giovedì 26 febbraio 2026

L'appello del vescovo Schneider a Papa Leone XIV affinché costruisca un ponte tra Roma e la FSSPX



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio, l'articolo di Diane Montagna su Substack. Vescovo Schneider: “Sarebbe una tragedia se la FSSPX venisse completamente tagliata fuori e la responsabilità ricadrebbe principalmente sulla Santa Sede”.




Diane Montagna, 24 febbraio 2026

Il vescovo Athanasius Schneider ha rivolto oggi un appello a Papa Leone XIV in seguito all'annuncio della Fraternità San Pio X (FSSPX) che procederà con le consacrazioni episcopali, nonostante gli avvertimenti del Vaticano secondo cui ciò "costituirebbe una rottura decisiva della comunione ecclesiale (scisma)".

Intitolato Appello fraterno a Papa Leone XIV affinché costruisca un ponte con la Fraternità sacerdotale di San Pio X e pubblicato in esclusiva qui di seguito, il vescovo ausiliare di Astana invita alla generosità pastorale e all'unità ecclesiale in un momento che definisce decisivo per il futuro rapporto tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X.

Il vescovo Schneider ha precedentemente ricoperto il ruolo di visitatore vaticano nei seminari della FSSPX [vedi], il che gli ha consentito di conoscere in prima persona le strutture, la leadership e i fedeli della Società. Il suo appello giunge in un momento di intenso dibattito nel mondo cattolico, con reazioni che vanno da caute speranze di riconciliazione a rinnovate richieste di provvedimenti disciplinari.

Il vescovo Schneider mette in guardia Papa Leone XIV dal lasciar passare questo "momento davvero provvidenziale" senza un'azione decisa. Avverte che rinunciare all'opportunità di concedere il mandato apostolico rischierebbe di cementare quella che definisce una divisione con la FSSPX "davvero inutile e dolorosa", una rottura non facilmente ignorabile nella storia..

In un momento in cui la Chiesa parla insistentemente di sinodalità, larghezza pastorale e inclusività ecclesiale, Sua Eccellenza sostiene che l'unità autentica deve estendersi anche ai fedeli legati alla FSSPX. Suggerisce che la scelta che il papa ha di fronte è se questo capitolo della storia della Chiesa sarà ricordato come un momento di generosità che costruisce ponti o di separazione evitabile.

Ecco il testo completo dell'appello del vescovo Schneider a papa Leone XIV.


Appello fraterno a Papa Leone XIV affinché costruisca un ponte con la Fraternità Sacerdotale San Pio X


del vescovo Atanasio Schneider

L'attuale situazione relativa alle consacrazioni episcopali nella Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha improvvisamente risvegliato l'intera Chiesa. In un lasso di tempo straordinariamente breve dopo l'annuncio del 2 febbraio che la FSSPX avrebbe proceduto con le consacrazioni, si è scatenato un dibattito intenso e spesso carico di emotività in ampi ambiti del mondo cattolico. Lo spettro di voci del dibattito spazia dalla comprensione, alla benevolenza, all'osservazione neutrale e al buon senso, fino al rifiuto irrazionale, alla condanna perentoria e persino all'odio aperto. Sebbene vi sia motivo di sperare – e ciò non è affatto irrealistico – che Papa Leone XIV possa effettivamente approvare le consacrazioni episcopali, già ora online appaiono proposte sul testo di una bolla di scomunica della FSSPX.

Le reazioni negative, sebbene spesso ben intenzionate, rivelano che il cuore del problema non è stato ancora colto con sufficiente onestà e chiarezza. C'è la tendenza a rimanere in superficie. Le priorità all'interno della vita della Chiesa vengono invertite, elevando a criterio supremo la dimensione canonica e giuridica – cioè un certo positivismo giuridico –. Inoltre, a volte manca la consapevolezza storica della prassi della Chiesa in materia di ordinazioni episcopali. La disobbedienza viene quindi troppo facilmente equiparata allo scisma. I criteri per la comunione episcopale con il Papa, e di conseguenza la comprensione di ciò che costituisce veramente uno scisma, sono visti in modo eccessivamente unilaterale se confrontati con la prassi e l'autocomprensione della Chiesa nell'era patristica, l'età dei Padri della Chiesa.

In questo dibattito, si stanno affermando nuovi quasi-dogmi inesistenti nel Depositum fidei. Essi sostengono che il consenso del Papa alla consacrazione di un vescovo è di diritto divino e che una consacrazione compiuta senza tale consenso, o addirittura contro un divieto papale, costituisce di per sé un atto scismatico. Tuttavia, la prassi e la comprensione della Chiesa al tempo dei Padri della Chiesa, e per un lungo periodo successivo, contraddicono questa opinione. Inoltre, sull'argomento, non esiste un'opinione unanime tra i teologi riconosciuti della tradizione bimillenaria della Chiesa. Anche secoli di prassi ecclesiale, al pari del diritto canonico tradizionale, si oppongono a tali affermazioni assolutiste. Secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917, una consacrazione episcopale compiuta contro la volontà del Papa era punita non con la scomunica, ma solo con la sospensione. Con ciò, la Chiesa ha chiaramente manifestato di non considerare tale atto scismatico.

L'accettazione del primato papale come verità rivelata viene spesso confusa con le forme concrete – forme evolutesi nel corso della storia – attraverso le quali un vescovo esprime la sua unità gerarchica con il Papa. Di diritto divino è credere nel primato papale, riconoscere il Papa, aderire con lui a tutto ciò che la Chiesa ha insegnato in modo infallibile e definitivo e osservare la validità della liturgia sacramentale. Tuttavia, una visione riduttiva che equipara la disobbedienza a un comando papale allo scisma – anche nel caso della consacrazione di un vescovo eseguita contro la sua volontà – era estranea ai Padri della Chiesa e al diritto canonico tradizionale. Ad esempio, nel 357, Sant'Atanasio disobbedì all'ordine di Papa Liberio, che gli ordinava di entrare in comunione gerarchica con la stragrande maggioranza dell'episcopato, che era di fatto ariano o semi-ariano. Di conseguenza, fu scomunicato. In questo caso, sant'Atanasio disobbedì per amore della Chiesa e per l'onore della Sede Apostolica, cercando proprio di salvaguardare la purezza della dottrina da ogni sospetto di ambiguità.

Nel primo millennio di vita della Chiesa, le consacrazioni episcopali venivano generalmente eseguite senza il permesso formale del Papa e i candidati non erano soggetti all'approvazione del Papa. La prima norma canonica sulle consacrazioni episcopali, emanata da un Concilio Ecumenico, fu quella di Nicea del 325, che richiedeva che un nuovo vescovo fosse consacrato con il consenso della maggioranza dei vescovi della provincia. Poco prima della sua morte, durante un periodo di confusione dottrinale, Sant'Atanasio scelse e consacrò personalmente il suo successore, San Pietro d'Alessandria, per garantire che nessun candidato inadatto o debole assumesse l'episcopato. Analogamente, nel 1977, il Servo di Dio Cardinale Iosif Slipyj consacrò segretamente tre vescovi a Roma senza l'approvazione di Papa Paolo VI, pienamente consapevole che il Papa non lo avrebbe permesso a causa dell'Ostpolitik vaticana dell'epoca. Tuttavia, quando Roma venne a conoscenza di queste consacrazioni segrete, la pena della scomunica non fu applicata.

Per evitare malintesi, in circostanze normali – e quando non c’è confusione dottrinale né un periodo di persecuzione straordinaria – si deve, naturalmente, fare tutto il possibile per osservare le norme canoniche della Chiesa e obbedire al Papa nelle sue giuste ingiunzioni, al fine di preservare l’unità ecclesiale nel modo più efficace e visibile.

Ma la situazione nella vita della Chiesa oggi può essere illustrata con la seguente parabola: scoppia un incendio in un grande edificio. Il capo dei vigili del fuoco autorizza solo l'uso di nuove attrezzature antincendio, nonostante si siano dimostrate meno efficaci dei vecchi e collaudati strumenti. Un gruppo di vigili del fuoco sfida quest'ordine e continua a utilizzare le attrezzature collaudate – e, in effetti, l'incendio è contenuto in molti punti. Eppure questi vigili del fuoco vengono etichettati come disobbedienti e scismatici, e vengono puniti.

Per estendere ulteriormente la metafora: il capo dei vigili del fuoco autorizza l'intervento solo ai vigili del fuoco che conoscono le nuove attrezzature, seguono le nuove regole antincendio e rispettano i nuovi regolamenti della caserma. Ma data l'evidente portata dell'incendio, la disperata lotta contro di esso e l'insufficienza della squadra antincendio ufficiale, altri soccorritori – nonostante il divieto del capo dei vigili del fuoco – intervengono altruisticamente con abilità, competenza e buone intenzioni, contribuendo in ultima analisi al successo degli sforzi del capo dei vigili del fuoco.

Di fronte a un comportamento così rigido e incomprensibile, si presentano due possibili spiegazioni: o il capo dei pompieri nega la gravità dell'incendio, come nella commedia francese Tutto va ben, Madame la Marquise!; oppure, in realtà, il capo dei pompieri desidera che gran parte della casa bruci, in modo da poterla poi ricostruire secondo un nuovo progetto.

L'attuale crisi che circonda le consacrazioni episcopali annunciate nella FSSPX – ma non ancora approvate – evidenzia, agli occhi di tutta la Chiesa, una ferita che cova da oltre sessant'anni. Questa ferita può essere descritta figurativamente come un cancro ecclesiale – in particolare, il cancro ecclesiale delle ambiguità dottrinali e liturgiche.

Di recente, sul blog Rorate Caeli è apparso un eccellente articolo, scritto con rara chiarezza teologica e onestà intellettuale, dal titolo: "La lunga ombra del Vaticano II: l'ambiguità come cancro ecclesiale" (Canonista di Shaftesbury: Rorate Caeli, 10 febbraio 2026). Il problema fondamentale di alcune affermazioni ambigue del Concilio Vaticano II è che il Concilio ha scelto di privilegiare il tono pastorale rispetto alla precisione dottrinale. Si può concordare con l'autore quando afferma:

"Il problema non è che il Vaticano II fosse eretico. Il problema è che era ambiguo. E in questa ambiguità abbiamo visto i semi della confusione che sono fioriti in alcuni degli sviluppi teologici più inquietanti nella storia moderna della Chiesa. Quando la Chiesa parla in termini vaghi, anche se involontariamente, sono in gioco le anime".
L'autore continua:


"Quando uno 'sviluppo' dottrinale sembra contraddire ciò che è venuto prima, o quando richiede decenni di acrobazie teologiche per conciliarsi con il precedente insegnamento magisteriale, dobbiamo chiederci: si tratta di uno sviluppo o di una rottura mascherata da sviluppo?" (Canonista di Shaftesbury: Rorate Caeli, 10 febbraio 2026).

Si può ragionevolmente supporre che la FSSPX non desideri altro che aiutare la Chiesa a uscire da questa ambiguità nella dottrina e nella liturgia e a riscoprire la sua perenne chiarezza salvifica, proprio come il Magistero della Chiesa, sotto la guida dei Papi, ha fatto inequivocabilmente nel corso della storia dopo ogni crisi segnata da confusione e ambiguità dottrinale.

In effetti, la Santa Sede dovrebbe essere grata alla FSSPX, perché è attualmente quasi l'unica grande realtà ecclesiastica che segnala apertamente e pubblicamente l'esistenza di elementi ambigui e fuorvianti in alcune dichiarazioni del Concilio e del Novus Ordo Missae. In questo sforzo, la FSSPX è guidata da un sincero amore per la Chiesa: se non amasse la Chiesa, il Papa e le anime, non intraprenderebbe quest'opera, né si impegnerebbe con le autorità romane – e avrebbe senza dubbio vita più facile.

Le seguenti parole dell'arcivescovo Marcel Lefebvre sono profondamente commoventi e riflettono l'atteggiamento dell'attuale leadership e della maggior parte dei membri della FSSPX:

“Crediamo in Pietro, crediamo nel successore di Pietro! Ma come dice bene Papa Pio IX nella sua costituzione dogmatica, il Papa ha ricevuto lo Spirito Santo non per creare nuove verità, ma per mantenerci nella fede di sempre. Questa è la definizione del Papa fatta al tempo del Concilio Vaticano I da Papa Pio IX. Ed è per questo che siamo convinti che nel mantenere queste tradizioni manifestiamo il nostro amore, la nostra docilità, la nostra obbedienza al Successore di Pietro. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte al degrado della fede, della morale e della liturgia. Questo è fuori questione! Non vogliamo separarci dalla Chiesa; al contrario, vogliamo che la Chiesa continui!”

Se qualcuno considera le difficoltà con il Papa tra le sue più grandi sofferenze spirituali, questa è di per sé una prova lampante che non vi è alcuna intenzione scismatica. I veri scismatici si vantano persino della loro separazione dalla Sede Apostolica. I veri scismatici non implorerebbero mai umilmente il Papa di riconoscere i loro vescovi.

Quanto sono veramente cattoliche, allora, le seguenti parole dell'arcivescovo Marcel Lefebvre:

“Ci dispiace infinitamente, è un dolore immenso per noi, pensare che siamo in difficoltà con Roma a causa della nostra fede! Com'è possibile? È qualcosa che supera l'immaginazione, che non avremmo mai potuto immaginare, che non avremmo mai potuto credere, soprattutto nella nostra infanzia, quando tutto era uniforme, quando tutta la Chiesa credeva nella sua unità generale e aveva la stessa Fede, gli stessi Sacramenti, lo stesso sacrificio della Messa, lo stesso catechismo.”

Dobbiamo esaminare onestamente le evidenti ambiguità riguardanti la libertà religiosa, l'ecumenismo e la collegialità, nonché le imprecisioni dottrinali del Novus Ordo Missae. A questo proposito, si consiglia la lettura del libro recentemente pubblicato dall'archimandrita Boniface Luykx, perito del Concilio e rinomato studioso di liturgia, dal titolo eloquente: " A Wider View of Vatican II. Memories and Analysis of a Council Consultor".

Come disse una volta G.K. Chesterton: "Entrando in chiesa, ci viene chiesto di toglierci il cappello, non la testa". Sarebbe una tragedia se la FSSPX venisse completamente isolata, e la responsabilità di tale divisione ricadrebbe principalmente sulla Santa Sede. La Santa Sede dovrebbe accogliere la FSSPX, offrendo almeno un minimo di integrazione ecclesiale, e poi proseguire il dialogo dottrinale. La Santa Sede ha mostrato una notevole generosità nei confronti del Partito Comunista Cinese, consentendogli di selezionare i candidati vescovi, eppure i suoi stessi figli, le migliaia e migliaia di fedeli della FSSPX, sono trattati come cittadini di seconda classe.

La FSSPX dovrebbe poter apportare un contributo teologico al fine di chiarire, integrare e, se necessario, emendare quelle affermazioni contenute nei testi del Concilio Vaticano II che sollevano dubbi e difficoltà dottrinali. Ciò anche tenendo conto del fatto che, in questi testi, il Magistero della Chiesa non ha inteso pronunciarsi con definizioni dogmatiche dotate di nota di infallibilità (cfr. Paolo VI, Udienza generale, 12 gennaio 1966 ).

La FSSPX formula esattamente la stessa Professio fidei formulata dai Padri del Concilio Vaticano II, nota come Professio fidei tridentino-vaticana. Se, secondo le esplicite parole di Papa Paolo VI, il Concilio Vaticano II non ha presentato dottrine definitive, né ha inteso farlo, e se la fede della Chiesa rimane la stessa prima, durante e dopo il Concilio, perché la professione di fede, valida nella Chiesa fino al 1967, improvvisamente non dovrebbe più essere considerata valida come segno di vera fede cattolica?

Eppure la Professio fidei tridentino-vaticana è considerata dalla Santa Sede insufficiente per la FSSPX. La Professio fidei tridentino-vaticana non costituirebbe di fatto "il minimo" per la comunione ecclesiale? Se questo non è un minimo, allora cosa, onestamente, potrebbe essere considerato un "minimo"? La FSSPX è tenuta, come conditio sine qua non, a emanare una Professio fidei con cui accettare gli insegnamenti di natura pastorale, e non definitiva, dell'ultimo Concilio e del Magistero successivo. Se questo è davvero il cosiddetto "requisito minimo", allora il Cardinale Victor Fernández sembra giocare con le parole!

Papa Leone XIV, nel corso dei Vespri ecumenici del 25 gennaio 2026, a conclusione della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, disse che esiste già unità tra cattolici e cristiani non cattolici perché condividono il minimo della fede cristiana: «Condividiamo la stessa fede nell'unico Dio, Padre di tutti gli uomini; confessiamo insieme l'unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù Cristo, e l'unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge verso la piena unità e la comune testimonianza del Vangelo» (Lettera apostolica In Unitate Fidei, 23 novembre 2025, 12). Egli dichiarò inoltre: «Siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo e rendiamolo visibile!»

Come si può conciliare questa affermazione con l'affermazione dei rappresentanti della Santa Sede e di alcuni alti esponenti del clero secondo cui la FSSPX non è dottrinalmente unita alla Chiesa, dato che la FSSPX professa la Professio fidei dei Padri del Concilio Vaticano II, la Professio fidei tridentino-vaticana ?

Ulteriori misure pastorali provvisorie concesse alla FSSPX per il bene spirituale di tanti fedeli cattolici esemplari rappresenterebbero una profonda testimonianza della carità pastorale del Successore di Pietro. Così facendo, Papa Leone XIV aprirebbe il suo cuore paterno a quei cattolici che, in un certo senso, vivono in una periferia ecclesiale, permettendo loro di sperimentare che la Sede Apostolica è veramente una Madre anche per la FSSPX.

Le parole di Papa Benedetto XVI dovrebbero risvegliare la coscienza di coloro che in Vaticano dovranno decidere in merito al permesso di consacrazione episcopale per la FSSPX. Egli ci ricorda:

«Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l'impressione che, nei momenti critici in cui le divisioni stavano emergendo, non si sia fatto abbastanza dai responsabili della Chiesa per mantenere o ritrovare la riconciliazione e l'unità. Si ha l'impressione che le omissioni da parte della Chiesa abbiano avuto la loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni abbiano potuto irrigidirsi. Questo sguardo al passato ci impone oggi un obbligo: fare ogni sforzo affinché tutti coloro che desiderano veramente l'unità possano rimanere in questa unità o raggiungerla di nuovo» (Lettera ai Vescovi in ​​occasione della pubblicazione della Lettera apostolica “motu proprio data” Summorum Pontificum sull'uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma attuata nel 1970, 7 luglio 2007).

«Si può essere totalmente indifferenti di fronte a una comunità che conta 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 istituti universitari, 117 fratelli religiosi, 164 suore religiose e migliaia di fedeli laici? Si deve forse lasciarli allontanare con noncuranza dalla Chiesa? E la grande Chiesa non dovrebbe anch’essa lasciarsi generosa nella consapevolezza della sua immensa estensione, nella consapevolezza della promessa che le è stata fatta?» (Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica circa la remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati da Mons. Lefebvre, 10 marzo 2009). [1]

Misure pastorali provvisorie e minime per la FSSPX, intraprese per il bene spirituale di migliaia e migliaia di suoi fedeli in tutto il mondo – tra cui un mandato pontificio per le consacrazioni episcopali – creerebbero le condizioni necessarie per chiarire serenamente malintesi, interrogativi e dubbi di natura dottrinale derivanti da alcune affermazioni contenute nei documenti del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero pontificio. Allo stesso tempo, tali misure offrirebbero alla FSSPX l'opportunità di offrire un contributo costruttivo per il bene dell'intera Chiesa, mantenendo una chiara distinzione tra ciò che appartiene alla fede divinamente rivelata e alla dottrina proposta in modo definitivo dal Magistero, e ciò che ha un carattere prevalentemente pastorale in particolari circostanze storiche, ed è quindi aperto a un attento studio teologico, come è sempre stata prassi nel corso della vita della Chiesa.

Con sincera preoccupazione per l'unità della Chiesa e per il bene spirituale di tante anime, rivolgo con riverente e fraterna carità al nostro Santo Padre Papa Leone XIV:

Santissimo Padre, concedi il Mandato Apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX. Sei anche il padre dei tuoi numerosi figli e figlie: due generazioni di fedeli che, per ora, sono stati accuditi dalla FSSPX, che amano il Papa e che desiderano essere veri figli e figlie della Chiesa romana. Pertanto, prendi le distanze dalle fazioni ostili e, con grande spirito paterno e autenticamente agostiniano, dimostra di costruire ponti, come hai promesso di fare davanti al mondo intero quando hai impartito la tua prima benedizione dopo la tua elezione. Non passare alla storia della Chiesa come chi non è riuscito a costruire questo ponte – un ponte che poteva essere costruito in questo momento davvero provvidenziale con generosa volontà – e che ha invece permesso un'ulteriore divisione davvero inutile e dolorosa all'interno della Chiesa, mentre allo stesso tempo si svolgevano processi sinodali che vantavano la massima possibile ampiezza pastorale e inclusività ecclesiale. Come ha sottolineato recentemente Sua Santità: «Impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a condividere gli uni con gli altri chi siamo, cosa facciamo e cosa insegniamo (cfr Francesco, Per una Chiesa sinodale, 24 novembre 2024)» (Omelia di Papa Leone XIV, Vespri ecumenici per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, 25 gennaio 2026).

Beatissimo Padre, se Lei concede il Mandato Apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX, la Chiesa dei nostri giorni non perderà nulla. Lei sarà un vero costruttore di ponti, e ancor di più, un costruttore di ponti esemplare, perché Lei è il Sommo Pontefice, Summus Pontifex.+ Athanasius 

Schneider, Vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Santa Maria ad Astana
24 febbraio 2026

 
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[1] Statistiche annuali della FSSPX 2026 : Membri totali: 1.482; Vescovi: 2; Sacerdoti (esclusi i vescovi): 733; Seminaristi (inclusi quelli non ancora impegnati): 264; Fratelli religiosi: 145; Oblati: 88; Suore religiose: 250; Età media dei membri: 47 anni; Paesi serviti: 77; Distretti e case autonome: 17; Seminari: 5; Scuole: 94 (di cui 54 in Francia).






Il mito delle "Semplici" origini della Messa



Dal blog Chiesa e postconcilio: questo testo ed altri analoghi tra quelli della recente raccolta sulla "Liturgia ai tempi di Leone" qui. In fondo sono tutte queste ricchezze della Tradizione — oggi così disprezzata perché misconosciuta o vista in chiave ideologica — che forse la formazione post-conciliare impedisce di conoscere ad un papa moderno a sessant'anni dal Concilio. Ci vorrebbe l'autorevolezza di un pastore secondo il Cuore di Cristo che gliele facesse conoscere: la verità con carità...




25 febbraio 2026

La narrazione moderna prevalente, condivisa sia dai riformatori protestanti che dagli "esperti" liturgici moderni suggerisce che la Chiesa antica celebrasse un semplice pasto domestico caratterizzato da preghiera "spontanea" e da mancanza di formalità rituale. Questa teoria ipotizza che la "pompa", la "struttura gerarchica" e il "linguaggio sacrificale" del rito romano furono in seguito corruzioni che soffocarono la semplicità originale del Vangelo. Tuttavia, le Costituzioni Apostoliche (Constitutiones Apostolorum), un resoconto monumentale del IV secolo che codificava tradizioni orali e rituali molto più antiche, forniscono un devastante smascheramento di questa narrazione. Ciò rivela che più indietro ci si spinge nella storia cristiana, più si trova una liturgia inequivocabilmente sacrificale, gerarchica e orientata verso Dio.

Le Costituzioni Apostoliche (in particolare il Libro VIII) descrivono la "Liturgia Clementina", che la Chiesa antica accettava come una trasmissione fedele del culto tramandato dagli stessi Apostoli. Piuttosto che un pasto occasionale, la liturgia presentata è un rituale di culto altamente tecnico. Si inizia non con un saluto, ma con un rituale rigido di esclusione. I "Catecumeni", gli "ascoltatori" e i "miscredenti" hanno l'ordine di andarsene e le porte sono chiuse. Questo crea un "confine sacro" che rispecchia la Corte dei Gentili nel Secondo Tempio. Per i primi cristiani, l'Eucaristia non era un evento pubblico della comunità, ma un "Sacrificio tremendo e immortale" eseguito all'interno del "Santo dei Santi". " Questa "separazione" strutturale è il fondamento stesso dell'architettura apostolica che il protestantesimo tentò di smontare a favore di un raduno "trasparente" e "comune".

Il contenuto della Grande preghiera eucaristica (l'Anafora) nelle Costituzioni distrugge ulteriormente l'idea della semplicità primitiva. È una preghiera immensa, formale e poetica che racconta l'intera storia della salvezza, iniziando dalla creazione del mondo e dal sacrificio dell'Antico Testamento. Culmina in una specifica offerta sacrificale: "Offriamo a Te, nostro Re e Dio... questo pane e questa coppa." La lingua non è quella di una cena commemorativa, ma di un'oblazione - un'offerta letterale della vittima al Padre. Questo rituale è stato eseguito da un vescovo che, lungi dall'essere un semplice "presidente", era visto come il sommo sacerdote della Nuova Alleanza, in piedi davanti ad un Altare fisso, spesso rivolto verso Oriente (Ad Orientem) in attesa del ritorno del Sole della Giustizia.

Inoltre, le Costituzioni Apostoliche rivelano che il "Sacro Silenzio" e il "Mysterium Fidei" erano costanti apostoliche. Il testo descrive il Vescovo che prega le porzioni più sacre del rito con un senso di mistero custodito, protetto dai "flabella" (ventagli liturgici) tenuti dai diaconi, che simboleggiavano le ali dei Cherubini che ricoprono il Seggio della Misericordia (il coperchio dell'Arca dell'Alleanza). Il profano della Chiesa antica non si aspettava di capire ogni sillaba o partecipare in modo "democratico"; si aspettava di rimanere in soggezione davanti a un mistero. La narrazione protestante di una Chiesa precoce "semplice, vernacolare e trasparente" non è supportata dalla storia; è una proiezione storica pensata per giustificare la rimozione degli elementi sacrificali che gli Apostoli si sono sforzati di preservare.

In definitiva, le Costituzioni Apostoliche dimostrano che il rito Romano Tradizionale non è un accrescimento medievale, ma la realizzazione organica di un disegno sacrificale fin dalla sua nascita. Gli Apostoli, in qualità di eredi del Tempio, capirono che il Sacrificio dell'Agnello Pasquale richiedeva un culto antico e speciale. Questa "cultura estetica" ad alto rituale, l'uso di incenso, paramenti preziosi, canti formali e gesti ritmici, non era un'aggiunta barocca, ma era già saldamente consolidata e praticata dai tempi delle Costituzioni del IV secolo.

Era proprio questa realtà storica che il Concilio di Trento ha cercato di proteggere nella sua ventiduesima sessione. Il Concilio ha emesso un severo rimprovero a coloro che erroneamente credevano che la natura "elegante" e "pomposa" della liturgia fosse empia o una distrazione dal Vangelo. Trento definisce dogmaticamente che "la Chiesa ha impiegato cerimonie, come benedizioni mistiche, luci, incensi, paramenti e molte altre cose di questo genere, derivanti da una disciplina e tradizione apostolica." I Padri del Concilio capirono che questi elementi estetici non erano "incidenti culturali" che potevano essere scartati a piacimento, ma erano l'architettura celestiale necessaria per risvegliare le menti dei fedeli alla contemplazione delle cose più sublimi.

Suggerire che la liturgia originale fosse "semplice" significa ignorare i comandi espliciti per l'esattezza rituale, la separazione sacra e l'ordine gerarchico presenti nei più antichi registri della fede. Non troviamo un semplice pasto all'inizio del secolo; troviamo un palazzo celeste per il Re, costruito sulla pretesa apostolica che la Messa è il sacrificio oggettivo ed eterno di Cristo. Difendendo la grandezza estetica della Messa, il Concilio di Trento non era innovativo; era semplicemente un fedele amministratore delle Costituzioni Apostoliche e del maestoso patrimonio che la narrazione moderna "riformista" tenta di cancellare.

La tragedia dei moderni "esperti" liturgici è che sono diventati così ossessionati dal catalogare piccoli cambiamenti o dal minore accorciamento delle preghiere nel corso dei secoli da non essere riusciti a vedere la foresta per gli alberi. Si fissano sull'"evoluzione" di un proprio ignorando l'immutabilità dell'architettura. Tornando indietro nel tempo a un'esperienza davvero immersiva di una liturgia apostolica, loro stessi non avrebbero mai saputo se questa o quella preghiera minore fosse stata modificata, perché la loro esperienza sarebbe sorprendentemente simile a quella di partecipare ad una Messa Tridentina oggi. Avrebbe visto lo stesso incenso, sentito lo stesso tono ieratico e assistito alla stessa silenziosa azione sacrificale all'altare.

Se i vescovi di oggi fossero sinceramente interessati a fornire un'esperienza liturgica autentica che sia veramente "vicina al tempo agli apostoli", dovrebbero smettere di tentare di "ricostruire" una semplicità primitiva mai esistita. Invece farebbero meglio ad inserire la messa tridentina nelle loro diocesi. È nel rito tradizionale, non nella moderna "riforma generale", che si preserva la dignità del palazzo celeste e l'architettura apostolica delle Constitutiones Apostolorum. Abbandonare questo disegno per le fabbricazioni moderne significa rifiutare la saggezza degli Apostoli stessi.





Per fare i conti con la “laicità”






di Stefano Fontana, 26-02-2026

Per comprendere il significato politico del termine laicità dal punto di vista della dottrina cattolica occorre riferirsi alla relazione tra natura e sopra-natura, quindi tra ragione e fede, politica e religione. La politica appartiene al piano naturale, essa è l’arte e la scienza del bene comune temporale. La politica è un atto della ragione – la “ragione politica” appunto – che riguarda la moralità, ossia l’ordinabilità al fine, delle azioni comunitarie, non solo individuali ma anche sociali. Poi c’è il piano soprannaturale della fede. La rivelazione di Dio in Cristo non solo ha annunciato i fini ultimi della vita degli uomini, ma ha anche illuminato principi regolativi della vita sociale. La Chiesa e la religione cristiana hanno anche un ruolo storico e pubblico e quindi anche politico. La ragione è in grado di conoscere con le proprie forze i principi del diritto naturale che guidano la politica, così rimanendo sul suo proprio piano naturale, ma anche la fede nella rivelazione si occupa, dal suo punto di vista, del diritto naturale e della legge morale naturale, che non sono temi esclusivi della ragione. Insegnando che Dio è il Creatore della natura, la fede ci dice che la natura è come una lingua che esprime un ordine oggettivo e dei fini da raggiungere anche nella vita politica. La fede così conferma e rafforza il riferimento della politica ai principi della legge naturale. Oltre a ciò, va anche osservato che Dio ha voluto rivelare anche principi di ordine naturale, come i Comandamenti, e non solo verità soprannaturali e inaccessibili alla ragione umana. Questo perché, essendo essi importanti per la salvezza, voleva che fossero accessibili facilmente a tutti. Comprendiamo così che ambedue gli ordini, naturale e soprannaturale, riguardano la vita politica e la comunitaria degli uomini, naturalmente secondo due strade distinte. La politica è una dimensione che riguarda la ragione e anche la fede, la comunità politica ma anche la Chiesa. La cosa risulta evidente se pensiamo che ogni fedele cattolico è anche cittadino di una comunità politica. Egli vive due dimensioni distinte ma non opposte, tanto è vero che può impegnarsi in ambedue in modo coerente, in una unità di vita, anzi, proprio questo gli viene richiesto dalla sua stessa fede.

Stabilito questo, si tratta ora di vedere quale debba essere il rapporto tra le due dimensioni della ragione politica e della fede religiosa previsto dal concetto di laicità politica. Torno a dire che se non si accetta l’esistenza di ambedue le dimensioni il problema della laicità non si pone: la laicità è infatti un certo tipo di rapporto tra l’una e l’altra. Se la dimensione religiosa viene negata e combattuta, allora la laicità consisterà nel creare uno spazio politico neutro dal quale estromettere la religione, ogni religione. Il caso storico più famoso di questa soluzione è la legge sulla laicità approvata in Francia nel 1905, conseguenza dell’ideologia giacobina. La religione viene qui intesa come pericolosa perché ritenuta intenzionata ad imporre nello spazio pubblico delle verità assolute in contrasto con lo spirito di ricerca e di dialogo della ragione politica laicamente intesa. Questa posizione mostra però subito la sua contraddizione interna. L’atto di espellere la religione dalla pubblica piazza non può non assumere la forza di un’altra religione, altrettanto assoluta delle religioni da combattere, anche se di segno diverso. La laicità diventa allora una fede intollerante e perfino violenta. Se si considera violenza appendere il crocefisso in un’aula scolastica, altrettanto violenta dovrebbe essere ritenuto il toglierlo. La laicità, così, nega se stessa perché diventa una nuova religione.

Essa viene anche perduta se, al contrario, nello spazio si ammettono tutte le religioni come prodotti esposti sullo scaffale di un supermercato. In questo caso la politica considera le religioni come tutte uguali, quindi anche come tutte diverse, ossia né vere né false, prive di verità. L’indifferentismo religioso è una forma di ateismo, ossia di negazione della religione. Anche in questo caso non si dà vera laicità e, nell’apparente riconoscimento della libertà di religione, si impone la “religione” dell’indifferentismo religioso.

Come è facile capire, la laicità non viene adeguatamente fondata nemmeno se tra la ragione politica e la fede religiosa si ritiene esserci una completa identità. La religione islamica, per esempio, non ammette una legittima autonomia della sfera politica e giuridica rispetto alla religione perché ritiene che la vita politica dipenda direttamente dai decreti di Dio da applicare alla lettera, che non esista una morale naturale o una prudenza politica guidata dalla coscienza personale. Anzi, su vari punti, la moralità politica in una società islamica contrasta con alcuni principi della ragione naturale. L’origine dell’autorità politica, i rapporti di questa con l’autorità religiosa, il senso della legge, l’uguaglianza in dignità tra tutti gli uomini: in questi e in altri campi si nota una discordanza tra la ragione politica naturale e i dettami della religione islamica..

La laicità non è possibile quindi se la si intende come spazio neutro da assoluti religiosi, né come spazio indifferente agli assoluti religiosi, né come identificazione tra la politica e una religione. Si apre così la strada per un’altra visione della problematica che sia capace di conciliare la legittima autonomia della ragione politica con una relazione non generica o indifferente con le religioni. Questa via è quella proposta dalla civiltà cristiana, e in particolare dalla dottrina politica cattolica. Dico cattolica perché il protestantesimo tende a separare ragione e fede, e quindi anche politica e religione, spingendo per una secolarizzazione della politica, vale a dire per una sua emancipazione totale dalla religione; il cristianesimo ortodosso, da parte sua, tende ad una identificazione stretta tra politica nazionale e religione nazionale.

Secondo la visione cattolica, la ragione politica ha una sua autonomia che la mette in grado di arrivare da sola alle proprie verità naturali su cui basarsi. Che la società si fondi sulla famiglia e il matrimonio oppure che l’educazione dei figli sia responsabilità dei genitori, che i doveri vengano prima dei diritti e li legittimino o che il bene comune sia un concetto morale e non solo politico … tutte queste, e molte altre, sono verità politiche che la ragione conosce da sola. Per questo a legittimare l’autorità politica non è direttamente la religione, ma il diritto naturale, ossia il servizio che essa rende al bene comune. Cosa che non accade, invece, nei regimi integralisti dove l’autorità politica coincide con quella religiosa, né nelle società laicizzate dove l’autorità politica si ritiene impropriamente legittimata dal semplice voto. Ciò che lega una comunità è il fine comune fatto proprio dai suoi membri. Anche una bada di ladri si trova in questa situazione ma non è una comunità. Il fine deve essere buono. Una comunità è tale prima di tutto sul piano morale.

Si tratta però di vedere se questo sia sufficiente. Se lo fosse, allora la politica non avrebbe bisogno della religione e la natura della sopra-natura, sicché il tema della laicità non si porrebbe nemmeno o sarebbe risolto come nei casi che abbiamo escluso. La verità è che la natura non basta a se stessa e i fini naturali non hanno la capacità di orientare l’agire umano evitando la ricerca di interessi di parte. La natura e la morale pretendono una assolutezza che non sono in grado di darsi da sé. Il bene comune ha delle componenti che la ragione umana riesce a conoscere, ma senza l’aiuto della rivelazione lo fa solo in modo incerto, e l’uomo, una volta conosciuti, non riesce ad esservi coerentemente fedele. Del resto, il fine della politica è comunque un fine intermedio e non il fine ultimo, dato che il piano politico non ha carattere di assolutezza. Anche la politica, quindi, rimanda ad altro da sé per la propria completezza e i suoi fini rimandano a Dio come fine ultimo.

La ragione politica ha quindi bisogno della religione, ma di quale religione? Abbiamo già osservato che molte religioni negano addirittura le possibilità di una ragione politica. Essa ha bisogno di quella fede religiosa che non pretende che essa diventi fede ma le chiede di essere politica fino in fondo. Chiamiamo questa religione con l’espressione religio vera: si dice vera perché pone alla ragione politica la propria verità, la chiama a confrontare le sue verità con le proprie per verificare che non si contraddicono ma si completano, e così facendo richiama la ragione politica alla sua stessa verità. Questa religione è il cristianesimo cattolico, l’unica fede religiosa che possa svolgere questo compito. In questo modo si ha la vera laicità, che non si trasformerà in laicismo o in integralismo religioso come capita in tutti gli altri casi. Sembra una assurdità sostenere che la politica è veramente laica quando accetta l’aiuto pubblico e non solo privato da parte di singoli credenti, di una religione, come è appunto il cristianesimo cattolico. Una cosa è certa: la ragione politica stessa può condurre questo ragionamento e arrivare a queste conclusioni con le sue proprie forze, a patto che non si sia già separata dall’orizzonte della religio vera. La politica non salva se stessa e, quando prova a farlo, si condanna.









Belgio e Paesi Bassi: in aumento i battesimi di adulti e le conversioni alla Chiesa cattolica






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by Aldo Maria Valli 26 feb 2026

In un contesto di avanzata secolarizzazione, proprio di tutta l’Europa occidentale, Belgio e Paesi Bassi stanno facendo registrare un fenomeno inaspettato: un marcato aumento dei battesimi degli adulti e delle conversioni alla Chiesa cattolica. Queste tendenze, confermate da recenti statistiche, non devono tuttavia oscurare il persistente calo – come in Francia – dei battesimi infantili, segnale di un passaggio da un cristianesimo culturale a una fede di convinzione.

Belgio

In Belgio, un paese di quasi 12 milioni di abitanti, di cui circa la metà cattolici battezzati, si prevede che il numero di adulti che chiedono il battesimo raggiungerà i 689 nel corso del 2026, rispetto ai 534 del 2025, con un aumento di quasi il 30%. Questa crescita conferma un “boom di battesimi” tra gli adulti, triplicando la cifra del 2016 (229).

Dopo una crescita costante, l’accelerazione si è intensificata dal 2024, rispecchiando la tendenza della vicina Francia. Ciononostante, il numero totale di battesimi, compresi quelli dei bambini sotto i sette anni, è in inesorabile calo: da 51 mila nel 2017 a 30 mila nel 2024. Anche la partecipazione alla messa domenicale è crollata, riguardando solo 173 mila fedeli nel 2024, rispetto ai milioni degli anni Sessanta.

Sebbene questa ripresa non compensi il calo dei battesimi infantili, porta gioia alla comunità cattolica belga. Cathobel.be, un sito di notizie per i cattolici francofoni, titola: “Battesimi di adulti e adolescenti: l’aumento è in accelerazione!”. E otheo.be, il suo equivalente fiammingo, osserva che “la religione è stata sepolta un po’ troppo frettolosamente”. L’afflusso di convertiti maschera il calo dei battesimi infantili, in particolare nelle Fiandre, dove in alcune zone solo il 10% dei neonati viene battezzato. Ciò riflette l’emergere di un cattolicesimo basato sulla convinzione piuttosto che sulla tradizione culturale.

Paesi Bassi

Nei Paesi Bassi, un paese di 18 milioni di abitanti di tradizione calvinista, la Chiesa ha registrato un aumento del 40% dei fedeli adulti nel 2024 rispetto all’anno precedente. Più di 500 adulti sono stati battezzati e più di cento – i cui battesimi erano validi – si sono convertiti al cattolicesimo, secondo una dichiarazione della Conferenza episcopale olandese pubblicata all’inizio di febbraio.

Questi dati, seppur modesti, contrastano anche con il calo complessivo dei battesimi infantili: circa 6.100 nel 2024, in calo del 7% rispetto al 2023, con il 92% che riguardano bambini di età inferiore ai sette anni. Prime Comunioni (7.100, -7%) e Cresime (4.200, -5%) seguono questo inesorabile trend discendente.

Un barlume di speranza? I matrimoni religiosi sono in leggera ripresa: quasi 800 nel 2024, con un aumento del 5,5% in un Paese in cui i cattolici sono 3,448 milioni (il 19,1% della popolazione), con una diminuzione di 0,5 punti percentuali. Entro il 2026, quasi due terzi della popolazione olandese si dichiareranno senza affiliazione religiosa, il 14% protestanti e il 13% appartenenti ad altre religioni, principalmente l’Islam.

Questa tendenza si inserisce in un movimento più ampio nell’Europa occidentale, che interessa, tra gli altri, la Francia (oltre 10 mila battesimi di adulti nel 2025, +45%), il Regno Unito e la Svizzera. In Belgio e nei Paesi Bassi, questo “ritorno” degli adulti segnala una rinnovata vitalità.

Sarà comunque necessario nutrire spiritualmente questi nuovi convertiti mediante un insegnamento completo e autentico della fede e della morale cristiana, ben lontano dall’indottrinamento sinodale, la cui tossicità non è più in dubbio.

fsspx.news




Per una “riforma della riforma” che faccia pace nella liturgia. Il formidabile appello del cardinale Brandmüller




Sandro Magister , 24 febbraio 2026

(s.m.) Dall’alto dei suoi 97 anni magnificamente portati, della sua riconosciuta competenza di storico della Chiesa e più ancora del suo amore incondizionato per il “mistero dell’Eucaristia”, il cardinale Walter Brandmüller (nella foto di Lena Klimkeit © Picture Alliance/Dpa) lancia un forte appello a vescovi e fedeli affinché finalmente si abbassino le armi nella pluridecennale guerra tra novatori e tradizionalisti, con la liturgia della Messa al cuore dello scontro.

Il testo del suo appello il cardinale l’ha offerto a Settimo Cielo, perché sia reso pubblico, ed è integralmente riprodotto qui sotto. Anche il titolo è suo : “Per l’amor di Dio : Abbassate le armi!”

Brandmüller non la esplicita, ma dal suo scritto traspare la fiducia che egli ripone in Leone come promotore di pace e unità. Su una questione come la liturgia che è capitale per la vita e la missione della Chiesa e su cui il papa ha già guadagnato la stima di molti, per l’equilibrio che mostra nel volerla affrontare.

E neppure fa cenno, il cardinale, alle più recenti fiammate di questa guerra, in particolare alla relazione che il prefetto del dicastero per il culto divino, Arthur Roche, aveva predisposto per il concistoro del papa con i cardinali del 7 e 8 gennaio : una relazione molto ostile agli amanti della Messa tridentina, ma fortunatamente rimossa dall’agenda dell’incontro, col rinvio del tema a momenti futuri.

Ma ciò che colpisce del testo di Brandmüller è molto più il detto del non detto. Nell’argomentare il suo appello, egli intreccia con competenza le vicende attuali con i precedenti storici, la riforma originaria del Concilio Vaticano II con le derive postconciliari, il vissuto dei fedeli con le sottigliezze della teologia. Il tutto con scrittura brillante, capace di avvincere anche i non esperti.

A lui la parola, con la speranza che sia confermata dai fatti.

*

Per l’amor di Dio : “Abbassate le armi!”


di Walter Card. Brandmüller

Non è con la “Sacrosanctum concilium” del Vaticano II, bensì con l’attuazione dopo il Concilio della riforma liturgica che si è aperta una frattura in ampie parti del mondo cattolico. Ne è sorto un malsano conflitto tra “progressisti” e “retrogradi”. Ci si deve forse stupire? Niente affatto. Ciò non fa che dimostrare quale ruolo centrale la liturgia occupi nella vita dei fedeli.

Il cosiddetto “conflitto liturgico” non è, del resto, un fenomeno sorto soltanto dopo il Vaticano II, e nemmeno esclusivamente in ambito cattolico. Quando nella Russia ortodossa nel 1667 il patriarca Nikon e lo zar Alessio I introdussero una riforma liturgica, diverse comunità si staccarono, alcune arrivando persino a rifiutare il sacerdozio stesso, con scissioni che perdurano fino ad oggi.

Anche nell’Occidente cattolico e protestante si accesero, in epoca illuminista, dispute accanite riguardo all’introduzione di nuovi innari. Nella cattolica Francia, la sostituzione dell’antica liturgia gallicana con il nuovo “Missale romanum” a metà dell’Ottocento incontrò un’opposizione feroce.

Insomma, in tutti questi casi non si trattava, come per Ario o Lutero, del dogma, della verità rivelata. Tali questioni divenivano piuttosto oggetto di disputa in ambienti intellettuali.

Ciò che tocca invece la vita quotidiana della pietà sono i riti, le usanze, le forme concrete della religiosità vissuta ogni giorno. È lì che il conflitto si accende, talvolta persino su particolari secondari, come varianti di testi in inni o preghiere. E tanto più irrazionale appare il motivo della contesa, tanto più violento diventa lo scontro.

Su un terreno così minato non si può certo intervenire con un bulldozer. Nella maggior parte dei casi, non è la dottrina di fede a essere direttamente intaccata. Lo sono il sentimento religioso, le care formule devozionali, l’abitudine. E ciò penetra spesso più in profondità di una formula teologica astratta: perché tocca l’esperienza vitale.

Allo stesso modo, è altrettanto erroneo invocare lo slogan “sotto le vesti talari l’odore ammuffito di mille anni” per esigere demolizioni e rotture della tradizione, poiché ciò finirebbe col misconoscere non solo l’essenza cristiana, ma anche quella umana della tradizione ereditata. Questo vale in genere per ogni tentativo di riforma, tanto più quando essa tocca la pratica religiosa quotidiana, come ad esempio il riordino delle parrocchie, che incide nella vita vissuta dei fedeli.

Eppure, sorprendentemente, tale diffidenza, o addirittura tale rifiuto delle novità, non si manifestò quando Pio XII riformò dapprima, nel 1951, la Veglia pasquale, e poi, nel 1955, l’intera liturgia della Settimana Santa. Io stesso ho vissuto ciò personalmente, da seminarista e giovane sacerdote. E salvo reazioni perplesse in qualche contesto rurale, laddove queste riforme furono attuate con fedeltà furono accolte con gioiosa attesa, se non con entusiasmo.

Eppure, oggi, a distanza di tempo, ci si deve pur chiedere perché, invece, le riforme di Paolo VI abbiano generato certe reazioni fin troppo note. Nel primo caso la Chiesa conobbe uno slancio liturgico, nel secondo molti videro in atto una rottura liturgica con la tradizione.

Dopo il pontificato di Pio XII, in vari ambienti ecclesiali l’elezione di Giovanni XXIII venne percepita come una liberazione da coercizioni magisteriali. La porta si apriva anche al dialogo con il marxismo, la filosofia esistenzialista, la scuola di Francoforte, Kant e Hegel – e con questo a un nuovo modo radicalmente diverso di intendere la teologia. Suonava l’ora dell’individualismo teologico, dell’addio a ciò che veniva liquidato come “passatismo”.

Le conseguenze per la liturgia furono gravi. Arbitrio, proliferazione, individualismo sfrenato condussero, in non pochi luoghi, alla sostituzione della Messa con elaborati personali, raccolti addirittura in quaderni ad anelli preparati dai celebranti. Il risultato fu un caos liturgico e un esodo dalla Chiesa senza precedenti, che nonostante la riforma paolina perdura ancora oggi.

In risposta sorsero gruppi e circoli decisi a contrapporre al disordine la ferma fedeltà al “Missale romanum” di Pio XII. Tanto più, dunque, regnavano da una parte l’arbitrio e il disordine, quanto più, dall’altra, si induriva il rifiuto di ogni sviluppo, nonostante le esperienze positive già fatte con le riforme di Pio XII. In tal modo, anche la riforma del messale di Paolo VI – che pure non mancava di difetti – incontrò critiche e resistenze. E sebbene tali obiezioni fossero spesso motivate, esse non erano tuttavia giustificate. Il “Novus ordo” era stato promulgato dal papa: pur con le critiche legittime, doveva essere accolto nell’obbedienza.

L’apostolo Paolo scrive che Cristo “si fece obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”, e con la sua morte Egli ha redento il mondo. Se dunque nella celebrazione eucaristica è reso presente l’obbedire fino alla morte di Cristo, questa celebrazione non può avvenire nella disobbedienza.

E tuttavia che cosa avvenne? Per alcuni le riforme non erano sufficienti: essi continuarono con la loro liturgia su quaderni ad anelli, frutto di creatività individuale. Altri, per contro, opposero la fedeltà alla “Messa di sempre”, dimenticando – o ignorando – che il rito della Santa Messa si è sviluppato e trasformato lungo i secoli, assumendo forme diverse sia in Oriente che in Occidente, secondo i rispettivi contesti culturali. In verità, l’unica “Messa di sempre” si riduce alle parole della consacrazione, peraltro tramandate con formulazioni differenti nei Vangeli e in Paolo. Questa, e solo questa, è la “Messa di sempre”. Là dove non si voleva prenderne coscienza si sono schierate le parti e la lotta continua fino ai nostri giorni.

Non bisogna tuttavia dimenticare che la liturgia autentica, celebrata con coscienza in nome della Chiesa, è in molti luoghi una realtà pacifica e quotidiana. Resta però la domanda: come è stato possibile uno sviluppo conflittuale così lacerante? Uno sguardo alla storia rivela qualcosa.

Le battaglie combattute dopo il Concilio di Trento non riguardavano la natura della Santa Eucaristia. Il nuovo “Missale romanum” di Pio V venne introdotto gradualmente nei vari paesi, da ultimo nella Francia della fine del XIX secolo, senza provocare conflitti, mentre antichi riti locali, come l’ambrosiano a Milano, o propri degli ordini religiosi continuavano senza difficoltà.

Fu solo agli inizi del XX secolo, nel contesto del modernismo, che riemerse la disputa sul sacrificio della Messa, ora però non tanto sul rito quanto piuttosto sull’essenza del sacrificio stesso. Lo scoppio della prima guerra mondiale, con le sue sconvolgenti conseguenze per l’Europa, impedì una soluzione adeguata, lasciando covare la questione irrisolta sotto traccia. E negli anni successivi il movimento liturgico, importante nel dopoguerra, si occupò anch’esso – salvo eccezioni – non dell’essenza, quanto piuttosto dell’esecuzione della liturgia, in particolare del sacrificio della Messa da parte della comunità dei fedeli. La presa del potere da parte delle dittature comuniste, fasciste e nazionalsocialiste, seguita poi dalla seconda guerra mondiale con le sue conseguenze, impedì ancora una soluzione definitiva.

Fu Pio XII che, nel mezzo dei problemi del dopoguerra e consapevole delle questioni irrisolte relative al santo sacrificio della Messa, riprese l’argomento nella sua enciclica “Mediator Dei” del 1947: ribadì e chiarì il dogma del Concilio di Trento e infine fornì indicazioni per una degna celebrazione liturgica.

Eppure, le controversie non cessarono, anzi: esse si accesero nuovamente non tanto sul rito, quanto di nuovo sulla natura del sacrificio eucaristico. L’enfasi eccessiva – fino alle vera e propria assolutizzazione – del carattere conviviale della Santa Messa condusse, e conduce ancora, a gravi abusi liturgici, talora perfino blasfemi. Abusi nati da fraintendimenti fondamentali del mistero dell’Eucaristia.

A ciò si aggiunge il fatto che dipende quasi sempre dai singoli sacerdoti se la Santa Messa viene celebrata secondo il “Novus ordo” osservato scrupolosamente o se viene dato libero sfogo alle idee soggettive dei celebranti. I casi in cui le autorità episcopali sono intervenute contro gli abusi sono stati piuttosto rari. Non si è ancora compreso a sufficienza che questa dissoluzione dell’unità liturgica è frutto di incertezza o addirittura di perdita della fede autentica e costituisce una minaccia per l’unità stessa nella fede.

È dunque necessario – se si vogliono evitare o sanare fratture fatali dell’unità ecclesiale – giungere a una pace, o almeno a una tregua, sul fronte liturgico. Ecco perché vale riprendere il titolo del celebre romanzo pacifista di Bertha von Suttner, pubblicato dal 1889 in 37 edizioni e 15 traduzioni: “Die Waffen nieder!”: abbassate le armi !

Questo significa anzitutto disarmare il linguaggio, quando si parla di liturgia. Allo stesso modo, sarebbe necessario evitare ogni tipo di accusa reciproca. Nessuna delle due parti dovrebbe mettere in dubbio la serietà delle intenzioni dell’altra. In breve: occorre esercitare tolleranza ed evitare la polemica. Entrambe le parti dovrebbero garantire una liturgia che rispetti scrupolosamente le rispettive norme. L’esperienza mostra che tale ammonimento vale non solo per i novatori, ma anche per i sostenitori della “Messa antica”.

Entrambi gli schieramenti dovrebbero studiare con imparzialità il capitolo II della costituzione conciliare “Sacrosanctum concilium” e valutare alla sua luce gli sviluppi successivi. Risulterebbe allora evidente quanto la prassi postconciliare si sia allontanata dalla costituzione, alla quale, non va dimenticato, aderì anche l’arcivescovo Marcel Lefebvre.

Solo così, nel silenzio e con grande pazienza, si potrà lavorare a una riforma della riforma, che corrisponda realmente alle disposizioni della “Sacrosanctum concilium”. Potrà allora giungere il momento in cui verrà presentata una riforma capace di onorare le istanze di entrambe le parti.

Ma fino ad allora, ancora una volta, per l’amor di Dio: “Abbassate le armi!”




mercoledì 25 febbraio 2026

In Spagna la fede sta morendo






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by Aldo Maria Valli 25 febbraio 2026



Ma qual è la preoccupazione del papa? L’avanzata della “destra” (che difende la vita)


In Spagna la pratica religiosa è in costante diminuzione e il secolarismo avanza a grandi passi, ma incontrando i vescovi spagnoli Leone XIV ha espresso un’altra preoccupazione: l’avanzata dell’ideologia “di estrema destra” e il tentativo dei “movimenti estremisti” di “conquistare il voto cattolico”.

C’è una particolare retorica clericale che si riconosce a un miglio di distanza. È quella di chi osserva una casa in fiamme ma decide che l’emergenza riguarda le abitudini di voto dei vicini.

“El País” aggiunge un dettaglio significativo: i vescovi sono rimasti sorpresi da quanto il papa si sia concentrato sulla destra politica “piuttosto che su altre preoccupazioni che gli avevano presentato”.

Sotto il profilo della pratica religiosa cattolica la Spagna è ormai un cimitero, un laboratorio del secolarismo più aggressivo e la prova per ciò che accade quando una nazione che un tempo sembrava cattolica inizia a trattare la fede come un reperto da museo. Eppure la “preoccupazione più grande” del papa riguarda la competizione ideologica per il voto cattolico.

Le statistiche sono chiare. Negli ultimi anni la Spagna ha registrato un netto calo del numero di fedeli. Rispetto al 2011, quando la quota di credenti era poco più del 70% della popolazione, la comunità cattolica ha perso circa quindici punti percentuali, raggiungendo una quota del 56,1% della popolazione intervistata. In Spagna andare a messa non è più una consuetudine, o almeno così sembra in base agli ultimi dati: oltre il 47 per cento di coloro che si considerano cattolici non partecipa quasi mai a una funzione religiosa. Circa il 37% della popolazione intervistata ha dichiarato di essere non credente o atea, e la quota di atei dichiarati è in aumento, raggiungendo il 13,3% degli intervistati.

Il papa dovrebbe difendere la dottrina, ripristinare il culto, disciplinare il clero, predicare il pentimento, richiamare nazioni e governanti alla legge naturale. Questo è lo scopo per cui esiste il suo ufficio. Invece, la sua preoccupazione è quella di uno stratega in campagna elettorale: come fermare la “destra”? Proprio quella destra “estremista” che in Spagna, guarda caso, è pro vita, pro fede cattolica, pro difesa dei confini nazionali e anti ideologia Lgbtq.

bigmodernism







martedì 24 febbraio 2026

Lo chiedo a Chat GPT: «L'aborto? Un parto anticipato»


Abbiamo provato a “dialogare” con Chat GPT su aborto, libertà e embrioni. Il risultato è sconcertante e prevedibilmente anti-vita.

Dialogo surreale

Editoriali 


Maria Bigazzi, 24-02-2026

Chat GPT: quell’ente onnisciente che oggi sostituisce qualsiasi vocabolario o consiglio umano quasi da sembrare una persona in carne ed ossa. “Lo chiedo a Chat GPT” – diciamo - e tutto si risolve in un attimo.

Ho provato anche io a chiedere una cosa a Chat GPT, ma in tema di bioetica. La risposta sconcerta.

«Cosa ne pensi della Legge sull’aborto?» chiedo io. Risposta: «La legge sull'aborto è un tema molto complesso e delicato, che coinvolge numerosi aspetti, tra cui i diritti delle donne, la libertà di scelta, la salute pubblica e le convinzioni morali e religiose. Personalmente, credo che ogni individuo debba avere il diritto di decidere autonomamente riguardo al proprio corpo e alla propria salute, compresa la possibilità di interrompere una gravidanza. Il diritto all'aborto sicuro e legale è un elemento fondamentale per tutelare la salute delle donne, evitando rischi derivanti da interventi clandestini o non professionali».

Comincia così uno scambio “surreale” con un chatbot basato su intelligenza artificiale che sembra saperne una “più del diavolo”.

Gli dico: «Il feto è già una vita, e questo è provato scientificamente». Qui viene il bello. Chat GPT mi risponde che su un punto ho ragione, sul fatto che biologicamente il feto è un organismo vivente, ma il dibattito nasce dal fatto che – continua – non sia molto importante se sia vita, ma che tipo di vita e quale status morale o giuridico abbia.

Stiamo parlando di qualità di vita, dunque. Controbatto e mi viene risposto che bisogna chiedersi quando «uno sviluppo biologico umano diventa anche “persona” in senso giuridico e morale, per cui alcuni rispondono dal concepimento, altri dalla nascita, altri ancora da determinate tappe di sviluppo».

Ricordo a Chat GPT che se la scienza afferma che il feto è da considerare già vita, questo non può essere negato né si può spostare il discorso su altri piani. Mi dà ragione sul fatto che «la scienza afferma che dal concepimento esiste un organismo umano vivente». Questo – mi dice - non è negato dall’embriologia, ma la questione deve essere spostata sulla domanda: «Ogni vita biologica umana ha automaticamente gli stessi diritti di una persona nata?».

Assurdo. Gli chiedo se allora ci sono vite che valgono meno e aggiungo che mi sta negando quanto detto prima. La mia obiezione viene oscurata perché «viola le condizioni d’uso o politiche di utilizzo», ma non manca la risposta: dire che «qualcosa è vita biologica umana non risolve automaticamente la questione di come vadano bilanciati i diritti in conflitto», e il conflitto starebbe tra la vita umana in sviluppo e l’autonomia corporea e la salute della donna, perché – continua – bisogna distinguere tra un essere dipendente dagli adulti per nutrimento e cura ma non dal corpo biologico specifico, il neonato, e uno che dipende fisicamente e biologicamente dal corpo di una donna, ovvero il feto.

L’argomento sostenuto – riportato testualmente - è che «nessuno può essere obbligato a mettere a disposizione il proprio corpo per sostenere un altro essere, anche se quell’essere ha valore». Alla mia obiezione risponde che «finché la sopravvivenza di quell’essere richiede l’uso interno di una persona, lo Stato non può imporre quell’uso. Quando il feto è viabile [traduzione impropria del termine inglese "viable" ("vitale"), che indica la possibilità di sopravvivenza del feto fuori dal grembo materno, ndr], l’interruzione di gravidanza non implica necessariamente la morte del feto: può significare un parto anticipato». Parto anticipato?!

Sul tema giuridico poi non ci siamo proprio, e se gli chiedo cosa mi dice nel caso fossi una donna che vuole ricorrere all’aborto, mi sento rassicurare che ho diritto di prendere decisioni sul mio corpo e sulla mia vita. «Non c’è nulla di sbagliato», dice.

Non si può dire certamente che Chat GPT sia pro-life, quanto piuttosto pro-choice e che incarna bene lo slogan “sul mio corpo decido io”.

Ciò fa comprendere quanto sia un’arma del pensiero unico nelle mani di tanti giovani che si trovano sostenuti a scegliere in modo superficiale l’aborto. L'intelligenza artificiale può dirti cosa fare, anzi ti tranquillizza facendoti sentire compreso e nel giusto, qualsiasi scelta tu faccia.

Ma qui parliamo di persona, la cui vita è sacra e inviolabile e che non può essere sminuita da nessun chatbot. Le nuove minacce alla vita umana di cui parlava a suo tempo Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae vanno sempre più moltiplicandosi. Diventa quindi necessario conoscere su quale campo si combatte oggi la battaglia, per non rischiare di restare disarmati davanti a un nemico che non perdona.