lunedì 27 aprile 2026

Il tè al posto della Messa: se la diplomazia annega il Dogma


Intronizzazione dell’arcivescovo di Canterbury
 (PA Wire/PA Images) via Vatican News



Oggi, 27 aprile 2026, Sarah Mullally in Vaticano da papa Leone



di Fabio Vessillifero

L’accoglienza in Vaticano di Sarah Mullally – insediatasi ufficialmente come Arcivescovo di Canterbury lo scorso 25 marzo – può essere letta come un semplice gesto di cortesia, o si inserisce in una precisa strategia di pressione ideologica?

Lo storicismo progressista vorrebbe dipingere la sua ascesa come un destino ineluttabile per la Chiesa Cattolica, una sorta di “anticipazione necessaria” dei tempi moderni. Tuttavia, questa visione tradisce una matrice gnostica che disprezza la concretezza dell’Incarnazione: se il segno sacramentale — il corpo, la materia, il sesso del ministro — diventa manipolabile e fluido, la fede si dissolve in un’astrazione intellettuale. Elevare a interlocutore spirituale chi sostiene l’aborto o il matrimonio egualitario significa avallare un cristianesimo annacquato che ha barattato il dogma con il consenso.

Il mistero nuziale e il primato di Maria

La riserva del ministero ordinato agli uomini non nasce, come più volte è stato spiegato, da una forma di disprezzo verso la donna, ma dalla custodia di un mistero d’amore nuziale. In Maria, la Chiesa riconosce la creatura più perfetta, la “Tutta Santa”, pienamente divinizzata e superiore per dignità a qualsiasi apostolo o vescovo. Tuttavia, il sacerdozio ministeriale non è un premio alla perfezione morale, ma un segno sacramentale: il sacerdote è chiamato a rendere visibile Cristo come Sposo della Chiesa. Solo l’uomo può incarnare questo segno sacramentale di Colui che, come Sposo, ha offerto se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. Alterare questo segno significa oscurare l’intero simbolismo dell’unione tra Dio e l’umanità, riducendo il sacramento a una mera funzione burocratica o sociale.

Il cavallo di Troia della religione civile britannica

La Chiesa anglicana non si presenta a Roma semplicemente come una libera comunità di credenti, ma anche come un’istituzione civile strutturalmente sottomessa alla Corona e, di riflesso, agli interessi delle dinastie finanziarie e dei circoli globalisti che influenzano, o potrebbero influenzare, la monarchia britannica.

In questo contesto, alcuni osservano che la figura di Sarah Mullally potrebbe fungere — sia pure inconsapevolmente — da “cavallo di Troia” per esportare un modello di Chiesa democratica e sinodale, in cui la verità non è più ricevuta da Dio, ma votata a maggioranza o decretata dai governi. Si rivelerebbe così il tentativo di trasformare il Corpo Mistico di Cristo in un’agenzia etica sussidiaria alla globalizzazione, eliminando ogni “scandalo” della fede per renderla compatibile con l’egemonia culturale dominante e con le logiche massoniche di unificazione universale senza Verità.

La roccia di Leone XIV contro la fluidità del mondo

Nonostante le ambiguità della diplomazia, la voce del magistero torna a rimettere ordine nel caos delle interpretazioni. Proprio il 25 marzo 2026, giorno dell’insediamento della Mullally a Canterbury, Papa Leone XIV ha scelto l’udienza generale del mercoledì per ribadire solennemente che il sacerdozio ministeriale è riservato esclusivamente agli uomini. Affermando che la Chiesa non è una costruzione umana ma un organismo soprannaturale, il Pontefice ha alzato un argine contro il funzionalismo ecclesiastico. La successione apostolica non è una delega di potere civile, ma una trasmissione di grazia che resta vincolata alla volontà di Cristo, rendendo ontologicamente impossibile ogni tentativo di “femminilizzazione” o “democratizzazione” del ministero ordinato.

L’esodo verso la Verità: Anglicanorum Coetibus e il trionfo della Tradizione

La prova definitiva che la fedeltà alla Tradizione Apostolica non è un ripiegamento nel passato, ma una forza viva e attrattiva, è rappresentata dallo storico e costante esodo di fedeli e clero anglicani verso la Chiesa Cattolica. Circa un terzo dei sacerdoti anglicani, feriti e disorientati dalle derive secolariste di Canterbury, ha scelto di tornare alla comunione con Roma grazie alla Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus di Benedetto XVI (2009). Questo documento, lungi dall’essere una concessione diplomatica, è stato il riconoscimento che la vera identità cristiana può rifiorire solo all’interno dell’alveo della successione apostolica e del magistero petrino. Mentre la sede di Canterbury si svuota nel tentativo di compiacere il mondo, la Chiesa Cattolica si arricchisce di coloro che cercano la solidità del dogma.

Il resto di Israele e la resistenza allo spirito del tempo

Come l’antico popolo di Israele ha dovuto combattere per non soccombere all’idolatria dei popoli confinanti, così la Chiesa odierna è chiamata a una prova di purificazione contro la mondanizzazione. La spaccatura interna alla Comunione Anglicana, con il Global South [1] che rifiuta l’apostasia di Canterbury, è il segno evidente che l’omologazione alle mode secolari non porta unità, ma frammentazione e svuotamento. La Chiesa Cattolica, abitata dallo Spirito Santo, possiede la promessa dell’indefettibilità: essa saprà resistere alle pressioni delle élite globaliste che vorrebbero ridurla a un simulacro dei loro valori. L’identità della Chiesa si tempra proprio nel momento in cui la pressione per l’idolatria è più forte, dimostrando che la vera unità non si costruisce sulla sabbia del relativismo morale, ma sulla roccia della Tradizione.

L’illusione del dialogo senza Verità e il primato della Grazia

L’intero edificio dell’ecumenismo contemporaneo rischia di crollare se si ignora il monito della Unitatis Redintegratio, che esorta a un’azione ecumenica «pienamente e sinceramente cattolica, cioè fedele alla verità che abbiamo ricevuto dagli apostoli e dai Padri». Il Concilio è netto nel rifiutare quel “falso irenismo” che altera la purezza della dottrina, ricordando che l’unità non è un progetto di ingegneria umana, ma un mistero che ha il suo supremo modello nell’unità della Trinità. L’accoglienza diplomatica non deve oscurare la consapevolezza che il proposito di riconciliare tutti i cristiani «supera le forze e le doti umane». Per questo la Chiesa non confida nelle strategie umane, ma «ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo», affinché il cammino verso l’unione non sia un tradimento della fede, ma un dono che scende dall’Alto.

(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)






Il vero problema dell’insegnamento della Religione Cattolica






Di Stefano Fontana, 27 apr 2026

Sabato scorso 25 aprile Papa Leone ha parlato agli insegnanti di Religione Cattolica in occasione del Meeeting a loro dedicato organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si tratta di un bel discorso ricco di osservazioni educative e spirituali. Chi vi ha partecipato e gli insegnanti che lo leggeranno ne troveranno nutrimento. Tuttavia, se si vuole andare alle fonti delle problematiche e delle necessità dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nelle scuole statali occorre considerare il quadro strutturale, che viene prima (e condiziona) le singole esperienze portate avanti dagli insegnanti di questa materia. Bene, quindi, dare loro sostegno e conforto, ma senza dimenticare il contesto in cui questo insegnamento avviene.

L’attenzione a questo insegnamento non dovrebbe nascondere la realtà per cui sembra che la Chiesa cattolica abbia ormai abbandonato l’impegno ad educare, rendendosi ormai convinta che il compito educativo nella scuola spetti definitivamente allo Stato. Tutt’al più essa può collaborare con il proprio IRC, ma dentro il progetto dello Stato e non più in proprio. Le scuole cattoliche paritarie, di solito gestite da ordini religiosi, chiudono alla grande, ma non c’è un progetto per mantenerle in vita, mentre di fatto la Chiesa non vuole che nascano scuole cattoliche parentali. Non entro qui nel tema se l’insegnamento nelle paritarie cattoliche sia veramente cattolico o meno, mi fermo all’aspetto strutturale del tema. Trovare una scuola cattolica è sempre più difficile.

L’enfasi posta sull’IRC dai Vescovi e, in questo discorso, anche dal Papa, significa l’accettazione dello status quo e la sua condivisione non come stato di necessità ma come cosa giusta e conveniente. Se ci si prendesse cura dell’IRC, come si fa con questo discorso del Pontefice, ma considerandola una situazione necessaria in questo momento ma non ottimale, una realtà da mantenere e sviluppare ma anche da sostituire nel lungo tempo perché troppo carente di identità e troppo condizionata dall’apparato statale, allora la cosa non preoccuperebbe. A preoccupare è invece pensare che vada bene così e che sia giusto che la Chiesa non abbia più le proprie scuole, ma partecipi – in un clima di laicità e di pluralismo – all’educazione dentro le strutture e le direttive statali. Questa visione delle cose comporta di ritenere che le forme di presenza della Chiesa nell’educazione e nell’istruzione nel passato vengano intese come una supplenza data la impreparazione dello Stato a svolgere quel compito, ma giustamente destinate a finire man mano che lo Stato laico e pluralista si fosse adeguatamente strutturato. Oppure si pensa che le scuole cattoliche del passato erano tipiche di una società sacrale e che con la fine della Cristianità fosse giusto che esaurissero la loro esperienza.

L’IRC viene svolto in molti modi diversi dai vari insegnanti. La casistica è molto diversificata e l’ora di lezione viene svolta in modo assai variegato, quando non addirittura opposto. In molti cari gli esiti sono positivi, in altri negativi. Non è di questo, però, che qui intendo parlare. Dal punto di vista strutturale è evidente che l‘IRC avviene all’interno del sistema di istruzione statale dal quale è fortemente condizionato nei suoi contenuti e nei suoi metodi. Se ad un Preside un certo insegnante di RC non va a genio, può chiederne la sostituzione. Gli insegnanti sono spinti a defilarsi, a non prendere posizioni antagoniste rispetto ai contenuti condivisi dai colleghi in altre materie o dalla scuola. Il carattere “cattolico” dell’insegnamento si riduce a vantaggio di altri aspetti meno compromettenti, come per esempio le tematiche eticheggianti o gli argomenti di moda come gli obiettivi ONU o l’ecologismo. Se l’insegnante di IRC partecipa a qualche progetto comune con le altre discipline sarà spinto a smussare alcune visioni cattoliche dei problemi per non entrare in conflitto su argomenti scottanti sui quali nella scuola italiana non è ammesso pluralismo. 

L’insegnamento della RC parla di Dio, ma di Dio non si parla in nessuna altra materia, anzi spesso si insegnano idee che non permettono di pensarlo. Quell’ora di lezione è decontestualizzata dal punto di vista delle discipline, indipendentemente dal fatto che il docente sia simpatico e leghi con i colleghi. L’alunno sente solo lì delle cose mentre nelle altre ore di lezione sente o l’incongruo o l’opposto. L’insegnamento della RC avrebbe bisogno di un contesto disciplinare consono, di un coerente “universo del sapere”, invece è da sola perché il quadro epistemico delle altre discipline è diverso o opposto. L’insegnante di RC è quindi o ignorato e combattuto. Quello che lui insegna alla prima ora del lunedì, viene negato oppure semplicemente trascurato come se non esistesse nella seconda ora. Ciò non capita, ovviamente, quando l’insegnante di RC la pensa come la maggioranza dominante nella scuola italiana, con tutti i suoi dogmi.

Bene, quindi, che la Chiesa si dimostri vicina agli insegnanti di RC, male che essa ritenga che questa situazione sia fruttuosa, ottimale, conveniente, consona con le esigenze della religione cattolica, e addirittura da essa stessa richiesta.



(Immagine: Canva)



Sull'uso della lingua latina e sui suoi significati




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da OnePeterFive. Riflessione interessante che non dice cose per noi nuove; ma giova riprenderle per chi ci legge solo ora. Noto che è fondata sulla Veterum Sapientia, tuttavia ben presto superata dal fatidico concilio (vedi nota aggiunta). Chi è interessato potrà trovare molti approfondimenti in questo indice degli articoli sul latino. 


Pubblicato il 27 aprile 2026



L'emarginazione del latino nel mondo cattolico non è un fenomeno recente. Nonostante la costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II affermasse che «l'uso della lingua latina deve essere conservato nei riti latini» (art. 36, §1), di fatto il latino è stato eliminato. Ciò è avvenuto principalmente con l'abbandono del latino come lingua di studio nelle università cattoliche, dove un tempo corsi, master e dottorati si tenevano nella lingua di San Girolamo. Sottolineo che per uso della lingua latina non intendo solo la lettura durante le celebrazioni religiose, ma il suo pieno utilizzo e un buon livello di competenza: lettura, conversazione e scrittura. Un tale livello di conoscenza della lingua latina è oggi un'eccezione tra il clero cattolico, non – come un tempo – la regola.

Prima che questo triste abbandono si diffondesse a livello generale, uno degli eventi più significativi fu il tentativo di Papa Giovanni XXIII di impedirlo, attraverso la pubblicazione di un documento di altissima autorità pontificia: la Costituzione Apostolica Veterum Sapientia: sulla promozione dello studio del latino. Pubblicata il 22 febbraio 1962, si potrebbe dire che questo testo pontificio rappresenti il ​​canto del cigno di quell'atteggiamento che ha sostenuto la straordinaria continuità della lingua latina all'interno della Chiesa cattolica romana e del mondo occidentale. Senza alcuna esitazione, il documento non solo difendeva la necessità del latino, ma individuava anche alcuni degli errori che avevano portato al suo abbandono. In questo articolo presenterò le argomentazioni di Papa Giovanni XXIII in difesa del latino, aggiungendo alcuni miei commenti.

La Veterum Sapientia menziona fin dall'inizio l'assioma che sottende la conservazione del greco e del latino come tesori inestimabili della Chiesa. Questo assioma si riferisce non solo alle lingue stesse, ma anche al corpus di letteratura che ha costituito il contesto socio-culturale in cui il Vangelo è stato annunciato. La conservazione e la cristianizzazione di tutto ciò che era prezioso nelle culture passate è un impegno assunto dalla Chiesa fin dalle sue origini.

L'avvento del cristianesimo non ha comportato la cancellazione delle conquiste passate dell'uomo. Nulla è andato perduto che fosse in alcun modo vero, giusto, nobile e bello. [1]

Questo spiega perché gli autori cristiani più importanti siano stati – e rimangano per sempre – i Padri della Chiesa greca e latina. Sono loro che hanno "filtrato" e preservato tutto ciò che di valido c'era nelle culture del passato. Senza di loro, i Dottori del Medioevo non sarebbero esistiti. Allo stesso tempo, non è stata perpetuata solo la cultura secolare e i suoi valori, ma soprattutto il tesoro liturgico creato in queste due lingue.

Sebbene il documento parli fin dall'inizio sia del greco che del latino, Giovanni XXIII prosegue sottolineando lo status unico di quest'ultimo. Al latino fu concesso “un posto primario”, derivante dal fatto che la lingua degli antichi abitanti del Lazio divenne la lingua dell'Impero Romano, quell'entità politica, sociale e culturale che rese possibile la diffusione del Vangelo. Ciò che è notevole è che Giovanni XXIII sottolinea come questo primato del latino non sia un mero caso storico, ma un fatto provvidenziale che dovrebbe essere sempre oggetto della nostra riflessione:
Poiché, per speciale Provvidenza di Dio, questa lingua unì così tante nazioni sotto l'autorità dell'Impero Romano — e per così tanti secoli — divenne anche la lingua legittima della Sede Apostolica. Conservata per i posteri, si dimostrò un vincolo di unità per i popoli cristiani d'Europa.
La conclusione del brano sopra riportato offre implicitamente una prospettiva critica sulle ragioni più profonde che portarono all'abbandono del latino. Tale abbandono è infatti la diretta conseguenza della dissoluzione dell'unità spirituale – iniziata con la Riforma protestante – dei popoli cristiani d'Europa. Rimasto inalterato sotto i regni e gli imperi occidentali, il latino fu distrutto con l'avvento di uno dei mostri più terribili del mondo moderno: il nazionalismo. Il latino, non appartenendo a nessuna nazione, esigeva umiltà da chiunque lo apprendesse. Al contrario, l'accettazione delle lingue nazionali significava accettare la frammentazione e la confusione derivante dall'orgoglio nazionale. Il latino, tuttavia, era – per così dire – una “lingua altruistica”:
Non favorisce alcuna nazione, ma si presenta con uguale imparzialità a tutte ed è ugualmente accettabile per tutte.
Inoltre, possiede qualità notevoli: concisione, armonia stilistica, maestosità, dignità e chiarezza. Per questo Dio stesso, nella sua provvidenza, ha ispirato una passione per il latino in tutta la sua Chiesa. Come ha sottolineato anche Papa Pio XI, esso è stato utilizzato per trasmettere in modo perfetto e coerente il sacro tesoro della fede, fungendo da "splendido abito della sua dottrina celeste e delle sue sacre leggi". Anche Giovanni XXIII sottolinea che le ragioni principali per la conservazione del latino non sono primariemente culturali, ma religiose. Egli ne elenca quindi le qualità più importanti, che ora presenterò.

L'universalità del latino

La Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo è al contempo universale e locale. Di struttura gerarchica e monarchica, è organizzata attorno e sotto l'autorità del Santo Padre e della Chiesa Romana, alla quale sono ordinate tutte le Chiese locali, specialmente quelle di rito romano.

Il latino si rivela dunque lo strumento perfetto e provvidenziale al servizio di questa struttura gerarchica e monarchica. Giovanni XXIII, invocandone il prestigio eccezionale, afferma che il latino, in quanto lingua universale, «è una voce materna gradita a innumerevoli nazioni».

Ancora una volta, dobbiamo sottolineare l'impatto dei nazionalismi moderni. Animati dall'"orgoglio nazionale", gli stati che rovesciarono le monarchie cattoliche tradizionali aprirono il vaso di Pandora. I conflitti più sanguinosi, comprese entrambe le guerre mondiali, furono generati da varie forme di nazionalismo. Privati ​​dell'unità un tempo favorita dalla lingua latina, i popoli europei divennero nuovamente prigionieri non solo della confusione linguistica, ma anche di rivendicazioni nazionaliste che alimentarono un odio distruttivo. Tutti conosciamo le conseguenze.

Rendendosi conto del pericolo, alcune delle menti più brillanti dell'epoca moderna tentarono, con nostalgia, di promuovere il ripristino dell'unità politica, sociale e culturale attorno al Santo Padre e alla Chiesa cattolica. Tra questi vi erano il poeta e scrittore tedesco Novalis [2] e l'eminente filosofo russo Vladimir Solovyov. [3] Sfortunatamente, prevalse il “sentimento anti-romano” e il nazionalismo – oggi gradualmente sostituito dal globalismo – completò la sua missione distruttiva.

L'immutabilità del latino

A differenza delle lingue vernacolari, usate quotidianamente come strumenti di comunicazione, il latino è – per così dire – sovrastorico. Non è soggetto alle rapide trasformazioni subite dalle lingue “vive”. Pur non essendo una lingua “morta” in senso stretto, il latino è stabile, governato da regole e principi conservati con notevole continuità. Conosce solo un'evoluzione lessicale minima rispetto alle lingue parlate. Questo è un altro aspetto evidenziato da Giovanni XXIII:
È un concetto fisso e immutabile. Da tempo non risente più di quelle alterazioni di significato che sono la normale conseguenza dell'uso quotidiano e popolare.
Questa stabilità deriva anche dall'immutabilità del cuore liturgico latino, conservato senza alterazioni nella liturgia apostolico-gregoriana-tridentina fin dai tempi dei santi Pietro e Paolo.

Non vernacolare

Il latino non è una lingua “popolare”. Non è parlato ovunque, da tutti, in ogni momento. A prima vista, potrebbe non essere facile percepire i benefici spirituali e morali di questo fatto. Un solo esempio eloquente: il latino non contiene il registro volgare delle lingue parlate. Sebbene gli antichi Romani possedessero certamente espressioni licenziose, il latino adottato dalla Chiesa non le ha conservate. Così Giovanni XXIII afferma che la Chiesa di Cristo necessitava di una lingua “nobile, maestosa e non volgare”. Ancora una volta, Veterum Sapientia sottolinea l’intervento divino nella scelta della lingua della Chiesa. La conclusione di questa sezione contiene l’argomentazione più preziosa fondata sulla Tradizione:
È inoltre un legame efficacissimo, che unisce la Chiesa di oggi a quella del passato e del futuro in una meravigliosa continuità.
Sì, il latino è il veicolo della Sacra Tradizione. Per millenni, la scienza sacra, la teologia e il deposito stesso della fede (thesaurum fidei) sono stati conservati e trasmessi in latino. Ciò ha garantito una straordinaria unità e continuità. Qualsiasi sforzo in questa direzione è pertanto nobile e degno di considerazione.

Nella sua costituzione, Giovanni XXIII ha delineato tutte le misure istituzionali necessarie. Ha persino fatto riferimento al ripristino del curriculum tradizionale e degli antichi metodi pedagogici, volti a insegnare il latino come lingua viva e parlata, non come lingua "morta". Per la Chiesa di Cristo, il latino non è mai stato e non sarà mai morto.

Né il Santo Padre ha omesso di menzionare i frutti spirituali derivanti dall'ascesi studio del latino:
Non vi è dubbio sul valore formativo ed educativo sia della lingua dei Romani sia della grande letteratura in generale. Essa rappresenta un allenamento estremamente efficace per le menti ancora malleabili dei giovani. Esercita, matura e perfeziona le principali facoltà della mente e dello spirito. Affina l'ingegno e dona acutezza di giudizio. Aiuta la giovane mente a comprendere le cose con precisione e a sviluppare un autentico senso dei valori. È inoltre un mezzo per insegnare il pensiero e il linguaggio altamente intelligenti.
Quando si leggono parole del genere, l'azione è l'unica risposta possibile. Cosa ci frena?

Infine, come ho accennato all'inizio, aggiungerò un ultimo attributo simbolico. Forse implicitamente menzionato dal Santo Padre quando parlò dell'unità e dell'universalità della lingua latina. In questo senso, il latino può essere considerato un vero e proprio veicolo linguistico che simboleggia l'unificazione operata dallo Spirito Santo a Pentecoste. Come in quel giorno tutti compresero gli Apostoli pur appartenendo a una diversa comunità linguistica, così il latino ha permesso la comprensione tra i popoli cristianizzati per millenni. E questo, non dimentichiamolo, è stato reso possibile dalla Sapienza divina alla quale noi, come i nostri antenati, dobbiamo rimanere fedeli.




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[1] Cito la versione inglese del documento valida qui: https://www.papalencyclicals.net/john23/j23veterum.htm [Accesso: 27 novembre 2025].
[2] Vedi il mio articolo “La visione cattolica di Novalis”: https://onepeterfive.com/the-catholic-vision-of-novalis/ [Consultato il 27 novembre 2025].
[3] Vedi il mio articolo “Il più grande apologeta orientale dell’autorità pontificia: Vladimir Solovyov:” https://onepeterfive.com/the-greatest-eastern-apologist-for-pontifical-authority-vladimir-solovyov/ [Consultato il 27 novembre 2025].

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Nota di Chiesa e post-concilio

Si dà il caso che: Dies nigro notanda lapillo, il 7 marzo 1965 Paolo VI celebrava la prima messa in italiano, su un tavolino ed in faccia al popolo (anche se quella definitiva vedrà la luce nel 1969 qui). All'Angelus dichiarò con estrema lucidità e senza mezzi termini: "La Chiesa ha ritenuto doveroso questo provvedimento - il Concilio lo ha suggerito e deliberato - e questo per rendere intelligibile e far capire la sua preghiera. Il bene del popolo esige questa premura, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. È un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l'unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti".






sabato 25 aprile 2026

Regno Unito, affonda la legge sul suicidio assistito: la davano per certa



Non c’è più tempo per approvare il suicidio assistito nel Regno Unito, il disegno di legge naufraga. Intanto in Slovenia la Corte Suprema ne conferma la bocciatura.


Ultimissime
25 Apr 2026


La Redazione di UCCR

Si è arenato definitivamente!

Parliamo del disegno di legge sul suicidio assistito nel Regno Unito che non diventerà legge. Almeno per ora.

Per molti osservatori veniva descritta come una riforma ormai “inevitabile” e invece, nel corso del tempo, numerosi parlamentari hanno cambiato idea rispetto al “Terminally Ill Adults (End of Life) Bill”, arrivando ad opporvisi.

Nel frattempo il ddl è decaduto per mancanza di tempo durante l’esame alla Camera dei Lord.


Regno Unito resta libero dal suicidio assistito

La proposta prevedeva la possibilità, per adulti malati terminali con meno di sei mesi di vita, di richiedere il suicidio assistito con l’approvazione di medici e di una commissione indipendente.

Dopo essere stata approvata dalla Camera dei Comuni, sembrava avviata verso l’approvazione certa. Tuttavia, gli oltre 1.200 emendamenti presentati dai membri della Camera alta hanno di fatto rallentato il processo fino alla scadenza della sessione parlamentare.

Nessun ostruzionismo ma una necessaria revisione per evidenziare lacune e rischi, in particolare per le persone più vulnerabili, esposte a possibili pressioni o coercizioni.

 
Slovenia e Scozia affondano il suicidio assistito

In realtà le notizie sono due.

La Corte Suprema della Slovenia ha infatti appena confermato la validità del referendum popolare svoltosi nel novembre scorso che aveva respinto la legalizzazione del suicidio assistito, consolidando il risultato contrario espresso dagli elettori.

Come abbiamo documentato allora, il 53% dei votanti si era opposto, contro il il 47%.

Segnali importanti ai quali va aggiunta la bocciatura del suicidio assistito da parte parlamento in Scozia, avvenuta il mese scorso.

Anche in quel caso la misura aveva superato una prima votazione con 70 voti favorevoli e 56 contrari e sembrava destinata verso l’approvazione definitiva, ma l’intervento delle associazioni civili e di quelle mediche ha aperto gli occhi a molti parlamentari.

Tre segnali che indicano una resistenza minoritaria, ma crescente, in Europa verso la morte di Stato.







Leone XIV stoppa le benedizioni di coppie irregolari


Papa Leone XIV (foto Vatican media)

Articolo scritto da InfoCatólica, pubblicato su InfoCatólica, nella traduzione curata da Sabino Paciolla.



Leone XIV disapprova pubblicamente le benedizioni impartite dal cardinale Marx e dagli altri vescovi tedeschi


Papa Leone XIV ha pubblicamente respinto le cerimonie di benedizione per le coppie dello stesso sesso introdotte dal cardinale Reinhard Marx nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga. Durante la conferenza stampa tenuta durante il volo di ritorno dal suo primo viaggio apostolico, il Pontefice ha rivelato che la Santa Sede «ha già parlato con i vescovi tedeschi» e ha chiarito «che non siamo d’accordo con la benedizione formale delle coppie, in questo caso coppie omosessuali, o di coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto il Papa Francesco abbia specificatamente permesso». Un permesso la cui portata non è chiara, viste le reazioni di un intero continente, come quello africano, e di moltissime Chiese locali, per non parlare della frattura ecumenica che ciò ha comportato.

La dichiarazione papale rappresenta la più esplicita smentita finora della via aperta dal Cammino sinodale tedesco in materia di benedizioni, e arriva appena tredici giorni dopo che Marx ha inviato a tutti i sacerdoti e agli operatori pastorali della sua arcidiocesi una lettera in cui ordina di applicare la guida Segen gibt der Liebe Kraft («La benedizione dà forza all’amore») come «fondamento dell’azione pastorale».


La domanda e la risposta

Durante il volo di ritorno a Roma il Santo Padre ha risposto:

Verena Stefanie Shälter (ARD Rundfunk): Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio papale nel Sud del mondo. Abbiamo visto molto entusiasmo e anche, direi, euforia. Immagino che sia stato molto emozionante anche per lei. Vorrei sapere come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di concedere il permesso di benedire le coppie dello stesso sesso nella sua diocesi. E alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, soprattutto in Africa, come pensa di preservare l’unità della Chiesa universale su questa questione?

In primo luogo, credo sia molto importante comprendere che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbero ruotare attorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà, credo che ci siano questioni molto più ampie e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità su quella questione concreta. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie – in questo caso, coppie omosessuali, come lei ha chiesto – o di coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto Papa Francesco abbia specificatamente permesso dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote impartisce la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa impartisce la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco «tutti, tutti, tutti» esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo oggi, credo che possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna. Questa è la mia risposta alla domanda.


Cosa dice la lettera di Marx

Nella missiva, datata 10 aprile 2026, il cardinale Marx presenta la guida elaborata dalla Conferenza congiunta della Conferenza episcopale tedesca (DBK) e del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e la raccomanda come base del lavoro pastorale nell’arcidiocesi. Il documento autorizza celebrazioni di benedizione per i divorziati risposati civilmente, le coppie dello stesso sesso e le coppie queer che non possono o non desiderano ricevere il sacramento del matrimonio.

«A tutte le coppie che si amano e chiedono alla Chiesa una benedizione per la loro unione, auguro che in quella benedizione sentano la vicinanza di Dio», scrive Marx, aggiungendo che «nessuna coppia che chieda una benedizione deve essere respinta». I sacerdoti che non possano assumersi in coscienza la celebrazione di queste benedizioni dovranno indirizzare le coppie al decanato corrispondente o metterle in contatto con altri agenti pastorali. L’arcidiocesi offrirà corsi di formazione a partire da giugno 2026 attraverso la Queerpastoral e la pastorale matrimoniale e familiare.

Marx sostiene che la benedizione «non costituisce la celebrazione di un matrimonio sacramentale», ma insiste sul fatto che ciò non significa che «la benedizione di un’unione non sacramentale, che in molti casi è già un matrimonio civile, releghi la coppia ai margini della comunità e della Chiesa». Invoca il concetto di benedicere («dire bene», augurare il bene) come contributo della Chiesa «alla guarigione e alla riconciliazione».


Un conflitto con Roma che si trascina dal 2025

La disapprovazione papale non è una sorpresa. La guida Segen gibt der Liebe Kraft ha una storia di disaccordi con Roma che risale alla sua stessa gestazione. Il testo è nato da una risoluzione del Cammino Sinodale tedesco del 10 marzo 2023 ed è stato approvato dalla Conferenza Congiunta il 4 aprile 2025, tre giorni dopo la morte di Papa Francesco, già in Sede Vacante.

I vescovi tedeschi hanno sostenuto che il documento era stato elaborato «in consultazione» con il Dicastero per la Dottrina della Fede. Tuttavia, il prefetto del Dicastero, il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha smentito tale interpretazione. In una lettera inviata il 18 novembre 2024 al vescovo Stephan Ackermann, coordinatore dell’elaborazione della guida, Fernández aveva sollevato due obiezioni: che il testo sembrava legittimare le unioni non matrimoniali e che proponeva una struttura rituale incompatibile con la dichiarazione Fiducia supplicans, approvata nel dicembre 2023 sotto il pontificato di Francesco. Fonti vicine al Dicastero, citate da Communio, hanno sottolineato che in nessun momento vi è stata un’approvazione esplicita da parte di Roma.


Bätzing: «È assurdo parlare di disobbedienza episcopale»

Georg Bätzing, allora presidente della DBK, ha cercato di difendere la posizione tedesca dopo l’Assemblea Plenaria tenutasi a Fulda nel settembre 2025.

Bätzing ha insistito sul fatto che la guida fosse «una concretizzazione pastorale di Fiducia supplicans elaborata in consultazione con il Dicastero per la Dottrina della Fede, tenendo conto della situazione in Germania», e ha definito «assurdo» parlare di «disobbedienza episcopale» da parte dei vescovi tedeschi.

La difesa di Bätzing rispondeva ad alcune precedenti dichiarazioni di Leone XIV in cui il Papa si era riferito in modo critico alla pubblicazione «nell’Europa settentrionale» di «rituali per benedire le persone che si amano», sottolineando che questi «contravvenivano direttamente allo spirito di Fiducia supplicans», che «permette benedizioni spontanee e brevi, ma non ritualizzate né paragonabili a celebrazioni liturgiche».

Interrogato da CNA Deutsch su come si fosse svolta la consultazione con Roma, il portavoce della DBK ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni sostenendo che si trattasse di «questioni interne».


Sette diocesi prendono le distanze; undici applicano la guida

La guida ha diviso l’episcopato tedesco. Secondo un sondaggio condotto da katholisch.de, solo le diocesi di Colonia, Augusta, Eichstätt, Passau e Ratisbona ne hanno espressamente scartato l’uso e si sono attenute rigorosamente alla Fiducia supplicans. Il vescovo di Augusta, Bertram Meier, ha sottolineato che quattro punti del documento «non sono del tutto in linea» con la dichiarazione vaticana. L’arcidiocesi di Colonia ha sostenuto che la guida «va oltre le disposizioni della Chiesa universale».

All’estremo opposto, diocesi come Würzburg praticavano già queste benedizioni e le pubblicizzavano alle fiere nuziali. Aquisgrana ha emesso una raccomandazione ufficiale; Limburgo, Osnabrück e Treviri l’hanno pubblicata nei loro bollettini ufficiali. Il vescovo di Berlino, Heiner Koch, ha adottato una posizione intermedia: ha dichiarato che lui stesso non avrebbe impartito queste benedizioni, ma che non avrebbe nemmeno «adottato misure disciplinari contro i parroci che le celebrano in casi individuali dopo una discussione pastorale».


Accoglienza universale, conversione personale

Nella sua risposta a bordo dell’aereo, Leone XIV ha voluto ampliare la prospettiva del dibattito. «Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale», ha detto, e ha sottolineato che esistono «questioni molto più ampie e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa», che dovrebbero avere la priorità.

Il Papa ha invocato l’espressione coniata da Francesco, «tutti, tutti, tutti», ma ha sottolineato che l’accoglienza universale non equivale a un’approvazione indiscriminata. Leone XIV ha ricordato che tale formula esprime «la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita».

L’invito alla conversione personale, inserito dal Papa come elemento inscindibile dell’accoglienza, segna il limite che a suo giudizio non deve essere superato: «Andare oltre questo oggi può causare più disunione che unità», ha avvertito, concludendo che la Chiesa deve «costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».

InfoCatólica





Il dramma di una Chiesa senza padri







di Fabio Vessillifero

Il vescovo non è un manager del sacro ma un uomo che porta nel cuore una missione ricevuta direttamente dagli Apostoli. Dobbiamo comprenderlo come un “sacramento vivente” di Cristo Buon Pastore: quando lo vediamo agire, è la carezza stessa di Dio che cerca di raggiungere ogni uomo attraverso la sua umanità consacrata. La sua identità è profondamente soprannaturale perché, attraverso il sigillo indelebile della consacrazione, egli smette di appartenere a se stesso per diventare un “ponte” tra l’eternità e il mondo.

Il suo governo è un atto d’amore che si nutre di gesti invisibili ma potentissimi: la preghiera incessante, il silenzio del digiuno e l’offerta quotidiana della propria vita. Non comanda per esercitare un potere, ma per servire la salvezza di ogni singola anima, consapevole che la vera libertà nasce solo dall’incontro con la Parola di Dio custodita nella Tradizione Apostolica e dalla forza dei Sacramenti. Per lui, insegnare la retta dottrina non è imporre regole fredde, ma donare una bussola di verità a chi è smarrito nelle tempeste dell’esistenza.

Questa passione per Dio si trasforma inevitabilmente in una passione per l’uomo, specialmente per chi abita le periferie più buie. Quando il vescovo si china sulle ferite dei poveri o denuncia le ingiustizie sociali, non sta facendo politica, ma sta celebrando una liturgia fuori dalle mura della chiesa. Egli vede nelle carni piagate dei poveri lo stesso Cristo che adora sull’altare. Governa la sua diocesi in una comunione profonda con il Papa e gli altri vescovi, non come un ingranaggio di una gerarchia, ma come custode dell’unità, camminando davanti al suo popolo per indicare la strada e mettendosi alle sue spalle per non lasciare indietro nessuno.


Il brivido della responsabilità: il prezzo del Sangue

Tuttavia, questa missione non è priva di un peso sovrumano, poiché ogni onore episcopale nasconde in sé il dramma del rendiconto finale. Questa considerazione tocca il punto più drammatico del mistero episcopale: il brivido della responsabilità. Essere vescovo significa accettare un peso che farebbe tremare chiunque lo guardasse con gli occhi della fede. Ogni uomo che riceve il carattere episcopale, infatti, è chiamato a vivere in una tensione costante tra la propria fragilità umana e l’immensità di una dignità che lo sovrasta.

Essere consapevoli del proprio ruolo significa sapere che, nel giorno del giudizio, il vescovo non si presenterà davanti a Dio come un singolo individuo, ma porterà con sé l’intero volto della sua Chiesa. Dovrà rendere conto di ogni singola pecora del suo gregge, specialmente di quelle che si sono smarrite perché non hanno udito il richiamo del pastore o non sono state cercate tra i rovi. C’è una consapevolezza che deve bruciare nel cuore di un vescovo: il valore inestimabile della “materia” che gli è affidata. Le anime non sono numeri o utenti di una struttura organizzativa, ma sono il tesoro più prezioso dell’universo, poiché sono costate il Sangue di Cristo. Ogni anima ha il prezzo del Calvario. Quando un vescovo amministra la sua diocesi, insegna o corregge, deve farlo ricordando che sta toccando ciò per cui Dio stesso ha accettato di morire.


Lo sposo che dà la vita: il mistero nuziale

C’è un aspetto che rende l’inerzia di un pastore ancora più dolorosa: il legame che unisce il vescovo alla sua diocesi è un legame nuziale. Come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei sulla Croce, così il vescovo è chiamato a vedere nella sua diocesi la propria Sposa. Non è un professionista del sacro di passaggio, ma un uomo che ha promesso fedeltà totale, un amore che non si risparmia e che non conosce calcoli di convenienza. Sulla Croce, Cristo non ha “gestito” la salvezza: ha dato tutto. Il vescovo, configurato a Lui, deve essere pronto allo stesso totale annientamento di sé. Se la Sposa appassisce, lo Sposo non può restare a guardare; deve soffrire e, se necessario, morire a se stesso per ridare vita a ciò che ama.


Criteri di verifica: la fecondità di una vigna

Ma come capire se questo martirio quotidiano sta portando frutto? La consapevolezza del “prezzo del Sangue” non può infatti restare una teoria astratta, ma deve tradursi in criteri di verifica concreti, quasi un esame di coscienza pubblico dell’operato del pastore. Se il vescovo è il custode della vigna, i frutti della vigna sono la prova della sua fedeltà.

Il primo elemento di verifica è la vitalità spirituale della diocesi: il termometro non è il numero di eventi organizzati, ma se la fede nel cuore della gente sta crescendo o sta svanendo. Un vescovo deve chiedersi se le sue comunità sono luoghi in cui la gente incontra davvero Dio o se sono diventate sterili sedi burocratiche. Dove c’è un pastore che arde di zelo per le anime, la vita sacramentale rifiorisce e la Parola di Dio torna a essere il pane quotidiano che trasforma le famiglie.

Un segnale inequivocabile di questa fecondità è il fiorire delle vocazioni. Una diocesi che non genera figli pronti a donarsi totalmente a Cristo è come un organismo che ha smesso di riprodursi. Il vescovo ha il compito vitale di creare un “terreno fertile” in cui i giovani possano sentire la chiamata di Dio. Se le vocazioni mancano, il pastore deve interrogarsi con coraggio: stiamo ancora trasmettendo la bellezza radicale del Vangelo o offriamo una versione annacquata?

Un punto di verifica decisivo è poi la natura della carità vissuta nella diocesi. Essa deve nascere dalla Grazia effusa dal Sacramento, non può essere una piatta riproposizione del filantropismo massonico tanto caro alla narrativa corrente. La carità cristiana è una virtù teologale, un dono soprannaturale che scaturisce dall’unione con Cristo, non un semplice attivismo sociale. San Paolo è lapidario: “Se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, nulla mi giova”. Se il vescovo riduce la carità a filantropia, tradisce la sua missione: egli non deve solo sfamare i corpi, ma innescare il miracolo della Grazia che salva l’anima. Inoltre, se la vita di fede cresce, svaniscono le divisioni sterili e le faziosità, lasciando spazio a una collaborazione gioiosa.


La scommessa della fede nell’era digitale

Questa missione appare oggi titanica di fronte a un mondo che sembra aver voltato le spalle al sacro. Eppure, proprio in questa apparente sconfitta si cela la vittoria della Grazia. Non possiamo accettare l’idea che la Grazia sia diventata impotente davanti a uno smarphone o che lo Spirito Santo si sia arreso di fronte alla secolarizzazione. Se il cristianesimo ha saputo prendere i popoli barbari e li ha trasformati in civiltà capaci di edificare le cattedrali e di comporre il gregoriano e le polifonie più sublimi, perché dovremmo credere che non possa fare lo stesso con l’uomo di oggi?

L’uomo “digitale”, pur con il volto ripiegato sulla terra, resta pur sempre un essere creato per l’infinito. Sotto la polvere dell’edonismo, batte ancora un’anima che ha sete di quella stessa Verità che spinse Giotto a dipingere il cielo. Il vescovo, allora, è chiamato a essere il primo a non rassegnarsi a un cristianesimo di “gestione della crisi”. Deve essere lui il profeta che ricorda al mondo che la dignità umana non è un prodotto del mercato, ma un dono pagato a caro prezzo sulla Croce.


La resa dei conti: quando il pastore deve farsi da parte

Tuttavia, non possiamo sottrarci a una domanda dolorosa: che ne è della responsabilità del vescovo quando la vigna a lui affidata appare visibilmente inaridita? Se accettiamo il criterio evangelico per cui “ogni albero si riconosce dai suoi frutti”, non possiamo chiudere gli occhi davanti al deserto spirituale che avanza in molte nostre diocesi italiane. Se le chiese si svuotano, se i seminari chiudono e se la fede non incide più nella vita quotidiana delle persone, siamo di fronte a una drammatica crisi di paternità spirituale.

Oggi, molti vescovi sembrano non superare la prova della verifica dei fatti. Se la vita di fede si sta spegnendo e le vocazioni stanno scomparendo sotto il loro sguardo rassegnato, sorge un interrogativo di una gravità estrema: un pastore che non riesce più a generare figli alla fede, non dovrebbe forse trarne le conseguenze? Il vescovo non è un funzionario di una struttura che deve “gestire la decrescita”, ma è il responsabile delle anime riscattate dal Sangue di Cristo. Se non è più in grado di scuotere il gregge, il suo restare al comando rischia di diventare una forma di accanimento burocratico su un corpo che sta morendo.

La dignità episcopale non è un trono vitalizio su cui sedersi per inerzia, ma una missione legata alla fecondità della Grazia. Quando un vescovo trasforma il suo ministero in una sterile amministrazione del declino, ignorando che dovrà rispondere a Dio di ogni anima smarrita, il gesto più onesto e profondamente cristiano potrebbe essere quello delle dimissioni. Farsi da parte non è codardia, ma l’ultimo grande gesto di amore verso una Chiesa che merita pastori capaci di osare e di lottare. Le anime che sono costate il Sangue di Dio meritano di essere guidate da chi crede ancora che la Grazia possa vincere il mondo.







venerdì 24 aprile 2026

Wendy Duffy avrà il suicidio assistito in Svizzera perché distrutta per la perdita del figlio



Suicidio assistito|AI

«Non provo più alcuna gioia di vivere», ha dichiarato la donna di 56 anni. Una vicenda che smaschera l’abisso della morte assistita

DERIVE DI MORTE


Paola Belletti, 24 Aprile 2026 

Wendy Duffy ha perso il suo unico figlio di 23 anni nel 2021 e il dolore nel quale è piombata è, a suo insindacabile giudizio, insopportabile. E il punto sta proprio qui: la sua auto percezione di quanto stia soffrendo, inaccessibile a chiunque altro, deve essere il supremo criterio di decisione? ed è a questa entità suprema che la società, gli altri, tutti noi dobbiamo inchinarci? Non c'è altro a cui richiamarla, ma soprattutto a cui restare fedeli come collettività di fronte a una disperazione che per sua natura non fa che suggerire la morte come unico sollievo? Non più, perlomeno non più in modo certo e condiviso.

La signora Duffy ha 56 anni, ha lavorato come operatrice socio-sanitaria nel West Midlands, ha 4 sorelle e 2 fratelli, messi al corrente del suo proposito e sembra che ormai non ci sia nulla da fare: andrà in Svizzera, presso una clinica Pegasos che ha già visto notificarsi il versamento di 10 mila sterline, e lì, con gli abiti che ha scelto di indossare e la musica che ha deciso di ascoltare, aspetterà di scivolare in quello che secondo lei è un dolce sonno smemorante di tutto. Perché è di questo che crede di aver bisogno: smettere di amare e soffrire.

Ha lasciato una lettera a ciascuno dei suoi cari e un grande subbuglio nell'opinione pubblica del suo paese, il Regno Unito, che si divide tra chi sostiene necessaria la rapida legalizzazione del suicidio assistito anche per chi non ha malattie fisiche terminali e chi, invece, ritiene eutanasia e morte procurata un orrore da cui difendere la società. Una corresponsabilità che la stessa Wendy dimostra di sentire con rara intensità se l'idea di portare a termine il suicidio in modo più "artigianale" la interroga sull'impatto che avrebbe sugli altri: «Potrei gettarmi da un cavalcavia o da un palazzo, ma questo lascerebbe chiunque mi trovasse a fare i conti con quella scena per il resto della vita", ha detto Duffy, che già in precedenza aveva tentato il suicidio rischiando di diventare invalida», leggiamo sul sito di Skytg24. Non vede l'ora di morire, dice, e chiede agli altri, in un copione ormai piuttosto classico, di essere felici per lei: «Non provo più alcuna gioia, non ho nessun desiderio di continuare a vivere», ha raccontato al Daily Mail - riporta il Corsera-. «Non cambierò idea. Siate felici per me. So che morirò con il sorriso sulle labbra».

La notizia che ricorre su tutte le agenzie è presentata come relativamente scioccante perché la donna fisicamente è in salute. Come se il fatto di accusare invece sofferenze fisiche intense e trovarsi allo stadio terminale della propria esistenza non fosse più motivo di scandalo: in quei casi chiedere di morire o venire invitati ad affrettare la propria fine (vedasi Canada e altri paesi campioni di macabro progressismo - che altro non è che una questione di tagli ai costi non produttivi) è ormai largamente considerato accettabile, addirittura buono.

Il moto uniformemente accelerato sul piano inclinato del disprezzo della vita prosegue quasi indisturbato. Nel Regno Unito, purtroppo, i lavori per legiferare sul tema sono iniziati, nonostante un benedetto arenamento alla Camera dei Lord in una discussione che per ora ha fatto decadere i termini per una proposta di legge di iniziativa parlamentare. E così, proprio oggi, dopo un lungo iter iniziato nel 2024, la proposta di legge (il Terminally Ill Adults - End of Life Bill) è sostanzialmente fallita. Per ora. Anche la Chiesa cattolica in Inghilterra, con il card. Nichols, si era apertamente schierata contro il disegno di legge, sollecitando tutti i fedeli e le persone di buona volontà a mobilitarsi.

Il caso della signora Duffy ha riacceso il dibattito e viene usato da entrambi i fronti, quello di chi la assume come testimonial di una legge nazionale che si mostrerebbe necessaria perché morire per scelta diventi una possibilità per tutti e non solo per chi ha almeno 10000 sterline da versare a cliniche svizzere; e quello di chi non ha perso lucidità e riconosce che la vita ha valore sempre e non è un bene di cui disporre arbitrariamente, nemmeno quando è nostra. Le associazioni prolife parlano proprio del grave rischio di un allargamento indiscriminato dell'accesso al suicidio assistito e di una potenziale, cinica scorciatoia non tanto dei singoli ma del sistema sanitario nazionale: non diventerebbe spaventosamente più semplice ed economico, anziché seguire accurate terapie e approcci multidisciplinari per recuperare persone afflitte da sofferenza psichica, favorire l'accesso al suicidio assistito per tutti, soprattutto i più poveri?

Se è vero che la signora Wendy "ha lanciato una granata nel dibattito pubblico" britannico, c'è chi, dall'altro lato dell'Atlantico, risponde con armi - morali e teologiche- di precisione. I vescovi della conferenza episcopale dello stato di New York hanno redatto una guida sul tema che non lascia dubbi: «Il suicidio assistito è la cessazione volontaria della propria vita usando sostanze chimiche o farmaci prescritti dal medico che possono causare la morte. È considerata eutanasia attiva» recita la guida. «La nostra Chiesa ci avverte senza mezzi termini che questa pratica è oggettivamente immorale e deve essere evitata, nonostante il falso velo di compassione con cui viene venduta». Preghiamo che questa chiarezza di visione e capacità di entrare nel dibattito pubblico che hanno mostrato i vescovi di New York contagi più stati, governi, conferenze episcopali, anime possibili. Ora, perché nell'ora della nostra morte per certe cose sarà troppo tardi. 

(Foto: AI)