martedì 5 maggio 2026

Una petizione per difendere la scuola da una sottomissione culturale estranea alla nostra identità



Vogliamo l’islamizzazione dei nostri figli?
Luigi C.



Nelle scuole è allarme proselitismo islamico


29 aprile 2026, Pro Italia Cristiana

Cosa capiterebbe se un insegnante portasse i propri alunni in visita ad una chiesa?

Già ce lo immaginiamo: Sinistre in rivolta, qualche docente e genitore pronti a reclamare l’”autonomia” della Scuola italiana, magari un’interrogazione in Parlamento…

Se invece si portano sessanta scolari delle elementari milanesi nel centro culturale islamico di Saronno, tutti zitti. Improvvisamente per i “pasdaran” del laicismo va tutto bene.

È capitato nei giorni scorsi. Eppure questi piccoli sono stati indottrinati ai fondamenti dell’islam, a loro sono stati presentati corsi di Corano e lingua araba. Come mai nessuno protesta?

In questi casi improvvisamente la Scuola non è più “aconfessionale”? Quel che viene spacciato come “inclusione”, in realtà è islamizzazione.

Perché mai dovremmo eliminare le nostre radici, le nostre tradizioni e rimpiazzarle con queste iniziative, che non appartengono alla nostra Storia, alla nostra cultura, alla nostra fede?

Ci fa male constatare come ogni anno si cerchi di eliminare il presepe dalle aule, di modificare i canti natalizi troppo “cristiani” e di impedire al prete di venire in classe per la benedizione pasquale.

Ed ancor più è mortificante vedere come, allo stesso tempo, si intruppino gli allievi per far loro conoscere le principali pratiche dell’islam e festeggiare il Ramadan.

Si tratta di pratiche totalmente estranee alla nostra identità, di tradizioni spirituali appartenenti ad una religione che non è la nostra, né quella dei nostri padri, né quella in cui sono nati e cresciuti!

Chi pretende che la scuola sia “laica”, deve essere egualmente intransigente verso tutti, musulmani compresi, per una questione di coerenza.

Noi crediamo che debbano avere assoluta priorità nell’insegnamento i nostri costumi, i nostri riti e le nostre abitudini, perché queste ci appartengono e non altre!

Che senso avrebbe sapere tutto dell’iftar e dell’Eid al-Fitr, se poi non si conosce il significato del Natale e della Pasqua?

Ed, ancor più, come spiegare il Natale senza parlare di Gesù Bambino, come spiegare la Pasqua senza parlare di Cristo Crocifisso e Risorto?

Il nostro compito è esattamente quello di trasmettere ai nostri figli il preciso significato religioso, storico e culturale dei periodi forti dell’anno.

È talmente evidente il tentativo di islamizzazione in corso nel nostro Paese da non richiedere nemmeno spiegazioni! E noi non ci stiamo!

Affinché la nostra protesta abbia forza e sia davvero incisiva, chiediamo anche a te di darci una mano, perché sappiamo che hai già condiviso tante battaglie importanti.

Sottoscrivi subito, se non lo hai ancora fatto, la petizione «Basta islamizzazione a scuola!», promossa da Pro Italia Cristiana.

È indirizzata al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché intervenga al più presto per fermare tale deriva e per tutelare la nostra identità nazionale.

Perché tale iniziativa abbia successo, però, è necessario supportarla, promuovendo una vasta campagna di sensibilizzazione sui social, che consentono di arrivare a tanti in poco tempo.

Quest’operazione ha un costo, di cui da soli non potremmo farcene carico. Per questo ti chiediamo di darci una mano!

È urgente, poiché l’indottrinamento dei nostri ragazzi si trova già in una fase di attuazione sin troppo avanzata…

Facci caso: la realtà islamica di Saronno, pur essendo ufficialmente solo un centro culturale, si autodefinisce come “moschea”.

Il che non stupisce: solo chi non conosce il mondo musulmano ignora come tra le due cose non sussista alcuna vera differenza.

Il loro obiettivo è ben preciso: quello di fare proselitismo, di convertire all’islam. Ecco perché nei propri comunicati invitano scuole, università e gruppi a raggiungerli in “moschea”.

L’europarlamentare della Lega Silvia Sardone ha però fatto notare come tali visite avvengano «in totale assenza di un’intesa formale tra lo Stato italiano e le comunità musulmane».

Non v’è insomma «alcuna base giuridica» che le regoli e le giustifichi, né che normi le “lezioni” tenute dagli imam a bambini ed adolescenti.

E questo rappresenta un punto delicatissimo, un vulnus cruciale nel nostro sistema, cui occorre porre al più presto rimedio.

Educhiamo i giovani alla sequela di Cristo, non alla sharia!








La repubblica di El Salvador dimostra che si può vincere la battaglia per la vita





Il piccolo El Salvador e le sue politiche nataliste di avanguardia




[Estratto dal 17mo Rapporto dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân dal titolo generale “La guerra demografica. Ci vogliono estinti?”, Cantagalli, Siena 2025, pp. 213-224 – VEDI QUI)





Di Gianfranco Amato, 5 mag 2026

El Salvador è il più piccolo Paese dell’America Centrale. Per questo è chiamato “El Pulgarcito de América”, il Pollicino d’America. Con i suoi 21.000 chilometri quadrati è più piccolo della Sicilia, ma è anche il Paese centroamericano più densamente popolato. Il vero primato di questo minuscolo stato, però, è un altro.

El Salvador è l’unica nazione al mondo che nella propria Costituzione riconosce lo status giuridico di “persona umana” all’embrione umano fin dall’istante della fecondazione. Condizione che, peraltro, impedisce non solo l’aborto volontario ma anche la fecondazione artificiale, la barbara pratica dell’utero in affitto, la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione, la clonazione, la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa, la produzione di ibridi o di chimere, e qualunque altra manipolazione genetica.

Questo significativo riconoscimento si trova già nel primo articolo della Carta fondamentale salvadoregna.

È davvero interessante l’articolo 1 di quella Costituzione. Il primo comma sembra preso tout court dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Recita, infatti, così: «El Salvador riconosce la persona umana come l’origine e il fine dell’attività dello Stato, che è organizzato per il perseguimento della giustizia, del principio di legalità e del bene comune».

Il secondo comma stabilisce il principio che rende un unicum la Costituzione salvadoregna: «Parimenti, riconosce come persona umana ogni essere umano fin dall’istante del concepimento».

Questo inciso particolarmente significativo è stato introdotto nel testo costituzionale a febbraio del 1999, grazie all’iniziativa di un grande giurista pro-vita salvadoregno: Ricardo Enrique Posada Magaña, della cui amicizia mi onoro. L’ho conosciuto durante un ciclo di conferenze che ho dato a San Salvador e che hanno rappresentato una provvidenziale occasione per creare un cordiale e proficuo rapporto amicale.

Oggi, sulla scorta di questo principio costituzionale, El Salvador è uno tra i Paesi ispano-americani con una legislazione davvero avanzata – probabilmente la più avanzata – in materia di tutela e valorizzazione della vita, della natalità e della famiglia.

Questo grazie soprattutto all’opera svolta dalla First Lady salvadoregna, Gabriela de Bukele, particolarmente attenta al tema e molto attiva dal punto di vista della promozione normativa.

Due, in particolare, sono le leggi a che si devono alla sua iniziativa. La prima è la “Ley nacer con cariño” (Legge nascere con affetto) per «un parto dignitoso e una cura affettuosa e sensibile per il neonato», approvata dall’Assemblea legislativa salvadoregna il 17 agosto 2021. La seconda è la ”Ley Crecer Juntos” (Legge Crescere Insieme), per «la protezione integrale della prima infanzia, dell’infanzia e della adolescenza», approvata dall’Assemblea legislativa salvadoregna il 22 giugno del 2022.

Analizziamole entrambe.

Ley nacer con cariño

La “Ley nacer con cariño”, che inizia proprio richiamando l’articolo 1 della Costituzione, stabilisce, tra le varie cose, anche i seguenti quattro interessanti principi: principio di supremazia della dignità umana: in ogni singolo atto compiuto in applicazione della Ley nacer con cariño, dovrà essere rispettata la dignità della donna, del nascituro e del neonato;
- principio dell’interesse superiore del bambino: in ogni situazione che coinvolga bambini non ancora nati e neonati, saranno sempre adottate le misure e le decisioni che meglio promuovono il loro sviluppo fisico, spirituale, psicologico, morale e sociale;
- principio della necessità di una formazione educativa preconcezionale, prenatale e del parto: in tutte le azioni intraprese ai sensi della Ley nacer con cariño, devono essere fornite tutte le informazioni pertinenti e necessarie per la preparazione e lo svolgimento della gravidanza, del parto e per la cura del nascituro e del neonato.
- principio di completezza: l’assistenza fornita ai sensi della Ley nacer con cariño deve tenere conto di un approccio olistico, ovvero che riconosca gli aspetti fisici, mentali, emotivi e sociali che caratterizzano ogni persona.

L’art. 5 della legge stabilisce, poi, i diritti della donna in stato di gravidanza.

Sancisce, infatti, tale disposizione normativa: «Ogni donna, in relazione alla gravidanza, al travaglio, al parto e al post-partum, ha i seguenti diritti: a) essere trattata con calore umano, rispetto e in modo individuale e personalizzato, garantendo la privacy e creando un ambiente rilassato e sicuro per la coppia madre-bambino durante tutto il processo di assistenza; b) essere informata in modo affettuoso e rispettoso sull’andamento del parto, sullo stato di salute del figlio o della figlia, sulle procedure da eseguire, nonché su ogni notizia relativa alla diagnosi, al trattamento o all’esito, in termini semplici e facilmente comprensibili; c) avere accesso a un parto rispettoso e sicuro; d) non essere sottoposta ad alcun esame o intervento a fini di ricerca, a meno che non venga fornito il consenso scritto secondo un protocollo approvato dal Comitato Etico Nazionale per la Ricerca Sanitaria; e) ricevere un’adeguata assistenza prenatale ed essere accompagnata da una persona di sua scelta e di fiducia durante il travaglio, il parto e il post-partum; f) rimanere insieme al neonato nella stessa stanza 24 ore su 24, durante tutto il periodo di degenza in ospedale, ad eccezione dei momenti dedicati alle cure mediche; g) essere informata, fin dalla gravidanza, sui benefici dell’allattamento al seno e ricevere supporto per l’’allattamento; h) ricevere consigli e informazioni sulla cura di sé e del proprio bambino; i) essere specificamente informata sugli effetti avversi di tabacco, alcol e droghe sul bambino e su se stessa; j) ricevere informazioni sul normale decorso della gravidanza e del parto, nonché sui eventuali sintomi di emergenza e sui rischi ostetrici, nel caso dovessero insorgere; k) ricevere cure dignitose e di qualità che rispettino la sua autonomia; l) avere un’adeguata assunzione di liquidi e una corretta alimentazione durante il travaglio; m) non essere sottoposta a procedure non necessarie o ingiustificate, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, le seguenti: 1) esami vaginali; 2) tricotomia; 3) clisteri; 4) restrizione dei liquidi; 5) venipunture non necessarie; 6) dilatazione non necessaria del perineo e della cervice; 7) restrizione del movimento; 8) amniotomia; 9) dilatazione manuale del perineo; 10) episiotomie; 11) esame manuale del perineo; 12) manovra di Kristeller; 13) separazione manuale delle membrane all’interno dell’utero materno; 14) taglio precoce del cordone ombelicale; n) libertà di movimento durante il travaglio e il parto e scelta di posizioni più comode che contribuiscano a un esito soddisfacente del travaglio; o) gestione naturale del dolore durante il travaglio; p) scelta della posizione per il parto al momento del parto; q) contatto pelle a pelle, attaccamento sicuro, taglio ritardato del cordone ombelicale, allattamento al seno, rooming-in, mantenimento del contatto fisico in ogni momento per favorire il legame, prevedendo espressamente l’obbligo di registrare nella cartella clinica della madre gli eventuali motivi per cui non sia stato possibile adottare queste procedure; r) ricevere un’adeguata educazione prenatale».

Non manca, ovviamente la previsione di diritti anche a favore dei bebè. A tale scopo provvede l’art. 6 della legge: «Ogni neonato maschio e femmina ha il diritto: a) a ricevere un trattamento affettuoso, rispettoso e dignitoso; b) ad essere identificato inequivocabilmente; c) a non essere sottoposto ad alcun esame o intervento a fini di ricerca o insegnamento, a meno che non vi sia il consenso scritto dei propri rappresentanti legali, secondo un protocollo approvato dal Comitato Etico Nazionale per la Ricerca Sanitaria; d) a far sì che i genitori ricevano un’adeguata consulenza e informazioni sulle cure per la loro crescita e il loro sviluppo, nonché sul loro calendario vaccinale; e) ad un attaccamento immediato alla madre attraverso il contatto pelle a pelle subito dopo la nascita, consentendo l’allattamento al seno e la possibilità di essere tenuto in braccio, tranne nei casi in cui la salute della madre e/o del neonato non lo consenta; se la madre non può avere il contatto pelle a pelle a causa di una condizione medica, le sarà consentito di farlo con un accompagnatore o con chiunque scelga; f) a tenere il neonato al proprio fianco in un alloggio condiviso, entrambi nella stessa stanza per facilitare l’allattamento al seno; g) a ricevere immediatamente un certificato di nascita o di morte quando il parto viene assistito in ospedali o cliniche pubbliche o private».

Nel caso in cui ci dovessero essere problemi per il neonato, l’art.7 della legge prevede espressi diritti per entrambi i genitori, ovvero sia per la madre che per il padre: «La madre e il padre di un neonato a rischio hanno i seguenti diritti: a) ricevere informazioni comprensibili, sufficienti e continue, in un contesto appropriato, sui progressi o l’evoluzione della salute del loro bambino, inclusi diagnosi, prognosi e trattamento; b) avere accesso continuo al proprio bambino finché la situazione clinica lo consente, nonché a partecipare alle sue cure e alle decisioni relative alle sue cure; c) fornire il consenso scritto per eventuali esami o interventi a cui il bambino potrebbe sottoporsi a fini di ricerca, secondo un protocollo approvato dal Comitato Etico Nazionale per la Ricerca Sanitaria; d) far sì che l’allattamento al seno del neonato sia facilitato; e) garantire ai genitori ed agli accompagnatori la possibilità di ricevere una spiegazione, in termini semplici, che consenta loro di adottare la marsupioterapia come strategia che offre importanti benefici per la salute del neonato; f) ricevere, in caso di morte del neonato, un adeguato supporto psicologico ed avere a loro disposizione un ambiente intimo in cui elaborare il relativo processo di lutto».

La legge, composta da diciotto articoli, prevede inoltre una serie di misure volte a realizzare la ratio che la sottende, tra cui, all’art. 14, un “Piano Strategico Nazionale per un parto rispettoso e un’assistenza amorevole e sensibile al neonato». L’obiettivo di tale Piano è il seguente: stabilire le linee guida strategiche che i dipartimenti del Servizio Nazionale Integrato di Salute devono seguire ai diversi livelli di gestione e fornitura, nonché le istituzioni del settore sanitario e altri enti governativi e non governativi, per l’implementazione di un parto e di un’assistenza rispettosi e attenti alla sensibilità neonatale;
- disporre di uno strumento di riferimento che consenta il coinvolgimento di altre istituzioni e organizzazioni collaboranti (approccio intersettoriale) sia all’interno che all’esterno del settore sanitario, al fine di creare partnership sostenibili che garantiscano l’implementazione di un parto e di un’assistenza rispettosi e attenti alla sensibilità neonatale.
- fornire una guida per la progettazione, l’implementazione, la valutazione e il monitoraggio dei piani operativi locali per un parto e di un’assistenza rispettosi e attenti alla sensibilità neonatale, coinvolgendo tutti gli enti pubblici e privati, le organizzazioni no-profit e private che compongono il settore sanitario.

Ley Crecer Juntos

Anche la seconda legge, la “Ley Crecer Juntos” (Legge Crescere Insieme), per «la protezione integrale della prima infanzia, della preadolescenza e della adolescenza», approvata, come abbiamo visto, dall’Assemblea legislativa salvadoregna il 22 giugno del 2022, inizia citando l’art.1 della Costituzione.

Lo scopo della Legge è quello di «garantire il pieno esercizio e godimento dei diritti di ogni bambino e adolescente e facilitare l’adempimento dei loro doveri, indipendentemente dalla loro nazionalità». A tal fine, «viene istituito un Sistema Nazionale per la Protezione Integrale della Prima Infanzia, dell’Infanzia e dell’Adolescenza, con la partecipazione della famiglia, della società e dello Stato, basato sulla Costituzione della Repubblica e sui trattati internazionali sui diritti umani in vigore a El Salvador, in particolare la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia».

Si tratta di un corpo normativo monumentale, composto da ben trecento otto articoli.

Essendo impossibile, per motivi di spazio, analizzarli tutti, possiamo concentrarci sul Titolo I della legge «Diritti di crescita e sviluppo integrali», ed in particolare nel Capitolo I del detto titolo, ovvero quello relativo al «Diritto alla vita».

Iniziamo dall’art.16, il quale espressamente prevede quanto segue: «Il diritto alla vita è riconosciuto fin dall’istante del concepimento. La famiglia, la società e lo Stato hanno l’obbligo di garantire ai bambini e agli adolescenti una vita dignitosa, una crescita ottimale e uno sviluppo completo, inclusivo e non discriminatorio nelle sfere fisica, mentale, spirituale e sociale».

Il successivo articolo 17, intitolato «Condizioni per garantire il diritto alla vita», sancisce quanto segue: «Lo Stato deve attuare politiche, programmi, progetti e servizi con accesso e copertura universali e inclusivi che garantiscano assistenza preconcezionale, prenatale, perinatale, postpartum, neonatale, pediatrica e adolescenziale; nonché attuare interventi che promuovano la salute, prevengano le malattie e riducano la morbilità e la mortalità materna, infantile, infantile e adolescenziale. Ogni persona ha il diritto di nascere e vivere in condizioni familiari, ambientali e di altro tipo che le consentano di raggiungere il proprio pieno e adeguato sviluppo biopsicosociale».

Segue l’articolo 18, «diritto alla protezione dei nascituri», il quale prevede che «la protezione dei nascituri sarà esercitata attraverso l’assistenza sanitaria, l’educazione e le cure prenatali, nonché la creazione di altre condizioni che garantiscano il benessere della donna incinta e della sua famiglia, dal momento del concepimento fino alla nascita». Per garantire la protezione dei nascituri, lo stesso articolo 18 sancisce che «è responsabilità dello Stato assicurare le condizioni per un’assistenza completa e gratuita alle donne e alle famiglie durante la fase preconcezionale, prenatale e perinatale».

L’articolo 19, poi, prevede «Misure per la salvaguardia del diritto alla vita in situazioni di emergenza», mentre l’articolo 20 sancisce un espresso divieto a «sperimentazione e pratiche che minacciano la vita, la dignità e l’integrità». Dispone infatti tale norma: «È vietata qualsiasi attività che minacci la vita, la dignità o l’integrità fisica, mentale o morale dei bambini e degli adolescenti, come: a) sperimentazione medica o scientifica; b) sperimentazione genetica; c) pratiche etniche, culturali o sociali crudeli, inumane o degradanti; d) trattamenti, terapie o pratiche crudeli, inumane o degradanti, per qualsiasi motivo o circostanza. Chiunque venga a conoscenza delle sperimentazioni o delle pratiche di cui al comma precedente è tenuto a segnalarle ai sensi del diritto penale».

Chiude il Capitolo I «Diritto alla vita» l’articolo 21 intitolato «Diritto a una vita dignitosa», sancendo quanto segue: «Tutti i bambini e gli adolescenti hanno il diritto di godere di un tenore di vita adeguato, in condizioni di dignità, di uno sviluppo integrale, del godimento e dell’esercizio dei loro diritti e della soddisfazione dei loro bisogni fondamentali. Tale diritto include, tra le altre condizioni: a) alimentazione e nutrizione equilibrate e sufficienti per una crescita e uno sviluppo ottimali; b) sicurezza alimentare; c) alloggi dignitosi, sicuri e igienici; d) acqua potabile, elettricità, fognature e tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e) igiene ambientale; f) servizi sanitari, educativi e di protezione completi. g) abbigliamento pulito e adeguato al clima; h) cultura, attività ricreative e tempo libero sano; i) programmi sociali». Aggiunge, infine, un inciso interessante: «La priorità nel garantire questo diritto spetta alla madre, al padre, alla famiglia allargata, agli adulti responsabili o ai rappresentanti, secondo le proprie possibilità. Lo Stato garantisce misure appropriate per garantire che le famiglie o le persone responsabili possano esercitare questo diritto e, se necessario, fornisce assistenza materiale e programmi di sostegno. Adotta inoltre tutte le misure necessarie per garantire il rispetto di tali obblighi da parte dei genitori o di altre persone con responsabilità finanziaria, residenti nel Paese o all’estero».

IL Presidente Nayib Bukele

Il 6 novembre 2024 ho avuto l’opportunità di conversare amabilmente per quasi due ore con il presidente della Repubblica di El Salvador Nayib Bukele. Un personaggio davvero interessante e alquanto raro nel panorama politico internazionale. A cominciare dalla difesa ad oltranza della vita, della famiglia e della libertà di educazione dei genitori. Quelli che Benedetto XVI definiva “principi non negoziabili”.

Bukele, infatti, è il Capo di Stato più pro-life del pianeta. È l’unico dei suoi colleghi che, per esempio, non si limita a definire l’aborto come un omicidio – questo lo fanno anche altri – ma lo chiama col suo vero nome: «genocidio». A chi gli facesse notare che forse esagera un tantino, Bukele si limita a snocciolare i dati ufficiali dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, spiegando che ogni anno nel mondo si praticano 73 milioni di aborti, 200.000 al giorno, e che nel 2022 l’aborto è stata la prima causa di morte a livello planetario. Poi chiede se l’entità di questo fenomeno si possa ridurre al concetto di semplice assassinio o se non sia più adeguata la definizione di genocidio.

Difronte al tentativo di modifica dell’art. 1, secondo comma, della Costituzione salvadoregna, – quello che, come abbiamo visto, riconosce l’embrione come persona umana dall’instante del concepimento – Nayib Bukele è stato irremovibile e il principio è rimasto saldamente al suo posto.

Dialogando sull’eutanasia, il presidente salvadoregno liquida la questione senza mezzi termini: in un Paese civile l’omicidio non può mai essere legalizzato. Punto.

Bukele è anche il capo di Stato più pro-family del mondo. Rivendica, infatti, con orgoglio e convinzione il principio secondo cui la famiglia non è nient’altro che l’unione basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, un elemento di natura, che non ha inventato nessun sistema giuridico, politico, filosofico, o nessuna religione, e che deve essere valorizzato e tutelato dallo Stato attraverso apposite politiche, come abbiamo visto con l’esempio delle due leggi sopra esaminate.

Bukele è anche il Capo di Stato che maggiormente difende il diritto dei genitori a educare i propri figli. Quando ha deciso di bonificare le scuole dall’indottrinamento dell’ideologia gender – da lui espressamente definita «contraria alla natura e a Dio» – è stato accusato da parte della lobby ideologica che sostiene a livello mondiale tale indottrinamento, di violare i diritti fondamentali dei transessuali. In realtà lui non ha fatto nient’altro che tutelare il sacrosanto diritto dei genitori previsto dall’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione universale dell’uomo, il quale sancisce, appunto, che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di educazione da impartire ai loro figli». Si tratta di un diritto fondamentale dell’uomo.

Durante il nostro lungo colloquio il presidente Bukele mi ha poi proposto di dare una conferenza a tutti i membri del governo salvadoregno. Io ho accettato, e così un mercoledì pomeriggio, il 27 novembre 2024 per la precisione, mi sono trovato in un grande auditorio davanti a tutti i ministri, viceministri e Capi di Gabinetto dell’esecutivo, con i rispettivi coniugi. Sì, perché, come ho scoperto, il presidente aveva chiesto a tutti loro di essere obbligatoriamente presenti con relative mogli e relativi mariti, perché nella conferenza si sarebbe parlato anche di famiglia. Sono rimasti ad ascoltarmi con assoluta attenzione per tre ore, dalle cinque del pomeriggio alle otto di sera, e soprattutto senza mai sbirciare una sola volta il telefono cellulare. Cosa impensabile per i politici italiani. Nel ricevimento previsto dopo la conferenza ho avuto modo di conoscere personalmente i membri dell’esecutivo ed è stato davvero interessante. Per noi è alquanto inusuale pensare, per esempio, che possa esistere un ministro della salute, come Francisco Alabi, e i suoi due viceministri, che siano tutti convintissimi pro-life e devoti cristiani al cento per cento. O che possa esistere un ministro dell’Educazione, come Mauricio Pineda, che ha definitivamente espulso da tutte le scuole di ogni ordine e grado, comprese università, l’ideologia gender, ponendo ufficialmente come sanzione il licenziamento in tronco per i dirigenti che si azzardassero a reintrodurre anche surrettiziamente tale ideologia.

Nayib Bukele gode di un ampissimo consenso popolare, perché è riuscito a compiere il miracolo di trasformare El Salvador da Paese più violento e insicuro del mondo, a Paese tra i più pacifici e sicuri del pianeta, estirpando il tumore delle cosche malavitose organizzate che si erano infiltrate dappertutto. È come se – fatte le debite proporzioni – negli anni Ottanta in Italia si fossero contemporaneamente estirpate la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra.

El Salvador è un piccolo Stato dell’America centrale, che però può assumere un alto valore simbolico. È la prova vivente che le battaglia in difesa della vita, della famiglia, e della libertà educativa non sono battaglie di retroguardia, sconfitte dalla storia e dal progresso, inutili e già perse, come tentano di far credere in Europa i soloni del politicamente corretto e i pretoriani dell’agenda globalista. No, sono battaglie che si possono e si devono combattere, perché i principi in gioco possono essere riconosciuti a livello normativo anche nel XXI secolo. Come dimostra la repubblica di El Salvador, che è guidata, peraltro, da un giovane presidente di 43 anni, che potrebbe essere mio figlio.



(Foto di Ricardo Ardon su Unsplash)





A proposito di feste religiose



L'associazione musulmana chiede il «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì», equiparandole a quelle cristiane. Una trappola per la politica italiana, ma il paragone non regge perché il bene comune non si fonda sul qualunquismo religioso.


Pretesa
Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la sfida dell'Ucoii



Stefano Fontana, 05-05-2026

Il presidente dell’Ucoii, a nome dei musulmani che vivono in Italia, ha chiesto il riconoscimento pubblico della religione islamica nel nostro Paese. La pretesa non è solo di tipo sindacale ma è una sfida religiosa alla politica, soprattutto per il richiesto «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Alcuni quotidiani hanno efficacemente semplificato le cose così: le due festività islamiche principali equiparate a Pasqua e Natale. Su La Verità di ieri, 4 maggio, Gianluigi Paragone finiva il suo articolo sull’argomento con queste parole: «vediamo chi è in grado di elaborare una risposta culturale». Noi ci proviamo.

Una festa nazionale è un momento in cui un intero popolo si riconosce in alcuni valori fondanti la propria comunità. Ciò vale per le festività nazionali laiche, come l’anniversario della conclusione di una guerra o della fondazione dello Stato, ma anche in caso di festività religiose. Per esempio, da quest’anno è stata ripristinata la festività nazionale di san Francesco del 4 di ottobre. Di questo tipo sono anche le feste locali nel giorno del santo Patrono. In queste occasioni è usanza che anche le autorità civili e militari siano presenti in chiesa davanti all’altare o in processione pubblica per le vie cittadine. In questi casi la festa è religiosa e tale resta, ma produce effetti anche civili pubblicamente riconosciuti. Ciò sta a significare che la religione di riferimento di quella festività – in questo caso quella cattolica – è riconosciuta come fortemente significativa anche per la comunità politica, anzi spesso addirittura fondativa, quando il santo che vi viene venerato è considerato Padre fondatore e Defensor civitatis.

Si dirà che ormai queste manifestazioni si sono secolarizzate e il senso diffuso di questa dimensione pubblica fondativa della religione si è molto ridotto o è addirittura scomparso. Oppure si può osservare che questi appuntamenti riguardano fatti del passato che risentono dei tempi in cui vennero istituiti. Così, se ora c’è una consistente comunità islamica è giusto riconoscere le loro festività accanto alle nostre e aprire ai minareti accanto ai campanili. Però nessuna cosa è vera o falsa, buona o cattiva, in base al consenso che riceve o se sia conforme alle mode del tempo.

La dimensione politica della religione, nelle feste religiose nazionali ma anche nel suono delle campane, ha ragioni molto più profonde, non solo storiche o sociologiche. Essa esprime la convinzione della ragione politica che quella religione propone delle verità e un comune sentire senza di cui non ci può essere bene comune, che quella religione, con i suoi principi validi sempre, corregge le disfunzioni della politica stessa, confermandone i limiti e nello stesso tempo spingendola coraggiosamente in avanti. Ci sono valori che la politica ha preso dalla religione e che finisce per dimenticare se la religione non glieli ricorda: si pensi al concetto di “persona”.

Il ruolo pubblico della religione cattolica, evidente anche nelle feste nazionali, non deriva solo dalle usanze del passato o dal folclore di cui sarebbero le ormai residuali manifestazioni. La politica deve cercare la religione vera, quella che conferma le sue verità naturali e le fortifica purificandole. Se in Italia ci sono feste religiose con una valenza nazionale è perché la politica le considera espressioni di una religione vera, indispensabile per aiutare a perseguire il bene comune. Non è un favore dedicato ad una religione a caso, oppure a quella che per motivi storici è nel cortile di casa.

Con queste parole abbiamo individuato come le cose dovrebbero andare, non come vanno. Oggi la politica non sembra in grado di fare ciò, incapace, come sembra essere, di distinguere tra le religioni, considerate, in virtù di un male inteso diritto alla libertà religiosa, un atto di volontà personale da garantire pubblicamente in ogni caso da parte dello Stato. Le religioni, però, non sono solo una scelta personale, ma hanno dei contenuti, di cui la politica non può disinteressarsi. Si conceda pure la libertà di fede religiosa, ma non la legittimità pubblica d’ufficio delle cose credute. Molte religioni propongono forme di vita contrarie al bene comune e spesso non si tratta solo di norme specifiche ma della civiltà globale stessa che quella religione porta con sé. Questo è precisamente il caso dell’islam.

La laicità liberale moderna non è in grado di affrontare questo problema e il riferimento ai diritti degli individui ad avere riconosciuta pubblicamente la propria religione qualsiasi essa sia, la spingerà a cadere nella trappola della “discriminazione” (in questo caso islamofobia) da evitare. La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell’uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l’improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica.

Il tema della richiesta dell'Ucoii, per questi motivi, sarà dirimente: dopo aver fatto questa nostra proposta culturale, siamo curiosi di vedere se mai qualche partito la interpreterà. Ma confessiamo di essere piuttosto pessimisti.





lunedì 4 maggio 2026

È il caso di sorreggere una Chiesa moribonda?



Mentre la “chiesa” d’Inghilterra si sfacella, la sua leader spirituale è ricevuta in Vaticano con grande pompa.


Pubblicato 4 Maggio 2026


di Julio Loredo

Se siete riusciti a seguire le notizie del Vaticano, questa settimana è stata particolarmente ricca di eventi, ahimè, perlopiù inquietanti. Vediamo che cosa è successo a Roma.

Il 20 aprile il quotidiano tedesco Die Tagespost ha riportato che il cardinale Reinhard Marx di Monaco ha dato istruzioni ai sacerdoti e agli operatori pastorali dell’arcidiocesi di utilizzare un opuscolo intitolato La benedizione dà forza all’amore come base per l’assistenza pastorale alle persone LGBT e a quelle che vivono in unioni irregolari. In altre parole, ha autorizzato la benedizione alle coppie omosessuali e irregolari.

La risposta del Papa è arrivata durante una conferenza stampa a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma dopo la visita apostolica in Africa. E cito: «La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con le benedizioni formali delle coppie dello stesso sesso o delle coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto Papa Francesco abbia specificamente consentito, affermando che tutte le persone dovrebbero ricevere la benedizione».

Pertanto, dopo aver formulato il suo rifiuto a tali benedizioni, Papa Leone si rimette a quanto è stabilito da Papa Francesco. Ora, precisamente uno dei problemi del precedente pontificato è stata la mancanza di regole chiare, vanificata tra palesi contraddizioni da quelle che all’epoca gli analisti chiamarono le dissonanze cognitive di Francesco e il rifiuto di fissare norme oggettive, lasciando invece che la prassi facesse da padrona. Era il famoso primato della pastorale sulla dottrina.

Allora c’è da chiedersi: ma esattamente cosa ha specificamente consentito Papa Francesco? Ognuno lo interpreta come vuole. A nostro umile avviso, Papa Leone dovrebbe chiarire nettamente che le persone che ricevono la benedizione lo fanno in quanto individui e non in quanto coppia. La parola individuo è fondamentale se si vuole evitare una confusione che favorisca oggettivamente l’agenda LGBT.

Gli analisti ritengono che, vista l’aria che tira, non sembra probabile che il cardinale Marx sia punito per questa palese violazione delle norme del Vaticano, né che la Santa Sede definisca regole chiare su questo argomento. Invece è più probabile che i progressisti tedeschi, sempre meno numerosi ma sempre più chiassosi, portino avanti la loro agenda eretica indisturbati.

Nella stessa conferenza stampa, Papa Leone fece un’affermazione di per sé perfettamente corretta, ma facilmente manipolabile, e disse: «Credo sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbero ruotare attorno alle questioni sessuali. Tendiamo a pensare che, quando la Chiesa parla di moralità, l’unica questione morale sia quella sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più ampie e importanti come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà degli uomini e delle donne e la libertà religiosa che dovrebbero avere la priorità su quella particolare questione». Sì, questo è perfettamente corretto, per carità.

Ci sono infatti questioni che teologicamente sono molto più importanti della questione sessuale. Il problema è che, concretamente, possiamo dire pastoralmente, le questioni sessuali hanno somma importanza. Ricordiamo ciò che ha detto Santa Giacinta di Fatima: i peccati che portano più anime all’inferno sono i peccati della carne. Ora bisogna assolutamente impedire che le anime vadano all’inferno. Questa è la missione della Chiesa.

Questi e altri simili recenti interventi di Leone XIV hanno portato il vaticanista britannico Michael Haynes a tessere qualche commento sullo stile di questo pontificato. Scrivendo sul blog Pelican Brief, Haynes afferma: «Lo stile di Leone, come è emerso sempre più chiaramente nelle ultime settimane, sembra consistere nel prendere qualcosa di Francesco e adattarla in qualche modo all’ortodossia». Sembra che Leone stia adottando un approccio molto cauto per uscire dal baratro in cui Fiducia supplicans aveva condotto la Chiesa. La domanda è: funzionerà?

Io giro la domanda a voi, cari ascoltatori: cosa ne pensate? Questo approccio cauto di Papa Leone funzionerà?

Un’altra notizia ha richiamato l’attenzione degli analisti la scorsa settimana: la visita in Vaticano della pseudo arcivescova, o arcivescovo, veramente non saprei come chiamarla, di Canterbury, Sarah Mullally, capo spirituale della Chiesa d’Inghilterra. Perché la chiamo pseudo arcivescova?

Nel 1896, con la bolla Apostolicae curae, Papa Leone XIII metteva fine a una vecchia discussione teologica, dichiarando con autorità che le ordinazioni sacerdotali e quindi anche quelle episcopali degli anglicani erano da ritenersi assolutamente nulle e del tutto prive di validità. In altre parole, non esistono sacerdoti anglicani e, a fortiori, non esistono vescovi anglicani. Sono tutti laici che si fregiano di un titolo che non appartiene loro. Nel 2025, per la prima volta nella storia, gli anglicani hanno eletto una donna, appunto Sarah Mullally, per la sede arcivescovile di Canterbury. E lei così è diventata capo spirituale della Chiesa d’Inghilterra. La mossa ha scioccato gli stessi anglicani, non solo per la rivoluzione religiosa che ciò significa, ma anche per il fatto che Mullally è proaborto e favorevole pure alle benedizioni delle coppie omosessuali.

A proposito, vorrei presentare due riflessioni. La visita di Miss Mullally in Vaticano ha rivestito un carattere non solo diplomatico, ma anche liturgico. Nella cappella di Urbano VIII in Vaticano, Papa Leone ha recitato l’ora media, una preghiera canonica insieme alla leader anglicana. Non solo: nella cappella Clementina, proprio sopra la tomba di San Pietro, la pseudo arcivescova ha impartito la benedizione a tutti i presenti, compresi vescovi che si sono chinati devotamente per farsi il segno della croce. Più tardi, Mrs. Mullally ha impartito pure la benedizione insieme a cardinali e vescovi.

Al di là delle finezze del discorso ufficiale che uno specialista saprebbe cogliere, mi chiedo se nell’immaginario popolare un tale gesto non rischi di essere interpretato come un riconoscimento, almeno implicito, del sacerdozio anglicano e, quel che è peggio, del sacerdozio femminile.

Ma c’è un altro commento che vorrei fare con voi. In assenza di un’autorità centrale che serva da freno, la comunione anglicana si è lasciata trascinare facilmente dalle spinte progressiste al suo interno, abbandonando ogni pretesa di fondarsi su verità trascendentali. Dagli anni Cinquanta del secolo scorso gli anglicani hanno cominciato a introdurre novità sempre più eversive, fino ad accettare l’ordinazione di omosessuali e l’ordinazione di donne. Ciò ha provocato due reazioni parallele. Da una parte, gli anglicani più osservanti hanno cominciato a reclamare.

Nel 2008, per esempio, rappresentanti di diverse confessioni anglicane, contrariati dalla piega che stava prendendo Canterbury, cioè l’Inghilterra, formarono la GFCON, Global Fellowship of Confessing Anglicans, che emise un comunicato di resistenza noto come le Jerusalem Statements. Il comunicato lamentava che «un falso Vangelo sembra aver paralizzato la comunione anglicana» e convocava gli anglicani di buona volontà a lottare contro questa deriva progressista.

Negli anni successivi le tensioni peggiorarono finché, il 16 ottobre 2025, la GFCON, che rappresenta l’85% degli anglicani nel mondo, ruppe ufficialmente con Canterbury. La goccia che fece traboccare il vaso fu proprio la nomina di Sarah Mullally. In altre parole, oggi la pseudo arcivescova di Canterbury non rappresenta più del 15% degli anglicani. E io mi domando: a prescindere da ogni altro criterio, lei merita tutta questa attenzione? Accoglierla trionfalmente in Vaticano non rischia di estraniare l’altro 85% degli anglicani?

Ma c’è un altro punto molto importante che vorrei condividere con voi. Questo cedimento nella Chiesa anglicana ha espulso centinaia di migliaia di fedeli a convertirsi alla Chiesa cattolica. Le conversioni hanno interessato anche il clero. Negli ultimi anni si sono convertiti più di 700 pastori e una decina di vescovi, compreso il vescovo di Londra, Graham Leonard. Oggi i sondaggi mostrano che i cattolici praticanti sono il doppio degli anglicani in Inghilterra. Cresce l’onda di conversione alla Chiesa. Le conversioni alla Chiesa esplodono. Numero da record di battesimi di adulti. Mai così tante persone si sono convertite. Questi sono alcuni titoli dei giornali inglesi di queste ultime due settimane.

Mettiamo questi due fenomeni insieme e abbiamo una Chiesa d’Inghilterra in pieno disfacimento. Lo ammettono perfino loro. «La Chiesa d’Inghilterra è destinata al fallimento?», si chiede il Telegraph di Londra. «Mi domando se i giorni della Chiesa anglicana non siano contati», scrive padre Matthew Topham, vicario anglicano convertitosi qualche anno fa al cattolicesimo.

È triste, per dire poco, vedere il Vaticano che puntella con il suo prestigio una realtà moribonda a scapito dell’apostolato con quelli che invece si voltano verso la Chiesa cattolica. Anziché favorire l’unità dei cristiani, l’accoglienza esuberante riservata a Roma a Sarah Mullally rischia di diventare un ostacolo al suo raggiungimento, commenta il noto vaticanista britannico Edward Pentin. Non solo alcuni membri dell’ordinariato creato da Papa Benedetto per accogliere i chierici anglicani che passano nella Chiesa cattolica si lamentano che l’episcopato cattolico inglese fa ostruzionismo alla loro azione pastorale per i convertiti dall’anglicanesimo, e tutto ciò in nome dell’unità dei cristiani.

Diverse profezie, tra cui quelle di San Domenico Savio e di San Paolo della Croce, prevedono la conversione dell’Inghilterra. La rinascita della fede in atto può ritenersi, credo io, una visione o almeno una prefigurazione di quella conversione. Per il bene della Chiesa non converrebbe fomentare le conversioni anziché puntellare la traballante realtà dalla quale stanno fuggendo?





Vescovo cattolico “co-consacra” un “vescovo” anglicano. Ma non sarà scomunicato







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by Aldo Maria Valli 04 mag 2026


Il 18 aprile 2026, nella cattedrale episcopale di St. James a Fresno, in California, si è svolta la presunta “ordinazione e consacrazione” di Gregory Kimura come “vescovo” della Comunione anglicana negli Stati Uniti. Questo evento, di per sé privo di realtà sacramentale per la Chiesa cattolica, ha assunto un significato particolare a causa della partecipazione attiva di monsignor Joseph V. Brennan, vescovo cattolico della diocesi di Fresno.

Un video ampiamente diffuso dal sito web Novus Ordo Watch mostra inequivocabilmente il prelato cattolico partecipare attivamente al rito. Non si tratta di una presenza discreta, dalla navata, in abito corale, come è consuetudine nell’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II. Monsignor Brennan appare al centro dell’azione liturgica, accanto ai ministri anglicani, compiendo i gesti essenziali della cosiddetta consacrazione.

Le immagini sono esplicite. Mostrano l’uomo “ordinato” inginocchiato, mentre i “vescovi” anglicani stendono le mani su di lui. In quel preciso istante – che qualsiasi osservatore che abbia familiarità con l’ordinazione anglicana riconosce come il momento destinato a conferire l’episcopato – monsignor Brennan si unisce al gesto e alla preghiera consacratoria. La formula di ordinazione recitata da tutti i presenti si basa sul testo ufficiale contenuto nel Libro della preghiera comune (edizione 2016).

Non c’è spazio per interpretazioni: la partecipazione è diretta, formale e pienamente integrata nel rito.

Un atto del genere è estremamente serio. Per comprenderne il significato, è necessario richiamare un punto dottrinale fondamentale. Nella lettera apostolica “Apostolicae curae” (1896), papa Leone XIII dichiarò che le ordinazioni anglicane sono “assolutamente nulle e totalmente prive di validità” (absolute nullas et omnino irritas). Questa decisione, confermata dal Magistero successivo e persino riaffermata come dottrina definitiva dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1998, vincola irrevocabilmente l’insegnamento della Chiesa.

La partecipazione a un rito di ordinazione anglicano non può essere interpretata, in senso ecumenico, come un mero gesto simbolico o pastorale. La liturgia ha un suo linguaggio specifico e l’imposizione delle mani accompagnata dalla formula consacratoria significa oggettivamente la volontà di trasmettere il potere sacramentale. Compiere tali azioni in un contesto che la Chiesa dichiara invalido equivale a contraddire, con l’atto stesso, la verità professata e a fomentare lo scisma e l’eresia.

Alcuni per minimizzare l’importanza dell’evento citeranno il Direttorio ecumenico del 1993. Le disposizioni inaccettabili di questo testo, che promuovono l’eresia, consentono, in determinate circostanze, la presenza di ministri cattolici a celebrazioni non cattoliche, per cortesia o per la preghiera comune. Ma non arrivano ad autorizzare la partecipazione agli elementi costitutivi del rito, cioè al suo presunto contenuto e alla sua forma; la co-attuazione del rito è esclusa.

La Chiesa condanna questo tipo di atto come communicatio in sacris. Il Codice di diritto canonico del 1917 stabilisce: «Non è lecito ai fedeli, in alcun modo, assistere attivamente o partecipare ai riti sacri dei non cattolici» (Canone 1258 §1). La conseguenza immediata della violazione di questo canone, che è chiaramente un peccato mortale, è che il colpevole incorre automaticamente nel sospetto di eresia: «Chiunque, in qualsiasi modo, volontariamente e consapevolmente, aiuti alla propagazione dell’eresia o comunichi in materia divina con eretici contro la prescrizione del Canone 1258, è sospettato di eresia» (Canone 2316). Anche il nuovo codice promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, che tuttavia apre le porte all’ecumenismo, respinge tale atto nel canone 844 §1: «I ministri cattolici amministrano legittimamente i sacramenti solo ai fedeli cattolici, i quali li ricevono legittimamente solo dai ministri cattolici».

A prescindere dalla rigorosa classificazione penale, lo scandalo pubblico e la confusione dottrinale causati ai fedeli da questo atto sono evidenti, ma è solo la logica conseguenza dei presupposti di un ecumenismo abituale che suggerisce costantemente che le differenze dottrinali tra la vera fede e l’eresia sarebbero secondarie, che i veri ministri e quelli di culti non cattolici sarebbero intercambiabili e che l’appartenenza all’unica Chiesa di Gesù Cristo, quella cattolica, non sarebbe più un elemento essenziale per la salvezza delle anime.

Ciò che rende la situazione ancora più preoccupante è la palese ingiustizia nell’applicazione della disciplina ecclesiastica. Quando la Fraternità sacerdotale San Pio X effettua consacrazioni episcopali per evidente necessità, la reazione delle autorità romane è immediata: richiami alle sanzioni esistenti, dichiarazioni pubbliche, minacce di scomunica. Nel 1988, durante le consacrazioni a Écône officiate dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, Roma impose sanzioni immediate.

Qui, al contrario, non si tratta di trasmissione della Tradizione, ma di partecipazione a un rito invalido che veicola eresia. Il caso Fresno, per la sua oggettiva gravità, esige una risposta non solo disciplinare, ma anche dottrinale, commisurata al turbamento che ha provocato: in materia di fede, il silenzio non è mai neutrale. Purtroppo, la realtà concreta osservata da diversi anni ai più alti livelli della Chiesa tende piuttosto a suggerire l’assenza di una reazione significativa, come se questo tipo di scandalo appartenesse ormai a una forma di normalità implicita.

I precedenti recenti puntano in questa direzione. Nel 2026, papa Leone XIV rivolse parole di incoraggiamento all’arcivescovo di Canterbury per il suo “fecondo servizio”, una posizione che tuttavia derivava da una rottura storica con la Chiesa. Nel 2024, sotto il pontificato di Francesco, un’Eucaristia anglicana – necessariamente invalida secondo la dottrina cattolica – fu tollerata in una basilica romana. L’anno precedente, nel 2023, una “messa” anglicana fu autorizzata nella basilica di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Papa stesso.

Questi eventi non sono isolati. Già nel 2017, una liturgia anglicana fu celebrata nella basilica di San Pietro, il cuore pulsante del cattolicesimo. Nel 2014, papa Francesco in persona ordinò che l’anglicano Tony Palmer fosse sepolto come vescovo cattolico, un gesto carico di significato. Tra queste date, altri episodi hanno confermato una tendenza persistente: prelati che partecipano a riti non cattolici, gesti liturgici ambigui e dichiarazioni che minimizzano le differenze dottrinali. Persino membri della gerarchia che avevano criticato gli ambienti tradizionali definendoli “protestanti” hanno partecipato a celebrazioni anglicane.

A tutto ciò si è aggiunta nei giorni scorsi quella che è sembrata una vera e propria consacrazione simbolica di questi scandali: la farsa dell’accoglienza ufficiale da parte della Santa Sede, a Roma, da sabato 25 a martedì 28 aprile, dell'”arcivescova” anglicana Sarah Mullally, addirittura ricevuta da papa Leone XIV lunedì 27 aprile.

fsspx.news




domenica 3 maggio 2026

Abbandonato Dio, l’europeo non si riproduce più



Foto: Halfpoint/iStock

Nel 2025, il numero di nascite in Germania ha raggiunto il livello più basso dal 1946. I decessi sono stati nettamente superiori al numero di nascite. L’Ufficio federale di statistica afferma che si tratta del “maggior deficit di nascite del dopoguerra”. Quali sono le ragioni di questo calo del tasso di natalità?


Quali sono le cause del “maggior deficit di nascite del dopoguerra” in Germania?



Tom Goeller, 30 aprile 2026

Nel 2025, in Germania sono nati 654.300 bambini. Come annunciato dall’Ufficio federale di statistica (StBA) in un comunicato stampa del 28 aprile a Wiesbaden, si tratta di un numero inferiore del 3,4% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, le nascite registrate erano state 677.117. Le cifre includono tutti i bambini nati in Germania, indipendentemente dalla nazionalità o dal permesso di soggiorno della madre.

Dopo un drastico calo del tasso di natalità immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, nel 1950 in Germania furono registrate ben oltre un milione di nascite: 1.117.700.

Il tasso di natalità è sceso sotto il milione solo nel 1972, quando sono nati 965.700 bambini. Da allora, anche la popolazione complessiva è in calo, poiché i decessi hanno superato le nascite dal 1972 ad oggi. Il divario tra nascite e decessi si è accentuato in modo particolare a partire dal 2020, con una tendenza in forte aumento, come rivela un grafico recentemente pubblicato dall’Ufficio federale di statistica (StBA).
Solo Amburgo ha registrato un aumento dello 0,5%.

Come negli anni precedenti, il tasso di natalità negli stati della Germania orientale è diminuito in modo più marcato, con una media del 4,5%, rispetto alla Germania occidentale, dove si è registrato un calo del 3,2%. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha subito la flessione maggiore, pari all’8,4%. Solo la città anseatica di Amburgo ha riportato un lieve aumento dello 0,5%.

“Il più grande deficit di nascite del dopoguerra”

Lo scorso anno, il numero dei decessi, pari a 1,01 milioni, ha superato quello delle nascite di 352.000 unità. “Si è trattato del più grande deficit di nascite dal dopoguerra”, ha annunciato l’Ufficio federale di statistica (StBA). Due sono le ragioni addotte per spiegare questo fenomeno. In primo luogo, le coorti di nascita degli anni ’90, la cui quota femminile è ora in età fertile, presentavano già un basso tasso di natalità. Tuttavia, trarre conclusioni su un attuale calo dei tassi di natalità basandosi su questi dati appare poco convincente.

L’Ufficio federale di statistica (StBA) offre un’altra spiegazione: dal 2022 si registra un “tasso di fecondità totale in calo”. Cosa significa? Il “tasso di fecondità totale” indica quanti figli una donna potrebbe teoricamente avere in media nel corso della sua vita se il tasso di natalità di un determinato anno rimanesse costante durante i suoi anni riproduttivi (dai 15 ai 49 anni). Gli statistici utilizzano il “tasso di fecondità totale” come indicatore del livello attuale del tasso di natalità.

Crisi multiple

Tuttavia, esistono altre ragioni e fattori di fondo che spiegano il calo dei tassi di natalità in Germania. Un comunicato stampa del marzo 2024, che annunciava uno studio dell’Istituto federale per la ricerca demografica, cita “molteplici crisi come possibili cause”.

Secondo il professor Martin Bujard, coautore dello studio, “la guerra in Ucraina, l’inflazione crescente e l’avanzare dei cambiamenti climatici” hanno ulteriormente destabilizzato la popolazione giovanile, oltre alla pandemia di COVID-19. “In un periodo di crisi multiple come questo, molti rinunciano al desiderio di avere figli”, ne è convinto Bujard.

“La carriera è la priorità.”

Alexander Donabauer, amministratore delegato e cofondatore dell’azienda di articoli per neonati e bambini “baby&family” di Ingolstadt, ha esaminato anche le ragioni del calo demografico. Nella sua analisi pubblicata sul sito web dell’azienda, cita i seguenti motivi: “alto costo della vita e carenza di alloggi”, la priorità data alla carriera rispetto al desiderio di figli per le donne laureate, la mancanza di servizi di assistenza all’infanzia, in parte dovuta alla scarsità di scuole a tempo pieno, e la scelta sempre più consapevole da parte delle giovani coppie di non avere figli.

Donabauer sottolinea in particolare che la scarsità di alloggi nelle città tedesche fa sì che il 40% dei giovani sotto i 25 anni non possa permettersi un appartamento. Inoltre, negli ultimi due decenni si è registrata una tendenza: quasi una laureata su quattro non ha figli.

Il numero medio di figli per le donne altamente qualificate è di circa 1,3, mentre per le donne senza formazione accademica è di 1,6. Poiché in Germania non ci sono abbastanza posti disponibili negli asili nido, molte giovani donne temono di avere meno opportunità di carriera se desiderano avere figli.

“A livello nazionale, mancano 300.000 posti negli asili nido per i bambini sotto i tre anni”, ha scritto Donabauer. Inoltre, il diritto legale all’assistenza a tempo pieno per i bambini delle scuole primarie entrerà in vigore solo il 1° agosto 2026 e inizialmente si applicherà solo ai bambini della prima elementare.

Anche altri paesi dell’UE sono interessati

L’Ufficio federale di statistica sottolinea che anche altri paesi dell’UE, tra cui Francia, Austria, Italia e Svezia, registreranno un calo dei tassi di natalità nel 2025. Al contrario, Spagna, Paesi Bassi e Finlandia mostrano segnali di stabilizzazione dei tassi di natalità.

L’ Istituto economico tedesco (iwd) ha osservato in uno studio del 2025: “La Bulgaria è uno dei pochi Paesi in cui nel 2023 sono nati più bambini rispetto all’anno precedente. Tuttavia, con un tasso di natalità di 1,8, la Bulgaria non può mantenere la sua popolazione senza l’immigrazione.”

Inoltre: “Per mantenere costante la dimensione della popolazione senza migrazioni, ogni donna dovrebbe partorire 2,1 figli nel corso della sua vita. Questo non accade in nessun Paese dell’UE.”

Esistono differenze anche per quanto riguarda l’età in cui le donne nell’UE partoriscono il loro primo figlio. “La media UE per questa età nel 2023 era di 29,8 anni. Le donne erano più giovani al momento della nascita del primo figlio in Bulgaria, con un’età media di 26,9 anni, seguita dalla Romania con 27,1 anni. Le madri di primogeniti sono in media quasi cinque anni più anziane in Italia (31,8 anni) e in Irlanda (31,6 anni)”, secondo l’iwd.






sabato 2 maggio 2026

Aboliamo il matrimonio: il solito vecchio nichilismo comunista




Aboliamo il matrimonio. È solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato. La proposta dei giovani socialisti tedeschi non è altro che una riproposizione di un bisogno comunista. Con punte nichiliste moderne.


Germania

Famiglia 



Aboliamo il matrimonio. È solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato. Al suo posto mettiamo un patto che può essere stretto tra chi ha una relazione romantica o tra amici, parenti, colleghi, conoscenti e in un numero che va da due all’infinito. Questa è la proposta della sezione giovanile del Partito Socialdemocratico (SPD) di Berlino inserita in una mozione dal titolo eloquente: Abbasso il patriarcato, anche se sembra romantico: abolire il matrimonio civile, istituire le unioni di responsabilità.

Secondo i giovani socialisti (Jusos) la storia del matrimonio è una «storia millenaria di oppressione delle donne […] da parte degli uomini cisgender». Cisgender nell’esperanto arcobaleno sta per eterosessuale: un modo per impossessarsi dell’unico orientamento sessuale naturale e snaturarlo. Ma proseguiamo: il matrimonio serve «allo stato-nazione maschilista e capitalista come strumento per imporre politiche misogine, omofobe, classiste e razziste» e chi più ne ha più ne metta. Insomma il matrimonio è il vaso di Pandora che deve andare distrutto. I Jusos poi ricordano che «molte di queste norme oppressive sono state abolite o indebolite negli ultimi decenni», vedi l’indissolubilità e la differenza sessuale per potersi sposare. Ma nonostante questo «le strutture di potere e violenza patriarcali continuano a operare, in particolare all'interno della sfera domestica». Ciò che brucia a questi giovani è soprattutto il seguente punto: le donne con il matrimonio sono costrette «a passare da un impiego retribuito a un lavoro di cura non retribuito o a un lavoro part-time (involontario)». Ne discende che le donne si impoveriscono e dipendono dal loro maschio patriarcale. E pensare che vi sono invece alcune donne che non vedono l’ora di essere mantenute oppure – e l’ipotesi è di ben altra natura – di rimanere a casa ad accudire i figli.

Vero è, aggiungono i Jusos, che il matrimonio può offrire una serie di sicurezze sociali ed economiche per le donne, ma l’abolizione del matrimonio comporterà che questi diritti verranno trasferiti solo in un’altra struttura sociale, meno vincolante, più libera: la comunità di responsabilità. Si tratta di una sorta di coppia di fatto allargata a parenti, ad amici e a chi vogliamo, in numero variabile e senza distinzioni di sesso naturalmente. Nella comunità di responsabilità verranno regolate tutte le questioni ora regolate nel matrimonio: diritti e doveri reciproci, la successione, la residenza, l’assistenza, l’educazione della prole, etc.

Voi direte: ma non facciamo prima a tenerci il matrimonio così com’è? Chi parla così non è idealista. L’idealista la vede facile e non si accorge di tutte le conseguenze pratiche delle sue proposte: tipico esempio è il comunismo che non ha mai fatto i conti con il peccato originale. Infatti c’è da notare che la mozione è stata vergata e sottoscritta da chi, in buona parte, non è sposato. E dunque queste anime belle pensano che bastino quattro regolette scritte dal Parlamento e il gioco sarà fatto. In modo analogo la nascita e la morte della comunità di responsabilità dovranno essere regolate solo da un minimum burocratico: una firma all’anagrafe per costituirla e un’altra firma nel caso di recesso «senza il consenso degli altri membri dell'accordo di responsabilità congiunta», perché ognun per sé e basta.

Se si vuole, si può fare anche un periodo di prova, mimando ciò che già accade con la convivenza, che in realtà è solo una prova protratta nel tempo. Quindi fai un test, come quando provi un’auto prima di acquistarla, poi se ti convince la vita a due o a tre, firmi, con la garanzia che te ne puoi andare il giorno dopo. Bontà loro gli attuali matrimoni rimarrebbero validi. Unica nota di speranza che è anche la più importante: è molto improbabile che la mozione non solo passerà alla conferenza regionale del partito a Berlino che si terrà l'8 e il 9 maggio, ma anche che verrà messa ai voti.

Questi giovani socialisti non sono né giovani né socialisti, ma sono vecchi comunisti. Infatti leggete qui cosa scrivevano nel 1848 Karl Marx e Friedrich Engels ne Il Manifesto del Partito Comunista: «Abolizione della famiglia! […] Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione […]. Si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione». Sono i medesimi concetti espressi dai nipotini di Marx ed Engels: aboliamo il matrimonio perché strumento di sfruttamento della donna. I mariti le sfruttano dal punto di vista economico perché le tengono a casa senza retribuirle per il loro lavoro domestico e le sfruttano sessualmente. Nel Manifesto infatti si definisce il rapporto coniugale come prostituzione ufficiale: tu, donna, ti mantengo e in cambio mi soddisfi a letto.

Dietro alla proposta di Marx, Engels e dei Jusos c’è l’eterno principio di liquefazione di ogni identità. Il matrimonio è un istituto di diritto naturale ed ha una sua struttura, ossia una sua natura, una sua forma. Le parole “struttura” e “natura” provocano shock anafilattici ai rossi (anche se poi sono rimasti insuperati nel costruire immense e complicate strutture burocratiche per gestire il potere). Ogni struttura è a forma di gabbia e quindi bisogna evadere da essa. Occorre distruggere la gabbia e quindi destrutturare tutto, ossia liquefare tutto, mischiare tutto, rendere indistinto tutto e quindi uguale tutto: ecco il concetto, non di uguaglianza, ma di egualitarismo. Ogni identità è tale perché ha suoi confini, limiti precisi che la individuano. Se volete disegnare su un foglio un triangolo occorre che ne disegniate i contorni, quei tratti di penna che da una parte lo individuano e lo fanno venire ad esistenza e dall’altra lo differenziano dagli altri oggetti che potreste disegnare sulla carta. Ma il limite viene vissuto con rabbia dai progressisti, perché pare a loro essere una barriera, un muro che per l’appunto limita la libertà, quando invece è dentro il limite, ossia dentro all’identità personale che possiamo davvero essere liberi perché pienamente noi stessi. Il triangolo per essere pienamente triangolo deve essere composto da tre lati. Se gli togliete anche un solo lato non diventerà qualunque cosa – questa è l’utopia libertaria dei rossi – ma due insignificanti segmenti.

E quindi, la volontà di cancellare il matrimonio alla fine si ispira alla lotta contro qualsiasi identità, contro qualsiasi forma. Destrutturiamo il matrimonio, de-formiamolo e sostituiamolo con un istituto più soft, più liquido tanto che ci possono finire dentro anche tre amici di calcetto. Niente più differenze perché niente più identità.

La mozione presentata dai socialisti in erba, che sembra così bizzarra, in realtà si sta già attuando de facto e de iure da tempo. Le convivenze che nei Paesi occidentali stanno per superare o hanno già superato per numero i matrimoni, attestano come questo processo di liquefazione della natura del matrimonio sia già in corso. Lo stesso istituto del divorzio serve per sciogliere, liquefare ciò che è per sua natura indissolubile, ossia non solubile, non scioglibile. Aprire le porte ai “matrimoni” omosessuali è un altro tentativo di liquefare il matrimonio perché, come nel triangolo, gli si toglie un lato, ossia una proprietà fondante: la differenza sessuale.

Togli un lato qui, togli un lato là e il triangolo non c’è più. E cosa rimane al suo posto? Nulla. La proposta di questi giovani socialisti prima di essere una proposta politica, è una proposta nichilista.