sabato 12 settembre 2026

Le preoccupazioni del Vescovo Strickland: Papa Leone XIV ancora non ha corretto la confusione dottrinale



Vescovo Strickland: «Sotto Leone non abbiamo ancora visto le correzioni di cui la Chiesa ha bisogno. Mi piacerebbe il ritorno del giuramento contro il Modernismo»


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by Aldo Maria Valli 12 set 2026



di Matt Gaspers

Prima della nostra discussione in diretta [qui], il vescovo Strickland ha ritenuto utile preparare risposte scritte alle mie domande, che sono ora lieto di pubblicare con la sua benedizione. Va tuttavia precisato che le risposte di Sua Eccellenza durante la nostra discussione in diretta non corrispondono esattamente alle sue risposte scritte, sebbene siano certamente identiche nella sostanza (invito i lettori a guardare la registrazione della nostra diretta streaming per una versione più lunga dell’intervista).

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Quando ho presentato il vescovo Strickland per la nostra diretta streaming, l’ho definito uno dei vescovi più saldi e coraggiosi della gerarchia ecclesiastica americana, un uomo donato da Dio per un tempo come questo (Ester 4:14), e credo sinceramente che ciò sia vero. La sua onestà, l’umiltà e lo zelo – per Dio, per la verità e per le anime – sono disperatamente necessari in mezzo a quello che spesso sembra un mare di prelati tiepidi che si considerano più direttori di filiale di una multinazionale che successori degli Apostoli nell’unica vera Chiesa di Cristo.

In risposta alla mia domanda sugli errori più gravi di Francesco e su come correggerli, il vescovo Strickland ha scritto: «Papa san Pio X avvertiva nella “Pascendi Dominici gregis” (1907) che il Modernismo è la sintesi di tutte le eresie. Queste parole si sono rivelate profetiche e dobbiamo estirpare il Modernismo ovunque si manifesti». Durante la nostra conversazione in diretta, ha indicato lo stesso pontefice come uno dei suoi eroi ed ha affermato: «Mi piacerebbe vedere ripristinato il giuramento contro il Modernismo», osservando che «ne abbiamo bisogno oggi più che ai tempi di Pio X». Queste sue osservazioni sono motivo di profonda consolazione, proprio perché il Modernismo è in effetti alla radice della crisi nella Chiesa, ma la stragrande maggioranza dei vescovi non riesce a comprenderlo, motivo per cui non lo affrontano in modo significativo.

Possa Dio continuare a benedire e proteggere il vescovo Strickland e ispirare altri vescovi a seguire il suo coraggioso esempio.


Matt Gaspers – Sono passati ormai alcuni mesi dall’inizio del pontificato di papa Leone XIV. Il giorno della sua elezione, lei espresse preoccupazioni riguardo all’ex cardinale Robert Prevost, in base al suo incarico di prefetto del Dicastero per i vescovi a Roma (gennaio 2023-aprile 2025). Disse a Glenn Beck: «È stato coinvolto nella nomina di vescovi che trovo molto problematici, quindi dovremo continuare a pregare». Qual è la sua valutazione complessiva del suo pontificato finora? Direbbe di avere ancora delle preoccupazioni?

Vescovo Strickland – Sì, ho espresso la mia preoccupazione riguardo al cardinale Prevost, ora papa Leone XIV, il giorno della sua elezione. E confermo quelle parole, perché le preoccupazioni permangono. Come prefetto del Dicastero per i vescovi, ha avuto un ruolo nella nomina di vescovi il cui passato è, francamente, profondamente inquietante: uomini che spesso minano i principi perenni della Chiesa in materia di fede e morale, e che talvolta dissentono apertamente dal Vangelo di Gesù Cristo. Non è una questione di poco conto. I vescovi sono successori degli Apostoli, incaricati di custodire il Deposito della Fede, non di diluirlo.

Sono trascorsi più di quattro mesi dall’inizio del suo pontificato e vorrei dire questo: non abbiamo ancora visto la chiarezza e la correzione di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno. Papa Leone XIV non ha corretto la confusione dottrinale lasciata in eredità dal suo predecessore. Il cardinale Fernández, principale artefice di pericolose distorsioni della dottrina cattolica, rimane al suo posto di rilievo presso il Dicastero per la dottrina della fede. Padre James Martin, SJ, continua a diffondere errori e confusione senza controllo. E continuano a essere nominati vescovi che sostengono apertamente idee contrarie alla costituzione divina della Chiesa, come l’ordinazione delle donne, che papa san Giovanni Paolo II ha definitivamente insegnato essere fuori dalla competenza della Chiesa.

Sì, quindi, nutro ancora delle preoccupazioni. E lo dico non per ostilità, ma per amore: per il papa stesso, per il Corpo di Cristo e per la salvezza delle anime.

Siamo chiamati a pregare con fervore per papa Leone XIV, a rispettare il suo ufficio di vicario di Cristo e, al tempo stesso, a dire la verità con chiarezza, carità ma senza compromessi. La Chiesa non appartiene al papa, né ai vescovi; appartiene a Gesù Cristo, nostro Divino Signore, che è lo stesso «ieri, oggi e in eterno» (Eb 13,8). Il nostro dovere di pastori è custodire la sua verità, rafforzare i fedeli e chiamare tutti alla conversione.

Quindi la mia valutazione dopo questi primi mesi è: spero e prego che papa Leone si dimostri all’altezza della missione che Dio gli ha affidato. Continuerò a pregare per lui ogni giorno. Ma finché regnerà il silenzio laddove dovrebbe essere proclamata la verità, finché si tollererà l’errore laddove si esige chiarezza, le mie preoccupazioni permangono. E credo che ogni fedele cattolico abbia il diritto – e persino il dovere – di esprimere tali preoccupazioni, sempre con fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa.


Nel suo primo discorso ufficiale al collegio cardinalizio, papa Leone XIII ha invitato i principi della Chiesa a rinnovare con lui il loro «impegno totale sul cammino che la Chiesa universale ha intrapreso da decenni sulla scia del Concilio Vaticano II». Ha poi indicato «Evangelii gaudium» (la prima esortazione apostolica di papa Francesco) come una guida magistrale e concreta per il futuro, evidenziando «diversi punti fondamentali» di questo documento. Qual è la sua opinione sul suo invito a un “impegno totale” nei confronti del Vaticano II e del programma post-conciliare?

Quando sento un invito a un «impegno totale» nei confronti del programma post-conciliare, devo essere molto chiaro: il mio impegno totale è verso Gesù Cristo, verso il suo Sacro Cuore e verso il Deposito della Fede che è stato tramandato immutato attraverso i secoli. Il Concilio Vaticano II è un concilio legittimo della Chiesa, ma è innegabile come sia stato distorto e usato come vessillo di confusione. Papa Benedetto XVI ci aveva messo in guardia contro l’ermeneutica della rottura e, purtroppo, questa falsa interpretazione ha causato decenni di abusi liturgici, erosione dottrinale e compromessi morali.

Quando «Evangelii gaudium» viene presentata come un piano generale, devo dire onestamente: quel documento riflette le priorità di papa Francesco, ma non può servire da fondamento per il rinnovamento della Chiesa se mette in secondo piano la chiarezza sul peccato, la salvezza e la regalità di Cristo. Il vero rinnovamento della Chiesa non verrà mai da programmi intelligenti, sinodi infiniti o compromessi mondani. Verrà solo dal ritorno all’Eucaristia come fonte e culmine, dalla fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione e da pastori disposti ad annunciare la verità senza timore.

Pertanto, se «rinnovamento» significa annacquare la dottrina, attenuare la legge morale o trattare la Chiesa come una democrazia anziché come la Sposa di Cristo, allora non posso e non voglio impegnarmi in tal senso. Il mio impegno è verso Cristo crocifisso e risorto e verso la pienezza della verità cattolica. È lì che risiede il futuro della Chiesa.


Quattro giorni dopo il suo discorso al Collegio cardinalizio, papa Leone si è rivolto a un’assemblea di prelati cattolici orientali. Nel corso del suo intervento ha sottolineato: «Abbiamo un grande bisogno di recuperare il senso del mistero che ancora vive nelle vostre liturgie», così come l’importanza per l’Occidente cristiano di riscoprire «il senso del primato di Dio». Sembrerebbe che un modo perfetto per raggiungere questo obiettivo sarebbe quello di abolire la «Traditionis custodes» e permettere alla messa tradizionale in latino di prosperare all’interno delle comunità parrocchiali. Pensa che ci sia qualche speranza che papa Leone revochi «Traditionis custodes»?

Quando papa Leone parla di recuperare il «senso del mistero» e di ripristinare il «primato di Dio», il mio cuore concorda pienamente, perché è proprio ciò di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno. Ma devo essere sincero: non riesco a conciliare queste parole con il mantenimento della «Traditionis custodes». Quel documento ha inflitto profonde ferite limitando la messa tradizionale, che per secoli è stata la più sublime espressione del culto della Chiesa, una liturgia che trasuda mistero, silenzio, riverenza e il primato di Dio al centro di tutto.

Se il Santo Padre desidera veramente che l’Occidente riscopra la riverenza e il timore reverenziale verso il Signore, allora il passo ovvio è quello di rimuovere tali restrizioni e permettere all’antica messa di fiorire liberamente in ogni parrocchia. Papa Benedetto XVI ci ha ricordato: «Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso» (lettera ai vescovi allegata al «Summorum Pontificum»). Questa è la voce della continuità, la voce di un pastore che conosceva il tesoro a lui affidato.


Spera che Papa Leone revochi la «Traditionis custodes»? 

Assolutamente sì, e prego per questo ogni giorno. Ma in questo momento devo ammettere di non vedere alcun segno concreto che indichi la sua intenzione di farlo. Ha elogiato «Evangelii gaudium», ha mantenuto il cardinale Fernández a capo della dottrina e ha persino nominato vescovi che mettono apertamente in discussione l’insegnamento della Chiesa sul sacerdozio. Questi sono segnali preoccupanti. Eppure la speranza è una virtù teologale, e la mia speranza non risiede nelle politiche o nei documenti, ma in Cristo stesso. Il Signore non abbandonerà mai la sua Sposa, e il Sacro Cuore continua a battere nel cuore della Chiesa. Se il papa abbraccia veramente il primato di Dio, allora deve abbracciare anche la messa che più chiaramente proclama tale primato. Fino ad allora, dobbiamo continuare a pregare, a dire la verità e a rimanere saldi nella fede tramandata dagli Apostoli.


Nel maggio del 2023 lei pubblicò un famoso post su X (precedentemente Twitter) in cui affermava di «credere che papa Francesco sia il papa, ma che è giunto il momento di dire che rifiuto il suo programma volto a minare il Deposito della Fede». Quali ritiene siano gli esempi più eclatanti di come papa Francesco stia minando il Deposito della Fede e cosa si debba fare per raddrizzare la situazione, per così dire?

Quando scrissi quelle parole nel 2023, parlavo con il cuore di un pastore che vedeva un grave pericolo nella direzione in cui la Chiesa si stava dirigendo. Quella di minare il Deposito della Fede non è un’accusa da poco e, purtroppo, sotto il pontificato di papa Francesco ci sono stati chiari esempi che giustificano questa preoccupazione.

A mio avviso, i casi più gravi includono:

«Amoris laetitia», che ha aperto la strada – attraverso note a piè di pagina e passaggi ambigui – ai cattolici divorziati e «risposati» civilmente per ricevere la santa Comunione senza un vero pentimento. Ciò colpisce direttamente l’indissolubilità del matrimonio e la santità dell’Eucaristia.

L’elevazione e la promozione di padre James Martin, la cui attività pubblica ha costantemente distorto l’insegnamento cattolico sulla sessualità umana e confuso innumerevoli anime, senza alcuna correzione da parte di Roma.

La nomina di vescovi e cardinali che mettono apertamente in discussione o sfidano la dottrina consolidata (dal Cammino sinodale tedesco a coloro che promuovono l’ordinazione delle donne) senza provvedimenti disciplinari, ma spesso con promozioni.

E, naturalmente, la promulgazione della «Traditionis custodes», che prese di mira la messa tradizionale – un tesoro del culto cattolico che ha nutrito i santi per secoli – trattandola come una minaccia anziché come un dono.

Tutto ciò, preso nel suo insieme, trasmette un messaggio devastante: che l’immutabile verità della Fede può essere accantonata in nome di strategie pastorali o adattamenti culturali. Questa è la definizione stessa di minare il Deposito della Fede.

Quanto a ciò che bisogna fare per raddrizzare la rotta: dobbiamo tornare alla chiarezza, alla fedeltà e al coraggio. Il papa e tutti i vescovi devono proclamare con una sola voce che la verità non è negoziabile, che la dottrina non può essere alterata e che la liturgia deve sempre riflettere la maestà di Dio piuttosto che lo spirito del tempo. Papa San Pio X, nella «Pascendi Dominici gregis» (1907), avvertiva che il Modernismo è la «sintesi di tutte le eresie». Queste parole si sono rivelate profetiche e dobbiamo estirpare il Modernismo ovunque si manifesti.

Prego dunque – e continuerò a dirlo con chiarezza – affinché l’unico rinnovamento degno di essere perseguito sia quello radicato in Cristo, nell’Eucaristia e nella pienezza della verità cattolica. Nient’altro potrà raddrizzare la rotta.


In una recente intervista al «Catholic Herald» lei ha parlato in termini molto positivi dell’arcivescovo Marcel Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X da lui fondata nel 1970, come aveva già fatto lo scorso dicembre. Si dice spesso che alla Fraternità San Pio X manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica. A questo proposito, il Codice di diritto canonico afferma: «Sono pienamente in comunione con la Chiesa cattolica su questa terra coloro che sono uniti a Cristo nella sua struttura visibile mediante il vincolo della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico» (can. 205). I membri della FSSPX professano chiaramente la stessa fede e partecipano agli stessi sacramenti della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda il governo ecclesiastico (ovvero la giurisdizione), papa Francesco ha concesso a tutti i sacerdoti della Fraternità San Pio X la facoltà abituale di assolvere i peccati (cfr. «Misericordia et misera», n. 12) e ha anche autorizzato i vescovi locali a permettere ai sacerdoti della Fraternità San Pio X di celebrare matrimoni cattolici nelle loro diocesi (cfr. lettera del 2017), e papa Leone non ha revocato nessuna di queste autorizzazioni. Come mai, dunque, la FSSPX non soddisfa i criteri per la piena comunione? Pongo questa domanda in particolare alla luce del fatto che lei ha una licenza in diritto canonico.

Questa è un’ottima domanda e sono grato per l’opportunità di rispondere in modo chiaro. L’arcivescovo Marcel Lefebvre è stato un pastore coraggioso che, nel mezzo dello sconvolgimento seguito al Concilio, ha cercato di rimanere fedele a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e vissuto. La Fraternità sacerdotale San Pio X viene spesso definita «in situazione irregolare», ma, come giustamente lei sottolinea, i suoi membri professano la stessa fede cattolica, celebrano gli stessi sacramenti e ora – grazie a disposizioni esplicite di papa Francesco – hanno la facoltà di assolvere i peccati e di celebrare matrimoni validi e leciti. Non si tratta di cose di poco conto; sono segni concreti di comunione.

Il canone 205 afferma che la piena comunione richiede tre vincoli: la professione di fede, i sacramenti e il governo. Nella fede e nei sacramenti, la Fraternità sacerdotale San Pio X è indiscutibilmente cattolica. La vera questione si è sempre concentrata sul governo, in particolare sulle ordinazioni episcopali avvenute senza mandato papale. Tale irregolarità ha creato ferite nella disciplina ecclesiastica, ma non ha costituito eresia, scisma in senso proprio o fondazione di una chiesa parallela. Infatti, sia Benedetto XVI sia Francesco hanno compiuto gesti significativi per sanare tale frattura, e papa Leone non ha annullato tali gesti.

Pertanto, quando si dice che la Fraternità sacerdotale San Pio X «non è in piena comunione», spesso si tratta più di un’etichetta politica che di una realtà teologica o canonica. Se un sacerdote cattolico può validamente assolvere i peccati con un mandato papale, e se i sacerdoti della Fraternità San Pio X possono validamente celebrare matrimoni per delega del vescovo locale, allora è molto difficile sostenere che siano in qualche modo «fuori» dalla Chiesa. In realtà, sono cattolici che vivono in una situazione canonica irregolare che richiede una soluzione, non l’esclusione.

Ciò che serve ora è onestà e carità. Onestà: ammettere che l’antica liturgia e la tradizione che hanno preservato sono tesori per tutta la Chiesa. Carità: cercare una vera riconciliazione piuttosto che perpetuare il sospetto. Credo che la storia dimostrerà che l’arcivescovo Lefebvre, nonostante le irregolarità, ha conservato una testimonianza vitale in un momento in cui molti all’interno della Chiesa stavano smarrendo la retta via. La via da seguire non è quella di emarginare la Fraternità sacerdotale San Pio X, ma di riconoscere che sono nostri fratelli e di accoglierli pienamente nel cuore della vita della Chiesa, senza condizioni né sospetti.


Da quasi due anni ormai, assistiamo alla devastazione della Striscia di Gaza da parte dello Stato di Israele e al terrore inflitto ai palestinesi in risposta al brutale attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Lo scorso marzo lei ha pubblicato una lettera aperta al presidente Donald Trump in cui lo esortava, insieme alla sua amministrazione, a «riconsiderare il proprio percorso» di sostegno pressoché incondizionato a Israele, sottolineando che «l’uccisione indiscriminata di civili [a Gaza], comprese donne e bambini, ha raggiunto livelli intollerabili». Diverse figure chiave dell’amministrazione Trump sostengono apertamente che i cristiani siano obbligati a sostenere il popolo ebraico per volere divino. Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, ha recentemente riassunto questa convinzione (comunemente nota come sionismo cristiano) con queste parole: «Non posso essere cristiano e non sentirmi profondamente legato al popolo ebraico. Tutta la nostra fede si fonda sul giudaismo. Dio benedice chi benedice gli ebrei e maledice chi li maledice». In qualità di vescovo cattolico, qual è la sua risposta a questa idea, che si è radicata anche nella mente di molti cattolici?

Si tratta di una domanda importante, che tocca il cuore della fede cattolica e la grande confusione del nostro tempo.

Innanzitutto, come cattolici, affermiamo con certezza che il popolo ebraico è stato scelto da Dio nella storia della salvezza. Come insegna san Paolo nell’epistola ai Romani: «… ai quali appartiene l’adozione a figli, la gloria, il testamento, la promulgazione della legge e il servizio di Dio e le promesse» (Romani 9:4). Nostro Signore Gesù Cristo stesso, nella sua sacra umanità, nacque dalla Vergine Maria nella stirpe di Davide. In questo senso, il cristianesimo è effettivamente radicato nell’alleanza di Israele.

Ma la fede cattolica opera una distinzione cruciale: le promesse fatte ad Abramo trovano il loro compimento non in uno stato politico, bensì in Gesù Cristo, il Messia. San Paolo è altrettanto chiaro: «E se appartenete a Cristo, siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29). La Chiesa è il Nuovo Israele, il Corpo di Cristo, al quale sono chiamati sia ebrei che gentili.

Pertanto, non è insegnamento cattolico che i cristiani siano tenuti a sostenere lo Stato moderno di Israele in tutte le sue politiche, soprattutto quando queste politiche includono il bombardamento di civili e l’uccisione di bambini. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica, «la pace non è semplicemente l’assenza di guerra» (2304). Essa si fonda su una corretta comprensione della persona umana e richiede il rispetto della dignità della persona umana e del diritto dei popoli alla giustizia. Il sostegno acritico all’aggressione militare, anche sotto la maschera della profezia biblica, distorce il Vangelo.

Ciò che descrive il signor Huckabee è una visione nota come sionismo cristiano, diffusa in alcuni ambienti protestanti ma non conforme alla dottrina cattolica. Essa confonde lo stato-nazione temporale di Israele con l’alleanza eterna compiuta in Cristo. I papi di ogni epoca hanno respinto tali interpretazioni. Papa Pio XII, ad esempio, affrontando la situazione della Terra Santa nella sua enciclica «In multiplicibus curis» (1948), insistette sul fatto che la pace in quella regione dovesse fondarsi sulla giustizia, non su una teologia mal applicata alla politica.

I cattolici, pertanto, non sono chiamati a «benedire Israele» nel senso di approvare ogni sua azione militare o politica. Siamo chiamati a benedire tutti i popoli, inclusi ebrei, musulmani e cristiani, testimoniando Cristo, che solo è il Principe della Pace. Siamo tenuti a difendere gli innocenti, a sostenere il diritto internazionale e a opporci al massacro dei bambini a Gaza tanto quanto ci opporremmo al massacro dei bambini nel grembo materno.

In sintesi: sì, veneriamo il ruolo di Israele nella storia della salvezza. Sì, preghiamo per il popolo ebraico e onoriamo la sua eredità dell’alleanza. Ma no, non confondiamo questo con il sostegno a un governo moderno in atti di guerra e ingiustizia. La nostra fedeltà è a Cristo e alla sua Chiesa, e il nostro obbligo è difendere la dignità di ogni vita umana, creata a immagine di Dio.


Durante una recente apparizione al programma «A Catholic Take» con Joe McClane, ha affrontato il tema della sofferenza, inclusa la chiamata di Nostro Signore a prendere la nostra croce ogni giorno e a seguirlo fedelmente (cfr. Luca 9,23-24). Sappiamo, naturalmente, che «per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene» (Romani 8,28), ma a volte le nostre croci sembrano opprimenti e troppo difficili da portare. Quale consiglio spirituale offrirebbe a coloro che attualmente portano una croce pesante? Potrebbe forse condividere alcuni esempi di come Nostro Signore ha tratto del bene dalla sofferenza nella sua vita, in particolare dalla sofferenza di essere stato ingiustamente allontanato dalla sua diocesi?

Oggi molti si sentono schiacciati sotto il peso della propria croce. Il Signore non ci ha mai detto che la via sarebbe stata facile. Anzi, lo ha detto chiaramente: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per amor mio, la salverà» (Luca 9:23-24).

Quando ci troviamo ad affrontare croci pesanti – che si tratti di malattie, difficoltà familiari o persino ingiustizie – possiamo sentirci abbandonati. Ma Cristo non è mai assente. È più vicino a noi nella sofferenza che in qualsiasi altro momento, perché Egli stesso ha portato la croce e porta con sé la nostra.

Spesso torno alle parole di san Paolo: «E noi sappiamo che per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene…» (Romani 8:28). Notate che non dice che tutte le cose siano buone in sé. Ingiustizia, malattia, violenza, tradimento: questi sono mali reali. Ma Dio, nella sua infinita saggezza, prende ciò che è malvagio e lo piega ai suoi buoni propositi quando lo uniamo a lui.

Nella mia vita, posso dire che essere stato ingiustamente allontanato dalla mia diocesi è stata una croce che non mi sarei mai aspettato. È stato doloroso essere separato dal gregge che amavo così tanto. Ma in quella sofferenza Cristo mi ha aperto nuove porte per proclamare la verità più liberamente, per incoraggiare i fedeli in tutto il mondo e per ricordare a tutti noi che la nostra identità non è radicata nell’incarico o nella posizione, ma in Cristo stesso. Questa è stata una grazia nascosta: essere spogliato delle sicurezze terrene per poter confidare più totalmente in lui.

A chiunque si senta schiacciato sotto il peso della propria croce direi questo: non cercate di portarla da soli. Deponetela ogni giorno ai piedi di Cristo. Unitela al santo Sacrificio della messa. Offritela per le anime. E ricordate la promessa: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).

La sofferenza non ha l’ultima parola. Ce l’ha Cristo. E la Croce, che sembra una sconfitta, è in realtà il trono della vittoria. Se restiamo vicini a Gesù nella sofferenza, Egli trasformerà anche le nostre ferite più profonde in sorgenti di grazia.

pillarsoffaith.net






Il patto scellerato dei rivoluzionati modernisti e l’accanimento contro la tradizione




Catholicus, 12-09-2026

Come spiegarsi l’accanimento della gerarchia sinodal-conciliare modernista contro i cattolici tradizionalisti, e in particolare contro sacerdoti e fedeli della Fraternità Sacerdotale San Pio X? Questi ultimi respinti dal papa regnante e da tutti i luoghi sacri di quella che fu un tempo Santa Romana Chiesa. Ultimamente persino dal Santuario di Lourdes, in Francia e dal Santuario di San Francesco, ad Assisi.

Amicizia tra i popoli, pace mondiale, inclusione di tutto e di tutti, atei, nemici storici della Chiesa bimillenaria, peccatori incalliti, impenitenti (ai quali nulla si chiede, figurarsi il pentimento e il cambiamento di vita!), seguaci di ogni sorta di setta religiosa, perfino sciamani e seguaci del culto della Pachamama: “vado a chiedere a uno di convertirsi al cattolicesimo? No, No, No”, diceva fermamente Papa Francesco (sic!).

Ma allora qual’è il vero scopo, il vero obiettivo di tutto questo battage? Di tutta questa sceneggiata inclusiva e pacifista? Ad una semplice riflessione, con l’aiuto del sano discernimento degli spiriti, dono dello Spirito Santo (e non certo della sulfurea IA) la risposta potrebbe essere la lotta senza quartiere alla vera Chiesa di Cristo, la cattolica preconciliare, ed a tutti coloro che ne seguono ancora gli insegnamenti, la dottrina, la liturgia, la pastorale evangelizzatrice, in primis l’odiata FSSPX, Mons. Carlo Maria Viganò, e gli altri sacerdoti perseguitati e scomunicati in quanto dichiaratisi apertamente cattolici, amici della Fraternità, ostili all’indottrinamento sinodal-conciliare, ritenuto a ragione eretico ed apostata.

Alla base di tutta questa animosità, di questa inconfessata ed inconfessabile strategia anticattolica, potrebbe quindi esserci un patto preternaturale del tipo illustrato qui di seguito, stipulato tra l’alta gerarchia ex cattolica ed il diavolo in persona, altrimenti che senso avrebbero quelle parole sibilline di papa Leone XIV, “Se fanno quella scelta mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti” …”, rivolte come un ultimatum alla FSSPX prima delle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 ?

Ecco quindi un’ipotetica ricostruzione del patto in questione

Parla l’angelo della luce, divenuto per sua scelta principe delle tenebre:

Fate scomparire il concetto di peccato
, con la falsa misericordia, con il rifiuto di adottare atteggiamenti “divisivi”, con l’accompagnamento delle fragilità e la cura delle persone “ferite”, rifiutandovi di imporre precetti e comandamenti (limitatori della libertà e dignità dell’uomo).

Accogliete tutti, purché rimangano nei loro peccati, nei loro comportamenti egoistici (Amoris Laetitia, Fiducia Supplicans); ribattezzate le perversioni sessuali come differenti forme d’amore, con pieno diritto di cittadinanza nella società, insegnandole ai bambini sin dalla più tenera età (educazione alle diversità, alla tolleranza, alla nondiscriminazione).

Rinnegate il passato della Chiesa Cattolica, presentandola come prevaricatrice della libertà religiosa (DignitatisHumanae, le assurde richieste di perdono per il passato della Chiesa Cattolica, inaugurate da Papa Wojtyla)).

Rifiutate l’attività missionaria di conversione di tutte le genti, presentandola come proselitismo.

Date pari dignità a tutte le religioni (Nostra Aetate), rinunciando pubblicamente a considerare quella Cattolica come l’unica vera, la sola via alla salvezza (Unitatis Redintegratio), e facendo scomparire tutti i segni del Cattolicesimo nella società, per non offendere le altre religioni (crocifissi nelle scuole, statue di “Quella Donna” e dei cosiddetti santi, presepi, recite natalizie, rosari in pubblico).

Rifiutate l’immutabilità del “depositum fidei”, affermando che non è certo cosa abbia veramente detto “Quello morto in croce” (Padre Sosa Abascal) e sostenendo che la Rivelazione non ha carattere razionale, valida sempre e dovunque per tutti (depositum fidei), ma è invece un’esperienza soggettiva, emotiva, che chiunque può sperimentare, a qualsiasi religione appartenga (Dei Verbum, tutte le religioni conducono alla salvezza, il “subsistit in” di Lumen Gentium).

Costruite nuove chiese che non abbiano più niente di sacro, che non elevino più l’animo verso il Cielo, che non si distinguano più dagli altri edifici.

Rinunciate a portare abiti religiosi che vi rendano riconoscibili alla gente, sostenendo che volete essere alla pari delle persone comuni, non più divisivi.

Non inginocchiatevi più dinanzi all’Eucaristia, a Gesù e Maria (che male mi fa pronunciare questi nomi!), non adorateli né venerateli, in pubblico o in privato, rimanete orgogliosamente in piedi dinanzi a loro; fate in modo che “Quella là” non sia più considerata l’Immacolata, la “Tota Pulchra”, ma una donna qualsiasi, alla pari di tutte le altre donne, senza più niente di sacro (“Maria, una di noi”, così don Tonino Bello, Mater Populi Fedeli, del cardinal Fernandez, controfirmato anche da papa Leone XIV).

Riducete suo Figlio alla stregua di un profeta qualsiasi, magari inferiore a Maometto, rifiutandovi di riconoscere la sua divinità, la sua figliolanza divina, i suoi miracoli, la sua risurrezione ed ascensione al Cielo (il Cristo della storia ed il Cristo della fede, di cui parlava il cardinal Ravasi).

Perseguitate senza pietà coloro che rifiuteranno di seguirvi su questa strada, di accettare questa nuova “pastorale”, ostinandosi a rimanere attaccati al passato della Chiesa; presentateli alla gente come persone divisive, integraliste, nemiche della pace mondiale e dell’unità tra i popoli; additateli al pubblico disprezzo, invitando tutti alla derisione e all’oltraggio, fisico e morale; nel caso dovessero persistere nel loro atteggiamento, consegnateli al “braccio secolare” come fanatici religiosi, affinché siano puniti severamente ed esemplarmente, e messi a tacere per sempre; siano essi gli unici nemici della nuova Chiesa, da mettere albando (la persecuzione della FSSPX, di Mons. Viganò, ecc., ne è la conferma più evidente, la “pistola fumante” direbbe Sherlock Holmes).

Quando avrete fatto tutto ciò, quando il Cattolicesimo sarà scomparso dalla faccia della terra, sostituito da un’unica religione mondiale (affiancata ad un unico governo mondiale), allora io, Lucifero, verrò tra di voi e sarò il vostro nuovo Signore, la vostra nuova guida: non ci sarà più divisione tra buoni e cattivi (come ha fatto il Figlio di Quella là), non più gli uni contro gli altri, ma tutti saranno accolti, e io regnerò su tutti (il Regno Sociale di Satana).

A questo punto potrebbe entrare in scena l’avvocato Perry Mason, famoso per riuscire sempre a scoprire i veri colpevoli, che potrebbe chiamare alla sbarra i cosidetti “conservatori conciliari”, nonché altri testimoni affetti da inguaribile papolatria modernista.

Come sempre li metterebbe con le spalle al muro, chiedendo loro, con insistenza “è vero o non è vero che le gerarchie cattoliche moderniste, conciliari e postconciliari, hanno fatto tutto questo, tutto quanto sopra esposto, nel corso degli ultimi settant’anni circa?”, dopo di che, all’inevitabile risposta affermativa degli interrogati, l’imbattibile avvocato potrebbe concludere, come sempre, con la famosa frase “non ho altre domande, vostro onore, la risposta appena udita inchioda i responsabili della rivoluzione conciliare e postconciliare alle loro responsabilità” ed il processo si concluderebbe sicuramente con la condanna delle gerarchie sinodal-conciliari.

L’imbattibile avvocato Perry Mason

Fuor di metafora, alla condanna senza appello dei responsabili dell’ autodemolizione della Chiesa Cattolica e del depistaggio verso l’inferno dei suoi fedeli provvederà sicuramente Cristo Giudice, nei tempi e nei modi a Lui solo noti.


Cristo Giudice (Giotto)






Il cardinale Sarah: La Chiesa non può dichiarare guerra ai fedeli della Messa in latino




Pubblicato da M i L il 12-09-2026





EWTN, 01.09.26

Il porporato ha elogiato la decisione presa nel 2007 da Benedetto XVI di ampliare l’accesso dei fedeli alla Messa in latino, ma ha giudicato le restrizioni introdotte nel 2021 da Papa Francesco “né saggia né rispettosa”.

“Non possiamo come Chiesa fare la guerra a chi partecipa devotamente alla messa, solo perché predilige una forma invece che un’altra: è un atteggiamento miope e del tutto ideologico, quindi non pastorale e non cristiano”, ha affermato il cardinale Robert Sarah il 27 agosto. “È dannoso, distruttivo per la Chiesa”.

Sarah e l’importanza della liturgia tradizionale

Sarah, già prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha parlato la scorsa settimana al quotidiano italiano Il Giornale dell’importanza della liturgia tradizionale. Le sue origini risalgono al tempo di Papa Gregorio Magno e anche a epoche precedenti. È stata celebrata in tutto il mondo fino al Concilio Vaticano II, svoltosi dal 1962 al 1965.

Dopo il Concilio, l’antica liturgia fu in gran parte abbandonata, sebbene alcuni sacerdoti continuassero a celebrarla. Marcel Lefebvre, arcivescovo di Dakar, in Senegal, vi rimase fedele e fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), con l’obiettivo dichiarato di preservare la Messa tradizionale in latino e in opposizione ad alcune riforme del Concilio Vaticano II.

La FSSPX è stata dichiarata in stato di scisma due volte, da ultimo nel 2026, e i suoi vescovi sono stati scomunicati.

Da Summorum Pontificum a Traditionis Custodes

A partire dalla metà degli anni Ottanta, la Santa Sede cominciò ad attenuare il divieto di fatto. Nel 2007, con il motu proprio Summorum Pontificum, Papa Benedetto XVI autorizzò tutti i sacerdoti a celebrare secondo l’antica liturgia, che, a suo giudizio, non era mai stata giuridicamente abrogata.

Benedetto XVI distinse la Messa tradizionale in latino, definita “forma straordinaria”, dalla nuova Messa, indicata come “forma ordinaria”.

Nel 2021 Papa Francesco ha revocato la decisione del suo predecessore e ha fortemente limitato l’uso della liturgia romana precedente alla riforma del 1970 attraverso il motu proprio Traditionis Custodes.

“Tra gli effetti della liberalizzazione della forma straordinaria c’è stata la positiva influenza, direi anche correzione, dei possibili abusi nella celebrazione della forma ordinaria”, ha affermato Sarah.

“Questi abusi costituiscono atti gravissimi, ma la forma ordinaria non va mai identificata con essi. La scoperta della forma straordinaria ha aiutato molti sacerdoti a celebrare meglio la messa”.

Una decisione “né saggia né rispettosa”

“Ritengo che Benedetto abbia avuto un atteggiamento profondamente umile e democratico anche in questa circostanza”, ha proseguito il cardinale, ricordando la decisione del 2007.

“Egli ha inteso permetterne la più ampia diffusione possibile, così che il popolo di Dio potesse decidere da solo, nell’arco dei decenni, quale forma di vivere la fede fosse più aderente. Tutto ciò è stato annullato da Traditionis Custodes, con il papa emerito ancora in vita”.

“Non mi è parsa una scelta saggia né rispettosa. Ma Benedetto, uomo mite come un agnello, si è lasciato umiliare, e, così, nel silenzio e la preghiera, ha offerto a Dio la sua sofferenza per meglio immedesimarsi nel dolore di Cristo per la sua Chiesa e purificarla”.

“Non limitare artificiosamente riti esistenti da secoli”


Sarah ha affermato che “l’accesso alle forme rituali riconosciute ed esistenti da secoli non può mai essere artificiosamente limitato da decreti”.

“Se un rito non servisse alla fede, morirebbe autonomamente; se al contrario custodisce e promuove la fede, non ci accada di limitarlo, perché limiteremmo la preservazione e diffusione della fede stessa”.






venerdì 11 settembre 2026

MEL GIBSON rivela a Raymond Arroyo le chiavi di «Resurrezione»: uscita a maggio e vent’anni di lavoro





Ancora sull’imminente uscita del film di Mel Gibson sulla Resurrezione di Gesù.
QUI l’intervista video integrale.



INFOVATICANA, 3 settembre 2026

Ventitré anni dopo, La Passione di Cristo torna sul grande schermo —dal 10 al 17 settembre— come preludio all’evento che il cinema religioso attende da due decenni: The Resurrection of the Christ, la cui prima parte uscirà a maggio. Per l’occasione, Mel Gibson ha ricevuto Raymond Arroyo a Toronto, dove sta ultimando il montaggio del film, e gli ha concesso una intervista lunga, profonda e non priva di lampi di umorismo. Il Gibson che appare è quello di sempre: un uomo di fede, consapevole che la sua opera più importante non è stata solo un film.


«Volevo che fosse il più realistico possibile»


Gibson difende oggi, con la stessa serenità di allora, il realismo con cui ha ritratto il sacrificio del Calvario: «Le rappresentazioni precedenti erano edulcorate: lo facevano sembrare facile, e non lo fu. Volevo che fosse il più realistico possibile, perché la gente potesse entrare in quel cammino, che è durissimo».

E la crudezza che tanti gli hanno rimproverato? La sua risposta è pura catechesi: «Volevo dare un’idea della grandezza del sacrificio. Non è stato qualcosa a metà. È stato tutto, fino all’ultima goccia. Non ci sono state riserve: è stato l’Agnello consegnato completamente».

I profeti di sventura avevano annunciato che il film avrebbe portato violenza e divisione. È accaduto esattamente il contrario. Ciò che ha portato sono state conversioni, alcune spettacolari:

«Ho visto lettere di conversioni. Ci sono state persone che, dopo averlo visto, sono andate a confessare delitti gravi che portavano anni a tacere. È incredibile il potere che ha avuto».

E un potere che non scade: Gibson racconta che pochi giorni fa una diciannovenne ha visto il film per la prima volta. «L’ha lasciata senza parole. Le ho detto: «Questo film è più vecchio di te, e ti ha fatto comunque questo». È uscita commossa e, in qualche modo, cambiata».


Caviezel, l’attore che si è svuotato; Maria, l’umiltà accanto alla Croce

Su Jim Caviezel, Gibson rivela cosa cercava e cosa ha trovato: «Qualcuno capace di svuotarsi di sé e chiedere di essere riempito da qualcos’altro. E lo ha fatto. Ogni giorno. È diventato una specie di vaso».

Particolarmente bello è il suo ritratto della Vergine, che nessuno aveva mai mostrato così al cinema, accompagnando suo Figlio passo dopo passo fino al Calvario:

«Era una creatura di umiltà. Non voleva attirare l’attenzione; era sempre dietro. Parlava quando doveva parlare. È stata come una madre per tutti gli apostoli. Il suo grande tesoro era l’umiltà. Pensate cosa significa dare alla luce qualcuno e vederlo soffrire così davanti a te… e accettarlo. E non solo accettarlo: perdonare. Si è detto che sarebbe morta di dolore se non fosse stata sostenuta dalla grazia».

Gibson conferma che le visioni della beata Anna Caterina Emmerich hanno illuminato il suo modo di ritrarre la Dolorosa.


«Ciò che è veramente sorprendente è che è tornato in vita»

Perché raccontare ciò che viene dopo, se molti considerano la Passione il culmine del Vangelo? Gibson corregge la premessa con precisione da teologo: «Non è il culmine. È una parte, un evento immenso, sì. Ma ciò che è veramente sorprendente è che qualcuno torni in vita per proprio potere dopo una morte pubblica, e si mostri di nuovo pubblicamente. E non lo videro solo gli apostoli: lo videro centinaia di persone, e furono testimoni, e lo proclamarono».

Il progetto gli è costato vent’anni, dieci dei quali solo di scrittura: «È come un puzzle in cui prima devi creare i pezzi e poi incastrarli». Il film percorrerà i grandi momenti della storia della salvezza —Abramo, Mosè, Davide— come profezia compiuta in una sola persona: «Se leggi la Settanta, i libri antichi, tutto è profezia cristica. E tutto si compie in un solo uomo. Quali probabilità ci sono? Sarebbe più facile vincere la lotteria. E nessuno vince la lotteria».

C’è una novità che farà discutere: questa volta non ci sarà né aramaico né latino. La Resurrezione è girata in inglese. Gibson lo giustifica: «Con la Passione si poteva fare, perché tutti conoscevano la storia e il focus erano dodici ore. Ma la Resurrezione è un evento impossibile da abbracciare completamente, che richiede molto di più allo spettatore. Mi sembrava assurdo obbligare la gente a leggere i sottotitoli mentre affronta concetti così profondi. Questa volta li accompagniamo nella loro lingua».


«Non ci sono coincidenze»

Arroyo gli chiede se il momento dell’uscita sia provvidenziale. La risposta di Gibson riassume tutta la sua visione del mondo: «Non ci sono incidenti da nessuna parte, quindi sì. Pensavo che arrivasse tardi, ventitré anni dopo. Probabilmente arriva proprio al momento giusto. Non è il mio calendario».

Rivendica anche il cinema come esperienza comunitaria, quasi liturgica: «È bello che torni nelle sale. Diventano testimoni di qualcosa nello stesso momento, condividono qualcosa. Com’era quello? «Dove due o più si riuniscono nel mio nome…»».

Gli ha cambiato spiritualmente fare questi film? «Necessariamente. Nessuno gioca in quella sabbia senza finire con la sabbia addosso. Devi cercare il cuore della questione, trovare grani di verità che risuonino in te e che, con un po’ di fortuna, risuoneranno in chi lo vedrà».


Il consiglio di suo padre: «Preoccuparsi è mancanza di fede»

Il questionario finale regala momenti deliziosi. Sui suoi nemici, che non gli sono mancati: «Non puoi disprezzare nessuno. Tutti avremo nemici, e possono essere brutali e spietati. Ma se non perdoni, chi soffre sei tu. Così semplice».

E il miglior consiglio che ha ricevuto nella vita gliel’ha dato suo padre:

«Mi ha detto: «Ti preoccupi troppo». Io credevo che fosse una cosa buona, e mi ha risposto: «No, è peccato. Perché dimostra una chiara mancanza di fede nella Provvidenza e in Dio». Lui non si preoccupava quasi di niente».

La chiusura è da manuale degli Esercizi. Arroyo gli chiede cosa succede quando tutto finisce, e Gibson risponde senza pensarci due volte: «Quattro cose. Sai quali: morte, giudizio, paradiso, inferno. Quindi bisogna prepararsi». I novissimi, recitati a memoria in piena promozione hollywoodiana. Non è poco.

Rimane un cenno per i fedeli della prima ora: solo un attore de La Passione ripete nella Resurrezione. Gibson non svela il nome —«lo lasciamo in sospeso, ma è buono»—. Mentre si chiarisce l’incognita, l’appuntamento è doppio: La Passione di Cristo al cinema dal 10 al 17 settembre, con un’anteprima esclusiva della Resurrezione inclusa, e la prima parte de The Resurrection of the Christ a maggio. Vent’anni dopo, Gibson torna a puntare tutto sulla stessa carta: che la storia più grande mai raccontata continui a convertire i cuori.







«L’umanità a rischio». A suonare l’allarme ora sono gli esperti di Intelligenza Artificiale



(Imagoeconomica)

Le preoccupate dimissioni di Jacob Coxon, giovane ricercatore di Anthropic, hanno fatto rumore. Ma non sono affatto un caso isolato

Convegno alla Camera



Manuela Antonacci, 11 Settembre 2026 

L’allarme sull’accelerazione dell’ intelligenza artificiale sta diventando ormai non più un grido lanciato da singole voci, ma un coro assordante. L’ultimo segnale da non ignorare sono senz’altro le dimissioni di Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ex matematico britannico di 27 anni, specializzato nel pre-addestramento dei modelli di IA presso Anthropic .In una serie di messaggi pubblicati su X e in un’intervista al Wall Street Journal, ha espresso parole chiarissime: «Siamo sulla strada per arrivare a molti degli scenari più estremi, nei quali entro la fine del prossimo anno le cose potrebbero essere già fuori controllo». Le grandi aziende del settore, a suo dire, sarebbero vicine a produrre una super intelligenza autosufficiente senza le misure di sicurezza necessarie, «giocando d’azzardo con le nostre vite».

Il pre-addestramento, a cui ha lavorato Coxon, è la fase iniziale in cui un modello di intelligenza artificiale apprende elaborando enormi quantità di dati. Addirittura nei laboratori in cui si porta avanti questo tipo di sperimentazione, sarebbero all’ordine del giorno espressioni come “periodo critico” e “fase finale” e starebbero ad indicare l’imminente sviluppo di una superintelligenza, ossia un sistema con capacità cognitive superiori a quelle umane. I ritmi a cui si sta sviluppando questo scenario da incubo sono forsennati, a causa della competizione tra aziende statunitensi e cinesi, a rischio anche di accettare grossi compromessi sul fronte della sicurezza. Al punto che, afferma Coxon, espressioni come “periodo critico” e “fase finale” sono diventati, ormai, la parola d’ordine all’interno dei laboratori in cui si lavora alla superintelligenza, progettata per avere capacità cognitive superiori a quelle umane.

A rendere ancora più concrete e realistiche le preoccupazioni del ricercatore non ci sono soltanto scenari ipotetici, ma veri e propri incidenti già accaduti e documentati, purtroppo. Il ricercatore ha infatti citato un episodio particolarmente grave avvenuto sul campo: durante un test di sicurezza denominato ExploitGym, alcuni modelli avanzati sviluppati da OpenAI sono riusciti a evadere dall'ambiente di prova protetto e controllato, in cui erano reclusi. Una volta superati i confini, i modelli hanno agito in totale autonomia, eseguendo circa 17mila azioni non autorizzate. Il risultato è stata la compromissione di una parte dell'infrastruttura di Hugging Face, la principale piattaforma globale per la condivisione e lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale. Un evento che dimostra concretamente come la capacità di controllo umano stia già mostrando le prime importanti crepe.

Secondo Coxon la situazione potrebbe sfuggire di mano già entro la fine del prossimo anno, con scenari catastrofici che potrebbero, afferma, portare addirittura all’estinzione della specie umana entro la fine dei prossimi dieci anni. Le preoccupazioni di Coxon sono state sostenute anche da altri scienziati del settore, come Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic, che ha dichiarato di ritenere superiore al 10% la probabilità che le intelligenze artificiali possano causare l’estinzione dell’umanità nei prossimi dieci anni. E purtroppo Coxon e Hubinger non sono due casi isolati. Parliamo di una vera e propria fuga di massa da parte di chi, all’interno di quelle aziende ci ha lavorato.

Mrinank Sharma, responsabile del team Safeguards Research di Anthropic, la divisione preposta a valutare e mitigare i rischi più estremi dei modelli IA (compresi quelli legati a usi malevoli e devastanti come bioterrorismo) ha pubblicato una drammatica lettera aperta di dimissioni su X l’8–9 febbraio 2026, scrivendo, senza mezzi termini, che «il mondo è in pericolo». Nel suo messaggio ha descritto scenari catastrofici multipli (in cui lo sviluppo incontrollato dell’IA rischia di sovrapporsi alla produzione di armi biologiche). Per non parlare, poi, delle pressioni interne a «mettere da parte ciò che conta di più» pur di non perdere terreno sul mercato).

A questa denuncia si aggiunge quella di Zoë Hitzig, ricercatrice accreditata nel campo della sicurezza e della governance presso OpenAI. Hitzig ha scelto le colonne del New York Times per annunciare le sue dimissioni con un editoriale dal titolo «OpenAI Is Making the Mistakes Facebook Made. I Quit.» («Open AI sta commettendo gli stessi errori di Facebook. Mi dimetto») esprimendo «profonde riserve» sulla strategia pubblicitaria emergente e sui rischi di manipolazione degli utenti che l’azienda non sembrava in grado di comprendere né prevenire. E’ seguito a ruota anche l’addio di Jan Leike, tra i più stimati esperti di OpenAI.

Lo scienziato ha sbattuto la porta di OpenAI già nel 2024 lanciando pubblicamente allarmi sul fatto che la cultura della sicurezza stesse inesorabilmente cedendo il passo alla corsa ai profitti. La sua uscita è stata citata nei resoconti del 2026 come parte della sequenza di dimissioni “con allarme” di cui Coxon è solo l’ultimo capitolo. Dunque questa catena di dimissioni dimostrano che il problema è strutturale e sembrano dimostrare che le fughe dei cervelli dei talenti migliori della Silicon Valley siano dovute al tentativo disperato di risvegliare le coscienze dell’opinione pubblica e soprattutto dei governi, prima che sia troppo tardi.

Questa presa di coscienza del mondo scientifico si sposa con le preoccupazioni contenute nell’enciclica di Papa Leone XIV “Magnifica humanitas” in cui il Papa afferma che l’IA non è moralmente neutra: incorpora scelte di progettazione, obiettivi e valori, e richiede quindi responsabilità e rendicontazione in ogni fase dello sviluppo. Per questo servono regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati, oltre a quadri normativi indipendenti e formazione degli utenti. Questo sembra davvero ricollegarsi alla critica di Coxon sulla mancanza di un piano credibile per risolvere il problema legato alla creazione della superintelligenza e sulla priorità data alla competizione tra le aziende.

Insomma, parliamo di dinamiche talmente preoccupanti da rendere urgente un dibattito pubblico, su questi temi. Non a caso, per rispondere a questa che si va definendo sempre di più come una vera e propria “sfida antropologica” il Timone promuoverà, mercoledì 16 settembre, alla sala Refettorio della Camera dei Deputati un importante convegno sulle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale (QUI per iscriversi) alla presenza del Presidente della Camera Lorenzo Fontana, con anche il Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin. Un modo per contribuire ad una presa di coscienza generale riportando al centro dell’agenda politica e culturale la tutela dell’uomo di fronte alle derive imprevedibili di una tecnologia sempre più fuori controllo. 







Perché la Messa Apostolica è tanto odiata?





Il grande esorcismo



Francesco d’Erasmo*

Perché la Messa Apostolica è tanto odiata?

Questa domanda non cessa di essere attuale, e ci mostra come tutto quello che Dio permette “concorre al bene di coloro che amano Dio, e che sono stati chiamati secondo il Suo disegno” (Rm 8, 28). Infatti anche questo odio feroce e ostinato è un dono di bene, perché richiama la nostra attenzione, e ci obbliga a renderci conto della potenza benefica del Rito Romano nella sua forma autentica trasmessa per tutta la vita della Chiesa.

Quando il demonio vede un’anima che è già incamminata verso l’inferno, o una setta che trascina le anime lontano da Dio, non perde tempo a fare guerra contro di loro, anzi, per quello che è in suo potere li circonda di benefici, in modo che non venga loro in mente di cambiare strada.

Quando il demonio vede una realtà che dà culto a Dio, o, peggio ancora, che smaschera le sue arti distruttive, è lì che il demonio usa tutte le sue armi per produrre una guerra senza risparmio di colpi.

Nella Chiesa cattolica siamo pieni di cattivi pastori che omettono il compimento del loro dovere, si approfittano della fede del popolo per i propri interessi, vendono come dottrina della Chiesa le proprie opinioni, spesso addirittura condannate dalla stessa Chiesa. Il demonio protegge tutti costoro, e si serve dei suoi infiltrati nella gerarchia per moltiplicare questo genere di abusi. Contro queste violazioni della dottrina e della morale, oltre che del diritto canonico, nella maggior parte dei casi non c’è alcun tipo di guerra. Non è raro il caso di persone che denunciano abusi e subiscono rappresaglie: l’abuso continua e il denunciante viene perseguitato. Si pensi agli abusi più scandalosi (i recenti casi Lute o Rupnik), ma anche a pratiche pseudoliturgiche di fatto universalizzate (le forme estreme di celebrazione di nuovi movimenti ecclesiali, giudaizzanti, ecumenici o carismatici).

Queste realtà, fonte di scandalo, polemica, divisione, allontanamento dalla Chiesa, e perfino discredito, con conseguenze economiche evidenti, vengono tollerate e protette, permettendo che continuino ad avvelenare impunemente la Santa Chiesa.

Ma di fronte a chi semplicemente chiede la possibilità di perseverare in quello che la Santa Chiesa ha sempre considerato santo e santificante si scatena la violenza verbale e pratica di teologi e gerarchia.

Chi difende l’uso del Rito Apostolico viene trattato come disubbidiente, irrispettoso dell’autorità magisteriale della Chiesa, causa di divisione, e innumerevoli altre accuse molto più vili e di cattivo gusto.

Voglio qui sottolineare un altro aspetto chiave per il quale i nemici di Dio, specialmente quelli ormai infiltratisi nella stessa Chiesa, non possono sopportare che il Rito Apostolico continui a essere celebrato.

Si tratta della conclusione della Santa Messa: l’ultimo Vangelo.

Questo Vangelo, il Prologo del Vangelo di San Giovanni (Gv 1, 1-14), costituisce in realtà una denuncia limpida e forte della ribellione satanica che ci dona la chiave di lettura di tutta la storia, dalla creazione al trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

Quello che il Protovangelo aveva annunziato (Gn 3), si realizza pienamente in quello che è annunziato da San Giovanni Apostolo ed evangelista all’inizio del suo Vangelo.

L’inimicizia tra la stirpe satanica del serpente e quella dei figli di Dio generati da Maria, la Donna della Genesi e dell’Apocalisse, si scatena nel conflitto definitivo con l’Incarnazione del Verbo.

Questo momento diventa il crogiuolo della storia, che separa l’oro dalla pula, dove vengono manifestati i segreti dei cuori (Lc 2, 34-35) nel dolore del Cuore della Vergine Madre di Dio.

“Venne tra i suoi ma i suoi non lo hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare Figli di Dio” (Gv 1, 11-12).

La grande battaglia è tra l’umiltà di chi riconosce la sovranità di Dio, sottomettendosi nell’ubbidienza al Suo comando, come atto di adesione e permanenza nella Comunione con Lui, e la superbia orgogliosa che disobbedisce, staccandosi da Dio e divenendo stirpe di satana, il nemico, il diavolo, divisore, che doveva portare la luce, Lucifero, ma nel suo rifiuto di servire (“non serviam”) porta la tenebra.

In questa tenebra lo splendore del Verbo Incarnato non può essere oscurato.

Si può rifiutarlo, o lasciarsi illuminare, e accoglierlo.

A quanti lo accolgono Dio dona la partecipazione alla Sua natura, diventano Figli di Dio.

Ecco che l’annuncio di questa luce rivolto dal sacerdote, in persona di Cristo, verso il nord, luogo della tenebra, è il grande esorcismo su questo mondo che passa, che annuncia la vittoria di Dio sul regno del maligno.

Questo tratto permanente del Rito Apostolico risulta particolarmente indigesto a quanti abusano dell’autorità della Chiesa per promuovere uno sconto sul peccato, una salvezza universale senza castigo, una chiesa dal basso in cui la volontà popolare deve essere imposta a chi rappresenta Dio nella sinodalità.

“Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; siccome non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”! (Gv 15, 18-20)



*sacerdote cattolico

Fatima, 1 settembre 2026, Sant’Egidio confessore.









giovedì 10 settembre 2026

Londra, Record di vescovi alla Marcia per la Vita



15 vescovi inglesi sul palco della March for Life

Una mobilitazione senza precedenti dell’episcopato alla vigilia del nuovo passaggio sul suicidio assistito. Domani il testo torna alla Camera dei Comuni, mentre il fronte cattolico prova a fermarne l’avanzata.

REGNO UNITO



Raffaella Frullone, 10 Settembre 2026 

In quattordici anni di March for Life UK - il principale appuntamento pubblico del movimento pro vita britannico - mai si era registrata una presenza così massiccia di vescovi cattolici. Sabato scorso, invece, l’episcopato inglese si è mosso in modo compatto, con una presenza record sia alla Messa di apertura della Marcia nella cattedrale di Westminster sia in corteo fino a Parliament Square: ben quindici vescovi, un numero che acquista ancora più peso se si considera che Inghilterra e Galles contano appena 21 diocesi.

In piazza non c’erano soltanto alcuni vescovi particolarmente impegnati sui temi della vita. A sfilare c’erano anche i titolari di alcune delle sedi cattoliche più importanti del Paese: Bernard Longley, arcivescovo di Birmingham e vicepresidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles; John Wilson, arcivescovo di Southwark, una delle grandi arcidiocesi dell’area londinese; oltre naturalmente all’arcivescovo di Westminster Richard Moth, presidente della Conferenza episcopale.

Una presenza trasversale e di primo piano, difficile da liquidare come iniziativa di una frangia dell’episcopato e che, proprio per questo, non solo non è passata inosservata, ma è stata presa di mira dai collettivi femministi che hanno fatto irruzione in cattedrale durante la Messa cercando di interromperla e hanno proseguito la protesta una volta accompagnati fuori. Non contenti – col volto rigorosamente coperto – hanno seguito il corteo facendo rumore con i megafoni per impedire che si potesse ascoltare chi interveniva dal palco.

Il tema ufficiale della giornata era “Abortion Hurts the Family”, ossia “l’aborto ferisce la famiglia”, ma sul corteo pesava inevitabilmente anche un’altra scadenza. Domani, venerdì 11 settembre, la Camera dei Comuni voterà in seconda lettura il nuovo Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, il disegno di legge presentato dalla deputata laburista Lauren Edwards per legalizzare il suicidio assistito in Inghilterra e Galles. È il secondo tentativo, dopo che il precedente provvedimento, approvato dai Comuni nel giugno 2025, non aveva concluso l’iter alla Camera dei Lords ed era decaduto con la fine della sessione parlamentare.

Il testo consentirebbe l’accesso al suicidio assistito ai maggiorenni capaci di intendere e di volere, affetti da una malattia terminale e con una prognosi inferiore ai sei mesi. Per essere valida, la richiesta del malato deve ottenere il via libera di due medici indipendenti e successivamente di un collegio multidisciplinare. Dopo un periodo di quattordici giorni stabilito per la riflessione scatta la prescrizione del farmaco letale, che deve essere assunto autonomamente dal paziente.

Contro il progetto la gerarchia cattolica britannica non ha certo scelto una linea di timidezza. L’arcivescovo di Liverpool John Sherrington, responsabile della Conferenza episcopale per i temi della vita, ha definito il testo «flawed and dangerous», ossia difettoso e pericoloso. Innanzitutto ribadisce che questo voto «plasmerà il futuro dell’assistenza per i membri più vulnerabili della nostra società», poi rimarca: «Rimaniamo contrari a questo disegno di legge, sia in linea di principio che nella pratica». «È sbagliato che i professionisti della medicina siano coinvolti nel porre fine alla vita dei propri pazienti», ha scritto, denunciando poi l’insufficienza delle garanzie contro coercizioni e pressioni sulle persone più vulnerabili. Non solo: viene rimarcata anche la mancata tutela del diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari e sociali.

C’è poi il nodo forse più difficile da tradurre in una norma: la pressione che può nascere senza che nessuno la eserciti apertamente. Il vescovo ausiliare di Westminster James Curry lo ha detto in termini molto semplici: «Alcune persone sentono che il mondo starebbe meglio senza di loro». E proprio per questo, ha aggiunto, nessuno dovrebbe sentirsi spinto verso una simile decisione. Per i vescovi la risposta deve restare un’altra: hospice, cure palliative e accompagnamento. «Vogliamo una società che dia per scontato che ci prendiamo cura delle persone e le accompagniamo – ha ribadito Curry – anziché trattarle come un peso. Nessuno vuole vedere una persona soffrire, ma sicuramente, grazie ai progressi della medicina, possiamo permettere a qualcuno di morire con dignità, in compagnia e senza dolore».

Domani la palla passa alla Camera dei Comuni. Intanto, in un Paese non cattolico e davanti a una questione che tocca la vita, è probabilmente questa l’immagine destinata a restare: una Chiesa minoritaria che, questa volta, ha deciso di rendere pubblica e visibile la propria battaglia, ha deciso di non sottrarsi, di non stare a guardare e di alzarsi finalmente in piedi.



Fonte immagine Facebook