venerdì 7 maggio 2021

Germania verso lo scisma di velluto. Col Papa spettatore





Si avvicina il 10 maggio e aumenta la tensione attorno al temuto scisma tedesco e si moltiplicano gli appelli a Roma perché intervenga a frenare la deriva scismatica. Ma la nozione di scisma oggi non è chiara nella realtà a causa del ruolo del Papa, della competenza dottrinale delle Conferenze Episcopali e la situazione di criptoscismaticità diffusa. La sensazione è che non succederà nulla, ma si continuerà con gli equivoci e le prassi scismatiche si implementeranno. Un delitto senza colpevoli.




Stefano Fontana, 07-05-2021

Mentre si avvicina il 10 maggio, aumenta la tensione attorno al temuto scisma tedesco e si moltiplicano gli appelli a Roma perché intervenga a frenare la deriva scismatica. Ci si appella al Catechismo e al Codice di diritto canonico secondo i quali si ha uno scisma quando una Chiesa particolare non è più in comunione con il Papa. La nozione di scisma è di per sé chiarissima sulla carta, ma oggi lo è ancora nella realtà? La risposta è no: cosa sia uno scisma e quando una Chiesa particolare vi cada è questione piuttosto nebulosa. Qualche osservazione su questa nebbia ci aiuterà forse a capire come andrà a finire la questione tedesca dopo il 10 maggio.

Si può cominciare dall’aspetto meno impegnativo, ma ugualmente significativo. Informazioni piuttosto attendibili riferite da varie fonti dicono che Francesco non è stato molto contento della pubblicazione del Responsum della Congregazione per la dottrina della fede che ha bocciato la benedizione in chiesa delle coppie omosessuali. Certo, può trattarsi di rumors incontrollati, però la debolezza della frase finale relativa all’approvazione del papa – “il Santo Padre è stato informato e ha dato il suo assenso” - va pure in questa direzione. Deve esserci stata una certa tensione nei Palazzi Vaticani e poi si è scelta una frase di approvazione de parte del papa dallo scarso valore autoritativo. Del resto, se assumiamo il principio di coerenza, pure in un pontificato spesso contraddittorio con se stesso, la posizione espressa più volte da Francesco sul problema dell’omosessualità porterebbe più alla benedizione delle coppie in chiesa che non al suo divieto.

Poi c’è la questione della competenza dottrinale delle Conferenze episcopali. Sappiamo che Ratzinger negava tale competenza. Già nella prima intervista con Vittorio Messori nel 1984 egli aveva detto chiaramente che le Conferenze hanno solo una funzione organizzativa e non hanno nessun significato teologico. Mentre Francesco ha affermato in ben due documenti autorevoli, e non in banali interviste, che bisogna andare verso una competenza dottrinale delle Conferenze episcopali. Per la cronaca, i due documenti in questione sono le esortazioni Evgangelii Gaudium e Amoris laetitia.

Ora, risulterebbe piuttosto strano che il papa che desidera decentrare le competenze dottrinali poi blocchi i processi voluti proprio da quelle Conferenze episcopali, come è appunto il caso della Germania. Ad ingarbugliare ancora di più la cosa – ma, come vedremo più avanti, anche a chiarirla, tutto sommato – c’è stata la presa di distanza ufficiale della Conferenza episcopale tedesca dall’evento del 10 maggio da cui si è dissociata. Quindi, il papa non ha bisogno di intervenire contro decisioni della Conferenza episcopale perché questa non ne ha prese in via ufficiale, e così può evitare di esplicitare la sua contraddizione con quanto affermato circa la competenza dottrinale di queste ultime. I vescovi tedeschi, dal canto loro, che hanno dato il via al pericoloso percorso con gran “clangor di cembali”, ora ritirano la mano che ha lanciato il sasso, ma non vietano quanto accadrà il 10 maggio. Ufficialmente non fanno affermazioni dottrinali nuove ma nemmeno ribadiscono quelle della tradizione. Come si vede, la politica dei politicanti ha largo spazio nella Chiesa.

Sul tema dello scisma, poi, c’è da ricordare anche che con l’accordo tra il Vaticano e la Repubblica popolare cinese, il papa ha ammesso nella Chiesa cattolica romana una chiesa scismatica. Là è avvenuto il contrario di quanto si teme avvenga in Germania. Ci si chiede quindi: perché Francesco, che ha cancellato con un colpo di spugna uno scisma in Cina, dovrebbe impegnarsi per evitarne un altro in terra tedesca?

La conclusione a cui si arriva è che oggi non si sa più cosa sia uno scisma. I vescovi promuovono processi scismatici ma non li ufficializzano, il papa dice nelle sue interviste di non temere uno scisma e accusa di cripto-scismaticità i cattolici da lui detti “rigidi”, assorbe uno scisma come quello della chiesa ufficiale cinese, è evasivo e reticente sui temi a rischio-scisma in Germania. Si sta perfino profilando la possibilità che vengano accusati di essere scismatici quanti firmano appelli al papa perché impedisca uno scisma.

Nella confusione una cosa però appare certa. Dopo il 10 maggio non succederà niente. I vescovi, dopo aver promosso apertamente quelle stesse idee, diranno però che si è trattato di una iniziativa dal basso non ufficiale. Il papa non interverrà perché ci ha già pensato la Congregazione. Il percorso sinodale continuerà negli equivoci voluti e nel frattempo si implementeranno prassi scismatiche di fatto che il documento finale del sinodo non confermerà ma nemmeno condannerà. La Chiesa tedesca non sarà più la stessa, ma nessuno lo avrà ufficialmente detto. Poi la cosa si allargherà. Si moltiplicheranno i sinodi nazionali – tra cui, purtroppo, quello italiano – e lì avverrà lo stesso: fare senza dire. La dottrina sarà messa da parte ma non si troverà mai chi l’ha messa da parte. Il delitto, come in certi film polizieschi, rimarrà irrisolto.









giovedì 6 maggio 2021

E’ di moda la “Teologia del dubbio”, ma è un grosso errore e non ha nulla di cattolico!







di Corrado Gnerre, 04/05/2021

Negli ultimi tempi spesso si parla del dubbio nell’ambito della fede.

S’insiste sulla sua positività e non solo sulla sua inevitabilità.

Ci spieghiamo.

Che il dubbio sia in un certo qual modo inevitabile è un fatto. Un fatto legato a tutta una serie di condizioni, fra cui principalmente quella post-peccatum dell’uomo. Ma ciò non significa che il dubbio possa assurgere a valore. Certo, esso può essere permesso da Dio per “provarci”, ma non può essere un bene in sé.

La fede infatti di per sé non ha bisogno del dubbio. Meglio: bisogna distinguere due tipi di dubbio.

C’è il dubbio che riguarda l’esistenza di Dio e questo è impossibile, perché la ragione infallibilmente coglie l’esistenza del Creatore. C’è però anche il dubbio di credere che Dio non stia dicendo il vero, questo è sì possibile, ma non è mai legittimo, né tanto meno ragionevole perché se Dio è Dio, Dio non può ingannare.

E’ questo il dubbio che fece peccare i nostri progenitori.

Quando si dice che il peccato originale fu un peccato di fede, non si sbaglia. Ma quale fede? La fede nell’esistenza di Dio? No, perché Adamo ed Eva avevano la familiarità con Dio. Piuttosto la fede di credere che ciò che Dio aveva detto loro fosse vero. E infatti essi preferirono seguire il serpente piuttosto che Dio, perché seguire il serpente era più comodo e allettante.

Insomma, bisogna stare molto attenti. Oggi si tende a sminuire l’evidenza della Fede, in una prospettiva di sentimentalizzazione e di emozionalizzazione. E invece la fede cattolica è assenso dell’intelletto alle verità rivelate. L’intelligenza è sempre chiamata in causa; per dimostrare laddove può dimostrare, per fondare la credibilità laddove si deve operare in tal senso.

Ma torniamo all’esistenza di Dio.

Il Concilio Vaticano I afferma in maniera chiara che l’esistenza di Dio è una verità di ragione. Nella costituzione dogmatica Dei Filius è esplicitamente scritto: “(…) la Santa Madre Chiesa tiene e insegna che Dio, principio di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza col lume naturale della ragione umana attraverso le cose create.” Ribadisce il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione Dei Verbum: “Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza col lume naturale dell’umana ragione dalle cose create.” Importante è anche ciò che dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n.31: “Creato ad immagine di Dio, chiamato a conoscere e ad amare Dio, l’uomo che cerca Dio scopre alcune ‘vie’ per arrivare alla conoscenza di Dio. Vengono anche chiamate ‘prove dell’esistenza di dio’, non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di ‘argomenti convergenti e convincenti’ che permettono di raggiungere vere certezze.” E ancora al n.286: “Indubbiamente, l’intelligenza umana può già trovare una risposta al problema delle origini. Infatti è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana.”

Altro che “Teologia del Dubbio”!

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri






mercoledì 5 maggio 2021

IL PROGRESSISMO COME ULTIMA IDEOLOGIA E IL SUO SENSO DI SUPERIORITÀ




Pubblichiamo il testo scritto e rimandiamo al video relativo confezionato molto bene dalla Associazione Società Domani di Palermo.



VEDI IL VIDEO DI SOCIETÀ DOMANI: CLICCA QUI




 Società Domani – Palermo
3 maggio 2021
TESTO DEL VIDEO

Siamo tutti figli del ’68, figli, nipoti o pronipoti. Il ’68 è un evento che segna un prima e un dopo, in esso tutte le ideologie del ‘900 si sono aggrovigliate, si sono incontrate, scontrate anche violentemente e, infine sono scomparse, lasciando in piedi quella che oggi potremmo chiamare “l’ultima ideologia”, il progressismo.

È un modo di pensare, un orientamento culturale, una sorta di modo di vivere e di concepire il mondo, il cielo e la terra, Dio e gli inferi. Dal 1989 questa ideologia, l’ultima ideologia, ha giocato un ruolo predominante, pervasivo, fino a diventare culturalmente egemone ed anche politicamente egemone, fino a volersi imporre, anche con mezzi coercitivi, giuridici.

Progresso significa letteralmente muoversi in direzione di qualche cosa, ma per il progressismo il progresso non ha una meta; il progresso è un movimento. Il progressista avversa l’idea di bene e di male, perché ha l’idea di ciò che è utile o ciò che è inutile; non ha l’idea di bello o di brutto perché ha l’idea di ciò che piace. Ha solo un cammino. Giorgio Gaber cantava: “C’è solo la strada su cui puoi contare; la strada è l’unica salvezza”, è il canto del progressismo. Il movimento è tutto, la meta è nulla come diceva Eduard Bernstein. Il progressismo è un progresso indefinito, la sua parola magica è “cambiamento”. Se il ’68 ha avuto come sua parola magica “ribellarsi” o “ribellione” – Mao nel Libretto Rosso scrive “ribellarsi è giusto” -, il progressismo dice: “cambiare è giusto”. Lamarck, uno scienziato del secolo XVIII–XIX, escogitò l’idea che le giraffe avevano il collo lungo perché erano in qualche modo progredite, quindi il loro progresso era frutto del desiderio, in un certo senso era frutto, quindi, della loro volontà di prendere le foglie sempre più in alto. La lotta per affermare una volontà fece scaturire nel tempo la realizzazione di un desiderio. Il progressismo è lotta di un desiderio di generare una realtà, anche contro l’oggettività. Il vero, il buono e il bello è ciò che escogiti e desideri, non ciò che ricevi da una natura che viene negata, perché la natura non esiste. Il progressista è arrivato a produrre leggi che puniscono chi vorrebbe rivendicare la natura, l’oggettività, la realtà, che ci sia maschio e femmina, che ci sia un vero e un falso. Il bene è il frutto del desiderio e della volontà, nulla è ricevuto, tutto è frutto di escogitazione, fuorilegge chi pensa che esiste un vero, un buono, un bello oggettivi. Le giraffe progressiste mangiano le foglie sempre più in alto, gli altri animali si accontentano di mangiare quelle sul prato, e da qui nasce il complesso di superiorità dei progressisti che pensano di essere coloro, unici, capaci di apprezzare ciò che è più buono, più desiderabile.

L’anima del progressismo è un movimento, il cambiamento, verso dove? Non c’è un dove andare, ma c’è un movimento per arrivarci. Avete ancora un vero da affermare? Un bello da contemplare? Un buono da desiderare? Da realizzare? Ebbene, la volontà di “cambiamento” per dare a ciascuno secondo i propri desideri è già in atto, ed è il progetto del potere oggi egemone.

È questa l’anima dell’ultima ideologia, il progressismo, l’anima di un potere che tutti ci vuole ricomprendere, in “un mondo che cambia”.

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martedì 4 maggio 2021

La Nota della CEI sul ddl Zan: alcune osservazioni di Stefano Fontana.







4 maggio 2021

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato una Nota a proposito del disegno di legge Zan in discussione alla Commissione della Camera dei deputati [vedi qui] . Al testo si possono e si devono purtroppo muovere varie osservazioni critiche. Dopo l’intervento del 2007 sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, l’insegnamento dei vescovi italiani su simili questioni ha purtroppo lasciato molto a desiderare, e ciò, paradossalmente, mentre i pericoli legislativi per la famiglia naturale sono di gran lunga aumentati.

La Nota della CEI prima di tutto è carente nel linguaggio adoperato. I vescovi, per esempio, parlano di “riconoscimento dell’originalità di ogni essere umano e del primato della sua coscienza”. Questa frase può essere benissimo intesa anche come conferma della scelta intenzionale soggettiva che sta alla base della ideologia del genere ed omosessualista. L’ “originalità di ogni essere umano” può venire concepita non come un progetto finalistico radicato nella natura umana, ma come la libera scelta di plasmarsi a piacere, senza tenere conto o in dispregio della propria natura oggettiva e finalisticamente orientata.

A proposito dell’espressione “primato della coscienza”, è d’obbligo osservare che il primato della coscienza può essere interpretato nel senso della sua originarietà, ossia del suo venire “prima” di ogni altra acquisizione di verità, e quindi di essere essa stessa fonte di verità. In questo modo, però, viene stravolta la concezione della coscienza propria della filosofia e della teologia classica e cristiana e, naturalmente, anche degli insegnamenti della Chiesa specialmente in materia morale. I casi di ambiguità di linguaggio sono anche altri, nel pur breve testo della Nota.

La valutazione del disegno di legge Zan è approssimativa. Si parla di “dubbi” su di esso ma non si dice quali siano, non si espongono con chiarezza i principi etici sia di ordine naturale che divino, che il disegno di legge contraddice, non si indicano soglie non oltrepassabili dalla coscienza personale, si invita al dialogo quando ormai la legge sta per essere approvata, si auspica che in questo dialogo anche i cattolici possano dire la loro ma senza indicare dei punti fermi validi per tutti loro, sicché i cattolici dicono mille cose diverse.

Una delle osservazioni critiche più sostanziali alla Nota riguarda però un altro aspetto collegato con la dottrina delle “leggi imperfette”. Questa dottrina va oggi per la maggiore in teologia morale. Per fare solo un esempio, Pier Davide Guenzi chiede di “Riaprire la questione delle leggi imperfette” nel fascicolo 3/2020 della rivista “Teologia” della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. Questa dottrina afferma, in sintesi, che non esistono leggi assolutamente ingiuste, tutte le leggi hanno una giustizia approssimativa, nel senso che si approssimano alla giustizia senza mai incarnarla pienamente ma anche senza mai negarla pienamente. Questa tesi è stata esaminata e confutata da Tommaso Scandroglio alle pagine 141-147 del suo libro Legge ingiusta e male minore. Il voto ad un legge ingiusta al fine di limitare i danni [vedi qui ]. Essa comporta la negazione di due principi fondamentali in filosofia e teologia morale. Il primo è quello dell’esistenza di azioni umane sempre ingiuste, o ingiuste per essenza (intrinsece mala), azioni che configurano la legge che le giustifichi legalmente come essenzialmente ingiusta essa stessa. Una legge che ammette l’aborto, oppure il riconoscimento giuridico di una coppia omosessuale o l’insegnamento obbligatorio dell’ideologia gender a scuola è, in questo senso, ingiusta per essenza e quindi non emendabile, non migliorabile nel dialogo e nella trattativa, se non a condizioni molto strette ed esigenti. Il secondo principio è quello cosiddetto del male minore, che consiste nel ridurre gli effetti malvagi di una legge: per poter fare questo, bisogna intendere la legge non come ingiusta ma come imperfetta.

La Nota della CEI invita a migliorare il testo del ddl Zan tramite il dialogo anche con l’intervento nella discussione dei cattolici, quando invece la legge Zan è ingiusta non solo perché limita la libertà di espressione [critica, questa, pertinente ma non fondamentale] ma soprattutto perché assume come vero e buono ciò che vero e buono non è, ossia la relazione omosessuale come valore sociale avente pubblica dignità.

La Nota attesta così l’adesione dei vescovi italiani ad un principio di teologia morale oggi molto dibattuto e che contraddice nella sostanza quanto insegnato dalla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Accettando la dottrina delle leggi imperfette e negando implicitamente quella degli intrinsece mala, la Nota aderisce ad una posizione teologica più ampia della stessa teologia morale e che consiste nel considerare il mondo, la vita, l’esperienza sempre come qualcosa di positivo anche se limitato, come qualcosa di più o meno lontano da un ideale, ma comunque mai fuori di quell’ideale. Questa visione delle cose, che trova la sua sistemazione più completa nella teologia rahneriana [cfr. Stefano Fontana, La nuova chiesa di Karl Rahner, Fede & Cultura, Verona 2016) e che ha determinato le novità della teologia morale di oggi, rifiuta quindi il concetto di legge come norma a carattere imperativo – rifiuta, per dirla in parole più povere, che l’etica naturale e Cristo pongano dei doveri senza se e senza ma – e la intende come viatico verso un ideale mai raggiungibile, rispetto al quale ci può essere chi è più avanti nel percorso e chi è più indietro, ma nessuno fuori. Per questo le leggi possono essere solo imperfette, ma mai assolutamente ingiuste.

Ecco perché i Vescovi ormai non dichiarano più che una legge del Parlamento è radicalmente ingiusta e quindi da rifiutare, da abrogare se è già stata approvata o da combattere se ancora non lo è, ma si limitato ad invitare al dialogo per migliorarla. Se la si può migliorare, vuol dire che è imperfetta ma non ingiusta.

Stefano Fontana










lunedì 3 maggio 2021

Il sangue di san Gennaro non si è sciolto per la seconda volta di fila








2 Maggio 2021 | Attualità

Ieri, sabato precedente la prima domenica di Maggi, la Chiesa Napoletana festeggiava la Traslazione delle Reliquie del suo patrono san Gennaro. È questa una delle tre occasioni in cui solitamente avviene il miracolo della liquefazione del sangue. Le altre sono il 19 settembre, memoria del martirio del vescovo, e il 16 dicembre, festa del suo Patrocinio.
Questa triplice liquefazione significa che «Dio vuol mostrare al suo popolo di Napoli, che il sangue del loro gran Patrono – “æterno flori” come là lo chiamano nell’antica iscrizione sepolcrale – è sempre rubicondo e vivo al cospetto del Signore perché nell’eternità e in Dio non esiste passato, ma tutto è presente e in vita a lui dinnanzi. Il martirio del glorioso Vescovo protegge continuamente la bella e cara città di Partenope, così ricca in genio dei suoi figli, come i fiori magnifici di santità» [Card. A. I. Schuster, Liber Sacramentorum, Torino-Roma, 1932, vol. VIII, p. 262].
Però il sangue ieri non si è sciolto! Come pure non si era sciolto ed è rimasto solido lo scorso 16 dicembre.
Certamente si deve rilevare che questa non liquefazione attesta, in faccia agli increduli e ai razionalisti da operetta, della miracolosità dell’evento. Il sangue ribolle veramente: è Dio che concede questo miracolo, non è l’oscurantismo religioso a produrlo artificiosamente. Dio che, come concede questo beneficio e privilegio, così allo stesso modo, per ragioni imperscrutabili, può interromperlo.
Il fatto però desta evidentemente perplessità, se non addirittura qualche ansietà.
Certamente, ci dicono fonti del posto, se san Gennaro non ha fatto il miracolo vuol dare un monito alle autorità civili ed ecclesiastiche. Bisogna quindi pregare il Santo per esser fatti degni di ricevere ancora il beneficio del miracolo e perché accordi sempre la sua protezione e tutte le grazie, soprattutto quella di essere degni della sua impetrazione presso il trono di Dio.







Fonte immagine: ilriformista.it








domenica 2 maggio 2021

1861-2021, Storia di ieri, Storia di oggi. Il Risorgimento che non c’è nei libri di storia. Di Paolo Piro





Paolo Piro, 30 aprile 2021
By adminNOTIZIE DSC

2021, lo Stato unitario italiano compie 160 anni, ma la nazione italiana ne ha molti di più. Nota Fedor Dostoevskij: “per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta … un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale… che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale …”. .

Dobbiamo convenirne, Dostoevskij ha colto nel segno, sia sulla vocazione universale dell’Italia sia sulle debolezze genetiche dello Stato unitario. Il libro di Giovanni Fasanella e Antonella Grillo, “1861: La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia – L’Italia di ieri che racconta l’Italia di oggi”, per i tipi della Sperling e Kupfer, lo illustra in modo sintetico, argomentato e documentato. Il testo, nei suoi primi quattro capitoli, proietta gli eventi unitari italiani nella loro reale dimensione geopolitica dell’epoca. Gli altri cinque capitoli, attraverso la narrazione di episodi giudiziari e militari ben individuati, creano la cornice in cui collocare le radici dei vizi che lo Stato unitario sembra coltivare tutt’oggi: la corruzione spirituale e materiale di certa élite alla guida del Paese e l’indulgenza, quando non la connivenza, dei mezzi d’informazione con i dominanti del momento. Si potrebbe aggiungere la tendenza della classe politica italiana a confidare eccessivamente nello straniero, fino a sposarne gli interessi invece di coltivare quelli nazionali.

La storia unitaria italiana è una vicenda elitaria, poco sentita dai popoli delle regioni meridionali. Il Sud era la parte più ricca della penisola. Sarà il Sud a pagare il prezzo più elevato in termini di sangue, di vittime e di impoverimento economico. Il Piemonte si comporterà come potenza coloniale con le tipiche violenze ed efferatezze predatorie del caso. Il Regno delle due Sicilie era il più florido d’Italia ed esprimeva la seconda potenza marinara militare e mercantile d’Europa, dopo quella inglese. La vicinanza con Suez, l’importanza strategica della Sicilia, il ruolo dei “fratelli” massoni, gli “investimenti” inglesi per finanziare i Mille di Garibaldi e corrompere la classe dirigente Borbonica, soprattutto i vertici militari, la politica isolazionista condotta da Re Francesco II di Borbone, l’avversione verso la Chiesa Cattolica Romana, furono il brodo di cultura della vicenda unitaria.

Si può affermare che la nascita dello Stato unitario fu un concepimento “di madre piemontese e di padre inglese”, caratterizzato da una forte tensione contro la Chiesa di Roma. Tutto questo è trattato da Fasanella e Grillo non in termini complottistici, ma con abbondanza di nomi e cognomi, connivenze e circostanze, atti giudiziari con nomi di società, con una vasta documentazione e un ragguardevole apparato critico.

L’ambigua figura del conte di Cavour, artefice dello sforzo unitario, è tratteggiata con rara efficacia. È messa a nudo la potenza relazionale del Conte, l’accortezza di “grande vecchio”, manovratore di infinite trame. Un’attitudine che rimane iscritta nei geni della politica italiana, che fino ai mostri giorni è ricca di trame e misteri insoluti. “La corruzione dei quadri militari e notabili locali, il traffico d’armi, l’omicidio, la malavita locale per provocare la destabilizzazione interna dello Stato borbonico” furono gli strumenti utilizzati per preparare l’invasione del sud Italia, strumenti che segnarono il futuro del meridione, non è un caso che valenti italianisti di Oxford abbiano dedicato studi ed approfondimenti per mostrare la stretta connessione tra la nascita di “Cosa Nostra” [Cfr. John Dickie, Cosa Nostra. Storia della Mafia Siciliana, Laterza, Roma-Bari 2007]. siciliana, e gli eventi unitari. In questa storia l’Inghilterra mirava ad una governatorato sulla Sicilia, il Piemonte a rimpinguare le esauste casse svuotate da infinite “guerre di indipendenza” contro l’Austria-Ungheria, tutti miravano a mettere le mani sullo Stato Pontificio, anche con l’installazione della chiesa anglicana nel sud d’Italia.

È difficile e politicamente scorretto narrare il dolore e le sofferenze che i bersaglieri inflissero alle popolazioni meridionali, li chiamarono briganti ma erano soldati e patrioti. “L’anarchia, la corruzione, la prepotenza iniziarono a governare Napoli. La città annegò nel contrabbando nelle riffe clandestine, nelle piccole lotte di potere”, mentre in Sicilia il potere dei “picciotti” e dei “manutengoli” della mafia, fece strada come preludio all’ampio sviluppo che avrebbe avuto la mafia fino ai giorni nostri.

Lo Stato unitario nacque nella violenza, nell’inganno, nella sopraffazione, nelle trame delle logge e nel tradimento di chi si illuse di avere garantita una “pensione” o, come alcune fasce popolari siciliane, “la terra”. Molti tradirono, tutti mentirono, a pagamento, persino personaggi illustri, “Alexandre Dumas, che aveva raggiunto il Generale [Garibaldi] a Palermo e da quel momento ne aveva seguito la spedizione, pubblicandone in seguito entusiastici resoconti sul giornale L’Indipendente… fu ripagato con mezzo milione di ducati d’argento” fra i suoi collaboratori garibaldini Eugenio Torelli Viollier, che avrebbe fondato il Corriere della Sera.

Il 17 marzo 1861, nasceva ufficialmente il Regno d’Italia, giorni prima un piroscafo, l’Ercole, era affondato, senza lasciare tracce, al largo di Capri. Era partito da Palermo con un carico prezioso, i documenti di “rendicontazione finale su ben 5 milioni di ducati confiscati al Banco di Sicilia”, conti redatti da Ippolito Nievo, che colò a picco con il natante, “le elargizioni imbarazzanti erano tante, troppe, dalle spese per i rifornimenti di armi a quelle per corrompere generali e ammiragli borbonici… a quelle per pagare spie e informatori”, insomma l’Italia unita inaugurava il primo, di una lunga serie, di misteri insoluti dello Stato unitario.

Una delle pistole fumanti del misfatto giaceva in fondo al mare, il conte di Cavour poteva dormire sogni tranquilli, anche perché da li a poco, il 6 giugno 1861, sarebbe passato a “miglior” vita. Il difetto genetico dello Stato unitario sta “nell’aver trattato il Sud come una terra di conquista, di avere riempito con le baionette dei militari il vuoto e l’inadeguatezza della classe politica post unitaria”, vuoto e inadeguatezza che sembra perpetuarsi e confermarsi fino ai giorni nostri.

Paolo Piro



fonte 

sabato 1 maggio 2021

Vaticano nella mani dell'industria della contraccezione. Conferenza dal 6 all'8 maggio








La Quinta Conferenza Internazionale Vaticana che si svolgerà dal 6 all'8 maggio sul tema della salute ha già fatto scandalo sia per i relatori invitati (molti legati al business dei vaccini anti-Covid) che per l'immagine che la pubblicizza, un vero e proprio manifesto dell'ateismo pratico. Ma c'è un aspetto ancora più inquietante: principale finanziatore della Conferenza è la Fondazione John Templeton, impegnata nella diffusione della contraccezione e specializzata nel coinvolgimento delle organizzazioni religiose nelle campagne di controllo delle nascite. E la Pfizer, presente alla Conferenza, è anche la produttrice di contraccettivi iniettabili con effetti a lungo termine, che tanti disastri hanno provocato nel Terzo Mondo. Eppure un Motu Proprio di Benedetto XVI proibiva queste commistioni.




VITA E BIOETICA
Riccardo Cascioli, 01-05-2021

Ha già creato un notevole scandalo la Quinta Conferenza Internazionale Vaticana che si svolgerà dal 6 all’8 maggio sul tema “Exploring the Mind, Body & Soul – Unite to Prevent & Unite to Cure”. Anzitutto per la presenza di alcuni relatori, tra il bizzarro e l’imbarazzante: della prima categoria fanno parte Chelsea Clinton, figlia dell’ex coppia presidenziale americana, l’ex modella Cindy Crawford, cantanti rock come Joe Perry del gruppo Aerosmith; alla seconda appartengono il guru New Age Deepak Chopra; la conservazionista Dame Jane Goodall, fanatica sostenitrice del controllo delle nascite e della riduzione della popolazione (a Davos un anno fa disse che la popolazione mondiale andrebbe ridotta ai livelli di 500 anni fa, vale a dire tra i 420 e i 560 milioni); e soprattutto i massimi sostenitori della vaccinazione di massa, dall’immunologo Anthony Fauci ai massimi dirigenti di Pfizer e Moderna, Albert Bourla e Stéphane Bancel, passando per il direttore di Google Health, David Feinberg.

Cosa ci fanno in Vaticano (anche se virtualmente visti i limiti posti dal Covid), tutti questi personaggi a parlare di salute, ospiti del Pontificio Consiglio per la Cultura, guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi? Domanda che si fa ancora più urgente visto che queste Conferenze internazionali erano nate nel 2011 per promuovere la ricerca sulle cellule staminali adulte, una risposta alla tendenza del mondo industriale e scientifico a concentrarsi invece sulle cellule embrionali. Soprattutto è inevitabile mettere insieme l’entusiasmo vaticano per le vaccinazioni (inclusa la promozione dell’indottrinamento vaccinale in chiesa, come abbiamo rivelato ieri) e la presenza delle due case farmaceutiche che si stanno spartendo la fetta più grossa della torta dei guadagni sui vaccini. Come minimo una coincidenza inopportuna.

Anche peggiore l’impressione suscitata dal manifesto che pubblicizza la Conferenza: una trovata degna di Oliviero Toscani con il richiamo al particolare della Creazione di Adamo, di Michelangelo, in cui le due mani che si sfiorano (le braccia sono una di colore e una bianca per essere politicamente corretti) sono coperte dai guanti in lattice. Qualunque sia stata l’intenzione di chi l’ha ideata e di chi l’ha approvata si tratta oggettivamente di una manifestazione di ateismo pratico. Anche Dio deve proteggersi dal virus, con ciò che la scienza ha deciso sia necessario. È la dimostrazione più evidente di quanto da tempo andiamo dicendo, ovvero che per tanti pastori della Chiesa la salute ha preso il posto della salvezza come principale preoccupazione. E il vaccino, ovviamente, è la vera salvezza.

Basterebbe questo e anche avanzerebbe per essere inorriditi da questa deriva della istituzione ecclesiastica.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più sconvolgente anche se meno evidente. E lo si scopre cercando di rispondere a una semplice domanda che sorge spontanea osservando la grandiosità della Conferenza: chi paga? L’organizzatore vaticano della Conferenza, monsignor Tomasz Trafny, ci ha tenuto a far sapere che il tutto è a costo zero per la Santa Sede: a pagare sono infatti una serie di organizzazioni, fondazioni e industrie legate al tema della promozione della salute e della ricerca medica. Anche Moderna risulta nella lista degli sponsor, cosa che si commenta da sola. Ma il vero sponsor chiave, quello senza il quale la conferenza non sarebbe stata possibile a questo livello, è la Fondazione John Templeton, una delle 25 più grandi fondazioni degli Stati Uniti.

E cosa fa la Fondazione John Templeton? Perché è tanto interessata alla Chiesa? Perché è fortemente impegnata in programmi di pianificazione familiare (leggi controllo delle nascite) nei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso il coinvolgimento delle cosiddette “Faith-based Organizations”, cioè le organizzazioni caritative di matrice religiosa. Sebbene per salvare la forma e per non urtare troppo le sensibilità - visto il coinvolgimento di organizzazioni islamiche, cattoliche, protestanti ed ebraiche - il linguaggio con cui si presentano i vari progetti è sfumato, la realtà è che la Fondazione John Templeton è uno dei principali protagonisti della diffusione di contraccettivi nel mondo. Sull’elenco dei beneficiari dei vari progetti della Fondazione si trovano anche alcune Caritas nazionali africane: sebbene dalla presentazione dei progetti non sia chiaro a che livello partecipino le organizzazioni cattoliche, è comunque evidente che la concezione di pianificazione volontaria promossa dalla Fondazione John Templeton e altre similari legate alle Nazioni Unite, differisce notevolmente dal concetto di paternità e maternità responsabile che insegna la Chiesa.

La John Templeton fa anche parte della Reproductive Health Supplies Coalition, una coalizione di fondazioni, organizzazioni, industrie farmaceutiche, governi, impegnati in collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) nella diffusione di tutti i moderni contraccettivi. È una coalizione che muove circa 3 miliardi di dollari l’anno in contraccettivi. Ovviamente non è di alcuna sorpresa trovare nell’elenco dei partner di questa coalizione anche la Fondazione Bill e Melinda Gates – sicuramente la più generosa al mondo nel finanziare la cultura e la pratica della contraccezione - e International Planned Parenthood Federation (IPPF), la più grande multinazionale dell’aborto e della contraccezione.

Il fatto che la specializzazione della Fondazione John Templeton sia proprio l’arruolamento delle religioni nell’opera di diffusione della contraccezione rende anche chiaro il perché finanzi generosamente la Conferenza in Vaticano sulla salute. E, come ammette candidamente monsignor Trafny, chi paga sceglie anche i relatori.

E se il tema diventa la contraccezione, allora non può sfuggire il fatto che l’industria farmaceutica Pfizer non è solo la produttrice del vaccino anti-Covid più diffuso (reso obbligatorio in Vaticano), ma è anche la “regina” dei contraccettivi iniettabili a lungo termine, ovvero iniezioni che impediscono l’ovulazione per 13 settimane, ma con effetti collaterali che si sono dimostrati disastrosi per le donne del Terzo Mondo, con alti tassi di mortalità: si tratta del famigerato (nei paesi poveri) Depo Provera, protagonista fin dagli anni ’70 dei programmi selvaggi di controllo delle nascite in Africa, Asia e America Latina (cfr anche Riccardo Cascioli, Il complotto demografico, Piemme 1996), a cui si è aggiunto nel 2015 Sayana Press. Sostanza, procedimento, efficacia ed effetti collaterali sono in tutto e per tutto analoghi al Depo Provera, l’unica differenza è che quest’ultimo si inocula attraverso un’iniezione intra-muscolare, mentre Sayana Press con una iniezione sottocutanea che quindi può essere facilmente auto-iniettata.

Ci sono dunque relazioni molto pericolose allacciate dalla Santa Sede, che rendono più facilmente comprensibile il motivo di alcune uscite di prelati che aprono alla contraccezione nei Paesi in via di sviluppo. Una palese contraddizione con il Magistero della Chiesa, e un grave pericolo per la libertà della Chiesa, un problema di cui i precedenti pontefici erano ben consapevoli. Tanto che nel novembre 2012 papa Benedetto XVI firmò un Motu Proprio in cui si chiariva ciò che anche il buon senso dovrebbe suggerire, ovvero che le organizzazioni caritative cattoliche non possono essere finanziate per le loro attività da «enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa». Il documento, un testo legislativo, si chiama Intima Ecclesiae Natura e nasceva dalla preoccupazione che tutte le opere caritative nate all’interno della Chiesa – Caritas in testa – fossero a servizio della evangelizzazione e non creassero quindi confusione tra i fedeli riguardo a ciò che la Chiesa insegna, malversando anche le donazioni dei fedeli stessi (cosa che evidentemente avveniva). Ispiratore di quel documento era il Pontificio Consiglio Cor Unum (ora diluito nel Dicastero per lo sviluppo umano integrale) guidato allora dal cardinale Robert Sarah, ed era rivolto soprattutto ai vescovi diocesani a cui spetta il controllo delle organizzazioni caritative nel proprio territorio.

A distanza di appena otto anni si scopre però che è addirittura la Santa Sede a violare quanto da lei stessa stabilito, legandosi mani e piedi all’industria della contraccezione.