Pubblicato il 12 marzo 2026
Julio Loredo
Negli ultimi mesi molti osservatori hanno l’impressione che la Chiesa in Germania stia camminando dritta verso uno scisma, soprattutto alla luce degli sviluppi legati al cosiddetto “cammino sinodale”. L’approvazione, da parte della Conferenza episcopale tedesca, degli statuti della nuova “conferenza sinodale” e l’elezione a presidente di monsignor Heiner Wilmer, figura di spicco dell’ala progressista, sembrano confermare questa deriva.
Non sono mancati gesti simbolici eloquenti. Monsignor Wilmer, per esempio, si è presentato con un ciondolo a forma di cuore al posto della tradizionale croce pettorale episcopale. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che interroga: la croce non è un semplice ornamento, bensì il simbolo stesso della fede cristiana. Rinunciarvi, almeno sul piano visibile, è un segnale forte su che cosa si voglia comunicare.
Eppure, nonostante questa impressione di corsa verso la rottura, la situazione è più sfumata. Accanto alla spinta progressista, emergono resistenze interne, dubbi e perfino una rinascita religiosa, soprattutto tra i giovani, che non si lasciano facilmente ingabbiare nelle narrazioni ideologiche dominanti.
Negli ultimi mesi molti osservatori hanno l’impressione che la Chiesa in Germania stia camminando dritta verso uno scisma, soprattutto alla luce degli sviluppi legati al cosiddetto “cammino sinodale”. L’approvazione, da parte della Conferenza episcopale tedesca, degli statuti della nuova “conferenza sinodale” e l’elezione a presidente di monsignor Heiner Wilmer, figura di spicco dell’ala progressista, sembrano confermare questa deriva.
Non sono mancati gesti simbolici eloquenti. Monsignor Wilmer, per esempio, si è presentato con un ciondolo a forma di cuore al posto della tradizionale croce pettorale episcopale. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che interroga: la croce non è un semplice ornamento, bensì il simbolo stesso della fede cristiana. Rinunciarvi, almeno sul piano visibile, è un segnale forte su che cosa si voglia comunicare.
Eppure, nonostante questa impressione di corsa verso la rottura, la situazione è più sfumata. Accanto alla spinta progressista, emergono resistenze interne, dubbi e perfino una rinascita religiosa, soprattutto tra i giovani, che non si lasciano facilmente ingabbiare nelle narrazioni ideologiche dominanti.
Le crepe interne all’episcopato tedesco
Già da tempo varie fonti, sia locali sia vaticane, indicano che l’appoggio al cammino sinodale non è affatto unanime in Germania. Tra il clero più giovane, in particolare, cresce una reazione sempre più consistente contro il “Sinodaler Weg”, percepito come un processo che ha perso la bussola.
Il blog cattolico Catholiced descrive così questo momento: «Il Sinodaler Weg tedesco ha raggiunto un punto che non è più adeguatamente descritto come una fase di tensione o controversia. È ormai chiaro che si tratta di un processo che ha completamente perso ogni coerenza, autorevolezza e credibilità». Parole pesanti, che fotografano un malessere profondo.
Le crepe non riguardano solo i parroci o i giovani sacerdoti, ma anche l’episcopato. Un cardinale e i vescovi di Ratisbona, Eichstätt, Passau e Colonia si sono ufficialmente dissociati dal cammino sinodale, e diverse diocesi hanno già annunciato che non contribuiranno finanziariamente alla nuova struttura sinodale. Questo dissenso tocca il cuore stesso del progetto.
Anche la recente assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca ha messo in luce divisioni significative. Secondo la rivista “Communio”, il voto sugli statuti della futura conferenza sinodale ha evidenziato che il sostegno al nuovo organismo è tutt’altro che unanime: la maggioranza è stata raggiunta con un margine molto risicato, segno che molti vescovi nutrono serie riserve sull’opportunità e sulla legittimità dell’iniziativa.
La spaccatura si è vista anche nell’elezione del nuovo presidente. Monsignor Wilmer è stato eletto solo alla terza votazione, e non con una larga maggioranza, ma con una maggioranza semplice, e non con i classici due terzi che indicano un consenso ampio e forte. Tutto questo mette nelle mani del Vaticano una leva importante nella gestione del confronto con l’episcopato progressista tedesco: Roma può contare su una minoranza non irrilevante di vescovi per frenare eventuali fughe in avanti.
Vecchi sessantottini e giovani in fuga verso la tradizione
Chi spinge dunque per accelerare il cammino sinodale? Una risposta interessante viene dallo stesso ambiente progressista. Qualche mese fa, una dirigente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, vera “fucina” del Sinodaler Weg, ha dichiarato che occorre correre perché “il loro tempo si sta esaurendo”. Il Comitato è infatti formato in larga parte da esponenti della generazione del ’68. Anagraficamente, questa è probabilmente la loro ultima occasione per tentare un ribaltamento radicale della Chiesa.
Il problema, però, è che le nuove generazioni stanno prendendo tutt’altra direzione. Proprio a monsignor Stefan Oster, vescovo di Passau e uno dei presuli che si sono dissociati dal cammino sinodale, l’agenzia “Katholisch Deutschland” ha chiesto di commentare il crescente interesse dei giovani per la fede. La sua risposta è illuminante: «Il fenomeno esiste. Si tratta spesso di giovani che cercano la liturgia, la tradizione e soprattutto un’identità di fede in Cristo».
Il vescovo si augura che da questo nuovo influsso possa nascere «un vero slancio di rinnovamento». È molto significativo che, ai suoi occhi, il vero rinnovamento non venga da ulteriori sperimentazioni, ma da un ritorno alla tradizione. Molti di questi giovani non si sentono affatto attratti dalle parrocchie segnate dal modello di pratica religiosa nato negli anni Sessanta, spesso orizzontale e desacralizzato; preferiscono ambienti dove si respira tradizione, dove la liturgia è solenne, dove la dottrina è chiara e non continuamente negoziata.
Monsignor Oster osserva con realismo: «Probabilmente questi giovani non si sentiranno a proprio agio nelle normali comunità parrocchiali. Dobbiamo riflettere su questo aspetto, dobbiamo aprire spazi e avere referenti in grado di gestire la situazione». È un invito a cambiare approccio, riconoscendo che il modello dominante degli ultimi decenni non ha prodotto i frutti sperati.
La crisi della narrativa progressista
Nel suo discorso di congedo dalla presidenza della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Bätzing, grande promotore della sinodalità, ha dovuto ammettere che la situazione si sta mettendo molto male per i progressisti. Secondo lui, «la vecchia narrativa del progresso si è esaurita ed è stata sostituita dalla paura della perdita, dalla stanchezza e dal sovraccarico».
Questa constatazione è eloquente: per decenni si è puntato su un discorso di “apertura”, “aggiornamento”, “riforma”, nella convinzione che proprio questo avrebbe attirato i lontani e soprattutto i giovani. Oggi, invece, le chiese che hanno inseguito fino in fondo questa logica sono spesso vuote, mentre gli spazi dove si recuperano la tradizione e la chiarezza dottrinale si riempiono.
Bätzing interpreta la reazione conservatrice come una deriva “populista”, che offrirebbe certezze semplici, identificherebbe colpevoli e prometterebbe soluzioni radicali. Ma la realtà sembra più complessa: molti giovani non cercano slogan, bensì radici, identità, una verità che non cambi a ogni stagione culturale.
Non stupisce, dunque, che di fronte alla fuga dei giovani verso la tradizione alcuni progressisti reagiscano in modo scomposto. Emblematica è la decisione dell’arcivescovo Carlos Alberto Brüse Pereira, in Brasile, che ha minacciato la scomunica per chi frequenta le Messe in rito tradizionale. Una misura canonicamente discutibile e, sul piano pastorale, quasi grottesca. Il fatto che le Messe parrocchiali si svuotino mentre quelle tradizionali si riempiono dovrebbe spingere a interrogarsi sulle ragioni di questo fenomeno, non a ricorrere alla forza delle sanzioni.
Notre Dame: una vittoria per l’identità cattolica
La rinascita di una fede più consapevole non riguarda solo la Germania. Negli Stati Uniti, l’Università cattolica di Notre Dame è stata recentemente al centro di un caso significativo. Le autorità accademiche avevano annunciato la nomina della professoressa Susan Ostermann, nota per le sue posizioni abortiste, a direttrice del Liu Institute for Asia and Asian Studies. La notizia ha provocato una reazione immediata tra gli studenti, preoccupati per la coerenza dell’ateneo con la sua identità cattolica.
I giovani hanno organizzato incontri di preghiera e momenti pubblici di protesta, culminati in un Rosario di riparazione presso la grotta di Lourdes nel campus, con la partecipazione di centinaia di studenti. Si trattava, nelle intenzioni iniziali, di una marcia di contestazione (“March on the Dome”), che si è trasformata in una grande veglia di preghiera e ringraziamento quando si è saputo che la professoressa aveva rinunciato all’incarico.
Secondo testimonianze raccolte da Catholic World Report, il rettore, padre Robert Dowd, sarebbe rimasto sorpreso dalla forza e dalla compattezza della reazione studentesca. Molti, forse, davano per scontato che i giovani avrebbero accolto passivamente la nomina, in nome di un generico pluralismo. Invece, hanno difeso pubblicamente la missione pro‑life e cattolica dell’università. Lo studente Max McNiff ha definito l’esito della vicenda «una grande vittoria nella battaglia per l’identità cattolica di Notre Dame».
Giovani in cerca di identità cattolica
L’impressione, guardando questi episodi, è che negli ultimi decenni si sia progressivamente smarrita l’identità cattolica, diluita in correnti teologiche che hanno privilegiato l’adattamento al mondo rispetto alla fedeltà alla Tradizione. Questo ha provocato in molti giovani una vera e propria crisi di identità: cresciuti in ambienti ecclesiali spesso incerti sulla dottrina, frammentati sul piano liturgico e timorosi di proclamare la verità cattolica, essi non trovano più punti fermi.
La reazione che oggi vediamo — il ritorno alla liturgia tradizionale, la richiesta di catechesi solide, l’impegno pubblico in difesa della vita e della famiglia — è il segno di una generazione che non si accontenta di un cristianesimo annacquato. I giovani cercano una fede che impegni tutta la loro esistenza, che dia loro certezze dottrinali e una appartenenza ecclesiale compatta.
La giornalista Niwa Limbu, sul Catholic Herald, sintetizza con lucidità questa situazione: per decenni, molti ambienti progressisti hanno attaccato l’autorità gerarchica, il celibato sacerdotale e l’insegnamento morale della Chiesa. Perché stupirsi, allora, se i giovani si mostrano riluttanti a donare la loro vita a una realtà i cui fondamenti teologici sono continuamente messi in discussione dagli stessi pastori?
Un compito urgente: pregare e ricominciare dalla Tradizione
Di fronte a questi scenari — la crisi del cammino sinodale tedesco, la rinascita di interesse per la tradizione, le battaglie per l’identità cattolica in università prestigiose — appare chiaro che siamo davanti a un bivio. Da una parte, prosegue il tentativo di adattare la Chiesa allo spirito del tempo, nella speranza di risultare più “accogliente” e “moderna”. Dall’altra, nasce, spesso dal basso e soprattutto tra i giovani, una domanda di autenticità, di sacralità, di dottrina chiara.
C’è molto per cui pregare. Ma ci sono anche molti segni di speranza: una nuova generazione che non ha paura di andare controcorrente, che riscopre la bellezza della liturgia tradizionale, che si mobilita per difendere la vita e la fede cattolica nella sfera pubblica. È forse da qui, da questa fedeltà semplice e radicale, che può partire un vero rinnovamento della Chiesa.






