venerdì 17 aprile 2026

Vescovo Schneider: “La Chiesa tedesca è una vile collaboratrice dell’ideologia di sinistra”




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da jungefreiheit.de un'intervista di mons. Schneider sul tradimento della cultura europea da parte della Chiesa. 



pubblicato il 17 aprile 2026


Moritz Schwarz, 5 aprile 2026

La Chiesa tradisce la fede cristiana e la cultura europea? È proprio questo che le rimprovera Athanasius Schneider. A Pasqua, il vescovo ausiliare cattolico residente in Kazakistan invita gli europei a salvare la loro cultura dal totalitarismo woke e dall’immigrazione di massa.

Eccellenza Reverendissima, lei invita a creare un “nuovo movimento nella cultura, nella politica e nella vita pubblica per rafforzare i nostri valori europei”.

Athanasius Schneider: Sì, perché proprio la Pasqua dovrebbe ricordarci che la nostra Europa è stata costruita sul cristianesimo.

Perché “proprio la Pasqua”?

Schneider: Perché nessuna festa rappresenta di più la fede cristiana: con la resurrezione di Gesù Cristo dopo le tenebre della Sua passione, con il trionfo sulla morte e la redenzione del mondo. È su questo che si fonda la Chiesa e, su di essa, a sua volta, l’Europa. E ciò non soltanto in senso religioso, ma – cosa che oggi dimentichiamo volentieri – in senso complessivo.

Per esempio?


Schneider: Tutti i valori europei derivano in ultima analisi dal cristianesimo, anche quelli che oggi consideriamo laici. Per esempio l’idea dell’individualità e della libertà del singolo. Oppure prenda la cultura occidentale: furono i monasteri a conservare il patrimonio del sapere antico, a rielaborarlo e a renderlo accessibile all’Occidente. Furono per lungo tempo i centri del sapere europeo, finché non sorsero le università, che tuttavia sono state anch’esse create dalla Chiesa, risalendo fino ai Padri della Chiesa dell’antichità.

Lo stesso vale, per esempio, per l’ospedale, che fu inventato dal cristianesimo, spinto dallo spirito del Vangelo, dall’amore per i più poveri. Si pensi al Basileion del IV secolo, fondato dal Padre della Chiesa Basilio il Grande in Asia Minore, dove malati e bisognosi venivano assistiti in gran numero. Anche più tardi, nel Medioevo, l’assistenza ai malati è stata compito della Chiesa: lo Stato non faceva nulla in questo campo. Già il termine ‘infermiera’: da dove viene? Dal fatto che originariamente erano le suore a curare i malati. [In tedesco, il termine ‘infermiera’ è Krankenschwester, letteralmente ‘sorella (Schwester) dei malati’, N.d.T.]

Oppure consideri il nostro diritto processuale, che in parte risale alla famigerata Inquisizione, con la sua idea moderna che un processo corretto richieda prove e una difesa. Questi sono solo alcuni esempi di quanto profondamente il cristianesimo abbia plasmato la nostra cultura europea.

“Ciò che è di sinistra è buono, ciò che è di destra è cattivo: questo è il trucco”

Ma in che modo questa impronta sarebbe oggi in pericolo, al punto da richiedere di essere ribadita?

Schneider: Chi oggi osserva criticamente la società riconosce lo sforzo di negare e respingere l’influenza del cristianesimo, affinché possano diffondersi altre influenze.

Concretamente?

Schneider: Oggi soprattutto l’ideologia di sinistra, che in ultima analisi deriva dal marxismo e che viene diffusa con il trucco di affermare che ciò che è di sinistra è di per sé buono e ciò che è di destra è di per sé cattivo. Si tratta però di un’attribuzione completamente arbitraria, che non regge a un’analisi critica, per esempio se si esamina storicamente ciò che idee, partiti e politiche di sinistra hanno prodotto. Tra queste cose rientra, per inciso, anche il nazionalsocialismo, che non a caso reca la parola ‘socialismo’ nel nome.

Naturalmente non si deve escludere la destra, le cui idee talvolta hanno anch’esse prodotto ingiustizie. Dobbiamo quindi rafforzare i valori della nostra cultura europea contro tutti coloro che cercano di soppiantarli, indipendentemente dalla direzione da cui provengano.

Quali sono esattamente questi valori europei?


Schneider: Sono quelli che rispettano la vera libertà dell’uomo: la ragione, l’umanità, la famiglia, il diritto naturale e così via. Tutto ciò che l’ideologia woke di oggi attacca e vuole dissolvere, per rendere le persone prive di sostegno e di orientamento. Tale ideologia dichiara nemico chiunque le si opponga, un nemico da eliminare.

“Un totalitarismo abilmente camuffato minaccia di distruggere la cultura e la libertà dell’Occidente”

Lei è cresciuto in parte nell’Unione Sovietica. Vede dei paralleli?

Schneider: Assolutamente sì. I miei genitori hanno sofferto molto sotto la dittatura comunista: come cristiani clandestini sono stati più volte vittime della repressione. Anch’io l’ho sperimentato a scuola: se qualcuno aveva un’opinione diversa da quella dell’ideologia comunista, veniva definito un nemico, un nemico del popolo, oppure un odiatore, un odiatore del popolo. Allora si parlava di ‘odiatore del popolo’, oggi di hate speech: vede quanto è impressionante la somiglianza?

Spero che ora comprenda anche l’urgenza del mio appello. Non si tratta semplicemente di rafforzare in generale i nostri valori, ma di farlo in un momento storico in cui forze neocomuniste stanno cercando di distruggerli. Non possiamo limitarci a guardare e aspettare.

Dobbiamo creare in Germania, in Europa, forse anche in America, un nuovo movimento che coinvolga la società e la guidi alla resistenza contro questa distruzione. Altrimenti rischiamo di sacrificare la nostra cultura occidentale e l’idea di libertà a un movimento totalitario abilmente camuffato.

Tra questi valori rientra anche, come lei sottolinea, il matrimonio. Bene, ma cosa ha il matrimonio tradizionale a che fare con la libertà dell’uomo e la resistenza alle ideologie totalitarie?


Schneider: Anzitutto: lei parla di ‘matrimonio tradizionale’ – lo trovo sbagliato e devo contraddirla. Non esiste un matrimonio tradizionale, ma solo ‘il’ matrimonio, quello naturale. Il matrimonio è qualcosa che ci dà la natura, non la tradizione. È un fatto, un’evidenza rivelata dal buon senso. È stato creato da Dio ed è il legame migliore e più bello che un uomo e una donna, che si completano e si amano, possano contrarre.

Su questo fondamento poggia tutta la nostra società: su di esso abbiamo costruito la nostra civiltà e la cultura europea con la sua umanità. Per questo dobbiamo difendere il matrimonio, insistendo sulla sua specificità e aiutando i giovani a riscoprirne il valore e la bellezza.

Dal matrimonio nascono poi i nostri figli, che sono il nostro futuro – e al tempo stesso le vittime più vulnerabili della distruzione del matrimonio. Vediamo infatti crescere una generazione senza punti di riferimento, esposta indifesa all’ideologia woke.

Questo è il metodo della sinistra: prima si crea un vuoto di senso, che poi si sfrutta per sedurre le persone. E queste non si accorgono di perdere la loro naturalezza, la loro libertà e la loro umanità, e spesso anche la gioia di vivere.

Tuttavia il pericolo non proviene soltanto dalla wokeness, come lei dice.

Schneider: È vero. Ho già detto che dobbiamo difendere i nostri valori europei dagli attacchi provenienti da tutte le direzioni. Un altro grande pericolo è la freddezza dell’amministrazione e della tecnica: nella società di massa l’uomo rischia di essere considerato un oggetto. Lo si vede in modo inquietante, per esempio, negli ospedali moderni e nelle case di cura. Spesso manca il calore, il vero calore umano, che il cristianesimo ha portato.

“È inquietante ciò che sta accadendo oggi in Germania”.
Ci si chiede perché questo appello alla difesa dei valori cristiano-occidentali venga da un vescovo dell’Asia centrale e non dai nostri vescovi tedeschi.

Schneider: Non dimentichi: io sono tedesco – per passaporto, di nascita, per discendenza, per formazione culturale e per identità mi sento al cento per cento tedesco. Conosco i miei antenati, sia paterni sia materni, fino a duecento anni fa, ed erano tutti tedeschi.

E hanno sofferto sotto i comunisti. Mio nonno Sebastian Schneider, per esempio, fu fucilato nel 1937 a soli 27 anni: mia nonna, di due anni più giovane, rimase vedova, e mio padre, ancora bambino, divenne orfano di padre. Ucciso da un’ideologia che, come alcune ideologie di sinistra odierne, si presentava come bella e liberatrice.

Come è arrivato, da tedesco, alla carica di vescovo ausiliare ad Astana?

Schneider: La Chiesa romana è una Chiesa universale. Dopo dieci anni a Roma, nel 2001 sono stato inviato a Karaganda, la quinta città del Kazakistan, per la formazione dei sacerdoti. Nel 2006 Papa Benedetto mi ha nominato vescovo ausiliare per sostenere il vescovo diocesano, data l’estensione della diocesi.

Ma anche qui ad Astana non viviamo affatto fuori dal mondo: sappiamo bene cosa accade e osservo con grande preoccupazione come si stanno sviluppando l’Europa e l’Occidente. Seguo anche i media tedeschi, compresi quelli pubblici, che mi ricordano sempre più i media di Stato dell’Unione Sovietica con la loro propaganda governativa comunista.

Si veda, per esempio, il modo ostinato con cui viene difesa la politica del governo. Nell’Unione Sovietica i cittadini venivano lodati dai superiori se si esprimevano in accordo con l’ideologia ufficiale: anche questo è qualcosa che, purtroppo, osservo nei media pubblici in Germania. È inquietante vedere come tutto ciò si stia verificando anche in Germania, senza una protesta generalizzata.

“La Chiesa tedesca è allineata: ha tradito il cristianesimo e il cattolicesimo”.
Papa Leone XIV ha avvertito all’inizio dell’anno che in Occidente abbiamo già adottato una “neolingua in stile orwelliano”, che nel tentativo di essere sempre più inclusiva finisce per escludere chi non si adegua alle ideologie che la guidano.


Schneider: È esattamente ciò che intendo. Ed è incoraggiante che il Santo Padre abbia il coraggio di dirlo. Questo rafforza il mio appello a tutte le forze sane della società affinché costruiscano un’alleanza per salvare la libertà dell’Europa.

Non esiste già un movimento con questo compito, cioè la Chiesa stessa?

Schneider: Assolutamente sì, ma purtroppo soprattutto la Chiesa in Germania è ormai completamente allineata con lo spirito del tempo, con il mainstream e con l’ideologia dei partiti di governo – tradendo ciò che è autenticamente cristiano e cattolico.

È triste, ma purtroppo la Chiesa in Germania è diventata una vile – sottolineo: vile! – collaboratrice dell’ideologia di sinistra. Sono certo che ciò entrerà nella storia come una grande vergogna, e che un giorno si leggeranno con imbarazzo i nomi dei vescovi che hanno guidato tutto questo come vili collaboratori.

Parole piuttosto dure.

Schneider: Direi piuttosto parole chiaramente necessarie.

Non ha timore di esprimersi così apertamente? Di solito tra “colleghi” si è più diplomatici.

Schneider: No, bisogna dire la verità con chiarezza. I miei genitori mi hanno educato a difendere le mie convinzioni. E poi, cosa ho da perdere, se ho una convinzione?

Qualche anno fa, a Washington, una signora, cattolica convinta, mi chiese se non avessi paura, perché avevo firmato, insieme ad altri vescovi, una dichiarazione critica nei confronti di Papa Francesco, chiedendo chiarezza sulla morale matrimoniale.

Le risposi: non ho nulla da perdere. E lei replicò: “Eccellenza, esatto: perché perderà tutto se non lo farà”. Che affermazione meravigliosa!

“La migrazione di massa è uno strumento per l’infiltrazione dell’Europa”.
Ha mai avuto occasione di dire queste critiche direttamente ai vescovi tedeschi?

Schneider: No, e non lo farò, perché non ha alcun senso: non ha senso parlare con degli ideologi.

Non si rende le cose più semplici?

Schneider: No, mi creda, non serve a nulla. Probabilmente non mi prenderebbero nemmeno sul serio: chi sarebbe mai questo vescovo ausiliare proveniente dalla periferia che vuole insegnare a noi in Germania?

Lei si azzarda anche a criticare l’immigrazione di massa, che è diventata uno dei progetti ideologici centrali delle chiese tedesche.

Schneider: La critico perché è evidentemente un’azione politica orchestrata. Un’azione con l’obiettivo di soppiantare l’identità occidentale, in particolare quella cristiana dell’Europa, soprattutto con l’introduzione di immigrati musulmani. È quindi un errore pensare che la migrazione avvenga semplicemente in modo spontaneo, come reazione naturale a guerre o povertà. È anche uno strumento per infiltrare l’Europa e marginalizzare il cristianesimo.

Questa strategia si inserisce nel progetto di dissolvere l’identità europea per creare una nuova cultura woke e una popolazione mista a maggioranza asiatico-musulmana. Di recente, in Tirolo, ho appreso che già la metà dei bambini nati nel luogo in cui andavo sempre in vacanza ha genitori musulmani – non a Parigi, Berlino o Londra, ma in Tirolo! È solo questione di tempo prima che la situazione cambi radicalmente.

A maggior ragione è importante che nasca un movimento come quello che propongo, per salvare l’Europa. E sono fiducioso che prima o poi accadrà. Alcuni temono che allora sarà troppo tardi. Ma da cristiano ho sempre speranza: è questo il messaggio che ci insegna la Pasqua.



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Il dott. Athanasius Schneider è vescovo ausiliare di Karaganda, nell’arcidiocesi cattolica romana della Santissima Vergine Maria ad Astana, capitale del Kazakistan. È nato nel 1961 in Kirghizistan da genitori tedeschi deportati dall’Unione Sovietica.
Dopo che la famiglia è riuscita a emigrare nel 1973, è cresciuto a partire dai 12 anni a Rottweil, in Svevia. Nel 1990 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale, nel 1997 ha conseguito il dottorato in patristica e nel 2001 è stato inviato in Kazakistan, dove nel 2006 è stato nominato vescovo.





Liturgia: un crescente divario tra pastori e fedeli



Traduzione a cura di MiL della lettera 1358 pubblicata da Paix Liturgique il 15 aprile, in cui Christian Marquant, Presidente dell’associazione Oremus-Paix Liturgique (contact@veilleurs-paris.fr), prosegue l’analisi del messaggio che Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo) (QUI; QUI su MiL).

Lorenzo V.




16 aprile 2026

Le sentinelle proseguono, per la 238ª settimana, le loro preghiere a difesa della Santa Messa tradizionale davanti all’Arcivescovado di Parigi (in rue du Cloître-Notre-Dame 10), dal lunedì al venerdì dalle ore 13:00 alle ore 13:30.

Cari amici, in controtendenza, come sempre da mezzo secolo, è l’atteggiamento delle autorità della Chiesa nei confronti della liturgia tradizionale.

La Lettre di Paix Liturgique n. 1353 del 7 aprile 2026 analizzava il messaggio inviato il 18 marzo, a nome del Papa, dal card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ai Vescovi di Francia riuniti per l’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France, tenutasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Tutto indica che Papa Leone XIV sia fortemente infastidito da questa situazione di persistente rifiuto della nuova liturgia da parte di una parte dei Cattolici e di un numero consistente di giovani chierici. Per lui si tratta di una «dolorosa ferita».

Inoltre, come riconosceva il messaggio del card. Pietro Parolin, ci si trova «nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo». Essendo la Francia storicamente il primo focolaio di questa mancata accettazione, il messaggio del Segretario di Stato ai Vescovi chiedeva, a nome del Papa, ai nostri Vescovi di trovare «soluzioni concrete» per disegnare, in sostanza, un cerchio quadrato: «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo», non in modo puro e semplice, ma «nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia»…

Un articolo del quotidiano La Croix intitolato Messe tridentine: la France va-t-elle trouver la solution à la «question tradi» dans l’Église? [Messa tridentina: la Francia troverà la soluzione alla «questione tradi» nella Chiesa?: N.d.T.], del 31 marzo, firmato dagli esperti dell’argomento su questo giornale, Céline Hoyeau, Gonzague de Pontac e Matthieu Lasserre, dava un’idea abbastanza precisa dei dibattiti episcopali sulla questione [QUI: N.d.T.]. Erano guidati da mons. Olivier de Cagny, Vescovo di Évreux, l’attuale «monsignore Liturgia» della Conférence des évêques de France.

Tutti i Vescovi, sottolineava il quotidiano La Croix, affermano che «dietro la liturgia ci sono problemi di dottrina ed ecclesiologia, la questione dell’accettazione del Concilio Vaticano II». Nulla di nuovo in questa constatazione. Sono state espresse due posizioni (una terza avrebbe potuto esserci, quella dei Vescovi più «classici», ma, essendo oggi una minoranza, si sono astenuti dal dare il loro parere): alcuni Vescovi hanno chiesto l’applicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II in tutta la sua rigorosità. Sono del resto infastiditi dal fatto che la Fraternità sacerdotale di San Pietro abbia ottenuto una sorta di deroga – peraltro non molto chiara – da parte di papa Francesco, che secondo alcune voci Papa Leone XIV continuerebbe sotto forma di una struttura particolare.

Gli altri Vescovi, che costituiscono la maggioranza, si sono mostrati favorevoli ad alcuni adeguamenti, ma a condizioni piuttosto draconiane: adozione del nuovo Lezionario e del nuovo calendario liturgico (come ho detto nella mia ultima lettera, questa era una delle proposte di dom Geoffroy Kemlin O.S.B., Abate di Saint-Pierre di Solesmes, mentre dom Jean Pateau O.S.B., Abate di Notre-Dame di Fontgombault, riteneva invece che associare il nuovo Lezionario al Missale Romanum tradizionale sarebbe stato incoerente (QUI) [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]; celebrazione degli altri Sacramenti – Battesimo, Matrimonio, Cresima – secondo il nuovo rito (possibilmente in latino); e, soprattutto, fine dell’«esclusivismo», ovvero del rifiuto categorico di celebrare secondo il nuovo Missale Romanum, giudicato «inaccettabile» dai Vescovi.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi: si è disposti a «includere generosamente» gli utenti della liturgia tradizionale, ma a condizione che si sottomettano alle regole della nuova. Concretamente, oggi si è disposti a concedere loro la Santa Messa tradizionale a piccole dosi, ma con il nuovo Lezionario, con i nuovi Sacramenti e con l’obbligo di celebrare anche secondo il nuovo Ordo. I nostri pastori sembrano quindi non riuscire a uscire dai vecchi schemi.

E la Conférence des évêques de France del card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia e suo Presidente, dopo questi dibattiti, rimanda la risoluzione del problema a Papa Leone XIV. In realtà, la liturgia tradizionale si è imposta sul campo e le decisioni romane, dopo averla inutilmente ostacolata, l’hanno poco a poco legittimata nel 1984, 1988, 2007. Prima di un ritorno al punto di partenza di San Paolo VI con papa Francesco e la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes nel 2021. E ritorno alle ricette degli anni di piombo: restrizioni, limitazioni, condizioni.

Solo che oggi il contesto è completamente diverso: chiese che continuano a svuotarsi inesorabilmente; consacrazioni annunciate dalla Fraternità sacerdotale di San Pio X, le cui argomentazioni a giustificazione di esse si trovano così potentemente rafforzate; giovani convertiti, nuovi battezzati, che «amano la Messa in latino»; comunità, scuole, opere, pellegrinaggi tradizionalisti che crescono in una gioventù sfrontata. Ostacolata, perseguitata, la celebrazione della liturgia tradizionale – di tutta la liturgia tradizionale, Messa e Sacramenti – continua e continuerà a prosperare. I pellegrinaggi, il Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres) a maggio, la Peregrinatio ad Petri Sedem (Roma) a ottobre, lo dimostreranno [QUI e QUI: N.d.T.].

C’è un crescente divario tra i pastori e il loro popolo. Se i primi conducessero un’indagine sinodale onesta presso i secondi, sentirebbero rispondere da gran parte del popolo dei fedeli che non chiederebbe di meglio che poter assistere alla Santa Messa tradizionale nelle proprie Parrocchie, e che in ogni caso si dovrebbe lasciare piena libertà ai sacerdoti che la celebrano e ai fedeli che vi assistono.

Le sentinelle parigine ricevono costantemente conferma di questo stato d’animo dei Cattolici, attraverso gli incoraggiamenti che ricevono quando recitano il Rosario sul selciato, in rue du Cloître-Notre-Dame 10, dal lunedì al venerdì, dalle ore 13:00 alle ore 13:30, nella Église Saint-Georges di La Villette (avenue Simon Bolivar, 114, nel XIX arrondissement), il mercoledì e il venerdì alle ore 17:00, davanti alla Église Notre-Dame-du-Travail (nel XIV arrondissement), la domenica alle 18:15.

In unione di preghiera e di amicizia.






Dialogo interreligioso e San Lorenzo da Brindisi





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by Aldo Maria Valli 17 apr 2026



L’imam va in parrocchia e fa catechismo (islamico) alla presenza del vescovo

Un imam ha tenuto una presentazione sulla fede islamica all’interno di una chiesa parrocchiale cattolica. È successo a Brindisi, con la partecipazione del vescovo locale.

Il 15 aprile, la parrocchia di San Lorenzo ha ospitato un evento dal titolo “Conosci l’Islam? Esploriamo insieme i pilastri, il significato della vita e le celebrazioni della fede islamica”, durante il quale l’imam Khaled Bouchelaghem della comunità islamica locale ha tenuto un discorso all’interno della parrocchia, alla presenza dell’arcivescovo Giovanni Intini di Brindisi-Ostuni, che ha pronunciato il discorso conclusivo. L’iniziativa è stata attivamente promossa dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso con l’obiettivo dichiarato di favorire la comprensione reciproca.

Andrea Zambrano ha riportato la notizia qui. Secondo la comunicazione diocesana, l’iniziativa si ispira al principio in base al quale conoscere veramente l’altro significa amarlo. Il titolo stesso, formulato come una domanda, indica che l’incontro si proponeva di introdurre o approfondire la conoscenza dei principi islamici tra i cattolici. Zambrano ha descritto l’evento come un vero e proprio “catechismo islamico”.

L’evento è in linea con gli sforzi del cosiddetto dialogo interreligioso, e lo slogan associato all’iniziativa – attribuito a Marco Impagliazzo della Comunità di Sant’Egidio – è già stato utilizzato in contesti simili per promuovere il confronto tra diverse tradizioni religiose.

L’imam Bouchelaghem aveva già partecipato in precedenza ad altre iniziative in ambito cattolico a Brindisi, come l’anno scorso nella parrocchia di San Carlo, dove i membri della comunità musulmana locale organizzarono un iftar per celebrare la fine del ramadan. L’incontro, aperto sia a musulmani sia a non musulmani, si tenne all’interno della chiesa e fu concepito come occasione di conoscenza e ospitalità.

Ironia della sorte, il nuovo evento si è svolto in una parrocchia dedicata a san Lorenzo da Brindisi (da non confondere con l’omonimo martire cristiano dei primi secoli), frate cappuccino canonizzato nel 1881 e proclamato dottore della Chiesa da Papa Giovanni XXIII nel 1959. Documenti storici indicano che nel 1601 prestò servizio come cappellano delle forze cattoliche durante le campagne militari nell’Europa centrale, offrendo assistenza spirituale alle truppe impegnate nel conflitto contro l’esercito ottomano musulmano.

lifesitenews





giovedì 16 aprile 2026

Perché a Roma non suonano più le campane? (Se non in rari casi…)






di Benedetta De Vito, 16 aprile 2026

Io mi ricordo, bambina, che alla domenica mi svegliavo al suono giocondo delle campane. Mi ricordo, nel piantare i due piedi a terra, che il buio della notte, oscuro come in gola, si apriva all’aria e alla vita nel fresco rintocco delle campane che baciava il cielo. Io mi ricordo che la nonna Lisetta per farci addormentare aveva una sola ninna nanna ed era, fatta con la voce: il suono delle campane: din don don, cantilenava, din don don e ancora din don don e noi, tutti ce lo ricordiamo fratelli, dormivamo nel Signore. E mi ricordo che a Cala Girgolu, al levar del sole, spettinata nel biondo, udivo lontane le campanine delle vacche e delle pecore al pascolo e mi pareva che il mondo sorridesse, leggero, con me e nella gloria. Perché, mi chiedo e lo chiedo al Santo Padre, le campane non suonano più nella nuova Gerusalemme che è Roma? 

E se non suonano a Roma dove, chiedo, dove dovrebbero suonare? Al Rione Monti, cuore dell’Urbe, ad esempio, mai, e ripeto mai, sento le campane suonare! Tutto è muto, triste, silente nell’unico brusio dei turisti che oramai sciamano per le strade rionali a bocca aperta, senza capire di Roma un bel nulla, contenti solo di farsi una foto con vista Colosseo. Oh ora che ci penso. Sì, al mattino presto, alla Scala Santa, lì, sì, suonano le campane del mattino e io, in ginocchio sui gradini che furono dell’agonia di Gesù, mi beo del tintinnio solenne, maestoso, in cui l’anima, pur prostrata nel dolore della Passione, ritrova il senso dell’unione con Dio e della Resurrezione.

Ricordo, a Jesolo, un dolce ragazzo, giovane giovane, che era nel tempo libero campanaro, e mi spiegava con amore, con ardore tanto come si svolgeva il suo lavoro e quanto i campanari, come lui, amassero salir sulle torri e comporre la musica celeste che tutti chiama ad adorare il Signore. Perché, e ripeto, perché le campane tacciono? E mentre mi faccio questa domanda (e non è la prima volta che la pongo) ho subito la risposta. Ma certo, i diavoli, quelli che oramai la fanno da padrone nel nostro povero mondo al contrario, odiano, detestano, aborrono il suono delle campane che, lieto, annuncia la Buona Novella!

Essi, i diavoli legione le hanno messe a tacere per tenere l’anima degli uomini imprigionata nella loro turpe e bieca miseria. Incatenati alla terra e alla carne senza più neppure conoscere l’indirizzo del cielo. Sì, sì, sì. E’ questa la risposta! E allora, cari parroci, vescovi, monsignori, prelati e tutto il clero possibile e immaginabile, che cosa aspettate, suonate, suonate le vostre campane per scacciare, senza troppa fatica, quei cattivacci che fanno affogare nel fango l’umanità! Suonate le campane, risollevate la bandiera celeste tintinnante di sole e di luce!

Oh, intanto, la guerra, così sembra, è finita, ma il “Maga” (cioè l’orrido incantesimo in cui è immersa l’America e chi pensa che sia l’acronimo di cui dice il tramp, cioè il vagabondo, si sbaglia di grosso) è ancora lì, insensibile al diluvio degli epsteinfiles che, in realtà, travolgono tutti, giornalisti, scrittori, presidente in carica, ex presidenti, produttori. Nessuno si salva in quell’abominio di sangue, crimine, falsa spiritualità luciferina ed è forse per questo che non c’è neanche un giudice a Berlino, come si suol dire. Tutti zitti e mosca perché lo scandalo americano è di tutti i potenti e anche se ci sono prove, riscontri, foto video, denunce, non c’è neanche il rivolo di un processo.

E, non illudiamoci, dall’altra parte dell’Atlantico, cioè qui in Europa, è tale e quale. Credete forse che l’unico “cattivone” sia il fratello del (falso) re? Ma dai, non scherziamo. Basta pensare che il finto re fece baronetto un super-grandissimo pedofilo che era anche un presentatore televisivo e lo indicò alla povera Diana come “consulente coniugale”. Ridere per non piangere. E, purtroppo, quel medesimo “baronetto” pedofilo ebbe un’onorificenza vaticana (fu insignito, infatti, dell’Ordine di San Leone Magno) da Giovanni Paolo II. Perché? E perché, come appare in una foto, il Pontefice polacco, ha incontrato Epstein e la lady M? Bisogna ubbidire alla legge di Dio non a quella degli uomini anche se sono potenti.









Il Papa “benedice” il sincretismo?




Un’analisi critica delle parole del Papa su Algeria, dialogo e rischio di indifferentismo religioso.




di Corrado Gnerre, 15-04-2026

Noi dobbiamo amare il Papa, dobbiamo amare il Papato come istituzione, dobbiamo amare ogni Papa. Dobbiamo amare particolarmente il Papa regnante in quanto, indegnamente, ci definiamo cattolici, e dobbiamo amare la Chiesa, la Chiesa cattolica. Inoltre, dobbiamo avere un atteggiamento sempre di riverenza nei confronti di quelle che sono le legittime autorità della Chiesa e quindi, in particolar modo, la massima autorità che vi è nella Chiesa, che è appunto il Santo Padre, il Vicario di Cristo.

Inoltre, dobbiamo sempre tentare di giustificare le intenzioni, perché questo ci è dovuto. Teniamo presente che il nostro Signore e la vera spiritualità ci, tra virgolette, costringe sempre giustamente a giustificare qualsiasi tipo di intenzione, nel senso di dire che è possibile che, a livello intenzionale, possano avvenire determinate cose che speriamo possano anche giustificare alcuni errori. Questo è un atteggiamento che dobbiamo fare continuamente nostro, perché noi per primi siamo bisognosi della misericordia di Dio e quindi non possiamo affatto lesinare alcun atteggiamento di misericordia nei confronti degli altri.

Fatta questa premessa, però, è altrettanto doveroso, per chi si sforza di conservare il seme della fede e soprattutto per chi, in maniera indegna, in maniera modestissima, come noi cerchiamo di fare apostolato e quindi, nello stesso tempo, di rendere un servizio di carità intellettuale, soprattutto per quanto riguarda le opere di misericordia spirituale nei confronti del prossimo, sottolineare che ciò che oggettivamente viene detto, eventualmente, non venisse detto in maniera corretta. Dobbiamo sottolinearlo proprio per evitare qualsiasi tipo di scandalo e per far capire quello che invece è l’impostazione corretta del vero.

Ebbene, il Santo Padre Leone XIV, [...] nel suo viaggio in Algeria ha pronunciato queste parole: "un popolo che ama Dio possiede", teniamo presente che il popolo algerino è per il 98% musulmano. Bene, Leone XIV dice: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti, così di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi e figli dell’unico Dio».

Allora, analizziamo un po’ queste parole, che utilizziamo in un certo senso come paradigma, come modello di un certo tipo di impostazione teologica. Qui Leone XIV loda il popolo algerino, ma il popolo algerino, come abbiamo detto, è al 98% fatto di musulmani. E gli dice: «Il nostro mondo ha bisogno di credenti così». Poi ancora: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera». Ma l’Islam non è una religione vera. E allora perché pubblicamente affermare queste cose? Poniamoci questo interrogativo. Ma chi sente queste cose che cosa deve pensare? Deve pensare che fondamentalmente o si è cristiani o si è musulmani, alla fine poi è la stessa cosa, perché anche l’essere musulmani farebbe rientrare, farebbe esprimere una vera ricchezza e addirittura una sorta di gemma, una sorta di tesoro. E quindi il mondo avrebbe bisogno anche di fedeli che scelgono di essere musulmani.

Qui ovviamente non si tratta di non tenere in considerazione quelli che devono essere i rapporti di pacifica convivenza. Non si tratta di non tenere in considerazione quelli che possono essere tutti gli elementi che, da un punto di vista naturale, quindi di ragione naturale, in positivo, si possono trovare nelle altre culture. E qui a un certo punto si fa riferimento proprio alla dimensione religiosa, e questo, ahimè, è doloroso da dirlo: sono parole che invitano, ovviamente non in maniera diretta, non in maniera intenzionale, ma invitano a una sorta di indifferentismo religioso.

Inoltre il Papa dice: «Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza, di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi». Anche qui questo discorso dell’essere fratelli tra noi è un discorso che teologicamente è abbastanza problematico, perché è evidente che tutti gli uomini sono creature di Dio, che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini. Questo è assolutamente assodato. Però, di fatto, chi è il vero figlio pienamente figlio di Dio? È colui che riceve l’adozione filiale attraverso la grazia e quindi i battezzati. Ecco, questi sono elementi teologici fondamentali proprio che servono a farci capire che essere cristiani o essere non cristiani non è proprio la stessa cosa.

E poi il Papa dice: «Fratelli tra noi e figli dell’unico Dio». E qui c’è un altro problema, perché al limite, anche se può sembrare una sorta di sofisma, possiamo dire che i cristiani, gli ebrei e i musulmani credono nel Dio unico, nel senso che sono comunque tre religioni monoteiste, ma non credono nell’unico Dio, non hanno l’unico Dio come padre, perché l’elemento trinitario non è un elemento aggiuntivo alla natura di Dio, è un elemento costitutivo; per cui, se si elimina l’elemento trinitario, non è che rimane qualcos’altro di Dio. Non c’è più Dio, è un’altra idea di Dio. È un Dio falso, non è un Dio vero.

E allora vedete, arriviamo a conclusione, cari pellegrini. È evidente che qui ci troviamo dinanzi a un pontefice che ha avuto, ha ricevuto una sua ben precisa formazione. Io l’ho detto anche in altri contesti. Vedete che la generazione che va dagli attuali ottantacinquenni, diciamo così, forse anche un po’ di più, fino ai sessantenni, è la generazione che, da un punto di vista ecclesiastico, tra virgolette, è la peggiore, perché è la generazione che ha vissuto anche con un certo tipo di entusiasmo determinati cambiamenti che poi si sono rivelati dei veri e propri fallimenti e anche dei veri e propri tradimenti.

E quindi la formazione che ha questa generazione è una formazione veramente molto problematica, e io sono convinto che, a meno che la Provvidenza non voglia realizzare qualcosa di eclatante, alla fine sarà il tempo stesso che farà sì che la Provvidenza determinerà il cambiamento, perché poi, francamente, questo tipo di impostazione, anche se non a livello intenzionale, dicevamo, però di fatto facilita l’indifferentismo religioso: è un’impostazione che porterà a vocazioni zero, che porterà a una sorta di suicidio da parte della Chiesa. Però la Provvidenza agisce, e sappiamo benissimo che ci sono tante altre realtà che invece suscitano vocazioni e, non a caso, sono quelle realtà in cui si è maggiormente fedeli all’insegnamento di sempre della Chiesa, alla vera autentica teologia cattolica.

Ed ecco perché è molto importante, e qui torniamo su un altro punto, è molto importante pensare alla formazione sacerdotale. È molto importante formare sacerdoti secondo quella che è l’autentica verità cattolica, perché poi saranno questi sacerdoti, saranno questi giovani sacerdoti, a far sì che si realizzi una vera e propria restaurazione nella Chiesa.






Il card. Aveline chiede di accogliere la Santa Messa tradizionale, ma insiste: «La tradizione include il Concilio Vaticano II»



Nella traduzione di MiL – l’articolo pubblicato sul sito Infovaticana l’11 aprile, in cui si riporta e commenta il contenuto dell’intervista della giornalista Philippine de Saint Pierre al card. Jean-Marc Noël Aveline, Presidente della Conférence des évêques de France, trasmessa il 5 aprile sul canale televisivo KTO.
Nell’intervista il card. Aveline ha risposto a domande sui principali temi ecclesiastici del momento, tra i quali la liturgia e la tradizione,

Lorenzo V.


16 aprile 2026


Il card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia e Presidente della Conférence des évêques de France, ha definito la questione liturgica come uno dei temi ecclesiali più delicati del momento in Francia. In un’intervista concessa al canale televisivo KTO in occasione della Pasqua, il card. Aveline ha affrontato il rapporto tra liturgia e tradizione partendo dalla lettera inviata da Papa Leone XIV ai Vescovi francesi durante l’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France [QUI: N.d.T.].

Il card. Jean-Marc Noël Aveline ha affrontato direttamente la tensione tra liturgia e tradizione, insistendo sul fatto che non si tratta di una questione meramente rituale, ma di fondo teologico. Un’idea che, del resto, ha già cominciato a farsi strada tra gli stessi Vescovi francesi, i quali riconoscono che dietro al dibattito liturgico vi sono «problemi di dottrina e di ecclesiologia», specialmente riguardo all’accettazione del Concilio Vaticano II.

Accogliere i fedeli legati al rito tradizionale, ma senza mettere in discussione il Concilio Vaticano II

Il Presidente della Conférence des évêques de France ha spiegato che i Vescovi sono chiamati a esercitare una «sollecitudine pastorale» verso i fedeli legati alla liturgia precedente alla riforma conciliare. Nelle sue parole, bisogna «accogliere» questa necessità spirituale e non iniziare col giudicarla.

Tuttavia, tale accoglienza ha un limite chiaro: l’accettazione della tradizione viva della Chiesa, che per il card. Jean-Marc Noël Aveline include espressamente il Concilio Vaticano II. «La tradizione arriva fino all’ultimo concilio, compreso il Concilio Vaticano II», ha affermato.

Con ciò, il card. Jean-Marc Noël Aveline cerca di mantenere un equilibrio che nella pratica continua a essere fonte di tensione: aprire spazio a chi preferisce la liturgia precedente al Concilio Vaticano II, ma esigere allo stesso tempo l’accettazione dell’insegnamento conciliare.

«Non è necessariamente inconciliabile»

Durante l’intervista, gli è stata sollevata proprio questa apparente contraddizione: come fare spazio a chi preferisce la tradizione precedente al Concilio Vaticano II mentre si chiede loro di accettare quello stesso Concilio.

Il card. Jean-Marc Noël Aveline ha risposto che tale tensione «non è necessariamente inconciliabile», purché si adotti una «ermeneutica della continuità». Secondo il suo approccio, ogni Concilio risponde a un momento della storia e non annulla i precedenti, ma si inserisce in una continuità più ampia.

Tuttavia, lo stesso dibattito in Francia mostra che questa interpretazione non riesce a chiudere la ferita. La crescita delle comunità legate al Vetus Ordo ha portato persino Papa Leone XIV ad avvertire di una «dolorosa ferita» intorno alla celebrazione della Messa, chiedendo ai Vescovi soluzioni concrete per integrare questi fedeli senza rompere l’unità.

La Fraternità sacerdotale di San Pio X e la ferita che rimane aperta

L’intervista ha affrontato anche l’annuncio di nuove consacrazioni episcopali da parte della Fraternità sacerdotale di San Pio X. Il card. Jean-Marc Noël Aveline ha definito questo gesto motivo di «tristezza», sottolineando che non è la prima volta nella storia della Chiesa che un Concilio incontra difficoltà ad essere accolto.

Piuttosto che ricorrere a misure di forza, il card. Jean-Marc Noël Aveline ha difeso il dialogo come unica via. «Solo il dialogo permette di continuare l’annuncio del Vangelo», ha affermato, evocando anche l’esempio di Sant’Agostino di fronte alle divisioni nella Chiesa africana.

Liturgia, tradizione e crisi di trasmissione

L’aspetto più rivelatore del suo intervento forse non sta nelle formule di conciliazione, ma nella diagnosi di fondo. Il card. Jean-Marc Noël Aveline mette in relazione questa questione con la sete spirituale di molti fedeli, specialmente giovani, che cercano stabilità dottrinale, radici e una fede espressa con forme solide.

Per questo insiste sul fatto che la risposta non può consistere semplicemente nel trasferirli da un luogo all’altro, ma nell’accogliere questo desiderio e spiegarlo alla luce della tradizione della Chiesa. Ma, ancora una volta, la chiave sta in ciò che si intende per tradizione: se una continuità organica con quanto ricevuto o un’adesione obbligata alla lettura postconciliare dominante.

Una questione aperta che la Francia non ha risolto

Le parole del card. Jean-Marc Noël Aveline confermano che il dibattito sulla liturgia tradizionale è ancora lungi dall’essere chiuso in Francia. L’Episcopato parla di accoglienza, di ascolto e di continuità, ma il nocciolo del problema rimane intatto: la difficoltà di armonizzare l’attaccamento alla tradizione liturgica precedente con l’accoglienza di un Concilio la cui applicazione continua ad essere, per molti, fonte di frattura.

La questione, quindi, non è solo disciplinare o riguarda il modo in cui si celebra la Messa. È una questione di tradizione, di autorità e di continuità ecclesiale, che arriva persino a mettere in discussione cosa significhi essere fedeli alla tradizione della Chiesa nel XXI secolo.









Un conflitto tra millenarismi e un’austerità energetica per ridurci alla servitù






Di Guido Vignelli, 16 apr 2026

Tre forme di millenarismo per una “fine dei tempi”

Il conflitto politico e militare recentemente riesploso nel Vicino Oriente presenta uno scenario “apocalittico”: non perché suggerisce una imminente “fine dei tempi”, ma perché “rivela” il sottofondo para-religioso delle motivazioni delle principali forze in campo. Queste motivazioni sono molto più profonde della ricerca di dominio geopolitico, poiché sono radicate in tre diverse forme di millenarismo – quello israelitico, quello iraniano e quello statunitense – che oggi sembrano convergere pericolosamente verso un unico scopo.

Infatti, al vecchissimo sogno sionista del Messia che ricostruirà il Tempio di Gerusalemme avviando il dominio mondiale dell’Ebraismo, al vecchio sogno sciita del Mahdì che regnerà dalla moschea gerosolimitana avviando il dominio mondiale dell’Islam, oggi si aggiunge il nuovo sogno del paradossale “cristianesimo sionista” di stampo protestante, che favorisce lo scontro ebraico-musulmano per far ritornare il Cristo nella Terra Santa.

Sulla base di questo sottofondo apocalittico, si ripresenta la falsa alternativa tra il confidare nella tecnologia o nella ecologia per salvare un mondo che si trova sull’orlo del caos e minacciato dall’autodistruzione. Nei passati convegni del World Economic Forum di Davos, queste due componenti sembravano collaborare per costruire “un nuovo mondo possibile”; oggi invece si combattono per favorire il progetto costruttivo assicurato dalla tecnocrazia o quello distruttivo auspicato dall’ecocrazia.

La guerra come occasione storica per la “transizione ecologica”

Se non finirà presto, la guerra nel Vicino Oriente rischia di favorire potentemente il noto progetto di “transizione ecologica”, ossia l’eliminazione dell’inquinamento resa possibile dalla riduzione massima di produzione, di commercio e di consumo finalizzata a riportare la società occidentale a una economia di sopravvivenza caratterizzata dal ritorno a una vita “austera”, ossia miserabile. La guerra porterà a una crescente penuria dei materiali energetici combustibili (gas, metano e petrolio) che non potrà certo essere sostituita dalle misere fonti energetiche naturali (sole, vento e acqua) oggi a disposizione.

Di conseguenza, la scarsità energetica imporrà di ridurre al “minimo eco-compatibile” l’organizzazione del lavoro, la produzione dei materiali industriali e delle derrate alimentari, il trasporto e la vendita delle merci. Il diritto di produrre, trasportare e vendere beni sia concesso solo a una ristretta classe di “risparmiatori energetici” che eviteranno di “sfruttare l’ecosistema”.

Oltre a ciò, l’austerità energetica imporrà di ridurre al minimo anche la mobilità sociale con i relativi contatti e scambi civili, culturali e religiosi troppo distanziati e quindi troppo spreconi. Di conseguenza, ad esempio, l’intera attività umana potrebbe finire rinchiusa per legge all’interno del famoso “spazio dei quindici minuti” o “dei quattro chilometri quadrati”, smembrando così le città in ridotte zone autogestite da cooperative locali, come già auspicato dagli ecologisti radicali.

Non meravigliamoci di questi folli progetti d’ “ingegneria sociale” per controllare e rendere “ecosostenibile” l’attività umana. Dopo l’esperimento politico di “emergenza sanitaria”, che sei anni fa impose una reclusione domestica rivelatasi dannosa alla popolazione, domani una politica di “emergenza energetica” potrebbe imporre nelle città una reclusione comunale o rionale; si attuerebbe così una sorta di “servitù della gleba” postmoderna: vita e lavoro circoscritti ai dintorni di casa.

Un’altra drammatica conseguenza della guerra in corso potrebbe essere una nuova ondata migratoria di popoli arabo-caucasici in fuga – questa volta per gravi motivi – verso l’Europa. Non essendoci più energia sufficiente per far funzionare molti macchinari automatici, c’è da temere che quelle masse di migranti finiranno col dover fare i numerosi lavori che torneranno ad essere svolti a forza di braccia e di gambe, creando così una nuova specie di schiavitù.

L’ammonimento di Thiel sul nuovo Anticristo

Questo contesto millenarista e quasi apocalittico ci permette di valutare meglio il senso delle strane conferenze tenute dal noto tecnocrate Peter Thiel nel marzo scorso a Roma. Secondo lui, il progresso della società moderna con le sue certezze, sicurezze, comodità e ricchezze, oggi è messo in pericolo da un Anticristo che tenta di favorire la rapida fine della “civiltà occidentale e cristiana”.

Questo Anticristo animerebbe la conflittualità popolare organizzata da quei movimenti ecologisti che – col pretesto di liberare la società dalla oppressione tecnologica e la natura dallo sfruttamento energetico – progetterebbero un futuro d’ignoranza, ozio, regresso, miseria e denatalità. Insomma, qui viene riproposta, in chiave para-religiosa, la vecchia contrapposizione tra civiltà tecnologica e barbarie ecologica. Pertanto, Thiel ha ammonito i cristiani a impegnarsi per difendere dal regresso ecologico quel progresso tecnologico originariamente nato dal Cristianesimo.

Tuttavia, questo ammonimento di Thiel resta ambiguo, perché non si capisce se consideri l’avvento dell’Anticristo ecologista come una sciagura o come un’apocalittica occasione per un millenaristico rinnovamento della tecnologia. Non dimentichiamoci che la “transizione ecologica” è stata a lungo favorita proprio dalle grandi ditte tecnologiche dei servizi sociali, della informazione e del commercio: Apple, Microsoft, Google, Facebook-Meta, Nvidia, Tesla, Anthropic, Amazon, compreso il Palantìr dello stesso Thiel. Oltretutto, il famoso Palantìr immaginato da Tolkien non è affatto un sicuro strumento di conoscenza perché può essere manipolato dall’Oscuro Signore!

La strana affinità tra tecnocrazia ed ecocrazia

Ci limitiamo a notare che sia l’ideologia tecnologica che quella ecologica, nonostante il loro conflitto settoriale, rientrano in un quadro di rivoluzione filosofica e politica sintetizzabile con la nota formula del passaggio dalla modernità alla post-modernità, passaggio che non prevede una negazione ma un superamento.

Ad esempio, nel campo antropologico, entrambe le ideologie prevedono che la concreta persona umana stia per essere superata da un nuovo organismo (sia esso quello transumano o quello ecologico) che dispenserà l’individuo dal faticoso e pericoloso esercizio del pensiero critico e della scelta libera, esercizio che comporta il rischio di sbagliare e di esserne punito come responsabile.

In futuro, tutto sarà regolato non da qualcuno ma da qualcosa: la scelta soggettiva, non solo dei mezzi ma anche dei fini, sarà affidata a un agente oggettivo (sia esso il tecnosistema oppure l’ecosistema) quasi infallibile nel progettare e realizzare il futuro. In questo modo, il soggetto umano sarà dispensato da studiare, lavorare, coniugarsi e procreare, per cui avrà il massimo tempo libero per abbandonarsi a piaceri, divertimenti, giochi o hobby (siano essi artificiali o naturali).

Nel campo della vita politica, il sorpassato sistema democratico di scelta, di rappresentanza e di decisione diventerà superfluo; il governo verrà sostituito da un general intellect (sia esso elitario o tribale) capace di prevedere ed esaudire l’esigenze delle masse e ridotto alla mera “amministrazione delle risorse” (mediante la cibernetica oppure mediante l’empatia ecologica).

Oltre a ciò, sia la tecnocrazia che l’ecocrazia hanno uno sfondo comune di carattere para-religioso. Infatti, entrambe ammoniscono su un pericolo apocalittico, ossia di distruzione globale dell’umanità, per evitare il quale propongono una soluzione millenaristica che prevede di superare la natura umana (nella cibernetica o nell’ecosistema) mediante una sorta di sacrificio espiatorio: quello dell’ordinamento naturale creato da Dio.

Tutto ciò conferma che la prospettiva della secolarizzazione si sta rovesciando in quella della risacralizzazione, anche ricuperando linguaggio, categorie e sensibilità para-religiose; i reduci dal marxismo hanno ben capito questo rovesciamento di paradigma e vi si sono già adeguati. Invece, i cattolici “adulti e maturi” si ostinano nel considerare la secolarizzazione come un fattore di progresso valido per “abbattere gl’idoli” e risolvere la crisi attuale; del resto, come dice il proverbio, “gli stolti capiscono solo dopo che hanno sofferto”.



(Foto di Ross Sneddon su Unsplash)