sabato 25 aprile 2026

Regno Unito, affonda la legge sul suicidio assistito: la davano per certa



Non c’è più tempo per approvare il suicidio assistito nel Regno Unito, il disegno di legge naufraga. Intanto in Slovenia la Corte Suprema ne conferma la bocciatura.


Ultimissime
25 Apr 2026


La Redazione di UCCR

Si è arenato definitivamente!

Parliamo del disegno di legge sul suicidio assistito nel Regno Unito che non diventerà legge. Almeno per ora.

Per molti osservatori veniva descritta come una riforma ormai “inevitabile” e invece, nel corso del tempo, numerosi parlamentari hanno cambiato idea rispetto al “Terminally Ill Adults (End of Life) Bill”, arrivando ad opporvisi.

Nel frattempo il ddl è decaduto per mancanza di tempo durante l’esame alla Camera dei Lord.


Regno Unito resta libero dal suicidio assistito

La proposta prevedeva la possibilità, per adulti malati terminali con meno di sei mesi di vita, di richiedere il suicidio assistito con l’approvazione di medici e di una commissione indipendente.

Dopo essere stata approvata dalla Camera dei Comuni, sembrava avviata verso l’approvazione certa. Tuttavia, gli oltre 1.200 emendamenti presentati dai membri della Camera alta hanno di fatto rallentato il processo fino alla scadenza della sessione parlamentare.

Nessun ostruzionismo ma una necessaria revisione per evidenziare lacune e rischi, in particolare per le persone più vulnerabili, esposte a possibili pressioni o coercizioni.

 
Slovenia e Scozia affondano il suicidio assistito

In realtà le notizie sono due.

La Corte Suprema della Slovenia ha infatti appena confermato la validità del referendum popolare svoltosi nel novembre scorso che aveva respinto la legalizzazione del suicidio assistito, consolidando il risultato contrario espresso dagli elettori.

Come abbiamo documentato allora, il 53% dei votanti si era opposto, contro il il 47%.

Segnali importanti ai quali va aggiunta la bocciatura del suicidio assistito da parte parlamento in Scozia, avvenuta il mese scorso.

Anche in quel caso la misura aveva superato una prima votazione con 70 voti favorevoli e 56 contrari e sembrava destinata verso l’approvazione definitiva, ma l’intervento delle associazioni civili e di quelle mediche ha aperto gli occhi a molti parlamentari.

Tre segnali che indicano una resistenza minoritaria, ma crescente, in Europa verso la morte di Stato.







Leone XIV stoppa le benedizioni di coppie irregolari


Papa Leone XIV (foto Vatican media)

Articolo scritto da InfoCatólica, pubblicato su InfoCatólica, nella traduzione curata da Sabino Paciolla.



Leone XIV disapprova pubblicamente le benedizioni impartite dal cardinale Marx e dagli altri vescovi tedeschi


Papa Leone XIV ha pubblicamente respinto le cerimonie di benedizione per le coppie dello stesso sesso introdotte dal cardinale Reinhard Marx nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga. Durante la conferenza stampa tenuta durante il volo di ritorno dal suo primo viaggio apostolico, il Pontefice ha rivelato che la Santa Sede «ha già parlato con i vescovi tedeschi» e ha chiarito «che non siamo d’accordo con la benedizione formale delle coppie, in questo caso coppie omosessuali, o di coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto il Papa Francesco abbia specificatamente permesso». Un permesso la cui portata non è chiara, viste le reazioni di un intero continente, come quello africano, e di moltissime Chiese locali, per non parlare della frattura ecumenica che ciò ha comportato.

La dichiarazione papale rappresenta la più esplicita smentita finora della via aperta dal Cammino sinodale tedesco in materia di benedizioni, e arriva appena tredici giorni dopo che Marx ha inviato a tutti i sacerdoti e agli operatori pastorali della sua arcidiocesi una lettera in cui ordina di applicare la guida Segen gibt der Liebe Kraft («La benedizione dà forza all’amore») come «fondamento dell’azione pastorale».


La domanda e la risposta

Durante il volo di ritorno a Roma il Santo Padre ha risposto:

Verena Stefanie Shälter (ARD Rundfunk): Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio papale nel Sud del mondo. Abbiamo visto molto entusiasmo e anche, direi, euforia. Immagino che sia stato molto emozionante anche per lei. Vorrei sapere come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di concedere il permesso di benedire le coppie dello stesso sesso nella sua diocesi. E alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, soprattutto in Africa, come pensa di preservare l’unità della Chiesa universale su questa questione?

In primo luogo, credo sia molto importante comprendere che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbero ruotare attorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà, credo che ci siano questioni molto più ampie e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità su quella questione concreta. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie – in questo caso, coppie omosessuali, come lei ha chiesto – o di coppie in situazioni irregolari, al di là di quanto Papa Francesco abbia specificatamente permesso dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote impartisce la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa impartisce la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco «tutti, tutti, tutti» esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo oggi, credo che possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna. Questa è la mia risposta alla domanda.


Cosa dice la lettera di Marx

Nella missiva, datata 10 aprile 2026, il cardinale Marx presenta la guida elaborata dalla Conferenza congiunta della Conferenza episcopale tedesca (DBK) e del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e la raccomanda come base del lavoro pastorale nell’arcidiocesi. Il documento autorizza celebrazioni di benedizione per i divorziati risposati civilmente, le coppie dello stesso sesso e le coppie queer che non possono o non desiderano ricevere il sacramento del matrimonio.

«A tutte le coppie che si amano e chiedono alla Chiesa una benedizione per la loro unione, auguro che in quella benedizione sentano la vicinanza di Dio», scrive Marx, aggiungendo che «nessuna coppia che chieda una benedizione deve essere respinta». I sacerdoti che non possano assumersi in coscienza la celebrazione di queste benedizioni dovranno indirizzare le coppie al decanato corrispondente o metterle in contatto con altri agenti pastorali. L’arcidiocesi offrirà corsi di formazione a partire da giugno 2026 attraverso la Queerpastoral e la pastorale matrimoniale e familiare.

Marx sostiene che la benedizione «non costituisce la celebrazione di un matrimonio sacramentale», ma insiste sul fatto che ciò non significa che «la benedizione di un’unione non sacramentale, che in molti casi è già un matrimonio civile, releghi la coppia ai margini della comunità e della Chiesa». Invoca il concetto di benedicere («dire bene», augurare il bene) come contributo della Chiesa «alla guarigione e alla riconciliazione».


Un conflitto con Roma che si trascina dal 2025

La disapprovazione papale non è una sorpresa. La guida Segen gibt der Liebe Kraft ha una storia di disaccordi con Roma che risale alla sua stessa gestazione. Il testo è nato da una risoluzione del Cammino Sinodale tedesco del 10 marzo 2023 ed è stato approvato dalla Conferenza Congiunta il 4 aprile 2025, tre giorni dopo la morte di Papa Francesco, già in Sede Vacante.

I vescovi tedeschi hanno sostenuto che il documento era stato elaborato «in consultazione» con il Dicastero per la Dottrina della Fede. Tuttavia, il prefetto del Dicastero, il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha smentito tale interpretazione. In una lettera inviata il 18 novembre 2024 al vescovo Stephan Ackermann, coordinatore dell’elaborazione della guida, Fernández aveva sollevato due obiezioni: che il testo sembrava legittimare le unioni non matrimoniali e che proponeva una struttura rituale incompatibile con la dichiarazione Fiducia supplicans, approvata nel dicembre 2023 sotto il pontificato di Francesco. Fonti vicine al Dicastero, citate da Communio, hanno sottolineato che in nessun momento vi è stata un’approvazione esplicita da parte di Roma.


Bätzing: «È assurdo parlare di disobbedienza episcopale»

Georg Bätzing, allora presidente della DBK, ha cercato di difendere la posizione tedesca dopo l’Assemblea Plenaria tenutasi a Fulda nel settembre 2025.

Bätzing ha insistito sul fatto che la guida fosse «una concretizzazione pastorale di Fiducia supplicans elaborata in consultazione con il Dicastero per la Dottrina della Fede, tenendo conto della situazione in Germania», e ha definito «assurdo» parlare di «disobbedienza episcopale» da parte dei vescovi tedeschi.

La difesa di Bätzing rispondeva ad alcune precedenti dichiarazioni di Leone XIV in cui il Papa si era riferito in modo critico alla pubblicazione «nell’Europa settentrionale» di «rituali per benedire le persone che si amano», sottolineando che questi «contravvenivano direttamente allo spirito di Fiducia supplicans», che «permette benedizioni spontanee e brevi, ma non ritualizzate né paragonabili a celebrazioni liturgiche».

Interrogato da CNA Deutsch su come si fosse svolta la consultazione con Roma, il portavoce della DBK ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni sostenendo che si trattasse di «questioni interne».


Sette diocesi prendono le distanze; undici applicano la guida

La guida ha diviso l’episcopato tedesco. Secondo un sondaggio condotto da katholisch.de, solo le diocesi di Colonia, Augusta, Eichstätt, Passau e Ratisbona ne hanno espressamente scartato l’uso e si sono attenute rigorosamente alla Fiducia supplicans. Il vescovo di Augusta, Bertram Meier, ha sottolineato che quattro punti del documento «non sono del tutto in linea» con la dichiarazione vaticana. L’arcidiocesi di Colonia ha sostenuto che la guida «va oltre le disposizioni della Chiesa universale».

All’estremo opposto, diocesi come Würzburg praticavano già queste benedizioni e le pubblicizzavano alle fiere nuziali. Aquisgrana ha emesso una raccomandazione ufficiale; Limburgo, Osnabrück e Treviri l’hanno pubblicata nei loro bollettini ufficiali. Il vescovo di Berlino, Heiner Koch, ha adottato una posizione intermedia: ha dichiarato che lui stesso non avrebbe impartito queste benedizioni, ma che non avrebbe nemmeno «adottato misure disciplinari contro i parroci che le celebrano in casi individuali dopo una discussione pastorale».


Accoglienza universale, conversione personale

Nella sua risposta a bordo dell’aereo, Leone XIV ha voluto ampliare la prospettiva del dibattito. «Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale», ha detto, e ha sottolineato che esistono «questioni molto più ampie e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di uomini e donne, la libertà religiosa», che dovrebbero avere la priorità.

Il Papa ha invocato l’espressione coniata da Francesco, «tutti, tutti, tutti», ma ha sottolineato che l’accoglienza universale non equivale a un’approvazione indiscriminata. Leone XIV ha ricordato che tale formula esprime «la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita».

L’invito alla conversione personale, inserito dal Papa come elemento inscindibile dell’accoglienza, segna il limite che a suo giudizio non deve essere superato: «Andare oltre questo oggi può causare più disunione che unità», ha avvertito, concludendo che la Chiesa deve «costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».

InfoCatólica





Il dramma di una Chiesa senza padri







di Fabio Vessillifero

Il vescovo non è un manager del sacro ma un uomo che porta nel cuore una missione ricevuta direttamente dagli Apostoli. Dobbiamo comprenderlo come un “sacramento vivente” di Cristo Buon Pastore: quando lo vediamo agire, è la carezza stessa di Dio che cerca di raggiungere ogni uomo attraverso la sua umanità consacrata. La sua identità è profondamente soprannaturale perché, attraverso il sigillo indelebile della consacrazione, egli smette di appartenere a se stesso per diventare un “ponte” tra l’eternità e il mondo.

Il suo governo è un atto d’amore che si nutre di gesti invisibili ma potentissimi: la preghiera incessante, il silenzio del digiuno e l’offerta quotidiana della propria vita. Non comanda per esercitare un potere, ma per servire la salvezza di ogni singola anima, consapevole che la vera libertà nasce solo dall’incontro con la Parola di Dio custodita nella Tradizione Apostolica e dalla forza dei Sacramenti. Per lui, insegnare la retta dottrina non è imporre regole fredde, ma donare una bussola di verità a chi è smarrito nelle tempeste dell’esistenza.

Questa passione per Dio si trasforma inevitabilmente in una passione per l’uomo, specialmente per chi abita le periferie più buie. Quando il vescovo si china sulle ferite dei poveri o denuncia le ingiustizie sociali, non sta facendo politica, ma sta celebrando una liturgia fuori dalle mura della chiesa. Egli vede nelle carni piagate dei poveri lo stesso Cristo che adora sull’altare. Governa la sua diocesi in una comunione profonda con il Papa e gli altri vescovi, non come un ingranaggio di una gerarchia, ma come custode dell’unità, camminando davanti al suo popolo per indicare la strada e mettendosi alle sue spalle per non lasciare indietro nessuno.


Il brivido della responsabilità: il prezzo del Sangue

Tuttavia, questa missione non è priva di un peso sovrumano, poiché ogni onore episcopale nasconde in sé il dramma del rendiconto finale. Questa considerazione tocca il punto più drammatico del mistero episcopale: il brivido della responsabilità. Essere vescovo significa accettare un peso che farebbe tremare chiunque lo guardasse con gli occhi della fede. Ogni uomo che riceve il carattere episcopale, infatti, è chiamato a vivere in una tensione costante tra la propria fragilità umana e l’immensità di una dignità che lo sovrasta.

Essere consapevoli del proprio ruolo significa sapere che, nel giorno del giudizio, il vescovo non si presenterà davanti a Dio come un singolo individuo, ma porterà con sé l’intero volto della sua Chiesa. Dovrà rendere conto di ogni singola pecora del suo gregge, specialmente di quelle che si sono smarrite perché non hanno udito il richiamo del pastore o non sono state cercate tra i rovi. C’è una consapevolezza che deve bruciare nel cuore di un vescovo: il valore inestimabile della “materia” che gli è affidata. Le anime non sono numeri o utenti di una struttura organizzativa, ma sono il tesoro più prezioso dell’universo, poiché sono costate il Sangue di Cristo. Ogni anima ha il prezzo del Calvario. Quando un vescovo amministra la sua diocesi, insegna o corregge, deve farlo ricordando che sta toccando ciò per cui Dio stesso ha accettato di morire.


Lo sposo che dà la vita: il mistero nuziale

C’è un aspetto che rende l’inerzia di un pastore ancora più dolorosa: il legame che unisce il vescovo alla sua diocesi è un legame nuziale. Come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei sulla Croce, così il vescovo è chiamato a vedere nella sua diocesi la propria Sposa. Non è un professionista del sacro di passaggio, ma un uomo che ha promesso fedeltà totale, un amore che non si risparmia e che non conosce calcoli di convenienza. Sulla Croce, Cristo non ha “gestito” la salvezza: ha dato tutto. Il vescovo, configurato a Lui, deve essere pronto allo stesso totale annientamento di sé. Se la Sposa appassisce, lo Sposo non può restare a guardare; deve soffrire e, se necessario, morire a se stesso per ridare vita a ciò che ama.


Criteri di verifica: la fecondità di una vigna

Ma come capire se questo martirio quotidiano sta portando frutto? La consapevolezza del “prezzo del Sangue” non può infatti restare una teoria astratta, ma deve tradursi in criteri di verifica concreti, quasi un esame di coscienza pubblico dell’operato del pastore. Se il vescovo è il custode della vigna, i frutti della vigna sono la prova della sua fedeltà.

Il primo elemento di verifica è la vitalità spirituale della diocesi: il termometro non è il numero di eventi organizzati, ma se la fede nel cuore della gente sta crescendo o sta svanendo. Un vescovo deve chiedersi se le sue comunità sono luoghi in cui la gente incontra davvero Dio o se sono diventate sterili sedi burocratiche. Dove c’è un pastore che arde di zelo per le anime, la vita sacramentale rifiorisce e la Parola di Dio torna a essere il pane quotidiano che trasforma le famiglie.

Un segnale inequivocabile di questa fecondità è il fiorire delle vocazioni. Una diocesi che non genera figli pronti a donarsi totalmente a Cristo è come un organismo che ha smesso di riprodursi. Il vescovo ha il compito vitale di creare un “terreno fertile” in cui i giovani possano sentire la chiamata di Dio. Se le vocazioni mancano, il pastore deve interrogarsi con coraggio: stiamo ancora trasmettendo la bellezza radicale del Vangelo o offriamo una versione annacquata?

Un punto di verifica decisivo è poi la natura della carità vissuta nella diocesi. Essa deve nascere dalla Grazia effusa dal Sacramento, non può essere una piatta riproposizione del filantropismo massonico tanto caro alla narrativa corrente. La carità cristiana è una virtù teologale, un dono soprannaturale che scaturisce dall’unione con Cristo, non un semplice attivismo sociale. San Paolo è lapidario: “Se anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, nulla mi giova”. Se il vescovo riduce la carità a filantropia, tradisce la sua missione: egli non deve solo sfamare i corpi, ma innescare il miracolo della Grazia che salva l’anima. Inoltre, se la vita di fede cresce, svaniscono le divisioni sterili e le faziosità, lasciando spazio a una collaborazione gioiosa.


La scommessa della fede nell’era digitale

Questa missione appare oggi titanica di fronte a un mondo che sembra aver voltato le spalle al sacro. Eppure, proprio in questa apparente sconfitta si cela la vittoria della Grazia. Non possiamo accettare l’idea che la Grazia sia diventata impotente davanti a uno smarphone o che lo Spirito Santo si sia arreso di fronte alla secolarizzazione. Se il cristianesimo ha saputo prendere i popoli barbari e li ha trasformati in civiltà capaci di edificare le cattedrali e di comporre il gregoriano e le polifonie più sublimi, perché dovremmo credere che non possa fare lo stesso con l’uomo di oggi?

L’uomo “digitale”, pur con il volto ripiegato sulla terra, resta pur sempre un essere creato per l’infinito. Sotto la polvere dell’edonismo, batte ancora un’anima che ha sete di quella stessa Verità che spinse Giotto a dipingere il cielo. Il vescovo, allora, è chiamato a essere il primo a non rassegnarsi a un cristianesimo di “gestione della crisi”. Deve essere lui il profeta che ricorda al mondo che la dignità umana non è un prodotto del mercato, ma un dono pagato a caro prezzo sulla Croce.


La resa dei conti: quando il pastore deve farsi da parte

Tuttavia, non possiamo sottrarci a una domanda dolorosa: che ne è della responsabilità del vescovo quando la vigna a lui affidata appare visibilmente inaridita? Se accettiamo il criterio evangelico per cui “ogni albero si riconosce dai suoi frutti”, non possiamo chiudere gli occhi davanti al deserto spirituale che avanza in molte nostre diocesi italiane. Se le chiese si svuotano, se i seminari chiudono e se la fede non incide più nella vita quotidiana delle persone, siamo di fronte a una drammatica crisi di paternità spirituale.

Oggi, molti vescovi sembrano non superare la prova della verifica dei fatti. Se la vita di fede si sta spegnendo e le vocazioni stanno scomparendo sotto il loro sguardo rassegnato, sorge un interrogativo di una gravità estrema: un pastore che non riesce più a generare figli alla fede, non dovrebbe forse trarne le conseguenze? Il vescovo non è un funzionario di una struttura che deve “gestire la decrescita”, ma è il responsabile delle anime riscattate dal Sangue di Cristo. Se non è più in grado di scuotere il gregge, il suo restare al comando rischia di diventare una forma di accanimento burocratico su un corpo che sta morendo.

La dignità episcopale non è un trono vitalizio su cui sedersi per inerzia, ma una missione legata alla fecondità della Grazia. Quando un vescovo trasforma il suo ministero in una sterile amministrazione del declino, ignorando che dovrà rispondere a Dio di ogni anima smarrita, il gesto più onesto e profondamente cristiano potrebbe essere quello delle dimissioni. Farsi da parte non è codardia, ma l’ultimo grande gesto di amore verso una Chiesa che merita pastori capaci di osare e di lottare. Le anime che sono costate il Sangue di Dio meritano di essere guidate da chi crede ancora che la Grazia possa vincere il mondo.







venerdì 24 aprile 2026

Wendy Duffy avrà il suicidio assistito in Svizzera perché distrutta per la perdita del figlio



Suicidio assistito|AI

«Non provo più alcuna gioia di vivere», ha dichiarato la donna di 56 anni. Una vicenda che smaschera l’abisso della morte assistita

DERIVE DI MORTE


Paola Belletti, 24 Aprile 2026 

Wendy Duffy ha perso il suo unico figlio di 23 anni nel 2021 e il dolore nel quale è piombata è, a suo insindacabile giudizio, insopportabile. E il punto sta proprio qui: la sua auto percezione di quanto stia soffrendo, inaccessibile a chiunque altro, deve essere il supremo criterio di decisione? ed è a questa entità suprema che la società, gli altri, tutti noi dobbiamo inchinarci? Non c'è altro a cui richiamarla, ma soprattutto a cui restare fedeli come collettività di fronte a una disperazione che per sua natura non fa che suggerire la morte come unico sollievo? Non più, perlomeno non più in modo certo e condiviso.

La signora Duffy ha 56 anni, ha lavorato come operatrice socio-sanitaria nel West Midlands, ha 4 sorelle e 2 fratelli, messi al corrente del suo proposito e sembra che ormai non ci sia nulla da fare: andrà in Svizzera, presso una clinica Pegasos che ha già visto notificarsi il versamento di 10 mila sterline, e lì, con gli abiti che ha scelto di indossare e la musica che ha deciso di ascoltare, aspetterà di scivolare in quello che secondo lei è un dolce sonno smemorante di tutto. Perché è di questo che crede di aver bisogno: smettere di amare e soffrire.

Ha lasciato una lettera a ciascuno dei suoi cari e un grande subbuglio nell'opinione pubblica del suo paese, il Regno Unito, che si divide tra chi sostiene necessaria la rapida legalizzazione del suicidio assistito anche per chi non ha malattie fisiche terminali e chi, invece, ritiene eutanasia e morte procurata un orrore da cui difendere la società. Una corresponsabilità che la stessa Wendy dimostra di sentire con rara intensità se l'idea di portare a termine il suicidio in modo più "artigianale" la interroga sull'impatto che avrebbe sugli altri: «Potrei gettarmi da un cavalcavia o da un palazzo, ma questo lascerebbe chiunque mi trovasse a fare i conti con quella scena per il resto della vita", ha detto Duffy, che già in precedenza aveva tentato il suicidio rischiando di diventare invalida», leggiamo sul sito di Skytg24. Non vede l'ora di morire, dice, e chiede agli altri, in un copione ormai piuttosto classico, di essere felici per lei: «Non provo più alcuna gioia, non ho nessun desiderio di continuare a vivere», ha raccontato al Daily Mail - riporta il Corsera-. «Non cambierò idea. Siate felici per me. So che morirò con il sorriso sulle labbra».

La notizia che ricorre su tutte le agenzie è presentata come relativamente scioccante perché la donna fisicamente è in salute. Come se il fatto di accusare invece sofferenze fisiche intense e trovarsi allo stadio terminale della propria esistenza non fosse più motivo di scandalo: in quei casi chiedere di morire o venire invitati ad affrettare la propria fine (vedasi Canada e altri paesi campioni di macabro progressismo - che altro non è che una questione di tagli ai costi non produttivi) è ormai largamente considerato accettabile, addirittura buono.

Il moto uniformemente accelerato sul piano inclinato del disprezzo della vita prosegue quasi indisturbato. Nel Regno Unito, purtroppo, i lavori per legiferare sul tema sono iniziati, nonostante un benedetto arenamento alla Camera dei Lord in una discussione che per ora ha fatto decadere i termini per una proposta di legge di iniziativa parlamentare. E così, proprio oggi, dopo un lungo iter iniziato nel 2024, la proposta di legge (il Terminally Ill Adults - End of Life Bill) è sostanzialmente fallita. Per ora. Anche la Chiesa cattolica in Inghilterra, con il card. Nichols, si era apertamente schierata contro il disegno di legge, sollecitando tutti i fedeli e le persone di buona volontà a mobilitarsi.

Il caso della signora Duffy ha riacceso il dibattito e viene usato da entrambi i fronti, quello di chi la assume come testimonial di una legge nazionale che si mostrerebbe necessaria perché morire per scelta diventi una possibilità per tutti e non solo per chi ha almeno 10000 sterline da versare a cliniche svizzere; e quello di chi non ha perso lucidità e riconosce che la vita ha valore sempre e non è un bene di cui disporre arbitrariamente, nemmeno quando è nostra. Le associazioni prolife parlano proprio del grave rischio di un allargamento indiscriminato dell'accesso al suicidio assistito e di una potenziale, cinica scorciatoia non tanto dei singoli ma del sistema sanitario nazionale: non diventerebbe spaventosamente più semplice ed economico, anziché seguire accurate terapie e approcci multidisciplinari per recuperare persone afflitte da sofferenza psichica, favorire l'accesso al suicidio assistito per tutti, soprattutto i più poveri?

Se è vero che la signora Wendy "ha lanciato una granata nel dibattito pubblico" britannico, c'è chi, dall'altro lato dell'Atlantico, risponde con armi - morali e teologiche- di precisione. I vescovi della conferenza episcopale dello stato di New York hanno redatto una guida sul tema che non lascia dubbi: «Il suicidio assistito è la cessazione volontaria della propria vita usando sostanze chimiche o farmaci prescritti dal medico che possono causare la morte. È considerata eutanasia attiva» recita la guida. «La nostra Chiesa ci avverte senza mezzi termini che questa pratica è oggettivamente immorale e deve essere evitata, nonostante il falso velo di compassione con cui viene venduta». Preghiamo che questa chiarezza di visione e capacità di entrare nel dibattito pubblico che hanno mostrato i vescovi di New York contagi più stati, governi, conferenze episcopali, anime possibili. Ora, perché nell'ora della nostra morte per certe cose sarà troppo tardi. 

(Foto: AI)







I tre messaggi di Papa Leone XIV in Africa che frenano l’entusiasmo progressista



Vi proponiamo – in nostra traduzione [MiL] – l’articolo pubblicato il 19 aprile sul sito Infovaticana, in cui si analizzano tre dichiarazioni con le quali Papa Leone XIV, durante il viaggio apostolico in Africa, ha smontato la lettura «progressista» del suo Pontificato: sincretismo religioso, antitrumpismo ed immigrazionismo idealizzato.

Lorenzo V.





Nelle settimane precedenti il viaggio africano di Papa Leone XIV, diversi settori progressisti avevano cercato di consolidare una lettura molto concreta della sua figura: un Pontefice allineato con un’inculturazione espansiva — come quella difesa dopo l’episodio delle fotografie durante un rito della Pachamama —, diventato un punto di riferimento globale contro Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, e posto all’avanguardia di un discorso radicalmente a favore dell’immigrazione. Tuttavia, i messaggi lanciati in questi giorni durante il viaggio in Africa hanno introdotto sfumature e dichiarazioni che smontano tale costruzione.

1. Limite esplicito al sincretismo dopo la polemica delle foto della Pachamama

A marzo sono venute alla luce immagini in cui l’allora padre Robert Prevost O.S.A. appare «in ginocchio mentre partecipa a un rito della Pachamama», in quello che era un contesto «inequivocabilmente religioso» (QUI). Quell’episodio è stato utilizzato da alcuni settori progressisti della Chiesa per sostenere una visione ampia dell’inculturazione e difendere questo tipo di riti.

Tuttavia, durante il suo soggiorno in Angola, Papa Leone XIV ha fissato un limite esplicito. Nelle parole riportate nel suo intervento ha chiesto (QUI):
occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che […] rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi […]. Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa […].
La formulazione non lascia margini: l’inculturazione non può sfociare in una mescolanza che offuschi il contenuto della fede cattolica. Tutti commettiamo errori e quell’atto degli anni Novanta, probabilmente indotto da un contesto disorientato tipico dell’epoca, fa ormai chiaramente parte di un passato da dimenticare.

2. Rifiuto di diventare un simbolo politico di fronte a Donald Trump

Un’altra delle linee che erano state proiettate sul Pontificato era il suo presunto ruolo di figura di confronto politico di fronte a Donald Trump. Tuttavia, lo stesso Papa Leone XIV ha corretto questa lettura durante il viaggio. In dichiarazioni rilasciate durante il volo, ha sottolineato [QUI: N.d.T.]:
Il discorso che ho tenuto all’Incontro di preghiera per la pace, un paio di giorni fa, era stato preparato due settimane fa, ben prima che il Presidente facesse qualsiasi commento su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di controbattere nuovamente al Presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse.
Questa posizione è rafforzata nel contesto delle reazioni politiche raccolte dai media, dove prevale un tono di riconoscimento e sfumatura, lontano da qualsiasi confronto ideologico semplificato (QUI). Il risultato è chiaro: Papa Leone XIV si colloca al di fuori dell’asse politico in cui si voleva incastrarlo per morbo giornalistico.

3. Avvertimento contro l’immigrazionismo idealizzato

Il terzo messaggio introduce una sfumatura rilevante sul piano dell’immigrazione. Di fronte alla lettura che collocava il Pontificato in un’immigrazionismo espansivo, Papa Leone XIV ha messo in guardia direttamente i giovani africani contro le false aspettative associate all’emigrazione. Nel suo intervento, li ha esortati [QUI: N.d.T.]:
di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui.
La formulazione introduce un principio di realismo che rompe con la presentazione dell’emigrazione come soluzione automatica. Senza negare la complessità del fenomeno, Papa Leone XIV sposta l’attenzione sulla responsabilità personale e sul radicamento, in contrasto con le narrazioni che idealizzano la partenza verso altri paesi.

Nel loro insieme, i tre messaggi tracciano una linea coerente. In pochi giorni, Papa Leone XIV ha introdotto chiari limiti al sincretismo religioso, ha respinto la sua strumentalizzazione politica e ha sfumato il discorso dominante sull’emigrazione. Non lo ha fatto attraverso una rottura esplicita, ma mediante affermazioni concrete che riducono il margine di interpretazione ideologica costruito attorno alla sua figura.





giovedì 23 aprile 2026

Artemis II, astronauta laico si commuove davanti alla croce



Il capitano di Artemis II, Reid Wiseman, racconta in conferenza stampa il momento in cui ha pianto appena rientrato sulla Terra. Guarda il video



Ultimissime
23 Apr 2026

L’esperienza dello spazio sconvolge tutto.

Difficile per noi capire cosa significhi viaggiare su un razzo e toccare la vastità dell’universo, constatando allo stesso tempo che quel minuscolo puntino che siamo è ancora più grande e speciale del cosmo intero, perché è l’unico che ha coscienza di tutto.

E’ quello che deve aver sperimentato in questi mesi Reid Wiseman, comandante della missione Artemis II, rientrata sulla Terra pochi giorni fa dopo un viaggio storico attorno alla Luna.

“Ho visto la croce e ho pianto”

Durante la conferenza stampa al Johnson Space Center, l’astronauta ha raccontato un episodio significativo avvenuto subito dopo l’ammaraggio nel Pacifico.

Trasferito sulla nave della Marina statunitense per i controlli medici, pur non essendo “una persona religiosa” ha chiesto di incontrare il cappellano di bordo.

L’incontro ha avuto un impatto inatteso: «Quando quell’uomo è entrato — non l’avevo mai visto prima — ho notato la croce sul suo colletto e sono scoppiato in lacrime», ha dichiarato il capitano della missione.

La reazione, ha spiegato, nasceva dall’impossibilità di trovare categorie adeguate per descrivere quanto vissuto fino a poche ore prima: un’esperienza percepita come profondamente “altra”, “ultraterrena”.

[Video pubblicato sul nostro canale YouTube]

L’astronauta su Artemis II

La missione Artemis II, durata circa dieci giorni, ha segnato il ritorno dell’uomo in orbita lunare per la prima volta dal 1972, portando l’equipaggio — composto da quattro astronauti — alla distanza più grande mai raggiunta dalla Terra.

Nonostante l’alto livello tecnologico e scientifico, il racconto degli astronauti è stato segnato soprattutto da elementi emotivi: senso di fragilità, meraviglia e, in alcuni casi, apertura a domande di tipo esistenziale.

“Non ci sono atei nello spazio”

Qualche settimana fa abbiamo parlato di un altro membro dell’equipaggio, il pilota Victor Glover, che pur essendo già credente ha vissuto la stessa esperienza del capitano Wiseman.

Già mentre si trovavano in orbita, Glover ha inviato diversi messaggi sulla bellezza dell’Universo e della Terra come dono di Dio mentre poco prima di partire aveva detto: «Nell’esercito si dice che nelle trincee non ci siano atei. Posso dire che non ce ne sono neanche nei razzi».

Una battuta umoristica che però, quasi profeticamente, ha incredibilmente anticipato l’esperienza che avrebbe a breve vissuto, di lì a poco il suo capitano Reid Wiseman.







mercoledì 22 aprile 2026

New York, guerra alle suore che curano gratis malati indigenti



Religiose sotto attacco dall’agenda della sinistra americana.
QUI MiL sulla vicenda: “New York / Suore ricorrono in tribunale contro lo Stato che le vuole obbligare a osservare norme pro gay“.
Luigi C
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Ultimatum: o accettate l’agenda Lgbt (bagni gender e pronomi fluidi) o vi chiudiamo


Il Secolo d’Italia, Bianca Conte – 14 Aprile 2026

Alla faccia della carità… Dalla cancel culture all’azzeramento delle barriere di genere, l’ultima frontiera del fanatismo progressista arriva da oltreoceano. Per l’esattezza stavolta da New York. Lì, nel cuore della “democrazia” a targa Dem, le autorità statali hanno messo nel mirino le Suore Domenicane di Rosary Hill, colpevoli a detta del mainstream e delle autorità liberal di un crimine imperdonabile: gestire una casa di cura per malati di cancro indigenti secondo i precetti della carità cristiana e della legge di natura. Ergo: disattente alle scelte di genere.

Come? Per esempio nel non prevedere nella struttura che gestiscono la suddivisione dei servizi igienici rispetto alla rivendicazione del genere di appartenenza. O anche nel non essere pronte e solerti nell’attribuzione dei pronomi che scattano automaticamente, per lo più in considerazione del sesso biologico dell’interlocutore. Ma procediamo con ordine.

New York, i dem dichiarano guerra alle suore: o accettate l’agenda Lgbt o vi chiudiamo

E ripartiamo allora dalla fonte della notizia che Libero rilancia spiegando: «Se la vicenda non fosse uscita sul prestigioso Wall Street Journal penseremmo a uno scherzo di pessimo gusto. Invece è tutto vero. E il giornalista è talmente chiaro che non si resiste alla tentazione di riportare nella prima riga: «Perché i Democratici se la prendono con le suore cattoliche che compiono opere di carità?». Perché in effetti è questa la prima domanda che salta in mente riflettendo sul caso…

Carità sotto scacco


Un caso che ha investito come un treno in corsa le religiose che offrono assistenza gratuita a chi non può permettersi un’assicurazione sanitaria, e che sono state trascinate in tribunale dal Dipartimento di Salute dello Stato. Il motivo? Quanto accennato in apertura per lo più: si rifiutano di piegarsi all’agenda Lgbt. Durante un’ispezione, per esempio, sarebbe emerso che nel centro che le suore domenicane gestiscono, i bagni sono divisi tra uomini e donne. E che i pazienti verrebbero chiamati con i pronomi corrispondenti al loro sesso biologico, e non in virtù dell’identità sessuale dichiarata. Un’ovvietà che, nel magico mondo del giacobinismo arcobaleno, sembra essere diventata un reato.

Le suore di New York tra resilienza e un caso di coscienza

Tanto che, a detta delle fonti citate poco sopra, alle suore sarebbe stato imposto un corso obbligatorio di «competenza culturale» sulla transizione di genere, con la minaccia di multe salatissime, revoca della licenza, e sventolata persino l’ipotesi della prigione in caso le “regole” venissero disattese. E guai a tentare la strada del cerchiobottismo di comodo: le autorità pretenderebbero infatti che le religiose ricorressero a un un lessico politicamente corretto anche in assenza dei pazienti. Una richiesta al limite dell’orwelliano, che passa sopra abitudini e coscienze…

E le sorelle di New York, a fronte di tante e tali richieste, come avranno reagito? Sembra che almeno nelle dichiarazioni d’intenti le religiose non abbiano alcuna intenzione di farsi intimidire e piegarsi ai diktat del politicamente corretto. Tanto che avrebbero già presentato un regolare ricorso federale…