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giovedì 12 marzo 2026

Mentre i progressisti, in Germania e altrove, accelerano il passo, sorge una nuova generazione che comincia a camminare in senso opposto




Pubblicato il 12 marzo 2026


Julio Loredo

Negli ultimi mesi molti osservatori hanno l’impressione che la Chiesa in Germania stia camminando dritta verso uno scisma, soprattutto alla luce degli sviluppi legati al cosiddetto “cammino sinodale”. L’approvazione, da parte della Conferenza episcopale tedesca, degli statuti della nuova “conferenza sinodale” e l’elezione a presidente di monsignor Heiner Wilmer, figura di spicco dell’ala progressista, sembrano confermare questa deriva.

Non sono mancati gesti simbolici eloquenti. Monsignor Wilmer, per esempio, si è presentato con un ciondolo a forma di cuore al posto della tradizionale croce pettorale episcopale. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che interroga: la croce non è un semplice ornamento, bensì il simbolo stesso della fede cristiana. Rinunciarvi, almeno sul piano visibile, è un segnale forte su che cosa si voglia comunicare.

Eppure, nonostante questa impressione di corsa verso la rottura, la situazione è più sfumata. Accanto alla spinta progressista, emergono resistenze interne, dubbi e perfino una rinascita religiosa, soprattutto tra i giovani, che non si lasciano facilmente ingabbiare nelle narrazioni ideologiche dominanti.

Le crepe interne all’episcopato tedesco


Già da tempo varie fonti, sia locali sia vaticane, indicano che l’appoggio al cammino sinodale non è affatto unanime in Germania. Tra il clero più giovane, in particolare, cresce una reazione sempre più consistente contro il “Sinodaler Weg”, percepito come un processo che ha perso la bussola.

Il blog cattolico Catholiced descrive così questo momento: «Il Sinodaler Weg tedesco ha raggiunto un punto che non è più adeguatamente descritto come una fase di tensione o controversia. È ormai chiaro che si tratta di un processo che ha completamente perso ogni coerenza, autorevolezza e credibilità». Parole pesanti, che fotografano un malessere profondo.

Le crepe non riguardano solo i parroci o i giovani sacerdoti, ma anche l’episcopato. Un cardinale e i vescovi di Ratisbona, Eichstätt, Passau e Colonia si sono ufficialmente dissociati dal cammino sinodale, e diverse diocesi hanno già annunciato che non contribuiranno finanziariamente alla nuova struttura sinodale. Questo dissenso tocca il cuore stesso del progetto.

Anche la recente assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca ha messo in luce divisioni significative. Secondo la rivista “Communio”, il voto sugli statuti della futura conferenza sinodale ha evidenziato che il sostegno al nuovo organismo è tutt’altro che unanime: la maggioranza è stata raggiunta con un margine molto risicato, segno che molti vescovi nutrono serie riserve sull’opportunità e sulla legittimità dell’iniziativa.

La spaccatura si è vista anche nell’elezione del nuovo presidente. Monsignor Wilmer è stato eletto solo alla terza votazione, e non con una larga maggioranza, ma con una maggioranza semplice, e non con i classici due terzi che indicano un consenso ampio e forte. Tutto questo mette nelle mani del Vaticano una leva importante nella gestione del confronto con l’episcopato progressista tedesco: Roma può contare su una minoranza non irrilevante di vescovi per frenare eventuali fughe in avanti.

Vecchi sessantottini e giovani in fuga verso la tradizione

Chi spinge dunque per accelerare il cammino sinodale? Una risposta interessante viene dallo stesso ambiente progressista. Qualche mese fa, una dirigente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, vera “fucina” del Sinodaler Weg, ha dichiarato che occorre correre perché “il loro tempo si sta esaurendo”. Il Comitato è infatti formato in larga parte da esponenti della generazione del ’68. Anagraficamente, questa è probabilmente la loro ultima occasione per tentare un ribaltamento radicale della Chiesa.

Il problema, però, è che le nuove generazioni stanno prendendo tutt’altra direzione. Proprio a monsignor Stefan Oster, vescovo di Passau e uno dei presuli che si sono dissociati dal cammino sinodale, l’agenzia “Katholisch Deutschland” ha chiesto di commentare il crescente interesse dei giovani per la fede. La sua risposta è illuminante: «Il fenomeno esiste. Si tratta spesso di giovani che cercano la liturgia, la tradizione e soprattutto un’identità di fede in Cristo».

Il vescovo si augura che da questo nuovo influsso possa nascere «un vero slancio di rinnovamento». È molto significativo che, ai suoi occhi, il vero rinnovamento non venga da ulteriori sperimentazioni, ma da un ritorno alla tradizione. Molti di questi giovani non si sentono affatto attratti dalle parrocchie segnate dal modello di pratica religiosa nato negli anni Sessanta, spesso orizzontale e desacralizzato; preferiscono ambienti dove si respira tradizione, dove la liturgia è solenne, dove la dottrina è chiara e non continuamente negoziata.

Monsignor Oster osserva con realismo: «Probabilmente questi giovani non si sentiranno a proprio agio nelle normali comunità parrocchiali. Dobbiamo riflettere su questo aspetto, dobbiamo aprire spazi e avere referenti in grado di gestire la situazione». È un invito a cambiare approccio, riconoscendo che il modello dominante degli ultimi decenni non ha prodotto i frutti sperati.

La crisi della narrativa progressista

Nel suo discorso di congedo dalla presidenza della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Bätzing, grande promotore della sinodalità, ha dovuto ammettere che la situazione si sta mettendo molto male per i progressisti. Secondo lui, «la vecchia narrativa del progresso si è esaurita ed è stata sostituita dalla paura della perdita, dalla stanchezza e dal sovraccarico».

Questa constatazione è eloquente: per decenni si è puntato su un discorso di “apertura”, “aggiornamento”, “riforma”, nella convinzione che proprio questo avrebbe attirato i lontani e soprattutto i giovani. Oggi, invece, le chiese che hanno inseguito fino in fondo questa logica sono spesso vuote, mentre gli spazi dove si recuperano la tradizione e la chiarezza dottrinale si riempiono.

Bätzing interpreta la reazione conservatrice come una deriva “populista”, che offrirebbe certezze semplici, identificherebbe colpevoli e prometterebbe soluzioni radicali. Ma la realtà sembra più complessa: molti giovani non cercano slogan, bensì radici, identità, una verità che non cambi a ogni stagione culturale.

Non stupisce, dunque, che di fronte alla fuga dei giovani verso la tradizione alcuni progressisti reagiscano in modo scomposto. Emblematica è la decisione dell’arcivescovo Carlos Alberto Brüse Pereira, in Brasile, che ha minacciato la scomunica per chi frequenta le Messe in rito tradizionale. Una misura canonicamente discutibile e, sul piano pastorale, quasi grottesca. Il fatto che le Messe parrocchiali si svuotino mentre quelle tradizionali si riempiono dovrebbe spingere a interrogarsi sulle ragioni di questo fenomeno, non a ricorrere alla forza delle sanzioni.

Notre Dame: una vittoria per l’identità cattolica

La rinascita di una fede più consapevole non riguarda solo la Germania. Negli Stati Uniti, l’Università cattolica di Notre Dame è stata recentemente al centro di un caso significativo. Le autorità accademiche avevano annunciato la nomina della professoressa Susan Ostermann, nota per le sue posizioni abortiste, a direttrice del Liu Institute for Asia and Asian Studies. La notizia ha provocato una reazione immediata tra gli studenti, preoccupati per la coerenza dell’ateneo con la sua identità cattolica.

I giovani hanno organizzato incontri di preghiera e momenti pubblici di protesta, culminati in un Rosario di riparazione presso la grotta di Lourdes nel campus, con la partecipazione di centinaia di studenti. Si trattava, nelle intenzioni iniziali, di una marcia di contestazione (“March on the Dome”), che si è trasformata in una grande veglia di preghiera e ringraziamento quando si è saputo che la professoressa aveva rinunciato all’incarico.

Secondo testimonianze raccolte da Catholic World Report, il rettore, padre Robert Dowd, sarebbe rimasto sorpreso dalla forza e dalla compattezza della reazione studentesca. Molti, forse, davano per scontato che i giovani avrebbero accolto passivamente la nomina, in nome di un generico pluralismo. Invece, hanno difeso pubblicamente la missione pro‑life e cattolica dell’università. Lo studente Max McNiff ha definito l’esito della vicenda «una grande vittoria nella battaglia per l’identità cattolica di Notre Dame».

Giovani in cerca di identità cattolica

L’impressione, guardando questi episodi, è che negli ultimi decenni si sia progressivamente smarrita l’identità cattolica, diluita in correnti teologiche che hanno privilegiato l’adattamento al mondo rispetto alla fedeltà alla Tradizione. Questo ha provocato in molti giovani una vera e propria crisi di identità: cresciuti in ambienti ecclesiali spesso incerti sulla dottrina, frammentati sul piano liturgico e timorosi di proclamare la verità cattolica, essi non trovano più punti fermi.

La reazione che oggi vediamo — il ritorno alla liturgia tradizionale, la richiesta di catechesi solide, l’impegno pubblico in difesa della vita e della famiglia — è il segno di una generazione che non si accontenta di un cristianesimo annacquato. I giovani cercano una fede che impegni tutta la loro esistenza, che dia loro certezze dottrinali e una appartenenza ecclesiale compatta.

La giornalista Niwa Limbu, sul Catholic Herald, sintetizza con lucidità questa situazione: per decenni, molti ambienti progressisti hanno attaccato l’autorità gerarchica, il celibato sacerdotale e l’insegnamento morale della Chiesa. Perché stupirsi, allora, se i giovani si mostrano riluttanti a donare la loro vita a una realtà i cui fondamenti teologici sono continuamente messi in discussione dagli stessi pastori?

Un compito urgente: pregare e ricominciare dalla Tradizione

Di fronte a questi scenari — la crisi del cammino sinodale tedesco, la rinascita di interesse per la tradizione, le battaglie per l’identità cattolica in università prestigiose — appare chiaro che siamo davanti a un bivio. Da una parte, prosegue il tentativo di adattare la Chiesa allo spirito del tempo, nella speranza di risultare più “accogliente” e “moderna”. Dall’altra, nasce, spesso dal basso e soprattutto tra i giovani, una domanda di autenticità, di sacralità, di dottrina chiara.

C’è molto per cui pregare. Ma ci sono anche molti segni di speranza: una nuova generazione che non ha paura di andare controcorrente, che riscopre la bellezza della liturgia tradizionale, che si mobilita per difendere la vita e la fede cattolica nella sfera pubblica. È forse da qui, da questa fedeltà semplice e radicale, che può partire un vero rinnovamento della Chiesa.






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Card. Sarah: “L’Occidente è stato ferito da un orgoglio particolare: quello di credersi così maturo da non aver più bisogno di Dio”


Card. Robert Sarah (foto via Napa Institute)

L’articolo pubblicato su InfoCatólica, nella traduzione da curata da Sabino Paciolla (12 marzo 2026). 





Il cardinale Robert Sarah ha risposto alle critiche mosse dal quotidiano francese La Croix al suo ultimo libro, 2050, in un’intervista pubblicata sul Journal du Dimanche (JDD) [estratto da Le Salon Beige]. Non essendo stato interpellato dal quotidiano che lo aveva criticato, il cardinale guineano ha scelto questo settimanale per esporre il suo pensiero sui grandi temi affrontati nell’opera: la centralità di Dio nel discorso ecclesiale, la permanenza della morale cristiana e le differenze di sensibilità religiosa tra l’Africa e l’Occidente.

Lei afferma che «le grandi linee della teologia, i fondamenti della fede, non devono scomparire di fronte alle mode passeggere o alle opinioni del momento», e sono proprio queste grandi linee che affronta nel suo libro. Allora, quale posto devono occupare «il clima, le migrazioni e le esclusioni», come si chiede La Croix: «Non come temi politici, ma come luoghi teologici»?

Queste realtà sono gravi. Riguardano vite umane, quindi riguardano il cuore della Chiesa. Ma diventano problematiche quando oscurano la centralità di Dio e il discorso ecclesiale sembra non avere altro orizzonte che l’agenda temporale. Sì, si può parlare di «luoghi teologici», a una condizione: che questi luoghi siano illuminati dalla fede e non siano usati come sostituti della fede. Il povero non è solo un caso sociale: è il volto di Cristo. Lo straniero non è prima di tutto un espediente politico: è un fratello che Dio affida alla nostra carità. Il creato non è un idolo verde: è un dono, affidato all’uomo perché lo conservi con gratitudine. Ma se si parla del clima senza parlare del Creatore, se si parla di migrazioni senza parlare della dignità soprannaturale dell’uomo, se si parla di esclusioni senza parlare del peccato e della redenzione, allora si trasforma la Chiesa in un’agenzia morale. La Chiesa non è mai più utile al mondo che quando si dona completamente a Dio.

Nel suo libro ricorda che «la verità del Vangelo non è relativa né adattabile ai costumi dell’epoca». Come spiega che alcuni desiderino che la Chiesa evolva, in particolare per quanto riguarda la morale cristiana?

L’uomo moderno teme la verità quando questa lo obbliga. Preferisce una morale «fluida», senza confini, in cui la coscienza diventa la misura ultima. Ma la coscienza non è un dio: deve essere formata dalla verità. La morale cristiana non è un catalogo di divieti. È la traduzione concreta di un mistero: Dio ha creato l’uomo; Dio lo ha redento; Dio lo chiama alla santità. La complementarità tra uomo e donna non è una costruzione culturale: è inscritta nella creazione ed elevata dal sacramento. Il rispetto per la vita, dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, non è un’opinione: è il riconoscimento che la vita è un dono. Il celibato sacerdotale, nella Chiesa latina, non è una tecnica di gestione: è un segno escatologico, una disponibilità totale, un amore indiviso. Coloro che vogliono adattare il Vangelo ai costumi dell’epoca confondono la misericordia con la rinuncia. La misericordia solleva il peccatore, non rinomina il peccato.

Questa tentazione di «modellare la Chiesa su misura delle contingenze storiche» è più significativa in Occidente, scrive lei, a differenza del continente africano, che si riconosce più umilmente come erede del deposito della fede da trasmettere. Come comprendere queste diverse posizioni?

L’Occidente è stato ferito da un orgoglio particolare: quello di credersi così maturo da non aver più bisogno di Dio. Ha sostituito l’eredità con la sfiducia, la tradizione con il sospetto, l’autorità con la contestazione permanente. Vuole reinventare ciò che ha ricevuto. In Africa, nonostante le debolezze e le difficoltà, spesso rimane una coscienza più semplice: siamo eredi. Abbiamo ricevuto la fede come un tesoro. Un tesoro non si «modernizza»: si custodisce, si trasmette, lo si fa fruttificare. La vera umiltà consiste nell’accettare che la verità ci precede. Ciò non significa che l’Africa sia immune dalle tentazioni. Ma l’atteggiamento fondamentale è diverso: in Occidente si vuole negoziare con la fede; in Africa la si riceve.




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Unione europea, birra, salsicce e leggi del cavolo





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by Aldo Maria Valli 12 mar 2026



di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

“birra e salcicce” chiedeva il maggiordomo Antonio nel tentativo di arruolarsi nella legione straniera. Avendo sbagliato locale, il povero cameriere continuava a portargli birre e salsicce fino a quando il tavolo si è riempito di una montagna di insaccati e bottiglie.

Avranno forse pensato al buon Totò i solerti rappresentanti del Parlamento, della Commissione e del Consiglio dell’Unione europea che, verosimilmente preoccupati del livello di trigliceridi, hanno finalmente trovato un accordo per tutelare i termini “manzo, vitello, maiale, pollame, pollo, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino, caprino, filetto, controfiletto, fianco, lombo, bistecca, costine, spalla, stinco, braciola, ala, petto, fegato, coscia, costata, T-bone, scamone e pancetta”, che possono essere usati solo per prodotti contenenti carne animale. È libero, invece, l’uso di termini come “salsiccia, burger, nuggets”, che possono essere associati anche a prodotti contenenti ingredienti vegetali.

Non c’è che dire: in Europa sanno quali sono le vere priorità. Il conflitto russo-ucraino? Il conflitto israelo-palestinese? Il conflitto statunitense-iraniano? Quisquiglie, pinzillacchere, direbbe sempre il buon Totò. È il “meat sounding” la vera emergenza, per non parlare dell’emergenza climatica (per la verità negli ultimi tempi in ribasso) e del linguaggio inclusivo (sempre in voga).

Così finalmente non si potrà più dire bistecca di zucchine ma in compenso si potrà parlare di burger di carote o di salsiccia di asparagi.

Nulla sfugge alla disciplina europea, attenta a ogni dettaglio.

Mi chiedo, tuttavia, perché in passato non vi fosse necessità alcuna di regolamentare ogni aspetto della nostra esistenza. Forse perché un tempo il buon senso (oggi merce rara) era ancora presente e verosimilmente se qualcuno avesse deciso di commercializzare una braciola di peperoni sarebbe stato preso in giro dal mondo intero e il prodotto sarebbe marcito nei supermercati.

Mi chiedo ancora: saranno riusciti i rappresentanti europei a catalogare tutte le possibili varianti dei tagli di carne presenti sul mercato? Non si potrà più dire fegato di melanzane, ma si potrà forse dire trippa di piselli?

Chissà. Nel frattempo saremo liberi di mangiare salsicce di finocchio e bere birra analcolica, con trigliceridi, colesterolo e tasso alcolemico sotto controllo, e saremo tutelati dalle lenticchie che pretendono di essere riconosciute come bistecche (per lo meno finché qualcuno non si accorgerà che in realtà viene così violata la libertà dei legumi di riconoscersi in un genere diverso); ma soprattutto saremo grati all’Unione europea per le leggi del cavolo che ogni giorno ci regala.



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mercoledì 11 marzo 2026

Il parroco di Qlayaa muore in un bombardamento nel sud del Libano mentre soccorreva un ferito


Padre Pierre El Rahi – © ACN

Articolo scritto da Agencias/InfoCatólica, pubblicato su Agencias/InfoCatólica. (di Sabino Paciolla 11 marzo 2026).


Agencias/InfoCatólica

Padre Pierre El Rahi, parroco della località cristiana di Qlayaa, nel sud del Libano, è morto lunedì 9 marzo mentre soccorreva un parrocchiano ferito da un primo attacco israeliano, quando un secondo proiettile ha colpito la stessa casa. Aveva cinquant’anni. Lo stesso giorno, in un comunicato diffuso dall’Ufficio Stampa della Santa Sede, Papa Leone XIV ha espresso il suo «profondo dolore» per la notizia.

La morte del parroco di Qlayaa

L’attacco è avvenuto alle 14:00, ora locale di Beirut, esattamente una settimana dopo l’inizio dell’intensificazione dei bombardamenti israeliani sul sud del Paese. La sequenza dei fatti è stata ricostruita al telefono da padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini nelle comunità di Tiro e Deirmimas, che ha comunicato la tragedia ai media vaticani ancora sotto shock.

«C’è stato un primo attacco che ha colpito una casa vicino alla sua parrocchia, sulle montagne, ferendo uno dei parrocchiani», ha raccontato il francescano. «Padre Pierre è corso con decine di giovani ad aiutare il parrocchiano; è stato allora che c’è stato un altro attacco, un altro bombardamento sulla stessa casa. Il parroco è rimasto ferito. È stato trasportato in un ospedale locale, ma è deceduto. È morto quasi sulla soglia dell’ospedale».

La settimana precedente, ha ricordato padre Bou Merhi, anche la casa di un altro sacerdote della zona era stata attaccata direttamente. La comunità cristiana aveva resistito. Ora, con la morte di padre Pierre, la situazione è cambiata in modo irreversibile per molti.

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) ha confermato la morte e ha avvertito che le notizie provenienti dalla zona sono «molto inquietanti». L’organizzazione cattolica francese L’Œuvre d’Orient ha condannato con fermezza l’attacco, definendolo «una nuova escalation di violenza cieca» e denunciando che il suo obiettivo è «destabilizzare tutto il Libano e uccidere civili innocenti».

Il Papa esprime il suo dolore

Nel comunicato diffuso dalla Santa Sede, Papa Leone XIV «esprime il suo profondo dolore per tutte le vittime dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, per i molti innocenti, tra cui numerosi bambini, e per coloro che li soccorrevano, come padre Pierre El Rahi, sacerdote maronita ucciso questo pomeriggio a Qlayaa». Il Pontefice, aggiunge il messaggio, «segue con preoccupazione gli eventi e prega per la pronta fine di tutte le ostilità».

La morte di padre Pierre avviene in un contesto di crescenti appelli del Papa alla cessazione delle violenze nella regione. Nel suo discorso dell’Angelus del 1° marzo aveva avvertito che si stava preparando «una tragedia di proporzioni enormi», insistendo sul fatto che «la stabilità e la pace non si ottengono con minacce reciproche né con l’uso delle armi, che seminano distruzione, sofferenza e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, sincero e responsabile».

Una settimana dopo ha alzato nuovamente la voce per chiedere la cessazione del «rumore delle bombe» e l’apertura di «uno spazio di dialogo in cui possa essere ascoltata la voce dei popoli».

Il dolore della comunità e la crisi umanitaria

Padre Bou Merhi ha descritto la situazione della comunità cristiana nel sud del Libano con parole di angoscia e speranza allo stesso tempo. «Sono in lutto per la tragedia e, allo stesso tempo, hanno molta paura», ha detto. Finora, molti avevano resistito agli avvertimenti di evacuazione dell’esercito israeliano, rifiutandosi di abbandonare le loro case nei villaggi cristiani. Con la morte del parroco, ha spiegato, «tutto è cambiato. Lasciare la propria casa significa vivere per strada o cercare di affittare un altro alloggio, ma la gente non può permetterselo, soprattutto data la già precaria situazione economica del Paese».

Il francescano ha quantificato la portata della crisi umanitaria con cifre che parlano da sole: solo a Beirut ci sono circa 500.000 sfollati; quasi 300.000 hanno abbandonato il sud del Paese e altre decine di migliaia hanno lasciato la regione della Bekaa. Il convento francescano di Tiro ospita attualmente circa 200 sfollati, tutti musulmani. «Dove possono trovare rifugio coloro che ne hanno bisogno in questa situazione?», ha chiesto padre Bou Merhi. «Non eravamo preparati ad accogliere quasi un quarto della popolazione».

Nonostante tutto, il francescano si è aggrappato a un messaggio che ripete incessantemente alla sua comunità: «L’ultima cosa che non deve morire in noi è la speranza nel Signore, che ci dà sempre la forza di andare avanti». E ha raccolto il grido che sale dal Libano: «Basta guerra, basta violenza. Le armi, come ha detto il Papa, non generano pace, generano massacri e odio. L’unica cosa che chiediamo è di vivere con un po’ di dignità».

Il cardinale Mathieu, evacuato dall’Iran

In questo stesso contesto di tensione regionale, lunedì si è anche appreso che il cardinale Dominique Mathieu, OFM Conv., arcivescovo di Teheran-Isfahan, ha lasciato l’Iran. Lo ha confermato lui stesso al media cattolico belga CathoBel: «Sono arrivato ieri a Roma, non senza rammarico e tristezza per i nostri fratelli e sorelle in Iran, nell’ambito dell’evacuazione completa dell’Ambasciata d’Italia, sede dell’arcidiocesi. Fino al mio ritorno, pregate per la conversione dei cuori alla pace interiore».

Il cardinale era arrivato a Roma l’8 marzo, due giorni prima che i suoi stessi confratelli francescani confermassero pubblicamente la sua partenza. Il contatto con Mathieu era stato perso dal 28 febbraio, quando sono iniziati gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. L’Ordine dei Frati Minori Conventuali ha precisato il 9 marzo che il cardinale «è al sicuro».

Mathieu, religioso francescano conventuale, è stato nominato arcivescovo di Teheran-Isfahan nel 2021 ed è stato creato cardinale nell’ultimo concistoro celebrato da Papa Francesco, nel dicembre 2024. Secondo il media CathoBel, era l’unico sacerdote delle cinque parrocchie dell’arcidiocesi.

Nei prossimi giorni incontrerà i funzionari della Santa Sede per riferire sulla situazione nel Paese.

La Chiesa cattolica in Iran rappresenta una minoranza molto ridotta: le stime più prudenti parlano di circa 3.500 fedeli, anche se altre fonti elevano questa cifra a 20.000. Il Paese figura costantemente tra i più pericolosi al mondo per i cristiani, con severe restrizioni al culto, il divieto di distribuire la Bibbia in persiano e condanne documentate a membri di minoranze religiose.





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lunedì 9 marzo 2026

Gesù non chiede solo di incontrarlo, ma di insegnare la sua Verità






di Corrado Gnerre

Cari pellegrini, leggo dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti 16-20.

In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono davanti a lui; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, disse loro:

«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

In questo brano vediamo tre verità che vanno tenute ben presenti, soprattutto in questo tempo in cui, purtroppo, esse vengono spesso disconosciute anche all’interno della Chiesa.

La prima verità emerge quando Gesù dà questo imperativo agli apostoli:
«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Gesù, quindi, non solo autorizza, ma di fatto ordina quello che oggi viene chiamato “proselitismo”. Fare proselitismo significa semplicemente fare discepoli: «fate discepoli tutti i popoli». E sappiamo bene che negli ultimi anni perfino il proselitismo è stato spesso criticato o attaccato all’interno della stessa Chiesa cattolica. Eppure qui Gesù comanda chiaramente agli apostoli di fare discepoli tutti i popoli.

La seconda verità si trova alla fine del brano, quando il Signore dice:
«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Qui si manifesta il mistero della Chiesa. La Chiesa è governata sulla terra da uomini, ma il suo vero capo è il nostro Signore Gesù Cristo. È Cristo che ha fondato la Chiesa affinché essa custodisca il deposito della sua verità. Questa verità non cambia, non muta. E proprio per questo il Signore può dire: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Cristo è stato, è e sarà sempre presente nella sua Chiesa e nella sua verità immutabile.

Tra queste due affermazioni si trova una terza verità, sulla quale vale la pena soffermarsi un po’ di più. Gesù dice infatti:

«Fate discepoli tutti i popoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato».

Dunque Gesù non parla solo di fare discepoli, ma anche di insegnare. Insegnare la dottrina.

Negli ultimi decenni si è diffusa una certa riduzione “esperienziale” del cristianesimo. Spesso sentiamo affermazioni di questo tipo: il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona; il cristianesimo è un incontro, e così via.

Di per sé, queste affermazioni contengono una verità. Certamente il cristianesimo è incontro con il nostro Signore Gesù Cristo; è appartenenza a lui, è vivere sotto la sua signoria.

Tuttavia si dimentica un punto fondamentale: da un punto di vista ontologico, la persona di Cristo e la dottrina di Cristo non possono essere separate.

Come si definisce Gesù stesso? Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 14, dice:
«Io sono la via, la verità e la vita».

In Cristo, dunque, la persona e la verità coincidono. Cristo non “decide” di essere vero: Cristo è la verità, perché è il Dio incarnato.

Allo stesso modo, la verità, la bontà e la bellezza — quelle che la filosofia chiama proprietà trascendentali dell’essere — appartengono in modo costitutivo a Dio. Dio non decide di essere vero, buono o bello: Dio è vero, è buono, è bello.

Per questo dire che “il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona” è un’affermazione incompleta e, in un certo senso, sbagliata. Sarebbe più corretto dire: il cristianesimo è una persona, Cristo, e Cristo è anche la verità e quindi la dottrina.

Se diciamo che il cristianesimo è seguire Cristo, non sbagliamo: i cristiani, infatti, sono i seguaci di Cristo. Tuttavia l’errore nascosto in quella formula sta nel voler separare la persona di Cristo dalla sua verità.

Ed è proprio qui che nasce quella riduzione puramente esperienziale del cristianesimo, che rappresenta una deformazione del neomodernismo teologico, a sua volta influenzato da una certa atmosfera di tipo neoprotestante.




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I Padri della Chiesa e certi vescovi di oggi



Articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog.



Leonardo Lugaresi

Come si fa a vivere da cristiani in un mondo non cristiano? Nei primi secoli i nostri padri questo problema se lo ponevano continuamente, e l’hanno affrontato con tanto impegno che, poco alla volta, pur tra mille errori e contraddizioni, sono riusciti ad ‘impregnare di Cristo’ – se mi passate l’espressione – la società in cui vivevano. Proseguendo col linguaggio da imbianchini, potremmo dire che ‘diedero una bella mano di cristianesimo’ sul muro del mondo (o per meglio dire della parte di mondo in cui vivevano). Oggi sulle pareti di ‘casa nostra’ (o per meglio dire quella che ci eravamo abituati a concepire come casa nostra) quell’intonaco cristiano si è quasi completamente scrostato, ma non importa: non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti (At 1,7) e dunque chissà quante ‘mani di cristianesimo’ sul muro dell’umanità si dovranno dare, prima che attacchi veramente. Se mai accadrà, perché come è noto, Cristo ha ipotizzato che, quando il figlio del padrone tornerà a chiudere il cantiere, potrebbe trovare un mezzo disastro (Lc 18,8).

Comunque, i nostri vecchi lavorarono bene. Certo, si resta sconcertati se si pensa a quanto ci misero a ‘cristianizzare’ il loro mondo e quanto poco c’è voluto perché tutto quel gran lavoro andasse in malora nel nostro. Tanto più se si fa caso al paradosso aggiuntivo che proprio là dove sembrava essercene di più, di ‘intonaco cristiano’, la caduta è stata più massiccia e repentina: basti pensare a come si sono ridotti l’Irlanda o il Quebec, paesi in cui sessant’anni fa la Chiesa sembrava fosse tutto e ora non è più niente. L’impressione è quella di una fatica di Sisifo. Tanto per fare un solo esempio: secoli e secoli di duro lavoro per insegnare agli uomini il matrimonio (quello vero: indissolubile ed elevato alla dignità di sacramento da Nostro Signore Gesù Cristo), e poi sono bastati pochi anni, almeno qui in Italia, perché quasi scomparisse dall’orizzonte comune, ridotto a sottospecie minoritaria di una variante minoritaria della ‘convivenza’. Non esagero: nel mio comune, che ha 95.000 abitanti, ci sono stati solo 226 matrimoni nel 2025 (erano 270 nel 2023), e di essi solo 42 sono stati celebrati in chiesa (erano 83 nel 2023!).

Non importa, ripeto: il cantiere della Chiesa resta aperto a tempo indeterminato e il punto, oggi come un tempo, è solo quello di lavorare bene, costruendo ‘a regola d’arte’, anche tra le macerie. Come fecero i cristiani di allora, quando erano poche decine o poche centinaia di migliaia in tutto l’impero romano, ad adempiere al mandato di testimoniare Cristo «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8)? Andarono dappertutto, parlarono con chiunque, senza confondersi mai con nessuno, senza mai conformarsi al mondo (Rm 12,2). Muovendosi in un mondo totalmente pagano, non praticarono affatto quella ‘cultura della separazione’ con cui i giudei osservanti si difendevano dalla contaminazione, ma stettero sempre bene attenti a non cadere in forme di ‘apostasia pratica’. Il mondo ha i suoi idoli, anzi ne è pieno: allora come oggi, il primo problema del cristiano è dunque come ‘stare al mondo’, ma senza idolatria.

Il cristiano può condividere con gli altri uomini quasi tutto ciò che esiste al mondo, dando semmai ai pagani l’esempio di un ‘uso giusto’ dei loro stessi beni, ma da una cosa deve con assoluta certezza astenersi: il culto ad altri ‘dèi’, in qualunque forma, anche indiretta, esso si realizzi. Non può quindi partecipare, mai, ai riti di altre religioni. Nella vita quotidiana di una città dell’impero romano l’applicazione di questo principio poneva continui problemi, a volte non facili da risolvere, perché si trattava di capire ogni volta se e quanto le pratiche sociali fossero ascrivibili ad una modalità di culto degli dèi. Un grande scrittore cristiano dei primi secoli (a mio avviso il più geniale tra i padri latini fino ad Agostino), Tertulliano, scrisse addirittura un trattatello, intitolato appunto De idololatria, per dirimere alcune delle questioni che i cristiani del suo tempo si ponevano. Le soluzioni specifiche che propone sono senz’altro discutibili, ma il criterio no. Ben prima e ben più autorevolmente di lui, del resto, San Paolo l’aveva illustrato con molta chiarezza in 1 Cor 8,1-13, rispondendo alla domanda: “si può mangiare la carne degli animali sacrificati agli idoli?”. È noto che, nella pratica dei sacrifici pagani, agli dèi si sacrificava soltanto una parte delle vittime – il sacrificio integrale, cioè l’olocausto, era piuttoso un’eccezione che la regola. Quel che non andava in fumo a beneficio degli dèi, cioè normalmente le parti più pregiate, veniva venduto (e costituiva così un’entrata non disprezzabile per l’amministrazione dei templi). Possono i cristiani nutrirsi di quella carne lì? Per quanto mi riguarda sì, risponde Paolo, perché è evidente che sono solo bistecche: «noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo» (1 Cor 8,4). Ma poiché se le mangio rischio di scandalizzare qualche mio fratello nella fede che non ha ancora raggiunto tale certezza, certamente me ne astengo, e non solo per non disgustarlo. C’è infatti un rischio ancor più grave: «Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!» (1 Cor 8, 10-11). Attenzione, perché qui c’è un passaggio cruciale: quello stesso gesto che a te, che sai le cose, non fa danno perché comprendi perfettamente che non ha alcun senso religioso e non è in alcun modo una partecipazione indiretta al culto sacrificale pagano, se compiuto per imitazione da un cristiano meno provveduto di te, che ti fraintende e pensa che in fondo certi atti di culto difformi dall’unico culto dell’unico vero Dio si possono compiere senza pericolo, diventa un male oggettivo. Un grande male che la tua spensierata autosufficienza infligge a uno «per il quale Cristo è morto».

Provate ora ad applicare questa mens, questo modo attento e rigoroso di pensare alle cose, al comportamento di quei cristiani (laici, preti, vescovi e cardinali) che oggigiorno partecipano con disinvoltura ad ogni sorta di riti religiosi, forse col retropensiero – se si può dire così – che “tanto Dio è sempre lo stesso per tutti e ogni maniera di venerarlo in fondo va bene”. Così prendono parte, ad esempio, all’iftar del ramadan forse pensando che sia in sostanza la stessa cosa che andare a mangiare una sera qualsiasi a casa di amici o vicini musulmani o invitarli a casa propria. Si chiedono, costoro, quale sia il senso cristiano di una scelta del genere? Che cosa comunichi, e come possa essere interpretata (religiosamente e non solo sul piano delle relazioni sociali) dall’altra parte, e che effetto possa fare, in casa nostra, sui fedeli – in particolare su quei ‘deboli’ di cui Paolo si preoccupava tanto e che oggi sembra normale disprezzare?

Ci pensano, a quello che fanno?



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domenica 8 marzo 2026

La donna? Prima di celebrarla definiamola


(Imagoeconomica)

«La donna? Prima di celebrarla definiamola». E altri tasti che il politicamente corretto e la cultura dominante non vogliono siano toccati

Politicamente corretto

5 cose che l’8 marzo è (quasi) vietato ricordare


Giuliano Guzzo, 07 Marzo 2026

Domani sarà l’8 marzo e, purtroppo, non sarà solo il giorno delle mimose e della celebrazione della donna. Sarà anche, se non soprattutto, un’epifania del politicamente corretto e della cultura dominante. Due facce della stessa medaglia: quella che, in un tempo teoricamente caratterizzato dalla libertà di parola, vede quest’ultima di fatto limitata o scoraggiata. In particolare, a proposito proprio dell’argomento femminile, ci sono alcune cose che l’8 marzo è vietato o quasi ricordare. Vediamo brevemente quali sono, finché ci è ancora consentito farlo.

Celebrare la donna? Prima definiamola


La prima cosa sconveniente da fare l’8 marzo è… definire cosa sia una donna. Paradossale ma vero, in un tempo in cui si moltiplicano esempi di rimozione o, almeno, di confusione sullo stesso termine «donna». Qualche esempio? Nel settembre 2021 la rivista scientifica The Lancet apostrofò le donne come «corpi con le vagine». Poco dopo il dizionario di Cambridge, punto di riferimento imprescindibile per chi approccia la lingua inglese, aggiornò le voci man e woman, ovvero «uomo» e «donna»; in particolare la definizione di «donna», che prima era «essere umano adulto di sesso femminile», è diventata – in chiaro omaggio al gendericamente corretto - «essere umano adulto di sesso femminile oppure persona adulta che vive e si identifica come femmina anche se alla nascita è stata definita di sesso diverso». E gli esempi potrebbero continuare, se non fosse diventato scomodo o sconosciuto – come prova pure il documentario What Is a Woman? (2022) di Matt Walsh – ricordare semplicemente l’ovvio: una donna è una persona adulta di sesso femminile.

Il più grande femminicidio è l’aborto

Posto che chi scrive non intende certo sminuire la gravità dei tanti, troppi casi di donne uccise per mano di uomini che dicevano di amarle, non c’è dubbio che il più grande femminicidio sia l’aborto. In particolare, lo è se si prende in esame il fenomeno dell’aborto selettivo. A suggerirlo non sono dei paladini del patriarcato, bensì delle donne intervenute, nel corso degli anni anzi dei decenni, nella denuncia di quello che non solo è la «prima causa di femminicidio» ma, a ben vedere, è il solo vero femminicidio, se per femminicidio s’intende la deliberata soppressione di un essere umano in quanto appartenente al sesso femminile: l’aborto selettivo. La prima a parlarne, quasi 40 anni fa fu Mary Anne Warren nel suo Gendercide (Rowman & Allanheld, 1985). In Italia a rompere il silenzio sul tema è stata invece Anna Meldolesi, autrice di un testo eloquente già nel titolo - Mai nate (Mondadori, 2011) - con cui si è proposta di raccontare la scomparsa, nel mondo, di 100 milioni di donne. Sì, avete letto bene: 100 milioni di donne mai nate – perché abortite – per il solo fatto d’essere femmine. Una strage silenziosa che continua a livello planetario da troppo tempo.

L’ideologia progressista non fa felici le donne

Da noi il fenomeno è ancora poco conosciuto, ma all’estero, in particolare negli Stati Uniti, si registra il dilagare delle Swfs - acronimo che sta per Single woke females -, ovvero delle donne che, più che un uomo, preferiscono sposare un’agenda: quella politica ultraprogressista. Ora, ma davvero l’espansione delle Swfs costituisce una conquista per la donna? Politicamente scorretto, il quesito pare interessante; soprattutto perché disponiamo di dati per provare a rispondere: sono quelli dell’American family survey del 2022, studio annuale condotto su 3.000 persone. Quello che qui interessa riguarda le donne tra i 18 e i 55 anni che si dichiarano «completamente soddisfatte della propria vita». Una quota che, se tra le madri sposate arriva al 33%, tra le donne senza figli crolla al 15%. Inoltre, le single senza figli hanno circa il 60% di probabilità in più di segnalare sentimenti di solitudine rispetto alla controparte coniugata. Oltre alla condizione affettiva, la felicità pare associata anche a quella ideologica. Se solo il 16% delle donne liberal si ritiene «completamente soddisfatta della propria vita», la stessa quota balza al 31% tra le conservatrici. Un vantaggio dovuto al fatto che queste ultime hanno sia più probabilità di sposarsi, sia più probabilità di essere felici della loro vita familiare.

Gli stupri? L’educazione sessuale non è il rimedio

Un altro tormentone del femminismo 4.0, che l’8 marzo torna in grande spolvero, riguarda il bisogno anzi l’urgenza dell’educazione sessuale nelle scuole come antidoto a violenze ed abusi. Peccato che non esistano studi che dimostrino che, se oggi uno studente viene sottoposto ad un tot di ore di educazione sessuale, tra cinque o dieci anni avrà meno probabilità di essere violento con la donna con la quale starà assieme. Viceversa, sul tema degli stupri c’è una scomoda verità che pochi ricordano. Quale? Eccola: numeri del Viminale alla mano, lo scorso anno si sono consumate 6.382 violenze sessuali; ebbene, di queste, ben il 43,5% ha portato la firma di cittadini stranieri. Praticamente la metà degli stupri, dei palpeggiamenti e di qualsivoglia molestia ai danni delle donne, in Italia, è compiuta da immigrati. Che tuttavia non sono il 43,5% della popolazione, bensì appena il 9%. Non serve a questo punto essere grandi matematici per capire come esista un legame tra flussi immigratori di massa e l’aumento degli abusi sulle donne. Ma pure questa, come noto, è una verità che è assai scomodo ricordare.

Il marito non è un mostro, anzi

Restando in tema di abusi e di relazioni, un’ultima cosa che andrebbe ricordata è che il marito non è un mostro. Si tende infatti a ricordare, anzi a ripetere con non poca enfasi, che «la maggior parte delle violenze si consuma in famiglia». Cosa vera, per carità. Ma posto che non sono solo gli uomini ad agire violenza, va chiarito che il termine «famiglia» in questo caso, più che ad una coppia regolarmente sposata e unita, definisce un rapporto di prossimità. Non qualche fonte conservatrice, infatti, bensì l’Istat ha già chiarito da qualche anno che le coniugate risultano meno esposte a rischi di uccisione rispetto a quelle separate, divorziate o single. Solo le donne vedove – spesso le più anziane e quelle, perciò, verosimilmente con meno vita sociale – si trovano meno esposte a rischi di rispetto alle coniugate. Tutto questo per dire che, se da un lato anche nelle cosiddette famiglie tradizionali i casi di violenza anche atroce talvolta si verificano, dall’altro però il marito non è un mostro; e meno che meno va stigmatizzato il maschio bianco etero e cattolico, il mostro per eccellenza agli occhi della cultura dominante.

Detto ciò – e fatta dunque chiarezza, si spera, su alcuni tormentoni che continuano a circolare così come su delle verità scomode che è ormai vietato affermare - buon 8 marzo, domani, a tutte le donne: laiche e religiose, nonne e mamme, fidanzate e sorelle, amiche e sempre, comunque, riferimenti irrinunciabili.




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