martedì 13 ottobre 2026

A dieci anni da Amoris laetitia: perché rileggere il libro di Stefano Fontana



A dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, riteniamo opportuno rilanciare un libro che aveva cercato di cogliere la portata profonda dell’Esortazione apostolica di papa Francesco: Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris laetitia del nostro direttore, Stefano Fontana, pubblicato da Fede & Cultura (Verona, 2019, € 15).


La ricorrenza del decennale sarebbe già, da sola, una buona ragione per tornare su questo testo, ma c’è una seconda ragione che rende questa rilettura particolarmente attuale. Proprio in questi giorni, dal 7 al 14 ottobre 2026, papa Leone XIV ha convocato in Vaticano i Capi delle Chiese Orientali cattoliche e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per un incontro intitolato significativamente A dieci anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi «al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».

È precisamente in questo contesto che il libro del prof. Stefano Fontana merita di essere ripreso. Non per presumere quale sarà l’esito dell’incontro convocato da Leone XIV, né per attribuire al Pontefice intenzioni che egli non ha espresso. Ma perché, se dopo dieci anni la Chiesa sente la necessità di interrogarsi nuovamente sulla pastorale familiare «alla luce di Amoris laetitia», diventa ancora più importante comprendere che cosa quell’Esortazione abbia effettivamente introdotto nella vita ecclesiale.

Fontana non legge Amoris laetitia come un documento isolato, né come una semplice raccolta di indicazioni pastorali sulla famiglia. La sua tesi è molto più radicale: l’Esortazione avrebbe rappresentato l’attuazione di un vero e proprio cambio di paradigma, realizzato non attraverso una formale negazione della dottrina precedente, ma attraverso la trasformazione della prassi.

In questo senso Esortazione o rivoluzione? si inserisce in una più ampia riflessione del prof. Fontana con La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo e Chiesa agnostica e secolarizzazione. L’antica eresia e la disgregazione della fede; e recentemente con Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede e Verità o interpretazione. Critica all’ermeneutica cattolica.

Il punto decisivo dell’analisi è che nella Chiesa di oggi non si ritiene necessario cambiare esplicitamente una dottrina per modificarne gli effetti. È sufficiente modificare la prassi, ammettere eccezioni, introdurre nuovi criteri di discernimento e lasciare che, poco alla volta, ciò che inizialmente appariva come un’eccezione pastorale produca una diversa comprensione della norma stessa.

Quando cambiano le parole, può cambiare anche la morale

Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’attenzione dedicata al linguaggio dell’Esortazione. La teologia cattolica classica ha sempre attribuito grande importanza alla precisione delle parole. Termini come peccato, grazia, legge naturale, adulterio, conversione, colpa, coscienza e stato di grazia non sono intercambiabili con espressioni genericamente sociologiche o psicologiche. Ognuno di essi rinvia a una precisa concezione dell’uomo, della libertà e del rapporto con Dio.

Per questo la sostituzione progressiva di alcune categorie non può essere considerata un semplice aggiornamento stilistico. Il prof. Fontana richiama, per esempio, il crescente ricorso alle parole «fragilità» e «debolezza» in luogo della categoria di peccato.

Naturalmente ogni peccatore è anche fragile e la Chiesa ha sempre conosciuto la debolezza dell’uomo. Ma le due nozioni non coincidono. La fragilità descrive una condizione; il peccato introduce una dimensione propriamente morale. Nel secondo caso entrano in gioco l’oggetto dell’atto, la libertà, la responsabilità e la necessità della conversione.

Se il peccato viene progressivamente reinterpretato soltanto come fragilità, il rischio è che anche la missione della Chiesa venga modificata. Essa non appare più anzitutto come Madre che accoglie il peccatore per condurlo alla conversione e alla vita nuova, ma come una realtà chiamata essenzialmente ad accompagnarlo nella situazione in cui si trova.

Accogliere, accompagnare e discernere sono certamente dimensioni autenticamente cristiane. La questione decisiva è però verso che cosa si accompagni l’uomo. La misericordia cristiana non consiste nell’affermare che il peccato non esiste più, ma nell’offrire al peccatore la possibilità reale di esserne liberato. È qui che il problema linguistico diventa problema teologico.

Lo stesso vale per la tendenza a descrivere situazioni matrimoniali oggettivamente irregolari come forme «imperfette» rispetto alla pienezza del matrimonio cristiano. Una cosa è riconoscere gli elementi umanamente positivi presenti nelle persone coinvolte; altra cosa è suggerire che una condizione oggettivamente contraria all’ordine morale possa essere considerata una tappa verso il bene. Se il male morale viene trasformato semplicemente in un bene ancora incompleto, la conversione perde progressivamente la propria ragion d’essere.

Fontana dedica particolare attenzione anche ad alcune espressioni entrate nel linguaggio ecclesiale contemporaneo: le «pietre morte da scagliare», il confessionale che «non è una sala di tortura», l’Eucaristia che «non è un premio per i perfetti».

Ma proprio per questo lo slogan può diventare fuorviante. La dottrina cattolica non contrappone infatti «perfetti» e «deboli»: distingue invece tra chi può accostarsi degnamente al Sacramento e chi è consapevole di trovarsi in stato di peccato mortale.

La questione viene quindi spostata. Da una precisa distinzione sacramentale si passa a una contrapposizione emotivamente molto efficace tra una Chiesa misericordiosa e una Chiesa che pretenderebbe la perfezione prima di concedere i sacramenti.

Le note che hanno cambiato la prassi


Il libro si occupa anche delle famose note a piè di pagina 329 e 351 di Amoris laetitia. La questione riguarda soprattutto i divorziati risposati civilmente che continuano una convivenza more uxorio.

La disciplina ribadita da san Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio al n. 84, permetteva, quando gravi motivi impedissero una separazione, l’accesso ai sacramenti è ammesso a condizione dell’impegno a vivere in continenza.

L’esegesi dei testi delle due note mostra che esse alludono alla possibilità di accedere alla comunione anche in mancanza della condizione posta da Giovanni Paolo II e quindi aprono la porta, senza dichiararlo, alla novità.

Fontana insiste su una distinzione fondamentale della morale cattolica: quella tra la gravità oggettiva di una azione e la responsabilità soggettiva della persona. Quest’ultima può essere diminuita da ignoranza, timore, condizionamenti o altre circostanze. La Chiesa lo ha sempre insegnato. Ma un’attenuante soggettiva non trasforma automaticamente un atto oggettivamente disordinato in un atto moralmente buono.

Analogamente, la disciplina sacramentale relativa a una situazione pubblica non coincide semplicemente con il giudizio sull’anima di una persona, che appartiene in ultima analisi a Dio. Concentrare tutta l’attenzione sulle attenuanti soggettive ha permesso di spostare il problema: dalla conformità oggettiva della condotta alla legge alla situazione interiore della singola persona.

Il nodo di Veritatis splendor


Il libro confronta Amoris laetitia con l’enciclica di San Giovanni Paolo II del 1993 Veritatis splendor, la quale aveva riaffermato alcuni punti essenziali della morale cattolica proprio davanti alla diffusione di teorie che tendevano a subordinare la norma morale alle circostanze, alle conseguenze o alla valutazione soggettiva. Stefano Fontana sostiene che Amoris laetitia introduce molti elementi che trasformano quella visione.

La prima trasformazione riguarda il passaggio dal comandamento all’«ideale». Un comandamento morale obbliga. Un ideale, invece, rappresenta qualcosa verso cui ci si può progressivamente avvicinare. Presentare il matrimonio cristiano, la fedeltà coniugale o la castità prevalentemente come ideali rischia quindi di suggerire che la norma indichi una perfezione desiderabile ma non sempre concretamente esigibile.

La concezione cattolica classica è diversa. Dio non propone semplicemente all’uomo una meta ideale: gli comanda il bene e, nello stesso tempo, gli offre la grazia necessaria per compierlo. Da qui nasce la progressiva scomparsa della legge naturale dall’orizzonte morale e in particolare la dottrina degli intrinsece mala, gli atti cioè che per il loro oggetto non possono diventare moralmente buoni in virtù dell’intenzione o delle circostanze. Le circostanze possono certamente modificare la responsabilità del soggetto, ma non cambiano la natura morale dell’atto. È una distinzione essenziale. E conduce direttamente al problema della coscienza. La coscienza non crea il bene e il male. Essa giudica l’atto concreto alla luce di una verità morale che la precede.

Stefano Fontana teme che la nuova impostazione finisca per attribuire alla coscienza una funzione radicalmente nuova: stabilire cosa Dio le chiede dentro una situazione di vita che contraddice la norma morale. A quel punto il rapporto si capovolge: non è più la coscienza che deve conformarsi alla verità, ma è la norma che viene reinterpretata attraverso la situazione della coscienza.

Anche il concetto cristiano di misericordia ne risulta modificato. La misericordia autentica non nega il peccato: lo perdona. E proprio perché lo perdona chiama l’uomo a lasciarselo alle spalle. Il Cristo che non condanna l’adultera è lo stesso Cristo che le dice: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».

La rivoluzione attraverso la prassi

Questa è forse la tesi più originale del libro. Per comprendere Amoris laetitia, sostiene il nostro Autore, bisogna abbandonare l’idea che una rivoluzione ecclesiale debba necessariamente presentarsi sotto forma di una solenne negazione della dottrina precedente. La trasformazione contemporanea procede diversamente. Non afferma: «La dottrina precedente è falsa». Dice piuttosto: la dottrina rimane, ma occorre considerare le situazioni, discernere, accompagnare, integrare e avviare processi. Se però il risultato pratico di questi processi contraddice stabilmente ciò che la precedente disciplina riteneva conseguenza necessaria della dottrina, prima o poi sarà anche la comprensione della dottrina a cambiare.

Questo spiega la ricezione tanto diversa di Amoris laetitia nelle varie Chiese locali. In alcuni episcopati è stato ammesso, a determinate condizioni, l’accesso alla Comunione dei divorziati risposati che continuano a vivere more uxorio; altri episcopati hanno invece mantenuto sostanzialmente la disciplina precedente.

Stefano Fontana dedica a questo proposito alcune pagine significative anche ai Dubia presentati dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, e dei quali quasi sicuramente non si parlerà nell’incontro voluto da Leone XIV.

Dieci anni dopo, la domanda è ancora aperta

Ed eccoci nuovamente all’ottobre 2026. Cosa è accaduto in questi dieci anni? Amoris laetitia ha prodotto soltanto un rinnovamento pastorale oppure ha modificato anche il modo di intendere alcuni princìpi della morale cattolica?

La diversità delle applicazioni nelle Chiese locali è stata una ricchezza pastorale oppure ha prodotto una frammentazione della disciplina sacramentale? La distinzione tra norma oggettiva e responsabilità soggettiva è stata preservata oppure progressivamente sfumata? La coscienza viene ancora concepita come giudizio dell’uomo davanti a una verità morale che lo precede oppure rischia di trasformarsi nel luogo nel quale la norma stessa viene ridefinita? E soprattutto: il rapporto tra Amoris laetitia e Veritatis splendor può essere realmente spiegato in termini di sviluppo omogeneo?

Sono domande che il libro di Stefano Fontana poneva già allora e che, a dieci anni di distanza, non hanno affatto perduto la loro importanza.

Una critica che nasce dall’amore per la Chiesa


C’è infine una ragione più profonda per riprendere in mano questo libro.

Nella grande tradizione cattolica, il rispetto per il ministero petrino non ha mai significato che ogni scelta prudenziale, ogni formulazione non infallibile o ogni orientamento pastorale debbano essere sottratti a qualsiasi esame.

San Tommaso d’Aquino ammette la possibilità di una correzione pubblica dei prelati quando sia in pericolo la fede; san Roberto Bellarmino riconosce la legittimità della resistenza quando il danno arrecato alla Chiesa diventi grave; analoghe considerazioni si trovano, con le necessarie distinzioni, in Suárez, Vitoria, Gaetano e nella grande tradizione scolastica richiamata da Fontana.

Questo non autorizza né il disprezzo del Papa né una contestazione permanente dell’autorità ecclesiastica. Significa piuttosto riconoscere che il Papa serve una Tradizione che non nasce con lui e non termina con lui.

Per questo la domanda posta da Fontana conserva intatta la propria forza: Esortazione o rivoluzione? È questa distanza storica a rendere oggi il volume forse ancora più interessante di quando fu scritto. Non lo riproponiamo, dunque, per nostalgia delle polemiche del passato ma perché è il momento adatto per tornare alle domande fondamentali.

Che cosa significa sviluppo della dottrina? Qual è il rapporto corretto tra dottrina e pastorale? Può una prassi essere realmente cattolica se conduce stabilmente a conseguenze incompatibili con ciò che la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Qual è il ruolo della coscienza? Che cosa significa autentica misericordia? E fino a che punto si può parlare di continuità quando la medesima situazione morale riceve risposte sacramentali opposte nelle diverse Chiese locali?

Stefano Fontana offre risposte nette, talvolta severe, certamente controcorrente. Si può discutere ciascuna delle sue conclusioni, ma è difficile negare che le domande da lui poste siano ancora davanti alla Chiesa.

Per questo, a dieci anni da Amoris laetitia e nei giorni in cui Leone XIV ha convocato l’incontro con i presidenti degli episcopati mondiali, vale la pena tornare a Esortazione o rivoluzione? Per amore della Chiesa: perché amare la Chiesa non significa rinunciare alle domande, ma desiderare che in ogni tempo essa rimanga fedele alla Verità che ha ricevuto da Cristo.



(Foto di Josh Applegate, Unsplash)




lunedì 12 ottobre 2026

Preghiera per Leone XIV. OREMUS pro Pontifice




Papa Leone XIV ha chiesto di accompagnarlo con la preghiera mentre si prepara a sottoporsi a un intervento chirurgico questa settimana.

Uniamoci in preghiera affinché l’operazione abbia esito positivo e il Santo Padre possa ristabilirsi al più presto.

***

Domenica 11 ottobre il papa ha detto: «Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo».

Papa Leone XIV lo ha annunciato di persona, davanti ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus. «L’intervento dei medici è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera. Grazie, buona domenica».






I fiori recisi fioriscono solo per poco tempo. Splendido libro di Fulton Sheen


Ritratto ad acquerello di Fulton (immagine generata con IA di ChatGPT)


Articolo del vescovo Rob Mutsaerts, pubblicato sul suo blog.



+Rob Mutsaerts*

On the Demonic non è, a rigor di termini, un libro di padre Dave Tomaszycki, ma un libro di Fulton J. Sheen da lui curato e redatto. Tomaszycki ha setacciato per anni gli archivi, i discorsi, gli articoli e i testi inediti di Sheen e da essi ha ricostruito il libro, quasi interamente con le parole dello stesso Sheen. L’interesse di Sheen per il demoniaco è notevolmente sobrio. Il diavolo non lo interessa come curiosità, ma come realtà. Egli cerca di comprendere cosa fa il male alla verità, alla libertà, all’umanità e, in ultima analisi, al rapporto tra l’uomo e Dio. Ciò rende On the Demonic molto più interessante di un semplice libro sui demoni. In realtà è un libro sull’uomo moderno.

Caricatura del diavolo

Per Sheen il diavolo non è tanto il creatore di un mondo alternativo quanto piuttosto una caricatura del mondo di Dio. Prende ciò che è buono e lo perverte. L’amore diventa desiderio. La libertà diventa arbitrarietà. L’uguaglianza diventa uniformità. L’autorità diventa potere. La sessualità diventa consumo. La religione diventa ideologia. E persino la compassione può essere slegata dalla verità. Questa è una delle intuizioni centrali del libro: il demoniaco raramente si manifesta come male palese. Spesso si presenta come un bene pervertito. Il bene viene capovolto, pervertito.

Ecco perché Sheen dedica tanta attenzione alle tentazioni di Gesù nel deserto. Egli non vi vede solo tre episodi all’inizio della vita pubblica di Gesù. Secondo lui, esse racchiudono l’intero programma del demoniaco. Il diavolo offre ogni volta a Cristo un cristianesimo senza croce. Trasforma le pietre in pane. Gettati dal tempio e dimostra, con un miracolo spettacolare, chi sei. Adorami e riceverai i regni del mondo. In altre parole: concedi all’uomo prosperità senza conversione, miracoli senza fede e potere senza sacrificio. Il Vangelo afferma che la salvezza viene dalla verità, dalla conversione, dal sacrificio e dall’amore. La tentazione dice: si può fare anche senza.

Ogni tentativo di rendere attraente il cristianesimo eliminando la croce, secondo Sheen, porta in sé, in ultima analisi, qualcosa di quella seduzione originaria. Una Chiesa che vuole Cristo senza il Golgota, la misericordia senza la verità, la risurrezione senza il Venerdì Santo e il discepolato senza abnegazione, alla fine non ha molto più che un sentimento religioso.

Nudità, violenza e schizofrenia

Secondo Sheen, una cultura può assumere tratti demoniaci quando capovolge sistematicamente – perverte – ciò che è umano. Per questo motivo, On the Demonic tratta tre fenomeni salienti che egli considera segni di influenza demoniaca: 1. un’ossessione per la nudità, 2. la violenza e ciò che egli definisce 3. una «mentalità schizofrenica».

1- Con il primo – l’ossessione per la nudità – Sheen intende qualcosa di più della semplice immoralità. Per lui la nudità simboleggia la scomparsa del senso di vergogna. Il corpo umano non è più visto come qualcosa che partecipa alla dignità della persona, ma diventa un oggetto che può essere guardato, commercializzato e consumato. Una cultura può parlare continuamente di autonomia corporea e allo stesso tempo commercializzare sempre più il corpo. Può promettere la liberazione sessuale e allo stesso tempo separare la sessualità dalla fedeltà, dal matrimonio, dalla fertilità e dalla responsabilità. Sheen non vedrebbe in questo una liberazione, ma una frammentazione. Il corpo viene separato dalla persona. Il sesso viene separato dall’amore. L’amore viene separato dal sacrificio. E alla fine la libertà viene separata dalla verità.

2- Con il secondo concetto – la violenza – Sheen non pensa esclusivamente alla criminalità o alla guerra. Secondo lui, la violenza nasce quando l’uomo smette di vedere l’altro come persona. Quando Dio scompare dal quadro, alla fine scompare anche il fondamento più profondo della dignità umana. L’uomo viene allora più facilmente ridotto a unità economica, organismo biologico, orientamento sessuale, membro di una classe o rappresentante di una razza. Il XX secolo ha fornito a Sheen abbondante materiale per questa analisi: comunismo, nazionalsocialismo, guerre mondiali e Stati totalitari. Ma il suo pensiero va oltre. Non appena le persone iniziano a considerare le categorie più importanti delle persone, sorge la possibilità della disumanizzazione. (C.S. Lewis ne aveva già parlato in precedenza nel suo libro «The Abolition of Man»). L’altro non è più qualcuno da amare o da convincere, ma qualcuno che è d’intralcio. Per questo Sheen vede un legame intrinseco tra menzogna e violenza. Chi non riesce più a convincere la realtà, alla fine cerca di costringerla.

3- Sheen utilizza il termine «mentalità schizofrenica» non principalmente come diagnosi psichiatrica, ma come metafora culturale. Secondo Sheen, l’uomo moderno è diviso dentro di sé. Vuole la libertà senza responsabilità; la sessualità senza conseguenze; i diritti senza doveri; il benessere senza sacrifici; la moralità senza verità oggettiva e il cristianesimo senza croce. Da ciò deriva una singolare situazione spirituale. L’uomo vuole contemporaneamente due cose opposte e rifiuta di riconoscere che esse sono in conflitto tra loro. Vuole essere completamente autonomo e allo stesso tempo desidera che gli altri confermino le sue scelte. Afferma che la verità è relativa, ma esprime giudizi morali con grande certezza assoluta. Nega l’esistenza di una natura umana oggettiva, ma invoca costantemente la dignità umana. In ciò Sheen vede qualcosa di demoniaco, poiché secondo la Scrittura il diavolo è fin dall’inizio il grande divisore – diabolos. Il demoniaco, quindi, non crea solo conflitti tra le persone, ma divide anche l’uomo dentro di sé.

Cristianesimo senza Cristo

Una parte consistente del libro tratta dell’Anticristo e della fine dei tempi. L’Anticristo non apparirà come qualcuno che dichiara apertamente: «Sono contro Cristo». Sarebbe troppo semplice. Il demoniaco imita. Per questo il male si presenterà nel linguaggio del bene. Parlerà di pace, umanità, fratellanza e forse persino di religione — ma ne eliminerà Cristo. Questo è l’avvertimento principale di Sheen. La tentazione finale del mondo cristiano non sarà necessariamente l’ateismo. Potrebbe anche essere un cristianesimo senza Cristo. Una religione di fratellanza senza Padre. Una morale senza verità. Una pace senza conversione. Un Regno senza Re.

Una delle grandi qualità di Sheen come apologeta è che comprende che le persone non scelgono quasi mai il male perché è male. Scegliamo il male perché in esso si nasconde qualcosa di buono. Nessuno desidera la dipendenza per la dipendenza stessa; si desidera il piacere. Nessuno desidera la menzogna per la menzogna stessa; si desidera un vantaggio, una reputazione o una protezione. Nessuno desidera la tirannia in quanto tale; si desidera l’ordine, la sicurezza o l’uguaglianza. Secondo Sheen, Satana ha quindi sempre bisogno della verità. Non perché ami la verità, ma perché una menzogna diventa credibile solo quando contiene una dose sufficiente di verità. Una banconota viene contraffatta perché le banconote autentiche hanno valore. Nessuno contraffa una banconota da 12 euro perché non esiste una banconota autentica da 12 euro. Così funziona anche il male. Imita ciò che è veramente prezioso. Ecco perché il discernimento è così importante. La lotta cristiana non consiste solo nella scelta tra qualcosa che è chiaramente buono e qualcosa che è chiaramente orribile. La scelta è spesso tra il bene e qualcosa che sembra buono.

Le tre grandi armi


Con questo arriviamo alla parte più sorprendente del libro. Dopo aver parlato a lungo del male, Sheen non fornisce tecniche complicate per la guerra spirituale. Al contrario, ritorna al centro della fede cristiana. Le tre grandi armi che menziona sono: il nome di Gesù, il sangue di Cristo e Maria.

Seguono poi capitoli sulla croce e sull’Ora Santa, l’ora di adorazione che lo stesso Sheen ha osservato quotidianamente per decenni. È così che il libro acquista la giusta prospettiva. La figura centrale di On the Demonic, in definitiva, non è Satana. È Cristo.

Di conseguenza, On the Demonic si rivela, in definitiva, ben poco un libro su strani fenomeni soprannaturali. È un libro sul rifiuto umano di essere creature – si pensi al rifiuto di Adamo ed Eva. Satana può conservare le parole cristiane e cambiarne il significato: misericordia senza conversione; carità senza verità. Salvezza senza croce. Questi non sono semplicemente errori. Per Sheen, esse fanno parte di uno schema spirituale fondamentale: si vogliono conservare i frutti del cristianesimo dopo averne reciso le radici. Ma i fiori recisi non continuano a fiorire in eterno.

Il suo messaggio è, in definitiva, quasi classicamente benedettino: resta vicino a Cristo, vivi secondo i sacramenti, prega, venera l’Eucaristia, prendi su di te la croce, non temere i sacrifici e confida in Maria. Ecco perché il pensiero di Sheen sul demoniaco termina proprio dove in realtà termina tutto il suo pensiero: presso la croce e l’Eucaristia.

Dave Tomaszycki. Arcivescovo Fulton J. Sheen: Sul demoniaco Da non perdere!!




*Vescovo ausiliare della diocesi di ’s‑Hertogenbosch (in italiano, Boscoducale / Den Bosch), nei Paesi Bassi.




domenica 11 ottobre 2026

Un'analisi critica delle trasformazioni dottrinali e strutturali della Chiesa Cattolica





Pubblicato 11 ottobre 2026


Dalle tavole rotonde vaticane alla revisione della pena di morte: l’esame critico di Padre Gerald Murray e Robert Royal sulle trasformazioni dottrinali e strutturali della Chiesa Cattolica.





Nell’Aula Paolo VI in Vaticano, i presidenti delle conferenze episcopali mondiali e i capi delle Chiese orientali si sono riuniti attorno a tavoli rotondi in modalità sinodale per segnare il decimo anniversario di Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica più controversa del pontificato di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia. Convocato per riflettere sulla “bellezza e fragilità delle famiglie”, questo incontro vaticano si sovrappone temporalmente a due eventi di forte impatto ecclesiale e civile: il drammatico dibattito sull’applicazione e lo sviluppo della dottrina circa la pena di morte — riacceso dall’esecuzione fallita di Christa Pike in Tennessee — e la pubblicazione del volume del canonista Padre Gerald Murray, A Papacy of Confusion: The Controversial Legacy of Pope Francis. Attraverso il vaglio critico condiviso con l’editor di The Catholic Thing, Robert Royal, la coincidenza di questi eventi offre l’opportunità per un’analisi rigorosa delle trasformazioni dell’attuale pontificato: dalla ridefinizione della cura pastorale verso le unioni irregolari alle metamorfosi della governance ecclesiale, fino allo smantellamento della chiarezza dottrinale in nome di una malintesa gradualità.


1. Amoris Laetitia a 10 Anni: “Fragilità”, Dottrina e il Dibattito sulla Gradualità

L’impostazione data ai lavori dell’Aula Paolo VI, incentrata in modo monocordico sul concetto di “fragilità”, rappresenta il consolidamento di una linea guida emersa fin dal primo Sinodo sulla famiglia del 2014. Porre la debolezza umana al centro dell’agenda pastorale ha ridefinito l’approccio vaticano verso le unioni irregolari. Tuttavia, come evidenziato da Robert Royal, questo focus esclusivo sulle situazioni più compromesse genera un paradossale corto circuito pastorale: mentre la natura stessa del matrimonio, della famiglia e della sessualità subisce attacchi secolari senza precedenti, l’azione ecclesiale trascura di sostenere la “normalità” delle famiglie cristiane che lottano quotidianamente per rimanere fedeli all’insegnamento evangelico. Concentrare l’attenzione istituzionale quasi unicamente sulle situazioni ferite significa assumere l’eccezione come parametro e ignorare la necessità di rafforzare la dottrina per la maggioranza dei fedeli.

Il cuore teologico della controversia risiede nella cosiddetta “Proposta Kasper”, introdotta nel 2014 e successivamente recepita nelle aperture di Amoris Laetitia (in particolare nel Capitolo VIII e nelle relative note a piè di pagina). Tale impostazione ha legittimato l’accesso ai sacramenti della Confessione e della Comunione per i divorziati risposati civilmente senza l’ottenimento del decreto di nullità o l’impegno alla continenza. Secondo l’analisi di Padre Gerald Murray e Robert Royal, giustificare tale svolta attraverso la categoria della “fragilità” implica l’adozione di un approccio bottom-up (dal basso verso l’alto) alla dottrina: si misura la validità della norma morale non sulla base della sua verità oggettiva e rivelata, ma in relazione alla difficoltà percepita dagli individui nel viverla, presupponendo implicitamente che il Vangelo proponga un ideale irraggiungibile o troppo duro per l’uomo contemporaneo.

Durante il raduno vaticano, la meditazione d’apertura è stata affidata alla suora domenicana Helen Alford, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Suor Alford ha sostenuto la tesi della piena continuità tra Amoris Laetitia e l’esortazione apostolica Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II, invocando persino il patronato teologico di San Tommaso d’Aquino e affermando che entrambi i documenti papali poggiano sul medesimo principio della “legge della gradualità”.

La confutazione canonica e teologica formulata da Padre Murray svela l’equivoco concettuale su cui si regge questa narrazione:La “Legge della Gradualità”: Formulata chiaramente da San Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio (n. 34) e radicata nella tradizione tomista, indica che l’essere umano, in quanto essere storico e segnato dal peccato, compie un cammino pedagogico e progressivo di conversione verso la pienezza della santità. La crescita spirituale richiede tempo, pazienza e il sostegno continuo della Grazia.

La “Gradualità della Legge”: È l’errore teologico — esplicitamente condannato dal Magistero precedente — secondo cui la legge morale divina si applicherebbe in modo ridotto, attenuato o differenziato a seconda del grado di perfezione o di debolezza del fedele, trattando il precetto evangelico come un semplice ideale riservato a pochi eletti.

Come riaffermato con fermezza dai pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, coloro che versano in uno stato oggettivo di vita manifestamente contrario al Vangelo non possono accedere alla Sacra Comunione. Tale preclusione non deriva da un giudizio di condanna personale, ma dal fatto che il loro stato di vita contraddice oggettivamente l’unione d’amore tra Cristo e la Chiesa significata dall’Eucaristia, oltre ad arrecare grave scandalo alla comunità dei fedeli. I Dieci Comandamenti e le parole di Cristo sul matrimonio (“ciò che Dio ha unito, l’uomo non divida”) vincolano sia il santo sia il peccatore; la via della giustificazione consiste nel riconoscere la propria trasgressione della legge divina e chiedere perdono, non nell’affermare che Dio non esiga l’obbedienza a causa della debolezza contingente.

Impatto Teologico (“So What?”)

Declassare la norma morale a un ideale irraggiungibile produce un devastante effetto depotenziante sull’architettura della teologia cattolica: si svuota di efficacia la Grazia divina. I comandamenti di Cristo non sono adempiuti con le sole forze della natura umana, ma mediante l’azione trasformante dello Spirito Santo fornita nei Sacramenti. Sostenere che le persone non siano in grado di vivere secondo la legge morale equivale ad affermare che la Grazia di Cristo sia insufficiente e che i cristiani siano impossibilitati a essere tali. Questo approccio costituisce una resa al secolarismo moderno che, riducendo la chiamata alla santità a un accomodamento consolatorio, svuota la fede di ogni pretesa di verità e salvezza.

Analisi di Familiaris Consortio (San Giovanni Paolo II) rispetto a Amoris Laetitia

Status dei divorziati risposati
-Impossibilità oggettiva di accesso ai sacramenti (Confessione e Comunione) in assenza di annullamento o dell’impegno alla continenza, a salvaguardia dell’indissolubilità del vincolo e contro lo scandalo. 
-Apertura all’accesso ai sacramenti previa valutazione del foro interno e dell’accompagnamento pastorale, prescindendo dallo stato oggettivo e dal decreto di nullità.

Ruolo della Legge Morale e della Grazia 
-La legge morale è oggettiva, universale e vincolante; la Grazia divina sovrabbonda e dona la capacità reale di adempiere integralmente i comandamenti di Cristo. 
-La legge morale è concepita come un ideale teorico “troppo duro”; si giustifica l’inosservanza presupponendo che la debolezza umana limiti l’agire della Grazia.

Concetto di “Gradualità” Legge della Gradualità: 
-Cammino pedagogico e progressivo del peccatore verso l’adesione piena e non negoziabile alla legge divina. 
-Gradualità della Legge: Adattamento proporzionale della norma morale alla situazione contingente, considerando il precetto vincolante solo per chi è già perfetto.

La ridefinizione dei principi dottrinali analizzata sul piano teologico trova un corrispettivo diretto nella selezione politica dei quadri dirigenti convocati a Roma per guidarne l’attuazione.

2. Meccaniche Sinodali e Governance Ecclesiale: Un’Analisi Critica dell’Assemblea Vaticana

La gestione logistica e procedurale dell’incontro in Aula Paolo VI — caratterizzata dall’allestimento di tavoli rotondi, conversazioni moderate, gruppi di lavoro informali e dall’imposizione del vincolo di riservatezza sui lavori — riflette un modello di governance ben preciso. Sebbene l’evento non sia stato formalmente convocato come un Sinodo dei Vescovi, la regia affidata alla Segreteria Generale del Sinodo (sotto la guida di funzionari come Padre Giacomo Costa) ne ha mutuato e applicato le medesime tecniche di ingegneria d’assemblea.

Un’analisi rigorosa della lista dei partecipanti rivela quello che Robert Royal definisce un “mazzo uniforme”, ossia una selezione sapientemente orientata per garantire un’egemonia prospettica ed evitare qualsiasi reale dialettica dottrinale. Oltre ai presidenti delle conferenze episcopali, convocati d’ufficio, Papa Francesco ha nominato personalmente 22 partecipanti chiave con diritto di parola e di orientamento, tra cui spiccano prelati schierati su posizioni radicali:

-Cardinale Blase Cupich (Chicago), tra i più perentori nel sostenere che la coscienza individuale possa legittimamente condurre i divorziati risposati a ricevere la Comunione in assenza di annullamento;
-Cardinale Robert McElroy (Washington), aperto sostenitore della necessità di una “inclusione radicale” e della revisione della disciplina sacramentale;
-Cardinale Jean-Claude Hollerich (Lussemburgo), Relatore Generale del Sinodo sulla Sinodalità, favorevole al ridimensionamento dell’insegnamento del Catechismo sull’omosessualità;
-Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ed estensore materiale dei testi più controversi del pontificato;
-Cardinale Joseph Tobin (Newark);
-Mons. Daniel Flores (Brownsville), figura centrale nella delegazione episcopale statunitense.

A fronte di questa imponente rappresentanza burocratica e prelatizia, la presenza di “esperienza vissuta” reale si è ridotta a sole cinque coppie di sposi in rappresentanza dei cinque continenti. Sono risultati del tutto assenti i sacerdoti parrocchiali impegnati quotidianamente nella cura d’anime, i pastori “in trincea” e i leader delle realtà dell’apostolato laicale più dinamiche e numericamente significative (come il movimento universitario Focus, guidato da Jonathan Reyes).

Sotto il profilo del metodo, la sostituzione della tradizionale Assemblea Generale del Sinodo — nella quale ciascun vescovo godeva del diritto di intervenire pubblicamente dall’aula, porre quesiti al Magistero e interloquire apertamente con i confratelli — con la dinamica dell’ascolto moderato (controlled listening) e della segretezza imposta esclude la trasparenza procedurale. A differenza di quanto avviene nelle istituzioni democratiche secolari, come il Senato degli Stati Uniti dove i dibattiti sono pubblici e verbalizzati a garanzia dei rappresentati, la metodologia vaticana elabora sintesi ufficiose filtrate dalla direzione centrale. Questo meccanismo impedisce di verificare se le posizioni dei vescovi fedeli alla tradizione e critici verso le aperture dottrinali (tra cui i presuli africani, polacchi o ungheresi) vengano effettivamente prese in considerazione o sistematicamente neutralizzate.

Erosione dell’Autorità Apostolica (“So What?”)

L’aspetto più critico sotto il profilo ecclesiologico riguarda il tentativo di giustificare l’attribuzione di poteri di governo e di voto ai laici nelle assemblee decisionali sulla base di una teoria canonica revisionista. Secondo tale tesi, la potestà di giurisdizione e di governo nella Chiesa deriverebbe direttamente dal Battesimo e non dall’Ordine Sacro. Come chiarito da Padre Murray con rigoroso richiamo al diritto canonico e al Concilio Vaticano II (Lumen Gentium), questa impostazione priva di fondamento teorico scinde l’esercizio del potere di governo (potestas regendi) dalla consacrazione sacramentale. Attribuire a soggetti non ordinati funzioni d’autorità pastorale sulla Chiesa sovverte l’ordine apostolico e la struttura gerarchica voluta da Cristo, declassando il Vescovo da Pastore e Giudice della fede a mero facilitatore di processi assembleari.

Rischi Sistemici per la Governance Ecclesiale:

-Sovversione dell’Ordine Sacramentale: Il tentativo di fondare la potestà di governo sul solo Battesimo anziché sull’Ordinazione episcopale e presbiterale mina l’unità sacramentale tra Ordine e Giurisdizione.
-Opacità Procedurale tramite il “Controlled Listening”: La sostituzione del dibattito pubblico con gruppi di lavoro segreti consente alla regia centrale di filtrare le relazioni finali, marginalizzando il dissenso dottrinale.
-Esclusione della Pastoralità Reale: La sostituzione dei sacerdoti di parrocchia e dei movimenti laicali con apparati burocratici e quadri prelatizi ideologicamente omogenei produce un distacco netto dalla vita reale dei fedeli.

Dalla ristrutturazione dei meccanismi interni di governo della Chiesa, la spinta revisionista si estende all’applicazione della legge morale nei contesti sociali di rilevanza civile, trovando un emblematico terreno di scontro nel dibattito sulla pena capitale.

3. La Pena di Morte e lo Sviluppo Dottrinale: Il Caso Tennessee e la Tradizione Cattolica

La ripresa del dibattito sulla pena di morte si offre come cartina di tornasole per verificare se la linea dell’attuale pontificato costituisca un omogeneo sviluppo della dottrina o una vera e propria rottura con il depositum fidei. Il recente caso di cronaca registrato in Tennessee — riguardante Christa Pike, condannata a morte per un brutale omicidio commesso nel 1995 e sopravvissuta nel settembre trascorso a un tentativo di esecuzione fallito tramite pentobarbital dopo trent’anni di detenzione — ha riacceso le prese di posizione dell’episcopato. I vescovi locali hanno chiesto la commutazione di tutte le condanne a morte dello Stato, mentre l’Arcidiocesi di Chicago è intervenuta affermando che la pena capitale sarebbe “sempre e comunque sbagliata”.

Tuttavia, l’analisi del contesto giudiziario svolta da Robert Royal mette in luce un fattore decisivo: un ritardo procedurale di tre decenni cancella nella memoria collettiva la percezione della spietata violenza commessa contro la vittima diciannovenne, finendo per riposizionare l’attenzione pubblica ed episcopale unicamente sulla figura del condannato, percepito a quel punto come un’inerme vittima dello Stato anziché come il responsabile di un delitto atroce.

Sotto il profilo della teologia morale, Padre Gerald Murray precisa i punti fermi della tradizione cattolica:

-La Chiesa non ha mai insegnato, né può insegnare, che la pena di morte sia per sé (intrinsecamente) immorale (intrinsece malum).
L’applicazione della pena capitale può rivelarsi immorale, ingiusta o sproporzionata se attuata da Stati totalitari, in assenza di un giusto processo o con modalità crudeli, ma l’atto in sé rientra nella legittima potestà dell’autorità civile per la difesa dell’ordine e della giustizia retributiva.
Il termine “inammissibile”, introdotto da Papa Francesco nella riscrittura del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 2018, appartiene alla sfera del giudizio prudenziale e politico, e non equivale alla categoria teologica infallibile di “intrinsecamente immorale”.

Affermare che la pena di morte costituisca in quanto tale un’offesa alla dignità umana e una mera espressione di vendetta introduce una profonda contraddizione teologica. Come argomentato da Padre Murray, se l’imposizione della pena capitale violasse intrinsicamente la dignità della persona, l’Antico Testamento — nel quale Dio stesso comanda in molteplici circostanze all’autorità legittima di applicare la pena di morte per delitti d’estrema gravità — descriverebbe un’azione divina lesiva della dignità umana. Poiché Dio è l’autore della dignità umana e non può contraddirsi, qualificare la pena di morte come intrinsecamente immorale appare teologicamente insostenibile.

La Prospettiva Pro-Life e la Giustizia Retributiva (“So What?”)

Come evidenziato dalle analisi di Robert Royal e dagli studi filosofici di Edward Feser, il sostegno alla legittimità morale della pena capitale nei casi di eccezionale gravità non contraddice la posizione Pro-Life (sostenuta da figure come Kristin Hawkins di Students for Life), ma ne rappresenta il necessario compimento nell’ordine della giustizia retributiva. Riconoscere la legittimità della sanzione suprema per delitti quali l’omicidio premeditato significa riaffermare l’infinito valore della vita della vittima innocente. La giustizia penale, per essere autentica e difendere la dignità della vita violata, deve mantenere una proporzione rigorosa tra la gravità della colpa e la sanzione inflitta.

“Nessun papa o vescovo ha mai negato il diritto dello Stato di giustiziare in casi estremi.” — Cardinale Avery Dulles (2001)

La controversia circa l’arbitraria alterazione del Catechismo sulla pena di morte ha rappresentato per Padre Gerald Murray il principale catalizzatore critico per raccogliere in un unico volume sintetico dieci anni di pronunciamenti magisteriali ambigui e privi di continuità con la tradizione.

4. “A Papacy of Confusion”: L’Eredità Teologica di Papa Francesco Secondo Padre Gerald Murray

Il volume A Papacy of Confusion: The Controversial Legacy of Pope Francis risponde all’esigenza metodologica di fissare attraverso la parola scritta una cronaca analitica dei passaggi decisivi dell’attuale pontificato. La parola scritta costituisce la “prima bozza della storia”, uno strumento indispensabile per decodificare gli effetti di lungo periodo di un governo ecclesiale quando le narrazioni propagandistiche del momento saranno tramontate.

La genesi dell’opera risale alle giornate del conclave del 2013. Nelle ore successive alle dimissioni di Papa Benedetto XVI, le conversazioni romane tra il giornalista Raymond Arroyo, Robert Royal, Padre Roger Landry e Padre Gerald Murray condussero Royal ad affidare a Murray una rubrica di analisi canonica e teologica. Da quel sodalizio sono scaturiti dieci anni di contributi pubblicati su The Catholic Thing, First Things e il National Catholic Register, oggi organicamente riordinati nel volume integrato da due ampie e strutturate interviste condotte dalla giornalista d’inchiesta Diane Montagna.

Nel ripercorrere il decennio, l’analisi di Padre Murray identifica nell’episodio del Sinodo sulla famiglia del 2014 una rivelazione cruciale circa la natura programmata della confusione di governo. In quell’occasione, l’Arcivescovo Bruno Forte rivelò pubblicamente che Papa Francesco gli aveva esplicitamente ordinato di inserire nel documento interlocutorio (Relatio post disceptationem) i controversi passaggi dedicati all’apprezzamento delle unioni omosessuali, raccomandandogli: “Non metterlo in modo troppo palese, altrimenti si crea un disastro, poi le conclusioni le tiro io”. Tale retroscena dimostra che lo smantellamento della chiarezza dottrinale non è stato il frutto improvvisato di pressioni estemporanee, ma la linea tattica consapevolmente percorsa dal vertice.

Il volume individua tre snodi decisionali che hanno impresso una deviazione profonda alla vita della Chiesa:
-Traditionis Custodes: La drastica restrizione della celebrazione della Messa Tradizionale in Latino, volta all’eliminazione progressiva del Usus Antiquior, che ha suscitato un’inattesa e compatta resistenza da parte di ampi settori giovanili e clericali.
-Fiducia Supplicans: L’autorizzazione delle benedizioni per coppie dello stesso sesso e in situazioni irregolari. Il documento ha generato un’immediata anarchia pastorale, plasticamente rappresentata dai media internazionali (come la benedizione impartita da Padre James Martin a una coppia omosessuale ed esibita sulla prima pagina del New York Times), trasformando la benedizione in una forma di pseudo-matrimonio.
-La Confusione come Strategia Politica: La deliberata direttiva di “fare disordine” (crear lío), utilizzata come strumento di governance per destrutturare gli assetti istituzionali consolidati e rendere opaco il confine tra ortodossia ed eresia.

Lealtà Filiale contro Servilismo (“So What?”)

Rispondendo alle accuse di dislealtà o di attacco all’ufficio petrino (munus petrinum), Padre Murray formula una nitida distinzione canonica e morale fondata sul diritto dei fedeli (cf. Can. 212 §3 CIC) di manifestare ai pastori il proprio pensiero per il bene della Chiesa. La vera obbedienza non coincide con l’adulazione acritica o il servilismo verso ogni affermazione papale, ma con la fedeltà al depositum fidei e al Catechismo. Allorché un Pontefice o un Vescovo esprime posizioni difformi dal Magistero costante, l’esercizio della correzione fraterna e la resistenza teologica costituiscono un atto di caritas in veritate e di suprema lealtà verso la Chiesa e il Papa stesso.

Il Rischio Anglicano e le Generazioni Giovanili


L’analisi si chiude con l’allarme formulato da Robert Royal: il rischio imminente che la Chiesa Cattolica scivoli verso la traiettoria della Comunione Anglicana, trasformandosi in una struttura priva di sostanza dottrinale, arroccata su un sentimentalismo progressista e del tutto irrilevante sul piano spirituale. Tuttavia, come sottolineato da Raymond Arroyo e Padre Murray, la risposta della realtà smentisce il progetto revisionista: le nuove conversioni e le vocazioni giovanili non sono affatto attratte da una “Chiesa gestita dai laici” o annacquata dallo spirito del tempo. I giovani cercano la fede oggettiva, la teologia dei Padri della Chiesa, la solennità della liturgia e la verità dei Sacramenti.

La sintesi dell’eredità di questo pontificato evidenzia come le trasformazioni strutturali debbano essere affrontate mediante un preciso programma di restaurazione dogmatica e canonica.

5. Sintesi Analitica e Prospettive per il Futuro della Fede Cattolica

L’esame del decennale di Amoris Laetitia e la ricostruzione svolta in A Papacy of Confusion dimostrano che la crisi attuale non potrà essere superata mediante ulteriori ambiguità di governo o compromessi procedurali. Il ripristino della salute ecclesiale richiede una chiara riaffermazione delle coordinate fondamentali della fede e del diritto.

Punti Chiave per il Rinnovamento Ecclesiale:

-Ritorno al Catechismo della Chiesa Cattolica: Riassumere il Catechismo promulgato da San Giovanni Paolo II come criterio oggettivo di giudizio e norma vincolante per risolvere ogni controversia pastorale e sradicare il relativismo teologico.
-Ripristino del Ruolo e della Responsabilità dei Pastori: Riaffermazione dell’ordine apostolico e della responsabilità canonica personale dei Vescovi, rigettando teorie revisioniste che pretendono di scindere la potestas regendi dal sacramento dell’Ordine per attribuirla a strutture burocratiche o alla laicità in virtù del solo Battesimo.
-Verità Pastorale contro il Compiacimento Secolare: Rifiuto definitivo della logica che riduce la cura pastorale all’approvazione di stili di vita incompatibili con la legge morale; riaffermazione della Grazia sacramentale come mezzo indispensabile per vivere integralmente i comandamenti e raggiungere la salvezza.

La reale attrattiva della Chiesa Cattolica non risiede nell’adeguamento alle agende secolari né nella riduzione del Vangelo a una sociologia della fragilità. La vitalità della fede per le future generazioni risiede unicamente nella fedeltà alla tradizione apostolica, nell’integrità dei Sacramenti e nel rigore della verità rivelata.










Il cardinale Burke difende il titolo di «Corredentrice» per la Vergine Maria



Di Henry Lithgow - Opera propria, CC BY-SA 4.0, wikimedia


Durante il convegno internazionale De Maria numquam satis, svoltosi a Roma il 7 e 8 ottobre, il cardinale Raymond Burke ha difeso il titolo mariano di «Corredentrice». La fonte da cui abbiamo tratto l’intervento è il Substack del vaticanista Edward Pentin.




Convegno internazionale «De Maria numquam satis»

«La Beata Vergine Maria nel dogma e nel culto: contributi teologici e storici»


Pontificium Institutum Patristicum Augustinianum, Via Paolo VI, 25, Roma

7 ottobre 2026



Prolusione del Raymond Leo Cardinale BURKE

«Nostra Signora di Guadalupe e il Regno di Cristo Re: la missione della Corredentrice e dei corredentori»



Introduzione

È per me motivo di profondissima gioia tenere la prolusione di questo importante convegno internazionale su «La Beata Vergine Maria nel dogma e nel culto: contributi teologici e storici». Insieme a voi, sono profondamente grato a coloro che hanno organizzato il convegno e a quanti lo hanno reso possibile. In apertura dei lavori, offro una riflessione sul tema: «Nostra Signora di Guadalupe e il Regno di Cristo Re: la missione della Corredentrice e dei corredentori».

Fin dall’inizio della sua prima apparizione a san Juan Diego, Nostra Signora di Guadalupe si presentò con queste parole:

Sappilo, tienilo per certo, figlio mio, il più piccolo, che io sono in verità la perfetta sempre Vergine Santa Maria, che ho l’onore di essere Madre del verissimo Dio per il quale si vive, il Creatore delle persone, il Signore di ciò che ci è vicino e di ciò che ci circonda, il Signore del Cielo, il Signore della Terra.[1]

Le sue apparizioni a san Juan Diego, dal 9 al 12 dicembre 1531, possono essere descritte come la manifestazione di Cristo, suo divin Figlio, quale Re del Cielo e della Terra, che ristabilisce il retto ordine e la pace con cui e per cui Dio ha creato il mondo e, soprattutto, l’uomo, maschio e femmina.

Nella sua immagine, miracolosamente formata e conservata, Nostra Signora di Guadalupe è la «donna vestita di sole, la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle»[2] che san Giovanni Apostolo ed Evangelista contemplò nella sua visione della vittoria definitiva di Nostro Signore sul peccato e sulla morte. Nostra Signora di Guadalupe è incinta del «figlio maschio»[3], che è davvero Re del Cielo e della Terra, che sconfigge Satana e le sue schiere, le quali, nonostante la loro feroce e perfida ribellione, non prevarranno mai sulla Chiesa, sulle anime di coloro che sono vivi in Cristo.[4] La vocazione e la missione di ogni cristiano consistono dunque, con le parole di san Paolo nella Lettera agli Efesini, nel «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra».[5] Nostro Signore Gesù Cristo, Dio Figlio incarnato, è il solo Redentore, ma Dio Padre, nel mandare il Suo Figlio unigenito nella carne umana per redimere il mondo, ha voluto la cooperazione dell’uomo all’opera redentrice, a cominciare dalla Beata Vergine Maria.

La Beata Vergine Maria, Madre di Dio, ha partecipato in modo del tutto unico al Mistero della Fede, il Mistero dell’Incarnazione redentrice, ed è giustamente chiamata Corredentrice. Così pure, nella misura in cui uniamo i nostri cuori, in uno con il suo Cuore Immacolato, al Sacratissimo Cuore di Gesù, partecipiamo alla missione salvifica di Cristo. Possiamo giustamente essere chiamati corredentori. Con le parole di san Giovanni Apostolo ed Evangelista, siamo chiamati a essere in Cristo «collaboratori della verità».[6] Nostro Signore stesso rende manifesta l’intimità del nostro rapporto con Lui quando dichiara: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».[7] Rivolgendomi a questo Convegno internazionale sulla Beata Vergine Maria nel dogma e nel culto, desidero presentare la partecipazione unica alla missione di Cristo Re, la missione dell’Incarnazione redentrice, che appartiene alla Vergine Madre di Dio in quanto Corredentrice, e la nostra partecipazione alla stessa missione in quanto corredentori.

Le apparizioni della Vergine Madre di Dio sul colle del Tepeyac, nell’odierna Città del Messico, ci aiutano in modo particolare a comprendere la sua missione e la missione che ne deriva per noi. Infatti i figli messicani della Madonna, guadalupanos e guadalupanas, hanno sempre inteso la loro missione nel mondo come servizio a Cristo Re sotto la cura materna di Sua Madre, che Egli ci ha dato come nostra Madre mentre moriva sulla croce per la nostra salvezza eterna.[8] Il beato Miguel Pro scrisse due brevi preghiere sul muro della prigione in cui fu detenuto prima di essere martirizzato da un plotone d’esecuzione il 23 novembre 1927, durante la sanguinosa persecuzione della Chiesa in Messico: «¡Viva Cristo Rey! ¡Viva la Virgen de Guadalupe!» (Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!).[9] Allo stesso modo san José Sánchez del Río, mentre veniva crudelmente torturato e ucciso, anch’egli da un plotone d’esecuzione, il 10 febbraio 1928, esclamava ripetutamente: «¡Viva Cristo Rey! ¡Viva Santa María de Guadalupe!» (Viva Cristo Re! Viva Santa Maria di Guadalupe!).[10] Come la Vergine Madre di Dio condusse i servitori delle nozze di Cana al suo divin Figlio perché ponesse rimedio alla loro grande pena, esortandoli: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela»,[11] così ella accompagnò questi eroi della fede a dare la vita compiendo la volontà di Dio. Così pure ella attira i nostri cuori al suo Cuore Immacolato, portandoci a donare totalmente i nostri cuori al Sacro Cuore di Gesù, fino a versare il nostro sangue con Lui per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

La dottrina della Corredenzione

La cooperazione della Vergine Maria all’opera della Redenzione compiuta da Cristo presenta due aspetti che, nel corso del tempo, i teologi hanno illustrato distinguendo la Redenzione oggettiva dalla Redenzione soggettiva. Mons. Arthur B. Calkins, che ha scritto ampiamente e con profondità sul titolo di Corredentrice, spiega la distinzione:

Tradizionalmente i teologi hanno distinto la collaborazione unica di Maria alla redenzione nel suo compiersi in actu primo dall’applicazione delle grazie della redenzione alle singole persone, che avviene in actu secundo. La redenzione in actu primo, o «redenzione oggettiva», o fase ascendente della redenzione, può essere definita come l’acquisizione della salvezza universale per mezzo del sacrificio voluto da Dio per riconciliare a sé il mondo. La redenzione in actu secundo, o «redenzione soggettiva», o fase discendente della redenzione, o mediazione della grazia, può essere definita come l’applicazione dei frutti della redenzione ai singoli individui per mezzo della mediazione voluta da Dio. Si è costantemente ritenuto che la Madonna partecipi a entrambe queste fasi dell’opera della redenzione, mentre tutti gli altri cristiani possono partecipare all’applicazione delle grazie della redenzione a persone e situazioni specifiche. Pertanto tutti noi possiamo essere corredentori in actu secundo.[12]

La santità di vita, infatti, è partecipazione all’opera salvifica di Cristo, il quale solo è la nostra salvezza.

San Paolo proclama la verità della nostra partecipazione all’opera redentrice di Cristo nella Lettera ai Colossesi. Scrivendo delle proprie sofferenze, egli comprende che esse devono essere unite alla Passione e Morte di Cristo:

Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi.[13]

Non che manchi qualcosa alle sofferenze di Cristo per la nostra salvezza eterna: è la Sua vita in noi, la vita della grazia, che deve giungere a maturità in noi, specialmente attraverso l’unione delle nostre sofferenze con la Sua Passione e Morte.

Da diversi decenni è in corso nella Chiesa una discussione sulla collaborazione attiva della Madonna all’opera della Redenzione. La domanda è: in che senso la Beata Vergine Maria è la Nuova Eva, l’aiuto di Gesù, il Nuovo Adamo (cfr. Rm 5, 12-21; 1 Cor 15, 22. 45)? Da oltre cinquecento anni il termine Corredentrice viene usato per esprimere il concetto che Maria, pur non essendo uguale a Gesù, ma creatura totalmente dipendente da Lui, secondaria e a Lui subordinata, si unì tuttavia a Lui e partecipò all’offerta di Lui al Padre per la nostra salvezza sul Calvario. La convenienza del titolo fu oggetto di un’accesa discussione durante la redazione del capitolo ottavo della Lumen gentium, che contiene l’insegnamento fondamentale del Concilio Vaticano II sulla Madonna.[14] Alla fine il Concilio insegnò chiaramente la collaborazione attiva di Maria all’opera della Redenzione ai numeri 56-58 e 60-62 della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, ma non usò la parola Corredentrice per timore che venisse fraintesa dai non cattolici.

La mediazione della grazia da parte della Madonna scaturisce dal suo ruolo di Corredentrice. La parola Mediatrice è stata usata una volta, al numero 62 della Lumen gentium, con l’opportuna precisazione che ciò va inteso «in modo che nulla detragga o aggiunga alla dignità e all’efficacia di Cristo, unico Mediatore».[15] Ella è Mediatrice con il suo divin Figlio, il Mediatore, come era stato insegnato con linguaggio chiarissimo dai Papi del XIX e del XX secolo, come pure dai Papi postconciliari.

Parte della difficoltà risiede nel significato che la parola Corredentrice assume quando viene tradotta in alcune lingue moderne. Il termine inglese Co-Redemptrix può indicare un agente alla pari, ma può anche designare qualcuno che coopera a un’opera che è principalmente ed essenzialmente di un altro. Mons. Arthur Burton Calkins affronta la possibile confusione circa il senso di Corredentrice, indicando chiaramente che «nella lingua latina, dalla quale proviene il termine Coredemptrix, il significato è invece sempre che la cooperazione o collaborazione di Maria alla redenzione è secondaria, subordinata, dipendente da quella di Cristo – e tuttavia, nonostante ciò, è qualcosa che Dio “volle liberamente accettare… come parte non necessaria, eppure meravigliosamente gradita, di quell’unico grande prezzo” pagato da Suo Figlio per la redenzione del mondo».[16]

Nell’Udienza generale del 25 ottobre 1995, il papa san Giovanni Paolo II descrisse come, nel corso della storia, la Chiesa abbia espresso in modo sempre più chiaro la verità circa la partecipazione della Beata Vergine Maria, Madre di Dio, all’opera redentrice di Cristo:

1. Dicendo che «Maria Vergine è riconosciuta e onorata come vera Madre di Dio, Madre del Redentore» (Lumen gentium, n. 53), il Concilio attira l’attenzione sul legame esistente tra la maternità di Maria e la redenzione.

Dopo aver preso coscienza del ruolo materno di Maria, venerata nella dottrina e nel culto dei primi secoli quale Madre verginale di Gesù Cristo e quindi Madre di Dio, nel Medioevo la pietà e la riflessione teologica della Chiesa approfondiscono la sua collaborazione all’opera del Salvatore.

Questo ritardo si spiega con il fatto che lo sforzo dei Padri della Chiesa e dei primi Concili ecumenici, incentrato com’era sul mistero dell’identità di Cristo, lasciò necessariamente nell’ombra altri aspetti del dogma. Sarà solo progressivamente che la verità rivelata potrà essere esplicitata in tutta la sua ricchezza. Nel corso dei secoli la Mariologia si orienterà sempre in funzione della Cristologia. La stessa divina maternità di Maria viene proclamata nel Concilio di Efeso soprattutto per affermare l’unità personale di Cristo. Analogamente avviene per l’approfondimento della presenza di Maria nella storia della salvezza.

2. Alla fine del secondo secolo sant’Ireneo, discepolo di Policarpo, pone già in evidenza il contributo di Maria all’opera della salvezza. Egli ha compreso il valore del consenso di Maria al momento dell’Annunciazione, riconoscendo nell’obbedienza e nella fede della Vergine di Nazaret al messaggio dell’angelo l’antitesi perfetta della disobbedienza e dell’incredulità di Eva, con effetto benefico sul destino dell’umanità. Infatti, come Eva ha causato la morte, così Maria, col suo «sì», è divenuta «causa di salvezza» per se stessa e per tutti gli uomini (cfr. Adv. Haer. III, 22, 4; SC 211, 441). Ma si tratta di un’affermazione non sviluppata in modo organico e abituale dagli altri Padri della Chiesa.

Tale dottrina, invece, viene sistematicamente elaborata per la prima volta, alla fine del decimo secolo, nella Vita di Maria di un monaco bizantino, Giovanni il Geometra. Maria è qui unita a Cristo in tutta l’opera redentrice partecipando, secondo il piano divino, alla Croce e soffrendo per la nostra salvezza. Ella è rimasta unita al Figlio «in ogni azione, atteggiamento e volontà» (cfr. Vita di Maria, Bol. 196, f. 123 v.).

3. In Occidente san Bernardo, morto nel 1153, rivolgendosi a Maria, così commenta la presentazione di Gesù al tempio: «Offri tuo Figlio, sacrosanta Vergine, e presenta al Signore il frutto del tuo seno. Per la nostra riconciliazione con tutti offri l’ostia santa, gradita a Dio» (Serm. 3 in Purif., 2: PL 183, 370).

Un discepolo ed amico di san Bernardo, Arnaldo di Chartres, mette in luce in particolare l’offerta di Maria nel sacrificio del Calvario. Egli distingue nella Croce «due altari: uno nel cuore di Maria, l’altro nel corpo di Cristo. Il Cristo immolava la sua carne, Maria la sua anima». Maria s’immola spiritualmente in profonda comunione con Cristo e supplica per la salvezza del mondo: «Quello che la madre chiede il Figlio lo approva, il Padre lo dona» (cfr. De septem verbis Domini in cruce, 3: PL 189, 1694).

Da questa epoca in poi altri autori espongono la dottrina della speciale cooperazione di Maria al sacrificio redentore.[17]

Come illustra il papa san Giovanni Paolo II, l’uso del termine Corredentrice non aggiunge nulla di nuovo all’insegnamento della Chiesa, ma sviluppa in modo omogeneo l’espressione di ciò che la Chiesa ha sempre insegnato.

Vediamo questo fenomeno nella solenne definizione dell’Immacolata Concezione da parte del beato papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus. Il santo pontefice, nel definire il dogma dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, chiarì che non stava presentando alcun insegnamento nuovo, ma stava definendo ciò che la Chiesa ha sempre creduto.[18]

Quanto scrisse il beato papa Pio IX esprime un aspetto essenziale della presenza viva di Cristo Nostro Signore in mezzo a noi nella Chiesa.

Negli ultimi anni si è sviluppato un forte movimento a favore del riconoscimento, mediante una solenne definizione papale, del ruolo di Maria come Corredentrice, Mediatrice e Avvocata. In occasione del Congresso Mariologico-Mariano tenutosi a Częstochowa, in Polonia, nell’agosto del 1996, fu convocata per brevissimo tempo una commissione incaricata di offrire alla Santa Sede un parere in materia. Una delle sue indicazioni fu che occorreva un ulteriore studio.[19] Tale studio continua a essere portato avanti da diversi teologi competenti.

Il ruolo della Madonna come Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie attiene alla sua natura di nostra madre spirituale, alla quale ci consacriamo per appartenere sempre più completamente a Gesù. Due dei più grandi maestri moderni della consacrazione mariana, san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716) e san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), fondano esplicitamente il loro insegnamento sulla consacrazione a Maria sulla mediazione, da parte di Maria, delle grazie della Redenzione a nostro favore. Vivere in unione con Maria è una grande chiave per crescere nella conoscenza e nell’amore di Gesù. Ella non ci attira mai a sé per se stessa, ma sempre per condurci più vicino a Gesù. Così san Luigi Maria Grignion de Montfort pregava: Totus tuus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio te in mea omnia. Præbe mihi cor tuum, Maria [«Sono tutto tuo, e tutto ciò che ho è tuo; ti prendo come mio tutto. O Maria, dammi il tuo cuore»].[20] La sua preghiera ispirò il motto dello stemma pontificio di san Giovanni Paolo II.

Maria Corredentrice nella Sacra Scrittura

La verità della partecipazione unica della Beata Vergine Maria all’opera della Redenzione è preannunciata nella prima promessa di salvezza fatta dal Signore al momento del peccato dei nostri progenitori. Rivolgendosi al serpente, che era riuscito a tentare Eva, Nostro Signore dichiarò: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».[21] Il Protovangelo, il Primo Vangelo, come opportunamente viene chiamato, chiarisce che l’opera della salvezza deve coinvolgere una donna la cui discendenza schiaccerà la testa del serpente, di Satana e delle sue schiere. In altre parole, una donna coopererà all’opera della salvezza in modo singolare, anzi unico.

Nostro Signore rinnovò la promessa di salvezza attraverso le parole del profeta Isaia al re Acaz: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».[22] Commentando i testi del Protovangelo e del profeta Isaia, il Concilio Vaticano II ha dichiarato:

La sacra Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento e la veneranda Tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della madre del Salvatore nella economia della salvezza e, per così dire, la propongono alla nostra considerazione. I libri del Vecchio Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparata la venuta di Cristo nel mondo. E questi primi documenti, come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell’ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la madre del Redentore. Essa, vista in questa luce, viene già profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori caduti nel peccato, circa la vittoria sul serpente (cfr. Gen 3,15). Parimenti, è lei la Vergine che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà Emmanuele (cfr. Is 7,14; Mi 5,2-3; Mt 1,22-23). Essa primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. E infine con lei, la eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova economia, quando il Figlio di Dio prese da lei la natura umana, per liberare coi misteri della sua carne l’uomo dal peccato.[23]

La liberazione dell’uomo dal peccato è compiuta da Dio Figlio, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo che la adombrò. La Vergine Maria coopera in modo del tutto singolare, anzi unico, all’opera della Redenzione, secondo il disegno di Dio. Troviamo la piena espressione dell’identità della Vergine Maria nell’opera dell’Incarnazione redentrice. Padre Ignace de la Potterie illustra la mediazione della Vergine Madre di Dio nell’opera della Redenzione studiando il Prologo del Vangelo secondo Giovanni e il racconto dell’Annunciazione nel Vangelo secondo Luca.[24]

Il Cuore di Maria fu, secondo l’eterno disegno di Dio, concepito senza macchia di peccato originale, affinché il suo grembo potesse essere il tabernacolo degno nel quale Dio Figlio sarebbe venuto a dimorare e dal quale sarebbe nato nella famiglia di Maria e Giuseppe, suo vero sposo e padre verginale di Gesù. Il suo Cuore Immacolato rimane per sempre disposto a condurre gli uomini, con amore materno, al Cuore del suo divin Figlio, con l’indicazione che ella diede per la prima volta alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».[25]

Nella Lettera ai Galati san Paolo esprime la verità della cooperazione unica di Maria al Mistero dell’Incarnazione redentrice nel suo rapporto con la nostra stessa chiamata a essere «collaboratori [di Cristo] della verità»[26]:

Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.[27]

È attraverso la mediazione della Vergine Maria, la sua missione corredentrice nell’Incarnazione redentrice del Figlio, che noi siamo eredi della vita eterna, che siamo chiamati all’alta dignità di seguire Cristo sulla via della Croce.[28]

Nostra Signora di Guadalupe, Corredentrice

Le apparizioni e il messaggio della Beata Vergine Maria sul colle del Tepeyac, nell’odierna Città del Messico, dal 9 al 12 dicembre 1531, sono una potente espressione della sua partecipazione singolare, anzi unica, all’Incarnazione redentrice, in actu primo, cioè nell’opera mediante la quale Dio Figlio incarnato ha compiuto la nostra salvezza con la Sua Passione, Morte, Risurrezione e Ascensione, e in actu secundo, cioè nella realizzazione della Sua opera salvifica nelle anime dei molti, di ogni tempo e luogo, che giungono alla vita in Lui mediante il Battesimo e vivono in Lui nella Chiesa, Suo Corpo Mistico. Si può dire, infatti, che tutte le apparizioni della Vergine Madre di Dio sono una manifestazione del suo rapporto unico con Dio Figlio, suo divin Figlio, in virtù del quale ella è divenuta Corredentrice, e un’espressione della sua missione di Corredentrice in ogni tempo e luogo, sino alla fine dei tempi. Ogni apparizione mariana è opera di Cristo, assistito, come lo fu fin dal momento del Suo concepimento verginale, da Sua Madre.

Maria dichiara la sua identità di Corredentrice in actu primo fin dal primo momento delle sue apparizioni a san Juan Diego. Il 9 dicembre 1531 san Juan Diego si stava recando a Tlatelolco per ricevere l’istruzione catechistica dai frati francescani, quando sul colle del Tepeyac fece esperienza di qualcosa di ultraterreno, anzi di celeste: dal canto degli uccelli all’apparizione gloriosa della Madonna tra pietre e piante trasfigurate fino a sembrare gioielli preziosi. Il racconto dell’apparizione contenuto nel Nican Mopohua, composto da Antonio Valeriano, buono e dotto amico di Juan Diego, sulla base della testimonianza diretta di quest’ultimo, indica che Juan Diego riconobbe nella Madonna la Madre di Dio. La Madonna si rivolge a Juan Diego con tenerissimo affetto materno, chiedendogli dove stia andando, ed egli risponde: «Signora mia, Regina mia, Fanciulla mia, arriverò fino alla tua venerabile casa a México Tlatelolco, per seguire le cose di Dio che ci vengono date, che ci insegnano i nostri sacerdoti, coloro che sono le immagini del Signore, Nostro Signore».[29]

La Madonna dichiarò allora: «Sappilo, tienilo per certo, figlio mio, il più piccolo, che io sono in verità la perfetta sempre Vergine Santa Maria, che ho l’onore di essere Madre del verissimo Dio per il quale si vive, il Creatore delle persone, il Signore di ciò che ci è vicino e di ciò che ci circonda, il Signore del Cielo, il Signore della Terra».[30] Queste parole esprimono in modo meraviglioso il mistero della Perpetua Verginità e della Divina Maternità della Madonna, in virtù del quale ella partecipa, in modo del tutto singolare, anzi unico, all’opera redentrice del suo divin Figlio. La Madonna si presenta sia come sempre vergine sia come Madre di Dio Figlio. Ella dichiara la sua partecipazione all’opera della Redenzione in actu primo. In altre parole, chiarisce che il nostro rapporto con Dio Padre, che ci ha redenti mediante l’Incarnazione di Dio Figlio, ci pone in un rapporto filiale con lei, la Madre di Dio Figlio incarnato. Siamo figli e figlie adottivi di Dio nel Suo Figlio unigenito, Nostro Signore Gesù Cristo, e perciò condividiamo con Lui Sua Madre, come Egli dichiarò a san Giovanni Apostolo ed Evangelista mentre moriva sulla croce.[31]

San Giovanni Apostolo ed Evangelista rappresentava gli Apostoli e l’intero gregge che Cristo aveva affidato alla carità pastorale degli Apostoli, alla Sua stessa carità pastorale. Il nostro rapporto con la Madonna ha origine nell’atto stesso della nostra Redenzione mediante la morte di Cristo sulla Croce.

La Madonna, dopo essersi presentata a san Juan Diego come Corredentrice in actu primo, esprime poi la sua missione di Corredentrice in actu secundo. Ella chiarisce il motivo della sua apparizione:

Molto voglio, molto desidero che qui mi innalzino la mia casetta sacra, nella quale lo mostrerò, lo esalterò rendendolo manifesto, lo donerò alle genti in tutto il mio amore personale, Lui che è il mio sguardo compassionevole, Lui che è il mio aiuto, Lui che è la mia salvezza.

Perché in verità io mi onoro di essere tua madre compassionevole, tua e di tutti gli uomini che vivono insieme in questa terra, e anche di tutte le altre diverse stirpi di uomini: di quelli che mi amano, di quelli che mi invocano, di quelli che mi cercano, di quelli che confidano in me. Perché lì [nella mia casa sacra] in verità ascolterò il loro pianto, la loro tristezza, per porre rimedio, per curare tutte le loro diverse pene, le loro miserie, i loro dolori.

E per realizzare ciò che il mio sguardo compassionevole e misericordioso desidera, va’ al palazzo del vescovo del Messico e digli come io ti mando, perché tu gli riveli quanto desidero che qui mi provveda una casa, che mi innalzi nella piana il mio tempio; gli racconterai tutto, quanto hai visto e ammirato e ciò che hai udito. E per questo ti arricchirò, ti glorificherò; e molto meriterai per questo, perché io ricompensi la tua fatica, il tuo servizio nell’andare a sollecitare la cosa per la quale ti mando. Ora, figlio mio carissimo, hai udito il mio soffio, la mia parola; va’, fa’ quanto ti spetta.[32]

Le parole della Madonna manifestano il suo servizio unico e insostituibile nell’opera della nostra salvezza, secondo il disegno di Dio.

In actu secundo, la Beata Vergine Maria continua a essere lo strumento privilegiato della grazia divina nella Chiesa, così come fu il primo tabernacolo nel quale Dio Figlio venne a dimorare, quando unì la nostra natura umana alla Sua natura divina nel suo grembo per opera dello Spirito Santo che la adombrò. Sul colle del Tepeyac ella apparve a san Juan Diego per manifestare l’amore e la misericordia di Dio verso tutti gli uomini, per manifestare la dignità inviolabile della vita umana, creata a immagine e somiglianza di Dio e salvata dal peccato e dalla morte mediante l’Incarnazione redentrice di Dio Figlio. Nelle parole rivolte a san Juan Diego quando questi, temendo la morte dello zio Juan Bernardino, stava rimandando l’appuntamento con la Madonna per condurre un sacerdote a confessare lo zio prima che morisse, la Madonna esprime la sua presenza costante in mezzo a noi nella Chiesa come Vergine Madre di Dio, che è anche Madre della Divina Grazia, nostra Madre, e che ci attira sempre più intimamente nella comunione con il suo divin Figlio. Ella dichiarò a san Juan Diego:

Ascolta, mettilo nel tuo cuore, figlio mio il più piccolo: non è nulla ciò che ti ha spaventato, ciò che ti ha afflitto; non si turbi il tuo volto, il tuo cuore; non temere questa malattia né alcun’altra malattia, né alcuna cosa pungente e dolorosa. Non sono forse qui io, che ho l’onore di essere tua madre? Non sei forse sotto la mia ombra e la mia protezione? Non sono forse io la fonte della tua gioia? Non sei forse nel cavo del mio manto, nell’incrocio delle mie braccia? Hai forse bisogno di qualcos’altro?

Che nient’altro ti affligga, ti turbi; non ti angusti la malattia di tuo zio, perché per ora non ne morirà: sii certo che è già guarito.[33]

Le parole della Madonna non sono figure retoriche. Esse riflettono piuttosto la sua missione permanente nella Chiesa, una missione singolare alla quale ella ha chiesto a san Juan Diego di partecipare.

L’impronta miracolosa della sua immagine sulla tilma, o mantello, di san Juan Diego è un segno meraviglioso della sua partecipazione all’opera della Redenzione compiuta dal suo divin Figlio. Nel confermare la sua missione al vescovo con il segno della miracolosa fioritura di rose in pieno inverno su un colle sassoso, dove crescevano soltanto erbacce e rovi, Dio diede un’ulteriore conferma che non ha dato in nessun’altra apparizione della Madonna. Ascoltiamo ancora il racconto della presentazione del segno delle rose al vescovo Juan de Zumárraga da parte di san Juan Diego:

E allora [Juan Diego] aprì la sua bianca tilma, nel cui cavo si trovavano i fiori. E tutti i diversi fiori, come quelli di Castiglia, caddero a terra. Proprio allora e lì la sua tilma divenne il segno: vi apparve all’improvviso l’amata Immagine della perfetta Vergine Santa Maria, Madre di Dio, nella forma e nella figura in cui si trova ora, là dove è conservata nella sua amata casetta al Tepeyac, che si chiama Guadalupe. E non appena il Vescovo governante e tutti coloro che erano lì la videro, si inginocchiarono, furono pieni di stupore, si alzarono per vederla, si commossero, il loro cuore fu turbato, il loro cuore e la loro mente si elevarono. E il Vescovo governante, in lacrime, con tristezza, la supplicò, le chiese perdono per non aver eseguito la sua venerabile volontà, il suo venerabile soffio, la sua venerabile parola.

E il Vescovo si alzò e sciolse dal collo di Juan Diego, dove era annodata, la sua veste, la sua tilma, sulla quale era apparso il venerabile segno della Regina Celeste. E poi la prese e la collocò nella sua cappella privata. E Juan Diego rimase ancora quel giorno nella casa del Vescovo, che lo trattenne lì. E il giorno seguente egli [il Vescovo] gli disse: «Vieni, andiamo, perché tu mi mostri dove la venerabile volontà della Regina del Cielo vuole che le sia costruita la sua cappella». Immediatamente fu dato l’ordine di farla, di costruirla.[34]

In brevissimo tempo la cappella fu costruita e il vescovo Juan de Zumárraga vi collocò la sacra tilma. Il Nican Mopohua si conclude con queste parole:

E dopo qualche tempo, il reverendo Vescovo trasferì l’amata Immagine della Fanciulla Celeste nella Chiesa Maggiore. Egli [il Vescovo] la tolse dal suo palazzo, dalla sua cappella dove si trovava, perché tutti potessero vedere e ammirare la sua preziosa Immagine. E assolutamente tutti, l’intera città, senza eccezione, fremettero quando andarono a contemplare, ad ammirare la sua preziosa Immagine. Venivano a riconoscerla come qualcosa di divino. Venivano a offrirle le loro preghiere. Si meravigliavano del modo miracoloso in cui era apparsa, poiché assolutamente nessuno sulla terra aveva dipinto la sua amata Immagine.[35]

La presenza costante della Madre di Dio, Madre della Divina Grazia, accanto a coloro che giungevano in pellegrinaggio al luogo santo in cui era custodita la sacra tilma fu, e continua a essere, indescrivibilmente efficace. La Vergine di Guadalupe condusse moltissime anime alla vita in Cristo mediante il Battesimo e portò moltissimi battezzati ad abbandonare le loro vie di peccato e a seguire la Via di Cristo, il quale solo è la nostra salvezza.

Maria Corredentrice ci insegna sempre, ci attira sempre a partecipare all’opera dell’Incarnazione redentrice in actu secundo, secondo la nostra vocazione di vita e i talenti che Dio ci ha dato. Come Corredentrice, ella è la prima tra i discepoli del suo divin Figlio e partecipa alla Sua opera salvifica in actu primo et in actu secundo, ma insegna a tutti coloro che, mediante il Battesimo, sono figli e figlie adottivi di Dio nel Suo Figlio unigenito, che anch’essi devono fare tutto ciò che è in loro potere per servire Cristo, per essere Suoi «collaboratori della verità».[36] Quando san Juan Diego dubitò della propria capacità di fare da messaggero della Madonna, suggerendole di scegliere qualcuno più nobile, più capace, la Madonna rispose:

Ascolta, figlio mio il più piccolo, sappi per certo che non mi mancano servitori, messaggeri, ai quali affidare il compito di portare il mio soffio, la mia parola, perché eseguano la mia volontà; ma è necessario che tu, personalmente, vada e supplichi, che per tua intercessione il mio desiderio, la mia volontà diventino realtà. E molto ti prego, figlio mio il più piccolo, e con fermezza ti ordino, di andare di nuovo domani a vedere il vescovo. E a nome mio fagli sapere, fagli udire il mio desiderio, la mia volontà, perché realizzi, edifichi la casa sacra che gli chiedo. E ripetigli bene come io, personalmente, la sempre Vergine Santa Maria, io, che sono la Madre di Dio, ti ho mandato come mio messaggero.[37]

Ogni volta che ci rechiamo in pellegrinaggio al luogo santo di Nostra Signora di Guadalupe, ella ci conferma nella nostra missione di suoi messaggeri, di araldi e strumenti dell’amore e della misericordia salvifici di Dio. Unisce più pienamente i nostri cuori al suo Cuore Immacolato, perché riposino sempre più sicuri e pienamente nel Sacro Cuore di Gesù, dove vengono purificati dal peccato e infiammati di amore divino. Ella ci parla come parlò a san Juan Diego:

Non sono forse qui io, che ho l’onore di essere tua madre? Non sei forse sotto la mia ombra e la mia protezione? Non sono forse io la fonte della tua gioia? Non sei forse nel cavo del mio manto, nell’incrocio delle mie braccia? Hai forse bisogno di qualcos’altro?[38]

Specialmente nel tempo così travagliato e inquietante che stiamo vivendo nella Chiesa, abbiamo bisogno di visitare la nostra Madre celeste e di essere confermati nella fedeltà al suo divin Figlio, così da rimanere con Lui nella Chiesa, coltivando qualunque porzione del Suo Regno, piccola o grande che sia, con tutto il cuore, con un cuore unito al Cuore Immacolato di Maria e perciò totalmente appartenente al Suo Sacro Cuore.

Spero che questa breve presentazione vi abbia mostrato come l’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe sul colle del Tepeyac nel 1531 sia una manifestazione e un’espressione bellissima ed eloquente della verità della sua partecipazione singolare, anzi unica, all’opera salvifica del suo divin Figlio, e della verità della dottrina racchiusa nel suo titolo di Corredentrice, rettamente inteso. Al tempo stesso, spero che abbia ricordato a tutti noi la nostra chiamata a essere, con la Vergine di Guadalupe, partecipi dell’opera dell’Incarnazione redentrice. Possiamo noi, con san Paolo, dire ai nostri fratelli e sorelle nella Chiesa: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa».[39]

Conclusione


Sebbene il Concilio Ecumenico Vaticano II non abbia formulato una definizione dogmatica, esso ha certamente insegnato, in qualche modo, la verità della Corredenzione, come ho indicato. A tale riguardo, dobbiamo stare attenti che l’esitazione dovuta al timore di fraintendimenti del termine Corredentrice non porti a un indebolimento dell’insegnamento sulla Corredenzione, così come esso si applica in modo unico alla Beata Vergine Maria e, in modo generale, a tutti i battezzati. Spero che la mia esposizione abbia chiarito l’importanza dell’insegnamento sulla Corredenzione per la nostra vita quotidiana in Cristo.

Concludo con una riflessione di padre Jean Galot, S.I., tratta da un articolo che egli scrisse sulle controversie e sui problemi dottrinali legati al titolo di Corredentrice:

Alcuni hanno accusato i privilegi mariani di scavare un solco tra la Madre di Gesù e noi; in realtà, quei privilegi sono destinati, nel piano divino, ad avvicinare Maria all’umanità in vista dello sviluppo di una grazia più abbondante. Pur con un carattere unico e un livello ineguagliabile, la cooperazione di Maria alla redenzione ci invita a prendere più vivamente coscienza della nostra missione e della nostra responsabilità in un mondo che ha bisogno di salvezza. Se Maria non potesse venire chiamata corredentrice, neppure i cristiani potrebbero essere considerati come corredentori. La condizione di tutta la Chiesa nella sua missione corredentrice s’illumina con la condizione di Maria, primo modello di ogni redenzione.[40]

Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione. Dio vi benedica, e Nostra Signora di Guadalupe vi custodisca sempre nella sua cura materna.





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[1] “Sábelo, ten por cierto, hijo mío, el más pequeño, que yo soy en verdad la perfecta siempre Virgen Santa María, que tengo el honor de ser Madre del verdaderísimo Dios por quien se vive, el Creador de las personas, el Dueño de la cercanía y de la inmediación, el Dueño del cielo, el Dueño de la tierra.” Carl A. Anderson y Eduardo Chávez, Nuestra Señora de Guadalupe. Madre de la civilización del amor (México DF: Random House Mondadori, 2010), p. 214, n. 26. Traduzione inglese: Carl Anderson e Eduardo Chávez, Our Lady of Guadalupe: Mother of the Civilization of Love (New York: Doubleday, 2009), p. 173, n. 26.

[2] Ap 12, 1.

[3] Ap 12, 5.

[4] Cfr. Mt 16, 18.

[5] Ef 1, 10.

[6] 3 Gv 8.

[7] Lc 9, 23. Cfr. Mt 16, 24; Mc 8, 34.

[8] Cfr. Gv 19, 26-27.

[9] Cfr. Antonio Dragón, Vida íntima del Padre Pro, trad. Rafael Martínez del Campo, 6a ed. (México, D.F.: Obra Nacional de la Buena Prensa, A.C., 1993), p. 234.

[10] Cfr. Fidel González Fernández, José Sánchez del Río, Il giovane martire che diede la vita per la fede, a cura di Federica Picchi Roncali (Firenze: Dominus Production Edizioni, 2016), pp. 129-133.

[11] Gv 2, 5.

[12] Calkins, p. 45.

[13] Col 1, 24-26.

[15] “… ut dignitati et efficacitati Christi unius Mediatoris nihil deroget, nihil superaddat.” Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, “Constitutio Dogmatica de Ecclesia Lumen Gentium,” Acta Apostolicae Sedis 57 (1965) 63, n. 62. [LG]. Traduzione inglese: Second Vatican Ecumenical Council, “Dogmatic Constitution Lumen Gentium, ‘On the Church,’ 21 November 1964,” Austin Flannery (a cura di), Vatican Council II, Vol. 1, Rev. Ed. (Northport, NY: Costello Publishing Company, 2004), p. 419, n. 62. [LGEng].

[16] Arthur Burton Calkins, “The Mystery of Mary Coredemptrix in the Papal Magisterium,” Mary Co-Redemptrix: Doctrinal Issues Today(Goleta, CA: Queenship Publishing Company, 2002), p. 30. [Calkins].

[17] “1. Dicendo che “Maria Vergine è riconosciuta e onorata come vera Madre di Dio, Madre del Redentore” [Lumen Gentium, 53], il Concilio attira l’attenzione sul legame esistente tra la maternità di Maria e la redenzione.

Dopo aver preso coscienza del ruolo materno di Maria, venerata nella dottrina e nel culto dei primi secoli quale Madre verginale di Gesù Cristo e quindi Madre di Dio, nel Medioevo la pietà e la riflessione teologica della Chiesa approfondiscono la sua collaborazione all’opera del Salvatore.

Questo ritardo si spiega con il fatto che lo sforzo dei Padri della Chiesa e dei primi Concili ecumenici, incentrato com’era sul mistero dell’identità di Cristo, lasciò necessariamente nell’ombra altri aspetti del dogma. Sarà solo progressivamente che la verità rivelata potrà essere esplicitata in tutta la sua ricchezza. Nel corso dei secoli la Mariologia si orienterà sempre in funzione della Cristologia. La stessa divina maternità di Maria viene proclamata nel Concilio di Efeso soprattutto per affermare l’unità personale di Cristo. Analogamente avviene per l’approfondimento della presenza di Maria nella storia della salvezza.

2. Alla fine del secondo secolo sant’Ireneo, discepolo di Policarpo, pone già in evidenza il contributo di Maria all’opera della salvezza. Egli ha compreso il valore del consenso di Maria al momento dell’Annunciazione, riconoscendo nell’obbedienza e nella fede della Vergine di Nazaret al messaggio dell’angelo l’antitesi perfetta della disobbedienza e dell’incredulità di Eva, con effetto benefico sul destino dell’umanità. Infatti, come Eva ha causato la morte, così Maria, col suo “sì”, è divenuta “causa di salvezza” per se stessa e per tutti gli uomini [Cfr. S. Irenaei Adversus Haereses, 3. 22, 4]. Ma si tratta di un’affermazione non sviluppata in modo organico e abituale dagli altri Padri della Chiesa.

Tale dottrina, invece, viene sistematicamente elaborata per la prima volta, alla fine del decimo secolo, nella “Vita di Maria” di un monaco bizantino, Giovanni il Geometra. Maria è qui unita a Cristo in tutta l’opera redentrice partecipando, secondo il piano divino, alla Croce e soffrendo per la nostra salvezza. Ella è rimasta unita al Figlio “in ogni azione, atteggiamento e volontà” [Giovanni il Geometra, Vita di Maria, Bol. 196, f. 122 v.]. L’associazione di Maria all’opera salvifica di Gesù avviene mediante il suo amore di Madre, un amore animato dalla grazia, che le conferisce una forza superiore: la più esente da passione si mostra la più compassionevole [Cfr. ibid. f. 123 v.].

3. In Occidente san Bernardo, morto nel 1153, rivolgendosi a Maria, così commenta la presentazione di Gesù al tempio: “Offri tuo Figlio, sacrosanta Vergine, e presenta al Signore il frutto del tuo seno. Per la nostra riconciliazione con tutti offri l’ostia santa, gradita a Dio” (S. Bernardi Sermo 3 in Purif., 2: PL 183, 370].

Un discepolo ed amico di san Bernardo, Arnaldo di Chartres, mette in luce in particolare l’offerta di Maria nel sacrificio del Calvario. Egli distingue nella Croce “due altari: uno nel cuore di Maria, l’altro nel corpo di Cristo. Il Cristo immolava la sua carne, Maria la sua anima”. Maria s’immola spiritualmente in profonda comunione con Cristo e supplica per la salvezza del mondo: “Quello che la madre chiede il Figlio lo approva, il Padre lo dona” [Arnaldi Carnutensis De Septem Verbis Domini in Cruce, 3: PL 189, 1694].

Da questa epoca in poi altri autori espongono la dottrina della speciale cooperazione di Maria al sacrificio redentore.” Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII, 2 [luglio-dicembre 1995] (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1998), pp. 93 4-935. Traduzione inglese: “Mary was united to Jesus on the Cross: Down the centuries the Church’s tradition has appreciated ever more profoundly Mary’s very close sharing in her Son’s redemptive mission,” L’Osservatore Romano Weekly Edition in English, 1° novembre 1995, 11.

[18] Cfr. Petrus Hünermann e Helmut Hoping per il testo latino, e Robert Fastiggi e Anne Englund Nash per il testo inglese (a cura di), Henrici Denzinger, Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, 43a ed. / Compendium of Creeds, Definitions, and Declarations on Faith and Morals (San Francisco: Ignatius Press, 2012), p. 574, n. 2802.

[19] Cfr. L’Osservatore Romano, 4 giugno 1997, 10-11. Traduzione inglese: L’Osservatore Romano Weekly Edition in English, 4 giugno 1997, 12.

[20] Cfr. Karol Wojtyła. Giovanni Paolo II, Dono e mistero. Diario di un Sacerdote (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2011), p. 44. Traduzione inglese: Pope John Paul II, Gift and Mystery: On the Fiftieth Anniversary of My Priestly Ordination (New York: Doubleday, 1996), pp. 29-30. Cfr. anche Arthur Burton Calkins, Totus Tuus: Pope John Paul II’s Program of Marian Consecration and Entrustment, 2a ed. (New Bedford, MA: Academy of the Immaculate, 2017), p. 308.

[21] Gen 3, 15.

[22] Is 7, 14.

[23] “Sacrae Litterae Veteris Novique Testamenti et veneranda Traditio munus Matris Salvatoris in salutis oeconomia modo magis magisque dilucido ostendunt et veluti conspiciendum proponunt. Libri quidem Veteris Testamenti historiam salutis, qua Christi in mundum adventus lento gradu praeparatur, describunt. Quae primaeva documenta, qualiter in Ecclesia leguntur et sub luce ulterioris et plenae revelationis intelliguntur, clarius pedetentim in lucem proferunt figuram mulieris, Matris Redemptoris. Ipsa, sub hac luce, iam prophetice adumbratur in promissione, lapsis in peccatum primis parentibus data, de victoria super serpentem (cfr. Gen. 3,15). Similiter haec est Virgo quae concipiet et pariet Filium, cuius nomen vocabitur Emmanuel (cfr. Is. 7,14; cfr. Michaea 5, 2-3. - Matth. 1, 22-23). Ipsa praecellit inter humiles ac pauperes Domini, qui salutem cum fiducia ab Eo sperant et accipiunt. Cum Ipsa tandem praecelsa Filia Sion, post diuturnam exspectationem promissionis, complentur tempora et nova instauratur Oeconomia, quando Filius Dei humanam naturam ex ea assumpsit, ut mysteriis carnis suae hominem a peccato liberaret.” LG 59-60, n. 55. Traduzione inglese: LGEng, p. 415, n. 55.

[24] Cfr. Ignace de la Potterie, “The Mediation of the Mother of Jesus at the Incarnation: An Exegetical Study,” trad. Salwa Hamati, Mary Coredemptrix Mediatrix Advocate, Theological Foundations: Towards a Papal Definition?, a cura di Mark I. Miravalle (Santa Barbara, CA: Queenship Publishing, 1995), pp. 173-190. [Potterie].

[25] Gv 2, 5.

[26] 3 Gv 8.

[27] Gal 4, 4-7.

[28] Cfr. Lc 9, 23.

[29] “Señora mía, Reina mía, Muchachita mía, allá llegaré, a tu venerable casa en México Tlatelolco, a seguir las cosas de Dios que nos dan, que nos enseñan, quienes son las imágenes del Señor, Señor Nuestro, nuestros sacerdotes.” “Apéndice A, El Nican Mopohua,” Carl A. Anderson y Eduardo Chávez, Nuestra Señora de Guadalupe. Madre de la civilización del amor, trad. Gerardo Hernández Clark (México DF: Random House Mondadori, 2010), p. 214, n. 24. [NM]. Traduzione inglese: Carl A. Anderson e Eduardo Chávez, Our Lady of Guadalupe: Mother of the Civilization of Love (New York: Doubleday, 2009), p. 173, n. 24. [NMEng].

[30] “Sábelo, ten por cierto, hijo mío, el más pequeño, que yo soy en verdad la perfecta siempre Virgen Santa María, que tengo el honor de ser Madre del verdaderísimo Dios por quien se vive, el Creador de las personas, el Dueno de la cercania y de la inmediación, el Dueño del cielo, el Dueño de la tierra.” NM, p. 214, n. 26. Traduzione inglese: NMEng, p. 173, n. 26.

[31] Cfr. Gv 19, 25-27.

[32] “Mucho quiero, mucho deseo, que aquí me levanten mi casita sagrada, en donde lo mostraré, lo ensalzaré al ponerlo de manifiesto, lo entregaré a las gentes en todo mi amor personal, a Él que es mi mirada compasiva, a Él que es mi auxilio, a Él que es mi salvación.

Porque, en verdad, yo me honro en ser tu madre compasiva, tuya y de todos los hombres que vivís juntos en esta tierra, y también de todas las demás variadas estirpes de hombres, los que me amen; los que me llamen, los que me busquen, los que confíen en mí. Porque ahí, en verdad, escucharé su llanto, su tristeza, para remediar, para curar todas sus diferentes penas, sus miserias, sus dolores.

Y para realizar lo que pretende mi compasiva mirada misericordiosa, anda al palacio del obispo de México, y le dirás cómo yo te envío, para que le descubras cómo mucho deseo que aquí me provea de una casa, me erija en el llano mi templo; todo le contarás, cuanto has visto y admirado, y lo que has oído.

Y ten por seguro que mucho lo agradeceré y lo pagaré, que por ello, en verdad, te enriqueceré, te glorificaré; y mucho de allí merecerás con que yo retribuya tu cansancio, tu servicio con que vas a solicitar el asunto al que te envío. Ya escuchaste, hijo mío el menor, mi aliento mi palabra; anda, haz lo que esté de tu parte.” NM, p. 214, nn. 26-37. Traduzione inglese: NMEng, pp. 173-174, nn. 26-37.

[33] “Escucha, ponlo en tu corazón, Hijo mío el menor, que no es nada lo que te espantó, lo que te afligió; que no se perturbe tu rostro, tu corazón; no temas esta enfermedad ni ninguna otra enfermedad, ni cosa punzante y aflictiva. ¿No estoy yo aquí, que tengo el honor de ser tu madre? ¿No estás bajo mi sombra y resguardo? ¿No soy yo la fuente de tu alegría? ¿No estas en el hueco de mi manto, en el cruce de mis brazos? ¿Acaso tienes necesidad de alguna otra cosa?

Que ninguna otra cosa te aflija, que no te inquiete; que no te acongoje la enfermedad de tu tío, porque de ella no morirá por ahora, ten por cierto que ya sanó.” NM, p. 220, nn. 118-120. Traduzione inglese: NMEng, p. 179, nn. 118-120.

[34] “Y luego extendió su blanca tilma, en cuyo hueco estaban las flores. Y al caer al suelo todas las variadas flores como las de Castilla, luego allí en su tilma se convirtió en señal, se apareció de repente la Amada Imagen de la Perfecta Virgen Santa María, Madre de Dios, en la forma y figura en que ahora está, en donde ahora es conservada en su amada casita, en su sagrada casita en el Tepeyácac, que se llama Guadalupe. Y en cuanto la contempló el Obispo Gobernante y también todos los que allí estaban, se arrodillaron, mucho la admiraron, se pusieron de pie para verla, se conmovieron, se afligió su corazón, como que se elevó su corazón, su pensamiento. Y el Obispo Gobernante con lagrimas, con tristeza, le suplicó, le pidió perdón por no haber realizado su venerable voluntad, su venerable aliento, su venerable palabra.

Y el Obispo se levantó, desaó del cuello de donde estaba atada, la vestidura, la tilma de Juan Diego, en la que se apareció, en donde se convirtió en venerable señal la Reina Celestial. Y luego la llevó allá, la fue a colocar en su oratorio. Y todavía allí pasó un dia entero Juan Diego en la casa del Obispo, quien hizo que se quedara allí. Y al día siguiente, le dijo: ‘Anda, vamos a que muestres dónde es la venerable voluntad de la Reina del Cielo que le levante su templo’. De inmediato se dio orden de hacerlo, levantarlo.” NM, pp. 223-224, nn. 181-193. Traduzione inglese: NMEng, p. 182, nn. 181-193.

[35] “Y después de que el Señor Obispo la tuvo algún tiempo, trasladó a la Iglesia Mayor la preciosa reverenciada Imagen de la amada Niña Celestial. La vino a sacar de su palacio, de su oratorio en donde estaba, para que todos la vieran, se admiraran de su preciosa Imagen. Y absolutamente todos, toda la ciudad, sin faltar nadie, se estremecieron cuando fueron a contemplar, a admirar su preciosa Imagen. Venían a conocerla como algo divino. Venían a presentarle sus plegarias. Mucho se admiraban en qué milagrosa manera se había aparecido puesto que absolutamente ningún hombre de la tierra pintó su amada Imagen.” NM, p. 225, nn. 212-218. Traduzione inglese: NMEng, p. 183, nn. 212-218.

[36] 3 Gv 8.

[37] “Escucha, tú, el más pequeño de mis hijos, ten por cierto que no son escasos mis servidores, mis mensajeros, a quien encargue que lleven mi aliento, mi palabra, para que efectúen mi voluntad; pero es necesario que tú, personalmente, vayas, ruegues, que por tu intercesión se realice, se lleve a efecto mi querer, mi voluntad. Y mucho te ruego, hijo mío el menor, y con rigor te mando, que otra vez vayas mañana a ver al obispo. Y de mi parte hazle

saber, hazle oír mi querer, mi voluntad, para que realice, edifique mi casa sagrada que le pido. Y bien, de nuevo dile de qué modo yo, personalmente, la siempre Virgen Santa María, yo, que soy la Madre de Dios, te envío a ti como mi mensajero.” NM, p. 216, nn. 58-62. Traduzione inglese: NMEng, pp. 175-176, nn. 58-62.

[38] “¿No estoy yo aquí, que tengo el honor de ser tu madre? ¿No estás bajo mi sombra y resguardo? ¿No soy yo la fuente de tu alegría? ¿No estas en el hueco de mi manto, en el cruce de mis brazos? ¿Acaso tienes necesidad de alguna otra cosa?” NM, p. 220, n. 119. Traduzione inglese: NMEng, p. 179, n. 119.

[39] Col 1, 24.

[40] “Alcuni hanno accusato i privilegi mariani di scavare un solco tra la Madre di Gesù e noi; in realtà, quei privilegi sono destinati, nel piano divino, ad avvicinare Maria all’umanità in vista dello sviluppo di una grazia più abbondante. Pur con un carattere unico e un livello ineguagliabile, la cooperazione di Maria alla redenzione ci invita a prendere più vivamente coscienza della nostra missione e della nostra responsabilità in un mondo che ha bisogno di salvezza. Se Maria non potesse venire chiamata corredentrice, neppure i cristiani potrebbero essere considerati come corredentori. La condizione di tutta la Chiesa nella sua missione corredentrice s’illumina con la condizione di Maria, primo modello di ogni redenzione.” Jean Galot, “Maria Corredentrice. Controversie e problemi dottrinali,” La Civiltà Cattolica, Anno 145 (1994), n., 3459/3460, p. 216. Traduzione inglese: Jean Galot, “Mary Co-redemptrix: Controversies and Doctrinal Questions,” Mary Co-redemptrix: Doctrinal Issues Today(Goleta, CA: Queenship Publishing Company, 2002), p. 11.