
Sul quotidiano dei vescovi trovano spazio tanti modelli familiari e non solo quello «formato da due genitori eterosessuali con uno o più figli», derubricato a «immaginario» da Luciano Moia. È la nuova teologia che eleva le situazioni a norma di se stesse.
Non si può chiedere alla pastorale della famiglia di dirci cosa sia la famiglia perché in questo caso la pastorale sarebbe guida a se stessa in un processo nel quale il giudicato giudica se stesso. Non saranno mai le “nuove famiglie” a dirci cosa sia la famiglia. Cosa sia la famiglia lo si deve chiedere alla ragione e alla rivelazione, in modo da avere un criterio capace di illuminare poi le situazioni pastorali senza dipendere dottrinalmente da esse. La pastorale deve tenere conto delle “situazioni”, ma non può attribuire alle situazioni date il potere di produrre le norme perché l’effettualità non può mai essere normativa.
Da quando si è passati dalla teologia della pastorale alla teologia pastorale (senza il della), la pastorale ha finito per coincidere con tutta la teologia, non più un ambito illuminato dal quadro complessivo dottrinale, ma il “sigillo” della teologia in quanto tale e della stessa forma della Chiesa. Ciò significa che la pastorale detta legge sulla dogmatica e sulla teologia morale, negando i loro presupposti dottrinali, considerati astratti, nella convinzione di avere essa la capacità di ripensarli alla luce del presente. La nuova teologia vuole così essere esperienziale, induttiva, sperimentale, contestuale, partecipativa.
Il cambiamento degli atteggiamenti pastorali da ieri ad oggi non è solo di metodo ma di contenuto: pretende di cambiare il “cos’è” delle cose. L’enorme differenza tra Amoris laetitia e Veritatis splendor, come pure quella tra le due configurazioni dell’Istituto Giovanni Paolo II prima e dopo la ristrutturazione di Francesco e Paglia, consiste nell’assegnare alla “situazione” il compito di diventare norma, nessun giudizio dovrebbe più essere formulato in base ad una realtà che preceda le esperienze, ma solo nel loro contesto. Il giudizio stesso su cosa sia pastoralmente giusto o sbagliato nelle diverse situazioni deve essere dato da quanti vivono quelle stesse situazioni. Per Amoris laetitia, infatti, la cosa spetta alla coscienza dei conviventi rispostati, che diventano norma (non solo personale ma anche ecclesiale) a se stessi.
Mi sono permesso di anticipare questo quadro d’insieme perché di nuovo Avvenire, con un articolo di Luciano Moia, si è mosso dentro questo quadro, stravolgendo i criteri, i contenuti e le parole della pastorale familiare. Vi si dice che la Chiesa deve «rimanere sempre e comunque accanto a tutte le famiglie» anche se «i modelli di riferimento appaiono sempre più lontani da quell’immaginario che ci rimanda ad un nucleo familiare formato da due genitori eterosessuali con uno o più figli». La realtà della famiglia viene qui derubricata ad un “immaginario” storicamente determinato. Ciò significa che la verità della famiglia coincide sempre con la famiglia “di adesso”, che la teologia giusta della famiglia è sempre quella nuova, mentre quella di ieri era sbagliata non perché fosse sbagliata ma perché era di ieri. La realtà della famiglia viene così sciolta e liquidata nel tempo.
Secondo questo orientamento «stare accanto a tutte le famiglie» comporterebbe di riconoscerle come famiglie o modalità di essere famiglia oggi, mentre il vero accompagnamento pastorale dovrebbe stare sì accanto a tutte le persone ma anche con il far presente quando una famiglia crede di essere tale ma non lo è più.
Avvenire invita ad abbandonare «iniziative pastorali modellate su schemi del passato», «benedire una piccola quota di famiglie [il riferimento è evidentemente a Fiducia supplicans] trascurando tutto il resto, comprese relazioni asimmetriche e scelte che sembrano contraddire nuzialità, filiazione e fraternità». Però trovare nuove proposte pastorali può e deve essere fatto, ma educando tutti al realismo e non lasciando nessuno nelle spire dell’artificio.
Segue poi il riferimento ad Amoris laetitia come al “manuale” del nuovo corso. Dire che «In tutte le situazioni c’è qualcosa di positivo» non è corretto: c’è qualcosa di positivo in tutte le persone, ma non in tutte le situazioni. «La vita, le speranze e le sofferenze delle famiglie, di tutte le famiglie, vengono prima delle regole, la realtà prima del criterio interpretativo della realtà stessa»: ecco la situazione che diventa norma, perché qui non si parla della “realtà” della famiglia, ma di quanto c’è sul mercato della famiglia oggi, che non può mai diventare norma.
I due modi di intendere la pastorale familiare, quello reiteratamente espresso da Avvenire e da Moia e quello coagulato nella Veritatis splendor, sono antitetici e irriducibili, insieme alle due teologie che stanno loro alle spalle. Lo stesso accade nella nuova sinodalità. Questa si nutre di una “teologia pratica” che nasce sperimentalmente e polifonicamente dai processi da essa stessa avviati e per la quale il famoso rapporto del Gruppo 9 al sinodo è già di per sé dottrina, perché il compito della verifica del processo sinodale deve essere compiuto esso stesso in modo sinodale, cioè dall’interno esperienziale del processo. Lo stesso accade per la nuova pastorale familiare.
Questo modo di intendere la pastorale familiare, parallelo allo spirito della nuova sinodalità, non cerca conferme teoriche o coerenze dottrinali, quanto, piuttosto, cambiamenti concreti a breve termine che possano dire per esperienza cosa sia la famiglia oggi diversamente da ieri. Da qui il martellamento continuo di Moia/Avvenire, senza che nessun vescovo eccepisca nulla.
Due modi di intendere la pastorale familiare, certo. Ma anche e soprattutto due teologie in contrasto tra loro. Come può la Chiesa vivere animata da due teologie così diverse? Sul piano del mistero, della questione si sta occupando lo Spirito Santo, ma sul piano umano le difficoltà laceranti sono davanti ai nostri occhi. Molti fanno notare che Leone XIV sta lavorando per l’unità della Chiesa, la quale però non può essere unita se fa riferimento a due teologie diverse e opposte, perché la teologia, prima di servire alle anime dei fedeli, serve alla Chiesa, affinché essa conosca se stessa. Non sembra possibile guadagnare l’unità senza porre mano ai chiarimenti necessari a questo livello, né lasciando che la rivoluzione di Amoris laetitia, nella pastorale familiare e non solo, continui il proprio corso.












