giovedì 12 febbraio 2026

Tanti giovani senza Cristo. Nessuna meraviglia: è l’esito di due “pastorali” sbagliate






di Corrado Gnerre

1. Può un cattolico ritenere di poter raggiungere la piena felicità senza Cristo? La risposta è più che ovvia: no. Lo dice stesso Gesù quando indica se stesso come Via, Verità e Vita (Giovanni 14). Attenzione: non come una via, una verità ed una vita, bensì come la Via, la Verità e la Vita. Via, Verità e Vita che hanno un ben preciso significato e soprattutto esprimono la realizzazione, cioè la strada vera per raggiungere la Verità, che, unica, può far conquistare la pienezza della Vita che è la comunione con Dio. Senza Cristo, tutto questo non sarebbe possibile. D’altronde la felicità non è altro che la piena soddisfazione di ogni umano desiderio (così san Tommaso definisce il Paradiso), dunque è il raggiungimento del vero fine dell’uomo.

2. Tutto questo però è tristemente sparito dalla pastorale contemporanea, dove compaiono due posizioni entrambe errate.Una indica la felicità possibile in un efficientismo senza Cristo; l’altra in un incontro unicamente sentimentale ed emotivo con Cristo. In realtà tanta l’una quanto l’altra posizione sono conseguenze di un allontanamento dall’autentica Verità Cattolica; il che vuol dire che sono un allontanamento da ciò che può essere definito come “intelligenza della fede”.

3. Da una parte la convinzione che l’uomo possa darsi ciò che non ha. Papa Francesco così disse ai giovani thailandesi nel novembre del 2019: “Non passare la tua vita seduto sul divano! Vivi la vita, costruisci la vita, fai, vai avanti! Vai sempre avanti nel cammino. Impegnati. E avrai una felicità straordinaria.” Da queste parole si evince che lo sforzo debba essere individuale e che tutto sommato la vita si giochi in una capacità volontaristica. E’ questo -ahinoi- il senso anche di tanti sacerdoti che s’impegnano con zelo nell’ambito di problematiche “umane” e “terrene”, ma poi questo stesso zelo (che dovrebbe essere perfino maggiore) non si esprime nell’impegno per la salvezza delle anime.

4. L’altra posizione è l’approccio unicamente sentimentale a Cristo. Si parla di Cristo senza però sapere davvero chi è. Soprattutto senza preoccuparsi di offrire autentiche ragioni della fede in Lui. Da qui l’attacco continuo (quasi ossessivo) a qualsiasi impostazione apologetica. Credere, insomma, in Cristo, senza capirne il perché. Fare dell’esperienza non l’esito del riconoscimento della vero, bensì il criterio del vero. Per la serie non è la verità a dover garantire l’esperienza, bensì è l’esperienza a dover garantire la verità.

5. Ma -dicevamo- queste due pastorali sono due rami che dipartono dallo stesso tronco. Il tronco di una volontà senza ragione. Il tronco di un fallimentare immanentismo in cui rimangono solo volontà e sentimento e scompaiono le ragioni della fede, in cui rimane solo l’uomo e scompare Dio, in cui rimane solo lo sforzo umano e scompare la Croce.






mercoledì 11 febbraio 2026

11 febbraio, “Il messaggio pressante di Lourdes”


Festeggiamo N.S. di Lourdes (III Classe, Bianco).





Roberto de Mattei, 9 feb 2026

Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia.
In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l’11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell’evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe.

Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all’Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l’8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: “Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?”. Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all’altezza del petto, disse: “Io sono l’Immacolata Concezione”. “Sembra – commenterà un secolo dopo Pio XII – che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra” (Enciclica Fulgens Corona dell’8 settembre 1953).

Le parole di Lourdes: “Io sono l’Immacolata Concezione”. confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: “O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”. Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all’intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato.

Ma accanto a queste parole “Io sono l’Immacolata Concezione”, vi è un’altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l’apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda: “La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: «Penitenza, penitenza, penitenza!». Chiede inoltre atti significativi: «Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori». E agli atti occorre aggiungere la preghiera: Pregherete Dio per i peccatori». Come al tempo di Giovanni Battista, come all’inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: «Pentitevi» (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?”. (Enciclica Le pélérinage del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni)

La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell’uomo con Dio. E’ solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall’inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l’Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dove medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate.

Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell’ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria.

Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice “luogo di miracoli” sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un’autorità più alta. “Cristo – spiega san Tommaso d’Aquino – compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi” (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l’anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre.

L’appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il “Terzo Segreto”, i tre pastorelli videro “al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!”. Tre volte, come a Lourdes sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco.

Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell’allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo?







Una domenica di ordinaria profanazione in San Pietro. Bisognerà ammetterlo tutti: la Comunione va ricevuta in bocca.



Andrea Zambrano








Due profanazioni eucaristiche in un sol colpo nella affollata Messa delle 10.30 in San Pietro. Troppe per essere casuali. Bisognerà ammetterlo tutti: la Comunione va ricevuta in bocca.

Il racconto

Editoriali 11-02-2026



Caro direttore,

SOS profanazioni in San Pietro, deve esserci un problema grave. Giurin giurello che domenica non ero andato in San Pietro con l’idea di fare un reportage di denuncia su quello che ho visto, ma dato che il mestiere è quello che è, mi ritrovo ora a dover rendicontare al lettore due episodi che ritengo preoccupanti, sperando che chi di dovere intervenga. E dato che ero in modalità “fedele” non potrò corredare di fotografie quanto ho visto; quindi, il lettore si accontenterà della mia povera parola.

Messa delle 10.30 in navata centrale celebrata dal Cardinal Mauro Gambetti, arciprete della Basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica omonima. Dunque, dopo Papa Leone, il padrone di casa, e la cosa è funzionale al discorso.

Arrivati al momento della Santa Comunione, una gentile speaker ha avvertito in quattro lingue (francese, inglese, spagnolo e italiano). «È il momento della Comunione. I fedeli che sono in grazia possono accostarsi e consumare davanti al sacerdote». Ok, ci può stare, speriamo che sia sufficiente per evitare profanazioni. Invece che cosa abbiamo visto?

Mentre eravamo in coda, due o tre file indietro, abbiamo notato un signore tenere nella mano a conchetta almeno due o tre particole e dirigersi al suo posto dove, una volta arrivato, le ha date ad altre persone che attendevano, le quali si sono cibate del Corpo di Cristo direttamente da lui. Non potendo intervenire, vista la circostanza e la distanza, abbiamo sospirato e recitato una breve preghiera di riparazione. Con un dubbio: ma come è stato possibile che il sacerdote poco distante abbia dato ad una sola persona tre Ostie? Mistero. Sembrava la fila alla sagra della polpetta al sugo – absit iniuria verbis – dove un volenteroso si incarica sempre di andare a ritirare il vassoio per tutti gli altri della combriccola che aspettano al tavolo per non farsi fregare il posto.

Fatta la comunione torniamo al posto e qui, proprio vicino a noi, una donna che sembrava provenire dalla Mongolia o giù di lì aveva in mano la particola. Decisamente spaesata, si è diretta verso una bambina, verosimilmente la figlia, che avrà avuto sì e no 4 o 5 anni e che attendeva seduta con il padre e le ha praticamente messo in bocca l’Ostia. A quel punto ho avuto un moto istintivo e ho urlato: «No!». Solo che lì per lì non sapevo nemmeno che cosa dire, fatto sta che la bambina, decisamente intimorita dalla mia reazione, ha avuto a sua volta uno scatto di incertezza e ha fatto per risputare l’Ostia. Ed è lì che ho urlato un secondo «No!». La madre, completamente in disarmo non sapeva se riprendersi la particola consacrata della figlia o se invece lasciarla dov’era. Dopo una frazione di impasse nella quale ho pregato tutti i santi del calendario anche quelli delle memorie facoltative, ho rassicurato la bambina facendole a gesti di continuare a consumare l’Ostia. Cosa dovevo fare a quel punto? Mi sono sentito un gendarme goffo e improvvisato, ma Santo Cielo!, non si può mettere i fedeli nella condizione di controllare quello che fanno gli altri. Così non è una Messa, ma una tortura!

Ho notato che gli addetti alla vigilanza della Basilica, molto solerti a ripetere tutto il giorno a macchinetta «Hey man, no photo please» ai malcapitati che tirano fuori lo smartphone davanti alla tomba di San Giovanni Paolo II, durante la Comunione non sono presenti. Ma insomma, se vigilanza deve essere, allora metteteli di fianco al sacerdote che distribuisce la Comunione e fateli controllare che non avvengano profanazioni come quelle a cui abbiamo assistito.

Che poi, non so nulla di statistica, ma se a me e mia moglie che andiamo a Messa in San Pietro ogni … boh… cinque o sei anni, capita di assistere in un colpo solo a due profanazioni così ravvicinate nel tempo e nello spazio, quante saranno mai le profanazioni che ogni domenica si compiono nella chiesa più importante di tutta l’urbe e pure dell’orbe?

Ma forse, la soluzione, la sappiamo già, anzi… ce l’abbiamo già scritta. Basterebbe prescrivere a tutti la comunione in bocca. Ricordo che con le Messe di Papa Benedetto XVI si faceva, ora questa pia usanza è sparita? E ricordo, ad esempio, che a Bologna, il compianto cardinal Carlo Caffarra aveva ordinato di distribuire la Comunione sulla lingua a tutti i fedeli nelle Basiliche di San Petronio e San Luca e in Cattedrale.

E qui direi che al cardinal Gambetti una tiratina d’orecchie ci starebbe pure. È sotto la sua responsabilità che ricadono queste profanazioni, come del resto anche quelle più clamorose a cui abbiamo assistito recentemente, come quella del tizio che aveva scambiato l'altare papale per l’orinatoio di via de li Banchi Vecchi. Se non per devozione, almeno per evitare di doverci tutti quanti abituare nel vedere sistematicamente profanato il Corpo di Cristo fosse anche solo per incuria o ignoranza. Eminenza, di riffa o di raffa torniamo sempre lì: alla comunione che va ricevuta in bocca. Spiace per i novatori a tutti i costi, ma è la soluzione migliore.

Che ne dici, direttore? E se inviassimo a Gambetti il recente libro della nostra Scrosati, pensi che apprezzerebbe? In dono, s’intende.






martedì 10 febbraio 2026

Salvare Jimmy Lai, non dimenticare Hong Kong



Il giorno dopo la condanna a venti anni per l'imprenditore ed editore pro-democrazia, Usa e Regno Unito chiedono la sua liberazione per motivi umanitari. Mentre il Vaticano continua scandalosamente il totale silenzio sulla vicenda per non dispiacere Pechino.

DOPO LA SENTENZA

Esteri


Riccardo Cascioli, 10-02-2026

Ora che la condanna di Jimmy Lai a 20 anni di detenzione è stata pronunciata dal tribunale di Hong Kong, la partita si sposta sul piano internazionale e il caso dell’editore-direttore del quotidiano Apple Daily potrebbe diventare una delle pedine da muovere nella complessa partita a scacchi che dovrà stabilire nuovi equilibri geopolitici.

Le reazioni di ieri al verdetto hanno già messo in mostra quali saranno le possibili mosse. Il governo cinese, per bocca del ministro degli Esteri Lin Jian, nell’esprimere «pieno sostegno» al governo di Hong Kong e alla condanna impartita dai giudici a difesa della sicurezza nazionale, ha mandato un messaggio chiaro a Londra e Washington: i Paesi coinvolti devono «rispettare la sovranità della Cina e il sistema legale di Hong Kong, astenersi dal fare dichiarazioni irresponsabili, non interferire nel sistema giudiziario di Hong Kong o negli affari interni della Cina in alcuna forma». Da parte sua il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando di «conclusione ingiusta e tragica di questo caso» chiede che la Cina conceda a Jimmy Lai «la libertà vigilata per motivi umanitari», richiesta condivisa anche dal governo britannico per bocca del ministro degli Esteri Yvette Cooper. La richiesta è giustificata sia dall'età di Jimmy Lai (ha compiuto 78 anni lo scorso dicembre) sia dalle sue condizioni di salute ulteriormente deterioratesi in questi anni di prigionia.

La possibilità - e la speranza - è che il caso Jimmy Lai entri in qualche negoziato – commerciale, militare, politico – così da poter arrivare a una sua liberazione per motivi umanitari, magari con un esilio nel Regno Unito insieme alla sua famiglia, mantenendo la Cina il principio di gestire Hong Kong a suo piacimento e magari ottenendo in cambio qualche concessione da Usa e Regno Unito.

Una soluzione del genere a questo punto sarebbe certo auspicabile per quanto riguarda la sorte di Jimmy Lai, ma lascerebbe comunque irrisolta la questione Hong Kong. Perché, ricordiamolo, se Jimmy Lai è diventato giustamente il simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia, in condizioni analoghe alle sue ci sono altri giornalisti e attivisti pro-democrazia: ieri sono stati condannati con lui altri 8 (sei ex dipendenti di Apple Daily e due esponenti di associazioni democratiche) a pene che vanno dai sei ai dieci anni. E nei prossimi giorni – come ricordava ieri AsiaNews – si attende la sentenza per tre altri attivisti democratici che rischiano fino a dieci anni di galera per sedizione: l’avvocato Chow Hang-tung (40 anni), Lee Cheuk-yan (68) e Albert Ho (74), in prigione dal 2021.

“Salvare” Jimmy Lai e chiudere gli occhi su tutto il resto sarebbe una politica miope, perché il soffocamento di Hong Kong ha un significato che va ben oltre il destino degli oltre sette milioni di abitanti dell’ex colonia britannica.

Quello che sta accadendo è una palese violazione dell’accordo sino-britannico con cui il Regno Unito restituiva Hong Kong alla Cina il 1° luglio 1997, accordo in base al quale sotto lo slogan “un Paese, due sistemi”, Pechino garantiva che gli abitanti di Hong Kong avrebbero goduto per 50 anni il mantenimento degli stessi diritti e libertà garantite nella colonia dal Regno Unito. In questi 28 anni invece si è assistito da parte di Pechino alla progressiva e sistematica distruzione del sistema Hong Kong sulla base di interpretazioni soggettive, per non dire puramente arbitrarie, degli accordi sottoscritti.

Il che è abbastanza per comprendere che la principale difficoltà nel trattare con il regime comunista cinese è proprio la sua inaffidabilità. Cosa che spiega peraltro quanto sta accadendo con l’accordo segreto sino-vaticano per la nomina dei vescovi cattolici. Finora la Santa Sede ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco arrivando sempre con umiliante ritardo a ratificare le nomine decise unilateralmente da Pechino che, non per niente, nei comunicati ufficiali ignora sempre la Santa Sede.

A questo proposito, qui sta l’altro aspetto sconcertante della vicenda di Jimmy Lai: il totale silenzio del Vaticano, ma anche della Chiesa di Hong Kong. Le cronache dei media di tutto il mondo fanno risaltare semplicemente la storia di un imprenditore ed editore che ha condotto una battaglia per la libertà e la democrazia, ne fanno un simbolo della libertà di stampa, ma la storia di Jimmy Lai è molto più di questo.
È una storia di fede, la storia di un convertito che nell’incontro con Cristo ha compreso anche il senso della sua battaglia per la libertà. Ed è significativa la presenza costante e silenziosa ad ogni udienza in tribunale del cardinale Joseph Zen, che lo ha battezzato nel 1997. Gli anni di carcere, come ha testimoniato alla Bussola una ex giornalista del suo quotidiano Apple Daily (clicca qui), ci hanno mostrato un vero confessore della fede, una testimonianza di martirio bianco.

E il Vaticano lo ignora completamente, più preoccupato di non dispiacere il regime comunista cinese che non di manifestare vicinanza e solidarietà a un fratello perseguitato, valorizzandone anche l’esempio per tutti i credenti. Ieri i media vaticani non hanno neanche dato la notizia della sentenza: Vatican News e Osservatore Romano riportavano notizie da tutto il mondo, dalla vittoria elettorale in Giappone del primo ministro Sanae Takaichi ai massacri in Congo, dalla morte del fisico Antonino Zichichi ai nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma della condanna di Jimmy Lai, che pure era sui giornali di tutto il mondo, di destra e di sinistra, neanche una riga.

Un silenzio imbarazzato e imbarazzante, che la dice lunga sul disastro che la Segreteria di Stato vaticana sta provocando con il dossier cinese.







Ottant'anni fa la resistenza della Chiesa al terrore di Tito

Di fronte alla ferocia degli invasori jugoslavi, vescovi e sacerdoti eressero l'ultimo presidio di libertà, tessendo reti di soccorso e denunciando il terrore comunista e l'ateismo di Stato. Una drammatica pagina di storia, culminata nella tragedia delle foibe e nell'esodo istriano, troppo a lungo censurata in nome della convenienza politica.




Lorenza Formicola, 10-02-2026

Tra l’autunno del 1943 e il 1948, il confine orientale italiano — tra Istria, Fiume e Dalmazia — fu teatro di una spietata pulizia etnica e politica orchestrata dalle milizie comuniste del maresciallo Tito. Il bilancio è una ferita nazionale: 350.000 esuli e oltre 20.000 vittime, cancellate per sradicare l’identità italiana e abbattere ogni resistenza all’annessione jugoslava.

Simbolo di questo sterminio sono le foibe: crepacci naturali del Carso, imbuti di roccia profondi fino a 200 metri sotto terra. La tecnica di morte ideata dalle milizie comuniste era di una ferocia terribile: i prigionieri venivano legati ai polsi col filo spinato e allineati sull’orlo delle foibe; i miliziani sparavano solo ai primi della fila, che precipitando trascinavano con sé nel vuoto l’intera catena di uomini ancora vivi. Molti non morivano sul colpo, ma restavano ad agonizzare per giorni nel buio, sepolti vivi sotto quintali di detriti e corpi. Al Pozzo di Basovizza, per fare un esempio, profondo 250 metri, furono trovati quattrocento metri cubi di resti umani, poi sigillati con esplosivi per occultare la strage.

Questa tragedia, rimasta per decenni nel silenzio, è oggi solennemente rievocata dal Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, istituito con legge dello Stato nel 2004. La strategia degli invasori jugoslavi fu chirurgica: colpire i pilastri della società civile per annientare l’identità italiana. Intellettuali, medici e insegnanti finirono nelle liste di proscrizione, ma una particolare crudeltà fu riservata ai sacerdoti. Per le milizie comuniste di Tito, i sacerdoti non erano solo ministri di un culto avversato dall’ateismo comunista, ma gli ultimi punti di riferimento di una popolazione profondamente religiosa.

E mentre l’apparato militare e civile italiano svaniva, i vescovi e i sacerdoti rimasero l’unico argine. Furono gli “uomini in nero” a tessere una rete clandestina di soccorso che permise a 350.000 italiani di mettersi in salvo. La risposta di Tito fu una persecuzione sistematica: i consacrati vennero bollati come “insetti” da eliminare, non si contano i seminaristi e le suore che sparirono nel nulla e numerose chiese furono rase al suolo per sradicare la memoria storica dei luoghi.

Il conflitto tra fede e ideologia a Fiume esplose il 22 giugno 1946, festa del Corpus Domini. Nel tentativo di minare l'unità ecclesiale, il regime dichiarò la giornata lavorativa — da sempre radicata nel calendario civile come giorno festivo — minacciando licenziamenti e la revoca delle tessere annonarie per chiunque avesse disertato il posto di lavoro. Nonostante le intimidazioni, la popolazione fiumana scelse la disobbedienza civile di massa. Migliaia di cittadini si riversarono nelle strade circondando la Cattedrale di San Vito.

Sfidando apertamente il diktat del regime, il vescovo Ugo Camozzo (nella foto) scelse di non indietreggiare, guidando la processione solenne attraverso una città sospesa tra devozione e terrore. Fu un corpo a corpo spirituale: lungo il percorso, miliziani in borghese e attivisti comunisti bersagliarono il clero con una pioggia di pietre e rifiuti. Testimoni oculari ricordano la figura di monsignor Camozzo avanzare imperturbabile tra i fumi dell’odio, le mani strette attorno all’ostensorio nel tentativo di proteggerlo sotto il baldacchino, mentre il fragore delle preghiere e dei canti dei fedeli si alzava come un muro sonoro per coprire gli insulti e le urla degli aggressori.

Fu l’ultimo atto di libertà dell’identità cattolica italiana a Fiume. Prima dell’esilio, monsignor Camozzo compì un gesto profetico: divise il Tricolore in tre lembi, nascondendoli tra le pagine del breviario per eludere i controlli jugoslavi. Nominato arcivescovo di Pisa nel 1948, Camozzo divenne il “vescovo degli esuli”, opponendo un fermo rifiuto diplomatico al regime comunista. Attraverso una tenace pressione internazionale, riuscì a strappare ai campi di lavoro jugoslavi 27 tra sacerdoti e seminaristi, portandoli in salvo. Nelle sue lettere pastorali non smise mai di dar voce ai fiumani.

Nella galleria dei martiri del regime di Tito, svetta anche la figura di monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria. Il suo “venerdì di passione” scoccò il 19 giugno 1947, festa del patrono San Nazario: un’ultima occasione di identità per gli italiani e un dovere pastorale per il vescovo, deciso ad amministrare, quello stesso giorno anche le cresime nonostante i divieti. «Andrò, anche a costo della vita», dirà.
L’agguato fu pianificato con ferocia all’interno del seminario, dove il vescovo si stava preparando per la funzione. Non fu un tumulto spontaneo, ma un assalto coordinato da miliziani comunisti slavi e agitatori.

Mons. Santin ricordò così quegli istanti: «Mi trovarono, mi insultarono, gridando che dovevo andarmene... Mi trascinarono violentemente giù per le scale del seminario percuotendomi con pugni e con legni sulla testa. Arrivai in cortile perdendo mozzetta, rocchetto, croce e scarpe. Ero tutto insanguinato». Sopravvissuto a un linciaggio e a un tentativo di accoltellamento, poco dopo, monsignor Santin sventò l’ultima trappola di chi voleva annegarlo con una pietra al collo, scegliendo di rientrare via terra in piedi su un camion, bersagliato dalle pietre.
Tornato a Trieste, la sua cattedrale di San Giusto divenne un presidio di libertà. Da quel pulpito, nel 1948, monsignor Santin non cessò mai di condannare il “regno del terrore comunista” e l’ateismo di Stato. E arrivò a proibire la lettura della stampa comunista.

Ma la sua resistenza non si limitò alla parola. Insieme a don Pietro Damiani, il vescovo Santin ideò un canale sotterraneo di soccorso che, attraverso un drammatico appello via radio, riuscì a strappare alla miseria e alla morte oltre mille bambini. Fu il sacerdote che non indietreggiò, dimostrando che se il comunismo poteva occupare le terre, non era ancora riuscito a piegare le anime.

In quel clima di terrore, l’esodo di massa divenne l’unica via di fuga da una sistematica persecuzione etnica e ideologica che vedeva le milizie comuniste di Tito colpire non solo i cittadini italiani, ma anche i loro sacerdoti, trasformati in bersagli privilegiati di una violenza mirata a sradicare ogni traccia di identità religiosa e nazionale.

Ma il paradosso storico toccò l’apice sulle colonne de L’Unità — organo ufficiale del partito comunista italiano — del 30 novembre 1946, il dramma di 350.000 esuli veniva liquidato con un cinismo che ancora oggi sgomenta: «Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. […] non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi».
Per sessant’anni, questa pagina di storia patria è stata strappata dai libri, sacrificata sull’altare di una convenienza politica che preferiva il silenzio alla verità.






lunedì 9 febbraio 2026

Addio ad Antonino Zichichi, il fisico che credeva in «Colui che ha fatto il mondo


09 Febbraio 2026 - 10:35


Antonino Zichichi (1929-2026) - Imagoeconomica


Scienza e fede

Instancabile e coraggioso, aveva 96 anni. Lascia una importante testimonianza anche per i credenti



Giuliano Guzzo, 09 Febbraio 2026

«La scienza ci insegna che il tempo non è soltanto ciò che scorre: è la dimensione che rende possibile il cambiamento. Ogni secondo che lasciamo alle nostre spalle porta con sé una domanda nuova, una sfida da affrontare, un frammento di verità da cercare». Scriveva così, riflettendo ancora su nuove sfide «da affrontare», in suo post su Facebook del 31 dicembre scorso, Antonino Zichichi, il grande fisico scomparso oggi all’età di 96 anni. Specializzato in fisica delle particelle, contribuì a fondare i laboratori del Gran Sasso e ci lascia ora un’eredità importante…anche sotto il profilo della fede, essendo stato un sincero amico del Timone nonché un instancabile apologeta.

Celebre, a proposito del suo impegno a difesa della fede cristiana, il suo libro Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, del quale condividiamo qui un estratto: «Non esiste alcun teorema di matematica che neghi l'esistenza di Dio. Né esiste alcuna scoperta scientifica che neghi Dio. Pertanto, attraverso l'uso più rigoroso della Ragione, e lavorando nell'ipotesi che non esista il Trascendente, si arriva a un risultato chiarissimo: né la Logica Matematica né la Scienza permettono di concludere che Dio non esiste. Non è quindi corretto dire che l’Ateismo ha come fondamento le grandi conquiste della Logica Matematica e della Scienza» (Il Saggiatore, Milano 1999, p.156).

Parole - queste come molte altre che Antonino Zichichi ha scritto e detto in una vita spesa non solo, come si vede, per la scienza, ma anche per difendere le ragioni della fede – che non saranno piaciute, c’è da scommettere, ai paladini del laicismo e anche a diversi suoi colleghi. E però da credente, quindi da uomo libero, Zichichi non si faceva intimorire, quando si trattava di criticare miti e deviazioni della cultura dominante e del nostro tempo quali l’evoluzionismo darwiniano, la superstizione o certi eccessi dell’ambientalismo. Per questo - benché ci abbia lasciato davvero molti scritti sui quali riflettere e continuare studiare -, non c’è dubbio che questo grande uomo mancherà non solo al mondo della scienza, ma anche a tutti noi, che abbiamo la grazia di credere «in Colui che ha fatto il mondo».






domenica 8 febbraio 2026

Dominica in Sexagesima


Noè e il diluvio



Domenica 8 febbraio 2026

Nel corso di questa settimana la santa Chiesa ci presenta la storia di Noè e del diluvio universale.
Nonostante i severi ammonimenti, Dio non era riuscito ad ottenere la fedeltà e la sottomissione dell’umanità e fu costretto ad infliggere un tremendo castigo a questo nuovo nemico. Trovato però un uomo giusto, farà ancora una volta nella sua persona alleanza con noi. Ma prima vuol far conoscere che è Sovrano e Padrone nel momento da lui stabilito; l’uomo che andava così fiero della sua esistenza, s’inabisserà sotto le rovine della sua dimora terrestre.
A base degli insegnamenti della settimana, poniamo innanzi tutto alcuni brani dal libro del Genesi, estratti dall’Ufficio dell’odierno Mattutino.Dal libro del Genesi (Gen 6,5-13)

Or Dio vedendo che la malizia degli uomini era grande sopra la terra e che ogni pensiero del loro cuore era di continuo al male, si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e, addolorato, nel profondo del cuore disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: uomo e animali, rettili e uccelli del cielo; ché mi pento d’averli fatti”. Ma Noè trovò grazia davanti al Signore.

Questa è la posterità di Noè. Noè fu uomo giusto e perfetto fra i suoi contemporanei, e camminò con Dio, e generò tre figliuoli: Sem, Cam e Iafet. Or la terra era corrotta davanti a Dio e ripiena d’iniquità. Ed avendo Dio veduto che la terra era corrotta (ogni carne infatti seguiva sulla terra la via della corruzione) disse a Noè: “Davanti a me è giunta la fine d’ogni vivente; siccome la terra per opera degli uomini è piena d’iniquità, io li sterminerò con la terra”.

La catastrofe che si scatenò allora sulla specie umana fu ancora una volta frutto del peccato; meno male che però fu trovato almeno un giusto, e per merito suo e della sua famiglia il mondo fu salvo dalla rovina totale.

Degnatosi di rinnovare la sua alleanza, Dio lasciò ripopolare la terra, e i tre figli di Noè divennero i padri delle tre grandi razze umane che la abitano.

È questo il mistero contenuto nell’Ufficiatura della presente settimana. Quella della Messa poi, figurata dalla precedente, è ancor più importante. Moralmente parlando, non è la terra sommersa da un diluvio di vizi e di errori? Allora si deve popolare di uomini timorosi di Dio, come Noè. È la parola di Dio, germe di vita, che fa nascere la nuova generazione e procrea i figli di cui parla il Discepolo prediletto, “i quali non da sangue, né da volere di carne né da voler di uomini, ma da Dio sono nati” (Gv 1,13).

Sforziamoci d’entrare a far parte di questa famiglia, e se già vi apparteniamo, conserviamo gelosamente questa fortuna, perché ora è il tempo di salvarci dai marosi del diluvio e trovare un rifugio nell’arca della salvezza; è il tempo di divenire quella terra buona nella quale la semente fruttifica al cento per uno; e lo saremo, se ci mostreremo avidi della Parola di Dio che illumina le anime e le converte (Sal 18). Preoccupiamoci di fuggire l’ira ventura, affinché non abbiamo a perire insieme ai peccatori.

Messa

La Stazione è in Roma, nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura.
Intorno alla tomba del Dottore delle genti, del propagatore della divina semenza, di colui che per la sua predicazione ha una grande paternità sui popoli, la Chiesa Romana oggi raduna i suoi fedeli, per significare che il Signore ha risparmiato la terra solo a patto che si riempia di veri credenti adoratori del Nome suo.

L’Epistola è tratta da una Lettura del grande Apostolo, nella quale, costretto dai suoi nemici a difendersi per l’onore e il successo del suo ministero, c’insegna a quale prezzo gli uomini apostolici seminarono la divina Parola negli aridi campi del paganesimo, per operarvi la rigenerazione cristiana.

EPISTOLA (2Cor 11,19-33; 12,1-9). – 

Fratelli: Voi, che siete saggi, li sopportate volentieri i pazzi; infatti, se uno vi asservisce, se vi spolpa, se vi ruba, se vi tratta con alterigia, se vi piglia a schiaffi, lo sopportate! Lo dico con vergogna, come chi è stato debole da questo lato; del resto, in qualunque altra cosa uno ardisca vantarsi (parlo da stolto) ardisco anch’io. Son essi Ebrei? Anch’io. Sono Israeliti? Anch’io. Son discendenti di Abramo? Anch’io. Sono ministri di Cristo? (Parlo da stolto) lo son più di loro: più di loro nelle fatiche, più di loro nelle carceri, molto più nelle battiture, e spesso mi son trovato nei pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio; ho passato una notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso in viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli dei Gentili, pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie, nella fame, nella sete, nei frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi vien dal di fuori, ho anche l’affanno quotidiano, la cura di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ne soffra? Chi si scandalizza, senza che io ne arda? Se c’è bisogno di gloriarsi, mi glorierò di ciò che è proprio della mia debolezza. Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è benedetto nei secoli, sa ch’io non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto guardie intorno alla città dei Damasceni, per catturarmi, e da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro e così scampai dalle sue mani. Se c’è bisogno di gloriarsi (veramente non sarebbe utile!) verrò alle visioni ed alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa (se fu col corpo o senza il corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo (se col corpo, o fuori del corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito in paradiso e udì parole arcane che non è lecito all’uomo di proferire. Riguardo a quest’uomo, potrei gloriarmi; ma riguardo a me non mi glorierò che della mia debolezza. Però, anche se volessi gloriarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, pel timore che qualcuno non mi stimi più di quello che vede in me o che sente da me. E affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana che mi schiaffeggi. Tre volte ne pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si fa meglio sentire nella debolezza. Volentieri adunque mi glorierò nelle mie infermità, affinché abiti in me la potenza di Cristo.

VANGELO (Lc 8,4-15). – 

In quel tempo: radunandosi e accorrendo a Gesù dalle città gran folla, disse in parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza e nel seminarla, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e la beccarono gli uccelli dell’aria; parte cadde sul sasso e, appena nata, si seccò, non avendo umore; parte cadde tra le spine, e queste, cresciute insieme, la soffocarono; parte poi cadde in buon terreno e, cresciuta, diede il centuplo. Ciò detto esclamò: Chi ha orecchie da intendere intenda. E i suoi discepoli gli chiesero che volesse mai dire questa parabola. Ed Egli rispose loro: A voi è concesso d’intendere il mistero del regno di Dio; ma a tutti gli altri parlo in parabole, affinché guardando non vedano, ed ascoltando non intendano. Ecco il significato della parabola: la semenza è la parola di Dio. Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore affinché non credano e non si salvino. E quelli sul sasso sono coloro che, udita la parola, l’accolgono con gioia; ma non hanno radice, e credon quindi per un certo tempo e poi al tempo della tentazione si tirano indietro. Seme caduto fra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma,coll’andare avanti, restano soffocati da cure, da ricchezze, e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturare. Seme poi caduto in buon terreno sono coloro che ritengono la parola ascoltata in un cuore buono e perfetto, e perseverando, portano frutto.

Vigilanza e fedeltà

Con ragione san Gregorio Magno osserva che la parabola ora letta non ha bisogno di spiegazione, perché la stessa eterna Sapienza ce ne ha data la chiave. Perciò non ci resta che trar profitto da un insegnamento così prezioso ed accogliere in terra buona la semenza celeste che cade in noi.

Quante volta finora l’abbiamo lasciata calpestare dai passanti, o carpire dagli uccelli dell’aria! Quant’altre volte è inaridita sulla gelida roccia del nostro cuore, o fu soffocata da spine funeste! Ascoltavamo la Parola, la trovavamo affascinante, e ciò bastava a farci star tranquilli. Spesso pure la ricevemmo con gioia e prontezza, ma non appena cominciava a germogliare in noi ne facevamo arrestare la crescita. Mentre d’ora in poi dobbiamo produrre frutti, perché tale è la virtù della semente gettata in noi, e dalla quale il divin Seminatore aspetta il cento per uno. Se la terra del nostro cuore è buona ed abbiamo cura di coltivarla usando i mezzi che la santa Chiesa ci offre, sarà abbondante la messe il giorno in cui il Signore, risorgendo vittorioso dal sepolcro, verrà ad unire i fedeli credenti agli splendori della sua Risurrezione.

Preghiamo

O Dio, che vedi come non confidiamo nelle nostre azioni, concedici, propizio, d’essere difesi contro ogni avversità dalla protezione di san Paolo Dottore delle genti.





da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 439-442