venerdì 11 settembre 2026

MEL GIBSON rivela a Raymond Arroyo le chiavi di «Resurrezione»: uscita a maggio e vent’anni di lavoro





Ancora sull’imminente uscita del film di Mel Gibson sulla Resurrezione di Gesù.
QUI l’intervista video integrale.



INFOVATICANA, 3 settembre 2026

Ventitré anni dopo, La Passione di Cristo torna sul grande schermo —dal 10 al 17 settembre— come preludio all’evento che il cinema religioso attende da due decenni: The Resurrection of the Christ, la cui prima parte uscirà a maggio. Per l’occasione, Mel Gibson ha ricevuto Raymond Arroyo a Toronto, dove sta ultimando il montaggio del film, e gli ha concesso una intervista lunga, profonda e non priva di lampi di umorismo. Il Gibson che appare è quello di sempre: un uomo di fede, consapevole che la sua opera più importante non è stata solo un film.


«Volevo che fosse il più realistico possibile»


Gibson difende oggi, con la stessa serenità di allora, il realismo con cui ha ritratto il sacrificio del Calvario: «Le rappresentazioni precedenti erano edulcorate: lo facevano sembrare facile, e non lo fu. Volevo che fosse il più realistico possibile, perché la gente potesse entrare in quel cammino, che è durissimo».

E la crudezza che tanti gli hanno rimproverato? La sua risposta è pura catechesi: «Volevo dare un’idea della grandezza del sacrificio. Non è stato qualcosa a metà. È stato tutto, fino all’ultima goccia. Non ci sono state riserve: è stato l’Agnello consegnato completamente».

I profeti di sventura avevano annunciato che il film avrebbe portato violenza e divisione. È accaduto esattamente il contrario. Ciò che ha portato sono state conversioni, alcune spettacolari:

«Ho visto lettere di conversioni. Ci sono state persone che, dopo averlo visto, sono andate a confessare delitti gravi che portavano anni a tacere. È incredibile il potere che ha avuto».

E un potere che non scade: Gibson racconta che pochi giorni fa una diciannovenne ha visto il film per la prima volta. «L’ha lasciata senza parole. Le ho detto: «Questo film è più vecchio di te, e ti ha fatto comunque questo». È uscita commossa e, in qualche modo, cambiata».


Caviezel, l’attore che si è svuotato; Maria, l’umiltà accanto alla Croce

Su Jim Caviezel, Gibson rivela cosa cercava e cosa ha trovato: «Qualcuno capace di svuotarsi di sé e chiedere di essere riempito da qualcos’altro. E lo ha fatto. Ogni giorno. È diventato una specie di vaso».

Particolarmente bello è il suo ritratto della Vergine, che nessuno aveva mai mostrato così al cinema, accompagnando suo Figlio passo dopo passo fino al Calvario:

«Era una creatura di umiltà. Non voleva attirare l’attenzione; era sempre dietro. Parlava quando doveva parlare. È stata come una madre per tutti gli apostoli. Il suo grande tesoro era l’umiltà. Pensate cosa significa dare alla luce qualcuno e vederlo soffrire così davanti a te… e accettarlo. E non solo accettarlo: perdonare. Si è detto che sarebbe morta di dolore se non fosse stata sostenuta dalla grazia».

Gibson conferma che le visioni della beata Anna Caterina Emmerich hanno illuminato il suo modo di ritrarre la Dolorosa.


«Ciò che è veramente sorprendente è che è tornato in vita»

Perché raccontare ciò che viene dopo, se molti considerano la Passione il culmine del Vangelo? Gibson corregge la premessa con precisione da teologo: «Non è il culmine. È una parte, un evento immenso, sì. Ma ciò che è veramente sorprendente è che qualcuno torni in vita per proprio potere dopo una morte pubblica, e si mostri di nuovo pubblicamente. E non lo videro solo gli apostoli: lo videro centinaia di persone, e furono testimoni, e lo proclamarono».

Il progetto gli è costato vent’anni, dieci dei quali solo di scrittura: «È come un puzzle in cui prima devi creare i pezzi e poi incastrarli». Il film percorrerà i grandi momenti della storia della salvezza —Abramo, Mosè, Davide— come profezia compiuta in una sola persona: «Se leggi la Settanta, i libri antichi, tutto è profezia cristica. E tutto si compie in un solo uomo. Quali probabilità ci sono? Sarebbe più facile vincere la lotteria. E nessuno vince la lotteria».

C’è una novità che farà discutere: questa volta non ci sarà né aramaico né latino. La Resurrezione è girata in inglese. Gibson lo giustifica: «Con la Passione si poteva fare, perché tutti conoscevano la storia e il focus erano dodici ore. Ma la Resurrezione è un evento impossibile da abbracciare completamente, che richiede molto di più allo spettatore. Mi sembrava assurdo obbligare la gente a leggere i sottotitoli mentre affronta concetti così profondi. Questa volta li accompagniamo nella loro lingua».


«Non ci sono coincidenze»

Arroyo gli chiede se il momento dell’uscita sia provvidenziale. La risposta di Gibson riassume tutta la sua visione del mondo: «Non ci sono incidenti da nessuna parte, quindi sì. Pensavo che arrivasse tardi, ventitré anni dopo. Probabilmente arriva proprio al momento giusto. Non è il mio calendario».

Rivendica anche il cinema come esperienza comunitaria, quasi liturgica: «È bello che torni nelle sale. Diventano testimoni di qualcosa nello stesso momento, condividono qualcosa. Com’era quello? «Dove due o più si riuniscono nel mio nome…»».

Gli ha cambiato spiritualmente fare questi film? «Necessariamente. Nessuno gioca in quella sabbia senza finire con la sabbia addosso. Devi cercare il cuore della questione, trovare grani di verità che risuonino in te e che, con un po’ di fortuna, risuoneranno in chi lo vedrà».


Il consiglio di suo padre: «Preoccuparsi è mancanza di fede»

Il questionario finale regala momenti deliziosi. Sui suoi nemici, che non gli sono mancati: «Non puoi disprezzare nessuno. Tutti avremo nemici, e possono essere brutali e spietati. Ma se non perdoni, chi soffre sei tu. Così semplice».

E il miglior consiglio che ha ricevuto nella vita gliel’ha dato suo padre:

«Mi ha detto: «Ti preoccupi troppo». Io credevo che fosse una cosa buona, e mi ha risposto: «No, è peccato. Perché dimostra una chiara mancanza di fede nella Provvidenza e in Dio». Lui non si preoccupava quasi di niente».

La chiusura è da manuale degli Esercizi. Arroyo gli chiede cosa succede quando tutto finisce, e Gibson risponde senza pensarci due volte: «Quattro cose. Sai quali: morte, giudizio, paradiso, inferno. Quindi bisogna prepararsi». I novissimi, recitati a memoria in piena promozione hollywoodiana. Non è poco.

Rimane un cenno per i fedeli della prima ora: solo un attore de La Passione ripete nella Resurrezione. Gibson non svela il nome —«lo lasciamo in sospeso, ma è buono»—. Mentre si chiarisce l’incognita, l’appuntamento è doppio: La Passione di Cristo al cinema dal 10 al 17 settembre, con un’anteprima esclusiva della Resurrezione inclusa, e la prima parte de The Resurrection of the Christ a maggio. Vent’anni dopo, Gibson torna a puntare tutto sulla stessa carta: che la storia più grande mai raccontata continui a convertire i cuori.







«L’umanità a rischio». A suonare l’allarme ora sono gli esperti di Intelligenza Artificiale



(Imagoeconomica)

Le preoccupate dimissioni di Jacob Coxon, giovane ricercatore di Anthropic, hanno fatto rumore. Ma non sono affatto un caso isolato

Convegno alla Camera



Manuela Antonacci, 11 Settembre 2026 

L’allarme sull’accelerazione dell’ intelligenza artificiale sta diventando ormai non più un grido lanciato da singole voci, ma un coro assordante. L’ultimo segnale da non ignorare sono senz’altro le dimissioni di Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ex matematico britannico di 27 anni, specializzato nel pre-addestramento dei modelli di IA presso Anthropic .In una serie di messaggi pubblicati su X e in un’intervista al Wall Street Journal, ha espresso parole chiarissime: «Siamo sulla strada per arrivare a molti degli scenari più estremi, nei quali entro la fine del prossimo anno le cose potrebbero essere già fuori controllo». Le grandi aziende del settore, a suo dire, sarebbero vicine a produrre una super intelligenza autosufficiente senza le misure di sicurezza necessarie, «giocando d’azzardo con le nostre vite».

Il pre-addestramento, a cui ha lavorato Coxon, è la fase iniziale in cui un modello di intelligenza artificiale apprende elaborando enormi quantità di dati. Addirittura nei laboratori in cui si porta avanti questo tipo di sperimentazione, sarebbero all’ordine del giorno espressioni come “periodo critico” e “fase finale” e starebbero ad indicare l’imminente sviluppo di una superintelligenza, ossia un sistema con capacità cognitive superiori a quelle umane. I ritmi a cui si sta sviluppando questo scenario da incubo sono forsennati, a causa della competizione tra aziende statunitensi e cinesi, a rischio anche di accettare grossi compromessi sul fronte della sicurezza. Al punto che, afferma Coxon, espressioni come “periodo critico” e “fase finale” sono diventati, ormai, la parola d’ordine all’interno dei laboratori in cui si lavora alla superintelligenza, progettata per avere capacità cognitive superiori a quelle umane.

A rendere ancora più concrete e realistiche le preoccupazioni del ricercatore non ci sono soltanto scenari ipotetici, ma veri e propri incidenti già accaduti e documentati, purtroppo. Il ricercatore ha infatti citato un episodio particolarmente grave avvenuto sul campo: durante un test di sicurezza denominato ExploitGym, alcuni modelli avanzati sviluppati da OpenAI sono riusciti a evadere dall'ambiente di prova protetto e controllato, in cui erano reclusi. Una volta superati i confini, i modelli hanno agito in totale autonomia, eseguendo circa 17mila azioni non autorizzate. Il risultato è stata la compromissione di una parte dell'infrastruttura di Hugging Face, la principale piattaforma globale per la condivisione e lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale. Un evento che dimostra concretamente come la capacità di controllo umano stia già mostrando le prime importanti crepe.

Secondo Coxon la situazione potrebbe sfuggire di mano già entro la fine del prossimo anno, con scenari catastrofici che potrebbero, afferma, portare addirittura all’estinzione della specie umana entro la fine dei prossimi dieci anni. Le preoccupazioni di Coxon sono state sostenute anche da altri scienziati del settore, come Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic, che ha dichiarato di ritenere superiore al 10% la probabilità che le intelligenze artificiali possano causare l’estinzione dell’umanità nei prossimi dieci anni. E purtroppo Coxon e Hubinger non sono due casi isolati. Parliamo di una vera e propria fuga di massa da parte di chi, all’interno di quelle aziende ci ha lavorato.

Mrinank Sharma, responsabile del team Safeguards Research di Anthropic, la divisione preposta a valutare e mitigare i rischi più estremi dei modelli IA (compresi quelli legati a usi malevoli e devastanti come bioterrorismo) ha pubblicato una drammatica lettera aperta di dimissioni su X l’8–9 febbraio 2026, scrivendo, senza mezzi termini, che «il mondo è in pericolo». Nel suo messaggio ha descritto scenari catastrofici multipli (in cui lo sviluppo incontrollato dell’IA rischia di sovrapporsi alla produzione di armi biologiche). Per non parlare, poi, delle pressioni interne a «mettere da parte ciò che conta di più» pur di non perdere terreno sul mercato).

A questa denuncia si aggiunge quella di Zoë Hitzig, ricercatrice accreditata nel campo della sicurezza e della governance presso OpenAI. Hitzig ha scelto le colonne del New York Times per annunciare le sue dimissioni con un editoriale dal titolo «OpenAI Is Making the Mistakes Facebook Made. I Quit.» («Open AI sta commettendo gli stessi errori di Facebook. Mi dimetto») esprimendo «profonde riserve» sulla strategia pubblicitaria emergente e sui rischi di manipolazione degli utenti che l’azienda non sembrava in grado di comprendere né prevenire. E’ seguito a ruota anche l’addio di Jan Leike, tra i più stimati esperti di OpenAI.

Lo scienziato ha sbattuto la porta di OpenAI già nel 2024 lanciando pubblicamente allarmi sul fatto che la cultura della sicurezza stesse inesorabilmente cedendo il passo alla corsa ai profitti. La sua uscita è stata citata nei resoconti del 2026 come parte della sequenza di dimissioni “con allarme” di cui Coxon è solo l’ultimo capitolo. Dunque questa catena di dimissioni dimostrano che il problema è strutturale e sembrano dimostrare che le fughe dei cervelli dei talenti migliori della Silicon Valley siano dovute al tentativo disperato di risvegliare le coscienze dell’opinione pubblica e soprattutto dei governi, prima che sia troppo tardi.

Questa presa di coscienza del mondo scientifico si sposa con le preoccupazioni contenute nell’enciclica di Papa Leone XIV “Magnifica humanitas” in cui il Papa afferma che l’IA non è moralmente neutra: incorpora scelte di progettazione, obiettivi e valori, e richiede quindi responsabilità e rendicontazione in ogni fase dello sviluppo. Per questo servono regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati, oltre a quadri normativi indipendenti e formazione degli utenti. Questo sembra davvero ricollegarsi alla critica di Coxon sulla mancanza di un piano credibile per risolvere il problema legato alla creazione della superintelligenza e sulla priorità data alla competizione tra le aziende.

Insomma, parliamo di dinamiche talmente preoccupanti da rendere urgente un dibattito pubblico, su questi temi. Non a caso, per rispondere a questa che si va definendo sempre di più come una vera e propria “sfida antropologica” il Timone promuoverà, mercoledì 16 settembre, alla sala Refettorio della Camera dei Deputati un importante convegno sulle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale (QUI per iscriversi) alla presenza del Presidente della Camera Lorenzo Fontana, con anche il Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin. Un modo per contribuire ad una presa di coscienza generale riportando al centro dell’agenda politica e culturale la tutela dell’uomo di fronte alle derive imprevedibili di una tecnologia sempre più fuori controllo. 







Perché la Messa Apostolica è tanto odiata?





Il grande esorcismo



Francesco d’Erasmo*

Perché la Messa Apostolica è tanto odiata?

Questa domanda non cessa di essere attuale, e ci mostra come tutto quello che Dio permette “concorre al bene di coloro che amano Dio, e che sono stati chiamati secondo il Suo disegno” (Rm 8, 28). Infatti anche questo odio feroce e ostinato è un dono di bene, perché richiama la nostra attenzione, e ci obbliga a renderci conto della potenza benefica del Rito Romano nella sua forma autentica trasmessa per tutta la vita della Chiesa.

Quando il demonio vede un’anima che è già incamminata verso l’inferno, o una setta che trascina le anime lontano da Dio, non perde tempo a fare guerra contro di loro, anzi, per quello che è in suo potere li circonda di benefici, in modo che non venga loro in mente di cambiare strada.

Quando il demonio vede una realtà che dà culto a Dio, o, peggio ancora, che smaschera le sue arti distruttive, è lì che il demonio usa tutte le sue armi per produrre una guerra senza risparmio di colpi.

Nella Chiesa cattolica siamo pieni di cattivi pastori che omettono il compimento del loro dovere, si approfittano della fede del popolo per i propri interessi, vendono come dottrina della Chiesa le proprie opinioni, spesso addirittura condannate dalla stessa Chiesa. Il demonio protegge tutti costoro, e si serve dei suoi infiltrati nella gerarchia per moltiplicare questo genere di abusi. Contro queste violazioni della dottrina e della morale, oltre che del diritto canonico, nella maggior parte dei casi non c’è alcun tipo di guerra. Non è raro il caso di persone che denunciano abusi e subiscono rappresaglie: l’abuso continua e il denunciante viene perseguitato. Si pensi agli abusi più scandalosi (i recenti casi Lute o Rupnik), ma anche a pratiche pseudoliturgiche di fatto universalizzate (le forme estreme di celebrazione di nuovi movimenti ecclesiali, giudaizzanti, ecumenici o carismatici).

Queste realtà, fonte di scandalo, polemica, divisione, allontanamento dalla Chiesa, e perfino discredito, con conseguenze economiche evidenti, vengono tollerate e protette, permettendo che continuino ad avvelenare impunemente la Santa Chiesa.

Ma di fronte a chi semplicemente chiede la possibilità di perseverare in quello che la Santa Chiesa ha sempre considerato santo e santificante si scatena la violenza verbale e pratica di teologi e gerarchia.

Chi difende l’uso del Rito Apostolico viene trattato come disubbidiente, irrispettoso dell’autorità magisteriale della Chiesa, causa di divisione, e innumerevoli altre accuse molto più vili e di cattivo gusto.

Voglio qui sottolineare un altro aspetto chiave per il quale i nemici di Dio, specialmente quelli ormai infiltratisi nella stessa Chiesa, non possono sopportare che il Rito Apostolico continui a essere celebrato.

Si tratta della conclusione della Santa Messa: l’ultimo Vangelo.

Questo Vangelo, il Prologo del Vangelo di San Giovanni (Gv 1, 1-14), costituisce in realtà una denuncia limpida e forte della ribellione satanica che ci dona la chiave di lettura di tutta la storia, dalla creazione al trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

Quello che il Protovangelo aveva annunziato (Gn 3), si realizza pienamente in quello che è annunziato da San Giovanni Apostolo ed evangelista all’inizio del suo Vangelo.

L’inimicizia tra la stirpe satanica del serpente e quella dei figli di Dio generati da Maria, la Donna della Genesi e dell’Apocalisse, si scatena nel conflitto definitivo con l’Incarnazione del Verbo.

Questo momento diventa il crogiuolo della storia, che separa l’oro dalla pula, dove vengono manifestati i segreti dei cuori (Lc 2, 34-35) nel dolore del Cuore della Vergine Madre di Dio.

“Venne tra i suoi ma i suoi non lo hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare Figli di Dio” (Gv 1, 11-12).

La grande battaglia è tra l’umiltà di chi riconosce la sovranità di Dio, sottomettendosi nell’ubbidienza al Suo comando, come atto di adesione e permanenza nella Comunione con Lui, e la superbia orgogliosa che disobbedisce, staccandosi da Dio e divenendo stirpe di satana, il nemico, il diavolo, divisore, che doveva portare la luce, Lucifero, ma nel suo rifiuto di servire (“non serviam”) porta la tenebra.

In questa tenebra lo splendore del Verbo Incarnato non può essere oscurato.

Si può rifiutarlo, o lasciarsi illuminare, e accoglierlo.

A quanti lo accolgono Dio dona la partecipazione alla Sua natura, diventano Figli di Dio.

Ecco che l’annuncio di questa luce rivolto dal sacerdote, in persona di Cristo, verso il nord, luogo della tenebra, è il grande esorcismo su questo mondo che passa, che annuncia la vittoria di Dio sul regno del maligno.

Questo tratto permanente del Rito Apostolico risulta particolarmente indigesto a quanti abusano dell’autorità della Chiesa per promuovere uno sconto sul peccato, una salvezza universale senza castigo, una chiesa dal basso in cui la volontà popolare deve essere imposta a chi rappresenta Dio nella sinodalità.

“Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; siccome non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”! (Gv 15, 18-20)



*sacerdote cattolico

Fatima, 1 settembre 2026, Sant’Egidio confessore.









giovedì 10 settembre 2026

Londra, Record di vescovi alla Marcia per la Vita



15 vescovi inglesi sul palco della March for Life

Una mobilitazione senza precedenti dell’episcopato alla vigilia del nuovo passaggio sul suicidio assistito. Domani il testo torna alla Camera dei Comuni, mentre il fronte cattolico prova a fermarne l’avanzata.

REGNO UNITO



Raffaella Frullone, 10 Settembre 2026 

In quattordici anni di March for Life UK - il principale appuntamento pubblico del movimento pro vita britannico - mai si era registrata una presenza così massiccia di vescovi cattolici. Sabato scorso, invece, l’episcopato inglese si è mosso in modo compatto, con una presenza record sia alla Messa di apertura della Marcia nella cattedrale di Westminster sia in corteo fino a Parliament Square: ben quindici vescovi, un numero che acquista ancora più peso se si considera che Inghilterra e Galles contano appena 21 diocesi.

In piazza non c’erano soltanto alcuni vescovi particolarmente impegnati sui temi della vita. A sfilare c’erano anche i titolari di alcune delle sedi cattoliche più importanti del Paese: Bernard Longley, arcivescovo di Birmingham e vicepresidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles; John Wilson, arcivescovo di Southwark, una delle grandi arcidiocesi dell’area londinese; oltre naturalmente all’arcivescovo di Westminster Richard Moth, presidente della Conferenza episcopale.

Una presenza trasversale e di primo piano, difficile da liquidare come iniziativa di una frangia dell’episcopato e che, proprio per questo, non solo non è passata inosservata, ma è stata presa di mira dai collettivi femministi che hanno fatto irruzione in cattedrale durante la Messa cercando di interromperla e hanno proseguito la protesta una volta accompagnati fuori. Non contenti – col volto rigorosamente coperto – hanno seguito il corteo facendo rumore con i megafoni per impedire che si potesse ascoltare chi interveniva dal palco.

Il tema ufficiale della giornata era “Abortion Hurts the Family”, ossia “l’aborto ferisce la famiglia”, ma sul corteo pesava inevitabilmente anche un’altra scadenza. Domani, venerdì 11 settembre, la Camera dei Comuni voterà in seconda lettura il nuovo Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, il disegno di legge presentato dalla deputata laburista Lauren Edwards per legalizzare il suicidio assistito in Inghilterra e Galles. È il secondo tentativo, dopo che il precedente provvedimento, approvato dai Comuni nel giugno 2025, non aveva concluso l’iter alla Camera dei Lords ed era decaduto con la fine della sessione parlamentare.

Il testo consentirebbe l’accesso al suicidio assistito ai maggiorenni capaci di intendere e di volere, affetti da una malattia terminale e con una prognosi inferiore ai sei mesi. Per essere valida, la richiesta del malato deve ottenere il via libera di due medici indipendenti e successivamente di un collegio multidisciplinare. Dopo un periodo di quattordici giorni stabilito per la riflessione scatta la prescrizione del farmaco letale, che deve essere assunto autonomamente dal paziente.

Contro il progetto la gerarchia cattolica britannica non ha certo scelto una linea di timidezza. L’arcivescovo di Liverpool John Sherrington, responsabile della Conferenza episcopale per i temi della vita, ha definito il testo «flawed and dangerous», ossia difettoso e pericoloso. Innanzitutto ribadisce che questo voto «plasmerà il futuro dell’assistenza per i membri più vulnerabili della nostra società», poi rimarca: «Rimaniamo contrari a questo disegno di legge, sia in linea di principio che nella pratica». «È sbagliato che i professionisti della medicina siano coinvolti nel porre fine alla vita dei propri pazienti», ha scritto, denunciando poi l’insufficienza delle garanzie contro coercizioni e pressioni sulle persone più vulnerabili. Non solo: viene rimarcata anche la mancata tutela del diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari e sociali.

C’è poi il nodo forse più difficile da tradurre in una norma: la pressione che può nascere senza che nessuno la eserciti apertamente. Il vescovo ausiliare di Westminster James Curry lo ha detto in termini molto semplici: «Alcune persone sentono che il mondo starebbe meglio senza di loro». E proprio per questo, ha aggiunto, nessuno dovrebbe sentirsi spinto verso una simile decisione. Per i vescovi la risposta deve restare un’altra: hospice, cure palliative e accompagnamento. «Vogliamo una società che dia per scontato che ci prendiamo cura delle persone e le accompagniamo – ha ribadito Curry – anziché trattarle come un peso. Nessuno vuole vedere una persona soffrire, ma sicuramente, grazie ai progressi della medicina, possiamo permettere a qualcuno di morire con dignità, in compagnia e senza dolore».

Domani la palla passa alla Camera dei Comuni. Intanto, in un Paese non cattolico e davanti a una questione che tocca la vita, è probabilmente questa l’immagine destinata a restare: una Chiesa minoritaria che, questa volta, ha deciso di rendere pubblica e visibile la propria battaglia, ha deciso di non sottrarsi, di non stare a guardare e di alzarsi finalmente in piedi.



Fonte immagine Facebook



mercoledì 9 settembre 2026

Da Pegoraro a Paglia, gli strani cattolici pro suicidio legale



Dopo l’intervista ad Avvenire il presidente della Pav ha ribadito al Corriere, in modo ancora più chiaro, il suo appoggio a una legge sul suicidio assistito che ne eviti una peggiore. Stessa linea difesa da Paglia in un articolo su Repubblica. Ma dare il proprio assenso ad una legge ingiusta significa tradire la dottrina cattolica.

Spinta indebita

Vita e bioetica

C’è ormai da sospettare che il governo italiano abbia ricevuto l’appoggio di una parte importante della Chiesa per approvare una legge sul suicidio assistito. Solo ieri, 8 settembre, commentavamo l’intervista di monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), in cui il prelato affermava che sarebbe moralmente lecito dare il proprio assenso ad una futura legge sull’aiuto al suicidio al fine di evitarne una peggiore.

Intanto il presidente della Pav ha voluto ribadire in modo ancora più chiaro il proprio appoggio ad una simile legge e lo ha fatto tramite un’altra intervista, pubblicata ieri, questa volta rilasciata al Corriere del Veneto: «Esiste una terza via tra il non fare nulla e fare una legge regionale: chiedere ai propri partiti di premere per una legge nazionale. Chiediamoci, che messaggio politico dà una legge regionale? Regolamenta una sentenza, ci si accontenta del minimo ma si potrebbe lanciare il cuore oltre l’ostacolo e puntare al massimo». Dato che a mons. Pegoraro sta molto a cuore il principio del male minore, vorremmo ricordare che, a parità di contenuto, una legge regionale sul suicidio assistito è un male minore rispetto ad una legge nazionale sulla stessa materia. Dunque, la predilezione di mons. Pegoraro per una legge nazionale è, per usare un suo termine, il massimo del male morale.

Nello stesso giorno in cui il Corriere pubblica l’intervista a Pegoraro, arriva, guarda caso, un altro endorsement ad una futura norma del Parlamento sull’aiuto al suicidio: arriva dall’ex presidente della Pav, mons. Vincenzo Paglia. Anche quest’ultimo predica a favore di tale norma da un pulpito laico: il giornale Repubblica. Paglia si rivolge a Corrado Augias che da molti anni dichiara che vuole andarsene con qualche preparato letale. Lo ha ribadito anche il 5 settembre scorso dalle colonne di Repubblica. L’ex presidente della Pav, al pari del suo successore, è molto chiaro nel suo appoggio ad una eventuale legge: «E infine, sì: che il Parlamento si assuma le proprie responsabilità. Su una materia così delicata non possiamo lasciare che siano soltanto i tribunali, i casi individuali o le emergenze a dettare le regole. Tocca alla politica affrontare il tema con serietà, senza ideologismi e senza scorciatoie».

Queste plurime e contemporanee uscite a sostegno di una legge sul suicidio assistito, seppur motivate dalla recente approvazione della legge della regione Veneto sulla medesima materia, legittimano il sospetto che ci sia un disegno volto a confortare il governo sul sostegno della Chiesa. Difficile poi credere che Pegoraro e Paglia abbiano espresso queste opinioni senza essersi prima confrontati con il presidente dei vescovi italiani, mons. Matteo Zuppi. Il quale nel passato, in merito alla possibilità di avere una legge sul suicidio assistito, si è mostrato volutamente ambiguo, a volte condannando tale legge altre volte incensandola. Mera strategia che potrebbe indurlo oggi ad un nuovo cambio di fronte a favore di una legge sul suicidio assistito.

Dare il proprio assenso ad una legge ingiusta significa tradire la dottrina cattolica. Tradimento è la parola giusta se andiamo a leggere cosa dichiara il n. 73 di Evangelium vitae su questo punto: «Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, “né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull'aborto procurato, 22)». Dunque, perché questo tradimento? In primo luogo perché, come già accennato, si è sposato il principio del male minore e quindi non si è compreso realmente cosa sia il male, piccolo o grande che sia, minore o maggiore che sia (sul tema del male minore connesso al voto di una legge ingiusta rimandiamo a questo articolo). Il male è un atto che contraddice la dignità della persona e quindi non può mai essere compiuto. «La morte, ma non i peccati», scriveva san Domenico Savio a 7 anni.

In secondo luogo molti uomini di Chiesa, dalla base ai vertici, risentono ancora di quella impostazione rivoluzionaria che vede la morale cattolica e anche la fede come espressioni del credo privato, ma non spendibili sul piano pubblico. Entrambe sarebbero valide nel foro interno e tra chi condivide gli stessi valori, ma non avrebbero le carte in regola per ordinare l’azione politica nella direzione del bene comune. Insomma, credenti in privato e neutri nel pubblico (semmai i più coraggiosi potrebbero dare testimonianza del proprio credo ma non cedendo alla “bestemmia” che possa esistere una regalità sociale di Cristo). Ecco perché mons. Pegoraro e mons. Paglia nei loro interventi sulla carta stampata condannano, seppur in modo sfumato, il suicidio assistito, ma poi, in modo contraddittorio, chiedono una norma che legittimi o depenalizzi il suicidio assistito. Questo accade perché sono scissi in sé stessi. Da una parte parlano come cattolici e dall’altra come cittadini. Con una mano giurano sul Vangelo, testo che vale solo per chi crede, e con l’altra mano sulla Costituzione, testo che vale per tutti. Una schizofrenia che è una patologia della fede.

Comunque è un film già visto. L’appoggio in casa cattolica ad una legge sul suicidio assistito ricalca quello, prestato sempre dai cattolici, alla legge 40 del 2004 che legittimò la fecondazione artificiale, appoggio prestato per eliminare, così si sostenne, il far west procreativo. Angel Rodríguez Luño, già docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Università della Santa Croce, così scrisse il 14 febbraio 2004 su L’Osservatore Romano: «Il significato reale dell’operato di quanti hanno promosso e votato questa legge […] sembra essere quello di sopprimere parzialmente una prassi e una situazione ingiusta la cui totale soppressione non risultava possibile» (corsivo nel testo). Peccato però che il voto riguardava non solo la soppressione di alcune prassi ingiuste, ma anche la legittimazione di altre prassi ingiuste. Gli fece eco l’Associazione Medici Cattolici Italiani che nello stesso giorno pubblicò sempre su L’Osservatore Romano un comunicato stampa in cui si poteva leggere quanto segue: «L’Associazione Medici Cattolici Italiani esprime soddisfazione per l’approvazione definitiva della legge sulla Fecondazione Medicalmente Assistita. Finalmente il far west e l’assoluto liberismo in un campo così delicato sono stati cancellati». Allora c’era il far west procreativo da eliminare, oggi c’è il far west di giudici e regioni che disciplinano la materia come vogliono. In un caso come in un altro si benedice l’intervento regolatorio del Parlamento.

Chiudiamo citando sant’Agostino, dato che per motivi pontifici va tanto di moda, e lo citiamo all’interno di un passaggio di Evangelium vitae: «Condividere l'intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un'ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta. “Non è mai lecito — scrive con sorprendente attualità sant'Agostino — uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l'anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere” (Epistula 204, 5)» (66). E se non è lecito aiutare un altro a togliersi la vita, a maggior ragione non è lecito votare una legge che lo permetta.




Come cambiare la dottrina senza dirlo (seconda parte)





La legge senza regolamento 
[2 di 3 – segue]



Di Andrea Mondinelli, 9 set 2026

Dove eravamo rimasti

Nella prima puntata ho isolato la chiave — la legge senza regolamento — e ne ho mostrato la ricomparsa su cinque piani della dottrina: l’uomo, la Chiesa, l’unità dei cristiani, la libertà religiosa, la liturgia. Ogni volta la stessa figura: la dottrina di sempre fedelmente ripetuta, e il confine che la rendeva operante lasciato in bianco. Ma restava una domanda: perché, sempre nella stessa direzione? Deve esserci una radice comune, più in basso di ogni singolo piano. In questa seconda puntata la individuo nella dottrina della redenzione, mostro come da essa discenda il ridisegno dei Novissimi — Giudizio, inferno, risurrezione della carne — e chiudo constatando la medesima figura non più negli archivi, ma in un processo ecclesiale che ha un calendario e busserà alla porta di ogni parrocchia.

I due lati della redenzione

La redenzione ha due lati, e la dottrina cattolica li tiene da sempre insieme e distinti. Il primo è il lato oggettivo: Cristo, con la sua passione e morte, ha meritato e compiuto la salvezza per tutti gli uomini, una volta per sempre; in questo senso la redenzione è universale, e il suo valore è sufficiente per ognuno. Il secondo è il lato soggettivo: l’applicazione di quei frutti alla singola anima, che avviene attraverso la fede, la grazia, i sacramenti, la libera cooperazione; in questo senso la redenzione è efficace per quanti la ricevono, cioè per molti, non per tutti di fatto, perché non tutti la accolgono. È la distinzione racchiusa nella formula classica: sufficiente per tutti, efficace per molti.

Si osservi dove stia, di questi due lati, il confine. Il lato oggettivo, preso da solo, dice che Cristo ha redento tutti, e se rimanesse solo suggerirebbe che tutti, di fatto, siano salvi. È il lato soggettivo a introdurre il discrimine: l’opera compiuta va applicata, l’applicazione passa per la fede e i sacramenti, non tutti la ricevono. Il lato soggettivo, insomma, è il regolamento della redenzione: il confine che distingue la salvezza acquisita per tutti dalla salvezza ricevuta da ciascuno. E non è una sottigliezza di scuola, ma dottrina definita: il Concilio di Trento insegna che, sebbene Cristo sia morto per tutti, non tutti ricevono il beneficio della sua morte, ma solo coloro ai quali il merito della sua passione viene comunicato.[1] Chi tiene il primo membro e tace il secondo non dice il falso; dice una mezza verità, e la mezza verità, in questa materia, inclina da sé verso l’idea che tutti si salvino. Questo lato soggettivo ha, nella dottrina, un nome tecnico: la giustificazione, cioè il modo con cui l’uomo viene reso giusto e la redenzione gli è applicata. Ed è proprio sulla giustificazione, e non su un punto qualsiasi, che la Riforma protestante nacque.

Dalla premessa alla fessura

Leggo due luoghi magisteriali. Il primo è un testo conciliare che afferma che il Figlio di Dio, con la sua incarnazione, si è unito in certo modo a ogni uomo, e che lo Spirito Santo offre a tutti, in modo noto a Dio, la possibilità di essere associati al mistero pasquale.[2] Va riconosciuto ciò che il testo ha di sostenibile: l’unione di Cristo con ogni uomo, intesa come solidarietà dell’Incarnato con la natura umana assunta, è dottrina antica e vera, e l’espressione «in modo noto a Dio» è una cautela che tiene la possibilità appunto come possibilità. Presa con quella clausola, la proposizione non afferma che tutti si salvino. Eppure l’accento cade tutto sul lato oggettivo, e il confine — che quella possibilità va accolta, che l’associazione al mistero pasquale non è automatica — resta sullo sfondo, affidato a una breve clausola invece che messo a governare il passo. È la premessa: pone l’accento oggettivo con forza e lascia il soggettivo in una clausola.

Il secondo luogo porta la premessa più avanti, e diventa la fessura. Un’enciclica afferma che Cristo si è unito per sempre a ciascun uomo, anche a sua insaputa.[3] L’unione non è più presentata come possibilità offerta, da accogliere, ma come un legame già stabilito, iscritto in ogni uomo indipendentemente dalla sua risposta.[4] Il lato oggettivo è portato al massimo dell’enfasi; il lato soggettivo — l’accoglienza, la fede, l’applicazione, la possibilità di rifiutare — scivola fuori dalla frase, non negato ma non nominato. Ancora una volta, e va ripetuto per non eccedere, la proposizione ammette una lettura ortodossa: l’unione per l’incarnazione si può intendere sul piano della natura assunta e della grazia offerta, senza affermare che ciascuno sia di fatto salvo. Nessuno, in quella pagina, scrive che tutti si salvano. Il rilievo non è che la frase sia eretica, ma che, collocata al vertice del magistero e privata del confine soggettivo, essa consegna al fedele semplice un «già dato»: la persuasione, mai dichiarata e perciò mai contestabile, che la redenzione compiuta sia la salvezza già acquisita per ogni uomo. Il fedele indifeso non possiede la clausola «in modo noto a Dio» per trattenere la frase, né la definizione tridentina per ricostruire il confine: riceve che Cristo è unito a ogni uomo per sempre, e ne trae un universalismo implicito — se tutti sono già uniti a Cristo, che bisogno c’è di convertirsi, di ricevere, di applicare?

L’isomorfismo con la Messa

Qui nomino l’isomorfismo, la corrispondenza di forma fra due piani lontani.[5] La stessa struttura che, in soteriologia[6], tiene il lato oggettivo e lascia in ombra il soggettivo, in liturgia tiene il memoriale dell’opera compiuta e lascia cadere il propiziatorio e l’impetratorio. Non sono due fenomeni distinti, ma la medesima firma su due piani che si corrispondono punto per punto. I fini propiziatorio e impetratorio della Messa non sono altro che la redenzione soggettiva portata all’altare: il sacrificio del Calvario che si applica a queste anime, vive e defunte, che placa, espia, impetra per loro. Perciò, quando la soteriologia mette in primo piano l’unione oggettiva di Cristo con ogni uomo e tace l’applicazione, la liturgia, coerente con essa, mette in primo piano il memoriale e la comunione dell’assemblea e tace ciò che si applica alle singole anime. Il frutto pratico, in entrambi i piani, è il medesimo: un universalismo mai proclamato, che nasce non da una negazione ma da un silenzio.

La redenzione universale ha anche una faccia ecclesiologica, ed è il «sussiste in» già incontrato.[7] La dottrina anteriore affermava un’identità piena con il verbo essere[8]; il testo conciliare introduce lo scarto tra il soggetto — la Chiesa di Cristo — e il luogo — la cattolica — dove il magistero anteriore poneva l’identità. Riconosco apertamente che esiste una lettura ortodossa del «sussistere», intesa in senso forte come esistenza piena e propria; ma osservo che il suo difensore più autorevole, il cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dando la lettura più cattolica della formula, riconosce che lo scarto tra il «sussiste» e l’«è» non può essere totalmente risolto dal punto di vista logico.[9] Il custode della dottrina, nell’atto di difenderla, testimonia dunque la firma: la dottrina intatta, il confine sfilato, nello stesso atto. Né la dichiarazione del 2000, fatta apposta per correggere gli abusi, ripristina il confine: toglie il gradino più alto della rampa — l’equivalenza delle confessioni — ma non la rampa.[10] E un confine che neppure il testo più correttivo, in sessant’anni, ha ritracciato, è un confine realmente sfilato.

La cerniera verificabile: il «per molti»

Prima delle prove maggiori, fisso la cerniera più semplice, che chiunque può controllare parola per parola: le parole della consacrazione. Il testo latino dice per molti, riprendendo le parole di Cristo nella Scrittura. Per lunghi anni, in numerose lingue, quel «per molti» è stato reso «per tutti». Quella resa sostituisce il termine che custodisce il lato soggettivo — per molti, cioè per quanti ricevono il beneficio — con il termine che esprime il lato oggettivo — per tutti, cioè la sufficienza universale. È il lato oggettivo che scavalca e occulta il soggettivo, nella formula stessa in cui la Chiesa applica il sacrificio.

E qui la vicenda offre più di un argomento: offre una prova. Nel 2006 la Congregazione per il Culto Divino dispose, con lettera circolare, che pro multis fosse reso con «per molti», dandone la ragione esatta: «per molti» è la traduzione fedele, mentre «per tutti» è piuttosto una spiegazione, che appartiene alla catechesi e non alla formula. Nel 2012 Benedetto XVI tornò sulla questione con una lettera propria, per scongiurare — sono parole sue — una divisione nel cuore stesso della preghiera. Il confine, dunque, non solo esiste ed è dove lo colloco: è stato riconosciuto e indicato dalla stessa autorità competente, che ne ha chiesto il ripristino. La richiesta ottenne risposte opposte. Una parte del mondo cattolico obbedì e ritracciò davvero il confine — in inglese, in spagnolo, in francese e in altre lingue la formula tornò a dire «per molti»; un’altra parte rifiutò. In Italia, nel novembre 2010, i vescovi votarono: su centottantasette votanti, soltanto undici si espressero per il «per molti», e la maggioranza schiacciante mantenne il «per tutti», dove il nuovo Messale italiano è rimasto.[11] Non un ostacolo tecnico, non una difficoltà di lingua che altrove non si sarebbe superata: una scelta, messa ai voti e confermata. E al grado più alto interviene il Papa in persona: Benedetto XVI vede la frattura, la nomina, ne dà la ragione, e chiede che si emendi. Aveva l’autorità per imporre; e tuttavia si fermò alla richiesta. Il risultato fu che una parte obbedì e una parte no. È la legge senza regolamento, colta stavolta al suo vertice: un confine che si poteva ritracciare, che altrove fu ritracciato, e che qui non lo fu, non per impossibilità ma per una resistenza che l’autorità non volle spezzare.

La duplice riprova: la dottrina e il rito

La tesi — che la redenzione sia predicata senza il suo confine — non resta un’interpretazione: due riprove, l’una dottrinale e l’altra liturgica, la mostrano compiuta in atti pubblici, datati e firmati.

La riprova dottrinale porta un nome e una data. Il lato soggettivo della redenzione ha nella dottrina il nome di giustificazione, e la giustificazione, nel senso definito da Trento, è precisamente il confine che separa la fede cattolica da quella della Riforma. Per Trento essa non è una dichiarazione esterna, ma un reale rinnovamento interiore: grazia infusa che si accoglie, si accresce, si può perdere e riacquistare, con la cooperazione libera e per mezzo dei sacramenti; non per sola fede — il canone è netto, chi dica l’empio giustificato per la sola fede sia anatema.[12] Ebbene, il 31 ottobre 1999, ad Augusta, fu firmata la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, per la parte cattolica e per la Federazione Luterana Mondiale.[13] Vi si confessa insieme il nucleo comune — che si è accettati da Dio per grazia e nella fede — e da questo consenso si trae la conseguenza che le reciproche condanne del secolo sedicesimo non si applicano più alla dottrina della controparte per come è presentata nel documento; le differenze che restano vengono dichiarate differenze di linguaggio e di accentuazione. Nei termini che uso qui: la legge — la giustificazione per grazia — è affermata e conservata; il regolamento — i canoni di Trento che condannano la sola fede e fissano il lato soggettivo — viene dichiarato non più divisorio. Non abrogato, che nessuno potrebbe, ma dichiarato non operante. È esattamente la legge senza regolamento, applicata all’articolo su cui la Riforma nacque.

La riprova liturgica mostra la medesima cosa sull’altro piano, in tre anelli con fonte. Il primo è l’intenzione dichiarata: il segretario della riforma, monsignor Bugnini, scrisse sull’Osservatore Romano del 13 ottobre 1967 che la riforma liturgica si era avvicinata alle forme liturgiche della Chiesa luterana, e già nel 1965 aveva indicato il desiderio di scartare dal culto ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un inciampo per i fratelli separati; al lavoro parteciparono sei osservatori protestanti.[14] Non occorre stabilire che cosa Bugnini avesse nel cuore: bastano ciò che ha scritto, con data e testata, e ciò che è stato tolto. Il secondo anello è l’esecuzione, denunciata nel 1969 dal Breve esame critico presentato a Paolo VI sotto il patrocinio dei cardinali Ottaviani e Bacci: la soppressione dell’offertorio sacrificale, delle preghiere alla Trinità per l’accettazione del sacrificio, e la riduzione della preghiera consacratoria a semplice racconto dell’istituzione.[15] Qui si colloca un caso che mostra il meccanismo allo scoperto: l’articolo 7 dell’Istituzione generale del Messale. Nel 1969 esso definiva la Messa come sinassi sacra, raduno del popolo, senza nominare una sola volta Trento, il sacrificio, la presenza reale, la transustanziazione; sollevata la protesta, nel 1970 si riscrisse l’articolo precisando che il sacerdote agisce nella persona di Cristo. Ma il rito — i testi e i gesti — rimase quello del 1969: si corresse la premessa, non la celebrazione.[16] Il terzo anello è il risultato, la prova che chiunque può controllare aprendo un libro: la liturgia eucaristica del Book of Common Prayer del 1979, rito ufficiale della Chiesa episcopaliana, condivide con il rito riformato, quasi parola per parola, l’intera ossatura — il dialogo iniziale, il Santo, il racconto dell’istituzione, l’acclamazione dopo la consacrazione, la dossologia finale — e chiama l’atto «sacrificio di lode e di ringraziamento e memoriale della nostra redenzione», collocandolo nel registro del memoriale e non della propiziazione.[17] Ne segue la conferma sperimentale: un rito ridotto a memoriale e rendimento di grazie è celebrabile da chi nega il sacrificio propiziatorio, perché il propiziatorio, in quella struttura, non c’è più.

Il criterio «ex vi verborum»

Fisso allora un criterio, prima di guardare i testi vicini: una liturgia si giudica per ciò che dice ex vi verborum, per la sola forza delle sue parole — non per il senso che un fedele ben disposto può portarvi, ma per ciò che il testo afferma da sé. È il criterio più severo e insieme il più onesto, perché non misura le intenzioni di chi prega, ma le parole che il rito mette sulle sue labbra. La perdita del propiziatorio non nasce nella preghiera eucaristica: comincia prima, all’offertorio. Nel rito antico, offrendo il pane, il sacerdote lo presentava come ostia immacolata per i propri peccati e per tutti i fedeli vivi e defunti; offrendo il vino, chiedeva che l’offerta salisse per la salvezza propria e del mondo intero. Espiazione, propiziazione, offerta per i vivi e per i defunti: parole esplicite, all’inizio, che orientavano tutto ciò che seguiva. La riforma ha sostituito quell’offertorio con la preparazione dei doni: il testo benedice Dio per il pane e per il vino, ricevuti dalla sua bontà, perché diventino cibo e bevanda di vita. Quella benedizione non è falsa, e la si può intendere in senso cattolico; ma, per la sola forza delle parole, non dice più il sacrificio propiziatorio: dice il rendimento di grazie sui doni, esattamente il registro che il protestantesimo accetta.[18] Se il propiziatorio non è più detto all’offertorio, la preghiera eucaristica che segue non ha più chi glielo prepari.

Affido a un’immagine il punto più sottile. Si immagini uno spettatore che assista a due scene in cui un uomo chiede una donna in sposa. Nella prima egli è in abito, con un ginocchio a terra e rose vere, lo sguardo rivolto a lei sola: la scena, da sé, dice che cosa egli voglia. Nella seconda pronuncia le identiche parole, ma in canottiera e ciabatte, con rose di plastica, e mentre parla occhieggia un’altra donna che gli passa accanto. Le parole sono le medesime; eppure ciò che ciascuna scena afferma, per la sola forza di quel che si vede e si ode, è opposto. Portata all’altare, la scena dà il punto esatto. Il rito antico è il primo pretendente: la sua forma, le parole e i gesti dell’offertorio, dice da sé il fine propiziatorio, e non occorre domandare al sacerdote che cosa intenda, perché la forma lo dichiara per lui. Il rito riformato è il secondo: le parole in gran parte restano, ma la forma non afferma più quel fine con la stessa forza, sicché, per sapere se quel sacrificio è offerto nei suoi fini, non basta più guardare il rito, ma occorre chiedere al celebrante che intenzione abbia. E poiché nei sacramenti la forma non è un ornamento esteriore, ma parte costitutiva del segno, il fine — prima garantito dalla forma pubblica del rito — viene rimesso al foro interno del ministro, che il fedele non vede né può verificare.

L’asimmetria

Resta la constatazione che dà all’intera vicenda il suo peso. In questa convergenza, dottrinale e liturgica, il confine non è stato ritirato da entrambe le parti che si vengono incontro: è stato ritirato da una parte sola. Dalla parte protestante, nulla è stato ritrattato: la base dottrinale delle confessioni luterane resta quella del secolo sedicesimo, e accanto ai testi sulla giustificazione stanno, nel medesimo corpo confessionale riaffermato, gli scritti durissimi che chiamano la Messa cattolica «abominio» e il Papa «l’Anticristo».[19] Firmando la Dichiarazione del 1999, la parte luterana non ha abiurato un solo punto. Dalla parte cattolica, invece, si è dichiarato non più applicabili le condanne di Trento alla dottrina luterana per come è presentata. Il movimento è asimmetrico: una parte riafferma i propri testi, l’altra dichiara non più operanti i propri canoni. Che questo ritiro sia stato una scelta, e non una necessità, lo prova ciò che ho già mostrato sfilare: il «per molti» ripristinato nel 2012, l’articolo 7 corretto nel 1970. Quando l’autorità ha voluto ritracciare un confine, lo ha ritracciato; che sulla giustificazione e sul propiziatorio non lo abbia fatto non è un limite dei tempi, ma un dato.

Con la consueta disciplina, distinguo infine ciò che prova da ciò che resta interpretazione. Sono fatti, verificabili alla fonte: i due luoghi magisteriali pongono l’accento sul lato oggettivo mentre Trento tiene fermo il confine; la Dichiarazione del 1999 dichiara non più divisorie le condanne sulla giustificazione; le parole di Bugnini sono datate e citabili; il Breve esame critico documenta le soppressioni; il Book of Common Prayer condivide l’ossatura del rito e ne tace il propiziatorio; i testi confessionali luterani, riaffermati, restano quelli del Cinquecento. Resta interpretazione l’inferenza che salda i piani — l’isomorfismo fra la fessura soteriologica e la discesa liturgica —, presentata come tale e non come dato. Ma chi accettasse i fatti e rifiutasse l’inferenza avrebbe comunque davanti i fatti; e i fatti, da soli, bastano.

Il Giudizio che non giudica più

Lo smantellamento di una dottrina non procede mai per strappi, che allarmerebbero anche il più sprovveduto, ma per concatenazione: quando si toglie una pietra, l’edificio che vi poggiava si riassesta e cambia forma senza che nessuno abbia demolito nulla. Se la Messa cessa di essere intesa, in via primaria, come l’atto con cui Cristo placa la giustizia divina e sconta la pena dovuta ai peccati, e si riconfigura come memoriale e convito, le conseguenze non si fermano all’altare. Se non c’è più un debito di pena da saldare, allora ciò che quel debito presupponeva — il Giudizio che lo esige e l’Inferno che lo sanziona — perde la sua ragione e scivola in ombra, non potendo essere abrogato.

Sul piano dei testi ufficiali la legge dei Novissimi è salva, e va detto per non eccedere: nessun documento del postconcilio ha cancellato dal Simbolo la frase sul Cristo che verrà a giudicare i vivi e i morti, nessuno ha abolito l’Inferno, il Purgatorio o la risurrezione della carne.[20] Ciò che è stato ritirato è il suo regolamento, cioè la pedagogia che la rendeva operante: il timor di Dio — non il terrore servile, ma il dono che fa temere di perdere Dio —, la penitenza espiatoria, la dottrina delle indulgenze, la necessità dei suffragi. L’esempio più popolare è liturgico. Nel rito antico la Messa dei defunti aveva la sua sequenza, il Dies irae, che diceva senza mezzi termini il tremore davanti al Giudice; la riforma lo ha tolto dalle esequie e ha dato al rito funebre un’impronta di speranza pasquale.[21] Il Dies irae non è dogma, e la Chiesa ha piena autorità di disporre dei suoi canti; ma si constata l’effetto: ritirato quel canto proprio dal funerale, cioè dal momento in cui la morte di una persona cara predisponeva l’anima a pensare ai Novissimi, il fedele semplice non ode più, là dove più conterebbe, che il Giudizio è cosa da temere.

Il primo passo del disinnesco è ridefinire i concetti. La tradizione insegnava che l’Inferno è il luogo e lo stato di pena eterna a cui la giustizia di Dio destina chi muore in peccato mortale non pentito, con la duplice pena del danno — la privazione di Dio — e del senso — il tormento reale del fuoco. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riafferma l’esistenza e l’eternità dell’Inferno, ma ne descrive la natura come lo stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati[22]: il soggetto dell’atto cambia — non è più Dio che pronuncia una sentenza, ma l’uomo che si esclude —, e con la sentenza divina sfuma la pena del senso. L’Inferno, da realtà oggettiva comminata dalla giustizia, tende a interiorizzarsi in uno stato dell’anima. Sulla stessa linea le catechesi che spiegarono come Inferno, Purgatorio e Cielo siano più che luoghi fisici, stati dell’anima[23]: per il teologo colto era il tentativo legittimo di superare un letteralismo ingenuo, e in sé l’affermazione non è falsa; ma, recepito dai semplici, quel chiarimento è diventato il messaggio che l’Inferno non è un luogo reale ma una metafora, e ciò che è astratto non fa più paura.

La risurrezione senza la carne

Si giunge al piano più grave, perché non tocca una disciplina né una traduzione, ma un articolo del Simbolo. Il cristiano professa, da sempre, «credo la risurrezione della carne»; e carne, lì, vuol dire carne: questo corpo, il mio, che alla fine dei tempi tornerà a vivere, ricomposto e glorificato.[24] In una delle opere teologiche più lette del dopoconcilio, la rilettura di questo articolo è netta. La vera immortalità, vi si scrive, non è quella dell’anima naturale dei greci, ma un’immortalità dialogica: l’uomo è indistruttibile non per una qualità propria, ma perché è conosciuto e amato da Dio, e chi è amato da Dio non può perire. È un’intuizione alta e in parte vera, perché fonda la speranza sull’amore di Dio e non su una proprietà della materia; ma è il primo passo di uno spostamento, perché sposta il baricentro dalla carne alla relazione. Il passo decisivo viene subito dopo: il testo nega espressamente che «risurrezione della carne» significhi restituzione dei corpi, e che la carne risorta sia il corpo fisico-chimico; parla di una realtà trans-fisica, e intende la carne come cifra del mondo degli uomini, della storia e delle relazioni, più che del corpo.[25]

Qui insisto sull’esattezza, perché non si attribuisca al suo autore ciò che non scrive, e la precisazione non attenua la gravità, la definisce. Il testo dichiara di non voler negare l’immortalità dell’anima, afferma il realismo della carne di Cristo risorto, si appoggia più volte alla Scrittura: non nega, dunque, la risurrezione, e non nega l’anima. Fa qualcosa di diverso e, su un articolo del Credo, non meno grave: ne muta l’oggetto lasciandone il nome. La formula «credo la risurrezione della carne» resta intatta sulle labbra; ciò che essa designa — il corpo che risorge — è stato sostituito dalla persona-relazione. Ed è la figura di sempre, colta sul dogma più concreto: la legge conservata parola per parola, e il regolamento — il realismo che diceva quale carne — ritirato. L’effetto sul fedele semplice è, anche qui, il vero oggetto: chi recita «credo la risurrezione della carne» pensa, giustamente, al proprio corpo che rivivrà, e una predicazione che gli insegni che «carne» vuol dire relazione custodita in Dio non gli aggiunge una sfumatura, gli toglie la cosa. Non è pagina d’occasione, poi corretta: a trent’anni di distanza il suo autore l’ha ripubblicata, rivendicandone l’impianto senza ritrattare l’escatologia.

Quando l’inferno diventa un’eccezione

Ciò che era la ricerca di un teologo è poi salito al grado più alto, quello del magistero pontificio. È la stessa mano che, quarant’anni dopo l’opera accademica, firma da Papa l’enciclica Spe salvi (2007) e vi riprende la medesima teologia dei Novissimi, non più come opinione d’autore ma come insegnamento proposto alla Chiesa. Il primo spostamento riguarda il Giudizio, presentato in primo luogo non come un’immagine terrificante, ma come un’immagine di speranza: non si nega che il Giudizio ci sia, se ne muta il registro, dal timore alla speranza. Il secondo riguarda l’inferno, descritto come la condizione di chi ha distrutto totalmente in sé il desiderio della verità e la disponibilità all’amore: il soggetto dell’atto non è Dio che infligge una pena, ma l’uomo che si autodistrugge, e con la sentenza scompare la pena del senso. Il terzo, il più gravido di effetti, riguarda le proporzioni della salvezza: l’enciclica distingue i pochi che hanno interamente distrutto in sé l’amore, i pochi purissimi, e in mezzo la gran parte degli uomini, nei quali si suppone rimanga fino all’ultimo un’apertura interiore, avviati alla salvezza attraverso una purificazione. La dannazione, così, cessa di essere la possibilità reale per chiunque muoia in peccato mortale, e si restringe alla schiera dei grandi malvagi della storia; per la maggioranza la salvezza diventa l’esito quasi ordinario.[26]

Anche qui la clausola di sempre tiene la constatazione sul dimostrabile: l’enciclica non nega l’inferno, che anzi afferma per chi ha spento in sé l’amore; non insegna che tutti si salvino, perché la salvezza della maggioranza è data come supposizione, non come dogma. Non si accusa il testo di eresia. Si constata lo spostamento degli accenti — la dannazione da sentenza a autoesclusione, il giudizio da timore a speranza, la salvezza da combattimento incerto a esito quasi universale — e se ne osserva l’effetto sul fedele semplice, che ne ricava la persuasione di una salvezza quasi dovuta. Ed è la firma nella sua forma più alta: non un decreto che neghi i Novissimi, ma una loro riconfigurazione che ne conserva i nomi e ne ridisegna la portata, stavolta non da una traduzione o da un silenzio, ma da un’enciclica. Chiudo richiamando il monito del Catechismo Romano contro la curiositas, l’eccessiva e presuntuosa curiosità dell’intelletto nell’esposizione dei misteri più alti[27]: la teologia che ha preteso di dire meglio di Trento, per appagare il pensiero contemporaneo, ha forzato i confini della Rivelazione, e il risultato pratico è la legge citata nei formulari e il suo regolamento distrutto.

La crisi in atto, oggi

Un lettore potrebbe obiettare che tutto ciò riguarda testi di decenni fa, discussi da specialisti: sarà pure vero, ma è quasi archeologia, e alla parrocchia dove porto i miei figli che cosa cambia? Rispondo che la medesima figura — la legge conservata e il regolamento taciuto — non abita soltanto nelle carte lontane: la si può cogliere in atto, adesso, in un documento pubblico che chiunque può leggere per intero. E per il fedele comune un solo caso presente vale più di dieci antichi, perché lo può verificare da sé, nella sua diocesi, nei prossimi mesi.

Il documento è il testo con cui la Segreteria generale del Sinodo descrive la cosiddetta fase attuativa. Non è un testo dottrinale: è un programma, con un calendario preciso — una fase diocesana nel primo semestre del 2027, una fase nazionale nel secondo, una fase continentale all’inizio del 2028, e nell’ottobre 2028 l’assemblea ecclesiale conclusiva.[28] Lascio parlare il testo. I frutti del cammino, vi si afferma, vanno accolti non come contenuti da applicare, ma come stimoli: un contenuto da applicare avrebbe una forma, un confine, una verifica; uno stimolo no, è un impulso privo di forma definita, e dichiarando i propri frutti stimoli il documento li sottrae, per sua stessa ammissione, a ogni confine verificabile. L’assemblea, prosegue, non coincide con una consultazione sociologica né con una dinamica deliberativa: una duplice negazione che nega insieme le due cose che darebbero all’assemblea un confine — non rileva soltanto opinioni, e non decide con atti vincolanti. Lo scopo non è produrre un documento di sintesi, con contenuti definiti e controllabili, ma elaborare una breve lettera alle altre Chiese, aperta e narrativa; e i contributi saranno offerti al Santo Padre, consegnati come dono di un cammino, non sottoposti ad approvazione.[29]

Si guardi la struttura che quelle parole compongono. Ciò che resta intatto è la dottrina: nessuna verità è toccata, e nel documento non si trova alcuna affermazione ereticale. Ciò che muove è la vita: la prassi, lo stile, le relazioni, i processi, ciò che il fedele effettivamente incontra quando varca la porta della sua parrocchia. E qui si apre il vuoto decisivo: chi decide davvero, e con quale autorità, resta indeterminato. L’assemblea non è deliberativa, dunque non decide; ma allora chi? La risposta non è data, e non per svista.[30] Nel frattempo, però, quei frutti si depositano comunque nella vita delle Chiese locali, perché le pratiche, una volta avviate, restano. È la legge senza regolamento divenuta programma: la dottrina affermata e intangibile, il confine di chi decide lasciato in bianco, e la prassi che intanto avanza.

Sotto questo disegno lavora un attrattore, una direzione costante: non è la dottrina a comandare sulla prassi, ma la prassi a comandare su ciò che della dottrina ci dice ancora. Nel modo consueto, la dottrina detta i principi e la prassi vi si conforma; qui il rapporto si rovescia — la prassi prende il primo posto, e la dottrina resta affermata ma sullo scaffale alto, intatta e citabile, senza più governare ciò che si fa. Aggiungo una nota storica che rende la cosa falsificabile: il primato della prassi sulla dottrina, quando fu nominato apertamente come vizio, la Chiesa lo condannò, chiamandolo ortoprassi, la pretesa di sostituire al criterio della retta dottrina quello del retto agire.[31] Che oggi la medesima forma ricompaia raccomandata come metodo, sotto nomi più amabili — processo, cammino, discernimento —, è un fatto che merita di essere considerato; non si sostiene che chi lo raccomanda intenda il vizio condannato, si constata che la struttura è la stessa.

C’è un ultimo tratto, forse il più grave: il processo è concepito per non tornare indietro. Un principio ormai divenuto criterio diffuso di governo recita che «il tempo è superiore allo spazio», e che dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi.[32] Uno spazio ha confini: lo si occupa, e da lì si può dire «fin qui e non oltre». Un processo aperto no: non ha un punto d’arrivo in cui ci si fermi a verificare, ma soltanto una tappa successiva, e poi un’altra. Chi dà la priorità al processo rinuncia, per definizione, al confine, perché il confine appartiene allo spazio, non al movimento. La figura che descrivo è qui elevata al metodo stesso di governo: la dottrina è al sicuro sullo scaffale, ma il confine che direbbe «fin qui si può andare e non oltre» è precisamente ciò che un processo permanente sottrae.

Se ne conclude che la crisi non è archeologia: è un programma con un calendario, e il calendario raggiunge la parrocchia del lettore. Ciò che le pagine precedenti mostravano sulla pagina di testi lontani, questo mostra nell’agenda dei prossimi due anni. E qui si annoda il ponte verso la terza puntata: se la provvista ordinaria non viene meno soltanto in vecchi documenti, ma in un processo che si sta dispiegando adesso, allora la domanda pratica non può più essere elusa. La prossima puntata la porterà fino in fondo, e mostrerà che ogni via d’uscita umana si chiude in un vicolo cieco, la cui unica chiave spetta a chi ha annodato il nodo.



(Foto di Jens Junge da Pixabay)


[1]Concilio di Trento, sessione VI (1547), cap. 3 (Denz.-H. 1523): «sebbene [Cristo] sia morto per tutti, non tutti però ricevono il beneficio della sua morte, ma solo coloro ai quali viene comunicato il merito della sua passione» (etsi ille pro omnibus mortuus est, non omnes tamen mortis eius beneficium recipiunt, sed ii dumtaxat quibus meritum passionis eius communicatur). La distinzione classica è formulata da san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, q. 48, a. 2: il sacrificio di Cristo è sufficiente per tutti ed efficace per molti.

[2]Concilio Vaticano II, Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 22: «Filius Dei incarnatione sua cum omni homine quodammodo se univit», il Figlio di Dio con la sua incarnazione si è unito in certo modo a ogni uomo. E poco oltre: lo Spirito Santo offre a tutti, «modo Deo cognito», in modo noto a Dio, la possibilità di essere associati al mistero pasquale.

[3]Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), n. 13. Il paragrafo, dopo aver citato correttamente Gaudium et spes 22 («con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo»), afferma dell’uomo concreto («ogni uomo», dal momento del concepimento) che esso è «l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana, in cui permane intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso», saldando tale «somiglianza» a Gaudium et spes 24 («la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa»). Lo spostamento non è nell’unione incarnazionale, qui citata con la dovuta cautela del quodammodo, ma in quel «permane intatta… la somiglianza», riferito all’uomo come tale: proposizione che, presa alla lettera, ribalta la distinzione, costante nella tradizione, tra l’immagine (l’imago Dei, struttura spirituale che permane) e la somiglianza (la similitudo, conformità soprannaturale ferita dal peccato originale).

[4]Conc. di Trento, Sess. V, Decretum de peccato originali (17 giugno 1546), can. 5: la concupiscenza permane nei battezzati “ad agonem”; Denzinger-Hünermann (DH) 1515 (già Denzinger-Bannwart, DB, 792). La “similitudo” con Dio non “permane integra” nello stato decaduto se non per la grazia ricevuta: cfr. Sess. VI, Decretum de iustificatione, capp. 7-8, DH 1528-1532 (DB 799-801). La grazia battesimale toglie il reato della colpa, ma la ferita resta, ciò che «ex peccato est et ad peccatum inclinat». È la misura contro cui si pesa il «permane intatta la somiglianza» di RH 13: se la somiglianza fosse intatta, non vi sarebbe ferita che permane.

[5]Isomorfismo, dal greco, significa alla lettera stessa forma. Si dice di due realtà distinte che, pur appartenendo a piani diversi e non avendo nulla in comune quanto alla materia, presentano la medesima struttura, cioè lo stesso ordine di rapporti tra le loro parti. Qui il termine indica che la fessura della dottrina, dove il lato oggettivo della redenzione avanza e il soggettivo passa in ombra, e la discesa della liturgia, dove il memoriale avanza e il propiziatorio arretra, non sono due fenomeni simili per caso, ma la stessa forma impressa su due piani che si corrispondono punto per punto.

[6]Soteriologico, dal greco sotería, salvezza, è ciò che riguarda la dottrina della salvezza, cioè il modo in cui l’opera compiuta da Cristo viene applicata agli uomini e li salva. La soteriologia è la parte della teologia che studia questo. Dire che la radice della crisi è soteriologica significa dunque che essa sta nel modo di intendere come la redenzione raggiunge e salva le singole anime, prima e più a fondo di ogni questione liturgica o disciplinare.

[7]Lumen gentium, n. 8: «Haec Ecclesia… subsistit in Ecclesia catholica… licet extra eius compaginem elementa plura sanctificationis et veritatis inveniantur».

[8]Pio XII, Mystici Corporis Christi (29 giugno 1943): «questa verace Chiesa di Cristo è la Chiesa santa, cattolica, apostolica romana»; l’appartenenza è definita al medesimo luogo, e riaffermata da Humani generis (1950), n. 27.

[9]J. Ratzinger, comunicazione sul senso del «subsistit in» (2000): il termine esprime l’unicità e la non moltiplicabilità della Chiesa, ma «esiste una realtà ecclesiale al di fuori della Chiesa», e «questa differenza tra subsistit ed est non può essere totalmente risolta dal punto di vista logico».

[10]Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Iesus (6 agosto 2000), nn. 16-17: mantiene il «subsistit», dichiara la Chiesa di Cristo «presente e operante» nelle Chiese non in piena comunione, e afferma che le comunità prive dell’episcopato e della valida Eucaristia «non sono Chiese in senso proprio».

[11]Le parole della consacrazione dicono «pro multis», per molti (Matteo 26, 28; Marco 14, 24). Con lettera circolare del 17 ottobre 2006 la Congregazione per il Culto Divino chiese alle conferenze episcopali di tradurre l’espressione con «per molti»; e Benedetto XVI, nella lettera ai vescovi di lingua tedesca del 14 aprile 2012, ne motivò il ripristino, distinguendo la sufficienza oggettiva, per cui Cristo è morto per tutti, dall’applicazione, che il «per molti» custodisce. Alcune conferenze accolsero la correzione e ripristinarono «per molti»; altre no. In Italia, nel novembre 2010, su 187 vescovi votanti soltanto 11 si espressero per il «per molti», e il Messale italiano ha mantenuto il «per tutti».

[12]Il confine è fissato dai canoni di Trento, sessione VI (1547): la giustificazione è reale rinnovamento interiore e non mera imputazione, con unica causa formale la giustizia con cui Dio ci fa giusti (cap. 7, Denz.-H. 1528-1529); non per sola fede (can. 9, Denz.-H. 1559); il libero arbitrio coopera (can. 4, Denz.-H. 1554); il giustificato cresce (can. 24) e merita davvero (can. 32); perde la giustizia con ogni peccato mortale, non solo con la perdita della fede (can. 27, Denz.-H. 1577). Trento aggiunge che la concupiscenza rimasta nel battezzato non è propriamente peccato (sessione V, Denz.-H. 1515) e che non si dà certezza presuntuosa di essere in grazia (cann. 13-16).

[13]Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata ad Augusta il 31 ottobre 1999 dal cardinale Walter Kasper, per il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, e dal pastore Ishmael Noko, per la Federazione Luterana Mondiale. Al n. 15 si confessa insieme che è per grazia e nella fede nell’opera di Cristo che si è accettati da Dio; la dichiarazione ufficiale comune afferma che l’insegnamento luterano, per come è presentato nel documento, non cade sotto le condanne del Concilio di Trento. Va precisato che il testo non ha autorità magisteriale e che la Risposta cattolica ufficiale del 1998, elaborata con la Congregazione per la Dottrina della Fede, vi appose riserve.

[14]Le intenzioni ecumeniche della riforma furono dichiarate dal suo segretario, monsignor Annibale Bugnini. Su L’Osservatore Romano del 13 ottobre 1967 scrisse che la riforma liturgica si era «avvicinata alle forme liturgiche della Chiesa luterana»; e già su L’Osservatore Romano del 19 marzo 1965, in un articolo sui testi della Settimana Santa, aveva indicato il desiderio di scartare ogni pietra che potesse costituire anche solo l’ombra di un inciampo o di un dispiacere per i fratelli separati. Al Consilium presero parte sei osservatori protestanti; mons. Baum ne parlò come di partecipanti alla discussione (The Detroit News, 27 giugno 1967), mentre lo stesso Bugnini ne ridusse poi il ruolo a quello di semplici osservatori (Notitiae, 1974).

[15]Le soppressioni furono denunciate nel Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato a Paolo VI nel 1969 sotto il patrocinio dei cardinali Alfredo Ottaviani, già Prefetto del Sant’Uffizio, e Antonio Bacci. Vi si rilevava un «impressionante allontanamento» dalla teologia della Messa fissata nella sessione XXII di Trento: soppressione dell’offertorio sacrificale, delle preghiere alla Trinità per l’accettazione del sacrificio (Suscipe, Sancta Trinitas; Placeat tibi) e riduzione della preghiera consacratoria a racconto dell’istituzione.

[16]L’Institutio generalis Missalis Romani, promulgata con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 ed entrata in vigore il 30 novembre 1969, definiva all’articolo 7 la Messa come «sinassi sacra», raduno del popolo di Dio sotto la presidenza del sacerdote per celebrare il memoriale del Signore; il testo del 1969 non nominava Trento, né il sacrificio, né la presenza reale, né la transustanziazione. Nel 1970, dopo le critiche, si aggiunse un proemio e si riscrisse l’articolo, precisando che il sacerdote agisce «nella persona di Cristo»; ma il rito rimase invariato, come rilevano gli stessi critici tradizionalisti, per i quali la correzione mutò l’etichetta e non il contenuto. L’edizione tipica latina uscì l’11 maggio 1970.

[17]The Book of Common Prayer (1979) della Chiesa episcopaliana, Holy Eucharist, Rite II; edizione italiana a cura della St. James Church di Firenze (1999). La preghiera eucaristica condivide con il rito riformato il dialogo «In alto i nostri cuori», il «Santo, Santo, Santo», il racconto dell’istituzione, l’acclamazione «Cristo è morto, Cristo è risorto, Cristo ritornerà» e la dossologia «Per lui, con lui e in lui». L’edizione italiana rende le parole sul calice «versato per voi e per tutti» e qualifica l’atto «sacrificio di lode e di ringraziamento» e «memoriale della nostra redenzione».

[18]Nel rito antico l’offerta è espressamente propiziatoria: si offre l’ostia immacolata «pro innumerabilibus peccatis», per i vivi e per i defunti, e nel Suscipe, sancta Trinitas e nel Placeat tibi si chiede che il sacrificio sia «propiziatorio». Il rito riformato sostituisce queste formule con la benedizione sui doni, «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo», che appartiene al registro del rendimento di grazie, non a quello dell’espiazione.

[19]Confessione di Augusta (Confessio Augustana), presentata il 25 giugno 1530, redatta da Filippo Melantone in linguaggio volutamente moderato: contiene la dottrina della giustificazione (art. 4), non le espressioni ostili. Queste ultime, la Messa come abominio e il Papa come Anticristo, appartengono agli Articoli di Smalcalda di Lutero (1537) e al coevo Trattato sul potere e il primato del Papa di Melantone (1537). Tutti confluiscono nel Libro della Concordia (1580), base confessionale luterana.

[20]Il richiamo al Giudizio è nel Simbolo apostolico e in quello niceno-costantinopolitano; la dottrina dei Novissimi è ribadita nel Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1020-1050.

[21]La sequenza Dies irae, propria della Messa da requiem nel rito precedente, è stata rimossa dalle esequie nella riforma liturgica; il nuovo Ordo exsequiarum (1969) orienta il rito al carattere pasquale e alla speranza.

[22]Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1033-1037; la definizione dell’inferno come «stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati» è al n. 1033.

[23]Giovanni Paolo II, udienze generali del 21 e 28 luglio e del 4 agosto 1999, su Cielo, Inferno e Purgatorio come stati più che luoghi.

[24]Catechismo Romano, esposizione dell’undicesimo articolo del Simbolo, la risurrezione della carne come risuscitamento dei medesimi corpi; sull’identità del corpo risorto con quello vissuto, la tradizione conciliare tridentina e patristica.

[25]J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, capitolo sulla risurrezione della carne: l’immortalità dialogica e l’essere risvegliati (p. 340); la carne come cifra del mondo degli uomini (p. 342); la negazione che risurrezione della carne significhi restituzione dei corpi, la distinzione fra corpo-persona e corpo fisico-chimico e la realtà trans-fisica (pp. 346-347); la dichiarazione di non voler negare l’immortalità dell’anima (p. 343) e l’affermazione del realismo della carne di Cristo (p. 347). Sulla risurrezione nella morte, Id., Escatologia. Morte e vita eterna (1977). Sulla non ritrattazione, Id., prefazione all’edizione 2000 dell’Introduzione al cristianesimo. Sul richiamo allo stato intermedio, Congregazione per la Dottrina della Fede, lettera Recentiores episcoporum synodi (1979).

[26]Benedetto XVI, lettera enciclica Spe salvi (30 novembre 2007): il Giudizio come immagine di speranza e il richiamo a sant’Ilario (n. 44); l’inferno come autodistruzione irrevocabile della disponibilità all’amore (n. 45); la tripartizione e l’ultima apertura interiore della gran parte degli uomini (nn. 45-46); il fuoco come incontro con lo sguardo di Cristo, attribuito ad «alcuni teologi recenti» (n. 47); l’attenuazione del carattere espiatorio (n. 48).

[27]Catechismo Romano (Catechismo del Concilio di Trento, 1566), esposizione del primo articolo del Simbolo e monito ai pastori contro la curiositas; il richiamo scritturistico è a Proverbi 25, 27 e ad Atti 1, 7.

[28]Segreteria generale del Sinodo, documento sulla fase attuativa Verso le Assemblee 2027-2028, pubblicato sul sito ufficiale del Sinodo (www.synod.va). Il calendario vi prevede quattro tappe: una fase diocesana nel primo semestre 2027, una nazionale nel secondo, una continentale nel primo quadrimestre 2028 e l’assemblea ecclesiale conclusiva nell’ottobre 2028.

[29]Le espressioni riportate appartengono al medesimo documento, nelle sezioni relative agli obiettivi del percorso, alla natura delle assemblee e alla tappa conclusiva. Il testo integrale è verificabile all’indirizzo sopra indicato: qui ci si limita a leggerne le parole e ad accostarle.

[30]Le clausole rassicuranti, tra cui la dichiarazione che l’assemblea non è una dinamica deliberativa e che il percorso si svolge sotto la responsabilità del Santo Padre, appartengono al medesimo documento del Sinodo, e vanno lette accanto alla struttura assembleare che lo stesso testo predispone.

[31]Congregazione per la Dottrina della Fede, istruzione Libertatis nuntius (6 agosto 1984), sez. X: al criterio dell’ortodossia si sostituisce la nozione di ortoprassi come criterio della verità. La medesima diagnosi è ripresa da J. Ratzinger nei suoi scritti sulla teologia contemporanea.

[32]Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 222-223: «il tempo è superiore allo spazio», e «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». Il principio è enunciato nel campo dell’azione pastorale.






martedì 8 settembre 2026

Lo «straordinario patrimonio» della nuova… o della vecchia liturgia?


La lettera 1411, pubblicata da Paix Liturgique il 7 settembre, nella traduzione di Messa in Latino, in cui si torna a commentare l’editoriale di mons. Jean-Marc Eychenne, neo-bugniniano Vescovo di Grenoble-Vienne, pubblicato sul quotidiano La Croix il 24 agosto [QUI e, integrale, QUI; QUI in italiano].




Lo «straordinario patrimonio» della nuova… o della vecchia liturgia?

Lunedì scorso abbiamo reagito al provocatorio articolo di mons. Jean-Marc Eychenne, Vescovo di Grenoble-Vienne, pubblicato di recente sul quotidiano La Croix [QUI e, integrale, QUI; QUI in italiano: N.d.T.]. Mons. Eychenne affermava che, lungi dal cercare di (ri)aprire le porte alla liturgia tradizionale, l’istituzione ecclesiale dovrebbe invece accompagnare i fedeli dell’usus antiquior ad accettare le ricchezze della nuova liturgia.

A questo proposito, abbiamo espresso la nostra incomprensione e il nostro fastidio di fronte all’ingiustizia commessa nei confronti della nostra buona volontà. E come non lasciarsi sopraffare da questi sentimenti quando il consueto riflesso episcopale è quello di mettere in dubbio il nostro attaccamento alla Chiesa proprio a causa del nostro attaccamento alla Messa tradizionale? «Non abbiamo la pretesa di essere più cattolici dei nostri Vescovi, ma con la libertà dei figli di Dio e in virtù dell’unzione del nostro Battesimo, diciamolo chiaramente: non abbiamo la pretesa di esserlo meno! Il processo alle intenzioni di cui la corrente tradizionale è oggetto da diversi decenni ricorda i processi di Mosca. Le ingiunzioni episcopali, per quanto melliflue, tradiscono soprattutto un abuso di autorità che non dice il proprio nome» (Lettre 1408).

«I tradizionalisti devono rivedere la loro posizione»

Forse senza nemmeno rendersene conto, mons. Jean-Marc Eychenne mostra comunque una palpabile condiscendenza nel suggerire che i fedeli tradizionalisti siano accompagnati affinché rivedano la loro posizione. Per fortuna, ci viene precisato che è auspicabile che tale accompagnamento avvenga con benevolenza. Proprio come l’insegnante, sollecitata dalla direzione, a prendersi cura degli scolari più svogliati in fondo alla classe: correggerli, sì! Ma con benevolenza, comunque. Ecco che ci sentiamo rassicurati!

Intendiamoci bene: se si segue assiduamente il ragionamento di mons. Jean-Marc Eychenne, si capisce che, secondo lui, centinaia di migliaia di fedeli da decenni si sarebbero quindi persi una liturgia meravigliosa, non sarebbero riusciti a salire sul treno di una riforma liturgica pure appositamente concepita per essere accessibile proprio a loro… Come se fossero dei veri e propri somari, i fedeli della Messa di San Pio V si aggiudicherebbero così il primo premio. Nel suo articolo, mons. Eychenne non esita ad affermare, a proposito della nuova liturgia: «Che tristezza constatare che, a volte per ostinazione, si impedisce ad alcuni fedeli l’accesso a questo straordinario patrimonio».

«Si impedisce l’accesso», c’è scritto. Ma di chi si tratta, in fin dei conti? Chi si nasconde dietro questo «si»? San Giovanni Paolo II che esorta i Vescovi di tutto il mondo ad accogliere con apertura e generosità i fedeli legati alla liturgia tradizionale [QUI]? Papa Benedetto XVI che scrive nero su bianco che «ciò che per le generazioni anteriori era sacro…» [QUI]? Gli stessi fedeli che si impediscono da soli – per testardaggine! – di apprezzare le liturgie carenti che trovano non in modo del tutto eccezionale, ma ricorrente in troppe parrocchie di Francia e di Navarra?

Doppia pena per i fedeli

Insinuando che l’accesso di alcuni fedeli a questo «straordinario patrimonio» sarebbe impedito, mons. Jean-Marc Eychenne non esita a capovolgere la situazione e a distorcere la realtà in modo spudorato. Ovviamente, questa affermazione si applicherebbe in realtà alle intimidazioni e agli ukase di cui la liturgia tradizionale è costantemente oggetto. Non si capisce bene chi, oggi, sarebbe del resto «privato» della possibilità di accedere allo «straordinario patrimonio» della nuova liturgia? Mons. Eychenne sembra dimenticare che, in materia di privazioni, i fedeli subiscono una doppia pena: da un lato sono privati della possibilità di partecipare alla Messa tradizionale in base al loro luogo di residenza o alla loro destinazione di vacanza, dall’altro sono privati della possibilità di avere certezze su questo «straordinario patrimonio», la liturgia riformata rientra in ciò che Tom Hanks affermava sulla vita nel film Forrest Gump: «New Mass is like a box of chocolates. You never know what you’re gonna get» [la nuova Messa è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita].

In verità, l’articolo di mons. Jean-Marc Eychenne conferma soprattutto le ragioni della nascita del tradizionalismo e del suo perdurare: si tratta innanzitutto della storia di una ferita. La ferita di un clericalismo intellettualista che sospetta ai cattolici in buona fede di mancare di… fede nella nuova liturgia, e ai Cattolici di buona volontà di mancare di… volontà nell’abbracciare con entusiasmo la riforma postconciliare.

Ora, prima di «costringerci» o di «rieducarci», ci sia consentito invitare rispettosamente mons. Jean-Marc Eychenne, così come coloro che condividono la sua analisi, a considerare attentamente che la liturgia tradizionale non è affatto la testimonianza di un’altra epoca. È innanzitutto e soprattutto la testimonianza di un altro mondo. Un altro mondo che ha un proprio linguaggio, quello del cielo che discende sulla terra, nella potenza di un mistero sacro che ci supera. Un altro mondo di cui intere generazioni si sono nutrite e continuano a nutrirsi.

Ebbene, diciamolo senza mezzi termini, questo altro mondo non ci sembra emergere con la chiarezza dell’evidenza nella nuova liturgia. È nostro diritto, in quanto figli di Dio, pensarlo, dirlo e scriverlo. E ci stupisce che mons. Jean-Marc Eychenne finga di non vederlo di fronte alla realtà cultuale attuale. Se, naturalmente, non mettiamo in discussione la validità della riforma liturgica per principio, ci sentiamo liberi – con la dolce libertà dei battezzati – di interrogare comunque la pertinenza del suo contenuto e della sua articolazione. È proprio questo il tema che affronteremo in una prossima lettera. Nella carità e nella verità, ovviamente.