sabato 18 luglio 2026

Il matrimonio: un patto davanti a Dio, immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa








di Cinzia Notaro

Non sentimentalismo, ma un amore gratuito, incondizionato e donato fino alla Croce.

Il matrimonio cristiano non è un semplice contratto tra due persone. Un contratto nasce da un accordo umano e può venire meno quando cambiano le condizioni, gli interessi o le aspettative. Il matrimonio, invece, è un patto, un’alleanza davanti a Dio, un sacramento nel quale gli sposi si donano totalmente l’uno all’altra e Dio stesso sigilla la loro unione con la sua grazia.

Quando un uomo e una donna si sposano davanti al Signore, non promettono soltanto di stare insieme finché tutto sarà facile, finché ci sarà attrazione, entusiasmo o felicità immediata. Essi si promettono un amore fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nella ricchezza e nella povertà. È una promessa di dono totale, perché l’amore vero non si misura da ciò che riceve, ma da ciò che è disposto a donare.

Gli sposi sono chiamati a vivere un amore gratuito, incondizionato e disinteressato. Non un amore fondato sul proprio interesse, sul proprio benessere o sulla propria soddisfazione, ma un amore che cerca il bene dell’altro. È lo stesso amore con cui Cristo ama la sua Chiesa: un amore che non abbandona, che perdona, che attende, che si sacrifica fino alla Croce.

San Paolo ci rivela il modello dell’amore coniugale quando scrive:

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25).

La Chiesa è la Sposa di Cristo e Cristo è lo Sposo fedele che ama fino al dono totale della propria vita. Per questo ogni matrimonio cristiano è chiamato a rendere visibile questo mistero: l’amore degli sposi diventa un riflesso dell’amore eterno di Dio.

Oggi spesso si confonde l’amore con il sentimentalismo. Si pensa che amare significhi provare emozioni intense, attrazione fisica, entusiasmo, passione travolgente. Si idealizza l’altra persona e si crede che quei sentimenti siano sufficienti per costruire una vita insieme.

Ma i sentimenti cambiano. L’attrazione può diminuire, l’entusiasmo può affievolirsi, il carattere dell’altro può rivelarsi diverso da come lo avevamo immaginato. Con il passare degli anni cambiano anche l’aspetto fisico, la salute, le condizioni della vita.

Se il matrimonio è fondato soltanto sulle emozioni, quando queste vengono meno si può pensare che sia finito anche l’amore. Ma il vero amore non coincide con ciò che si sente.

Il vero amore è una scelta quotidiana. È una decisione della volontà illuminata dalla grazia di Dio. È continuare ad amare anche quando costa fatica, anche quando non si riceve nulla in cambio, anche quando bisogna perdonare, ricominciare e portare la croce insieme.

L’amore cristiano è sacrificio. È rispondere al male con il bene, all’offesa con il perdono, all’egoismo con il dono di sé. È amare anche quando non ci si sente amati, perché si cerca il bene dell’altro e non soltanto la propria felicità.

Questo è l’amore che Gesù ci ha mostrato. Egli ci ama anche quando ci allontaniamo da Lui, ci offre sempre il perdono e la possibilità di ricominciare. Il suo amore non dipende dalla nostra perfezione, ma dalla fedeltà del suo cuore.

Quando due persone ricevono il sacramento del matrimonio, non sono più sole. Cristo è presente nella loro unione e dona la grazia necessaria per affrontare le prove della vita. Le difficoltà, le incomprensioni e le tentazioni non significano necessariamente che l’amore sia finito; possono diventare il luogo nel quale l’amore viene purificato e reso più forte.

Come l’oro viene purificato dal fuoco, così anche l’amore cresce attraverso le prove vissute con fede. Se gli sposi si affidano al Signore, la sua grazia può sostenere ciò che umanamente sembra impossibile. Nessuna famiglia è perfetta, perché è composta da persone fragili, ma ogni famiglia può diventare luogo della presenza di Dio.

Molti matrimoni oggi finiscono perché sono costruiti soprattutto sulla dimensione materiale, sull’emozione o sulla ricerca della soddisfazione personale. Quando viene meno l’attrazione, si pensa che non ci sia più nulla da salvare. Ma il Vangelo insegna una logica diversa: amare significa donarsi.

Se l’amore coniugale fosse vissuto nella sua autenticità, sostenuto dalla grazia di Dio, molte crisi potrebbero essere affrontate con conversione, pazienza, dialogo e perdono. L’amore vero non cerca la strada più facile, ma quella più conforme al cuore di Cristo.

La famiglia è stata voluta da Dio fin dalla creazione. È una realtà sacra, il luogo dove nasce la vita, dove si impara ad amare, a perdonare, a servire e a pregare. È la prima scuola della fede, la prima Chiesa domestica.

Nel racconto della Genesi, Eva, cedendo alla tentazione, trascina Adamo nella disobbedienza. La tradizione della Chiesa vede nella Vergine Maria la Nuova Eva: con il suo “sì” a Dio diventa cooperatrice dell’opera della salvezza.

Maria, con la sua obbedienza e la sua umiltà, mostra la strada dell’amore vero. Ogni donna cristiana, guardando a Maria, è chiamata ad aiutare il marito ad avvicinarsi a Dio, così come anche il marito è chiamato ad accompagnare la moglie verso la santità. Gli sposi sono chiamati a sostenersi reciprocamente nel cammino verso il Cielo.

Quando una famiglia si divide, le ferite ricadono spesso anche sui figli. Essi possono crescere con la paura che l’amore sia fragile e provvisorio, possono perdere fiducia nella stabilità della famiglia e portare dentro di sé ferite profonde.

I figli imparano soprattutto dall’esempio. Se vedono genitori che nelle prove pregano, si affidano al Signore, si perdonano e cercano di custodire il loro matrimonio, comprendono che l’amore è una scelta che si rinnova ogni giorno.

Per questo è importante educare i figli a ricorrere anzitutto all’aiuto di Dio. I mezzi umani sono importanti, ma senza la grazia del Signore il cuore dell’uomo rimane fragile.

Gesù ci ricorda:

«Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).

Esistono certamente situazioni molto dolorose, come la violenza fisica, psicologica o altre forme di grave abuso, nelle quali è necessario allontanarsi per proteggere la propria vita e quella dei figli. Custodire la propria dignità e la propria sicurezza è un atto di responsabilità davanti a Dio.

Anche in queste circostanze il cristiano è chiamato a non perdere la speranza. Nulla è impossibile a Dio. Egli può guarire le ferite, cambiare i cuori e aprire strade nuove. Chi soffre può affidare tutto al Signore, sapendo che Egli non abbandona mai i suoi figli.

Il matrimonio cristiano è una vocazione alla santità. Gli sposi non sono chiamati soltanto a vivere insieme, ma ad aiutarsi reciprocamente a diventare santi.

La Chiesa, attraverso la voce dei Padri e dei santi, ci ha sempre ricordato la grandezza del matrimonio cristiano. Le loro parole ci aiutano a comprendere che l’amore tra un uomo e una donna non è soltanto un sentimento umano, ma una chiamata alla santità, un cammino nel quale gli sposi imparano ad amare con il cuore stesso di Dio.

San Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa, ha scritto parole profonde sulla vita degli sposi:

«Il marito e la moglie devono essere come una sola anima in due corpi.»

E ancora:

«Fa’ della tua casa una Chiesa.»

Per San Giovanni Crisostomo la famiglia è il primo luogo dove si vive il Vangelo. La casa cristiana non è soltanto un luogo dove si abita, ma un luogo dove Dio deve essere presente, dove gli sposi pregano, si sostengono, si perdonano e camminano insieme verso la santità.

Sant’Agostino, riflettendo sul sacramento del matrimonio, insegna:

«Nel matrimonio si amano tre beni: la fedeltà, la prole e il sacramento.»

La fedeltà custodisce l’amore degli sposi, i figli sono un dono prezioso affidato da Dio e il sacramento rende il matrimonio un segno dell’amore fedele e indissolubile di Cristo per la sua Chiesa.

Sant’Ambrogio ricorda che la famiglia deve essere una scuola di virtù, perché proprio nella quotidianità si impara ad amare. La pazienza, il perdono, la capacità di servire e di sacrificarsi sono i passi attraverso i quali l’amore cresce e diventa sempre più simile a quello di Cristo.

Sant’Ignazio di Antiochia invitava gli sposi a vivere il loro matrimonio sotto lo sguardo di Dio, affinché la loro unione fosse secondo il Signore e non soltanto secondo i desideri umani. L’amore coniugale, quando è affidato a Dio, diventa una strada di salvezza.

Tertulliano descrive con grande bellezza la vita degli sposi cristiani:

«Come potrò descrivere la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione sigilla, gli angeli annunciano e il Padre riconosce? Essi pregano insieme, si inginocchiano insieme, digiunano insieme; si istruiscono a vicenda, si esortano a vicenda, si sostengono a vicenda.»

Questa immagine mostra il vero significato della famiglia cristiana: due persone che non camminano semplicemente l’una accanto all’altra, ma che si aiutano reciprocamente a raggiungere Dio.

San Tommaso d’Aquino insegna che amare significa volere il bene dell’altro. Questa è la differenza tra il vero amore e l’egoismo: l’amore autentico non cerca di possedere l’altro, ma desidera che l’altro raggiunga il suo bene più grande, che è Dio.

San Giovanni Paolo II ha dedicato tutta la sua vita alla difesa della dignità dell’amore umano e della famiglia. Egli scrive:

«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile se non gli viene rivelato l’amore.»
(Redemptor Hominis, 10)

L’uomo e la donna comprendono veramente se stessi soltanto quando imparano a donarsi. L’amore ricevuto e donato è ciò che dà senso alla vita.

Papa Benedetto XVI, nella Deus Caritas Est, ricorda:

«L’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, ma il bene dell’amato.»

Questo è il cuore dell’amore cristiano: uscire da se stessi per prendersi cura dell’altro, nonostante le difficoltà e le fragilità.

Santa Teresa di Calcutta ha espresso con parole semplici una grande verità:

«Amare significa dare fino a quando fa male.»

L’amore vero comporta sacrificio, perché ogni dono autentico costa qualcosa. Ma proprio nel dono di sé si trova la gioia più profonda.

San Francesco di Sales ricordava agli sposi di custodire un affetto tenero, costante e sincero, perché l’amore non vive soltanto nei grandi gesti, ma anche nelle piccole attenzioni quotidiane, nella pazienza, nella gentilezza e nella cura reciproca.

Santa Gianna Beretta Molla, moglie e madre, ha testimoniato con la sua vita che l’amore coniugale è una vocazione al dono totale. Il suo esempio mostra che l’amore cristiano non è una semplice emozione, ma una scelta vissuta fino al sacrificio.

Anche la vita di tanti santi sposi mostra che il matrimonio può diventare una via di santità.

I beati Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini hanno vissuto il loro matrimonio come un cammino verso Dio, dimostrando che marito e moglie possono aiutarsi reciprocamente a crescere nella fede e nella carità.

I santi Luigi e Zelia Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux, hanno vissuto un amore coniugale profondamente cristiano, fondato sulla preghiera, sul lavoro, sulla fedeltà e sull’affidamento totale alla volontà di Dio.

Santa Elisabetta Canori Mora è un esempio luminoso di fedeltà eroica nelle difficoltà del matrimonio. La sua vita mostra che anche nelle sofferenze più grandi il Signore può sostenere il cuore di chi ama e rimane fedele.

I coniugi Ulma, martiri insieme ai loro figli, hanno testimoniato che l’amore familiare può arrivare fino al dono della vita, perché quando Cristo è al centro della famiglia l’amore diventa più forte anche della paura e della morte.

Tutti questi esempi ci ricordano che il matrimonio cristiano non è il cammino di due persone perfette, ma di due persone fragili che si affidano alla grazia di Dio. Gli sposi non sono chiamati a salvarsi da soli, ma a lasciarsi trasformare dall’amore di Cristo.

Gesù ha promesso:

«Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6).

Questa parola non è un peso, ma una promessa: Dio non abbandona ciò che Lui stesso ha benedetto. Egli accompagna gli sposi nelle gioie e nelle prove, sostiene chi cade, consola chi soffre e dona la forza di ricominciare.

Il matrimonio è una strada verso il Cielo. Ogni sacrificio offerto per amore, ogni perdono donato, ogni sofferenza vissuta con fede diventa partecipazione alla Croce di Cristo e quindi alla sua Risurrezione.

Quando gli sposi mettono Dio al centro della loro vita, la famiglia diventa una piccola Chiesa domestica, un luogo dove il mondo può vedere un riflesso dell’amore di Dio.

Perché il vero amore non passa con il tempo, non dipende soltanto dalle emozioni e non viene meno davanti alle difficoltà. Il vero amore nasce da Dio, perché Dio stesso è Amore.

«La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).






venerdì 17 luglio 2026

Sola Scriptura? No, grazie! Come ho capito il clamoroso errore



Un ex evangelico e il “sola Scriptura” insegnato da Lutero: compreso l’errore è iniziato il viaggio verso il cattolicesimo.



di A.M.* 16 lug 2026

Qual è il momento decisivo che segnò l’inizio del mio cammino dal Protestantesimo verso la Chiesa Cattolica?

Se dovessi indicarlo non parlerei anzitutto di Maria, del Purgatorio o del Papato, come molti immaginano, bensì della progressiva presa di coscienza dell’insostenibilità del principio formale della Riforma, il sola Scriptura.

Mi riferisco all’idea secondo cui la Sacra Scrittura costituirebbe l’unica regola infallibile della fede cristiana e l’unica autorità normativa capace di vincolare la coscienza del credente.

Così infatti recita la maggior parte delle “dichiarazioni di fede” delle innumerevoli denominazioni protestanti.

La Bibbia smentisce il “sola Scriptura”!

Per molti anni avevo considerato tale principio non soltanto evidente, ma addirittura lapalissiano.

Eppure, man mano che approfondivo lo studio della Bibbia, della storia della Chiesa antica e della stessa teologia protestante, cominciai a rendermi conto che la prima e più grave difficoltà consisteva proprio nel fatto che, paradossalmente, la dottrina del sola Scriptura non sembra essere insegnata in alcun punto della Scrittura!

Il celebre passo di 2 Timoteo 3,16-17 afferma certamente che «tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare», ma non sostiene mai che la Scrittura sia l’unica fonte normativa della Rivelazione, né che ogni altra autorità ecclesiale debba essere esclusa.

Al contrario, lo stesso apostolo Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a custodire le tradizioni ricevute «sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Tessalonicesi 2,15), ponendo dunque sul medesimo piano normativo l’insegnamento scritto e quello orale.

E quando definisce la Chiesa «colonna e sostegno della verità» (1 Timoteo 3,15), attribuisce a quest’ultima una funzione che difficilmente può essere conciliata con l’idea di una comunità ridotta a semplice spettatrice della Parola scritta.

Divisione dei protestanti è coerenza logica

La crisi del mio paradigma protestante divenne ancora più profonda quando iniziai a interrogarmi sul problema ermeneutico dell’interpretazione.

Supponiamo pure, infatti, che la Scrittura sia l’unica autorità infallibile: chi possiede l’autorità di stabilire quale interpretazione della Scrittura sia corretta?

La storia stessa della Riforma sembrava costituire una confutazione pratica della soluzione proposta.

Martin Lutero, Ulrico Zwingli e Giovanni Calvino condividevano il medesimo principio del sola Scriptura, e tuttavia giunsero a conclusioni radicalmente differenti riguardo all’Eucaristia, alla predestinazione, al rapporto tra Chiesa e Stato e a numerose altre questioni centrali.

Più studiavo la storia del Protestantesimo, più mi appariva evidente che la proliferazione delle denominazioni (se ne contano attualmente oltre 45.000!) non rappresentava un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica del principio stesso.

Se infatti ogni credente, ogni pastore o ogni comunità possiede il diritto ultimo di interpretare la Scrittura secondo il principio del cosiddetto “libero esame”, allora nessuna autorità visibile sarà mai in grado di dirimere definitivamente le controversie dottrinali.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque osservi il panorama ecclesiale contemporaneo: Battisti che rigettano il battesimo dei neonati e Presbiteriani che lo difendono; Pentecostali che considerano essenziale il parlare in lingue e Riformati che lo ritengono cessato con gli Apostoli.

E ancora: comunità che insegnano la possibilità di perdere la salvezza e altre che sostengono l’impossibilità di perderla; chiese che ordinano donne al ministero pastorale e altre che lo considerano contrario alle direttive apostoliche.

Congregazioni che benedicono le unioni omosessuali e altre che le giudicano incompatibili con il Vangelo.

Tutti citano la stessa Bibbia, ma giungono a conclusioni diametralmente opposte!

Sant’Ireneo mi ha aperto gli occhi

Fu allora che compresi la straordinaria forza dell’argomentazione formulata già nel II secolo da Ireneo di Lione contro gli gnostici.

Invece di appellarsi esclusivamente alla Scrittura, Ireneo richiamò la successione apostolica dei vescovi come criterio pubblico, oggettivo e verificabile della vera dottrina:

«Possiamo enumerare coloro che dagli Apostoli furono costituiti vescovi nelle Chiese e i loro successori fino a noi»1.

Ancora più sorprendente fu leggere il celebre passo in cui egli attribuì alla Chiesa di Roma una posizione peculiare: «Con questa Chiesa, a motivo della sua preminente autorità, deve necessariamente accordarsi ogni Chiesa»2.

Ciò che mi colpì non fu soltanto il contenuto dell’affermazione, ma la sua datazione: circa l’anno 180 d.C.

Era difficile sostenere che idee del genere fossero semplicemente invenzioni medievali!

La Chiesa e la verità

Fu così che il mio viaggio di ritorno verso Roma cessò di essere una semplice revisione di alcune dottrine particolari e divenne il riconoscimento di una verità più profonda.

Cioè che il Cristianesimo non è stato consegnato a una moltitudine di interpreti indipendenti, ma a una Chiesa cattolica, apostolica e romana, visibile e dalla storia bimillenaria, chiamata a custodire e a trasmettere integralmente la fede ricevuta dagli Apostoli fino alla fine dei tempi.




*(ex) predicatore cristiano evangelico



giovedì 16 luglio 2026

Di fronte a Dio, radicati in Cristo: la Messa in latino, la Tradizione e l’ortodossia – Parla l’arcivescovo Agüer


Arcivescovo Hector Aguer

Articolo scritto dall’Arcivescovo Héctor Aguer, pubblicato su Rorate Caeli. Traduzione curata da Sabino Paciolla. 



Arcivescovo Héctor Aguer*, 13 luglio 2026

Il sempre ricordato Papa Benedetto XVI — che è del tutto possibile venga un giorno proclamato Dottore della Chiesa — ha cercato, attraverso il suo Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, relativo ai due usi dell’unico Rito Romano nelle sue forme ordinaria e straordinaria, di liberalizzare la celebrazione della Messa comunemente chiamata “tradizionale”, «tridentina», «di San Pio V» o «Messa di tutti i tempi». Lo fece con l’intento di contribuire alla pace liturgica e per il rispetto dovuto a un uso antico e venerabile. In questo modo, qualsiasi sacerdote avrebbe potuto celebrare la «Messa in latino» senza bisogno di permessi speciali e senza il rischio di ritorsioni motivate ideologicamente da parte di alcuni vescovi.

Nella lettera ai vescovi di tutto il mondo che accompagnava il Motu Proprio, il Pontefice sottolineava che ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente vietato del tutto o addirittura considerato dannoso. Dio solo sa quanto abbia sofferto il Papa tedesco quando, quattordici anni dopo, il 16 luglio 2021, il suo successore al pontificato ha revocato quella normativa con un tratto di penna e ha imposto restrizioni draconiane al Vetus Ordo. Qualcosa di quella sofferenza è stato rivelato nei giorni scorsi da colui che fu il suo fedele segretario personale, l’arcivescovo Georg Gänswein.

Traditionis Custodes, emanato cinque anni fa, lungi dal chiudere le ferite, non ha fatto altro che approfondirle. E contrariamente a quanto cercava di ottenere il suo promotore, ha contribuito a un crescente interesse per la Tradizione e l’Ortodossia — specialmente tra i giovani. Oggi, buona parte delle conversioni avviene tra coloro che preferiscono l’uso antico. E la trasmissione della fede, in misura significativa, non avviene più dai genitori ai figli, ma dai giovani ai giovani. Ricordo qui ciò che ho detto in tante occasioni: sono stato ordinato sacerdote nel 1972 secondo il Novus Ordo e non ho mai celebrato nella forma straordinaria.

Il Mistero, senza dubbio, continua ad affascinare i cuori. E di fronte a un mondo di relazioni fluide, che affoga nel vuoto e nella disumanizzazione — un mondo che afferma con arroganza di vivere nella post-verità, nel post-umanesimo e nel post-cristianesimo — Cristo, la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6), riafferma tutti i suoi diritti. Egli mostra che attraverso di lui, al cospetto del Padre, nello Spirito Santo, l’esistenza umana trova il suo pieno significato, in vista del Futuro migliore che ci attende. L’esortazione paolina ai Colossesi risuona così con rinnovato vigore: radicati e fondati in lui, e saldi nella fede (Col 2,7). Si tratta, quindi, di non lasciarsi asservire dal vuoto di una filosofia ingannevole ispirata a tradizioni puramente umane e agli elementi del mondo piuttosto che a Cristo (cfr. Col 2,8).

Non saranno, quindi, né la persecuzione né le misure estreme del progressismo a poter fermare questo movimento in crescita — che, come abbiamo visto, va ben oltre la semplice moda. Infatti, la moda degli ultimi sessant’anni è stata quella di fare del Novus Ordo — anche in contrasto con quanto stabilito dalla Sacrosanctum Concilium — uno strumento di devastazione liturgica in cui tutto è permesso.

Le quattro Preghiere Eucaristiche del Messale riformato sembrano essere state sostituite dalla «Preghiera Eucaristica Zero» — ovvero, qualunque cosa capiti in mente al celebrante del momento.

Questo e altri crolli dottrinali, morali e disciplinari hanno svuotato i seminari e i conventi, scatenato massicce defezioni dal clero e dalla vita religiosa e provocato un’emorragia nella Chiesa. In questo modo sono cresciute varie denominazioni evangeliche — alimentate da cattolici scandalizzati. Si sono ingrossate anche le file dei non credenti, così come quelle di coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna religione. In Argentina, ad esempio, negli ultimi sei decenni la percentuale di cattolici è scesa dal novanta per cento al cinquantasette — e con una tendenza al ribasso che continua. Ecco dove ci ha portato il modernismo, insieme alla «svolta antropologica» rahneriana, alla teologia della liberazione e alla sua variante locale argentina, la teologia del popolo. Un modello che, come si può osservare, si ripete con diverse variazioni in molti paesi. Un popolo privo di una solida teologia finisce per non conoscere Dio — e le conseguenze sociali di ciò sono drammatiche.

Un dato sorprendente: oggi nella Chiesa si predica poco sulla vita eterna, sulle Cose Ultime e sulla gloriosa venuta di Nostro Signore. Nel frattempo, alcuni magnati della tecnologia parlano dell’Anticristo e organizzano incontri con uomini d’affari e potenti per proteggersi da esso. L’«apocalisse della Silicon Valley» sostiene che la Terra non sia più un luogo sicuro — e che nemmeno Marte, dove cercano di trasferirsi, sarà al sicuro, poiché anche lì, temono, finirà per arrivare un’intelligenza artificiale incontrollata e vendicativa. Chi avrebbe mai immaginato, solo pochi anni fa, che avremmo assistito a tutto questo?

Non è certo facile, senza alcun dubbio, sanare tanti mali del corpo ecclesiale — mali che si sono aggravati durante il secondo decennio e ben oltre nel terzo di questo secolo. È giunto il momento della grandezza, della solidità dottrinale e del conseguente ripristino della disciplina — senza favoritismi né prospettive ideologicamente distorte. Si parla molto di leggere i segni dei tempi e di saper ascoltare. Magari oggi potessimo udire la voce del Signore e non indurire i nostri cuori (cfr. Sal 95,7–8).

Ho ottantatré anni e vivo in una casa per sacerdoti — una sorta di casa di riposo per il clero. Mi muovo pochissimo e non esco quasi mai dalla mia stanza, se non per recarmi in cappella. So che molto presto il Signore mi chiamerà alla sua presenza — Lui che ho cercato di amare e servire nel miglior modo possibile, nonostante i miei peccati e i miei limiti. E in vista di quel rendiconto, sto cercando di prepararmi con maggiore preghiera e con l’offerta delle mie attuali sofferenze.

In questo crepuscolo della mia vita, una delle più grandi soddisfazioni che mi restano è quella di aver ordinato, come arcivescovo di La Plata, quarantanove sacerdoti e tre diaconi in cammino verso il sacerdozio. Molti di loro — giovani e coraggiosi, zelanti custodi della sana dottrina — prestano oggi servizio in comunità in crescita, caratterizzate da una liturgia curata, da un’attenzione pastorale paziente e da zelo missionario. Da queste comunità stanno emergendo vocazioni per tutta la Chiesa: per il matrimonio e la famiglia, per il sacerdozio e la vita religiosa. Loro e i loro figli spirituali costituiscono gran parte della consolazione e della speranza di questo anziano vescovo.



*emerito di La Plata, Argentina, Buenos Aires





Il Cardinale Burke: “Bisogna Fermare la Sinodalità”




Intervista del card. Raymond L. Burke pubblicata da News. Il cardinale statunitense mette in discussione le basi teologiche di tale dottrina, critica le procedure “sinodali” controllate adottate nell’ultimo concistoro e sollecita uno studio approfondito del suo impatto sulla Chiesa.


The College of Cardinals Report


CITTÀ DEL VATICANO, 15 luglio 2026 

Il cardinale Raymond Burke ha espresso serie preoccupazioni in merito all’uso della “sinodalità” in un recente concistoro cardinalizio, avvertendo che l’attuale metodologia rischia di compromettere il dibattito aperto all’interno del Sacro Collegio e di oscurare questioni cruciali per la Chiesa.

Parlando al College of Cardinals Report il 28 giugno, a seguito del concistoro convocato da Papa Leone il 26 e 27 giugno, il cardinale Burke ha accolto con favore il rinnovato incontro dei cardinali, un evento che, come ha sottolineato, non si verificava da molti anni sotto il pontificato di Francesco, e ha descritto l’opportunità di un maggiore scambio fraterno come un “frutto grandissimo”.

Ma ha anche espresso preoccupazione per il fatto che la struttura dell’incontro limitasse una discussione significativa, avendo adottato un formato modellato sui processi “sinodali”, con i cardinali divisi in piccoli gruppi e guidati da domande predefinite.

Egli sosteneva che questo approccio impediva un confronto approfondito e riduceva il feedback a riassunti basati sul consenso, escludendo potenzialmente punti di vista dissenzienti ma importanti dalla possibilità di giungere al Papa.

“I resoconti riportano solo ciò su cui tutti i cardinali si sono trovati d’accordo”, ha affermato il cardinale Burke, aggiungendo che le prospettive non condivise dalla maggioranza possono essere omesse nonostante la loro importanza.

Ha descritto la sessione finale, condotta nel tradizionale formato di dibattito aperto, come la parte più produttiva dell’incontro, sebbene limitata dal tempo. La libera discussione, alla presenza del Papa, ha rispecchiato la modalità con cui si svolgevano in passato i concistori cardinalizi.

Nel complesso, ha affermato che il concistoro è stato un processo “molto controllato”, che includeva l’apparente preselezione dei moderatori delle discussioni e le limitate opportunità di intervento libero. A suo avviso, ciò rischiava di sminuire il ruolo dei cardinali come consiglieri del Papa.

Rivolgendosi al crescente utilizzo del termine “sinodalità” nella Chiesa, il cardinale Burke ha messo in discussione con fermezza il suo fondamento teologico e storico, descrivendolo come un concetto privo di una chiara definizione o di precedenti nella tradizione ecclesiastica. Pur riconoscendo che i sinodi esistono da tempo come incontri consultivi occasionali, ha sottolineato che non sono elementi costitutivi della natura della Chiesa.

«Non esiste una definizione di sinodalità, non ha una storia nella Chiesa», ha affermato, esprimendo preoccupazione per la fusione di strutture consolidate, come i concistori, con quello che considera un concetto non definito.

Citando l’insegnamento di San Paolo sulla trasmissione della fede — “Vi ​​trasmetto quello che io stesso ho ricevuto” — Burke ha sostenuto che la continuità è essenziale e assente nelle attuali formulazioni della sinodalità.

«Dobbiamo quindi insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi e venga condotto uno studio molto serio sull’intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime», ha affermato.

Il cardinale ha inoltre messo in guardia dal rimodellare le consolidate strutture ecclesiali sulla base di quella che ha definito un’idea contemporanea e non sufficientemente approfondita. “La Chiesa non attraversa cambiamenti di paradigma”, ha affermato, respingendo il linguaggio utilizzato nei dibattiti sinodali e in altre discussioni che suggeriva un cambiamento radicale di direzione per l’insegnamento o la missione della Chiesa.

Il cardinale ha inoltre avvertito che un’eccessiva attenzione alle problematiche contemporanee rischia di conformare la Chiesa a mentalità secolari, anziché consentirle di affrontare il mondo moderno partendo dalla propria continuità dottrinale e storica.

«Sono fiducioso che il Signore proteggerà la Chiesa», ha affermato, «ma noi dobbiamo fare la nostra parte per dire: “No, questo concetto di sinodalità, pur avendo una buona motivazione, ovvero quella di voler affrontare la fede dei tempi contemporanei, è fondamentalmente errato”».

L’intervento del Cardinale

Una parte significativa dell’intervento del cardinale Burke durante la discussione libera del concistoro si è concentrata sul Gruppo di studio sinodale 9, un rapporto presentato il mese scorso alla Segreteria del Sinodo che gli osservatori hanno criticato come un tentativo di minare l’insegnamento della Chiesa normalizzando le relazioni omosessuali al suo interno.

«La verità riguarda la natura delle cose e i loro fini propri», ha affermato il cardinale Burke nell’intervista del 28 giugno. «Non si tratta di inclinazioni, desideri o progetti personali, che sono molto soggettivi, e quindi non si tratta di adattare l’insegnamento della Chiesa ai miei desideri o alle mie inclinazioni».

Gli esseri umani, aggiunse, trovano la felicità “quanto più comprendiamo la verità su noi stessi, sul mondo e sulla nostra vera finalità”.

Il cardinale Burke, nel suo intervento, ha criticato il rapporto anche per aver calunniato l’apostolato Courage, che sostiene i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso nel vivere una vita casta. Ha affermato che le affermazioni fatte su Courage nel rapporto erano inaccurate e non sufficientemente verificate.

«Come ha potuto la Chiesa, in un rapporto diffuso in tutta la Chiesa, non verificare se quanto affermato da quel testimone, o chiunque fosse, riguardo a Courage fosse vero? Ma non l’hanno fatto», ha detto il cardinale Burke. Ha osservato che non sorprende quindi che ora alcuni vescovi stiano «incoraggiando l’agenda LGBTQ, dicendo: guardate, la Chiesa sta cambiando il suo insegnamento, siate coraggiosi, andate avanti».

Nel suo intervento, il cardinale ha anche fatto notare che un arcivescovo aveva scritto una lettera affermando che era evidente che Papa Leone condividesse tale opinione, in quanto “non parla di morale sessuale”. “Beh, è ​​assolutamente irresponsabile dire o scrivere una cosa del genere”, ha commentato il cardinale.

Reagendo alla notizia che il rapporto di studio del Gruppo sinodale 9 verrà rimandato alle diocesi durante le fasi di attuazione del Sinodo sulla sinodalità, ha affermato: “È iniquo; non dovrebbe accadere”. Ha aggiunto di aver detto ai cardinali che il processo sinodale “deve essere fermato”, precisando che “qualunque cosa sia, deve essere completamente fedele a ciò che insegna la Chiesa e alla santità della vita della Chiesa”.

Il cardinale, che ha rilasciato queste dichiarazioni al College of Cardinals Report poco prima delle consacrazioni illegittime di quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha anche sottolineato l’assenza di discussione su tale questione, che egli considera un grave atto scismatico, e su altre questioni urgenti, tra cui lo status della Messa tradizionale in latino.

Ha criticato le restrizioni imposte dalla Traditionis Custodes , descrivendole come una “persecuzione” di coloro che si nutrono spiritualmente attraverso il culto secondo l’Usus Antiquior (Uso più antico) del rito romano. “Non ci possono essere dubbi nella mente di nessuno, e Papa Benedetto XVI lo ha chiarito in modo inequivocabile: [il vetus ordo ] è un bene eterno nella Chiesa”, ha affermato, suggerendo che Papa Leone potrebbe rivedere o modificare la normativa, ricordando che i documenti papali possono essere modificati dai successori.

«È una forma del rito romano che è stata celebrata per più di quindici secoli», ha sottolineato. «È semplicemente bellissima e i fedeli sono stati nutriti spiritualmente da questa forma del rito latino. Dovrebbe essere consentita liberamente».

«È stato un grande arricchimento per me come sacerdote e vescovo», ha affermato. «La maggior parte dei fedeli sono cattolici devoti che cercano di vivere la propria fede nel modo più intenso possibile e di trasmetterla. Una delle caratteristiche della comunità tradizionale della Messa in latino è la presenza di molti bambini, e i genitori sono molto attenti a trasmettere loro la fede cattolica».

Come possibile soluzione, ha auspicato l’istituzione di un organismo vaticano dedicato al sostegno dei cattolici aderenti alla forma più antica del rito romano. “Abbiamo bisogno di un dicastero”, ha affermato, affinché i cattolici che desiderano celebrare secondo la forma straordinaria “possano ricevere tutti i sacramenti” secondo le forme liturgiche precedenti.

Pur criticando la sinodalità e il concistoro, il cardinale Burke ha concluso con una nota di cauto ottimismo, esprimendo fiducia nella Divina Provvidenza e nella costante guida di Cristo sulla Chiesa.

«Il nostro Signore è sempre il capo della Sua Chiesa. Noi restiamo con Lui. Non ci allontaniamo da Lui perché siamo insoddisfatti di come vanno le cose nella Chiesa», ha affermato. «Dobbiamo, prima di tutto, applicare la saggezza alla situazione e poi avere il coraggio di parlare di queste questioni e arrivare alla verità».








Il cardinal Sarah denuncia il ricatto UE all'Africa



Invitato dal gruppo europarlamentare ECR il cardinale non gira intorno alle parole, anzi ne smaschera l'uso distorto per veicolare e imporre anche fuori dall'Europa una visione antropologica contraria alla fede e alla ragione, artificiosamente creata nei «corridoi di Bruxelles». Un discorso che parla anche all'interno della Chiesa stessa.


La sfida
Gender e nuovi diritti 


Stefano Fontana,  15-07-2026 

«Ebbene, onorevoli parlamentari, io chiedo, con rispetto, ma con altrettanta fermezza, che le parole uomo, donna, matrimonio, famiglia non siano ridotte a costrutti sociali modificabili a piacimento dalle mode ideologiche del momento, ma custodite come dati ontologici della realtà». Queste le parole centrali del coraggioso discorso del cardinale Robert Sarah ad un evento svolto presso il parlamento dell’Unione Europea, che riprende la linea dei grandi discorsi di Benedetto XVI a Berlino, Parigi e Londra, e che costituisce una condanna solenne per come l’Unione Europea gestisca un «sistema» di imposizione alle persone e ai popoli di una visione antropologica artificiosamente creata nei «corridoi di Bruxelles» contraria alla ragione e alla loro fede. Si tratta di un discorso “duro”, con critiche documentate allo sfruttamento ricattatorio dell’Unione Europea rispetto ai Paesi africani sui piani normativo, giuridico e finanziario, che potrà stupire quanti erano abituati a sentire dal Cardinale soprattutto parole di spiritualità e di liturgia, ma anche per questo molto efficace e penetrante. L’evento si è tenuto il 15 luglio al Parlamento europeo a Bruxelles ed è stato organizzato dal gruppo ECR, Conservatori e riformisti europei, con il titolo Europe and Africa. In conversation with Cardinal Robert Sarah.

Il discorso ripropone lo schema di pensiero di Benedetto XVI al quale è dedicato un paragrafo specifico dal titolo: «Benedetto XVI e il primato del logos». Qui il cardinale riprende il significato profondo dei famosi tra grandi discorsi di Papa Benedetto a Berlino, a Londra e a Parigi. In molti passaggi sembra che parli lui, anche se si nota l’impegno del cardinale a mostrare una continuità con Francesco, e la sua espressione «colonialismo culturale», e con Leone XIV, che nel Discorso al Corpo Diplomatico ha espresso la grande urgenza che «le parole esprimano realtà certe». Proprio la parola è al centro dell’intero discorso, fatta levitare fino a collegarsi con il Logos, il Verbo di Dio incarnato, che nella sua Sapienza ha creato le cose secondo un ordine e vuole che le nostre parole siano vere, ossia rispettino questo ordine. Da qui l’uso contino nel discorso del termine «ontologia» e dell’aggettivo «ontologico», ossia relativo all’essere delle cose e non a invenzioni umane. Non è sufficiente l’assiologia – chiarisce il cardinale – perché i valori che meritano rispetto possono essere tanti e scelti dopo essere stati misurati tra loro, bisogna ripartire dall’ontologia, da ciò che le cose sono e che le parole devono esprimere secondo verità.

La parola rispecchia un ordine e questo ordine rimanda ad una Sapienza ordinatrice, «Ne segue una conseguenza che vorrei sottolineare con forza dinanzi a questa assemblea: una ragione che, di fronte al divino, si fa sorda e relega la religione nell'ambito delle sottoculture private, diventa essa stessa incapace – sono ancora parole di Benedetto – di inserirsi nel dialogo delle culture». La ragione, anche quella politica, ha bisogno della religio vera del Logos, il cristianesimo, altrimenti deforma le parole di cui si serve e le trasforma in strumenti di violenza. Riprendendo quanto detto da Ratzinger nel 2011 al parlamento federale tedesco, Sarah dimostra l’irrazionalità del razionalismo politico che vuole escludere la religione vera in quanto la suppone irrazionale: «la legislazione europea che pretenda di essere "neutrale" verso ogni visione antropologica, ma che di fatto impone in tutto il mondo – tramite trattati, aiuti, condizionalità commerciali – una specifica e contestabile visione dell'uomo, non sta forse scivolando proprio in quell'irrazionalità contro la quale Papa Benedetto XVI ci metteva in guardia?».

Il cardinale denuncia che «nel rapporto fra l'Unione Europea e l'Africa, le parole siano oggi usate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per rovesciarla. Si parla di "salute sessuale e riproduttiva" e si intende, in molti casi, l'accesso all'aborto. Si parla di "uguaglianza di genere" e si intende, talvolta, la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna iscritta nel corpo dell’essere umano. Si parla di "diritti umani" per Paesi africani, e si intende l'imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica… Come può l'Africa fidarsi di un'Europa che parla con parole equivoche, a doppio senso?».

L’aborto o il gender, così come sono proposti e imposti dall’Unione Europea, sono «rovesciamenti del logos», sono «contro il Logos della creazione» e vengono come tali sistematicamente imposti ai Paesi africani – e non solo a loro – i quali cercano di mantenersi fedeli al legame tra la dignità della persona e la difesa della vita come testimoniano le costituzioni di molti Paesi, dal Kenya all’Uganda. Nei rapporti con i Paesi africani l’Unione Europea applica la linea della condizionalità su gender e sull’aborto: «Se non firmi ci saranno conseguenze». In questo modo le parole usate non sono solo una questione accademica ma diventano un fatto politico perché «chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l'esito del negoziato, senza che l'altra parte se ne accorga».

Il discorso è molto analitico, vengono esaminati specifici trattati e casi particolari di imposizione ricattatoria come quello dell’Uganda. Vengono anche toccati due temi di grande interesse: l’autodeterminazione dei popoli, a partire da quelli africani, e il principio di sussidiarietà. Circa il primo, il cardinale Sarah precisa che «il rispetto della storia religiosa e culturale di un popolo – tanto più lodevole quanto più essa tutela la famiglia, la vita, la trasmissione della fede – non è un ostacolo allo sviluppo, come talvolta si insinua nei corridoi di Bruxelles, ma un requisito elementare di giustizia».

Molto pertinente anche l’applicazione al caso UE-Africa del principio di sussidiarietà: «Applicato alle relazioni internazionali, questo principio ci dice che l'Unione Europea, per quanto animata da buone intenzioni, non ha il compito di riscrivere dall'esterno il diritto di famiglia, il diritto penale, i sistemi educativi degli Stati africani sovrani: ha piuttosto il compito di sostenerli, quando essi lo richiedano, nel raggiungimento dei propri fini legittimi».

Nel suo discorso il cardinale Sarah non parla solo ai parlamentari europei, ma intende parlare anche alla Chiesa stessa, e non si tratta – a nostro parere – di un aspetto marginale: «la crisi della Chiesa in Occidente e la crisi dell'Occidente stesso sono, in fondo, la stessa crisi. È perché la Chiesa in molte nazioni europee ha smarrito la propria identità, la propria voce profetica, che l'Occidente stesso ha smarrito il senso della propria civiltà … Siate disposti a ricevere dall'Africa ciò che essa può ancora offrire all'Occidente stanco: la testimonianza di una fede viva e di un senso della famiglia, che possono aiutare l'Europa stessa a ritrovare il proprio logos».






Francia, passa la legge su eutanasia e suicidio assistito



Con 291 voti favorevoli e 241 contrari, l’Assemblea Nazionale ha approvato la legge sul fine vita. Il testo sarà sottoposto all’esame del Consiglio costituzionale, ma il via libera di quest’ultimo appare scontato. Il monito dei vescovi ai politici cattolici.

Sì definitivo

Vita e bioetica


Luca Volontè,  16-07-2026

Dopo l’aborto in Costituzione nel marzo 2024, ovvero il “diritto” all’omicidio dei concepiti, ora la Francia ha esteso il “diritto” alla morte con l’eutanasia e il suicidio assistito. Lo ha fatto a seguito del voto di ieri, 15 luglio 2026, all’Assemblea Nazionale (291 favorevoli, 241 contrari), sostanzialmente nella stessa forma delle tremende previsioni già approvate il 25 febbraio e il 30 giugno 2026, nonostante le sonore bocciature da parte del Senato della Repubblica. Si tratta di una delle più gravi normative per l’eutanasia dell’Occidente, inclusi i nuovi divieti e i vincoli per l’obiezione di coscienza e gli obblighi per gli istituti sanitari di ispirazione religiosa. Morte ai nascituri, agli inadatti e ai “terminali”: questa la tragica sintesi del decennio di “progresso” guidato dal presidente francese Emmanuel Macron, in realtà un ulteriore passo verso la barbarie.

Macron aveva promesso una legge sul suicidio assistito durante la campagna elettorale per il suo secondo mandato all’Eliseo nel 2022. Questo cambiamento normativo, insieme a quello dell’aborto in Costituzione, è uno dei più distruttivi nella storia recente della Francia, che si aggiunge alla legalizzazione del “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, avvenuta nel 2012, sotto la presidenza del socialista François Hollande e con il medesimo sostegno dei frammassoni d’oltralpe.

L’Assemblea Nazionale, ovvero la camera bassa del parlamento francese, ha votato a favore della legge pro eutanasia nonostante le forti critiche degli oppositori, la contrarietà più volte espressa dalla maggioranza del Senato, gli appelli della società civile e della Chiesa cattolica. Tuttavia, il voto di ieri non segna la fine dell’iter di questa legge, poiché il primo ministro Sébastien Lecornu ha chiesto al Consiglio costituzionale, la massima autorità costituzionale francese, di esaminare la legge dopo la sua approvazione. L'ufficio di Lecornu ha dichiarato che il Consiglio costituzionale è stato convocato dopo che la mancanza di dibattito in Senato, soprattutto la sua ripetuta contrarietà, ha fatto sì che il testo non raggiungesse un livello tale da «soddisfare sia le aspirazioni dei suoi sostenitori sia le preoccupazioni di coloro che temono per la sua attuazione». In realtà, il primo ministro tenta di superare le polemiche sull’approvazione della norma, voluta di fatto solo dalla maggioranza dei deputati liberal-socialisti e dalle sinistre, con l’escamotage di una scontata approvazione dei giudici del Consiglio costituzionale, in gran parte nominati da Macron e dai ‘suoi’ presidenti dei due rami del parlamento.

Anche stavolta, nei giorni precedenti al voto, la Chiesa cattolica non ha fatto mancare i suoi richiami e le sue preoccupazioni, avvertendo i deputati cattolici che se avessero votato a favore della normativa non avrebbero potuto ricevere la Santa Comunione. Il vescovo di Bayonne, Lescar e Oloron, monsignor Marc Aillet, ha rivolto un serio avvertimento ai parlamentari cattolici che sostengono l'iniziativa. In un'intervista rilasciata a France Catholique, il vescovo ha affermato che un voto favorevole a una legge che autorizza la morte volontaria costituisce una grave contraddizione con la fede cattolica e comporta conseguenze spirituali. Infatti, un parlamentare che si dichiari cattolico e al tempo stesso appoggi una legge che consente l'uccisione di un malato «si pone oggettivamente in contrasto con un insegnamento costante della Chiesa». Richiami simili a privilegiare la cura e il rispetto per la dignità umana sono venuti anche dai vescovi di Saint Denis, mons. Étienne Guillet, e da quello di Montpellier, mons. Norbert Turini. Degno di nota il fatto occorso 10 giorni or sono, quando, durante la Messa domenicale del 5 luglio nella chiesa della Madeleine, il parroco di Châteaudun, padre François Yambressinga, ha condannato la proposta di legge sul suicidio alla presenza del deputato e sindaco di Châteaudun, Philippe Vigier, deputato del gruppo centrista dei Democratici (Groupe Les Démocrates), che è il relatore generale della legge stessa. Il deputato si è sentito «attaccato personalmente» e ha «chiarito apertamente» la questione con il sacerdote, che è sostenuto dal vescovo di Chartres, mons. Philippe Christory. «Non si ha cura della vita dando la morte», ha sottolineato padre Yambressinga prima di invitare i fedeli a «pregare per la vita» e a «pregare per i parlamentari affinché non approvino norme contro di essa».





Sangue di Cristo, sollievo degli afflitti





16 Luglio. Il Sangue che consola chi piange

Qui le Litanie del Preziosissimo Sangue.

Una delle lodi più belle al Sangue di Gesù è l’appellativo di sollievo degli afflitti.

L’afflizione appartiene alla vita di tutti. Può avere il volto della malattia, del lutto, della solitudine, della fatica familiare, della preoccupazione per una persona amata, della prova spirituale, della stanchezza che si accumula senza clamore. Non tutte le afflizioni si vedono. Alcune persone sorridono, lavorano, rispondono con gentilezza, e dentro portano pesi che nessuno conosce. Il cuore umano è spesso un piccolo santuario di dolori nascosti, e naturalmente il mondo preferisce accorgersene quando ormai è tardi, perché la delicatezza preventiva costa troppo.

Il Sangue di Cristo è sollievo degli afflitti perché Gesù non consola da lontano. Ha conosciuto la sofferenza dall’interno. Ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. Ha provato tristezza e angoscia nel Getsemani. Ha sperimentato il tradimento, l’abbandono, la violenza, la sete, la morte. Il suo Sangue versato non è un discorso sul dolore. È Dio che entra nel dolore dell’uomo e lo apre alla speranza.

La consolazione cristiana non consiste nel negare la sofferenza. Non dice frasi leggere davanti alle lacrime. Non offre risposte rapide, di quelle che sembrano pie e invece feriscono, perché trattano il dolore altrui come un problema da sistemare in fretta. La consolazione cristiana nasce dalla presenza. Cristo è con noi nella prova. Il suo Sangue ci ricorda che nessuna afflizione vissuta in Lui è abbandonata al nulla.

Questo non significa che la fede tolga sempre il peso. A volte il Signore consola dando forza per portarlo. A volte apre una via dove noi vedevamo solo chiusura. A volte manda una persona, una parola, una preghiera, un silenzio buono. A volte ci lascia restare sotto la croce, come Maria e Giovanni, e proprio lì ci insegna una comunione più profonda. Il sollievo di Cristo non è sempre immediato, e raramente segue i nostri programmi. Evidentemente il cielo non ha ancora adottato il nostro efficientissimo modello di gestione ansie.

Il Sangue di Cristo consola perché dà senso. Il dolore senza senso schiaccia. Il dolore unito a Cristo non diventa automaticamente facile, eppure non è più solo. Può diventare offerta, intercessione, purificazione, partecipazione al mistero della croce. Questa è una parola da usare con rispetto, soprattutto davanti alle sofferenze grandi. Non si può imporre a chi piange una teologia del dolore come si consegna un opuscolo. Si può però testimoniare che Cristo non lascia sprecata nessuna lacrima affidata a Lui.

Questa invocazione ci educa anche alla compassione. Chi contempla il Sangue di Cristo come sollievo degli afflitti non può restare indifferente davanti al dolore altrui. A volte il sollievo passa attraverso gesti semplici: ascoltare senza interrompere, visitare chi è solo, portare un aiuto concreto, pregare con discrezione, non giudicare chi soffre in modo diverso da come noi immaginiamo. La carità vera ha mani attente e parole misurate.

La pratica spirituale può essere un atto di consolazione. Pensiamo a una persona afflitta e raggiungiamola con un gesto reale. Una telefonata fatta con calma, un messaggio non banale, una visita, una preghiera promessa e poi davvero fatta, dettaglio rivoluzionario nell’epoca delle promesse pie evaporate. Se siamo noi gli afflitti, proviamo a metterci davanti al Crocifisso senza recitare una parte. Presentiamo al Signore il nostro peso così com’è. Il Sangue di Cristo non ha bisogno di anime truccate da forti.

Il Sangue del Signore non elimina magicamente tutte le notti dell’uomo. Le attraversa. Le illumina dall’interno. Le consegna al Padre. Per questo la Chiesa può pregare con fiducia: Sangue di Cristo, sollievo degli afflitti, salvaci. Salvaci dalla disperazione. Salvaci dalla durezza. Salvaci dall’isolamento. Salvaci dalla tentazione di credere che il nostro dolore sia inutile.

Chi si lascia consolare da Cristo diventa lentamente capace di consolare. Non con parole perfette, che spesso non esistono. Con una presenza umile, con una fede che resta accanto, con una carità che non scappa davanti alle lacrime. Il Sangue di Cristo ci renda così: uomini e donne che, avendo trovato sollievo nella croce, sanno portare un po’ di luce nelle afflizioni degli altri.

Alla scuola di santa Maria De Mattias

La Fondatrice contemplava la Croce bagnata dal Preziosissimo Sangue. In questa luce, l’afflizione non viene negata né idealizzata: viene portata sotto la Croce, perché il Sangue del Signore la trasformi in preghiera, offerta e consolazione. (cfr. S. Maria De Mattias, Lettera 297, 7 settembre 1846, a Maddalena Capone, Lettere, vol. II, p. 14.)

Preghiera

Signore Gesù, sollievo degli afflitti, entra nelle lacrime mie e in quelle di chi oggi soffre accanto a me. Rendimi capace di consolare senza parole vuote, di ascoltare senza fretta, di restare accanto senza giudicare. Il tuo Sangue attraversi ogni dolore e lo renda luogo di speranza, di offerta e di comunione con te.

Giaculatoria

Sanguis Christi, in fletu solácium, salva nos. 
Sangue di Cristo, sollievo degli afflitti, salvaci.