martedì 21 aprile 2026

Il Cristo distrutto nel Sud del Libano: anatomia di una decristianizzazione strategica

 




di Sergio Saraceni, 20-04-2026

L'immagine che circola in queste ore non è un fotomontaggio. È la documentazione di un atto reale: un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), equipaggiato con elmetto e giubbotto tattico, che brandisce un pesante martello e colpisce con freddezza la figura di un Cristo crocifisso. Il gesto sembra essere quasi rituale. Non si tratta di un'esplosione casuale di guerra: è un atto di profanazione deliberata di un simbolo fondante della civiltà cristiana del Levante.

Questo episodio non è isolato. Si inserisce in un quadro più ampio e documentato di pressione sistematica sulle comunità cristiane del Sud del Libano, in particolare nei villaggi di Qlayaa, Alma al-Shaab, Rmeish, Debel e Ain Ebel – aree storicamente a maggioranza maronita e greco-melkita. Rapporti di fonti indipendenti e di agenzie ecclesiali confermano che, durante l'offensiva israeliana del 2024-2026, queste località hanno subito evacuazioni forzate, distruzioni di abitazioni e colpi diretti su edifici religiosi. Il 9 ottobre 2024, ad esempio, un raid aereo ha distrutto la chiesa di San Giorgio a Derdghaya, causando almeno otto morti tra i civili che vi avevano trovato rifugio. Nel marzo 2026, il parroco maronita di Qlayaa, padre Pierre al-Rahi, è stato ucciso da colpi di artiglieria mentre rimaneva al fianco della sua comunità.

I dati demografici, elaborati da fonti accreditate come l'Agenzia Fides e studi demografici libanesi, raccontano una traiettoria di lungo periodo: i cristiani, che costituivano circa il 50-55% della popolazione libanese all'indipendenza (1943) e ancora il 38% intorno al 2011, sono scesi oggi a una quota attorno il 30% con proiezioni che indicano una stabilizzazione relativa solo grazie a tassi di natalità leggermente superiori alla media musulmana in alcune fasce. Le cause principali sono note: emigrazione di massa durante la guerra civile (1975-1990), crisi economica cronica, e – fattore decisivo negli ultimi due anni – l'intensificazione dei bombardamenti e delle operazioni di terra israeliane nel Sud. Fonti come NPR, The New Arab e L'Orient-Le Jour documentano come interi villaggi cristiani siano stati svuotati, con bulldozer e demolizioni mirate che ricordano esplicitamente il "modello Gaza" invocato pubblicamente dal ministro della Difesa israeliano.

Ma il dato scientifico più inquietante non è solo numerico. È antropologico e geopolitico. Il Levante è la culla storica del cristianesimo: qui nacquero le prime comunità apostoliche, qui si conservarono per secoli le antiche liturgie siriache, maronite e melkite. La progressiva erosione della presenza cristiana non è un "effetto collaterale" della lotta contro Hezbollah. È il risultato di una logica di ingegneria demografica e culturale che mira a trasformare il Sud del Libano in una zona cuscinetto priva di radici confessionali autoctone forti. Come ha documentato Wikipedia nella voce sulla distruzione del patrimonio culturale durante l'invasione israeliana del 2024, interi villaggi storici sono stati rasi al suolo, con un impatto sproporzionato su siti cristiani. L'IDF stessa ha ammesso di indagare sull'episodio del soldato con il martello, confermando l'autenticità delle immagini ma qualificando il gesto come "contrario ai valori" dell'esercito – una formula rituale che non cancella la realtà sul campo.

In una prospettiva multipolare, questo processo assume un significato ancora più chiaro. Israele, attore chiave del blocco atlantista nel Levante, non agisce solo per ragioni di sicurezza tattica. Opera per ridisegnare la carta etno-confessionale della regione, favorendo la frammentazione degli Stati e l'indebolimento di qualsiasi soggetto capace di resistere al modello unipolare. I cristiani libanesi – con la loro antica tradizione di convivenza e di resistenza – rappresentano un elemento di coesione nazionale e di memoria storica che disturba il progetto di "grande Israele" o di zone di sicurezza depopolate. La loro espulsione o marginalizzazione accelera la trasformazione del Libano in un'entità sempre più fragile, dipendente da dinamiche esterne.

Non si tratta di "antisemitismo" o di retorica complottista. Si tratta di geostrategia documentata: rapporti di Open Doors, dell'International Christian Concern e di studiosi del Washington Institute for Near East Policy confermano che la presenza cristiana nel Levante è sotto pressione strutturale da decenni, e che i conflitti armati degli ultimi due anni hanno accelerato un esodo già in atto. La croce rovesciata e martellata nel Sud del Libano diventa, in questo senso, un simbolo plastico di una decristianizzazione non più solo demografica, ma culturale e simbolica.

Di fronte a questo, la domanda (in chiave multipolare) è semplice e radicale: chi, nella nuova architettura mondiale che sta emergendo, è disposto a riconoscere che la difesa delle antiche comunità cristiane del Levante non è un residuo confessionale, ma un baluardo di sovranità spirituale e culturale contro l'omologazione globale? Il martello che si abbatte sul Cristo di legno non colpisce solo una statua. Colpisce una civiltà millenaria che, nonostante tutto, continua a testimoniare che la fede e la storia non si riducono a falsi atti di sicurezza dal sapore di vile prepotenza, ma include anche memoria, fede e radice.





«Senza Dio? E’ presunzione», la svolta dello psichiatra Paolo Crepet



Il noto psichiatra italiano Paolo Crepet si confessa su Dio e la fede nella trascendenza. Il suo ultimo libro è un viaggio dentro di sé, per la prima volta.

Ultimissime
20 Apr 2026


Una svolta spirituale?

E’ quella raccontata al “Corriere della Sera” da Paolo Crepet, psichiatra e sociologo noto al grande pubblico per la sua presenza nei media e per i suoi interventi su temi sociali e culturali.

Nel suo ultimo libro, “Riprendersi l’anima” (HarperCollins 2026), Crepet racconta di sé per la prima volta. Finora aveva rifiutato perché «troppo intimo, troppo penoso mettersi a nudo».

Paolo Crepet e la fede nella trascendenza

Il noto psichiatra racconta il rapporto con esperienze che definisce “oltre”, trascendentali, come la visita ai cimiteri, descritti non come luoghi di fine ma come soglie di un’esistenza che prosegue in altra forma.

In questo contesto parla persino di “angeli” in riferimento a eventi decisivi della sua vita, come l’inizio della carriera televisiva. «Non so se gli angeli ci sono davvero», confessa, «ma io ci credo».

«Abbiamo perso la capacità di ascoltare il dolore del mondo, ma anche la sua speranza», aggiunge spiegando il titolo del libro. «Riprendersi l’anima vuol dire tornare lì».

Crepet e Dio

Ripensando al suo passato si definisce «un giovane cinico», indurito dalla vita, dai lutti precoci, dalla solitudine. E ancora oggi vive «notti di dubbi, paure, domande».

Tuttavia afferma di essere sempre stato credente perché «essere senza Dio è un po’ presuntuoso».

Accanto a questa apertura religiosa, Crepet mantiene il suo stile critico verso la cultura contemporanea, in particolare sul tema dell’amore e dell’identità.

L’amore, secondo lui, non è mai accomodante ma richiede fatica e conflitto, mentre l’identità appare sempre più difficile da definire in una società che tende a semplificare o appiattire le esperienze umane.

“Gestazione per altri? Nazismo puro”

Non è la prima volta che riprendiamo le parole del noto psichiatra italiano.

Già in passato avevamo valorizzato il suo giudizio sulla maternità surrogata.

Durante una puntata televisiva di “Tagadà”, Crepet aveva infatti preso posizione contro l’inganno progressista dell’approvazione della gestazione per altri come atto generoso: «E’ un problema psicologico, non giuridico», disse.

«Voi siete mamme e non ve lo devo dire io che quei nove mesi non sono solo una questione di crescita biologica», affermò Crepet. «Ci sono migliaia di studi che testimoniano che tra la mamma e il bambino che ha in pancia si stabilisce una relazione affettiva».

Dopo la replica polemica da parte di Wladimiro Guadagno, in arte “Luxuria”, Crepet aveva aggiunto: «Le donne che chiedono ad altre di portare avanti, per loro, la gravidanza? E’ orribile, nazismo, nazismo puro. Voi parlate dei diritti degli adulti e non dei diritti dei bambini».





lunedì 20 aprile 2026

Pistoia-Pescia. Leone XIV ha nominato il nuovo vescovo



Chiesa cattolica
Diocesi
Città del Vaticano


20/04/2026

Pistoia - È don Augusto Mascagna, presbitero della diocesi di Civita Castellana, il nuovo vescovo di Pistoia e di Pescia. L'annuncio è stato dato questa mattina a mezzogiorno nel palazzo vescovile di via Puccini, dove monsignor Fausto Tardelli aveva convocato il clero, i religiosi e le religiose, i consigli pastorali e il personale di Curia delle due diocesi per le «importanti comunicazioni» che il territorio attendeva dall'Epifania, quando il vescovo uscente ha compiuto i 75 anni.

Con questa nomina, Papa Leone XIV conferma la scelta già compiuta da Papa Francesco nell'ottobre del 2023: le diocesi di Pistoia e di Pescia restano unite in persona episcopi, cioè affidate alla guida pastorale di un unico vescovo pur mantenendo ciascuna la propria identità giuridica, la propria curia, il proprio capitolo cattedrale e la propria fisionomia ecclesiale. Il successore di Tardelli assume contestualmente la guida di entrambe le Chiese, segno che il cammino di comunione avviato nell'ultimo triennio è ormai consolidato.


Chi è don Augusto Mascagna

Presbitero del clero della diocesi di Civita Castellana, nella Tuscia viterbese, don Augusto Mascagna è una figura di lungo corso nella pastorale del territorio laziale. È nato il 12 marzo 1964 a Caprarola (Viterbo). Dopo essere entrato a far parte del Pontificio Seminario Romano, ha conseguito la Licenza in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. È stato ordinato sacerdote il 15 aprile 1989 per la Diocesi di Civita Castellana. Ha ricoperto i seguenti incarichi: Viceparroco della Cattedrale Santa Maria Maggiore di Civita Castellana, guidando contemporaneamente la parrocchia di San Benedetto a Civita Castellana; Parroco della Regina Pacis di Anguillara e della Santi Vincenzo e Anastasio di Rignano Flaminio; Direttore Spirituale dei Seminaristi ospiti del Centro Vocazionale; Professore di Teologia Fondamentale presso l’Istituto “Faleritano” di Scienze Religiose e Professore di Teologia Fondamentale e di Teologia Dogmatica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Trocchi” di Civita Castellana; finora, Parroco della Concattedrale Santa Maria Assunta di Orte, Segretario del Consiglio Presbiterale, Referente diocesano del Cammino Sinodale delle Chiese in Italia e Delegato della Pastorale familiare diocesana.


Un'eredità da raccogliere: le Chiese di Pistoia e di Pescia


Monsignor Tardelli lascia due diocesi profondamente diverse per storia, estensione e fisionomia, ma ormai avvezze a camminare insieme. L'unione in persona episcopi, voluta da Papa Francesco il 14 ottobre 2023, non ha prodotto un accorpamento - le due sedi restano distinte - ma ha inaugurato una stagione di convergenza pastorale di cui il nuovo vescovo è chiamato ora a essere custode e interprete.

La diocesi di Pistoia, suffraganea dell'arcidiocesi di Firenze, è la più estesa e popolosa delle due. Il suo territorio copre 821 km² e abbraccia 15 comuni distribuiti su tre province - Pistoia, Prato e Firenze -, tra cui il capoluogo, Quarrata, Agliana, Montale, Serravalle, Abetone Cutigliano, San Marcello Piteglio, Poggio a Caiano, Carmignano, Montemurlo e la maggior parte del comune di Vinci. Sede vescovile è la città di Pistoia, con la cattedrale di San Zeno. La diocesi conta 203.900 battezzati su 208.108 abitanti, pari al 98,0% della popolazione. Sono 96 i presbiteri - 90 diocesani e 6 religiosi - coadiuvati da 17 diaconi permanenti e affiancati da 6 religiosi non sacerdoti e 106 religiose. Le parrocchie sono 160, raggruppate in nove vicariati: Città di Pistoia, Quarrata, Poggio a Caiano-Carmignano, Montale-Agliana-Montemurlo, Ombrone Limentra, Bottegone, Vincio, Montalbano occidentale e Reno-e-Montagna. È una Chiesa di antica tradizione, le cui origini risalgono al III secolo e che ha attraversato pagine controverse della storia ecclesiale: dal sinodo giansenista di Scipione de' Ricci del 1786 alla lunga unione con Prato fino al 1954.

La diocesi di Pescia, suffraganea dell'arcidiocesi di Pisa, è più piccola. Il territorio si estende per 224 km² su 12 comuni di tre province - Pistoia, Lucca e Firenze - e comprende la Valdinievole con Pescia, Uzzano, Chiesina Uzzanese, Buggiano, Ponte Buggianese, Massa e Cozzile, Montecatini Terme, Pieve a Nievole, Monsummano Terme, Altopascio, Montecarlo e la frazione di Massarella nel comune di Fucecchio. Sede vescovile è Pescia, dove sorge la cattedrale di Maria Santissima Assunta e San Giovanni Battista; sul territorio insistono anche due basiliche minori, quella di Santa Maria Assunta a Montecatini Terme e il santuario di Santa Maria della Fontenuova a Monsummano Terme, che custodisce la patrona principale della diocesi. I battezzati sono 110.700 su 120.200 abitanti (92,1%), i presbiteri 71 - 48 diocesani e 23 religiosi - i diaconi permanenti 6, le parrocchie 42, articolate in quattro vicariati: Pescia, Chiesina Uzzanese, Montecatini Terme e Monsummano Terme. Eretta nel 1519 da Leone X come prepositura nullius dioecesis e promossa a sede vescovile da Benedetto XIII nel 1727, Pescia è una Chiesa giovane per erezione canonica ma radicata in una tradizione religiosa antichissima, che affonda le radici nelle pievi lucchesi dell'alto Medioevo.

Messe insieme, le due diocesi affidate a don Mascagna contano oltre 314.000 battezzati, 167 presbiteri, 23 diaconi permanenti e 202 parrocchie, distribuite dalla montagna pistoiese fino alle terme della Valdinievole, con propaggini in territorio pratese, fiorentino e lucchese.
Il passaggio di consegne

Il nuovo vescovo prende il testimone in un momento delicato per la Chiesa toscana. Monsignor Tardelli, vescovo di Pistoia dall'8 ottobre 2014 e di Pescia dal 14 ottobre 2023, aveva anticipato di alcuni mesi la rinuncia prevista dal diritto canonico al compimento del settantacinquesimo anno - che ha raggiunto il 5 gennaio scorso - motivandola con «ragioni pastorali» e con la volontà di consegnare al più presto al suo successore la guida del cammino sinodale 2026, un anno «carico di prospettive e di appuntamenti» anche nella prospettiva dell'anno giubilare jacopeo del 2027. Alla Chiesa di Pistoia e a quella di Pescia, unite ormai da un triennio sotto lo stesso pastore, si apre una nuova stagione: quella di un vescovo che arriva da lontano, da una piccola diocesi della Tuscia romana, e che è ora chiamato a imparare e ad amare due terre di frontiera e di tradizione, sospese tra l'Appennino e la pianura, tra Firenze, Pisa e Lucca.

p.L.D.
Silere non possum




Fonte


Tornare agli Stati nella post-globalizzazione?




Articolo apparso su La Verità del 19 aprile 2026.



E quali governanti saprebbero farlo?



Ettore Gotti Tedeschi

Temo sia molto complesso e problematico poter tornare agli Stati post globalismo. Ci sarebbero gli uomini-governanti che saprebbero farlo e poi gestirli?

Papa Benedetto XVI fece chiaramente intendere, profeticamente, nelle premesse dell’Enciclica sulla Globalizzazione, Caritas in Veritate, che in un mondo impregnato di cultura nichilista il vero grande rischio sta nel fatto che gli strumenti sofisticati creati dal genio umano, gli possano sfuggire di mano e prendere autonomia morale. La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere nelle conclusioni della stessa Enciclica che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il “cuore “dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il “cuore” dell’uomo? Non ho detto “chi dovrebbe”, ho detto “chi saprebbe”. Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere) gestito da una persona incapace e inadeguato o peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.

Claudio Risè ,in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17-aprile), titolato “Basta globalismo, servono gli Stati”, lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere Benedetto XVI, "dovrebbe essere cambiato il “cuore” dei governanti e non solo il modello di governo".

Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile ed utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Kissinger negli anni ’70. Utopistico e innaturale persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione che ha interessato tutti i paesi mondiali, ha anche creato una "interconnessione", economico finanziaria anzitutto, globale ove nessun paese può avere autonomia, sovranità ed indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri paesi, diciamo tra un 25 % e un 50% della propria economia.

Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano…) o prodotti speciality (chips, farma...) di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare ad una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.

Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia, la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine.

Per fare un esempio mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo “segno di contraddizione” perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in “sostenibile e inclusivo”, che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del “capitalismo globalizzato” che è cambiato.

Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa, ci son stati i molteplici continui reset (cioè correzioni) che hanno persino resettato più volte se stessi. Ed ora siamo alla vigilia di un nuovo superreset globale che sta mettendo a confronto USA e CINA con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?

Quanto alla nostra Europa, Trump ha “detto male” qualcosa di corretto sull’Europa che ormai non è più l’Europa, non è più fatta più tanto da europei e in prospettiva lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, capacità dei governanti e ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super Global Asset Managers che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli stati stessi. Posso aggiungere per finire che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno stato. Quindi più nulla da fare? Proprio per niente, ma ne parleremo successivamente.








domenica 19 aprile 2026

I Martiri di Gorcum. Impiccati dai protestanti per non aver abiurato la fede



In Olanda, nel XVI secolo, 19 religiosi furono giustiziati dai protestanti per non aver rinnegato la propria fede.




Antonello Cannarozzo

Quando oggi si sente parlare di ecumenismo, incontro, cammino sinodale, adeguamento della Chiesa cattolica verso un dialogo con le altre confessioni, barattando così la Verità in cambio del nulla, il ricordo corre ai tanti martiri che nei secoli preferirono morire piuttosto che arrendersi ed abiurare alla dottrina cattolica.

In una Chiesa soffrente, afflitta da tanti mali, dove dottrina, liturgia e autorevolezza sono ormai ricordi di un tempo che fu, va aggiunta la sua progressiva accondiscendenza verso un ecumenismo che la impoverisce sempre più nei suoi valori e con ciò che rimane della sua storia millenaria; una situazione che ricorda tristemente le parole sempre più attuali di Gesù: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dalla gente" e così, dimenticando la sua santità e volendo piacere a questo mondo malato, la Chiesa oblia oltre alla sua Fede anche i suoi martiri che l’hanno resa grande agli occhi di Dio.

I lettori ricorderanno il commovente "Dialogo delle Carmelitane", scritto da George Bernanos, e tratto dalla storia vera di 16 suore di clausura che furono sacrificate sull’altare della mai abbastanza deprecata Rivoluzione Francese, per rimanere fedeli alla Chiesa, ma non è stata certo la prima volta, circa duecento anni prima in Olanda, adagiata su canali fluviali, sorgeva la piccola e fiorente cittadina di Gorcum, oggi Gorinchem, nel sud dell’Olanda, dove, furono arrestati in odium fidei decine di religiosi e religiose, come nel resto del Paese, colpevoli solo di essere cattolici. La storia che raccontiamo riguarda 19 di loro impiccati poi nella vicina città di Brielle nel 1572, confessando la loro appartenenza alla Chiesa di Roma e, dunque, a Cristo.

Dal 1477 i Paesi Bassi appartenevano alla potente casa regnante cattolica degli Asburgo che, nonostante gli sforzi dei re Carlo V e poi Filippo II, non riuscirono a fermare il virus del protestantesimo che si propagò velocemente in tutto il Nord Europa.

A sostegno del proselitismo dei seguaci di Lutero, insieme a persone di fede che credevano onestamente nella nuova Riforma, vi erano anche delle bande armate che andavano per le varie contrade a convertire, più che con la Bibbia, con la violenza, erano chiamati gueux, cioè pitocchi, per la loro vita disordinata fatta di furti e violenze di ogni tipo ovunque andassero e, a farne le spese in quegli anni, furono, specialmente, i cattolici, nonostante le assicurazioni fatte da questi “portatori di libertà” nei territori conquistati dalla tirannia della Chiesa(sic), ma da veri ‘liberatori’, proibirono fin da subito la religione cattolica con l’accusa di essere una setta idolatra per sostituirla con il nulla dottrinale dei riformati.

La guerra di religione

QIn questi anni tumultuosi furono vissuti a Gorcum, come in altri centri, con trepidazione e paura per le continue lotte interne. Ancora agli inizi della guerra di religione, nella cittadina si contrapponevano due schieramenti: quello cattolico, allora più numeroso, e quello protestante.

Purtroppo, nulla di nuovo sotto il sole e anche allora tra i cattolici molti lo erano solo di nome, pronti, per il quieto vivere, a cambiare bandiera e andare con il vincitore, così, quando venne conquista dai protestanti la vicina città di Dordrecht, molti a Gorcum capirono che il vento stava cambiando e cominciarono a guardare con favore la presenza dei protestanti con le loro eresie dottrinali.

Nella cittadina si ergeva un convento tenuto dai frati cappuccini apprezzati per la loro serietà e testimonianza di fede, tanto da essere considerato il cuore pulsante del cattolicesimo nell’intera provincia, ma la situazione ormai stava precipitando e molti buoni cittadini implorarono i frati di lasciare il convento per rifugiarsi in luoghi più sicuri e non essere un facile bersaglio come simbolo del cattolicesimo per la vendetta dei protestanti.

La risposta dei frati fu però negativa, il padre superiore, dando prova di grande coraggio, affermò che Dio dava certamente le prove, ma anche la forza di sopportarle e poi, dal punto di vista pastorale, che segnale sarebbe stato assistere alla loro fuga per i cattolici che restavano?

E allora piuttosto la morte che rinnegare la Verità

Purtroppo i presentimenti si rivelarono fondati. Il 25 giugno del 1572 sbarcarono a Gorcum, attraverso i canali, circa 150 pitocchi protestanti provenienti da Dordrecht, appena conquistata, e ben presto furono padroni della città anche per l’arrendevolezza dei suoi abitanti convinti dalle loro promesse di libertà politica e religiosa anche per i papisti.

Poco fuori dal centro abitato si ergeva una fortezza che fu scelta come rifugio da quei pochi cattolici che non credevano alle promesse dei protestanti insieme ai frati cappuccini e alcuni sacerdoti delle parrocchie vicine, per resistere ad un eventuale attacco dei protestanti in attesa, di lì a qualche giorno, dell’arrivo promesso delle truppe del governatore asburgico per liberare la città, ma questi aiuti non arrivarono mai, lasciando i suoi abitanti alla mercé dei protestanti.

La Cittadella, così veniva chiamata la fortezza, non era certa in grado di poter resistere contro 150 facinorosi opponendo poche armi e solo una ventina di persone in grado di usarle, insomma il destino era tragicamente segnato per loro.

Verso sera cominciò l’assalto alla fortificazione, ma ad ogni colpo di cannone la vecchia struttura cadeva a pezzi e ben presto il panico si impadronì dei suoi difensori che, volendo credere alla sincerità dei protestanti, pur di aver salva la vita, si arresero quasi senza combattere.

Le bugie dei “liberatori”

Mentre accadevano questi fatti all’ interno di ciò che rimaneva della costruzione, i frati, sicuri in cuor loro di una prossima morte per mano dei nuovi ‘liberatori’, si confessarono l’un l’altro per ricevere così la santa Comunione e prepararsi all’ultima dura battaglie che di lì a poco avrebbero dovuto affrontare.

Questo atteggiamento così pessimistico dei frati strideva con l’atteggiamento fiducioso dei cittadini rifugiatisi nella Cittadella i quali credevano che con l’accordo appena stipulato tutti, ma proprio tutti, avrebbero avuto salva la vita una volta consegnatisi al nemico, frati compresi e così, finalmente, la pace sarebbe tornata in città.

Peccato che una volta accettato di consegnare le armi, il comandante dei protestanti, un certo Marin Brant, fece radunare costoro in una sala del castello e senza alcun indugio dette ordine alla soldataglia di gettarsi su questi poveri disgraziati per derubarli di ogni avere che avessero indosso, il tutto tra ingiurie e percosse di ogni genere, ma non contenti di tanta viltà li minacciarono, una volta rilasciati, di pagare un riscatto per la loro libertà. Questa era la situazione in quei giorni, ma andò peggio ai francescani i quali, non possedendo proprio nulla, per questo furono insultati con bestemmie, picchiati duramente e rinchiusi nei sotterranei di ciò che rimaneva della fortezza.

Inutile, fu da parte dei cittadini ricordare a Brant le promesse fatte, ma il gioco era ormai scoperto e qualcuno ricordò l’antico motto latino pronunciato dal re Brenno dopo la vittoria contro i romani “Vaie Victis” – guai ai vinti – e così fu pure per i cattolici olandesi.

Purtroppo, in questo frangente così drammatico, alcuni cittadini, con il coraggio proprio dei vigliacchi, si recarono alla porta della prigione, dove erano rinchiusi i frati, per ingiuriarli e, quando potevano, colpirli anche con violenza, azioni miserabili solo per ingraziarsi i protestanti. Quest’azione rattristò non poco i religiosi che tra questi avevano scorto alcuni cittadini che solo poco tempo prima erano cattolici ed ora abiuravano, nella maniera più torbida, ciò che era stata la loro fede, ma i problemi per i religiosi di li a poco sarebbero stato ben altri.

Il calvario degli interrogatori

La Via Crucis dei prigionieri cominciò il 27 giugno quando i futuri martiri vennero interrogati, oltraggiati, scherniti, malmenati e infine, per fiaccarne lo spirito, furono organizzate per loro anche delle finte impiccagioni. Tanta crudeltà era dovuta anche alla convinzione che i frati nascondevano un tesoro nel convento e volevano sapere dove lo avevano occultato. Alla risposta negativa del padre superiore che spiegò loro che avendo fatto voto di povertà i cappuccini non possedevano assolutamente nulla, questa risposta indispettì maggiormente i carcerieri che si sentirono presi in giro e colmi di ira colpirono rabbiosamente il pover’uomo con calci e pugni, sciaguratamente questa era l’unica legge che conoscevano, infliggendogli lo stesso trattamento della finta morte, con tutte le crudeli conseguenze.

Tra questi ricordiamo anche l’episodio di padre Nicolas Poppel, parroco della città di Gorcum e noto per aver combattuto dal pulpito della sua chiesa l’eresia protestante. Come al solito gli venne intimato di rinnegare la sua Fede, il Papa e ciò che aveva predicato fino ad allora per aver salva la vita e, per rendere più realistica la minaccia, gli puntarono una pistola tra gli occhi, ma il buon padre con grande calma disse solo di essere pronto a morire piuttosto che tradire la Verità e messosi in ginocchio con le braccia alzate a voce alta pronunciò la propria confessione di Fede pronunciata da Gesù sulla croce prima di morire: “In manibus tuas, Domine,commendo spiritum meum”.

Furiosi, i suoi carcerieri presero una corda e la fecero passare sopra una trave, poi, messogli il cappio intorno al collo, lo sollevarono e strattonandolo lo lasciarono cadere di peso a terra per abbandonarlo tra le dolorose ferite e non vedendo alcun gesto pensarono fosse morto, ma il buon padre in realtà era solo svenuto per il dolore.

Assistito dai suoi confratelli, per quanto era possibile in quelle condizioni, purtroppo, come vedremo, i tormenti per il pover’ uomo non erano ancora finiti.

Era uso tra questi uomini di fare a pezzi il corpo di un prigioniero morto ed esporre a futura memoria le sue membra a brandelli al popolo, così quando entrarono nella cella dei frati pensavano di trovare il cadavere di padre Poppel per attuare così il loro macabro disegno, si accorsero che era ancora vivo, nonostante lo stato penoso in cui si trovava. A quel punto, presi dalla collera lo colpirono ancora con calci e pugni aggiungendo bestemmie e improperi. Uno schema che sarà tragicamente ripetuto anche per gli altri religiosi che subirono la stessa sorte insieme, come vedremo, nel processo farsa che ne seguì nella vicina città di Brielle.

Il primo luglio arrivò a Gorcum un certo Giovanni d’Omal, un ex prete, convertitosi al protestantesimo, e nominato ministro della giustizia nei territori.

Uomo pieno di odio per i suoi ex confratelli tanto che, appena giunto in città, li andò subito a trovarli in prigione comunicandogli di prepararsi per l’indomani mattina presto quando sarebbero partiti per Brielle ed essere giustiziati per le loro malefatte.

Così l’indomani, alle prime luci dell’alba, iniziò il viaggio verso la morte dei poveri religiosi. Il tragitto fu assai doloroso: senza mangiare ormai da giorni con il freddo che entrava nelle ossa, come se ciò non bastasse ovunque si fermavano lungo il tragitto, molti popolani venivano aizzati per dileggiarli tra improperi e violenze di ogni tipo e, vista la gente sempre più numerosa, i gueux arrivarono addirittura a far pagare un pedaggio a chi voleva offenderli.

Il martirio


Una volta giunti a destinazione, i futuri martiri furono reclusi nei sotterranei del carcere, un ambiente malsano dove scorreva anche una cloaca e dove erano già stipati altri sacerdoti vittime anch’essi di retate.

Gli arrestati di Gorcum vennero presto interrogati dal Conte della Marca, Guglielmo Lumnaye, governatore protestante, subendo una serie di maltrattamenti sopportati tutto con grande pazienza per amore di Dio e pregando sempre per i loro aguzzini.

Molte furono le sessioni degli interrogatori che ovviamente vertevano sulla loro appartenenza alla Chiesa cattolica con tutto quello che questo rappresentava per i protestanti cioè “un insieme di nefandezze”.

In uno di questi interrogatori, il sacerdote Leonard Vèchel uomo di grande cultura, ma soprattutto di fede, domandò ai suoi accusatori dopo accuse di ogni genere alla Chiesa di Roma, dove la essa non era più la quella voluta da Gesù e la risposta non si fece attendere: “È solo nella Bibbia -dissero- che si trova la parola di Dio”. “Certamente – rispose il sacerdote –ma grazie all’assistenza di chi noi riteniamo le sante Scritture per vere?” mettendo in difficoltà i suoi inquisitori.

Infatti, molti di loro erano ex cattolici e addirittura religiosi dunque conoscevano assai bene la frase di sant’Agostino, figura stimata nel mondo dei riformati e non per nulla Lutero era un ex agostiniano, che affermava “Non crederei al vangelo, se l’autorità della Chiesa non mi ordinasse di credere”. Vèchel, comprendendo che ben sapevano a cosa si riferiva, aggiunse “Noi crediamo alla Scrittura perché la Chiesa lo comanda, ed è necessario che Essa, assistita dallo Spirito Santo, la interpreti per darci l’esatto significato della parola divina”.

Subito, tra i suoi accusatori si levarono grida di protesta per essere stati colpiti nel vivo, tanto che lo stesso giudice, il Conte della Marca, assai indispettito urlò:” Non vedete che questi seduttori cercano di farci ammettere che crediamo nelle scritture perché lo dice il Papa?” e un altro aggiunse” Che bisogno abbiamo di altre prove, impiccateli, non ci guadagnerete nulla da questa gente! Alla forca i papisti”, una frase che ne ricordava tristemente un’altra scena drammatica:” Che bisogno abbiamo ancora di testimoni (Matteo 24, 65) Crucifige eum”.

La sera seguente, dopo una lauta cena e generoso vino, ancora rabbioso per le affermazioni di Vachel, il Conte della Marca decise di farla finita con quei papisti e, pur essendo già notte, fece eseguire la pena di morte.

La storia di questa esecuzione la ritroviamo nello storico contemporaneo ai fatti, Guillaume van Est, conosciuto come Estius, il quale narra come i futuri martiri avviandosi al patibolo, due travi ricavata in un vecchio mulino in disuso, si confessassero vicendevolmente e arrivati sotto lo strumento di morte si misero in fila aspettando solo la loro fine. Il primo a salire la scala per il patibolo fu il padre superiore dei frati, padre Nicolò Picchi, che incoraggiò con l’esempio al martirio in nome di Cristo e, fino a che non venne strozzato dal cappio continuò a infondere coraggio a coloro che di li a poco sarebbero ascesi al Paradiso. Ma la morte non tutti ebbero la forza di accettarla e alcuni, soprattutto i più giovani, lusingati anche dai protestanti non ebbero la forza di accettare il martirio e si allontanarono dal luogo delle esecuzioni tra la soddisfazione degli eretici.

Ad aumentare le sofferenze dei nostri martiri fu, tra l’altro, la mala esecuzione dell’impiccagione fatta senza alcuna attenzione da uomini ubriachi. Scrive ancora Estius, c’era, tra i frati, chi aveva la corda che gli saliva al mento, chi posta male intorno al collo o chi aveva un cappio allentato, allungando tragicamente di molto la loro agonia, tanto che per alcuni la morte giunse solo alle prime ore del mattino.

Rimasero pendenti dalle forche undici cappuccini, più il frate Giacomo Lacops il quale venne impiccato sulla cima di una scala perché non c’era più posto sulle travi, insieme a un padre domenicano, due canonici e quattro sacerdoti secolari.

Curiosamente tutti coloro che ebbero un ruolo nel martirio dei religiosi, fecero tutti una pessima fine e coloro che avevano abiurato per salvarsi la vita morirono poco dopo un anno dai tragici fatti.

Narrando questa storia non vogliamo assolutamente negare o, peggio, giustificare le violenze anche da parte cattolica verso i riformati che si ebbero in quegli anni travagliati, sarebbe un offesa alla storia e un offesa a chi morì innocente, ognuno sceglie la parte con la quale immedesimarsi, ma ciò che deve far riflettere, almeno per noi cattolici, che la Chiesa è grande anche per i suoi martiri sacrificatisi per la nostra Fede e aprire in modo avventato, come purtroppo si continua a fare dalla fine del Concilio Vatican II, alla ricerca di assurde convergenze dottrinali offendendo la memoria di chi si è battuto per non cedere davanti alla Verità di Cristo e, permetteteci di aggiungere, per la salvezza di tante anime.








I conservatori sono più felici dei progressisti






di Roberto Pecchioli,  13 aprile 2026

Ho sempre diffidato delle statistiche. Il poeta romanesco Trilussa scrisse che se mangiamo in media un pollo all’anno e qualcuno è rimasto digiuno, rientra comunque nella statistica “perchè c’è n’antro che ne magna due”. Tuttavia, le analisi matematiche serie spesso attestano con la forza dei numeri ciò che la saggezza popolare già sapeva. Il paradosso di Easterlin sulla felicità, enunciato nel 1974, dimostrò con eleganti formule matematiche che al di sopra della soglia di reddito necessaria per soddisfare le esigenze primarie, la felicità non aumenta con la ricchezza. Ogni anno statistiche e grafici individuano con dovizia di indicatori in quali città italiane si vive meglio. Sempre, la spuntano le aree alpine e gli ultimi posti toccano al sud. Amo il profondo nord, ma so che a Catanzaro non sono più infelici che a Bolzano e che i salernitani non se la passano peggio dei friulani.

Insomma, la statistica va presa con giudizio, anche quando dà ragione ai nostri convincimenti. Numerosi studi affermano unanimemente che i conservatori sono più felici dei progressisti. La conclusione è supportata da indagini condotte con diversi approcci metodologici, dal tentativo di definire la felicità all’attribuzione di senso alla vita, all’analisi di disturbi quali la depressione e le malattie mentali. La prima obiezione riguarda la validità e l’opportunità della divisione tra conservatori e progressisti, ma è opportuno attenersi ai significati comunemente accettati. Ad essere pignoli, dovremmo mettere in discussione le categorie di destra e sinistra, non troppo dissimili dal dualismo conservatori-progressisti.

La distinzione proposta da Norberto Bobbio riguardava l’opposto atteggiamento nei confronti dell’idea di uguaglianza. C’è del vero, ma il criterio non è universale. Esiste una frattura più sottile e veritiera, teorizzata dal sociologo afroamericano Thomas Sowell nel saggio A conflict of visions (Un conflitto di visioni), che affronta le divisioni tra i tipi umani che chiamiamo (con alquanta approssimazione) conservatori e progressisti in termini esistenziali e prepolitici. Dal conflitto permanente tra visioni della vita che attraversa luoghi, tempi, civiltà, sorgono due atteggiamenti opposti da cui dipendono le differenze politiche. Da un lato ci sono coloro che sostengono una visione “vincolata” –constrained– della natura umana, nel senso di immutabile. Dall’altro quelli la cui visione è non vincolata –unconstrained– convinti che gli individui possano essere modellati, cambiati, riconfigurati. Se è vera l’intuizione di Sowell –conservatore– la possibilità che la felicità inclini maggiormente a destra non è peregrina.

La mentalità conservatrice, infatti, è portata ad accettare ed apprezzare i limiti, i propri e quelli imposti dalla realtà. La principale frattura tra ciò che definiamo, in senso lato, destra e sinistra, risiede nel rapporto con la realtà. Se l’umanità è malleabile e possiamo trasformarla, se consideriamo ingiusta la società, dobbiamo farlo. Di qui l’inesausto attivismo, l’utopismo, la volontà di distruggere l’esistente della mente progressista, simile alle promesse degli amanti: più di ieri, meno di domani. Se invece la natura umana è immutabile, va accettata, pur consapevoli della sua imperfezione. Le istituzioni saranno radicate in quella natura e cercheranno di governare miserie e virtù umane nel modo più tollerabile. La realtà sociale ha un significato anche se non siamo in grado di comprenderlo pienamente; la mente conservatrice ne prende atto e si comporta sulla base di principi e valori permanenti. È più probabile essere felici accettando la realtà che vivere in lotta costante contro di essa.

Non si tratta di stabilire se gli uni o gli altri abbiano ragione o torto. Di certo il cambiamento continuo –che unisce il capitalismo e la mentalità progressista– rende insoddisfatti, ansiosi, priva di punti di riferimento, costringe a una vita costantemente in bilico. Se ogni cambiamento è chiamato progresso, i suoi adepti sono più mobili ma anche più portati alle delusioni, alla demoralizzazione, al senso di sconfitta esistenziale, al rancore. Ne è convinto lo psicologo Jordan Peterson, il quale intuì che le differenze ideologiche non affondano le radici in questioni puramente politiche, come la scelta di valori, obiettivi sociali, concezioni sul funzionamento della società, ma sono manifestazioni di differenze psicologiche che si trasformano in divergenze politiche.

Le statistiche confermano che il sentimento, lo stato d’animo conservatore è più favorevole a una vita felice o almeno serena. I ricercatori ammettono che la vita familiare, l’adesione a usi e costumi della comunità di appartenenza e la pratica religiosa contribuiscono fortemente al benessere personale. Valori stabili, forti, tesi al radicamento, tutt’altro che progressisti. Tutte le indagini concordano sul fatto che i conservatori mostrano livelli significativamente più elevati di soddisfazione e attribuzione di senso alla vita rispetto ai progressisti, i quali hanno molte più probabilità di manifestare ansia, depressione e altre forme di disagio psicologico. Il dato è uniforme per paese, classi di età, reddito, livello di istruzione, stato civile. Quale differenza psicologica –se esiste– determina questa differenza?

Le risposte sono contrastanti. Alcuni ribaltano la questione: le persone con maggiore stabilità emotiva e minore tendenza alla nevrosi avrebbero una maggiore predisposizione al conservatorismo. Di qui la probabilità che siano più felici. Lo stesso vale per coloro che hanno goduto di una migliore salute fisica e mentale durante l’infanzia. I soggetti più ansiosi tenderebbero a trovare più attraenti le idee di sinistra. Altre spiegazioni rimandano alla socializzazione: la fede religiosa, la vita familiare, l’integrazione personale e valoriale nella comunità –modalità esistenziali conservatrici– sono associate a una maggiore serenità e stabilità. La religione, in particolare, conferisce il significato più profondo alla vita, maggiori opportunità di integrarsi in comunità, efficaci strumenti morali e spirituali per affrontare le sfide dell’esistenza.

Secondo altri, poiché i conservatori sono più propensi ad accettare la realtà com’è, sono meno soggetti alla frustrazione, alla persistente sensazione di insoddisfazione ed ingiustizia di chi si colloca a sinistra. La loro prospettiva attribuisce grande importanza all’ordine –sociale, civile, esistenziale– e determina una minore ambiguità morale. Queste predisposizioni inclinano all’ottimismo, un sentimento che induce felicità. Inoltre, i conservatori sono portati ad accettare i limiti personali e quelli legati alla possibilità di agire sulla realtà. L’idea progressista di dover costantemente cambiare la società ha gravi costi psicologici. Le distanze si sono accentuate negli ultimi vent’anni. La narrazione apocalittica sul clima, le isterie identitarie, l’ansia di individuare, proclamare e stabilire “diritti” sempre nuovi martellano la coscienza. I conservatori cercano di costruire un ordine personale che offre la piacevole sensazione di perseguire uno scopo, riflesso nell’organizzazione sociale. Tendono inoltre a vedere le cose attraverso un codice morale rigido, a differenza dei progressisti, più problematici, instabili. Distinzioni prepolitiche, come la più marcata capacità della mente conservatrice di adattarsi all’ ambiente sociale e alla natura, attivare un pensiero conseguente, pur con prospettive critiche.

Sin qui le statistiche. Poi ci sono i dati di fatto. La mente progressista –proprio per la sua insoddisfazione permanente– inclina pericolosamente al rancore. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, l’abbigliamento, l’attitudine, una certa fascinazione per il brutto, persino la postura, fanno riconoscere l’idealtipo progressista prima che apra bocca. Non pochi sono il ritratto di una insoddisfazione esistenziale esibita nell’aggressività verbale, nella provocazione elevata ad attitudine, nel moralismo invertito, nello sguardo ostile, accigliato. Impressiona l’odio per la normalità ostentato come una bandiera, la scelta simbolica di colori come il viola che rappresentano la rabbia. La distanza tra il conservatore e il progressista –al netto delle mille sfumature della benedetta complessità umana– è innanzitutto esistenziale. Non stupisce affatto che la nuda statistica testimoni la maggiore stabilità di chi sa accogliere la realtà, la natura delle cose, il destino, la dimensione trascendente dell’esistenza.

Un ulteriore elemento è il fastidio conservatore per la vita amministrata, l’eccesso di controllo che uccide la dimensione privata, intima, unito all’attaccamento per il caleidoscopio, la varietà, per ciò che si è e ci definisce, individualmente e comunitariamente. Infine, la propensione per quello che gli antichi chiamavano amor fati, l’atteggiamento di chi accetta il destino poiché è egli stesso l’unico in grado di realizzarlo compiutamente. Diventa ciò che sei, è l’esortazione di Nietzsche. Diventa ciò che vuoi, risponde il progressista collettivo. Forse è questa la chiave, la distanza tra essere e voler essere, serenità e moto perpetuo, serenità e livore. Che non dà felicità ma invidia personale e sociale, desiderio di abbassare sé stessi e gli altri, il progresso del granchio.










sabato 18 aprile 2026

Funerali cattolici, Mons. Lamba firma il decreto: no alla dispersione delle ceneri e ai discorsi dei parenti dall'ambone





17/04/2026
Chiesa cattolica
Diocesi


Diocesi di Udine

Udine - L'arcivescovo Riccardo Lamba, ha firmato due decreti destinati a regolare aspetti concreti e quotidiani della vita delle parrocchie dell'Arcidiocesi. Entrambi i provvedimenti, protocollati lo stesso giorno, entreranno in vigore il 19 aprile 2026, terza domenica di Pasqua.

Le esequie cristiane: fede, non fatto privato

Il primo decreto (Prot. 0516/Can/26) stabilisce le norme che regolano la celebrazione delle esequie. Il documento parte da un principio ecclesiologico molto chiaro ma spesso sconosciuto a chi pratica poco la fede cattolica: il funerale cattolico non è un affare di famiglia, ma «un segno di fede ed espressione della comunione ecclesiale», come si legge nel testo. I familiari del defunto sono pertanto tenuti a contattare il parroco prima di qualsiasi altro adempimento - compreso il semplice suono delle campane che annuncia il decesso - per concordare orari, luogo e modalità della celebrazione. Le forme ammesse restano esclusivamente quelle previste dal Rituale: la Messa esequiale oppure la celebrazione nella Liturgia della Parola. In caso di rifiuto della famiglia verso entrambe le opzioni, il parroco o un diacono da lui incaricato potrà presenziare a un momento di preghiera prima della chiusura della bara, ma il decreto è esplicito: ciò «non equivale in alcun modo a un funerale cattolico».

Il decreto entra anche nei dettagli pratici: la fotografia del defunto è ammessa, ma deve restare laterale, in modo da non disturbare la celebrazione; le musiche e i testi estranei alla liturgia sono vietati. E poi c'è il nodo del saluto dei familiari, forse il punto più atteso e più coraggioso dell'intero provvedimento.

Il testo è chiaro: «Al termine dell'ultima raccomandazione e commiato, si autorizza che sia letto - non dall'ambone - un saluto da parte dei familiari per ricordare il defunto, concordando il testo con chi presiede la celebrazione». Per le personalità pubbliche, eventuali rappresentanti della comunità potranno intervenire, ma solo dopo la conclusione della liturgia, mai durante. Non dall'ambone. Tre parole che valgono più di un trattato. L'ambone non è un palco, non è un microfono aperto alle emozioni del momento: è il luogo da cui risuona la Parola di Dio. Riportarlo alla sua funzione è un atto di rispetto verso ciò che la celebrazione esequiale è davvero: non una cerimonia di commiato, non un tributo al defunto, ma la proclamazione della fede nella risurrezione. Ed è proprio questo il cuore di ciò che l'arcivescovo Lamba sta cercando di fare con questo decreto: restituire le esequie al loro significato reale. Troppo spesso il funerale cattolico è diventato uno spazio ibrido, in cui la liturgia fa da cornice a qualcosa d'altro: un momento privato, sentimentale, vissuto "per tradizione" da chi con la fede ha un rapporto intermittente e con la comunità ecclesiale nessuno. Il risultato è una cerimonia svuotata, in cui l'assemblea assiste invece di pregare, e l'altare rischia di diventare un teatro.

Lamba prova a invertire questa deriva. Lo fa con fermezza, ma anche con la pazienza del pastore: non sbatte le porte in faccia a nessuno, prevede spazi per la famiglia, per il saluto, per il ricordo. Ma tiene il centro. E il centro, in un funerale cattolico, è Cristo risorto, non il defunto, non i suoi meriti, non il dolore di chi resta.

Ceneri in cimitero: la Chiesa ribadisce una posizione già consolidata

Una sezione del decreto riguarda la cremazione, tema su cui l'arcivescovo Lamba non introduce novità, ma ribadisce con forza quanto già stabilito dai documenti ufficiali della Chiesa. Il riferimento esplicito è all'istruzione Ad resurgendum cum Christo della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 15 agosto 2016: le ceneri devono essere deposte nei cimiteri. Non è consentito conservarle in casa, spargerle in aria, in terra o in acqua, né trasformarle in oggetti commemorativi. Il decreto precisa inoltre che, qualora il defunto abbia scelto la cremazione «perché non riconosce la dignità del corpo in vista della risurrezione», o abbia disposto la dispersione delle ceneri intendendo la morte come «annullamento totale e definitivo della persona», queste scelte escludono la celebrazione del funerale cattolico. Si tratta, anche in questo caso, di una fedele applicazione di quanto già stabilito al numero 8 dell'istruzione della Santa Sede del 2016.

La posizione della Chiesa, in sostanza, non è contraria alla cremazione in sé - che viene tollerata - ma esige che essa non contraddica la fede nella risurrezione della carne, cardine del Credo cristiano.

Le campane: tradizione tutelata, con regole precise

Il secondo decreto (Prot. 0515/Can/26) aggiorna le norme sul suono delle campane, sostituendo il precedente provvedimento risalente al 22 dicembre 1995, firmato dall'allora arcivescovo mons. Alfredo Battisti.

Il testo muove da una premessa importante: il suono delle campane è espressione della libertà religiosa garantita dall'art. 19 della Costituzione italiana e dagli accordi tra la Santa Sede e lo Stato, ai sensi dell'art. 7 Cost. L'obiettivo dichiarato è proteggere questa tradizione, evitando che conflitti con i vicini possano portare a contenziosi legali o al silenzio dei campanili. In concreto: le campane non possono suonare prima delle 7.00 e dopo le 21.00 in tutte le chiese dell'Arcidiocesi, con un limite più restrittivo (dalle 7.30) la domenica e nei giorni festivi civili per le chiese nei centri con oltre 5.000 abitanti. Fanno eccezione per tradizione consolidata quattro chiese storiche: Santa Maria in Castello a Udine, la Pieve di Castello a San Daniele del Friuli, il Duomo di Cividale del Friuli e la Pieve di San Pietro in Carnia, dove il suono è ammesso fino alle 22.00.

Silenzio assoluto, invece, dal Gloria della Messa in Cena Domini fino al Gloria della Veglia Pasquale: nei giorni del Venerdì Santo e del Sabato Santo le campane tacciono, secondo l'antica e veneranda tradizione. Le norme si applicano anche ai sistemi meccanici ed elettronici, e la responsabilità della loro osservanza ricade sui parroci, «legali rappresentanti» delle campane delle rispettive chiese.

d.R.M.
Silere non possum