venerdì 23 ottobre 2026

Perché il Rosario fa raggiungere le vette della vita cristiana?






1. San Luigi Grignon de Montfort afferma che il Rosario è perfettamente compatibile con la contemplazione. Tanti santi che sono stati devoti al Rosario hanno raggiunto il più alto livello della contemplazione.

2. Così scrive il Monfort: “Molte persone di talento e grandi dottori, ma spiriti forti ed orgogliosi, non vi consiglieranno molto il Santo Rosario; vi porteranno piuttosto a recitare i sette salmi penitenziali o qualche altra preghiera di quel tipo. Se qualche buon confessore ti ha dato come penitenza un Rosario da dire durante quindici giorni o un mese, non hai che da andare a confessarti da quacuno di questi signori perché la tua penitenza sia cambiata in qualche altra preghiera, in digiuni, messe o elemosine. Se anche consulti qualche persona di preghiera, come ne esistono al mondo, che non conosca affatto per sua esperienza l’eccellenza del Rsario, non soltanto non lo consiglierà a nessuno, ma ne distoglierà altri per indirizzarli alla contemplazione, come se il Rosario e la contemplazione fossero incompatibili, come se tanti santi, che sono stati devoti al Rosario, non avessero raggiunto il grado più alto della contemplazione” (Il segreto ammirabile del Santo Rosario, n.149).

3. D’altronde il Rosario è prevalentemente contemplazione. La recita delle Ave è funzionale al “guardare” i Misteri rappresentati. Da questo punto di vista si potrebbe dire che quella del Rosario è una contemplazione non lasciata a se stessa, non contornata dal semplice silenzio, bensì sostenuta dal tono della preghiera orante.

4. Papa Giovanni Paolo II, nel Rosarium Virginis Mariae (n. 12, 16 ottobre 2002), dice: “Il Rosario, proprio a partire dall’esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa”. E nel Direttorio su pietà popolare e liturgia (n.197, 2002), della Congregazione perr il culto divino e la disciplina dei sacramenti, troviamo scritto: “Il Rosario è una preghiera essenzialmente contemplativa”.



Zuppi firma la resa dei vescovi italiani (indovinate a cosa)



Il presidente dei vescovi italiani ha presentato le "schede per la conoscenza dell'islam", progetto della CEI realizzato in collaborazione con studiosi musulmani e destinato a insegnanti di religione e studenti. Schede che non fanno i conti con la realtà islamica, ma che soprattutto rovesciano il dovere di integrazione e stravolgono l'insegnamento della religione cattolica.


SCUOLA

Resa all'islam


Riccardo Cascioli, 23-10-2026

Cosa vuol dire conoscere l’islam? Ed è il compito della Chiesa italiana promuovere l’islam? Sono le prime domande che sorgono spontanee dopo aver assistito alla «Presentazione delle schede per la conoscenza dell’islam», avvenuta il 21 ottobre nei locali dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Promotrice dell’iniziativa è proprio la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) - presente il suo presidente, cardinale Matteo Zuppi (nella foto insieme al presidente dell'UCOII, Yassine Baradai) - in collaborazione con il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI), e con la partecipazione dei rappresentanti delle principali sigle islamiche in Italia (vedi locandina nella foto).




Promotori e collaboratori di gran peso, dunque, e significativa anche la sede dell’incontro che indica un coinvolgimento ai massimi livelli nel progetto, soprattutto in un momento in cui alcune sigle dell’islam in Italia stanno spingendo per il riconoscimento ufficiale dello Stato italiano.

Molto ambizioso anche il progetto, destinato agli insegnanti e agli studenti dell’Ora di religione cattolica, chiamati a formarsi su queste schede, che – dipendesse dal cardinale Zuppi – tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani – dice sempre il presidente della CEI – siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell’islam.

Il progetto consiste in 11 schede che intendono presentare sinteticamente i principali aspetti della religione islamica, la sua storia, la sua teologia, “convergenze e divergenze con il cristianesimo”, la sua presenza in Italia. Non è tutto l’islam, come è stato spiegato dai curatori, ma certamente «l’islam autentico», garantito dalla serietà e dalla competenza di chi ha redatto queste schede, un gruppo di lavoro paritetico di studiosi cattolici e islamici (e anche questo è un aspetto da tenere presente su cui torneremo). Per completezza c’è da aggiungere che per il cardinale Zuppi questa «conoscenza condivisa è il contrario dello scontro di civiltà», contro cui si scaglia tirando in ballo anche alcuni giornali i cui titoli – dice con forza il presidente della CEI - «sono pericolosi, da islamofobia».

In realtà, ad essere pericolosa e sconsiderata è questa operazione della CEI. E per svariati motivi, a cominciare dal contenuto stesso delle schede. Non si mette in discussione l’autorevolezza dei redattori e l’esattezza delle informazioni, ma già a una prima lettura appare evidente che c’è un pregiudizio positivo che tace o minimizza gli aspetti più problematici dell’islam. Evidente quando si parla di fondamentalismo: chi si accostasse per la prima volta alla religione islamica leggendo queste schede avrebbe l’impressione che il fondamentalismo sia un aspetto marginale, rifiutato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, una riedizione in chiave religiosa della vecchia giustificazione sui “compagni che sbagliano”.

Ma se così è, come spiega il cardinale Zuppi che non c’è un solo Paese islamico al mondo dove ci sia una vera libertà religiosa? E che tutti i rapporti internazionali confermino di anno in anno che i regimi islamici sono la prima causa di sofferenza per i cristiani, con ben 34 Paesi islamici tra i primi 50 per la persecuzione anticristiana? E per stare all’Italia, come spiegherebbe il presidente della CEI il moltiplicarsi nelle nostre strade di donne completamente coperte fino agli occhi, segnale evidente di quale islam si stia affermando? In un recente Venerdì della Bussola, l’on. Souad Sbai, presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia, ha testimoniato delle violenze quotidiane contro le donne di cui è testimone, ha ricordato le donne musulmane uccise in Italia, convertite al cristianesimo o meno; e ancora, abbiamo visto proprio in queste settimane la costituzione di una Camera arbitrale islamica, un tentativo di imporre una giustizia parallela a quella dello Stato italiano.

E si potrebbe continuare a lungo sulle “amnesie” di queste schede. Conoscere l’islam significa anche fare i conti con la realtà. In questo senso un predecessore di Zuppi alla guida dell’arcidiocesi di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, si dimostrò molto più lungimirante nella famosa Lettera pastorale alla Chiesa di Bologna del settembre 2000.

Ma anche se le schede fossero assolutamente corrette, il progetto CEI – che come ha tenuto a precisare lo stesso Zuppi è un “processo”, quindi si arricchirà di altri capitoli – sarebbe comunque sciagurato.

Essenzialmente per due motivi: anzitutto perché se il tema è l’integrazione, il dialogo invece che lo scontro, sono le comunità islamiche chiamate a integrarsi nella cultura italiana e non viceversa. Dovrebbero essere i centri culturali islamici a organizzare incontri e sussidi per spiegare ai fedeli musulmani cosa è il cattolicesimo, ma di questo non c’è traccia. Come mai ai responsabili delle organizzazioni islamiche presenti mercoledì all’ambasciata non è mai venuta un’idea del genere (e mai verrà)? Conoscere l’islam è cosa opportuna ma che gli immigrati di altre religioni imparino cos’è il cattolicesimo dovrebbe essere obbligatorio.

E qui veniamo al secondo motivo, il più importante visto che parliamo della CEI: l’ora di religione cattolica a scuola potrebbe davvero essere un’occasione anche per gli studenti che provengono da altre religioni; invece la CEI vuole rendere obbligatorio per insegnanti di religione cattolica e rispettivi studenti lo studio dell’islam e anche delle altre religioni (le schede sono state già preparate per l’ebraismo e seguirà il resto). In questo modo, oltre al resto, si sta subdolamente cercando di trasformare l’ora di insegnamento della religione cattolica in una sorta di Storia delle religioni, una proposta che da almeno venti anni anni torna periodicamente di attualità grazie a iniziative del mondo politico, della scuola e, ahinoi, anche dall’interno della Chiesa. Due anni fa era stato addirittura il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, presidente della Commissione CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo, a chiedere questa riforma, motivandola con il solito ritornello del “cambiamento d’epoca” che avrebbe trasformato l’Italia in una società multiculturale e multireligiosa.

Finora tali proposte si sono scontrate con il fatto che sarebbe necessario rimettere mano al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, ma evidentemente i vertici della CEI hanno pensato di aggirare l’ostacolo procedendo a cambiamenti di fatto. Già oggi l’ora di religione prevede che si parli delle altre confessioni, ma proprio perché l’ora scolastica riguarda l’insegnamento della religione cattolica, questa è anche il criterio con cui accostarsi alle altre religioni. Non per creare pregiudizi, al contrario, per conoscerle sotto una luce vera. Da questo punto di vista è significativo, nel senso di un cambiamento che si vuole imprimere, che le schede proposte ora dalla CEI siano redatte in collaborazione con teologi islamici. E infatti, come abbiamo accennato, hanno gravi carenze.

A suo tempo il cardinale Biffi disse «che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana». Il suo successore, il cardinale Zuppi, ha fatto la sua scelta: gioca per l’islam.







Il Principe Alois del Liechtenstein ha posto il veto sulla legge pro aborto!



Lo aveva promesso – ed ampiamente motivato – nella bellissima intervista condotta di Alexandra Fitz e di David Selee, pubblicata il 16 giugno sul quotidiano Liechtensteiner Vaterland (QUI).

Ora, a distanza di quattro mesi e dopo l’approvazione da parte del Landtag e un colloquio con il comitato promotore dell’iniziativa, il Principe ereditario Alois del Liechtenstein ha mantenuto la promessa fatta a giugno: ha esercitato il diritto di veto e la legge sull’introduzione della soluzione del termine – con cui si mirava a depenalizzare l’aborto entro le prime dodici settimane – non verrà approvata.

«Il principe ereditario Alois conferma la propria posizione in merito alla regolamentazione dei termini e accoglie con favore la valutazione di miglioramenti mirati», scrive l’Ufficio stampa della Casa Principesca del Liechtenstein. «Dopo un’attenta valutazione, rimane convinto che una regolamentazione basata sui termini non sia idonea a garantire la tutela della vita del nascituro come bene giuridico fondamentale».

QUI la notizia pubblicata sul quotidiano Liechtensteiner Vaterland.

Di seguito – traduzione di MiL  – il comunicato stampa pubblicato il 20 ottobre sul sito della Fürstenhaus von Liechtenstein (Casa Principesca del Liechtenstein).

C’è ancora, nel cuore dell’Europa, un Sovrano cattolico! Viva i Sovrani cattolici!

Lorenzo V.




Ha mantenuto la promessa



Il Principe ereditario Alois conferma la propria posizione in merito alla regolamentazione dei termini e accoglie con favore la valutazione di miglioramenti mirati

20 ottobre 2026 – Sua Altezza il Principe ereditario Alois von und zu Liechtenstein si è occupato approfonditamente negli ultimi mesi della petizione popolare per l’introduzione di una regolamentazione dei termini, nonché delle questioni relative all’interruzione di gravidanza, e ha condotto numerosi colloqui sull’argomento. Dopo un’attenta valutazione, rimane convinto che una regolamentazione basata sui termini non sia idonea a garantire la tutela della vita del nascituro come bene giuridico fondamentale. Il Principe ereditario non approverà pertanto la delibera legislativa del Landtag del 2 settembre 2026 relativa all’introduzione di una regolamentazione basata sui termini per il Liechtenstein.

Allo stesso tempo, il Principe ereditario intravede la possibilità di sviluppare ulteriormente la normativa in vigore dal 2015 attraverso misure mirate. Ad esempio, è favorevole all’abolizione del divieto di pubblicità e sostiene gli sforzi volti a migliorare l’informazione, l’accompagnamento e il sostegno alle donne prima, durante e dopo la gravidanza. «Sono convinto che molte persone condividano l’obiettivo di sostenere al meglio le donne in situazioni difficili e, al contempo, di proteggere la vita del nascituro», spiega il principe ereditario Alois.

Richieste di informazioni per i media:

Ufficio stampa della Casa Principesca del Liechtenstein

Castello di Vaduz








giovedì 22 ottobre 2026

Il fallimento di Amoris laetitia: i compromessi con il mondo e le nebbie della “pastorale” moderna


Collegio di vescovi in dialogo. I personaggi della foto sono 
totalmente inventati (immagine generata con IA di ChatGPT)





di Fabio Vessillifero, 22 ottobre 2026

La presente riflessione prende le mosse dall’articolo del teologo pastoralista Christian Bauer apparso su Settimana News (e originariamente pubblicato su Katholisch.de), dedicato all’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali sul post-sinodo di Amoris laetitia.


La roccia eterna della Rivelazione e il pericolo del mondo


Partiamo dal cuore di tutto, da quel tesoro prezioso che ci è stato consegnato e che non possiamo permetterci di svendere o di annacquare. La fede cristiana non è un’opinione che cambia con il vento della storia o con le mode del momento, ma è la Rivelazione di Dio che ci raggiunge attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione viva della Chiesa. Oggi, però, ci troviamo immersi fino al collo in una cultura dominata da un capitalismo predatorio e mercificatorio, un sistema feroce che riduce ogni cosa a merce, a contratto a termine, a consumo emotivo ed esistenziale. Questo spirito del mondo penetra dappertutto e tenta di convincerci che non esistano valori stabili, che tutto sia negoziabile e che l’uomo stesso possa essere comprato, usato e gettato via. In questo scenario di smarrimento, assistiamo a un grave cedimento metodologico: le scienze umane vengono indebitamente assunte come criterio ultimo di discernimento al posto del Vangelo. Si dimentica colpevolmente che è soltanto nel Vangelo che si trova la vera chiave di lettura dell’uomo, perché solo la Parola di Dio rivela il suo vero volto e il suo destino eterno. Nessuna disciplina empirica o sociologica è mai neutrale, poiché porta sempre con sé un’ideologia nascosta; e quando la teologia abdica al suo compito, finisce per accogliere acriticamente le categorie di Immanuel Kant, quelle che pretendono di sbarrare l’accesso alla realtà chiudendo la nostra mente nei confini angusti del puro fenomeno, negandoci la possibilità di cogliere la verità oggettiva delle cose. Contro questa deriva nichilista, noi ribadiamo con forza il primato indiscusso della Rivelazione unita alla grande metafisica, intesa come vera e propria scienza dell’essere, che ci permette finalmente di squarciare il velo dell’apparenza e di cogliere l’essenza profonda della realtà e della creatura umana così come Dio l’ha pensata e voluta.


Il sacramento del Matrimonio e lo scandalo della grazia

È proprio dentro questo scenario di mercificazione che si gioca la battaglia decisiva per l’uomo, a partire dal matrimonio cristiano, che non è un semplice accordo tra due persone finché dura l’amore o finché le cose vanno bene. Il matrimonio è un grande mistero, un sacramento che partecipa direttamente dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa, e rappresenta quel principio della nuova creazione che il Signore è venuto a donarci come anticipo del suo Regno eterno. Quando sentiamo certe riflessioni teologiche e pastorali che strizzano l’occhio al mondo, come quelle emerse intorno all’esortazione Amoris laetitia, percepiamo il rischio enorme di uno scivolamento sotterraneo verso una visione luterana della grazia, quella logica che assomiglia tanto al pecca fortiter sed crede fortius, dove si finisce per credere che la forza di Dio non serva più a trasformare realmente il cuore e la vita dell’uomo, ma solo a coprire pietosamente le sue debolezze senza pretendere la conversione. Se non si ha più il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e si smette di definire chiaramente “irregolari” le situazioni che contraddicono il disegno di Dio, significa che siamo già scivolati dentro una logica di abbandono della vita di grazia e della sua potenza salvifica.


La forza che eleva e la vera legge della gradualità

La verità che non dobbiamo mai dimenticare è che è la fede e la grazia di Dio che elevano l’uomo e lo strappano al peccato, trasformando la sua esistenza e plasmandone la cultura. Non si tratta affatto di rifiutare o di calpestare il principio della gradualità, purché lo si intenda nel suo senso evangelico e autentico, proprio come quel granellino di senape che viene seminato nella terra e che, giorno dopo giorno, grazie alla pioggia e al sole, cresce lentamente fino a diventare un albero maestoso (Mt 13, 31-32). La gradualità vera non è mai un compromesso al ribasso, non è una comoda legittimazione del peccato trasformato in stile di vita permanente, ma è una pedagogia divina che prende l’uomo lì dove si trova, nella sua miseria e nelle sue ferite, per prenderlo per mano e tirarlo coraggiosamente verso l’alto, verso la santità e verso la pienezza della vita nuova del Vangelo. Se rinunciamo a questa spinta verticale, se ci accontentiamo di accarezzare l’uomo nella sua mediocrità senza chiamarlo alla perfezione cristiana, svuotiamo di senso il sacrificio di Cristo sulla croce e rendiamo inutile il sacramento.


L’architettura invisibile della Sposa di Cristo

Questa visione integrale del matrimonio cristiano custodisce in realtà l’essenza stessa della Chiesa cattolica e del sacerdozio ministeriale, che vive proprio di quella stessa dedizione sponsale e totale che lega Cristo alla sua Sposa. Come ci ricorda mirabilmente san Paolo nella Lettera agli Efesini, Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa e immmacolata, specchio luminoso del suo amore eterno (Ef 5, 25-32). Se crolla la percezione della santità e dell’indissolubilità del vincolo nuziale, crolla inevitabilmente anche il senso del ministero ordinato e la comprensione della Chiesa come mistero di salvezza. Ecco perché non si possono accettare documenti ambigui, formulazioni sfumate o aperture linguistiche che strizzano l’occhio a chi vuole deliberatamente scardinare i fondamenti della fede e della morale cattolica. Ai pastori, ai vescovi e ai teologi che pensano di poter scendere a patti con lo spirito del mondo per compiacere la mentalità contemporanea, vogliamo ribadire con forza che noi non faremo sconti di alcun genere e rimarremo saldi, piantati come rocce incrollabili nel Depositum fidei che ci è stato tramandato dai secoli e dai santi.


Il vaglio del crogiolo e la giustizia del Giudizio

Guardando a questa profonda spaccatura che lacera il corpo ecclesiale, dobbiamo avere il coraggio di alzare lo sguardo e di non fermarsi alle mere beghe umane o alle strategie sociologiche. Questa frattura non passa semplicemente attraverso la Chiesa come un incidente di percorso, ma è il Signore stesso che sta operando nella storia, mettendo l’oro puro nel crogiolo ardente per saggiarlo (Sap 3,6) e separando con la sua sapienza infallibile la pula dal grano buono (Mt 3,12-14). Il giudizio di Dio è già cominciato nel segreto delle coscienze e nella prova che stiamo attraversando, ed è un tempo di discernimento severo in cui ciascuno è chiamato a scegliere da che parte stare, senza tiepidezze e senza compromessi con il relativismo. Questa scelta decisiva interpella in modo particolare i Pastori: proprio su di essi ricade la responsabilità più grande, dal momento che hanno ricevuto il mandato sacro di guidare il popolo di Dio non verso i compromessi del mondo, ma alle pure sorgenti della grazia e della verità. In questo tempo di battaglia spirituale, la nostra unica bussola rimane la fedeltà incondizionata alla verità di Cristo, certi che la sua grazia non delude mai chi custodisce la fiamma della fede con purezza e coraggio fino alla fine.







Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica






Testimonianza di una cristiana pakistana.


21/10/2026

Zarish Imelda Neno europea

Da giorni leggo discussioni sul burqa, sul niqab, sul velo islamico, sul velo cristiano, sul velo delle suore. C’è chi li paragona, chi spiega le differenze, chi invoca la libertà religiosa, chi parla di identità
E più leggo, più mi viene da pensare che forse stiamo discutendo la domanda sbagliata.

Non voglio aggiungere l’ennesima voce al coro del “burqa sì” o “burqa no”. Vorrei fare un passo indietro e porre una domanda diversa: che valore ha il dialogo tra culture e religioni se la reciprocità rimane sempre fuori dalla porta?

Supponiamo pure che l’Europa scelga, nei limiti delle proprie leggi, di permettere burqa e niqab in nome della libertà religiosa. Bene. Ma allora vorrei chiedere: quella stessa libertà che pretendiamo dall’Europa, abbiamo il coraggio di chiederla anche ai Paesi a maggioranza musulmana per le loro minoranze?

Il Pakistan non è per me un argomento da osservare da lontano. È il luogo nel quale si sono formati il mio sguardo e la mia conoscenza dei rapporti tra maggioranza e minoranze religiose. Conosco quel linguaggio non scritto che ti insegna molto presto ciò che una donna può fare, come può vestirsi e fin dove può spingersi senza scontrarsi con determinate norme sociali e culturali.

E voglio essere precisa: in Pakistan non esiste semplicemente una legge federale che dica “minigonna vietata” o “pantaloncini vietati”. Molto dipende da norme sociali, religiose e culturali profondamente radicate. In altri Paesi a maggioranza musulmana esistono anche regole più esplicite sul decoro pubblico.

Ma quando entriamo in quelle società, cosa facciamo?

Ci informiamo. Ci adattiamo. Rispettiamo le leggi e teniamo conto della cultura del luogo. Non arriviamo pretendendo che un intero Paese cambi perché siamo arrivati noi.

Perché allora chiedere a chi arriva in Europa di rispettare la cultura, le leggi e i principi della società che lo accoglie dovrebbe essere considerato intollerante?

Ed è qui che torno a quella parola che sentiamo pronunciare continuamente: dialogo.

Credo nel dialogo. Ma il dialogo autentico non può essere una porta che si apre da un solo lato.

Se l’Europa crea spazio perché le comunità musulmane possano professare pubblicamente la propria fede, costruire moschee nei limiti delle leggi, educare i propri figli nella propria religione e vivere senza discriminazioni, allora quello stesso dialogo deve avere il coraggio di attraversare anche il Mediterraneo e domandare:
Quanto spazio concedete alle vostre minoranze? Quanto è libera una comunità cristiana? Quanto è semplice costruire o restaurare una chiesa? Quanto è protetto chi appartiene a un’altra religione? Quanto può manifestare pubblicamente la propria fede senza paura o discriminazione?
Questo è dialogo.

Se invece il dialogo significa chiedere continuamente all’Europa di aprire porte senza avere il coraggio di chiedere che altre porte vengano aperte altrove, allora quella parola è stata svuotata del suo significato.

Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.

E c’è una domanda ancora più personale che negli ultimi anni mi ritorna spesso dentro.

Molti di noi provenienti da Paesi a maggioranza musulmana hanno guardato all’Europa come a un luogo nel quale respirare una libertà diversa: libertà di coscienza, libertà religiosa, libertà di espressione, libertà di essere minoranza senza dover continuamente misurare quanto spazio sia concesso alla propria identità. E allora qualche volta mi domando, quasi amaramente: ma perché siamo partiti?

Perché cercare una società più libera, se poi quella stessa società comincia ad avere paura persino di discutere determinate pratiche o di difendere ciò che la rende diversa?

A volte mi sorprendo davvero a pensare: se un giorno dovessi ritrovare qui le stesse dinamiche dalle quali tanti cercavano maggiore libertà, che senso avrebbe avuto partire? E attenzione: non sto dicendo che la presenza di una donna con l’hijab, di una famiglia musulmana o di una moschea trasformi l’Europa nel Pakistan. Sarebbe assurdo.

Sto parlando di qualcosa di molto più profondo: della paura di discutere, della rinuncia a porre domande, dell’idea che l’integrazione debba comportare soltanto concessioni da parte della società che accoglie e mai anche un adattamento da parte di chi viene accolto.

Non sono venuta in Europa perché l’Europa diventasse il luogo dal quale provenivo. Sono venuta anche perché qui ho trovato libertà che altrove, soprattutto come appartenente a una minoranza religiosa, non potevo dare per scontate.

E quelle libertà meritano di essere custodite.

Custodirle non significa essere ostili ai musulmani. Significa poter dire serenamente a chiunque arrivi: qui sei libero di credere, pregare e vivere la tua fede; ma sei entrato anche in una società con una propria storia, una propria cultura, le proprie leggi e le proprie libertà. Come noi rispettiamo la tua dignità, tu sei chiamato a rispettare tutto questo.

Non voglio rispondere a un’intolleranza con un’altra intolleranza. Voglio qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: coerenza.

Se chiediamo all’Europa di rispettare il musulmano, dobbiamo avere il coraggio di chiedere ai Paesi a maggioranza musulmana di rispettare con la stessa fermezza il cristiano, l’hindu, il sikh, l’ateo e ogni altra minoranza.

Se difendiamo la libertà religiosa qui, difendiamola anche là.

Se ci indigniamo per una libertà negata qui, non voltiamoci dall’altra parte quando quella stessa libertà viene negata altrove.

Non perché i diritti siano uno scambio — io concedo a te se tu concedi a me — ma per una ragione molto più seria: se li chiamiamo universali, devono valere universalmente.

Forse, allora, il vero dibattito non riguarda neppure il burqa.

Riguarda noi.

Riguarda quanto crediamo davvero nelle parole che ripetiamo continuamente: libertà, rispetto, integrazione, dialogo.

Accogliere non significa smettere di pensare. Rispettare non significa rinunciare al discernimento. Dialogare non significa che uno chiede e l’altro concede continuamente.

Usiamo la mente. Ma soprattutto usiamo la coscienza.

Perché un diritto che difendiamo soltanto quando deve essere garantito dall’Europa non è davvero universale. E una libertà che cambia valore appena attraversiamo una frontiera non è libertà: è un doppio standard.

Fonte





Nascite, nuovo minimo Istat. Il Papa: «Famiglia, impegno urgente»



(Imagoeconomica)


355.772 nati, 1,14 figli per donna: mai così pochi. E il Papa chiede alla politica di difendere la famiglia, mentre arrivano buone notizie sulla sua salute: non è necessaria alcuna terapia



INVERNO DEMOGRAFICO


Paola Belletti, 22 ottobre 2026

C'è un grande silenzio, in Italia, anche in questi giorni di vetrine distrutte, saccheggi e feriti. Sotto il frastuono di chi si dà appuntamento per spaccare tutto, manca la voce di chi doveva nascere. Si tratta soprattutto di mancati concepimenti, non solo di vite spezzate in utero. I numeri sono impietosi: l'anno scorso in Italia sono nati 355.772 bambini, quasi il 4% in meno dell'anno precedente che già era un disastro. Scende ancora il tasso di fecondità che è di 1,14 figli per donna, mentre l'età media al parto sale a 32,7 anni. Altro dato impressionante, ma prevedibile, è la diminuzione delle nascite tra le coppie straniere: dal 2012, anno del picco, al 2025 sono scese del 38,7 per cento. Il rapporto Istat "Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025" è uscito ieri, 21 ottobre, e di sorprese non ne riserva. Le cose vanno male da tempo, continuano a peggiorare e non si vedono segnali di ripresa. Siamo nel gelido inverno di una Narnia senza nemmeno i due figli di Adamo e le due figlie di Eva. Al massimo 1,14.

Bisogna fare qualcosa in fretta, bene e a lungo. A lanciare l'appello più sensato e carico al contempo di speranza è il Papa. E a proposito della salute di Leone XIV, ieri sera è stato diffuso dalla Sala stampa vaticana un comunicato firmato dai medici Luigi Carbone e Stefano Margaritora che ha confermato «che si trattava di un adenocarcinoma polmonare e che la malattia era localizzata», pertanto «una successiva valutazione oncologica, ha confermato che non è necessaria alcuna ulteriore terapia».

Ma ieri mattina il Papa, al suo secondo appuntamento pubblico dopo le dimissioni dal Gemelli, nell'udienza generale, ha prima di tutto ringraziato di cuore quanti lo hanno sostenuto con la preghiera e Dio per la sua generosità. Quindi, «nella catechesi, - leggiamo su Vatican News - incentrata ancora sulla Gaudium et spes, [il Papa] sottolinea che la politica è chiamata a sostenere il matrimonio e la famiglia e ribadisce che “la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura”, scongiurando “l’aborto e l’infanticidio”». «Rinnoviamo tutti la nostra fiducia nella bontà e la misericordia di Dio», ha detto durante i saluti iniziali. Armati di questa fiducia occorre guardare alle questioni più importanti e ormai anche particolarmente urgenti per il bene di tutta la società.

Questo bene, dice con chiara lungimiranza la Costituzione pastorale promulgata nel 1965, è direttamente connesso con lo stato di salute della famiglia e degli sposi: «L’attenzione si concentra in primo luogo sul matrimonio e sulla famiglia, nella convinzione che «il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare» (GS, 47)». L'amore coniugale non è mortificato dalle leggi divine, anzi, esse lo sostengono e gli permettono di compiere il suo alto compito che comprende anche l'espressione erotica. Dono reciproco e apertura alla trasmissione della vita sono sempre presenti nell'amore degli sposi e non si contraddicono:«quando si tratta di mettere d’accordo l’amore coniugale con la trasmissione […] della vita» si deve «mantenere «in un contesto di vero amore, il significato totale della mutua donazione e della procreazione umana» , ricorda Leone citando il documento. Queste riflessioni non sono riservate agli addetti ai lavori, né devono restare solo sui quaderni di catechesi di sacerdoti e coppie sposate, ma interessano tutti e servono il bene di tutti. Se la famiglia è troppo fragile a soffrire è la comunità intera.

«L’insegnamento di Gaudium et spes sulla comunità coniugale e familiare giunge quindi a evidenziare la funzione sociale della famiglia, definita «una scuola di umanità più ricca» e «il fondamento della società» (GS, 52), richiamando tutti coloro che hanno responsabilità sociali, specialmente in ambito politico e culturale, al dovere di «collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia (ibid.)». La Chiesa ne è consapevole, ricorda infine il Papa: lo dimostra la sollecitudine dei pontefici che lo hanno preceduto, dal Concilio Vaticano II fino al Sinodo voluto da Papa Francesco. L'impegno per sostenere la famiglia è urgente, non più rimandabile.

Ciò che emerge dal rapporto Istat è non solo un calo progressivo delle nascite, ma anche un radicale cambiamento nelle cosiddette "scelte riproduttive" rilevabile nel passaggio da una generazione all'altra. Tra le donne nate nel 1947, solo una su dieci arrivava alla fine della sua età fertile senza figli, tra quelle nate nel 1976 si arriva fino a quasi una su quattro. A questo quadro va aggiunta la nota cupa degli aborti procurati: l'ultimo dato disponibile a livello nazionale riguarda il 2023, anno in cui il Ministero della Salute e l'Istituto Superiore di Sanità hanno registrato 65.493 interruzioni volontarie di gravidanza. Se dunque la fecondità è il «dono più eccellente del matrimonio» e le nuove vite sono bene supremo per l'esistenza del popolo, allora l'appello del santo Padre è il primo punto da mettere in ogni agenda politica, a tutti i livelli.







mercoledì 21 ottobre 2026

La vita familiare oggi




Nella traduzione di Messa in Latino, l’articolo di mons. Erik Varden O.C.S.O., Vescovo Prelato di Trondheim, Amministratore apostolico della Prelatura Territoriale di Tromsø e Presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, pubblicato sul sito Coram Fratribus il 15 ottobre, in cui riporta le sue bellissime riflessioni su cinque temi: le famiglie oggi, i giovani e la scoperta del matrimonio, i primi anni di vita coniugale, le famiglie in situazioni complesse e le famiglie come agenti della missione.



Mons. Varden: Laetitiae Amor. Bellissime riflessioni a margine della conferenza su Amoris laetitia


Laetitiae Amor

In occasione della festa di San Giuseppe di quest’anno, Papa Leone XIV ha annunciato la sua intenzione di convocare a Roma tutti i Presidenti delle Conferenze episcopali del mondo per discutere dell’impatto dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia a dieci anni dalla sua promulgazione (QUI e QUI).

Il Santo Padre ci ha chiesto di riflettere su come poter annunciare in modo più efficace il Vangelo alle famiglie.

L’incontro, durato una settimana, si è concluso ieri. Un resoconto sarà pubblicato quando il Santo Padre si sarà ripreso dalla malattia — una guarigione che preghiamo sia rapida e completa – ma Papa Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di condividere senza indugio la loro esperienza dell’incontro con le rispettive Conferenze episcopali e Diocesi (QUI e QUI).

L’incontro si è svolto secondo un programma articolato attorno a cinque temi principali (QUI). Ciascuno di essi ha fornito spunti per un’intera giornata di scambi. Di seguito riporto le mie riflessioni personali su questi temi.

Queste riflessioni non rappresentano l’assemblea, la cui ricchezza di lavoro tutti potranno scoprire a tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una singola voce, una seconda viola, a questa grande orchestra ben composta.

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Le famiglie oggi

La vita familiare oggi è sottoposta a pressioni per una serie di ragioni – sociologiche, finanziarie e culturali. Ne siamo profondamente consapevoli. Tutte meritano di essere prese in considerazione.

La pressione più persistente, tuttavia, è più profonda. In un tempo straordinariamente breve, abbiamo perso il nostro senso collettivo di umanità. Se non all’interno di gruppi di interesse, è difficile, ormai, trovare parole condivise per descrivere cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo su cosa definisca una donna, un uomo, un bambino.

I transumanisti tecnologici prospettano un futuro in cui l’uomo rischia di essere lasciato indietro dal «progresso» fintanto che la sua natura non sarà «potenziata». Avendo abbandonato ogni idea di redenzione, riponiamo ora la nostra speranza nei miglioramenti tecnologici. Diamo per scontato che i parametri di oggi non valgano più domani. Di conseguenza, l’idea di un impegno permanente di qualsiasi tipo sembra assurda.

In politica e nel commercio, le alleanze e i patti cedono il passo agli «accordi». Lo stesso vale per le relazioni umane, sempre più viste come transazioni pragmatiche: resto con qualcosa, o qualcuno, fintanto che ne traggo beneficio o piacere. Poi vado avanti.

In un contesto del genere, la famiglia, in quanto unità fondamentale della società umana, non può che disgregarsi. Non sembra più assiomatico che le famiglie debbano essere unità stabili costruite sul legame per tutta la vita tra una donna e un uomo nella speranza di generare figli.

Una donna e un uomo possono ancora unirsi – dopotutto, è un mondo libero; ma tale unione non è vista come categoricamente distinta da quella tra due donne o due uomini, o tra due individui che si considerano di genere fluido. Anzi, perché limitare l’unità a due individui? Si stanno diffondendo le richieste di riconoscimento legale del poliamore.


Ci troviamo in uno stato di eclissi metafisica

La fede in Dio come Creatore benevolo è stata in gran parte perduta. Non crediamo più di essere stati voluti nell’esistenza. Come possiamo allora mantenere la consapevolezza che la nostra vita è un dono che a nostra volta possiamo offrire, e persino consacrare, a un altro? La nostra è un’epoca di profanazione scaturita dalla disperazione letterale, dall’esclusione della possibilità stessa di «speranza».

Vedo questi sviluppi nel mio ambiente sociale, nella mia corrispondenza e nelle mie conversazioni, nel confessionale.

Rilevo però anche una tendenza opposta. Incontro molte persone, giovani e non, stanche dell’effimero. Si rifiutano di rinunciare alla «speranza». Osano pensare che possa esistere una «verità» su cui costruire la propria vita.

Coltivando e sostenendo queste persone, aiutandole a prosperare, potremo dare vita a un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molte persone non lo sono. Su questo punto i sociologi sono d’accordo. La vista di una famiglia che prospera farà sì che anche gli altri desiderino prosperare.


Prosperare non equivale a essere continuamente in delirio di felicità

La vita umana è dura, in qualunque forma si manifesti. Trovo che la maggior parte delle persone sia lucida su questo punto. Di conseguenza, possono stancarsi un po’ di un vocabolario ben intenzionato ma ripetitivo fatto di «accompagnamento», di «essere in cammino», di «essere ascoltati». Desiderano naturalmente essere accolti con attenzione e rispetto, ma ciò che vogliono è una guida, l’indicazione di una meta, che venga loro insegnato come vivere bene.

Dio si è fatto uomo proprio per questo: per mostrarci qual è il senso della vita e dove essa conduce, per insegnarci, attraverso consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda. Quando Cristo incontrò la donna samaritana al pozzo, non le disse: «Ora, sediamoci e raccontami tutto». Le disse «tutto ciò che [lei] ha fatto» (cfr. Gv 4,29).

È questo che le ha permesso di iniziare una nuova vita.

Dobbiamo lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci indichi le nostre deviazioni, ci faccia prendere coscienza delle nostre colpe, ci guidi verso il fine per cui siamo stati creati.

Cristo è il nostro Salvatore, ma non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui rimarremo amorevolmente obbedienti a Lui. Potremmo persino avere la possibilità di infondere nuovamente speranza nella società.


I giovani e la scoperta del matrimonio


Uno studio pubblicato dall’American College of Paediatricians un paio di anni fa riportava che il 54 per cento degli adolescenti aveva visto materiale pornografico entro i tredici anni, il 15 per cento prima degli undici (QUI). Da allora quelle cifre sono sicuramente aumentate. L’uso della pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, uomini e donne, in tutto il mondo. Ha un impatto enorme sul modo in cui i giovani interagiscono a livello affettivo.

Quando si è stati perseguitati fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è oggetto di consumo, in cui l’oggetto del proprio desiderio è costantemente sostituibile (ma sempre fisicamente perfetto), da cui è assente il romanticismo e dove non esistono regole, entrare in una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, fallibile e bisognoso, la cui alterità non può essere astratta, rappresenta un passo enorme, forse insuperabile.

L’universo pornografico è trasgressivo. Suggerisce dei confini solo per indurre i consumatori a superarli, insinuando prospettive di potere proteiforme. Il paradigma classico del «ragazzo incontra ragazza» è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non molto tempo fa era legato alle nozioni di «orientamento» sessuale, è ora un’opzione a disposizione di tutti, integrata nell’intrattenimento mainstream. Le tendenze alla fluidità di genere manifestano fantasie concepite, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato dell’eros sfrenato, dove il desiderio momentaneo è intronizzato come dio, dove la realtà oggettiva cede il passo alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e provoca.

Deploriamo le lusinghe del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amichevole ai giovani, uomini e donne, intrappolati in forme avvincenti di irrealtà, tirarli fuori dal pantano e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è. Per farlo, dobbiamo essere in grado di dimostrare che questo mondo reale è migliore e, di fatto, più interessante, capace di rendere felici.

Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (QUI). Allora sono stato deriso da alcune persone, soprattutto uomini europei anziani, che mi hanno assicurato che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.

Sono rimasto colpito, però, nel ritrovarmi, in un paese dopo l’altro, a parlare davanti a grandi folle composte in gran parte da giovani desiderosi di sapere in cosa consista questa virtù quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante. Lungi dall’essere sedotti da surrogati iper-erotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Sono alla ricerca di amicizia e di un amore stabile. Non sto dicendo che rappresentino la maggioranza; ma sono abbastanza numerosi da evidenziare una tendenza.

Per aiutare i giovani a vedere il valore del matrimonio, dobbiamo intervenire su questa tendenza, innanzitutto aiutando le giovani donne e i giovani uomini a trovare la pace con se stessi. In uno dei testi principali di San Paolo sul matrimonio, nella Lettera agli Efesini, egli paragona la coppia sposata a un corpo, poi osserva: «Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne» (Ef 5,29).

Il problema è che, al giorno d’oggi, molte persone lo fanno e si sentono estranee al proprio corpo. In un’ottica secolare, il corpo è un sacco di tendini che può essere riutilizzato a altri fini. Il messaggio cristiano, straordinario e liberatorio, è che io sono il mio corpo, e che il mio corpo, non meno della mia anima, è creato a immagine di Dio e merita riverenza.

Se vogliamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a trovare la loro identità incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.

Può essere salutare e umiliante scoprire, anche in età matura, che abbiamo ancora molta strada da fare in questo senso.


Quale linguaggio aiuta i giovani a crescere affettivamente?

Un linguaggio di verità che chiama le cose con il loro nome con serenità, senza violenza, senza mai disperare della misericordia di Dio. Questo linguaggio onora le ferite senza idealizzare il ruolo di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.

Il matrimonio manifesta la salvezza. Per esserne degni, bisogna prima scoprire di essere salvabili.


I primi anni di vita coniugale


Una coppia che conosco mi ha raccontato di una decisione che hanno preso quando hanno capito che il loro corteggiamento stava diventando serio. Sono andati insieme in una baita nel bosco per un lungo fine settimana. Durante quel periodo, si sono raccontati a vicenda le loro vite. Entrambi volevano che l’altro conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e le sue ombre, i trionfi e i fallimenti. Se avessero dovuto legare il proprio futuro l’uno all’altro, si sarebbero assicurati che nessun ostacolo potesse sorgere, in futuro, da un passato taciuto.

Un simile impegno è coraggioso e saggio. L’essenza dell’amore è sapere che posso essere me stesso, senza maschere, ed essere comunque amato. Dio ci ama in questo modo. Imparare ad amare come Lui significa fare altrettanto. Il matrimonio prospererà se entrambe le parti sapranno affidare il proprio io più intimo all’altro.

All’inizio del rito nuziale, il sacerdote chiede: «Siete venuti a celebrare il Matrimonio senza alcuna costrizione, in piena libertà […]?». La libertà da cui dipende la validità del Sacramento richiede che gli sposi sappiano chi stanno sposando. Molte difficoltà che tendono a sorgere nei primi anni di matrimonio possono essere prevenute perseguendo un’onesta trasparenza prima che l’alleanza matrimoniale venga ratificata.

Gli sposi sono essi stessi gli agenti del sacramento. Tuttavia lo celebrano in chiesa, davanti alla croce. Rispondere «Sì» alle domande: «Siete disposti, seguendo la via del Matrimonio, ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?» e «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi […]?», significa acconsentire a partecipare alla croce. Qualsiasi amore coniugale e genitoriale comporta sofferenza. Trafiggerà il cuore. Richiederà di spargere la propria vita affinché altri possano vivere.

Abbracciare questa realtà consapevolmente fin dall’inizio, acconsentendo a partecipare alla croce vivificante di Cristo, darà ai coniugi la forza di portare i propri fardelli, facendo sembrare leggere anche le cose pesanti. Il rapporto orizzontale tra marito e moglie, genitori e figli, sarà sostenuto da un asse verticale sicuro e affidabile.

Amo il rito che il rito latino consente quando il sacerdote, dopo aver assistito alle promesse matrimoniali, avvolge le mani unite degli sposi nella sua stola e dice: «L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce».

Ogni volta che indossa la stola, il sacerdote recita la bellissima preghiera di vestizione: «Restituiscimi, o Signore, la stola dell’immortalità, che persi a causa del peccato del primo padre».

L’alleanza matrimoniale ci permette di intravedere la gloria che risplendeva su Adamo ed Eva prima della caduta. In alcuni riti orientali, gli sposi vengono incoronati in riconoscimento della loro ritrovata dignità regale di filiazione.

Nel nostro clima iper-secolarizzato, che sentimentalizza il Matrimonio e ha una visione consumistica dei figli, considerati beni da ordinare per un momento opportuno, preferibilmente prodotti secondo specifiche prestabilite, questa prospettiva soprannaturale è utile. Essa ricorda il fatto che il Matrimonio non riguarda solo una donna e un uomo. Esso incorpora i due in una comunione vivente con Dio; anzi, li costituisce insieme come immagine, icona vivente, della santa Chiesa di Dio.

Sapere che Cristo è costitutivamente presente nella loro unione li ispira nell’arduo lavoro di abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale, per non dire più «io voglio», ma «noi vogliamo»; non «io ho», ma «noi abbiamo». Può aiutarli a gestire la forza bruta e la profonda vulnerabilità del sesso, integrando bene sia il suo aspetto unitivo che quello procreativo. Li preparerà ad accogliere i figli con riverenza come doni di grazia di Dio.

Una coppia sposata ha bisogno di essere sostenuta da una comunità. È errato considerare la coppia come autosufficiente, aspettandosi che generi da sola tutte le proprie risorse e la propria felicità: una tale visione non fa altro che applicare l’individualismo secolare a un’unità collettiva che vacillerà sotto il peso.

È qui che la comunità cattolica e la parrocchia assumono il loro ruolo, chiamate a fornire la cura, l’aiuto pratico, l’umorismo e i consigli compassionevoli che un tempo potevano offrire le unità familiari più ampie, ormai in gran parte scomparse.


Famiglie in situazioni complesse


Parliamo della «gioia e della bellezza» del Matrimonio. Facciamo bene a farlo. Queste qualità rappresentano effettivamente un ideale. Ma dovremmo anche essere cauti ed evitare i luoghi comuni.

Basta leggere Aнна Каренина [Anna Karenina: N.d.T.] di Lev Nikolàevič Tolstòj o guardare Scener ur ett äktenskap [Scene da un matrimonio: N.d.T.] di Ernst Ingmar Bergman per rendersi conto che una coppia sposata può rendere la vita un inferno l’uno all’altro (QUI). Anche questo va tenuto presente.

Prima di ricevere l’abito monastico, il postulante spesso legge dal Siracide: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). I fidanzati potrebbero fare lo stesso. Le prove arriveranno.

Papa Francesco ha scritto dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale ma dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. È una distinzione semantica interessante.

Il significato fondamentale della radice latina laet-, da cui derivano laetus e laetare, è «felicità». Tuttavia, già nel latino classico la radice aveva un significato agro-ecologico che indicava la «fioritura» delle piante e il suolo «fertile». Ciò ha perfettamente senso. La vegetazione «felice» cresce in un terreno che è stato lavorato per renderlo nutriente. Quindi la radice laet- potrebbe anche dare origine al sostantivo laetamen, «concime». Nell’antichità il concime era sinonimo di letame, che puzza. La laetitia dell’amore presuppone un terreno ripulito dalle pietre, ben arato e con una quantità sufficiente di letame ricco.

Sottolineare questo punto non significa privare il matrimonio e la famiglia della loro gioia; significa invece insistere sul fatto che tale gioia scaturirà dal lavoro; e che tale lavoro è duro, spesso apparentemente poco gratificante.

Lo stato monastico e quello coniugale si presuppongono e si rispecchiano a vicenda. Credo, e ne sono certo, che le famiglie possano trarre beneficio dalla saggezza e dall’esperienza ereditate dalla vita monastica.

I monaci vivono secondo una regola che sancisce il patto della vita comune, rendendone espliciti lo scopo e il fine. Quando marito e moglie concordano sulla finalità della loro famiglia, saranno meglio preparati ad affrontare gli ostacoli rispetto a quando non hanno formulato la loro unione come un compito.

Ciò vale in particolare se la loro finalità condivisa è trascendente. Allora lasceranno che Dio agisca in loro. Vedranno le difficoltà come occasioni di conversione, per uscire dalla cella ammuffita dell’io.

I monaci e le monache sono realistici riguardo alle lotte che riguardano la loro vocazione. La prima letteratura monastica, gli Apophthegmata Patrum Aegyptiorum [Detti dei Padri del Deserto: N.d.T.], affronta di petto le battaglie classiche. I Detti consentono ai monaci di cercare modi per risolvere questioni concrete con cui si trovano a lottare sotto titoli concreti come «Spossessamento», «Pazienza», «Lussuria», «Tolleranza».

L’applicabilità pratica di questi consigli, dopo millecinquecento anni, rimane sorprendente.

Si potrebbe trarre grande beneficio, direi, dalla realizzazione di una raccolta di Apophthegmata per le famiglie, basata sull’esperienza e ispirata alla fede, che mostri come le prove possano essere affrontate in modo costruttivo alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo e della sua grazia efficace.

Quando le cose si fanno difficili, restringiamo la nostra prospettiva. Vediamo solo il nostro dolore presente, non il cammino che potrebbe estendersi oltre esso.

Una delle principali preoccupazioni pastorali in tali situazioni è quella di richiamare alla mente il quadro più ampio, lasciando che chi soffre scopra il senso potenzialmente produttivo delle proprie difficoltà, che può servire a ridurre l’egoismo e a purificare l’amore. Il matrimonio, non meno della vita monastica, è una scuola di conversione.

Per quanto riguarda le relazioni «irregolari», ritengo che le nostre comunità cattoliche le accolgano di norma con maturità e sensibilità. Per le persone che si trovano in tali situazioni può essere liberatorio trovarsi in un contesto in cui la loro «irregolarità» sia riconosciuta, senza però essere relativizzata; e in cui siano comunque accolte con amicizia cristiana, potendo così contribuire alla comunità.

Penso all’esempio di molti fedeli che conosco e che, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere la benedizione al momento della Comunione, pur sapendo di non poter accedere al Sacramento, ma affidandosi alla misericordia di Dio all’opera nella Chiesa.

Il loro esempio di fedeltà contribuisce in modo significativo a edificare la comunità cristiana. Esso testimonia il realismo vitale del Sacramento e la virtù della speranza. L’esilio sacramentale, se sostenuto nel tempo, può preparare un gioioso ritorno a casa.

Cristo ci ha dato i suoi Comandamenti rigorosi per educarci e liberarci da noi stessi, «perché non vivessimo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi» (Preghiera Eucaristica IV). Il suo intento è quello di farci crescere in statura verso una vita nuova e divinizzata.

Quella vita deve sempre essere l’obiettivo che proponiamo alle persone, non la mera affermazione umana – sebbene tutti ne abbiamo bisogno, in una certa misura.


Le famiglie come agenti della missione

Cosa distingue la visione del mondo del Cristiano da quella dei laicisti?

La convinzione che, attraverso tutte le vicissitudini della storia, tutti i cambiamenti operati dall’evoluzione della natura e dall’ingegno dell’uomo, la fedeltà di Dio all’umanità, creata a sua immagine, sia assoluta. Qualunque cosa accada, l’amore di Dio, rivelato in modo definitivo in Gesù Cristo, è certo. È la roccia su cui si può costruire una vita, una società. Possano venire tempeste, possano soffiare e sferzare i venti, ma questo fondamento rimane.

La prima missione della famiglia è quella di testimoniare questo amore stabile. Ecco perché l’indissolubilità del matrimonio deve essere vista come un dono e un compito nobile, un voto di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62). Promettendo di rimanere fedeli l’uno all’altro fino alla morte, marito e moglie incarnano nella storia la realtà dell’amore di Dio.

La natura umana, ferita dal peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro vantaggio e non esitiamo a perseguirlo in molte direzioni contemporaneamente. In questo modo possiamo provare qualche emozione forte; ma difficilmente troveremo una serena soddisfazione. Continuiamo ad anelare a un unico amore determinante: ne sono testimonianza le canzoni popolari di ogni epoca, anche quelle della nostra, generalmente atea.

Una famiglia è missionaria, quindi, innanzitutto per la sua fedeltà. Proprio ora, mentre tante strutture tradizionali di coesione sociale stanno crollando intorno a noi, questa missione è di vitale importanza.

Una seconda forma di missione familiare è l’ospitalità. Proprio come un monastero è «sempre pieno di ospiti» (Regola benedettina, 53) – non deve essere un club autoreferenziale a esclusivo beneficio dei membri –, una famiglia cristiana accoglie gli altri. «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Attraverso un impegno saggio e responsabile verso questo ideale, la coesione stessa della famiglia può essere rafforzata in uno spirito di servizio e cortesia.

A volte ci si chiede: in che modo le famiglie possono contribuire alla formazione dei sacerdoti? Non tanto affollando il seminario con presentazioni in Power Point sulla vita familiare, quanto invitando i seminaristi, i sacerdoti (chissà, forse persino i Vescovi?) a entrare nelle loro vite. Il sacerdote celibe fedele alla propria vocazione ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è finalizzato alla fecondità. Ne deriva un beneficio reciproco e gioioso.

È necessaria una testimonianza di fecondità. I tassi di natalità stanno crollando a livello globale (QUI). La nostra razza non si sta riproducendo. Trent’anni fa, i sociologi si preoccupavano della sovrappopolazione, riversando critiche feroci sull’insegnamento cattolico riguardo al controllo delle nascite (QUI). Ora vediamo che prevale la tendenza opposta. Il desiderio sicuro di riprodursi sta svanendo rapidamente in ogni continente.

La pianificazione familiare cattolica, oggi, deve concentrarsi sul consentire alle famiglie di dire sì ai figli. Ciò richiede misure concrete: disponibilità di alloggi a prezzi accessibili, assistenza all’infanzia e scuole – la missione ha un aspetto politico. Ma soprattutto riguarda la conversione dei cuori.

Desiderare di fondare una famiglia feconda oggi è controculturale, equivale a voler essere un punk negli esaltanti anni Settanta. La Chiesa è chiamata a sostenere questa sana rivoluzione, consentendo ai giovani di scegliere e impegnarsi a favore della vita.

Naturalmente, qualsiasi tentativo di parlare della famiglia come agente missionario si scontra con un dilemma esegetico.

L’atteggiamento di Cristo nei confronti della famiglia può risultare impegnativo. Egli chiama Giacomo e Giovanni allontanandoli dai loro legami familiari, lasciando il povero vecchio Zebedeo perplesso sulla sua barca (Mc 1,19-21). La sua guarigione della suocera di Pietro ci induce a chiederci: che fine fece la signora Pietro quando Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31)? Rabbrividiamo di fronte alle parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

Tali affermazioni non sminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerare la famiglia alla luce di un discepolato radicale.

«Cercate prima il regno di Dio!» (Mt 6,33).

Questo principio vale anche per le famiglie. Quando viene realizzato, una famiglia può manifestare, in modo mistico ma plausibile, quel regno.

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Il giorno successivo all’assemblea romana, mentre noi che abbiamo avuto la grazia di parteciparvi la ricordiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, per provvidenza divina, quell’incomparabile Dottore della Chiesa, Santa Teresa d’Ávila. L’Ufficio delle Letture di oggi ci propone un brano tratto dalla sua Autobiografia che inizia così: «Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ha sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi.».

È una prospettiva meravigliosa da cui considerare le grazie e le sfide della vita familiare. Nella Colletta per la festa di oggi, preghiamo: «O Padre, […] concedi a noi, tuoi fedeli, […] di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.». Amen!

Ma una chiamata del genere non è forse troppo alta per noi, gente comune e povera?

No, se lasciamo che Dio operi la sua redenzione in noi e se ricordiamo l’alto significato dei gesti ordinari e quotidiani di fedeltà che attuano e rinnovano una risoluzione, data una volta per tutte, di amare fedelmente.