
Veltroni lancia l'osso del fine vita all'ex presidente della Pav, che si dichiara contrario ma vuole una norma per sottrarre la questione alle regioni: «Non si può morire in modi diversi a seconda di dove si abita». Come se il vero problema non fosse il suicidio assistito, ma solo il suicidio differenziato.
Paradosso
L’età grande è il titolo dell’ultimo libro di monsignor Vincenzo Paglia, già presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), libro che indaga il tema della terza età. Il volume è l’occasione per Walter Veltroni per intervistare l’autore sul Corriere della Sera. Magna pars dell’intervista, pubblicata ieri, 22 settembre, è dedicata naturalmente al tema degli anziani e su questo aspetto Paglia spende parole condivisibili.
Prevedibile poi che Veltroni lanciasse l’osso dell’eutanasia. Mons. Paglia inizialmente lo afferra bene: «Dico anzitutto che sono contro l’eutanasia, il suicidio assistito e l’accanimento terapeutico». A margine: curiosa questa prospettiva soggettiva del giudizio morale che viene sempre adottata: “Io sono contro” e non “L’eutanasia è un male”. Ma sono solo slabbrature. Procediamo. Poi Paglia afferma che arriva un punto in cui «non si può più impedire alla morte di fare il suo corso». A dire il vero, nella spiegazione che ne dà, pare che medici e familiari debbano essere loro a decidere il momento in cui non c’è più nulla da fare, quando invece tale momento dovrebbe essere riconosciuto e non deciso.
Ma anche in questo caso andiamo oltre e arriviamo al punto in cui l’intervistato esclama: «Mai […] dare la morte!». Insomma, ci pare di capire che mons. Paglia volesse dire che da una parte bisogna astenersi da trattamenti inutili o addirittura dannosi, ma che su altro fronte questo non significa legittimare azioni che mirino a provocare la morte di una persona in fase terminale. Dunque Paglia è chiaro: no all’eutanasia e al suicidio assistito.
Ma poi la logica fa un carpiato mortale: no al suicidio assistito, però sì al suicidio assistito legalizzato. Riportiamo le sue parole: «È necessario che in Italia il governo si prenda le sue responsabilità. Non possiamo lasciare questo tema alle singole regioni o ai singoli individui. Non si può morire in modi diversi a seconda di dove si abita». Paglia non sta alludendo ad una legge che dovrebbe vietare il suicidio assistito, perché c’è già. È l’art. 580 Cp, seppur fortemente azzoppato dalla Corte costituzionale. Paglia, naturalmente, sta auspicando una norma nazionale che lo legittimi, seppur con i soliti paletti di balsa. L’appoggio dell’ex presidente della Pav ad una norma legittimante il suicidio assistito è ormai di pubblico dominio.
E qui eutanasia fa rima con schizofrenia perché se Paglia prima dice di essere contrario al suicidio assistito, come fa poi ad essere a favore della sua legalizzazione? Un’altra rima di eutanasia è eresia perché non è moralmente lecito appoggiare una norma che legittimi un male morale, così come ricorda Evangelium vitae: «Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, “né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto”» (73).
Dunque l’ex presidente della Pav afferra l’osso lanciatogli da Veltroni, ma poi gli sfugge dalle fauci. Questo gli capita una seconda volta: «Le Dat ci sono già. Tu puoi rifiutare le cure. Il caso Welby non si ripeterà più». Vero è che il caso Welby dal punto di vista giuridico non si ripeterà più, ma dal punto di vista morale Paglia avrebbe dovuto dire che quel caso configurava un assassinio compiuto su persona consenziente e questo la Chiesa, e prima ancora la ragione, lo vieta. Noi abbiamo il dovere morale di vivere e quindi di accettare le terapie salvavita, posto naturalmente che non configurino accanimento clinico (e questo non era il caso di Welby). Paglia invece plaude alla legge 219 che permette per l’appunto anche l’interruzione della ventilazione assistita, la quale teneva in vita Piergiorgio Welby. E torniamo alla considerazione di prima: non è lecito appoggiare una legge intrinsecamente ingiusta come la legge 219, cosa che invece mons. Paglia fa.
Terzo inciampo: «Per i credenti la vita è di Dio e quindi è indisponibile: non è vero, detto così – afferma Paglia – […] La vita, insomma, è mia ma non solo mia. […] In un certo modo la mia vita è anche tua». Facciamo un po’ d’ordine. Noi apparteniamo a Dio perché ci ha creati e redenti (quasi una seconda creazione). Noi quindi custodiamo una vita che appartiene a Dio. La vita di ciascuno non appartiene agli altri, anche se ne possiamo fare dono, ma in senso figurato (infatti la vita è inalienabile), ossia ci possiamo e dobbiamo spendere per gli altri.
Infine Veltroni lancia un altro osso, il più avvelenato di tutti: «Certe volte si può decidere di morire per il bene degli altri, nulla di più cristiano…». Qui mons. Paglia risponde bene: «No, qui siamo sul piano del martirio, ossia dare la propria vita per il bene degli altri». Risposta sintetica che merita una spiegazione seppur anch’essa sintetica. Il martire innanzitutto non si dà la morte. Quando, poi, qualcuno lo uccide, il martire tollera l’azione ingiusta compiuta dall’assassino per un fine eccelso. Prendiamo il caso di padre Kolbe che ha preso il posto di un padre di famiglia condannato a morte. Il fine buono perseguito tramite l’atto materiale della sostituzione era quello di salvare la vita di questo padre di famiglia, tollerando l’effetto negativo non ricercato della propria morte. Inoltre si deve versare in stato di necessità: se padre Kolbe avesse potuto salvare quella persona non facendosi uccidere avrebbe dovuto optare per quella soluzione perché più efficace.
Veltroni invece giustifica un atto intrinsecamente malvagio, il suicidio o l’eutanasia, per un fine buono: non recare dolore ai parenti, non essere di peso a loro. Ma mai si può compiere il male per un fine buono. Ciò detto, pare poi che questo fine tanto buono non sia. Infatti è vero che il paziente morente è un carico emotivo, di energie, di tempo e di risorse assai rilevante, ma i parenti, in modo ovviamente diversificato, hanno il dovere morale di assumersi quel carico. Quindi il “bene degli altri” evocato da Veltroni è in realtà una deresponsabilizzazione degli altri. È su questo egoismo che fiorisce la mala pianta del suicidio e dell’eutanasia, perché, se quegli “altri” di Veltroni si assumessero le loro responsabilità, starebbero accanto al morente e, in non pochi casi, eviterebbero di spingerlo verso scelte tragiche.
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