mercoledì 28 ottobre 2026

«Ho visto il fuoco»: il frate di Padre Pio che raccontò il Purgatorio ora è venerabile



Fra Daniele Natale - pubblico dominio

Leone XIV ha dichiarato venerabile il figlio spirituale di Padre Pio che nel 1952, dato per morto, raccontò di essere passato per il giudizio di Dio. Una testimonianza per un'epoca che dell'aldilà non vuole sapere nulla.




Paola Belletti, 27 ottobre 2026 

Roma, clinica Regina Elena, 1952. Un fratello cappuccino di 33 anni, operato per un tumore alla milza, muore dopo tre giorni di coma, il medico firma il certificato e attorno al letto si prega per il defunto. Tre ore dopo il morto si scopre il lenzuolo e comincia a parlare. Era fra Daniele Natale (1919-1994), figlio spirituale di Padre Pio, che da sabato 24 ottobre la Chiesa chiama venerabile: papa Leone XIV ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sulle sue virtù eroiche. Il decreto riguarda come ha vissuto, non quello che ha visto, ma raccontare fra Daniele senza il suo Purgatorio è impossibile, perché per quarantadue anni lui stesso non ha fatto altro.

IL GIUDIZIO DI DIO

«Mi presentai dinanzi al trono di Dio», racconta nei ricordi raccolti da padre Remigio Fiore (Fra Daniele racconta…, Edizioni Frati Cappuccini, 2001), e la prima sorpresa è il volto di chi lo attende: «Vedevo Dio, ma non come giudice severo, bensì come Padre affettuoso e pieno di amore». La sentenza arriva senza tuoni, «fui condannato a due/tre ore di purgatorio», soprattutto per aver trattenuto qualche piccola somma delle offerte contro il voto di povertà. Spiccioli, roba da nota spese. Ma il tempo, di là, non si misura con l'orologio: pochi istanti gli paiono un'eternità, a un certo punto gli sembra di essere lì da trecento anni, e la pena peggiore non è il fuoco: «Quello che più fa soffrire nel purgatorio non è tanto il fuoco, pur tanto intenso, ma quel sentirsi lontani da Dio».

IL PURGATORIO E LA MEDIAZIONE DI MARIA

Per uscirne invoca la Madonna e il suo padre spirituale, che a Roma lo aveva mandato con una promessa, «Non temere, io sarò sempre con te», e chiede di poter finire il Purgatorio sulla terra. La Vergine, dice, «chinò il capo e mi sorrise». Al risveglio il medico che aveva firmato il certificato capitola: «Sì, adesso credo: credo in Dio, credo nella Chiesa, credo in Padre Pio…». La richiesta, del resto, fu presa alla lettera, perché il tumore tornò e dopo vennero la prostata, la colecisti, un aneurisma, la vescica, un grave incidente stradale. «Sorella mia, sono più di 40 anni che non ricordo cosa significhi star bene!», dirà alla sorella Felicetta. E a chi gli diceva di non credere al Purgatorio rispondeva: «Ho visto il fuoco!».

UNA SOLA ANIMA, UN SOLO CORPO, UNA SOLA VITA

Raccontata oggi, una storia così rischia di finire nello scaffale sbagliato, tra le esperienze di pre-morte e le medium che portano messaggi del caro estinto. Il nostro è un tempo che all'aldilà cattolico non crede più, ma non si rassegna al nulla e se ne confeziona uno su misura: già l'indagine europea sui valori pubblicata nel 2012 trovava un 17,1 per cento di cattolici praticanti convinti della reincarnazione. Il Catechismo, al n. 1013, non lascia margini: «non c'è "reincarnazione" dopo la morte». E fra Daniele non si dissolve in un'energia cosmica né rinasce in un altro corpo, resta sé stesso, torna nel suo, e nelle ore del Purgatorio va a chiedere a un confratello di pregare per lui, che ne sente la voce ma non lo vede: «Dove sei? Perché non ti vedo?». Fa, cioè, quello che la Chiesa ha sempre fatto con i suffragi per i defunti. Soprattutto, incontra Qualcuno che lo giudica.

GISUTIZIA E MISERICORDIA

È l'aspetto più scomodo, anche dentro la Chiesa, dove del giudizio si parla sempre meno. Eppure la storia del frate tiene insieme ciò che certa pastorale separa, un Padre pieno di amore e un giudizio che non lascia passare nemmeno gli spiccioli, perché, come il Catechismo ricorda con san Giovanni della Croce, «alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore». Benedetto XVI nella Spe salvi lo ha scritto con chiarezza, «la grazia non esclude la giustizia», e la fede nel giudizio è «innanzitutto e soprattutto speranza». Fra Daniele aveva chiesto di saldare il conto quaggiù, a rate. Gli fu concesso, e per quarantadue anni non ha mai chiesto uno sconto.

"TANTO E' IL BENE CHE MI ASPETTO"

Anche se Halloween e il suo merchandising dell'orrore hanno preso il sopravvento, questi sono i giorni dei cari defunti e di tutti i santi, due insiemi che chiediamo a Dio possano presto o tardi coincidere. Più che per i reset metabolici per tornare in forma, conviene cercare consigli sulla salute delle nostre anime, così strettamente intrecciate ai corpi. Non è tardi, e soprattutto non smette di essere vero: la questione della salvezza è la sola che ci riguardi dal primo all'ultimo istante di vita terrena. Ciò che facciamo nel tempo che ci è concesso avrà effetti per l'eternità; il figlio spirituale di Padre Pio ha avuto la grazia di crederlo e anche di sperimentarlo direttamente. E non ha avuto dubbi, meglio patire qualche acciacco sulla terra (alla faccia degli acciacchi) che passare solo un'ora lontano dall'amore di Dio.






Il Card. Cupich conferirà un premio al miliardario Michael Sacks


(immagine generata con IA di ChatGPT)

Articolo scritto da Steven Ertelt, pubblicato su Lifenews, nella traduzione non ufficiale curata da Sabino Paciolla.



Michael Sacks, donatore di Planned Parenthood e sostenitore del movimento LGBT



Steven Ertelt

Un importante cardinale cattolico è nuovamente sotto accusa per l’ennesima decisione di onorare un attivista radicale a favore dell’aborto.

Il cardinale Blase Cupich ha dovuto affrontare aspre critiche lo scorso anno per la sua decisione di onorare il senatore Dick Durbin, favorevole all’aborto, e quest’anno è oggetto di richieste affinché revochi un riconoscimento concesso a un miliardario di sinistra che finanzia l’organizzazione abortista Planned Parenthood. (qui, qui, qui, e qui,)

Cupich e il rettore dell’Università di Saint Mary of the Lake intendono conferire il premio «Nostra Aetate» dell’Arcidiocesi di Chicago all’imprenditore miliardario e finanziatore del Partito Democratico Michael Sacks in occasione di una raccolta fondi prevista per il 29 ottobre a sostegno della formazione dei futuri sacerdoti, suscitando le critiche dei sostenitori del movimento pro-vita che sottolineano il sostegno di Sacks alla più grande organizzazione abortista degli Stati Uniti.

Illinois Right to Life ha chiesto a Cupich e al rettore del seminario, padre John Kartje, di revocare il riconoscimento, previsto nell’ambito dell’evento annuale «Seminary Salutes Rerum Novarum». Il gruppo ha fatto riferimento ai registri della fondazione che riportano un versamento di 500.000 dollari dalla Sacks Family Foundation a Planned Parenthood dell’Illinois tra il 2020 e il 2022, oltre a un articolo di Crain’s Chicago Business del settembre 2026 che identifica un ulteriore contributo di 600.000 dollari da parte di Sacks a favore di un’iniziativa a sostegno dell’aborto di cui hanno beneficiato organizzazioni quali Planned Parenthood dell’Illinois e il Chicago Abortion Fund.

Tali donazioni consentono ai gruppi favorevoli all’aborto di uccidere bambini attraverso l’aborto e di agevolare gli aborti su donne provenienti da altri Stati, con la conseguenza di uccidere i loro figli non ancora nati.

«L’Arcidiocesi di Chicago non può proclamare in modo credibile la sacralità della vita umana mentre onora pubblicamente un uomo la cui ricchezza ha contribuito a sostenere chi pratica aborti e le organizzazioni che lavorano per espandere l’aborto a Chicago», ha affermato Mary Kate Zander, presidente di Illinois Right to Life. « Michael Sacks ha contribuito a reclutare J.B. Pritzker, la cui amministrazione ha fatto dell’aborto e delle questioni LGBTQ le proprie priorità fondamentali e le cui ambizioni di portare avanti tali cause a livello federale sono evidenti. Ora il cardinale Cupich intende onorare Sacks in occasione di un evento dedicato alla formazione dei futuri sacerdoti cattolici. I cattolici meritano una spiegazione per questa decisione».

Secondo il gruppo, i contributi ammontano complessivamente a circa 1,1 milioni di dollari in sostegno documentato e dichiarato a favore di cause pro-aborto dal 2020.

Sacks, presidente e amministratore delegato di GCM Grosvenor, ha inoltre promesso pubblicamente di continuare a sostenere Personal PAC, un’organizzazione dell’Illinois che opera per far eleggere candidati favorevoli all’aborto.

Un’inchiesta dell’ottobre 2026 condotta dal Chicago Sun-Times e da WBEZ ha rivelato che Sacks ha contribuito a convincere l’attivista pro-aborto J.B. Pritzker a candidarsi alla carica di governatore dell’Illinois.

Da allora Pritzker ha firmato una legge che legalizza l’aborto fino al momento del parto e obbliga i residenti dello Stato a finanziare gli aborti con le loro tasse. La stessa inchiesta ha riportato che Michael e Cari Sacks hanno versato circa 9,2 milioni di dollari a candidati e cause democratiche dell’Illinois in questo ciclo elettorale, inclusi quasi 1,2 milioni di dollari distribuiti tra 28 candidati di orientamento progressista per cariche statali e 1,25 milioni di dollari al Common Ground Collective IEC. Cari Sacks ha donato 50.000 dollari al Personal PAC. La maggior parte dei candidati democratici sostiene l’aborto su richiesta.

Il premio previsto arriva a meno di un anno da quando il cardinale Cupich ha dovuto affrontare critiche diffuse per aver inteso conferire un premio alla carriera al senatore statunitense Dick Durbin, da tempo sostenitore dell’aborto, in occasione di un’altra raccolta fondi dell’arcidiocesi.

Diversi vescovi, tra cui il vescovo di Springfield Thomas Paprocki, hanno espresso pubblicamente la loro opposizione, descrivendo l’onorificenza come fonte di scandalo, vista la storia di voti di Durbin contro le leggi a tutela della vita. Durbin alla fine ha rifiutato il premio a causa della polemica.

La Sacks si è recata a Roma nel 2016 con la delegazione di Emanuel in occasione delle cerimonie relative alla nomina di Cupich al Collegio cardinalizio e ha partecipato a una cena privata organizzata dal sindaco, alla quale era presente anche Cupich. Illinois Right to Life ha inoltre segnalato contatti pubblicamente documentati tra Cupich e Pritzker, comprese le comunicazioni pubblicate dal Chicago Sun-Times nel 2022.

Zander ha affermato che la controversia solleva interrogativi alla luce della dichiarazione del 2004 della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti “I cattolici nella vita politica”, secondo la quale le istituzioni cattoliche non dovrebbero conferire premi, onorificenze o piattaforme che possano suggerire un sostegno ad azioni contrarie ai principi morali fondamentali, ha dichiarato il gruppo.

Al 26 ottobre, l’Arcidiocesi di Chicago e l’Università di Saint Mary of the Lake non hanno risposto pubblicamente alla richiesta di revocare il premio. L’evento è previsto per giovedì presso la sede locale 134 dell’IBEW a Chicago.







Quei cardinali che hanno perso il latino




Ai vertici della Chiesa, una generazione di prelati rischia di non essere più in grado di leggere direttamente i testi che ne fondano la dottrina, il diritto e la liturgia. 

27 ottobre 2026




Lo si sospettava, oggi è una certezza in cifre: più del 65% degli attuali cardinali ha "perso il proprio latino", o più esattamente non l'ha mai imparato. La rivelazione è stata fatta dal vaticanista del quotidiano Il Tempo, Francesco Capozza, sulla sua pagina Facebook il 4 agosto 2026: «Le mie ricerche sono durate diversi mesi, ho consultato seminari, università, congregazioni, e quant’altro. Il risultato è imbarazzante: oltre il 65% dell’attuale Collegio Cardinalizio non conosce mezza parola di latino, non lo ha mai studiato, non lo ha mai compreso. È la gravissima eredità di Bergoglio, che ha dato alla Chiesa prìncipi in porpora ignoranti, senza arte né parte, ignari che il latino è la lingua ufficiale della Chiesa».

E aggiunge: «Questa gente, per lo più, non parla nemmeno inglese, ma esclusivamente il proprio idioma nazionale. Ignoranti, privi di competenze specifiche, senza alcuna base giuridica, teologica, liturgica. Questa è la Chiesa di oggi e, se Leone XIV non fa tabula rasa, sarà un dramma ancora peggiore degli ultimi dodici anni».

L'uso del latino non è una nostalgia romantica per un passato glorioso

Sul suo blog Philosophia perennis, il giornalista tedesco David Berger offre un commento illuminante, ripreso da InfoVaticana il 6 agosto: «Più dei due terzi dei cardinali padroneggiano a malapena il latino. Quella che a prima vista sembra solo un'osservazione marginale per i filologi classici potrebbe in realtà rivelare una delle crisi più profonde della Chiesa cattolica. Perché chi perde la lingua in cui la fede, la liturgia e il diritto canonico sono stati formulati per secoli finisce per perdere l'accesso diretto alla propria tradizione. […]

«Non si tratta affatto di una nostalgia romantica per un passato presumibilmente glorioso, né della preferenza di chi ama la liturgia classica. La questione è ben più fondamentale: una Chiesa può preservare la propria unità quando i suoi massimi rappresentanti non padroneggiano più la lingua in cui la sua teologia, il suo diritto canonico e i suoi insegnamenti sono stati formulati per secoli? […] Il latino non è mai stato una semplice reliquia storica per la Chiesa cattolica. È, a rigor di termini, la sua lingua ufficiale. Da quasi duemila anni, i testi legislativi pontifici, il diritto canonico e numerosi documenti magisteriali sono promulgati in latino, nella loro forma vincolante. E ciò a ragione: una lingua immutabile preserva la precisione dei concetti teologici meglio di qualsiasi lingua veicolare moderna. Le sue parole non sono soggette agli sconvolgimenti ideologici e sociali ai quali le lingue vive sono costantemente esposte. È proprio per questa ragione che il latino è particolarmente adatto a esprimere le verità con precisione e perennità».

David Berger fa questa triste constatazione: «In molti seminari, il latino occupa ormai solo un posto marginale. Molti candidati al sacerdozio scoprono questa lingua soltanto nei corsi introduttivi, senza mai acquisire la capacità di leggere i documenti ecclesiastici o i Padri della Chiesa nella loro lingua originale. Ne risulta non solo una lacuna nella formazione classica, ma soprattutto la scomparsa di un accesso diretto alle fonti della fede cattolica. Perché la teologia fiorisce grazie a concetti precisi. San Tommaso d'Aquino stesso sapeva che un lieve cambiamento di prospettiva può avere conseguenze profonde sulla comprensione di una dottrina. Concetti come la grazia, la persona, la sostanza, la natura o la carità possono essere tradotti solo approssimativamente nelle lingue moderne. Ogni traduzione comporta necessariamente un'interpretazione. Per questo la Chiesa ha sempre redatto i suoi testi sacri in una lingua il cui significato resta stabile attraverso i secoli».

L'enciclica Magnifica humanitas [vedi] non è stata redatta in latino E rileva: «L'attualità di questo problema è apparsa chiaramente con la prima enciclica di Papa Leone XIV. Per la prima volta, un documento magisteriale di tale importanza non veniva pubblicato a partire da un testo latino originale, ma compariva direttamente in diverse versioni nelle lingue moderne. Se questo può sembrare pratico, solleva tuttavia questioni considerevoli. Poco dopo la sua pubblicazione, sono sorti dibattiti attorno a concetti centrali, per esempio quando si parla di "umanità". Di che cosa si tratta esattamente? Della specie biologica? Della famiglia umana? Dell'umanità intera? O della natura umana comune su cui si fonda il diritto naturale? Le diverse versioni linguistiche suggeriscono interpretazioni diverse. Un testo latino originale autorevole avrebbe fornito, per lo meno, un punto di riferimento ermeneutico privo di equivoci. Proprio nel momento in cui i concetti antropologici fondamentali sono sempre più messi in discussione dalle ideologie di genere, dal transumanesimo e dai progressi tecnologici, la precisione concettuale non è una questione accademica secondaria. È essenziale per comprendere le dichiarazioni della Chiesa e le loro conseguenze».

David Berger conclude giudiziosamente: «In questa prospettiva, le parole di Capozza suonano come un avvertimento. Una Chiesa i cui massimi dignitari non padroneggiano più la propria lingua ufficiale perde uno strumento essenziale per la sua comprensione teologica. Diventa più dipendente dalle traduzioni, dalle sfere linguistiche nazionali, dalle diverse scuole teologiche e, in definitiva, dalle correnti dominanti di ogni epoca. Ora, il latino incarna proprio una libertà oggi spesso trascurata. A differenza dell'inglese, non è la lingua di una potenza politica o economica mondiale. Non appartiene a nessun popolo in particolare. Un vescovo africano, asiatico, americano o europeo incontra un altro vescovo su uno stesso terreno linguistico. Per questo il latino non è mai stato l'espressione di una superiorità culturale, ma il vero e proprio legame di una Chiesa universale».

E avverte: «Chi perde il linguaggio della Chiesa perde ben più di un vocabolario e di una grammatica: perde l'accesso diretto a un tesoro spirituale che ha plasmato il pensiero occidentale per quasi due millenni. E una Chiesa che conosce le proprie fonti solo di seconda mano rischia un giorno di non essere più in grado di far sentire la propria, inimitabile voce».

17 ottobre 2026




Fonte



I «barbari eleganti», ovvero la medicalizzazione della morte


(immagine generata con IA di ChatGPT)





di John Grondelski, 28 ottobre 2026

Tre eventi si sono recentemente intrecciati: l’annullamento del processo a Lindsay Clancy per l’omicidio dei suoi tre figli; il tentativo fallito del Tennessee di giustiziare Christa Pike; e un libro che sto leggendo, Unravelling MAiD in Canada. Hanno un filo conduttore: la medicalizzazione della morte.

Lo strangolamento dei figli da parte di Lindsay Clancy è stato attribuito a una condizione medica: la psicosi post-partum. Il ricovero in ospedale di Christa Pike per «salvarle la vita» ha fatto seguito a un tentativo quasi medicalizzato di giustiziarla tramite iniezione letale. E il libro di Coelho et al. reca il significativo sottotitolo: «Eutanasia e suicidio assistito come cure mediche».

La medicina conferisce una parvenza di rispettabilità, anzi, di autorità, a molte cose. Nel pieno della pandemia di coronavirus, siamo stati esortati a «credere nella scienza!» (Non pensavo che la scienza richiedesse un atto di fede.) Quando i medici tedeschi parlavano del valore «scientifico» di «eliminare» Lebensunwertes Leben (vita indegna di essere vissuta), improvvisamente la cosa veniva liquidata con un «nah ja». I camici bianchi possono rendere accettabile ciò che le camicie brune non riescono a far passare. È per questo che il filosofo polacco contemporaneo Zbigniew Stawrowski parla di «barbari eleganti»: perché la barbarie contemporanea si presenta in completi eleganti e camici medici, che sembrano improvvisamente attenuare la barbarie. E non è nemmeno una novità.

Ottant’anni fa, i medici tedeschi utilizzavano i campi di concentramento come laboratori di sperimentazione medica surrogati, sia che si trattasse di osservare la velocità letale dello Zyklon B nelle camere a gas, sia che si trattasse di esperimenti con acqua fredda su sacerdoti polacchi nudi e prigionieri di guerra russi nel pieno dell’inverno bavarese.

Il teologo morale battista Andrew Walker ha colto quella confusione simbolica quando ha criticato il modo in cui il Tennessee (e, per estensione, altri 26 stati) esegue le esecuzioni. «Quando lo Stato uccide, il modo in cui lo fa non dovrebbe assomigliare a una procedura ambulatoriale. Qui sta l’ironia: più lo Stato cerca di medicalizzare l’uccisione, più rischia esecuzioni fallite e inefficienti, e più oscura il pieno peso di ciò che l’ira punitiva è destinata a compiere e a significare».

(Naturalmente, secondo l’attuale dottrina cattolica, l’«ira punitiva» non rientra tra gli scopi legittimi della pena capitale.) Ha ragione: la «reazione viscerale» che la pena capitale dovrebbe suscitare dovrebbe rispecchiare la reazione viscerale che si prova nel togliere la vita a una persona innocente. “Sanificare la pena capitale cancella l’effetto deterrente che dovrebbe evocare. … [L]o Stato impugna la spada, non una siringa.”, Qualunque sia la propria opinione sulla pena capitale — e io condivido la dottrina cattolica — commettiamo un errore facendola apparire «terapeutica».

Le procedure mediche dovrebbero curare, non nuocere: primum non nocere è uno dei principi fondamentali dell’etica medica. È per questo che sono i tecnici penitenziari, e non i medici, a somministrare le iniezioni letali. La comunità medica riconosce la dissonanza insita nel togliere la vita.

Ma prima di elogiare i medici, esaminiamo un altro punto cieco: il paradosso nel sottotitolo di Coelho. Come possono pratiche volte a provocare la morte del paziente costituire «assistenza medica»?

Scrivendo dell’espansione dell’eutanasia in Canada (perché di questo si tratta: la maggior parte delle morti avviene per mano dei medici che le provocano), gli autori esplorano come sia nato il termine tecnico preferito: MAID (Medical Assistance in Dying, Assistenza medica alla morte).

I sostenitori dell’eutanasia si resero conto che la parola «eutanasia» era diventata peggiorativa in molti ambienti, sia per i suoi antecedenti nazisti sia per la sua storia più recente in Belgio e nei Paesi Bassi, dove non era vista di buon occhio. «Assistenza medica alla morte» era sufficientemente ambigua da poter essere persino confusa con le cure palliative: chi potrebbe opporsi, ad esempio, alla gestione del dolore?

Nacque così un nuovo acronimo che confermava quanto osservato decenni fa dal giornalista Paul Greenberg: «il verbicidio precede l’omicidio».

Anche il primo tentativo di legalizzare l’eutanasia in Canada — in Québec — si avvalse della terminologia medica per consentire alla provincia di far passare indenne tale pratica. Il Codice penale canadese definiva chiaramente l’aver causato la morte di un’altra persona come omicidio, mentre agevolare il suicidio di un’altra persona rendeva chi lo faceva complice. Il diritto penale in Canada è di esclusiva competenza federale. L’unico modo per il Québec di aggirare tale limite era riclassificare l’uccisione come atto medico, poiché la medicina era di competenza provinciale. Ora, con la federalizzazione del MAID, il Canada si trova nella situazione paradossale di un paese che criminalizza l’assistenza al suicidio – salvo che alcuni suicidi, opportunamente ridefiniti come «medicamente assistiti», sono anche «diritti» costituzionali.

Il fenomeno della “sanitizzazione” attraverso la medicalizzazione è diffuso su tutta la linea. L’incapacità di affrontare il problema delle sostanze che creano dipendenza porta a individuare gli “usi medici” della marijuana, cosicché il suo crescente consumo viene approvato purché gli Stati ne consentano la vendita (e riscuotano la loro quota di tasse) nei “dispensari”. Che questa terminologia sia volutamente ingannevole è evidente dal trattamento ambivalente riservato alle sostanze che creano dipendenza: quale Stato venderà nicotina nei “dispensari”?

L’esempio più lampante di questo fenomeno si trova nell’ambito della procreazione e della maternità. Qualcosa di perfettamente naturale e normale viene considerato patologico, da risolvere con «la pillola», mentre i problemi legati alla responsabilità sessuale, alla povertà e alla cura dei figli vengono ritenuti risolvibili con una «procedura» o — oggi — più comunemente con un’altra pillola.

In un certo senso, questa medicalizzazione è un maldestro tentativo di aggirare la dottrina del peccato originale. La natura decaduta dell’uomo, che cede al male per debolezza fisica o per arroganza spirituale, può essere liquidata come una «malattia», sebbene sia una malattia per la quale i moderni esitano a ricorrere al Medico Divino. La fragilità umana diventa allora o qualcosa che va oltre la mia capacità di risolvere oppure, paradossalmente, una situazione in cui la mia volontà onnipotente afferma un’autonomia al di là del bene e del male (almeno secondo la definizione cristiana tradizionale). «Non riuscivo a gestire i miei figli — e ho la possibilità di scegliere di non doverlo fare.»

Il problema è che la pan-medicalizzazione della vita umana si fonda su una diagnosi errata. Non tutti i problemi umani sfuggono al mio controllo, né possono essere risolti tutti con una pillola magica. Le virtù non si ottengono con un’iniezione.




(L’articolo che il prof. John M. Grondelski ha inviato dagli Stati Uniti al blog è apparso in precedenza su Crisis Magazine. La traduzione è a cura di Sabino Paciolla)







martedì 27 ottobre 2026

«Uno scandalo senza precedenti»: mons. Schneider sull’esclusione dei pellegrini da San Pietro





Intervista a mons. Schneider




di Sabino Paciolla 25 ott 2026

Ieri, nel cuore della cristianità, nella basilica dove riposano le spoglie del primo apostolo, san Pietro, si è consumato un grande, incomprensibile, vergognoso e irrazionale scandalo: ai fedeli della Messa tradizionale, la cosiddetta Messa in latino, è stato vietato di entrare in processione nella Basilica di San Pietro.

Nonostante questo oltraggio alla fede e al popolo di Dio — un popolo fedele alla Chiesa e al Papa — mons. Schneider, che ha celebrato la Messa per questi fedeli nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, si è mostrato seraficamente sereno nel rispondere alle domande del giornalista Michael J. Matt di The Remnant su questo deprecabile episodio e su altri temi. La sua serenità nasce da una profonda fede in Dio, che dona pace anche nei tornanti più difficili e dolorosi della vita.

Di seguito, la sintesi dell’intervista, da me tradotta.

Il pellegrinaggio e la presenza dei fedeli

Michael J. Matt apre l’intervista chiedendo al vescovo Athanasius Schneider come stia, dopo i giorni intensi trascorsi a Roma. Schneider risponde che, con l’aiuto di Dio, riesce ancora a sostenere la fatica. Aggiunge che lo ha molto incoraggiato vedere i pellegrini giunti da varie parti del mondo per il pellegrinaggio Summorum Pontificum. Sottolinea soprattutto la presenza di giovani, bambini e famiglie, persone che amano la fede e la liturgia tradizionale.

Per Schneider, quel gruppo di fedeli offriva una sorta di immagine in piccolo della cristianità contemporanea: persone provenienti da Paesi diversi, appartenenti a comunità cattoliche che nel mondo sono ormai minoritarie, ma unite dalla fede. La loro partecipazione gli è sembrata un segno di speranza e un motivo di incoraggiamento.

Matt osserva che, nonostante le difficoltà incontrate, i pellegrini non hanno reagito con rabbia, come ha detto Schneider nella sua omelia in Santa Maria Maggiore. Schneider concorda e considera questo atteggiamento un segno di autenticità cattolica.

«Esattamente, è stato un buon [esempio] di spirito cattolico. Questo è un segno di autenticità di essere cattolici quando si viene puniti dal proprio padre, in qualche modo, e non si è arrabbiati o si è rancorosi verso di lui. La risposta è stata oggi un intensificare ancor di più la preghiera per il papa (…) e per questo il papa dovrebbe essere grato. Questa è la dimostrazione che questi figli amano la messa tradizionale e non vogliono coivolgersi in dibattiti e polemiche che sono di per sé problemi ecclesiali».

A suo avviso, il loro comportamento mostra che si può provare sofferenza per una decisione ecclesiastica senza trasformare quella sofferenza in amarezza o ostilità verso il Pontefice.

L’auspicio di un incontro con il Papa

Da questa osservazione Schneider passa a un desiderio concreto: che il Papa possa conoscere personalmente i partecipanti al pellegrinaggio. A suo giudizio, il Pontefice dovrebbe ricevere queste famiglie e questi fedeli come figli della Chiesa e mostrare loro di essere anche il loro padre. Auspica, magari per il prossimo anno che possa concedere un’udienza agli organizzatori e ai pellegrini e, magari, rivolgere loro un messaggio di accoglienza in occasione di una futura edizione del pellegrinaggio.

Dice mons. Schneider:

«…in modo che possa persino dare loro un messaggio, un paterno messaggio di accoglienza.»

Schneider insiste sul significato pastorale di un simile gesto. Non lo presenta come un semplice atto formale: lo descrive come una manifestazione di vicinanza, capace di far capire ai cattolici legati alla Messa tradizionale che non sono esclusi dalla comunità ecclesiale.

«Questo sarebbe un vero e necessario segno da parte del Santo Padre, un paterno e pastorale segno verso i suoi figli che amano il Papa, la messa e la tradizione»

In questo quadro richiama il motto cum Petro et sub Petro, cioè essere con Pietro e sotto Pietro, per indicare che i pellegrini, secondo lui, desiderano restare nella comunione con il Papa e con la Chiesa.

Matt domanda poi se la decisione di impedire ai pellegrini di entrare nella Basilica di San Pietro possa essere stata presa direttamente da papa Leone XIV o se sia stata invece il risultato dell’azione degli uffici vaticani, visto che il Papa è stato in ospedale e quindi non ha potuto occuparsi di tutto. Schneider risponde che, per quanto ne sa, non ritiene che sia stato il Papa a fermare il pellegrinaggio. La sua impressione è che la decisione sia stata presa dall’apparato vaticano. Precisa però che il Papa potrebbe chiarire personalmente la situazione e, soprattutto, manifestare la volontà di accogliere quei fedeli.

L’intervistatore fa presente che la vicenda rischia di essere attribuita al Papa, anche perché altre realtà religiose o gruppi sono stati accolti in Vaticano o nella Basilica di San Pietro. Ricorda, a questo proposito, la presenza di rappresentanti di altre confessioni e religioni, come ad esempio la vescova di Canterbury Sarah Mullally (vedi qui, qui e qui), i musulmani, e il pellegrinaggio di persone LGBT durante l’anno giubilare (vedi qui e qui). Matt osserva che, se papa Leone non avesse voluto escludere i cattolici tradizionali, potrebbe avere interesse a chiarirlo pubblicamente perché si tratta di uno scandalo.

La mancata ammissione a San Pietro come «scandalo»

Schneider definisce l’accaduto uno «scandalo» e lo considera un fatto senza precedenti. Insiste sul fatto che i pellegrini erano cattolici in regola, giunti a Roma da molti Paesi, spesso con bambini e ragazzi, e che avevano affrontato un viaggio molto faticoso per partecipare al pellegrinaggio, cantare, pregare… Non chiedevano, afferma, di contestare il Papa o di provocare una disputa: volevano recarsi nella Basilica di San Pietro, pregare per il Pontefice e professare la fede recitando il Credo.

«Questo è uno scandalo che passerà alla storia, come uno scandalo di cui nessuno ha mai sentito parlare».

Secondo Schneider, impedire loro persino di entrare come gruppo nella basilica è stato un atto di particolare durezza pastorale.

«[…] di una crudeltà inaudita, una pastorale crudeltà.”

Lo giudica ancora più contraddittorio perché, nello stesso periodo, nella Chiesa si fa largo uso di parole come «sinodalità» e «inclusione di tutti». A suo parere, la distanza tra questi richiami e il trattamento riservato ai pellegrini è difficile da conciliare.

Nel suo ragionamento, Schneider non separa l’episodio dalla condizione dei cattolici legati alla liturgia tradizionale. Sostiene che, da anni, questi fedeli vengono trattati come se fossero pericolosi o estranei, quasi fossero dei «lebbrosi». A suo giudizio, vengono penalizzati per il solo fatto di amare una forma liturgica che è stata celebrata per secoli nella Chiesa e che appartiene alla memoria spirituale di molti santi e fedeli.

«E questo è l’unico gruppo che ama la messa come quasi tutti i papi nell’ultimo millennio fecero nei santi e i loro avi e solo per questa ragione è stato loro vietato, sentendosi come lebbrosi pericolosi.»

Aggiunge che la Chiesa non dovrebbe far sentire a una parte dei suoi figli di non essere più davvero figli. La definisce una madre e afferma che una madre non dovrebbe chiudere la porta a quei figli che le restano fedeli.

«Penso che un tale scandalo debba essere affrontato senza fare polemiche ma anche per fare giustizia perché la Chiesa deve essere giusta. La Chiesa deve essere madre.»

Per questo, secondo Schneider, l’episodio non riguarda soltanto l’organizzazione di un pellegrinaggio: mette in questione il modo in cui la Chiesa tratta persone che desiderano vivere la fede cattolica attraverso la liturgia tradizionale.

La Provvidenza e il pellegrinaggio a Santa Maria Maggiore

Schneider introduce poi una lettura spirituale della vicenda. Dice che la Provvidenza può trarre un bene anche da qualcosa di doloroso o negativo.

«E come fa la Divina Provvidenza, trae da ciò che è negativo o doloroso un bene più grande. Ed io credo che la Divina Provvidenza ha fatto ciò in questo anno».

Poiché, in questa occasione, la «casa del Padre» — la Basilica di San Pietro — era rimasta chiusa ai pellegrini, questi si sono recati alla «casa della Madre», cioè alla Basilica di Santa Maria Maggiore.

L’immagine è quella di figli che, di fronte a una porta chiusa, si rivolgono alla madre per chiedere aiuto. Schneider descrive i fedeli come persone che si sono recate davanti alla Madonna per pregare e domandare la pace liturgica, esprimendo il desiderio che l’anno successivo possano essere riammessi a San Pietro. Ricorda che nella basilica di Santa Maria Maggiore è venerata Maria come Regina della Pace e manifesta la speranza che, attraverso la sua intercessione, si riaprano le porte della Basilica Vaticana.

La sofferenza dei pellegrini, in questa prospettiva, non dovrebbe sfociare in una rottura con la Chiesa, ma diventare una preghiera filiale e un’intercessione per il Papa. Schneider la presenta come una forma di amore verso la Chiesa, anche quando alcuni suoi rappresentanti, secondo il suo giudizio, agiscono in modo ingiusto.

Traditionis custodes e le restrizioni alla liturgia tradizionale

Più avanti, Matt chiede a Schneider se l’esclusione dei pellegrini possa rafforzare la convinzione di chi ritiene che non ci si possa fidare del Vaticano. La domanda è collegata anche alle scelte della Fraternità San Pio X e alle consacrazioni episcopali senza mandato papale: alcune persone, osserva Matt, potrebbero interpretare l’accaduto come una conferma delle ragioni per cui la Fraternità non si fidava della Santa Sede.

Schneider risponde spostando la questione sulle restrizioni alla Messa tradizionale. Richiama il motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco, che, nella sua ricostruzione, ha limitato drasticamente la celebrazione della liturgia tradizionale in tutto il mondo e ha abrogato le disposizioni precedenti di papa Benedetto XVI. Secondo Schneider, il documento manifesterebbe l’intenzione di ricondurre gradualmente i fedeli legati alla Messa antica al rito nuovo, con l’obiettivo finale che la liturgia tradizionale muoia e scompaia.

Schneider collega però la vicenda del pellegrinaggio a una più ampia ostilità verso la tradizione liturgica romana. Descrive l’esclusione da San Pietro come un punto culminante di un processo di restrizione e di emarginazione, e come un segnale di intolleranza verso una forma di liturgia che, secondo lui, appartiene alla tradizione della Chiesa.

«…impedire di entrare nella basilica di San Pietro come gruppo è di una intolleranza inaudita al tempo della tolleranza della sinodalità. […] Questo passerà alla storia come persino un segno di disprezzo senza precedenti verso ciò che è tradizione nella Chiesa».

Per illustrare il fatto che le crisi, abusi ed eresie ecclesiali possono attraversare fasi molto gravi, Schneider richiama alcuni periodi difficili della storia della Chiesa, tra cui la crisi ariana e i momenti di grave debolezza del papato nel X secolo, Avignone, ecc. Il suo intento, nella conversazione, è sostenere che le crisi non significano che la Chiesa sia abbandonata da Dio: anche quando la situazione appare oscura, la Chiesa resta nelle mani di Dio e la Provvidenza può intervenire. Ed è quello che è avvenuto in questo momento.

Le proteste in Europa e l’immigrazione musulmana

Nella parte successiva l’intervista cambia argomento. Matt racconta un ricordo della propria infanzia: un sacerdote trappista, negli anni Settanta, gli avrebbe parlato di future prove per la cristianità e della crescita dell’Islam in Europa. L’intervistatore osserva che mentre si era nella basilica di Santa Maria Maggiore, all’esterno vi erano le forze dell’ordine proprio per questi disordini. L’intervistatore collega quel ricordo ai disordini e alle proteste in Francia e in altri Paesi europei, chiedendo a Schneider come interpreti la situazione e se ritenga che il cristianesimo possa contribuire a fermare quella che descrive come una crisi.

Schneider afferma che i disordini in Francia manifestano, a suo giudizio, quanto sia avanzato il processo di «islamizzazione» dell’Europa. Sostiene che le élite politiche europee abbiano orchestrato strategicamente per decenni l’immigrazione, prevalentemente musulmana, attraverso decisioni e politiche che, secondo lui, hanno contribuito alla crescita delle comunità islamiche in vari Paesi, tra cui la Francia e la Germania.

Nel corso del suo intervento, Schneider formula affermazioni molto dure sulle responsabilità dei governi europei. Ritiene che le autorità politiche siano almeno in parte complici o tolleranti rispetto ai disordini e che alcuni episodi di violenza possano servire a intimidire gli europei e i cristiani, inducendoli a non esprimere più le proprie preoccupazioni. Richiama anche gli incendi di chiese in Francia come segno di una pressione che, secondo lui, mira a spaventare la popolazione cristiana.

«….la cosiddetta immigrazione, che non è immigrazione ma invasione.»

L’intervistatore chiede inoltre se il Vaticano condivida questa lettura e se un rinnovamento del senso cattolico in Europa possa aiutare i Paesi a difendersi. Schneider risponde di sospettare che alcuni responsabili vaticani collaborino con le élite politiche europee nel sostenere le politiche migratorie. Afferma che le autorità politiche chiederebbero alla Santa Sede un sostegno spirituale e che, per ottenere tale sostegno, richiamerebbero il Vangelo, la carità verso il prossimo e l’attenzione ai poveri.

Schneider ritiene che questi richiami possano essere usati in modo strumentale e che alcuni responsabili ecclesiastici si lascino ingannare o finiscano per sostenere il processo di decristianizzazione dell’Europa. Secondo la sua opinione, la Santa Sede non può determinare, anche se lo volesse, le politiche dei governi, ma dovrebbe almeno invitarli a essere più rigorosi e selettivi, considerando gli effetti delle loro scelte sull’identità cristiana europea.

Come si può vedere, il discorso di Schneider non si limita alla questione politica dell’immigrazione: egli collega le trasformazioni sociali alla responsabilità evangelizzatrice della Chiesa.

Il compito di evangelizzare

Schneider afferma che i cristiani dovrebbero evangelizzare i non cristiani, dovrebbero rivolgersi ai musulmani con amore e senza ricorrere alla forza, presentando loro Gesù Cristo come l’unica via di salvezza. Considera questo il compito fondamentale della Chiesa nei Paesi europei in cui è presente una consistente popolazione musulmana.

In questo senso, Schneider pensa che la Santa Sede stia commettendo una seria omissione nel non evengalizzare questi popoli non cristiani.

Critica quei vescovi che, a suo giudizio, descrivono l’Islam come una religione che la Chiesa dovrebbe semplicemente accogliere o promuovere perché i musulmani credono in un solo Dio. Menziona anche le proposte di presentare il Corano in contesti ecclesiali (si veda l’articolo che abbiamo pubblicato oggi). Schneider giudica queste posizioni incompatibili con il mandato di Cristo di annunciare il Vangelo a tutte le nazioni.

«stanno negando nei fatti o tradendo il divino comenado di Gesù Cristo di evangelizzare tutte le nazioni».

Per spiegare il suo punto, afferma che Gesù non avrebbe dato ai discepoli il comando di predicare il Vangelo a tutti i popoli con eccezioni degli ebrei e dei futuri musulmani.


«questi esponenti della gerarchia devono rispondere molto gravemente davanti al giudizio di Dio di questo tradimento dello Spirito».

Perciò, secondo Schneider, la Chiesa non deve rinunciare all’evangelizzazione né trattare le diverse religioni come se l’annuncio cristiano non avesse più una missione specifica. Nella sua prospettiva, annunciare Cristo ai musulmani non significa agire con ostilità, ma proporre con amore ciò che la Chiesa riconosce come verità e via di salvezza.

Restare nella Chiesa e mantenere la speranza

Nella conclusione, Matt chiede a Schneider di rivolgere un messaggio a chi, davanti alle difficoltà della Chiesa e al trattamento dei cattolici tradizionali, a questa persecuzione, prova scoraggiamento o è tentato di allontanarsi. L’intervistatore cita chi dice di non voler più riconoscere papa Leone o di non sentirsi più accolto dalla Chiesa, e chiede al vescovo di parlare dell’importanza di attraversare la crisi restando nella comunione ecclesiale.

Dice mons. Schneider:
.
«siamo marginalizzati e posti nelle periferie nonostante l’amore di Papa Francesco per le periferie»

Egli considera l’abbandono della Chiesa una reazione di rabbia umana e priva di una prospettiva soprannaturale. Invita invece a guardare agli avvenimenti alla luce dell’eternità, della presenza di Dio e di Gesù Cristo. Richiama il passo biblico secondo cui, dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia, e invita i fedeli a credere che Dio possa far crescere le grazie anche in mezzo alle difficoltà.

Riprende poi l’immagine della Chiesa come madre. Quando una madre attraversa una crisi o si trova in difficoltà, dice, i figli non dovrebbero abbandonare la casa: dovrebbero restare, pregare e fare ciò che possono per aiutarla. Schneider applica questa immagine anche al papato e alla Chiesa di Roma: invita a pregare e a offrire sacrifici finché Dio non intervenga e non plachi la tempesta.

Esorta quindi a rinnovare l’amore per la Chiesa cattolica romana, per il papato e per papa Leone XIV, ricordando però che i Papi sono figure temporanee e che il centro della fede non è un singolo Pontefice, ma Gesù Cristo. Cristo, afferma, è presente nella Chiesa anche quando sembra nascosto o silenzioso, come se dormisse nella barca durante la tempesta. La conclusione dell’intervista è dunque un invito a rimanere uniti a Cristo, continuare a pregare e non perdere la speranza nel futuro della Chiesa.



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Di seguito riporo sinteticamente le tappe che hanno portato a questo episodio. Per farlo uso quanto scritto dal giornalista Michael Haynes in un post su X:

In rete circolano alcune teorie sul pellegrinaggio per la Messa in latino, diffuse da persone che non hanno nulla a che fare con l’evento.

Ecco alcuni chiarimenti:

gli organizzatori hanno chiesto l’autorizzazione per la Messa in Vaticano tramite una lettera consegnata direttamente a Papa Leone dal vescovo Schneider nel mese di dicembre. Il pellegrinaggio giunge alla sua quindicesima edizione e si tiene sempre nella stessa data.

Gli organizzatori non hanno ricevuto alcuna risposta riguardo alla Messa fino ad agosto, quando la Segreteria di Stato ha risposto comunicando che non era possibile celebrare la Messa in Vaticano. Gli organizzatori del pellegrinaggio hanno quindi annunciato pubblicamente che non si sarebbe tenuta alcuna Messa in Vaticano.

I pellegrini avrebbero invece sfilato in processione verso il Vaticano alle 13:00 di sabato, per poi recarsi a Santa Maria Maggiore per una Messa alle 15:00. L’autorizzazione per la processione verso il Vaticano è stata concessa nell’aprile 2026.

Qualche settimana dopo, a settembre, San Pietro ha annunciato un evento che si sarebbe tenuto alle 15:30 presso l’Altare della Cattedra (utilizzato dal pellegrinaggio lo scorso anno per la Messa).

Poi questa settimana – proprio ieri, mi è stato detto – gli organizzatori hanno ricevuto un’altra lettera dalla Segreteria di Stato che li informava che non avrebbero potuto nemmeno entrare in processione in Vaticano come previsto, e come autorizzato fin da aprile. Gli eventi nella Basilica non sono di competenza della Segreteria di Stato, ma dell’Arciprete e della Fabbrica di San Pietro: ecco perché il coinvolgimento della Segreteria di Stato risulta così strano.

Sabato, i pellegrini hanno percorso le strade fino all’obelisco in Piazza San Pietro – scortati dalla Polizia di Stato italiana – dove sono stati fermati dal Vaticano, poiché quello era il limite della giurisdizione della Polizia di Stato italiana.

Successivamente è stato comunicato loro che le modalità di utilizzo di Santa Maria Maggiore erano cambiate: potevano rimanere all’interno solo per un’ora. Ciò significava che la Messa solenne pontificia, pianificata e autorizzata, avrebbe dovuto essere celebrata in forma ridotta.

Inoltre, Santa Maria Maggiore ha informato i pellegrini che non era consentito scattare foto ufficiali.



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Intanto, il 20 ottobre scorso, nella Basilica di San Pietro si è svolta l’iniziativa “Lectio Petri – Cantico dei cantici“, nella quale è stato ospite Gianni Morandi. Nella serata il cantante ha accennato alla chitarra alcuni suoi successi, tra cui In ginocchio da te e Un mondo d’amore. L’iniziativa si è svolta sotto la Gloria del Bernini, alla presenza del card. Gianfranco Ravasi.



Fonte

Il documento “Venite ad me”, la Chiesa e il mondo. Opportunità e rischi





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by Aldo Maria Valli




di Vincenzo Rizza, 27 ott 2026

le “Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”, pubblicate dal Dicastero per la dottrina della fede con il titolo “Venite ad me”, offrono lo spunto per una riflessione su un rischio sempre più evidente nella pastorale contemporanea: il pericolo che l’attenzione alla dimensione personale della fede finisca per mettere in secondo piano l’annuncio della Verità.

Il documento, al punto 8, formula una doverosa premessa: “Il suo scopo … è principalmente quello di stimolare la riflessione ecclesiale e l’impegno pastorale attorno alla trasmissione della fede. Per questo, si prende in esame nel testo una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi. Ciò significa che queste Considerazioni non si caratterizzano, come altri testi del Dicastero per la Dottrina della Fede, per la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione, ma ammettono uno stile più discorsivo, come emerge soprattutto nella citata sezione dedicata alle testimonianze”.

Non che altri documenti emanati negli ultimi anni dal Dicastero brillino per “la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione”; almeno questa volta, tuttavia, gli estensori mettono le mani avanti e non pretendono di “chiudere la questione”.

Il documento insiste sulla necessità di trovare linguaggi capaci di raggiungere l’uomo di oggi. È un’esigenza legittima e condivisibile: la fede non è un’arida raccolta di formule e precetti, ma l’incontro con una Persona, Gesù Cristo.

Il problema nasce, tuttavia, quando per “risvegliare la fede in chi non la pratica più da tempo (…) o per promuovere un’esperienza di fede (fides qua) in chi non ha ancora conosciuto Cristo”, si lascia sullo sfondo il “lavoro specifico della catechesi e della formazione dei credenti, entrambe chiamate ad offrire anche un’ordinata e graduale introduzione alla dottrina della Chiesa (fides quae)” e la “trasmissione del depositum fidei” (punto 5).

La distinzione tra fides qua, l’atto con cui si crede, e fides quae, il contenuto della fede, è certamente utile. Non deve però trasformarsi in una gerarchia implicita, nella quale l’esperienza personale e la relazione occupano il centro, mentre la Verità da credere viene relegata ai margini. Non basta che il fedele si senta accolto: occorre che gli sia annunciato integralmente ciò in cui è chiamato a credere. La fede e il suo contenuto non possono essere separati.

Quando ci si preoccupa soprattutto di non ferire la sensibilità dell’interlocutore, di non apparire severi, di non suscitare resistenze, di assecondare il fedele, si rischia di attenuare proprio gli aspetti del Vangelo che maggiormente mettono in discussione l’uomo e le sue convinzioni.

Così il peccato diventa una parola da usare con cautela, la conversione un’esigenza da non sottolineare troppo, la rinuncia a sé stessi un tema poco adatto alla comunicazione contemporanea. Si preferisce parlare di accoglienza, accompagnamento e cammino, evitando di ricordare che quel cammino ha una direzione e una meta, e che seguire Cristo comporta anche cambiare vita.

Naturalmente non si tratta di contrapporre la Verità alla misericordia, come se annunciare la prima significasse rinunciare alla seconda. È esattamente il contrario: la misericordia cristiana non consiste nel tacere la Verità per risparmiare a qualcuno il disagio di ascoltarla. Consiste nell’annunciarla con carità, senza umiliare chi sbaglia, ma senza nascondere il messaggio di Cristo e senza fingere che l’errore non esista. Gesù accoglie i peccatori, ma li chiama anche alla conversione e indica una strada da percorrere.

Altrimenti il rischio è che, per compiacere il fedele, si finisca per nascondergli proprio ciò di cui avrebbe più bisogno. Il rischio è di confondere l’accoglienza con l’approvazione, la vicinanza con l’assenza di giudizio morale, la capacità di ascoltare con la rinuncia a insegnare. Sennonché una Chiesa che si preoccupa soprattutto di non disturbare e di adeguarsi allo spirito del mondo, finisce per tacere la Verità e diventa irrilevante. Non perché il mondo non abbia più bisogno del Vangelo, ma perché si ritrova davanti un messaggio che si limita a ripetere ciò in cui la cultura dominante già crede.

Forse anche qui si trova una delle ragioni per cui la fede fatica a essere trasmessa. Non basta interrogarsi sui metodi, sui linguaggi e sulla capacità di raggiungere le nuove generazioni. Bisogna chiedersi anche che cosa venga loro effettivamente consegnato. Una fede non si trasmette se si smette di annunciarne il contenuto; e non si può trasmettere un messaggio che, per paura di risultare sgradito, è stato progressivamente svuotato delle sue verità più esigenti.

Il Vangelo non ha bisogno di essere reso innocuo per essere annunciato. Ha bisogno di essere comunicato con intelligenza, pazienza e carità, ma nella sua interezza. La Chiesa deve certamente parlare all’uomo del proprio tempo; non può però assumere le sue aspettative come criterio per decidere quali verità annunciare e quali, invece, lasciare in ombra o dimenticare. Perché se per non scontentare il mondo finisce per parlare la sua stessa lingua e condividerne le stesse idee, rischia di essere accettata (se e quando viene accettata) proprio perché non ha più nulla da dire.



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Un pregiudizio di un altro colore non serve alla Verità






UN PREGIUDIZIO DI UN ALTRO COLORE – Le schede della CEI per conoscere l’Islam



Di Paolo Piro, 27 ttobre 2026

Il 21 ottobre scorso, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato “Le Schede per La Conoscenza dell’Islam“, pubblicazione ad uso di insegnanti di Religione Cattolica e studenti. Al fianco di Zuppi, fra gli altri, il Presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche Italiane) Dott. YASSINE Baradai, organizzazione con sensibilità affini al progetto di reislamizzazione della Fratellanza Musulmana. Per inciso, l’UCOII non ha mai condannato la Fratellanza Musulmana, messa fuorilegge a causa della sua matrice terroristica da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Bharein, Siria, Emirati Arabi, tanto meno ha preso le distanze da Hamas. Le “Schede“, sono un progetto della CEI realizzato in collaborazione con eminenti studiosi. L’obiettivo è offrire una conoscenza dell’Islam e smentire i diffusi pregiudizi negativi sulla fede dei musulmani perché, afferma il presidente della CEI, “Tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani (…) siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell’islam”. 

Il documento (96 pagine), premette frequentemente: “secondo l’Islam”, “secondo il famoso Hadit”, “Secondo la visione sciita”, “secondo la Tradizione sciita maggioritaria”, “secondo la visione sunnita”. Posta la natura plurale dell’Islam e l’assenza di un magistero universalmente riconosciuto ci si potrebbe chiedere: quale Islam descrivono le schede? In questo senso, il testo è carente di distinguo chiari e di letture critiche. Ad esempio a pag. 67 si legge: “È scritto nel Corano: Chiunque ucciderà una persona senza che questa ne abbia ucciso un’altra o abbia corrotto la terra, è come se avesse ucciso l’intera umanità» (Cor. 5,32)”, l’affermazione appare nobile e affascinante, se non fosse che per i musulmani è l’infedele in quanto tale, cioè chi musulmano non è, che sparge la corruzione sulla terra, una condizione che mette in pericolo la sua vita oppure la sua dignità di membro di una società (dhimmitudine), ma di tale critica non c’è traccia. E’ paradossale affermare (pag. 73): “In questa scheda sono considerati quasi esclusivamente l’Islam “ortodosso” sunnita e il Cattolicesimo romano” come se l’islam mondiale potesse vantare un magistero unico ed universale, quindi una ortodossia. 

L’Islam vive una costante lotta interna per la leadership e per una ortoprassi condivisa, non c’è traccia di una dottrina unica, quindi non può esserci una ortodossia come la s’intende nel Cattolicesimo romano. Non esite al mondo nulla di più variegato, contraddittorio, plurale, magmatico e conflittuale delle interpretazioni sulla fede islamica. A parte la grande e storica divisione tra Sunniti e Sciiti, fonte di odi sanguinari, nell’Islam sussistono e convivono, per lo più conflittualmente, innumerevoli scuole giuridiche, di pensiero ed esegetiche: sufi, jazariti, , kharagiti, hanafiti, hambaliti, malikiti, athariti, ashariti, maturiditi, ahbashi, usiliti, akhbariti, jafariti, duodecimani e settimani, alewiti e usuliti, ibaditi, salafiti e wahabiti, Fratelli Musulmani, jamaat, etc. etc. etc., quale islam descrivono le schede e quale magistero islamico unico può rispondere a tale domanda?

Il Card. Zuppi ha ragione quando afferma che conosciamo poco l’Islam nonostante sia la seconda religione del Paese ma, chiedo se sia più preoccupante il fatto che conosciamo poco Cristo e la sua Chiesa, se non per pregiudizi e luoghi comuni, medioevo, crociate, inquisizione, Galileo, oscurantismo, pedofilia, simonia, etc… Nel tentativo di smontare il pregiudizio negativo sull’Islam, la lettura delle schede finisce con il costituire un notevole ed autorevole pregiudizio positivo sull’Islam stesso. Secondo il Cardinale le undici schede permettono una «conoscenza condivisa” che è “il contrario dello scontro di civiltà», un’idea che fomenta guerre ed il cui carattere sarebbe pericoloso ed “islamofobo”. Questo significa che la pubblicazione offre una visione parziale dell’Islam tutta tesa ad “evitare lo scontro”. Una visione parziale non può che chiamarsi “ideologica”, perché pretende di esaurire il tema in un quadro ristretto.

L’indiscutibile autorevolezza dei redattori viene posta a servizio di una lettura pregiudizialmente positiva e rasserenante dell’Islam. Il testo è un prodotto esemplare di un metodo con il quale, utilizzando informazioni vere, si tesse una narrazione falsa perché soggettiva, quella di chi l’ha condivisa. L’Islam della CEI è ricca di “compagni che sbagliano” e di pii musulmani che sono nostri correligionari, posto che abbiamo lo stesso Dio e la stessa attesa eterna. Il testo non lesina approssimazioni come questa: “La memoria storica dell’Andalusia e della Sicilia, che fungevano da ponti di scambio culturale tra le due sponde del Mediterraneo. In questo modo, la cultura e la civiltà islamiche hanno potuto contribuire allo sviluppo della civiltà europea“. 

Dimenticando gli stermini, le razzie, i rapimenti, lo schiavismo, che imperversarono dal secolo VIII al XVIII, sulle coste del Mediterraneo, di cui furono protagonisti i saraceni prima e gli ottomani poi. Si dimenticano i Padri Trinitari, i Religiosi Mercedari e le migliaia di religiosi e confrati che si diedero in schiavitù per liberare tantissimi poveri infelici che marcivano nei Bagni del Maghreb, ai remi delle galee o, ancora, negli harem dei sultani. Abbiamo dimenticato le donne, le fanciulle, i fanciulli oggetto del più perverso schiavismo? Si può sottacere che in 34 dei 50 Paesi islamici, i cristiani sono sistematicamente perseguitati? Se è vero che l’islam è di sua natura plurale, ma non pluralista, com’è possibile fotografarlo con una istantanea? 

Non poteva mancare l’usurato “mea culpa” per il colonialismo europeo (pag. 23), dimenticando che fu grazie ad esso che le nostre coste si liberarono dalla tratta schiavista ottomana, fu con esso che i paesi musulmani stessi, poterono accedere ai benefici della scienza, della medicina, della tecnologia e della cultura occidentale, il concetto di repubblica non esiste nell’Islam eppure, oggi, esistono repubbliche islamiche. Fu allora che cessò, per i musulmani, il divieto, pena la morte, di stampare, detenere e leggere libri. Un divieto lungo trecento anni. 

In estrema sintesi il testo disarma chi cerca un vero dialogo con i musulmani, fra un Io e un Tu ben identificati. Il testo nega una realtà fondamentale, non è lo stesso Dio, non è lo stesso uomo, non è lo stesso mondo, non è la stessa speranza, che hanno i cristiani, eppure si tende a fare passare l’idea esattamente opposta. Se si vuole incoraggiare il dialogo, non è con un pregiudizio di segno contrario a quello corrente che ciò e realizzabile. Si può affermare che esistono tanti Islam quanti sono i musulmani nel mondo, per questo il dialogo è possibile e necessario ma, occorrono realismo e speranza, senza il primo la seconda è illusione, un’illusione molto pericolosa! Liberarsi dai pregiudizi è possibile, ma è la Verità che fa liberi, non un pregiudizio di un altro colore!




Autore del libro MEDITERRANEO: L’OMBRA DEL JIHAD SULLA LUNGA TERRA, Quaderni dell’Osservatorio 19, Edizioni Cantagalli, Siena 2026 VEDI QUI

(Fonte: https://www.societadomani.org – Immagine: Sito web CEI)