giovedì 17 settembre 2026

Thomas Edwards (AdVaticanum): «Abolire la Santa Messa tradizionale è un suicidio ecclesiastico che deve cessare»



Vi proponiamo – nella traduzione di Messa in Latino – l’intervista di Javier Navascués Pérez, Vicedirettore di ÑTV España, pubblicata sul sito InfoCatólica il 16 settembre, in cui Thomas Edwards racconta la recente esperienza del sito AdVaticanum, nato «dal desiderio di dare voce al movimento tradizionalista all’interno della Chiesa».

In particolare, Thomas Edwards afferma che «abbiamo un disperato bisogno di una risoluzione che consenta di promuovere e incoraggiare il rito antico. Questo rito offre un’enorme speranza alle future generazioni di cattolici perché vanta una grande partecipazione ed è molto amato dai Cattolici più giovani. Se la Chiesa non affronta la questione, rischia di soffocare parte della rinascita cattolica e una delle sue maggiori fonti di speranza per il futuro. La continua soppressione della Santa Messa tradizionale è una forma di suicidio ecclesiastico che deve cessare».

Lorenzo V.





AdVaticanum è un portale digitale di notizie, analisi e opinioni specializzato nell’attualità vaticana, nel pensiero della Chiesa cattolica e nel ruolo della fede nel mondo moderno.

Il suo direttore, il giornalista Thomas Edwards, è britannico e collabora regolarmente con influenti testate del mondo cattolico e conservatore anglosassone, come la rivista britannica The Spectator e il quotidiano The Catholic Herald.

Come è nato il sito web AdVaticanum e quali sono i suoi obiettivi?

Siamo nati dal desiderio di dare voce al movimento tradizionalista all’interno della Chiesa. Ci descriveremmo piuttosto come vicini al tradizionalismo, piuttosto che come semplici portavoce del movimento. Tuttavia, vogliamo offrire notizie e approfondimenti seri su questo movimento ecclesiastico e culturale in crescita all’interno del cattolicesimo.

Di quale team di redattori disponete e su cosa concentrate il vostro interesse?

La copertura giornalistica sul campo è essenziale per noi. Abbiamo una presenza a tempo pieno in Vaticano, compresa la Sala Stampa della Santa Sede. Oltre a ciò, siamo presenti negli Stati Uniti d’America, dove riportiamo ciò che consideriamo uno dei principali campi di battaglia per il futuro della Chiesa.

Viaggiamo inoltre costantemente in tutto il mondo per seguire eventi cattolici che influenzano la vita della Chiesa. Ad esempio, a luglio abbiamo inviato una squadra di sei persone alle Consacrazioni episcopali della Fraternità sacerdotale di San Pio X. Abbiamo trasmesso le cerimonie in diretta e realizzato un’ampia copertura per tutto il fine settimana.

In che misura è una grande responsabilità informare con rigore su tutto ciò che riguarda la Santa Sede?

La Santa Sede è al centro della Santa Madre Chiesa e, pertanto, deve essere trattata con grande rispetto in ogni ambito. Abbiamo constatato l’immenso valore del giornalismo cattolico negli ultimi vent’anni. La voce dei laici è diventata sempre più importante per garantire la trasparenza e permettere che la verità prevalga in tutta la Chiesa.

Una cosa che il Cattolicesimo fa bene, forse più di qualsiasi altra fede, è che possiamo chiedere conto ai nostri leader pur mantenendo il rispetto per la loro carica. Informare con rigore è essenziale per raggiungere questo obiettivo.

Qual è il suo bilancio di questi primi mesi?

Ci siamo divertiti moltissimo. Il nostro lavoro audiovisivo è stato particolarmente gratificante. A luglio abbiamo raggiunto un milione di visualizzazioni sul canale YouTube, un traguardo importante da raggiungere già al nostro terzo mese completo di attività [QUI: N:d.T.].

Vogliamo continuare a pubblicare contenuti cattolici di qualità, combinando il giornalismo sul campo con reportage esclusivi e analisi approfondite sulla Chiesa.

Quali articoli hanno riscosso maggiore risonanza finora?

Parlare direttamente con i leader della Chiesa si è rivelato particolarmente prezioso. Abbiamo avuto il privilegio di pubblicare interviste esclusive con alcune delle voci conservatrici più note della Chiesa, come mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, mons. Robert Mutsaerts, Vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], mons. Marian Eleganti O.S.B., già Vescovo ausiliare di Coira [QUI e QUI; QUI su MiL: N.d.T.], e mons. Dominique Jean Marie Rey Comm. l’Emm., Vescovo emerito di Fréjus-Tolone.

Oltre a ciò, abbiamo pubblicato numerose interviste con Cardinali, tra cui il card. Timothy Radcliffe O.P., già Maestro generale dell’Ordine dei predicatori [QUI e QUI: N:d.T.], il card. Jaime Spengler O.F.M., Arcivescovo metropolita di Porto Alegre [QUI: N.d.T.], e il card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo emerito di Genova [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], nonché una serie di colloqui pubblici e privati (off the record) tenutisi durante il Concistoro straordinario di giugno.

Perché uno dei vostri pilastri è la difesa del Vetus Ordo liturgico?

Nonostante tutta l’attenzione che già riceve, sarebbe impossibile non menzionare la liturgia tradizionale. Abbiamo un disperato bisogno di una risoluzione che consenta di promuovere e incoraggiare il rito antico.

Questo rito offre un’enorme speranza alle future generazioni di cattolici perché vanta una grande partecipazione ed è molto amato dai Cattolici più giovani. Se la Chiesa non affronta la questione, rischia di soffocare parte della rinascita cattolica e una delle sue maggiori fonti di speranza per il futuro. La continua soppressione della Santa Messa tradizionale è una forma di suicidio ecclesiastico che deve cessare.

È possibile abbonarsi in diverse lingue?

No, per il momento, anche se è qualcosa che potremmo prendere in considerazione in futuro. Vogliamo che le persone in tutto il mondo leggano il sito AdVaticanum, ed è stato un piacere particolare vedere così tanti lettori dei paesi di lingua spagnola interessarsi al nostro lavoro. Forse è qualcosa su cui dovremmo intervenire.





L’applicazione del principio di identità e non contraddizione dimostra la realtà del tempo



Un intermezzo filosofico di Paolo Pasqualucci. Le questioni metafisiche sono comunque sempre importanti, per non dire essenziali. E noi non ce le facciamo mancare visto che, a guardare il nostro presente, sono così poco seguite.


Logos in itinere


di Paolo Pasqualucci, 15 settembre 2026

1. Il principio di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; B non è A; A non può essere nello stesso tempo B e viceversa) dimostra l’esistenza del tempo come realtà indipendente da ogni misurazione. Infatti, tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un riferimento temporale, che sempre troviamo nella sua formulazione.

Non posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una determinata realtà esista nello stesso tempo come il contrario di se stessa.

L’essere e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo ente. Quando sarò morto, il mio corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo esistito in carne e ossa. Mentre ero vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non poteva nello stesso tempo non essere. Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto, e viceversa.

L’avverbio di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.

Perché allora Kant, nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
Impossibile est, simul esse ac non esse. Simul significa: nello stesso tempo; ma il tempo non è ancora spiegato. Si può anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum. Nihil negativum è ciò che non può in alcun modo esser pensato”.
Il tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il riferimento al tempo rimarrebbe ancora non spiegato, sostanzialmente oscuro, secondo Kant? Vediamo allora di spiegarlo.[1]

Il principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non contraddizione: A, in quanto sia se stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser simultaneamente femmina. E viceversa. I caratteri sessuali sono normalmente definiti dalla natura in modo marcato ed immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua natura profonda, mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente passare da un sesso ad un altro, né con uno sforzo della volontà, che non incide affatto sul sesso dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto, né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.

L’impossibilità di cui al principio di non-contraddizione deve dunque esser simultanea. Posso essere in questa stanza, dove sto scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente: le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in successione. L’impossibilità dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti, risulta quindi dall’ dell’esperienza. L’entrare e l’ uscire da una stanza, da parte di un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione esprime una certezza assoluta.

Ora, questa successione non è posta dal soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria che noi possediamo prima di ogni esperienza, a priori, ma appartiene alla natura della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore si limita a registrarla. Ciò significa che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché esiste al di fuori del soggetto pensante come realtà effettiva, la realtà costituita dal succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico, degli eventi che sono e accadono nello spazio a noi esterno, o contemporaneamente tra loro o appunto in successione. L’impossibilità di entrare e uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o esce, nello stesso tempo) - quest’impossibilità è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana, che queste due azioni un soggetto può attuarle solamente una dopo l’altra, in successione. Esse possono per noi unicamente susseguirsi nel tempo, oltre che nello spazio: un tempo pertanto esistente come durata, realtà esteriore rispetto al nostro io che lo misura.

Il tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe azioni. Esse durano nel tempo ossia accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e si mantiene indipendentemente da queste azioni: quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza, quest’ultima non ha cessato di esistere in conseguenza del fatto di essere rimasta vuota: continua ad esistere come spazio che dura nel tempo, finché dura, essendo uno spazio costruito dalla congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili. E se elimino la stanza come luogo dello spazio e poi la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’universo, ossia milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono il cosmo o universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli enti e corpi celesti che ora sono scomparsi. E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota, è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.

2. Ma il principio di identità e non contraddizione si applica anche alla realtà spirituale. Sempre nelle kantiane Lezioni sulla Metafisica troviamo: un uomo che stia contando è cosciente dei numeri non di se stesso in quanto soggetto. Alla lettera: “un uomo che conta è cosciente dei numeri, ma nel tempo nel quale conta, non lo è del proprio io”[2] . Kant non usa qui esplicitamente l’avverbio “simultaneamente”, sostituito dall’espressione “nel tempo nel quale conta”. Ma il significato appare equivalente. Di cosa è dunque consapevole (bewusst) un uomo mentre conta? Non del suo io, non di se stesso in quanto io che sta contando ma solamente dei numeri che è impegnato a contare. Quest’attività ne assorbe la mente onde egli non può nello stesso tempo esser consapevole di nient’altro, nemmeno del suo io, che alberga il pensiero che gli permette di contare.

L’esempio del contare dimostra dunque l’impossibilità di un simultaneo applicarsi della coscienza a ciò che il soggetto sta mentalmente facendo e alla consapevolezza di essere quello stesso soggetto, che lo sta facendo. Questa consapevolezza viene sempre dopo nel tempo, si trova quindi in una successione che può esser solo temporale - successione reale dato che la nostra consapevolezza è uno stato interiore assolutamente reale. E necessariamente reale è il tempo della successione nella quale viene in essere.

Il fare e il sapere di fare non possono esser mai simultanei poiché la consapevolezza o coscienza di quello che sto facendo è essa stessa il contenuto di un atto di pensiero necessariamente posteriore a quello che sto facendo. E questo perché evidentemente il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente due o più contenuti diversi, quale che sia questo contenuto: un fare o un pensare, un’attività che impegni anche il nostro corpo o del tutto spirituale.

L’aver coscienza è un atto di pensiero che presuppone ciò di cui è coscienza, qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale il soggetto pensante diventi cosciente. Altrimenti, l’aver coscienza non avrebbe un contenuto. È pertanto un atto di pensiero uguale ad un altro, in quanto atto di pensiero, che ha semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato non dall’aver coscienza ma da un oggetto specifico, quale esso sia. L’aver coscienza, venendo sempre d o p o , non può quindi esser simultaneo a ciò che ne costituisce il contenuto specifico. Vale anche per la coscienza l’impossibilità di applicarsi a due o più cose contemporaneamente.

La coscienza, scriveva l’Aquinate, non è né potentiahabitus bensì actus e quindi: “applicazione della conoscenza a qualcosa”. È sapere qualcosa in un atto di pensiero specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato: “applicazione di un sapere ad un atto particolare” del nostro pensiero, poiché “la coscienza aggiunge alla conoscenza l’applicazione di una conoscenza ad un atto particolare”. Ciò significa che essa viene sempre in essere in un secondo momento: “prius est intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere”[3].

L’attività della nostra coscienza si situa dunque nell’ambito di un ordine temporale obbiettivo, strutturato secondo un rapporto preciso ed immutabile di p r i m a e d o p o. Questo rapporto è regolato dal principio di identità e non contraddizione, ne dimostra l’esistenza.

3. Il pensiero moderno ha tuttavia reso incerto questo rapporto volendo conferire alla coscienza una presenza permanente nel nostro processo conoscitivo, anche inconsapevole. Il primo responsabile ne è stato Kant. Egli ha posto la coscienza quale fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro sentire e pensare, al fine di poterne mantenere l’unità.

Scrisse nella Critica della ragion pura: “Infatti, è proprio questa coscienza u n a a raccogliere in una rappresentazione il molteplice che è stato gradualmente intuito e successivamente riprodotto. Questa coscienza può essere molto debole, cosicché noi la colleghiamo nell’effetto – e non nell’atto stesso, cioè immediatamente – al prodursi della rappresentazione; ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza, i concetti, e con essi la conoscenza degli oggetti, appaiono del tutto impossibili” [4].

Noi ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o “rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non mentre si produce ovvero “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè immediatamente”. Che la nostra consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant lo deve riconoscere. Ma, dal suo punto di vista, questa indubbia verità sarebbe tale da mettere in discussione l’unità del nostro processo conoscitivo. Bisogna allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve esserci sempre all’interno del processo di formazione della nostra “rappresentazione “ della realtà. Deve esserci sempre stata anche se noi non ne potevamo esser coscienti!

Dal punto di vista di Kant, si deve pertanto ammettere l’esistenza continua di una nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione: continua e quindi simultanea ad ogni nostra rappresentazione, in ogni fase del nostro processo cognoscitivo. In tal modo la nostra coscienza diventa il presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle nostre sensazioni.

Ma il concetto di una consapevolezza solo implicita (mi chiedo) non è di per sè contraddittorio? Si tratterebbe di una coscienza cui manca la consapevolezza esplicita, il che per l’appunto contraddice la realtà dello “aver coscienza”, che non può non esser esplicito. E difatti, nelle citate Lezioni sulla metafisica, Kant precisa che questa nostra coscienza garante dell’unità della nostra conoscenza sarebbe una coscienza solo logica o coscienza in senso oggettivo, non soggettivo, nel senso della vera coscienza agente esplicitamente nella nostra mente. Esiste una “conscientia logica, diversa dalla conscientia psycologica, grazie alla quale si è coscienti solo del proprio io. La coscienza oggettiva, ossia la conoscenza degli oggetti unita alla coscienza, è una condizione necessaria al fine di avere una conoscenza di tutti gli oggetti. La coscienza soggettiva è invece una condizione più potente: un rivolgersi verso se stessi; non è discorsiva bensì intuitiva”[5] .

Ma una conscientia solo logica non è un’astrazione? Un’astrazione che si traduce in un postulato a ben vedere ininfluente sul nostro effettivo processo conoscitivo?

L’idealismo ha ulteriormente approfondito la concezione kantiana della coscienza, oltre ogni limite in pensatori come Fichte.

4. Tralasciamo gli ultimi sviluppi, sul problema dell’unità della nostra conoscenza, che ci porterebbero lontano e concludiamo questa breve nota di filosofia con una domanda, che molti si saranno certamente posta: ma c’è forse bisogno di dimostrare la natura r e a l e del tempo? Non è cosa di per sè ovvia? Dove c’è una realtà empirica che esiste e si mantiene non dura essa per forza di cose anche nel tempo? E tuttavia oggi la scienza non riesce più a definire in maniera univoca ed universale il tempo. Nelle riflessioni dei padroni dell’immagine del mondo, i Fisici, si riscontra una vasta tendenza a considerare il tempo un’illusione o un paradosso. Si vedano i contributi raccolti in una delle tradizionali Special Collector’s Edition del celebre mensile divulgativo Scientific American, dedicata nel 2014 alla nozione del tempo [6]. E anche la nozione dello spazio appare oggi immersa nell’incertezza, dividendosi essa in due visioni opposte ed inconciliabili: quella euclidea della meccanica quantistica, quella riemanniana dello spazio curvo della teoria della gravità einsteiniana (teoria della relatività generale).

Ma queste complesse questioni richiedono interventi a parte. Bisogna tuttavia tener presente che l’immagine del mondo mantenuta dalla Fisica odierna non è più tale da soddisfare le legittime esigenze di verità dello spirito umano.




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1. I. KANT, Vorlesungen über die Metaphysik, ediz. postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non esse. Simul bedeutet zu gleicher Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum. Nihil negativum ist das, was gar nicht gedacht werden kann.” Le kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dagli appunti dei suoi studenti. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale espressione del genuino pensiero kantiano. Esse risalgono a manoscritti degli anni 1788 e 1789-1790, posteriori quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura, del 1781 e del 1787 (Cfr. la Vorrede alle Vorlesungen, p. V).
2. “Ein Mensch, der da rechnet, ist sich der Zahlen bewusst; in der Zeit aber, da er rechnet, seines Subjects gar nicht”, Vorlesungen, cit., p. 135.
3. Per questi passi tomistici, vedi: Quaestiones disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2 ad IIum. Inoltre: Summa theologiae, Ia, q. 79, a. 13. Per altri testi di san Tommaso sul tema, rinvio a Cornelio Fabro, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277. L’icastica sentenza da me riportata per ultima, citata nell’opera di Fabro, fu scritta nel commentare Aristotele (De Ver., q. 10 a. 8).
4. Immanuel Kant, Kritik der reinen Vernunft, A 103-104, ediz. Raymund Schmidt, 1930, Meiner, Hamburg, 1956, tr. it di Pietro Chiodi, ID., Critica della ragion pura, UTET, Torino, 1967, p. 644. Enfasi mia. Il punto essenziale del passo recita nell’originale: “[…] Dieses Bewusstsein kann oft nur schwach sein, so dass wir es nur in der Wirkung, nicht aber in dem Aktus selbst, d.i. unmittelbar mit der Erzeugung der Vorstellung verknupfen, aber unerachtet dieser Unterschiede muss doch immer ein Bewusstsein angetroffen werden…” (op. cit., pp.150a-151a).
5. Vorlesungen, cit., p. 135.
6. A Matter of Time. It begins, it ends, it’s real, it’s an illusion. It’s the ultimate paradox, «Scientific American», 4, 2014.




mercoledì 16 settembre 2026

Perché tanti artisti e intellettuali si opposero all'abolizione della messa in latino?




mercoledì 16 settembre 2026






Da un messale d'altare di Maria Laach del 1931

Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Tradition and Sanity


“La messa latina e gli intellettuali” di Joseph Shaw


Peter Kwasniewski, 12 settembre 2026

"La Messa latina e gli intellettuali" — un'antologia curata dal formidabile dottor Joseph Shaw della Latin Mass Society of England and Wales e pubblicata da Arouca Press — è tra i libri più affascinanti che abbia mai letto. Offre uno sguardo ravvicinato sul perché, senza mezzi termini, la maggior parte dei più grandi pensatori, poeti e artisti del mondo, sia cattolici che non cattolici, si opposero con veemenza ai progetti di riforma che avrebbero drasticamente alterato la più storica delle liturgie cristiane, il rito romano, dopo il Concilio Vaticano II.

Oggi si potrebbe essere tentati di liquidare questi manifestanti come esteti o filosofi sognatori, ma la realtà è che si trattava di uomini e donne di grande perspicacia, estremamente sensibili ai movimenti della cultura e dello spirito umano, che riflettevano sulle cose in un contesto più ampio e con una consapevolezza storica più vasta rispetto a quanto i funzionari liturgici del Consilium, dalla mentalità piuttosto ristretta, fossero in grado di pensare o addirittura di fare. A ciò si aggiunga che molte figure di spicco della cultura dell'epoca erano convertiti che, attraverso lo studio, erano entrati a far parte della Chiesa e si erano convinti delle affermazioni che essa faceva da secoli riguardo a una fede immutabile, trasmessa con simboli stabili in un rito che trasuda antichità e mistero.

Alcune antologie presentano una qualità dei contributi molto disomogenea. Questo libro è ben diverso: pur essendo vario ed eclettico, quasi ogni capitolo è di alto livello, e diversi sono talmente brillanti da dover essere letti obbligatoriamente da tutti gli studiosi della tradizione. Credo che gli estratti che seguono parlino da soli, ma vorrei richiamare in particolare l'attenzione sui seguenti capitoli di Joseph Shaw:“Pio V e il Messale Tridentino”, che smonta una volta per tutte i numerosi miti che circondano quel papa e quel messale (un suggerimento: non creò un nuovo messale per i suoi tempi, né lo impose a tutti);
“La crisi degli anni '60”
“Marnau, l’Inghilterra e il cardinale Heenan” (una storia approfondita di come si è arrivati all’“indulto di Agatha Christie”)
“Laici e convertiti”
“Artisti: Estetismo, Sviluppo e Rituale”
“Il Medioevo, da Ruskin a Tolkien”
“Modernisti contro la modernità”: qui, i modernisti in questione sono quelli artistici, non quelli teologici.
La filosofia perenne, Raine e Zolla
Contro la “cultura fascista”
Senza ulteriori indugi, ecco alcuni estratti illuminanti. Gran parte del valore di questo libro risiede nelle sue numerose citazioni di figure culturali e intellettuali degli anni '60 e '70, le cui proteste, assolutamente corrette, non dovrebbero essere dimenticate, ma dovrebbero essere integrate nella nostra comprensione e difesa del rito tradizionale. —PAK


* * *

Dalla prefazione di Martin Mosebach



Il grande vantaggio derivante dalla difesa di ciò che fino ad allora era stato considerato il più venerabile, e che ora è diventato oggetto di contestazione, è l'approfondimento della conoscenza della liturgia, che spesso lascia senza parole i suoi detrattori. Nessun argomento a favore della "riforma" può reggere di fronte a questa conoscenza. L'affermazione di essere tornati a una maggiore purezza del cristianesimo primitivo è stata confutata da storici e archeologi; l'affermazione di aver condotto le congregazioni a una partecipazione più matura ai Misteri è stata crudelmente smascherata come un'errata interpretazione della realtà dall'esodo dei fedeli dalla Chiesa, iniziato bruscamente in Occidente con l'attuazione della "riforma". La riforma pastorale ha portato a una diffusa ignoranza della dottrina dei sacramenti tra i fedeli. La riverenza e il senso di santità sono in gran parte scomparsi dalle chiese rimaste. (xi-xii)




La “liturgia fabbricata”, che la Chiesa ha posto al posto della “liturgia evoluta”, per usare una distinzione suggerita da Papa Benedetto XVI, non può essere definita un “fatto culturale”: nessun capolavoro letterario di rilievo ne trarrà ispirazione. Laddove si è creato qualcosa di nuovo, musicalmente e architettonicamente questi prodotti sono sprofondati nel kitsch e nell'estetica settaria: materiale inutile per un'arte di vero valore. L'aggiornamento liturgico ha catapultato la Chiesa fuori dalla società che tanto assiduamente voleva servire.

Si potrebbe sostenere che sia perfettamente giustificabile per la Chiesa allontanarsi dagli intellettuali alla moda e notoriamente inaffidabili, dai "grandi e buoni", se il legame con questi ambienti ostacola la sua missione e ne oscura il messaggio. Ma qui si giunge alla vera catastrofe di questa illusoria opera di demolizione. Strettamente legate alla liturgia tradizionale erano le molteplici espressioni della pietà popolare, che sono state gettate a mare e ridicolizzate insieme al vetus ordo. La realtà è che la Chiesa postconciliare non solo ha abbandonato l'intellettuale, ma ha anche perso la sua capacità di attrarre i poveri, gli incolti, le classi inferiori, il proletariato, coloro che non sanno esprimere i propri desideri e bisogni, ma che sentivano la presenza dell'"al di là del qui e ora" (Heimito von Doderer) nella liturgia tradizionale.

Ciò era caratteristico del rito tradizionale: nei secoli è stato indirizzato con il massimo successo verso i più istruiti e, al tempo stesso, verso gli analfabeti. Al contrario, il nuovo rito respinge i primi e non riesce a trattenere i secondi. (xiii)

Osare, in un momento storico simile [vale a dire il tempo del Concilio Vaticano II], quando la cultura è in stato di disgregazione, manomettere, tra tutte le cose, una liturgia evoluta, generalmente accettata come ovvia e divenuta un pilastro culturale, è stata un'impresa che testimonia come i Padri conciliari che la intrapresero fossero privi di senso storico e politico, per non parlare dell'abbandono da parte di ogni spirito benevolo. In questa situazione, che ovviamente avrebbe dovuto essere riconosciuta, c'era solo una cosa da fare: preservare e proteggere tutto ciò che ancora esisteva dopo le terribili rivoluzioni multiple e, in ogni caso, non metterci le mani sopra… L'unico modo per rimanere saldi in questo tumulto è elevare l'inviolabilità della liturgia ad assioma al di là di ogni discussione e rifiutare costantemente di entrare in dialogo con lo spirito del tempo, che ha perso ogni nozione di santità. (xiv-xv)

Latino contro volgare: due visioni del mondo
 
I seguenti estratti sono tratti dal capitolo di Sebastian Morello su Joseph de Maistre, in cui l'autore illustra un influente metodo di argomentazione a favore del latino, ampiamente accettato prima del Concilio.

Secondo Maistre, l'idea che il linguaggio possedesse in sé i mezzi per la partecipazione della comunità e fosse il mezzo attraverso cui la comunità si univa, era valida non meno per la comunità ecclesiastica, ovvero la Chiesa. La Chiesa, comunità sacra, pur assumendo in sé molte nazioni, con le loro molteplici lingue, trascendeva simultaneamente tutte le nazioni, poiché non aveva avuto origine in questo mondo ma era venuta al mondo dall'esterno (cfr. Gv 18,36).

Secondo Maistre, la Chiesa aveva bisogno di una lingua con cui esprimere la propria legge e la propria dottrina, e offrire la propria liturgia, salvaguardando le cose eterne e lasciando intatte le lingue vernacolari delle nazioni che era venuta a santificare. Dato che la lingua sacra della Chiesa possedeva in sé un tesoro di sapienza accumulata, necessaria per conservare la sua sacra missione, la sua soppressione sarebbe stata, secondo Maistre, un atto intrinsecamente rivoluzionario. (19-20)

Il primo passo verso la nazionalizzazione della Chiesa (una mossa che egli considera un aspetto della rivoluzione della sfera temporale contro la sfera spirituale, che è ciò che egli crede essere al centro di ogni rivoluzione) è la volgarizzazione della vita liturgica della Chiesa. (24)

Egli sostiene che la istituzione universale che egli crede essere la Chiesa, incaricata di incarnarsi in tutte le istituzioni temporali e di assimilarle a sé, deve possedere una lingua universale con cui comunicare a tutte le nazioni, lasciando intatte le loro lingue vernacolari, che sono esse stesse tesori di saggezza naturale accumulata… Maistre crede che se la Chiesa abbandonasse la sua lingua sacra, ostacolerebbe simultaneamente la sua missione di fare discepoli di tutte le nazioni, diventando al loro interno una mera associazione privata, comprendendosi solo attraverso la lingua del paese. (24)

Maistre ritiene che la Chiesa abbia la missione di espandere l'Europa, che egli identifica con quell'unione di poteri spirituali e temporali che per lui costituisce la Cristianità. Questa espansione, secondo Maistre, è l'unico modo per impedire i continui tentativi delle nazioni di soggiogarsi violentemente a vicenda. Per lui, il superamento dell'innata volubilità dell'umanità non è una conquista della virtù naturale, ma una conseguenza della trasformazione operata dalla grazia soprannaturale. La violenza tra le nazioni – nazioni che, per lui, dovrebbero relazionarsi tra loro come famiglie vicine – è la conseguenza inevitabile della frammentazione delle nazioni, che le allontana da un ordine sociale cristiano, ovvero un ordine in cui i mezzi della grazia sono politicamente stabiliti. Attraverso questa frammentazione, le nazioni disimparano le proprie missioni specifiche nel significato provvidenziale della storia.

Se la Chiesa vuole compiere il suo "ministero" pacificatore di espansione dell'Europa, estendendo la civiltà cristiana in ogni parte del mondo, non deve dimenticare la ragione soprannaturale della sua esistenza. Secondo Maistre, la conoscenza di sé della Chiesa e la sua capacità di unire il mondo in una "fraternità europea" saranno enormemente indebolite se perderà il suo linguaggio sacro. Come afferma, "la fratellanza che scaturisce da una lingua comune è un legame misterioso, la cui forza è immensa".

Nell'analisi maistreana, la nuova missione del papa, nella nuova era rivoluzionaria nata dal 1789, è indissolubilmente legata al suo linguaggio liturgico. Optando per i volgari di quelle nazioni che dovrebbe riunire in “fraternità europea”, la Chiesa dichiarerebbe implicitamente di non essere una società divina proveniente dall'esterno, ma una società naturale che nasce all'interno delle loro giurisdizioni politiche, come qualsiasi club o associazione privata, e come tale può essere regolamentata. (25)

Con questa volgarizzazione, la Chiesa avrebbe voluto far capire alle nazioni che non veniva per la loro unione e redenzione, ma che da esse derivava, non possedendo quindi alcun potere divino e universale. In definitiva, con la perdita del latino, la Chiesa avrebbe proclamato la propria soddisfazione per l'assetto rivoluzionario di subordinazione del potere spirituale a quello temporale. In un simile assetto, il potere temporale sarebbe stato così distaccato dalla vita della Chiesa da diventare lo "Stato secolare", che Maistre identifica con il mondo non redento e decaduto, ovvero con il principato di Satana (Giovanni 14,30). Perdendo la propria lingua, la Chiesa si sarebbe tacitamente assolta dal dovere di evangelizzare, manifestando al contempo la propria disponibilità ad adattarsi e a subordinarsi all'ordine demoniaco. Pertanto, per Maistre, la missione e la lingua della Chiesa romana si conservano insieme, oppure scompaiono insieme. (25-26)

L'evangelizzazione è un progetto più ampio di “battesimo” della società civile, della cultura e dell'ordine politico... Di fronte all'assunto razionalista secondo cui l'evangelizzazione avviene quando tutto è compreso, formulato, esplicitamente compreso e reso vernacolare, Maistre vede l'evangelizzazione nascere dall'abitudine, dalla devozione, dal sentimento pio, dalla cultura sacra, dal mistero e dal timore reverenziale. (27)

Secondo Maistre, la conservazione del latino non solo contribuirà a salvaguardare la Chiesa dall'abbandonare la propria missione e dall'accettare un assetto rivoluzionario, ma potrebbe anche impedire alla Rivoluzione di infiltrarsi nella gerarchia ecclesiastica. Se l'ordine sacerdotale dovesse adottare idee rivoluzionarie, Maistre ritiene che ciò avverrebbe attraverso un Concilio Ecumenico, che riunisca tutti i vescovi della Chiesa. "Se mai dovesse sorgere un concilio generale della Chiesa", scrive Maistre, "sarebbe determinato secondo le idee prevalenti dell'epoca". All'inizio di Du Pape, egli esprime la sua preoccupazione che le idee rivoluzionarie possano insinuarsi nell'insegnamento e nella pratica della Chiesa a causa di un romanticismo fuori luogo che mira a "richiamarci ai primi secoli" della Chiesa.

Maistre comprese che l'egualitarismo rivoluzionario, unito all'entusiasmo per la separazione tra potere spirituale e temporale, poteva diffondersi sotto le spoglie di un falso rinnovamento ecclesiastico incentrato sulla riscoperta della spiritualità dei primi cristiani – o meglio, su una concezione fortemente romantica di ciò che costituiva tale spiritualità. Burke sembra aver anticipato questo tema. Egli osserva la convenienza di collegare le aspirazioni rivoluzionarie al romanticismo della Chiesa primitiva allo scopo di incoraggiare i fedeli cristiani a tornare, per così dire, nelle catacombe, sotto le spoglie di una purificazione ecclesiastica. Risponde loro in questo modo: "Crederemo che quei riformatori siano onesti entusiasti, e non, come ora li consideriamo, imbroglioni e ingannatori, quando li vedremo mettere in comune i propri beni e sottomettere le proprie persone all'austera disciplina della Chiesa primitiva".

Maistre temeva che un Concilio Ecumenico, promuovendo questo romanticismo incentrato sulla Chiesa primitiva, avrebbe introdotto la Rivoluzione nella Chiesa, corrompendone così l'insegnamento e la liturgia. Secondo Maistre, se la Chiesa deve rinnovarsi, ciò non avverrà cancellando tutto nel tentativo di recuperare la vitalità della Chiesa primitiva, ma attraverso un nuovo impegno verso la sua tradizione in continua evoluzione e mediante la riforma morale dei suoi membri. Sosteneva quindi che una visione sempre più "archeologica" della Chiesa dovesse essere abbandonata e sostituita da quella della Chiesa come persona collettiva viva ed eterna che "non invecchia mai". A causa delle sue preoccupazioni per la possibile infiltrazione della Rivoluzione nella gerarchia ecclesiastica, Maistre riteneva che la Chiesa dovesse rimanere fedele al latino, il cui abbandono significherebbe perdere un importante strumento attraverso il quale la Chiesa accede alla propria tradizione. Secondo Maistre, solo la Chiesa può fermare il ciclo di rivoluzione perpetua in cui la Rivoluzione francese ha gettato il mondo: la gerarchia sacerdotale deve santificare e guidare i laici in una controrivoluzione. (27-28)

L'assetto conservatore che egli propone, ovvero l'unione dei poteri spirituale e temporale in una posizione di tensione combattiva, ossia un reciproco controllo e temperamento per massimizzare la responsabilità, viene proposto per contrastare sia gli abusi di potere politici che quelli ecclesiastici, limitando così l'insorgere di violenza. (29-30)

Parole d'oro di Padre Bryan Houghton
 
L'unica Persona che si rifiuta ostinatamente di partecipare a una Messa udibile e in lingua volgare è Dio; da parte Sua, Egli continua a non pronunciare altro che la Parola fatta carne. In ogni caso, se la partecipazione con Dio è in qualche modo subordinata a una liturgia udibile e in lingua volgare, allora ovunque e per oltre mille anni la Chiesa ha incoraggiato e insegnato un sistema inadeguato di partecipazione ai Sacri Misteri. Se così fosse, in cosa ci si può fidare della Chiesa, visto che non è possibile in ciò che è la sua preoccupazione primaria: la religione stessa, la relazione dell'uomo con Dio? Se non può essere Dio, allora l'altra parte della relazione è il sacerdote e i fedeli? A prima vista sembrerebbe di sì. Il canonico J.B. O'Connell nei Pamphlet Redentoristi scrive: "È quasi incredibile pensare che per mille anni il legame vitale tra i fedeli seduti sui banchi e i ministri all'altare sia stato reciso". (53)

La Messa latina dialogata era assolutamente inadeguata a questo scopo. Si limitava a moltiplicare i ministranti da due a duecento, forse; ma essi rimanevano semplici ministranti, disinteressati, non impegnati, impersonali, anonimi, per la sola forza della lingua ieratica. Nella loro lingua, tuttavia, parlano in modo significativo. Non sono più ministranti ma persone, non schiavi ma uomini liberi, il Popolo di Dio… Il latinista cerca l'umiltà, l'anonimato, nella Messa; il volgare l'impegno, l'inanonimato. Sono inconciliabili. (54)

I latinisti e i volgaristi non sono ostinati su una questione superficiale di pratica pastorale. È in gioco l'intero fondamento della preghiera, della Chiesa in atto. (64)

Rivendicare la ribellione: Shaw

In questo contesto, la riforma della liturgia, dapprima provvisoria e poi onnicomprensiva, ebbe due effetti. In primo luogo, sembrò dare ragione alle forze ribelli, suggerendo che fino a quel momento nella liturgia vi fosse stato qualcosa di radicalmente sbagliato. In secondo luogo, servì a minare ulteriormente il già debole senso di comunità all'interno della Chiesa. Il secondo punto è la tesi di Stephen Bullivant: la Chiesa cattolica superò la tempesta sociale, culturale ed economica degli anni '60 e '70 meno bene di gruppi religiosi comparabili perché la sua peculiare liturgia antica era stata un pilastro fondamentale dell'identità cattolica e, in un momento cruciale, quando altri pilastri erano sotto pressione o stavano cedendo, questo fu bruscamente rimosso. (70)

È senz'altro un'ironia storica che l'atto più radicale di potere papale nella storia della Chiesa, un atto che sarebbe stato inconcepibile in qualsiasi secolo prima del ventesimo — vale a dire la riforma liturgica — abbia facilitato la più grande ribellione contro l'autorità papale nell'era moderna: la ribellione contro l'Humanae Vitae. (73)

Christopher Sykes nel 1966:

Che cosa diranno le nuove generazioni degli uomini del presente che cercano di distruggere la loro eredità? Supponiamo che uomini e donne del futuro entrino in possesso di vecchi Messali e libri della Settimana Santa? Che cosa penseranno degli uomini che li hanno gettati via? (84–85)

Alfred Marnau nel 1999:

Fu l'introduzione del nuovo rito della Messa all'inizio degli anni '70, e l'ordine di abbandonare quello vecchio, a farci riflettere in modo straordinario e a fornirci un punto di riferimento preciso su cui basare un'azione specifica. Fu quella proposta a farci prendere coscienza del fatto che la Messa, la nostra amata Messa, era stata profanata a tal punto da sembrare incredibile, anche se ci volle del tempo prima che ci rendessimo conto di cosa fosse successo. Mi aspettavo che qualcuno mi dicesse che tutta la faccenda era uno scherzo, una messinscena, e che da un giorno all'altro i sacerdoti sarebbero tornati alla Messa per la quale erano stati ordinati. Eravamo tutti ingenui, e lo siamo rimasti a lungo, ma quando ho capito che non si trattava di uno scherzo, mi sono attivato. Ero un novellino in questo genere di cose – raccogliere firme – e alcuni pensavano che fossi pazzo a farmi coinvolgere. Dopotutto, fino a pochi anni prima ero stato un cattolico piuttosto disinteressato, e facevo parte di coloro che la distruzione del nostro preziosissimo patrimonio spirituale e culturale, manifestatasi nella distruzione della liturgia, aveva riportato alla Chiesa; per essere contati, per dire di no a quello che consideravamo un ritorno alla barbarie e al vandalismo blasfemo. Sì, ce n'erano, e alcuni non erano nemmeno cattolici, disinteressati o meno, ma uomini e donne di buon senso cominciarono a suonare campanelli d'allarme. (91)

Non si possono recidere tradizioni secolari, intraprendere un'impresa completamente nuova e aspettarsi che la vita continui in equilibrio. La vita semplicemente non funziona così. (96)

Una Voce Italy, 1966:

La liturgia latino-gregoriana, che corrisponde perfettamente a quelle sublimi costruzioni [vale a dire le cattedrali] tanto venerate dal popolo, è patrimonio di tutti i fedeli, nonché dell'Autorità ecclesiastica. Possa essa vegliare amorevolmente sul dovere della sua conservazione. (Shaw, 168)

David Jones (Shaw, 182):

“Non è che qualcuno abbia mai abbandonato la Chiesa per via della genuflessione davanti all'Incarnatus, o che vi ritornerà ora che la Messa è stata semplificata.”
“Certamente comprendere la Messa è l’impresa di una vita intera.” (182)

Bernard Wall, 1971:

Per me, difendere la Messa nella sua forma tradizionale è un po' come difendere Venezia, significa preservare un patrimonio artistico minacciato. Ma oltre all'aspetto estetico della questione, c'è in me risentimento per i metodi autocratici della Chiesa, risentimento condiviso da molti altri firmatari dell'appello, sebbene alcuni di loro non possano essere considerati credenti. Mi rammarico che la Chiesa emani decreti straordinari senza consultare le parti interessate e rovesci senza alcuna spiegazione quella che era ancora la sua posizione ufficiale dieci anni fa. La mia è una protesta sia contro l'autoritarismo della Chiesa sia contro la negazione del valore intrinseco della Messa nella sua forma tradizionale. (202-3)

Lennox Berkeley:

Lo scopo della Chiesa è stato giustamente quello di permettere alle persone di comprendere e seguire la Messa più facilmente. Ma spesso accade che, quando si comincia a cambiare, si venga colti da una frenesia di totale demolizione. (204)

Giacomo Devoto:

Il linguaggio liturgico non è solo comunicazione, è un atto di sottomissione, anzi di umiltà… Ci rendiamo subito conto che esso infrange i particolarismi, non solo linguistici ma anche nazionali e gerarchici. Questa interpretazione del linguaggio religioso favorisce una simmetria che impedisce l'atomismo asociale degli individui. (204–5)

Massimo Pallottino:

Ho firmato l'appello come studioso di storia che da molti anni si batte in prima linea per la difesa del patrimonio artistico e culturale, affinché uno dei più grandi monumenti viventi, in senso oraziano, della nostra civiltà non venga stupidamente e gratuitamente distrutto: cioè, le tradizioni liturgiche della nostra Chiesa. Ma ho firmato anche come cattolico, non solo e non tanto per le perplessità suscitate da alcune ambiguità teologiche del nuovo rito della Messa – che vogliono imporre a tutti – ma soprattutto perché sono convinto che il minacciato divieto della Messa tradizionale rappresenterebbe una chiara deviazione dal principio di apertura e libertà universale nelle forme esteriori di culto, sancito dal Concilio Vaticano II, in quanto impedirebbe a un gran numero di cattolici di pregare secondo la formula millenaria e nella lingua che preferiscono. Nel suo approccio autoritario, questo provvedimento non sarebbe una manifestazione di progresso, ma un segno di oscurantismo. (206)



Il testo della famosa petizione pubblicata sul Times 
di Londra nel 1971, che servì da spunto per l'indulto 
"Agatha Christie" (vedi pp. 93, 335 e passim ).


Houghton-Brown nell'agosto del 1970:

Pensavo che [difendere] l'autorità della Santa Sede fosse diverso dal difendere la condotta del Papa [Paolo VI] che ritengo abbia arrecato più danno all'autorità della Santa Sede di qualsiasi altro Papa negli ultimi mille anni. Chi difende la condotta di Papa Paolo mina l'autorità della Santa Sede. (216)
L'arcivescovo di Lille, monsignor Gérard Defois, esprime la tipica posizione francese sul perché, purtroppo, dobbiamo punire i difensori del vecchio rito, perché sono integralisti!

Questa [antica] liturgia ha formato molte generazioni di cristiani e certamente possiede una vera grandezza; il problema non risiede in essa. Piuttosto, il problema risiede in una visione del mondo manipolata da coloro che si dichiarano suoi difensori, nel loro rifiuto dell'adattamento della Chiesa alla società moderna e nella loro lettura integralista del Vangelo di Cristo Re che confonde il Regno di Dio con il regno degli uomini. (238)

Considerando l'atteggiamento di Papa Paolo VI, Houghton-Brown ha osservato:

Un linguaggio “facile e comune” [nelle parole di Paolo VI] è la morte del culto rituale. Papa Paolo evidentemente non ha alcuna conoscenza della psicologia del culto. Deve essere quel tipo di intellettuale per il quale l’immagine poetica è un ostacolo alla comprensione ed è completamente in errore nell’immaginare che “i poveri e gli umili” rimangano indifferenti alla bellezza della poesia e del rituale semplicemente perché non apprezzano queste cose intellettualmente. Essi comprendono queste cose nel loro cuore, se non nella loro mente, ed è la comprensione del cuore che unisce le loro anime a Dio. Il tentativo di far sì che il rituale del culto si rivolga all’intelletto anziché al cuore è l’errore più tragico mai commesso nella storia della Chiesa. (250)

Joseph Shaw commenta:

Gli intellettuali cattolici influenzati dal Movimento Liturgico furono spesso in grado di vedere i limiti del razionalismo. D'altra parte, il razionalismo è un'ideologia attraente per il funzionario di medio livello intellettuale che desidera apparire superiore poiché, piuttosto che l'esercizio del giudizio, richiede l'applicazione di conoscenze tecniche, che in linea di principio possono essere prese in prestito da specialisti. (254)

Un corrispondente di The Tablet ha detto a proposito dell'antica Messa:

È ciò che ha attratto molti di noi nella Chiesa, una potenza e una profondità di adorazione che pochi altri cristiani hanno conservato e che avevamo cercato per tutta la vita. Ed è anche ciò che la Chiesa, con nostro grande sconcerto, sembra ora condannare come “devozione privata” e considerare non solo inutile ma peccaminoso. Dolore non è una parola abbastanza forte per descrivere ciò che proviamo. (257)

Essi [i convertiti] lamentano la perdita del silenzio, la perdita del senso del numinoso, la perdita della dignità e della gravità della Messa. Queste caratteristiche dell'antica Messa non sono semplici ausili alla preghiera: sono istruzioni su come si deve pregare. «Prima di un tale atto non c'è nulla che tu possa fare o dire. Puoi solo rimanere in silenzio». (260)

Shaw:

Il valore artistico di un rituale risiede nella sua continuità, e sebbene questa osservazione sia applicabile a una serie di casi, si applica soprattutto al rituale religioso, perché questo esprime i valori più profondi. Mentre le forme d'arte minori cambiano, invecchiano e perdono il loro potere, in misura maggiore o minore, il rituale mantiene la sua capacità di trasformare coloro che vi partecipano, lasciando dietro di sé generazioni successive di avanguardia. (271)

Anthony Archer:

Fu un destino crudele quello di permettere che la nuova messa giungesse a compimento proprio quando, altrove, si stava riscoprendo l'importanza della comunicazione non verbale. (281)

Torniamo a Shaw:

L'antica Messa cattolica è una straordinaria testimonianza premoderna di sopravvivenza nel mondo moderno. Da un punto di vista spirituale, coloro che hanno avuto la possibilità di viverla nel cuore di una comunità cattolica a metà del XX secolo, e in effetti da allora in poi, hanno potuto assistere non a qualcosa di simile a un antico edificio abitato da persone moderne, ma piuttosto a qualcosa di simile a un antico villaggio con i suoi vivaci abitanti nel mezzo di una città moderna. Non era semplicemente un'opera d'arte di un'altra epoca, ma una forma di vita, una spiritualità, con il potere di trasformare coloro che vi si avvicinavano, in totale contrasto con le condizioni opprimenti della modernità. Per l'artista modernista stufo dell'arte "da scatola di cioccolato" – convenzionale, stantia e sentimentale – questa liturgia non era parte di ciò che doveva essere rovesciato, ma un alleato di incomparabile potenza. (291-92)

La presentazione delle verità attraverso i simboli non è semplicemente un modo per conferire loro maggiore dignità o bellezza, né tantomeno un modo per nasconderli agli inesperti. È piuttosto un modo per comunicare un messaggio, a coloro che sono disposti a entrare in seria contemplazione del simbolo, un messaggio che trascende ciò che potrebbe essere espresso in una serie di semplici proposizioni. (295)

Cristina Campo, poetessa e pensatrice straordinaria che è stata la forza motrice (in gran parte invisibile) di Una Voce Italy e di gran parte dell'impegno iniziale a favore della Messa tradizionale; questa antologia mette in luce il suo contributo in un modo che le rende grande onore.

Carl Jung:

La pratica e la riproduzione dell'esperienza [religiosa] originaria sono diventate un rituale e un'istituzione immutabile. Ciò non significa necessariamente una pietrificazione senza vita. Al contrario, può diventare la forma dell'esperienza religiosa per secoli e per milioni di persone senza che vi sia alcuna necessità vitale di modifiche. (295)

Marco Pallis:

È quasi incredibile che coloro che hanno plasmato la politica della Chiesa abbiano scelto proprio questo momento critico della sua storia per smantellare quello che probabilmente era il più grande elemento di coerenza nel mondo cattolico, vale a dire la forma e il linguaggio familiari della Messa, compromettendo così tutti i sentimenti e le abitudini che secoli di culto e preghiera avevano costruito attorno alla sua celebrazione. (296)

Kathleen Raine:

Quanto più sublime è l'opera poetica o artistica, tanto più sentiamo che essa esprime qualcosa di già noto, qualcosa di profondamente familiare e intimamente nostro. (298)

Erik Tonning su David Jones:

I cambiamenti liturgici a partire dagli anni '50, culminati nel messale riformato del 1970, furono fonte di immensa sofferenza per Jones. La liturgia era stata il fulcro della sua vita artistica e religiosa, e giunse a sentire che, consapevolmente o meno, la riforma era guidata proprio da quel tipo di impulso utilitaristico, positivista, "demitizzante" e in definitiva secolarizzante contro cui aveva sempre combattuto... La riforma minimizzò il ruolo del sacerdote come sacerdote e gli elementi specificamente cultuali e sacrali del sacrificio propiziatorio, al fine di assecondare una concezione della liturgia in definitiva protestante-umanista, intesa come pasto commemorativo incentrato sulla predicazione e sulla trasmissione di utili insegnamenti morali. Sentì acutamente la perdita di innumerevoli dettagli del linguaggio liturgico, della musica, delle rubriche, dell'abbigliamento e del rituale, e gli anni della riforma furono per lui come un lungo periodo di lutto. I liturgisti avevano, disse, “un talento assoluto per abolire ciò che c’è di più ricco nella poesia della Messa”, minando così “un complesso di misteri di incredibile splendore che è in sintonia con l’uomo e la sua natura di animale creatore di segni. La Liturgia romana, così come si presentava con il canto, era una stupenda opera d’arte carica di sacralità, percepita non dalla comprensione di questa o quella particolare parola o parole, ma da tutte le facoltà dell’uomo”. (315)

Shaw di nuovo:

I cattolici che desiderano ascoltare la Messa in lingua volgare possono partecipare al 99% o più delle celebrazioni effettive senza timore. La disponibilità delle opzioni da loro preferite, tuttavia, non è sufficiente per i progressisti religiosi militanti: a quanto pare saranno soddisfatti solo quando tutte le alternative saranno state individuate e distrutte. L'ultima nota del canto gregoriano deve essere sovrastata dalle chitarre. L'ultimo banco deve essere trascinato fuori e venduto a un gastro-pub. Questo potrebbe forse essere spiegato in termini di una sorta di anti-tradizionalismo radicale rousseauiano, una visione che vede tutte le pratiche, gli obblighi e le relazioni ereditate come paralizzanti per lo spirito umano. Coloro che ne sono stati imprigionati devono essere liberati – con la forza, se necessario – e da allora in poi le tradizioni devono essere tenute a bada per sempre, come il virus della poliomielite. (364)

La cosa strana è che queste affermazioni [vale a dire che i tradizionalisti stanno solo “preservando un'esposizione da museo”] vengono fatte per giustificare lo scioglimento di comunità che sono riuscite a mantenere vive le tradizioni. La lotta è davvero più aspra quando una fiorente comunità religiosa si sente dire da un nuovo parroco o da un vescovo che il patrimonio religioso e culturale di cui ha goduto per un certo periodo deve essere distrutto. È a questo punto che sentiamo le affermazioni che ho già citato: che le persone coinvolte non praticano il culto nel modo giusto, o addirittura che sono malate di mente. La realtà è che i tradizionalisti non stanno trasformando il loro patrimonio in un'attrazione turistica o in un pezzo da museo: stanno impedendo che ciò accada. È quando la loro resistenza viene superata che il patrimonio che cercano di preservare viene consegnato ai musei. Viene quindi presentato al pubblico pagante come qualcosa di morto, come la tradizione artistica di una civiltà perduta da tempo. (365)






martedì 15 settembre 2026

15ª Peregrinatio ad Petri Sedem a Roma il 23, 24 e 25 ottobre 2026



Nella traduzione di Messa in Latino – la lettera 1414, pubblicata da Paix Liturgique il 14 settembre, in cui ricorda ed invita alla 15ª Peregrinatio ad Petri Sedem – già Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum – che si terrà a Roma dal 23 al 25 ottobre (QUI; QUI su MiL) ed all’11º Incontro Pax Liturgica che, come da tradizione, precede il pellegrinaggio nella giornata di venerdì presso il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum (QUI; QUI su MiL).






15ª Peregrinatio ad Petri Sedem a Roma il 23, 24 e 25 ottobre 2026

Gli organizzatori sperano in una grande affluenza di partecipanti, sia di coloro che saranno presenti nelle chiese e nelle strade di Roma, sia di coloro che, non potendo compiere il viaggio, si uniranno in preghiera al pellegrinaggio romano.

Dal 2012, ogni anno, anche se in forma un po’ ridotta durante la crisi del COVID-19, la Peregrinatio ad Petri Sedem – già Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum – si è svolta come un’azione di grazie dovuta per la vita persistente e crescente della liturgia tradizionale.

A partire dagli sconvolgimenti liturgici postconciliari, il Signore ha avuto pietà della sua Chiesa, moralmente martirizzata da una crisi senza precedenti, e ha miracolosamente aiutato il popolo cristiano, animato dall’istinto di fede, a preservare la liturgia tradizionale. E con essa, il catechismo tradizionale, le scuole, le opere, un’intera giovane generazione.

Questo popolo cristiano sarà quindi rappresentato per tre giorni a Roma da pellegrini provenienti da tutto il mondo. Attraverso di loro, nella Basilica di Santa Maria ad Martyres (Pantheon), davanti alla Basilica dei Santi Celso e Giuliano in Banchi, per le strade di Roma, nella Basilica di San Pietro in Vaticano, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, nella Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, nella Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini – dal nome così appropriato – e nella Chiesa di Sant’Anna al Laterano, questi fedeli di Cristo provenienti da ogni angolo del mondo in cui si celebra la liturgia antica – liturgia antica, ma di eterna giovinezza – pregheranno, renderanno grazie, imploreranno.

E inoltre, molto semplicemente, saranno presenti, ben visibili, proprio a Roma.

* * *

15ª Peregrinatio ad Petri Sedem

Programma:

Venerdì 23 ottobre:ore 9:00 – 17:00: 11º Incontro Pax Liturgica presso il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum (vedi più sotto);
ore 18:30: Vespri pontificali nella Basilica di Santa Maria ad Martyres (Pantheon).

Sabato 24 ottobre:ore 10:00: Rosario davanti alla Basilica dei Santi Celso e Giuliano in Banchi;
ore 11:00: processione verso la Basilica di San Pietro in Vaticano;
ore 13:00: preghiera presso l’Altare della Confessione e venerazione delle reliquie di San Pietro apostolo;
ore 15:00: Messa pontificale nella Basilica di Santa Maria Maggiore.

Domenica 25 ottobre:ore 8:30: Messa di ringraziamento nella Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini;
ore 11:00: Messa solenne di chiusura nella Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini;
ore 16:30: Messa di ringraziamento nella Chiesa di Sant’Anna al Laterano


* * *

Venerdì 23 ottobre 2026

Pontificio Istituto Patristico Augustinianum
(Roma – via Paolo VI, 25)

11º Incontro Pax Liturgica

Programma:ore 9:30: accoglienza;
ore 10.00: benvenuto da parte degli organizzatori;
ore 10:30: Natalia Sanmartin Fenollera (Madrid): La lotta per la liturgia e i fuochi accesi;
ore 11:15: pausa;
ore 11:30: Sebastian Ostritsch (Stoccarda): Distrazione, silenzio e liturgia;
ore 12:20: Diane Montagna (Roma): Lo sguardo di una vaticanista sulla liturgia tradizionale;
ore 13:10: buffet;
ore 14:30: Jean-Pierre Maugendre (Parigi): Riflessione sulla situazione attuale della Chiesa;
ore 15:20: Jorge O’Reilly (Buenos Aires): L’ora dei laici: piccoli fuochi nel mezzo della tempesta;
ore 16:00: pausa;
ore 16:15: Christian Marquant (Parigi): conclusioni;
ore 17:00: fine dell’incontro.

Per iscriversi a questo incontro, cliccate QUI.







Vescovi Ue contro lo sbattezzo, è in gioco la libertà della Chiesa



Dalla Commissione degli Episcopati dei Paesi europei un deciso e argomentato no alla modifica dei registri battesimali, in vista del pronunciamento della Corte europea sulla richiesta di cancellazione avanzata da un cittadino belga. La questione tocca i rapporti tra politica e religione e smaschera l'equivoco della presunta neutralità statale.

Il caso

Ecclesia


Stefano Fontana, 15-09-2026

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) emetterà prossimamente una sentenza su un caso particolare di richiesta di “sbattezzo”. Un cittadino belga chiede che il suo nome sia cancellato dai registri ecclesiastici dei battesimi dato che non vuole più far parte della Chiesa cattolica. La diocesi fa ricorso all’autorità belga e l’iter poi giunge in Europa. Attualmente le legislazioni nazionali prevedono che ciò non sia possibile, stabilendo sì l’obbligo ecclesiastico di segnare nel registro la nuova volontà espressa ma senza cancellare il nome.

Da una delle due parti questa misura è considerata insufficiente e impropria in quanto non rispettosa della libertà di coscienza e lesiva dei diritti stabiliti dal Regolamento generale sulla protezione dei dati personali. Ed è presumibilmente proprio sulla base di quest’ultimo che la Corte europea si pronuncerà.
Ha fatto bene la Commissione degli Episcopati dei Paesi aderenti all’Unione Europea (Comece) a presentare in un documento legale le argomentazioni dal punto di vista della Chiesa cattolica contro la modifica dei registri battesimali.

La questione è giuridica ma prima ancora politica, dato che riguarda la relazione tra politica e religione, tra Stato e Chiesa, tra diritto civile e diritto canonico. Da qui la sua importanza che va ben oltre il caso in questione. Essa investe in modo particolare la libertà di religione che, come sappiamo, oggi viene accettata anche dalla Chiesa e non solo dallo Stato liberale. La intendono però nello stesso senso? Un piccolo caso può riuscire a destabilizzare una concordanza che erroneamente oggi si ritiene totalmente acquisita e rimescolare le carte su un tema piuttosto vischioso.

Tutti gli Stati europei di oggi, e con essi la stessa UE, dicono di essere neutri in materia religiosa, con ciò dichiarando la loro incompetenza in questo campo. Questa neutralità viene esercitata in due modi diversi: o tenendo tutte le religioni fuori dallo spazio pubblico, oppure concedendo a tutte le religioni di avere una propria presenza identitaria nello spazio pubblico. Tutti vedono che in ambedue i casi la chiamano neutralità ma tale non è. Lo Stato, in ambedue le soluzioni, regolamenta la religione, interviene dall’alto e dal di fuori su di essa, stabilisce il suo posto, la obbliga a fare o a non fare, e non la riconosce. Non la riconosce o perché le vieta di esistere nella pubblica piazza, o perché la considera alla stregua di tutte le altre, priva di un volto e di una dignità propria ed unica. Queste due interpretazioni della libertà di religione non rendono la religione veramente libera, pur riconoscendo la libertà individuale di aderire volontariamente ad una o all’altra.

La libertà di religione non vuol dire la stessa cosa della libertà della religione. Lo Stato si concepisce in ambedue i casi visti sopra come superiore alla religione, la sua neutralità è a tutti gli effetti una sovranità. La Chiesa cattolica ha la propria dottrina, e uno dei suoi elementi è che il battesimo è un sacramento indelebile, è porta per altri sacramenti e incorporazione non nominale ma essenziale al Corpo della Chiesa. C’è stato, c’è e ci sarà sempre e la presenza del nome del battezzato sta ad indicare proprio questo. Ma lo Stato della neutralità sovrana è completamente incompetente su questi punti di dottrina religiosa e quindi potrà, appellandosi sovranamente ad una o all’altra delle leggi che esso ha promulgato secondo la medesima sovranità, negarne il valore.

Certamente, se esso – lo Stato – si appellasse non alle sue leggi positive prive di fondamento che non sia la sua sovranità posta e imposta, ma al “bene comune” le cose cambierebbero, perché allora le religioni acquisterebbero un volto e quello della religione cattolica risplenderebbe al punto da far sì che lo Stato rinunci alla propria neutralità. Ma lo Stato liberale, se rimane tale, non può arrivare a tanto. Per questo è lecito presumere che la sentenza, prevista per il mese di ottobre, sanzionerà la cancellazione dai registri battesimali, e se non sarà questa volta sarà la prossima, perché le premesse portano lì.

Del resto, se la Chiesa cattolica si limita a fondare le proprie prerogative solo su una libertà di religione molto vicina a quella dello Stato liberale stesso, senza rivendicare un proprio volto unico e vero nella pubblica piazza, non potrà pretendere di essere considerata in modo diverso dalle altre. Se essa chiede il rispetto del proprio battesimo così come chiede il rispetto del diritto familiare islamico, finisce per non avere titolo ad essere riconosciuta col suo volto specifico e non con i pregiudizi dello Stato sovrano.

Uno di questi pregiudizi è quello della libertà di coscienza. Ed infatti nei casi di “sbattezzo” uno dei criteri valutativi della politica, oltre a quello della protezione dei dati personali, è la libertà di coscienza. Libero allora di farsi battezzare, libero ora di farsi “sbattezzare”. Lo Stato liberale moderno ragiona così, perché come è vuota la sua sovranità, così per esso è vuota la libertà di coscienza. Questo Stato non può nemmeno pensare che nella vita religiosa esista qualcosa di oggettivo, trascendente, ontologico, eternamente valido, incancellabile come è il carattere battesimale per la religione cattolica, e che questo qualcosa vada difeso dalla politica perché ha anche un valore pubblico. Ai suoi occhi sarebbe una limitazione alla libertà di coscienza, che per esso è libera solo se è vuota e riempibile ora di questo (il battesimo) ora del contrario (lo “sbattezzo”).




lunedì 14 settembre 2026

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

 





Questa festa nacque a Gerusalemme, nell’anniversario della dedicazione, avvenuta il 14 settembre 335, delle due basiliche fatte edificare da Costantino, l’una sul Golgota (ad Martyrium), l’altra presso il santo Sepolcro (Anastasis), anche a seguito del ritrovamento delle reliquie della croce da parte di Sant'Elena, madre dell’imperatore. 

La croce, già strumento del più terribile fra i supplizi, che Costantino nel 320 proibì di usare, per il cristiano è l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della Nuova Alleanza: dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la CHIESA.

La CROCE è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria (cf. Rm 6, 5).





Come cambiare la dottrina senza dirlo (terza parte)




La legge senza regolamento – 

[3 di 3 – fine]



Di Andrea Mondinelli, 14 set 2026

Dove eravamo rimasti

Le prime due puntate [QUI e QUI] hanno provato la crisi: la sua forma, la legge senza regolamento; la sua ricomparsa su cinque piani della dottrina; la sua radice nella redenzione predicata senza il suo confine; e la sua figura in atto in un processo ecclesiale che ha un calendario e si dispiega adesso. Provata la crisi, ci si aspetterebbe, in questa terza puntata, la via d’uscita. Non la si troverà, e non per reticenza mia: la si troverà chiusa. Ciò che la dimostrazione conduce a vedere, arrivati fin qui, non è una porta, ma un muro; e l’onestà chiede di dirlo. Mostrerò che siamo in un vicolo cieco: un problema reale, verificato sui documenti, per cui non esiste, sul piano umano ordinario, una via che non costi la negazione di un fatto o di una verità di fede. Poi indicherò l’unica chiave che potrebbe aprirlo, che non è in mano nostra; e, alla fine, che cosa oltre quella porta resti davvero in gioco.

Il dilemma che non ammette vie di mezzo

Si giunge al cuore logico della questione. Molti ammettono che nella Chiesa vi sia una crisi, e che essa sia evidente a tutti; è una concessione di peso, e sincera. Ma dopo averla fatta, trattano l’emergenza come se fosse ordinaria amministrazione, applicano le norme come in tempo di pace, e giudicano la situazione, in fondo, gestibile con gli strumenti di sempre. Il dilemma non ha terza uscita. O la crisi non è grave, e allora il diritto si applica come in tempo di pace, ma allora non la si dichiari evidente; oppure la crisi è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, secondo la gerarchia dei fini che il diritto stesso proclama, con la salvezza delle anime al vertice, e allora la si deve riconoscere per ciò che è, e non trattare come normalità. Ammettere la gravità a parole e applicare la normalità nella sentenza non è una posizione equilibrata: è la contraddizione elevata a metodo. Il rilievo è logico, non morale: chi ha detto «evidente» ha già concesso la premessa; gli resta soltanto di accettarne la conclusione.

Un’immagine rende palpabile il punto, e ha alle spalle la dottrina antica dell’epikeia, la virtù che legge la legge secondo la sua ragione proprio là dove la lettera tradirebbe quella ragione. Il caso classico è il deposito: la legge comanda di restituire al proprietario ciò che ha depositato, ma se costui, divenuto folle, reclama la spada che aveva affidato per servirsene a uccidere, la giustizia stessa esige che non gli si restituisca l’arma.[1] Si trasporti la cosa in tempo di peste: un medico, per salvare dei fanciulli, somministra un farmaco non ancora autorizzato dalle procedure ordinarie; l’ordinamento lo assolve, perché la pestilenza rende l’emergenza superiore alla procedura e la vita dei fanciulli superiore al timbro mancante. Giudicare quel medico come se la peste non ci fosse, ammetterla a parole e dimenticarla nella sentenza, non è applicare il diritto: è citarlo a metà.

Resta la differenza più importante di tutte, quella che separa una dimostrazione da ogni lamento: la differenza fra il denunciare e il dimostrare. Chi denuncia dice: sento che la fede è in pericolo, dunque agisco; la sua diagnosi poggia su un’impressione che nessuno può controllare, e che perciò non si può neppure smentire. Io ho fatto il contrario: ho mostrato, sui testi e con le date, che la legge è stata conservata e il suo regolamento sottratto, in forma verificabile ed esposta alla smentita.[2] Se le date fossero false, tutto cadrebbe all’istante; è perché quei dati sono veri, e controllabili alla fonte, che siamo davanti a un fatto e non a una diagnosi che si conferma da sé. E ciò che in quel fatto è in gioco è teologale, non giurisdizionale: non un titolo canonico da rivendicare, ma la fede stessa del fedele indifeso.

Tre porte, tutte chiuse

Davanti alla crisi dimostrata, chi non voglia restare inerte cerca la porta. Ne esistono tre, e conviene provarle a una a una, perché è provandole che si scopre il muro.

La prima porta è negare la crisi: dichiarare, per amore della pace, che nulla di grave accade. Ma questa porta è murata da un fatto, la legge conservata e il regolamento sottratto, mostrato sui testi e con le date. Chi la imbocca non esce dalla crisi: chiude gli occhi dentro di essa, e intanto ai più piccoli continua a essere consegnata una fede diminuita, con la rassicurazione che è intera. Negare un fatto non è una via: è cecità voluta.

La seconda porta è negare la Chiesa: dichiararla venuta meno, vacante, corrotta nella sua sostanza, e su questa dichiarazione fondare la salvezza della fede. Ma questa porta è murata da una verità di fede: la Chiesa è indefettibile, e una Chiesa che potesse fallire nella sua sostanza non sarebbe la Chiesa di Cristo, ma una costruzione della disperazione.[3] Per curare la ferita si ucciderebbe il malato. Non si salva la fede con un atto di sfiducia nella promessa di Cristo.

Resta la terza porta, che parrebbe la sola aperta: la via privata
. Poiché il regolamento manca, che ciascuno se lo ritracci da sé, scelga da sé i confini, supplisca da sé ciò che il testo ha taciuto. Ma anche questa porta, guardata bene, è chiusa, e per la ragione più semplice: nessun fedele ha l’autorità di ritracciare il confine di una legge della Chiesa. Chi lo facesse si farebbe sorgente della norma e ricadrebbe nel giudizio privato, la radice stessa dell’errore che tutta questa analisi denuncia. Il confine ritirato dall’autorità, solo l’autorità può ritracciarlo. Il singolo può constatarne la mancanza; non può colmarla senza usurpare.

Tre porte, e tutte murate. Negare il fatto, negare la Chiesa, farsi arbitro da sé: sono le tre uscite, e non ce n’è una quarta sul piano del fedele. Questo è il vicolo cieco, ed è reale, non lamentato: la crisi è dimostrata, e nessuna via umana ordinaria la scioglie senza pagarla con una negazione o con un’usurpazione.

La tenaglia: chi potrebbe non può

Si obietterà: ma una via c’è, e l’ho appena nominata, l’autorità. Il confine che il singolo non può ritracciare, la suprema autorità può ritracciarlo; la porta murata per il fedele ha una chiave, e quella chiave è in mano a chi governa. È vero. Ma qui la morsa si chiude del tutto, ed è la sua stringa più dura da guardare.

L’autorità che potrebbe restituire il regolamento è la stessa che lo ha ritirato. E ritirarlo non è stato un incidente: è il metodo. Il primato del processo sulla definizione, dell’avviare cammini sul fissare confini, è oggi principio dichiarato di governo, «il tempo è superiore allo spazio».[4] Un metodo così, per costituzione, non traccia confini: li considera «spazi» da non occupare. Chiedere a questo metodo di emanare un regolamento cogente è chiedergli di compiere esattamente ciò che esso ha eretto a errore. Non dico che non lo si voglia: dico che, finché quel metodo è in vigore, non lo si può, come non si può, con la stessa mano, aprire e tenere chiusa la medesima porta.

Ecco perché è un vicolo cieco, e non una semplice difficoltà. Le tre porte del fedele sono murate; la quarta, quella dell’autorità, esiste, ma è chiusa da dentro, e dall’unico che potrebbe aprirla. Il problema è reale, la chiave esiste, e la mano che la tiene è la stessa che ha girato la serratura.

Il censimento eucaristico: la prova sullo sfondo

Ho promesso, dal principio, di poggiare il peso della dimostrazione su fatti verificabili; e su un punto, la liturgia, voglio mantenere quella promessa fino in fondo. Prendo otto documenti del magistero dedicati al mistero eucaristico, dal 1947 al 2022[5], e osservo che cosa accade, lungo settantacinque anni, ai due fini della Messa che suppongono un’offesa da riparare, il propiziatorio e l’impetratorio. Il metodo non misura quante volte una parola ricorra, ma quale funzione essa svolga: se organizzi la trattazione (architettura), se sia semplice affermazione non più strutturante (formula), se ricorra solo dentro citazioni di documenti anteriori (forma citazionale), o se manchi del tutto (assenza).[6] Il dato inseguito non è quasi mai l’assenza secca, ma la retrocessione: il passaggio dall’architettura a formula, da formula a citazione, da citazione al silenzio.

La parabola, riassunta in una riga, è questa: architettura nel 1947 (Mediator Dei), formula attenuata intorno al 1965 (Mysterium fidei), ultima formula in voce propria nel 1967 (Eucharisticum mysterium), assenza dal 1968 (Credo del Popolo di Dio), citazione tridentina nel 1992 (Catechismo), fine non risollevato nel 2003 (Ecclesia de Eucharistia) e nel 2007 (Sacramentum caritatis), assenza piena nel 2022 (Desiderio desideravi). Una discesa, senza risalite, del fine propiziatorio dal ruolo di trave a quello di reperto, e infine all’assenza. Nessuno degli otto documenti nega mai che la Messa sia sacrificio propiziatorio: la dottrina definita da Trento resta intatta.[7] Ciò che si documenta non è un mutamento della legge, ma la retrocessione della sua esposizione.

Un solo dato governa l’intera serie: la soglia oltre la quale il lessico dei due fini si estingue in voce propria cade circa due anni prima del nuovo Messale.[8] La sottrazione, cioè, precede il nuovo rito: prima si è taciuta l’esposizione, poi la preghiera si è conformata al silenzio. Questo smonta l’alibi secondo cui la scomparsa dei due fini sarebbe stata una conseguenza tecnica e necessaria della riforma liturgica: se così fosse, la sottrazione sarebbe cominciata con il rito, non due anni prima. E c’è, nella serie, un contrasto interno che vale come prova nella prova. Una componente oscilla: il regolamento d’accesso alla comunione, lo stato di grazia, l’esame di coscienza, si dirada e poi viene in parte recuperato nei documenti del 2003 e del 2007. Un’altra non risale mai: il fine propiziatorio. Che il regolamento d’accesso possa risalire prova che ritracciare un confine è possibile, quando l’autorità lo vuole; che il fine propiziatorio non risalga mai toglie ogni alibi di necessità storica alla sua caduta.[9]

Dall’altare alla legge

Questi numeri fotografano lo stato dell’altare; ma voglio mostrare, in chiusura di prova, che cosa quel silenzio produce fuori dalle mura della Chiesa, nella legge degli uomini, ed è, lo confesso, il punto da cui io stesso sono entrato in tutta la materia: non dalla liturgia né dall’ecclesiologia, ma da una Chiesa che non difende più la vita come un tempo. Anche sul terreno della legge civile la dottrina è al suo posto: un’enciclica intera ha proclamato con forza l’inviolabilità della vita umana dal concepimento alla morte naturale.[10] Ma il regolamento è stato ritirato nello stesso modo di sempre. La difesa della vita è stata affidata al linguaggio dei diritti dell’uomo e alla neutralità dello Stato, cioè alla grammatica dell’avversario, e quella grammatica si rivolta da sé contro chi la usa: se il fondamento del diritto non è più la verità che Dio ha iscritto nella natura, ma il consenso e l’autodeterminazione del singolo, allora dal diritto alla vita si scivola, con logica implacabile, al diritto di disporre di sé, fino al diritto di sopprimere la vita.

Lo schema si mantiene perfino nel punto più solenne dell’enciclica, la dichiarazione più vicina a una definizione: con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro, si dichiara che l’aborto diretto costituisce sempre un disordine morale grave.[11] È il vertice giuridico del documento; eppure anche qui la legge è portata al massimo e il regolamento non la segue: nessuna conseguenza è prevista per chi la contraddice. La medesima frase conciliare, con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, apre e chiude l’enciclica come architrave della difesa della vita.[12] Ma quella frase è vera del lato oggettivo della Redenzione, non del soggettivo: Cristo ha redento ogni uomo una volta per tutte, ma quella redenzione diventa propria del singolo mediante il Battesimo, che lo fa figlio di Dio in atto. L’enciclica, ponendola a fondamento, la fa valere come se ogni uomo fosse già, in atto, unito a Cristo.

Qui i fili si annodano in uno. Il regolamento ritirato, ovunque, è sempre lo stesso: l’applicazione al singolo del frutto della Croce, che avviene per i sacramenti, e per primo nel Sacrificio della Messa. Tolto alla Messa il carattere propiziatorio, si spunta il canale per cui la redenzione oggettiva diventa soggettiva; e allora non resta che dichiarare ogni uomo già redento in atto. Per la legge antica che lega la preghiera alla fede e la fede alla vita, cambiata la lex orandi cambia la lex credendi, e cambiata questa cede la lex vivendi[13], un popolo la cui liturgia ha attenuato il peccato, il giudizio e l’espiazione perde per primi gli anticorpi soprannaturali, e con essi la ragione di considerare la vita del più piccolo un assoluto che non si tocca. Così la faglia che percorre la Chiesa arriva fino alla legge degli Stati: non due crisi, ma una sola, colta alle due estremità della stessa catena, all’altare e nel codice.

L’unica chiave: un nuovo Sillabo, e cogente

Se la porta si può aprire, la si apre in un solo modo, e conviene nominarlo con precisione, perché non resti un desiderio vago. La chiave non è una dottrina nuova: la dottrina c’è già, ed è intatta. È un regolamento nuovo su una dottrina antica: un atto della suprema autorità che ritracci, uno per uno, i confini che i testi del Concilio e del postconcilio hanno lasciato in bianco, che dica dove finisce il lecito e comincia l’errore su ciascuno dei piani che ho mostrato, l’uomo, la Chiesa, l’unità dei cristiani, la libertà religiosa, la liturgia, i Novissimi. La forma di questo atto ha un nome e un precedente: è un Sillabo, come quello che Pio IX annesse alla Quanta cura nel 1864, non un elenco di verità nuove, ma la lista dei confini, il regolamento che dice «questo no».[14]

Una cosa sola lo distinguerebbe da un’esortazione, ed è la sola che conti: dovrebbe essere cogente. Un Sillabo che tornasse a proporre senza vincolare sarebbe la legge senza regolamento un’altra volta, il male travestito da rimedio. La sua forza starebbe tutta nella cogenza, cioè in ciò che alla crisi manca: non la parola che apre, ma il canone che chiude. E che un confine possa essere ritracciato non è un sogno: l’ho documentato poco fa, là dove il regolamento d’accesso alla comunione, una volta diradato, è stato in parte ripristinato. Ciò che una volta è stato fatto, si può fare. La cogenza spetta a chi emana l’atto, non a chi lo invoca: io non la impongo, la indico come l’unica chiave della porta.

Oltre questo, non è più opera d’uomo. Lo diceva san Pio X, ancora Patriarca di Venezia, descrivendo le due vie ultime: o la dottrina si conserva incorrotta, o, reso impossibile nel mondo l’impero della verità, non resta che la venuta del Signore.[15] Se lo strappo tra la legge e il suo regolamento viene ricucito, la custodia piena della fede torna possibile per le vie ordinarie; se non lo sarà, la risposta non è più nelle nostre mani, e subentra la promessa che le porte degli inferi non prevarranno.

La curva sotto la domanda

Fin qui la prova è stata interna: i testi, le date, la retrocessione dei fini sulla pagina. Ma c’è una controprova che viene da fuori, e da un luogo insospettabile, perché non ha alcun interesse apologetico: l’econometria accademica. Nel luglio 2025 tre economisti, Robert Barro di Harvard, Edgard Dewitte di Oxford e Laurence Iannaccone, hanno pubblicato per il National Bureau of Economic Research uno studio che ricostruisce, per la prima volta, i tassi di frequenza alle funzioni religiose in sessantasei Paesi, risalendo fino agli anni Venti del Novecento, su oltre duecentomila intervistati.[16] Non è uno scritto confessionale né tradizionalista: è scienza sociale laica, coi suoi numeri e i suoi metodi. E la sua conclusione, sul nostro punto, è una sola frase: il Vaticano II ha innescato un declino della frequenza cattolica mondiale rispetto a quella delle altre confessioni.

Il dato è netto: nei Paesi cattolici la frequenza è calata di quattro punti percentuali per decennio tra il 1965 e il 2015, mezzo secolo di emorragia continua e costante.[17] Ma è il grafico dell’event study a dire tutto in un colpo, e ha, si badi, la stessa forma esatta del mio censimento eucaristico: una linea piatta prima della soglia, una caduta subito dopo, e nessuna risalita.

Andamento ricostruito dai dati dello studio (Barro, Dewitte, Iannaccone, NBER WP 34060, 2025). Prima del Concilio la frequenza cattolica non si scosta da quella degli altri; dopo la banda del Vaticano II precipita, di quattro punti per decennio, senza mai risalire.

Due dettagli rendono la curva una prova e non una coincidenza, e sono i gemelli econometrici di ciò che ho mostrato sui documenti. Il primo è l’assenza di pre-trend: prima del Concilio i Paesi cattolici non declinavano più degli altri, esattamente come, nel censimento, la sottrazione non era in corso da prima ma comincia a una soglia precisa. La caduta parte con il Concilio, non lo accompagna soltanto. Il secondo è la controprova: applicando la stessa tecnica alla caduta del comunismo, che avrebbe dovuto far risalire la pratica, gli autori non trovano alcun rimbalzo, la linea resta piatta.[18] Il metodo, dunque, non trova crolli dovunque: per il comunismo non trova nulla, per il Concilio trova un precipizio. È la prova a contrario che blinda la prima.

La stessa tecnica applicata alla fine del comunismo (primi anni Novanta) non mostra alcun rimbalzo: la linea resta attorno allo zero. Il metodo non «trova effetti dovunque», e ciò rende peculiare e robusto l’effetto del Concilio.

Resta un’obiezione, e va guardata, perché è la stessa che si oppone a tutto: non sarà la religiosità umana in quanto tale a spegnersi, per una secolarizzazione che investe tutti? No, e lo dice lo sfondo dello stesso studio: la frequenza è crollata nel Nord del mondo, di antica matrice cattolica, dimezzandosi lungo il Novecento, mentre nel Sud è rimasta alta e stabile. Il tracollo non è un destino universale della fede: è una vicenda precisa, occidentale, e specificamente cattolica, cui il Concilio direttamente si applicava.

La «Grande divergenza religiosa»: la pratica crolla nel Nord del mondo (dal 63% degli anni Venti al 26% del 2010) e resta stabile nel Sud (attorno al 53%). Il tracollo non è universale, ma occidentale e cattolico.

Lo studio fotografa questa divergenza, ma non la spiega; la ragione che propongo è mia, e poggia su fatti notori indipendenti da esso. Il «Sud», del resto, non è uno: l’Africa cattolica ha tenuto e anzi è cresciuta, mentre l’America Latina si è svuotata in fretta, non verso l’ateismo ma verso i pentecostali. E ciò smentisce che a reggere sia la pietà popolare, di cui l’America Latina trabocca: la variabile decisiva non è geografica, è dottrinale. Dove il post-concilio si è incarnato con più forza, torcendo il messaggio in senso sociale e orizzontale, come nella teologia della liberazione latino-americana, il soprannaturale ritirato è stato ripreso da chi offriva confini netti e conversione; dove l’evangelizzazione è rimasta più classica e definita, come in gran parte dell’Africa, la fede ha retto. Nord che crolla, America Latina che crolla, Africa che regge: non una linea che separa gli emisferi, ma la stessa linea che percorre tutto questo scritto, quella fra il confine tenuto e il confine ritirato.

Va detto con la precisione che tutto questo lavoro esige, perché è ciò che lo rende inattaccabile: lo studio misura la pratica, non la fede teologale, e le due non coincidono. Ma non sono nemmeno scollegate, e il ponte tra loro è la legge antica che ho già richiamato: la fede viene dall’ascolto, e ciò che non si pratica non si ascolta, e ciò che non si ascolta, in una generazione, non si crede più. La frequenza non è la fede: ne è il canale, il condotto per cui passa da padre in figlio. Barro misura il condotto, e lo misura che si prosciuga. Che cosa accada all’acqua, quando il condotto si chiude, è inferenza teologica, ed è mia; ma è un’inferenza che il grafico rende difficile respingere. Perché quella linea non è ferma: scende, con una pendenza costante da mezzo secolo, e non ha ancora toccato il fondo. E una linea che scende così pone, da sé, una domanda che smette di essere retorica: se prosegue, dove arriva?

Ciò che è in gioco

Prima di tacere, va detto che cosa sia davvero in gioco, perché non è ciò che sembra. Non è un assetto canonico da riordinare, non è una disciplina, non è nemmeno la sorte di una liturgia. Ciò che la legge senza regolamento intacca, dovunque, non è un articolo, poiché nessun articolo è negato, ma la fede di chi la riceve indifeso: la virtù teologale per cui l’uomo aderisce a Dio che si rivela, e senza la quale è impossibile piacere a Dio. Una dottrina conservata nelle parole e svuotata nel suo frutto può spegnere quella virtù in una moltitudine senza che nessuno se ne avveda, perché la si perde credendo di averla ancora. È questa la posta del vicolo cieco: non ciò che si dice, ma ciò che si crede; non la lettera, ma la fede.

E allora la domanda che chiude non è mia. È di Cristo, e resta sospesa sopra ogni crisi della sua Chiesa: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».[19]




(Foto di Filmery YouTube da Pixabay)

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[1]La virtù che corregge la legge là dove i suoi termini universali vengono meno nel caso particolare è l’epikeia (epicheia), che san Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 120, aa. 1-2, colloca non come deroga alla giustizia, ma come sua parte più alta. L’esempio classico è quello del deposito: la legge comanda di restituirlo, ma non si restituisce la spada a chi, divenuto folle, la reclami per uccidere.

[2]Il metodo qui seguito distingue il denunciare, che si nutre di sé, dal dimostrare, che si espone alla smentita. Lo strato dimostrabile, cioè i testi e le date verificabili, regge da solo l’argomento. Il censimento documentale del culto eucaristico, svolto più avanti in questa puntata, ne è l’esempio più esteso e controllabile.

[3]Che la Chiesa sia indefettibile e non possa venir meno fino alla fine dei tempi è dottrina di fede: cfr. Matteo 16, 18, «le porte degli inferi non prevarranno», e Concilio Vaticano II, Lumen gentium (1964), n. 25. Negare questa indefettibilità, per salvare la fede, è la contraddizione in cui cade il sedevacantismo.

[4]Il primato del processo sulla definizione è oggi principio esplicito di governo: cfr. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 222-223, «il tempo è superiore allo spazio». Un metodo che privilegia l’avviare processi rispetto al fissare confini è, per sua costituzione, inadatto a tracciare il regolamento che qui si invoca.

[5]Il corpus esaminato: Pio XII, Mediator Dei (20 novembre 1947); Paolo VI, Mysterium fidei (3 settembre 1965); Sacra Congregazione dei Riti, Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967); Paolo VI, Sollemnis professio fidei, detta Credo del Popolo di Dio (30 giugno 1968); Catechismo della Chiesa Cattolica, articolo sull’Eucaristia (1992); Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003); Benedetto XVI, Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007); Francesco, Desiderio desideravi (29 giugno 2022).

[6]La codifica non conta la frequenza di un termine, ma la sua funzione, distinguendo quattro stati: architettura, quando il termine organizza la trattazione; formula in voce propria, quando compare come semplice affermazione; forma citazionale, quando ricorre solo entro citazioni di documenti anteriori; assenza. La retrocessione dall’architettura all’assenza, senza risalite, è il dato inseguito.

[7]Che la Messa sia vero e proprio sacrificio propiziatorio, offerto per i vivi e per i defunti, è definito dal Concilio di Trento, sessione XXII (1562), can. 3. Nessuno degli otto documenti esaminati lo nega mai: ciò che si documenta è la retrocessione dell’esposizione, non un mutamento della legge.

[8]Il nuovo Ordo Missae fu promulgato con la costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI (3 aprile 1969), con editio typica nel 1970. La soglia oltre la quale il lessico dei due fini si estingue in voce propria cade dunque circa due anni prima del nuovo rito.

[9]Cfr. Matteo 12, 33, «l’albero si riconosce dal frutto», e Matteo 7, 16-17, «dai loro frutti li riconoscerete». Il criterio evangelico è qui applicato non ai cuori, che a nessuno è dato scrutare, ma ai testi e alle date, che sono pubblici e verificabili.

[10]Giovanni Paolo II, lettera enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995). Sull’inviolabilità della vita innocente si vedano in particolare i nn. 2 e 57.

[11]Evangelium vitae, n. 62. La dichiarazione è comunemente ritenuta la formulazione più solenne di tutto il postconcilio in materia, e la più vicina a una definizione ex cathedra, pur restando espressione del magistero ordinario e universale.

[12]La frase è di Gaudium et spes, n. 22. In Evangelium vitae è posta al n. 2, in apertura, e ripresa al n. 104, al culmine: l’inclusione fra i due estremi ne fa l’architrave dell’intera trattazione.

[13]L’adagio tradizionale lex orandi, lex credendi (la norma della preghiera è norma della fede) risale al principio patristico ut legem credendi lex statuat supplicandi, attribuito a Prospero di Aquitania; la tradizione vi aggiunge la lex vivendi, la norma della vita, a indicare che dal culto discendono insieme la fede e la condotta.

[14]Il precedente è il Sillabo degli errori annesso all’enciclica Quanta cura di Pio IX (8 dicembre 1864): non un elenco di verità nuove, ma la enumerazione dei confini, degli errori condannati, cioè il regolamento che dice fin dove il lecito si estende e dove comincia l’errore. È la forma opposta a quella dell’esortazione che apre senza chiudere.

[15]San Pio X, lettera pastorale del 1894, in Daniele Dal Gal, Insegnamenti di San Pio X, EffediEffe, p. 115. Le parole di Sant’Ilario vi restano tra virgolette, come citazione riportata dal Papa.

[16]Robert J. Barro, Edgard Dewitte, Laurence Iannaccone, Looking Backward: Long-Term Religious Service Attendance in 66 Countries, National Bureau of Economic Research, Working Paper n. 34060, luglio 2025. Dall’abstract: «Vatican II, in 1962-1965, triggered a decline in worldwide Catholic attendance relative to that in other denominations». Si tratta di un working paper non ancora sottoposto a revisione tra pari, come avvertono gli stessi autori; il peso deriva dal rango degli autori (Barro insegna a Harvard, Iannaccone è tra i fondatori dell’economia della religione) e del NBER.

[17]Ivi, p. 6: «the Catholic relative attendance rate fell by four percentage points per decade between 1965 and 2015», un calo statisticamente significativo all’1% in ogni decennio. Gli autori aggiungono che il dato «is consistent with religion modeled as a club good (Iannaccone 1992) and with the view that Vatican II shattered the perception of an immovable, truth-holding Church»: la spiegazione sociologica è che, cadute le barriere e attenuato il carattere di custode immutabile della verità, cade la partecipazione. Che quel carattere andasse custodito è conclusione nostra, non dello studio.

[18]Ivi, p. 25. Due precisazioni blindano il nesso causale. L’assenza di pre-trend: prima del Concilio i Paesi cattolici non declinavano diversamente dagli altri, sicché il crollo comincia con il Vaticano II e non prima. E la controprova: applicando la stessa tecnica (event study) alla fine del comunismo nei primi anni Novanta, gli autori non trovano alcun rimbalzo sistematico della pratica, il che dimostra che il metodo non «trova effetti dovunque» e rende robusto e peculiare l’effetto Vaticano II.

[19]Luca 18, 8: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». La fede di cui si parla è la virtù teologale, per la quale l’uomo aderisce a Dio che si rivela; senza di essa, insegna il Concilio di Trento (sessione VI, 1547, cap. 8), non vi è né inizio né fondamento della salvezza, poiché «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11, 6).