mercoledì 21 ottobre 2026

La vita familiare oggi




Nella traduzione di Messa in Latino, l’articolo di mons. Erik Varden O.C.S.O., Vescovo Prelato di Trondheim, Amministratore apostolico della Prelatura Territoriale di Tromsø e Presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, pubblicato sul sito Coram Fratribus il 15 ottobre, in cui riporta le sue bellissime riflessioni su cinque temi: le famiglie oggi, i giovani e la scoperta del matrimonio, i primi anni di vita coniugale, le famiglie in situazioni complesse e le famiglie come agenti della missione.



Mons. Varden: Laetitiae Amor. Bellissime riflessioni a margine della conferenza su Amoris laetitia


Laetitiae Amor

In occasione della festa di San Giuseppe di quest’anno, Papa Leone XIV ha annunciato la sua intenzione di convocare a Roma tutti i Presidenti delle Conferenze episcopali del mondo per discutere dell’impatto dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia a dieci anni dalla sua promulgazione (QUI e QUI).

Il Santo Padre ci ha chiesto di riflettere su come poter annunciare in modo più efficace il Vangelo alle famiglie.

L’incontro, durato una settimana, si è concluso ieri. Un resoconto sarà pubblicato quando il Santo Padre si sarà ripreso dalla malattia — una guarigione che preghiamo sia rapida e completa – ma Papa Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di condividere senza indugio la loro esperienza dell’incontro con le rispettive Conferenze episcopali e Diocesi (QUI e QUI).

L’incontro si è svolto secondo un programma articolato attorno a cinque temi principali (QUI). Ciascuno di essi ha fornito spunti per un’intera giornata di scambi. Di seguito riporto le mie riflessioni personali su questi temi.

Queste riflessioni non rappresentano l’assemblea, la cui ricchezza di lavoro tutti potranno scoprire a tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una singola voce, una seconda viola, a questa grande orchestra ben composta.

* * *


Le famiglie oggi

La vita familiare oggi è sottoposta a pressioni per una serie di ragioni – sociologiche, finanziarie e culturali. Ne siamo profondamente consapevoli. Tutte meritano di essere prese in considerazione.

La pressione più persistente, tuttavia, è più profonda. In un tempo straordinariamente breve, abbiamo perso il nostro senso collettivo di umanità. Se non all’interno di gruppi di interesse, è difficile, ormai, trovare parole condivise per descrivere cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo su cosa definisca una donna, un uomo, un bambino.

I transumanisti tecnologici prospettano un futuro in cui l’uomo rischia di essere lasciato indietro dal «progresso» fintanto che la sua natura non sarà «potenziata». Avendo abbandonato ogni idea di redenzione, riponiamo ora la nostra speranza nei miglioramenti tecnologici. Diamo per scontato che i parametri di oggi non valgano più domani. Di conseguenza, l’idea di un impegno permanente di qualsiasi tipo sembra assurda.

In politica e nel commercio, le alleanze e i patti cedono il passo agli «accordi». Lo stesso vale per le relazioni umane, sempre più viste come transazioni pragmatiche: resto con qualcosa, o qualcuno, fintanto che ne traggo beneficio o piacere. Poi vado avanti.

In un contesto del genere, la famiglia, in quanto unità fondamentale della società umana, non può che disgregarsi. Non sembra più assiomatico che le famiglie debbano essere unità stabili costruite sul legame per tutta la vita tra una donna e un uomo nella speranza di generare figli.

Una donna e un uomo possono ancora unirsi – dopotutto, è un mondo libero; ma tale unione non è vista come categoricamente distinta da quella tra due donne o due uomini, o tra due individui che si considerano di genere fluido. Anzi, perché limitare l’unità a due individui? Si stanno diffondendo le richieste di riconoscimento legale del poliamore.


Ci troviamo in uno stato di eclissi metafisica

La fede in Dio come Creatore benevolo è stata in gran parte perduta. Non crediamo più di essere stati voluti nell’esistenza. Come possiamo allora mantenere la consapevolezza che la nostra vita è un dono che a nostra volta possiamo offrire, e persino consacrare, a un altro? La nostra è un’epoca di profanazione scaturita dalla disperazione letterale, dall’esclusione della possibilità stessa di «speranza».

Vedo questi sviluppi nel mio ambiente sociale, nella mia corrispondenza e nelle mie conversazioni, nel confessionale.

Rilevo però anche una tendenza opposta. Incontro molte persone, giovani e non, stanche dell’effimero. Si rifiutano di rinunciare alla «speranza». Osano pensare che possa esistere una «verità» su cui costruire la propria vita.

Coltivando e sostenendo queste persone, aiutandole a prosperare, potremo dare vita a un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molte persone non lo sono. Su questo punto i sociologi sono d’accordo. La vista di una famiglia che prospera farà sì che anche gli altri desiderino prosperare.


Prosperare non equivale a essere continuamente in delirio di felicità

La vita umana è dura, in qualunque forma si manifesti. Trovo che la maggior parte delle persone sia lucida su questo punto. Di conseguenza, possono stancarsi un po’ di un vocabolario ben intenzionato ma ripetitivo fatto di «accompagnamento», di «essere in cammino», di «essere ascoltati». Desiderano naturalmente essere accolti con attenzione e rispetto, ma ciò che vogliono è una guida, l’indicazione di una meta, che venga loro insegnato come vivere bene.

Dio si è fatto uomo proprio per questo: per mostrarci qual è il senso della vita e dove essa conduce, per insegnarci, attraverso consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda. Quando Cristo incontrò la donna samaritana al pozzo, non le disse: «Ora, sediamoci e raccontami tutto». Le disse «tutto ciò che [lei] ha fatto» (cfr. Gv 4,29).

È questo che le ha permesso di iniziare una nuova vita.

Dobbiamo lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci indichi le nostre deviazioni, ci faccia prendere coscienza delle nostre colpe, ci guidi verso il fine per cui siamo stati creati.

Cristo è il nostro Salvatore, ma non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui rimarremo amorevolmente obbedienti a Lui. Potremmo persino avere la possibilità di infondere nuovamente speranza nella società.


I giovani e la scoperta del matrimonio


Uno studio pubblicato dall’American College of Paediatricians un paio di anni fa riportava che il 54 per cento degli adolescenti aveva visto materiale pornografico entro i tredici anni, il 15 per cento prima degli undici (QUI). Da allora quelle cifre sono sicuramente aumentate. L’uso della pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, uomini e donne, in tutto il mondo. Ha un impatto enorme sul modo in cui i giovani interagiscono a livello affettivo.

Quando si è stati perseguitati fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è oggetto di consumo, in cui l’oggetto del proprio desiderio è costantemente sostituibile (ma sempre fisicamente perfetto), da cui è assente il romanticismo e dove non esistono regole, entrare in una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, fallibile e bisognoso, la cui alterità non può essere astratta, rappresenta un passo enorme, forse insuperabile.

L’universo pornografico è trasgressivo. Suggerisce dei confini solo per indurre i consumatori a superarli, insinuando prospettive di potere proteiforme. Il paradigma classico del «ragazzo incontra ragazza» è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non molto tempo fa era legato alle nozioni di «orientamento» sessuale, è ora un’opzione a disposizione di tutti, integrata nell’intrattenimento mainstream. Le tendenze alla fluidità di genere manifestano fantasie concepite, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato dell’eros sfrenato, dove il desiderio momentaneo è intronizzato come dio, dove la realtà oggettiva cede il passo alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e provoca.

Deploriamo le lusinghe del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amichevole ai giovani, uomini e donne, intrappolati in forme avvincenti di irrealtà, tirarli fuori dal pantano e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è. Per farlo, dobbiamo essere in grado di dimostrare che questo mondo reale è migliore e, di fatto, più interessante, capace di rendere felici.

Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (QUI). Allora sono stato deriso da alcune persone, soprattutto uomini europei anziani, che mi hanno assicurato che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.

Sono rimasto colpito, però, nel ritrovarmi, in un paese dopo l’altro, a parlare davanti a grandi folle composte in gran parte da giovani desiderosi di sapere in cosa consista questa virtù quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante. Lungi dall’essere sedotti da surrogati iper-erotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Sono alla ricerca di amicizia e di un amore stabile. Non sto dicendo che rappresentino la maggioranza; ma sono abbastanza numerosi da evidenziare una tendenza.

Per aiutare i giovani a vedere il valore del matrimonio, dobbiamo intervenire su questa tendenza, innanzitutto aiutando le giovani donne e i giovani uomini a trovare la pace con se stessi. In uno dei testi principali di San Paolo sul matrimonio, nella Lettera agli Efesini, egli paragona la coppia sposata a un corpo, poi osserva: «Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne» (Ef 5,29).

Il problema è che, al giorno d’oggi, molte persone lo fanno e si sentono estranee al proprio corpo. In un’ottica secolare, il corpo è un sacco di tendini che può essere riutilizzato a altri fini. Il messaggio cristiano, straordinario e liberatorio, è che io sono il mio corpo, e che il mio corpo, non meno della mia anima, è creato a immagine di Dio e merita riverenza.

Se vogliamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a trovare la loro identità incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.

Può essere salutare e umiliante scoprire, anche in età matura, che abbiamo ancora molta strada da fare in questo senso.


Quale linguaggio aiuta i giovani a crescere affettivamente?

Un linguaggio di verità che chiama le cose con il loro nome con serenità, senza violenza, senza mai disperare della misericordia di Dio. Questo linguaggio onora le ferite senza idealizzare il ruolo di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.

Il matrimonio manifesta la salvezza. Per esserne degni, bisogna prima scoprire di essere salvabili.


I primi anni di vita coniugale


Una coppia che conosco mi ha raccontato di una decisione che hanno preso quando hanno capito che il loro corteggiamento stava diventando serio. Sono andati insieme in una baita nel bosco per un lungo fine settimana. Durante quel periodo, si sono raccontati a vicenda le loro vite. Entrambi volevano che l’altro conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e le sue ombre, i trionfi e i fallimenti. Se avessero dovuto legare il proprio futuro l’uno all’altro, si sarebbero assicurati che nessun ostacolo potesse sorgere, in futuro, da un passato taciuto.

Un simile impegno è coraggioso e saggio. L’essenza dell’amore è sapere che posso essere me stesso, senza maschere, ed essere comunque amato. Dio ci ama in questo modo. Imparare ad amare come Lui significa fare altrettanto. Il matrimonio prospererà se entrambe le parti sapranno affidare il proprio io più intimo all’altro.

All’inizio del rito nuziale, il sacerdote chiede: «Siete venuti a celebrare il Matrimonio senza alcuna costrizione, in piena libertà […]?». La libertà da cui dipende la validità del Sacramento richiede che gli sposi sappiano chi stanno sposando. Molte difficoltà che tendono a sorgere nei primi anni di matrimonio possono essere prevenute perseguendo un’onesta trasparenza prima che l’alleanza matrimoniale venga ratificata.

Gli sposi sono essi stessi gli agenti del sacramento. Tuttavia lo celebrano in chiesa, davanti alla croce. Rispondere «Sì» alle domande: «Siete disposti, seguendo la via del Matrimonio, ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?» e «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi […]?», significa acconsentire a partecipare alla croce. Qualsiasi amore coniugale e genitoriale comporta sofferenza. Trafiggerà il cuore. Richiederà di spargere la propria vita affinché altri possano vivere.

Abbracciare questa realtà consapevolmente fin dall’inizio, acconsentendo a partecipare alla croce vivificante di Cristo, darà ai coniugi la forza di portare i propri fardelli, facendo sembrare leggere anche le cose pesanti. Il rapporto orizzontale tra marito e moglie, genitori e figli, sarà sostenuto da un asse verticale sicuro e affidabile.

Amo il rito che il rito latino consente quando il sacerdote, dopo aver assistito alle promesse matrimoniali, avvolge le mani unite degli sposi nella sua stola e dice: «L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce».

Ogni volta che indossa la stola, il sacerdote recita la bellissima preghiera di vestizione: «Restituiscimi, o Signore, la stola dell’immortalità, che persi a causa del peccato del primo padre».

L’alleanza matrimoniale ci permette di intravedere la gloria che risplendeva su Adamo ed Eva prima della caduta. In alcuni riti orientali, gli sposi vengono incoronati in riconoscimento della loro ritrovata dignità regale di filiazione.

Nel nostro clima iper-secolarizzato, che sentimentalizza il Matrimonio e ha una visione consumistica dei figli, considerati beni da ordinare per un momento opportuno, preferibilmente prodotti secondo specifiche prestabilite, questa prospettiva soprannaturale è utile. Essa ricorda il fatto che il Matrimonio non riguarda solo una donna e un uomo. Esso incorpora i due in una comunione vivente con Dio; anzi, li costituisce insieme come immagine, icona vivente, della santa Chiesa di Dio.

Sapere che Cristo è costitutivamente presente nella loro unione li ispira nell’arduo lavoro di abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale, per non dire più «io voglio», ma «noi vogliamo»; non «io ho», ma «noi abbiamo». Può aiutarli a gestire la forza bruta e la profonda vulnerabilità del sesso, integrando bene sia il suo aspetto unitivo che quello procreativo. Li preparerà ad accogliere i figli con riverenza come doni di grazia di Dio.

Una coppia sposata ha bisogno di essere sostenuta da una comunità. È errato considerare la coppia come autosufficiente, aspettandosi che generi da sola tutte le proprie risorse e la propria felicità: una tale visione non fa altro che applicare l’individualismo secolare a un’unità collettiva che vacillerà sotto il peso.

È qui che la comunità cattolica e la parrocchia assumono il loro ruolo, chiamate a fornire la cura, l’aiuto pratico, l’umorismo e i consigli compassionevoli che un tempo potevano offrire le unità familiari più ampie, ormai in gran parte scomparse.


Famiglie in situazioni complesse


Parliamo della «gioia e della bellezza» del Matrimonio. Facciamo bene a farlo. Queste qualità rappresentano effettivamente un ideale. Ma dovremmo anche essere cauti ed evitare i luoghi comuni.

Basta leggere Aнна Каренина [Anna Karenina: N.d.T.] di Lev Nikolàevič Tolstòj o guardare Scener ur ett äktenskap [Scene da un matrimonio: N.d.T.] di Ernst Ingmar Bergman per rendersi conto che una coppia sposata può rendere la vita un inferno l’uno all’altro (QUI). Anche questo va tenuto presente.

Prima di ricevere l’abito monastico, il postulante spesso legge dal Siracide: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). I fidanzati potrebbero fare lo stesso. Le prove arriveranno.

Papa Francesco ha scritto dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale ma dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. È una distinzione semantica interessante.

Il significato fondamentale della radice latina laet-, da cui derivano laetus e laetare, è «felicità». Tuttavia, già nel latino classico la radice aveva un significato agro-ecologico che indicava la «fioritura» delle piante e il suolo «fertile». Ciò ha perfettamente senso. La vegetazione «felice» cresce in un terreno che è stato lavorato per renderlo nutriente. Quindi la radice laet- potrebbe anche dare origine al sostantivo laetamen, «concime». Nell’antichità il concime era sinonimo di letame, che puzza. La laetitia dell’amore presuppone un terreno ripulito dalle pietre, ben arato e con una quantità sufficiente di letame ricco.

Sottolineare questo punto non significa privare il matrimonio e la famiglia della loro gioia; significa invece insistere sul fatto che tale gioia scaturirà dal lavoro; e che tale lavoro è duro, spesso apparentemente poco gratificante.

Lo stato monastico e quello coniugale si presuppongono e si rispecchiano a vicenda. Credo, e ne sono certo, che le famiglie possano trarre beneficio dalla saggezza e dall’esperienza ereditate dalla vita monastica.

I monaci vivono secondo una regola che sancisce il patto della vita comune, rendendone espliciti lo scopo e il fine. Quando marito e moglie concordano sulla finalità della loro famiglia, saranno meglio preparati ad affrontare gli ostacoli rispetto a quando non hanno formulato la loro unione come un compito.

Ciò vale in particolare se la loro finalità condivisa è trascendente. Allora lasceranno che Dio agisca in loro. Vedranno le difficoltà come occasioni di conversione, per uscire dalla cella ammuffita dell’io.

I monaci e le monache sono realistici riguardo alle lotte che riguardano la loro vocazione. La prima letteratura monastica, gli Apophthegmata Patrum Aegyptiorum [Detti dei Padri del Deserto: N.d.T.], affronta di petto le battaglie classiche. I Detti consentono ai monaci di cercare modi per risolvere questioni concrete con cui si trovano a lottare sotto titoli concreti come «Spossessamento», «Pazienza», «Lussuria», «Tolleranza».

L’applicabilità pratica di questi consigli, dopo millecinquecento anni, rimane sorprendente.

Si potrebbe trarre grande beneficio, direi, dalla realizzazione di una raccolta di Apophthegmata per le famiglie, basata sull’esperienza e ispirata alla fede, che mostri come le prove possano essere affrontate in modo costruttivo alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo e della sua grazia efficace.

Quando le cose si fanno difficili, restringiamo la nostra prospettiva. Vediamo solo il nostro dolore presente, non il cammino che potrebbe estendersi oltre esso.

Una delle principali preoccupazioni pastorali in tali situazioni è quella di richiamare alla mente il quadro più ampio, lasciando che chi soffre scopra il senso potenzialmente produttivo delle proprie difficoltà, che può servire a ridurre l’egoismo e a purificare l’amore. Il matrimonio, non meno della vita monastica, è una scuola di conversione.

Per quanto riguarda le relazioni «irregolari», ritengo che le nostre comunità cattoliche le accolgano di norma con maturità e sensibilità. Per le persone che si trovano in tali situazioni può essere liberatorio trovarsi in un contesto in cui la loro «irregolarità» sia riconosciuta, senza però essere relativizzata; e in cui siano comunque accolte con amicizia cristiana, potendo così contribuire alla comunità.

Penso all’esempio di molti fedeli che conosco e che, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere la benedizione al momento della Comunione, pur sapendo di non poter accedere al Sacramento, ma affidandosi alla misericordia di Dio all’opera nella Chiesa.

Il loro esempio di fedeltà contribuisce in modo significativo a edificare la comunità cristiana. Esso testimonia il realismo vitale del Sacramento e la virtù della speranza. L’esilio sacramentale, se sostenuto nel tempo, può preparare un gioioso ritorno a casa.

Cristo ci ha dato i suoi Comandamenti rigorosi per educarci e liberarci da noi stessi, «perché non vivessimo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi» (Preghiera Eucaristica IV). Il suo intento è quello di farci crescere in statura verso una vita nuova e divinizzata.

Quella vita deve sempre essere l’obiettivo che proponiamo alle persone, non la mera affermazione umana – sebbene tutti ne abbiamo bisogno, in una certa misura.


Le famiglie come agenti della missione

Cosa distingue la visione del mondo del Cristiano da quella dei laicisti?

La convinzione che, attraverso tutte le vicissitudini della storia, tutti i cambiamenti operati dall’evoluzione della natura e dall’ingegno dell’uomo, la fedeltà di Dio all’umanità, creata a sua immagine, sia assoluta. Qualunque cosa accada, l’amore di Dio, rivelato in modo definitivo in Gesù Cristo, è certo. È la roccia su cui si può costruire una vita, una società. Possano venire tempeste, possano soffiare e sferzare i venti, ma questo fondamento rimane.

La prima missione della famiglia è quella di testimoniare questo amore stabile. Ecco perché l’indissolubilità del matrimonio deve essere vista come un dono e un compito nobile, un voto di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62). Promettendo di rimanere fedeli l’uno all’altro fino alla morte, marito e moglie incarnano nella storia la realtà dell’amore di Dio.

La natura umana, ferita dal peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro vantaggio e non esitiamo a perseguirlo in molte direzioni contemporaneamente. In questo modo possiamo provare qualche emozione forte; ma difficilmente troveremo una serena soddisfazione. Continuiamo ad anelare a un unico amore determinante: ne sono testimonianza le canzoni popolari di ogni epoca, anche quelle della nostra, generalmente atea.

Una famiglia è missionaria, quindi, innanzitutto per la sua fedeltà. Proprio ora, mentre tante strutture tradizionali di coesione sociale stanno crollando intorno a noi, questa missione è di vitale importanza.

Una seconda forma di missione familiare è l’ospitalità. Proprio come un monastero è «sempre pieno di ospiti» (Regola benedettina, 53) – non deve essere un club autoreferenziale a esclusivo beneficio dei membri –, una famiglia cristiana accoglie gli altri. «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Attraverso un impegno saggio e responsabile verso questo ideale, la coesione stessa della famiglia può essere rafforzata in uno spirito di servizio e cortesia.

A volte ci si chiede: in che modo le famiglie possono contribuire alla formazione dei sacerdoti? Non tanto affollando il seminario con presentazioni in Power Point sulla vita familiare, quanto invitando i seminaristi, i sacerdoti (chissà, forse persino i Vescovi?) a entrare nelle loro vite. Il sacerdote celibe fedele alla propria vocazione ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è finalizzato alla fecondità. Ne deriva un beneficio reciproco e gioioso.

È necessaria una testimonianza di fecondità. I tassi di natalità stanno crollando a livello globale (QUI). La nostra razza non si sta riproducendo. Trent’anni fa, i sociologi si preoccupavano della sovrappopolazione, riversando critiche feroci sull’insegnamento cattolico riguardo al controllo delle nascite (QUI). Ora vediamo che prevale la tendenza opposta. Il desiderio sicuro di riprodursi sta svanendo rapidamente in ogni continente.

La pianificazione familiare cattolica, oggi, deve concentrarsi sul consentire alle famiglie di dire sì ai figli. Ciò richiede misure concrete: disponibilità di alloggi a prezzi accessibili, assistenza all’infanzia e scuole – la missione ha un aspetto politico. Ma soprattutto riguarda la conversione dei cuori.

Desiderare di fondare una famiglia feconda oggi è controculturale, equivale a voler essere un punk negli esaltanti anni Settanta. La Chiesa è chiamata a sostenere questa sana rivoluzione, consentendo ai giovani di scegliere e impegnarsi a favore della vita.

Naturalmente, qualsiasi tentativo di parlare della famiglia come agente missionario si scontra con un dilemma esegetico.

L’atteggiamento di Cristo nei confronti della famiglia può risultare impegnativo. Egli chiama Giacomo e Giovanni allontanandoli dai loro legami familiari, lasciando il povero vecchio Zebedeo perplesso sulla sua barca (Mc 1,19-21). La sua guarigione della suocera di Pietro ci induce a chiederci: che fine fece la signora Pietro quando Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31)? Rabbrividiamo di fronte alle parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

Tali affermazioni non sminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerare la famiglia alla luce di un discepolato radicale.

«Cercate prima il regno di Dio!» (Mt 6,33).

Questo principio vale anche per le famiglie. Quando viene realizzato, una famiglia può manifestare, in modo mistico ma plausibile, quel regno.

* * *


Il giorno successivo all’assemblea romana, mentre noi che abbiamo avuto la grazia di parteciparvi la ricordiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, per provvidenza divina, quell’incomparabile Dottore della Chiesa, Santa Teresa d’Ávila. L’Ufficio delle Letture di oggi ci propone un brano tratto dalla sua Autobiografia che inizia così: «Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ha sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi.».

È una prospettiva meravigliosa da cui considerare le grazie e le sfide della vita familiare. Nella Colletta per la festa di oggi, preghiamo: «O Padre, […] concedi a noi, tuoi fedeli, […] di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.». Amen!

Ma una chiamata del genere non è forse troppo alta per noi, gente comune e povera?

No, se lasciamo che Dio operi la sua redenzione in noi e se ricordiamo l’alto significato dei gesti ordinari e quotidiani di fedeltà che attuano e rinnovano una risoluzione, data una volta per tutte, di amare fedelmente.








In vista della GMG 2027a Seul, l’arcidiocesi di Milano propone lezioni sul buddismo





Chiesa in uscita (di testa) / 65

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by Aldo Maria Valli 21 ott 2026

In preparazione della Giornata mondiale della gioventù 2027, che si terrà a Seul, l’arcidiocesi di Milano propone un’iniziativa intitolata “Sui passi del Buddha”. Un ciclo di cinque lezioni on line gratuite per conoscere e approfondire storia, pensiero e tradizioni del buddismo. Nessun aspetto del buddismo sarà lasciato in ombra. Si parlerà di buddismo Theravada, di Grande Veicolo, di Zen e di buddismo coreano. Prestigiosi studiosi ed esperti forniranno le coordinate necessarie per comprendere “la ricchezza e il significato” del buddismo, come precisa l’ufficio per la pastorale giovanile dell’arcidiocesi ambrosiana.

Ora, se la Gmg ha uno scopo (aveva?) è quello (era?) di avvicinare i giovani a Gesù e alla fede cattolica. Che poi la giornata si svolga in Estremo Oriente, in Papuasia, in Alaska o a Timbuctù dovrebbe avere un’importanza tutto sommato secondaria rispetto allo scopo numero uno. Ma a Milano chi si occupa di pastorale giovanile la pensa diversamente, e così via con il corso sul buddismo, che certamente (fra parentesi) non sarà costato quattro soldi alla diocesi.

Se proprio ci si voleva dedicare alla storia spirituale della Corea, perché non ricordare la sorprendente e affascinante vicenda della presenza cattolica, a partire da sant’Andrea Kim Taegon, san Paolo Chong Hasang e i loro compagni martiri che diedero la vita durante le persecuzioni anti-cristiane tra il XVIII e il XIX secolo?

La particolarità della storia è che la comunità cattolica coreana cominciò a formarsi per iniziativa di laici che conobbero la fede attraverso libri cristiani arrivati dalla Cina, quando i primi sacerdoti ancora non si erano stabiliti nel Paese.

Ma tutto questo, forse, per la pastorale giovanile ambrosiana ha un sapore troppo cattolico. E allora meglio il buddismo, molto più cool e alla moda.






Mons. Schneider accusa di codardia i Vescovi che non difendono l’Identità cristiana europea

 


Articolo pubblicato su INFOVATICANA il 20 ottobre 2026




Il vescovo ausiliare di Astana (Kazakistan), Monsignor Athanasius Schneider, ha accusato di “codardia” i vescovi europei che, a suo avviso, hanno rinunciato a difendere pubblicamente l’identità cristiana del continente. Il prelato sostiene che per decenni certi settori dell’episcopato hanno favorito l’islamizzazione dell’Europa “sotto il pretesto della carità” e denuncia che la Chiesa ha indebolito la sua missione evangelizzatrice attraverso una falsa interpretazione del dialogo interreligioso.

In una dichiarazione rilasciata da Gloria.tv, Schneider ha messo in dubbio l’atteggiamento dei pastori che, secondo la sua valutazione, hanno sostenuto le politiche di immigrazione musulmana senza difendere con la stessa determinazione la fede cattolica e le radici cristiane dell’Europa. Le sue critiche erano anche rivolte alle élite politiche europee e alle direzioni che il dialogo interreligioso ha seguito negli ultimi decenni.


Schneider rimprovera i vescovi per la loro mancanza di difesa dell’identità cattolica

Il vescovo ha affermato che numerosi leader ecclesiastici hanno contribuito per decenni a favorire la presenza dell’Islam in Europa, giustificando la loro posizione attraverso appelli alla carità cristiana.

Schneider definì “codardia” l’atteggiamento di quei vescovi che, secondo lui, non osano professare apertamente la loro identità cristiana e cattolica di fronte alle trasformazioni religiose e culturali del continente.

Le sue dichiarazioni si sono concentrate sulla responsabilità dei pastori di preservare e trasmettere la fede nelle società che hanno attraversato un progressivo processo di secolarizzazione.

Per Schneider, la carità non può essere usata come argomento per abbandonare la proclamazione del Vangelo o per rinunciare all’identità cattolica delle nazioni europee.


Accusa le élite europee di promuovere deliberatamente l’immigrazione musulmana

Il prelato ha inoltre messo in discussione le politiche migratorie sviluppate in Europa negli ultimi decenni, assicurando che l’arrivo della popolazione musulmana non risponda solo a movimenti spontanei di persone in cerca di rifugio.

«Por lo general, no se trata de refugiados, sino de medidas deliberadamente orquestadas y organizadas por las élites políticas europeas para introducir una población musulmana en Europa», afirmó.

Con queste parole, Schneider ha attribuito ai leader europei la volontà politica di trasformare la composizione religiosa del continente. Si tratta di un’accusa formulata dal vescovo, senza che nelle informazioni diffuse vengano presentate prove documentali di una strategia coordinata a tal fine.

Schneider ha inoltre descritto l’Islam come una religione «totalitaria» e «anticristiana», mettendo in discussione la costruzione di grandi moschee in Europa, in quanto ritiene che queste costituiscano una forma di promozione pubblica di una religione i cui insegnamenti differiscono dalla fede cristiana.

Le sue affermazioni si inseriscono nel contesto della sua preoccupazione per la perdita dell’identità cattolica europea e per l’atteggiamento che, secondo quanto da lui denunciato, alcuni responsabili ecclesiastici hanno adottato di fronte a questo fenomeno.


Il documento di Abu Dhabi, un tradimento della missione del Vangelo

Le critiche di Schneider si sono estese al dialogo interreligioso e, in particolare, al Documento sulla fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Gran Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib.

Il vescovo ha definito l’approccio al dialogo interreligioso che caratterizza quel documento come «un tradimento della missione del Vangelo, che Dio stesso, Gesù Cristo, ci ha affidato».

Schneider ha respinto l’idea che le diverse religioni siano presentate su un piano di parità, come se tutte costituissero percorsi equivalenti verso Dio.

Per illustrare la sua critica, ha fatto ricorso all’immagine di un supermercato in cui ogni persona può scegliere liberamente una religione tra diverse opzioni, senza che venga riconosciuta l’unicità della rivelazione cristiana.

Il prelato aveva già espresso in precedenza le sue riserve sul Documento di Abu Dhabi, in particolare riguardo all’affermazione relativa alla diversità delle religioni come espressione della volontà divina.

Nel 2019 è arrivato persino a sollevare direttamente le sue obiezioni a papa Francesco, il quale in seguito ha chiarito che la diversità delle religioni doveva essere intesa nel senso della volontà permissiva di Dio.


Schneider denuncia sessanta anni di oscurità dopo il vaticano II

Il vescovo ausiliare di Astana ha rivolto le sue critiche anche alle pratiche ecumeniche e interreligiose sviluppatesi a partire dal Concilio Vaticano II.

Schneider ha descritto gli ultimi sei decenni come «sessant’anni di oscurità», durante i quali, secondo quanto da lui affermato, i metodi errati impiegati nell’ecumenismo e nel dialogo con le altre religioni hanno contribuito a indebolire l’annuncio del Vangelo.

Il prelato ritiene che alcune iniziative abbiano finito per presentare le differenze dottrinali tra le religioni come questioni secondarie, a scapito dell’annuncio di Gesù Cristo come unico Salvatore.

Le sue osservazioni arrivano in un contesto di dibattito sull’interpretazione della Nostra Aetate, la dichiarazione del Concilio Vaticano II dedicata ai rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane.

A settembre, la Santa Sede emise una nuova nota in occasione del sessantesimo anniversario di questo documento, in cui riaffermava l’importanza del dialogo interreligioso e respinse l’idea di istituire una religione mondiale che diluisse le differenze dottrinali.


La difesa dell’identità cristiana contro il relativismo religioso

Le dichiarazioni di Schneider mantengono una linea che il vescovo ha difeso in numerosi interventi pubblici: la necessità di preservare l’identità cattolica e di impedire che il dialogo con altre religioni indebolisca la missione evangelizzatrice della Chiesa.

In questa occasione, il prelato ha collegato la sua critica al dialogo interreligioso alle azioni di alcuni vescovi europei di fronte all’immigrazione musulmana, che rimprovera di non aver difeso adeguatamente le radici cristiane del continente.

Per Schneider, la Chiesa deve mantenere la proclamazione esplicita di Gesù Cristo e la dottrina cattolica, senza presentare le diverse religioni come alternative equivalenti o rinunciare alla loro presenza pubblica nella società.



Fonte


martedì 20 ottobre 2026

Un abbecedario sulla massoneria







L’ABC della Massoneria. Radice, metodi, scopi. E nella Chiesa…



di don Curzio Nitoglia

L’ABC DELLA MASSONERIA

Sulla massoneria molto è stato scritto. Qui mi limito a porgere al lettore una serie di semplici riflessioni sulla natura e sugli scopi della massoneria raccolte in un articolo riassuntivo a mo’ di abbecedario o sillabario di buon senso e senza grandi pretese per rendere la conoscenza della massoneria accessibile a tutti.

La massoneria è una “contro-chiesa”, ossia un’organizzazione che agisce soprattutto contro Dio e la sua Chiesa. Infatti odiando Dio essa odia anche la creazione di Dio e quindi opera per nuocere all’uomo, che è la creatura più nobile del mondo visibile.

Nella massoneria vi è una vera e propria avversione verso l’ordine naturale creato da Dio e quindi il tentativo di sovvertirlo e manipolarlo, creando delle situazioni che portano gli uomini alla disperazione. Per esempio all’uso delle droghe, dell’alcol, della musica sfrenata nelle discoteche e poi allo schianto finale, oppure alla crisi economica che riduce milioni di anziani a dover vivere con una pensione che li mantiene sulla soglia della povertà.

Non ci si deve meravigliare che la massoneria vuole il male dell’uomo. Il problema del male ha sempre inquietato gli spiriti umani, S. Agostino lo ha risolto filosoficamente aiutato dalla Rivelazione, dando del male la giusta definizione come “privazione di bene”. Il male non ha una sua entità, ma è una deficienza di bene. Se esiste il bene esiste anche il male, ossia la sua mancanza. Ora l’artefice del bene è Dio e l’uomo può cooperare con Lui per compiere il bene. Satana o il diavolo è l’artefice principale del male. Gli uomini malvagi si mettono col peccato al servizio del diavolo e cooperano (chi più e chi meno) al male. La massoneria è la setta principale che si pone al servizio del diavolo per nuocere all’uomo in odio a Dio, non potendo raggiungere Dio direttamente cerca di farlo indirettamente, ledendo la sua creatura più amata dopo gli Angeli.

La massoneria è un insieme di realtà deviate, che da sempre agiscono nella storia e si sono organizzate ufficialmente a partire dal 1717 per cercare di controllare e indirizzare verso il male e il Maligno gli eventi della storia umana, provocando contrasti, guerre, crisi finanziarie ed economiche, rivoluzioni sociali sanguinose, errori filosofici ed eresie teologiche.

Queste realtà deviate sono organizzate gerarchicamente e agiscono occultamente negli Stati, attraverso l’alta finanza, l’industria bellica e farmaceutica, la politica, l’informazione pubblica, la cultura controllata, la moda, la musica, la droga e l’esoterismo.

La finalità specifica di queste azioni è la distruzione del Cristianesimo e della Chiesa di Cristo, inglobate nell’odio generico contro Dio e la sua creazione.

Oltre varie cause naturali dei mali che affliggono l’umanità, vi è un ordine prestabilito per creare destabilizzazione, disordine, caos e anarchia nell’umanità. Ecco che inizia a delinearsi la fisionomia della massoneria, senza voler ridurre solo ad essa ogni male.

La massoneria vuole anche distruggere la vera libertà dell’uomo, che è quella di fare il bene ed evitare il male, spingendolo verso quest’ultimo e rendendogli sempre più difficile la pratica del primo.

Siccome “la verità ci farà liberi” la massoneria odia la verità ed è maestra di errore oltre che di empietà. Per mettere in pratica il suo programma la massoneria vuole arrivare ad un’unica dittatura globale, ad un unico governo mondiale, al cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale capace di controllare gli uomini, i popoli, le nazioni e le idee.

Quindi massoneria significa potere assoluto, tirannia universale il quale vorrebbe sorgere sulle ceneri del Cristianesimo, farla finita col regno di Dio e dare inizio al regno dell’uomo, che dovrebbe rimpiazzare Dio stesso.

Vi è anche una massoneria di facciata, quella che si presenta al pubblico come club filantropico e ha delle filiali che non sono esplicitamente massoniche, ma sono l’anticamera della massoneria per reclutare nuovi adepti (Rotary e Lions). Il Rotaract è il movimento giovanile del Rotary International, che riunisce giovani leader impegnati a sviluppare soluzioni innovative alle sfide più pressanti del nostro mondo, attraverso progetti di servizio, iniziative sociali e attività di leadership. Ma dietro la facciata vi sono le “retro-logge” o le “logge-segrete” che dirigono occultamente queste filiali messe su apposta per abbindolare le persone che altrimenti mai si invischierebbero con la setta. ma dietro la facciata vi sono le “retro-logge” o le “logge-segrete” che dirigono occultamente queste filiali messe su apposta per abbindolare le persone che altrimenti mai si invischierebbero con la setta.

I capi delle “retro-logge” sono i registi occulti, i veri alti massoni, che operano e dirigono l’attività essenziale della massoneria per l’edificazione del Nuovo Ordine Mondiale (il Tempio Universale e la Repubblica Universale) e dominare le masse inconsapevoli.

Da queste premesse risulta che l’assetto politico, sociale ed economico del mondo attuale – la cui essenza è il naturalismo, il culto dell’uomo e l’agnosticismo – è diretto dalla massoneria, la quale riesce ad incanalare gli eventi in vista del potere di un piccolo numero di iniziati con la conseguente schiavitù di una moltitudine di persone ignare. Solo gli ingenui possono credere che la storia venga fatta dalle masse e dalle persone comuni che scendono in strada per manifestare o si recano a votare sperando di scegliere chi governerà realmente il Paese.

Il pensiero massonico non resta chiuso nelle logge, ma diventa pratica concreta ed obbligante nella società, mediante le leggi (divorzio, aborto libera droga, matrimoni omosessuali, gender…) che la massoneria impone ai parlamenti, tramite la pressione delle lobby da essa dirette.

La tattica seguìta dalla massoneria per ottenere il suo scopo è quella di infiltrare in ogni istituzione pubblica, politica, religiosa, militare, giudiziaria, medica i suoi membri, che precedentemente ha osservato, scelto e reclutato per farli lavorare secondo il suo progetto, il quale è la visione relativista e soggettivista della realtà con la conseguente parità ecumenista di tutte le religioni, che segna la fine di esse e specialmente danneggia quella cattolica, la quale è la vera e la non-relativista per eccellenza.

L’unico motivo per cui i massoni propongono il “dialogo” con i cattolici è la speranza di annacquare la loro fede, far accettare loro l’opinionismo relativista e far perdere loro la propria identità, trasbordandoli verso l’ecumenismo e il sincretismo, che mettono sullo stesso piano tutte le credenze religiose, la Vera e le false.

Le tappe principali grazie alle quali si è formato il relativismo soggettivista a livello nazionale e poi universale sono state tre:

1°) Cartesio in filosofia: l’Io pensante crea la realtà;

2°) Lutero in religione: l’individuo ha un rapporto diretto con Dio per cui crede ciò che soggettivamente gli conviene e gli aggrada;

3°) Rousseau in politica: il potere politico può promulgare delle leggi in contrasto con quella naturale e divina purché soddisfino le esigenze dell’uomo.

Da questi tre princìpi ne seguono conseguenze disastrose: dal punto di vista puramente razionale nulla è più certo, ma tutto è relativo e non esistono più verità, ma solo opinioni soggettive e relative. Se nulla è più certo filosoficamente (Cartesio), ne segue che moralmente (Lutero) l’aborto può essere lecito e che politicamente il governo lo dichiari legge civile (Rousseau).

Come si vede si è persa la nozione della realtà oggettiva delle cose, del principio di non-contraddizione (il sì è il sì, il no è il no, il sì non è il no) e della sinderesi morale (il male è il male, il bene è il bene, il male non è il bene, quindi bisogna fare il bene e fuggire il male).

Uno dei caposaldi della massoneria è il culto dell’uomo o la sua deificazione da ottenersi secondo l’insegnamento della gnosi mediante la sola azione umana, tramite pratiche esoteriche che portano l’uomo a farsi Dio; tutto ciò prelude alla liberazione dal giogo del “Dio cattivo”, che sarebbe il Dio personale e trascendente dei cristiani. Ecco la liquidazione del Dio trascendente e la auto-deificazione dell’uomo fine della massoneria.

La gnosi è una conoscenza magica, segreta o esoterica che pretende di essere salvifica o addirittura divinizzante l’uomo, essa è una sorta di iniziazione all’auto-deificazione, ossia un proseguimento della rivolta di Lucifero, che volle farsi come Dio e fu, invece, precipitato all’inferno, ma continuò a tentare di orgoglio e di rivolta gli uomini come fece nel paradiso terrestre con Eva e Adamo: “eritis sicut dii / sarete come Dei”.

La setta massonica si serve di due tappe: solve et coagula (dissolvi e riunisci): prima fa il vuoto, corrodendo e corrompendo tutto ciò che è secondo l’ordine naturale e il piano di Dio, e poi riunifica, sotto una tirannia totalitaria o una dittatura globale, tutto il mondo che è stato reso una tabula rasa e un disordine innaturale panteistico e gnostico ed è pronto per essere dominato mediante le alte logge, con l’instaurazione del Mondialismo, della Globalizzazione e del Nuovo Ordine Mondiale.

Oggi (Concilio Vaticano II e Novus Ordo Missae) in ambiente cattolico la massoneria, dopo aver messo il disordine ed aver sparso il caos quasi dappertutto, cerca di instaurare un ambiente culturale/spirituale che è una vera e propria parodia del sacro, una sorta di spiritualità alla rovescia.

Sta per nascere una nuova religione per le masse, una religione evidentemente anticristiana e anticristica, nutrita di naturalismo e sdoganata da Dio. Più che di ateismo si tratta di satanismo o “religione” del demonio.

In parole povere questa è la natura ed il fine della massoneria.






«La famiglia tradizionale non è mai esistita». Caro Elio Germano, sbagli di grosso



Elio Germano|Imagoeconomica


In un’intervista a “Repubblica”, l’attore Elio Germano sposa una tesi smentita da fior di riscontri


LA SPARATA



Paola Belletti, 20 Ottobre 2026 

Avrà fatto un corso sull'assertività? Chissà a quale slide, Gemini generated, veniva detto di affermare come verità assodata una mera ipotesi senza sentirsi in dovere di dimostrarla o almeno citare a sostegno qualche fonte che non fosse la sua personale sicumera. Tant'è: Elio Germano, attore e regista italiano, ha appena presentato alla festa del cinema di Roma l'ultima fatica di Daniele Lucchetti ,"Noi, un po' meglio". Nella commedia interpreta Simone, vigile del fuoco, che in coppia con Lucia, infermiera, si imbarca nell'ardua impresa di un'adozione internazionale, nel loro caso dall'Olanda. Ne ha parlato nell'intervista a Repubblica di ieri dove alla seconda domanda, che domanda non è ma assist ideologico, ci fa dono della sua visione: «Il concetto di famiglia oggi è molto ideologizzato. La vostra coppia cerca di costruirne una a modo suo». «La famiglia tradizionale è una narrazione che è stata creata in qualche maniera e poi imposta, ma non esiste nella pratica e non è mai esistita, neanche nel tempo».

Ah. Appuntiamocelo mentre peschiamo dalla memoria che certamente Google modalità AI soccorre per ricordare alcune gigantesche evidenze storiche e antropologiche. Quelle che serenamente restano tali anche dopo i red carpet apodittici dei nostri attori. Innanzitutto la definizione precisa di quella che Germano chiama famiglia tradizionale è in realtà "famiglia naturale"; una realtà che si riscontra in modo continuo e statisticamente rilevante in centinaia di civiltà umane e in un arco di svariati millenni. Naturale significa che precede i costrutti culturali, non certo che li escluda perché anzi li modella, né che esista come idea platonica nell'iperuranio.

Autori come Lévi-Strauss (1967), G.P. Murdock (1968), R.N. Anshen (1974), J. Askhain (1984), tutti studiosi laici, affermano non solo l'esistenza di questa realtà, che chiamano però "famiglia nucleare", composta da padre, madre e figli, ma anche la sua universalità. Lo dicono a fronte di osservazioni antropologiche senza alcun riferimento alla fede cattolica. Ciò che emerge dai loro studi è che esiste un nucleo originale simile, presente in 250 civiltà, in ogni epoca fino ad ora studiata. Forse l'inciampo si trova nel termine natura o naturale, che fa pensare a qualcosa che la sola biologia corporea impone, come l'istinto mirabile delle api le porta ad organizzarsi in alveari. Non si tratta di pura spinta biologica perché l'uomo non è solo biologia, anche se quella c'è e chiede spesso il conto.

Per questo val la pena una piccola digressione: la coprotagonista del film, Maria Chiara Giannetta, parlando in conferenza stampa del film, disponibile su Netflix dal 29 ottobre, spiega come le ragazze oggi possano e debbano dire con più coraggio e libertà che non è obbligatorio volere figli, né farli entro una certa età, come la società è stata abituata a dire fino ad ora.

Verissima la prima: non è obbligatorio volere figli e il proprio valore non è affatto intaccato dal diventare o meno madri, anche se non ha senso farne una bandiera di identità. Perché spesso, come le bandiere, questi desideri cambiano direzione e forma e allora la seconda affermazione, che sia la società a imporre alle donne di diventare madri entro un certo limite, si mostra in tutto il suo inganno. Non è la società a imporre limit arbitrari, è la natura, e non sono così arbitrari. Ce lo aveva ricordato, fuori da ogni sospetto, Silvia Salis parlando del suo ultimo libro, E' già domani, salvo poi promuovere social freezing e fecondazione extracorporea come soluzioni al "problema".

La soluzione della famiglia nucleare, quella fatta di padre, madre e figli, ha conosciuto adattamenti, varianti e mimetizzazioni ma esiste e ha un valore che non è solo funzionale e pratico. "Fornisce" servizi, ma non è sostituibile da nessun altro "soggetto erogatore". Come dice il sociologo Piepaolo Donati nel suo La famiglia nella società relazionale essa non è rifugio privato o fornitore di prestazioni utili all'individuo e alla società, ma consiste in sé stessa come soggetto da cui certo scaturiscono beni che vanno a vantaggio di tutti e che nessun altro aggregato è in grado di offrire. Che il nucleo originale della famiglia abbia una sua universalità non significa però che si esprima in modo identico sempre e ovunque. Forse è pensando a questo che Elio Germano si è confuso? Gli va riconosciuto almeno il beneficio del dubbio. 


(Foto: Imagoeconomica)





Cristiani a Vienna: parrocchie sempre più in difficoltà






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by Aldo Maria Valli



Vienna. Giovani interrompono la messa gridando “Allah Akbar”


In una chiesa di Vienna alcuni giovani hanno interrotto una santa messa gridando “Allah Akbar”. Il fatto, risalente al 6 ottobre, è avvenuto in una chiesa parrocchiale nella zona Ovest della capitale austriaca.

Il parroco ha dichiarato al quotidiano austriaco “Die Presse” di essere preoccupato per l’accaduto e di non voler rivelare l’ubicazione esatta della chiesa per non attirare altri potenziali disturbatori. Ha raccontato di aver sentito forti risate e rumore provenire dal fondo della chiesa, poi il grido “Allah Akbar” che si è propagato in tutto l’edificio. Ha stimato che i responsabili avessero circa 14 o 15 anni e fossero di etnia araba. Il gruppo di adolescenti si è dileguato rapidamente dopo aver interrotto la funzione religiosa.

“Non ho mai vissuto niente del genere prima d’ora. E sono qui da vent’anni”, ha detto il sacerdote.

Il parroco ha sottolineato che, nonostante il trambusto, in nessun momento c’è stata una vera minaccia. “Non c’è stato alcun pericolo. Voglio che sia chiaro: niente di minaccioso. Probabilmente è stata solo esuberanza giovanile”. Il sacerdote ha precisato di non aver sporto denuncia alla polizia e ha detto di aver parlato con un parroco di un altro quartiere di Vienna, il quale gli ha riferito che episodi simili si verificano regolarmente nella sua parrocchia.

Il parroco ha espresso sorpresa circa l’accaduto, dato che la sua parrocchia sostiene gli immigrati musulmani dal 2015. La parrocchia li ha aiutati a trovare un alloggio, a tenere i rapporti con gli enti governativi e a frequentare corsi di lingua tedesca.

Come molte altre città dell’Europa occidentale, Vienna ha assistito a un massiccio afflusso di immigrati musulmani, soprattutto a partire dalla crisi migratoria del 2015. Secondo gli ultimi dati, il 41,2% degli studenti delle scuole elementari e medie (dai 6 ai 14 anni) a Vienna è di fede musulmana, la religione più diffusa in questa fascia d’età. I ​​cristiani costituiscono il 34,5% (17,5% cattolici e 14,5% ortodossi), mentre il 23% non professa alcuna religione.

Alcuni mesi fa, secondo notizie di stampa, uno studente di quinta elementare di Vienna, in una classe in cui la maggior parte degli alunni è musulmana, è stato vittima di bullismo: i suoi compagni lo hanno chiamato “maiale” perché unico cristiano.

Nella scuola – non nominata per tutelare insegnanti e alunni – il 99% degli studenti proviene da famiglie di immigrati. La maggior parte parla turco o arabo e l’Islam è la religione predominante (60% degli iscritti).

Dei 390 studenti, metà proviene da famiglie che, secondo quanto riferito, dipendono dall’assistenza sociale statale o hanno redditi ben al di sotto della soglia di povertà.

Un’assistente sociale ha spiegato che nella scuola i problemi sono così gravi da “rendere spesso difficile il normale svolgimento delle lezioni”. Gli studenti sono assenti per settimane e la scuola non riesce a contattare né loro né i genitori. Alcuni studenti, coinvolti in rapine e reati legati alla droga, hanno già conosciuto il carcere. Ripetuti gli episodi di violenza.

lifesitenews







La lezione di padre Patricio Alfredo, ucciso da una croce durante la Messa



(Uno4Tv, YouTube/AI)

Una tragica beffa, hanno pensato in tanti. Eppure, in realtà, anche questo evento ci chiama a conversione

Il senso di una morte


Antonello Iapicca, 20 Ottobre 2026 

Chissà quanti lo hanno pensato: una tragica beffa. Un sacerdote celebra la Messa e una croce di legno, alle sue spalle, gli cade addosso e lo uccide. Il segno della nostra salvezza colpisce a morte un ministro di Cristo mentre celebra l’Eucaristia. Su questa vicenda – che ha avuto come protagonista e vittima padre Patricio Alfredo Sànchez Molinari, sacerdote redentorista di 53 anni a Guayaquil, in Ecuador - si moltiplicano i commenti, spesso teologicamente impeccabili. Eppure resta una domanda piantata nella mente come una freccia incandescente: ma Dio dov’è? Un prete ucciso da una croce durante la Messa.

Si può immaginare uno scandalo più feroce? Siamo sinceri. Possiamo dire che i disegni di Dio sono misteriosi e abbandonarci alla Sua volontà. Tutto vero. Ma le parole consolatorie rischiano di scivolare sulla superficie, senza raggiungere la ferita. Perché questa morte ci mette davanti qualcosa che ci terrorizza: lo svelamento improvviso, brutale, della nostra vulnerabilità. È questo che ci scandalizza: siamo vulnerabili, sempre, ovunque. Perfino in chiesa, sull’altare, nel momento più santo della vita cristiana. E proprio questo non lo sopportiamo.

Accettiamo a parole di essere fragili, ma in quanto cristiani ci sembra di avere diritto a una protezione speciale. Come se, servendo Dio, pregando, celebrando i Sacramenti, ci fosse dovuta una certa invulnerabilità. Come se Dio dovesse garantirci che almeno nelle cose sante, almeno durante la Messa, nulla possa accaderci. E questo significa nel matrimonio, nel lavoro, nelle amicizie, in tutto quello che di noi è più santo, intimo, importante. L’idea che un cristiano possa essere ucciso proprio da una croce, nel luogo in cui annuncia la vittoria sulla morte, ci appare inaccettabile. Che si possa morire interiormente proprio in quella che appare la volontà santa di Dio, magari per il tradimento del marito, un figlio che si perde, un lutto prematuro. Questo evento manda in frantumi l’immagine rassicurante di Dio che ci siamo costruiti.

Allora, in quale Dio crediamo? Nel Dio rivelato in Cristo, oppure in un dio che deve proteggere i nostri progetti e premiare la nostra religiosità? Dietro tante spiegazioni affiora una fede ancora infantile, sentimentale, spesso volontarista. Facciamo cose per Dio e, in fondo, ci aspettiamo che Lui ci risparmi l’imprevisto, il dolore, l’assurdo. Quando la realtà disobbedisce al nostro copione, ci scandalizziamo. Sarebbe presuntuoso spiegare perché quel sacerdote sia morto così, attribuendo a Dio intenzioni che ignoriamo. Ma sarebbe altrettanto comodo sottrarci alla domanda che questo fatto ci pone. Preti, suore, sposi, padri, madri: su che cosa poggia davvero la nostra fede? Sul Dio vivo, che ci ama anche quando tutto sembra contraddirlo, oppure sull’immagine rassicurante che ci siamo costruiti?

Ma guardiamo Cristo crocifisso. Vediamo il dolore, l’amore, il perdono, il sacrificio per i nostri peccati. Tutto vero. Eppure rischiamo di sorvolare proprio sull’evidenza più sconvolgente: Gesù si è fatto totalmente vulnerabile. Il Figlio di Dio, consegnato dal Padre, si è consegnato nudo alla storia, agli eventi, agli aguzzini. Nel Getsemani ha conosciuto paura e angoscia. Ha abbracciato la volontà del Padre sino alla morte. E proprio così ci ha salvati. La Croce rivela un Dio che entra nella nostra vulnerabilità per unirci a Sé e farci vivere la vulnerabilità con dentro già la vita eterna. Non un dio che ci mette al riparo dalla vita.

Noi riempiamo agende, programmiamo ogni minuto, affidiamo perfino all’intelligenza artificiale l’organizzazione della nostra vita. Ci illudiamo di governare tutto, mentre non controlliamo neanche un secondo della nostra vita, né quella delle persone che amiamo. È questo che ci spaventa. La Lettera agli Ebrei parla di quanti, «per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,15). Cristo ha assunto fino in fondo questa nostra condizione e, morendo e risorgendo, ci ha liberati da quella schiavitù. Siamo creature, fragili e libere, vasi di creta che portano un tesoro immenso. Cristo ci permette di vivere questa fragilità senza esserne divorati, perché in Lui abbiamo già tutto. Anche ciò che appare assurdo può diventare, con Lui, una Pasqua.

Quel sacerdote, proprio mentre celebrava l’Eucaristia, è stato raggiunto dalla morte nel modo più impensabile. Lì, dove il Cielo è già presente e Cristo dona la Sua vita, ci è stata messa davanti la verità della nostra condizione. Ogni istante può essere il passaggio da questo mondo al Padre. Con Lui possiamo attraversare anche ciò che appare assurdo senza perdere tutto, perché in Lui abbiamo già tutto. Questo evento ci chiama a conversione: a lasciar cadere la pretesa di essere invulnerabili, ad accogliere Cristo e a vivere con Lui anche l’assurdo. Nudi, poveri, fragili, mendicanti. Proprio così possiamo accogliere senza riserve Colui che viene a riempire, compiere e salvare la nostra vita 


(Foto: screenshot, Uno4Tv, YouTube/AI)