mercoledì 15 aprile 2026

Fine dell'universalità della Chiesa




Ne siamo consapevoli sin dall'abbandono del latino come lingua comune non solo nella Liturgia ma oggi ne constatiamo i risultati in fase più avanzata.




15 aprile 2026

La parrocchia cattolica di Doha, informa il parroco, "offre messe, sacramenti e programmi pastorali in molte lingue".

Terminologie burocratiche e quasi economiche per indicare quello che è diventata ogni parrocchia col novus ordo plurilingue: un centro di offerte religiose. Questo ha frammentato il cattolicesimo su lingue nazionali. Se al concilio vaticano II tutti i vescovi parlavano in latino, una unica lingua compresa da tutti, oggi nessun vescovo lo sa parlare e ancor meno lo capisce.

Liturgicamente si traduce in molteplicità di messe su base linguistica. Un cattolico che parla italiano non può andare a una messa in tamil perché non capirebbe nulla, e viceversa. Anni fa a Lourdes si presentarono contemporaneamente tre distinti gruppi linguistici, e tutti e tre volevano celebrare messa subito. Il rettore vista l'impossibilità di fare quanto richiesto propose di celebrare in latino, così brutti avrebbero partecipato alla stessa messa. Ma tutti e tre i gruppi respinsero inorriditi tale proposta. Ognuno voleva la "sua" messa. E nessuno avrebbe capito il latino. Il cattolicesimo in mezzo secolo è passato da essere un corpo compatto, diviso da pluralità linguistiche ma unito dalla medesima liturgia, a una miriade sconfinata di corpi di liturgie incomprensibili agli estranei a quei gruppi linguistici.





Come si trovavano Adamo ed Eva nell'Eden prima del peccato originale? La straordinaria visione di Santa Ildegarda di Bingen



Dipinto miniato rettangolare del XII secolo raffigurante
la creazione del mondo da parte di Dio secondo le visioni 
di Santa Ildegarda di Bingen

Meditare sulla condizione di Adamo ed Eva prima del peccato originale è la migliore preparazione per meditare sulla condizione del corpo risorto del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo.




Il corpo trasparente di Eva: la straordinaria visione di Santa Ildegarda di Bingen


Robert Lazu Kmita, 10 aprile 2026

Dopo la caduta: il fallimento dei padroni e la condizione umana

Quando si tratta di raffigurare il Paradiso e lo stato precedente al peccato originale di Adamo ed Eva, i dipinti dei secoli recenti sono spesso ridicoli, se non addirittura scandalosi. Persino i più celebri maestri italiani sembrano incapaci di andare oltre nudi discutibili, un serpente con le zampe e una vegetazione lussureggiante con animali esotici. Il loro fallimento è dovuto a uno dei quesiti più difficili che l'umanità decaduta si sia trovata ad affrontare sin dalla cacciata dei nostri progenitori dall'Eden: come si può immaginare e rappresentare il mondo invisibile di Dio, della Santa Vergine Maria, degli angeli e dei santi?

Dobbiamo ammettere che, a parte le astratte discussioni dei Santi Padri e dei Dottori scolastici sulla condizione di Adamo ed Eva prima e dopo la Caduta, in generale ci mancano rappresentazioni credibili del Paradiso. In tali questioni, la pittura religiosa rinascimentale non registra alcun risultato, solo clamorosi fallimenti. Riconoscendo ciò, siamo costretti ad ammettere che ogni volta che cerchiamo di raffigurare il Paradiso e la condizione dei primi esseri umani, siamo semplicemente limitati. Questo, naturalmente, era prevedibile. Nemmeno il genio di Dante Alighieri ci è di grande aiuto, poiché, a parte le luminose cascate nell'ultima tappa del suo viaggio nell'aldilà, ricaviamo ben poco dalla visione scolpita nelle parole dorate della Divina Commedia. Tutto rimane fin troppo vago. Ma se il Paradiso è la meta suprema della nostra vita cristiana, com'è possibile che descriverlo sia così difficile, se non impossibile?

Evidentemente, questa difficoltà è una delle conseguenze della Caduta. Sebbene condividiamo la natura umana con i nostri progenitori, la differenza tra la loro esistenza immortale e la nostra mortale è talmente vasta che la rappresentazione diventa impossibile. La ragione, in definitiva, è semplice. La nostra transitoria esistenza in questo mondo destinato alla distruzione (per mezzo del fuoco, come ci dicono i Santi e i Dottori della Chiesa, seguendo San Pietro) è troppo fortemente segnata dalle sue caratteristiche. Per noi, "reale" significa "materiale", "solido", "pesante", "tangibile". Al contrario, le essenze, le forme intelligibili, gli angeli – persino Dio – ci appaiono, a meno che non siamo veri filosofi o mistici, come "volatili", "irreali". Ecco perché non riusciamo a immaginare la beata esistenza degli esseri eterni.


Basta un solo sguardo al dipinto di Nicolas Poussin, L'Estasi di San Paolo (1), per comprendere quanto siano patetici i nostri tentativi di rappresentare qualcosa che appartenga al regno preternaturale o soprannaturale. La nostra attuale corporeità è in palese contraddizione con la condizione della levitazione: non siamo fatti per volare, ma per muoverci pesantemente, strisciando sulla superficie della terra alla quale siamo "incollati" dalle rozze qualità dei nostri corpi mortali. Non solo ci mancano le condizioni della vita celeste, ma ci manca anche l'esperienza necessaria per formare rappresentazioni credibili. Come si può rappresentare – attraverso suoni, colori, immagini o parole – l'estasi mistica o la vita senza morte? Chi di noi può dire di sapere cosa siano?
 

E per quanto possiamo essere incantati dalla squisita fattura della celebre scultura di Gian Lorenzo Bernini, L'Estasi di Santa Teresa d'Avila (2), essa rimane solo una patetica immagine di uno stato che trascende la comprensione umana.

Finestre sul cielo: le visioni di Santa Ildegarda di Bingen

La fede della Chiesa insegna chiaramente che l'essenza della nostra fede non riguarda le cose visibili di questo mondo transitorio, ma le cose invisibili dell'eterno Regno di Dio. Non abbiamo forse una descrizione efficace, credibile e adeguata di esso? Certamente abbiamo le Sacre Scritture – ad esempio, le visioni del profeta Ezechiele e, soprattutto, la visione della Gerusalemme celeste nell'Apocalisse di San Giovanni. Da esse ricaviamo un importante assioma: la rappresentazione del mondo invisibile – del Paradiso – è possibile solo attraverso un linguaggio simbolico, ricco di significati misteriosi che devono essere interpretati con attenzione. Per ora, tuttavia, vorrei richiamare l'attenzione su un'altra rappresentazione, offertaci da una delle donne più illustri della storia della nostra Chiesa: Sant'Ildegarda di Bingen (c. 1098-1179).

La leggendaria mistica tedesca, dotata da Dio di straordinari doni spirituali, ebbe visioni straordinarie, vere e proprie finestre sul mondo invisibile. Leggendo i suoi scritti, veniamo per un istante trasportati dalle immagini e dalle parole della sua Scivias nel mondo prima della Caduta. A mio avviso, quest'opera monumentale contiene non solo i misteri della storia, ma anche una delle rappresentazioni più significative – al di là delle Sacre Scritture – dello stato pre-caduta di Adamo ed Eva.

Le visioni di Santa Ildegarda raffigurano tutto ciò che di significativo accadde nell'Eden. Di questo maestoso panorama, rivelato in visioni successive, citerò solo il momento in cui il serpente, posseduto dal diavolo, tenta Eva. Nonostante il suo tragico esito, contiene una delle immagini più belle e profonde del corpo della compagna di Adamo. Tutto ha inizio con il soffio del serpente su Eva, che alla fine condusse alla Caduta di entrambi.

Perciò in quella regione luminosa soffiò su una nuvola bianca, che era uscita da una bellissima forma umana e conteneva in sé moltissime stelle, perché in quel luogo di delizia Eva, la cui anima era innocente, poiché era stata suscitata dall'innocente Adamo, portando nel suo corpo l'intera moltitudine del genere umano, splendente della preordinazione di Dio, fu invasa dal Diavolo attraverso la seduzione del serpente per la sua stessa rovina. Perché accadde questo? Perché sapeva che la suscettibilità della donna sarebbe stata più facilmente conquistata della forza dell'uomo; e vide che Adamo ardeva così veementemente nel suo santo amore per Eva che se lui, il Diavolo, avesse conquistato Eva, Adamo avrebbe fatto tutto ciò che lei gli diceva. Perciò il Diavolo scacciò sia la nuvola che la forma umana da quella regione, perché quell'antico seduttore scacciò Eva e Adamo con il suo inganno dal luogo di beatitudine e li gettò nelle tenebre della distruzione.(3)

La visione di Ildegarda, convalidata dalla sua santità e dal suo titolo di Dottore della Chiesa, può essere considerata autentica. Attraverso la sua serva tedesca, Dio ci ha offerto una finestra attraverso la quale possiamo sbirciare nell'Eden prima della Caduta. Questo dono è un immenso privilegio. Tuttavia, affinché porti frutto, dobbiamo accoglierlo con la riverenza dovuta a qualcosa di così raro e prezioso.

Immagini e simboli sacri: finestre sul mondo invisibile

Innanzitutto, ripeto: queste visioni sono simboliche, non vanno prese alla lettera. Un simbolo non è un "segno", una convenzione, una favola, qualcosa di falso. Al contrario, i simboli sacri sono, in un certo senso, le realtà più vere di questo mondo, poiché un simbolo autentico (come il Santo Altare) si pone in una relazione ontologica con ciò che rappresenta. Nel caso dell'altare, esso partecipa alla realtà di Cristo stesso, di cui simboleggia l'eterna solidità, immutabilità e fermezza.

Così il simbolo ci connette veramente a ciò che è simboleggiato. Sottolineo questo per evitare l'errore di coloro che, fuorviati dall'uso del latino “signum” da parte di Sant'Agostino. Il termine "segno" come sinonimo del greco σύμβολον ("simbolo") e il suo uso distorto da parte di autori laici come Ferdinand de Saussure, sostengono che un simbolo sia arbitrario e quindi irreale. In realtà, i simboli sacri non sono invenzioni umane, bensì divine, proprio come tutte le "forme sostanziali" (le essenze spirituali di tutte le cose) sono create da Dio.

Pertanto, quando affermo che le immagini nelle visioni di Sant'Ildegarda sono simboliche, intendo dire che sono rappresentazioni adatte alla nostra attuale capacità di comprensione, ma che al contempo mantengono una coerente relazione ontologica con le invisibili realtà spirituali che raffigurano. Esse rendono realmente presenti le realtà che simboleggiano. Il nostro bisogno di immagini e simboli sacri deriva dal fatto che le realtà spirituali sono a malapena concepibili per le nostre menti, ormai legate a una forma inferiore di conoscenza (nelle preghiere antiche le nostre menti decadute vengono descritte come piene di "pensieri terreni", "carnali", "materiali", in una parola, "cadute"). Per questo Dio ci offre la possibilità di ascendere gradualmente attraverso immagini e simboli sacri: cose visibili che, provenendo dal nostro mondo naturale, ci sono accessibili, eppure rimandano a realtà soprannaturali che altrimenti non potremmo né conoscere né comprendere.

I dettagli strutturali di tutti i personaggi nelle visioni di Santa Ildegarda devono essere interpretati con grande cautela. A causa della condizione pietosa in cui viviamo, la nostra capacità di conoscenza è stata notevolmente ridotta e compromessa dalla nostra condizione di "caduta". Non siamo in alcun modo in grado di immaginare o concepire come fosse il mondo pre-caduta. Fu proprio questo che spinse un'altra donna visionaria della nostra Chiesa, la Beata Anna Caterina Emmerich, ad astenersi da audaci speculazioni sulle proprie visioni mistiche dell'Eden. Pertanto, dobbiamo umilmente accettare di non poter conoscere il mondo com'era quando Dio, infine, disse di tutto il creato: "era molto buono" (Genesi 1,31). 

La differenza tra il mondo dopo la caduta e quello prima è immensa

Consapevole della condizione dell'umanità decaduta, Dio ci guida attraverso il simbolismo sacro – nelle Scritture, nell'arte sacra e nell'architettura del Tempio (la Chiesa) – affinché possiamo comprendere, almeno in parte, i misteri del cosmo invisibile. Allo stesso modo, dobbiamo interpretare le visioni di Ildegarda: come vasti drammi sacri, fedeli all'Apocalisse biblica, attraverso i quali Dio rivela l'intera storia del mondo, dal suo inizio alla sua fine. Tuttavia, è bene ribadire che queste immagini vanno lette con cautela, consapevoli della loro natura simbolica.

Un corpo trasparente e una nuvola stellata

Riguardo alla condizione degli esseri umani prima del peccato originale, come rappresentata nel passo di Scivias citato sopra, gli elementi chiave della visione offrono spunti di riflessione illuminanti per la nostra comprensione. Innanzitutto, l'immagine di Eva come una nuvola bianca, in qualche modo trasparente, è straordinariamente significativa. Ci permette di intravedere – seppur debolmente, ma comunque in modo concreto – ciò che il Santo Apostolo Paolo, altro grande mistico e visionario, potrebbe intendere quando parla in 1 Corinzi 15:40 di "corpi celesti" in contrasto con i corpi "terrestri" e mortali che abbiamo ora. Pensiamo, in termini semplici, al significato dell'affermazione "siamo fatti di terra", in contrasto con l'affermazione "siamo fatti di cielo". L'immagine di Eva come una nuvola bianca e trasparente può offrirci – per quanto possibile – la rappresentazione più appropriata per comprendere cosa significhi per una persona umana avere un "corpo fatto di cielo". Non è forse la nuvola la cittadina ordinaria del cielo? Le nuvole fluttuano nel cielo, non è forse così?

Ovviamente, il suggerimento di San Paolo non implica in alcun modo una negazione del testo biblico della Genesi, che ci dice chiaramente che Dio "plasmò l'uomo dal fango della terra" (Genesi 2,7). Ciò che il grande apostolo probabilmente intende suggerire è qualcos'altro: le qualità accidentali della terra da cui Dio creò Adamo non erano le stesse della terra attuale da cui noi, i mortali, siamo stati creati. Possiamo tornare all'affermazione di Paolo comprendendo che esistono corpi terrestri (quindi "fango terreno") e corpi celesti (quindi "fango celeste"). Uno è la qualità della "terra" prima della Caduta, l'altro è la qualità della "terra" dopo la Caduta. Così come l'intera natura cosmica ha subito una trasformazione dopo la Caduta dei progenitori, allo stesso modo la natura umana ha subito una profonda mutazione (che può essere spiegata – almeno in parte – in termini speculativo-metafisici).

Certamente, Adamo ed Eva possedevano un corpo fin dall'inizio: così è costituito l'uomo dal disegno divino – un essere spirituale, con un'anima immortale, eppure incarnato. Ma la qualità dei corpi di Adamo ed Eva prima della Caduta era completamente diversa dalla qualità dei loro corpi dopo la Caduta. E noi conosciamo solo questi ultimi: i corpi mortali. Eppure l'immagine del corpo trasparente e mutevole di Eva – come una nuvola – nella visione di Sant'Ildegarda parla, simbolicamente, della trasparenza dei corpi pre-caduta: Adamo ed Eva avevano corpi radicalmente diversi dai nostri. Inoltre, possiamo facilmente speculare sulla leggerezza dei loro corpi: possiamo immaginare senza difficoltà la loro capacità di levitare o volare. Dopotutto, solo le nuvole "volano", no? Ma non crediamo che avrebbero volato come potremmo fare noi ora, se, con questi corpi rozzi, mortali e terreni, tentassimo di muoverci nel cielo come il supereroe Superman. Nulla potrebbe essere più sciocco di un'immagine simile. Perché? Perché i nostri corpi attuali, mortali e terreni come sono, non sono fatti per tali capacità. Per riottenerli, dovranno essere trasformati da Dio stesso alla fine della storia in corpi “celesti”, quando avverrà la resurrezione finale. Solo allora riceveremo corpi spirituali, capaci di ciò che, nei nostri attuali termini fisici, possiamo solo immaginare come il volo, in quel nuovo mondo che al momento non riusciamo nemmeno a concepire. Lasciamo ai film per bambini – o agli adulti in cerca di intrattenimento fantascientifico – le immagini piuttosto comiche di Superman che vola...

Il secondo punto chiave nella visione di Sant'Ildegarda – di una bellezza ancora più grande e abbagliante del corpo etereo come una nuvola – è la presenza visibile, nella natura di Eva, di tutti i suoi discendenti sotto forma di miliardi di stelle splendenti. Pensate un attimo: io, che scrivo queste parole, e voi, che le leggete, eravamo già tutti lì, in potenza, concepiti dall'eternità nella mente infinita di Dio. In altre parole, eravamo contenuti nella natura di Eva, colei che era appena stata tratta da quella bellissima forma umana – Adamo.

Dal momento in cui lessi per la prima volta Scivias fino ad oggi, non ho mai smesso di meravigliarmi della poesia e del genio di questa rappresentazione ispirata dell'unità del genere umano all'interno della coppia universale primordiale: Adamo ed Eva. Vi ricordo anche uno dei dettagli sorprendenti dell'icona soprannaturale della Santa Vergine Maria di Guadalupe: il mantello azzurro-turchese ricoperto di stelle indossato dalla Regina dell'Universo, la Santa Vergine Maria. Tutte quelle stelle non sono altro che – come le stelle del cielo astronomico – simboli dei giusti nell'eterno Regno di Dio. Perché non dimentichiamolo: così come Nostro Signore Gesù Cristo è il Nuovo Adamo, la Santa Vergine Maria è la Nuova Eva.

Abbiamo già ottenuto diverse intuizioni significative riguardo alla condizione dei progenitori in Paradiso. Abbiamo anche un suggerimento riguardo alle terribili conseguenze della loro Caduta: diventa relativamente chiaro come il peccato originale sia stato trasmesso dai progenitori ai loro discendenti, se ricordiamo che tutti noi, nella forma di quelle stelle, eravamo contenuti nella natura materna di Eva.



Ma alla fine: nuovo cielo e nuova terra

Ancora più suggestiva è l'espressione chiave che Sant'Ildegarda usa quando mostra che Eva portava nel suo corpo "l'intera moltitudine del genere umano, risplendente della preordinazione di Dio" ("quae de innocente Adam omnem multitudinem humani generis in praeordinatione Dei lucentem in suo corpore gestans sumpta fuerat"). Come è evidente anche nella traduzione inglese, la locuzione latina praeordinatione Dei è sinonimo (ad esempio, in San Tommaso d'Aquino) della ben nota nozione di "predestinazione". Dato che abbiamo menzionato il Dottore Angelico, dobbiamo ricordare che la predestinazione di tutti gli esseri creati, cioè di tutti gli esseri umani, appartiene alla sfera dell'Intelletto e della Sapienza divini.

Qui mi fermo. Di fronte a misteri come quello della predestinazione, è sempre bene ricordare che il silenzio è d'oro, mentre la parola è solo d'argento. E la contemplazione implica sempre un silenzio riverente e santo davanti a Dio, l'infinita, eterna e assoluta Santissima Trinità.



________________
1. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Le_Ravissement_de_saint_Paul_-_Nicolas_Poussin_-_Mus%C3%A9e_du_Louvre_Peintures_INV_7288_;_MR_2325.jpg [Accesso effettuato il: 10 aprile 2026].
2. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cornaro_chapel_in_Santa_Maria_della_Vittoria_in_Rome_HDR.jpg [Accesso effettuato il: 10 aprile 2026].
3. Santa Ildegarda di Bingen, Scivias, tradotto da Madre Columbia Hart e Jane Bishop, con introduzione di Barbara J. Newman e prefazione di Caroline Walker Bynum, New York: Paulist Press, 1990, p. 77.





Un nuovo e incisivo saggio difende l’intuizione alla base di Summorum Pontificum e critica la violenza di Traditionis custodes



Articolo del dott. Peter Kwasniewski, pubblicato l’8 aprile sul sito New Liturgical Movement, in cui recensisce e analizza alcuni contenuti del recente libro Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI’s Summorum Pontificum and Its Critics del dott. Tomasz Dekert, professore assistente presso la gesuita Uniwersytet Ignatianum di Cracovia.

Lorenzo V.



15 Aprile 2026

Come ha sottolineato più volte Kevin Tierney, vi sono molti indizi che la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II sia stata un clamoroso fallimento nella sua missione dichiarata di liberare la Chiesa una volta per tutte dal temuto rito tradizionale (QUI).

Di sicuro, la sua attuazione (come quella della costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia) ha portato a danni, divisioni e sconcerto in troppi posti, ma in tutto il mondo ci sono stati pochi tentativi di sopprimere del tutto il rito tradizionale, che continua a prosperare nelle Parrocchie o nelle loro vicinanze e in alcune Diocesi fortunate. Lo stesso Papa Leone XIV ha fatto capire che questa politica non è più una priorità e ha spinto a fare spazio a diverse «sensibilità». È difficile dire se smantellerà o modificherà la legislazione del suo predecessore su questo punto.

Tuttavia, la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes appare come un atto di violenza rispetto alle intenzioni pacifiche della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano, ed è bene per noi riflettere sulle questioni teologiche e pastorali più profonde in gioco, al fine di (idealmente) allontanarci dalla violenza verso una coesistenza pacifica e persino, oserei dire, un arricchimento reciproco – almeno delle comunità, se non dei riti.

Fortunatamente è stato pubblicato un nuovo libro che serve esattamente a questo scopo, e lo fa con brillante perspicacia. Non posso che raccomandarlo vivamente. Il titolo è Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI’s Summorum Pontificum and Its Critics [Pace liturgica, guerra liturgica: «Summorum Pontificum» di Benedetto XVI e i suoi critici: N.d.T.] (Londra, Bloomsbury T&T Clark, 2026; disponibile anche sul sito Amazon), e l’autore è il dott. Tomasz Dekert, professore assistente presso la gesuita Uniwersytet Ignatianum di Cracovia, in Polonia, che lo ha scritto in inglese (QUI e QUI).



Il libro sostiene la tesi secondo cui la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI ha avviato un processo autentico – sebbene a lungo termine e impegnativo – per condurre la Chiesa cattolica fuori dal «conflitto liturgico» del dopoguerra, mentre la successiva lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes ha interrotto questo processo e intensificato le tensioni esistenti.

L’autore sostiene che le radici del conflitto non risiedono semplicemente in preferenze opposte (tradizione contro riforma), ma in un problema più profondo: una comprensione errata della natura della liturgia come rituale, strutturata da presupposti astratti e funzionalisti, che è arrivata a dominare gli approcci alla liturgia nel contesto delle riforme liturgiche del dopoguerra. In particolare, egli critica gli approcci che subordinano la forma rituale a costrutti teologici o culturali, anziché riconoscerne il carattere primario e «evidente di per sé» – ovvero la sua natura sensorialmente percepibile, performativa e socialmente costitutiva.

Una componente importante del libro è la sua polemica con i critici della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, che la considerano una minaccia all’unità della Chiesa, un’espressione di nostalgia o un progetto ideologico. L’autore sostiene che tali critiche si fondano sulla stessa concezione riduzionista della liturgia che ha sostenuto la riforma del dopoguerra, trattandola come uno strumento per esprimere o plasmare la dottrina e l’identità, piuttosto che come una pratica costitutiva che le precede.

Attingendo alla teoria rituale dell’antropologo Roy Abraham Rappaport, l’autore dimostra che la stabilità e la ripetitività della forma rituale sono condizioni per il funzionamento di una comunità religiosa. Di conseguenza, la riforma liturgica radicale e imposta dall’alto a seguito del Concilio Vaticano II – che è intervenuta sull’intero strato «canonico» del rituale – ha necessariamente portato a una profonda crisi all’interno della Chiesa, che ha colpito non solo la liturgia, ma anche la sua struttura di significato e la sua unità.

In questo contesto, la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum appare come un tentativo di ripristinare la continuità rituale, consentendo la coesistenza delle forme liturgiche e creando le condizioni per la loro interazione organica, nonché per una graduale e paziente guarigione della situazione. Al contrario, la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, fondata sulla stessa visione problematica della liturgia dei critici di Summorum Pontificum, abbandona questa via e cerca una risoluzione amministrativa del conflitto, il che – secondo l’autore – porta alla sua escalation e al suo irrigidimento.

In definitiva, il libro sostiene che il superamento della «guerra liturgica» non può essere raggiunto a livello di decisioni giuridiche o dispute teoriche, ma richiede una revisione fondamentale della comprensione teologica della liturgia: vale a dire, il riconoscimento del suo ruolo ontologico e sociale come pratica costitutiva, e il ripristino della sua continuità come condizione per l’unità della Chiesa.

Per quanto riguarda il Novus Ordo, il libro di Tomasz Dekert avanza essenzialmente un’unica tesi – ma fondamentale e dalle ampie ramificazioni: vale a dire che la sua introduzione è stata un errore a causa della portata stessa del cambiamento che ha determinato, un cambiamento che, proprio per questo motivo, non poteva che agire in modo profondamente distruttivo sul sistema cattolico.

Ci si chiede fino a che punto questo tipo di approccio – molto più antropologico che teologico – possa o voglia essere preso sul serio dai teologi contemporanei, cioè da coloro che operano principalmente nel mondo delle parole, dei concetti e delle idee. Questo è un mondo in cui, e con cui, una mente sufficientemente esperta in dialettica e interpretazione può fare quasi tutto. Si può, ad esempio, «dimostrare» che sebbene sommando due mele ad altre due ne risultino quattro, «in realtà» riconoscere che ce ne sono sette ci renderà più ricchi! Leggendo gli scrittori liturgici mainstream di oggi, si ha spesso l’impressione che la loro difesa della riforma liturgica post-conciliare si riduca a qualcosa del genere. L’argomentazione si svolge a livello di idee, non a livello di pratica effettiva e del suo impatto sulle persone reali.

Questo è un’arma a doppio taglio: se si vuole capire perché il rito tradizionale sia così potente e attraente, non ci si deve fermare al livello delle idee, ma prestare molta attenzione al modo in cui viverlo, parteciparvi secondo il suo ritmo e la sua simbologia, modella profondamente la coscienza e la visione del mondo.

Un altro punto di forza del libro di Tomasz Dekert è il suo appassionante trattamento del coinvolgimento e del significato dell’autorità papale nel processo di riforma e delle implicazioni che ciò comportava, sia per i cattolici all’interno della Chiesa sia per le relazioni ecumeniche, specialmente con l’Oriente.

Il prezzo del libro è molto alto, come è strana abitudine degli editori accademici, ma possiamo sperare che alla fine scenda, come è avvenuto con il libro del prof. padre Uwe Michael Lang C.O. sul Rito Romano, che alla fine è uscito anche in edizione tascabile [QUI: N.d.T.]. Ma se voi o l’istituzione per cui lavorate potete permettervi il libro di Tomasz Dekert adesso, credete alla mia parola: il libro vale ogni centesimo speso. È una delle critiche più penetranti alla riforma liturgica che io abbia mai letto.





martedì 14 aprile 2026

I progressisti in difficoltà



La rinascita della Fede in molti Paesi, fenomeno noto come il “Quiet Revival”, sta mettendo a dura prova l’ideologia progressista. Come reagiranno coloro che per decenni hanno puntato tutto sulla modernità, nel vedere che proprio la gioventù gli sfugge di mano e cerca invece la Tradizione?




di Julio Loredo, 12-04-2026

La rinascita della fede in molti Paesi — fenomeno noto come “Quiet Revival” — che durante la Settimana Santa ha mostrato un grande dinamismo, sta mettendo a dura prova l’ideologia progressista. Come reagiranno coloro che per decenni hanno puntato tutto sulla modernità, nel vedere che proprio la gioventù sfugge loro di mano e cerca invece la tradizione? Ecco la grande domanda che si pongono oggi tanti analisti.

Luci e ombre nella Chiesa attuale

La scorsa settimana ho realizzato un programma pasquale tutto incentrato sulla speranza che scaturisce dalla rinascita della fede in molti Paesi. Ciò non vuol dire, però, che il male non stia ancora avanzando e che Satana abbia smesso di cospirare contro la Chiesa. Anzi, queste settimane sono state piene di notizie preoccupanti.

Per esempio, il movimento verso l’ordinazione delle donne va avanti, nonostante il chiaro “no” del Vaticano. In Germania ci sono già casi di parrocchie guidate da donne, come quella di Santa Barbara nella diocesi di Osnabrück, dove la signora Doris Brinker è da qualche anno a capo della comunità parrocchiale. Monsignor Peter Kohlgraf, Vescovo di Magonza, in una dichiarazione all’agenzia Katholisch.de, ha affermato — e cito:
«Le donne dovrebbero essere maggiormente coinvolte nella leadership ecclesiastica. Naturalmente, le donne guideranno anche le parrocchie, ma questo avverrà gradualmente. In altre parole, si tratta solo di andare piano. Alla fine avremo le nostre “parrocchesse”».
Anche in Italia è stato compiuto un grande passo in questo senso. Sabato 14 marzo una donna, Maia Clara, ha presieduto la Celebrazione della Parola in sostituzione della Messa prefestiva niente meno che nella Cattedrale di Bolzano. «Da bambina volevo fare la parroca», ha dichiarato la signora Clara. Il decano del Duomo, padre Bernhard Holzer, sostiene con forza questa scelta.

Cronache dal Perù e nubi sul Vaticano

Un’altra notizia preoccupante è la denuncia formale per abusi sessuali presentata contro il Segretario della Conferenza Episcopale Peruviana, Monsignor Antonio Santarsiero Rosa, di origine italiana. Il prelato, Vescovo di Huacho, è accusato di presunti abusi sessuali e maltrattamenti psicologici a persone sotto la sua autorità.

La notizia è tanto più rilevante perché si intreccia con un altro processo per abusi in Perù, nello specifico nel clero della diocesi di Chiclayo, al tempo in cui Monsignor Robert Prevost ne era vescovo. Il veterano vaticanista Sandro Magister considera questo processo una sorta di “nuvola nera” che aleggia sopra il pontificato di Papa Leone. Infatti, nel novembre del 2025 — cioè pochi mesi fa — la presunta vittima degli abusi ha emesso un comunicato lamentandosi della mancanza di un regolare processo che finalmente accerti la verità dei fatti. Finora Papa Leone ha mantenuto il silenzio. «In questo caso il passo di Papa Leone è incerto», dice Magister.

Il fenomeno del “Quiet Revival”

Prima di passare però alle notizie sulla rinascita della fede, vi chiedo di mettere un like a questo video e di condividerlo con i vostri amici. Se credete che questo sia un servizio utile, aiutatemi, vi prego, a espandere il canale. Se potete, fate anche un’offerta affinché io possa sostenere le campagne di promozione. Grazie di cuore.

Il periodo pasquale è stato ricco di notizie sul Quiet Revival.Francia: «Per noi è una primavera della Chiesa», esulta padre Xavier Bizot, parroco a Lione. «Ogni due giorni qualcuno bussa alla porta chiedendo il battesimo. Questa è una novità e mi risulta che sia così in tante altre parrocchie». Infatti, nell’ultima Veglia Pasquale, più di 800 adulti hanno ricevuto il battesimo nella sola diocesi di Lione.
Il commento del Vescovo: Monsignor Olivier de Germay, Vescovo di Lione, commenta: «Siamo in un periodo di molta vitalità. Fra i giovani c’è molta insoddisfazione verso il mondo moderno. La società contemporanea ha fallito nel suo intento di coinvolgere le persone; l’iper-consumismo non può soddisfare la sete di pienezza che abbiamo nell’anima. Siamo sorpresi della repentinità e dell’intensità della sete di Dio che si manifesta oggi».

La fede rinasce dove era sparita

Questa rinascita si fa sentire anche in Paesi dove il cattolicesimo era marginale.
Estonia: Nel 1970 nel Paese c’erano solo 10 cattolici. Sì, avete capito bene: dieci. Oggi sono più di 10.000. Per secoli l’Estonia è stata dominata prima dal luteranesimo, poi dal comunismo sovietico. La Chiesa Cattolica era letteralmente sparita. Oggi la situazione si è ribaltata. Monsignor Philippe Jourdan, Vescovo di Tallinn, spiega: «Nelle ultime due o tre anni il numero dei catecumeni è esploso e sono sempre più giovani. Si rendono conto che l’ideale consumistico post-sovietico non li soddisfa pienamente».
Scozia: «Sono sacerdote da 35 anni e non ho mai visto niente di simile», dice padre Patrick Burke, parroco della chiesa di St. James a Edimburgo. «Ogni settimana vengono persone a chiedere il battesimo. Sono sopraffatto. La catechesi è diventata il mio unico lavoro».

Spagna: Padre Jesús Higueras, parroco a Pozuelo de Alarcón (Madrid), concorda: «Sempre più giovani si rendono conto di avere un’esistenza vuota. I fine settimana sono dedicati alle risate, a spendere soldi, alle emozioni intense. Ebbene, il mondo delle emozioni non appaga». In Spagna, nell’ultima Veglia Pasquale, si sono battezzati più di 14.000 adulti, quasi il doppio dell’anno precedente.

La reazione dei media e dei progressisti

Persino il New York Times titola: “La Chiesa Cattolica registra un’impennata di conversioni”. Secondo il quotidiano, il fenomeno sorprende gli stessi vescovi, che sono in subbuglio e perplessi riguardo alle cause. In modo simile, il National Catholic Register scrive: “Qualcosa sta succedendo: il numero di conversioni esplode in molte diocesi americane”.

Secondo Robert Royal, direttore di The Catholic Thing, i giovani cercano risposte non nelle mode degli ultimi decenni, ma nella Tradizione della Chiesa.

L’esistenza di questo fenomeno mette in crisi l’essenza stessa dell’ideologia progressista, fondata sulla certezza che la storia vada sempre e solo “a sinistra”. Il sorgere di una reazione conservatrice e tradizionalista nella gioventù polverizza questa pseudo-logica. Inizialmente i progressisti hanno reagito negando il fenomeno, come le famose scimmie che si coprono occhi e orecchie. Oggi, però, l’atteggiamento negazionista è diventato insostenibile.

I progressisti hanno quindi cambiato tattica: deridono il fenomeno come un mero “fuoco di paglia”. In Francia, alcuni sociologi laicisti hanno affermato che la valanga di battesimi (più di 21.000 in tutto il Paese) fossero semplici battesimi infantili ritardati. Ha risposto con forza Monsignor Matthieu Rougé, Vescovo di Nanterre, alla rivista Communio:
«Il desiderio di alcuni sociologi di screditare ciò che contraddice le loro previsioni è sorprendente e solleva interrogativi sull’obiettività dei loro metodi».

Conclusione

Sentiamo dire ad nauseam che la Tradizione non può avere successo perché contraria allo “spirito dei tempi”. In realtà, la storia comporta corsi e ricorsi. Il Quiet Revival è un ricorso nelle vie del bene.

«Omnia possum in eo qui me confortat», dice San Paolo: «Tutto posso in Colui che mi dà forza».

Non dimenticate di mettere un like e di condividere il video. Aiutatemi a far crescere questo canale e, se potete, sosteneteci economicamente tramite il link qui sotto. Per tutti i sostenitori viene celebrata ogni mese una Santa Messa a Roma.







lunedì 13 aprile 2026

Il card. Roche afferma che la Liturgia è destinata a promuovere l'unità, non le preferenze personali




Il cardinale Arthur Roche ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" a Junno Arocho Esteves, corrispondente internazionale per OSV News. Il cardinale purtroppo sembra ignorare che la Liturgia è innanzitutto il culto pubblico dovuto a Dio. Una politica che mira a imporre l'unità ha invece messo in luce questioni più profonde riguardanti la liturgia, la continuità e i limiti del giudizio curiale.
Alla fine dell'intervista (nella nostra traduzione) trovate in replica le mie considerazioni. 


lunedì 13 aprile 2026



Il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, lo scorso 17 marzo ha rilasciato un'intervista "ad ampio raggio" all'OSV News affermando che i dibattiti sulla liturgia dovrebbero essere compresi in ultima analisi attraverso la lente dell'unità, non delle preferenze individuali.

Ha dichiarato: «Quando rechiamo in chiesa, non ci andiamo per adorare Dio semplicemente come individui, ma come una famiglia. Ci andiamo insieme come assemblea chiamata da Dio». «Questo senso di assemblea risale ai tempi dell'Antico Testamento. La Chiesa a cui apparteniamo non è un edificio, ma delle "pietre vive" edificate su Cristo». [Ricordiamo che, prima di essere comunitario, il rapporto col Signore è personale; anche se la Chiesa intera è il corpo mistico di Cristo -ndT]

Le sue dichiarazioni giungono a seguito delle recenti discussioni relative al testo sulla liturgia da lui redatto e distribuito ai cardinali durante il primo concistoro straordinario di Papa Leone XIV, tenutosi a gennaio [vedi e anche qui].
Il documento, distribuito ma discusso durante la riunione del 7-8 gennaio, offriva una difesa teologica e storica della riforma liturgica post-Concilio Vaticano II e ribadiva le restrizioni alla Messa preconciliare in latino stabilite dal “motu proprio” “Traditionis Custodes” (“Custodi della Tradizione”) di Papa Francesco del 2021.

I ripetuti interventi del cardinale non rivelano solo un'argomentazione fallace, ma una persistente incapacità di comprendere la realtà che egli ha il compito di governare.

Dopo le prime indiscrezioni del quotidiano italiano Il Giornale e della giornalista americana Diane Montagna [qui], che ha pubblicato la versione integrale del testo, il National Catholic Reporter ha affermato che il testo era stato distribuito ai cardinali ma non era mai stato formalmente discusso. Dopo la pubblicazione online di una copia del testo, si sono susseguite numerose critiche da parte dei cattolici tradizionalisti contrari alle restrizioni sulla celebrazione della Messa antiquior [vedi dall'indice]

Dalle sue dichiarazioni emergono diversi momenti piuttosto rivelatori. Riflettendo sulla continua controversia che circonda la Traditionis Custodes, si chiede, con apparente perplessità, perché il dibattito rimanga così acceso. Perché, si domanda, tutto questo clamore, quando la celebrazione della liturgia antiquior è ancora permessa come concessione. Qualcosa d'altro, suggerisce, deve essere in gioco.
Pur non rispondendo direttamente alle specifiche critiche mosse al documento, il cardinale Roche ha ribadito i principi che lo hanno ispirato e ha inquadrato la questione nel contesto più ampio della concezione cattolica del culto e della liturgia. Il documento, ha affermato, presenta "un'accurata ricostruzione storica dello sviluppo della liturgia nel corso dei secoli".

Tra l'altro il cardinale Roche ha inquadrato gli attuali dibattiti liturgici nel contesto della storia più antica della Chiesa, indicando la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi come prova che le tensioni relative al culto non sono una novità.


Il punto di partenza è la sua perplessità. Vuole sapere perché, perché tanta intensità? Perché tanta resistenza? Perché questo attaccamento persistente alla forma più antica? La risposta non è nascosta, né richiede speculazioni su secondi fini. Risiede nel semplice fatto che ciò che oggi viene considerato una concessione, fino a poco tempo fa veniva presentato dalla Chiesa stessa come un bene.

Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II (Ecclesia Dei), ma soprattutto sotto quello di Benedetto XVI, la liturgia antiquior non fu emarginata, ma integrata (Summorum Pontificum). Giovanni Paolo II parlò delle “legittime aspirazioni” dei fedeli. Benedetto XVI andò oltre, affermando che il Messale del 1962 non era mai stato abrogato e descrivendolo come un “tesoro prezioso” nella vita della Chiesa. Respinse esplicitamente l’idea che la sua presenza avrebbe diviso la Chiesa. Il rito romano antico non fu trattato come un problema da contenere, ma come un mezzo per promuovere l’unità.

Ora il giudizio rivolto alla Liturgia è cambiato. La crescita che un tempo era benvenuta ora è considerata prova di divisione. La fedeltà che un tempo era incoraggiata ora è vista con sospetto. Quando Roche chiede perché c'è "rumore", non sta svelando un mistero, ma sta semplicemente rivelando la propria incapacità di riconoscere le conseguenze dell'inversione di rotta che lui stesso, insieme a Papa Francesco, ha contribuito a imporre.

L'Eucaristia non è un'invenzione umana

Affrontando le divisioni tra i primi cristiani, ha spiegato, San Paolo ha ricordato loro che l'Eucaristia non era un'invenzione umana, ma qualcosa tramandato da Cristo stesso e affidato agli Apostoli.

«"Ciò che vi ho dato da celebrare, l'ho ricevuto da Gesù stesso"», ha detto il cardinale, parafrasando l'insegnamento dell'apostolo.

Il cardinale Roche ha affermato che la questione fondamentale è sempre stata la fedeltà a ciò che è stato ricevuto, piuttosto che l'adattamento della liturgia alle preferenze personali o di piccole comunità. La correzione di San Paolo, ha spiegato, ha sottolineato che la Messa non è soggetta al controllo individuale, ma appartiene a tutta la Chiesa.

Lo stesso principio, ha aggiunto, rimane essenziale ancora oggi, mentre i cattolici si confrontano con diversi approcci alla pratica liturgica.

'Traditionis Custodes'

Riguardo ai continui dibattiti sulla “Traditionsis Custodes”, il cardinale Roche ha dichiarato a OSV News che il documento trae origine dalle preoccupazioni relative all'uso della forma più antica della Messa all'interno della Chiesa.

Il cardinale ha affermato che, mentre le concessioni fatte in precedenza durante i pontificati di San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI rappresentavano un accomodamento pastorale, la situazione è cambiata. "Il Santo Padre ha cominciato a rendersi conto che la concessione accordata a coloro che trovavano difficile il nuovo rito veniva promossa in contrasto con la riforma della liturgia del Concilio Vaticano II", aggiungendo: "E questa promozione... è in definitiva una promozione contro l'unità della Chiesa".

Una concessione per celebrare la vecchia forma della Messa

Il cardinale ha spiegato: «Anche Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, prima di Papa Francesco, concessero questa possibilità di celebrare la Messa secondo la vecchia forma per coloro che non riuscivano ad adattarsi alla nuova».

Tuttavia ha osservato che i cattolici possono ancora celebrare la Messa preconciliare in latino "per autorità papale". E quindi si chiede: «perché tutto questo (dibattito) è così intenso? Perché tutto questo rumore, il rullare dei tamburi e lo squillare delle trombe? Cos'altro sta succedendo, visto che hanno ottenuto la concessione di questa Messa? Qual è il problema?» e ha affermato: «Chiaramente c'è qualcos'altro sotto».
L'attrattiva della Messa in latino per un numero crescente di persone

Interrogato sull'attrattiva che un numero crescente di cattolici prova per la Messa in latino, il cardinale Roche ha osservato che, per alcuni, tale attrazione è in parte determinata dal contesto culturale della vita moderna e dal costante "rumore" della società contemporanea.

«Quando le persone entrano in una chiesa silenziosa, la trovano molto attraente. Il rumore viene attutito», ha spiegato. «Credo che questo sia parte dell'attrattiva per molte persone, così come la musica e la riverenza, che rappresentano anche una sfida per il Novus Ordo; anche questi aspetti dovrebbero essere ugualmente attraenti ogni domenica. Mettere un rito contro l'altro significa perdere il senso della materia che si sta trattando. Non è un gioco. Ci deve essere un dare e avere da entrambe le parti».

Rispondendo alle preoccupazioni relative agli abusi liturgici, il cardinale ha affermato che tali problemi non sono esclusivi della Messa post-Concilio Vaticano II, ma sono esistiti nel corso di tutta la storia della Chiesa.

Abusi liturgici dovuti a "mancanza di formazione"

Roche afferma: «Gli abusi ci sono sempre stati, e sono sempre stati causati da una mancanza di formazione o da un profondo malinteso. Anche ai tempi di Paolo – San Paolo a Corinto – ci furono abusi».

Tuttavia, il prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti mette in guardia dal ridurre la liturgia a mera preferenza o controllo personale, affermando: «Nel momento in cui si pensa che la liturgia sia qualcosa che si può controllare e organizzare secondo le proprie preferenze, allora si esclude Dio dall'equazione».

Fine dell'intervista (Traduzione a cura di Chiesa e Post-concilio).
 
* * *
Considerazioni mie in replica

Nell'intervista all'OSV, Roche tenta di fondare la sua posizione su principi primi. Invoca San Paolo, parlando di ciò che è stato ricevuto e tramandato. Su questo punto, possiamo osservare che i papi precedenti intendevano la tradizione liturgica stessa come qualcosa di ricevuto, non come un accordo provvisorio soggetto a revoca. Qui la discussione si fa più seria.

L'uso che Roche fa del termine "ricevuto" opera a un livello di astrazione che gli permette di eludere la concreta realtà storica del rito romano. È vero che l'Eucaristia è ricevuta da Cristo e affidata alla Chiesa. È anche vero che la Chiesa ha l'autorità di regolamentare la liturgia. Ma la liturgia romana, così come si è sviluppata nel corso dei secoli ed è stata codificata nel Messale, è essa stessa parte di quella tradizione ricevuta. Separare il principio dalla sua incarnazione storica significa creare una lacuna che necessita di una giustificazione.

Tale giustificazione non viene fornita. Al contrario, Roche riduce l'intera storia post-conciliare del rito più antico al linguaggio della concessione. Si può smascherare la debolezza di questa argomentazione tornando ai testi stessi. Giovanni Paolo II non parlò in termini di riluttanza e tolleranza. Benedetto XVI non descrisse la liturgia più antica come un accomodamento temporaneo. Al contrario, insistette sul fatto che essa facesse parte della lex orandi della Chiesa e potesse coesistere pacificamente con il rito riformato.

Descrivere questo come una concessione non significa semplicemente riassumere. Significa reinterpretare il passato per avvalorare una politica presente. E dunque si tratta di una distorsione frutto dello storicismo ereditato dal Concilio.

Quanto agli abusi, il cardinale ignora quanto abbia influito l’inaudita novità dell’introduzione nella Liturgia del principio di creatività, (Sacrosanctum Concilium agli artt. 37-40), sia pure in teoria sotto il controllo della Prima Sedes, rivelatosi poi nei fatti quasi sempre accademico ed oggi ancor più diluito dal motu proprio Magnum Principium. Il principio di creatività è stato sempre avversato nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, ed è considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Esso viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare per l’appunto nuove forme di culto (SC 22 § 2, 39, 40), contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia, quale massima garanzia contro l’introduzione di innovazioni liturgiche.

Per di più, proprio in armonia con il principio della creatività, la SC ha introdotto due altri elementi di riforma incompatibili con la tradizione e rivelatisi esiziali: l’adattamento del rito alla cultura profana ossia all’indole e alle tradizioni dei popoli, alla loro lingua, musica, arte, appunto mediante la “creatività” e la “sperimentazione liturgica” (SC 37, 38, 39, 40, 90, 119). e mediante la semplificazione programmatica del rito stesso (SC 21, 34). Una vera e propria esplosione di varianti... Anche questo contro l’insegnamento costante del Magistero, secondo il quale è la cultura dei popoli a doversi adattare alle esigenze del rito cattolico e senza che nulla si debba mai concedere alla sperimentazione o comunque al modo di sentire dell’uomo del Secolo. Una delle prove evidenti dell’antropocentrismo conciliare. Ed ecco che oggi il rito della Messa è frammentato in diversi riti a seconda dei continenti se non delle nazioni, con infinite variazioni locali, ad libitum del celebrante, variazioni che non escludono l’intrusione di elementi pagani nel rito stesso senz’alcun richiamo della S. Sede o dei vescovi.

Senza dimenticare che la frammentazione e l’imbarbarimento del culto cattolico sono dovuti anche all’abbandono del latino quale lingua liturgica antica ed universale, unificatrice del rito e nello stesso tempo custode di formule indissolubilmente legate alla tradizione dogmatica, che l’immutabilità linguistica preserva da innovazioni arbitrarie.









sabato 11 aprile 2026

Le diocesi e la pace: pregare è sufficiente?




Seguendo l'invito di Papa Leone le diocesi pregano per la pace, ma non è sufficiente finché non si risolve l’assenza di un impegno per la costruzione della società degli uomini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Dottrina sociale

Editoriali 


Stefano Fontana, 11-04-2026

Seguendo l’invito di papa Leone e le stesse iniziative da lui promosse, in molte diocesi e parrocchie sono stati organizzate occasioni di preghiera e veglie per la pace. La preghiera è la prima cosa da fare, perché la pace è frutto della carità, ma è anche l’unica? Certamente la Chiesa lavora per la pace in tutta la sua vita-azione, dalla liturgia ai sacramenti, dalla catechesi alle opere di carità spirituali e materiali. Tutto questo contribuisce all’ordine su cui la pace si fonda e in cui consiste. Contribuisce a costruire l’ordine e a ripristinarlo a seguito del peccato, contribuendo in questo modo alla giustizia senza della quale non c’è la pace.

C’è però anche un modo specifico che la Chiesa dovrebbe assumere per costruire la pace, anch'esso espressione di carità. Mi riferisco alla Dottrina sociale della Chiesa, al suo insegnamento e alla sua concretizzazione, alla sua dottrina e alla sua prassi. Se la pace è la “tranquillitas ordinis”, come dice Sant’Agostino nel capitolo XIX del De civitate Dei, non c’è dubbio che la pace nasca dalla costruzione secondo giustizia dell’ordine sociale e politico. A questo, appunto, mira la Dottrina sociale della Chiesa e le energie di pensiero e di azione che ne promanano. Davanti alla potenza degli attori oggi in guerra, può sembrare che questo riferimento alla Dottrina sociale sia ingenuo, ma non va dimenticato, come insegnava Giovanni Paolo II, che gli errori si sedimentano e diventano strutture di peccato, così anche le piccole buone azioni si sedimentano e diventano strutture di bene.

Sulla base di queste considerazioni abbiamo fatto una verifica sul campo. Abbiamo considerato le diocesi del Veneto e abbiamo visto che tutte si sono impegnate, in vario modo, nella preghiera per la pace, ma nessuna ha attivato iniziative di formazione e di incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa in modo organico e continuato. Nelle diocesi di Venezia, Concordia-Pordenone, Adria-Rovigo, Vittorio Veneto, Belluno, Vicenza la Dottrina sociale della Chiesa non esiste. A Verona è stata realizzata una tre-giorni per famiglie in gennaio 2026. L’unica iniziativa presa a Padova è stata programmata all’interno della Clime Social Week 2026, secondo criteri di ambientalismo cattolico, senza alcun riferimento alla Dottrina sociale.

Questo vuoto nelle diocesi venete non è solo recente ma data ormai da parecchi anni. E stiamo parlando di una regione che vanta una grande storia in proposito.

Sappiamo bene che alcune diocesi sono piccole, che tutte attraversano varie difficoltà, tuttavia è doveroso notare questa contraddizione tra la preghiera per la pace e l’assenza di un impegno per la costruzione della società degli uomini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.






Card. Hollerich: il dibattito sull’ordinazione delle donne non è ancora concluso



Nella traduzione di MessainLatino, l’articolo pubblicato il 19 marzo sul portale Katholisch.de, in cui si riportano le dichiarazioni del card. Jean-Claude Hollerich S.I. in merito alle donne nel ministero ordinato: un tema che per molti è una questione fondamentale per il futuro della Chiesa cattolica e che il card. Hollerich considera ancora aperta e, come sottolinea, ha anche imparato molto al riguardo.

Ricordiamo quanto definito da San Giovanni Paolo II nel n. 4 della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (22 maggio 1994): «Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

Ricordiamo inoltre che la Congregazione per la dottrina per la fede nel decreto generale circa il delitto di attentata ordinazione sacra di una donna ha decretato (19 dicembre 2007): «sia colui che avrà attentato il conferimento dell’ordine sacro ad una donna, sia la donna che avrà attentato di ricevere il sacro ordine, incorre nella scomunica latae sententiae, riservata alla Sede Apostolica».

Ricordiamo infine che tale decreto è stato poi confermato con la costituzione apostolica Pascite gregem Dei con cui viene riformato il Libro VI del Codice di diritto canonico (23 maggio 2021), il cui nuovo canone 1379, paragrafo 3, recita: «Sia colui che ha attentato il conferimento del sacro ordine ad una donna, sia la donna che ha attentato la recezione del sacro ordine, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; inoltre il chierico può essere punito con la dimissione dallo stato clericale».

Lorenzo V.





Per il card. Jean-Claude Hollerich S.I., Arcivescovo di Lussemburgo e Vicepresidente del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa, la questione delle donne nel ministero ordinato nella Chiesa cattolica non è ancora chiusa. «Non riesco a immaginare come una Chiesa possa sopravvivere a lungo termine se metà del popolo di Dio soffre perché non ha accesso al ministero ordinato», ha affermato il card. Hollerich giovedì a Bonn.

Il card. Jean-Claude Hollerich, che ha ricoperto un ruolo centrale come relatore alla 16ª assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi [il cosiddetto «Sinodo sulla sinodalità»: N.d.T.], è intervenuto in occasione di un simposio presso la Katholisch-Theologische Fakultät della Universität di Bonn.

Il card. Jean-Claude Hollerich ha sottolineato che lui stesso era stato in passato più conservatore su questa questione, ma ha cambiato opinione. «Anche come Vescovo ho imparato che non si tratta solo di un desiderio di alcune associazioni femminili di sinistra». Ha aggiunto: «Quando parlo con le donne nelle parrocchie, il 90 per cento di loro condivide la mia opinione». Anche i Vescovi dovrebbero prestare ascolto a questo.

Richiesta di ulteriore pazienza

Il card. Jean-Claude Hollerich ha tuttavia invitato alla pazienza. Per le donne di altre culture, ha affermato, si tratterebbe di «problemi artificiali» se le donne europee parlassero del tema del ministero sacerdotale. «Questa è anche una realtà che dobbiamo riconoscere». Ci vorrà ancora tempo prima che la questione venga affrontata in questo modo in tutte le culture.

Un passo importante è stato compiuto con la riforma della Curia Romana attuata da Papa Francesco (2013-2025) ai sensi della sua costituzione apostolica Praedicate Evangelium sulla Curia Romana e il suo servizio alla Chiesa nel mondo, grazie alla quale le donne possono ricoprire una posizione dirigenziale nella Curia Romana.

Questo proseguirà anche sotto Papa Leone XIV, ha affermato il card. Jean-Claude Hollerich. In linea di principio, dovrebbe valere che le donne, ovunque possano partecipare alla guida della Chiesa, possano farlo. «Sarebbe mio profondo desiderio che tutta la Chiesa se ne rallegrasse», ha sottolineato il card. Hollerich.

Il simposio alla Universität di Bonn era intitolato Synodalität und Praedicate Evangelium – zwei Grundelemente der Kirchenreform von Papst Franziskus [Sinodalità e Praedicate Evangelium: due elementi fondamentali della riforma della Chiesa di papa Francesco: N.d.T.]. L’organizzatore è stato il prof. Jochen Sautermeister, professore di teologia morale di Bonn.

Oltre a lui e al card. Jean-Claude Hollerich, tra i relatori figuravano il card. Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga S.D.B., Arcivescovo emerito di Tegucigalpa, e il card. Oswald Gracias, Arcivescovo emerito di Bombay, mons. Franz-Josef Overbeck, Vescovo di Essen ed Ordinario militare per la Germania, e mons. Klaus Krämer, Vescovo di Rottenburg-Stoccarda, nonché don Josef Sayer, teologo ed ex direttore generale dell’associazione Bischöfliches Hilfswerk Misereor e. V., e le teologhe prof. Margit Eckholt e prof. Klara-Antonia Csiszar.





UN MARTIRE VIVENTE: IL CARDINALE SIMONI






Un Martire Vivente, un Eroe della Fede, il Cardinale Simoni


Prof. Bernardino Montejano

In questo periodo pasquale, è importante ricordare alcune figure esemplari che ci edificano con la loro vita; è nostro dovere farle conoscere.

Bisogna sottolineare che l’Albania era uno stato strettamente comunista, nel quale il Museo dell’Ateismo fu eretto per dimostrare la morte di Dio.

Tuttavia, il tempo è passato e oggi quel piccolo paese ha solo il 16% di non credenti rispetto all’84% di musulmani e cristiani, a dimostrazione del fallimento del totalitarismo comunista e del suo ateismo militante.

E in questa domenica di Pasqua, un simbolo della resistenza cattolica, il cardinale Simoni, rilasciato nel 1990 dopo molti anni di prigionia, appare accanto al Papa nella Basilica di San Pietro.

Come riporta la cronaca di Specola su Infovaticana, si tratta di “un dono di Leone XIV al cardinale albanese Simoni, che ha alle spalle 28 anni di prigionia e lavori forzati sotto il regime comunista ed è un grande difensore e praticante del Vetus Ordo. Il cardinale Ernesto Simoni sedeva alla sinistra di Papa Leone nella loggia centrale della Basilica di San Pietro insieme al cardinale protodiacono Dominique Mamberti”.

«Tre anni fa, Simoni fece la sua prima apparizione nella Loggia delle Benedizioni come cardinale diacono su invito di Papa Francesco, il quale, venuto a conoscenza della sua storia di sacerdote albanese perseguitato dal regime comunista di Enver Hoxha, lo elevò da semplice sacerdote alla dignità cardinalizia nel Concistoro del 19 novembre 2016».

Simoni rievoca con commozione il suo difficile passato e ci racconta: «Non avrei mai pensato di arrivare a festeggiare il mio settantesimo compleanno. Non l’avrei mai immaginato quando mi trovavo di fronte alle mitragliatrici e mi minacciavano di morte». «Non l’avrei mai immaginato quando ero in prigione, costretto ai lavori forzati nelle miniere e nelle fogne, dove ogni giorno di quella sofferenza atroce sembrava l’ultimo per noi prigionieri. Non avrei mai creduto di poter celebrare l’anniversario della mia ordinazione sacerdotale, la data più importante dell’anno per me, con il Santo Padre, al quale rendo grazie».

E ci confidò: «Ho celebrato segretamente la Santa Messa in latino, usando particelle di farina e acqua che, dopo essere state consacrate dal potere che la Chiesa mi ha conferito con l’ordinazione sacerdotale, sono diventate il Corpo di Gesù». Il cardinale ha ricordato con commozione «i tanti compagni di prigionia uccisi per odio verso la fede, innocenti, semplicemente perché ferventi seguaci di Gesù, uomini e donne che hanno dato il loro sangue per la Santa Chiesa».

Non dimentichiamo le parole dello studioso svizzero Emil Brunner nella sua opera “Giustizia. Dottrina delle leggi fondamentali dell’ordine sociale”, in cui denuncia lo stato totalitario come una “grande ingiustizia” dei tempi moderni, “le cui radici storiche affondano nella Repubblica della Rivoluzione francese, nel Contratto sociale di Rousseau, nel principio di ‘alienazione totale’. Non esiste stato moderno che non sia stato contagiato, in misura maggiore o minore, da questa malattia. E non dimentichiamo mai quanto segue: il principio totalitario ha trovato il suo sviluppo più completo e coerente nel comunismo bolscevico” (Università Nazionale Autonoma del Messico, 1961, p. 175).

Oggi in Argentina viviamo nella follia e nella maleducazione di chi grida “Viva la libertà, dannazione!” – cosa che José Luis Rinaldri, da persona perbene qual è, corregge in “Viva la libertà, per l’amor del cielo!” – ma non dobbiamo dimenticare i tempi in cui i guerriglieri marxisti, l’Esercito Rivoluzionario Popolare, i Montoneros e tanti complici hanno seminato il paese di sangue e lacrime per impadronirsi del potere. Sconfitti militarmente, tuttavia, hanno vinto la battaglia culturale e hanno fatto il lavaggio del cervello alle nuove generazioni.

Oggi abbiamo un duplice obbligo: in primo luogo, ricordare quanto siamo stati vicini alla sofferenza, all’essere precipitati nella barbarie marxista, e in secondo luogo, chiarire che la libertà è un mezzo, che come tale è orientato verso un fine ed è legittimato dal suo ordinamento alla verità e al bene.

Possa l’esempio del Cardinale Simoni spronarci a realizzarli, e possa Dio aiutare e benedire il risveglio della nostra Argentina, oggi confusa, addormentata e assente, che sembra aver dimenticato i grandi compiti a cui è stata chiamata.

Buenos Aires, 9 aprile 2026







venerdì 10 aprile 2026

Più cucce meno culle, segno del precipizio demografico



L’ultimo rapporto sugli animali domestici rileva che il numero di animali presenti nelle case italiane è in aumento e supera il numero delle persone. Un aumento che non è causa della denatalità, ma ne è un effetto, con cani e gatti considerati come succedanei affettivi.


Il fenomeno

Vita e bioetica 




Qualche giorno fa commentavamo da queste colonne il precipizio demografico in cui da anni l’Italia è caduta. I dati scientifici sono confermati anche da una constatazione diffusa: in giro si vedono sempre meno bambini e sempre meno pancioni di donne incinte. A questa percezione se ne accompagna un’altra di segno opposto: in giro si vedono sempre più cani. Tale percezione che riscontro ha sul piano scientifico?

L’ultimo rapporto sugli animali domestici – stilato nel 2025 dall’Associazione Nazionale tra le Imprese per l'Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia (ASSALCO) e commissionata da Zoomark International, il salone internazionale dei prodotti e delle attrezzature per gli animali da compagnia – conferma l’opinione diffusa: il numero di cani, gatti e altri animali domestici presenti nelle nostre case è in aumento.

Nel 2024 gli animali da compagnia, compresi uccellini, pesci, rettili, etc., ammontavano a 65 milioni. Nello stesso anno la popolazione italiana ammontava a 59 milioni. Insomma ci sono più animali domestici che italiani nella nostra Penisola. In particolare i cani sono 9 milioni e invece i gatti 11,9 milioni. I pesci sono sul podio: più di 28 milioni. Secondo un rapporto Changes-Unipol, dal titolo Gli Italiani e gli animali domestici, il 57% degli italiani nel 2024 aveva un pet a casa propria.

Avvalendoci di alcuni dati Istat, facciamo ora il confronto tra la popolazione dei bambini-ragazzi tra gli zero e i 14 anni e la popolazione dei cani e dei gatti dal 2014 al 2024. In merito ai bambini-ragazzi questi ultimi erano 8,4 milioni nel 2014. Dopo dieci anni sono scesi a 7,2 milioni. Di contro la popolazione degli amici a quattro zampe cresce nel tempo: nel 2014 i cani erano 7 milioni e sono diventati 9 milioni nel 2024; i gatti erano 7,5 milioni nel 2014 e dopo dieci anni sono arrivati ad essere 11,9. Dunque nel 2014 c’erano più bambini che cani o gatti e nel 2024 il rapporto si è ribaltato. Questo è anche confermato da un altro dato: i punti vendita di Arcaplanet in Italia oggi sono più del triplo di quelli di Prénatal. In breve: più cucce e meno culle.

Questo trend “più cani, meno bebè” ci potrebbe portare a concludere che Argo e Pallina abbiano scalzato dal cuore degli italiani Luca e Carolina. Ma non è così, come vedremo. In realtà Argo e Pallina sono “solo” diventati i loro surrogati. Una possibile conferma arriva dalla rilevazione di Changes-Unipol prima citata: il 79% degli intervistati considera l’animale domestico come un familiare a tutti gli effetti. Il 18% risponde: «non proprio come un familiare a tutti gli effetti». Invece alla domanda «E Lei personalmente, pensa che un animale domestico possa sostituire un figlio?», solo il 28% risponde in modo affermativo, invece il 63% nega che un animale domestico possa sostituire un figlio (le generazioni più giovani sono più propense a porre un’equivalenza tra animale domestico e figlio).

Come interpretare questi dati? Ben pochi si spingono a sostenere che un cane o un gatto valgano come un figlio, ma la maggior parte ammette che è un ottimo sostituto, sebbene, appunto, riconoscano che un cane non può essere paragonato ad una persona. Ecco perché la maggior parte degli intervistati qualifica l’animale come un familiare. Ciò detto, però, sarebbe errato indicare come un possibile fattore della denatalità il fatto che gli italiani preferiscano il cane al figlio. Il cane e il gatto però, in un certo qual modo, sono chiamati a colmare, per quello che è possibile, il buco affettivo della mancanza del figlio. Sono succedanei affettivi. Dunque, l’incremento della popolazione degli animali domestici non è una causa della denatalità, bensì è un effetto della denatalità. Le cause sono altre. Perciò è questo, probabilmente, il motivo per cui alla curva discendente della natalità si accompagna in parallelo la curva ascendente del numero di pet nelle nostre case. Meno figli ci sono, più aumentano i vuoti affettivi da colmare con un cane o un gatto. E questo vale anche per le famiglie che hanno già un figlio.

Cresce la popolazione di amici pelosi e cresce anche l’affetto per loro. Ciò è testimoniato dalla messa in commercio di prodotti bizzarri per i cani: cappottini firmati (anche per il pelosissimo Terranova), impermeabili, calzine e scarpine, cucce riscaldate, passeggini per cani non disabili, giochini, eccetera, a cui va aggiunta una varietà di prodotti per l’alimentazione che mima quella umana. Tutto questo è segno inequivocabile dell’umanizzazione del cane che infatti viene qualificato come “uno di famiglia”. Viene poi da chiedersi in senso darwiniano come avrà mai fatto un pechinese ad arrivare sino a noi dopo millenni di vita all’addiaccio senza scarpine e mantelline. Misteri dell’evoluzionismo.

La moltiplicazione di prodotti per Pongo e Micia va di pari passo all’aumento della spesa per il loro benessere: dieci anni fa quasi la metà dei proprietari spendeva circa 30 euro al mese. Oggi la maggior parte spende fino a 100 euro al mese. Quindi anche questi dati suffragano l’ipotesi che, mancando bambini, l’affetto a loro destinato venga dirottato sul quadrupede. È un affetto anche meno costoso: secondo Federconsumatori un cucciolo nel primo anno costa dai 1.800 ai 2.600 euro. Un cucciolo di uomo dai 7 ai 17 mila. La sproporzione aumenta in modo considerevole con il passare degli anni. Ciò detto, stante la popolazione totale animale domestica di 65 milioni di individui, il fatturato del pet-food nel 2024 arrivava a 3 miliardi e 125 milioni di euro, invece quello per i neonati, popolazione assai inferiore agli animali domestici, arrivava nello stesso anno a un miliardo e 311 milioni. Insomma, fatti i debiti distinguo, spendiamo per far mangiare i nostri animali da compagnia quasi il triplo rispetto a quello che spendiamo per imboccare i nostri figli, proprio perché questi scarseggiano.

Tutti questi dati ci portano a concludere che Maya e Romeo sono surrogati di quel figlio che non si vuole perché più esigente delle bestiole scodinzolanti e anche perché crescendo non sarà così affettuoso come i quadrupedi domestici, i quali – è bene ricordarlo anche se molto doloroso – sono sì affettuosi, ma non per loro scelta, ma perché madre natura li determina ad essere tali.






giovedì 9 aprile 2026

Stati Uniti, +38% di conversioni adulte durante il fine settimana di Pasqua



(Ai)

Il boom è trainato dai ventenni. Lo rivela un'analisi dei dati provenienti da 140 delle 175 diocesi del Paese

Fede viva

Giuliano Guzzo, 09 Aprile 2026 

Il risveglio del cattolicesimo americano non solo è confermato, ma appare sempre più vigoroso. Secondo un'analisi dei dati provenienti da 140 delle 175 diocesi del Paese, infatti, la Chiesa cattolica statunitense durante il fine settimana di Pasqua ha registrato un aumento stimato del 38% di conversioni tra gli adulti. Lo si può affermare dopo che Hallow – una app cattolica di preghiera e meditazione con oltre 15 milioni di utenti registrati e delle cui iniziative il Timone ha peraltro già scritto - ha analizzato i dati aggregati delle diocesi.

Ebbene, analizzato tali dati si è osservata una crescita costante delle conversioni adulte. Com’è inevitabile che sia, tale crescita è disomogenea. In testa, per esempio, troviamo l’Arcidiocesi di Los Angeles dove l’aumento delle conversioni al cattolicesimo con battesimo e cresima è risultato addirittura del 139%; a seguire, Chicago ha visto un aumento del 52% e New York City una crescita del 36%. Nel dare conto di tali rilevazioni, il Washington Times ha raccolto il parere del sociologo Brad Wilcox, docente all’Università della Virginia.

Secondo Wilcox - raffinato studioso in particolare del tema della famiglia, che ha già rilasciato interviste anche al nostro mensile (qui per abbonarsi) - tale crescita è per lo più alimentata da quei giovani che, prima durante il Covid e poi con l’ascesa della cancel culture, «si sono sentiti esclusi» iniziando a cercare altrove una nuova area di riferimento e, «una delle poche istituzioni che li accoglie a braccia aperte è la Chiesa cattolica». Parole che hanno un sicuramente un fondamento di verità, anche se forse il fenomeno delle conversioni adulte è più complesso.

Allo stesso modo, va fatta chiarezza su un punto: più conversioni adulte non significa automaticamente crescita di una determinata confessione religiosa, in questo caso il Cattolicesimo. Per poter parlare di crescita, infatti, bisognerebbe sempre tener presente un altro dato: quello degli abbandoni della fede, che restano elevati proprio in età adulta. Questa però non rappresenta una buona ragione per non rallegrarsi di dati e statistiche che certamente costituiscono un elemento di speranza. Anche perché, va detto anche questo, i segnali di riscoperta della fede cristiana tra i giovani iniziano davvero ad essere molti.

Inoltre, che una effettiva crescita della fede cristiana possa esserci risulta indirettamente suggerito anche da altri dati. Per esempio, secondo il Cooperative Election Study dell'Università di Harvard, la percentuale di adulti che dichiarano di non avere «alcuna affiliazione religiosa» è diminuita costantemente per tre anni. Il numero di questi cosiddetti «non affiliati» è sceso dal 36,2% nel 2022 al 31,8% lo scorso anno, invertendo una tendenza di crescita decennale. Certo, non essere «non affiliati» non significa essere cattolici; ma una primavera della fede passa inevitabilmente, inutile negarlo, anche da questi dati.






mercoledì 8 aprile 2026

Messori non era un apologeta, la sciocchezza di Avvenire



In un commento sulla figura dello scrittore morto il Venerdì Santo, Avvenire elogia Messori mettendolo in contrapposizione con l'apologetica, giudicata negativamente. Un'operazione fuori dalla realtà.

IL CASO

 
Riccardo Cascioli, 07-04-2026

Tanti in questi giorni stanno scrivendo sui giornali e sui social ricordi personali e testimonianze che dicono non solo della grande popolarità di Vittorio Messori - lo scrittore cattolico morto il Venerdì Santo - ma anche di quanto bene abbia seminato nella sua vita. E, per quanto possibile, in questi giorni anche noi apriamo queste pagine a quanti vogliono aggiungere un ricordo o una riflessione sulla vita e l’opera di Messori.

Non sorprende che davanti a un personaggio di tale statura si leggano anche commenti stonati e critiche impietose, ma ciò che non ci aspettavamo di leggere è il commento apparso su Avvenire a firma di Francesco Ognibene. Per poter fare l’elogio di Messori, Ognibene nega che possa essere definito un “apologeta”. Citando soprattutto la rubrica Vivaio, che il giornalista e scrittore tenne su Avvenire dal 1987 al 1992 (ma che poi traslocò, non a caso, sul mensile Il Timone di Gianpaolo Barra), Ognibene ricorre a un presunto «metodo-Messori» che sarebbe «oltre l’apologetica». Ci spiega infatti Ognibene che «parlare di apologetica nella società delle contrapposizioni insanabili oggi però suona come screditamento pregiudiziale dell’altro, mentre di Messori ricordiamo certo la fermezza nel sostenere le sue ragioni ma con lo stile di chi argomenta convinzioni proprie più che voler dimostrare i torti altrui».

Dunque Messori non sarebbe un apologeta, ma «qualcosa di diverso e più ampio, ambizioso, positivo» perché «la ragione del cristiano in cerca della verità dentro il mondo non scende in guerra contro nessuno».

Scopriamo dunque da Ognibene che l’apologetica, che ha accompagnato la storia della Chiesa fin dalle origini e che è stata accantonata solo in tempi recenti, è una cosa cattiva. Perché scredita l’altro in modo pregiudiziale, una sorta di guerra contro chi nega le verità della fede cattolica. Stupidi noi a pensare che l’apologetica fosse invece un’esigenza ineludibile della fede, sintetizzata nelle parole di San Pietro che invita i cristiani «a rendere ragione della speranza» che è in loro (1Pt 3,15).

In realtà l’apologetica non è mai servita a scendere in guerra o a screditare qualcuno, ma è una testimonianza della ragionevolezza della fede, che risponde alle sfide della cultura in cui si è immersi, ed è quindi ovvio che si confronti con gli attacchi alla Chiesa, con gli errori e le eresie. In genere è proprio l’annuncio della Verità che genera reazioni violente da parte di chi serve la menzogna. L’idea che l’annuncio della fede cattolica - se ben fatto - sia accolto con serenità dal mondo e non provochi «contrapposizioni insanabili» è un’utopia, è fuori dalla realtà. Fosse davvero così Gesù non sarebbe stato messo a morte in croce. O forse anche lui era un po’ intemperante e screditava pregiudizialmente i farisei e i dottori del tempio?

Tornando a Messori, in tanti anni di frequentazione mai lo abbiamo sentito parlare di un suo metodo originale o della necessità di andare «oltre l’apologetica». Tutt’altro, insisteva sempre sulla necessità del ritorno all’apologetica classica, concentrandosi sui “tre cerchi”: Dio, Cristo, la Chiesa. È stato anche tra i fondatori dell’Istituto di Apologetica – nato attorno all’esperienza de Il Timone (nato allora proprio come «mensile di apologetica popolare») - e negli ultimi anni si rammaricava casomai della sempre più scarsa popolarità dell’apologetica fra i cattolici, a cominciare dai pastori. Anche il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger – Rapporto sulla fede (1985) – è una grande opera di apologetica e altrettanto il libro-intervista con Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza (1994).

La verità è che Vittorio Messori ha fatto rinascere l’apologetica dopo decenni di censura ecclesiastica, che oggi vediamo ancora in attività ad Avvenire.





La Continenza (Celibato) della Chiesa delle Origini



 Il Concilio di Elvira


di Cinzia Notaro

Nel Sinodo di Elvira, che si tenne intorno al 306, il canone 33 di Elvira, infatti, stabiliva che vescovi, sacerdoti e diaconi sposati dovessero vivere in continenza perfetta, pena l’espulsione dal clero, rafforzando la pratica della continenza. Tuttavia, questo non rappresentava l’introduzione del celibato clericale come obbligo universale, bensì una conferma di norme già esistenti in alcune comunità. La continenza era considerata un segno di dedizione totale a Dio e all’opera della Chiesa.

Il Concilio di Cartagine nel 390 d.C. ribadì la stessa norma, sottolineando che coloro che servivano Dio dovevano condurre una vita di castità. Questi concili dimostrano che la Chiesa primitiva considerava l’astensione sessuale come un elemento essenziale per i chierici.

Un altro punto di riferimento importante è il pontificato di Papa Siricio (384-399 d.C.). In particolare, nel 385 d.C., Siricio scrisse una lettera a Imerio, vescovo di Tarragona, conosciuta come “Directa ad decessorem”. In questo documento, il Papa confermava l’obbligo di continenza per il clero e affermava che questa regola era già in vigore dai tempi apostolici. Siricio sosteneva che la pratica della castità clericale non fosse una novità, ma una tradizione antica che doveva essere rispettata e preservata.

Anche i papi successivi, come Papa Damaso I e Papa Innocenzo I, proseguirono su questa linea, confermando l’importanza dell’astensione sessuale per il clero attraverso i loro decreti. Questi interventi pontifici dimostrano quanto la Chiesa, già nel IV secolo, considerasse la continenza clericale come una parte imprescindibile della vita sacerdotale, ritenendola una tradizione immutabile e risalente agli apostoli stessi.

Le affermazioni dei Padri della Chiesa in Occidente, come Ambrogio, Girolamo e Agostino, concordano ampiamente sull’importanza della continenza per coloro che svolgono un ministero ecclesiastico, inclusi i diaconi, e vedono questa pratica come una tradizione antica e non come un’innovazione. Diverse fonti patristiche mostrano che la continenza clericale, inclusa la verginità e il celibato, era ritenuta parte della tradizione primitiva della Chiesa. Ecco alcune citazioni che supportano questa visione.

Sant’Ambrogio (339-397)

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, è stato uno dei primi a difendere con vigore la continenza per il clero. In più occasioni ha ribadito che questa pratica risale alla tradizione apostolica. Lettera 63 (Indirizzata al vescovo Costanzo): Ambrogio afferma chiaramente che i chierici, compresi i diaconi, devono mantenere una vita di continenza. Secondo Ambrogio, questa non è una nuova prescrizione ma una conferma della tradizione ecclesiastica. “Conviene che coloro che sono al servizio degli altari si astengano dalle necessità coniugali.”De officiis ministrorum 1, 50: “È richiesta continenza perfetta da coloro che amministrano i sacramenti, affinché servano al Signore senza impedimento.”

San Girolamo (347-420)


San Girolamo, noto per la sua traduzione della Bibbia in latino (la Vulgata), è stato un forte sostenitore della continenza clericale, sostenendo che i chierici dovessero vivere in castità come segno di dedizione totale a Dio.Lettera 48, 21 (a Pammachio): Girolamo sottolinea come l’astinenza sessuale per i chierici sia una consuetudine fin dall’epoca apostolica. “Anche nei tempi antichi, i vescovi e i presbiteri sono stati scelti tra i vergini o tra coloro che una volta sposati non vivevano più con le mogli.”Adversus Jovinianum I, 34: Girolamo difende la superiorità della verginità e l’astinenza sessuale come vocazione per il clero. “Essi (i sacerdoti e i diaconi) devono vivere nella continenza perfetta per essere in grado di presentare un sacrificio degno a Dio.”

Sant’Agostino (354-430)


Sant’Agostino, vescovo di Ippona, ha anch’egli affermato chiaramente la necessità della continenza per il clero, inclusi i diaconi, vedendo questa pratica come una parte della tradizione apostolica. De bono coniugali 20, 23: Agostino difende la scelta della continenza per i chierici e afferma che ciò fa parte dell’antica tradizione della Chiesa. “Coloro che sono al servizio del sacramento devono vivere continenti affinché preghino senza ostacoli.”Lettera 211 (Ad Aurelio): Agostino ribadisce che la continenza è stata praticata dai chierici fin dall’inizio. “Tutti coloro che esercitano un servizio divino, dal giorno della loro ordinazione, sono obbligati a vivere in continenza.”

Testimonianza di Alfons Maria Stickler

Il cardinale Alfons Maria Stickler, noto storico della Chiesa, ha scritto molto sulla disciplina del celibato e della continenza nella Chiesa primitiva. Egli sottolinea che, anche nei documenti più antichi, non esistono riferimenti a un’innovazione riguardante il celibato clericale, ma piuttosto è presentato come una prassi costante della Chiesa primitiva. La continenza perfetta, specialmente per sacerdoti e diaconi, era vista come parte integrante della tradizione apostolica, e non un’innovazione tardiva.

Purtroppo, ci sono studiosi, anche di rilievo, che ripropongono spesso la vecchia propaganda luterana e calvinista, secondo cui la continenza clericale sarebbe stata introdotta solo nel 1139, con il Secondo Concilio del Laterano. In realtà, il canone 7 del concilio stabilisce: “Stabiliamo che nessun chierico, dall’ordine suddiaconale in su, osi contrarre matrimonio. Se lo fa, dobbiamo considerare tale unione nulla.”

Quindi, i matrimoni contratti dai membri del clero non erano solo illeciti, ma anche invalidi, cioè nulli, come se non fossero mai avvenuti. Stickler osserva: «Questa severa sanzione è un’ulteriore conferma dell’obbligo alla continenza che esiste da sempre».

E le Chiese d’Oriente?

E le Chiese d’Oriente, dove solo i monaci e i vescovi sono tenuti alla continenza assoluta, mentre preti e diaconi possono vivere il matrimonio, a patto che sia il primo e unico, e sia stato contratto prima dell’ordinazione? Tutti i documenti indicano chiaramente che per molti secoli anche in quelle comunità l’astensione praticata in Occidente era la norma. Le eccezioni spesso citate derivano in realtà da fonti falsificate.

Nella Chiesa orientale convocato dall’imperatore bizantino, al Concilio Trullano, ufficialmente noto come Concilio di Costantinopoli IV, si tenne nel 691-692 d.C. a Costantinopoli, venne stabilita la disciplina ancora oggi vigente tra gli ortodossi. Tuttavia, si trattò di una vera e propria resa: la Chiesa d’Oriente, priva di una struttura gerarchica solida come quella d’Occidente, non aveva gli strumenti per contrastare efficacemente gli abusi, che erano sempre più diffusi. Infatti, il Canone 13 del Concilio Trullano afferma: “Poiché abbiamo appreso che in alcune zone d’Oriente e d’Occidente i presbiteri e i diaconi, dopo aver ricevuto l’ordinazione, si separano dalle proprie mogli… noi dichiariamo che… sia sufficiente che si astengano dall’unione coniugale nel periodo in cui servono l’altare”.

Inoltre, la Chiesa orientale, sottomessa all’Imperatore bizantino, cedette alle pressioni politiche: i governanti trovavano più facile controllare un clero che “teneva famiglia”. Si tentò comunque di salvaguardare il principio della continenza, imponendo l’astinenza sessuale almeno durante il servizio all’altare e riservando la castità assoluta a vescovi e monaci. Una situazione forzata, ben lontana dall’ideale, come lamentarono molti in Oriente, e come ancora oggi molti lamentano. È curioso notare come alcuni, ora, vedano in questa prassi un modello auspicabile anche per l’Occidente.