domenica 19 luglio 2026

La giovane suora: «Povertà, castità e obbedienza sono libertà»



Come vive la giovane suor Clarita i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza? Sono davvero una rinuncia, come tutti credono? Una bella testimonianza.

Ultimissime
19 Lug 2026


La Redazione UCCR

A 28 anni suor Clarita è una delle più giovani suore in Germania.

Appartiene alle Domenicane del Convento di Arenberg a Coblenza, una comunità diventata nota anche fuori dai confini tedeschi grazie alla sua presenza sui social network.

Proprio lei aveva filmato il video della consorella novantaduenne che assaggiava per la prima volta un kebab, un contenuto diventato virale con milioni di visualizzazioni.

Ma dietro quella notorietà c’è la spontaneità di una giovane donna, la quale ha raccontato con serenità la scelta di consacrare la propria vita a Dio, spiegando come i voti di povertà, castità e obbedienza siano per lei una forma di libertà.

Altro che rinuncia!

La povertà e ciò di cui abbiamo bisogno

Partendo dalla povertà, ha spiegato che il suo stipendio viene destinato interamente alla comunità e lei riceve soltanto una piccola somma mensile per le spese personali.

Se prima di entrare in convento la spaventava dover rinunciare allo shopping (anche se non è affatto bandito dalla vita religiosa), si è accorta «di non averne più bisogno». Anzi, spiega, «non mi serve altro. Ho tutto ciò di cui ho bisogno».

Infatti la povertà, oltre a significare anche l’accettazione dei propri limiti, ti porta «a domandarti: di cosa ho veramente bisogno? Una riflessione importante per tutti».

In monastero, comunque, «se qualche sorella desidera qualcosa spesso la riceve per il suo onomastico o per un’occasione simile». Piuttosto, aggiunge, «si tratta sempre di capire se abbiamo davvero bisogno di qualcosa e quali bisogni reali si celano dietro i bisogni materiali».

La castità è «ricchezza nei rapporti»

Anche sulla castità suo Clarita offre una prospettiva distante dagli stereotipi.

«La verginità non significa vivere senza relazioni», spiega. «E l’astinenza dai rapporti sessuali è solo la cornice esteriore».

Dietro questa scelta, ricorda la giovane suora, «si cela una ricchezza ben maggiore e riguarda anche il modo in cui guardo le persone: le guardo negli occhi o le uso per i miei bisogni?».

Nel monastero si sperimentano amicizie profonde e una vita comunitaria intensa, senza rinunciare agli affetti autentici. La scelta del celibato, racconta ancora, nasce dal desiderio di appartenere completamente a Cristo, non dal rifiuto delle relazioni umane.

E’ una preferenza, non un’esclusione.

«Il bello dell’obbedienza»

Il voto che suscita più domande è però quello dell’obbedienza.

«In definitiva è sempre Dio», risponde quando le viene chiesto della regola di condividere ogni scelta con le consorelle e la badessa. Dio, dice, parla attraverso il volto di chi le è accanto nel cammino vocazionale.

«La cosa bella dell’obbedienza», aggiunge la religiosa, «è che altri possono aiutarmi a vedere ciò che da sola non vedo o hanno qualcosa in mente per me di cui non sono consapevole. Non plasmo la mia vita da sola, lo facciamo insieme ascoltando la voce di Dio».




I voti religiosi e la libertà


Insomma, conclude suor Clarita, «vivo tutti i miei voti nella prospettiva totale della libertà».

Le Domenicane di Arenberg stanno attirando l’attenzione di molti giovani proprio grazie ai social media, che utilizzano per raccontare con naturalezza la vita quotidiana del monastero e superare i luoghi comuni sulla vita consacrata.

Già diverse giovani donne hanno contattato in questi mesi la comunità per chiedere informazioni sul cammino vocazionale, dimostrando che è sufficiente una testimonianza semplice ma vera per suscitare domande e interesse.


Fonte

Quando l’arte necessita di esorcismo








di Veronica Cireneo, 16 Luglio 2026

Come dicevamo nell’ articolo precedente circa la testimonianza drammatica di una mamma, un argomento poco trattato, che richiederebbe invece la massima attenzione a tutela dei giovani e delle loro famiglie, le quali spesso si rivolgono agli Alleati chiedendo un intervento riparatore e di denuncia, è il satanismo strisciante.. 

Sono continui, infatti e tendono a moltiplicarsi, gli eventi che mirano ad accalappiare l’attenzione e la passione, dei giovani e non solo, per il mondo esoterico-luciferino, con conseguenze spesso catastrofiche, nonostante la mancata consapevolezza dei pericoli e dei danni provocati, nei singoli e nella comunità, dal contatto col mondo delle tenebre. Ad alcuni è apparso non bastante il caos generato nel mese di giugno, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, quando il peccato impuro contro natura ha sfilato, come fosse un dogma, per le vie del centro delle massime città italiane, paralizzando il traffico e le comuni attività dei cittadini – scelta inspiegabilmente ritenuta adatta come quella di eliminare la Processione del Corpus Domini per non banalizzare le vacanze dei turisti a Milano.

Così per completare il quadro, in questi giorni di luglio, si è svolto e appena concluso, con grande successo di pubblico, il tour musicale del satanista dichiarato, l’americano Marilyn Manson, notorio reverendo di Satana, che si è esibito in Italia nello spettacolo, dal titolo: ” One assasination under God ” nelle città di Ferrara, Bari e Roma (non pubblichiamo i link per non farne pubblicità).

Per quanti giovani questo discutibile personaggio è un modello e per quanti altri lo diventerà? Quali saranno sui loro corpi e sulle loro anime le conseguenze dell’adesione e partecipazione a simili eventi? I partecipanti sono al corrente dei rischi che corrono?

Sappiamo bene che per far fronte al crescente bisogno di richieste di liberazione e per colmare la carenza di personale preparato, gli atenei pontifici, come l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, organizzano regolarmente corsi specifici rivolti a sacerdoti, ma essendo aperti anche a psicologi e laici, spesso e volentieri i bisognosi di liberazione dal Maligno, che ad essi ricorrono, tendono più facilmente ad essere riconosciuti come portatori di disturbi psichici piuttosto che di manifestazioni critiche di natura spirituale.

Nel frattempo gli eventi a sfondo satanista crescono indisturbati, in ogni ambito sociale e con l’approvazione delle più disparate figure istituzionali.

Ad esempio, sì è recentemente svolto a Padova un festival sulla stregoneria https://stregherie.it/ , durato mesi e mesi, che aveva il dichiarato intento di presentare, ai bambini di una scuola, il mondo della stregoneria come occasione di liberazione e rinascita.

Ancora prima, sempre in Italia, nel mese di aprile dello scorso anno, a Milano, si erano esibiti all’ Alcatraz alcuni gruppi heavy metal come Behemoth e Rotting Christ, per citarne alcuni, in uno spettacolo dall’esplicito titolo: “The Unholy Trinity 2025″ (in italiano: La trinità diabolica) , che è già di per sé, tutto un programma.

Le contestazioni che a nulla sono valse, erano state accompagnate dalla richiesta dell’ annullamento dell’ esibizione che nessuno, a cui competesse, ha voluto considerare, permettendo di fatto lo svolgimento degli spettacoli, così come programmati.

Considerando una vergogna in sé la permissione di questi eventi in Italia, Terra di Santi e culla del Cristianesimo, come cattolici ci sentiamo moralmente costretti a mettere in guardia genitori e ragazzi, dai gravi rischi che corrono, coloro che partecipano a spettacoli che non sono certo “innocenti carnevalate” . Fate attenzione!

Per gli stessi motivi gli Alleati dell’Eucarestia e del Vangelo , unitamente all’associazione Iustitia in Veritate, data la delicatezza e criticità del tema, a nome di molti, doverosamente si appellano ai Vescovi della Chiesa Cattolica, perché vogliano, in ottemperanza alla loro funzione e per fronteggiare la crescente emergenza sociale, nominare presto tanti nuovi esorcisti, reclutandoli preferibilmente tra sacerdoti di grande fede e profonda preparazione.

Possano così le famiglie, che vivono quotidianamente il dramma domestico della possessione di congiunti, usufruire finalmente di un soccorso valido e proporzionato al bisogno.

Ci rivolgiamo alle Loro Eccellenze in questo mese di luglio, tradizionalmente dedicato al Preziosissimo Sangue di Cristo, ringraziandoLe anticipatamente nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. 

Amen






sabato 18 luglio 2026

Il card. Burke chiede di fermare la sinodalità e rivedere Traditionis Custodes






Maria Guarini, 18 luglio 2026

È evidente da tempo la posizione conservatrice del Card. Raymond Leo Burke e finalmente abbiamo aggiornate dichiarazioni precise su aspetti problematici nella chiesa odierna. Purtroppo, finché queste ed altre dichiarazioni restano confinate alle interviste, ci confermano, ma nella realtà ecclesiale lasciano il tempo che trovano. Emerge un dato, credo, nuovo; e cioè che sono in diversi a pensarla come lui. Ma finché si limitano a pensare...

Leggo da diverse fonti (Infovaticana et alia) dichiarazioni del card. Burke che hanno fatto scalpore perché chiede di fermare la sinodalità, rivedere Traditionis Custodes e creare un dicastero per la Messa tradizionale.

È avvenuto in un’intervista concessa a The College of Cardinals Report, nel corso della quale Burke ha ampliato le riflessioni già espresse dopo il concistoro di fine giugno e affrontato questioni come il rapporto del Gruppo di Studio 9 del Sinodo nonché il futuro di Traditionis Custodes.

In breve, ha chiesto che si fermi l’attuale processo della sinodalità — che non appartiene alla storia della Chiesa — perché sia sottoposto ad uno studio teologico e storico approfondito e ha anche proposto la creazione di un dicastero della Santa Sede dedicato ai fedeli legati alla liturgia tradizionale.

Per Burke, come già detto, la sinodalità, nel modo in cui si sta svolgendo attualmente, manca di una definizione chiara e di un fondamento consolidato nella tradizione della Chiesa. Queste le sue parole: «Dobbiamo insistere affinché tutta questa questione della sinodalità si fermi e si conduca uno studio molto serio, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime».

Interrogato su un cardinale che si era espresso contro la sinodalità, il card. Burke ha affermato che ce n'era "più di uno", spiegando che il fulcro della critica era che "in tutti i documenti pubblicati non si trova una definizione di sinodalità". In risposta a queste critiche, il cardinale Burke ha riferito che un cardinale presente al concistoro aveva commentato: "Lo si capisce facendolo" [esperienza senza codificazione: ed è così che la 'pastorale' cambia la dottrina! -ndr]; affermazione che ha definito "irrazionale" e "contraria alla fede cattolica".

Critiche al rapporto del Gruppo di Studio 9

Dunque non poteva mancare la sua valutazione del rapporto elaborato dal Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità [vedi - qui indice]; decisa la sua critica al fatto che il documento sia inviato alle diocesi durante la fase di attuazione del processo sinodale affermando testualmente: «Questo è iniquo; non dovrebbe accadere».

Il cardinale ritiene che quel rapporto contenga posizioni incompatibili con la dottrina cattolica sulla morale sessuale. Il gruppo aveva il compito di ascoltare questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse, ma è stato criticato per aver espresso opinioni divergenti dall'insegnamento della Chiesa, in particolare attraverso testimonianze critiche nei confronti di Courage International, un apostolato per i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso e desiderano vivere una vita casta. [In realtà le critiche più significative riguardano le testimonianze [qui] e l'importanza loro attribuita -ndr]

Il cardinale Burke ha affermato che il gruppo aveva "calunniato Courage, un grande apostolato fondato dal cardinale Cooke", precisando: "Conosco Courage dagli anni '80" e aggiungendo che il rapporto "accusa Courage di qualcosa che so essere falso". Ne ha inoltre difeso l'apostolato, dicendo: "Courage è un... meraviglioso apostolato che aiuta le persone che soffrono di queste attrazioni a vivere una vita casta".

Secondo il cardinale, le affermazioni contenute nel documento su questo apostolato non sono state debitamente verificate prima della pubblicazione; per cui si chiede: «Come è possibile che la Chiesa pubblichi un rapporto per tutta la Chiesa senza verificare se ciò che vi si afferma sia vero?».

Ha quindi definito "iniqua" la decisione di inviare il rapporto del Gruppo di Studio 9 alle diocesi. Ricordando il suo intervento al concistoro, ha affermato di aver detto ai cardinali che "il processo deve essere interrotto" e "completamente riorientato".

A suo giudizio, queste posizioni favoriscono l’impressione che la Chiesa stia modificando la sua dottrina sull’omosessualità. Burke ha definito inoltre «completamente irresponsabile» che si attribuisca a papa Leone XIV una presunta intenzione di cambiare l’insegnamento morale della Chiesa semplicemente perché non ha affrontato pubblicamente determinate questioni.

Il cardinale Burke ha anche affrontato la questione dell'uso che il cardinale Mario Grech ha fatto della sessione conclusiva del concistoro per dire ai cardinali che l'attuazione della sinodalità rappresenta "una nuova tappa nell'accoglienza del Concilio Vaticano II". Ha affermato che, mentre "alcuni hanno accolto con entusiasmo le sue parole", altri hanno sollevato "questioni molto serie".

Rivedere Traditionis Custodes

Burke non ha mancato di riferirsi anche ad un altro tema attualmente prioritario: la situazione dei fedeli legati alla liturgia tradizionale, ribadendo le sue critiche alle restrizioni introdotte da Traditionis Custodes, definita una «persecuzione» verso coloro che trovano nutrimento spirituale nella forma antiquior del rito romano.

Ha quindi ricordato che Benedetto XVI aveva definito il Rito antico come un bene permanente per la Chiesa, ed ha espresso la speranza che Leone XIV possa rivedere la legislazione vigente, dal momento che i documenti pontifici possono essere modificati dai successori al sacro soglio.

Queste le sue parole: «È una forma del rito romano che è stata celebrata per più di quindici secoli. È semplicemente così bella, e i fedeli si sono nutriti spiritualmente di questa forma del rito latino. Dovrebbe essere permessa liberamente».

Ed è a questo punto che ha proposto la creazione di un dicastero specifico all’interno della Curia Romana che si occupi dei fedeli legati alla liturgia tradizionale e garantisca l’accesso ai sacramenti secondo i libri liturgici anteriori alla riforma postconciliare.

«La Chiesa non ha cambiamenti di paradigma»

Inoltre Burke ha chiaramente affermato che la Chiesa non può adeguarsi ai cosiddetti «cambiamenti di paradigma» [qui - qui - qui] che non le appartengono, ma vengono spesso tirati in ballo nei dibattiti sinodali.

E qui si è riferito all’insegnamento di Paolo sulla trasmissione della fede ricevuta, sostenendo che la continuità dottrinale costituisce un elemento essenziale della vita della Chiesa mentre, per contro, avverte il rischio che la missione ecclesiale venga adattata alle categorie culturali contemporanee.

Alla fine tuttavia il cardinale, nelle sue conclusioni, manifesta la sua fiducia nell’assistenza di Cristo alla sua Chiesa: «Il nostro Signore è sempre il capo della Chiesa. Dobbiamo rimanere con Lui e avere il coraggio di affrontare queste questioni per arrivare alla verità».

Un coraggio che andrebbe manifestato con la dovuta concretezza e azione comune. Purtroppo sono anni che siamo qui a ripetercelo inutilmente.








Il matrimonio: un patto davanti a Dio, immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa








di Cinzia Notaro

Non sentimentalismo, ma un amore gratuito, incondizionato e donato fino alla Croce.

Il matrimonio cristiano non è un semplice contratto tra due persone. Un contratto nasce da un accordo umano e può venire meno quando cambiano le condizioni, gli interessi o le aspettative. Il matrimonio, invece, è un patto, un’alleanza davanti a Dio, un sacramento nel quale gli sposi si donano totalmente l’uno all’altra e Dio stesso sigilla la loro unione con la sua grazia.

Quando un uomo e una donna si sposano davanti al Signore, non promettono soltanto di stare insieme finché tutto sarà facile, finché ci sarà attrazione, entusiasmo o felicità immediata. Essi si promettono un amore fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nella ricchezza e nella povertà. È una promessa di dono totale, perché l’amore vero non si misura da ciò che riceve, ma da ciò che è disposto a donare.

Gli sposi sono chiamati a vivere un amore gratuito, incondizionato e disinteressato. Non un amore fondato sul proprio interesse, sul proprio benessere o sulla propria soddisfazione, ma un amore che cerca il bene dell’altro. È lo stesso amore con cui Cristo ama la sua Chiesa: un amore che non abbandona, che perdona, che attende, che si sacrifica fino alla Croce.

San Paolo ci rivela il modello dell’amore coniugale quando scrive:

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25).

La Chiesa è la Sposa di Cristo e Cristo è lo Sposo fedele che ama fino al dono totale della propria vita. Per questo ogni matrimonio cristiano è chiamato a rendere visibile questo mistero: l’amore degli sposi diventa un riflesso dell’amore eterno di Dio.

Oggi spesso si confonde l’amore con il sentimentalismo. Si pensa che amare significhi provare emozioni intense, attrazione fisica, entusiasmo, passione travolgente. Si idealizza l’altra persona e si crede che quei sentimenti siano sufficienti per costruire una vita insieme.

Ma i sentimenti cambiano. L’attrazione può diminuire, l’entusiasmo può affievolirsi, il carattere dell’altro può rivelarsi diverso da come lo avevamo immaginato. Con il passare degli anni cambiano anche l’aspetto fisico, la salute, le condizioni della vita.

Se il matrimonio è fondato soltanto sulle emozioni, quando queste vengono meno si può pensare che sia finito anche l’amore. Ma il vero amore non coincide con ciò che si sente.

Il vero amore è una scelta quotidiana. È una decisione della volontà illuminata dalla grazia di Dio. È continuare ad amare anche quando costa fatica, anche quando non si riceve nulla in cambio, anche quando bisogna perdonare, ricominciare e portare la croce insieme.

L’amore cristiano è sacrificio. È rispondere al male con il bene, all’offesa con il perdono, all’egoismo con il dono di sé. È amare anche quando non ci si sente amati, perché si cerca il bene dell’altro e non soltanto la propria felicità.

Questo è l’amore che Gesù ci ha mostrato. Egli ci ama anche quando ci allontaniamo da Lui, ci offre sempre il perdono e la possibilità di ricominciare. Il suo amore non dipende dalla nostra perfezione, ma dalla fedeltà del suo cuore.

Quando due persone ricevono il sacramento del matrimonio, non sono più sole. Cristo è presente nella loro unione e dona la grazia necessaria per affrontare le prove della vita. Le difficoltà, le incomprensioni e le tentazioni non significano necessariamente che l’amore sia finito; possono diventare il luogo nel quale l’amore viene purificato e reso più forte.

Come l’oro viene purificato dal fuoco, così anche l’amore cresce attraverso le prove vissute con fede. Se gli sposi si affidano al Signore, la sua grazia può sostenere ciò che umanamente sembra impossibile. Nessuna famiglia è perfetta, perché è composta da persone fragili, ma ogni famiglia può diventare luogo della presenza di Dio.

Molti matrimoni oggi finiscono perché sono costruiti soprattutto sulla dimensione materiale, sull’emozione o sulla ricerca della soddisfazione personale. Quando viene meno l’attrazione, si pensa che non ci sia più nulla da salvare. Ma il Vangelo insegna una logica diversa: amare significa donarsi.

Se l’amore coniugale fosse vissuto nella sua autenticità, sostenuto dalla grazia di Dio, molte crisi potrebbero essere affrontate con conversione, pazienza, dialogo e perdono. L’amore vero non cerca la strada più facile, ma quella più conforme al cuore di Cristo.

La famiglia è stata voluta da Dio fin dalla creazione. È una realtà sacra, il luogo dove nasce la vita, dove si impara ad amare, a perdonare, a servire e a pregare. È la prima scuola della fede, la prima Chiesa domestica.

Nel racconto della Genesi, Eva, cedendo alla tentazione, trascina Adamo nella disobbedienza. La tradizione della Chiesa vede nella Vergine Maria la Nuova Eva: con il suo “sì” a Dio diventa cooperatrice dell’opera della salvezza.

Maria, con la sua obbedienza e la sua umiltà, mostra la strada dell’amore vero. Ogni donna cristiana, guardando a Maria, è chiamata ad aiutare il marito ad avvicinarsi a Dio, così come anche il marito è chiamato ad accompagnare la moglie verso la santità. Gli sposi sono chiamati a sostenersi reciprocamente nel cammino verso il Cielo.

Quando una famiglia si divide, le ferite ricadono spesso anche sui figli. Essi possono crescere con la paura che l’amore sia fragile e provvisorio, possono perdere fiducia nella stabilità della famiglia e portare dentro di sé ferite profonde.

I figli imparano soprattutto dall’esempio. Se vedono genitori che nelle prove pregano, si affidano al Signore, si perdonano e cercano di custodire il loro matrimonio, comprendono che l’amore è una scelta che si rinnova ogni giorno.

Per questo è importante educare i figli a ricorrere anzitutto all’aiuto di Dio. I mezzi umani sono importanti, ma senza la grazia del Signore il cuore dell’uomo rimane fragile.

Gesù ci ricorda:

«Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).

Esistono certamente situazioni molto dolorose, come la violenza fisica, psicologica o altre forme di grave abuso, nelle quali è necessario allontanarsi per proteggere la propria vita e quella dei figli. Custodire la propria dignità e la propria sicurezza è un atto di responsabilità davanti a Dio.

Anche in queste circostanze il cristiano è chiamato a non perdere la speranza. Nulla è impossibile a Dio. Egli può guarire le ferite, cambiare i cuori e aprire strade nuove. Chi soffre può affidare tutto al Signore, sapendo che Egli non abbandona mai i suoi figli.

Il matrimonio cristiano è una vocazione alla santità. Gli sposi non sono chiamati soltanto a vivere insieme, ma ad aiutarsi reciprocamente a diventare santi.

La Chiesa, attraverso la voce dei Padri e dei santi, ci ha sempre ricordato la grandezza del matrimonio cristiano. Le loro parole ci aiutano a comprendere che l’amore tra un uomo e una donna non è soltanto un sentimento umano, ma una chiamata alla santità, un cammino nel quale gli sposi imparano ad amare con il cuore stesso di Dio.

San Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa, ha scritto parole profonde sulla vita degli sposi:

«Il marito e la moglie devono essere come una sola anima in due corpi.»

E ancora:

«Fa’ della tua casa una Chiesa.»

Per San Giovanni Crisostomo la famiglia è il primo luogo dove si vive il Vangelo. La casa cristiana non è soltanto un luogo dove si abita, ma un luogo dove Dio deve essere presente, dove gli sposi pregano, si sostengono, si perdonano e camminano insieme verso la santità.

Sant’Agostino, riflettendo sul sacramento del matrimonio, insegna:

«Nel matrimonio si amano tre beni: la fedeltà, la prole e il sacramento.»

La fedeltà custodisce l’amore degli sposi, i figli sono un dono prezioso affidato da Dio e il sacramento rende il matrimonio un segno dell’amore fedele e indissolubile di Cristo per la sua Chiesa.

Sant’Ambrogio ricorda che la famiglia deve essere una scuola di virtù, perché proprio nella quotidianità si impara ad amare. La pazienza, il perdono, la capacità di servire e di sacrificarsi sono i passi attraverso i quali l’amore cresce e diventa sempre più simile a quello di Cristo.

Sant’Ignazio di Antiochia invitava gli sposi a vivere il loro matrimonio sotto lo sguardo di Dio, affinché la loro unione fosse secondo il Signore e non soltanto secondo i desideri umani. L’amore coniugale, quando è affidato a Dio, diventa una strada di salvezza.

Tertulliano descrive con grande bellezza la vita degli sposi cristiani:

«Come potrò descrivere la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione sigilla, gli angeli annunciano e il Padre riconosce? Essi pregano insieme, si inginocchiano insieme, digiunano insieme; si istruiscono a vicenda, si esortano a vicenda, si sostengono a vicenda.»

Questa immagine mostra il vero significato della famiglia cristiana: due persone che non camminano semplicemente l’una accanto all’altra, ma che si aiutano reciprocamente a raggiungere Dio.

San Tommaso d’Aquino insegna che amare significa volere il bene dell’altro. Questa è la differenza tra il vero amore e l’egoismo: l’amore autentico non cerca di possedere l’altro, ma desidera che l’altro raggiunga il suo bene più grande, che è Dio.

San Giovanni Paolo II ha dedicato tutta la sua vita alla difesa della dignità dell’amore umano e della famiglia. Egli scrive:

«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile se non gli viene rivelato l’amore.»
(Redemptor Hominis, 10)

L’uomo e la donna comprendono veramente se stessi soltanto quando imparano a donarsi. L’amore ricevuto e donato è ciò che dà senso alla vita.

Papa Benedetto XVI, nella Deus Caritas Est, ricorda:

«L’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, ma il bene dell’amato.»

Questo è il cuore dell’amore cristiano: uscire da se stessi per prendersi cura dell’altro, nonostante le difficoltà e le fragilità.

Santa Teresa di Calcutta ha espresso con parole semplici una grande verità:

«Amare significa dare fino a quando fa male.»

L’amore vero comporta sacrificio, perché ogni dono autentico costa qualcosa. Ma proprio nel dono di sé si trova la gioia più profonda.

San Francesco di Sales ricordava agli sposi di custodire un affetto tenero, costante e sincero, perché l’amore non vive soltanto nei grandi gesti, ma anche nelle piccole attenzioni quotidiane, nella pazienza, nella gentilezza e nella cura reciproca.

Santa Gianna Beretta Molla, moglie e madre, ha testimoniato con la sua vita che l’amore coniugale è una vocazione al dono totale. Il suo esempio mostra che l’amore cristiano non è una semplice emozione, ma una scelta vissuta fino al sacrificio.

Anche la vita di tanti santi sposi mostra che il matrimonio può diventare una via di santità.

I beati Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini hanno vissuto il loro matrimonio come un cammino verso Dio, dimostrando che marito e moglie possono aiutarsi reciprocamente a crescere nella fede e nella carità.

I santi Luigi e Zelia Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux, hanno vissuto un amore coniugale profondamente cristiano, fondato sulla preghiera, sul lavoro, sulla fedeltà e sull’affidamento totale alla volontà di Dio.

Santa Elisabetta Canori Mora è un esempio luminoso di fedeltà eroica nelle difficoltà del matrimonio. La sua vita mostra che anche nelle sofferenze più grandi il Signore può sostenere il cuore di chi ama e rimane fedele.

I coniugi Ulma, martiri insieme ai loro figli, hanno testimoniato che l’amore familiare può arrivare fino al dono della vita, perché quando Cristo è al centro della famiglia l’amore diventa più forte anche della paura e della morte.

Tutti questi esempi ci ricordano che il matrimonio cristiano non è il cammino di due persone perfette, ma di due persone fragili che si affidano alla grazia di Dio. Gli sposi non sono chiamati a salvarsi da soli, ma a lasciarsi trasformare dall’amore di Cristo.

Gesù ha promesso:

«Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6).

Questa parola non è un peso, ma una promessa: Dio non abbandona ciò che Lui stesso ha benedetto. Egli accompagna gli sposi nelle gioie e nelle prove, sostiene chi cade, consola chi soffre e dona la forza di ricominciare.

Il matrimonio è una strada verso il Cielo. Ogni sacrificio offerto per amore, ogni perdono donato, ogni sofferenza vissuta con fede diventa partecipazione alla Croce di Cristo e quindi alla sua Risurrezione.

Quando gli sposi mettono Dio al centro della loro vita, la famiglia diventa una piccola Chiesa domestica, un luogo dove il mondo può vedere un riflesso dell’amore di Dio.

Perché il vero amore non passa con il tempo, non dipende soltanto dalle emozioni e non viene meno davanti alle difficoltà. Il vero amore nasce da Dio, perché Dio stesso è Amore.

«La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).






venerdì 17 luglio 2026

Sola Scriptura? No, grazie! Come ho capito il clamoroso errore



Un ex evangelico e il “sola Scriptura” insegnato da Lutero: compreso l’errore è iniziato il viaggio verso il cattolicesimo.



di A.M.* 16 lug 2026

Qual è il momento decisivo che segnò l’inizio del mio cammino dal Protestantesimo verso la Chiesa Cattolica?

Se dovessi indicarlo non parlerei anzitutto di Maria, del Purgatorio o del Papato, come molti immaginano, bensì della progressiva presa di coscienza dell’insostenibilità del principio formale della Riforma, il sola Scriptura.

Mi riferisco all’idea secondo cui la Sacra Scrittura costituirebbe l’unica regola infallibile della fede cristiana e l’unica autorità normativa capace di vincolare la coscienza del credente.

Così infatti recita la maggior parte delle “dichiarazioni di fede” delle innumerevoli denominazioni protestanti.

La Bibbia smentisce il “sola Scriptura”!

Per molti anni avevo considerato tale principio non soltanto evidente, ma addirittura lapalissiano.

Eppure, man mano che approfondivo lo studio della Bibbia, della storia della Chiesa antica e della stessa teologia protestante, cominciai a rendermi conto che la prima e più grave difficoltà consisteva proprio nel fatto che, paradossalmente, la dottrina del sola Scriptura non sembra essere insegnata in alcun punto della Scrittura!

Il celebre passo di 2 Timoteo 3,16-17 afferma certamente che «tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare», ma non sostiene mai che la Scrittura sia l’unica fonte normativa della Rivelazione, né che ogni altra autorità ecclesiale debba essere esclusa.

Al contrario, lo stesso apostolo Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a custodire le tradizioni ricevute «sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Tessalonicesi 2,15), ponendo dunque sul medesimo piano normativo l’insegnamento scritto e quello orale.

E quando definisce la Chiesa «colonna e sostegno della verità» (1 Timoteo 3,15), attribuisce a quest’ultima una funzione che difficilmente può essere conciliata con l’idea di una comunità ridotta a semplice spettatrice della Parola scritta.

Divisione dei protestanti è coerenza logica

La crisi del mio paradigma protestante divenne ancora più profonda quando iniziai a interrogarmi sul problema ermeneutico dell’interpretazione.

Supponiamo pure, infatti, che la Scrittura sia l’unica autorità infallibile: chi possiede l’autorità di stabilire quale interpretazione della Scrittura sia corretta?

La storia stessa della Riforma sembrava costituire una confutazione pratica della soluzione proposta.

Martin Lutero, Ulrico Zwingli e Giovanni Calvino condividevano il medesimo principio del sola Scriptura, e tuttavia giunsero a conclusioni radicalmente differenti riguardo all’Eucaristia, alla predestinazione, al rapporto tra Chiesa e Stato e a numerose altre questioni centrali.

Più studiavo la storia del Protestantesimo, più mi appariva evidente che la proliferazione delle denominazioni (se ne contano attualmente oltre 45.000!) non rappresentava un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica del principio stesso.

Se infatti ogni credente, ogni pastore o ogni comunità possiede il diritto ultimo di interpretare la Scrittura secondo il principio del cosiddetto “libero esame”, allora nessuna autorità visibile sarà mai in grado di dirimere definitivamente le controversie dottrinali.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque osservi il panorama ecclesiale contemporaneo: Battisti che rigettano il battesimo dei neonati e Presbiteriani che lo difendono; Pentecostali che considerano essenziale il parlare in lingue e Riformati che lo ritengono cessato con gli Apostoli.

E ancora: comunità che insegnano la possibilità di perdere la salvezza e altre che sostengono l’impossibilità di perderla; chiese che ordinano donne al ministero pastorale e altre che lo considerano contrario alle direttive apostoliche.

Congregazioni che benedicono le unioni omosessuali e altre che le giudicano incompatibili con il Vangelo.

Tutti citano la stessa Bibbia, ma giungono a conclusioni diametralmente opposte!

Sant’Ireneo mi ha aperto gli occhi

Fu allora che compresi la straordinaria forza dell’argomentazione formulata già nel II secolo da Ireneo di Lione contro gli gnostici.

Invece di appellarsi esclusivamente alla Scrittura, Ireneo richiamò la successione apostolica dei vescovi come criterio pubblico, oggettivo e verificabile della vera dottrina:

«Possiamo enumerare coloro che dagli Apostoli furono costituiti vescovi nelle Chiese e i loro successori fino a noi»1.

Ancora più sorprendente fu leggere il celebre passo in cui egli attribuì alla Chiesa di Roma una posizione peculiare: «Con questa Chiesa, a motivo della sua preminente autorità, deve necessariamente accordarsi ogni Chiesa»2.

Ciò che mi colpì non fu soltanto il contenuto dell’affermazione, ma la sua datazione: circa l’anno 180 d.C.

Era difficile sostenere che idee del genere fossero semplicemente invenzioni medievali!

La Chiesa e la verità

Fu così che il mio viaggio di ritorno verso Roma cessò di essere una semplice revisione di alcune dottrine particolari e divenne il riconoscimento di una verità più profonda.

Cioè che il Cristianesimo non è stato consegnato a una moltitudine di interpreti indipendenti, ma a una Chiesa cattolica, apostolica e romana, visibile e dalla storia bimillenaria, chiamata a custodire e a trasmettere integralmente la fede ricevuta dagli Apostoli fino alla fine dei tempi.




*(ex) predicatore cristiano evangelico



giovedì 16 luglio 2026

Di fronte a Dio, radicati in Cristo: la Messa in latino, la Tradizione e l’ortodossia – Parla l’arcivescovo Agüer


Arcivescovo Hector Aguer

Articolo scritto dall’Arcivescovo Héctor Aguer, pubblicato su Rorate Caeli. Traduzione curata da Sabino Paciolla. 



Arcivescovo Héctor Aguer*, 13 luglio 2026

Il sempre ricordato Papa Benedetto XVI — che è del tutto possibile venga un giorno proclamato Dottore della Chiesa — ha cercato, attraverso il suo Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, relativo ai due usi dell’unico Rito Romano nelle sue forme ordinaria e straordinaria, di liberalizzare la celebrazione della Messa comunemente chiamata “tradizionale”, «tridentina», «di San Pio V» o «Messa di tutti i tempi». Lo fece con l’intento di contribuire alla pace liturgica e per il rispetto dovuto a un uso antico e venerabile. In questo modo, qualsiasi sacerdote avrebbe potuto celebrare la «Messa in latino» senza bisogno di permessi speciali e senza il rischio di ritorsioni motivate ideologicamente da parte di alcuni vescovi.

Nella lettera ai vescovi di tutto il mondo che accompagnava il Motu Proprio, il Pontefice sottolineava che ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente vietato del tutto o addirittura considerato dannoso. Dio solo sa quanto abbia sofferto il Papa tedesco quando, quattordici anni dopo, il 16 luglio 2021, il suo successore al pontificato ha revocato quella normativa con un tratto di penna e ha imposto restrizioni draconiane al Vetus Ordo. Qualcosa di quella sofferenza è stato rivelato nei giorni scorsi da colui che fu il suo fedele segretario personale, l’arcivescovo Georg Gänswein.

Traditionis Custodes, emanato cinque anni fa, lungi dal chiudere le ferite, non ha fatto altro che approfondirle. E contrariamente a quanto cercava di ottenere il suo promotore, ha contribuito a un crescente interesse per la Tradizione e l’Ortodossia — specialmente tra i giovani. Oggi, buona parte delle conversioni avviene tra coloro che preferiscono l’uso antico. E la trasmissione della fede, in misura significativa, non avviene più dai genitori ai figli, ma dai giovani ai giovani. Ricordo qui ciò che ho detto in tante occasioni: sono stato ordinato sacerdote nel 1972 secondo il Novus Ordo e non ho mai celebrato nella forma straordinaria.

Il Mistero, senza dubbio, continua ad affascinare i cuori. E di fronte a un mondo di relazioni fluide, che affoga nel vuoto e nella disumanizzazione — un mondo che afferma con arroganza di vivere nella post-verità, nel post-umanesimo e nel post-cristianesimo — Cristo, la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6), riafferma tutti i suoi diritti. Egli mostra che attraverso di lui, al cospetto del Padre, nello Spirito Santo, l’esistenza umana trova il suo pieno significato, in vista del Futuro migliore che ci attende. L’esortazione paolina ai Colossesi risuona così con rinnovato vigore: radicati e fondati in lui, e saldi nella fede (Col 2,7). Si tratta, quindi, di non lasciarsi asservire dal vuoto di una filosofia ingannevole ispirata a tradizioni puramente umane e agli elementi del mondo piuttosto che a Cristo (cfr. Col 2,8).

Non saranno, quindi, né la persecuzione né le misure estreme del progressismo a poter fermare questo movimento in crescita — che, come abbiamo visto, va ben oltre la semplice moda. Infatti, la moda degli ultimi sessant’anni è stata quella di fare del Novus Ordo — anche in contrasto con quanto stabilito dalla Sacrosanctum Concilium — uno strumento di devastazione liturgica in cui tutto è permesso.

Le quattro Preghiere Eucaristiche del Messale riformato sembrano essere state sostituite dalla «Preghiera Eucaristica Zero» — ovvero, qualunque cosa capiti in mente al celebrante del momento.

Questo e altri crolli dottrinali, morali e disciplinari hanno svuotato i seminari e i conventi, scatenato massicce defezioni dal clero e dalla vita religiosa e provocato un’emorragia nella Chiesa. In questo modo sono cresciute varie denominazioni evangeliche — alimentate da cattolici scandalizzati. Si sono ingrossate anche le file dei non credenti, così come quelle di coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna religione. In Argentina, ad esempio, negli ultimi sei decenni la percentuale di cattolici è scesa dal novanta per cento al cinquantasette — e con una tendenza al ribasso che continua. Ecco dove ci ha portato il modernismo, insieme alla «svolta antropologica» rahneriana, alla teologia della liberazione e alla sua variante locale argentina, la teologia del popolo. Un modello che, come si può osservare, si ripete con diverse variazioni in molti paesi. Un popolo privo di una solida teologia finisce per non conoscere Dio — e le conseguenze sociali di ciò sono drammatiche.

Un dato sorprendente: oggi nella Chiesa si predica poco sulla vita eterna, sulle Cose Ultime e sulla gloriosa venuta di Nostro Signore. Nel frattempo, alcuni magnati della tecnologia parlano dell’Anticristo e organizzano incontri con uomini d’affari e potenti per proteggersi da esso. L’«apocalisse della Silicon Valley» sostiene che la Terra non sia più un luogo sicuro — e che nemmeno Marte, dove cercano di trasferirsi, sarà al sicuro, poiché anche lì, temono, finirà per arrivare un’intelligenza artificiale incontrollata e vendicativa. Chi avrebbe mai immaginato, solo pochi anni fa, che avremmo assistito a tutto questo?

Non è certo facile, senza alcun dubbio, sanare tanti mali del corpo ecclesiale — mali che si sono aggravati durante il secondo decennio e ben oltre nel terzo di questo secolo. È giunto il momento della grandezza, della solidità dottrinale e del conseguente ripristino della disciplina — senza favoritismi né prospettive ideologicamente distorte. Si parla molto di leggere i segni dei tempi e di saper ascoltare. Magari oggi potessimo udire la voce del Signore e non indurire i nostri cuori (cfr. Sal 95,7–8).

Ho ottantatré anni e vivo in una casa per sacerdoti — una sorta di casa di riposo per il clero. Mi muovo pochissimo e non esco quasi mai dalla mia stanza, se non per recarmi in cappella. So che molto presto il Signore mi chiamerà alla sua presenza — Lui che ho cercato di amare e servire nel miglior modo possibile, nonostante i miei peccati e i miei limiti. E in vista di quel rendiconto, sto cercando di prepararmi con maggiore preghiera e con l’offerta delle mie attuali sofferenze.

In questo crepuscolo della mia vita, una delle più grandi soddisfazioni che mi restano è quella di aver ordinato, come arcivescovo di La Plata, quarantanove sacerdoti e tre diaconi in cammino verso il sacerdozio. Molti di loro — giovani e coraggiosi, zelanti custodi della sana dottrina — prestano oggi servizio in comunità in crescita, caratterizzate da una liturgia curata, da un’attenzione pastorale paziente e da zelo missionario. Da queste comunità stanno emergendo vocazioni per tutta la Chiesa: per il matrimonio e la famiglia, per il sacerdozio e la vita religiosa. Loro e i loro figli spirituali costituiscono gran parte della consolazione e della speranza di questo anziano vescovo.



*emerito di La Plata, Argentina, Buenos Aires





Il Cardinale Burke: “Bisogna Fermare la Sinodalità”




Intervista del card. Raymond L. Burke pubblicata da News. Il cardinale statunitense mette in discussione le basi teologiche di tale dottrina, critica le procedure “sinodali” controllate adottate nell’ultimo concistoro e sollecita uno studio approfondito del suo impatto sulla Chiesa.


The College of Cardinals Report


CITTÀ DEL VATICANO, 15 luglio 2026 

Il cardinale Raymond Burke ha espresso serie preoccupazioni in merito all’uso della “sinodalità” in un recente concistoro cardinalizio, avvertendo che l’attuale metodologia rischia di compromettere il dibattito aperto all’interno del Sacro Collegio e di oscurare questioni cruciali per la Chiesa.

Parlando al College of Cardinals Report il 28 giugno, a seguito del concistoro convocato da Papa Leone il 26 e 27 giugno, il cardinale Burke ha accolto con favore il rinnovato incontro dei cardinali, un evento che, come ha sottolineato, non si verificava da molti anni sotto il pontificato di Francesco, e ha descritto l’opportunità di un maggiore scambio fraterno come un “frutto grandissimo”.

Ma ha anche espresso preoccupazione per il fatto che la struttura dell’incontro limitasse una discussione significativa, avendo adottato un formato modellato sui processi “sinodali”, con i cardinali divisi in piccoli gruppi e guidati da domande predefinite.

Egli sosteneva che questo approccio impediva un confronto approfondito e riduceva il feedback a riassunti basati sul consenso, escludendo potenzialmente punti di vista dissenzienti ma importanti dalla possibilità di giungere al Papa.

“I resoconti riportano solo ciò su cui tutti i cardinali si sono trovati d’accordo”, ha affermato il cardinale Burke, aggiungendo che le prospettive non condivise dalla maggioranza possono essere omesse nonostante la loro importanza.

Ha descritto la sessione finale, condotta nel tradizionale formato di dibattito aperto, come la parte più produttiva dell’incontro, sebbene limitata dal tempo. La libera discussione, alla presenza del Papa, ha rispecchiato la modalità con cui si svolgevano in passato i concistori cardinalizi.

Nel complesso, ha affermato che il concistoro è stato un processo “molto controllato”, che includeva l’apparente preselezione dei moderatori delle discussioni e le limitate opportunità di intervento libero. A suo avviso, ciò rischiava di sminuire il ruolo dei cardinali come consiglieri del Papa.

Rivolgendosi al crescente utilizzo del termine “sinodalità” nella Chiesa, il cardinale Burke ha messo in discussione con fermezza il suo fondamento teologico e storico, descrivendolo come un concetto privo di una chiara definizione o di precedenti nella tradizione ecclesiastica. Pur riconoscendo che i sinodi esistono da tempo come incontri consultivi occasionali, ha sottolineato che non sono elementi costitutivi della natura della Chiesa.

«Non esiste una definizione di sinodalità, non ha una storia nella Chiesa», ha affermato, esprimendo preoccupazione per la fusione di strutture consolidate, come i concistori, con quello che considera un concetto non definito.

Citando l’insegnamento di San Paolo sulla trasmissione della fede — “Vi ​​trasmetto quello che io stesso ho ricevuto” — Burke ha sostenuto che la continuità è essenziale e assente nelle attuali formulazioni della sinodalità.

«Dobbiamo quindi insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi e venga condotto uno studio molto serio sull’intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime», ha affermato.

Il cardinale ha inoltre messo in guardia dal rimodellare le consolidate strutture ecclesiali sulla base di quella che ha definito un’idea contemporanea e non sufficientemente approfondita. “La Chiesa non attraversa cambiamenti di paradigma”, ha affermato, respingendo il linguaggio utilizzato nei dibattiti sinodali e in altre discussioni che suggeriva un cambiamento radicale di direzione per l’insegnamento o la missione della Chiesa.

Il cardinale ha inoltre avvertito che un’eccessiva attenzione alle problematiche contemporanee rischia di conformare la Chiesa a mentalità secolari, anziché consentirle di affrontare il mondo moderno partendo dalla propria continuità dottrinale e storica.

«Sono fiducioso che il Signore proteggerà la Chiesa», ha affermato, «ma noi dobbiamo fare la nostra parte per dire: “No, questo concetto di sinodalità, pur avendo una buona motivazione, ovvero quella di voler affrontare la fede dei tempi contemporanei, è fondamentalmente errato”».

L’intervento del Cardinale

Una parte significativa dell’intervento del cardinale Burke durante la discussione libera del concistoro si è concentrata sul Gruppo di studio sinodale 9, un rapporto presentato il mese scorso alla Segreteria del Sinodo che gli osservatori hanno criticato come un tentativo di minare l’insegnamento della Chiesa normalizzando le relazioni omosessuali al suo interno.

«La verità riguarda la natura delle cose e i loro fini propri», ha affermato il cardinale Burke nell’intervista del 28 giugno. «Non si tratta di inclinazioni, desideri o progetti personali, che sono molto soggettivi, e quindi non si tratta di adattare l’insegnamento della Chiesa ai miei desideri o alle mie inclinazioni».

Gli esseri umani, aggiunse, trovano la felicità “quanto più comprendiamo la verità su noi stessi, sul mondo e sulla nostra vera finalità”.

Il cardinale Burke, nel suo intervento, ha criticato il rapporto anche per aver calunniato l’apostolato Courage, che sostiene i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso nel vivere una vita casta. Ha affermato che le affermazioni fatte su Courage nel rapporto erano inaccurate e non sufficientemente verificate.

«Come ha potuto la Chiesa, in un rapporto diffuso in tutta la Chiesa, non verificare se quanto affermato da quel testimone, o chiunque fosse, riguardo a Courage fosse vero? Ma non l’hanno fatto», ha detto il cardinale Burke. Ha osservato che non sorprende quindi che ora alcuni vescovi stiano «incoraggiando l’agenda LGBTQ, dicendo: guardate, la Chiesa sta cambiando il suo insegnamento, siate coraggiosi, andate avanti».

Nel suo intervento, il cardinale ha anche fatto notare che un arcivescovo aveva scritto una lettera affermando che era evidente che Papa Leone condividesse tale opinione, in quanto “non parla di morale sessuale”. “Beh, è ​​assolutamente irresponsabile dire o scrivere una cosa del genere”, ha commentato il cardinale.

Reagendo alla notizia che il rapporto di studio del Gruppo sinodale 9 verrà rimandato alle diocesi durante le fasi di attuazione del Sinodo sulla sinodalità, ha affermato: “È iniquo; non dovrebbe accadere”. Ha aggiunto di aver detto ai cardinali che il processo sinodale “deve essere fermato”, precisando che “qualunque cosa sia, deve essere completamente fedele a ciò che insegna la Chiesa e alla santità della vita della Chiesa”.

Il cardinale, che ha rilasciato queste dichiarazioni al College of Cardinals Report poco prima delle consacrazioni illegittime di quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha anche sottolineato l’assenza di discussione su tale questione, che egli considera un grave atto scismatico, e su altre questioni urgenti, tra cui lo status della Messa tradizionale in latino.

Ha criticato le restrizioni imposte dalla Traditionis Custodes , descrivendole come una “persecuzione” di coloro che si nutrono spiritualmente attraverso il culto secondo l’Usus Antiquior (Uso più antico) del rito romano. “Non ci possono essere dubbi nella mente di nessuno, e Papa Benedetto XVI lo ha chiarito in modo inequivocabile: [il vetus ordo ] è un bene eterno nella Chiesa”, ha affermato, suggerendo che Papa Leone potrebbe rivedere o modificare la normativa, ricordando che i documenti papali possono essere modificati dai successori.

«È una forma del rito romano che è stata celebrata per più di quindici secoli», ha sottolineato. «È semplicemente bellissima e i fedeli sono stati nutriti spiritualmente da questa forma del rito latino. Dovrebbe essere consentita liberamente».

«È stato un grande arricchimento per me come sacerdote e vescovo», ha affermato. «La maggior parte dei fedeli sono cattolici devoti che cercano di vivere la propria fede nel modo più intenso possibile e di trasmetterla. Una delle caratteristiche della comunità tradizionale della Messa in latino è la presenza di molti bambini, e i genitori sono molto attenti a trasmettere loro la fede cattolica».

Come possibile soluzione, ha auspicato l’istituzione di un organismo vaticano dedicato al sostegno dei cattolici aderenti alla forma più antica del rito romano. “Abbiamo bisogno di un dicastero”, ha affermato, affinché i cattolici che desiderano celebrare secondo la forma straordinaria “possano ricevere tutti i sacramenti” secondo le forme liturgiche precedenti.

Pur criticando la sinodalità e il concistoro, il cardinale Burke ha concluso con una nota di cauto ottimismo, esprimendo fiducia nella Divina Provvidenza e nella costante guida di Cristo sulla Chiesa.

«Il nostro Signore è sempre il capo della Sua Chiesa. Noi restiamo con Lui. Non ci allontaniamo da Lui perché siamo insoddisfatti di come vanno le cose nella Chiesa», ha affermato. «Dobbiamo, prima di tutto, applicare la saggezza alla situazione e poi avere il coraggio di parlare di queste questioni e arrivare alla verità».