martedì 7 aprile 2026

La tattica modernista non cambia mai. “Spirito Santo” e “segni dei tempi” usati per giustificare la rivoluzione





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by Aldo Maria Valli 07apr 2026



di Radical Fidelity

Chiunque abbia studiato per almeno due secondi il disastro post-conciliare avrà notato che una delle tattiche preferite dei nemici modernisti di Cristo è quella di introdurre di soppiatto le eresie più abominevoli in nome dello Spirito Santo, oppure semplicemente sotto l’etichetta di “Spirito”. Gran parte della deplorevole religione sinodale si basa sul “sentire le ispirazioni dello Spirito”, sull'”ascoltare insieme ciò che lo Spirito dice” e altre sciocchezze simili. In realtà sono solo esseri umani che si ribellano a Dio e alla sua Chiesa, mentre stanno seduti a contemplare il proprio ombelico finché le loro menti marce e peccaminose e i loro spiriti decaduti non li convincono che qualsiasi atrocità abbiano escogitato provenga “dallo Spirito Santo”.

Prima di scatenarvi contro di me sulla tastiera, vi prego di credermi: non intendo mancare di rispetto alla Terza Persona della Trinità, che non è lo stesso spirito anticristo a cui queste persone si riferiscono. È impossibile che lo Spirito Santo, come lo intendiamo noi, sia lo stesso spirito che ha guidato il Concilio Vaticano II e la falsa religione che ne è scaturita, e per una semplice ragione: Dio non si contraddice né cambia idea. La Scrittura ce lo ripete continuamente, e questo è uno dei principi cardine su cui si fonda il magistero: la dottrina non può essere inventata o formulata in contraddizione con la dottrina precedente.

In Malachia 3:6 leggiamo: «Poiché io sono il Signore, e non cambio; e voi, figli di Giacobbe, non siete stati annientati». In Giacomo 1:17: «Ogni dono migliore e ogni dono perfetto viene dall’alto, discende dal Padre delle luci, presso il quale non c’è mutamento né ombra di variazione». In Numeri 23:19: «Dio non è un uomo da potersi smentire, non è un figlio dell’uomo da potersi pentire. Forse Egli dice e poi non fa? Promette una cosa che poi non adempie?». E in Ebrei 13:8: «Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre».

Come sappiamo, i sinodalisti non attribuiscono molto valore, se non addirittura nessun valore, a ciò che Dio ha rivelato di Sé, né agli insegnamenti della Chiesa cattolica, perché il sinodalismo è una nuova falsa religione con un proprio falso dio. Semplice.

Diamo dunque un’occhiata all’ultimo esempio di membro della gerarchia sinodale che sfiora la bestemmia cercando di convincerci che le assurdità anticattoliche che vuole attuare provengono “dallo Spirito Santo”.

Nelle scorse settimane, le dichiarazioni dell’arcivescovo sinodale di Vienna, Josef Grünwidl, hanno fornito un chiaro esempio di questa assurdità modernista. L’arcivescovo, intervenendo nel contesto dei dibattiti contemporanei su sinodalità, ruolo delle donne e riforma ecclesiale, ha inizialmente affermato che “ciò che proviene dallo Spirito Santo non può essere fermato dal diritto canonico”. E la formulazione, che contrappone l’azione divina alla struttura giuridica della Chiesa, ha suscitato perplessità in molti, che giustamente l’hanno interpretata come un’implicita relativizzazione dell’ordinamento giuridico e dottrinale della Chiesa.

In risposta alle critiche che ne sono seguite, Grünwidl ha cercato di chiarire le sue affermazioni in un’intervista al quotidiano austriaco “Der Sonntag”. Tuttavia, lungi dal ritrattare il principio di fondo, lo ha riaffermato in termini leggermente modificati, dichiarando che se qualcosa “viene dallo Spirito Santo, prevarrà”. In altre parole, ha rincarato la dose. Ma cos’altro ci si può aspettare da un “prelato” sinodale? Sono maestri di sofisma ed esperti nel distorcere il linguaggio.

Sebbene la riformulazione possa apparire più cauta, conserva comunque la stessa idea essenziale: che certi sviluppi all’interno della Chiesa – siano essi dottrinali, disciplinari o strutturali – possono legittimamente trascendere le norme esistenti se giudicati come derivanti da un impulso divino.

La questione teologica fondamentale è il rapporto tra lo Spirito Santo e la costituzione visibile, giuridica e dottrinale della Chiesa. Secondo la Chiesa cattolica (da non confondere con la Chiesa sinodale che opera sotto il nome di cattolica), lo Spirito Santo, promesso da Nostro Signore per guidare la sua Chiesa nella verità, non opera in opposizione alle strutture della Chiesa, ma attraverso di esse. Il magistero, i sacramenti e persino il diritto canonico stesso non sono costrutti umani arbitrari, ma strumenti plasmati dalla divina provvidenza per salvaguardare il deposito della Fede. Che questo arcivescovo suggerisca ora, sebbene implicitamente, che lo Spirito possa agire in modi che prevalgono o aggirano quest’ordine stabilito è una contraddizione diretta dell’ecclesiologia cattolica.

Le osservazioni di Grünwidl vanno comprese anche nel più ampio contesto degli sviluppi post-conciliari, in particolare dell’enfasi sulla sinodalità come caratteristica distintiva della vita ecclesiale sinodale. Nell’intervista, l’arcivescovo collega esplicitamente le riflessioni sulla sua interpretazione dello Spirito Santo ai processi sinodali in corso, indicando che le loro conclusioni dovrebbero portare a cambiamenti concreti nelle strutture ecclesiali. E tra gli esempi che fornisce figurano le proposte di ampliare la partecipazione agli organi consultivi, soprattutto attraverso l’inclusione di laici e donne in ruoli tradizionalmente riservati al clero o strettamente legati alla governance gerarchica.

Grünwidl finge di pensare che le sue osservazioni riguardino semplicemente la pastorale e l’inclusività, mentre minano completamente la concezione cattolica della gerarchia, che non è meramente funzionale o amministrativa, bensì sacramentale e di istituzione divina.

Egli tenta di giustificare queste riforme strutturali appellandosi allo Spirito Santo e ai “segni dei tempi”, ma senza alcun chiaro riferimento ai limiti imposti dalla divina Rivelazione e dalla Tradizione.

L’invocazione dei “segni dei tempi” è un tratto distintivo del discorso teologico moderno ed è collaudato strumento di abuso. Peggio ancora, queste affermazioni implicano che lo Spirito Santo possa “commettere errori”, “cambiare idea” o in qualche modo “adattarsi ai tempi”. Una vera e propria bestemmia.

Il fatto che Grünwidl colleghi potenziali sviluppi, come un ruolo più ampio per le donne, sia allo Spirito Santo sia ai “segni dei tempi” dimostra che la sua religione non ha nulla a che vedere con il cattolicesimo. Potrà anche indossare il vestito da prete, usare il linguaggio e invocare uno spirito che lui definisce Spirito Santo, ma ormai sappiamo tutti che uomini come lui rappresentano la “scimmia della Chiesa”.

Chiamiamo le cose con il loro nome: tutto ciò non è opera dello Spirito Santo, ma opera di uomini che hanno perso la Fede e mascherano la loro ribellione con un linguaggio pio. Nessun discorso sullo “Spirito” o sui “segni dei tempi” può nascondere il fatto che ciò che viene proposto è una religione contraffatta, costruita sulla contraddizione, sostenuta dalla sofistica e apertamente ostile all’immutabile verità rivelata da Dio.

radicalfidelity



L’eresia: una catastrofe anche sociale


(Immagine: Battaglia di Muret, Di an6nimous, Pubblico dominio, wikicommons)




Di Stefano Fontana, 7 apr 2026

Le eresie, come scriveva Jean Guitton in Il Cristo dilacerato, sono lacerazioni di Cristo ed è quindi impossibile che non siano anche lacerazioni dell’uomo e di tutti gli aspetti della sua vita, compresi quelli sociali e politici. L’ordine naturale non è autonomo e autosufficiente. Per poter conseguire i suoi stessi fini naturali ha bisogno dell’ordine soprannaturale. Da qui il principio secondo il quale alla vita sociale politica non basta la morale, ma occorre anche la religione vera. Del resto, la morale si fonda sull’ordine naturale che è frutto del Creatore, il quale non è un Dio diverso dal Salvatore. Uno solo è il Legislatore, Colui che legifera attraverso la lingua della legge naturale, e Colui che legifera comunicandoci la legge nuova del Vangelo. I giochi sociali e politici non si svolgono solo sulla terra ma anche in Cielo. L’eresia sconvolge l’ordine soprannaturale e così non può evitare di produrre ripercussioni laceranti anche in quello naturale. Per questo motivo possiamo riscontrare che le eresie, anche se in modi diversi, disarticolano la visione della persona, corrompono le relazioni familiari, distruggono i legami sociali, sovvertono l’ordine gerarchico della società, assegnano valore assoluto a elementi secondari della vita umana, producono dissidi e guerre, hanno carattere rivoluzionario. Dalle eresie sono nati il razionalismo, il millenarismo, l’utopismo, il pauperismo, il purismo e il lassismo che tanti danni hanno prodotto alla vita sociale, oltre che a quella ecclesiale.

Nella teologia di oggi si nota una certa difficoltà ad ammettere questa dimensione dell’eresia. Passando da una impostazione naturale ad una storica ed esistenziale, certa teologia di oggi assume una visione dialettica e processuale della vita della Chiesa. Per questo motivo l’eresia è vista come un momento interno al processo, il momento negativo della contraddizione che, pur nella sua negatività, permette di smobilitare la tesi per farla evolvere in una sintesi superiore. Le eresie possono essere così considerate delle opportunità per fa sì che l’autocomprensione della Chiesa si approfondisca. Intese come molle per la purificazione della comprensione della fede, esse non vengono ritenute responsabili di danni alle anime e, ancora meno, sulle condizioni storiche della vita umana in società.

La formulazione dei dogmi, sia nei grandi Concili dell’antichità, sia da parte del supremo Magistero, ha sempre avuto anche effetti di pacificazione sociale e di recupero delle nazioni alla “tranquillitas ordinis”. Al contrario, le eresie hanno sempre sconvolto la convivenza pubblica. Un caso tra i più esemplari è quello dei Catari, o Albigesi, contro i quali predicò san Bernardo e che furono subito condannati nel 1163 dal Concilio di Arras. I Catari negavano tutti i sacramenti, sostituiti dal rito del “consolamento” che avrebbe purificato l’anima. Essi condannavano il matrimonio e la procreazione, l’uccisione di qualsiasi animale, ogni forma di guerra. Si trattava di una eresia anti-sociale dato che esprimeva un odio verso l’uomo e verso il creato, con la conseguente negazione di ogni responsabilità morale e ogni durevole forma di vita associata. Nel loro dualismo manicheo tra un Dio buono e uno cattivo, essi disprezzavano la materia per cui bisognava rinunciare alla terra, alla carne e alla vita stessa, anche con il “suicidio mistico”. Questi effetti eversivi e rivoluzionari anche sul piano sociale e politico richiesero non solo la predicazione di san Domenico per “riconquistare” i molti prelati che nel sud della Francia erano passati con gli eretici, non solo le pubbliche assemblee organizzate dai Cistercensi, ma anche che quando i feudatari passati agli Albigesi si organizzarono militarmente, il Papa Innocenzo III spingesse perché fosse organizzata una crociata. La complessa vicenda bellica si concluse con la vittoria di Simone di Montfort a Muret il 13 settembre 1213. Questa battaglia, ad alto prezzo, salvò non solo la Chiesa ma anche l’umanità dalla propria autodistruzione.

Anche nella nostra epoca si può anche parlare a ragion veduta di un “neo-catarismo”, data la guerra alla natalità, la promozione di una sessualità non procreativa, l’uso strumentale e narcisistico del corpo umano, il disprezzo per il matrimonio, l’ideologia gender, l’odio per l’ordine del Creato e l’idea di poter essere “puri” anche nella lascivia.

Un altro caso fortemente significativo per il nostro discorso è la Riforma luterana. Sono noti i soprusi, le violenze, gli abusi e le guerre immediatamente successivi alla Riforma. La strage dei contadini nel 1525, la rivolta dei Cavalieri, la chiusura dei conventi, le costrizioni all’abbandono della vita religiosa, le profanazioni, la lotta tra i Principi quando Lutero ricorse ad essi e soprattutto a Filippo d’Assia per strutturare la Riforma. Sono note anche le persecuzioni non solo nei confronti dei cattolici ma anche degli zwingliani e soprattutto degli anabattisti. Questi ultimi, del resto, produssero pure situazioni politiche di grande violenza e di pura irrazionalità, come quanto successo a Münster tra 1535 e 1536 da parte del “governo di fanatici millenaristi” (C. Dawson). Questa tragica esperienza sociale e politica durò un anno e mezzo. La volontà era di riordinare la vita sociale dalle fondamenta per restaurare il “regno della nuova Sion”. Proibizione della proprietà privata, abolizione del denaro, obbligo di tenere le porte delle case sempre aperte, tutti i libri bruciati in piazza tranne la Bibbia, lussuria sfrenata, poligamia obbligatoria, eliminazione fisica delle “bocche inutili” quando sopraggiunse la crisi produttiva e la fame, esecuzioni sommarie. In altre parole, un folle e apocalittico esperimento sociale molto ben documentato da Friedrich Rech-Malleczewen nel suo famoso libro pubblicato nel 1937 e in seguito rieditato con il titolo “Il re degli anabattisti. Storia di una rivoluzione moderna”.

Si può pensare che simili fatti siano stati presenti anche in altri eventi di segno diverso, e siano una specie di inevitabile prezzo da pagare per ogni cambiamento storico. Così pensando, si finisce per emanciparli dal peso dell’eresia di cui sono invece espressione. Nel caso della Riforma, del resto, non si tratta solo di questo, perché in questo caso non solo nasce per la prima volta una vera e propria “guerra civile europea”, come aveva fatto notare Ernst Nolte, anticipatrice di molte altre successive, ma anche perché un quadro di civiltà veniva meno e nacquero i moderni Stati assoluti, sempre in guerra tra loro, come avrebbe sostenuto Hobbes nel secolo successivo. La Riforma fece crollare la civiltà cristiana e, nella Dieta di Augusta prima (1555) e con la pace di Westfalia dopo (1648), si venne a creare un sistema politico artificiale e non più a fondamento naturale, violento e conflittuale di per se stesso e non per motivi contingenti. La dissociazione tra ragione e fede e tra natura e soprannatura, interna all’eresia luterana, toglieva al potere politico il dovere di perseguire il bene comune e lo trasformava in una pura forza necessaria per tenere sotto controllo le inevitabili esuberanze dei cittadini, gravati da una natura corrotta: “L’asino ha bisogno di botte e il popolo deve essere retto con la forza”.

Nelle righe precedenti abbiamo avuto la possibilità di fare due esempi molto significativi, ma non va dimenticato che danni alla vita sociale e politica sono derivati da tutte le eresie e non solo da queste due. A determinare ultimamente questi dannosi effetti sociali è la “super-eresia” della gnosi, della quale risentono tutte le altre eresie. La gnosi consiste nel ritenere che la salvezza dipenda da una nostra conoscenza o da una nostra azione. Essa è un atto di superbia che riprende la logica perversa del peccato delle origini. L’autonomia del soggetto, l’originarietà ed esclusività della propria coscienza, la sostituzione della salvezza cristiana con la prassi politica, il Cristo per me piuttosto che il Cristo in sé, la secolarizzazione della vita sociale e politica, il disprezzo per la materia, la creazione e la legge morale naturale, le spinte rivoluzionarie, le tendenze a ripristinare un visionario ordine originario oppure a conseguire un Eden futuro, il rifiuto di un ordine nella realtà e una gerarchia nella società, l’idea di una società di “puri” o di “migliori” in grado di rimanere tali anche nell’immoralità, le idee politiche estremiste e irrealiste, il rifiuto del buon senso naturale in politica … ecco alcuni esempi di imbarbarimento della vita sociale a seguito di questa grande, multiforme, sempre risorgente eresia quale è appunto la gnosi.

Stefano Fontana

[Originariamente pubblicato su “La Bussola Mensile”, febbraio 2026].




lunedì 6 aprile 2026

La Pasqua secondo le Visioni di Anna Katharina Emmerick







di Matteo Castagna

“Das bittere Leiden unseres Herrn Jesus Christus. Nach den Betrachtungen der gottseligen Anna Katharina Emmerick” (1833), dalle opere religiose di Clemens Brentano: “Sämtliche Werke und Briefe” (opere e lettere), Frankfurt a. M. 1952-1980. Questa è l’opera originale sulle visioni della Passione di Cristo di suor Anna Katharina Emmerick (1774-1824), che ispirò Mel Gibson nella realizzazione del kolossal The Passion (2004).

Da bambina faceva la pastorella e in questo periodo avvertì la vocazione a farsi religiosa, ma incontrando l’opposizione del padre; durante la sua giovinezza Dio la colmò di grandi doni, come fenomeni di estasi e visioni. Ma questo non le giovò, in quanto fu rifiutata da varie comunità; nel 1802 a 28 anni, grazie all’interessamento dell’amica Clara Soentgen ottenne alla fine di entrare nel monastero delle Canonichesse Regolari di S. Agostino di Agnetenberg presso Dülmen.

Negli ultimi giorni di dicembre 1812 ricevette le stigmate; per due mesi riuscì a tenerle nascoste, ma il 28 febbraio 1813 non poté lasciare più il letto, che diventò il suo strumento di espiazione per i peccati degli uomini, unendo le sue sofferenze a quelle della Passione di Gesù. Fu sottoposta ad un’indagine sulle stigmate, sulle sofferenze della Passione e sui fenomeni mistici che si manifestavano in lei, indagine che confermò la sua assoluta innocenza e il carattere soprannaturale dei fenomeni.

Divenne una delle Serve di Dio più conosciute d’Europa, lasciando una testimonianza diretta della Pasqua di Gesù Cristo, che provoca una forte emozione, stimolando la riflessione in chi crede e chi non crede. Per questo motivo ne vorrei riportare alcuni passaggi.

Il Vangelo racconta che “dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve” (Mt 28,1-3). “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,9).

Racconta la mistica tedesca: “Vidi la santa anima del Signore, circondata da numerose figure luminose, scendere attraverso la roccia del sepolcro e posarsi sulle sue santissime spoglie, fino a confondersi con esse. Le sue membra subito si mossero. Allora il corpo vivo e splendente di Gesù, unito alla sua anima e alla sua divinità, uscì fuori dal sudario da un lato rimasto socchiuso, come se uscisse fuori dalla piaga del costato. Mi ricordai di Eva uscita dal fianco di Adamo. L’interno della grotta fu inondato di luce radiosa. Nello stesso momento vidi uscire dalle profondità del sottosuolo, al di sotto della tomba, un orribile mostro con la coda di serpente e la testa di drago; se ben ricordo, aveva anche una testa umana. Il mostro flagellava con la coda furiosamente il terreno, volgendo contro il Signore la testa di drago.

Vidi nelle mani del Risorto un candido e sottile bastone, alla cui estremità sventolava una minuscola bandierina. Gesù schiacciò la testa del drago e percosse col bastone tre volte la sua coda; ad ogni colpo la bestia si ripiegava su se stessa e rimpiccioliva, finché scomparve nell’abisso da dove era venuta. Solo la testa d’uomo, ricadendo col corpo nell’abisso, continuava a guardare verso l’alto. Spesso nelle visioni del concepimento di Gesù ho visto un simile serpente; così era anche quello del paradiso, ma questo, uscito dall’abisso del sepolcro, era più orribile. Penso che tale visione faccia riferimento alla profezia che dice: «Il piede della donna schiaccerà la testa del serpente». Nella visione del drago con la testa schiacciata si era manifestata la vittoria di Cristo sulla morte.

Vidi Gesù, sfolgorante di luce, levarsi attraverso la roccia. La terra tremò e un angelo luminoso, simile a un guerriero, scese dal cielo come un lampo, rovesciò la pietra del sepolcro a destra e vi si sedette sopra. Vidi in lontananza la fievole luce delle lanterne accanto al sepolcro e l’orizzonte schiarirsi sopra Gerusalemme. Sorgeva l’alba della risurrezione.

Constatando il diffondersi del cristianesimo, i sommi sacerdoti divennero meno arroganti e furono colti dalla pazzia. Al tempo del diaconato di Stefano tutta Ofele e la parte orientale di Sion erano state cristianizzate. Le tende e le baracche della comunità cristiana si estendevano nella valle di Cedron e fino alla città di Betania. Vidi Anna posseduto dal demonio; impazzì completamente e fu rinchiuso in una segreta. Caifa subì una sorte piuttosto simile.

Dopo la risurrezione di Gesù vidi per la prima volta gli apostoli recitare la santa Messa. La mattina presto le pie donne, i discepoli e gli apostoli erano già riuniti nel Cenacolo. Vidi, tra gli altri, Pietro, Giovanni e Andrea. Essi entrarono nel Sancta Sanctorum, accesero la lampada del sacrificio e vi portarono il tavolo della cena, quindi collocarono il vaso contenente la santa Ostia e celebrarono l’Ufficio divino; consumarono gli ultimi resti del pane consacrato da Gesù. Vidi che ognuno degli apostoli si comunicò da sé. Poiché il vino consacrato da Gesù era molto poco, prima di berlo vi aggiunsero altro vino e dell’acqua. Alla fine recitarono alcuni salmi e le preghiere liturgiche.

Al capitolo 63 dei Discorsi ascetici, Cento capitoli sulla perfezione cristiana, tratto da: Diadoco di Fotica, Gespür für Gott, Johannes Verlag, Einsiedeln 1982, p. 85, sta scritto: «Colui che partecipa alla santa conoscenza e ha gustato la dolcezza di Dio non deve mai sedere in giudizio né fare causa contro qualcuno, anche se uno gli portasse via i vestiti che lo coprono. Questo perché la giustizia dei principi di questo mondo è assolutamente inferiore alla giustizia di Dio, o piuttosto non è nulla di fronte al diritto di Dio.

Altrimenti quale differenza ci sarebbe fra i figli di Dio e gli uomini di questo secolo, se il diritto di questi non apparisse inferiore alla giustizia di quelli? Per cui, da una parte si parla di diritto umano e dall’altra di giustizia divina. Così dunque il nostro Signore, ingiuriato non rispondeva con ingiurie, né soffrendo minacciava (1Pt 2,23), ma sopportò in silenzio anche che gli togliessero la veste, e soffriva per la nostra salvezza; e quel che è più grande, pregava il Padre per i malfattori (Lc 23,34)». Un insegnamento davvero controcorrente. I veri cristiani di oggi sono veri antagonisti, ossia coloro che agiscono contrariamente a come gira il mondo.





sabato 4 aprile 2026

I segnali di Papa Leone riguardanti la Messa Tradizionale




Nella traduzione a cura di Chiesa e post-concilio da El Wanderer, l'ennesima riflessione sugli ultimi messaggi riguardanti la Messa antiquior, che acquista rilevanza in virtù dell'autore, Joseph Shaw, presidente della Federazione Internazionale Una Voce. 

sabato 4 aprile 2026


di Joseph Shaw* 


Il 18 marzo, il cardinale Parolin si è rivolto a una riunione plenaria dei vescovi francesi con una lettera contenente un messaggio – o una serie di messaggi – di Papa Leone. La lettera esortava i vescovi a difendere le scuole cattoliche e a non trascurare l'attenzione da dedicare ai sacerdoti colpevoli di abusi, e affrontava anche la questione della Messa tradizionale in latino.

«Cari fratelli, intendete affrontare il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre dedica particolare attenzione, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo. È preoccupante che nella Chiesa persista una ferita dolorosa riguardo alla celebrazione della Messa, sacramento stesso dell'unità. La sua guarigione richiede una rinnovata apertura reciproca, con una più profonda comprensione delle sensibilità altrui: una prospettiva che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell'unità della fede. Che lo Spirito Santo vi ispiri soluzioni concrete che includano generosamente coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo, in armonia con le linee guida del Concilio Vaticano II sulla liturgia».

Siamo stati piuttosto a corto di indicazioni concrete sull'atteggiamento di Papa Leone nei confronti della Messa tradizionale (se ha optato per il termine Vetus Ordo, per me va bene) e questa lettera ha suscitato molti commenti.

La prima cosa da notare è il modo in cui Papa Leone ha scelto di contribuire al dibattito tra i vescovi francesi: con una lettera che non è sua, bensì del suo Segretario di Stato. In tal modo, agisce attraverso i canali formali e si astiene dal creare quello che potrebbe essere considerato un testo magisteriale ufficiale.

Inoltre, il Papa non ha espresso il suo parere tramite il Nunzio Apostolico in Francia, l'Arcivescovo Migliore. L'intervento del Cardinale Parolin, il più alto funzionario della Curia, gli conferisce maggiore peso, e le modalità con cui è stato pronunciato ne hanno garantito la natura pubblica. Tutto ciò sembra essere stato orchestrato con molta cura. È interessante notare che Parolin non è noto per essere un amico del Vetus Ordo; il messaggio conciliante da lui trasmesso appare particolarmente incisivo, e non vi è dubbio che le idee contenute nella lettera provengano direttamente dal Santo Padre.

Il testo è scritto con cura. Papa Leone esprime la speranza che lo Spirito Santo suggerisca ai vescovi "soluzioni pratiche"; lui stesso non ne propone alcuna. Ma offre loro un'idea di come potrebbero essere delle buone soluzioni.

Innanzitutto, si tratterà di soluzioni "pratiche", in contrapposizione a quelle ideologiche o teologiche. Il problema non è meramente pratico, ma i vescovi dovrebbero affrontarlo con l'obiettivo di trovare una soluzione concreta, che "includa generosamente" coloro che aderiscono al Vetus Ordo. Ciò implica un qualche tipo di adattamento pratico, che non può che significare consentire un maggior numero di celebrazioni dell'antica liturgia.

Questo adattamento è a beneficio di coloro che sono "sinceramente" legati alla Vecchia Messa. "Sinceramente" suggerisce un contrasto con coloro il cui attaccamento è strumentale: coloro che vogliono usare il Vetus Ordo per qualche scopo nascosto. La loro esistenza non viene negata, e forse possono essere incolpati delle vecchie dinamiche politiche, ma è chiaro che ora sono meno importanti della stragrande maggioranza di coloro che partecipano alla Messa, che la apprezzano perché la trovano spiritualmente appagante. Se così fosse, non sarebbero necessarie ulteriori motivazioni.

L'importanza e l'adeguatezza di questo tipo di soluzione diventano ancora più evidenti. È importante perché la situazione attuale rappresenta una “ferita dolorosa”. Nessuno è da biasimare per questa ferita; forse è meglio vederla semplicemente come la sfortunata conseguenza della storia, compresa la storia più recente. A una lettura superficiale, la metafora della “ferita” potrebbe sembrare riferirsi alla divisione insita nella semplice esistenza di due riti liturgici rivali, ma se Papa Leone è preoccupato di una soluzione pratica per aiutare coloro che si sentono legati alla forma più antica, non può essere questo il suo intento. La ferita che preoccupa il Santo Padre è una ferita che può essere sanata attraverso l'inclusione “generosa” di coloro che si sentono vincolati al Vetus Ordo, il che suggerisce che avesse in mente la loro profonda infelicità nel sentirsi esclusi dalla cura pastorale della Chiesa. Papa Leone chiede ai vescovi di comprendere la sensibilità di coloro che si sentono legati al Vetus Ordo e, una volta raggiunta tale comprensione, di rispondere a tale sensibilità adottando misure per la celebrazione di questa liturgia.

Alcuni potrebbero sostenere che coloro che aderiscono al Vetus Ordo abbiano una maggiore comprensione dell'altra parte nel dibattito, ma ovviamente questa lettera non è indirizzata a un incontro di tradizionalisti, bensì a un incontro di vescovi. In realtà, per quanto riguarda la comprensione, la situazione non è simmetrica. La stragrande maggioranza dei cattolici legati alla Messa Antica ha molta familiarità con la Messa Riformata e con le persone che la frequentano, avendo vissuto per decenni con il Novus Ordo e avendo scoperto il Vetus Ordo solo in età adulta. È l'ambiente tradizionale che, comprensibilmente, rimane un mistero per coloro – sacerdoti e vescovi – che non ne hanno mai avuto molti contatti.

L'idoneità di un adattamento per il Vetus Ordo è suggerita dal fatto che esso scaturisce da «una prospettiva che permette ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell'unità della fede». È di fondamentale importanza che il Vetus Ordo possa essere descritto come parte della «diversità» in senso positivo. Ciò significa che Papa Leone lo intende come qualcosa che ha qualcosa da offrire alla Chiesa, qualcosa che «arricchisce» il tutto, e che è in grado di farlo nella carità e nell'unità della fede. Coloro che si sentono vincolati al Vetus Ordo, come tutti i cattolici, sono chiamati all'unità della fede, e questa è una chiamata a cui i tradizionalisti rispondono con gioia. È fondamentale sottolineare che l'antica liturgia non deve essere considerata di per sé un ostacolo all'unità della fede. Questa idea è stata la giustificazione addotta da Papa Francesco nella Traditionis Custodes per l'abolizione della Messa antica: la diversità liturgica mina l'unità della Chiesa. Tale argomentazione è stata ribadita dal Cardinale Arthur Roche all'ultimo concistoro, nel breve documento distribuito ai cardinali.

Questa lettera segna indubbiamente la fine di tale argomentazione. Il problema, tuttavia, persiste, poiché la Traditionis custodes rimane legge ecclesiastica, ostacolando seriamente i vescovi in Francia e altrove nell'attuazione delle soluzioni pratiche che Papa Leone ora auspica. I vescovi non possono autorizzare le celebrazioni del Vetus Ordo nelle chiese parrocchiali; non possono creare nuove parrocchie personali; e non possono permettere ai sacerdoti ordinati secondo la Traditionis custodes di celebrarlo. Tutte queste misure sono state esplicitamente concepite per contribuire all'eliminazione della vecchia liturgia e per stabilire l'unità liturgica (nelle parole di Papa Francesco) "in tutta la Chiesa di rito romano". Se Papa Leone respinge le critiche alla diversità liturgica e desidera soluzioni pratiche per un'altra ferita nella Chiesa, creata dall'emarginazione dei cattolici legati al Vetus Ordo, deve rivedere queste norme.


Fonte: The Catholic Herald


* Presidente della Federazione Internazionale Una Voce








In memoria di Vittorio Messori





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by Aldo Maria Valli 04 apr 2026



È morto ieri sera, nel venerdì santo, Vittorio Messori, il giornalista e scrittore autore del best seller «Ipotesi su Gesù» e di tanti altri. Era nato a Sassuolo il 16 aprile 1941.

Per ricordare Messori ripubblico un mio articolo del 17 dicembre 2017, nel quale mi occupavo della bella intervista concessa dallo scrittore all’amico Aurelio Porfiri. Messori toccava tanti temi, ma soprattutto parlava della morte (tema al quale dedicò il libro «Scommessa sulla morte»).

Ho avuto la possibilità di intervistare più volte Messori e conservo il ricordo della sua gentilezza e disponibilità. Conversare con lui era un piacere e un privilegio.





di Aldo Maria Valli

«Ormai, anche per tanti credenti divenuti incerti sulla verità dell’Aldilà cristiano, potrà sembrare strano quanto sto per dire: ma il progetto che domina su tutti è di chiudere “bene” la mia avventura terrena. Insomma, per dirla chiara: vorrei innanzitutto morire “bene”, nel senso evangelico».

Sapete di chi sono queste parole così inusuali? Non di un cardinale, non di un vescovo, di un parroco, di un religioso o di un teologo. Sono in realtà di un laico cattolico, ma non di uno qualunque: Vittorio Messori.

La riflessione si trova nella bella intervista fatta a Messori da Aurelio Porfiri alla fine del libro «Et-Et. Ipotesi su Vittorio Messori» (edizioni ChoraBooks), nel quale l’esperienza umana, spirituale, religiosa e professionale dello scrittore, autore del celeberrimo «Ipotesi su Gesù» e di numerosi altri successi editoriali, è ripercorsa con senso di partecipazione e aperta simpatia.

L’amico Porfiri, uomo poliedrico, dalle mille iniziative e capacità culturali (giornalista, scrittore, editore, compositore di musica sacra e direttore di coro) mi perdonerà se mi concentrerò soltanto sull’intervista. Del resto chi ama Messori conosce la sua vicenda, e chi non lo conosce spero sarà invogliato da queste poche righe a conoscerlo meglio, specialmente attraverso la lettura dei suoi libri. Mi concentro sull’intervista perché mi sembra che Messori, uomo riservato, in questo caso, certamente aiutato dall’umanità e dalla premura dell’intervistatore, si sia lasciato andare ed abbia aperto veramente il suo cuore.

È dunque la morte il pensiero dominante per lo scrittore in questo frangente della sua vita, e Messori lo dice senza giri di parole, con naturalezza. «Cerchiamo di capirci, senza le ipocrisie dell’ideologia oggi egemone: the political correctness, il politicamente corretto, questo capolavoro di ipocrisia e di rimozione grottesca di tutto ciò che è sgradevole. Io ad aprile ho compiuto settantasei anni, l’età in cui sono già in pensione persino i vescovi. La mia speranza di vita è tra i sei e i sette anni, stando alle statistiche, che non è affatto detto che riesca a rispettare. Comunque, il salmo 90 lo ricorda chiaramente: “Settanta sono gli anni dell’uomo. Ottanta solo per i più robusti”. Dunque, com’è giusto, mi preparo a passare dall’altra parte».

Ecco. Con il suo stile giornalistico, che lo ha reso famoso in tutto il mondo, Messori dice pane al pane e vino al vino. Niente di speciale, pensandoci bene. Eppure sono affermazioni straordinarie in una cultura come la nostra, all’interno della quale anche la Chiesa, per non fare dispiacere al mondo e non apparire retrograda, ha smesso da tempo di parlare della morte e delle cose ultime, compreso il giudizio di Dio.

Per Messori, invece, quel momento del giudizio è importante. Anzi, è l’unica cosa che conta. Per questo si sta preparando a morire. Per questo, insieme a sua moglie Rosanna, ha richiesto e ricevuto quella che una volta si chiamava estrema unzione e adesso, dopo il Concilio, è diventata unzione degli infermi. Una richiesta, spiega, giusta e opportuna, dato che la vecchiaia stessa è una malattia.

Messori, insomma, si sta preparando, da cristiano e da cattolico, al futuro, «quello con la F maiuscola», ovvero «quello che non terminerà mai». Il che, in ogni caso, non gli impedisce di stare ancora sul pezzo, come si dice in gergo, e di starci da par suo.

Sentite questa: «È triste constatarlo, ma si ha l’impressione che la gerarchia attuale faccia una riverenza solo formale allo straordinario insegnamento di Giovanni Paolo II. Pur senza dirlo, molti credono che le sue grandi encicliche siano “superate”. Si ha l’impressione che all’interno della Chiesa stessa si cerchi in qualche modo di smorzare il ricordo di quella che è stata certamente una ventata di Spirito Santo nella Chiesa».

Messori è stato amico di papa Wojtyła e l’ha intervistato in quel best-seller mondiale che è «Varcare la soglia della speranza». Ma nel suo giudizio non c’è solo una comprensibile nostalgia. C’è tutta l’amarezza di chi vede, nella Chiesa d’oggi, il tentativo di superare l’insegnamento di Giovanni Paolo II (pensiamo solo alla «Veritatis splendor»), e di altri maestri e pastori, in nome di un vago aggiornamento fondato per lo più sull’ambiguità e sul desiderio di mostrarsi amici del mondo, anche a prezzo di offuscare, se non di tradire, le eterne verità divine.

Messori sa bene che oggi, fra cattolici, è quasi vietato parlare del giudizio di Dio. La consegna è limitarsi alla misericordia, senza approfondire. Ma lui non ci sta e lo dice: «Per la logica dell’et-et, non bisogna dimenticare che noi saremo giudicati non con un solo criterio, ma con due. Cristo ci giudicherà secondo misericordia e secondo giustizia: il giudizio non può essere ingiusto, così come il giudizio non può essere spietato. Ci sarà sicuramente misericordia, ma ci sarà anche giustizia. Per fare due soli nomi tra gli infiniti possibili, anche per l’infinita misericordia del Dio di Cristo, Stalin non è, che so, don Bosco. L’accentuazione unilaterale di uno solo degli aspetti divini, la misericordia, porta a un cristianesimo monco che tralascia un aspetto essenziale del Vangelo: la doverosa severità del Cristo, pur accanto alla sua commovente tenerezza. Le terribili (seppure bellissime) parole del “Dies irae” sono squilibrate da una parte, dimenticando l’altra parte. Ma non possiamo, per negazione, immaginare il Giudice celeste come il vecchio zio che l’età ha reso sentimentale se non rammollito e che è pronto a perdonare tutto, ma proprio tutto, ai nipotini, anche a quelli riottosi sino all’ultimo».

Messori è stato anche il grande intervistatore di Joseph Ratzinger (il best-seller internazionale in questo caso è «Rapporto sulla fede», del 1985) e da parte dello scrittore non poteva mancare un pensiero su Benedetto XVI: «Io non solo l’ho sempre stimato come studioso, ma ho molto amato l’uomo, il cristiano Ratzinger. Chi lo conosce davvero, standogli vicino (come è capitato, per fortuna, a me) sa che è una delle persone più buone, più miti, più comprensive, oltre che più colte. In lui si uniscono il rigore dell’ortodossia e, nello stesso tempo, la misericordia, la tolleranza, l’apertura. L’ho visto anche di recente, nel suo ritiro nella villetta nei giardini vaticani che era un monastero di monache di clausura: è stato un incontro molto bello e per me anche commovente, trovandolo lucido come sempre ma assai smagrito, appoggiato a un girello anche per muovere pochi passi. Proprio perché gli volevo e gli voglio bene mi sono amareggiato quando è stato eletto Papa. Anche per lui è stata una sorpresa che si augurava non gli capitasse. È anzitutto uno studioso, un docente, uno scrittore di cose teologiche. In fondo, questa è la sua maggior grandezza morale: ha sacrificato alla Chiesa la sua natura e la sua vocazione, che è quella della tranquillità, delle biblioteche, del cerchio degli studenti, dei colloqui a tu per tu, delle dotte relazioni ai congressi specializzati. Ha sempre obbedito alla Chiesa, accettando il sacrificio, prima quando è stato strappato da Paolo VI alla sua università bavarese per fare l’arcivescovo di Monaco di Baviera, poi quando è stato chiamato da Giovanni Paolo II a fare il prefetto dell’ex Sant’Uffizio e alla fine quando è stato “obbligato” al papato. A settantotto anni, quando sperava di poter tornare, per il tempo che gli restava, ai suoi studi prediletti».

Quanto a Francesco, da tempo Messori ha deciso di tenere la bocca chiusa (i suoi papi, dice, sono stati Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e «adesso tocca ad altri misurarsi con altri pontificati»). Rispetteremo questa sua scelta, limitandoci a ricordare le perplessità da lui espresse sul «Corriere della sera» nel 2013 e ribadite tre anni dopo, in un’intervista a Bruno Volpe per lafedequotidiana.it, quando disse fra l’altro: «Questo Papa ha fatto una scelta unilaterale per la misericordia e mi domando: che dovremo fare, strappare tante pagine del Vangelo nelle quali Gesù è severo e persino duro? … Tante cose in questo momento mi lasciano perplesso e per questo motivo e per senso di responsabilità sto zitto. Certamente come cattolico sono allarmato e preoccupato, ma la mia scelta è diversa da quella di qualche altro autorevole collega e giornalista. In fondo mi domando chi sono io per giudicare il Papa. Però sono convinto e lo ripeto, che a Francesco la dottrina interessi molto poco».

Interessante è in ogni caso la distinzione che Messori fa tra il papa e il papato. Da quando, grazie alle tecnologie della comunicazione, il papa è di venuto una figura centralissima sulla ribalta mondiale, tutta l’attenzione è concentrata su di lui, ma secondo Messori ha poco senso interessarsi al papa in quanto persona. «A me – spiega – non interessa se il papa è antipatico o simpatico, non mi interessa se è nero o bianco o rosso, non mi interessano i suoi tic, le sue manie, le sue prospettive private; mi interessa il fatto che, misteriosamente, per indicazione dello Spirito Santo, quell’uomo sia il successore di Pietro, dunque sia anche il vicario di Cristo in terra. Per cui ripeto: ciò che a me interessa, ma credo dovrebbe interessare a tutti, è l’istituzione papale, il fatto che ci è stato fatto questo dono, perché il papato in una prospettiva di fede è un dono. Il resto è solo motivo di una curiosità che può anche non esserci».

Prima di chiudere, un’ultima frase di Messori sul mondo cattolico attuale: «Quel che resta del mondo cattolico pensa che il suo solo dovere sia l’affannarsi il più possibile per le opere sociali, per ogni tipo di bisogno materiale. È giusto ed è bello, pur non dimenticando che, per questo, non occorre la fede: il mondo è pieno di volontariato, spesso ammirevole, di agnostici e di atei. Nel loro affanno sociale i credenti “adulti” hanno dimenticato che la più alta delle “opere di carità” è il suffragio per i defunti, questo aspetto centrale della splendida realtà che la Tradizione chiama “la comunione dei Santi”: i vivi aiutano i morti ricordandoli alla misericordia divina e i morti intercedono presso Dio per i vivi. Che c’è di più “sociale”? E che c’è di più dimenticato?».

Circa la preparazione di Messori al grande passo nell’Aldilà, nell’affettuosa prefazione Marco Tosatti scrive: «Preparati come vuoi, ma non in silenzio; e, per favore, non tirare i remi in barca. In una Chiesa in cui ci si tirano addosso gli aut-aut ogni cinque minuti, c’è proprio bisogno che la tua penna ci ricordi ancora, e di frequente, la ricchezza dell’et-et, lo splendore e la grandezza di ciò che ha significato per Roma. C’è più che mai bisogno di te, e della tua razionalità, quella che ha convinto così tante persone che credere è la cosa più logica, nel momento in cui il preposito generale della Compagnia di Gesù afferma che non sappiamo bene che cosa Gesù ha detto perché non c’erano i registratori… E tu vorresti calare le vele proprio ora? Ma ti pare?».

Sottoscrivo.







venerdì 3 aprile 2026

Siamo qui davanti alla tua Croce, o Cristo, e guardiamo il tuo volto e il tuo corpo crocifisso


Ecce Homo – Andrea Mantegna, 1500 circa, 
dipinto tempera a colla e oro su tela montata su tavola (54×42 cm), 
conservato nel Museo Jacquemart-André di Parigi.


Di Redazione Blog di Sabino Paciolla 3 aprile 2026



Venerdì Santo – 3 aprile 2026

Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42



di don Ambrogio Clavadei

N.B. Il Venerdì Santo il Rito Romano, dopo le prime due letture, prevede la lettura di tutto il Vangelo della Passione secondo Giovanni e normalmente non c’è la predica. Ciò che qui propongo sono dunque solo alcuni spunti meditativi per cogliere il valore di questo giorno che sta al cuore del Mistero della Salvezza.

Siamo qui davanti alla tua Croce, o Cristo, e guardiamo il tuo volto e il tuo corpo crocifisso. Ma come si fa a stare di fronte a questa Croce, a questa tua Croce di cui tu hai detto: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32)?

Nessuno dei tanti protagonisti importanti o marginali di cui narrano i Vangeli della tua Passione ha saputo stare davanti alla tua Croce. Nessuno di loro ha avuto il cuore di voler o di poter resistere. Nessuno ha avuto non solo un amore sufficiente, ma nemmeno un dolore sufficiente, che scaturisse dal dolore che ti era inflitto proprio per l’amore che stavi dimostrando per loro come per tutti noi.

Si sono tirati tutti indietro, schifati, o indifferenti, beffeggianti o impauriti, insultanti o intimiditi, tutti almeno con un ultimo ritegno o con un pregiudiziale sdegno. E noi oggi, ma poco o tanto sempre, siamo un po’ come loro. Certo non schifati, beffeggianti o insultanti, questo no, ma tutti ci portiamo dentro un ultimo variegato, magari anche solo esile, ritegno.

Eppure, almeno oggi, proprio in questi giorni in cui tu più esplicitamente ci attiri a te, dovremmo avere non dico un amore sufficiente, ma almeno un dolore senza tergiversazioni, senza aggiramenti, senza contorcimenti. Dovremmo avere un po’ di quel dolore puro che è l’altra faccia dell’amore puro; la faccia meno luminosa dell’amore, ma che, come l’altra faccia della luna, appartiene comunque alla stessa realtà di un unico pianeta. Dovremmo avere almeno il dolore dell’amore, un dolore che nasce dal coraggio di guardare in faccia il tuo dolore d’amore per noi. Ma il tuo volto è sfigurato proprio dal nostro mancato dolore, dalla nostra incapacità di addolorarci del nostro peccato. Per questo non siamo capaci del tutto di guardarti in faccia.

E così, come i protagonisti di allora della tua Passione, ma sarebbe meglio dire teatranti, noi ci disponiamo attorno alla tua Croce come cerchi concentrici che più o meno si distanziano da te che sei il Centro in cui tutto consiste. Ogni uomo ha il suo cerchio, più o meno ampio, lo ebbero i tuoi apostoli, lo ebbero tutti, tutti ti stettero lontani.

E anche noi ti stiamo poco o tanto lontani. Siamo qui formalmente davanti e vicini a Te, ma col cuore siamo lontani, rinchiusi dentro il particolare cerchio egoistico del nostro dolore interessato che scaturisce dall’inevitabile delusione e lamentazione della pretesa. Guardiamo alle nostre croci, ci facciamo attirare dalle nostre croci – e oggi ce ne sono purtroppo più che mai – ma non le guardiamo a partire dalla tua Croce, e così ci lamentiamo di noi stessi, senza lamentarci di te e per te.

E così ogni nostro mancato dolore diventa parte di quanto un tempo ti hanno fatto. Ogni nostro “no” è ancora una volta uno sputo, uno schiaffo e una spina, ogni “no” un colpo di flagello, ogni “no” un chiodo che segna le tue carni. Siamo stati noi – ieri – a ridurti così col nostro oggi. Ma tu, Cristo – oggi come ieri – continui a prendere su di te con mitezza tutti i nostri mancati dolori e amori che ti segnano, che ti sfigurano. Tu non ti opponi, ma sempre ti proponi: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 5-6).

Eri e sarai e sei per sempre il più bello tra i figli dell’uomo e noi continuiamo a ridurti senza apparenza né bellezza; eppure proprio il tuo disfacimento da parte nostra è stato e rimane la tua e nostra vittoria:


“Ecco, il mio servo avrà successo,

sarà onorato, esaltato e molto innalzato.

Come molti si stupirono di lui

– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –

così si meraviglieranno di lui molte genti;

i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,

poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato

e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?

A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per provare in lui diletto.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà la loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha consegnato se stesso alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i peccatori” (Is 52, 13 – 53, 12).


Ma anche se la tua vittoria s’innalza dalla nostra sconfitta, quella sconfitta che è stato il cercare di abbatterti con la nostra tracotanza, nulla toglie al fatto della nostra colpa nell’averti ridotto così. La felix culpa non è che ci renda proprio felici! È infatti la nostra triste colpa quella che vediamo sul tuo corpo e sul tuo volto e di cui abbiamo schifo; è la colpa di ognuno di noi qui presenti che hai preso su di te, perché chi dicesse di essere senza peccato farebbe di te, di te che sei Somma Verità, un bugiardo (cfr. 1 Gv 1, 10).

Ma la colpa più grave, quella che ti ha ferito e ferisce di più, è che noi ti dimentichiamo, accusando te di dimenticanza, così da non aver bisogno del tuo perdono: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato” (Is 49,14). Il nostro cerchio ha dentro il suo perimetro qualche segmento del cerchio ultimo del traditore, quella sorta di girone infernale in cui viveva Giuda, che rifiutò anche solo l’idea di poter essere perdonato, e così divenne imperdonabile, perché pensare di essere imperdonabile è imperdonabile, perché è la fuga ultima e vigliacca dal dolore del tuo amore per noi, per ogni uomo, per quell’uomo che ti fu nemico, ma al quale tu dicesti “amico” (Mt 26, 50). È l’inizio dell’odio: non voler dipendere dal tuo perdono, non voler entrare nel vortice del tuo amore che perdona, là dove chi si perde si trova (cfr. Mc 8, 35). Così ci si perde davvero.

Riconosciamolo, allora! Noi non sappiamo stare di fronte alla tua Croce. Nessuno di noi. Nessun uomo. Solo un punto umano è coinciso perfettamente e totalmente col tuo amore e col tuo dolore, mediante il perfetto amore e dolore del suo cuore umano, del suo cuore di donna e di madre che ti ha partorito. Solo la Madonna: “Stabat Mater dolorosa juxta Crucem”. Solo la Madonna.

Giovanni e le pie donne erano già un passo indietro, un piccolo cerchio, ma comunque cerchio. Solo lei è stata lì davanti a te, dritta in piedi, assolutamente non ripiegata su un dolore furbescamente interessato, ma totalmente abbracciata a te, centro sul Centro, una cosa sola amorosa e dolorosa con te che eri tutto dolore perché tutto amore, così che solo lei è stata veramente dolorosa, perché totalmente interessata di un dolore non suo – lei che era l’Immacolata – ma nostro. E veramente dolorosa perché veramente amorosa. E veramente e totalmente amorosa di quel dolore, perché veramente e totalmente desiderosa di partecipare al perdono, all’assoluzione di quel peccato nostro e che non era suo. È il tuo braccio inchiodato sulla Croce che assolve, ma dentro c’è il suo cuore a te fissato. Desiderosa di partecipare col suo figlio al dolore del Figlio del Padre, corredentrice dei nostri peccati. Solo lei, insieme con te, anche se non alla pari, ha provato, proprio perché senza colpa, cosa sia il dolore puro, il dolore schietto dell’amore, il dolore acuto di chi abbraccia le spine del peccato altrui: “juxta Crucem lacrimosa dum pendebat Filius”.

Solo il dolore vero della Madonna ha saputo stare, ha saputo resistere impavido, dire il sì definitivo, il sì amoroso per unirlo al tuo sì amoroso e crocifisso: due sì congiunti in un comune distinto sacrificio. Un sì che allora è stato tanto nuziale e fecondo quanto verginale e apparentemente infecondo. Verginale perché proferito dentro il reciproco distacco dell’abbandono: tu abbandonato dal Padre, lei abbandonata da te. Un distacco lacerante e trafiggente. Trafitti tu e lei. Tu dalla lancia della morte, lei dalla spada della tua morte: “pertransivit gladius”. Ma nuziale perché dal vincolo d’amore di questo distacco, segnato dal comune sacrificio dell’abbandono, è nata la tua Chiesa. Sangue tuo mescolato all’acqua dello Spirito e riversati dentro il grembo del cuore della Madonna scavato dalla spada del dolore, per la genesi, per il parto e la nascita del mondo nuovo. Lì è nata la grande compagnia di cui lei è Madre, e che è il nostro possesso di te, il tuo non abbandono di noi dentro il nostro continuo abbandono smemorato di te: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece – io con mia Madre, memoria vivente della Chiesa – non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho inciso sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me” (Is 49,14-16).

È con queste incisioni che tu non ci dimentichi, o Cristo. Che tu non ci dimentichi. Fa’ che anche noi non ci dimentichiamo e, per intercessione della tua Madre dolorosa, donaci la grazia che il cerchio con cui contorniamo la Croce della tua salvezza si restringa sempre di più nella misura in cui ci lasciamo attirare da te. Si restringa il cerchio mentre si dilata il cuore.






Messa e sacerdozio



L'arcivescovo di Colonia ribadisce l'imprescindibilità dell'Eucaristia e dell'ordine sacro tra laici che predicano, preti che non celebrano e liturgie della Parola senza necessità. Derive diffuse nella Germania sinodale come in alcune diocesi italiane.


Il monito di Woelki vale anche in Italia

Editoriali 

Controcorrente

Luisella Scrosati, 03-04-2026

È un’omelia da incorniciare quella pronunciata dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo metropolita di Colonia, il 30 marzo scorso, in occasione della Messa crismale. Nella ineffabile cornice architettonica del Duomo di Colonia, è la grandezza della chiamata al ministero sacerdotale a risuonare, nella sua esigenza di «celebrare i misteri di Cristo secondo la Tradizione della Chiesa con fedele riverenza, a lode di Dio, per la salvezza del suo popolo».

I misteri di Cristo si rendono presenti nella Chiesa ogni volta che i sacramenti vengono celebrati ed amministrati, ed in particolare nell’Eucaristia. Ma all’Eucaristia, fin dai primissimi tempi della Chiesa, sono strettamente uniti anche l’annuncio della Parola di Dio e le opere di carità, nel soccorso del prossimo. Il cardinale ha ricordato l’insegnamento del Concilio Vaticano II: «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum Ordinis, 4), così che il ministro cui spetta di presiedere l’Eucaristia è lo stesso che deve anche annunciare la Parola di Dio nell’omelia.

«Perciò, cari confratelli, di fronte ai tentativi di oggi di separare l’annuncio della Parola di Dio nell’omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, facciamo attenzione a custodire questo importante legame teologico e non sottoponiamolo a una visione meramente funzionalistica». L’esortazione del cardinale ha chiaramente davanti agli occhi i numerosi abusi, che avvengono nelle chiese in Germania, di affidare l’omelia ad un laico, talvolta nemmeno cattolico, in nome di una errata concezione del sacerdozio battesimale di tutti i fedeli. Abusi che non si limitano ai confini della diocesi di Colonia, né alle sole diocesi tedesche, ma che si sono diffusi un po’ ovunque, inclusa l’Italia.

L’insegnamento della Chiesa è chiaro, ed è stato riassunto e riproposto in modo autorevole dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004), che ricorda come «l’omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della santa Messa» fa parte «della stessa Liturgia» e «di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l’opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico» (n. 64). Una eventuale prassi di affidare ad un laico l’omelia «è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine» (n. 65). Questo «divieto di ammissione dei laici alla predicazione durante la celebrazione della Messa» si estende a tutti coloro che non hanno ricevuto almeno l’ordine sacro del Diaconato, e dunque vale anche «per i seminaristi, per gli studenti di discipline teologiche, per quanti abbiano ricevuto l’incarico di “assistenti pastorali”, e per qualsiasi altro genere, gruppo, comunità o associazione di laici» (n. 66). Ai laici possono essere affidate altre forme di predicazione diverse dall’omelia, in chiesa o in un oratorio, «se in particolari circostanze la necessità lo richiede o in specifici casi l’utilità lo esige», sempre però al di fuori della Messa, e prestando sempre attenzione ad alcune precise condizioni: 1. che non si muti «da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario»; 2. che non avvenga come espressione di una pretesa «autentica promozione del laicato»; 3. che tale facoltà sia conferita dall’Ordinario del luogo (n. 161).

Il cardinale Woelki ha voluto altresì ricordare con particolare enfasi che «la Chiesa consiglia con insistenza soprattutto a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della Santa Messa». Non è un obbligo, ma resta il fatto che la celebrazione quotidiana è «costitutiva del nostro essere e del nostro agire da sacerdoti», ed è «di vitale importanza» anche per tutti i fedeli. «Non priviamoci, cari confratelli, di questo dono di grazia che il Signore ci fa con l’Eucaristia e non disabituiamo, attraverso la prassi personale, ancora di più i fedeli dalla possibilità di partecipare quotidianamente alla santa Messa». Anche in questo caso, l’arcivescovo di Colonia colpisce nel segno: purtroppo non sono pochi i sacerdoti che non celebrano quotidianamente la Messa, né mancano le diocesi che concedono ai propri presbiteri un “giorno libero”, nel quale il sacerdote omette la celebrazione eucaristica, privando così se stesso, i fedeli e la Chiesa tutta di questo immenso dono di grazia.

Ancora più accorato è il richiamo del cardinale Woelki a non sostituire la santa Messa con la Liturgia della Parola, anche se è prevista la distribuzione della santa Comunione: «In modo persistente e con forza desidero condividere ancora una volta con voi, la mia grande preoccupazione: attraverso una tale prassi siamo sempre più a rischio di perdere la nostra identità cattolica». La piaga che ferisce la diocesi di Colonia è estremamente diffusa in tutta Europa, anche laddove il calo delle vocazioni sacerdotali, seppur significativo, non è ancora così grave da impedire di trovare una chiesa in cui si celebra l’Eucaristia nel raggio di qualche chilometro.

«Dove questa prassi è già in uso», constata Woelki, «sento dire che alcuni fedeli, la domenica, si spostano per andare dove viene celebrata la santa Messa. E grazie a Dio che è così. Altri invece semplicemente non vengono ed altri ancora ritengono che una celebrazione della Parola basta loro e non hanno bisogno di qualcosa di più. Sì, sembra addirittura che ci siano ormai luoghi in cui si afferma apertamente di voler fare quanto possibile per rendersi in futuro indipendenti dal sacerdote, così da non aver più bisogno di lui, né del suo ministero». Ed ammonisce: «Questo, cari confratelli, care sorelle e fratelli, questo semplicemente non è più cattolico. E vi chiedo con insistenza di contrastare tutto questo fin da principio».

Questa mentalità non cattolica è sempre più diffusa, anche in Italia; avevamo avuto modo di denunciare (qui e qui) come nella diocesi del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, e in quella del vicepresidente per l’Italia Settentrionale, mons. Erio Castellucci, la Messa sia stata sostituita dalla Liturgia della Parola per ragioni non accettabili. Il cardinale Woelki chiede che, laddove non sia possibile avere un sacerdote per la Messa, anziché moltiplicare queste liturgie, si provveda a radunare più comunità in una chiesa dove vi sia la celebrazione eucaristica.

Come ricordava San Giovanni Paolo II, «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s’impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l’effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49). I fedeli che non hanno gravi impedimenti sono tenuti a cercare e recarsi in una chiesa ove sia celebrata la santa Messa domenicale, non a rimanere nella chiesa più vicina dove non c’è la Messa, o addirittura a casa, magari con la scusa di seguirla in televisione. Al dovere dei fedeli corrisponde però il dovere dei Pastori di offrire questi luoghi, perché i fedeli vi si possano recare, ricordando che la partecipazione alla Liturgia della Parola non assolve il precetto (cf. Notitiæ 248, marzo 1987, 169).