domenica 8 febbraio 2026

Dominica in Sexagesima


Noè e il diluvio



Domenica 8 febbraio 2026

Nel corso di questa settimana la santa Chiesa ci presenta la storia di Noè e del diluvio universale.
Nonostante i severi ammonimenti, Dio non era riuscito ad ottenere la fedeltà e la sottomissione dell’umanità e fu costretto ad infliggere un tremendo castigo a questo nuovo nemico. Trovato però un uomo giusto, farà ancora una volta nella sua persona alleanza con noi. Ma prima vuol far conoscere che è Sovrano e Padrone nel momento da lui stabilito; l’uomo che andava così fiero della sua esistenza, s’inabisserà sotto le rovine della sua dimora terrestre.
A base degli insegnamenti della settimana, poniamo innanzi tutto alcuni brani dal libro del Genesi, estratti dall’Ufficio dell’odierno Mattutino.Dal libro del Genesi (Gen 6,5-13)

Or Dio vedendo che la malizia degli uomini era grande sopra la terra e che ogni pensiero del loro cuore era di continuo al male, si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e, addolorato, nel profondo del cuore disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: uomo e animali, rettili e uccelli del cielo; ché mi pento d’averli fatti”. Ma Noè trovò grazia davanti al Signore.

Questa è la posterità di Noè. Noè fu uomo giusto e perfetto fra i suoi contemporanei, e camminò con Dio, e generò tre figliuoli: Sem, Cam e Iafet. Or la terra era corrotta davanti a Dio e ripiena d’iniquità. Ed avendo Dio veduto che la terra era corrotta (ogni carne infatti seguiva sulla terra la via della corruzione) disse a Noè: “Davanti a me è giunta la fine d’ogni vivente; siccome la terra per opera degli uomini è piena d’iniquità, io li sterminerò con la terra”.

La catastrofe che si scatenò allora sulla specie umana fu ancora una volta frutto del peccato; meno male che però fu trovato almeno un giusto, e per merito suo e della sua famiglia il mondo fu salvo dalla rovina totale.

Degnatosi di rinnovare la sua alleanza, Dio lasciò ripopolare la terra, e i tre figli di Noè divennero i padri delle tre grandi razze umane che la abitano.

È questo il mistero contenuto nell’Ufficiatura della presente settimana. Quella della Messa poi, figurata dalla precedente, è ancor più importante. Moralmente parlando, non è la terra sommersa da un diluvio di vizi e di errori? Allora si deve popolare di uomini timorosi di Dio, come Noè. È la parola di Dio, germe di vita, che fa nascere la nuova generazione e procrea i figli di cui parla il Discepolo prediletto, “i quali non da sangue, né da volere di carne né da voler di uomini, ma da Dio sono nati” (Gv 1,13).

Sforziamoci d’entrare a far parte di questa famiglia, e se già vi apparteniamo, conserviamo gelosamente questa fortuna, perché ora è il tempo di salvarci dai marosi del diluvio e trovare un rifugio nell’arca della salvezza; è il tempo di divenire quella terra buona nella quale la semente fruttifica al cento per uno; e lo saremo, se ci mostreremo avidi della Parola di Dio che illumina le anime e le converte (Sal 18). Preoccupiamoci di fuggire l’ira ventura, affinché non abbiamo a perire insieme ai peccatori.

Messa

La Stazione è in Roma, nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura.
Intorno alla tomba del Dottore delle genti, del propagatore della divina semenza, di colui che per la sua predicazione ha una grande paternità sui popoli, la Chiesa Romana oggi raduna i suoi fedeli, per significare che il Signore ha risparmiato la terra solo a patto che si riempia di veri credenti adoratori del Nome suo.

L’Epistola è tratta da una Lettura del grande Apostolo, nella quale, costretto dai suoi nemici a difendersi per l’onore e il successo del suo ministero, c’insegna a quale prezzo gli uomini apostolici seminarono la divina Parola negli aridi campi del paganesimo, per operarvi la rigenerazione cristiana.

EPISTOLA (2Cor 11,19-33; 12,1-9). – 

Fratelli: Voi, che siete saggi, li sopportate volentieri i pazzi; infatti, se uno vi asservisce, se vi spolpa, se vi ruba, se vi tratta con alterigia, se vi piglia a schiaffi, lo sopportate! Lo dico con vergogna, come chi è stato debole da questo lato; del resto, in qualunque altra cosa uno ardisca vantarsi (parlo da stolto) ardisco anch’io. Son essi Ebrei? Anch’io. Sono Israeliti? Anch’io. Son discendenti di Abramo? Anch’io. Sono ministri di Cristo? (Parlo da stolto) lo son più di loro: più di loro nelle fatiche, più di loro nelle carceri, molto più nelle battiture, e spesso mi son trovato nei pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio; ho passato una notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso in viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli dei Gentili, pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie, nella fame, nella sete, nei frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi vien dal di fuori, ho anche l’affanno quotidiano, la cura di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ne soffra? Chi si scandalizza, senza che io ne arda? Se c’è bisogno di gloriarsi, mi glorierò di ciò che è proprio della mia debolezza. Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è benedetto nei secoli, sa ch’io non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto guardie intorno alla città dei Damasceni, per catturarmi, e da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro e così scampai dalle sue mani. Se c’è bisogno di gloriarsi (veramente non sarebbe utile!) verrò alle visioni ed alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa (se fu col corpo o senza il corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo (se col corpo, o fuori del corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito in paradiso e udì parole arcane che non è lecito all’uomo di proferire. Riguardo a quest’uomo, potrei gloriarmi; ma riguardo a me non mi glorierò che della mia debolezza. Però, anche se volessi gloriarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, pel timore che qualcuno non mi stimi più di quello che vede in me o che sente da me. E affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana che mi schiaffeggi. Tre volte ne pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si fa meglio sentire nella debolezza. Volentieri adunque mi glorierò nelle mie infermità, affinché abiti in me la potenza di Cristo.

VANGELO (Lc 8,4-15). – 

In quel tempo: radunandosi e accorrendo a Gesù dalle città gran folla, disse in parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza e nel seminarla, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e la beccarono gli uccelli dell’aria; parte cadde sul sasso e, appena nata, si seccò, non avendo umore; parte cadde tra le spine, e queste, cresciute insieme, la soffocarono; parte poi cadde in buon terreno e, cresciuta, diede il centuplo. Ciò detto esclamò: Chi ha orecchie da intendere intenda. E i suoi discepoli gli chiesero che volesse mai dire questa parabola. Ed Egli rispose loro: A voi è concesso d’intendere il mistero del regno di Dio; ma a tutti gli altri parlo in parabole, affinché guardando non vedano, ed ascoltando non intendano. Ecco il significato della parabola: la semenza è la parola di Dio. Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore affinché non credano e non si salvino. E quelli sul sasso sono coloro che, udita la parola, l’accolgono con gioia; ma non hanno radice, e credon quindi per un certo tempo e poi al tempo della tentazione si tirano indietro. Seme caduto fra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma,coll’andare avanti, restano soffocati da cure, da ricchezze, e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturare. Seme poi caduto in buon terreno sono coloro che ritengono la parola ascoltata in un cuore buono e perfetto, e perseverando, portano frutto.

Vigilanza e fedeltà

Con ragione san Gregorio Magno osserva che la parabola ora letta non ha bisogno di spiegazione, perché la stessa eterna Sapienza ce ne ha data la chiave. Perciò non ci resta che trar profitto da un insegnamento così prezioso ed accogliere in terra buona la semenza celeste che cade in noi.

Quante volta finora l’abbiamo lasciata calpestare dai passanti, o carpire dagli uccelli dell’aria! Quant’altre volte è inaridita sulla gelida roccia del nostro cuore, o fu soffocata da spine funeste! Ascoltavamo la Parola, la trovavamo affascinante, e ciò bastava a farci star tranquilli. Spesso pure la ricevemmo con gioia e prontezza, ma non appena cominciava a germogliare in noi ne facevamo arrestare la crescita. Mentre d’ora in poi dobbiamo produrre frutti, perché tale è la virtù della semente gettata in noi, e dalla quale il divin Seminatore aspetta il cento per uno. Se la terra del nostro cuore è buona ed abbiamo cura di coltivarla usando i mezzi che la santa Chiesa ci offre, sarà abbondante la messe il giorno in cui il Signore, risorgendo vittorioso dal sepolcro, verrà ad unire i fedeli credenti agli splendori della sua Risurrezione.

Preghiamo

O Dio, che vedi come non confidiamo nelle nostre azioni, concedici, propizio, d’essere difesi contro ogni avversità dalla protezione di san Paolo Dottore delle genti.





da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 439-442






I primi 5 Sabati del Mese: storia, promesse e condizioni. Maria SS. a Fatima.





a cura di Veronica Cireneo

Una delle devozioni più amate, dopo quella dei nove venerdì del mese, dedicati al Salvatore, è quella, non da tutti conosciuta, dei primi 5 Sabati del mese, dedicata al Cuore Immacolato di Maria. Fu la Madonna stessa che ne fece espressa richiesta a Lucia di Fatima, nel 1925. Ne parliamo oggi in occasione del primo sabato del mese di Febbraio. Buono studio ed applicazione. Ave Maria





Breve storia della grande promessa del Cuore Immacolato di Maria

La Madonna, apparendo a Fatima il 13 giugno 1917, tra l’altro, disse a Lucia: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”.

Poi, in quella apparizione, fece vedere ai tre veggenti il suo Cuore coronato di spine: il Cuore Immacolato della Mamma amareggiato per i peccati dei figli e per la loro dannazione eterna!

Lucia racconta: “Il 10 dicembre 1925 mi apparve in camera la Vergine Santissima e al suo fianco un Bambino, come sospeso su una nube. La Madonna gli teneva la mano sulle spalle e, contemporaneamente, nell’altra mano reggeva un Cuore circondato di spine. In quel momento il Bambino disse: “Abbi compassione del Cuore della Tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono continuamente, mentre non v’è chi faccia atti di riparazione per strappargliele”.

E subito la Vergine Santissima aggiunse: “Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa’ sapere questo:
A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario, e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza

È questa la grande Promessa del Cuore di Maria che si affianca a quella del Cuore di Gesù. Per ottenere la promessa del Cuore di Maria si richiedono le seguenti condizioni:
1 – Confessione – fatta entro gli otto giorni precedenti, con l’intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se uno nella confessione di dimentica di fare tale intenzione, può formularla nella confessione seguente.

2 – Comunione – fatta in grazia di Dio con la stessa intenzione della confessione.

3 – La Comunione deve essere fatta nel primo sabato del mese.

4 – La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo.

5 – Recitare la corona del Rosario, almeno la (terza) quarta parte, con la stessa intenzione della confessione.

6 – Meditazione – per un quarto d’ora fare compagnia alla Santissima Vergine meditando sui misteri del rosario.

Un confessore di Lucia le chiese il perché del numero cinque. Lei lo chiese a Gesù, il quale rispose: “Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria”
1-Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione.
2 – Contro la sua Verginita
3 – Contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini.
4 – L’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata.
5 – L’opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre.


Preghiera al Cuore Immacolato di Maria per ogni primo sabato del mese

Cuore immacolato di Maria, ecco a te dinanzi dei figli, i quali vogliono con il loro affetto riparare alle tante offese a te recate da molti che essendo anch’essi figli tuoi, osano insultarti e oltraggiarti.

Noi ti chiediamo perdono per questi poveri peccatori nostri fratelli accecati dall’ignoranza colpevole o della passione, come ti domandiamo perdono anche per le nostre mancanze e ingratitudini, e quale omaggio di riparazione noi crediamo fermamente nella tua eccelsa dignità a altissimi privilegi, in tutti i dogmi che la Chiesa ha proclamato, anche per quelli che non credono.

Ti ringraziamo dei tuoi innumerevoli benefici, per quelli pure che non li riconoscono; confidiamo in te e ti preghiamo anche per quelli che non ti amano, che non hanno fiducia nella tua materna bontà, che a te non ricorrono.

Volentieri accettiamo le sofferenze che il Signore vorrà mandarci, e ti offriamo le nostre preghiere e i nostri sacrifici per la salvezza dei peccatori. Converti tanti tuoi figli prodighi e apri loro, quale sicuro rifugio il tuo Cuore, in modo che essi possano trasformare le antiche ingiurie in tenere benedizioni, l’indifferenza in fervida preghiera, l’odio in amore.

Deh! Fa’ che non abbiamo ad offendere Dio nostro Signore, già tanto offeso. Ottienici, per i tuoi meriti, la grazia di conservarci sempre fedeli a questo spirito di riparazione, e di imitare il tuo Cuore nella purezza della coscienza, nell’umiltà e mansuetudine, nell’amore verso Dio e il prossimo.
Cuore Immacolato di Maria, a te lode, amore, benedizione: prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte. Amen


Atto di consacrazione e riparazione al Cuore Immacolato di Maria

Vergine santissima e Madre nostra, nel mostrare il tuo Cuore circondato di spine, simbolo delle bestemmie ed ingratitudini con cui gli uomini ripagano le finezze del tuo amore, hai chiesto di consolarti e ripararti. Come figli ti vogliamo amare e consolare sempre, ma specialmente dopo i tuoi materni lamenti, vogliamo riparare il tuo Cuore Addolorato e Immacolato che la cattiveria degli uomini ferisce con le pungenti spine dei loro peccati.

In modo particolare vogliamo riparare le bestemmie proferite contro la tua Immacolata Concezione e la tua Santa Verginità. Molti, purtroppo, negano che tu sei Madre di Dio e non ti vogliono accettare come tenera Madre degli uomini.
Altri, non potendoti oltraggiare direttamente, scaricando la loro collera satanica profanando le tue Sacre Immagini e non mancano coloro che cercano di infondere nei cuori, soprattutto dei bambini innocenti che ti sono tanto cari, l’indifferenza, il disprezzo ed anche l’odio contro di Te.

Vergine santissima, prostrati ai tuoi piedi, esprimiamo la nostra pena e promettiamo di riparare, con i nostri sacrifici, comunioni e preghiere, tanti peccati ed offese di questi tuoi figli ingrati.

Riconoscendo che anche noi non sempre corrispondiamo alle tue predilezioni, né ti amiamo ed onoriamo sufficientemente come Madre nostra, supplichiamo il perdono misericordioso per le nostre colpe e freddezze.

Madre santa, vogliamo ancora chiederti compassione, protezione e benedizioni per gli attivisti atei e i nemici della Chiesa.
Riconducili tutti alla vera Chiesa, ovile di salvezza, come hai promesso nelle tue apparizioni a Fatima.

Per quanti sono tuoi figli, per tutte le famiglie e per noi in particolare che ci consacriamo interamente al tuo Cuore Immacolato sii rifugio nelle angustie e tentazioni della Vita; sii cammino per giungere a Dio, unica fonte di pace e di gioia. Amen. Salve Regina..


Preghiere per ogni primo Sabato:

Primo Sabato

Secondo Sabato

Terzo Sabato

Quarto Sabato

Quinto Sabato

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Origine

7 febbraio 2026 - 1° Sabato del Mese









sabato 7 febbraio 2026

Gran Bretagna: la barbarie dell’aborto in casa, possibile fino al termine della gravidanza per qualsiasi motivo





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by Aldo Maria Valli 07 feb 2026



di Rosa Monckton*

In una settimana dello scorso giugno la Camera dei Comuni ha approvato due misure destinate a cambiare radicalmente la natura della nostra società.

La prima, che credo ormai tutti conoscano, è stata quella di consentire allo Stato di facilitare e persino incoraggiare il suicidio per coloro a cui viene diagnosticata una malattia con sei mesi di vita. L’altra misura, molto meno nota, depenalizza l’aborto fino al termine della gravidanza, per qualsiasi motivo, se eseguito dalla madre da sola. Ho promesso che mi sarei opposta a queste misure alla Camera dei Lord – dove entrambe sono ora al vaglio – e quindi lunedì ho presentato un emendamento per cancellare questa radicale revisione delle nostre leggi sull’aborto.

Il disegno di legge sulla criminalità e la polizia, attualmente in discussione alla Camera dei Lord, è un testo legislativo lungo e importante, che ha impegnato i pari, nella nostra veste di camera di revisione, per gli ultimi due mesi e mezzo.

La maggior parte del Paese, tuttavia, non saprà che una clausola, non correlata a questo disegno di legge, è stata introdotta di nascosto tramite un emendamento a nome della deputata laburista Tonia Antoniazzi, dopo appena quarantasei minuti di dibattito tra deputati della Camera dei Comuni.

Si tratta dell’articolo 191, intitolato “Esclusione delle donne dal diritto penale relativo all’aborto”, che rimuove ogni ulteriore controllo legale sulle donne in materia di aborto, consentendo alla futura madre di abortire il proprio bambino, fino al termine della gravidanza, per qualsiasi motivo, incluso il sesso del bimbo.

Questa clausola è stata approvata dalla Camera dei Comuni senza alcuna prova, alcun esame o consultazione pubblica. Si tratta di una proposta sconsiderata e radicale, con implicazioni per la salute sia mentale che fisica della madre, e conseguenze disastrose per il bambino.

Questa modifica alla legge, di fatto, reintrodurrebbe l’aborto clandestino, poiché le donne oltre l’attuale limite legale di ventiquattro settimane sarebbero di fatto incoraggiate ad abortire a casa.

Si tratta di una proposta terrificante, che potrebbe aumentare la probabilità che le donne subiscano interruzioni forzate di gravidanza nel terzo trimestre (dal momento che un partner violento potrebbe far notare che non sussiste più alcuna sanzione legale), con l’indicibile trauma di un aborto tardivo senza alcuna supervisione medica.

Questa modifica alla legge, di fatto, reintrodurrebbe l’aborto clandestino, poiché le donne che hanno superato l’attuale limite legale di ventiquattro settimane sarebbero di fatto incoraggiate ad abortire a casa, da sole, utilizzando pillole ordinate per posta e che non sono concepite per l’uso al di fuori di un contesto clinico oltre le dieci settimane.

Come ho detto nel dibattito di lunedì, è estremamente ironico che coloro che hanno sempre sostenuto l’interruzione di gravidanza legale, sostenendo che l’alternativa – l’interruzione clandestina – sarebbe pericolosa, ora propongano che le donne possano eseguire interruzioni di gravidanza illegali (al di fuori dei termini dell’Abortion Act) in un ambiente non sicuro e non supervisionato.

Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists ha fatto pressioni per il programma “pillole abortive per posta”, introdotto durante i lockdown dovuti alla pandemia di Covid-19. Programma che non avrebbe mai dovuto essere permanente, anche se ora sembra esserlo.

Ho ricevuto una lettera da un professionista sanitario, profondamente preoccupato, che sottolineava tristi fatti medici che la maggior parte dei parlamentari sembrava non voler prendere in considerazione nelle loro superficiali deliberazioni.

Il professionista sottolinea che i bambini di età superiore alle ventidue settimane abortiti legalmente in ambito medico vengono sottoposti a eutanasia clinica prima dell’intervento chirurgico, tramite un’iniezione letale direttamente nel cuore. Questa procedura è raccomandata dal Royal College of Obstetrics and Gynaecology per evitare che i bambini più grandi e senzienti nascano gravemente feriti, ma ancora vivi. Tuttavia, i bambini abortiti in ambito domestico, dalla sola madre, non possono essere sottoposti a eutanasia clinica.

I farmaci abortivi rimuovono solo il rivestimento dell’utero e innescano il travaglio; pertanto, i bambini in fase avanzata di gestazione abortiti in casa potrebbero nascere vivi. Cosa succederebbe allora? La madre dovrebbe uccidere il suo bambino “abortito” ma vivo? Come potrebbe smaltire legalmente il corpo del suo bambino se lo lasciasse morire? Sarebbe quindi accusata di omicidio?

Come tutti i membri della Camera dei Lord, ho ricevuto una lettera dal responsabile degli affari pubblici del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists che mi esortava a “parlare a favore della clausola 191”. Citava il presidente del Royal College che criticava la legge vigente perché “colpisce le donne nei momenti di maggiore vulnerabilità” e affermava che “le donne non dovrebbero affrontare la prospettiva di una sanzione penale per aver preso decisioni sulla propria salute”.

Trovo straordinario e agghiacciante che nella dichiarazione non ci sia una sola menzione del nascituro. È come se questa persona non esistesse.

Ai sensi della clausola 191, è illegale per qualsiasi altra persona, compreso un medico, essere presente se le pillole vengono assunte dopo il limite di ventiquattro settimane stabilito dalla legge vigente sull’aborto.

I bambini di età superiore alle ventidue settimane che vengono abortiti legalmente in un ambiente medico sono sottoposti a eutanasia clinica prima dell’intervento chirurgico tramite un’iniezione letale, a differenza dei bambini abortiti in un ambiente domestico.

Quindi, nel momento in cui una madre avrebbe più bisogno di supervisione medica, si ritrova sola.

L’analisi delle statistiche ufficiali pubblicate dal Servizio sanitario nazionale inglese (NHS England) mostra che quando una donna si autogestisce l’aborto a casa in un caso su diciassette verrà successivamente ricoverata in ospedale. L’entrata in vigore di questa clausola non migliorerà di molto la situazione, poiché i rapporti governativi hanno confermato quanto aumentino le complicazioni dell’aborto nelle fasi avanzate della gravidanza.

La clausola 191 è una misura radicale, non moderata, come sostengono i suoi sostenitori. C’è una ragione per cui il limite legale per l’aborto è di 24 settimane: cioè, più o meno, la fase in cui il bambino è considerato pienamente vitale alla nascita.

La clausola 191 mira a disapplicare l’Infant Life Preservation Act del 1929, che tutela i feti vitali. I suoi sostenitori lo definiscono progressista; io lo definisco barbaro.

Né c’è stata alcuna richiesta pubblica per una simile modifica della legge. Al contrario, un sondaggio Whitestone Insight, condotto nel dicembre 2023, ha rilevato che solo il 2% della popolazione era favorevole all’estensione del limite temporale per l’aborto alla nascita.

Tuttavia, ho ricevuto numerose lettere che mi esortano a non oppormi a questa clausola, con vari gradi di ostilità, e c’è una forte opposizione nei confronti di coloro che sottopongono questa misura a un esame approfondito nella Camera dei Lord (proprio come c’è per il nostro esame del disegno di legge sulla morte assistita).

Sono stata rimproverata per aver sottolineato che la clausola 191 avrebbe reso lo status morale del nascituro vitale simile a quello di uno schiavo nel profondo Sud americano del XVIII secolo: una mera proprietà, la cui distruzione non costituiva un crimine da parte del proprietario.

Nel preambolo della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia si afferma che il bambino “necessita di speciali tutele e cure, compresa un’adeguata tutela giuridica, sia prima che dopo la nascita”.

Eliminare il reato di aborto volontario da parte di una donna prima del parto significherebbe, di colpo, eliminare le poche tutele legali rimaste per i nascituri, uno su tre dei quali viene già abortito in questo Paese.

È questo ciò che vogliamo davvero, come nazione? Che sprofondiamo in questa oscurità morale, senza proteggere né la madre né il bambino?

Questo è uno dei motivi per cui mi batto affinché la clausola 191 venga rimossa: non voglio che si dica che ho acconsentito all’abbandono delle difese finali per questi bambini innocenti, non ancora nati ma vitali.



*membro della Camera dei Lord, fondatrice di Team Domenica, ente di beneficenza che prende il nome da sua figlia e aiuta i giovani adulti con disabilità di apprendimento a trovare un impiego

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Perché non vediamo Dio: il peccato originale e la cecità intellettuale


Fernando Gallego (1440–1507), La guarigione del cieco Bartimeo


Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da substack.com. 


Una metafora inaspettata dal film Il mistero dei Templari



Robert Lazu Kmita, 3 febbraio 2026

La visione perduta

Inizierò con un'osservazione molto semplice sui nostri occhi e sulla vista. Supponiamo che la sabbia, o la polvere, si infiltri sotto le nostre palpebre. Anche un singolo granello di sabbia può compromettere gravemente la nostra percezione visiva. Lo stesso vale per la polvere. Diventa assolutamente necessario lavarsi accuratamente gli occhi per recuperare una vista nitida. Una volta, una minuscola scheggia di ghiaccio mi è entrata nell'occhio. Fortunatamente, non ha avuto conseguenze gravi, ma è stato incredibilmente doloroso. Un minuscolo frammento di acqua ghiacciata, non più grande di un ventesimo di millimetro, mi ha ostruito quasi completamente la vista. Solo dopo ripetuti risciacqui con acqua tiepida sono riuscito a vedere di nuovo.

Oltre a queste spiacevoli esperienze fisiche, gli oculisti possono dirci quante distorsioni visive siano il risultato di patologie. A seconda della causa sottostante (che comprende cause refrattive, retiniche, del nervo ottico e neurologiche), si contano tra 12 e 15 patologie gravi. Non è un numero esiguo. Quindi, sia corpi minuscoli che condizioni mediche possono compromettere seriamente la nostra vista.

Un'altra esperienza di visione distorta deriva da un cambiamento nell'ambiente circostante. Se immergiamo la testa sott'acqua, possiamo tenere gli occhi aperti. Ma senza occhiali protettivi, ciò che vediamo sarà di gran lunga inferiore alla vista normale: macchie di colore e luminosità variabile. Niente di chiaramente definito. Un cambiamento nell'ambiente provoca una completa alterazione della nostra capacità visiva. Ora notiamo un dettaglio importante: sebbene i nostri occhi e i loro componenti rimangano intatti, malattie o anomalie fisiche distorcono la nostra vista. Gli occhi (con tutte le loro parti costituenti) rimangono, ma la percezione, cioè la vista, è alterata. A volte le cose diventano così gravi che arriviamo alla condizione più terribile: la cecità.

Per quanto riguarda la nostra collocazione in questo mondo, possiamo immediatamente vedere che ci troviamo in una situazione del tutto anomala: non "vediamo" nessuno degli esseri spirituali – gli angeli – che la Scrittura ci dice essere molto più numerosi di quanto potremmo immaginare. Né quelli buoni né quelli malvagi. Gli esseri spirituali non sono direttamente accessibili alla nostra conoscenza. Ma ancora più preoccupante è il fatto che non vediamo Dio.

Sebbene l'insegnamento teologico rivelato ci dica che Egli è un essere spirituale assoluto, perfetto, infinito, onnipresente e onnipotente, la maggior parte dei cristiani non Lo vede mai in questa vita transitoria. Naturalmente, chiunque potrebbe chiedersi: se è così, e Dio è onnipresente, come mai non Lo vediamo? La risposta breve, ispirata dalle mie osservazioni iniziali sulla nostra vista corporea, è questa: nella nostra condizione attuale, l'"apparato visivo" necessario per percepire il mondo invisibile è malato. O, se preferite un termine più tecnico, è "malfunzionante". Lo abbiamo, ma è disfunzionale. Attraverso numerosi esempi, parabole e situazioni reali o immaginarie, la Scrittura ci dice ancora di più: ci dice che siamo ciechi. Abbiamo semplicemente perso la capacità di vedere il mondo "dell'invisibile". Spiegare questo richiede molti chiarimenti.

Se ci limitiamo al desiderio di riacquistare la capacità di vedere il mondo invisibile, possiamo fare a meno di una complicata spiegazione di come si sia verificata la cecità spirituale di cui sopra. È sufficiente fare ciò che fece il cieco Bartimeo: gridare con tutte le nostre forze: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc 10,47). Non c'è soluzione migliore per riacquistare la vista spirituale della preghiera perseverante.

D'altra parte, dobbiamo prendere sul serio gli avvertimenti dei grandi santi e mistici, come l'apostolo Paolo, che ci dice che in questo mondo decaduto "ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro" (1 Corinzi 13:12). In altre parole, in questa vita non abbiamo accesso diretto alla conoscenza del mondo invisibile. È proprio per questo che abbiamo bisogno del dono soprannaturale della fede: credere in ciò che non vediamo. In Paradiso, dopo la fine di questo mondo decaduto, non avremo più bisogno della fede: il Dio invisibile e il Suo mondo spirituale non saranno più creduti, ma visti direttamente.

Secondo il grande Dottore mistico, San Giovanni della Croce, siamo in questo mondo come ciechi, capaci di trovare la nostra strada solo attraverso le ombre e la luce della fede nei nostri cuori – per quanto ne abbiamo. Ci muoviamo nella notte oscura come fantasmi, incapaci di vedere e di muoverci veramente (come lo storpio alla piscina di Betesda che non aveva nessuno che lo aiutasse a entrare nelle acque curative). Questa, spiritualmente parlando, è la nostra condizione attuale: ciechi, storpi e, per di più, pieni della lebbra del peccato. Sebbene scioccante e ripugnante, questa è la descrizione più accurata dell'essere umano decaduto. Tutte le malattie e le infermità del Nuovo Testamento descrivono, allegoricamente e simbolicamente, la condizione dell'uomo post-lapsariano. E probabilmente, tra tutte, nessuna è più grave della cecità.

Borges e la condizione umana

In un programma televisivo che metteva in risalto la sua straordinaria presenza, il poeta argentino Jorge Luis Borges parlò della sua progressiva cecità, che lo portò alla perdita totale della vista. Questo terribile evento accadde quando aveva 55 anni, nel 1954. Le sue parole dolorose furono devastanti. Con una calma rassegnata che non riusciva a nascondere l'amarezza, questo genio della letteratura del XX secolo parlò del suo desiderio di morire: la sua cecità era così grave che avrebbe preferito la morte a una vita senza le "rivelazioni" concesse da occhi capaci di vedere. Riflettendo sulle parole di Borges, quanto ancora dovremmo soffrire e desiderare di vedere il mondo al di là di esso, e il suo glorioso Re, Dio?

Chiaramente, se accettiamo di essere gravemente malati, non farebbe male cercare di capire perché e come siamo arrivati ​​a questo punto. A volte, la solidarietà tra i malati e il piccolo conforto che possono offrirsi a vicenda derivano dal parlare delle proprie malattie. Non è molto, ma è qualcosa.

Fin dalla mia conversione nel 1993, nulla mi ha preoccupato più del peccato originale e delle sue conseguenze. L'apertura degli occhi del corpo (Genesi 3:7) ha necessariamente comportato la chiusura dell'occhio della mente, che, attraverso la contemplazione, un tempo aveva accesso diretto al mondo invisibile (sebbene, come insegnano tutti i Santi e i Dottori della Chiesa, Adamo ed Eva non avessero ancora accesso alla visione beatifica). Parlerò ora più approfonditamente di questa apertura/chiusura degli occhi. Per farlo, userò una straordinaria metafora suggeritami da un film d'avventura: Il mistero dei Templari (National Treasure, 2004).

Ho sempre amato libri e film sui tesori. Fin dalla prima infanzia, ho letto voracemente qualsiasi storia o racconto che riguardasse la scoperta di un tesoro. Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo ha usato simboli e metafore legate a pietre preziose e tesori nelle Sue parabole. Ecco quindi un argomento affascinante e profondo!

Il film in questione ha catturato la mia attenzione proprio per il mio tema preferito. Che ci siano o meno pirati di mezzo, la scoperta di un tesoro passa sempre attraverso una mappa, giusto? National Treasure, invece, ha introdotto un artificio studiato per catturare l'attenzione del pubblico e amplificarne la curiosità: la mappa del tesoro è invisibile.

Il tesoro nascosto

Disegnata con inchiostro speciale, non è visibile finché non viene trattata con determinate sostanze. Tutto qui? No. Ciò che mi ha affascinato è il seguente: dopo che la mappa diventa almeno in parte visibile (a seguito di un trattamento termochimico), serve un'altra cosa per decifrarla. Un artefatto: un paio di occhiali dotati di diverse lenti colorate che possono essere combinate in modi diversi.


Immagine: Gli occhiali costruiti da Benjamin Franklin

Ora arriva la chiave davvero geniale: gli indizi essenziali criptati nel disegno della mappa diventano visibili solo quando le lenti vengono combinate correttamente. Altrimenti, sebbene qualcosa possa essere visto, gli indizi decisivi che indicano la posizione del tesoro rimangono nascosti. L'ingegnosità di questa soluzione non può essere sottolineata abbastanza. Ricapitoliamo.

Qualcuno ha "nascosto" una mappa usando due metodi di occultamento. Innanzitutto, è stata disegnata con inchiostro che, una volta asciugato (o trattato con un ingrediente specifico), è diventato invisibile. Per renderlo di nuovo visibile, l'inchiostro deve essere trattato termochimicamente. Ora, sebbene visibili a occhio nudo, alcuni indizi rimangono invisibili. Vengono rivelati solo quando la mappa viene osservata attraverso occhiali con più strati di lenti colorate: la corretta combinazione di colori, determinata dall'ordine delle lenti, è ciò che rende visibili tutti gli elementi nascosti. Torniamo ora alla questione dell'invisibilità del mondo invisibile.

Da un lato, l'intera tradizione cristiana attesta unanimemente che ciò che Adamo ed Eva persero a causa del peccato originale fu la grazia divina di cui erano stati dotati fin dall'inizio. In altre parole, persero tutte le qualità che questa grazia – attraverso il suo potere soprannaturale – aveva aggiunto alla loro natura umana. Quindi la prima cosa persa in Paradiso fu questo elemento soprannaturale, che conferiva ai primi esseri umani facoltà eccezionali. Indirettamente, i libri di teologia mistica ce lo insegnano dicendoci che le autentiche esperienze estatiche – come quelle di Santa Teresa d'Avila – sono il risultato di grazie divine straordinarie. Pertanto, la conoscenza mistico-contemplativa è il risultato delle grazie che Dio dona alle anime elette.

D'altra parte, però, la "caduta" ha portato con sé una grave alterazione delle facoltà conoscitive umane. Proprio come accade con gli occhi malati, sebbene le funzioni dell'apparato ottico siano ancora presenti, il loro corretto funzionamento è profondamente turbato dal peccato . Oltre alla perdita della luce delle grazie soprannaturali, la nostra facoltà conoscitiva ha subito un duplice turbamento. Da un lato, gli occhi stessi sono colpiti dalla malattia, ma dall'altro, l'ambiente in cui guardiamo è stato così alterato che "il mondo delle cose visibili" distorce la nostra percezione, proprio come l'acqua distorce la nostra vista quando apriamo gli occhi sott'acqua.

La metafora della corretta combinazione dei colori delle lenti – l'unica che permette di vedere gli indizi sulla mappa del tesoro – indica precisamente questa alterazione, corruzione e disordine nel funzionamento delle facoltà cognitive della nostra mente. Infatti, per concludere questo saggio, vi ricordo che se gli occhi del corpo ci permettono di conoscere il mondo visibile e sensoriale, allora l'“occhio” dell'anima – la mente, l'intelletto – è ciò che può contemplare – quando elevato dalla grazia divina – il mondo invisibile in cui angeli e santi dimorano nella gloria eterna della Santissima Trinità.






venerdì 6 febbraio 2026

L'influenza cristiana nelle piccole cose, anche nei caratteri tipografici






Nella guerra dei caratteri tipografici, io sto dalla parte di Carlo Magno




di John Horvat

Mentre infuria la guerra culturale, nessun campo è esente dal suo raggio d'azione. Molto ne è stato scritto su di essa. Ora, anche i caratteri tipografici utilizzati per la stampa sono diventati un campo di battaglia. Non è più ciò che si legge, ma come appare ciò che si legge, che diventa oggetto di una disputa.

È scoppiata una guerra dei caratteri fra i tipi di Times New Roman e Calibri, che rappresentano rispettivamente la destra e la sinistra. Alcuni pensano che tali questioni siano irrilevanti o almeno culturalmente neutre. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. La cultura comprende tutto ciò che fa parte della vita quotidiana delle persone. All'interno delle cose apparentemente semplici sono incorporati principi, impressioni e contesto storico. Tutto, per quanto piccolo, può avere un impatto sull'anima.

L'offensiva dei caratteri tipografici della sinistra


La sinistra spesso riconosce questo fatto più della destra. Promuove la sua agenda attraverso la moda, l'arte e gli stili. Infatti, la sinistra ha scatenato la guerra dei caratteri tipografici durante l'amministrazione Biden quando, nel 2023, il Dipartimento di Stato improvvisamente li ha cambiati nei suoi documenti dal maestoso Times New Roman al più austero Calibri, tanto privo di ornamenti.

Questo semplice cambiamento di caratteri ha assunto connotazioni woke quando i funzionari hanno affermato che "alcune ricerche" suggeriscono che le persone con dislessia o disabilità visive hanno difficoltà a leggere l’opprimente Times New Roman sugli schermi. In nome dell'accessibilità universale, la sinistra ha chiesto il cambiamento in modo che le informazioni potessero essere rese “inclusive”. Ha inoltre affermato che il detto carattere sembrava obsoleto.

Un'avversione ideologica


Va detto che esistono molti stili di carattere diversi e che ciascuno di essi ha uno scopo e trasmette un messaggio. Certo, non tutto dovrebbe essere in Times New Roman. Tuttavia, il Times New Roman è appropriato. La questione va ben oltre le semplici preferenze. La sinistra promuove sempre una visione egualitaria che tende al minimo comune denominatore nella sua cultura.

Pertanto, la formalità del Times New Roman e il suo aspetto professionale erano in contrasto con gli ideali proletari della sinistra. I progressisti preferiscono naturalmente l'informalità dei caratteri senza ornamenti, in linea con il loro pensiero materialistico. La sinistra conosce certamente il valore di queste lievi modifiche culturali. Ed è sempre pronta ad attuarle perché riconosce che tutta la cultura è importante.

Una controffensiva

L'amministrazione Trump ha recentemente ripristinato il Times New Roman nei documenti del Dipartimento di Stato. Il segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che il cambiamento avrebbe "ripristinato il decoro" e l'estetica delle comunicazioni ufficiali. In effetti, il Times New Roman è percepito come uno stile serio e formale. Conferisce un'aria di professionalità e autorevolezza ai testi. Fornire questa impressione è proprio ciò di cui i documenti governativi hanno bisogno per essere efficaci.

La metafisica egualitaria della sinistra, tuttavia, considera l'autorità tradizionale come oppressiva. La professionalità presuppone una superiorità in qualche campo che fa sentire gli altri meno capaci. Pertanto, la sinistra accoglie con favore qualsiasi sforzo volto ad abbattere le disuguaglianze nelle strutture sociali a favore del "popolo". Non sorprende che la sinistra prenda di mira il Times New Roman come un ulteriore simbolo di oppressione e dichiari chiaramente la propria opposizione ideologica.

Uno stile predefinito estremamente popolare


Curiosamente, i progressisti sostengono sempre di rappresentare gli interessi degli emarginati quando s’impegnano nella loro lotta contro la gerarchia. Tuttavia, tali politiche spesso danneggiano la società nel suo complesso, in particolare i membri più vulnerabili, come i poveri.

Nel caso dell’uso del Times New Roman, il carattere tipografico favorisce in realtà la stragrande maggioranza dei lettori, ovvero il "popolo". L'affermazione secondo cui sarebbe meno accessibile è falsa. Il Times New Roman non è un font oppressivo, ma benevolo. Si tratta infatti di un font predefinito molto popolare che rende la lettura più accessibile a tutti, non meno.

Il ruolo del serif

È un carattere “serif”, il che significa che presenta dei piccoli "piedini" o allungamenti alle estremità dei tratti delle lettere. Queste estensioni aiutano a guidare lo sguardo del lettore attraverso il testo, migliorando la leggibilità e riducendo l'affaticamento, in particolare nei testi lunghi. L'elevato contrasto e le forme distintive delle lettere aiutano i lettori a distinguere tra caratteri simili, che altrimenti potrebbero creare confusione.

Commissionato originariamente dal Times di Londra nel 1931, il carattere è stato progettato anche per essere pratico, condensando il testo per ospitare più contenuti senza sacrificare la leggibilità o la bellezza. Ha avuto un successo straordinario e ben presto è diventato il carattere standard dell'industria tipografica. Anche Windows e macOS lo hanno adottato come carattere predefinito.

Inoltre, il carattere è bello. I “serif” sono piacevoli alla vista. Impreziosiscono il testo con uniformità e varietà che non affaticano il lettore. Il carattere non ha l'aspetto grossolanamente utilitaristico dei suoi omologhi “sans-serif”. Infatti, il carattere tipografico non opprime con la sua formalità. Rassicura il lettore offrendo qualcosa di familiare ma edificante, accessibile ma distintivo, funzionale ma attraente.

Il frutto della civiltà cristiana

La famiglia di caratteri Roman ha avuto origine nell'VIII e IX secolo, quando Carlo Magno impose uno stile di scrittura standardizzato per promuovere l'alfabetizzazione in tutto il Sacro Romano Impero medievale. Introdusse molte forme di lettere minuscole ancora in uso oggi. Questo carattere “serif” Roman ha influenzato la struttura dell'attuale Times New Roman.

Nonostante questi tempi brutali e atei, permane ancora una profonda influenza cristiana nelle piccole cose. Coloro che difendono la tradizione devono lottare con le unghie e con i denti per difendere ciò che è ancora cristiano nella cultura attuale, ovunque si trovi, anche nei caratteri tipografici.

Infuria la guerra dei caratteri tipografici, la sinistra sottolinea quanto siano importanti queste piccole cose nella lotta per la cultura. Mentre i progressisti le prendono sul serio, i conservatori farebbero bene schierandosi con Carlo Magno.





Fonte: Tfp.org, 26 gennaio 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.







La FSSPX e la suprema legge della "salus animarum"


Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale
 della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) (foto: FSSPX)


Intervista integrale al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Padre Davide Pagliarani, pubblicata su FSSPX.News. Ecco l’intervista nella traduzione curata da Sabino Paciolla (6 febbraio 2026).



Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

“Suprema lex, salus animarum”

“La legge suprema è la salvezza delle anime”. È su questo principio superiore che, in ultima analisi, dipende l’intera legittimità del nostro apostolato.


FSSPX.News: Reverendo Superiore Generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere alle consacrazioni episcopali per la Fraternità Sacerdotale San Pio X il prossimo 1° luglio. Perché ha scelto di fare questo annuncio proprio oggi, 2 febbraio?

Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beata Vergine Maria ha un grande significato all’interno della Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio ricevono la tonaca. La Presentazione del Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e preparazione agli ordini sacri sta nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana importante perché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di Corredentrice accanto al suo divino Figlio. La vediamo associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e per tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima.

Questo annuncio è stato oggetto di voci insistenti negli ultimi mesi, soprattutto dopo la morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre 2024. Perché avete aspettato fino ad ora?

Come l’arcivescovo Lefebvre ai suoi tempi, la Fraternità ha sempre cercato di non precedere ma di seguire la Provvidenza, lasciandosi guidare dai suoi segnali. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza o fretta.

In particolare, poiché questa decisione riguarda chiaramente l’autorità suprema della Chiesa, si è ritenuto necessario prima rivolgersi alla Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un periodo di tempo ragionevole per una risposta. Non era una decisione che potevamo prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre.

Nella sua omelia, lei ha affermato di aver effettivamente scritto al Papa. Può dirci qualcosa di più al riguardo?

L’estate scorsa ho scritto al Santo Padre per chiedere un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto di nuovo alcuni mesi dopo, in modo filiale e diretto, senza nascondere alcuna delle nostre esigenze. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire la Chiesa cattolica senza sosta, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro status canonico irregolare.

A questa seconda lettera, pochi giorni fa ci è giunta una risposta da Roma, dal cardinale Fernández. Purtroppo, essa non ha tenuto in alcun conto la proposta che abbiamo avanzato e non offre nulla che risponda alle nostre richieste.

Questa proposta, date le circostanze molto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere alla Santa Sede di acconsentire a permetterci di continuare il nostro lavoro –temporaneamente, nella nostra situazione eccezionale – per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e di fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia realistica e ragionevole e che, di per sé, potrebbe essere approvata dal Santo Padre.

Ma allora, se non avete ancora ricevuto questa approvazione, perché ritenete comunque necessario procedere con le consacrazioni episcopali?

Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e altrettanto estrema. Infatti, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondere ad essa, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, sembra che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano oggi le anime, la Fraternità e la Chiesa richieda una tale decisione.

Con l’eredità che ci ha lasciato Papa Francesco, le ragioni fondamentali che hanno giustificato le consacrazioni del 1988 esistono ancora e, sotto molti aspetti, ci spingono con rinnovata urgenza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli ecclesiastici di oggi, ed è improbabile che cambino rotta nel prossimo futuro. Inoltre, i principali orientamenti che stanno già prendendo forma in questo nuovo pontificato – in particolare attraverso il più recente concistoro – non fanno che confermarlo. È evidente la determinazione esplicita a preservare la linea di Papa Francesco come traiettoria irreversibile per tutta la Chiesa.

«Abbiamo promesso al Papa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e di rendere i nostri fedeli veri figli della Chiesa».

È triste riconoscerlo, ma è un dato di fatto che, in una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurarsi la salvezza eterna. Mancano, in particolare, sia la predicazione integrale della verità e della morale cattolica, sia la degna amministrazione dei sacramenti come la Chiesa ha sempre fatto. Questa privazione è ciò che costituisce lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi stanno invecchiando e, con il continuo espandersi dell’apostolato, non sono più sufficienti a soddisfare le esigenze dei fedeli in tutto il mondo.

In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da Papa Francesco?

Il cardinale Fernández, parlando a nome di Papa Leone, ha invitato la Chiesa a tornare all’intuizione fondamentale di Papa Francesco espressa nella sua enciclica chiave, Evangelii gaudium. In parole povere, egli ritiene che il Vangelo debba essere proclamato riducendolo a un’espressione primitiva ed essenziale, una serie di formule concise e incisive – il «kerygma» – con l’obiettivo di suscitare un’«esperienza», un incontro immediato con Cristo. Tutto il resto dovrebbe essere messo da parte, per quanto prezioso possa essere. In termini concreti, tutto ciò che è Tradizione è considerato accessorio e secondario. È questo metodo della nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Papa Francesco, e che è profondamente sentito da molti nella Chiesa.

Allo stesso modo, è necessario fornire risposte nuove e pertinenti alle questioni emergenti del nostro tempo, ma, secondo il cardinale Fernández, ciò deve essere fatto attraverso la riforma sinodale, piuttosto che riscoprendo le risposte classiche e sempre valide fornite dalla Tradizione della Chiesa. È con questi mezzi, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Papa Francesco è stato in grado di imporre decisioni catastrofiche all’intera Chiesa, come l’autorizzazione alla Santa Comunione per i divorziati e i risposati civilmente, o la benedizione delle coppie omosessuali.

In sintesi, attraverso il «kerygma», l’annuncio del Vangelo viene isolato dall’intero corpus della dottrina e della morale tradizionali. E attraverso la sinodalità, le risposte tradizionali vengono sostituite da decisioni arbitrarie, con un alto rischio di essere assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinale Zen considera questo metodo manipolatorio e ritiene blasfemo attribuirlo allo Spirito Santo. Purtroppo, temo che abbia ragione.

Lei parla di servizio alla Chiesa, ma in pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prevedono consacrazioni episcopali. Come lo spiega al Papa?

Noi serviamo la Chiesa prima di tutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendente da qualsiasi altra considerazione. Fondamentalmente, la Chiesa esiste per le anime; il suo scopo è la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i vari dibattiti, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun significato se non hanno come finalità la salvezza delle anime. È essenziale ricordarlo perché la Chiesa rischia di occuparsi di tutto e di niente. Le preoccupazioni ecologiche, ad esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X si sforza di preservare la Tradizione, con tutto ciò che ciò comporta, è solo perché questi tesori sono vitali per la salvezza delle anime e perché non mira ad altro che al bene delle anime e a quello del sacerdozio, ordinato alla loro santificazione.

«In una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurarsi la salvezza eterna. Questo è ciò che costituisce lo stato di necessità».

In questo modo, mettiamo ciò che preserviamo al servizio della Chiesa. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose vecchie e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e fecondità. La Tradizione, che santifica le anime, le trasforma e fa nascere vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che conserviamo questo tesoro fino al giorno in cui il suo valore sarà nuovamente compreso e quando un Papa vorrà utilizzarlo per il bene di tutta la Chiesa. Perché è alla Chiesa che appartiene la Tradizione.

Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha alcuna missione sulle anime. Al contrario, è stata soppressa canonicamente più di cinquant’anni fa. Su quale base si può giustificare una missione della Fraternità verso le anime?

È semplicemente una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo, ma allo stesso tempo non possiamo rifiutarci di rispondere all’angoscia spirituale di anime sempre più perplesse, disorientate e smarrite. Chiedono aiuto. E, dopo aver cercato a lungo, è del tutto naturale che trovino profonda gioia, luce e consolazione nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa. Verso queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non possediamo una missione ufficiale. È lo stesso per chiunque si trovi per strada: se vede un altro in pericolo, è tenuto ad aiutarlo secondo i propri mezzi, anche se non è né un pompiere né un poliziotto.

Il numero di anime che si sono rivolte a noi in questo modo è aumentato nel corso degli anni, in particolare nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e quindi tradire la Chiesa stessa, perché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili.

Questa carità è un dovere che prevale su tutti gli altri. La stessa legge della Chiesa lo prevede. Nello spirito del diritto ecclesiastico, che è l’espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di ogni altra cosa. Rappresenta veramente la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum» — «la legge suprema è la salvezza delle anime» — è una massima classica della tradizione canonica che è esplicitamente ripresa dal canone finale del Codice del 1983. Nello stato attuale di necessità, è su questo principio supremo che dipende l’intera legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi, il nostro ruolo è quello di supplire a una carenza, in nome di quella stessa carità.

Siete consapevoli che contemplare le consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa implica, o la “piena” comunione con la gerarchia della Chiesa?

In realtà, questo dilemma è solo apparente. Un cattolico deve preservare sia la Tradizione integrale sia la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, perché entrambi sono necessari.

Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica con tutto ciò che essa comporta – a cominciare da una vera vita sacramentale – e questo richiede l’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e ne assicuri la pratica, usando la sua autorità non in modo arbitrario, ma veramente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure.

È proprio per salvaguardare questi fondamenti – queste condizioni necessarie per l’esistenza della comunione nella Chiesa – che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone e distorce tale comunione, anche quando proviene da coloro che esercitano di diritto l’autorità nella Chiesa.

Potrebbe fornire un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare?

Il primo esempio che mi viene in mente risale al 2019, quando Papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, ha firmato, insieme a un imam, la nota dichiarazione di Abu Dhabi. Insieme al leader musulmano, ha affermato che la pluralità delle religioni è stata voluta come tale dalla Sapienza divina.

È evidente che una comunione fondata sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, semplicemente non sarebbe cattolica, poiché costituirebbe un peccato contro il Primo Comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Considero tale affermazione più che un semplice errore. È semplicemente inconcepibile. Non può essere il fondamento della comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Credo che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una simile affermazione.

In tutto il mondo sta crescendo la consapevolezza degli errori da tempo denunciati dalla Fraternità, in particolare su Internet. Non sarebbe meglio lasciare che questo movimento si sviluppi e confidare nella Provvidenza piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come le consacrazioni episcopali?

Questo movimento è certamente positivo e non si può che rallegrarsene. Indubbiamente, esso illustra la validità di ciò che la Fraternità difende, e vi sono tutte le ragioni per incoraggiare questa diffusione della verità con tutti i mezzi disponibili. Detto questo, si tratta di un movimento con dei limiti, poiché la battaglia della fede non può essere limitata né esaurita da discussioni e prese di posizione su Internet.

La santificazione di un’anima dipende certamente da un’autentica professione di fede, ma questa deve condurre a una vita cristiana devota. La domenica, le anime non hanno bisogno di consultare Internet; hanno bisogno di un sacerdote che ascolti le loro confessioni e le istruisca, che celebri per loro il Santo Sacrificio della Messa, che le santifichi veramente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. E per avere sacerdoti, occorrono vescovi, non “influencer”. In altre parole, dobbiamo tornare alla realtà, cioè alla realtà delle anime e dei loro bisogni concreti e oggettivi. Le consacrazioni episcopali non hanno altro scopo se non quello di garantire, ai fedeli attaccati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Cresima, dell’Ordine Sacro e di tutto ciò che ne deriva.

Non pensate che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità potrebbe in qualche modo finire per considerarsi la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile?

La Fraternità non pretende in alcun modo di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione. Al contrario, essa conserva la profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, basandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e ovunque predicato, creduto e praticato.

La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è lei a salvare la Chiesa, poiché solo Nostro Signore preserva e salva la Sua Sposa, Lui che non cessa mai di vegliare su di lei.

In circostanze che non ha scelto, la Fraternità è semplicemente un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che da venti secoli nutre i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si dedica con spirito filiale alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, approfittando di una libertà senza pari per rimanere fedele a questa eredità. Secondo l’espressione dell’arcivescovo Lefebvre, la Fraternità non è altro che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «inviato». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi a lei nell’adempimento di questo dovere.

Torniamo al Papa. Ritiene realistico credere che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri vescovi senza un mandato pontificio?

Un Papa è prima di tutto un padre. In quanto tale, è capace di discernere una giusta intenzione, una sincera volontà di servire la Chiesa e, soprattutto, un autentico caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividerne le posizioni.

Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, in pratica, Roma potrebbe tollerare una tale decisione da parte della Fraternità?

Il futuro rimane nelle mani del Santo Padre e, naturalmente, della Provvidenza. Tuttavia, bisogna riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e persino una sorprendente flessibilità, quando è convinta di agire per il bene delle anime.

Prendiamo il caso attuale delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese, nonostante la persecuzione ininterrotta della Chiesa clandestina fedele a Roma, nonostante gli accordi regolarmente rinnovati e poi violati dalle autorità cinesi, nel 2023 Papa Francesco ha approvato, a posteriori, la nomina del vescovo di Shanghai da parte di quelle autorità. Più recentemente, lo stesso Papa Leone XIV ha finito per accettare, a posteriori, la nomina del vescovo di Xinxiang, designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma – che era stato imprigionato più volte – era ancora in carica. In entrambi i casi, si trattava chiaramente di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino per controllare la Chiesa cattolica in Cina. Va chiaramente sottolineato che non si trattava semplicemente di vescovi ausiliari, ma di vescovi residenti, cioè di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), con giurisdizione sul clero e sui fedeli locali. A Roma è perfettamente noto per quale scopo questi pastori sono stati scelti e imposti unilateralmente.
«La Fraternità San Pio X non mira ad altro: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione».

Il caso della Fraternità è completamente diverso. Per noi non si tratta ovviamente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma solo di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e confusione generale in cui questi sono gravemente compromessi. Le intenzioni e i fini non sono chiaramente gli stessi. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa bene che la Fraternità non ha alcuna intenzione di concedere alcuna giurisdizione ai suoi vescovi, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela.

Francamente, non vedo come il Papa possa temere un pericolo maggiore per le anime proveniente dalla Fraternità piuttosto che dal governo di Pechino.

Per quanto riguarda la Messa tradizionale, ritiene che la necessità delle anime sia oggi grave come lo era nel 1988? Dopo le ben note vicissitudini del rito di San Pio V, la sua liberazione da parte di Benedetto XVI nel 2007 e le restrizioni imposte da Francesco nel 2021, in quale direzione stiamo andando con il nuovo Papa?

Per quanto ne so, Papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo argomento, che suscita grandi aspettative nel mondo conservatore. Molto recentemente, tuttavia, è stato reso pubblico un testo del cardinale Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali che hanno partecipato al concistoro del mese scorso. Non c’è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee generali, all’orientamento desiderato dal Papa. Si tratta di un testo inequivocabile e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, si basa su una premessa falsa.

Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di Papa Benedetto XVI, secondo il quale il rito antico e il rito nuovo sono due forme più o meno equivalenti, che esprimono la stessa fede e la stessa ecclesiologia, e quindi capaci di arricchirsi reciprocamente.

Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ha cercato di promuovere la coesistenza dei due riti e, nel 2007, ha pubblicato la Summorum Pontificum. Per molti, ciò ha determinato una provvidenziale riscoperta della Messa di sempre; ma col tempo ha anche dato origine a un movimento che metteva in discussione il nuovo rito, un movimento ritenuto problematico e che la Traditionis custodes, nel 2021, ha cercato di arginare.

Fedele a Papa Francesco, il cardinale Roche sta ora cercando di promuovere un’unità sfuggente della Chiesa secondo un’idea contraddittoria rispetto a quella di Benedetto XVI. Pur mantenendo l’affermazione di una continuità da un rito all’altro attraverso la riforma, il cardinale Roche si oppone fermamente alla loro coesistenza. Egli vede in essa una fonte di divisione, una minaccia all’unità, che deve essere superata tornando a un’autentica comunione liturgica. «Il bene primario dell’unità della Chiesa non si ottiene congelando la divisione, ma ritrovandoci nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «dovrebbe esserci un solo rito», in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.

Si tratta di un principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, può avere una sola liturgia in grado di esprimerle adeguatamente. Ma è un principio applicato a una concezione errata della Tradizione. In linea con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinale Roche concepisce la Tradizione come qualcosa di evolutivo e il nuovo rito come sua unica espressione viva per il nostro tempo. Il valore del rito tridentino può quindi essere considerato solo obsoleto e il suo uso, al massimo, una «concessione» e «in nessun modo una promozione».

Che vi sia una «divisione» e un’incompatibilità tra i due riti appare ora più evidente che mai. Ma non ci si illuda: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico – cioè la Tradizione – è la liturgia di tutti i tempi. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede appare più irrevocabile che mai.

Il cardinale Roche ha tuttavia l’onestà di riconoscere che esistono ancora problemi specifici nell’attuazione della riforma liturgica. Ritiene che ciò possa portare a una presa di coscienza dei limiti di tale riforma?

È sorprendente che, dopo sessant’anni, si ammetta ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica e che le sue ricchezze siano ancora da scoprire. È un ritornello che si sente ogni volta che si affronta questo argomento e che il testo del cardinale Roche non elude. Ma invece di mettere sinceramente in discussione le carenze intrinseche della nuova Messa, e quindi il fallimento complessivo della riforma, invece di affrontare la realtà che le chiese si stanno svuotando e le vocazioni sono in declino, invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attrarre così tante anime, il cardinale Roche non vede altra soluzione che una formazione preliminare urgente dei fedeli e dei seminaristi.

Senza rendersene conto, entra così in un circolo vizioso, poiché è la liturgia stessa che ha lo scopo di formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime – spesso analfabete – sono state edificate e santificate dalla liturgia, senza bisogno di alcuna formazione preliminare. Non riconoscere l’intrinseca incapacità del Novus Ordo di formare ed edificare le anime e continuare a richiedere una formazione preliminare sempre migliore mi sembra il segno di una cecità irrimediabile. Si arriva a paradossi sconcertanti: la riforma aveva lo scopo di favorire una maggiore partecipazione dei fedeli; eppure i fedeli hanno abbandonato la Chiesa in massa, perché questa liturgia insipida non riusciva a nutrirli – e questo non avrebbe nulla a che vedere con la riforma?

Oggi, in molti paesi, gruppi esterni alla Fraternità usano ancora il Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi nel 1988. Non sarebbe questa un’alternativa sufficiente per il momento, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali?


La domanda che dobbiamo porci è questa: queste possibilità corrispondono a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno veramente bisogno? Rispondono in modo sufficiente alle necessità delle anime?

È innegabile che, ovunque venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende con un profondo senso del sacro, che non si trova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può prescindere dal contesto in cui si svolgono queste celebrazioni. Indipendentemente dalla buona volontà dell’una o dell’altra parte, e soprattutto dopo la pubblicazione di Traditionis custodes e la sua conferma da parte del cardinale Roche, il contesto è quello di una Chiesa in cui l’unico rito ufficiale e «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre, quindi, si svolge in regime di eccezione. I sacerdoti legati a questo rito ricevono, per benevolenza gratuita, dispense che consentono loro di celebrarlo, ma queste dispense si inseriscono nella logica della nuova ecclesiologia. Essi accettano quindi tacitamente che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’espressione autentica della vita della Chiesa.

Perché dice che non si può prescindere da questo quadro eccezionale? Non si sta comunque facendo del bene? Quali conseguenze concrete sarebbero deplorevoli?

Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze dannose. La più immediata è una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che beneficiano di alcuni privilegi che consentono loro di utilizzare la liturgia tridentina vivono nell’ansia per il futuro: un privilegio non è un diritto.

Finché l’autorità li tollera, possono continuare la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula richieste particolari, impone condizioni o revoca improvvisamente, per un motivo o per l’altro, le autorizzazioni concesse, i sacerdoti e i fedeli si trovano in conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente l’assistenza tradizionale che le anime hanno il diritto di aspettarsi. Come si possono quindi evitare a lungo termine questi casi di coscienza, quando, tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa – incarnate in due liturgie incompatibili – una gode di completa legittimità mentre l’altra è semplicemente tollerata?

Inoltre – e questo è probabilmente più grave – non si comprende più il motivo dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina. Ciò compromette gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e quindi il bene delle anime. Infatti, se si ritiene che coloro che sono attaccati alla Messa di sempre accettino che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa, e se si crede che essi rivendichino per sé solo un privilegio particolare legato a una preferenza o a un carisma proprio, come si può allora comprendere che questa Messa di sempre si oppone in modo irriducibile alla nuova Messa, rimane l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno può essere impedito di celebrarla? Come si può sapere che la Messa di Paolo VI non può essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica del Santo Sacrificio della Messa, e che nessuno può essere costretto a celebrarla? E come si possono allontanare efficacemente le anime da questa liturgia avvelenata, per farle bere alle pure fonti della liturgia cattolica?
«La Fraternità è semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa».

Infine, una conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti: il timore di rompere una fragile stabilità con comportamenti ritenuti «disturbanti» riduce molti pastori a un silenzio costretto, quando invece dovrebbero alzare la voce contro insegnamenti scandalosi che corrompono la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che minano la Chiesa – richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato – rimane così incompiuta. Si può illuminare un altro in privato, se si è in grado di discernere la nocività di un dato errore, ma può essere solo un timido sussurro, in cui la verità fatica ad esprimersi con la necessaria libertà – specialmente all’ombra di principi contraddittori tacitamente accettati.

Ancora una volta, le anime non vengono più illuminate e sono private del pane della dottrina di cui rimangono affamate. Col tempo, ciò altera progressivamente le mentalità e porta gradualmente ad un’accettazione generale e inconscia delle varie riforme che interessano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminare e di non abbandonare.

Non si tratta di giudicare e condannare, ma di aprire gli occhi e riconoscere i fatti. Siamo obbligati a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato da un’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle profonde necessità sperimentate dalla Chiesa e dalle anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, ai cattolici di oggi deve essere offerta una verità senza compromessi, servita senza condizionamenti, insieme ai mezzi per viverla pienamente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.

Detto questo, non crede che Roma potrebbe mostrarsi più generosa in futuro riguardo alla Messa tradizionale?

Roma potrebbe adottare un atteggiamento più aperto in futuro, come è avvenuto nel 1988 in circostanze analoghe, quando il vecchio Messale fu concesso a gruppi specifici nel tentativo di allontanare i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse ripetersi, sarebbe ancora una volta una decisione più politica che dottrinale. Il Messale tridentino ha il solo scopo di adorare la maestà divina e di nutrire la fede; non deve essere strumentalizzato come strumento di adeguamento pastorale o come variabile di appeasement.

Tuttavia, una maggiore o minore benevolenza non cambierebbe nulla della nocività del quadro sopra descritto e quindi non modificherebbe sostanzialmente la situazione.

Inoltre, lo scenario è più complesso nella realtà. A Roma, sia Papa Francesco che il Cardinale Roche hanno capito che ampliare l’uso del Messale di San Pio V inevitabilmente innesca una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio su una scala che è sia problematica che, soprattutto, incontrollabile. È quindi difficile prevedere cosa accadrà, ma il pericolo di rimanere intrappolati in una logica più politica che dottrinale è reale.

Cosa vorrebbe dire in particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità?

Vorrei sottolineare che questo è un momento di preghiera e di preparazione dei cuori, delle anime e delle menti. Dobbiamo prepararci a ricevere la grazia che queste consacrazioni porteranno a tutta la Chiesa. Questo deve essere fatto con raccoglimento, pace e fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e non la abbandonerà ora.

Spera ancora di incontrare il Papa?

Sì, certamente. Mi sembra estremamente importante parlare con il Santo Padre. Ci sono molte cose che vorrei condividere con lui e che non ho potuto includere nelle mie lettere. Purtroppo, la risposta del cardinale Fernández non affronta la possibilità di un’udienza con il Papa. Evoca anche la possibilità di nuove sanzioni.

Cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla?

Innanzitutto, ricordiamo che in tali circostanze eventuali sanzioni canoniche non avrebbero alcun effetto reale.

Tuttavia, se fossero pronunciate, la Fraternità accetterebbe certamente questa nuova sofferenza senza amarezza, come ha accettato le sofferenze passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non c’è dubbio che, se una tale situazione dovesse verificarsi, potrebbe essere solo temporanea, perché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandonerà.

La Fraternità continuerà a lavorare al meglio delle sue capacità per essere fedele alla Tradizione cattolica e per servire umilmente la Chiesa rispondendo ai bisogni delle anime. Continuerà anche a pregare con devozione filiale per il Papa, come ha sempre fatto, in attesa del giorno in cui potrà essere liberata da ogni sanzione ingiusta, come è avvenuto nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali hanno provvidenzialmente contribuito a preservare la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime.




Intervista rilasciata a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026, nella festa della Purificazione della Beata Vergine Maria





giovedì 5 febbraio 2026

Ciò che i martiri inglesi rivelano sulla fede che abbiamo imparato a temere di difendere



Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio. La nostra attenzione ormai allargata al mondo tradizionale nell'intero orbe cattolico, in questo caso anglofono, ci fa conoscere figure al di fuori dai nostri abituali riflettori. Nella nostra traduzione da Catholic Unscripted una figura emblematica, che ben possiamo includere tra i santi intercessori per questo nostro tempo.

5 febbraio 2026

Sant'Anna Line e il costo che non mettiamo più in conto



Mark Lambert, 3 febbraio

Oggi nella diocesi di Brentwood celebriamo la festa di Sant'Anna Line. La festa principale di Sant'Anna Line è il 27 febbraio, data del suo martirio. Questa è la sua memoria liturgica ufficiale come santa nella Chiesa. Compare anche in commemorazioni collettive insieme agli altri Quaranta Martiri d'Inghilterra e Galles.

Al contrario, all'interno della diocesi di Brentwood (che comprende l'Essex e l'East London), Sant'Anna Line ha un significato locale speciale, poiché era una martire nata nell'Essex, storicamente legata alla regione in cui operano le sue parrocchie. Diverse parrocchie e scuole della diocesi le sono dedicate, ad esempio a South Woodford e a Great Dunmow, a testimonianza della devozione locale. Grazie a questo legame locale, il vescovo e le parrocchie della diocesi di Brentwood scelgono di celebrare la sua festa come festa patronale o locale, attribuendole particolare importanza nella vita pastorale locale, anche se non è universalmente celebrata nel calendario ecclesiastico più ampio. E la sua storia dovrebbe davvero interpellarci. Non perché sia esotica o particolarmente straordinaria in senso cinematografico, ma perché espone, con dolorosa chiarezza, quanto fosse importante un tempo la fede cattolica e quanto poco sembri contare oggi per molti.

Anne Line nacque in una famiglia benestante nell'Inghilterra elisabettiana. Nacque come figlia di William Heigham, un puritano, a Jenkyn Maldon, nell'Essex. Quindi Anne aveva sicurezza, prestigio e un futuro che avrebbe potuto svolgersi in modo tranquillo e sicuro. Invece, scelse Cristo. Si convertì alla fede cattolica quando essere cattolici era illegale, non in senso lieve o tecnico, ma in un modo che comportava conseguenze concrete. 

William Heigham era figlio di Roger Heigham, membro del Parlamento, un riformatore protestante sotto Enrico VIII, che la rinnegò quando sposò un cattolico, Roger Line. Roger fu imprigionato proprio perché cattolico, fu esiliato e morì nel 1594 nelle Fiandre, in Belgio. Anne rimase vedova, povera, sorvegliata e perennemente vulnerabile. A quel punto, avrebbe potuto ritirarsi, sarebbe stato così facile farlo e molti, comprensibilmente, lo fecero. La storia non l'avrebbe giudicata severamente.
Ma lei non si è tirata indietro. Ha fatto un passo avanti.

Anna divenne la custode di rifugi sicuri per i preti cattolici ricercati in un'epoca in cui dare rifugio a un prete significava la morte. Non l'esclusione sociale, non la perdita di reputazione, non un dialogo difficile con le autorità ecclesiastiche, ma la morte. Nutriva i preti, li nascondeva, li proteggeva e rendeva possibile che i sacramenti raggiungessero le anime che ne avevano fame. La Messa non era un accessorio di stile di vita. La confessione non era facoltativa. Valeva la pena rischiare tutto per l'Eucaristia. Paragoniamo questo alla chiusura delle chiese da parte dei nostri vescovi durante il COVID.

Il suo ultimo atto fu silenzioso e coraggioso. Il giorno della Candelora organizzò una messa segreta. Le autorità fecero irruzione. I sacerdoti fuggirono. Anna no. Fu arrestata, processata e condannata. Alla sua esecuzione nel 1601 non implorò né si arrabbiò. Perdonò. I testimoni parlarono della sua calma e pace, di una donna veramente libera anche quando le fu messa la corda al collo. Il suo crimine fu quello di aver protetto Cristo nei Suoi sacerdoti. La sua punizione fu il martirio.

Questa è la fede che ereditiamo.

Ed è qui che il contrasto diventa sgradevole.

I martiri della Riforma inglese non morirono per "valori condivisi" o "spiritualità sovrapposte". Non soffrirono affinché le peculiarità cattoliche potessero essere in seguito attenuate, relativizzate o giustificate. Morirono perché la fede cattolica avanzava pretese concrete ed esclusive. Perché la Messa era il Sacrificio del Calvario. Perché il sacerdozio era sacramentale. Perché la Chiesa aveva un'autorità conferita da Cristo, non delegata dallo Stato o negoziata ecumenicamente.

Cosa penserebbe Sant'Anna Line della nostra epoca?

Viviamo in un'epoca in cui i vescovi parlano incessantemente di dialogo e accompagnamento, ma esitano a parlare chiaramente della verità. In cui l'ecumenismo, un tempo giustamente inteso come chiamata alla conversione e all'unità nella verità, si è irrigidito nell'ossessione di non offendere i fratelli separati. In cui l'enfasi non cade su ciò che è vero, ma su ciò che è conciliabile. Non su ciò che salva, ma su ciò che rassicura.

L'ironia è lampante. Dopo decenni di questo approccio, quali progressi sono stati effettivamente compiuti? L'anglicanesimo continua a sgretolarsi dottrinalmente e moralmente. Il metodismo segue a ruota. L'episcopalianesimo si allontana sempre di più dal cristianesimo storico. Gli evangelici non guardano al cattolicesimo e non vedono forza o fiducia. Vedono compromessi. Vedono una Chiesa imbarazzata dalle proprie rivendicazioni.

E nel frattempo, gli stessi cattolici hanno sempre meno chiaro cosa renda il cattolicesimo cattolico.

I martiri non volevano riconoscere questa timidezza. Non perché fossero aggressivi o trionfalisti, ma perché credevano che valesse la pena morire per qualcosa. Avevano capito che la verità divide prima di unire. Che l'unità senza verità non è affatto unità. Che non è nostra responsabilità modificare la fede per renderla più accettabile per la nostra epoca.

Sant'Anna Line non è morta per preservare un marchio o mantenere la rilevanza istituzionale. È morta perché Cristo era presente nei Suoi sacramenti e nei Suoi sacerdoti, e perché quella presenza richiedeva lealtà, anche fino alla morte.

La sua testimonianza solleva per noi una domanda ineludibile. Se non vale più la pena di soffrire per la fede, è perché il mondo è cambiato o perché siamo cambiati noi? Se ci ripugna la serietà dei martiri, è perché erano estremisti o perché ci siamo abituati a stare comodi?

La santità, come ci mostra Anne Line, non è una cosa sfacciata, alla moda o sicura. È fedeltà. E la fedeltà ha sempre un prezzo.

Prega per noi, Sant'Anna Line, affinché possiamo recuperare anche solo una frazione del tuo coraggio. Non il coraggio della nostalgia o della rabbia, ma il coraggio di credere di nuovo che ciò che professiamo è vero, che ciò che celebriamo è reale e che Cristo vale tutto.



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Nota di Chiesa e post-concilio

Dal martirologio romano: fu impiccata a Tyburn sotto la regina Elisabetta I. Insieme a lei patirono anche i beati sacerdoti e martiri Marco Barkworth, dell’Ordine di San Benedetto, e Ruggero Filcock, della Compagnia di Gesù, dilaniati con la spada mentre erano ancora vivi.