martedì 17 marzo 2026

Vangelo del 17 Marzo: la Bibbia 2008 ha Cancellato un versetto intero. Perché?



“ATTENZIONE! CLAMOROSO: nel Vangelo di oggi (17 marzo 2026) la Bibbia CEI 2008 ha cancellato completamente un versetto intero — perché tutti devono conoscere “La Bibbia come Dio comanda” di IB



di Investigatore Biblico 17 marzo 2026

Avevo già trattato questo tema nell’Indizio 217 (Indizio n. 217: “CLAMOROSO! La Bibbia CEI 2008 e la Nuova Vulgata hanno soppresso completamente un versetto del Vangelo di Giovanni. Ma per quanto tempo si dovrà andare avanti con una Bibbia errata e monca? ” di INVESTIGATORE BIBLICO – Investigatore Biblico). Ve lo ripropongo oggi che viene proclamato questo Vangelo. E’ fondamentale leggere il libro “La Bibbia come Dio comanda” per custodire la versione integrale della Sacra Scrittura.

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Nel Vangelo proclamato oggi, martedì 17 marzo 2026, la liturgia ci propone il brano di Giovanni 5,1-16 (Vangelo e parola del giorno 17 marzo 2026 – Vatican News). È una pagina semplice e allo stesso tempo profondamente drammatica: Gesù sale a Gerusalemme e si reca presso la piscina chiamata Betzatà, dove giacciono molti malati, ciechi, zoppi e paralitici. Tra loro c’è un uomo infermo da trentotto anni. Gesù gli rivolge una domanda essenziale: «Vuoi guarire?». Non compie un gesto spettacolare, non ricorre a rituali complessi: gli dice soltanto di alzarsi, prendere la sua barella e camminare. E quell’uomo guarisce. Il miracolo, tuttavia, provoca la reazione ostile delle autorità perché avviene di sabato. Da qui nasce il conflitto che porterà progressivamente alla persecuzione contro Gesù.

Eppure, leggendo attentamente questo stesso brano nella Bibbia CEI 2008(1), ci si accorge di qualcosa che lascia perplessi. Nel racconto manca un versetto che per secoli i cristiani hanno letto senza alcun problema. Il versetto è Giovanni 5,4. Nella Bibbia CEI del 1974 esso recitava: «Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto». Lo stesso versetto compare nella Vulgata latina di san Girolamo, che per secoli la Chiesa ha considerato la traduzione di riferimento. E lo si trova in molte altre tradizioni bibliche.

Nella CEI 2008, invece, quel versetto semplicemente non c’è più. Scompare. Non viene tradotto, non viene proclamato nella liturgia, non viene spiegato. È come se non fosse mai esistito.

La domanda nasce spontanea. Perché?

Perché fino a pochi anni fa quel versetto era letto come Parola di Dio e oggi improvvisamente non lo è più? Chi ha deciso che un testo che per secoli ha fatto parte della tradizione cristiana dovesse essere eliminato dal testo corrente? È davvero legittimo trattare così un versetto del Vangelo?

Si dirà che alcuni antichi manoscritti non lo riportano. Ma altri sì. Il Codice Alessandrino, per esempio, lo conserva. La Vulgata di san Girolamo lo riporta chiaramente. E la tradizione liturgica e spirituale della Chiesa lo ha trasmesso senza scandalo per secoli. È dunque legittimo domandarsi se la soluzione scelta – cancellare il versetto dal testo – non sia stata troppo drastica.

Perché quel versetto non è marginale. Spiega il contesto del racconto. Senza di esso, il lettore moderno non capisce facilmente perché tanti malati si trovino presso quella piscina e perché l’uomo paralitico dica a Gesù di non avere nessuno che lo immerga nell’acqua quando questa si agita. Il versetto chiarisce la credenza diffusa: l’acqua veniva agitata e il primo che vi entrava veniva guarito. In quel quadro appare ancora più potente il gesto di Gesù, che guarisce senza bisogno di quell’acqua e senza aspettare il movimento miracoloso.

C’è anche un altro aspetto teologico non secondario. Il versetto parla dell’azione di un angelo inviato da Dio. Non è una stranezza folkloristica: la Scrittura è piena di interventi angelici. Basta pensare al libro di Tobia, dove l’arcangelo Raffaele accompagna e guarisce. La tradizione cristiana ha sempre insegnato che gli angeli sono servitori di Dio e strumenti della sua provvidenza. Eliminare quel versetto significa eliminare anche questo piccolo segno della presenza invisibile di Dio nella storia.

E allora la preoccupazione diventa più ampia. Se oggi si toglie un versetto perché considerato incerto o scomodo, cosa succederà domani? Si cancellerà qualche altro passo? Si ammorbidirà un versetto troppo duro? Si annacquerà una frase che disturba la sensibilità moderna?

Cancella qui, togli là, correggi quell’altro… alla fine cosa resterà della Bibbia?

La Scrittura non è un testo da adattare continuamente ai gusti del momento. È una tradizione ricevuta, custodita, tramandata. Ogni intervento sul testo richiede prudenza, rispetto, e soprattutto la consapevolezza che milioni di credenti hanno ascoltato quelle parole come Parola di Dio.

Per questo casi come quello di Giovanni 5,4 fanno discutere. Non si tratta di una polemica sterile, ma di una domanda seria sulla trasmissione del testo biblico. Come è stato tradotto? Quali criteri sono stati usati? Quali parti sono state omesse o modificate?

Ed è proprio per rispondere a queste domande che diventa importante studiare e approfondire. Il libro La Bibbia come Dio comanda, raccoglie molti casi simili (omissioni, errori, cambiamenti, annacquamenti…) e invita il lettore a confrontare i testi, a verificare e a non fermarsi alla prima versione che trova.

Perché conoscere la Scrittura non significa solo leggerla, ma anche capire come ci è stata trasmessa. E quando si scopre che un versetto del Vangelo è stato improvvisamente tolto dal testo corrente, la domanda resta inevitabile: è davvero questo il modo migliore di custodire la Parola che la Chiesa ha ricevuto?



(1) Anche nell’Edizione della Bibbia Francese (letta nella liturgia) manca Gv 5,4






lunedì 16 marzo 2026

Per un ritratto di San Francesco non edulcorato





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by Aldo Maria Valli 16 mar 2026



di Paolo Gulisano

In questo ottocentesimo anniversario della salita al Cielo di san Francesco d’Assisi, dovremo aspettarci una rinnovata retorica sul Poverello d’Assisi, sul profeta dell’ecologismo, sul santo figlio dei fiori che parlava con gli uccellini e i lupi.

È quindi provvidenziale, per chi vuole invece conoscere il vero san Francesco, la pubblicazione di una biografia scritta anni fa da un figlio di san Francesco, Ilarino Felder: “San Francesco, cavaliere di Cristo” pubblicato dall’editrice Arca di Milano è un libro che espone magistralmente la spiritualità di san Francesco d’Assisi.

Come dice padre Fabiano Montanaro, teologo e profondo conoscitore del santo di Assisi, “l’ideale di san Francesco consiste in queste semplici parole che riassumono tutto: amore e conformità a Cristo povero e crocifisso”. La sua vita fu solo amore e lode di Cristo.

Per mettere in maggior evidenza l’amore di Francesco, l’autore riporta questo passo della biografia “I tre compagni”: “Cominciando dalla sua conversione fino alla morte, egli (Francesco) amò Cristo con tutto il suo cuore, portando incessantemente nella sua memoria il ricordo di lui, lodandolo con le labbra e glorificandolo con buone opere. Così ardentemente e intimamente egli amò il divin Salvatore, che, appena veniva pronunciato il di lui nome, era commosso interiormente e scoppiava nel grido: Cielo e terra dovrebbero chinarsi davanti al Nome del Signore (p. 130)”.

Il libro rivela come Francesco fosse eminentemente l’uomo dell’Eucaristia. La spiritualità di san Francesco consiste nella conformità con Cristo. Ciò viene bene evidenziato dal Felder che scrive: “L’imitazione di Gesù, in ogni circostanza – nel pensare e nel volere, nell’agire e nel rinunciare – fu la pratica energica, ininterrotta e perseverante che caratterizzò la vita del Cavaliere di Cristo di Assisi”.

Cavaliere di Cristo: un titolo quanto mai appropriato. Il figlio di Pietro di Bernardone da giovane aveva sognato di compiere gesta mirabili con la spada e con lo scudo, di far valere i diritti del suo comune contro gli avversari, e poi ancora aveva pensato alle Crociate, a liberare il Santo Sepolcro, ma poi gli orrori della guerra lo avevano portato a scegliere non la spada ma il Crocifisso. Così Francesco restò sempre cavaliere nel cuore, capace di gesti di coraggio come quando abbracciò e baciò il lebbroso. Un gesto di coraggio che soltanto un cuore cavalleresco avrebbe potuto compiere, il gesto di chi non aveva paura del contagio (che differenza con i chierici in fuga davanti al Covid!) e anteponeva a tutto la carità.

“Nelle sue preghiere implorava senza sosta dal Signore la grazia di una carità perfetta: Distacchi, o Signore, te ne prego, l’ardente forza melliflua del tuo amore il mio spirito da tutto ciò che è sotto il cielo, affinché io muoia per amor del tuo amore, tu che hai voluto morire per amor del mio amore (p. 131)”.

Sia nelle cose più grandi che in quelle più piccole, sia nell’intimità dell’anima che negli aspetti esteriori dell’esistenza, “egli cercava di diventare simile al Salvatore e di adempiere il suo Vangelo senza restrizioni, nella lettera e nello spirito (p. 129)”.

L’amore a Dio e al prossimo erano ciò che lo muoveva. Ma l’immagine del Francesco ecologista, animalista? In realtà, ciò che amava era il Creato, riflesso dello splendore del Creatore, non la natura. Il famoso episodio del lupo di Gubbio era avvenuto perché Francesco si stava recando in quella cittadina per visitare gli ammalati, in particolare i lebbrosi, ancora una volta.

Ciò viene messo in evidenza dal Felder nel Capitolo IX, dove leggiamo: “Nessun cavaliere religioso né crociato fu mai così fedele e devoto al Salvatore sofferente quanto Francesco. L’avvenimento del Calvario – gli indicibili dolori, l’abbandono sconsolato, l’agonia tremenda dell’Uomo Dio – scuotevano profondamente la sua interiorità e i suoi sentimenti. Poco dopo che a Spoleto era divenuto vassallo del supremo Signore, gli apparve un dì il Crocifisso. A tale vista l’anima sua si strusse d’amore, e il ricordo della Passione di Cristo s’impresse così profondamente nel suo cuore, che egli in seguito difficilmente poteva pensare alla Croce senza scoppiare in lacrime (p. 134)”.

L’autore asserisce che “tutto il pensare, l’aspirare, l’agire, il pregare, il soffrire e il morire di san Francesco si configura come un’epopea eroica di sconvolgente grandezza. Dalla consacrazione cavalleresca a San Damiano fino alla morte nella Porziuncola, egli servì il suo Signore con una sequela eroica e divenne conforme al Crocifisso sotto ogni aspetto, per quanto ciò sia possibile a un essere mortale. E il Signore crocifisso Gesù Cristo, a sua volta, ricompensò il suo Paladino con amore regale: gli conferì il proprio stemma e lo trasformò nella sua perfetta immagine” (p. 141).

Felder allude alla trasformazione avvenuta in Francesco con l’impressione delle stimmate alla Verna. Descrive dettagliatamente l’episodio, secondo la narrazione fatta dal Celano, da san Bonaventura e in base ad altre fonti (cfr. pp. 137-139).

Un altro stereotipo su di lui è quello della povertà, enfatizzato nel corso di un recente pontificato. Felder spende tutto il capitolo X per provare che san Francesco visse nella povertà più assoluta, per essere il più possibile conforme a Cristo.

L’autore apre il capitolo dicendo: “Come il Cavaliere di Cristo amò il suo Signore, così egli corteggiò anche la sua Signora Povertà. Dal momento in cui divenne vassallo dell’Altissimo, egli cominciò a chiederne la mano (p. 145)”.

Poi racconta: “Il 24 febbraio 1209 Francesco si trovava nella Porziuncola, presente alla santa Messa, e udì proclamare il Vangelo della missione degli Apostoli: Andate e annunziate: il Regno dei Cieli è vicino. Non prendete con voi né oro né argento né altra pecunia nella vostra cintola, nessuna bisaccia, non due tuniche, non scarpe né bastone (p. 145)”.

“Queste parole – continua il Felder – caddero nell’anima di Francesco come una nuova rivelazione (p. 146)”. Poi prosegue riportando testualmente ciò che Francesco disse e fece come conseguenza: “È questo che voglio! È questo che cerco! Questo desidero di fare dal profondo del cuore! esclamò egli altamente giubilando; gettò via bastone e scarpe, prese, invece della cintola di cuoio, una corda e si fece con una rozza stoffa un miserabile vestito (p. 146)”.

L’autore evidenzia che “Francesco esortava senza sosta e con grande insistenza anche i suoi frati a custodire e a tenere in sommo onore la Povertà, perché essa era stata la Sposa del Salvatore. Con questa motivazione infiammava i suoi primi compagni alla rinuncia di tutti i beni terreni, spiegando loro che, così facendo, essi non facevano altro che restituire ogni cosa al legittimo Padrone (p. 159)”.

E rivolgendosi sul letto di morte alle povere Dame, osserva Felder nel Capitolo IX, san Francesco dichiara: “Io piccolo frate Francesco voglio seguire sino alla fine la vita e la povertà del nostro sommo Signore Gesù Cristo e della sua Santissima Madre. E io vi prego, mie Dame, e vi do il consiglio che disponiate la vostra vita sempre conforme a questa vita santissima e alla sua povertà (p.128)”.

Quest’ultima volontà di san Francesco valeva non solo per i suoi seguaci – uomini e donne – di quel tempo, ma vale per quelli di sempre, anche oggi.

La spiritualità di San Francesco consiste nella conformità con Cristo crocifisso.

Ciò viene messo in evidenza dal Felder nel Capitolo IX, dove leggiamo: “Nessun cavaliere religioso né crociato fu mai così fedele e devoto al Salvatore sofferente quanto Francesco. L’avvenimento del Calvario – gli indicibili dolori, l’abbandono sconsolato, l’agonia tremenda dell’Uomo Dio – scuotevano profondamente la sua interiorità e i suoi sentimenti. Poco dopo che a Spoleto era divenuto vassallo del supremo Signore, ‘gli apparve un dì il Crocifisso. A tale vista l’anima sua si strusse d’amore, e il ricordo della Passione di Cristo s’impresse così profondamente nel suo cuore, che egli in seguito difficilmente poteva pensare alla Croce senza scoppiare in lacrime’ (p. 134)”.

L’autore asserisce che “tutto il pensare, l’aspirare, l’agire, il pregare, il soffrire e il morire di san Francesco si configura come un’epopea eroica di sconvolgente grandezza. Dalla consacrazione cavalleresca a San Damiano fino alla morte nella Porziuncola, egli servì il suo Signore con una sequela eroica e divenne conforme al Crocifisso sotto ogni aspetto, per quanto ciò sia possibile a un essere mortale. E il Signore crocifisso Gesù Cristo, a sua volta, ricompensò il suo Paladino con amore regale: gli conferì il proprio stemma e lo trasformò nella sua perfetta immagine” (p. 141).

Il Felder allude alla trasformazione avvenuta in Francesco con l’impressione delle stimmate alla Verna. Descrive dettagliatamente l’episodio, secondo la narrazione fatta dal Celano, da San Bonaventura e in base ad altre fonti (cfr. pp. 137-139).

E aggiunge: “Non pago dei violenti dolori che giorno e notte gli procuravano le piaghe delle mani, dei piedi e del costato, egli anelava a sofferenze ancora maggiori. Gli sarebbe parso indegno di un vero cavaliere portare in sé i segni della croce del suo Signore senza condividere fino in fondo anche il peso della crocifissione. E Dio provvide largamente a questo suo desiderio. Infatti, poco dopo la stimmatizzazione, il suo corpo cominciò a essere afflitto da mali assai più crudeli di quanti ne avesse mai patiti fino ad allora (pp. 139-140)”.

Per concludere, questo libro ci restituisce la fisionomia autentica del Santo, mettendo in evidenza il suo carattere originale, anzi addirittura unico del genere. Un testo fondamentale e indispensabile per capire la spiritualità di San Francesco.








Habermas, alla ricerca di un fondamento per l’etica pubblica



Il filosofo tedesco morto a 96 anni rifiutava la metafisica ma presupponeva almeno la natura umana quale argine all’anarchia. L’assist di Ratzinger su quel “bisogno” inevaso che la democrazia non può soddisfare da sé.

Illuminista

Editoriali 


Stefano Fontana, 16-03-2026

Sabato scorso 14 marzo è morto a Stamberg, in Baviera, il filosofo Jürgen Habermas. Aveva 96 anni. Tutte le agenzie lo ricordano come il più grande filosofo contemporaneo della Germania e come l’erede della Scuola di Francoforte. La prima valutazione è forse eccessiva, perché si riferisce prevalentemente alla sua presenza nel dibattito delle idee – continua e massiccia – più che alla qualità teoretica del suo pensiero. La seconda è forse diventata ormai uno schema fisso che non rende piena ragione ad un impegno filosofico e sociologico di così lunga e articolata durata. Habermas era in effetti diventato un “monumento” e come tale sembra che oggi venga ricordato.

Egli fu un illuminista kantiano e tale rimase fino alla fine, pur con delle importanti variazioni su cui sarà utile soffermarsi. Influì sul movimento studentesco, come del resto gli altri componenti della Scuola di Francoforte, ma ponendo in guardia dai facili trasbordi ideologici. È stato il campione della sinistra liberal della Germania e dell’Europa che però ha cercato di moderare e indirizzare tramite un uso equilibrato e dialogico della ragione. Ha condiviso le linee portanti della modernità filosofica tutte fondate sul “principio di immanenza”, vale a dire sulla priorità delle strutture della coscienza rispetto alla realtà e quindi sul soggettivismo borghese, aprendosi però a dialogare con i “comunitaristi” come Charles Taylor i quali, soprattutto dopo la riscoperta di Aristotele attuata da Alasdair McIntyre, avevano invece tentato di superare quell’individualismo.

Habermas, da buon illuminista kantiano, fu sempre contrario alla metafisica, e in ciò rimase pienamente legato alla modernità teoretica. Fu contrario alla metafisica che possiamo chiamare classica, ma anche a quella dello storicismo hegeliano. Il suo kantismo si fermava a Kant e non si evolveva nell’hegelismo e nelle altre forme di storicismo. Da Kant egli prendeva anche i principali spunti per le sue riflessioni politiche. Anche per lui l’ambito politico era il luogo ove trovavano un ordinamento e una regola i diversi interessi degli individui. In ciò Habermas rimase sempre un liberale. Non riteneva che lo spazio pubblico avesse dei valori propri che lo Stato dovesse garantire, ma pensava che lo Stato fosse solo un arbitro o un vigile che regola la circolazione in modo da evitare incidenti. Le aperture al comunitarismo a cui si è accennato sopra non indicano il cedimento verso qualche bene pubblico che preceda il confronto razionale tra i cittadini, perché il bene per lui era proprio questo confronto razionale.

Egli fu talmente contrario alla metafisica da ritenere che perfino le “categorie” dell’intelletto di cui parlava Kant fossero residui inutili di un atteggiamento metafisico. Non ammetteva che la nostra intelligenza avesse in se stessa delle modalità conoscitive a priori, né che questo ci permettesse di vedere tutti lo stesso mondo dei fenomeni. Trovava questo impianto kantiano della conoscenza troppo rigido e pretenzioso. Non che con ciò Habermas pensasse che noi vediamo mondi diversi, solo riteneva che questa idea di vedere lo stesso mondo dovesse essere presupposta come condizione della convivenza e non dimostrata, nemmeno alla maniera di Kant. Questa critica al Maestro permise ad Habermas di coltivare un più vivo senso della storia di quanto il razionalismo kantiano permettesse, senza tuttavia uscire dal razionalismo.

Habermas trasformò il razionalismo kantiano nella sua teoria dell’etica pubblica intesa come aperto dibattito, senza limiti e costrizioni. Sul presupposto che vediamo tutti lo stesso mondo si fonda la possibilità di parlare tra di noi, si fonda in altre parole l’etica pubblica. Egli dedicò grandi energie a studiare la formazione dell’opinione pubblica e a definire i termini di un “agire comunicativo”, incentrando la sua attenzione soprattutto sul linguaggio. Per spazio pubblico egli intendeva uno spazio comunitario al quale tutti dovessero partecipare pariteticamente, senza che esistessero divieti di sorta o selezioni preventive. Questa era la sua concezione della democrazia, una specie di “dentro tutti”, che lo spinse a criticare le ideologie assolutiste ma lo tenne anche prigioniero del relativismo e della convenzione. Il suo dibattito pubblico aperto a tutti, o almeno alla maggioranza, non garantisce con ciò alcune verità e bontà oggettive alle sue conclusioni.

Questo esito critico del suo pensiero fu forse percepito anche dallo stesso Habermas, quando estese i presupposti del dialogo pubblico anche al concetto di “natura umana”. Questo concetto era completamente estraneo alla tradizione dell’illuminismo e di quello kantiano in particolare, perché era di ordine metafisico. Ci fu però un periodo del pensiero di Habermas nel quale egli si confrontò sulle problematiche inquietanti della biopolitica, della tecnologia genetica e dell’ingegneria tesa a riprogettare artificialmente l’uomo. Egli pensò allora che bisognasse presupporre l’esistenza della natura umana per evitare l’anarchia dei discorsi nello spazio pubblico. È evidente, comunque, che anche tale presupposto non sarebbe altro che un patto convenzionale, privo di uno statuto superiore e vincolante rispetto al normale dibattito in corso.

La cosa interessante in Habermas è questo bisogno – rimasto inevaso – di trovare per la democrazia qualcosa di cui essa aveva bisogno ma che non riusciva a darsi da sé. Era in fondo, la stessa richiesta di Ernst-Wolfgang Böckenförde: lo Stato liberale ha bisogno di presupposti che non sa darsi da sé. Sulla scia di questa esigenza Habermas partecipò nel 2004 al famoso incontro pubblico a Monaco di Baviera con Joseph Ratzinger, il quale gli propose di intendere questo bisogno come il bisogno della religione vera. Qui il discorso si faceva spirituale oltre che filosofico. Speriamo che allora Habermas, in qualche maniera, avesse accolto lo spunto.






Deriva liberticida in Spagna



Con l'istituzione della piattaforma HODIO, anche il Governo spagnolo si dota di uno strumento per reprimere e controllare il pensiero difforme dal Governo. Come già successo in Venezuela, Nicaragua, Cuba e... Unione Europea.

Il caso
Con la piattaforma HODIO


Luca Volontè, 16-03-2026

Il Premier spagnolo Pedro Sanchez delibera il "grande fratello" socialista per intimidire avversari e ostinati oppositori della narrazione del governo. Tutto molto simile alle misure venezuela, cubane, nicaraguensi ed…europee. Tutti meno liberi e più controllati solo per il nostro bene e la pace sociale, decisa ovviamente da lorsignori.

Sì, il governo socialista ha presentato HODIO, ovvero «L'Impronta dell'Odio e della Polarizzazione», uno strumento sviluppato dal Ministero dell'Inclusione, della Previdenza Sociale e delle Migrazioni. Il sistema è stato sviluppato dall'Osservatorio spagnolo sul razzismo e la xenofobia (OBERAXE), un ente che opera sotto l'egida del Ministero dell'Inclusione, e funzionerà attraverso la raccolta su larga scala di messaggi pubblicati sui social media, che verranno poi analizzati da algoritmi in grado di classificare i contenuti secondo «criteri di polarizzazione, discriminazione o conflitto politico». Criteri forniti dall'esecutivo, si intende.

Lo strumento, si legge nella pagina istituzionale dedicata, «analizza la presenza di discorsi di incitamento all'odio e di polarizzazione sui principali social network utilizzati in Spagna (Instagram, TikTok, X, YouTube e Facebook) e genera una classifica pubblica e trasparente che mette a confronto il livello di esposizione all'odio tra le diverse piattaforme… HODIO misura e valuta la presenza di incitamento all'odio e di polarizzazione sui social media, pubblicando periodicamente una classifica che misura: la prevalenza dell'incitamento all'odio e la diffusione dei contenuti. Sulla base di questi dati viene redatto un rapporto semestrale che include una classifica, vera e propria lista di proscrizione o se preferite “indice”, per monitorare l'evoluzione su ciascun social media».

L'iniziativa, presentata a Madrid mercoledì 11 marzo durante il primo “Forum contro l'odio” organizzato dall’esecutivo socialista e sinistra spagnolo, rappresenta in relatà un ulteriore passo nella strategia del governo di controllare il dibattito pubblico online e più generalmente sullo spazio digitale. In altre parole, l'obiettivo è quello di segnalare pubblicamente utenti e conversazioni che le autorità ritengono indesiderabili. HODIO non si limiterà a individuare i reati, ma tenderà a misurare la "polarizzazione" e l'impatto sociale di determinate opinioni, un concetto molto più ampio e decisamente più difficile da definire in termini legali.

L'utilizzo dell'intelligenza artificiale per classificare i messaggi introduce anche una chiara mancanza di trasparenza, poiché i criteri specifici utilizzati per valutare i contenuti non sono stati resi pubblici. Chi controlla il controllore? La presentazione della piattaforma avviene dopo che per settimane il governo ha intensificato le sue critiche ai social network, accusandoli di incoraggiare lo scontro politico e di diffondere messaggi estremisti e a seguito di nuove proposte restrittive, dello stesso governo Sanchez sul funzionamento delle piattaforme social, il tutto in nome della riduzione dei contenuti dannosi, protezione della gioventù e della pace sociale.

Di fatto, una serie di reali limitazioni e controlli della libertà di espressione e vita sociale e civile dei cittadini che, molto concretamente, sono sempre più controllati e schedati. Sánchez, fortemente messo sotto accusa a causa delle indagini giudiziarie in corso da mesi contro la sua cerchia politica e familiare più ristretta, sembra risentire delle critiche che l'opposizione e i suoi detrattori in generale gli rivolgono sui social media e perciò li vuole controllare.

L'idea non è nuova ed è copiata dalla strategia per promuovere la pace sociale, attraverso la repressione e la censura, dalle dittature di sinistra di Cuba, Venezuela e Nicaragua. Già nel 2017, con Nicolás Maduro al potere, era stata promulgata la “Legge contro l'odio” in Venezuela, che consente di mettere a tacere le critiche dei media e dei cittadini in generale, nonostante fosse giustificata dall’intento di «promuovere la tolleranza e la diversità e prevenire l'odio, la discriminazione e la violenza nella società venezuelana». Fidel Castro approvò nel 1999 per Cuba ed i suoi cittadini una legge che prevede pene detentive fino a 20 anni per chi dichiara, ad esempio, di appoggiare le sanzioni degli Stati Uniti contro l'isola caraibica. Nel caso del Nicaragua, la cosiddetta «legge sull'odio», attuata pienamente grazie alle riforme costituzionali e del Codice penale approvate all'inizio del 2021 dall'Assemblea Nazionale, ha introdotto la pena dell'ergastolo per chi commette «reati di odio».

Purtroppo l'iniziativa di Sanchez assomiglia molto all'approccio adottato ultimamente dall'Unione Europea, che lo scorso anno ha approvato il “Digital Services Act”, obbligando le piattaforme a rimuovere i contenuti ritenuti “illegali o dannosi” e a sottoporre i propri sistemi a un controllo normativo. L’UE ha anche approvato, nel novembre scorso, il cosiddetto “European Democracy Shield”, scudo europeo a difesa della democrazia e parte della strategia di controllo digitale, allo scopo di contrastare le pressioni che gravano sulla democrazia europea attraverso un approccio sistemico, multilivello e partecipativo e gestito dal centro di Bruxelles, secondo criteri della maggioranza oggi al potere.

Tutto molto inquietante ma ahinoi nulla di nuovo, tutto già sperimentato e visto in atto nel secolo scorso, oltre cortina laddove il “sol dell’avvenire” scaldava i cuori dei soli che sedevano al potere, mentre incarcerava i dissidenti.







domenica 15 marzo 2026

Quarta Domenica di Quaresima (Lætáre). La Domenica della gioia




domenica 15 marzo 2026



Intróitus

Is. 66, 10 et 11 - Lætáre, Ierúsalem: et convéntum fácite omnes qui dilígitis eam: gaudéte cum lætítia, qui in tristítia fuístis: ut exsultétis, et satiémini ab ubéribus consolatiónis vestræ.
Ps. 121, 1 - Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Glória Patri…
Is. 66, 10 et 11 - Lætáre, Ierúsalem … Introito
Is. 66, 10 e 11 - Alliétati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, esultate con essa: rallegratevi voi che foste tristi: ed esultate e siate sazi delle sue consolazioni.
Sal. 121, 1 - Mi rallegrai di ciò che mi fu detto: andremo nella casa del Signore. Gloria al Padre…
Is. 66, 10 e 11 - Alliétati, Gerusalemme

Questa Domenica chiamata Lætáre, dalla prima parola dell'Introito della Messa, è una delle più celebri dell'anno. In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione; si fa risentire l'organo, rimasto muto nelle tre Domeniche precedenti; il diacono riveste la dalmatica e il suddiacono la tunicella; è consentito sostituire i paramenti violacei coi paramenti rosa. Gli stessi riti li abbiamo visti praticare durante l'Avvento, nella terza Domenica chiamata Gaudete. Manifestando oggi la Chiesa la sua allegrezza nella Liturgia, vuole felicitarsi dello zelo dei suoi figli; avendo essi già percorso la metà della santa quaresima, vuole stimolare il loro ardore a proseguire fino alla fine [1].

La Stazione

La Stazione è, a Roma, nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme, una delle sette principali chiese della città eterna. Disposta nel IV secolo nel palazzo Sessoriano, per cui venne pure chiamata Basilica Sessoriana, essa fu arricchita delle più preziose reliquie da sant'Elena, la quale voleva farne come la Gerusalemme di Roma. Con questo proposito, ella vi fece trasportare una grande quantità di terra prelevata sul Monte Calvario, e depositò in questo tempio, insieme ad altri cimeli della Passione, l'iscrizione sovrapposta sulla testa del Salvatore mentre spirava sulla Croce; tale scritta ivi ancora si venera sotto il nome del Titolo della Croce. Il nome di Gerusalemme legato a questa Basilica ravviva tutte le speranze del cristiano. perché gli ricorda la patria celeste, la vera Gerusalemme dalla quale siamo ancora esiliati. Per questo fin dall'antichità i sovrani Pontefici pensarono di sceglierla per l'odierna Stazione. Fino all'epoca della residenza dei Papi in Avignone veniva benedetta fra le sue mura la rosa d'oro, cerimonia che ai nostri giorni ha luogo nel palazzo dove il Papa ha la sua attuale residenza.

La Rosa d'oro



La benedizione della Rosa è dunque ancora oggi uno dei particolari riti della quarta Domenica di Quaresima, per la quale ragione viene anche chiamata la Domenica della Rosa. I graziosi pensieri che ispira questo fiore sono in armonia coi sentimenti che oggi la Chiesa vuole infondere nei suoi figli, ai quali la gioiosa Pasqua presto aprirà una primavera spirituale, in confronto della quale la primavera della natura non è che una pallida idea. Anche questa istituzione risale ai secoli più lontani. La fondò san Leone IX, nel 1049, nell'abbazia di S. Croce di Woffenheim; e ci resta un sermone sulla Rosa d'oro, che Innocenzo III pronunciò quel giorno nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme (PL 217, 393). 

Nel Medio Evo, quando il Papa risiedeva ancora al Laterano, dopo aver benedetta la Rosa, seguiva in corteo tutto il sacro Collegio, verso la chiesa della Stazione, portando in testa la mitra e in mano questo fiore simbolico. Giunto nella Basilica, pronunciava un discorso sui misteri rappresentati dalla Rosa per la sua bellezza, il suo colore e il suo profumo. Quindi si celebrava la Messa; terminata la quale, i1 Pontefice ritornava al palazzo Lateranense, attraversando la pianura che separa le due Basiliche, sempre con la Rosa in mano. Arrivato alla soglia del palazzo, se nel corteo era presente un principe, toccava lui reggere la staffa ed aiutare il pontefice a smontare dal cavallo; in ricompensa della sua cortesia riceveva la Rosa, oggetto di tanto onore.

Ai nostri giorni la funzione non è più così imponente; ma ne ha conservati tutti i principali riti. Il Papa benedice la Rosa d'oro nella Sala dei Paramenti, la unge col sacro Crisma e sopra vi spande una polvere profumata, conforme il rito d'un tempo; e quando arriva il momento della Messa solenne, entra nella Cappella del palazzo, tenendo il fiore fra le mani. Durante il santo Sacrificio la rosa viene posta sull'altare e fissata sopra un rosaio d'oro fatto a questo scopo; finalmente, terminata la Messa, la si porta al Pontefice, il quale all'uscire dalla Cappella la tiene sempre fra le mani fino alla Sala dei Paramenti. Molto spesso il Papa suole inviare la Rosa a qualche principe o principessa che intende onorare; altre volte è una città oppure una Chiesa che vien fatta oggetto di una tale distinzione.

Benedizione della Rosa d'oro

Daremo qui la traduzione della bella preghiera con la quale il sovrano Pontefice benedice la Rosa d'oro: essa aiuterà i nostri lettori a meglio penetrare il mistero di questa cerimonia, che aggiunge tanto splendore alla quarta Domenica di Quaresima: "O Dio, che tutto hai creato con la tua parola e la tua potenza, e che ogni cosa governi con la tua volontà, tu che sei la gioia e l'allegrezza di tutti i fedeli; supplichiamo la tua maestà a voler benedire e santificare questa Rosa dall'aspetto e dal profumo così gradevoli, che noi dobbiamo oggi portare fra le mani, in segno di gioia spirituale: affinché il popolo a te consacrato, strappato al giogo della schiavitù di Babilonia con la grazia del tuo Figliolo unigenito, gloria ed allegrezza d'Israele, esprima con sincero cuore le gioie della Gerusalemme di lassù, nostra madre. E come la tua Chiesa, alla vista di questo simbolo, sussulta di felicità per la gloria del Nome tuo, concedigli, o Signore, un appagamento vero e perfetto. Gradisci la sua devozione, rimetti i suoi peccati, aumentane la fede; abbatti i suoi ostacoli ed accordagli ogni bene: affinché la medesima Chiesa ti offra il frutto delle sue buone opere, camminando dietro ai profumi di questo Fiore, il quale, uscito dalla pianta di Jesse, è misticamente chiamato il fiore dei campi e il giglio delle convalli; e ch'esso meriti di godere un giorno la gioia senza fine in seno alla celeste gloria, in compagnia di tutti i Santi, col Fiore divino che vive e regna teco, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen".

La moltiplicazione dei pani

Veniamo ora a parlare d'un altro appellativo che si da alla quarta Domenica di Quaresima, e che si riferisce alla lettura del Vangelo che la Chiesa oggi ci presenta. Questa Domenica infatti, in parecchi antichi documenti, è indicata col nome di Domenica dei cinque pani; il miracolo ricordato da questo titolo, mentre completa il ciclo delle istruzioni quaresimali, aumenta anche la gioia di questo giorno. Dimentichiamo per un istante la Passione imminente del Figlio di Dio, per occuparci del più grande dei suoi benefici: perché sotto la figura di questi pani materiali moltiplicati dalla potenza di Gesù. la nostra fede scopra quel "pane di vita disceso dal cielo che dà al mondo la vita" (Gv 6,33). La Pasqua s'avvicina, dice il Vangelo, e fra pochi giorni lo stesso Salvatore ci dirà: "Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua" (Lc 22,15). Prima di lasciare questo mondo per il Padre, egli vuole sfamare la folla che segue i suoi passi, e per questo si appella a tutta la sua potenza. Con ragione voi rimanete ammirati davanti a questo potere creatore, cui bastano cinque pani e due pesci per dar da mangiare a cinque mila uomini, così che dopo il pasto ne avanza da riempire dodici sporte. Un sì strepitoso prodigio basta senza dubbio a dimostrare la missione di Gesù; ma voi vi vedete solo un saggio della sua potenza, solo una figura di ciò che sta per fare, non una o due volte solamente, ma tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli; e non in favore di cinque mila persone, ma di una moltitudine innumerevole di fedeli. Contate sulla faccia della terra i milioni di cristiani che prenderanno posto al banchetto pasquale; colui che abbiamo visto nascere in Betlemme, la Casa del pane, sta per dare se stesso in loro alimento; e questo cibo divino mai si esaurirà. Sarete saziati come furono saziati i vostri padri; e le generazioni che verranno dopo di voi saranno, come voi, chiamate a "gustare e a vedere quanto è soave il Signore" (Sal 33,9).

È nel deserto che Gesù sfama questi uomini, figura dei cristiani. Tutto un popolo ha lasciato il chiasso della città per seguirlo; bramando d'udire la sua parola, non ha temuto né la fame, né la stanchezza; ed il suo coraggio è stato ricompensato. Similmente il Signore coronerà le fatiche del nostro digiuno e della nostra astinenza al termine di questo periodo, di cui abbiamo già passato la metà. Rallegriamoci, dunque, e passiamo questa giornata confidando nel prossimo nostro arrivo alla mèta. Sta per arrivare il momento in cui l'anima nostra, saziata di Dio, non si lamenterà più delle fatiche del corpo; perché, insieme alla compunzione del cuore, queste le avranno meritato un posto d'onore nell'immortale banchetto.

L'Eucarestia

La Chiesa primitiva non mancava di presentare ai fedeli il miracolo della moltiplicazione dei pani come l'emblema dell'inesauribile alimento eucaristico: ed anche nelle pitture delle Catacombe e sui bassorilievi degli antichi sarcofaghi cristiani lo si riscontra frequentemente. I pesci dati a mangiare insieme ai pani, pure apparivano in questi antichi monumenti della nostra fede, essendo soliti i primi cristiani figurare Gesù Cristo sotto il simbolo del Pesce, perché in greco la parola Pesce è formata di cinque lettere, ognuna delle quali è la prima delle parole: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore.

In questo giorno, ultimo della settimana Mesonèstima, i Greci onorano san Giovanni Climaco, celebre Abate del monastero del Monte Sinai, del VI secolo.

Messa

EPISTOLA (Gal 4,22-31).

- Fratelli: Sta scritto che Abramo ebbe due figlioli: uno dalla schiava e uno dalla libera; e mentre quello della schiava nacque secondo la carne, quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico. Rappresentano le due alleanze: una del monte Sinai che genera schiavi, e sarebbe Agar: infatti il Sinai è un monte dell'Arabia, ed ha molta relazione con la Gerusalemme attuale, che è schiava coi suoi figlioli. Ma la Gerusalemme superiore è libera, essa è la nostra madre; sta scritto infatti: Rallegrati, o sterile che non partorisci, prorompi in grida di gioia, tu che non divieni madre, perché molti sono i figlioli dell'abbandonata, e più numerosi di quelli di colei che ha marito. Quanto a noi, o fratelli, siamo come Isacco, figlioli della promessa, e come allora quello nato secondo la carne perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così pure succede ora. Ma che dice la Scrittura? Caccia la schiava e il suo figliolo, perché non dev'essere il figlio della schiava erede col figlio della libera. Pertanto, o fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della libera, per quella libertà con la quale Cristo ci ha liberati.

La vera libertà

Rallegriamoci, figli di Gerusalemme e non più del Sinai! La madre che ci ha generati, la santa Chiesa, non è schiava, ma libera; ed è per la libertà che ci ha dati alla luce. Israele serviva Dio nel timore; il suo cuore, sempre inclinato all'idolatria, aveva bisogno d'essere incessantemente frenato, con un giogo che doveva pungolare le sue spalle. Ma noi, più fortunati, lo serviamo nell'amore; e per noi "il suo giogo è soave, e leggero il suo carico" (Mt 11,30). Noi non siamo cittadini della terra: solo l'attraversiamo; la nostra unica patria è la Gerusalemme di lassù. Lasciamo quella di quaggiù al Giudeo, che non gusta se non le cose terrene, e nella bassezza delle sue speranze, misconoscendo il Cristo, si prepara a crocifiggerlo. Troppo tempo abbiamo strisciato con lui sulla terra, schiavi del peccato; ma più le catene della sua schiavitù si appesantivano sopra di noi, più aspiravamo d'esserne liberi. Arrivato il tempo favorevole ed i giorni della salvezza, docili alla voce della Chiesa, abbiamo avuto la sorte di entrare nei sentimenti e nelle pratiche delle santa Quarantena. Oggi il peccato ci sembra come il giogo più pesante, la carne come un peso pericoloso, il mondo come un crudele tiranno; cominciamo a respirare, e l'attesa della prossima liberazione c'infonde una viva contentezza. Ringraziarne con effusione il nostro liberatore, che, togliendoci dalla schiavitù di Agar, ci risparmia i terrori del Sinai, e sostituendoci all'antico popolo, ci apre col suo sangue le porte della celeste Gerusalemme.

VANGELO (Gv. 6,1-15). 
In quel tempo: Gesù andò al di là del mare di Galilea, cioè di Tiberiade; e lo seguiva gran folla, perché vedeva i prodigi fatti da lui sugl'infermi. Salì pertanto Gesù sopra un monte ed ivi si pose i sedere con i suoi discepoli. Ed era vicina la Pasqua, la solennità dei Giudei. Or avendo Gesù alzati gli occhi e vedendo la gran turba che veniva a lui, disse a Filippo: Dove compreremo il pane per sfamare questa gente? Ma ciò diceva per metterlo alla prova; egli però sapeva quanto stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento danari di pane non bastano neanche a darne un pezzetto per uno. Gli disse uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che è questo per tanta gente? Ma Gesù disse: Fateli mettere a sedere. C'era lì molta erba. Si misero pertanto a sedere in numero di circa cinque mila. Allora Gesù prese i pani, e, rese le grazie, li distribuì alla gente seduta; e così pure fece dei pesci, finché ne vollero. E, saziati che furono, disse ai suoi discepoli: Raccogliete gli avanzi, che non vadano a male. Li raccolsero adunque; e riempirono dodici canestri dei pezzi che erano avanzati a coloro che avevan mangiato di quei cinque pani d'orzo. Or quegli uomini, visto il prodigio fatto da Gesù, dicevano: Questo è davvero il profeta che deve venire al mondo. Ma Gesù, accortosi che stavano per venire a rapirlo per farlo re, fuggì di nuovo solo sul monte.Regalità spirituale di Cristo.

Questi uomini che il Salvatore aveva sfamati tanto amorosamente e con una potenza così miracolosa, hanno un solo pensiero: proclamarlo loro re. Una tale potenza e bontà riunite in Gesù lo fanno giudicare degno di regnare sopra di loro. Che faremo allora noi cristiani, che abbiamo sperimentato questo doppio attributo del Salvatore incomparabilmente meglio dei poveri Giudei? Perciò invochiamolo che presto il suo regno venga dentro di noi. Abbiamo visto nell'Epistola ch'egli venne a portarci la libertà, col liberarci dai nostri nemici. Ora tale libertà non la possiamo conservare, se non entro la legge. Gesù non è un tiranno, come il mondo e la carne; l'impero suo è dolce e pacifico, e noi siamo più figli suoi che sudditi. Alla corte di questo gran re, servire è regnare. Veniamo quindi ai suoi piedi a dimenticare tutte le passate schiavitù; e se c'impediscono ancora delle catene, affrettiamoci a romperle; la Pasqua è infatti la festa della liberazione, e già l'alba di questo giorno spunta all'orizzonte. Camminiamo decisi verso la mèta; Gesù ce ne darà il riposo e ci farà ristorare sull'erbetta, come fece alla moltitudine del Vangelo; e il Pane che ci avrà preparato ci farà subito dimenticare ogni fatica sostenuta durante il cammino.

Preghiamo
 
Fa', o Dio onnipotente, che noi, giustamente afflitti a causa delle nostre colpe, respiriamo per l'abbondanza della tua grazia.


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[1] Siccome anticamente la Quaresima non cominciava il Mercoledì delle Ceneri, ma la prima Domenica di Quaresima, ne seguiva che la quarta Domenica segnava esattamente metà del periodo quaresimale. Era la Domenica di Metà-Quaresima. Più tardi si anticipò la Quaresima di quattro giorni, e la Metà-Quaresima venne trasportata dalla Domenica al Giovedì. Ma niente di tutto ciò figurava nei testi liturgici.(da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 586-592).







sabato 14 marzo 2026

Dom P. Gueranger: Quando i cattolici divennero “moderni”






Pubblicato 14 marzo 2026

Dom Prosper Guéranger, circa 150 anni fa, individuò profeticamente le radici del modernismo, definito da San Pio X come la “cloaca di tutte le eresie”. Secondo Guéranger, la crisi della Chiesa non scaturisce da improvvise negazioni dogmatiche, ma ha origine quando i cattolici iniziano a pensare e giudicare secondo i criteri del mondo. Questo processo di “corrosione mentale” porta a marginalizzare il soprannaturale, riducendo la fede a una mera esperienza soggettiva o a un sentimento.

Il modernista agisce come un “filosofo” che, pur praticando in privato, prescinde dalla Rivelazione nella vita pubblica, adottando linguaggi ambigui e omissioni sistematiche per non scontentare la mentalità dominante... In questo modo, la figura di Cristo viene ridotta a un semplice maestro di morale o filantropo, oscurando la sua divinità e regalità sociale. La lezione di Guéranger è un monito attuale: per superare la confusione, i fedeli devono recuperare il coraggio di una fede integrale, tornando a giudicare la realtà alla luce della Chiesa e non viceversa.








Protesta contro l'adorazione, campana a morto per la libertà di culto



La campana per i bimbi non nati, che suona anche a Imperia, manda fuori di testa i collettivi che mostrano la loro natura satanica. Contro l'adorazione eucaristica organizzata dai gruppi pro life, chiesto e ottenuto dalla Questura il permesso per una contro adorazione transfemminista. Ma la legge a tutela della religione vale anche per i cristiani o no?

Imperia

Libertà religiosa?


Maria Bigazzi, 14-03-2026

Fare adorazione eucaristica offende la libertà di espressione. Succede a Imperia, città del ponente ligure, dove il comitato studentesco “Spiraglio imperiese” ha organizzato un presidio persistente contro gli incontri di preghiera e la campana per la vita che suonerà per tutta la Quaresima presso la chiesa ex convento dei padri cappuccini.

Il parroco del duomo di Imperia, sotto la cui giurisdizione rientra anche la chiesa in questione, ha infatti voluto aderire alla proposta del vescovo della diocesi limitrofa di San Remo, mons. Antonio Suetta, facendo suonare ogni giorno alle ore 20 alcuni rintocchi in memoria dei bambini non nati.

Dal mese di febbraio oltre alla campana sono state organizzate alcune serate di adorazione a favore della vita, in cui si prega per il rispetto e la difesa della vita nascente, meditando sui brani dell’Evangelium Vitae.

A quanto pare però, c’è chi non condivide l’iniziativa e si sente in dovere di organizzare una “contro adorazione” in concomitanza con l’adorazione in chiesa per contrastare – a detta loro – ogni pretesa di controllo sui corpi e sull’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione, ostacolando la sempre più diffusa “ideologia marcia di patriarcato”.

Così, improvvisamente e senza alcuna autorizzazione, è successo che mentre i fedeli pregavano in modo del tutto lecito e pacifico, si sono presentati davanti alla porta della chiesa gruppuscoli di ragazzi, armati di megafono, bandiere e striscioni con il solo scopo di disturbare la preghiera.

Lo stesso comitato si era già presentato a Sanremo con l’intento di opporsi alla campana dei bimbi non nati, organizzando una manifestazione definita con il titolo blasfemo di “Messa transfemminista”. I prossimi appuntamenti, invece, sono presentati con il nome di “Adorazione transfemminista Pro-choice” con tanto di croce rovesciata che ne evidenzia il carattere satanico.

Già a inizio gennaio lo stesso comitato si era prodigato a far girare una locandina con un rosario a forma di utero accompagnato dalla scritta “Ma quale stato? Ma quale dio? (appositamente minuscolo, ndr) sul mio corpo decido io”, sempre in risposta all’iniziativa pro-vita di Sanremo.

Deciso a non arretrare neanche di un passo, il collettivo pubblica anche un comunicato in cui viene dichiarata la ferma volontà di opporsi al “modello Sanremo”, il quale - si legge - «dimostra l’intenzione di espandersi come una malattia per i territori che abitiamo, di far risuonare le sue vomitevoli campane in ogni chiesa del ponente».

Pieni di odio e incitando alla rivolta con tanto di emoticon esplosivo, il gruppo ha preannunciato su Instagram la propria presenza alle adorazioni del 20 e 25 marzo e del 1° aprile prossimo.

Un atteggiamento di profonda illiberalità in un Paese in cui, a dir loro, il rispetto dovrebbe rappresentare una nuova divinità da adorare, cosa che in questo caso sembra non avere nessuna importanza, dato che ci si ritrova a manifestare in modo del tutto illegittimo contro una preghiera e contro il Magistero della Chiesa letto all’interno della chiesa stessa. Come a dire, in casa tua non puoi mangiare perché così offendi chi si rifiuta di prendere cibo.

Ma poi, ci chiediamo, la libertà di culto dov’è finita? Il comitato si giustifica dicendo che la libertà di espressione e di culto trovano muro dove si vogliono ritagliare spazi troppo grandi rispetto alla libertà altrui e alla decisione sulla propria vita, quella per cui “sul mio corpo decido io”.

A preoccupare sono le modalità in cui si svolgeranno tali manifestazioni. C’è chi ha domandato alla Questura di Imperia se fosse al corrente del fatto, scoprendo che i prossimi presidi sono già stati autorizzati dall’autorità locale con la clausola per i manifestanti di rimanere sulla piazza antistante alla chiesa. Visto quanto successo le scorse volte, non sembra molto plausibile il fatto che questi non si avvicinino disturbando così il momento di preghiera e i fedeli.

Pregare quindi, è diventato motivo di contesa e di attacco, in questo caso legittimato. Eppure, a noi risulta essere ancora in vigore l’articolo 19 della Costituzione Italiana, il quale prevede il «diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato e in pubblico il culto». A quanto pare invece, vengono autorizzate proteste contro un diritto che dovrebbe essere tutelato, violando così la libertà religiosa e anche la sicurezza stessa dei fedeli lasciati alla mercé dei contestatori.

Inoltre, offendere pubblicamente una confessione religiosa, mediante vilipendio verso chi la professa, costituisce una violazione dell’articolo 403 del Codice penale. A questo punto ci sia lecito domandare se ciò vale anche per le altre forme di religione o se a dover ingoiare il boccone amaro devono essere sempre i cristiani.

Tale atteggiamento dimostra un sempre più diffuso sentimento di cristianofobia che si insinua neanche troppo lentamente tra le pieghe di una società sempre più assuefatta alle ideologie, al punto da permettere nella più totale indifferenza offese gravi in nome di una falsa libertà di espressione dove a pagare sono sempre gli stessi.