domenica 22 marzo 2026

Teofantasie vaticane sulla questione femminile





by Aldo Maria Valli, 21 mar 2026


A proposito di un documento del Dicastero per la dottrina della fede


di Martin Grichting

Con l’approvazione di papa Leone XIV, il 10 marzo 2026 la Santa Sede ha pubblicato un documento inquietante dal titolo «La partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa». Il documento è a cura del Dicastero per la dottrina della fede.

Non si tratta di stabilire se i laici possano esercitare la potestà di governo nella Chiesa. Come già indica il titolo, questo tema viene piuttosto considerato dal punto di vista della possibilità che le donne possano esercitare la potestà di governo. Non si cerca quindi un approfondimento teologico riguardante la missione dei laici. Si tratta piuttosto dell’intenzione di concedere alle donne una presunta «giustizia di genere». Ciò dimostra già che l’interesse non è teologico, ma ideologico. Un criterio estraneo alla questione è la motivazione del tentativo di modificare la dottrina della Chiesa.

Il documento non è solo sconcertante, ma è anche rivelatore. Infatti, in passato è stato più volte affermato che la nomina di una «prefetta» del Dicastero per i religiosi costituisse un caso eccezionale. Il papa, in quanto detentore della suprema autorità primaziale, le avrebbe conferito tale incarico in modo unico. Questo procedimento non sarebbe quindi applicabile alle diocesi e alle parrocchie. Ora, nel documento si sottolinea più volte che l’operato del papa costituisce un «modello» per la Chiesa universale (Seconda Parte, II, nn. 20, 25 e 28 b.). Si tratterebbe di attuare qualcosa di simile nelle Chiese particolari, ad esempio attraverso «delegati» episcopali equivalenti al vicario generale. La rassicurazione secondo cui si tratterebbe solo del caso speciale della Curia romana è stata quindi una fake news.

Il verdetto è inequivocabile: il Dicastero per la dottrina della fede prende le distanze dal Concilio Vaticano II e fa un passo indietro rispetto ad esso. L’ultimo Concilio ha risolto la questione, già in sospeso sin dal Concilio di Trento, relativa alla natura teologica della consacrazione episcopale. E con ciò ha chiarito nella sua funzione di Magistero anche la questione della possibilità di conferire la potestà di governo ai laici. Secondo il chiarimento fornito dall’ultimo Concilio, il vescovo non è il sacerdote giuridicamente perfezionato, poiché questi avrebbe già ricevuto la pienezza del sacramento dell’ordine. È invece la consacrazione episcopale stessa a conferire la pienezza del sacramento dell’ordine. E con l’ufficio di santificare essa trasmette anche gli uffici di insegnare e di governare («Lumen gentium», n. 21). Il sacramento dell’ordine conferisce quindi una «ontologica partecipazione» ai sacri uffici. Papa Paolo VI lo ha chiarito nella «Nota explicativa praevia», che è parte integrante della LG (n. 2). Il governo della Chiesa trova quindi il suo fondamento nel sacramento e viene concretizzato in un secondo momento dal diritto, in quanto il papa assegna a un vescovo, e il vescovo a un sacerdote, tramite strumenti giuridici, un compito concreto in cui essi esercitano il loro dono sacramentale, compreso quello del governo. Ai laici, e non solo alle donne, manca quindi il presupposto decisivo per esercitare la potestà di governo.

Se si esamina ora il documento del Dicastero per la dottrina della fede, la situazione diventa bizzarra. La sua pubblicazione avviene nel contesto di un «Sinodo dei vescovi». La forma più alta di sinodalità è tuttavia un concilio ecumenico, ma il Concilio Vaticano II non viene nemmeno citato dal Dicastero nel testo principale relativo alla questione della «Potestas sacra» (Seconda Parte, II). Ciò avviene solo nell’Appendice V. Ma ciò non ha alcuna ripercussione sul discorso del Dicastero. Anzi, la dottrina del Concilio viene definita dal Dicastero come «linea di pensiero» e come «punto di vista» degli autori (Appendice V, nn. 18‒20). Il Concilio Vaticano II si trova quindi, secondo il Dicastero per la dottrina della fede, allo stesso livello delle opinioni delle scuole teologiche.

Dopo che il magistero del Concilio Vaticano II è stato di fatto dichiarato in questo modo non più vincolante, si pone la questione di come si possa giustificare il fatto che i laici possano esercitare la potestà di governo. Contrariamente al Concilio Vaticano II, il Dicastero per la dottrina della fede non vede più l’abilitazione a farlo esclusivamente nel sacramento dell’ordine, ma anche nel battesimo e nei carismi dello Spirito Santo.

Si sostiene che già il battesimo crei una «capacitas» per esercitare la potestà di governo (Seconda Parte, II, n. 23 e Appendice V, n. 20). Attraverso l’incarico giuridico conferito dall’autorità, i laici avrebbero poi ricevuto la «habilitas» per l’esercizio di un ufficio. La stessa «habilitas» veniva conferita ai chierici attraverso il sacramento dell’ordine. Questi giochi di parole non possono nemmeno essere definiti distinzioni sofistiche. Si tratta di pura teofantasia. Infatti, l’affermazione secondo cui già il battesimo creerebbe il fondamento per ricevere la potestà di governo è un’invenzione «ex nihilo», per la quale non vi è alcun punto di appoggio nella dottrina della Chiesa.

Per il Dicastero per la dottrina della fede, il fondamento dell’argomentazione non è più la dottrina della Chiesa, ma il protestantesimo. Lo adatta per giungere al risultato desiderato. Già Martin Lutero, nel suo scritto «An den christlichen Adel deutscher Nation» (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca) del 1520, aveva dichiarato: «Chiunque sia uscito dal battesimo può vantarsi di essere già stato ordinato sacerdote, vescovo e papa, anche se non è dato a chiunque esercitare tale ministero» («D. Martin Luthers Werke», Weimar 1888, vol. 6, p. 408). In effetti, secondo la «logica» del Dicastero per la dottrina della fede, un laico potrebbe esercitare l’ufficio del parroco, del vicario generale, del vescovo, del prefetto di curia e del papa, semplicemente tramite un incarico giuridico. E se si vuole o si deve sostenere che, in base all’«Ordinatio sacerdotalis» (1994), alle donne continui ad essere impedito il ricevimento del sacramento dell’ordine, esse potrebbero avvalersi di un vicario o di un vescovo ausiliare per far svolgere i compiti cultuali del loro ufficio. Ciò non cambierebbe nulla alla loro autorità di governo. Infatti, il Dicastero per la dottrina della fede ha chiarito – come esposto – che la «potestas sacra» è una sola e ovunque la stessa, sia per il Papa che per il vescovo diocesano. Anche la distinzione della «potestas sacra» in «propria» e «vicaria» è una mera distinzione di diritto canonico. Esiste una sola «potestas sacra». E non si dovrebbe dire, tra l’altro, che non abbiamo già avuto tutto questo. 

Nel Medioevo, come è noto, si verificò il grave abuso per cui numerosi vescovi esercitavano la potestà di governo senza essere stati ordinati sacerdoti o vescovi. Il Dicastero per la dottrina della fede sembra rimpiangere quei tempi in cui la dottrina sull’ufficio episcopale non era ancora stata sufficientemente chiarita. L’unica novità sarebbe solamente che, in base al parere del Dicastero, ora potrebbero esserci anche vescovi laici donne, in extremis persino una papessa laica. Non sarebbe una piccola ironia se un monaco agostiniano del XXI secolo completasse in questo senso l’opera di un monaco agostiniano del XVI secolo.

Non meno assurda è la seconda variante proposta dal Dicastero per la dottrina della fede: i carismi sarebbero il fondamento che consente ai laici di esercitare la potestà di governo: «Accanto alla via sacramentale e distinta da quest’ultima, vi è la via carismatica che può essere percorsa in modo fruttuoso per aprire nuovi spazi di partecipazione per i fedeli laici, e per le donne in particolare». I laici possono quindi esercitare la potestà di governo sulla base dei doni dello Spirito Santo (Seconda Parte, II, n. 25). Il carisma dello Spirito Santo conferisce loro questa capacità, indipendentemente dal sacramento dell’Ordine.

Questo tema apre un ampio campo che si estende fino alla teologia trinitaria. Se si prende ancora sul serio il «Filioque» del Credo, è chiaro che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e non agisce accanto a quest’ultimo né indipendentemente da esso. La Congregazione per la dottrina della fede ha quindi ricordato alcuni fatti elementari nel documento «Iuvenescit Ecclesia» del 2016: «In realtà, ogni dono del Padre implica il riferimento all’azione congiunta e differenziata delle missioni divine: ogni dono viene dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. (…). Per questo lo Spirito Santo non può in alcun modo inaugurare una economia diversa rispetto a quella del Logos divino incarnato, crocifisso e risorto. Infatti, tutta l’economia sacramentale della Chiesa è la realizzazione pneumatologica dell’Incarnazione. (…). Il legame originario tra i doni gerarchici, conferiti con la grazia sacramentale dell’Ordine, e i doni carismatici, liberamente distribuiti dallo Spirito Santo, ha pertanto la sua radice ultima nella relazione tra il Logos divino incarnato e lo Spirito Santo, che è sempre Spirito del Padre e del Figlio. Proprio per evitare visioni teologiche equivoche che postulerebbero una “Chiesa dello Spirito”, diversa e separata dalla Chiesa gerarchica-istituzionale, occorre ribadire come le due missioni divine si implichino vicendevolmente in ogni dono elargito alla Chiesa. In realtà, la missione di Gesù Cristo implica, già al suo interno, l’azione dello Spirito» (n. 11).

Non esiste quindi una «via carismatica» «accanto» e «distinta» dalla «via sacramentale», per quanto riguarda l’essenza della Chiesa, il Corpo di Cristo, e il suo governo radicato nel sacramento. Con la sua affermazione contraria, il Dicastero per la dottrina della fede contraddice sé stesso. Ciò che propone di recente è pura teofantasia.

La negazione della dottrina della Chiesa secondo cui il governo nella Chiesa è trasmesso sacramentalmente e solo in secondo luogo richiede una più precisa definizione giuridica non è nuova. Ciò si riflette negli scritti di Joseph Ratzinger degli anni Settanta del XX secolo. Ma è chiaro che coloro che considerano il Concilio Vaticano II solo come un’espressione di opinione non vincolante provano una vera e propria repulsione fisica nel recepire il futuro papa Benedetto XVI. Si può quindi cercare di venir loro incontro in un altro modo. Alla seconda edizione del «Lexikon für Theologie und Kirche» sono stati aggiunti, dopo il Concilio, tre volumi supplementari contenenti i testi conciliari. Si è colta l’occasione per coinvolgere come commentatori alcuni dei principali consultori del Concilio Vaticano II. La LG 21 è stata commentata da Karl Rahner. Egli ha definito il fatto che con il sacramento dell’ordine viene conferito anche l’ufficio di governare come un «progresso teologico (…) rispetto alla teologia delle usuali scuole teologiche». E proseguì: «La legittima distinzione tra potestas ordinis e potestas iurisdictionis veniva infatti comunemente interpretata nel senso che la potestas ordinis fosse conferita mediante l’ordinazione sacramentale, mentre la potestas iurisdictionis fosse conferita originariamente ed esclusivamente tramite la missio canonica da parte del papa o di altri detentori del potere sovrano. L’unità intrinseca dei due poteri e, di conseguenza, l’ultima comunanza della loro essenza non risultavano così evidenti. La Costituzione [LG. n. 21] afferma ora (utilizzando lo schema dei tre uffici) che tutti e tre i munera (sanctificandi, docendi, regendi [= governo]) sono conferiti dalla stessa ordinazione». E Rahner riassumeva: «È quindi chiara l’unità di tutte le potestà ministeriali nella Chiesa, il radicamento sacramentale e la natura pneumatica di tutte le potestà (quindi anche di quelle giuridiche!). Anche la dottrina e il diritto sono “spirituali” e hanno nella Chiesa il loro fondamento nella grazia, che si manifesta sacramentalmente» («Lexikon für Theologie und Kirche», 2ª ed., Friburgo – Basilea – Vienna 1966, volume supplementare I, pp. 219 sgg., sottolineatura nell’originale).

Chi invece rifiuta il Concilio Vaticano II trasforma la Chiesa in una macchina giuridicamente ordinata, che funziona come un’impresa industriale e come lo Stato. Essa possiede inoltre una dimensione cultuale. Per questo motivo esistono due ordini di governo nella Chiesa. Gli uni agiscono in nome del gerarca che li ha legalmente incaricati. Gli altri agiscono in virtù del sacramento dell’ordine «in persona Christi». Fatti che dividono la Chiesa in questo senso, la desacralizzano, la riducono a ente giuridico e la secolarizzano, sono stati creati sotto papa Francesco, analogamente ai gravi abusi del Medioevo che sfociarono nella Riforma. Allora come oggi si tratta quindi della stessa cosa: quando si sopprime la natura sacramentale della Chiesa, la si secolarizza. Come possono le persone vedere ancora l’opera divina in una Chiesa secolarizzata? I credenti tra loro la cercheranno anche oggi altrove.

La suprema autorità della Chiesa sta già segando il ramo su cui è seduta in questo senso. Ma non è tutto. Infatti, alla luce delle manipolazioni fondamentali descritte, la dottrina della fede appare come una pasta modellabile che può essere plasmata secondo le esigenze del momento. Le conseguenze finali non sono la giuridicizzazione, la desacralizzazione e la secolarizzazione della Chiesa. Ma si invia il seguente segnale: siamo noi i padroni sulla vostra fede (2 Cor 1,24). La dottrina deve servire a scopi estranei alla Chiesa, come la «giustizia di genere». A tal fine viene modellata. Herbert Haag ha scritto un libro: «Addio al diavolo. Meditazioni teologiche». Il governo supremo della Chiesa sta attualmente scrivendo un’opera molto più fondamentale: «Addio a Dio. Manipolazioni genderiste». Perché se la Chiesa si contraddice su questioni centrali della fede, tutto è in discussione. E lo spirito tanto invocato è ormai solo lo spirito dei padroni.

Il Dicastero per la dottrina della fede ha confermato la validità della tesi di Carl Schmitt: «È sovrano chi decide sullo stato di emergenza». Infatti, l’immagine del papa delineata dal Dicastero corrisponde a questo: egli può fare e non fare ciò che vuole. È il sovrano incontrastato, a cui non importa nemmeno la dottrina di un concilio ecumenico. Il diritto del più forte trionfa sulla fede. «Si veut le roi, si veut la loi» (Se lo vuole il re, lo vuole la legge). Così il giurista Antoine Loysel (1536-1617) ha sintetizzato l’assolutismo monarchico francese. Questo principio dovrebbe ora essere anche la nuova forma suprema di sinodalità.






Domenica di Passione ("Iúdica me")


Domenica di Passione



domenica 22 marzo 2026



Oggi, se udirete la voce del Signore, non indurite i vostri cuori.

Intróitus

Ps. 42, 1-2 - Iúdica me, Deus, et discérne cáusam meam de gente non sancta: ab hómine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus, et fortitúdo mea. Ps. 42, 3 - Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me deduxérunt, et adduxérunt in montem sanctum tuum, et in tabernácula tua.
(Omíttitur: Glória Patri…)
Ps. 42, 1-2 - Iúdica me, Deus … Introito
Sal. 42, 1-2 - Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: liberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza. Sal. 42, 3 - Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guidino al tuo santo monte e ai tuoi tabernacoli.
(Si omette il: Gloria al Padre…)
Sal. 42, - Fammi giustizia, o Dio

L’insegnamento della Liturgia

La santa Chiesa comincia oggi il Mattutino con queste gravi parole del Re Profeta. Una volta i fedeli si facevano un dovere d’assistere all’ufficiatura notturna, per lo meno le Domeniche e le Feste, perché ci tenevano a non perdere nessun insegnamento della Liturgia. Ma dopo tanti secoli la casa di Dio non fu più frequentata con quell’assiduità che formava la gioia dei nostri padri; e un po’ alla volta anche il clero cessò di celebrare pubblicamente gli uffici che non erano più seguiti. All’infuori dei Capitoli e dei Monasteri, non si sente più risuonare il coro così armonioso della lode divina, e le meraviglie della Liturgia non sono più conosciute dal popolo cristiano che in una maniera imperfetta.

Lamento del Signore

Questo è un motivo per noi di presentare all’attenzione dei lettori alcuni tratti dell’Ufficio, che altrimenti sarebbero per loro come se non esistessero. Che cosa c’è oggi di più adatto a commuoverli dell’avvertimento che la Chiesa prende da David per rivolgerlo a noi, e che ripeterà ogni mattina fino al giorno della Cena del Signore? Peccatori, ci dice, oggi che cominciate a sentire la voce gemebonda del Redentore, non siate così nemici di voi stessi da lasciare i vostri cuori nell’ostinazione. Il Figlio di Dio sta per darvi l’ultima e più viva dimostrazione di quell’amore che lo portò dal cielo sulla terra; s’avvicina la sua morte; è pronto il legno per l’immolazione del nuovo Isacco; rientrate in voi stessi e non permettete che il vostro cuore, emozionato forse per un istante, ritorni alla sua consueta durezza. Sarebbe il più grande pericolo. Questi anniversari hanno l’efficacia di rinnovare le anime, le quali cooperano con la loro fedeltà alla grazia che ricevono; ma aumentano l’insensibilità di coloro che li lasciano passare senza convertirsi. “Se oggi dunque udrete la voce del Signore non indurite i vostri cuori” (Sal. 94, 8).

Ultimi giorni della vita pubblica di Gesù

Durante le precedenti settimane abbiamo visto crescere ogni giorno più la malizia dei nemici del Salvatore. Li irrita la sua presenza e la sua stessa vista; si ha quasi la sensazione che l’odio ch’essi comprimono nei loro cuori non aspetti che il momento per esplodere. La bontà e la dolcezza di Gesù continuano ad avvicinare a lui le anime semplici e rette; mentre l’umiltà della sua vita e l’inflessibile purezza della sua dottrina allontanano sempre più il Giudeo superbo che sogna un Messia conquistatore, ed il Fariseo che non teme di travisare la legge per farla strumento delle sue passioni. Tuttavia Gesù continua l’opera dei miracoli; i suoi discorsi sono impressi di nuova forza; con le profezie minaccia la città ed il famoso tempio del quale non rimarrà pietra su pietra. I dottori della legge, almeno, potrebbero riflettere, esaminare queste opere meravigliose che rendono testimonianza al Figlio di David, e rileggere tanti oracoli divini che si compirono in lui fino a questo momento con la massima fedeltà. Ahimé! anche questi oracoli stanno per compiersi fino all’ultimo iota. David ed Isaia non predissero un apice delle umiliazioni e dei dolori del Messia, che questi uomini accecati non s’affrettassero a realizzare.

Ostinazione della sinagoga e del peccatore

In essi dunque si compì il detto: “Chi avrà sparlato contro il Figlio dell’Uomo sarà perdonato, ma chi avrà sparlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questa vita né in quella futura” (Mt. 12, 32). La sinagoga corre verso la maledizione. Ostinata nel suo errore, non vuole ascoltare né vedere più niente; ha falsificato a suo piacimento la propria sentenza, ha spento in sé la luce dello Spirito Santo; e la vedremo scendere, di gradino in gradino, sulla china dell’aberrazione, fino all’abisso. Triste spettacolo al quale assistiamo spesso, anche ai nostri giorni, nei peccatori che, a forza di resistere alla luce di Dio, finiscono per assopirsi nelle tenebre! E non ci stupisce di ravvisare in altri uomini i tratti che osserviamo negli autori del dramma che sta per compiersi. La storia della Passione del Figlio, di Dio ci fornirà più d’una lezione sui segreti del cuore umano e delle sue passioni. Né potrebbe essere altrimenti: perché ciò che avviene a Gerusalemme si rinnova nel cuore dell’uomo peccatore. Questo cuore è un Calvario, sul quale, secondo l’espressione dell’Apostolo, Gesù Cristo è molte volte crocifisso. La stessa ingratitudine, lo stesso acciecamento, la stessa follia; con la differenza che il peccatore, quando è schiarito dai lumi della fede, sa chi mette in croce; mentre i Giudei, come dice anche San Paolo, non conoscevano come noi questo Re di gloria (I Cor. 2, 8) che fu confitto in croce. Seguendo perciò la narrazione dei fatti evangelici che giorno per giorno ci verranno messi sotto gli occhi, la nostra indignazione contro i Giudei si rivolga anche contro noi stessi e i nostri peccati. Piangiamo sui dolori della vittima, noi, che con le nostre colpe abbiamo reso necessario un tal sacrificio.

Il ritiro di Gesù

In questo momento, tutto c’invita alla tristezza. Perfino la croce sull’altare è nascosta dietro un velo, e le immagini dei Santi sono coperte; “la Chiesa è in attesa della più grande sciagura. Non attira più la nostra attenzione sulla penitenza dell’Uomo-Dio; solo trema al pensiero dei pericoli che lo circondano. Leggeremo fra poco nel Vangelo che il Figlio di Dio stava per essere lapidato come un bestemmiatore; ma non essendo ancora giunta l’ora sua, dovette fuggire e nascondersi. Un Dio nascondersi, per evitare la collera degli uomini! Quale capovolgimento! È forse debolezza, o timore della morte? Sarebbe una bestemmia il solo pensarlo, mentre presto lo vedremo manifestarsi apertamente dinanzi ai suoi nemici. Si sottrasse in quel momento alla rabbia dei Giudei, perché non s’era ancora adempiuto in lui tutto ciò ch’era stato predetto. Del resto, non è sotto una pioggia di pietre ch’egli dovrà spirare, ma sull’albero della maledizione, che d’ora in poi diventerà l’albero della vita.

Adamo e Gesù

Umiliamoci nel vedere il Creatore del cielo e della terra sottrarsi alla vista degli uomini per non incorrere nella loro rabbia. Pensiamo al giorno del primo peccato, quando Adamo ed Eva colpevoli pure si nascosero nel vedersi nudi. Gesù è venuto per garantire loro il perdono; ed ecco che anche lui si nasconde, non perché sia nudo, Lui che per i Santi è la veste della santità e dell’immortalità, ma perché s’è fatto debole, per dare a noi la forza. I nostri progenitori si sottrassero agli sguardi di Dio; Gesù si nasconde agli occhi degli uomini; ma non sarà sempre così. Verrà il giorno in cui i peccatori, nel vedere chi oggi sembra fuggire, rivolgeranno le loro implorazioni alle rocce e alle montagne e le supplicheranno di cadere sopra di loro per scomparire dalla sua vista; ma questa loro brama rimarrà sterile, e loro malgrado “vedranno il Figlio dell’uomo venir sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria” (Mt. 24, 30).
Questa Domenica è chiamata Domenica di Passione, perché oggi la Chiesa comincia ad occuparsi espressamente dei patimenti del Redentore. È detta anche Domenica Judica, dalla prima parola dell’Introito della Messa; e infine della Neomenia, cioè della nuova luna, perché la Pasqua cade sempre dopo la luna nuova, la quale serve a fissare tale festa.

Nella Chiesa greca questa Domenica non ha altro nome che quello di Quinta Domenica dei santi digiuni.
La Stazione, a Roma, è nella Basilica di S. Pietro. L’importanza di tale Domenica, che non cedeva a nessuna festa, per quanto solenne, esigeva che la funzione avesse luogo nel più augusto tempio della città eterna.

Messa

EPISTOLA (Ebr. 9, 11-15). 

Fratelli; Cristo venuto come pontefice dei beni futuri, attraversando un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non di questa creazione, non col sangue dei capri e dei vitelli, ma col proprio sangue entrò una volta per sempre nel Santuario, dopo aver ottenuta la redenzione eterna. Or se il sangue dei capri e dei tori e la cenere di vacca, aspergendo gl’immondi, li santifica quanto alla purità della carne, quanto più il sangue di Cristo che per lo Spirito Santo ha offerto se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo? E per questo Egli è mediatore d’una nuova alleanza, affinché, interposta la sua morte per redimere le prevaricazioni avvenute sotto la prima alleanza, i chiamati ricevano la promessa dell’eterna eredità di Gesù Cristo nostro Signore.

La salvezza nel sangue d’un Dio

Solo col sangue l’uomo può essere riscattato. La divina maestà offesa non si placherà che per lo sterminio della creatura ribelle, il cui sangue sparso sulla terra con la propria vita renderà testimonianza del suo pentimento della sua profonda umiliazione dinanzi a colui contro il quale s’è ribellata. Altrimenti la giustizia di Dio dovrà essere compensata con l’eterno supplizio del peccatore. Tutti i popoli lo hanno compreso, dal sangue degli agnelli di Abele fino a quello che colava a fiotti nelle ecatombi della Grecia e nelle innumerevoli immolazioni con le quali Salomone inaugurò la dedicazione del suo tempio. Nondimeno Dio disse: “Ascolta, o popolo mio, che vo', parlarti, o Israele, che ti ho da avvertire: Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti rimprovererò per i tuoi sacrifici: i tuoi olocausti mi stan sempre davanti. Non ho bisogno di prendere i vitelli della tua casa, né dal tuo gregge i capri, perché mie son le fiere dei boschi, il bestiame che pascola sui monti e i bovi. Conosco tutti gli uccelli dell’aria, e la bellezza dei campi è la mia disposizione. Dato che avessi fame, non verrei a dirlo a te, perché mio è l’universo e tutto ciò che contiene. Mangerò forse carni di tori e berrò sangue di capri?” (Sal. 49, 7-13). Così Dio ordina sacrifici cruenti, ma dichiara che non sono niente ai suoi occhi. Vi è forse una contraddizione? No: Dio vuole che l’uomo comprenda che non può essere riscattato che col sangue, e che nello stesso tempo il sangue degli animali è troppo grossolano per operare un tale riscatto. Sarà allora il sangue dell’uomo a placare la divina giustizia? Non basta: perché il sangue dell’uomo è impuro e macchiato; ed anche se fosse puro, sarebbe impotente a risarcire l’oltraggio fatto a un Dio. Occorre il sangue d’un Dio; e Gesù viene a spargere il suo.

In lui sta per realizzarsi la più grande figura dell’antica legge. Una volta l’anno, infatti, il pontefice entrava nel Santo dei Santi ad intercedere per il popolo. Penetrava oltre il velo, e si trovava al cospetto dell’Arca santa; ma gli era concesso tale favore solo a condizione d’entrare in quel sacro asilo recando fra le mani il sangue della vittima da lui immolata. In questi giorni il Figlio di Dio, il Pontefice per eccellenza, sta per fare ingresso in cielo, e noi pure vi entreremo dietro a lui; ma per far questo dovrà presentarsi col sangue nelle mani, e questo sangue non può essere che il suo. Così lo vedremo adempiere questa divina volontà. Apriamo dunque le nostre anime, affinché questo sangue, come ci ha detto l’Apostolo, “purifichi la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo”.

VANGELO (Gv. 8, 46-59). 

In quel tempo: Gesù diceva alla turba dei Giudei: Chi di voi mi potrà convincere di peccato? Se io dico la verità perché non mi credete? Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. Replicarono i Giudei: Non diciamo con ragione che tu sei un Samaritano e indemoniato? Gesù rispose: Io non sono indemoniato, ma onoro il Padre mio e voi mi vituperate. Ma io non cerco la mia gloria, c’è chi ne prende cura e ne giudica. In verità, vi dico: chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno. Gli dissero allora i Giudei: Ora vediamo bene che tu sei posseduto da un demonio. Abramo è morto, così pure tutti i profeti e tu dici: Chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno.

Sei forse tu da più del padre nostro Abramo, il quale è morto? Ed anche i Profeti sono morti. Chi credi mai tu di essere? Gesù rispose: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla: vi è a glorificarmi il Padre mio, il quale voi dite che è il vostro Dio; ma non lo avete conosciuto. Io sì che lo conosco, e se dicessi che non lo conosco, sarei, come voi, bugiardo. Ma io lo conosco ed osservo le sue parole. Abramo, vostro padre, sospirò di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò. Gli opposero i Giudei: Non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo? Gesù rispose loro: In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono. Dettero allora di piglio alle pietre per tirarle contro di lui, ma Gesù si nascose, ed uscì dal tempio.Indurimento dei Giudei.

Come si vede, la rabbia dei Giudei è giunta al colmo, e Gesù è costretto a dileguarsi davanti a loro. Fra poco lo faranno morire; ma come è differente la loro sorte dalla sua! Per obbedienza ai decreti del Padre celeste, e per amore degli uomini, egli si darà nelle loro mani, ed essi lo metteranno a morte; ma uscirà vittorioso dalla tomba, salirà al cielo e andrà a sedersi alla destra del Padre. Essi invece, sfogata la loro rabbia, s’addormenteranno senza rimorso fino al terribile risveglio che sarà loro preparato. Naturalmente è fatale la condanna di questi uomini. Guardate con quale severità parla loro Gesù: “Voi non ascoltate la parola di Dio, perché non siete da Dio”. Ma vi fu un tempo ch’essi erano da Dio: perché il Signore dà a tutti la sua grazia; ma essi frustrarono questa grazia, ed ora si agitano fra le tenebre, e non vedranno più la luce che hanno disprezzata.

“Voi dite che il Padre è vostro Dio; ma non lo avete conosciuto”. Misconoscendo il Messia, la sinagoga è arrivata al punto di non conoscere più lo stesso Dio unico e sovrano, del cui culto andava così fiera; se infatti conoscesse il Padre, non rigetterebbe il Figlio. Mosè, i Salmi, i Profeti sono per lei lettera morta; perciò questi libri divini passeranno presto nelle mani d’altri popoli, che sapranno leggerli e comprenderli. “Se dicessi di non conoscere il Padre, sarei, come voi, bugiardo”. Nella durezza del linguaggio di Gesù s’intravide già l’ira del giudice che verrà nell’ultimo giorno a fracassare a terra la testa dei peccatori. Gerusalemme non ha conosciuto il tempo della sua visita; il Figlio di Dio è venuto da lei, ed essa osa dirlo “posseduto dal demonio”. Rinfaccia al Figlio di Dio, al Verbo eterno che dimostra la sua origine divina coi più strepitosi miracoli, che Abramo ed i Profeti sono da più di lui. Incredibile accecamento che proviene dalla superbia e dalla durezza del cuore! Venuta la Pasqua, questi uomini mangeranno religiosamente l’agnello figurativo; e sanno che quest’agnello è simbolo che si deve realizzare. Il vero agnello sarà immolato proprio dalle loro mani sacrileghe, e non lo riconosceranno; il sangue sparso per loro perciò non li salverà. La loro sventura ci porta col pensiero a tanti peccatori induriti, per i quali la Pasqua di quest’anno sarà sterile di conversione come quella degli anni precedenti. Raddoppiarne le nostre preghiere per loro e domandiamo che il sangue divino ch’essi mettono sotto i piedi non gridi un giorno contro di loro dinanzi al trono del Padre celeste.

Preghiamo

Riguarda propizio, o Dio onnipotente, la tua famiglia; affinché sia sostenuta nel corpo per tua bontà e sia custodita nell’anima per la tua grazia.



(da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. - I. Avvento. Natale. Quaresima. Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 638-644.)






sabato 21 marzo 2026

ONU. Pro Vita Famiglia: Italia affossa definizione biologica di genere



Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.


Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, riceviamo dagli amici di Pro Vita & famiglia questo messaggio che portiamo alla vostra attenzione. L’ennesima delusione di questo governo…. Buona lettura e condivisione.

§§§




COMUNICATO STAMPA


 Tajani riferisca subito



Pro Vita & Famiglia esprime sdegno e rammarico per l’ennesimo voto pro gender della delegazione italiana alla Commissione ONU sullo Status delle Donne (CSW70) che si è conclusa oggi a New York. «L’Italia ha vergognosamente votato sì alla proposta del Belgio di non intervenire – quindi de facto di boicottare e affossare – su un’altra proposta, quella degli USA, dal titolo “Protezione di donne e ragazze attraverso una terminologia appropriata” che non chiedeva nulla di nuovo né di assurdo, ma anzi di ovvio, ovvero che la parola «genere» venisse interpretata nel senso scientifico, naturale e biologico del termine e nel senso che fu concordato a Pechino nel 1995, quando 189 paesi – tra cui la stessa Italia – la sottoscrissero» dichiara Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.

«Questo secondo voto, dopo quello del 9 marzo scorso, quando l’Italia si è accodata all’approvazione del documento finale che parla di aborto come “diritto”, di donne trans equiparate alle vere donne e di finanziamenti a lobby Lgbt e transfemministe, conferma che è in atto un tradimento da parte del Governo, sulla scena internazionale, a discapito degli italiani, che nel 2022 hanno votato una maggioranza conservatrice, che si è sempre detta pronta a difendere la famiglia, la vita e la donna, ma che invece non ha avuto questo coraggio all’ONU. Ci aspettiamo chiarimenti immediati da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva la diretta responsabilità di indicare le linee guida alla delegazione italiana e al quale avevamo già chiesto spiegazioni con una PEC formale rimasta senza risposta», conclude Brandi.




Fonte

Tu che tipo di cattolico vuoi essere? Noi abbiamo già scelto… speriamo di riuscirci




Offriamo una tipologia di “cattolici” da cui è nostra intenzione smarcarci. Alla fine indicheremo quella autentica, che ci sforzeremo (non sarà facile) di seguire.




Il cattolico progressista

E’ colui che crede che la Rivelazione s’identifichi con la Storia, anzi afferma che la Storia è la Rivelazione. Nulla è definito né definitivo. Ciò che contraddistingue la Chiesa non è l’appartenenza ad una verità metastorica, perenne ed immutabile, bensì ad un “popolo in cammino”. Da qui la convinzione che la verità possa contraddirsi nel tempo, così come si contraddice la Storia. Ma è un “cattolico” che di fatto taglia il ramo su cui è seduto: se la Chiesa poteva sbagliare in passato, perché dovrebbe avere ragione adesso?

Il cattolico idolatrico della Tradizione

Crede che la Tradizione sia tutto. Considera la Tradizione non solo come fonte remota (il che è giusto), ma anche come fonte prossima della Rivelazione, mettendola, di fatto, al posto del Magistero. Non è raro che in nome del suo tradizionalismo si lasci andare ad un linguaggio irriverente nei confronti delle legittime autorità della Chiesa, cadendo in una palese contraddizione perché è ugualmente tradizione avere rispetto per le legittime autorità.

Il cattolico tradizionalista estetizzante

E’ colui che ama la Tradizione per un motivo puramente “estetico”. Afferma, per esempio, la bellezza della Liturgia Tradizionale, non perché questa sia pienamente rispondente alla Verità Cattolica, quanto perché è più bella, confondendo pertanto l’effetto con la causa.

Il tradizionalista cattolico

Il tradizionalista cattolico non è il cattolico tradizionalista. E’ colui che crede nel valore strumentale del cattolicesimo. Questo, il cattolicesimo, deve servire solo come mezzo per coltivare le proprie affezioni passatiste e tradizionaliste. Il tradizionalista cattolico di fatto trasforma la fede in una “ideologia”.

Il cattolico normalista

Il suo motto è: “Va tutto bene, madama la marchesa!” Guarda l’albero, ma non i frutti. Se i frutti sono amari o bacati dal verme, dice che sono ugualmente buoni. Cerca di convincersene. Li mangia e dice a se stesso: sembrano brutti, ma sono buoni! Fuor di metafora: per il cattolico normalista la crisi della Chiesa è solo un’illusoria impressione.

Il cattolico “benedettiano”

E’ il cattolico un po’ complottista. Per lui le dimissioni di papa Benedetto XVI sarebbero stata una farsa. Questi sarebbe stato costretto a dimettersi e quindi sarebbe rimasto Lui il vero Papa. E’ un cattolico che ingenuamente non coglie la contraddizione: con questi argomenti non difende papa Benedetto XVI, bensì lo svaluta. Se Benedetto XVI fosse stato costretto a dimettersi, perché non ha resistito usque ad mortem com’era suo dovere?

Il cattolico fallibilista

E’ colui che crede che il Papa sia una sorta di optional: c’è o non c’è, è la stessa cosa. Da qui il suo livellamento democraticista: ciò che conta è la base dei fedeli, la “Chiesa siamo noi!”. L’autorità è bene che non esista in quanto errato retaggio del passato. E’, insomma, il cattolico alla Jesus Christ Superstar: figuriamoci se un Gesù anarcoide e proto-rivoluzionario avrebbe pensato ad un capo per la Chiesa!

Il cattolico infallibilista

E’ colui che crede che il Papa non possa dire mai cose sbagliate. Da qui la possibilità di due derive diametralmente opposte: l’acritica accettazione o il sedevacantismo. L’acritica accettazione: tutto ciò che dice il Papa va accettato sempre e comunque. Il sedevacantismo: dal momento che il Papa non può mai sbagliare, eventualmente dovesse affermare cose errate, vuol dire che il Papa non è più Papa.

Il cattolico conservatore “ratzingheriano”

E’ il cattolico “ammalato di “ermenutica”, precisamente di “ermeneutica della continuità”. Parte da un presupposto giusto: la verità non può contraddirsi, dunque non possono contraddirsi nemmeno gli insegnamenti magisteriali. Ma quando poi dovessero individuarsi delle contraddizioni, fa sforzi da “ernia mentale” pur di far quadrare il cerchio e scorgere continuità anche dove l’evidenza dimostra il contrario.

Il cattolico conservatore “ratzingheriano” ribelle

E’ il cattolico che non ha paura di parlare. Vuole denunciare la crisi della chiesa, ma pretende di salvare -anzi enfatizza!- teologi e correnti teologiche che sono state cause della crisi stessa. Insomma, pensa ingenuamente che la crisi sia iniziata solo negli ultimi quattro anni.

Il cattolico per cui “Dio non è cattolico”

E’ il cattolico che crede che Dio sia al di sopra del cattolicesimo stesso. Tutto sommato è convinto che l’essere cattolico abbia solo un valore contestuale e transitorio, riducendolo a pura etichetta. Ma non si accorge di una palese contraddizione: Se Dio non è cattolico, perché allora gli uomini dovrebbero esserlo?

Il cattolico moderato

Crede che siano da evitare sempre e comunque le radicalizzazioni. Finisce con l’essere radicale…nel non essere mai radicale. Non ricerca l’equilibrio, ma il compromesso, che è un’altra cosa. L’equilibrio è la constatazione di ciò che è l’essenza della Verità, è la via di mezzo tra due beni. Il compromesso è cercare un punto intermedio tra il bene e il male. Per cui se la scelta è tra uccidere dieci persone o una, il cattolico moderato –paradossalmente- ne uccide cinque.

Il cattolico moderato di temperamento o di interesse

Può capitare che il cattolico moderato non sia mosso dal “dogma” della moderazione, quanto da meri elementi temperamentali o utilitaristici che lo portano a non prendere decisioni coraggiose e posizioni precise.

Il cattolico autoreferenziale

Il suo credo è trasversale. Va dove ti porta non la fede, ma l’interesse. Se si toccano i prìncipi, si può discutere e negoziare la Verità; ma se si tocca la propria dignità, no. E’ giusto che si combatta, che si rivendichi, che si reagisca quando entrano in gioco le cose che si fanno: Perché a quel dibattito è stato invitato lui e non io? Perché mi hanno dato questa parrocchia, quando meritavo altro? Perché si è parlato di quel libro, e non del mio?…

Il cattolico archeologista

E’ colui che crede che la Chiesa vera sia quella delle origini e non quella che la Tradizione ha costruito e ha abbellito nei secoli. Per lui è necessario la purezza delle origini. Anche se -per esempio- si guarda bene a rispolverare per sé il durissimo stile penitenziario che si praticava e si imponeva in quei tempi. Rimpiange l’epoca pre-costantiniana e perfino le persecuzioni. Non manca di pensare che tutto sommato il Cristianesimo sia una sorta di appendice dell’Ebraismo, fino ad arrivare alla convinzione che il Cattolicesimo così come è, sarebbe una sorta di “invenzione” di san Paolo.

Il cattolico obbedientista

E’ colui che crede che essere cattolico voglia dire obbedire sempre e comunque. Non solo alle leggi disciplinari, come è giusto che sia, ma su tutto. Per cui se dovesse venire un ordine confliggente con la Legge Divina (esempio: Comunione ai divorziati risposati), obbedisce. Il suo argomento è che i Santi hanno sempre obbedito. Giusto, ma sulle cose disciplinari o quando veniva toccata la propria persona. San Pio da Pietrelcina impedì ad alcuni suoi figli spirituali di andare a protestare dal Papa per avergli inflitto provvedimenti disciplinari restrittivi. Ma i Santi non hanno mai agito in tal modo su ciò che toccasse la legge Divina. Sant’Atanasio continuò a predicare e a resistere come Dio voleva che continuasse.

Il cattolico disobbedientista

Tutto ciò che dice papa Caio o monsignor Tizio è da criticare e obliare. Se per esempio papa Caio dice delle cose giuste e parla da Pietro, proprio perché le ha dette lui o monsignor Tizio, che non vanno a genio, non bisogna dirlo o farlo sapere. Il cattolico disobbedientista cade pertanto in una sorta di paranoia: se papa Caio dice qualcosa di errato, apriti cielo! Se dice qualcosa di giusto, apriti cielo! ugualmente, perché l’avrà detto per chissà quali fini…

Il Cattolico della Tradizione o semplicemente: il Cattolico

Il Cattolico della Tradizione si definisce così perché non crede né nella Chiesa del passato né nella Chiesa del presente, o del futuro, ma nella Chiesa di sempre.

Crede che Cristo sia sempre lo stesso, ieri, oggi, sempre.

Il Cattolico della Tradizione crede in ciò che la Chiesa ha sempre affermato. Si rimette alla regola di San Vincenzo da Lerino (V secolo): cioè si rimette a ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti. E se c’è una novità eretica che tenta di contaminare l’intera Chiesa, sceglie, tra l’antico e il nuovo, l’antico (cioè ciò che è stato già definito) e che non può essere alterato da nessuna nuova menzogna.

Il Cattolico della Tradizione non riduce la fede ad ideologia, perché afferma che Dio è tutto; e che la vocazione primaria di ognuno è rendere gloria a Dio, non alle proprie idee o a propri gusti.

Il Cattolico della Tradizione ricerca l’equilibrio e non il compromesso. L’equilibrio tra ciò che è bene, mai il compromesso tra il bene e il male.

Il Cattolico della Tradizione è moderato nella difesa di se stesso e nelle difesa delle sue cose, ma è radicale nella difesa dei prìncipi.

Il Cattolico della Tradizione si rivolge con il rispetto dovuto alle legittime autorità della Chiesa. Non negando, qualora fosse necessario, un richiamo pubblico -ma rispettoso- quando possa essere messa in pericolo la fede e la salvezza delle anime.

Il Cattolico della Tradizione ubbidisce nelle leggi disciplinari, ma, con dolore e decisione rivendica il dovere di “disobbedire” se le direttive che riceve andassero a compromettere la Legge di Dio, perché convinto che bisogna ubbidire prima a Dio e poi agli uomini.

Il Cattolico della Tradizione segue la Liturgia Tradizionale non perché più bella, ma perché pienamente rispondente alla Verità Cattolica. Ne sottolinea sì la bellezza, ma come effetto e non causa della sua cattolicità.

Il Cattolico della Tradizione afferma la Verità sempre e comunque, indipendentemente dal giudizio del Mondo.

Il Cattolico della Tradizione si fa guidare dalla Madre Celeste, tenendosi stretto a Lei per trovare la forza necessaria e seguire il sentiero giusto.

Il Cammino dei Tre Sentieri ha fatto la sua scelta. Vuole appartenere a quest’ultima categoria di cattolici, che poi sono i veri cattolici.

Ma non basta scegliere una volta per tutte. Occorre pregare quotidianamente per esserlo sempre. Il pericolo di rientrare negli altri “modelli” è sempre in agguato. Per tutti. Anche per noi.






venerdì 20 marzo 2026

La Chiesa dell’Amoris Laetitiae e il mondo della Tradizione


12 marzo 2026: un fulmine ha colpito la Basilica di San Pietro
Ecco il video: https://www.facebook.com/share/r/1NSE9bKXpR/


ARTICOLO TRIARII


di Massimo Viglione, 20-03-2026


Il giorno di san Giuseppe Leone XIV ha reso pubblico un Messaggio di celebrazione per il decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitiae di Francesco.

Questo breve documento è una celebrazione acritica dell’Amoris laetitiae, che viene presentata come un “luminoso esempio”, un “messaggio di speranza”, qualcosa di cui “rendere grazie a Dio”, un “insegnamento prezioso”. Anzi, Leone ha anche convocato per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per progettare la nuova dottrina ecclesiastica – sempre nell’ormai immancabile spirito sinodale, nuova struttura sovversiva dell’attuale Chiesa conciliare – in materia morale alla luce appunto del dettato dell’Amoris laetitiae.

Nel documento di Leone, i passi che aprono alla mutazione della dottrina di sempre e anche al rinnegamento e sovvertimento del Vangelo stesso e quindi dell’insegnamento di Gesù Cristo sull’indissolubilità del matrimonio – indissolubilità che comporta consequenzialmente l’impossibilità all’accesso all’Eucarestia per i divorziati risposati e per le coppie di fatto (di qualsiasi natura e genere siano), non vengono neanche nominati.

E, siccome chi tace acconsente, di fatto vengono accettati come sono. Tradotto: Leone XIV ha fatto propria la rivoluzione a-morale, anti-evangelica e contraria alla legge naturale, di Bergoglio.

Del resto, nello scorso autunno le sue aperture, a dir poco incredibili e sconvolgenti, all’ideologia omosessualista erano già testimonianza inequivocabile della posizione rivoluzionaria di Leone XIV, che solo i finti ciechi che si fanno ciechi potevano fingere di non vedere. Su questo punto specifico, ci permettiamo di far notare come Prevost sia andato oltre Bergoglio.

Il mondo conservatore sta commentando con il solito imbarazzato disappunto questo ultimo documento di Leone XIV, borbottando la solita fraseologia rituale (“inopportuno”, “equivoco”, ecc.), prendendo le distanze, ma alla fine di fatto accettando la realtà per quella che è. Del resto, questo è esattamente il ruolo del mondo conservatore (non solo cattolico): quello di cercare di frenare la Rivoluzione, o di avanzare alcune proteste per la troppa precipitazione, ma al contempo di garantire ogni forma di potere costituito perché possa sempre e comunque portare avanti la Rivoluzione stessa. Quindi, nulla di nuovo sotto al sole: quello che vale nella società, in politica, vale anche nel mondo della Chiesa, fra i cattolici: i conservatori protestano e obbediscono e in questo modo garantiscono la Rivoluzione.

Occorre invece prendere atto che la Rivoluzione del Concilio Vaticano II, con il suo famoso “spirito” della “Nuova Pentecoste” che ha preso il posto del vero unico Spirito Santo, per l’edificazione della “Nouvelle Église” conciliare, procede senza intoppi, sotto la guida dei vari pontefici conciliari che si susseguono. Dopo più di sessant’anni, è impossibile non vederlo.

E se con Bergoglio era più che lecito porsi la questione della legittimità del suo pontificato (per la mai chiarita e pesantissima ambiguità della rinuncia di Benedetto XVI, per i dubbi sulla correttezza dell’elezione di Bergoglio e, soprattutto, per le eresie alla fede da lui pervicacemente insegnate pubblicamente senza alcun ravvedimento nemmeno dinanzi ai Dubia presentati dai cardinali), con Prevost tutto questo, alla luce di quanto ne sappiamo, non può essere fatto valere.

Pertanto, occorre prendere atto che la Cattedra di Pietro celebra e avalla il rinnegamento del Vangelo e della legge naturale. Perché questo è l’Amoris Laetitiae.

Naturalmente, ora si scateneranno i soliti conservatori (e non solo) a distinguere fra insegnamento dogmatico del pontefice e opinione personale del “privato dottore”: senza entrare in queste inveterate discussioni senza soluzione pratica, notiamo solo che, nei fatti, quanto detto nell’Amoris laetitiae è divenuto prassi nella Chiesa conciliare. E ora è pure confermato, e anzi celebrato e programmato per il futuro, anche dal pontefice successore di colui che ha scritto l’Amoris Laetitiae.

Tutto il resto, sono chiacchiere. Questi sono i fatti.

Anzi, possiamo aggiungerne ancora uno, solo per restare al presente immediato. Ormai, dopo che Monsignor Carlo Maria Viganò, sempre il 19 marzo, ha reso noto il suo reiterato tentativo di essere ricevuto da Leone XIV per chiarire la propria posizione, possiamo dirlo: Leone XIV, dopo aver dato all’arcivescovo un appuntamento (con sei mesi di attesa), pochi giorni prima lo ha annullato, senza rinnovare la sua disponibilità all’incontro.

Sulla scia sempre di Bergoglio con il suo “todos, todos, todos”, anche Prevost, che ha ribadito più volte la sua apertura a tutti, intende todos solo per eretici, apostati, sodomiti, genderisti, pagani, esponenti di tutte le altre religioni… ma non certo per i cattolici legati alla Tradizione di sempre. Con loro, non c’è dialogo alcuno.

Anche per quanto concerne le prossime consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X, la cui gerarchie avevano richiesto udienza presso il pontefice, abbiamo visto che è stato loro concessa un’udienza dal Prefetto della Congregazione della Fede, ma senza – come ovvio che fosse – risultato concreto alcuno e sempre sotto la minaccia, apertamente ribadita, della scomunica latae sententiae.

Con il mondo della Tradizione non si dialoga, e se si dialoga, lo si fa pro forma.

A coloro che vivono immersi impenitentemente, e anzi, rivendicandolo come un diritto indiscutibile e pure imponibile al prossimo, nel “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”, si spalancano le porte, perfino gettando la spugna sulla concessione dei sacramenti.

Per coloro che testimoniano la fede di sempre, sforzandosi di vivere seguendo il Vangelo e la legge naturale, che combattono la buona battaglia andando ogni giorno contro il mondo e contro la Rivoluzione anti-umana e pagandone l’alto prezzo, non c’è pietà. Le porte si chiudono, in piena coerenza con il todos bergogliano.

Cosa resta da fare? Inutile litigare su questioni irrisolvibili (“è papa”, “non è papa”, ecc.). Occorre solo seguire il monito lucidissimo dell’ultimo grande santo della Chiesa di sempre: come disse san Pio da Pietrelcina, “quando verranno quei giorni”, resta solo da seguire il Vangelo, la dottrina e il Magistero di sempre, la Tradizione e la legge naturale, frequentando i sacramenti da sacerdoti degni e fedeli, che non sono molti, ma non mancano affatto.

Questo possiamo e dobbiamo fare: restare uniti nella Chiesa di sempre, con la Messa di sempre, seguendo la dottrina di sempre e sostenendo il clero fedele e coerente.

Senza dare spazio ai soliti manipolatori d’anime e divisori interni del mondo della Tradizione, che gettano fango e odio e calunnie per ragioni squisitamente personali (invidie irrisolte, rancori del passato, gelosie, indicibili interessi economici o di carriera, frustrazioni psicologiche), giocando sulla ingenua devozione dei semplici che non riescono a distinguere la verità nella sua pienezza. Tutti costoro risponderanno a Dio del loro operato (e delle loro calunnie e maldicenze, del loro spirito manipolatore e divisorio).

Perché solo Dio può risolvere la immensamente rovinosa e tragica situazione della sua Chiesa. È la “sua” Chiesa, infatti, non appartiene a nessun altro, nemmeno ai papi, che sono i servi del Padrone. E solo il “padrone del campo” può salvare il suo campo, facendo giustizia dei servi infedeli. Noi che siamo gli invitati, dobbiamo andare e restare nella fedeltà all’unico Padrone di sempre e nell’unica Chiesa di sempre, perché “nessun servo è più del suo padrone” (Mt, 10,24), e chi segue il servo infedele, tradisce il Padrone giusto e immutabile nella sua Giustizia e Verità.

Auspichiamo quindi che il mondo della Tradizione, nei giorni sempre più neri (anche nel senso meteorologico del concetto) che viviamo, nella Chiesa come nella società, sappia ritrovare unità di intenti e d’azione, smettendola di “scomunicare” pateticamente e odiosamente gli altri. “Scomuniche” che poi, nella quasi totalità delle volte, si traducono sempre in calunnie o al massimo soggettive e interessate interpretazioni della realtà, che è sempre molto più complessa di come viene descritta.

Questi sono i giorni della fedeltà irriducibile (al Padrone del campo) e della speranza oltre ogni speranza. I giorni che ci richiedono il massimo sforzo per l’unità.

Standoci dentro, in questo mondo, da 35 anni, e conoscendo benissimo gli uomini (chierici e laici) che ne fanno parte (almeno qui in Italia) e le nostre miserie, ridicole pretese e patetiche incostanze, sappiamo perfettamente che questo è solo un pio desiderio irrealizzabile senza la grazia divina. Ma noi lo abbiamo scritto invocando la grazia divina su tutti. Perché ognuno si faccia carico della propria responsabilità nei giorni più terribili della storia della Chiesa e della società umana. A partire da chi scrive.

E perché “nulla è impossibile a Dio”, per l’uomo che ha fede e sinceramente ama e cerca solo la Verità e il Bene. Sono i giorni della speranza eroica in Dio, signore unico della storia e della Chiesa, garante eterno della Verità immutabile e gestore infallibile e onnipotente della sua Chiesa.

Altro che Amoris Laetitiae.



Fonte



Giuseppe, terrore dei diavoli. L’esempio da seguire





Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli, 20 mar 2026



Mira sorte beatior. Omelia nella festa di San Giuseppe, Sposo della B.V.M.


di monsignor Carlo Maria Viganò

In un mondo che cancella la figura del padre e criminalizza la società “patriarcale” per scardinare con essa il riferimento alla Paternità di Dio nella fratellanza in Cristo, la Santa Chiesa celebra oggi lo Sposo castissimo della Beata Semprevergine Maria, Padre putativo di Nostro Signore e discendente della stirpe regale di Davide, proles David inclyta.

La corona di Santità che splende sul capo di San Giuseppe rifulge di tre gemme preziose: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste virtù proprie alla perfezione cristiana costituiscono i Voti di molti Ordini religiosi, e sono il modello di vita per chiunque voglia santificarsi nella sequela Christi.

Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 23). Queste parole della Sapienza Incarnata ci mostrano come San Giuseppe abbia saputo conformarsi alla volontà di Dio, nella povertà, ossia nel distacco dai beni materiali e nel disprezzo del mondo; nella castità, ossia nel rinnegamento di sé e delle proprie concupiscenze; nell’obbedienza, ossia nel rinnegamento del proprio orgoglio e delle seduzioni del Maligno.

Povertà: San Giuseppe ha saputo abbandonare tutto – anche l’attività di carpentiere che aveva a Nazareth – per mettere in salvo il Signore durante la persecuzione di Erode. Castità: egli ha accettato di vivere nella perfetta continenza come castissimo Sposo della Vergine delle vergini, l’Immacolata Madre di Dio. Obbedienza: San Giuseppe ha saputo conformare la propria volontà alla santa Volontà di Dio in ogni istante della sua vita.

Queste virtù sono state infine premiate in terra dall’unicità della Sacra Famiglia, modello di perfezione e di santità per tutti gli sposi cristiani; e in cielo, dalla gloria eterna di cui è coronato e che gli merita il titolo di Patrono della Chiesa universale, che è la famiglia spirituale in cui ogni anima battezzata ha Dio come Padre, Nostro Signore come fratello e la Vergine Santissima come Madre.

Se vogliamo seguire Nostro Signore rinnegando noi stessi e prendendo la nostra croce ogni giorno – quotidie – non possiamo non conformarci al modello di San Giuseppe. Nell’umiltà e nel silenzio egli ha veramente rinnegato se stesso, contrastando e vincendo sul mondo, con la santa Povertà, che non è miseria ma distacco dai beni terreni; sulla carne, con la santa Castità, che è immolazione quotidiana e preparazione alla condizione celeste che attende ciascuno di noi; sul diavolo, con la santa Obbedienza, che non è servilismo ma virile riconoscimento di un ordine gerarchico che pone Nostro Signore al centro di tutto, e che tutto a Lui riconduce, anche l’autorità temporale e spirituale vicarie dell’autorità di Cristo Re.

Gli esempi dell’odierna società ribelle sono l’esatto contrario. La ricchezza e il potere sono oggi l’aspirazione comune: per ottenerli si è disposti a qualsiasi compromesso, a qualsiasi tradimento – tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai (Mt 4, 9). Il mondo intero si prosterna agli idoli del denaro e dei beni materiali. La lussuria e le più innominabili abominazioni sono diventate normalità e vengono inculcate anche nei bambini, imposte dallo Stato nelle scuole con l’indottrinamento alla perversione, introdotte nella vita quotidiana dei giovani per corromperli e farne schiavi dei piaceri più distruttivi e sterili. L’orgoglio – il maledetto orgoglio di Lucifero – si è sostituito all’umiltà e all’obbedienza, traducendosi ora in folle anarchia, ora in sciagurato servilismo.

Anche il corpo ecclesiale, nel quale è stato fatto penetrare lo spirito della Rivoluzione, ha perso il senso di queste sante virtù. Molti sono i sacerdoti e i vescovi che preferiscono gli onori mondani e le ricchezze agli immensi tesori celesti di cui non vogliono più essere amministratori. La lussuria tiene molti di loro legati dalle catene del vizio e della fornicazione, rendendoli ciechi alla Luce della Verità cattolica, sordi alla voce della coscienza e della Grazia. Per essi l’obbedienza non è eroica testimonianza di sottomissione alla Maestà di Dio, ma servile prova di cortigianeria verso i potenti della terra, vile cooperazione con i mercenari e i traditori penetrati nel sacro recinto.

Se vogliamo salvarci e salvare le anime che ci sono affidate, non possiamo non comprendere l’importanza dell’esempio di San Giuseppe. Egli è invocato come terror dæmonum – terrore dei diavoli – perché è proprio nella povertà, nella castità e nell’obbedienza che ogni anima trova i mezzi per sfuggire ai lacci che il Maligno ci tende per corromperci e dannarci. Satana odia e teme la povertà, la castità e l’obbedienza, perché sono difesa inviolabile contro le seduzioni del mondo, della carne e del diavolo. E ciò vale eminentemente per le nostre famiglie, che possono trovare nella Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe l’esempio perfetto di vita semplice, pura e fedele a Dio.

Poniamoci sotto la protezione di San Giuseppe: Tu vivens, Superis par, frueris Deo, mira sorte beatior. Tu, da vivo, fosti simile ai Santi, perché godesti della presenza di Dio, che ti fece beato in terra per sorte mirabile. E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

19 marzo 2026

S.cti Joseph, Sponsi B.M.V.





Leone celebra 10 anni di Amoris laetitia, ma i Dubia restano



Dal Papa un messaggio elogiativo per il decennale del documento più controverso di Francesco, che viene definito «luminoso» sbrigando i punti critici in due battute. Eppure quel testo ha innescato un terremoto. Sarebbe stato meglio non dire nulla.

Anniversario

Editoriali 


Stefano Fontana, 20-03-2026

Ieri, 19 marzo e solennità di san Giuseppe, è stato reso pubblico un Messaggio di Leone XIV nel decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia di Francesco. Si tratta di un testo breve, evasivo delle grandi questioni dottrinali e pastorali da essa suscitate, intento a stabilire un proseguimento di quella stessa linea all’interno del «discernimento sinodale». Alla fine del Messaggio, il Papa informa di aver convocato per il 26 ottobre 2026 «i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».

Della lettura del Messaggio colpisce prima di tutto l’apprezzamento deciso di Amoris laetitia, definita un «luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e famigliare», qualcosa per cui «rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa», un «insegnamento prezioso che dobbiamo continuare ad approfondire oggi», fino a impostare il prossimo lavoro della grande riunione del 26 ottobre prossimo «alla luce di Amoris laetitia».

Una simile frettolosa valutazione dell’Esortazione di Francesco non può essere considerata soddisfacente. Meglio sarebbe stato non dire niente. Amoris laetitia è stato il testo più controverso del magistero di Francesco. Ha lacerato la Chiesa, scandalizzato e colpito molte coscienze, su di essa sono stati scritti libri di contrasto, i teologi moralisti si sono divisi tra loro, l’Istituto Giovanni Paolo II è stato sacrificato, in Vaticano molte nomine eccellenti sono state fatte per garantire la prosecuzione di quella linea. Tutto il sinodo che ha portato ad Amoris laetitia era stato preparato a tavolino, come una vera e propria operazione politica e il testo dell’Esortazione era stato calibrato in modo artificioso.

Sul capitolo VIII, che ora Leone XIV risolve in due battute – «accompagnare, discernere e integrare la fragilità» –, alcuni cardinali avevano richiesto dei chiarimenti (i famosi Dubia), poi riproposti una seconda volta perché inascoltati. Molti cristiani, di fronte alle dichiarazioni dirompenti di Amoris laetitia hanno pronunciato il proprio “non possumus”. Quella esortazione è stata un terremoto nella Chiesa e per questo sembra veramente improprio parlare di un documento «luminoso», dato che per molti è stato tenebroso. Basti ricordare solo un ultimo aspetto: l’Esortazione non diceva mai espressamente che i divorziati risposati potessero accedere alla Comunione eucaristica, ma nello stesso tempo lo faceva dire indirettamente ad alcune note a piè di pagina, il cui contenuto fu poi espresso dai vescovi argentini e confermato per iscritto dal Papa con un atto di formale magistero. Anche dal punto di vista procedurale c’era poco di «luminoso».

Colpisce poi che Leone XIV affermi che «le due Esortazioni apostoliche Familiaris consortio – data da san Giovanni Paolo nel 1981 – e Amoris laetitia ( AL) hanno entrambe stimolato l’impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, dei coniugi e delle famiglie». Ma non è possibile che due affermazioni contraddittorie siano in continuità tra loro. Dire che i divorziati risposati non possono, oppure dire che possono accedere alla Comunione non rispecchia nessuna continuità. Questo accostamento tra i due Papi e le due Esortazioni sembra anche dimenticare che Amoris laetitia ha citato artificiosamente e strumentalmente il paragrafo 84 di Familiaris consortio, nella sostanza prendendosene gioco.

C’è infine un ultimo aspetto che rende questo Messaggio insoddisfacente: il riferimento al contesto in cui si collocava Amoris laetitia – quello della «nuova sinodalità» – e la volontà di continuare a muoversi anche in futuro dentro quello stesso contesto. Dispiace notare nel Messaggio una vena di eccessiva attenzione ai cambiamenti delle situazioni storiche, che è la vera anima della nuova sinodalità versione Francesco, come qualcosa da inseguire come se si trattasse di una chiamata dello Spirito Santo. Amoris laetitia sarebbe nata dalla presa d’atto «dei "cambiamenti antropologico-culturali" (AL, 32), accentuatisi nell’arco di trentacinque anni», così la prossima riunione dei Presidenti delle Conferenze episcopali dovrà operare «prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie». L’interpretazione sinodalista dovrebbe così continuare.

Qualcuno potrà sostenere che Leone XIV, con questo documento, voglia dire che è giunto il momento di dimenticare e voltare pagina. Può essere, ma allora perché commemorare il decennale di Amoris laetitia? Non c’era nessun obbligo di farlo e l’oblio sarebbe stato maggiormente garantito. Qualche altro dirà anche che questo è il “metodo Prevost”: ammorbidire i toni, non rettificare niente in modo ufficiale e nel frattempo promuovere di fatto una linea diversa. Anche questo può essere, ma allora perché impegnarsi anche per il futuro ad attingere alla “luce” di Amoris laetitia? Altri potranno pensare che siamo nel campo della pastorale dove contano i “frutti”, ma quali sarebbero i frutti di Amoris laetitia? Essa ha aperto un processo di revisione non solo pastorale ma anche dottrinale di inaudita portata.

Quel documento non intendeva limitarsi alla pastorale della famiglia, quanto piuttosto cambiare il concetto di matrimonio, apportare delle variazioni alla dottrina cattolica sull’esercizio della sessualità, annullare la dottrina delle azioni intrinsecamente cattive, quindi smobilitare la Veritatis splendor. Nessun accenno nel Messaggio di Leone XIV ai gravi aspetti dottrinali di Amoris laetitia e al fatto che i Dubia dei quattro cardinali sono ancora là, in attesa.