sabato 31 ottobre 2026

Per chi vuole vedere, è chiaro: ci sono due Chiese





Per chi vuole vedere, è chiaro: ci sono due Chiese. Una Cattolica, l’altra…



di Matteo Castagna 31 ottobre 2026

Chi vuole vedere ha davanti a sé due Chiese: una cattolica, apostolica, romana, indefettibile ma ridotta nella sua dimensione visibile, dispersa nel mondo, ma fedele al mandato ricevuto da Dio e alle fonti della Rivelazione. Katechon oscurato, come predetto sarebbe successo. Una modernista, conciliare, di derivazione ereticale, occupante i Sacri Palazzi a Roma, almeno dal 1965. Due i riti di consacrazione episcopale, due le messe, due i codici di diritto canonico, due modi di pregare e due di credere, due i catechismi, due le filosofie, due le ecclesiologie, due le teologie, due le discipline.

Due, evidentemente, sono anche le solennità di Cristo Re. Chi, come il sottoscritto, ha fondato, quasi vent’anni fa, un gruppo che si chiama “Christus Rex” sente in particolar modo questa festività, che riassume un programma di Fede.

Don Ugo Carandino (I.M.B.C.) scrive sul suo profilo Facebook: “…vi è una differenza sostanziale tra la festa di Cristo Re del Messale di San Pio V e quella celebrata dal nuovo messale di Paolo VI. Pio XI nel 1925 aveva fissato nell’ultima domenica di ottobre la festa di Cristo Re, per rivendicare i diritti della regalità sociale di Nostro Signore, contro gli errori del laicismo.

Nel nuovo rito montiniano invece bisogna aspettare l’ultima domenica dell’anno liturgico per celebrare la festa di Cristo re dell’universo, intesa come regalità escatologica, cioè alla fine dei tempi, per non contraddire la deriva laicista, assecondata dai testi conciliari e lodata dagli occupanti della Sede Apostolica (la “laicità positiva” elogiata da Benedetto XVI nel 2008 in Francia e recentemente anche da Prevost, sempre in Francia)”.

Leggo ancora tante arrampicate sugli specchi. Tante divisioni rispetto alla Chiesa quale Istituzione voluta da Gesù Cristo, su Pietro, affinché fosse il Capo, quale monarca e la Sua Sposa fosse gerarchica, custodisse il depositum Fidei, tramandandolo ai Suoi successori, nel corso dei secoli. Il principio di non contraddizione e di identità non permettono più di confondere i cattolici con coloro che hanno scelto la strada dell’apostasia, dell’abbraccio mortifero col mondo ed il suo principe, pur mantenendo abiti e scranni nelle nostre diocesi e nelle nostre chiese, costruite da coloro che si santificavano con la “messa proibita” dai modernisti conciliari. Tutti. Da Montini in poi. Semper idem! Cambia solo lo stile, non la sostanza.

Perciò i cattolici fedeli alla Tradizione hanno assistito alla Messa di San Pio V per la solennità di Cristo Re, domenica scorsa, chiedendo il maggior numero di Grazie possibile per questa società malata di laicismo e perché la Chiesa possa tornare a regnare, dal Soglio che fu di San Pietro fino all’ultima chiesetta della più piccola diocesi del mondo. Siccome questo tema fa la differenza tra noi e i conciliari, siano essi progressisti o conservatori, credo possa valer la pena precisare le distanze.

Questo studio, evidentemente accorciato per esigenze editoriali, deriva dalla comparazione di 270 fonti e sarà pubblicato integralmente sul sito del Circolo Christus Rex www.agerecontra.it.

Il modello cattolico riconosce un’autorità civile distinta da quella ecclesiastica; non identifica ordinariamente il governo politico con il governo del clero. La formulazione si trova nell’ Enciclica “Immortale Dei” di Leone XIII, 1885, che costituisce Magistero infallibile dei Papi.

La distinzione dei poteri convive con la superiorità del fine spirituale. Va evitata sia la lettura dell’assorbimento dello Stato nella Chiesa, sia quella di una separazione liberale accettata, invece, da chi occupa i Sacri Palazzi, sin dal 1965, pur con sfumature diverse. Leone XIII difende il riconoscimento pubblico della vera religione, ma ammette la tolleranza di altri culti e rifiuta la conversione forzata.

Distinguere l’esclusività della verità religiosa cattolica e la condizione giuridica degli altri culti è un aspetto fondamentale, che la Chiesa sinodale non riconosce, nella pienezza dello spirito di Assisi 1986. Il modello comprende pretese giuridiche della Chiesa, non soltanto influenza morale privata, perché Cristo è Re di tutte le cose visibili e invisibili, il Suo Regno è dell’Altro Mondo, ma ciascuno è chiamato a preparare ogni giorno la sua salvezza eterna in Paradiso, attraverso le buone opere.

Quella di Cristo è una regalità non riducibile a un regime. E’ una dottrina sul fondamento, sul fine e sui limiti dell’autorità. Mentre la teocrazia, nel significato politico-istituzionale più corrente, descrive una determinata organizzazione del potere. Le due nozioni non sono concettualmente equivalenti.

Occorre tuttavia evitare una semplificazione apologetica. Nell’Immortale Dei, la Chiesa rivendica un proprio ordinamento giuridico, la propria indipendenza e la competenza sulle questioni religiose. inoltre, il riconoscimento civile della religione non viene considerato una scelta pubblicamente indifferente. La chiesa conciliare, seguendo il laicismo ed il liberalismo condannati da San Pio X e Leone XIII, accettano di essere una delle tante religioni, prive di diritti sulla società e sulle nazioni. Nel 1984 Casaroli, d’accordo con Wojtyla firmò la revisione del Concordato, rinunciando alla Religione di Stato ed accettando la sua laicità, ovvero la sua neutralità, ovvero il suo ateismo.

La distinzione della Regalità di Cristo riguarda due livelli. Sugli individui, la regalità implica il dovere di conformare coscienza e condotta alla legge divina. Sulle società, implica che l’azione pubblica non acquisti, per il solo fatto di essere pubblica, un’esenzione dalla legge morale e dai doveri religiosi. Leggi contrarie al diritto naturale non sarebbero mai passate se il modernismo non avesse aperto le porte al laicismo ed al “diritto” di votare sulla vita o sulla morte degli embrioni, sul divorzio anche tra chi ha giurato di non separare ciò che Dio ha unito, sulla legalizzazione di coppie di fatto o, addirittura l’accettazione della sodomia.

Il secondo livello non equivale necessariamente a trasformare ogni decisione amministrativa in un comando ecclesiastico. Il punto discriminante è se il governo civile possieda una competenza propria: nella ricostruzione cattolica tradizionale, la risposta è affermativa per le materie propriamente temporali. La trattazione State and Church della Catholic Encyclopedia, utile come sistemazione prossima a tale norma, afferma che nelle materie puramente temporali la giurisdizione statale è suprema e, rispetto alla Chiesa, esclusiva. I due poteri sono distinti per competenze ma in armonia. Questa è la “Pax Christi in Regno Christi”, senza cui non ci può essere alcuna vera e duratura pace sulla Terra, poiché mancherebbe della Verità oggettiva e rivelata.

Per la costruzione storica di questa dottrina è pertinente il teologo Enrico Baruzzo, in “Costantino e la dottrina della regalita sociale di Cristo”, nell’Enciclopedia Costantiniana, 2013, come fonte storiografica, non come documento magisteriale. Le due società, quella Spirituale e quella Temporale sono in sé perfette: hanno indipendenza propria, fini diversi. “Perfetta” non significa moralmente impeccabile. Una “societas perfecta” è una società completa nel proprio ordine: possiede, in ragione del suo fine, i mezzi e l’autorità necessari a perseguirlo. Non significa che ogni suo membro sia virtuoso, che ogni suo provvedimento sia giusto o che essa possa provvedere da sola a qualsiasi bisogno umano.

Leone XIII definisce la Chiesa una società “nel suo genere e nel suo assetto giuridico perfetta”, dotata degli strumenti necessari al proprio esistere e operare. La perfezione e dunque giuridico-finalistica, non una qualifica morale dei comportamenti ecclesiastici. La costruzione tradizionale distingue il bene temporale, affidato alla societa civile, dalla beatitudine soprannaturale, cui conduce la Chiesa. Entrambe riguardano gli stessi esseri umani, ma sotto ragioni differenti. Nella sistemazione citata della Catholic Encyclopedia, proprio questa distinzione fonda sia la competenza temporale dello Stato sia la superiorità del fine ecclesiale.

Distinzione e coordinamento non sono separazione. Il modello si oppone a due soluzioni speculari: la riduzione della Chiesa a un organo dello Stato e l’eliminazione della consistenza propria dell’autorità civile. L’indipendenza ecclesiastica difesa nell’Immortale Dei non autorizza a concludere che qualsiasi materia politica appartenga immediatamente alla giurisdizione pontificia.

Il coordinamento diventa necessario quando una stessa realtà presenta aspetti diversi. Il matrimonio, per esempio, può essere considerato sotto il profilo religioso e sotto quello degli effetti civili; l’istruzione può coinvolgere insieme amministrazione pubblica, responsabilità familiare e insegnamento religioso. Sono esempi analitici di ciò che la tradizione chiama comunemente materie miste, non prove che ogni loro disciplina storica fosse necessaria o immutabile.

La “potestas indirecta” non significa che il Papa governi ordinariamente lo Stato attraverso funzionari ecclesiastici. Significa che una materia temporale può cadere sotto un giudizio ecclesiastico quando coinvolge il fine spirituale: non perché temporale, ma in quanto spiritualmente rilevante. Il carattere “indiretto” riguarda quindi il titolo dell’intervento, non necessariamente la debolezza dei suoi effetti politici. Un intervento ecclesiastico può essere molto incisivo pur essendo giustificato in nome della salvezza, della fede o della legge morale e non come esercizio ordinario della sovranità civile.

Qui emerge la tensione più importante ove la Chiesa ufficiale ha ceduto completamente al laicismo: la medesima tradizione che riconosce allo Stato una competenza propria attribuisce alla Chiesa il giudizio su quando una questione coinvolga lo spirituale. La Catholic Encyclopedia esplicita questa asimmetria: tale decisione non può essere lasciata semplicemente allo Stato. Invece l’immoralità dilaga perché i modernisti sono liberali, sincretisti, relativisti e soggettivisti, quindi ecumenici, collegiali, sinodali, democratici, alleati ed amici di tutti gli storici nemici di Cristo e della Chiesa.

Questo colpo da maestro di Satana avrà fine. Nel frattempo, costanza e perseveranza nella Tradizione immutabile sono gli imperativi guida dell’ora presente. Non posso non vedere l’omologazione della “Chiesa del Concilio” al cancro liberal, né la totale rottura col Magistero Perenne, che non porta alla tranquillità dell’Ordine, come diceva Sant’Agostino, e neppure alla semplice mancanza di guerre, per cui pregano, scandalosamente, i modernisti assieme a Maometto, Caifa e Lutero! Non posso essere in comunione con gli anticristi. Devo saper riconoscere il Buon Pastore dai buoni frutti, che vengono serviti con sacrificio nella Chiesa Cattolica perseguitata e misconosciuta, non nel buonismo ipocrita degli “aggiornati”…






La Messa Tradizionale ha la forza di imprimere nel cuore dei fedeli la lex credendi: per questo è osteggiata



Grazie a don Marco Begato per questa utile analisi liturgica e dottrinale che ci ha inviato.Luigi Casalini



Don Begato. “Vetus Ordo e novatori: tra omissis e amissis”


don Marco Begato

Vorrei riprendere per gli amici di Messa in Latino alcuni spunti da un articolo di Mondinelli, apparso in tre puntate sulle pagine dell’Osservatorio Card. Van Thuan. Ci interessa per i risvolti che tale riflessione comporta in campo liturgico tradizionale.

Partiamo dalla proposta argomentata. Lo studio di Mondinelli indaga la struttura narratologica soggiacente al discorso teologico contemporaneo, e ritiene di riuscire a identificare alcuni elementi strutturali dello stesso, che potrebbero spiegare la sterilità evangelizzatrice degli ultimi decenni. Mondinelli formula e argomenta l’ipotesi della “legge senza regolamento” (https://vanthuanobservatory.com/2026/09/07/come-cambiare-la-dottrina-senza-dirlo-la-legge-senza-regolamento/), un procedimento espositivo tramite il quale “la dottrina cattolica possa essere di fatto diminuita senza che una sola verità venga apertamente negata”.

Questo spiegherebbe la situazione generale di confusione, nella quale per conservare la fede il fedele è costretto ad attingere “a qualcosa che la provvista comune non gli offre più: i vecchi catechismi ritrovati e studiati per conto proprio, la lettura personale delle fonti sicure, una famiglia che tiene contro corrente, un sacerdote che supplisce ciò che il resto non dà”. Davanti a essa Mondinelli si interroga “come possono i più piccoli conservare la fede intera dentro una struttura che, su un punto dopo l’altro, l’ha resa ambigua?”.

Per rispondere in modo puntuale sembra necessario comprendere più a fondo il procedimento narratologico su menzionato. L’autore chiede: “Se nessuna verità viene apertamente negata, come può la fede essere di fatto ridotta?”. E la sua risposta, in sintesi, afferma che i problemi magisteriali derivino da una incoerenza tra, diciamo così, potere legislativo e potere esecutivo: “La dottrina è stata conservata come legge, ripetuta, mai smentita; e il suo regolamento è stato lasciato cadere”.

Nel saggio sono elencati vari criteri e attenzioni, utili a esaminare i testi nel modo più oggettivo possibile, seguendo il focus suggerito dall’autore. In generale si insiste sull’importanza di individuare i punti in cui il regolamento risulta debole: “quando in uno stesso testo si incontrano la dottrina di sempre fedelmente ripetuta e, poche righe più oltre, l’argine che la rendeva operante lasciato in bianco”, lì siamo di fronte al problema. Perché un insegnamento così costruito, sia pure con le migliori intenzioni del Legislatore, rappresenta un problema sul piano della evangelizzazione e della formazione dei credenti.

Mondinelli con senso di vivida concretezza fa presente che “il fedele semplice non compie questa operazione”, cioè non riempie di contenuti teologicamente corretti e tradizionali ciò che è stato “lasciato in bianco”. E proprio tali lacune, cui i Pastori e i teologi potrebbero non dare peso, rappresentano le crepe da cui inizia a cedere la diga della fede cattolica.

Nel secondo capitolo della trattazione l’autore prende in esame alcuni temi cristologici e liturgici, per dimostrare la corretta e feconda applicazione del suo metodo ad alcune questioni dibattute negli anni post-conciliari; né tale approccio perde mordente se rivolto all’attuale produzione magisteriale. Precisa Mondinelli:

“La medesima figura — la legge conservata e il regolamento taciuto — non abita soltanto nelle carte lontane: la si può cogliere in atto, adesso, in un documento pubblico che chiunque può leggere per intero. E per il fedele comune un solo caso presente vale più di dieci antichi, perché lo può verificare da sé, nella sua diocesi, nei prossimi mesi”. (https://vanthuanobservatory.com/2026/09/09/come-cambiare-la-dottrina-senza-dirlo-la-legge-senza-regolamento-seconda-parte/)

Nella terza parte del testo veniamo infine provocati a prendere posizione davanti alla crisi.

“Molti ammettono che nella Chiesa vi sia una crisi, e che essa sia evidente a tutti; è una concessione di peso, e sincera. Ma dopo averla fatta, trattano l’emergenza come se fosse ordinaria amministrazione” (https://vanthuanobservatory.com/2026/09/14/come-cambiare-la-dottrina-senza-dirlo-la-legge-senza-regolamento-terza-parte/).

Le vie per normalizzare l’emergenza e rimandare l’intervento sono plurime: “La prima porta è negare la crisi: dichiarare, per amore della pace, che nulla di grave accade… La seconda porta è negare la Chiesa: dichiararla venuta meno, vacante, corrotta nella sua sostanza”. Nessuna di queste due vie supera un esame teologico rigoroso. “Resta la terza porta, che parrebbe la sola aperta: la via privata. Poiché il regolamento manca, che ciascuno se lo ritracci da sé”, anche questa però è un’opzione inadeguata.

Mondinelli suggerisce allora di guardare alla autorità: “Il confine che il singolo non può ritracciare, la suprema autorità può ritracciarlo; la porta murata per il fedele ha una chiave, e quella chiave è in mano a chi governa”. Salvo poi affermare con amarezza che “l’autorità che potrebbe restituire il regolamento è la stessa che lo ha ritirato. E ritirarlo non è stato un incidente: è il metodo”.

In alternativa, secondo il nostro, l’autorità dovrebbe riappropriarsi dei propri strumenti e procedere con “un regolamento nuovo su una dottrina antica: un atto della suprema autorità che ritracci, uno per uno, i confini che i testi del Concilio e del postconcilio hanno lasciato in bianco”, in pratica un nuovo Sillabo. L’idea non è nuova. Tra i suoi più simpatici sostenitori ricordo l’Elefantino nel 2012, che ne suggeriva pure iconicamente il format: “il grande tweet dell’Ottocento… quella straordinaria forma retorica non discorsiva ma aforistica e tutta negativa” (https://www.ilfoglio.it/%7Bmain_section.full_slug%7D/2012/08/26/news/pio-ix-invento-twitter–342512).

La lettura proposta è analitica, puntuale e cartesiana. Certamente insiste su un approccio che enfatizza molto il ruolo del nesso logico e del vincolo giuridico, al punto da poter sembrare a tratti artificioso; del resto l’alternativa sembrerebbe constare di un approccio arbitrario e fantasioso, che ha esagerato all’opposto nel rimuovere gli imperativi della logica e della regola.

Mi sfugge un punto, che Mondinelli cita, ma in modo non esaustivo e che tocca una dimensione per me cruciale nella trattazione del tema: perché alcune regioni “tengono”? Perché in alcune diocesi o aree geografiche la fede sembra crescere sia in quantità di adesioni che in qualità di professione? L’articolo precisa: “L’Africa cattolica ha tenuto e anzi è cresciuta, mentre l’America Latina si è svuotata in fretta, non verso l’ateismo ma verso i pentecostali. E ciò smentisce che a reggere sia la pietà popolare, di cui l’America Latina trabocca: la variabile decisiva non è geografica, è dottrinale. Dove il post-concilio si è incarnato con più forza, torcendo il messaggio in senso sociale e orizzontale, come nella teologia della liberazione latino-americana, il soprannaturale ritirato è stato ripreso da chi offriva confini netti e conversione; dove l’evangelizzazione è rimasta più classica e definita, come in gran parte dell’Africa, la fede ha retto”. L’affondo è interessante, ma meriterebbe una disamina più puntuale. Per restare nella logica del testo presentato, mi chiedo: la risposta può venire dallo studio dei documenti delle chiese locali?

E infine veniamo alla questione liturgica. Se il saggio breve qui riassunto ha ragione, dovrebbe apparire manifesto uno dei motivi, sia pure impliciti, che alimentano la repulsione nei confronti della liturgia tradizionale (Vetus Ordo). Il rito antico si armonizza alla perfezione tanto coi punti del Sillabo ottocentesco, quanto con i canoni del Concilio di Trento: testi, gesti, norme (le cosiddette Rubriche, incluse quelle che vergano i difetti del celebrante e della celebrazione), abiti e calendario, tutto concorre a trasportare in stile cerimoniale l’esperienza di fede della Chiesa e in una modalità che non lascia lacune o “spazi bianchi”.

Ora, l’esistenza di una tale ritualità nel cuore della Chiesa, sia pure “in forma extraordinaria” (cfr. Benedetto XVI, Summorum Pontificum), rappresenta inevitabilmente un trauma, perché appunto va a riempire sistematicamente e strutturalmente gli “spazi bianchi”, i non detti, gli omissis del narrato teologico-magisteriale con dichiarazioni di fede cattolica autentica, tradizionale e viva.

Di più: considerata la fondatezza dell’adagio lex orandi lex credendi, è evidente che la celebrazione della Messa Tradizionale ha addirittura la forza di imporre una legge, di imprimerla nel cuore dei fedeli – sia pure nel caso, sostenuto da Mondinelli, in cui il regolamento appaia sospeso nelle novità documentali magisteriali – e si tratta di una legge che si estenderà per sese dal cultuale al culturale, dal rito al vissuto, dalla forma extraordinaria all’ordinarietà del quotidiano.

Che sia questo un motivo per cui il Vetus è tanto detestato? Ma con ciò i suoi detrattori stanno forse confessando che gli omissis di cui sopra non erano ingenui, ma furono dei maliziosi amissis?

E da ultimo, in rincalzo a Mondinelli, la celebrazione nella forma straordinaria non è forse da se stessa un Sillabo vivente, a disposizione dell’autorità che volesse dolcemente e gradualmente bonificare la Chiesa nella sua crisi?






venerdì 30 ottobre 2026

Zuppi: un autogoal incomprensibile



Interessante la seguente Lettera aperta all’attenzione di S. E. Cardinale Matteo Zuppi, Presidente CEI (già inviata).

30 ottobre 2026

Schede sull'Islam... 


Egr. Cardinale

mi accingo a un esercizio di scrittura che rischia di divenire rituale; e mio malgrado. Non perché abbia particolarmente in dispregio la corrispondenza epistolare; anzi da me coltivata come occasione privilegiata di espressione del pensiero e di condivisione dei moti dell’animo. Ma per le ragioni che mi inducono a tediarla, oggi più che mai, ne avrei fatto volentieri a meno.
 
Rieccomi così a perorare una sua riflessione, auspicando una sua retrocessione, non nel senso sportivo del termine, da cui sarei pure tentato; e se non una revisione, almeno una rivalutazione..

Alludo alla presentazione del suo progetto “Schede per conoscere l’Islam”, realizzato dalla CEI in sinergia al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica e destinato agli studenti delle scuole. Non a caso presentato in un contesto istituzionale, l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, involge al contempo connotazioni religiose e implicazioni giuridiche connesse e caratterizzanti l’iniziativa; inusitata e improvvida; e a ben vedere, inusitata proprio perché improvvida. Mi segua.

Improvvida perché non costituzionale

Se per l’articolo 8 della Costituzione tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge e hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, se non contrastano con l'ordinamento giuridico italiano; i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Ora non v’è dubbio che la sua iniziativa insista proprio su questi rapporti, in quanto investe un settore altamente delicato, quello dell’istruzione scolastica, di altrettanto rilievo interno costituzionale. Ciò detto, al contrario di altre confessioni religiose che hanno stretto intese con lo Stato, non risulta che alcuna rappresentanza istituzionale unitaria islamica abbia mai chiesto o proposto allo Stato un’intesa. Che ciò risponda a una vocazione settaria o a una prospettiva prematura, ciò non muta l‘erroneità e l’arbitrarietà di tale iniziativa.

Improvvida perché non legittima

A seguito di Accordo modificativo del Concordato, esecutivo ai sensi di legge n.121 del 1985, e di Intesa tra Ministro della P.I. e Presidente della CEI, esecutiva ai sensi del d.P.R. n.751 del 1985, si è disciplinato l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali d’ogni ordine e grado. La legge n.186 del 2003 definisce i ruoli dei docenti che possono insegnare la religione cattolica. E che solo per tale offerta formativa sono retribuiti con i tributi versati dai cittadini, me compreso.
Perciò distoglierli sia pure in parte, dalle loro prerogative istituzionali e prestazioni contrattuali., come nei suoi intenti, è in conflitto con ordinamento scolastico statale e norme tributarie stesse. Per non dire poi che si profila anche come una abiura a chi lo ha preceduto alla guida della CEI.

Improvvida perché non didattica

Inammissibile nelle norme, l’iniziativa è anche avulsa dalle basilari dinamiche di apprendimento. Posto che l’Islam si esprime con una varietà tipologica da rendere improba una disamina unitaria, una trattazione che risponda a un minimo di utilità didattica richiederebbe margini di tempo che non solo non sono riservati alla stessa religione cattolica, ma neppure ad altre materie curriculari. Sì che le schede da propinare si rivelano accomodanti negli intenti e lacunose negli argomenti. Inducendo disamine non solo superficiali ma persino fuorvianti su temi che meriterebbero ben altri approfondimenti e avallando semplificazioni buoniste inidonee a un’esaustiva acquisizione.
Con esiti prevedibili, del tutto antitetici rispetto agli asseriti intenti che si vorrebbero perseguire.

Improvvida perché non ecclesiale

Per cimentarsi nel tentativo di conoscere gli altri, occorre prima assicurarsi di conoscere sé stessi. Diversamente si corre il rischio di vedere sfumare, fin a eclissare, le differenze che delimitano le rispettive identità e al contempo garantiscono la dignità stessa della propria e delle altrui culture. Rischio che in ambito di fede assume le configurazioni di un sincretismo sempre più dilagante. Nella crisi che attanaglia le famiglie un baluardo a difesa della fede può essere lo studio a scuola. Con la chiese sempre più svuotate, le comunità sempre più asfittiche; le vocazioni sempre più latenti e di conseguenza i fedeli sempre più spaesati; invece di ripartire dall’ABC, dal cuore della nostra Fede e dai Novissimi, che nella CEI non pochi hanno obliato e ritenuto ormai obsoleti; ma dico io, invece di concentrare la propria dedizione per l’altrui vocazione al Cristo Re Salvatore, avete sprecato risorse di tempo, energia e intelligenza su come fare conoscere a scuola l’islam? Incomprensibile. Tornando alla terminologia calcistica di cui sopra, questo si definisce autogoal. Riscoprire e coltivare la propria vocazione per evangelizzare, unica vera mission di ogni credente.

Improvvida perché non evangelica

Ci si attende infatti, che occupazione precipua, se non esclusiva, della CEI sia l‘evangelizzazione. Da espletare senza una propedeutica pseudoculturale, ma alla sequela del Vero Evangelizzatore.
Quando il Signore manda i discepoli non li sottopone prima a corsi di formazione sulle altre fedi. E non per un intento di prevaricazione, ma perchè essi si rivolgano non alle menti, ma ai cuori. E li invita a non recare altro con sé; in termini attuali, un approccio non culturale ma esperienziale. Così quando dopo la Resurrezione gli apostoli parlano ai convenuti d’ogni dove, non si curano prima di conoscerne la cultura, perché consapevoli che non da ciò dipenderà l’esito (At. 2 e 3).
Essi li comprendono e si convertono perché è lo Spirito Santo ad agire in loro e essi lo accolgono. Non il nostro attivismo, che può fare solo proseliti; è la nostra confidenza in Dio a ispirare i fedeli.Ricordiamolo di tanto in tanto… e rinunciamo a un’idea che per la Fede non ha né capo né coda.

Perdere talora la rotta è segno di smarrimento; ritrovarla, di coerenza; correggerla, di umiltà.
Maranatha.


Avv. Prof. Giuseppe Longo





La Chiesa deve convertire a Cristo? Strano disaccordo tra vescovi



“Se la Chiesa non deve condurre a Cristo mi dimetto“: mons. Barron risponde al card. Vesco (arcivescovo di Algeri). Tra evangelizzazione e proselitismo.

 Ultimissime


Redazione UCCR. 29 ott 2026

Interessante e strano dibattito tra vescovi sull’evangelizzazione.

In queste ore è giunta la risposta del vescovo americano Robert Barron a Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri.

Al centro del contendere c’è il rapporto tra dialogo interreligioso, fraternità e annuncio esplicito di Gesù Cristo.


Vesco: “La Chiesa non è qui per convertire”

«La Chiesa non è qui per convertire», ha affermato in un’intervista del 23 ottobre l’arcivescovo Vesco.

Ha spiegato che, in Algeria, la comunità ecclesiale dovrebbe essere parte integrante della società, senza perseguire conversioni religiose.

Il porporato teme infatti che un’opera esplicita di conversione avveleni i rapporti tra le religioni monoteiste, perché implicherebbe considerare falsa o errata la fede altrui.

I cristiani, sostiene, «dovrebbero avvicinarsi alle altre religioni attraverso la fraternità piuttosto che cercando conversioni».

La posizione non è nuova.

Già nel 2018, quando era vescovo di Orano, il card. Vesco affermava che il Vangelo si trasmette attraverso la testimonianza, l’amicizia e l’impegno sociale, senza che ciò debba necessariamente comportare un cambiamento di religione.

Nel 2022 aveva inoltre invitato i cristiani a riconoscere che anche nell’islam possono esserci elementi di verità.


Barron: “Il mandato evangelico è chiaro”

La recente affermazione ha suscitato la reazione di mons. Barron, vescovo di Winona-Rochester e tra i religiosi cattolici più mediatici al mondo.

In un intervento pubblicato su X in queste ore, Barron ha contestato una visione che, a suo giudizio, rischia di separare l’evangelizzazione dalla conversione.

La replica parte dal mandato missionario di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». Per il vescovo americano, è difficile conciliare queste parole con l’affermazione che la Chiesa non debba cercare di condurre le persone a Cristo.

«L’ultima volta che ho controllato», ha scritto ironico Barron, «mi sembrava decisamente una questione di conversione».

Ha anche spiegato che san Paolo considerava l’annuncio del Vangelo un dovere, fino a esclamare: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16). A sostegno della propria posizione ha infine citato il Concilio Vaticano II e la «spinta al portare la Luce di Cristo ai popoli del mondo (Lumen Gentium)».


Chi ha ragione (secondo noi)

Il punto decisivo, crediamo, è la distinzione tra evangelizzazione e proselitismo.

Barron non difende certo metodi aggressivi o coercitivi.

Anzi, lui stesso precisa che «nessuno pensa che l’opera di evangelizzazione debba essere fatta in modo prepotente, autoritario o irrispettoso (proselitismo)», ma «se davvero pensassi che la Chiesa non esiste per portare le persone a Cristo, allora darei le dimissioni e mi troverei un altro lavoro».

Non va sottovalutata però la preoccupazione del card. Vesco: in una società a maggioranza musulmana. come quella algerina, la convivenza e la testimonianza quotidiana sono all’ordine del giorno.

Tuttavia, la formulazione dell’arcivescovo rischia effettivamente di andare oltre la legittima condanna del proselitismo.

Creare autentici legami di amicizia e impegnarsi in un dialogo serio e rispettoso non equivale a esaurire la missione evangelizzatrice.

La fraternità non richiede il silenzio su Cristo.

Si può rispettare la libertà religiosa altrui e perfino riconoscere ciò che vi è di buono nelle altre tradizioni, pur senza rinunciare a testimoniare la propria fede e a proporla liberamente.

L’annuncio di Cristo (esplicito o meno) come risposta alla domanda di significato presente in ogni individuo rimane parte essenziale della missione della Chiesa.







giovedì 29 ottobre 2026

La dottrina dei Novissimi e le feste dei defunti e di Ognissanti





di Cristina Siccardi, 28 ottobre 2026 

Ci apprestiamo a vivere due giorni importantissimi per la Chiesa cattolica: la festa di Ognissanti e il giorno dei nostri cari defunti. Come esiste una Comunione dei santi, canonizzati dalla Chiesa, esiste anche una Comunione di anime sante in Cielo, che partecipano della Gloria di Dio o che parteciperanno, poiché un numero di esse si trova in Purgatorio, ma sono già beate perché già destinate al Paradiso, dopo la purificazione che il giudizio di Dio permette per un dato periodo, che può essere accorciato dalle preghiere e dalle Sante Messe di suffragio, che rientrano in quel piano voluto da Nostro Signore, ossia, le anime in terra, attraverso le loro pratiche religiose, possono intercedere a favore delle anime del Purgatorio, viceversa, le anime sia del Purgatorio che del Paradiso possono intercedere a vantaggio di quelle in terra.

Al termine della vita si va incontro a degli stadi: la morte, il giudizio particolare (Cristo giudica l’anima), l’Inferno o il Paradiso. Questi sono i quattro Novissimi, che nell’escatologia cattolica sono le «cose ultime», in latino novissima. Nell’Antico Testamento, l’espressione latina novissima compare nell’Ecclesiastico: «In omnibus operibus tuis memorare novissima tua, et in æternum non peccabis» («In tutte le tue opere, ricorda il tuo fine ultimo, e non peccherai mai»).

Come molte altre cose della dottrina cattolica, dei Novissimi la stragrande maggioranza dei pastori non ne parlano più. Già Paolo VI, trattando dell’escatologia, denunciò l’8 settembre 1971 che quest’ultima «domina tutta la concezione della vita cristiana, della storia, del tempo, dei destini umani oltre la morte», tuttavia, «dei Novissimi pochi parlano e poco». Chi ne trattò fu Jospeh Ratzinger, fin dal suo primo corso di lezioni, nel 1957 a Friburgo e nel 1977 pubblicò Escatologia. Morte e vita eterna, che suscitò soprattutto in Germania un acceso dibattito. Ratzinger considerò questo testo la sua opera «più elaborata e accurata».

I novissimi sono un tema ormai rimosso dalla cultura cattoliberale, relativista, secolarizzata e nella predicazione non trova più spazio. Pare una beffa: la fede cristiana, basata sull’Incarnazione di Cristo, sulla Sua Morte e sulla Sua Resurrezione, nonché sulla Sua predicazione, incentrata proprio sulle conseguenze eterne a cui porta il peccato mortale, non sono più oggetto di interesse religioso. In verità, tutta la vita di fede è proiettata alla Salvezza del dopo esilio terreno… invece, la moderna religione cristiana si concentra sull’oggi, sull’immanente, sul qui ed ora.

Fino alla rivoluzione teologica del Novecento, nessuno si sognava di mettere in dubbio e in discussione i concetti di morte e di giudizio per ogni anima, nessuno fantasticava sulle realtà dell’Inferno o del Paradiso, perché tutto era fondato sulla predicazione di Gesù, sul Nuovo Testamento, sui Padri della Chiesa, sulla Tradizione del Magistero della Chiesa. Ma ad un certo punto, si è smesso di condannare gli errori teologici e sono state ascoltate e accolte le soggettive e suggestive interpretazioni di questo o quel teologo, che, seguendo le filosofie laiciste emerse dal XVIII secolo in poi e lasciandosi influenzare dalle idee protestanti, si sono arrogati il superbo diritto di dare la propria opinione, fino ad arrivare al dissolvimento delle colonne portanti che riguardano la vita futura. Quindi, la ferma dottrina delle cose ultime si è trasformata in teoria teologica da manipolare a proprio gusto e piacimento e «sotto l’influsso soprattutto del pensiero marxista, la speranza è divenuta politica» (G. M. Vian, Morte, giudizio, inferno e paradiso, le quattro (ultime) cose dimenticate, in “Domani”, 26 novembre 2023).

La predicazione nelle chiese, sempre più vuote, si è davvero politicizzata: molti parroci (il cui numero si assottiglia sempre più), sovente laureati in psicologia o sociologia, sono diventati dei politici con sempre meno seguito. La predicazione è cambiata, ma non per questo i Novissimi sono spariti. Prendiamo un esempio concreto: come l’aborto continua ad essere un omicidio, anche se la legge di uno Stato dichiara che è legittimo, così le quattro realtà indicate dai Novissimi continuano ad esistere.

L’insegnamento dei Padri della Chiesa sulle realtà ultime dell’uomo si è sviluppato attraverso la loro accurata riflessione, basata sulla tradizione orale degli Apostoli e sui Testi sacri, riflessione motivata dalla costruzione delle predicazioni e dalla loro determinata e perseverante lotta contro le eresie, alle quali bisognava dare risposte certe e sapienti, edificando in tal modo anche la teologia escatologica cattolica.

Sant’Agostino d’Ippona ha offerto uno degli studi più influenti dell’Occidente cristiano sui Novissimi, sviluppando il suo pensiero soprattutto nel De civitate Dei e nei suoi sermoni, dove si dice che l’essere umano è fatto per l’infinito e la beatitudine, in quanto «Dio stesso, dopo questa vita, è il nostro luogo». In questa prospettiva, la stessa presenza o assenza di Dio definisce la salvezza o la dannazione. Se in Paradiso c’è la perfetta armonia di beatitudine e pace, nell’Inferno c’è «pianto e stridore di denti» (dolore e rabbia), come lo descrisse Gesù e come riportato dagli evangelisti Matteo e Luca.

Il Padre e Dottore della Chiesa distingue il giudizio immediato dopo la morte dell’individuo e il Giudizio Universale alla fine dei tempi (trattato ampiamente nel libro XX del De civitate Dei contra Paganos). Giudice sarà Gesù Cristo e la sentenza separerà definitivamente i salvati dai dannati: il Pastore dividerà per sempre le pecore dai capri (Mt 25, 32-33). Sant’Agostino prende assolute distanze dalle tesi di Origene (che ipotizzava l’apocatastasi, ovvero la salvezza universale finale di tutte le creature, compreso il diavolo) e dalle concezioni dei neoplatonici, che vedevano le pene come purificatorie per chiunque. Per sant’Agostino chi muore in uno stato di aperta e impenitente ribellione a Dio si esclude eternamente dalla Sua Grazia. Inoltre, sostiene che per le anime dei credenti che muoiono con colpe lievi esiste la purificazione temporanea dopo la morte (Purgatorio) attraverso il fuoco della tribolazione e, a tal proposito, insiste molto sull’importanza del suffragio, del Santo Sacrificio della Messa, della carità della Chiesa e delle preghiere in favore dei defunti.

Torniamo, quindi, alla Comunione delle anime in terra, in Purgatorio e in Cielo, esse possono intercedere le une per le altre, richiamando l’Amore di Nostro Signore Gesù Cristo, che elargisce benedizioni, grazie, miracoli per tutti coloro che si amano in Lui.







Mons. Schneider: Vaticano complice dell'”invasione” migratoria e della scristianizzazione Europea.




Articolo pubblicato da LifeSiteNews. Il vescovo Athanasius Schneider ha avvertito che il Vaticano sta dando credibilità spirituale all’invasione islamista in Europa.




Antonino Cambria, 29 ottobre 2026

Durante un’intervista pubblicata sabato dopo il pellegrinaggio Summorum Pontificum del 2026, il vescovo Athanasius Schneider ha ribadito che la migrazione di massa dei musulmani in Europa è un’“invasione” e ha denunciato il sostegno del Vaticano alla “decristianizzazione” del continente.

Durante l’ intervista con Michael Matt di The Remnant, andata in onda il 24 ottobre, il vescovo Schneider ha parlato delle continue rivolte in Francia, Italia e in tutta Europa, che sarebbero il risultato di un’“invasione” islamista del continente e avrebbero lo scopo di spaventare e intimidire la popolazione cristiana.

Il vescovo ha sottolineato che non solo le “élite” europee sono complici nel permettere questa “invasione” e in definitiva la “decristianizzazione” dell’Europa, ma lo è anche il Vaticano, che conferisce credibilità spirituale a tale invasione.

Le rivolte servono come “intimidazione” nei confronti di cristiani ed europei

«Ma (le rivolte) sono in definitiva in parte un atto di complicità… di questo governo in Francia o… in altri paesi europei, semplicemente per spaventarci: noi europei, i cristiani, per farci tacere. Abbiamo paura, ‘se aprite bocca, vi bruceremo la casa, bruceremo le chiese’, come stanno facendo ora in Francia», ha detto a Matt.

«Stanno facendo un esercizio per noi; credo sia un metodo molto astuto, in parte tollerato anche da alcuni politici responsabili in Europa, semplicemente per minacciarci e spaventarci… una massiccia intimidazione contro i cattolici o i cristiani in Europa», ha aggiunto. «E questo possiamo riconoscerlo, e anche le persone di buona volontà, anche non cattoliche, che conservano ancora un certo senso di “sono europeo, sono francese o tedesco, (o) italiano”, dovrebbero unire tutte queste forze positive per resistere pacificamente a questa intimidazione e per emanare leggi più severe a tutela della popolazione europea e per limitare davvero la cosiddetta “immigrazione”, che non è immigrazione, è un’invasione».

Nelle ultime settimane, in Francia e in altri paesi europei si sono verificati disordini , attribuiti a un’“invasione” del terzo mondo.

Le immagini pubblicate sui social media da Tolosa la scorsa settimana mostravano un uomo mascherato non identificato, apparentemente di origine africana, in piedi sulla statua di bronzo situata in Place Jeanne d’Arc, dopo averle posto sulla testa un gilet giallo a mo’ di hijab e avervi sventolato la bandiera palestinese.

Un altro video proveniente da Parigi mostra un altro manifestante non identificato, presumibilmente straniero, acclamato dalla folla dopo essersi arrampicato sulla statua del santo patrono del paese in Place des Pyramides e avervi affisso degli adesivi politici.

Il Vaticano è complice della “scristianizzazione” dei migranti in Europa.

Interrogato da Matt sulla possibilità che il ripristino del “senso cattolico” da parte del Vaticano possa aiutare l’Europa a ritornare alla fede e a distruggere l’antico nemico dell’Islam, Sua Eccellenza ha sottolineato di sospettare che il Vaticano stia collaborando con le “élite politiche europee” per favorire questa invasione.

«Sospetto… che purtroppo i responsabili in Vaticano stiano semplicemente collaborando con le élite politiche europee la cui priorità principale è la cosiddetta “immigrazione” e chiedendo al Vaticano di “benedirla” in qualche modo, perché il Vaticano è una potenza spirituale e quindi hanno bisogno di sostegno spirituale, e ora ce l’hanno», ha affermato Schneider.

GUARDA: Il video del vescovo Schneider che denuncia l'”islamizzazione dell’Europa” diventa virale nel contesto della crisi migratoria spagnola.

Il vescovo ha aggiunto che, purtroppo, le potenze europee sono riuscite ad avvicinarsi alla Santa Sede e a distorcere le Sacre Scritture, come fa il diavolo, dicendo: “Oh, noi… vi ricordiamo l’amore per il prossimo, l’amore per i poveri. Questo è il Vangelo”.

«E, purtroppo, molte persone responsabili in Vaticano si lasciano ingannare o (stanno) in parte assecondando il processo di scristianizzazione dell’Europa», ha affermato. «Forse ci sono diversi fattori, ma in definitiva, purtroppo, la Santa Sede appoggia questo processo, che arrecherà un danno enorme alla presenza cristiana».

L’elogio dei migranti da parte di Papa Leone XIV


Infatti, Papa Leone XIV, seguendo le orme del suo predecessore, Papa Francesco, si è ripetutamente concentrato sui diritti dei migranti, ignorando in gran parte i pericoli delle migrazioni di massa verso l’Europa e nel resto del mondo.

Nel corso della sua visita in Spagna, avvenuta a giugno, il 267° pontefice ha elogiato l’immigrazione in Europa e ha sottolineato che la Chiesa non deve trattare l’accoglienza dei migranti come una questione morale secondaria.

«Anche la Chiesa deve lasciarsi interrogare. L’accoglienza dei migranti non può essere secondaria, né può essere delegata solo a pochi volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno», disse all’epoca.

Sebbene la dottrina sociale cattolica affermi che gli immigrati debbano essere trattati con dignità e rispetto, essa riconosce anche il diritto di ogni Paese di proteggere i propri confini. Nella ” Dottrina sociale cattolica sull’immigrazione e la circolazione dei popoli “, la Conferenza episcopale statunitense (USCCB) afferma chiaramente che gli Stati non hanno l’obbligo di accogliere chiunque desideri entrare nel proprio territorio.

In un’altra dichiarazione oltraggiosa dello scorso autunno, Leone ha erroneamente equiparato il “maltrattamento dei migranti” all’aborto, l’omicidio di bambini non ancora nati. Il Santo Padre ha fatto queste affermazioni lo scorso autunno mentre apparentemente difendeva la decisione del cardinale eterodosso Blase Cupich di conferire un premio alla carriera al senatore statunitense Dick Durbin, radicalmente favorevole all’aborto.

«Chi dice che sono contro l’aborto, ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti, non so se questo sia pro-vita», disse il pontefice all’epoca.

Altre dichiarazioni dei prelati contro l’immigrazione di massa in Europa

Nel corso degli anni, altri prelati hanno fatto eco alle critiche di Schneider sull’immigrazione di massa in Europa. Nel 2017, il cardinale Robert Sarah, in un intervento all’Università Cardinale Stefan Wyszyński in Polonia, ha denunciato le “forze esterne” che cercano di imporsi sulla Polonia e su altre nazioni europee senza integrarsi.

«In che modo è possibile privare la nazione del diritto di distinguere tra un rifugiato politico o religioso, costretto a fuggire dalla propria patria, e un migrante economico, che desidera cambiare residenza senza adattarsi, identificarsi e accettare la cultura del paese in cui andrà a vivere?» chiese Sarah.

Il cardinale guineano ha inoltre sottolineato l’importanza di ricostruire le nazioni che hanno sofferto a causa della guerra e di altre ingiustizie, senza sradicare le popolazioni di altri paesi, e ha criticato coloro che “sfruttano la parola di Dio” per giustificare la promozione del multiculturalismo.

«Ribadisco che dobbiamo lavorare insieme per ricostruire le nazioni che sono cadute vittime di guerre, corruzione e ingiustizie, ma questo non significa incoraggiare lo sradicamento dei popoli e la distruzione delle nazioni», ha affermato. «Alcuni strumentalizzano la Parola di Dio per giustificare la promozione del multiculturalismo e si avvalgono allegramente del pretesto dell’ospitalità per giustificare l’accoglienza degli immigrati».

https://www.lifesitenews.com/news/bishop-schneider-vatican-complicit-in-migrant-invasion-dechristianization/






mercoledì 28 ottobre 2026

«Ho visto il fuoco»: il frate di Padre Pio che raccontò il Purgatorio ora è venerabile



Fra Daniele Natale - pubblico dominio

Leone XIV ha dichiarato venerabile il figlio spirituale di Padre Pio che nel 1952, dato per morto, raccontò di essere passato per il giudizio di Dio. Una testimonianza per un'epoca che dell'aldilà non vuole sapere nulla.




Paola Belletti, 27 ottobre 2026 

Roma, clinica Regina Elena, 1952. Un fratello cappuccino di 33 anni, operato per un tumore alla milza, muore dopo tre giorni di coma, il medico firma il certificato e attorno al letto si prega per il defunto. Tre ore dopo il morto si scopre il lenzuolo e comincia a parlare. Era fra Daniele Natale (1919-1994), figlio spirituale di Padre Pio, che da sabato 24 ottobre la Chiesa chiama venerabile: papa Leone XIV ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sulle sue virtù eroiche. Il decreto riguarda come ha vissuto, non quello che ha visto, ma raccontare fra Daniele senza il suo Purgatorio è impossibile, perché per quarantadue anni lui stesso non ha fatto altro.

IL GIUDIZIO DI DIO

«Mi presentai dinanzi al trono di Dio», racconta nei ricordi raccolti da padre Remigio Fiore (Fra Daniele racconta…, Edizioni Frati Cappuccini, 2001), e la prima sorpresa è il volto di chi lo attende: «Vedevo Dio, ma non come giudice severo, bensì come Padre affettuoso e pieno di amore». La sentenza arriva senza tuoni, «fui condannato a due/tre ore di purgatorio», soprattutto per aver trattenuto qualche piccola somma delle offerte contro il voto di povertà. Spiccioli, roba da nota spese. Ma il tempo, di là, non si misura con l'orologio: pochi istanti gli paiono un'eternità, a un certo punto gli sembra di essere lì da trecento anni, e la pena peggiore non è il fuoco: «Quello che più fa soffrire nel purgatorio non è tanto il fuoco, pur tanto intenso, ma quel sentirsi lontani da Dio».

IL PURGATORIO E LA MEDIAZIONE DI MARIA

Per uscirne invoca la Madonna e il suo padre spirituale, che a Roma lo aveva mandato con una promessa, «Non temere, io sarò sempre con te», e chiede di poter finire il Purgatorio sulla terra. La Vergine, dice, «chinò il capo e mi sorrise». Al risveglio il medico che aveva firmato il certificato capitola: «Sì, adesso credo: credo in Dio, credo nella Chiesa, credo in Padre Pio…». La richiesta, del resto, fu presa alla lettera, perché il tumore tornò e dopo vennero la prostata, la colecisti, un aneurisma, la vescica, un grave incidente stradale. «Sorella mia, sono più di 40 anni che non ricordo cosa significhi star bene!», dirà alla sorella Felicetta. E a chi gli diceva di non credere al Purgatorio rispondeva: «Ho visto il fuoco!».

UNA SOLA ANIMA, UN SOLO CORPO, UNA SOLA VITA

Raccontata oggi, una storia così rischia di finire nello scaffale sbagliato, tra le esperienze di pre-morte e le medium che portano messaggi del caro estinto. Il nostro è un tempo che all'aldilà cattolico non crede più, ma non si rassegna al nulla e se ne confeziona uno su misura: già l'indagine europea sui valori pubblicata nel 2012 trovava un 17,1 per cento di cattolici praticanti convinti della reincarnazione. Il Catechismo, al n. 1013, non lascia margini: «non c'è "reincarnazione" dopo la morte». E fra Daniele non si dissolve in un'energia cosmica né rinasce in un altro corpo, resta sé stesso, torna nel suo, e nelle ore del Purgatorio va a chiedere a un confratello di pregare per lui, che ne sente la voce ma non lo vede: «Dove sei? Perché non ti vedo?». Fa, cioè, quello che la Chiesa ha sempre fatto con i suffragi per i defunti. Soprattutto, incontra Qualcuno che lo giudica.

GISUTIZIA E MISERICORDIA

È l'aspetto più scomodo, anche dentro la Chiesa, dove del giudizio si parla sempre meno. Eppure la storia del frate tiene insieme ciò che certa pastorale separa, un Padre pieno di amore e un giudizio che non lascia passare nemmeno gli spiccioli, perché, come il Catechismo ricorda con san Giovanni della Croce, «alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore». Benedetto XVI nella Spe salvi lo ha scritto con chiarezza, «la grazia non esclude la giustizia», e la fede nel giudizio è «innanzitutto e soprattutto speranza». Fra Daniele aveva chiesto di saldare il conto quaggiù, a rate. Gli fu concesso, e per quarantadue anni non ha mai chiesto uno sconto.

"TANTO E' IL BENE CHE MI ASPETTO"

Anche se Halloween e il suo merchandising dell'orrore hanno preso il sopravvento, questi sono i giorni dei cari defunti e di tutti i santi, due insiemi che chiediamo a Dio possano presto o tardi coincidere. Più che per i reset metabolici per tornare in forma, conviene cercare consigli sulla salute delle nostre anime, così strettamente intrecciate ai corpi. Non è tardi, e soprattutto non smette di essere vero: la questione della salvezza è la sola che ci riguardi dal primo all'ultimo istante di vita terrena. Ciò che facciamo nel tempo che ci è concesso avrà effetti per l'eternità; il figlio spirituale di Padre Pio ha avuto la grazia di crederlo e anche di sperimentarlo direttamente. E non ha avuto dubbi, meglio patire qualche acciacco sulla terra (alla faccia degli acciacchi) che passare solo un'ora lontano dall'amore di Dio.