mercoledì 29 luglio 2026

La "famiglia" di Avvenire cambia in base al mutare dei tempi



Sul quotidiano dei vescovi trovano spazio tanti modelli familiari e non solo quello «formato da due genitori eterosessuali con uno o più figli», derubricato a «immaginario» da Luciano Moia. È la nuova teologia che eleva le situazioni a norma di se stesse.

Pastoralismi

Editoriali 


Stefano Fontana, 29-07-2026

Non si può chiedere alla pastorale della famiglia di dirci cosa sia la famiglia perché in questo caso la pastorale sarebbe guida a se stessa in un processo nel quale il giudicato giudica se stesso. Non saranno mai le “nuove famiglie” a dirci cosa sia la famiglia. Cosa sia la famiglia lo si deve chiedere alla ragione e alla rivelazione, in modo da avere un criterio capace di illuminare poi le situazioni pastorali senza dipendere dottrinalmente da esse. La pastorale deve tenere conto delle “situazioni”, ma non può attribuire alle situazioni date il potere di produrre le norme perché l’effettualità non può mai essere normativa.

Da quando si è passati dalla teologia della pastorale alla teologia pastorale (senza il della), la pastorale ha finito per coincidere con tutta la teologia, non più un ambito illuminato dal quadro complessivo dottrinale, ma il “sigillo” della teologia in quanto tale e della stessa forma della Chiesa. Ciò significa che la pastorale detta legge sulla dogmatica e sulla teologia morale, negando i loro presupposti dottrinali, considerati astratti, nella convinzione di avere essa la capacità di ripensarli alla luce del presente. La nuova teologia vuole così essere esperienziale, induttiva, sperimentale, contestuale, partecipativa.

Il cambiamento degli atteggiamenti pastorali da ieri ad oggi non è solo di metodo ma di contenuto: pretende di cambiare il “cos’è” delle cose. L’enorme differenza tra Amoris laetitia e Veritatis splendor, come pure quella tra le due configurazioni dell’Istituto Giovanni Paolo II prima e dopo la ristrutturazione di Francesco e Paglia, consiste nell’assegnare alla “situazione” il compito di diventare norma, nessun giudizio dovrebbe più essere formulato in base ad una realtà che preceda le esperienze, ma solo nel loro contesto. Il giudizio stesso su cosa sia pastoralmente giusto o sbagliato nelle diverse situazioni deve essere dato da quanti vivono quelle stesse situazioni. Per Amoris laetitia, infatti, la cosa spetta alla coscienza dei conviventi rispostati, che diventano norma (non solo personale ma anche ecclesiale) a se stessi.

Mi sono permesso di anticipare questo quadro d’insieme perché di nuovo Avvenire, con un articolo di Luciano Moia, si è mosso dentro questo quadro, stravolgendo i criteri, i contenuti e le parole della pastorale familiare. Vi si dice che la Chiesa deve «rimanere sempre e comunque accanto a tutte le famiglie» anche se «i modelli di riferimento appaiono sempre più lontani da quell’immaginario che ci rimanda ad un nucleo familiare formato da due genitori eterosessuali con uno o più figli». La realtà della famiglia viene qui derubricata ad un “immaginario” storicamente determinato. Ciò significa che la verità della famiglia coincide sempre con la famiglia “di adesso”, che la teologia giusta della famiglia è sempre quella nuova, mentre quella di ieri era sbagliata non perché fosse sbagliata ma perché era di ieri. La realtà della famiglia viene così sciolta e liquidata nel tempo.
Secondo questo orientamento «stare accanto a tutte le famiglie» comporterebbe di riconoscerle come famiglie o modalità di essere famiglia oggi, mentre il vero accompagnamento pastorale dovrebbe stare sì accanto a tutte le persone ma anche con il far presente quando una famiglia crede di essere tale ma non lo è più.

Avvenire invita ad abbandonare «iniziative pastorali modellate su schemi del passato», «benedire una piccola quota di famiglie [il riferimento è evidentemente a Fiducia supplicans] trascurando tutto il resto, comprese relazioni asimmetriche e scelte che sembrano contraddire nuzialità, filiazione e fraternità». Però trovare nuove proposte pastorali può e deve essere fatto, ma educando tutti al realismo e non lasciando nessuno nelle spire dell’artificio.

Segue poi il riferimento ad Amoris laetitia come al “manuale” del nuovo corso. Dire che «In tutte le situazioni c’è qualcosa di positivo» non è corretto: c’è qualcosa di positivo in tutte le persone, ma non in tutte le situazioni. «La vita, le speranze e le sofferenze delle famiglie, di tutte le famiglie, vengono prima delle regole, la realtà prima del criterio interpretativo della realtà stessa»: ecco la situazione che diventa norma, perché qui non si parla della “realtà” della famiglia, ma di quanto c’è sul mercato della famiglia oggi, che non può mai diventare norma.

I due modi di intendere la pastorale familiare, quello reiteratamente espresso da Avvenire e da Moia e quello coagulato nella Veritatis splendor, sono antitetici e irriducibili, insieme alle due teologie che stanno loro alle spalle. Lo stesso accade nella nuova sinodalità. Questa si nutre di una “teologia pratica” che nasce sperimentalmente e polifonicamente dai processi da essa stessa avviati e per la quale il famoso rapporto del Gruppo 9 al sinodo è già di per sé dottrina, perché il compito della verifica del processo sinodale deve essere compiuto esso stesso in modo sinodale, cioè dall’interno esperienziale del processo. Lo stesso accade per la nuova pastorale familiare.

Questo modo di intendere la pastorale familiare, parallelo allo spirito della nuova sinodalità, non cerca conferme teoriche o coerenze dottrinali, quanto, piuttosto, cambiamenti concreti a breve termine che possano dire per esperienza cosa sia la famiglia oggi diversamente da ieri. Da qui il martellamento continuo di Moia/Avvenire, senza che nessun vescovo eccepisca nulla.

Due modi di intendere la pastorale familiare, certo. Ma anche e soprattutto due teologie in contrasto tra loro. Come può la Chiesa vivere animata da due teologie così diverse? Sul piano del mistero, della questione si sta occupando lo Spirito Santo, ma sul piano umano le difficoltà laceranti sono davanti ai nostri occhi. Molti fanno notare che Leone XIV sta lavorando per l’unità della Chiesa, la quale però non può essere unita se fa riferimento a due teologie diverse e opposte, perché la teologia, prima di servire alle anime dei fedeli, serve alla Chiesa, affinché essa conosca se stessa. Non sembra possibile guadagnare l’unità senza porre mano ai chiarimenti necessari a questo livello, né lasciando che la rivoluzione di Amoris laetitia, nella pastorale familiare e non solo, continui il proprio corso.






lunedì 27 luglio 2026

Burke e Sarah chiedono al Papa di dire qualche "basta!"



Tra sperimentazioni sinodali, omosessualismo, lotta al celibato e Messe arcobaleno i processi avviati da Francesco sono andati fuori controllo ed è ora di fermarli. I due porporati si rivolgono a Leone XIV auspicando una correzione di rotta per il bene della Chiesa.

Cardinali

Ecclesia


Stefano Fontana,  27-07-2026

Nei giorni scorsi i cardinali Robert Sarah e Raymond Burke hanno reso pubbliche alcune loro valutazioni sulle necessità della Chiesa di oggi, chiedendo a papa Leone XIV di fare alcuni necessari interventi. Non è la prima volta che i due cardinali intervengono sulla situazione e il futuro della Chiesa, ma in questa occasione si è potuto percepire un tono di maggiore urgenza e, implicitamente, la valutazione che su alcuni punti importanti si stia procedendo a rilento. Se alcuni nodi non vengono affrontati con decisione, i processi a loro sottostanti continueranno e la correzione di rotta in itinere diventerà impossibile. Con questi due loro interventi è come se i due cardinali avessero invitato il Papa a dire qualche “basta!”.

Il cardinale Burke, in una intervista rilasciata a The College of Cardinals Report il 28 giugno scorso, ha detto che «dobbiamo insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi» e ha auspicato «che venga condotto uno studio molto serio sull'intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime». Burke aveva già espresso la sua contrarietà alla nuova sinodalità, ma questo recente appello ha assunto un tono decisamente più insistente. Il cardinale ha ricordato quanto gli stessi documenti sinodali riconoscono, ossia che la nuova sinodalità non ha basi teologiche ma è un’avventura sperimentale: «Non esiste una definizione di sinodalità. Non c'è una sua storia nella Chiesa», il percorso sinodale intende piuttosto far emergere la nozione di sinodalità dalla prassi sinodale stessa.

Durante questo inizio di nuovo pontificato il processo iniziato da Francesco è proseguito indisturbato: gli ultimi due concistori ne hanno assunto la forma, il rapporto del Gruppo 9 al sinodo ha evidenziato a cosa conduce la nuova prassi sinodale, Fiducia supplicans, uno dei frutti più negativi della nuova sinodalità, è stata di fatto confermata mediante la capziosa distinzione benedizioni formali no, benedizioni informali sì.

Anche il cardinale Robert Sarah ha avuto parole dure verso la nuova sinodalità in una intervista a Diane Montagna del 16 luglio scorso. La sinodalità secondo lui non è presente nella tradizione della Chiesa, non se ne capisce il senso, anzi si era sempre impedito che il sinodo dei vescovi si trasformasse in una assemblea come sembra accadere oggi. Come Burke, anche lui sostiene che non esiste una definizione di sinodalità e la stessa parola non è traducibile in molte lingue africane anche perché definirla come “Chiesa che cammina” non ha nessun significato, la Chiesa infatti è missionaria.

Con riferimento al rapporto del Gruppo 9 del sinodo, il cardinale Sarah ha anche chiesto a Leone di esaminarlo personalmente, di non permettere la sua diffusione nelle diocesi del mondo senza un adeguato esame, di chiarire la posizione della Chiesa sull’omosessualità e di non ripetere i danni seguiti alla pubblicazione di Fiducia supplicans.

Molto duro è stato il discorso del cardinale a proposito della Pachamama, rimasta esposta durante tutto il Sinodo dell’Amazzonia del 2019. Egli si è chiesto perché non fosse stata scelta un’immagine della Vergine venerata in Ispanoamerica, come Nostra Signora di Guadalupe. Al suo posto, sostiene, «hanno portato un idolo inca» che è entrato nella basilica di San Pietro ed è stato portato in processione fino all’Aula Paolo VI. Da qui la richiesta di preservare la Chiesa dalle infiltrazioni pagane, sia quelle delle religioni primitive, sia quelle delle culture occidentali sviluppate che pensano ad una sinodalità democratica.

In sintesi, i due cardinali hanno chiesto al Papa di dire alcuni “basta!”: alla nuova sinodalità per prendersi una pausa di riflessione, all’omosessualismo cattolico, a Fiducia supplicans e anche a Traditionis custodes che Sarah si augura che venga cancellato o almeno tacitato e reso innocuo. Non si sono spinti fino ad Amoris laetitia.

Se esaminiamo anche brevemente gli eventi nella Chiesa nello stesso periodo dei due interventi ora visti, dobbiamo riscontrare come di qualche “basta!” ci sia veramente bisogno. Erio Castellucci, vescovo di Modena, propone di far presiedere ad una donna la liturgia della Parola della Messa; il vescovo di Bruxelles, a nome dei vescovi del Belgio, spinge per i preti sposati che sarebbero un arricchimento per la Chiesa; padre James Martin chiede che anche un omosessuale possa essere ordinato sacerdote; Il cardinale Timothy Radcliffe presiede una celebrazione in chiesa per l’anniversario di una coppia omosex; a Los Angeles si è tenuta la “Misa Azteca” con danze pagane; la cattedrale di san Diego celebra una Messa “aperta a tutti” a tema LGBT; è stato nominato vescovo di Eichstätt Christian Würtz favorevole al cammino sinodale tedesco e alle benedizioni delle coppie omosessuali in chiesa; Vatican News sdogana la fecondazione artificiale e L’Osservatore Romano nega il peccato originale e Satana … mentre il cardinale Mauro Gambetti apre un ristorante/bistrot sulla terrazza della basilica di san Pietro.
Si comprende molto bene l’urgenza dei perentori interventi di Burke e Sarah.








domenica 26 luglio 2026

«Impressionante». Un santuario e un monastero risparmiati da un devastante incendio


(BFM VAR/Imagoeconomica)


In Francia le fiamme sono divampate due giorni fa. Ma non hanno toccato il santuario di Notre-Dame des Grâces a Cotignac e il monastero di Saint-Joseph du Bessillon

SEGNI

Paola Belletti, 24 Luglio 2026 

Martedì 21 luglio, intorno a mezzogiorno, è divampato un incendio boschivo che ha rapidamente devastato ettari di terreno nella regione del Var, sud-est della Francia, Alpi-Provenza-Costa Azzurra. L'innesco è partito da un campo agricolo nel comune di Pontevès. Le cause vanno rintracciate nella presenza di vegetazione estremamente secca, nelle temperature elevate e nelle forti raffiche di vento. Le fiamme si sono rapidamente estese alle montagne circostanti e a Cotignac. Il fuoco ha distrutto circa 60 abitazioni, ha costretto all’evacuazione di circa 500 persone e ha mobilitato più di 900 vigili del fuoco, compresi effettivi provenienti da altre regioni del sud della Francia. L'incendio nella notte tra martedì e mercoledì ha stretto in assedio il borgo medievale di Cotignac ed è arrivato a lambire, senza però colpirli, il monastero di San Giuseppe e il santuario di Nostra Signora delle Grazie. Sul sito BFMTV è riportato il racconto del rettore, Fratel Vincent: «L'incendio ha circondato i due santuari. È stato impressionante vedere le fiamme dal villaggio di Cotignac", ci ha raccontato.»

Le prefetture hanno riferito che entrambi i luoghi di culto, santuario e monastero, sono stati salvati dalle fiamme. «Figure religiose, scout, guide e famiglie presenti avevano preparato in anticipo i propri effetti personali, per poi godersi gli ultimi momenti prima dell'evacuazione."Abbiamo potuto assistere all'Adorazione, ai Vespri, alla Messa e persino alla cena. E in quel preciso istante è arrivato l'ordine di evacuazione", racconta Fratel Vincent.» I vigili del fuoco hanno lavorato incessantemente, i costi umani e ambientali sono stati importanti. Secondo quanto riporta Euronews, «quattro persone sono rimaste ferite: due vigili del fuoco e due civili. Circa 500 residenti sono stati evacuati nei comuni colpiti entro il pomeriggio di mercoledì. Migliaia di abitazioni sono rimaste senza elettricità, la maggior parte proprio a Cotignac.»

Fratel Vincent esprime sincera gratitudine per l'operato decisivo dei vigili del fuoco ma, nello scampato pericolo per il monastero e il santuario, riconosce anche l'azione della mano di Dio, mossa dalle incessanti, numerose preghiere che si sono levate da gruppi di preghiera sparsi in tutto il mondo. Ancora una volta la preghiera si è mostrata per ciò che è: un'alleanza potente tra la piccola volontà umana e l'infinita volontà di Bene di Dio. A salvare gli edifici non è stata una magia, lo stesso rettore riconosce quanto sia stata importante anche la prevenzione: negli ultimi anni infatti intorno agli edifici c'erano state sistematiche operazioni di sgombero che con tutta probabilità hanno sottratto combustibile alla forza delle fiamme.

L'incendio, che è attualmente circoscritto ma non ancora estinto, ha lasciato dietro di sè paura e distruzione, ma ha anche acceso una grande solidarietà tra tutti gli abitanti della zona che si sono messi a disposizione gli uni degli altri. Ora la speranza, fondata, è che il peggio sia passato: «Visto il calo del vento, l'aumento dell'umidità e le previsioni meteorologiche per i prossimi giorni, i vigili del fuoco sono ottimisti sulla possibilità di contenere e domare completamente l'incendio. Tuttavia, ci vorranno ancora diversi giorni per spegnerlo del tutto ed eliminare ogni pericolo.» Entrambi i luoghi sono particolarmente cari ai credenti: secondo la tradizione nel 1519 a Cotignac è apparse la Vergine Maria a un devoto pastore del luogo, Jean de la Baume. Le apparizioni avvengono in agosto e la posa della prima pietra di quello che sarà il santuario di Nostra Signora delle Grazie avverrà solo un mese più tardi. Anche la devozione a san Giuseppe è legata all'apparizione del Patriarca, sul monte Bessilon, questa volta ad un giovane pastore, Gaspar Ricard d’Estienne, nel 1660.

Faceva caldo anche allora: san Giuseppe fa dono al giovane che cercava refrigerio, e a tutta la popolazione, di una fonte di acqua limpida e fresca, dopo avergli dato la forza miracolosa di alzare un masso che, subito dopo, torna ad essere inamovibile. Meta costante di pellegrinaggi hanno accompagnato nei secoli la storia del popolo e della monarchia (Luigi XIV deve la sua stessa nascita all'intercessione della Vergine che chiese tre novene alla madre in vista del suo arrivo). E' l'unico luogo dove sono riconosciute apparizioni sia della Vergine Maria sia di San Giuseppe e per questo la devozione per la Sacra Famiglia è così forte. Senza approfittare retoricamente di fatti tanto spiacevoli è lecito pensare che, nell'incendio che attenta alle famiglia come disegno d'amore di Dio per gli uomini, la resistenza del santuario e del 
monastero sono certamente un richiamo di speranza. 






sabato 25 luglio 2026

Quella “svolta costantiniana”, che non cessa di far discutere






Di Stefano Fontana, 25 lug 2026

La discussione sulla “svolta costantiniana” seguita all’editto di Milano del 313 dC non cessa di interessare. Molti vorrebbero cancellare la “cristianità” durata da quell’anno fino al Concilio Vaticano II.

Una interessante interpretazione era stata quella di Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella occasione egli disse che i cambiamenti liberali della modernità circa il rapporto tra cristianesimo e politica – cambiamenti secondo lui iniziati con la rivoluzione americana – in fondo riportavano i cristiani alla Chiesa delle origini e al rifiuto di adorare l’imperatore, pur continuando a vivere come cittadini dell’Impero. Con quel rifiuto – dice Benedetto – i cristiani posero già allora le basi della libertà religiosa dichiarata poi dal Vaticano II. In questo modo l’Editto di Milano verrebbe inteso come in contrasto con l’Editto di Tessalonica con cui Teodosio dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. Quello di Milano avrebbe sancito la libertà religiosa, quello di Tessalonica la cristianità.

Tra i tanti problemi suscitati da questa interpretazione che qui non si possono esaminare, emerge una semplice domanda: perché escludere che, invece, il rifiuto di adorare l’imperatore avesse come scopo di richiedere proprio una società cristiana, ossa una relazione organica tra il potere politico e la religio vera? In altre parole, perché escludere che in quei comportamenti pubblici dei cristiani fosse presente la richiesta di una società fondata sul Dio unico e vero e non sugli dei pagani?

Ora, nell’ultimo numero della rivista “Instaurare” viene pubblicato un articolo di Danilo Castellano dal titolo “Libertà religiosa o della Chiesa?” in cui si torna a parlare di Costantino. L’autore ricorda che un libro di Vincenzo Arangio Ruiz del 1964 considerava l’Editto di Milano una apertura alla politica di Teodosio propedeutico al riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero.

Castellano continua poi ricordando che “Le decisioni prese da Costantino negli anni successivi all’Editto di Milano sono criteri per l’interpretazione dello stesso Editto”. L’imperatore, infatti, rese sacra la domenica, proibì alcuni riti pagani, proibì l’adulterio e il concubinato, per cui “L’Editto di Milano non può essere “letto” come riconoscimento dell’indifferenza religiosa e morale come si potrebbe fare se esso fosse frutto ante litteram del liberalismo moderno”.

Questo era in fondo il punto non chiarito da Benedetto XVI nel suo discorso del 2025. Certamente parlando di libertà religiosa egli non intendeva riferirsi in pieno all’indifferentismo religioso di tipo liberale, però in quel discorso il punto non era chiarito e, anzi, il riferimento alla rivoluzione americana quantomeno permetteva di stabilire questo nesso improprio.

Tra le novità legislative di Costantino va anche ricordata, dopo il concilio di Nicea (325 dC), la definizione del concetto di eresia per farne una figura di reato penale, la qual cosa conferma che già Costantino si era incamminato sulla strada che porta a Tessalonica. Questa interessante iniziativa di Costantino viene ricordata da Alberto Barzanò nel suo studio su “Mito e realtà dell’imperatore Costantino” pubblicato sulla Rivista Teologica di Lugano 1/2025. Barzanò spiega anche che “Costantino si era convertito al cristianesimo secondo la mentalità di un Romano, tradizionalista e patriottico. Cristo era per lui in primo luogo il Dio che gli aveva dato la vittoria sui suoi nemici; allora il suo dovere di imperatore era mostrarsi pio verso l’Onnipotente per guadagnarne la benevolenza nei confronti dell’impero: alla pax deorum si sostituiva la pax dei”.

Come si vede Costantino continua a ritornare. ma la sua interpretazione moderna e liberaleggiante non convince.




(Costantino la madre Elena e la Vera Croce, Di Brosen – Opera propria, CC BY 2.5, Wikicommons)




L’Universo attendeva la vita, e non è un caso: l’intervista al filosofo


Il fine tuning dell’Universo richiede una spiegazione non casuale: è la tesi di Roberto Fumagalli (King’s College London), intervistato da UCCR.

Ultimissime



Redazione UCCR, 25 Lug 2026

Torniamo a parlare dell’incredibile calibrazione dell’Universo.

Il cosiddetto “fine-tuning” è una scoperta della fisica moderna: diverse costanti fondamentali della natura sembrano essere state perfettamente sincronizzate per permettere la comparsa della vita intelligente.

Non esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un universo casuale e caotico ma, piuttosto, è ciò che probabilmente ci si attenderebbe se fosse il prodotto di una progettualità.

Ne abbiamo parlato in un recente articolo ed è stata l’occasione per entrare in contatto con uno degli studiosi citati.

Si tratta di Roberto Fumagalli, filosofo della scienza e docente presso il King’s College London, nonché autore di un recente studio sul fine-tuning dell’universo.

Fumagalli ha concluso che la calibrazione fine dell’Universo rappresenta un dato di fatto che richiede necessariamente una spiegazione filosoficamente adeguata, senza la possibilità di poterla liquidare come “fatto bruto”.

Abbiamo rivolto al filosofo alcune domande di approfondimento.

L’intervista sul fine-tuning

DOMANDA – Prof. Fumagalli, alcuni fisici sostengono che il fine tuning non richiede spiegazioni. Cosa ne pensa?

RISPOSTA – Grazie per l’interesse mostrato nei confronti del mio articolo e per questa stimolante domanda.

La mia tesi è che, nel caso specifico del fine tuning dell’universo per la vita intelligente, considerarlo come un fatto bruto non costituisce una posizione epistemicamente soddisfacente.

DOMANDA – Su cosa si basa la sua tesi?

RISPOSTA- Secondo le migliori teorie fisiche attualmente disponibili, soltanto un intervallo straordinariamente ristretto di valori dei parametri fondamentali consente l’esistenza della vita intelligente, e i valori dei parametri fondamentali del nostro universo ricadono precisamente all’interno di questo intervallo.

Questa corrispondenza è eccezionalmente precisa e – per quanto oggi sappiamo – estremamente improbabile, qualora si assuma l’ipotesi del caso.

E’ proprio questa estrema improbabilità a esercitare una forte pressione epistemica verso la ricerca di una spiegazione più profonda, piuttosto che accontentarsi di appellarsi a un fatto bruto.

Tanto nella scienza quanto nella filosofia, infatti, esiste una consolidata metodologia volta a evitare di assumere coincidenze altamente improbabili come punti d’arresto definitivi dell’indagine, ogniqualvolta sia ipotizzabile una spiegazione più profonda e plausibile.

I fraintendimenti sul fine-tuning

DOMANDA – Uno dei temi centrali del suo articolo riguarda i criteri in base ai quali giudichiamo una spiegazione soddisfacente. Quali sono, a suo avviso, i fraintendimenti più diffusi circa l’affermazione secondo la quale il fine tuning dell’universo richiede una spiegazione?

RISPOSTA – La ringrazio per invitarmi a chiarire questo aspetto, che considero particolarmente importante. Individuerei tre fraintendimenti ricorrenti.

Il primo consiste nel confondere l’affermazione secondo la quale il fine tuning richiede una spiegazione con l’affermazione, molto più stringente, secondo la quale il fine tuning è spiegato da una specifica ipotesi. Il mio articolo difende esclusivamente la prima affermazione.

In particolare, sostengo che le principali critiche rivolte agli argomenti del fine tuning non riescano a confutare la conclusione che richieda effettivamente una spiegazione non casuale.

DOMANDA – Il secondo fraintendimento?

RISPOSTA – Consiste nell’interpretare l’affermazione che il fine tuning richiede una spiegazione come la mera espressione di uno stato psicologico quale la sorpresa o il desiderio di trovare una risposta.

Un fenomeno non richiede una spiegazione semplicemente perché ci appare enigmatico, né una richiesta di spiegazione è giustificata soltanto perché desideriamo trovare una risposta.

La tesi che difendo è di natura epistemica, non psicologica: poiché la probabilità del fine tuning sembra essere significativamente maggiore assumendo ipotesi non casuali rispetto a quanto sia assumendo l’ipotesi del caso, risulta insoddisfacente ritenere che il caso, da solo, costituisca una spiegazione adeguata.

DOMANDA – Infine, il terzo fraintendimento…

RISPOSTA – Sì, consiste nel ritenere che difendere gli argomenti del fine tuning richieda necessariamente l’assegnazione di probabilità quantitativamente precise ai valori dei parametri fondamentali dell’universo oppure l’applicazione del principio d’indifferenza su uno spazio parametrico illimitato.

A mio avviso, nessuna di queste assunzioni è indispensabile. Gli argomenti del fine tuning formulano infatti una tesi comparativa: la probabilità è significativamente più elevata assumendo ipotesi non casuali di quanto sia assumendo l’ipotesi del caso.

Questione scientifica, filosofica o soprannaturale?

DOMANDA – Ritiene che il dibattito sul fine tuning sia più una questione scientifica o filosofica? Oppure coinvolga entrambe le discipline?

RISPOSTA – Domanda eccellente.

A mio avviso, il dibattito sul fine tuning coinvolge inevitabilmente sia considerazioni scientifiche che filosofiche.

Il contributo della scienza è imprescindibile. È infatti la fisica – non la filosofia – a dirci quali siano i parametri fondamentali dell’universo, quali intervalli di valori tali parametri possano plausibilmente assumere e quanto sensibilmente la complessità chimica necessaria alla vita intelligente (almeno per come la conosciamo) dipenda da tali valori.

Il contributo della filosofia, tuttavia, è altrettanto indispensabile.

Domande quali se il fine tuning richieda realmente una spiegazione non casuale, che cosa renda una spiegazione soddisfacente e in quali circostanze sia giustificato considerare un fenomeno come un fatto bruto appartengono all’epistemologia della spiegazione. Si tratta di questioni che non possono essere risolte esclusivamente mediante l’evidenza empirica.

Vorrei però aggiungere un’osservazione ulteriore di carattere metodologico…

DOMANDA – Prego…

RISPOSTA – L’approccio naturalistico metodologico, che sospende la considerazione di spiegazioni soprannaturali nell’ambito della ricerca scientifica, costituisce un principio operativo pienamente legittimo per la fisica.

Tuttavia, esso rappresenta un vincolo metodologico interno alla pratica scientifica e, di per sé, non risolve la questione filosofica se il fine tuning dell’universo richieda o meno una spiegazione non casuale.

Cosa spiega il fine tuning dell’Universo?

DOMANDA – Dopo aver analizzato le principali spiegazioni proposte per il fine tuning dell’universo, quale ritiene abbia oggi il maggiore potere esplicativo?

RISPOSTA – Questa è una domanda da un milione di dollari!

La mia difesa degli argomenti del fine tuning è deliberatamente compatibile con valutazioni molto diverse circa il merito delle principali ipotesi non casuali, ossia le ipotesi del multiverso, del designer cosmico e il ricorso a teorie fisiche future.

Nel mio articolo raggruppo tali ipotesi nella più ampia categoria delle ipotesi non casuali non perché le ritenga ugualmente plausibili, ma perché tutte rifiutano l’idea che i valori dei parametri fondamentali siano ricaduti nell’intervallo estremamente ristretto compatibile con la vita intelligente semplicemente per caso.

Di conseguenza, il mio articolo non prende posizione in merito a quale ipotesi non casuale sia la più convincente o la più verosimile.

DOMANDA – Ma se dovesse scegliere…

RISPOSTA – A mio avviso, ciascuna delle principali ipotesi non casuali incontra serie (e tuttora irrisolte) difficoltà riguardo alla propria testabilità empirica.

Infatti, le principali ipotesi del multiverso assumono che le diverse regioni spazio-temporali che compongono un eventuale multiverso sono causalmente isolate tra loro. Ma molti filosofi e fisici ritengono che tali ipotesi non siano (allo stato attuale) testabili empiricamente.

Per quanto riguarda invece l’ipotesi del designer cosmico, numerosi autori dubitano che siamo in grado di stabilire con quale probabilità un designer cosmico contribuirebbe all’attualizzazione di un universo finemente (anziché non finemente) calibrato.

Quanto, infine, al ricorso a teorie fisiche future, rimane difficile comprendere quale evidenza empirica potrebbe oggi consentirci di valutare affermazioni concernenti leggi o meccanismi fisici che non abbiamo ancora neppure concepito.

Vorrei essere chiaro su un punto. Queste difficoltà di testabilità empirica non confutano nessuna delle principali ipotesi non casuali.

DOMANDA – Cioè?

RISPOSTA – Intendo che affermare che un’ipotesi non sia stata confutata è cosa ben diversa dall’affermare che essa sia stata corroborata o che costituisca la migliore spiegazione disponibile.

Per questa ragione, il mio articolo non mira a stabilire quale ipotesi non casuale possieda il maggiore potere esplicativo.

Piuttosto, si propone di dimostrare il punto preliminare da cui tale confronto valutativo dipende: che il fine tuning dell’universo per la vita intelligente richiede effettivamente una spiegazione non casuale, che tale richiesta di spiegazione è epistemicamente legittima e che le principali ipotesi non casuali meritano di essere prese seriamente in considerazione.

Quale, tra queste ipotesi, possa rivelarsi infine corretta è una questione ulteriore, che il mio articolo lascia volutamente aperta.







venerdì 24 luglio 2026

Covadonga, da dove iniziò la Reconquista



Questo sabato inizia il pellegrinaggio dei fedeli legati alla liturgia tradizionale e che va da Oviedo a Covadonga. La meta è il luogo dove si combatté la prima battaglia della Reconquista, ossia di quel lungo processo storico che ha un incoraggiante insegnamento anche per noi cristiani di oggi.

La lezione

Ecclesia


Federico Catani,  24-07-2026

Con inizio nel fine settimana più vicino alla festa dell’apostolo san Giacomo il Maggiore — quest’anno dal 25 al 27 luglio — si svolge in Spagna il pellegrinaggio Nuestra Señora de la Cristiandad da Oviedo a Covadonga. Giunto alla sua sesta edizione, si ispira al celebre pellegrinaggio Parigi-Chartres. L’iniziativa richiama giovani spagnoli e provenienti da ogni parte del mondo, accomunati dall’attaccamento alla liturgia tradizionale: lo scorso anno i partecipanti hanno superato abbondantemente il migliaio. Anche dall’Italia partecipa una folta delegazione.

La meta del cammino non è casuale. Covadonga, nel cuore dei monti asturiani, è infatti il luogo dove si combatté la prima battaglia della Reconquista, ovvero quel lungo processo che, iniziato nel 722, ebbe come scopo la ricostituzione di una Spagna unita e cattolica, obiettivo concluso pienamente solo nel 1492, con la liberazione di Granada. Furono otto secoli di lotta motivata da una duplice ragione. Da un lato la finalità religiosa, perché si trattò di una autentica crociata contro l’islam. Dall’altro non mancarono le motivazioni politiche, perché negli spagnoli vi era il grande ideale di recupero del regno visigoto, venuto meno proprio con l’invasione araba.

Pur a distanza di tanti secoli, la Reconquista trasmette un grande e incoraggiante insegnamento anche per noi, cristiani del XXI secolo: con la grazia divina, una minoranza decisa e motivata può vincere sia contro i traditori interni sia contro una maggioranza apparentemente invincibile. Questo vale nella sfera temporale, ma anche in quella spirituale. Nella storia niente è irreversibile. E il ritorno di molti giovani alla Tradizione cattolica lo dimostra.

L’occupazione araba della Penisola iberica, nel 711, venne favorita dalle divisioni interne al regno visigoto e da aiuti provenienti tanto dalla comunità ebraica quanto addirittura da un vescovo cattolico, il celebre Oppas. Il quale rappresenta bene il modello di una certa idea di Chiesa, accomodante con i suoi nemici, sempre in cerca di compromessi e di adattamenti, anche quando ciò significa mettere tra parentesi i dogmi della fede. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire… Ma se da una parte vi furono i traditori e i collaborazionisti, dall’altra si staglia luminosa la figura di Don Pelayo, il nobile asturiano che, insieme a un pugno di soli trecento uomini, proprio dalle rocce di Covadonga e grazie all’intercessione della Madonna – ancora oggi lì venerata con il soprannome affettuoso di La Santina –, diede il via alla Reconquista, nel 722.

Prima della battaglia, i musulmani incaricarono proprio il vescovo Oppas di convincere Pelayo dell’inutilità della resistenza e della lotta. Il dialogo tra i due è esemplare per avere in mente due diverse concezioni della vita cristiana. Secondo le cronache, Oppas mise in guardia Pelayo: «Fatichi invano. Sai bene come tutto l’esercito visigoto sia stato incapace di resistere alla forza degli ismaeliti. Come potrai tu solo resistere in quella cova? Ascolta il mio consiglio e ritirati a godere dei tuoi beni, nella pace che ti concederanno gli arabi». Al che Pelayo rispose netto: «Non voglio amicizia con i saraceni né assoggettarmi al loro comando. Non sai tu che la Chiesa di Dio si compara alla luna, che, una volta eclissata, torna poi alla sua pienezza? Confidiamo nella misericordia di Dio, che da questo monte farà uscire la salvezza della Spagna. Tu e i tuoi fratelli, ministri di Satana, avete deciso di consegnare a quella gente il regno visigoto; ma noi, avendo Nostro Signore Gesù Cristo per avvocato davanti a Dio Padre, disprezziamo quella moltitudine di pagani». Di fronte a tanta forza di spirito, Oppas disse agli islamici: «Preparatevi a lottare, perché non avrete un accordo con lui finché non lo vincerete con la spada».

Sappiamo a chi Dio diede la vittoria, nonostante l’enorme sproporzione di forze. Fu una vittoria umanamente impossibile. Don Pelayo e i suoi si trovavano in una situazione tragica, disperata. Avrebbero avuto tutto l’interesse a piegarsi all’occupante, come fecero molti altri. Ma non cedettero: scelsero piuttosto di resistere. E diedero battaglia, contro tutto e tutti. Per la fede. Per la Spagna. Cos’è questa se non una grande lezione per noi oggi?

Ma nell’ambito della Reconquista, solo alcuni decenni dopo la morte di Pelayo, vi fu un altro fatto degno di attenzione, questa volta più intra-ecclesiale. Il vescovo Elipando di Toledo sosteneva l’eresia adozionista, secondo la quale Gesù non era Dio, ma un uomo adottato da Dio quale suo figlio. L’adozionismo in fondo era un modo per “dialogare” con i musulmani, per essere accettati, per professare un cristianesimo più accondiscendente verso i nuovi dominatori (per l’islam, infatti, Gesù è un uomo, un profeta, non certo Dio).

Tali tesi suscitarono un aspro dibattito in tutta Europa. Tra i grandi oppositori dell’eresia, vi fu un umile monaco che viveva in un convento nei pressi di Oviedo, Beato di Liébana. I due si scontrarono duramente. Elipando definì Beato «fetidissimo». Ma Beato, che detestava con tutto il cuore la sottomissione e il collaborazionismo con gli arabi, non si fece problemi a definire il vescovo eretico «testicolo dell’Anticristo». Il caso giunse sino a Roma e alla corte di Carlo Magno. Tanto il Papa come l’imperatore, supportati dal celebre monaco Alcuino, condannarono l’eresia adozionista, ed Elipando venne destituito da vescovo di Toledo.

Alla fine, a spuntarla furono quanti si mantennero fedeli alla retta dottrina e alla patria, non i collaborazionisti. Don Pelayo e Beato di Liébana non formarono un’altra Chiesa, né gettarono fango sull’istituzione, ma anzi guardarono al di là dei peccati e delle infedeltà di singoli membri (Oppas o Elipando) e difesero la verità. Coloro che scelsero di combattere invocando la protezione dell’apostolo san Giacomo, patrono di Spagna (il grido di battaglia era «¡Santiago y cierra, España!»), nonostante alterne vicende e tante contraddizioni, riuscirono a ricostituire una Spagna cattolica, quella stessa Spagna che con i Re cattolici Isabella e Ferdinando avrebbe poi portato il Vangelo a un nuovo continente, cambiando per sempre il corso della storia.

E tutto ebbe origine dalla tenacia e dalla fede di quel pugno di uomini, che gli arabi definivano sprezzantemente «asini selvaggi», nella remota e sconosciuta Covadonga. Quando tutto sembra perduto e non si intravede nemmeno una luce all’orizzonte, bisogna pensare alla Reconquista. Bisogna pensare a Covadonga.






giovedì 23 luglio 2026

Gli uomini di cui abbiamo bisogno






Società | CR 1960



di Roberto de Mattei, 22 luglio 2026

Prima della confusione delle strutture, la confusione delle intelligenze. È questa la chiave con cui occorre leggere il momento storico che stiamo vivendo. La crisi che investe oggi il mondo cattolico non è anzitutto una crisi organizzativa o strategica: è una crisi spirituale e culturale, che investe il modo stesso di pensare, di giudicare e di reagire agli avvenimenti.

Per molti decenni il progressismo politico e culturale ha esercitato un dominio quasi incontrastato sull’Occidente, controllando i partiti politici, i grandi organi di informazione, le case editrici, il mondo universitario, l’industria dell’intrattenimento e, infine, una parte significativa delle stesse strutture ecclesiastiche. L’obiettivo era quello di costruire un nuovo ordine mondiale fondato sull’abolizione delle identità naturali e religiose, sulla dissoluzione di ogni autorità tradizionale e sulla sostituzione dell’ordine cristiano con una nuova religione secolare.

Questa egemonia appariva, fino a pochi anni fa, pressoché irreversibile. Chiunque si opponesse veniva marginalizzato, censurato o semplicemente ignorato. Eppure ogni costruzione artificiale contiene in sé i germi della propria dissoluzione. L’inizio del XXI secolo ha segnato infatti l’emergere di una crisi profonda di questo sistema. Molti attribuiscono tale cambiamento alla diffusione di Internet e dei social media. Sarebbe però un errore confondere lo strumento con la causa.

Internet non ha creato la reazione; l’ha semplicemente portata alla luce, rendendola efficace. La Provvidenza si serve spesso di mezzi inattesi per favorire i propri disegni. La rete ha permesso di aggirare il monopolio dell’informazione, di far circolare idee censurate, di mettere in comunicazione persone che fino ad allora erano rimaste isolate. Ma la causa vera e profonda della reazione sta nell’ordine naturale, che precede ogni costruzione ideologica. Quando questo ordine viene sistematicamente violato, la realtà stessa reagisce. La natura dell’uomo possiede una forza di resistenza che nessuna propaganda può eliminare definitivamente. Si può oscurare la verità, ma non si può cancellare completamente quella legge naturale che Dio ha inscritto nel cuore di ogni uomo.

Questa capacità di reazione negli ultimi venticinque anni è emersa con particolare evidenza, soprattutto nel mondo cattolico. Molti fedeli hanno intuito che qualcosa di essenziale veniva smarrito e hanno cercato di recuperare la liturgia tradizionale, il catechismo di sempre, la filosofia realista, la teologia classica, il patrimonio spirituale della Chiesa. Ma proprio quando sembrava delinearsi una possibile convergenza di queste energie, si è manifestato quello che può essere definito il colpo di coda del processo rivoluzionario.

Negli ultimi anni si è succeduta una serie di eventi che hanno profondamente destabilizzato il mondo cattolico. La pandemia del 2020-2021 ha introdotto un clima di paura collettiva e di sospetto reciproco. La guerra russo-ucraina, esplosa nel 2022, ha ulteriormente confuso e polarizzato gli animi. Le vicende interne della Chiesa, nel passaggio dal pontificato di Francesco a quello di Leone XIV, hanno accentuato entusiasmi e scoraggiamenti, spesso sproporzionati rispetto alla reale portata degli avvenimenti. Quest’atmosfera psicologica è stata utilizzata come strumento per impedire ogni possibile ricomposizione del mondo cattolico legato alla Tradizione, provocando una frammentazione che forse non ha precedenti nella storia.

L’effetto più grave di questa situazione non è organizzativo, ma intellettuale. Plinio Corrêa de Oliveira, in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ha più volte denunciato l’atrofia dell’intelligenza come uno dei fenomeni caratteristici del mondo moderno; Marcel De Corte ha dedicato a questo tema un libro penetrante, L’intelligenza in pericolo di morte. Lo sviluppo tecnologico ha accelerato questo processo. L’uomo contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di informazioni, immagini, emozioni e polemiche. I social media – Facebook, Instagram, TikTok e le piattaforme che continuamente nascono – non si limitano a trasmettere notizie: il loro stesso funzionamento è concepito per indebolire l’esercizio dell’intelligenza. Essi sollecitano reazioni immediate, privilegiano l’emozione rispetto al giudizio, la velocità rispetto alla profondità. Non si cerca più la verità, ma la rapidità della risposta.

Questo fenomeno ha investito anche ambienti che si definiscono tradizionalisti e che, proprio per la loro formazione, dovrebbero esserne i più immuni. Si rischia così un paradosso: possedere princìpi dottrinali solidi e, nello stesso tempo, vivere psicologicamente secondo le categorie della cultura rivoluzionaria. Si passa da un’indignazione all’altra, da un entusiasmo a una delusione, da una polemica alla successiva, senza conservare quella pace interiore che sola rende possibile un autentico giudizio soprannaturale.

Le grandi crisi della Chiesa sono sempre state affrontate da uomini che erano, nel senso più autentico del termine, contemplativi nell’azione. Sant’Atanasio, san Gregorio VII, san Pio V, san Pio X non furono travolti dagli eventi: li dominarono, perché seppero giudicarli alla luce di princìpi superiori. La loro forza nasceva dalla preghiera, dalla disciplina intellettuale, dall’abitudine a subordinare i fatti ai princìpi e non i princìpi ai fatti. Ogni autentica restaurazione comincia sempre con una restaurazione delle facoltà dell’anima.

Lo studio, la riflessione, il primato della contemplazione sull’azione sono le condizioni indispensabili per lo sviluppo della vita interiore e per la formazione di uomini capaci di giudicare rettamente gli eventi del nostro tempo.

Dom Jean-Baptiste Chautard, nel suo celebre L’anima di ogni apostolato, ricordava che l’eresia dell’azione consiste nel sostituire l’attività alla vita interiore. Oggi potremmo aggiungere che esiste anche una nuova forma di attivismo: l’attivismo digitale. È una continua agitazione che dà l’illusione dell’impegno mentre consuma lentamente le energie spirituali. La ricerca del sensazionale sostituisce la fedeltà quotidiana; l’eccezionale appare più attraente dell’ordinario. Eppure è proprio nella fedeltà alle piccole cose che si forma il carattere cristiano. Talvolta occorre un eroismo maggiore per compiere il proprio dovere quotidiano che per affrontare un’occasione straordinaria. Come osserva mons. Pier Carlo Landucci, l’umile consapevolezza della propria pochezza può far prevedere un piccolo posto nella gloria dei santi; ma tutti sono chiamati alla santità eroica, perché, come insegna san Paolo, «questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1 Ts 4, 3).

Vi è infine un’ultima tentazione, particolarmente insidiosa. Di fronte alle difficoltà presenti nella Chiesa, alcuni sono tentati di cercare rifugio fuori di essa. Combattere all’esterno sembra più semplice che sopportare le sofferenze provocate dalle crisi interne. È più facile immaginare comunità perfette che rimanere fedeli nella prova. Ma questa strada conduce inevitabilmente ad un vicolo cieco.

La Chiesa rimane il Corpo Mistico di Cristo anche quando è attraversata da profonde crisi. I suoi membri possono essere infedeli; i suoi pastori possono commettere errori e perfino favorire gravi confusioni; in determinate circostanze la resistenza può essere legittima e perfino doverosa. Tuttavia, non esiste una via autenticamente cattolica al di fuori delle istituzioni della Chiesa, né una restaurazione che possa realizzarsi contrapponendosi in modo stabile e permanente a coloro che ne esercitano legittimamente l’autorità.

La storia insegna che tutte le grandi restaurazioni cattoliche sono nate da uomini che hanno saputo unire una ferma resistenza all’errore con un amore incrollabile per la Chiesa visibile e gerarchica.

Per questo la battaglia decisiva dei nostri tempi non consiste anzitutto nell’alzare la voce, accusare il prossimo, moltiplicare iniziative o campagne mediatiche. Essa consiste nel ricostruire uomini interiormente ordinati, capaci di studio, di preghiera, di sacrificio e soprattutto di equilibrio.








martedì 21 luglio 2026

Una “pax liturgica” per la Chiesa






Pubblicato 20 luglio 2026


Mentre un vescovo italiano, mons. Erio Castellucci, propone la “co-presidenza” di una donna nella celebrazione della Messa, uno spiraglio sembra aprirsi per i fedeli tradizionalisti dopo le sanzioni canoniche del Vaticano.

1. La proposta shock di Monsignor Erio Castellucci
La “copresidenza” liturgica [00:34]: Monsignor Erio Castellucci (vescovo di Modena-Nonantola e di Carpi) ha proposto una formula di “presidenza condivisa” dell’Eucaristia. La proposta prevede che una donna presieda la liturgia della parola, mentre un sacerdote presieda la liturgia eucaristica.

Critiche del conduttore [00:57]: Loredo evidenzia come tale formula sia sconosciuta alla tradizione liturgica, al diritto canonico e al magistero della Chiesa. Inoltre, sottolinea che la liturgia viene “celebrata” (e non “presieduta”) unicamente da un ministro consacrato, ricordando anche i recenti documenti vaticani che vietano alle donne di predicare durante la messa [02:09].

Precedenti e reazioni [01:07]: Viene ricordata la polemica del 2024 legata alla mostra Gratia Plena ospitata a Carpi, poi chiusa anzitempo a seguito delle proteste. Loredo nota che al momento né il Dicastero per la Dottrina della Fede né quello per il Culto Divino hanno espresso commenti [02:32], complice la pausa estiva delle attività vaticane.

2. Il movimento per la revoca delle restrizioni alla Messa Tradizionale
Un numero crescente di presuli a favore [03:21]: Un numero sempre maggiore di vescovi e cardinali sta chiedendo di rimuovere le sanzioni e le restrizioni per consentire la libera celebrazione della messa in rito antico (in forma straordinaria), in piena comunione con Roma.

I cardinali coinvolti [03:54]: L’agenzia Zenit ha censito 13 prelati favorevoli a questa “pax liturgica”. Tra questi figura il cardinale Antonio María Rouco Varela (arcivescovo emerito di Madrid), aggiuntosi ai cardinali Müller, Burke, Koch e Bagnasco.

Approccio pastorale (Salus animarum) [04:27]: Prevale una linea di carattere pastorale: l’obiettivo è evitare che i fedeli tradizionalisti abbandonino o si allontanino dalla Chiesa a causa delle restrizioni introdotte dal motu proprio Traditionis custodes [05:12].

Dichiarazioni di rilievo [05:40]: Mons. Georg Gänswein [05:40]: Definisce questo momento un kairòs (tempo di grazia) per superare i divieti e gli ostacoli della Traditionis custodes.
Mons. William Sean McKnight [05:58]: (Kansas City, USA) Rivolge un appello alla riconciliazione e al rispetto per i fedeli tradizionalisti.

Mons. Bernard Anthony Hebda [06:31]: (St. Paul e Minneapolis, USA) Ricorda la presenza di sei luoghi di celebrazione nella propria arcidiocesi per accogliere questi fedeli.

3. Il caso della diocesi di Fréjus-Toulon in Francia
Cambio di rotta pastorale [07:09]: Loredo cita l’evoluzione della diocesi francese guidata in passato da mons. Dominique Rey (noto per l’accoglienza di gruppi conservatori e tradizionalisti) e ora da mons. François Touvet [08:01].

Riconoscimento del modello [08:12]: Come riportato da La Nuova Bussola Quotidiana, mons. Touvet ha evidenziato il forte numero di candidati nel proprio seminario (4 nuovi candidati locali), rilanciando l’ambiente e le strutture del seminario diocesano come modello formativo positivo per l’intera Francia [08:43].

4. Il rischio di “normalizzazione” e le prospettive futureInquietudine dei fedeli tradizionalisti [10:10]: Loredo riporta la preoccupazione di una spettatrice: l’eventuale concessione della libertà liturgica potrebbe appagare il mondo tradizionalista, portandolo a disinteressarsi dei cambiamenti dottrinali o pastorali promossi su altri fronti (es. la sinodalità) [10:33].

Speranza nel “Rinascimento Religioso” [11:10]: Loredo concorda sul pericolo ma sottolinea che il movimento di riscoperta e conversione (specialmente giovanile) non cerca solo la forma liturgica, ma una vera e propria radicalità e autenticità di fede nei valori non negoziabili [11:32], prefigurando una possibile ripresa della vita cristiana [12:07].












 

lunedì 20 luglio 2026

Eutanasia, ecco i punti principali della nuova legge francese



La legge approvata in Francia lo scorso 15 luglio riconosce un vero e proprio diritto soggettivo ad uccidersi o a farsi uccidere, omicidio del consenziente incluso. L’obiezione di coscienza è riconosciuta solo in parte. Un provvedimento radicale che aveva le sue premesse nella legge Claeys-Leonetti.

L’analisi

Vita e bioetica

Ritorniamo a parlare della legge sul suicidio assistito approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 15 luglio 2026. Analizziamo gli articoli più rilevanti della legge. Partiamo dall’art. 2: «Il diritto al suicidio assistito è il diritto di una persona che abbia espresso la richiesta di essere autorizzata all'uso di una sostanza letale e che sia accompagnata, […] affinché possa somministrarsela da sola o, quando non è fisicamente in grado di farlo, farsela somministrare da un medico o da un infermiere». Primo rilievo: a differenza della scelta di alcuni ordinamenti giuridici, il legislatore francese non ha optato per la depenalizzazione del suicidio assistito, bensì ha riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad uccidersi o a farsi uccidere. In Francia quindi sia l’aborto, sia il suicidio assistito sia l’eutanasia sono diritti soggettivi.

Secondo rilievo ancora più importante: il Parlamento non ha “solo” legalizzato il suicidio assistito, ma anche l’eutanasia. Infatti, qualora il paziente non riesca da sé ad assumere il preparato letale, questo potrà, anzi dovrà essere somministrato dal medico. Quindi si tratta di un vero e proprio omicidio del consenziente. Il medico non solo aiuta una persona a suicidarsi, ma anche uccide direttamente, stravolgendo la natura del suo munus e così capovolgendo le finalità della sua professione: da aiutare a vivere ad aiutare a morire.

L’art. 4 indica i criteri di accesso al suicidio assistito e all’eutanasia, criteri che ricordano quelli indicati dalla nostra Corte Costituzionale: aver compiuto 18 anni; «poter esprimere la propria volontà liberamente e in piena consapevolezza»; essere cittadino francese o risiedere stabilmente in Francia; essere affetto da una patologia irreversibile e soffrire di una condizione così grave e incurabile che mette a rischio la vita del paziente e che mina la qualità della sua vita o che addirittura fa entrare il paziente in uno stadio terminale. In quest’ultimo criterio rientrano non solo le patologie ad esito infausto, ma anche patologie curabili – come alcuni tumori – o croniche – ad esempio il diabete, alcune patologie cardiache – o patologie neurodegenerative al loro esordio (la persona, lo ricordiamo, deve essere capace di intendere e volere per poter accedere al suicidio assistito o all’eutanasia). Ultimo criterio: il paziente deve essere affetto da una sofferenza fisica insopportabile. Da notare che il giudizio di insopportabilità è demandato esclusivamente al diretto interessato e non è sindacabile. Inoltre, l’insopportabilità può derivare sia dalla natura refrattaria del dolore ai trattamenti, sia dal rifiuto di qualsiasi cura da parte del paziente, anche di quelle cure che potrebbero eliminare o alleviare la sofferenza (nella legge le cure palliative sono facoltative, non rappresentano un iter obbligatorio e previo alla richiesta di morire). Ciò è stato voluto perché altrimenti il paziente sarebbe stato costretto a curarsi: una violenza inaccettabile secondo gli estensori ultraliberisti della legge.

Gli articoli 5 e 6 ci informano che la persona che vuole morire sceglie il medico responsabile di tutto l’iter, il quale costituisce un comitato multiprofessionale composto da lui e da almeno altri due professionisti. Il comitato dovrà verificare la sussistenza di tutti i requisiti di cui sopra. Entro 15 giorni deve pronunciarsi sulla richiesta presentata. Proseguiamo: si può decidere di morire a casa o in ospedale (art. 7); l’art. 9 obbliga il medico ad un’ultima verifica della volontà di morire da parte del paziente prima di procedere alla sua soppressione, ma questo articolo non chiarisce come comportarsi nel caso in cui il paziente non sia in grado di esprimersi, ad esempio a motivo della progressione della patologia (pensiamo alla SLA). L’interpretazione più letterale imporrebbe al medico di non procedere, proprio perché manca la volontà attuale del paziente di voler procedere, mancanza data dall’impossibilità di esprimersi. Dunque, le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) in questi casi non potrebbero parlare al posto del paziente.

L’art. 14 disciplina la clausola di coscienza che copre medici e infermieri, ma non i farmacisti che devono preparare la sostanza letale, né i direttori sanitari degli ospedali scelti eventualmente per morire, i quali direttori devono mettere a disposizione una stanza e sono obbligati a far accedere nella struttura i medici che aiuteranno nel suicidio o che uccideranno loro stessi il paziente. Oltre alla copertura solo parziale dell’obiezione di coscienza, c’è anche un altro grosso problema morale e giuridico: il medico che è stato scelto dal paziente per ucciderlo, ma che si è rifiutato di farlo, deve comunque «fornire i nomi dei professionisti sanitari disposti a partecipare all'attuazione di tali procedure». Insomma, io medico mi rifiuto di uccidere, però devo indicare i nomi dei killer disposti a farlo. Si tratta di una collaborazione materiale illecita al male che, dal punto di vista morale, obbliga il professionista a non fornire nessuna indicazione.

Un’ultima nota, quasi una curiosità, ma non troppo. L’art. 19 così recita: «L'assicurazione sulla vita copre il decesso derivante dall'attuazione del suicidio assistito» e della pratica eutanasica, una indicazione che ricorda in parte l’art. 1927 del nostro Codice civile. Dunque, l’assicurazione sulla vita copre anche la morte del suicida. Una eccezione alla norma che regola i contratti assicurativi. L'assicurazione, infatti, si fonda sull'alea: l'evento deve essere incerto e non deliberatamente provocato dall'assicurato allo scopo di ottenere la prestazione. Perché dunque questa eccezione? Perché il legislatore non voleva discriminare i suicidi, non voleva che ci fossero morti di serie A meritorie d’indennizzo e morti di serie B non meritorie d’indennizzo. Infatti, se l’assicurazione non avesse coperto il suicidio del paziente, quest’ultimo, per ipotesi, sarebbe stato costretto a vivere finché non fosse morto per cause naturali, altrimenti i congiunti non avrebbero potuto ottenere l’indennizzo. Insomma, il legislatore toglie ogni possibile ostacolo al suicidio e all’eutanasia e sottolinea, anche in questo articolo, che il suicidio e l’eutanasia sono due forme legittime di morire, tanto legittime che meritano copertura assicurativa.

C’è infine da ricordare che questa legge è figlia della legge Claeys-Leonetti del 2016, norma che già legittima il suicidio e l’eutanasia. Infatti in essa il paziente ha il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario anche salvavita, da iniziare o già iniziato. Quindi può suicidarsi rifiutando cure da iniziare o chiedere che gli venga praticata l’eutanasia tramite lo stacco della ventilazione, idratazione e alimentazione assistita. Un’altra forma di eutanasia permessa dalla legge Leonetti si sostanzia nell’interrompere quei trattamenti il cui «unico effetto sia il prolungamento artificiale della vita» (art. 2): quindi, tutte quelle persone affette dalla sindrome a-responsiva (imprecisamente definite “in stato vegetativo”), possono essere uccise. Infine, un’altra modalità eutanasica che si nasconde nelle pieghe della legge è la possibilità di ricevere la sedazione profonda continuativa. Tale sedazione può avere finalità terapeutiche sul dolore, ma anche finalità eutanasiche: basta eccedere nella dose. In breve, la legge sul suicidio assistito approvata il 15 luglio scorso aveva già le sue premesse mortifere nella legge Claeys-Leonetti.






Eutanasia, la resistenza dei vescovi francesi è una lezione per la Cei



Da anni l’episcopato francese motiva il suo “no” alla legge su eutanasia e suicidio assistito e, ora che è stata approvata, la condanna è netta. Alcuni vescovi hanno anche avvertito i parlamentari pro-eutanasia che non potranno accostarsi alla Comunione. Una linea molto diversa da quella della Cei, favorevole a una legge “democratica”.

Il confronto

Vita e bioetica



Stefano Fontana,  20-07-2026


Lo scorso mercoledì 15 luglio l’Assemblea nazionale francese ha approvato la legge eutanasica sul “diritto di uccidersi o di essere uccisi” di cui la Bussola si è prontamente occupata. Oltre al merito della grave questione, vale la pena fare qualche osservazione sulla posizione assunta dai vescovi francesi di fronte ad una scelta traumatica di questo genere. Per i quattro anni precedenti il voto in parlamento l’episcopato aveva partecipato al dibattito nazionale, esponendo le motivazioni della ragione e della fede. Subito dopo la notizia dell’approvazione, i vertici della Conferenza episcopale, con a capo l’arcivescovo di Marsiglia, il cardinale Jean-Marc Aveline, hanno emesso un comunicato che esprime la loro condanna dell’accaduto e annuncia un futuro impegno perché la battaglia sulla vita non può finire.

Il tono del comunicato dei vescovi francesi è solenne, duro, impegnato e la condanna della scelta politica fatta è espressa con un linguaggio non paludato: «Questo 15 luglio 2026 segna una grave frattura nella storia del nostro Paese. (…) i deputati hanno iscritto nella legge francese la possibilità di provocare la morte. Questa scelta rompe con la lunga tradizione di assistenza il cui scopo è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua vita».

Secondo l’episcopato francese le posizioni ideologiche e gli interessi politici hanno avuto la meglio sul confronto serio e approfondito; questa accusa sembra rivolta anche al presidente Emmanuel Macron che si era impegnato a garantire proprio quanto invece non è avvenuto. Le gravi conseguenze – dice il comunicato – si possono già immaginare: cambierà il rapporto con la vulnerabilità, verranno degradati i legami tra le generazioni e i legami sociali di fiducia tra chi si prende cura e i pazienti, mentre i poveri potranno sentirsi spinti a morire. Chiara anche la volontà di «un rinnovato impegno, insieme a famiglie, operatori sanitari, volontari, familiari, associazioni e cappellani», con l’invito alle strutture sanitarie cattoliche ad essere «fedeli testimoni dei principi etici essenziali e del rispetto dei valori umani fondamentali». Ancora, i cattolici sono «animati dalla ferma speranza donata loro dal Vangelo (…). Perché il Cristo in cui credono è venuto perché il mondo abbia la vita».

I vescovi francesi non hanno parlato con cautela istituzionale, hanno fatto capire che anche in politica ci sono i momenti del sì o del no, non considerano la Repubblica come superiore al bene, non hanno temuto e non temono lo scontro nella vita sociale e continueranno la lotta anche in futuro, confidano nei valori naturali ma ancor più nel Vangelo di Cristo.

C’è poi un altro aspetto importante da considerare. Alcuni vescovi nelle loro diocesi hanno sì adoperato argomenti di ragione per condannare l’approvazione della legge iniqua, ma si sono affidati espressamente anche e soprattutto alla dottrina della Chiesa e al Vangelo. La Chiesa non è una lobby politica a sostegno di una qualche proposta di legge o contro un’altra, essa serve la Verità di Cristo che illumina poi anche il retto pensare in modo da avere leggi giuste. In questo quadro è stato molto significativo che alcuni vescovi abbiano dichiarato la loro opposizione alla nuova legge nell’omelia durante la celebrazione eucaristica e non in un freddo comunicato curiale, senza il timore di “dividere” la propria comunità. Ancora più importante è che alcuni di essi abbiano avvertito prima del voto che i parlamentari cattolici che avessero votato a favore della legge non avrebbero potuto accostarsi al sacramento della Comunione. La verità della fede ha delle esigenze di coerenza anche nella vita pubblica. Si sa che anche l’episcopato francese conosce divisioni interne, ma in questa occasione dalla Francia è giunto qualche segnale combattivo nuovo e positivo.

Risulta abbastanza facile notare la differenza tra questa linea e la posizione assunta dall’episcopato italiano nei confronti dell’iter di una legge dello stesso tipo (anzi, su certi aspetti anche peggiore), per fortuna al momento congelata in Parlamento. Il 19 febbraio 2025 la presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) aveva reso pubblica una nota in cui non si opponeva alla discussione in Parlamento di un disegno di legge che prevedeva il suicidio assistito nel perimetro di alcuni limiti stabiliti dalla Corte costituzionale, che invitava un intervento legislativo del Parlamento sulla questione. In questo modo la Cei, pur dichiarando nella sua nota che «la dignità non finisce con la malattia», accettava che il Parlamento, legiferando sul “diritto alla morte”, riconoscesse quel diritto. A questo scopo i vescovi hanno anche invitato i parlamentari ad un «ampio confronto che rappresenti il Paese e le reali necessità dei suoi cittadini», prefigurando così che, se la legge sul suicidio assistito fosse stata approvata dopo una rispettosa discussione non divisiva, sarebbe stata accettabile. La democrazia partecipativa e integrativa più che la legge naturale e il Vangelo, mai citati nel documento della Cei, i bisogni dei cittadini più che la legge divina, sarebbero il valore da salvaguardare nel rispetto della democrazia.

Dobbiamo anche ricordare che in molte occasioni il quotidiano Avvenire, di proprietà della Cei, come a suo tempo segnalato da molti articoli pubblicati sulla Bussola, ha ospitato numerosi pareri favorevoli a recepire completamente quanto richiesto dalla Corte costituzionale e a discutere del tema in Parlamento, esplicitamente scegliendo per un sì ad una eventuale legge. L’unità che i vescovi volevano fosse rispettata per il bene della democrazia veniva trasformata in divisione dentro il mondo cattolico.

Si tratta di due linee molto diverse tra loro.







Cardinale Sarah: La generosità di Papa Leone nei confronti della Messa tradizionale "deve essere applicata da tutti i vescovi"




lunedì 20 luglio 2026






Nella traduzione di Chiesa e postconcilio dal Substack di Diane Montagna. Un titolo molto ottimista! In una nuova videointervista, a cinque anni dalla pubblicazione di Traditionis Custodes, il Card. Sarah si esprime sul futuro del vetus ordo e avverte che la “sinodalità” e il paganesimo stanno erodendo la Chiesa dall'interno.



CITTÀ DEL VATICANO, 16 luglio 2026 —

Il cardinale Robert Sarah ha un messaggio per i vescovi di tutto il mondo: emulate la generosità di Papa Leone XIV nei confronti della Messa tradizionale. In una nuova video intervista, il cardinale guineano, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sostiene che la recente lettera di Papa Leone [qui - qui - qui] , che esorta i vescovi francesi all'apertura verso i sacerdoti e le comunità legate al vetus ordo, dovrebbe vincolare ogni vescovo di rito romano, non solo quelli francesi. Queste le sue parole: "Ciò che è stato scritto ai vescovi francesi deve valere per tutti i vescovi".

Il suo appello giunge mentre assume nuovo peso una rivelazione di un anno fa: un sondaggio vaticano tra i vescovi di tutto il mondo avrebbe infatti contraddetto [vedi] le stesse motivazioni addotte da Papa Francesco per limitare severamente la Messa tridentina nel suo motu proprio del 2021, Traditionis Custodes. "Non possiamo dire che ciò che è stato fatto per 1.600 anni non sia più valido ora", afferma il cardinale Sarah, respingendo la premessa alla base delle restrizioni e invitando l'episcopato mondiale a seguire l'esempio del nuovo Papa piuttosto che a rimanere ancorato a quanto imposto dal suo predecessore.

Il cardinale Sarah si spinge ancora oltre, mettendo in discussione la legittimità stessa di un decreto che annullerebbe secoli di pratica liturgica: «Quello che annulla non è un testo valido, perché la Chiesa è continuità».

L'intervista si è svolta il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, al termine del secondo Concistoro straordinario dei Cardinali del pontificato di Papa Leone XIV. Ha toccato argomenti che andavano ben oltre la questione dello status della Messa tradizionale.

Commentando il Sinodo sulla Sinodalità in corso, il Cardinale afferma senza mezzi termini che si tratta di una terminologia che non ha "mai compreso". Sostiene che la relazione del Gruppo di Studio n. 9 sull'omosessualità non dovrebbe giungere alle diocesi di tutto il mondo senza prima essere stata esaminata personalmente da Papa Leone. E sulla liturgia in generale, mette in guardia da ciò che accade quando il culto divino diventa, per usare le sue parole, "una sorta di intrattenimento".

Il cardinale Sarah ha approfondito la sua critica alla Sinodalità nelle dichiarazioni rilasciate dopo l'intervista. «Sinodalità», ha affermato, è «un termine astratto, intraducibile nelle nostre lingue africane», privo di fondamento nella Scrittura, nella storia o nella Tradizione della Chiesa. Quando Paolo VI ripristinò il Sinodo dei Vescovi, ha ricordato, l'obiettivo era preciso: permettere ai vescovi di «vivere meglio la collegialità» e aiutare il Papa a compiere la sua missione di Pastore universale «con maggiore fedeltà». Ciò di cui c'è bisogno ora, urgentemente, è una chiara definizione del «significato esatto, delle competenze, dei limiti e della missione» della Sinodalità, una definizione che lasci intatti la dottrina, la morale, la natura e la struttura della Chiesa. Ed ha insistito, concludendo, che la Chiesa, è Sposa, Madre e Corpo Mistico di Cristo. «Mi sembra inappropriato chiamarla 'sinodale'».

Nella nostra intervista, parliamo anche del suo nuovo libro (disponibile in francese), in cui affronta di petto la crisi di fede della Chiesa e si chiede se tra venticinque anni essa sarà ancora un faro. «La Chiesa appartiene a Cristo; non è nostra», afferma, non è qualcosa che «creiamo», rimodelliamo o rinominiamo per adattarla ai tempi.

Egli sottolinea inoltre quella che considera l'infiltrazione del paganesimo nella Chiesa. In una critica energica e schietta sulla presenza della Pachamama al Sinodo sull'Amazzonia del 2019, ospitato in Vaticano, afferma: "L'abbiamo portata in processione dalla Basilica all'Aula Paolo VI, ed è rimasta davanti a noi per tutta la durata del Sinodo" [qui]. I missionari un tempo dicevano ai convertiti africani di bruciare tali idoli, osserva. "E ora", dice, "portiamo la Pachamama nella Basilica".

Interrogato direttamente sulla possibilità che la Chiesa continui a essere quella luce nel 2050, il cardinale Sarah non usa mezzi termini: «Sì… Cristo non abbandonerà la sua Chiesa», afferma. «Rimarrà fino alla fine del mondo». Ma insiste sul fatto che «dobbiamo convertirci a Cristo; non è Cristo che deve convertirsi a noi, alle nostre idee, al nostro cambio di paradigma» [qui - qui - qui].

Peccato che i nostti pastori conservatori si rivelino d'accordo sulle questioni fondamentali, ma poi non interagiscano e procedano in ordine sparso...





domenica 19 luglio 2026

La giovane suora: «Povertà, castità e obbedienza sono libertà»



Come vive la giovane suor Clarita i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza? Sono davvero una rinuncia, come tutti credono? Una bella testimonianza.

Ultimissime
19 Lug 2026


La Redazione UCCR

A 28 anni suor Clarita è una delle più giovani suore in Germania.

Appartiene alle Domenicane del Convento di Arenberg a Coblenza, una comunità diventata nota anche fuori dai confini tedeschi grazie alla sua presenza sui social network.

Proprio lei aveva filmato il video della consorella novantaduenne che assaggiava per la prima volta un kebab, un contenuto diventato virale con milioni di visualizzazioni.

Ma dietro quella notorietà c’è la spontaneità di una giovane donna, la quale ha raccontato con serenità la scelta di consacrare la propria vita a Dio, spiegando come i voti di povertà, castità e obbedienza siano per lei una forma di libertà.

Altro che rinuncia!

La povertà e ciò di cui abbiamo bisogno

Partendo dalla povertà, ha spiegato che il suo stipendio viene destinato interamente alla comunità e lei riceve soltanto una piccola somma mensile per le spese personali.

Se prima di entrare in convento la spaventava dover rinunciare allo shopping (anche se non è affatto bandito dalla vita religiosa), si è accorta «di non averne più bisogno». Anzi, spiega, «non mi serve altro. Ho tutto ciò di cui ho bisogno».

Infatti la povertà, oltre a significare anche l’accettazione dei propri limiti, ti porta «a domandarti: di cosa ho veramente bisogno? Una riflessione importante per tutti».

In monastero, comunque, «se qualche sorella desidera qualcosa spesso la riceve per il suo onomastico o per un’occasione simile». Piuttosto, aggiunge, «si tratta sempre di capire se abbiamo davvero bisogno di qualcosa e quali bisogni reali si celano dietro i bisogni materiali».

La castità è «ricchezza nei rapporti»

Anche sulla castità suo Clarita offre una prospettiva distante dagli stereotipi.

«La verginità non significa vivere senza relazioni», spiega. «E l’astinenza dai rapporti sessuali è solo la cornice esteriore».

Dietro questa scelta, ricorda la giovane suora, «si cela una ricchezza ben maggiore e riguarda anche il modo in cui guardo le persone: le guardo negli occhi o le uso per i miei bisogni?».

Nel monastero si sperimentano amicizie profonde e una vita comunitaria intensa, senza rinunciare agli affetti autentici. La scelta del celibato, racconta ancora, nasce dal desiderio di appartenere completamente a Cristo, non dal rifiuto delle relazioni umane.

E’ una preferenza, non un’esclusione.

«Il bello dell’obbedienza»

Il voto che suscita più domande è però quello dell’obbedienza.

«In definitiva è sempre Dio», risponde quando le viene chiesto della regola di condividere ogni scelta con le consorelle e la badessa. Dio, dice, parla attraverso il volto di chi le è accanto nel cammino vocazionale.

«La cosa bella dell’obbedienza», aggiunge la religiosa, «è che altri possono aiutarmi a vedere ciò che da sola non vedo o hanno qualcosa in mente per me di cui non sono consapevole. Non plasmo la mia vita da sola, lo facciamo insieme ascoltando la voce di Dio».




I voti religiosi e la libertà


Insomma, conclude suor Clarita, «vivo tutti i miei voti nella prospettiva totale della libertà».

Le Domenicane di Arenberg stanno attirando l’attenzione di molti giovani proprio grazie ai social media, che utilizzano per raccontare con naturalezza la vita quotidiana del monastero e superare i luoghi comuni sulla vita consacrata.

Già diverse giovani donne hanno contattato in questi mesi la comunità per chiedere informazioni sul cammino vocazionale, dimostrando che è sufficiente una testimonianza semplice ma vera per suscitare domande e interesse.


Fonte

Quando l’arte necessita di esorcismo








di Veronica Cireneo, 16 Luglio 2026

Come dicevamo nell’ articolo precedente circa la testimonianza drammatica di una mamma, un argomento poco trattato, che richiederebbe invece la massima attenzione a tutela dei giovani e delle loro famiglie, le quali spesso si rivolgono agli Alleati chiedendo un intervento riparatore e di denuncia, è il satanismo strisciante.. 

Sono continui, infatti e tendono a moltiplicarsi, gli eventi che mirano ad accalappiare l’attenzione e la passione, dei giovani e non solo, per il mondo esoterico-luciferino, con conseguenze spesso catastrofiche, nonostante la mancata consapevolezza dei pericoli e dei danni provocati, nei singoli e nella comunità, dal contatto col mondo delle tenebre. Ad alcuni è apparso non bastante il caos generato nel mese di giugno, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, quando il peccato impuro contro natura ha sfilato, come fosse un dogma, per le vie del centro delle massime città italiane, paralizzando il traffico e le comuni attività dei cittadini – scelta inspiegabilmente ritenuta adatta come quella di eliminare la Processione del Corpus Domini per non banalizzare le vacanze dei turisti a Milano.

Così per completare il quadro, in questi giorni di luglio, si è svolto e appena concluso, con grande successo di pubblico, il tour musicale del satanista dichiarato, l’americano Marilyn Manson, notorio reverendo di Satana, che si è esibito in Italia nello spettacolo, dal titolo: ” One assasination under God ” nelle città di Ferrara, Bari e Roma (non pubblichiamo i link per non farne pubblicità).

Per quanti giovani questo discutibile personaggio è un modello e per quanti altri lo diventerà? Quali saranno sui loro corpi e sulle loro anime le conseguenze dell’adesione e partecipazione a simili eventi? I partecipanti sono al corrente dei rischi che corrono?

Sappiamo bene che per far fronte al crescente bisogno di richieste di liberazione e per colmare la carenza di personale preparato, gli atenei pontifici, come l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, organizzano regolarmente corsi specifici rivolti a sacerdoti, ma essendo aperti anche a psicologi e laici, spesso e volentieri i bisognosi di liberazione dal Maligno, che ad essi ricorrono, tendono più facilmente ad essere riconosciuti come portatori di disturbi psichici piuttosto che di manifestazioni critiche di natura spirituale.

Nel frattempo gli eventi a sfondo satanista crescono indisturbati, in ogni ambito sociale e con l’approvazione delle più disparate figure istituzionali.

Ad esempio, sì è recentemente svolto a Padova un festival sulla stregoneria https://stregherie.it/ , durato mesi e mesi, che aveva il dichiarato intento di presentare, ai bambini di una scuola, il mondo della stregoneria come occasione di liberazione e rinascita.

Ancora prima, sempre in Italia, nel mese di aprile dello scorso anno, a Milano, si erano esibiti all’ Alcatraz alcuni gruppi heavy metal come Behemoth e Rotting Christ, per citarne alcuni, in uno spettacolo dall’esplicito titolo: “The Unholy Trinity 2025″ (in italiano: La trinità diabolica) , che è già di per sé, tutto un programma.

Le contestazioni che a nulla sono valse, erano state accompagnate dalla richiesta dell’ annullamento dell’ esibizione che nessuno, a cui competesse, ha voluto considerare, permettendo di fatto lo svolgimento degli spettacoli, così come programmati.

Considerando una vergogna in sé la permissione di questi eventi in Italia, Terra di Santi e culla del Cristianesimo, come cattolici ci sentiamo moralmente costretti a mettere in guardia genitori e ragazzi, dai gravi rischi che corrono, coloro che partecipano a spettacoli che non sono certo “innocenti carnevalate” . Fate attenzione!

Per gli stessi motivi gli Alleati dell’Eucarestia e del Vangelo , unitamente all’associazione Iustitia in Veritate, data la delicatezza e criticità del tema, a nome di molti, doverosamente si appellano ai Vescovi della Chiesa Cattolica, perché vogliano, in ottemperanza alla loro funzione e per fronteggiare la crescente emergenza sociale, nominare presto tanti nuovi esorcisti, reclutandoli preferibilmente tra sacerdoti di grande fede e profonda preparazione.

Possano così le famiglie, che vivono quotidianamente il dramma domestico della possessione di congiunti, usufruire finalmente di un soccorso valido e proporzionato al bisogno.

Ci rivolgiamo alle Loro Eccellenze in questo mese di luglio, tradizionalmente dedicato al Preziosissimo Sangue di Cristo, ringraziandoLe anticipatamente nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. 

Amen






sabato 18 luglio 2026

Il card. Burke chiede di fermare la sinodalità e rivedere Traditionis Custodes






Maria Guarini, 18 luglio 2026

È evidente da tempo la posizione conservatrice del Card. Raymond Leo Burke e finalmente abbiamo aggiornate dichiarazioni precise su aspetti problematici nella chiesa odierna. Purtroppo, finché queste ed altre dichiarazioni restano confinate alle interviste, ci confermano, ma nella realtà ecclesiale lasciano il tempo che trovano. Emerge un dato, credo, nuovo; e cioè che sono in diversi a pensarla come lui. Ma finché si limitano a pensare...

Leggo da diverse fonti (Infovaticana et alia) dichiarazioni del card. Burke che hanno fatto scalpore perché chiede di fermare la sinodalità, rivedere Traditionis Custodes e creare un dicastero per la Messa tradizionale.

È avvenuto in un’intervista concessa a The College of Cardinals Report, nel corso della quale Burke ha ampliato le riflessioni già espresse dopo il concistoro di fine giugno e affrontato questioni come il rapporto del Gruppo di Studio 9 del Sinodo nonché il futuro di Traditionis Custodes.

In breve, ha chiesto che si fermi l’attuale processo della sinodalità — che non appartiene alla storia della Chiesa — perché sia sottoposto ad uno studio teologico e storico approfondito e ha anche proposto la creazione di un dicastero della Santa Sede dedicato ai fedeli legati alla liturgia tradizionale.

Per Burke, come già detto, la sinodalità, nel modo in cui si sta svolgendo attualmente, manca di una definizione chiara e di un fondamento consolidato nella tradizione della Chiesa. Queste le sue parole: «Dobbiamo insistere affinché tutta questa questione della sinodalità si fermi e si conduca uno studio molto serio, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime».

Interrogato su un cardinale che si era espresso contro la sinodalità, il card. Burke ha affermato che ce n'era "più di uno", spiegando che il fulcro della critica era che "in tutti i documenti pubblicati non si trova una definizione di sinodalità". In risposta a queste critiche, il cardinale Burke ha riferito che un cardinale presente al concistoro aveva commentato: "Lo si capisce facendolo" [esperienza senza codificazione: ed è così che la 'pastorale' cambia la dottrina! -ndr]; affermazione che ha definito "irrazionale" e "contraria alla fede cattolica".

Critiche al rapporto del Gruppo di Studio 9

Dunque non poteva mancare la sua valutazione del rapporto elaborato dal Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità [vedi - qui indice]; decisa la sua critica al fatto che il documento sia inviato alle diocesi durante la fase di attuazione del processo sinodale affermando testualmente: «Questo è iniquo; non dovrebbe accadere».

Il cardinale ritiene che quel rapporto contenga posizioni incompatibili con la dottrina cattolica sulla morale sessuale. Il gruppo aveva il compito di ascoltare questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse, ma è stato criticato per aver espresso opinioni divergenti dall'insegnamento della Chiesa, in particolare attraverso testimonianze critiche nei confronti di Courage International, un apostolato per i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso e desiderano vivere una vita casta. [In realtà le critiche più significative riguardano le testimonianze [qui] e l'importanza loro attribuita -ndr]

Il cardinale Burke ha affermato che il gruppo aveva "calunniato Courage, un grande apostolato fondato dal cardinale Cooke", precisando: "Conosco Courage dagli anni '80" e aggiungendo che il rapporto "accusa Courage di qualcosa che so essere falso". Ne ha inoltre difeso l'apostolato, dicendo: "Courage è un... meraviglioso apostolato che aiuta le persone che soffrono di queste attrazioni a vivere una vita casta".

Secondo il cardinale, le affermazioni contenute nel documento su questo apostolato non sono state debitamente verificate prima della pubblicazione; per cui si chiede: «Come è possibile che la Chiesa pubblichi un rapporto per tutta la Chiesa senza verificare se ciò che vi si afferma sia vero?».

Ha quindi definito "iniqua" la decisione di inviare il rapporto del Gruppo di Studio 9 alle diocesi. Ricordando il suo intervento al concistoro, ha affermato di aver detto ai cardinali che "il processo deve essere interrotto" e "completamente riorientato".

A suo giudizio, queste posizioni favoriscono l’impressione che la Chiesa stia modificando la sua dottrina sull’omosessualità. Burke ha definito inoltre «completamente irresponsabile» che si attribuisca a papa Leone XIV una presunta intenzione di cambiare l’insegnamento morale della Chiesa semplicemente perché non ha affrontato pubblicamente determinate questioni.

Il cardinale Burke ha anche affrontato la questione dell'uso che il cardinale Mario Grech ha fatto della sessione conclusiva del concistoro per dire ai cardinali che l'attuazione della sinodalità rappresenta "una nuova tappa nell'accoglienza del Concilio Vaticano II". Ha affermato che, mentre "alcuni hanno accolto con entusiasmo le sue parole", altri hanno sollevato "questioni molto serie".

Rivedere Traditionis Custodes

Burke non ha mancato di riferirsi anche ad un altro tema attualmente prioritario: la situazione dei fedeli legati alla liturgia tradizionale, ribadendo le sue critiche alle restrizioni introdotte da Traditionis Custodes, definita una «persecuzione» verso coloro che trovano nutrimento spirituale nella forma antiquior del rito romano.

Ha quindi ricordato che Benedetto XVI aveva definito il Rito antico come un bene permanente per la Chiesa, ed ha espresso la speranza che Leone XIV possa rivedere la legislazione vigente, dal momento che i documenti pontifici possono essere modificati dai successori al sacro soglio.

Queste le sue parole: «È una forma del rito romano che è stata celebrata per più di quindici secoli. È semplicemente così bella, e i fedeli si sono nutriti spiritualmente di questa forma del rito latino. Dovrebbe essere permessa liberamente».

Ed è a questo punto che ha proposto la creazione di un dicastero specifico all’interno della Curia Romana che si occupi dei fedeli legati alla liturgia tradizionale e garantisca l’accesso ai sacramenti secondo i libri liturgici anteriori alla riforma postconciliare.

«La Chiesa non ha cambiamenti di paradigma»

Inoltre Burke ha chiaramente affermato che la Chiesa non può adeguarsi ai cosiddetti «cambiamenti di paradigma» [qui - qui - qui] che non le appartengono, ma vengono spesso tirati in ballo nei dibattiti sinodali.

E qui si è riferito all’insegnamento di Paolo sulla trasmissione della fede ricevuta, sostenendo che la continuità dottrinale costituisce un elemento essenziale della vita della Chiesa mentre, per contro, avverte il rischio che la missione ecclesiale venga adattata alle categorie culturali contemporanee.

Alla fine tuttavia il cardinale, nelle sue conclusioni, manifesta la sua fiducia nell’assistenza di Cristo alla sua Chiesa: «Il nostro Signore è sempre il capo della Chiesa. Dobbiamo rimanere con Lui e avere il coraggio di affrontare queste questioni per arrivare alla verità».

Un coraggio che andrebbe manifestato con la dovuta concretezza e azione comune. Purtroppo sono anni che siamo qui a ripetercelo inutilmente.