giovedì 1 ottobre 2026

Il cortocircuito papale e l’immortale esempio della martire Elisabetta



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by Aldo Maria Valli 01 ott 2026


di Carlo Foresti



Caro Valli,

domenica scorsa, parlando con il mio caro amico Gianni, ci siamo trovati a commentare le notizie giunte in questi giorni da Parigi in occasione della recente visita pastorale di papa Leone XIV.

È stato proprio Gianni a farmi notare con estrema lucidità il clamoroso cortocircuito ideologico che si è consumato sotto gli occhi di tutti.

Vedere il pontefice romano spendere parole di calorosa esaltazione per i cosiddetti “valori della Rivoluzione francese” – cercando una pretestuosa e impossibile riconciliazione tra il Vangelo e gli ideali del 1789 – rappresenta già di per sé un cortocircuito concettuale di non poco conto.

Ma la contraddizione si fa palese e quasi insopportabile se si considera che, negli stessi giorni e nella medesima città, il papa si è recato in visita al Carmelo dell’antico Couvent des Carmes. Ovvero in quel luogo sacro dove, nel settembre del 1792, si consumò uno dei più feroci e sistematici massacri della storia moderna, in cui centinaia di vescovi, sacerdoti e religiosi vennero letteralmente macellati da folle fanatiche per il solo fatto di aver rifiutato il giuramento scismatico della Costituzione civile del clero.

Come sia possibile conciliare l’elogio dell’ideologia che armò la mano di quei carnefici con la venerazione delle vittime che da quell’ideologia vennero trucidate, resta un mistero che solo la ginnastica mentale del liberalismo ecclesiale può pretendere di giustificare.

Ma se si vuole davvero comprendere quale fosse la vera natura di quella “libertà” e di quella “fratellanza” sbandierate dai club giacobini – e al tempo stesso dove risplendesse la vera nobiltà dell’animo umano redento dalla Grazia -, occorre distogliere lo sguardo dalle edulcorate ricostruzioni di maniera e fare memoria. Perché sopra l’orrore delle carrette, del fango e del sangue versato in nome della Dea Ragione, si erge un episodio d’ineffabile bellezza spirituale, capace di illuminare la notte più buia del Terrore: la fine terrena della principessa Elisabetta di Francia, la sorella minore del re Luigi XVI, nota a tutti semplicemente come Madame Élisabeth.

Rifiutato l’esilio per rimanere accanto alla famiglia reale nei momenti della prova, Elisabetta condivise la durissima prigionia del Tempio, trasformando la propria cella in un monastero di preghiera e di offerta vittimale. Trascinata il 10 maggio 1794 davanti al Tribunale rivoluzionario con accuse grottesche, venne condannata alla ghigliottina insieme ad altre ventitré persone, tra cui nobili, dame di corte e funzionari, sopraffatti dal terrore e dallo sconforto.

È in quel tragico tragitto verso la Place de la Révolution che la carità cristiana compì il suo prodigio.

Elisabetta, dimentica di sé stessa e della propria sorte, si trasformò sul carretto della morte in un angelo di consolazione. Parlò a ciascuno dei suoi compagni di condanna, richiamando alla loro mente la gloria del Cielo, la Misericordia di Dio e il valore redentivo della sofferenza. La sua serena e incrollabile Fede infuse un tale coraggio nei condannati che la disperazione cedette il passo a una maestosa e composta dignità.

Giunti al patibolo, si assistette a una scena che commosse persino le guardie e la plebe aizzata: prima di salire la scaletta della ghigliottina, ognuno dei ventitré condannati volle rendere omaggio alla principessa. Gli uomini le fecero un profondo inchino, le dame le fecero una riverenza; ciascuno le baciò la mano o la guancia, chiedendole la benedizione e scambiando con lei un ultimo sguardo di pace.

Elisabetta, salda e sorridente, rispose a ciascuno con parole di speranza: “Andate in pace, ci rivedremo presto in Paradiso”.

Fatta posizionare volutamente per ultima dal boia affinché assistesse all’esecuzione di tutti i suoi compagni, Elisabetta vide cadere ad uno ad uno i suoi amici, pregando per l’anima di ciascuno di essi mentre la lama scendeva. Quando fu il suo turno, salì il patibolo con la serenità di chi si appresta a un corteo nuziale, offrendo la propria vita per la salvezza della Chiesa e della Francia.

Ecco, Santità, dove risplende la vera grandezza: non nei proclami astratti di una rivoluzione che ha seminato la morte e profanato gli altari, ma nell’eroismo d’amore di chi ha saputo trasformare un patibolo giacobino in una porta d’accesso al Cielo.

Sarebbe ora che il Successore di Pietro la smettesse di rincorrere i miti secolari del 1789 e tornasse a proporre ai fedeli l’esempio limpido e intransigente dei martiri e dei santi.






«Senza precedenti». Risarciti con 200.000 dollari gli eredi di un bimbo abortito



(Imagoeconomica)

La causa era stata fatta dalla madre alla clinica dove, senza il suo assenso, era stato praticato l’aborto

Stati Uniti


Federica Di Vito, 30 settembre 2026 

La vicenda giudiziaria si è svolta nello Stato del Nuovo Messico (Usa) con la causa Wabbington v. Boyd, promossa contro la clinica abortiva Southwestern Women’s Options gestita dai medici Curtis Wayne Boyd, Emily Cohen e Carmen Landau. La madre si era presentata nella struttura in evidente stato di alterazione da metanfetamine. Nonostante il personale fosse a conoscenza della sua storia di tossicodipendenza e dello stato di intossicazione acuta - condizione che rende legalmente impossibile esprimere un valido consenso informato -, la clinica ha eseguito un aborto indotto alla 26ª settimana di gravidanza (circa sei mesi e mezzo di gestazione), quando il bambino - che nei documenti processuali è indicato in modo neutro come «Baby Wabbington» o «infante», senza menzionare il sesso - avrebbe potuto sopravvivere.

Oltre a non aver informato la donna su programmi di supporto per la disintossicazione né su opzioni alternative, la clinica è stata accusata di pratiche commerciali scorrette: la struttura si era impegnata a trasferire il corpo del piccolo a un'agenzia funeraria, ma i resti sono stati invece smaltiti tra i rifiuti medici. Profondamente pentita, la madre ha promosso l’azione legale sia a proprio titolo sia in rappresentanza dell’asse ereditario del concepito. L’avvocato della famiglia, Mike Seibel, ha notato che «l’industria dell’aborto ha approfittato della condizione vulnerabile della madre per profitto […]. Hanno fatturato il contribuente tramite Medicaid [il programma pubblicato degli USA che offre copertura sanitaria gratuita o a basso costo alle persone e alle famiglie con reddito e risorse limitate, n.d.r.] per una procedura che tipicamente costa decine di migliaia di dollari».

La causa si è conclusa con un accordo economico di 200.000 dollari destinati al patrimonio del nascituro, stabilendo così un precedente storico nel riconoscere il concepito come persona. Applicando il Wrongful Death Act (legge statale sulla morte ingiusta) del Nuovo Messico, la vertenza ha definito Baby Wabbington come «persona» ai sensi della legge statale, riconoscendogli il diritto alla pari tutela giuridica. Come evidenziato dall’avvocato Seibel, attribuire al concepito la titolarità di diritti e di un patrimonio ereditario costituisce una tappa fondamentale verso il pieno riconoscimento della personalità giuridica del nascituro. È stata un’altra vittoria per l’avvocato specializzato in malasanità Mike Seibel e per il suo co-difensore Justin Hall, che gestiscono entrambi il sito web AbortionInjury.com, una piattaforma che funziona come risorsa per l’avvio di contenziosi legali contro strutture abortive in casi di negligenza o violazioni delle norme sanitarie e procedurali.

L’avvocato della famiglia ha inoltre evidenziato la palese incoerenza di un sistema normativo in base al quale «puoi ottenere un risarcimento per la morte di un bambino non nato, ma puoi comunque ucciderlo», sempre a norma di legge. Del resto, la scienza conferma da tempo ciò che la cultura dominante tenta di ignorare: autorevoli studi dimostrano come il figlio non ancora nato manifesti persino precoci segnali di «coscienza». Si tratta di un tema cruciale che abbiamo affrontato dettagliatamente proprio lo scorso marzo sulle nostre pagine (qui per abbonarsi) attraverso il contributo dello scienziato Carlo Bellieni. Alla luce di queste evidenze, la storica sentenza del Nuovo Messico, non fa che recepire un dato di fatto oggettivo: il bambino non ancora nato è, fin dal primo istante, uno di noi. Quel bambino siamo stati tutti noi, e nessuno può arrogarsi il diritto di concedere più o meno dignità una vita che deve ancora nascere.






Lo sguardo di Marie-Garance




La piccola disabile benedetta sugli Champs-Élysées diventa il volto del viaggio del Papa in Francia. Dietro la foto, una famiglia cattolica con dieci figli, quattro adottati con gravi patologie, e una rete di amici che si aiuta a fare i genitori (non i volontari)

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Di Caterina Giojelli, 30 settembre 2026

Marie-Garance ha undici anni. L’hanno appena alzata dalla carrozzina dove stava rannicchiata vicino ai suoi genitori e ai fratelli, nel settore per i disabili, e per qualche secondo galleggia sulla marea acclamante degli Champs-Élysées, sospinta “di mano in mano” fino alle braccia di un gendarme vaticano e da lì innalzata verso Leone XIV. La bambina non parla – come potrebbe? Nemmeno cammina, è affetta da una disabilità plurisistemica gravissima e viene alimentata con un sondino gastrico –, ma ha gli occhi grandi e spalancati e le guance rosse quando incontra quelli del Santo Padre, che le accarezza i capelli dolcemente benedicendola sulla fronte.

«In questa fotografia scattata da Ludovic Marin dell’AFP, la bambina e Leone XIV appaiono come soli al mondo, nonostante le 800.000 persone accorse per acclamare il pontefice», scrive 20minutes. Nelle ore successive a quel gesto inatteso – il papa aveva già benedetto molti bambini e la processione doveva proseguire, ma all’improvviso si è fermato di nuovo per Marie-Garance, ha raccontato padre Jean-Baptiste Arnaud, direttore della facoltà di Notre-Dame del Collège des Bernardins, presente con altri sacerdoti in Place de la Concorde: era stata la folla a spingere Marie-Garance e poi anche la sorellina Pépa verso di lui –, le foto scattate quel 26 settembre hanno fatto il giro del mondo.

Una Pietà dei tempi moderni

Su X, il conduttore e giornalista svizzero di LCI Darius Rochebin ha commentato: «”Et le Verbe s’est fait chair”. La commovente bellezza di questa immagine. Che si sia cristiani o meno, è il richiamo alla tradizione specifica dell’Incarnazione: Dio in ogni persona umana». Dominique Schelcher, amministratore delegato del gigante dei supermercati Système U, ha definito lo scatto «una sorta di Pietà dei tempi moderni. L’avete già vista qui. È senza dubbio l’immagine più significativa di questi ultimi giorni. Forse già la foto dell’anno. Impossibile rimanerne indifferenti. Colpisce dritto al cuore. Dice molto su ciò di cui la nostra umanità ha bisogno».

«La civiltà dell’amore al prossimo. Marie-Garance, non dimenticheremo mai quello sguardo», ha commentato l’ex ministra socialista Ségolène Royal. Lo scrittore Marius Jauffret ha evocato una «bellezza portata ad altre galassie» e il regista Steven Gunnell ha tirato le somme: «Una vita non ha bisogno di essere perfetta per essere infinitamente preziosa. Non ha neppure bisogno di parlare per insegnarci qualcosa».

La bambina dello Stato

Fino al 2016 Marie-Garance non era che una pupille de l’État: una bimba affidata alla tutela dello Stato da genitori biologici impossibilitati a sostenere il peso delle cure di cui aveva bisogno. Un «prodotto di scarto» per le metriche dell’utilitarismo contemporaneo, ma un tesoro prezioso per Clotilde e Nicolas Noël, una coppia cattolica con sei figli biologici (Côme, Baudoin, Tiphaine, Marin, Philippine e Brune) che nel 2013 aveva deciso di fare spazio a Marie, una bimba con la sindrome di Down.

Dopo Marie-Garance, adottata a 16 mesi, sono arrivati Frédéric-Moïse, affetto da un disturbo cerebellare, e Pépa Theresa, pure lei con una grave patologia e pure lei benedetta dal Papa. Quattro adozioni, tutte di bambini che la sanità e le statistiche classificano sotto la voce «casi gravissimi». Dieci figli in tutto, di cui quattro presi dalle corsie degli ospedali.

Una benedizione per tutti


Intervistata da BFM TV, Clotilde Noël ha parlato di «miracolo», raccontando come sabato scorso una piccola folla intorno a loro si fosse mossa all’improvviso chiedendo aiuto ai volontari per portare avanti Marie-Garance e Pépa, «tutto è avvenuto in tempi brevissimi: questa è la forza del gruppo, la capacità di mostrare al mondo ciò che è rimasto nascosto per anni». Al mondo, sì, perché quella foto di Leone XIV che benedice la bambina è diventata virale ed è impossibile non vederci «una benedizione fatta a tutte le persone fragili attraverso Marie-Garance. Non è solo la nostra famiglia a riceverla, è tutto un popolo, un’intera umanità messa da parte da così tanti anni». E ancora: «Ho avuto l’intensa percezione spirituale che questo gesto fosse anche per la madre e il padre biologici di Marie-Garance. Senza di loro, che le hanno dato la vita, questo miracolo non ci sarebbe stato».

Un papa che guarda una bimba che negli occhi ha tutta la storia del mondo, di chi l’avrebbe scartata, di chi l’ha tenuta e di chi se n’è preso cura riconoscendola come un miracolo, lo stesso riconosciuto da Emmanuel Mounier nella figlia Françoise, nel mistero del suo dolore. Da questo traboccare di vita è nata l’associazione Tombée du Nid («Caduta dal nido»), fondata dai Noël dopo la pubblicazione del libro in cui Clotilde raccontava la prima adozione, che oggi cammina fianco a fianco con la Fondazione Jérôme Lejeune per aiutare e accompagnare le famiglie che scoprono la disabilità di un figlio o che vogliono percorrere la strada impervia dell’adozione speciale. Nel frattempo, la coppia ha pure trovato il tempo di fondare una scuola negli Yvelines, la Saint-Philippe-Néri.

Genitori, non volontari

Non è una vita da volontariato: «I nostri figli hanno capito subito che non ci stavamo iscrivendo a un’iniziativa umanitaria, ma a un percorso di genitori» ha spiegato Clotilde. Le degenze in ospedale per Marie-Garance possono durare tre settimane di fila. La bambina prende farmaci continui e viene alimentata via gastrostomia. «Ma la mia priorità resta fare la madre. Il mio posto è a casa e lo amo», raccontava tre anni fa la donna ad Aleteia, ricordando che curare un figlio disabile significa prendersi cura di tutti gli altri, del matrimonio senza il quale nulla starebbe in piedi, degli amici e, soprattutto, di una fede immensa.

«Quando abbiamo deciso di intraprendere il percorso dell’adozione, ho compreso appieno la frase: “Ti ho chiamato per nome” (Is 43, 1). Era come se Dio mi dicesse: “Ti chiamo. Sei colui che ho scelto”. Ho accettato di dovermi fidare di Lui e ricevo grazie incredibili. Una volta che dici “sì” a Dio, tutto accade naturalmente. Non ci abbandona mai». «I nostri cuori di madri sono tutti collegati. Santa Ildegarda di Bingen diceva che siamo tutti connessi». «Quando Marie-Garance sta male, le appoggio sul corpo una reliquia di Madre Teresa che mi ha regalato un sacerdote amico. La porto sempre anche in ospedale. I santi lavorano per noi, sarebbe un peccato non approfittarne».

Il giorno dopo, a Lourdes, davanti ai malati dell’Accueil Notre-Dame, Leone XIV ha detto che «la persona umana è degna per il solo fatto che esiste ed è destinata all’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute». Lo ha detto in un Paese che ha da poco approvato il diritto all’aiuto a morire, e lo ha detto ai malati: «Nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». Sugli Champs-Élysées, il giorno prima, quella frase aveva già un volto: una bambina che non parla, portata di mano in mano perché il mondo la guardasse in faccia.