto Canonico declassato a fastidio burocratico

Nel quadro di questa duplice ritirata liturgica da parte delle due principali Cattedre vescovili d’Italia, l’omissione più profonda e problematica investe direttamente la sfera della normativa ecclesiastica, poiché le decisioni di lasciare vuota la cattedra romana e di recludere la processione ambrosiana entro le mura del Duomo entrano in aperta e stridente tensione con il quadro normativo che la Chiesa stessa si è data per custodire la natura pubblica e gerarchica del culto eucaristico. Il Codice di Diritto Canonico, in particolare al canone 944, stabilisce con assoluta precisione che spetta al Vescovo diocesano determinare le disposizioni circa lo svolgimento delle processioni per provvedere alla loro dignità e alla devozione dei fedeli, intenzionando tale atto non come una devozione privata ma come una pubblica testimonianza di venerazione verso la santissima Eucaristia da compiersi attraverso le pubbliche vie. La prassi liturgica universale e il Caeremoniale Episcoporum esigono la presenza del Pastore precisamente come epifania visibile della Chiesa locale unita al suo principio di unità ontologica. Sottraendo la figura del Vescovo alla presidenza del popolo in cammino, o alterando la natura stessa della processione — che per definizione canonica e teologica deve percorrere le strade del secolo per santificarle —, si assiste a una preoccupante svalutazione della norma giuridica. Il diritto nella Chiesa non è mai un mero formalismo burocratico o una sovrastruttura positiva, ma è la forma visibile della verità teologica e dell’ordine ecclesiologico; indebolire queste disposizioni per assecondare le pretese del mondo significa privare la legge canonica della sua forza precettiva proprio laddove essa è posta a difesa e custodia del Mistero più grande.

L’auto-ghettizzazione sul dettato del mercato: quando il mondo sfratta il Creatore


Questa rinuncia alla manifestatione pubblica del mistero eucaristico si configura come un silenzioso ma devastante cedimento strutturale dinanzi alle istanze più aggressive della secolarizzazione. Quando la Chiesa accetta di sottrarre il Divino Sacramento allo sguardo della polis, giustificando tale ritirata con il pretesto del caos urbano o del disturbo alla fluidità dei consumi (ad es. il turismo), essa non sta semplicemente proteggendo il sacro dal profano, ma sta di fatto eseguendo il verdetto di quel laicismo ideologico che esige la reclusione della fede nell’orizzonte claustrale della pura soggettività. Si consuma così un vero e proprio capovolgimento teologico e metafisico: non è più la Presenza Reale che investe, redime e santifica lo spazio e il tempo degli degli uomini, ma è il ritmo immanente del mercato che detta le condizioni di visibilità al Creatore, esiliandolo laddove non possa turbare il sonno profondo di una società anestetizzata dal consumo e dalla produzione.

La fabbrica degli automi senz’anima: lo sradicamento della persona e il trionfo del nichilismo

Tale ritirata non ferisce soltanto la pietà del popolo cristiano, ma assesta un colpo severo all’edificio stesso dell’antropologia e del diritto naturale. La dignità intrinseca della persona umana, infatti, non trova la sua giustificazione ultima in un contratto sociale negoziabile o nelle concessioni fluttuanti del potere statale, bensì nel suo legame ontologico e costitutivo con il Trascendente. L’uomo è persona precisamente perché sussiste in una relazione verticale con l’Assoluto. Quando la signoria di Cristo sulla storia e sulla creazione viene occultata e rimossa dalle piazze, l’antropologia si appiattisce inevitabilmente sul dato biologico o funzionale, riducendo l’essere umano a un ingranaggio anonimo, a un automa senza anima, totalmente manipolabile da un sistema che lo vuole privo di radici, orfano di memoria e spogliato di ogni tensione verso l’Eterno. La cancellazione della regalità sociale di Cristo non può che aprire così la strada al nichilismo più radicale, lasciando l’individuo atomizzato e indifeso di fronte alle logiche della pura utilità economica o dell’edonismo.

L’invincibile carne del Mistero: la densità del Dogma spezza le catene

Eppure, contro questa metodica opera di sradicamento che vorrebbe isterilire la civiltà privandola della sua sorgente feconda — quella stessa fede eucaristica che nei secoli ha edificato ospedali e università, assistito i poveri e i marginalizzati, ispirato le vette supreme dell’arte, delle cattedrali e del canto polifonico e gregoriano —, insorge la densità oggettiva del dogma cattolico. L’Eucaristia non è un vago simbolo archetipico o un’astrazione intellettuale, ma è il Sacrificio incruento dell’altare, l’attualizzazione vera, reale e sostanziale del mistero della Redenzione. In quel frammento di Pane azzimo, per la forza della transustanziazione, risiede il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Questa realtà ontologica possiede una forza d’urto invisibile ma invincibile, che sfugge completamente alle categorie sociologiche e ai piani di controllo geopolitico. Un’ideologia ha bisogno di propaganda per sopravvivere, mentre il Sacramento agisce per la sua stessa intrinseca potenza divina, ex opere operato. Finché un solo sacerdote celebrerà il Santo Sacrificio e finché anche un solo fedele piegherà le ginocchia in adorazione davanti all’Ostensorio, la pretesa totalitaria del mondo contemporaneo di possedere interamente l’uomo sarà spezzata. La carne viva del mistero eucaristico grida la verità dell’uomo contro ogni finzione tecnocratica, custode eterna di quella Trascendenza che nessuna forza immanente potrà mai definitivamente confinare, ammutolire o cancellare dalla storia.

La Processione del Corpus Domini come esequie del nichilismo contemporaneo

La processione del Corpus Domini non è il relitto di un passato, ma è semmai l’anticipazione delle esequie di quel mondo immanentista e tecnocratico che si crede immortale e che invece sta consumandosi da se stesso nel proprio nichilismo.

C’è un contrasto ontologico assoluto in questa immagine. Da una parte abbiamo l’illusione ottica delle élite globaliste e del mercato, che marciano apparentemente trionfanti con i loro ritmi frenetici, ma che in realtà celebrano ogni giorno il proprio vuoto, consumando beni e uomini fino all’annientamento del senso. Dall’altra parte, il popolo cristiano che cammina dietro l’Ostensorio compie un atto di supremo realismo: porta nelle strade l’unica Realtà che non passa, l’unico Pane che non si consuma ma nutre per l’Eternità.

La processione diventa così l’annuncio profetico del crollo dell’idolo. Mentre la società dei consumi divora se stessa nel tentativo di anestetizzare la sete di infinito della persona, il passaggio del Sacramento per le vie del secolo stende un velo pietoso sulla cenere di quel mondo immanentista. Camminare dietro Cristo non è un rifugio nostalgico, ma l’atto di presenza della Chiesa al funerale della modernità liquida. È la proclamazione che, quando le luci della festa del mercato si saranno definitivamente spente nel buio del nulla che hanno generato, l’unica carne che rimarrà viva e splendente sarà quella del Verbo Incarnato, sorgente indistruttibile della dignità dell’uomo e della creazione.





Fine vita: stop dal Centro-Destra. Il disegno di legge ritorna in commissione







di Sabino Paciolla, 04-06-2026

Il 3 giugno 2026 il Senato ha fatto la cosa giusta. Con 88 voti favorevoli e 59 contrari, l’Aula di Palazzo Madama ha approvato la questione sospensiva presentata da Fratelli d’Italia sul disegno di legge Bazoli, rimandando il testo nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità. Una decisione che ha provocato le prevedibili proteste delle opposizioni, ma che merita di essere letta per quello che è: un atto di responsabilità istituzionale di fronte a una materia molto divisiva.

Un testo che non convince

Il ddl Bazoli, sottoscritto da Pd, M5S e AVS, è un tentativo di presentare una risposta alle sentenze della Corte Costituzionale. In realtà, il testo delle opposizioni sconta una ambiguità di fondo che non può essere liquidata con l’accusa di ostruzionismo: dove finisce il suicidio medicalmente assistito e dove inizia l’eutanasia?

Non è una domanda retorica. È il cuore del problema. E il fatto che il confine resti sfumato nel testo Bazoli è una ragione sufficiente per non votarlo così com’è. Lo riconosce, tra le righe, persino Stefania Craxi di Forza Italia, quando ammette che il ddl Bazoli «è difficilmente in grado di trovare una maggioranza in quest’Aula» e che il testo della maggioranza «non è ancora pronto». Se nessuno dei due testi soddisfa, meglio fermarsi. Magari per sempre, visto il tema scivoloso e rischioso.

Il nodo irrisolto dell’autosomministrazione

Prima del passaggio in Aula, come riporta Open (qui), le commissioni avevano ascoltato l’Istituto superiore di sanità e il Cnr, che con il presidente Andrea Lenzi ha spiegato in una lettera che «allo stato attuale» non risultano reperibili dispositivi con marchio Ce per l’autosomministrazione di farmaci nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita da parte di persone immobilizzate o comunque impossibilitate ad autosomministrarsi il farmaco letale. Aggiungendo che non risultano inoltre progetti allo studio o in fase di implementazione relativi a quei dispositivi.

Il punto tecnico sollevato nel corso delle audizioni non è un pretesto, come vogliono far credere le opposizioni. Il presidente della commissione Sanità Francesco Zaffini ha posto una questione concreta: cosa succede ai pazienti affetti da patologie neurodegenerative gravi, capaci solo di movimenti minimi come il controllo oculare? Se manca un atto direttamente riconducibile alla volontà del paziente, il rischio di scivolare dall’assistenza al suicidio verso qualcosa di più vicino all’eutanasia attiva è reale, non teorico.

Queste comunicazioni hanno sollevato l’indignazione dell’opposizione che hanno riportato il caso di Libera, la donna toscana che ha utilizzato un dispositivo a comando oculare costruito dal CNR.

Ma proprio questo esempio dimostra la fragilità del quadro normativo attuale: si procede caso per caso, con dispositivi costruiti artigianalmente, senza una regolamentazione chiara. Approvare una legge che lascia aperte queste ambiguità non è un progresso. È un rischio.

La pendenza verso l’eutanasia

Chi ha seguito l’evoluzione legislativa in altri Paesi europei sa come funziona questo meccanismo. Si inizia con criteri rigorosi e casi limite. Poi, progressivamente, i criteri si allargano, le eccezioni diventano regola, e ciò che era impensabile diventa ordinario. Il Belgio e i Paesi Bassi ne sono l’esempio più eloquente, con l’eutanasia estesa nel tempo a minori, a pazienti psichiatrici, a persone che soffrono non di malattie terminali ma di “stanchezza di vivere”. Non parliamo poi del Canada, dove si contano già circa 100.000 casi di suicidio. Su questa materia abbiamo ci siamo soffermati con numerosi articoli (leggi qui).

Il ddl Bazoli non arriva a tanto, almeno sulla carta. Occorre però essere chiari e onesti: una legge sul suicidio assistito, anche se approvata con tutti i necessari argini normativi, diventerebbe inevitabilmente il primo gradino di quella scala che porta all’eutanasia. Non è allarmismo, ma la lezione che emerge dalla storia legislativa recente di numerosi Paesi in cui norme di questo tipo sono state introdotte negli ultimi anni. Non vorremmo che l’Italia fosse il prossimo.

Il caso di Lucia e la strumentalizzazione del dolore


La morte in Svizzera di Lucia, 80 anni, triestina, affetta da patologia neurodegenerativa, è una vicenda dolorosa che merita rispetto. Usarla come argomento politico per forzare i tempi parlamentari è invece operazione discutibile. Il dolore individuale è reale, tuttavia le leggi devono non solo rispettare le persone ma difendere e tutelare la vita umana dalla nascita alla morte naturale. Questo ci insegna la Dottrina sociale cattolica, quel condensato di saggezza della Chiesa, illuminata dalla luce della fede.

Lavorare bene, non lavorare in fretta


Il capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan ha chiarito che l’obiettivo non è «procrastinare i tempi», ma trovare «una soluzione su questa materia così delicata». Marta Craxi ha fissato l’orizzonte: tornare in Aula prima dell’estate con un testo condiviso. Avremmo preferito che la senatrice Craxi avesse assunto una posizione diversa; purtroppo è andata altrimenti. Proprio nel suo primo impegno da capogruppo, ha scelto infatti di ripescare uno dei disegni di legge più deleteri che si potessero immaginare.

Ci auguriamo che questo testo venga definitivamente sepolto, come merita.






mercoledì 3 giugno 2026

Lo scandalo degli embrioni inviati nello spazio dalla Cina



Embrioni crioconservati in un laboratorio francese 
presso l'ospedale La Conception di Marsiglia (foto Ansa)


La Cina spedisce sulla sua stazione spaziale un lotto di embrioni “sintetici” per un esperimento e i media applaudono. Nessuno ricorda che un embrione “sintetico” ha un genoma umano e che per realizzarlo bisogna distruggerne uno “naturale”


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Di Leone Grotti, 03 Giugno 2026

Sarà la noia, l’appetito transumano del regime comunista o l’irrefrenabile voglia degli scienziati cinesi di manipolare l’essere umano. Sta di fatto che la Cina ha deciso di lanciare nello spazio, direzione stazione spaziale Tiangong, un lotto di embrioni “sintetici”. L’obiettivo dell’inedito esperimento è valutare se e come lo sviluppo umano venga influenzato dall’assenza totale o parziale della gravità.

La Cina mette le mani avanti

Non c’è niente di male, mette le mani avanti il responsabile del progetto, Yu Leqian, ricercatore presso l’Istituto di zoologia dell’Accademia cinese delle scienze. «Questi non sono embrioni umani reali e non possono svilupparsi in un individuo», neanche se venissero impiantati in un utero femminile perché si tratta di embrioni “sintetici”, che possono soltanto replicare alcune caratteristiche dell’iniziale sviluppo di un essere umano.

È una ricerca molto interessante, fanno eco i media internazionali come Newsweek, soprattutto in un momento storico in cui diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti, stanno ipotizzando di fondare basi o piccole città sulla Luna o su Marte.

Dalla Terra allo spazio e ritorno

L’esperimento guidato da Yu durerà cinque giorni: gli embrioni “sintetici” arrivati nello spazio saranno sviluppati artificialmente, poi congelati e spediti indietro sulla Terra per essere analizzati dalla squadra di ricercatori cinesi. «Paragonando lo sviluppo nello spazio e sulla Terra, speriamo di riuscire a identificare i fattori che influenzano la crescita degli embrioni in un ambiente spaziale».

Gli embrioni che faranno da cavie, una volta analizzati al rientro sulla Terra, sempre che riescano a restare integri nel viaggio spaziale, verranno ovviamente distrutti. Ma tanto, ribadiscono Yu Leqian e i media in coro, si tratta di embrioni “sintetici”, mica di embrioni veri.


La navicella spaziale con equipaggio Shenzhou-23 
si aggancia alla porta radiale del modulo centrale Tianhe
 della stazione spaziale Tiangong il 25 maggio (foto Ansa)


Gli embrioni “sintetici” provengono da embrioni umani “naturali”

Non è proprio così. Il termine “sintetico” in questo caso suggerisce un’idea assolutamente fuorviante. Gli embrioni in questione non provengono dall’incontro di uno spermatozoo e un ovocita, è vero, ma da cellule staminali embrionali umane riprogrammate mediante coltura in appositi terreni liquidi e riportate allo stato pluripotente.

Queste cellule, però, non sono create in laboratorio ma provengono da embrioni umani ottenuti da fecondazione in vitro e poi non trasferiti in utero per la procreazione medicalmente assistita, bensì destinati alla distruzione attraverso la ricerca.

Questo significa che per realizzare questi embrioni cosiddetti “sintetici” sono stati distrutti embrioni umani “naturali”. Inoltre, se sviluppati, anche gli embrioni “sintetici” danno vita a un mini-organismo con abbozzi di tratto gastrointestinale, cuore e cervello.

Lo scandalo di cui nessuno si scandalizza

Questi piccoli organismi non potranno mai percorrere tutte le tappe dello sviluppo umano di un embrione “naturale”, ma sono dotati di genoma interamente umano e di cellule identiche a quelle embrionali umane. Il fatto che siano chiamati “sintetici” non significa dunque che il materiale sia non biologico, ma solo che vengono sviluppati con una procedura non naturale.

Inviare nello spazio simili embrioni, creati distruggendo embrioni umani “naturali” e che saranno a loro volta distrutti al termine dell’esperimento, non è per niente “simpatico”, né romantico, né apre a suggestioni fantascientifiche. E il fatto che nessuno, né nel campo della ricerca né in quello mediatico, si scandalizzi è il vero scandalo.

Come già disse papa Francesco, non è bene «creare embrioni in provetta e poi sopprimerli». Figuriamoci mandarli nello spazio per soddisfare una sadica curiosità.






Magnifica humanitas: le mille letture e il problema del linguaggio








Di Stefano Fontana, 3 giu 2026

L’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas è stata accolta in modo diverso. Facciamo qualche esempio. Il vescovo Joseph Strickland ne ha dato una interpretazione molto negativa. Il commentatore Larry Chapp su Catholic World Report ha parlato invece di “un pugno nello stomaco, incisivo e profetico”. La posizione di The Catholic Thing è stata di moderata accoglienza. Leonardo Boff su Religion digital l’ha accolta positivamente per il suo “nuovo stile argomentativo contemporaneo”. Ci sono state accuse di eccessivo umanesimo e lodi per aver invece ripreso a parlare di Cristo. Qualcuno ha mosso critiche su singoli punti, come Gerald Murray e Michael Haynes sulla revisione della dottrina cattolica circa guerra giusta. Sulla Bussola Tommaso Scandroglio ha plaudito al ritorno della metafisica nella trattazione della dignità della persona; Roberto De Mattei ha invece lamentato la mancanza di una prospettiva metafisica proprio sulla persona, e il blog tradizionalista OnePeterFive ha addirittura sostenuto che nell’enciclica si deve salutare con piacere il ritorno dell’architettura tomista.

Nel chiederci le cause di queste diverse valutazioni può essere utile prendere in esame il tema del linguaggio. L’enciclica inizia proponendo la torre di Babele, ma bisogna riconoscere che una certa babele del linguaggio è anche interna alla Chiesa. La questione non è certo nuova, ce la portiamo appresso da almeno sessant’anni. Le cause sono molteplici ed evidentemente anche il linguaggio di Leone XIV in qualche modo ne risente. Il problema del linguaggio è entrato ufficialmente nella Chiesa con il Vaticano II. L’utilizzo di un linguaggio esistenziale, esperienziale e narrativo piuttosto che uno metafisico e definitorio deriva dalla grande influenza della filosofia esistenzialista nella teologia cattolica. Quest’ultima ha anche accolto, senza discussione, la cosiddetta “svolta linguistica” della filosofia moderna attribuibile soprattutto a Wittgenstein e Heidegger. Col pontificato di Francesco abbiamo assistito alla ripresa in grande stile di questa rivoluzione del linguaggio dalla natura alla storia dato il nuovo obiettivo del magistero di suscitare dubbi, spiazzare le rigidità, mettere in difficoltà le certezze, alimentare domande ed evitare risposte.

Il tema del linguaggio è quindi di ampia portata, ma possiamo circoscrivere il discorso ad un breve esame della Magnifica humanitas, chiedendoci se in essa ci siano espressioni che possano aver alimentato la diversità dei giudizi.

Prima di tutto bisogna tenere presente che ormai dietro alcune espressioni si nascondono contenuti molto diversi. Sia Giovanni Paolo II che Leone XIV ritengono che la Dottrina sociale della Chiesa si collochi nel quadro della “teologia morale”, nonostante uno la chiami “corpus dottrinale” e l’altro “discernimento comunitario”, però nel frattempo la teologia morale è cambiata dalla Veritatis splendor a noi, sicché il significato di quel collocamento non è più chiaro: a quale teologia morale ci si riferisce? A quella del “vecchio” Istituto Giovanni Paolo II o a quella del “nuovo”? Quanto del “discernimento” nella nuova accezione è entrato nella definizione di Leone XIV di Dottrina sociale della Chiesa? La nuova espressione “discernimento comunitario” quanto risente del cambiamento? La parola “natura” con l’aggettivo “naturale” hanno il senso di San Tommaso o di Heidegger?

Un secondo aspetto riguarda il linguaggio di papa Francesco che continua ad influenzare quello di Leone XIV. Si tratta spesso di espressioni sibilline che restano nel loro fondo ambigue e che possono dare vita ad interpretazioni molto diverse. Nel paragrafo 25 si legge della verità “come dono da condividere e non come possesso da rivendicare”. Il messaggio non è chiaro. Che la verità sia per tutti è vero perché è proprio essa ad unire, però che la Chiesa non la possa rivendicare, nel senso di difenderla e insegnarla sembra sbagliato. Da questa frase si possono dedurre atteggiamenti diversi fino a pensare che a fare le verità sia la condivisione invece che il contrario. Ne verrebbe annullata l’apologetica.

È interessante anche notare che la Rerum novarum era lunga meno di un terzo della nuova enciclica, e senza tenere conto delle 224 note… Questa ampiezza pone due altri problemi relativi al linguaggio. Il primo è dato dalla esposizione piuttosto dettagliata di aspetti tecnici, in questo caso della intelligenza artificiale. La Rerum novarum, per continuare nel parallelo, aveva parlato del sindacato ma non aveva illustrato come funziona un sindacato, non ritenendolo compito del Papa. Francesco, al contrario, aveva dedicato gran parte della Laudato si’ ad illustrare gli aspetti della questione ambientale, prendendo per lo più le notizie dalla stampa allora dominante, pur non essendo compito del Papa. Nascono così testi molto lunghi, e nello stesso tempo più fragili e contestabili. Infatti, anche su Magnifica humanitas arriva qualche critica tecnica dagli addetti ai lavori dell’intelligenza artificiale.

Il secondo problema di linguaggio connesso con l’eccessiva ampiezza riguarda il quarto capitolo dell’enciclica di Leone XIV. Qui troviamo riferimenti ad una molteplicità di problemi sociali: crisi del multilateralismo, nuovi imperialismi, guerra e guerre asimmetriche, corsa agli armamenti, squilibri economici, logica della forza, ricerca scientifica, dialogo e cultura del negoziato, violenza e terrorismo, guerra cibernetica, organismi internazionali, immigrati, rifugiati e minoranze, cura del creato, dialogo tra le religioni, scuola ed educazione… e così via. Si tratta di analisi particolari a breve spettro, troppo dipendenti da una casistica empirica. Difficile, facendo queste rassegne particolareggiate, attenersi al linguaggio magisteriale e teologico senza scadere in vaghezze, riduzionismi e perfino ovvietà.

Magnifica humanitas
non è solo ciò che qui abbiamo evidenziato, però questi aspetti ci sono. Ci si augura che Leone XIV si liberi dal linguaggio creato da altri, come già si nota in alcuni suoi interventi, perché mettere in ordine le cose nella Chiesa passa anche di qua.



Foto di MW su Unsplash



Le situazioni incompatibili con la comunione eucaristica. Elencate dal vescovo Argüello



Coloro che vivono in relazioni peccaminose (anche quando un matrimonio è fallito e gli ex coniugi intraprendono nuove relazioni), commettono abusi o difendono pubblicamente posizioni contrarie alla morale cristiana non possono ricevere la Comunione senza un cambiamento di vita. Questo è il messaggio dell’Arcivescovo di Valladolid e Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola. Originariamente pubblicato sul sito web dell’Arcidiocesi di Valladolid .

La traduzione è automatica.





Mons. Luis Argüello García

Il Tempo Pasquale ci ha offerto l’occasione di approfondire il significato della domenica e del suo fulcro, l’Eucaristia, che è il Sacramento della nostra fede. Con il ritorno al Tempo Ordinario, la Chiesa celebra la Domenica della Trinità. È la festa del Dio Comunione, che si comunica e si dona e ci offre la possibilità di vivere quella stessa vita, la Comunione che diventa Missione. Subito dopo, la Chiesa celebra il giorno del Corpus Domini, un giorno per rendere omaggio all’Eucaristia, per approfondire, se possibile, ancora di più ciò che questo Sacramento meraviglioso significa per la vita della Chiesa e per la vita del mondo.

L’Eucaristia è sacrificio, banchetto e presenza reale. Siamo chiamati ad armonizzare il suo triplice significato, per cui dobbiamo disporci ad entrare bene nel suo mistero, a celebrarla con una partecipazione fruttuosa e a viverla, uscendo dall’Eucaristia trasformati, incarnando nella nostra vita personale e comunitaria il sacrificio, la presenza e il banchetto.

Prepariamoci all’Eucaristia. Come lo facciamo di solito? Non possiamo andare di fretta, con lo spirito di chi compie una routine. La celebrazione dell’Eucaristia richiede una preparazione remota, forse per tutta la settimana, meditando alcune delle letture, ravvivando in noi il desiderio di adorare il Signore, di entrare nella sua stessa donazione e di sederci al banchetto che anticipa la vita piena che già germoglia nel nostro cuore dal Battesimo. Prepararsi all’Eucaristia significa anche esaminare la nostra coscienza, soprattutto se nell’Eucaristia vogliamo ricevere la comunione consapevolmente e, così, partecipare pienamente al suo mistero. Esaminare la coscienza significa rendersi conto dello stato del nostro cuore, della sua disponibilità ad accogliere lo stesso Dio che, come Corpo donato, si offre a noi come Pane di vita.

Partecipiamo all’Eucaristia perché siamo battezzati e la vita battesimale deve essere rinnovata attraverso quel secondo battesimo che è il Sacramento del Perdono. Sì, è bene, ancora una volta, insistere su questo. Il Signore ha misericordia, desidera farci sedere alla sua tavola e offrirsi Lui stesso come cibo che cura e guarisce. Ma pone questa grazia nelle mani della nostra libertà e desidera che la guarigione eucaristica sia suggellata nel Sacramento della Penitenza se un peccato grave blocca l’ingresso del Signore vivo nel nostro cuore.

Se la nostra situazione o il nostro stato di vita è incompatibile con la piena comunione con il Signore e la sua Chiesa perché stiamo partecipando a una relazione peccaminosa, in abusi nei confronti di altre persone, sia in ambito economico, lavorativo, sia in ambito psicologico o affettivo, o difendendo pubblicamente posizioni contrarie alla morale cristiana, non possiamo avvicinarci alla comunione senza una ferma decisione di cambiare vita, riparando il danno causato dalla nostra situazione di peccato.

Né quando un rapporto matrimoniale si è rotto e coloro che ne facevano parte vivono una nuova relazione coniugale. Queste persone, che continuano a far parte della Chiesa, devono sapere che questa rottura del Sacramento dell’Alleanza impedisce la comunione eucaristica; possono partecipare alla celebrazione, così come alla vita della Chiesa in molteplici aspetti, ma ricevere la Comunione non è possibile. Il dolore di non poter ricevere la Comunione deve alimentare il desiderio di cercare una soluzione che rispetti il significato dei due sacramenti in gioco: il Matrimonio e l’Eucaristia. Per questo, dobbiamo prepararci a celebrare l’Eucaristia, esaminare la nostra coscienza, valutare il nostro modo e il nostro stato di vita affinché siano coerenti con la piena comunione che comporta la partecipazione all’Eucaristia ricevendo il Corpo del Signore.

Come celebriamo l’Eucaristia? Nel silenzio, con spirito di ascolto e di adorazione, sapendoci parte di un popolo che, celebrando l’Eucaristia, assumerà la forma del corpo di Cristo, portando il pane e il vino, frutti del dono di Dio e del lavoro di coloro che vi partecipano. Partecipiamo con il silenzio e la parola, con i gesti, seduti, in piedi, in ginocchio, con l’atteggiamento del cuore, entrando, attratti dal Signore, nella sua donazione per tutti. Quanto è importante curare il momento in cui ci avviciniamo a ricevere la comunione con spirito di stupore e di adorazione. Dobbiamo anche aprire il cuore agli imperativi dell’Eucaristia, “fate, andate”, e così disporci a essere, come nel giorno del Corpus, custodi che portano il Signore nella vita ordinaria, nella presenza nel mondo, nel rinnovamento della nostra società e della Chiesa, portando l’Amore ricevuto agli altri.

Per questo, se abbiamo celebrato l’Eucaristia, siamo chiamati a incarnare la comunione nella comunità cristiana, a cercare momenti affinché noi che abbiamo recitato insieme il Padre Nostro troviamo durante la settimana momenti per pregare e formarci, coltivare la fraternità e vedere come portiamo nel mondo la presenza del Signore nella comunione e nella dedizione; il sacrificio del Signore nel perdono, nell’amore per i nemici e nell’impegno per il bene comune, non solo rivendicando diritti ma anche riconoscendo doveri; il banchetto che riempie di speranza, di dialogo, di gioia e di incontri il nostro cammino fino al ritorno del Signore, perché nell’Eucaristia annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione e, desiderosi, diciamo «Vieni, Signore Gesù».

Siamo perenni discepoli dell’Eucaristia e della domenica. Che la Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo, quest’anno con la presenza del Papa in Spagna, ci spinga ad acclamare il Mistero della fede: ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo da questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, finché tu non torni.








martedì 2 giugno 2026

Era una comunità fiorente, legata alla tradizione. Ma si scioglie. Che cosa è successo ai Francescani Marianisti?





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by Aldo Maria Valli 02 giu 2026

I Francescani Marianisti (Associazione della Famiglia di Maria Immacolata e di San Francesco), il cui rappresentante più noto da noi è padre Serafino Lanzetta, si sono sciolti il 31 maggio.

Una comunità di frati e suore legata alla tradizione finisce così la sua missione, che stava dando grandi frutti, otto anni dopo la fondazione, avvenuta nel Regno Unito.


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Ecco il comunicato con cui l’associazione comunica lo scioglimento.

È con profonda tristezza che viene annunciato oggi lo scioglimento della Famiglia di Maria Immacolata e di San Francesco, comunemente nota come Francescani Marianisti. L’associazione pubblica di fedeli, eretta da monsignor Philip Anthony Egan, Vescovo di Portsmouth, il 31 maggio 2018, cesserà formalmente di esistere il 31 maggio 2026, esattamente otto anni dopo la sua fondazione.

Informazioni sui Francescani Marianisti

I Francescani Marianisti sono stati una comunità di circa venti frati mendicanti ispirati alla spiritualità mariana di San Francesco d’Assisi e di San Massimiliano Kolbe. Dalle case di Portsmouth e Dundee, i frati hanno sviluppato un apostolato in continua crescita nel Regno Unito attraverso il ministero parrocchiale, i ritiri, la predicazione, la vita devozionale, l’editoria e l’evangelizzazione online.

Contesto e crescita a Portsmouth

I primi frati sono stati accolti nella Diocesi di Portsmouth nel novembre 2014. Nel giugno 2015 hanno assunto la cura pastorale della Parrocchia di Santa Maria a Gosport e il 31 maggio 2018 monsignor Philip Anthony Egan ha eretto formalmente l’Associazione pubblica della Famiglia di Maria Immacolata e San Francesco. Nel luglio 2019, quattro membri dell’Associazione sono stati ordinati sacerdoti secondo il rito antico.

Con l’aumento delle vocazioni a Gosport, i frati hanno aperto una seconda casa nella St Joseph’s Church, Copnor, Portsmouth, nel febbraio 2020. Il loro ministero si è rapidamente ampliato e comprendeva la celebrazione della Messa tradizionale in latino, i Vespri e l’Ora Santa quotidiani, i primi venerdì e i primi sabati del mese, gruppi di uomini, ritiri e conferenze. Il loro lavoro si è esteso anche all’interno della Diocesi di Portsmouth e a Londra, dove hanno servito comunità tra cui il Convento di Tyburn, Santa Maria Maddalena e San Giuseppe a Wembley. A seguito della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco del 2021, l’autorizzazione diocesana per la celebrazione della liturgia tradizionale è diventata più restrittiva.

Sostegno laico e appoggio caritativo

Nel marzo 2021, i sostenitori laici hanno fondato Friends of the Marian Franciscans, un ente di beneficenza registrato creato per sostenere l’apostolato dei frati e il loro voto di povertà. L’ente ha contribuito a coprire le spese di sostentamento, le spese relative all’alloggio e i costi di sponsorizzazione diocesana per le vocazioni internazionali. I registri pubblici descrivono il suo scopo come il sostegno al sostentamento quotidiano, all’alloggio, alla formazione e allo sviluppo dei Francescani Mariani a Portsmouth e Dundee.

Trasferimento a Dundee

Nel 2022, i frati si sono trasferiti da Gosport alla Diocesi di Dunkeld, dove sono stati accolti da monsignor Stephen Robson, allora Vescovo di Dunkeld, insieme a circa venti suore francescane mariane. Un comunicato stampa diocesano del 2022 ha confermato che la comunità era stata accolta a Dundee e che si stavano valutando piani per l’acquisto di un convento, una cappella e dei terreni per il loro uso a lungo termine.

Tali piani non sono stati portati a termine. A seguito della nomina di monsignor Andrew McKenzie, consacrato Vescovo di Dunkeld il 10 agosto 2024, i frati e le suore sono stati informati nel febbraio 2025 che l’acquisto della proprietà precedentemente concordato non sarebbe stato ratificato e che avrebbero dovuto lasciare la Diocesi. La scadenza è stata successivamente prorogata, consentendo alle comunità di rimanere nelle due proprietà fino al 31 ottobre 2026.

Impatto sulla comunità

I sostenitori affermano che la comunità di Dundee ha prosperato dall’arrivo dei frati, con una crescita significativa della partecipazione e molte giovani famiglie che prendono parte alla vita liturgica e devozionale dell’apostolato. La comunità è stata anche associata a un gran numero di Battesimi, consacrazioni mariane e un più ampio coinvolgimento tra i fedeli.

Vocazioni, evangelizzazione e attività di sensibilizzazione


Negli ultimi anni, la comunità ha attirato vocazioni dal Regno Unito e dall’estero e ha accolto membri di diverse nazionalità provenienti da quattro continenti. Oltre al ministero parrocchiale, i frati hanno guidato pellegrinaggi, ritiri, seminari, conferenze e attività per giovani e uomini, sostenendo al contempo iniziative pro-vita e apostolati mariani in diverse parti del Paese.

I frati hanno inoltre costruito una significativa presenza mediatica attraverso Radio Immaculata, una stazione radio online attiva 24 ore su 24 e un canale YouTube utilizzato per omelie, conferenze e programmi in diretta. I dati pubblici del canale mostrano che Radio Immaculata conta circa 33.100 iscritti a maggio 2026. I frati hanno anche gestito la MaryHouse Press, un’iniziativa editoriale associata al loro più ampio apostolato.

Continuazione dell’apostolato di Portsmouth


A seguito dello scioglimento dei Francescani Marianisti, il Vescovo di Portsmouth consentirà ai frati sacerdoti incardinati nella Diocesi di Portsmouth di continuare l’apostolato dei frati nelle tre sedi esistenti all’interno della Diocesi: St Joseph’s Church, Copnor; St Agatha’s Church dell’Ordinariato, nel centro di Portsmouth; e St Thomas More’s Church, a Bournemouth.

Dichiarazione di ringraziamento

I sostenitori della comunità hanno espresso gratitudine per la testimonianza, la preghiera e il ministero dei frati nel Regno Unito, riconoscendo loro il merito di aver favorito conversioni, vocazioni, devozione mariana e una rinnovata partecipazione alla vita sacramentale e devozionale in una vasta gamma di comunità.

Lo scioglimento dei Francescani Marianisti segna la fine di un capitolo distintivo della vita cattolica contemporanea nel Regno Unito. I sostenitori continuano a sperare che la missione dei frati, e i frutti spirituali ad essa associati, perdurino e possano un giorno tornare in Gran Bretagna in una nuova forma.

Ulteriori informazioni possono essere fornite su richiesta.

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Ed ecco il comunicato di monsignor Philip Egan, vescovo di Portsmouth.


Dopo un lungo periodo di discernimento nella preghiera e dopo aver valutato attentamente la loro situazione, i sacerdoti dell’Associazione della Famiglia di Maria Immacolata e di San Francesco, noti come Francescani Marianisti, mi hanno chiesto formalmente di sciogliere l’Associazione. Ho acconsentito a tale richiesta dopo una seria e attenta riflessione, e sono ora in corso le opportune procedure canoniche e pratiche. Lo scioglimento avrà effetto dal 1º giugno 2026. A partire da tale data, i Francescani Marianisti non esisteranno più come Associazione di fedeli e i membri non potranno più agire pubblicamente in nome dei Francescani Marianisti. È intenzione dei frati unirsi a un’altra Associazione con un carisma simile e trasferirsi nei prossimi mesi.

Negli ultimi undici anni, i membri della comunità hanno vissuto e svolto il loro ministero non solo nella Diocesi di Portsmouth ma, più recentemente, nella Diocesi di Dunkeld in Scozia. La Diocesi di Portsmouth collaborerà con mons. Andrew McKenzie, Vescovo di Dunkeld, e le persone direttamente coinvolte, per affrontare le questioni pratiche ora necessarie e le esigenze pastorali dei frati laici e della comunità a Dunkeld. Ulteriori dettagli saranno forniti una volta finalizzati gli accordi.

So che questa notizia sarà motivo di tristezza e preoccupazione per molte persone che hanno apprezzato il ministero, la preghiera e la presenza pastorale dei frati. Durante questo periodo di transizione, ho concesso ai frati che sono sacerdoti della Diocesi di Portsmouth di indossare un abito francescano diverso. Fino a quando non saranno confermati ulteriori accordi, ho anche concesso ai sacerdoti il permesso di continuare a celebrare le Messe, i Sacramenti e le devozioni presso la St Agatha’s Church a Portsmouth, la St Joseph’s Church a Copnor e la St Thomas More’s Church a Iford. La Diocesi di Portsmouth riconosce con gratitudine il ministero dei Francescani Marianisti, nonché la preghiera, la generosità e l’amicizia offerte loro dai fedeli laici e da tutti coloro che hanno sostenuto la comunità nel corso degli anni. Vi prego di pregare per i membri della comunità mentre discernono i prossimi passi da compiere, e per tutti coloro che sono stati sostenuti dal loro ministero.

In Corde Iesu

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Infine il comunicato di monsignor Andrew McKenzie, vescovo di Dunkeld.

La Diocesi di Dunkeld è stata informata che i sacerdoti dell’Associazione della Famiglia di Maria Immacolata e di San Francesco, nota come Francescani Marianisti, hanno chiesto lo scioglimento formale dell’Associazione.

Mons. Philip Anthony Egan, Vescovo di Portsmouth, dove l’Associazione è costituita, ha acconsentito a tale richiesta e sono ora in corso le opportune procedure canoniche e pratiche.

Lo scioglimento avrà effetto dalle ore 23:59 del 31 maggio 2026.

Padre Philomeno Gilfoyle rimarrà a Dundee per occuparsi delle necessarie disposizioni prima di tornare nella sua Diocesi di origine, Portsmouth, il 14 giugno.

Vi chiediamo di pregare per i membri della comunità mentre discernono i prossimi passi da compiere, e per tutti coloro che sono stati sostenuti dal loro ministero.

A partire da domenica 21 giugno, la Comunità della Santa Messa tradizionale sarà servita da don Martin Pletts, Parroco di St James, Kinross. La Santa Messa tradizionale continuerà ad essere celebrata nella Cappella di San Giuseppe, a Lawside, Dundee.

Ulteriori dettagli saranno forniti una volta che gli accordi saranno stati finalizzati.

La Diocesi di Dunkeld riconosce il ministero dei Francescani Marianisti, nonché la preghiera, la generosità e l’amicizia offerte loro dai fedeli laici e da tutti coloro che hanno sostenuto la comunità durante la loro permanenza a Dundee.

Questo scioglimento riguarda solo i Francescani Marianisti; il Convento di Lawside continuerà ad essere occupato dalla Famiglia Francescana del Cuore Immacolato e di San Massimiliano fino a nuovo avviso.

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Sullo scioglimento dei Francescani Marianisti ecco un articolo di infovaticana.com

Cosa c’è dietro la scomparsa dei Francescani Marianisti? Le tensioni in Scozia che precedettero la loro dissoluzione


La scomparsa ufficiale dei Francescani Marianisti come entità canonica lo scorso 1° giugno ha lasciato numerose domande senza risposta. Sebbene la spiegazione ufficiale offerta dalla comunità e dalla diocesi di Portsmouth indichi difficoltà pratiche e canoniche per assicurare il loro futuro, diverse fonti sostengono che la storia sia più complessa e che le chiavi della loro scomparsa vadano cercate lontano dall’Inghilterra.

La scorsa settimana è stata annunciata la soppressione di questa comunità nata nel Regno Unito e strettamente legata all’apostolato tradizionale. Tuttavia, nuove informazioni di Advaticanum suggeriscono che le tensioni sorte in Scozia possano aver avuto un ruolo decisivo nell’esito finale.

Il progetto scozzese che non si è mai consolidato

Quando i Francescani Marianisti si stabilirono parzialmente nella diocesi scozzese di Dunkeld nel 2022, sembrò aprirsi una nuova fase per la comunità. L’allora vescovo Stephen Robson aveva mostrato il suo sostegno ai religiosi e alle religiose associate all’istituto, promuovendo persino la ricerca di una sede permanente.

I piani prevedevano l’acquisto di proprietà destinate ad ospitare un convento, un monastero e una cappella che permettessero di consolidare la presenza della comunità in Scozia. Tuttavia, il panorama cambiò radicalmente con l’arrivo del vescovo Andrew McKenzie.

A febbraio di quest’anno, la diocesi comunicò che l’operazione immobiliare non avrebbe ricevuto l’approvazione definitiva e che la comunità avrebbe dovuto abbandonare il territorio diocesano. Sebbene in seguito sia stata concessa una proroga fino a ottobre 2026, il progetto che doveva garantire la stabilità dei Francescani Marianisti è rimasto definitivamente bloccato.

Accuse mai spiegate pubblicamente

Secondo diverse fonti, le autorità diocesane avrebbero ricevuto critiche relative alla vita interna della comunità. Tra queste figuravano presunti atteggiamenti considerati eccessivamente rigidi da alcuni osservatori e dubbi sull’età di determinati novizi e religiose che entravano nella vita consacrata.

Fino ad oggi, la diocesi di Dunkeld non ha spiegato pubblicamente se queste questioni abbiano influito sulle sue decisioni né ha offerto dettagli sulle ragioni che hanno motivato il rifiuto dei progetti promossi dalla comunità.

L’assenza di spiegazioni ufficiali ha alimentato le speculazioni tra fedeli e benefattori che per anni hanno sostenuto la crescita dei Francescani Marianisti.

Una comunità che continuava a crescere

Uno degli aspetti che più colpisce in questo caso è che la dissoluzione non avviene in un contesto di declino apostolico. Al contrario, la comunità si era distinta negli ultimi anni per attrarre numerose famiglie giovani, favorire vocazioni e promuovere un’intensa vita sacramentale.

Gli stessi religiosi hanno sottolineato che i loro apostolati registravano conversioni, battesimi, incremento della devozione mariana e una partecipazione crescente dei fedeli alla vita della Chiesa.

Questa apparente contraddizione tra crescita pastorale e scomparsa istituzionale ha portato alcuni osservatori a chiedersi se gli ostacoli incontrati fossero realmente di carattere organizzativo o se esistessero fattori ecclesiali più profondi che hanno ostacolato la continuità del progetto.

Il contesto di “Traditionis custodes”

La storia dei Francescani Marianisti si sviluppa anche in un contesto particolarmente delicato per molte comunità legate alla tradizione liturgica.

Dopo la pubblicazione di “Traditionis custodes” nel 2021, numerose iniziative legate alla liturgia tradizionale hanno affrontato maggiori restrizioni ed esigenze canoniche. Gli stessi Francescani Marianisti hanno riconosciuto che le autorizzazioni a celebrare secondo i libri liturgici tradizionali sono diventate più limitate con il passare degli anni.

Sebbene non esista alcuna prova che questa questione abbia provocato direttamente la dissoluzione della comunità, essa fa comunque parte del quadro generale in cui si sono sviluppati gli eventi.

Una fine che lascia interrogativi

Ufficialmente, la diocesi di Portsmouth sostiene che la soppressione sia stata richiesta dagli stessi membri della comunità dopo un processo di discernimento sulla loro futura sostenibilità. Tuttavia, le informazioni emerse negli ultimi giorni suggeriscono che le difficoltà sorte in Scozia possano aver privato i Francescani Marianisti della struttura necessaria per garantire la loro continuità.

Con la scomparsa della comunità si conclude una delle esperienze più singolari dell’apostolato tradizionale cattolico nel Regno Unito nell’ultimo decennio. Tuttavia, le domande sulle ragioni ultime della sua dissoluzione probabilmente rimarranno aperte finché le autorità coinvolte non offriranno spiegazioni più dettagliate.