venerdì 10 luglio 2026

Gli esorcisti contro il Reiki. E l’ospedale blocca l’attività



DIDA (Imagoeconomica/Calm Meditation Music)

Succede a Pesaro. «Chi lo pratica si espone all’azione straordinaria del maligno», avvertono. La primaria: «Avevano l’ok dell’azienda. Ma io faccio il medico"


Lotta spirituale


Manuela Antonacci, 10 luglio 2026 

«Chi pratica il Reiki cade nel peccato di superstizione e si espone all’azione straordinaria del maligno»: è ferale e decisa la condanna dell’Associazione internazionale esorcisti (Aie) che ultimamente ha denunciato l’apertura di uno spazio dedicato non solo alle cure palliative ma anche a non ben precisate “terapie complementari” nel reparto di oncologia degli Ospedali Riuniti Marche Nord di Pesaro. L’intervento critico dell’ Aie è avvenuto attraverso una nota esplicativa che non lascia spazio a dubbi perché definisce il Reiki come “insidioso pericolo”.

Il riferimento, qui è in particolare alla cosiddetta “Stanza del benessere” dell’ospedale di Muraglia, all’interno del reparto oncologico, si praticherebbe la tecnica giapponese denunciata dagli che predica il contenimento del dolore e dello stress attraverso “flussi di energia” che passerebbero attraverso le mani. Questi progetti stanno interessando, ormai, anche altre strutture sanitarie italiane, tra cui l’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e l’Ospedale Carlo Poma di Mantova. L’Aie ha richiamato, inoltre, le linee guida pubblicate dalla Commissione per la dottrina della Conferenza episcopale degli Stati Uniti nel 2009, secondo le quali questa pratica non trova fondamento nella scienza, né tantomeno è compatibile con il cristianesimo.

Una sottolineatura doverosa, secondo l’Associazione degli esorcisti, perché riflette il timore per nulla infondato, che questa tecnica possa essere proposta come medicina alternativa, generando nei pazienti drammatiche illusioni, confondendola, cioè, con una vera e propria terapia. Per non parlare, poi, dei danni spirituali della pratica stessa. Infatti, secondo l’Aie, chi si dedica al Reiki «cade nel peccato di superstizione e si espone all’azione straordinaria del maligno». Spiegano gli esorcisti nel loro comunicato: «Il Reiki, nome derivante dalla pronuncia di due caratteri giapponesi che descrivono l’energia in sé, rei (‘l’aldilà’ o ‘spirituale’) e ki (‘energia’ o ‘forza vitale’), altro non è che una tecnica di channeling (o spiritismo) e ricorre alla presunta guarigione per mezzo di tecniche per le quali verrebbe trasmessa l’energia dal Reiki Channelizer (colui che canalizza l’energia Reiki) al Receiver (colui che riceve il trattamento)».

La Chiesa cattolica, infatti, critica il Reiki proprio perché si basa sull’utilizzo e sulla manipolazione di una presunta "energia vitale universale" (il ki), laddove, nel cristianesimo, la guarigione è semplicemente frutto della Grazia che si ottiene attraverso la preghiera e l’umile sottomissione alla volontà divina. Per questo l’associazione ha invitato i cattolici a tenersi ben lontani da tecniche di questo tipo che, peraltro, in alcun modo, possono sostituire la medicina tradizionale.

Ricordiamo che anche nel mondo scientifico c’è chi invita a non osannare troppo queste pratiche. Come Jonathan Jarry, scienziato e divulgatore scientifico canadese dell'Università McGill, che al riguardo ha scritto: «Non ho alcun dubbio che il Reiki e le sue imitazioni possano essere rilassanti e migliorare l'umore. Il pericolo, tuttavia, è che i suoi seguaci non si accontentino sempre di alleviare lo stress […] Mi addolora dover constatare che il Reiki viene offerto in centri medici di prim'ordine […] Se si chiamasse "guarigione Jedi", non sono sicuro che verrebbe preso sul serio». Comunque il richiamo degli esorcisti non ha lasciato indifferente il direttore generale del Muraglia, Alberto Carelli, che avendo anche alle spalle una solida formazione salesiana, non ha lasciato cadere nel vuoto l’appello degli esorcisti.

Per cui è partita una comunicazione dalla Direzione medica di presidio all’attenzione della direttrice dell’Oncologia Rita Chiari. «Pur nel rispetto delle convinzioni personali dei pazienti – si legge – si ritiene opportuno evitare che tale attività (il Reiki, ndr), venga svolta all’interno della nostra azienda. La sua introduzione potrebbe infatti esporre l’azienda a contestazioni di carattere etico e istituzionale». Ciò è bastato per bloccare l'attività. Ma la direttrice del reparto Rita Chiari, per tutta risposta ha replicato: «I sanitari, medici, infermieri e gli oss non hanno niente a che vedere con l’attività svolta dalle associazioni, siano clown dottori o operatori di ’et therapy. I pazienti prenotano queste prestazioni che l’associazione fornisce ai propri associati direttamente con l’associazione. I sanitari, i medici, gli infermieri e Oss non hanno niente a che vedere con questa attività. Io – ha concluso – faccio il medico».

Se guardiamo alla vicenda di Pesaro con gli occhi della fede e non solo con gli occhi del mondo, possiamo ben capire la preoccupazione degli esorcisti. In un’epoca del tutto e subito, di guru che predicano guarigioni fai da te e immediate, l’Aie ci ricorda che il mondo spirituale non è affatto un campo neutro ma è un campo di battaglia in cui si combattono bene e male e il bottino è l’anima. Per questo certi moniti non vanno tacciati di oscurantismo, anzi, sono l’occasione preziosa per esercitare spirito critico e discernimento che in un mondo confuso e allo sbando come il nostro, sono più necessari che mai. 

(Fonte foto: Imagoeconomica/Calm Meditation Music - screenshot YouTube)





Perché la Santa Messa Tradizionale custodisce il dogma






La liturgia non è soltanto un insieme di riti. È la fede stessa della Chiesa che prende forma nella preghiera. Per questo la Tradizione cattolica ha sempre affermato: "Lex orandi, lex credendi", cioè la legge della preghiera è la legge della fede. Questa espressione risale a Prospero d'Aquitania ed è richiamata anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1124).

La Santa Messa nel Rito Romano Antico manifesta con straordinaria chiarezza le grandi verità cattoliche.
Anzitutto il Santo Sacrificio. Ogni gesto, ogni genuflessione, ogni inchino, il silenzio del Canone, l'orientamento del sacerdote verso Dio, tutto conduce a contemplare che sull'altare si rende sacramentalmente presente l'unico Sacrificio del Calvario. La Messa non è una semplice assemblea di fedeli, ma il rinnovarsi incruento del Sacrificio della Croce.

In secondo luogo, la Presenza Reale. Le numerose genuflessioni, le dita del sacerdote tenute unite dopo la consacrazione, la purificazione accurata dei vasi sacri e l'attenzione verso ogni minima particola consacrata educano concretamente a credere che Cristo è realmente presente con il Suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità.

La Messa tradizionale mette inoltre in risalto il sacerdozio ministeriale. Il sacerdote agisce in persona Christi, offrendo il Sacrificio a nome della Chiesa. I ruoli del celebrante e dei fedeli sono distinti ma armoniosi, manifestando la struttura gerarchica voluta da Cristo.

Grande spazio è dato anche al senso del sacro. Il latino, il canto gregoriano, il silenzio, l'incenso, l'altare orientato e la ricchezza dei segni ricordano continuamente che nella liturgia è Dio il protagonista. L'uomo entra in un mistero che lo supera.

La Messa antica mantiene un forte richiamo alla realtà del peccato, alla necessità della conversione, al giudizio, alla misericordia divina e alla Comunione ricevuta con le dovute disposizioni. Nulla è lasciato all'improvvisazione: tutto orienta l'anima verso l'adorazione.

Per questo tanti cattolici vedono nel Rito Romano Antico una preziosa custodia del deposito della fede. Non perché il dogma cambi, poiché la verità rivelata è immutabile, ma perché una liturgia sviluppatasi organicamente nel corso dei secoli continua a esprimerlo con una densità teologica, simbolica e spirituale straordinaria.

La liturgia forma la fede. E quando la fede viene espressa con tutta la sua ricchezza, anche le anime vengono educate ad amare più profondamente il mistero dell'Eucaristia.



Fonte web 





Cosa vogliono i lefebvriani e perché si è arrivati allo scisma?

 


Pubblicato 10 luglio 2026


Intervista a Don Nicola Bux sullo scisma lefebvriano, i nodi dottrinali e il futuro della Chiesa.


1. Le origini della frattura e la perdita del “senso cattolico”La radice del problema: Secondo Don Nicola Bux, la situazione attuale non nasce oggi, ma affonda le radici almeno nel 1985 [00:22], anno in cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger denunciò (nel celebre Rapporto sulla fede con Vittorio Messori) la perdita del senso cattolico della realtà della Chiesa [00:34].

La Chiesa come un “Lego”: Bux evidenzia come sia da parte lefebvriana sia da parte del cattolicesimo progressista tedesco ci sia la tendenza a non considerare più la Chiesa come una realtà voluta da Cristo, bensì come una costruzione umana da riorganizzare arbitrariamente a proprio piacimento [00:53]. Di conseguenza, i contenuti di fede e di morale diventano relativi e arbitrari [01:12].

2. Le ragioni della sanzione: dottrina contro azioni concrete. La gravità dell’atto canonico: di fronte all’obiezione comune secondo cui i lefebvriani appaiono “ortodossi” e ligi ai principi rispetto alle derive dottrinali presenti in Germania, il teologo chiarisce che la sanzione (scomunica) non colpisce ciò che essi credono, ma ciò che fanno [01:55]. I lefebvriani hanno compiuto l’atto gravissimo di ordinare dei vescovi senza il mandato pontificio [02:25].

Il parallelismo con la Cina e le opinioni errate: Questo tipo di scisma è analogo a quanto avveniva in Cina ai tempi di Pio XII [02:37]. Bux sottolinea che, per quanto gravi siano certe tesi morali o dottrinali progressiste diffuse altrove (es. in Germania), esse rimangono spesso a livello di opinioni discutibili [02:53], mentre l’ordinazione illegittima di vescovi è un atto concreto di rottura dell’ordine gerarchico che fa scattare sanzioni canoniche automatiche [03:22].

3. La gestione del dialogo e il ruolo del Vaticano. Mancanza di un tavolo di confronto diretto. Alla domanda se la frattura si potesse evitare, Don Nicola ipotizza che se il Papa avesse convocato mesi prima i responsabili attorno a un tavolo insieme a degli esperti, forse la rottura sarebbe stata scongiurata [04:40].

I limiti dell’apparato vaticano: Nonostante i tentativi storici operati in passato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI [05:05], i lefebvriani si sono ostinati su rigide posizioni circa il Concilio Vaticano II [05:16], che invece possiede elementi di magistero solenne e infallibile, accanto ad aspetti transitori che si potrebbero discutere [05:34]. Bux rileva inoltre che l’entourage vaticano e la complessità della “macchina di governo” – della quale il Papa attuale non è ancora pienamente padrone assoluto – potrebbero aver ostacolato una mediazione più flessibile [05:55].

4. Il concetto di comunione e la possibilità di un ritorno. La natura non democratica della Chiesa: viene ribadito che la Chiesa è come una famiglia in cui la comunione è dialettica: non si può sbattere la porta ogni volta che si è in disaccordo [03:40]. La Chiesa non è una struttura democratica ma sacramentale e gerarchica [06:36]; è riformabile nelle sue strutture umane, ma il suo impianto di fondo appartiene a Cristo e non alla proprietà degli uomini [06:45].

La via per ricucire lo scisma: Don Nicola dichiara che tornare indietro è possibile, ma è necessaria la buona volontà e l’elasticità da entrambe le parti [07:10]. In particolare, la Fraternità San Pio X dovrebbe riscoprire il pensiero del santo teologo John Henry Newman riguardo al rapporto tra “dottrina e sviluppo”, superando il blocco ideologico che la tiene ferma a posizioni del passato [07:43].

Francia, i seminari tornano a riempirsi



(Imagoeconomica)

Sono già al completo per quest’autunno i corsi preparatori ad Ars, Parigi e Versailles. Un segnale che non si registrava da tempo

Chiesa


Federica Di Vito, 08 luglio 2026 

Si registrano segnali di risveglio per il cattolicesimo d’Oltralpe: boom di iscrizioni ai corsi preparatori, ordinazioni in aumento e la nascita di un nuovo polo di formazione d’eccellenza a Issy-les-Moulineaux. Il cattolicesimo francese sta vivendo una fase di sorprendente crescita che sembra smuovere le fondamenta non più così granitiche di una società profondamente secolarizzata. Il Die Tagespost fa sapere che per l’anno accademico in corso si registrano 175 iscrizioni ai corsi preparatori (l’anno propedeutico che precede l’ingresso in seminario), rispetto alle 146 dell’autunno 2025. Questo fermento è particolarmente presente in centri nevralgici della spiritualità e della formazione come Ars, Parigi e Versailles.

Come già evidenziato da Il Timone, il dinamismo delle vocazioni in Francia trova conferma nei dati sulle ordinazioni sacerdotali previste per il 2026. In totale, il Paese vedrà 84 nuovi sacerdoti, con un incremento rispetto ai 79 dell’anno precedente. In particolare, la provincia ecclesiastica di Parigi rappresenta il cuore pulsante di questo fenomeno, posizionandosi in cima alla classifica nazionale con ben 18 ordinazioni. Nello specifico, Parigi avrà sette nuovi sacerdoti, Versailles sei ordinazioni e a seguire Meaux, Pontoise e Saint-Denis. Anche le comunità religiose galleggiano nella floridezza: la Comunità di Saint-Martin accoglierà dieci nuovi sacerdoti, seguita dagli Agostiniani dell’Assunzione e dal Chemin-Neuf.

Per sostenere questa crescita e adattarsi alle «nuove realtà della formazione sacerdotale», l’arcidiocesi di Parigi e i vescovi della regione hanno già annunciato per settembre 2026 la nascita del seminario universitario Saint-Sulpice a Issy-les-Moulineaux. Si tratta di un progetto ambizioso che mira a unire la formazione accademica alla vita comunitaria grazie alla collaborazione con l’Istituto Cattolico di Parigi (ICP). I seminaristi otterranno un doppio titolo: un diploma di Stato e uno del Vaticano, spendibile anche in ambito civile. Gli studenti vivranno poi in piccole fraternità di 8-10 persone all’interno dell’attuale seminario dotato di 200 camere e un parco di 8 ettari.

«La nostra speranza è grande», spiega padre Emmanuel Goulard, rettore del seminario universitario, «prima di tutto abbiamo sempre la gioia di accogliere seminaristi, quindi giovani che ascoltano il richiamo di Dio e che sono generosi nel rispondervi. […] È sempre una grande speranza, ma anche un’esigenza perché questi seminaristi vogliono che la Chiesa dia loro una formazione di qualità». Per mons. Luc Crepy, vescovo di Versailles e membro del comitato direttivo del progetto, questo nuovo seminario mirerà a «offrire, a coloro che vengono a bussare alla porta della Chiesa […] dei sacerdoti che diventeranno, come diceva papa san Giovanni Paolo II, dei pastori secondo il cuore di Dio».






giovedì 9 luglio 2026

«Repubblica» ricorda il disastro di Seveso (ma dimentica le balle abortiste)



(Ansa/Repubblica)

A 50 anni dagli eventi, c’è una strana rimozione che continua. E riguarda proprio il ruolo dei media


Strane dimenticanze


Federica Di Vito, 09 Luglio 2026 

È il 10 luglio 1976. Sono passati 50 anni da quando un’avaria al reattore A101 dello stabilimento Icmesa di Meda liberò una nube tossica di diossina Tcdd su Seveso e i comuni limitrofi. In questi giorni le rievocazioni ufficiali e i media si concentreranno sulle svolte importanti che quella catastrofe segnarono a livello normativo. Ricorderanno la nascita delle “Direttive Seveso”, quelle normative grazie alle quali oggi è obbligatorio identificare gli stabilimenti a rischio e censire le sostanze pericolose e che portarono al consolidamento del sistema europeo di classificazione delle sostanze pericolose, a maggiore trasparenza delle informazioni e a stringenti controlli ispettivi. Racconteranno la trasformazione della zona A, quella che fu più inquinata all’epoca, nel Bosco delle Querce, oggi area naturale protetta e rigogliosa. Ed è proprio a partire dalla descrizione di questa zona simbolo di rinascita ambientale che Repubblica oggi celebra la memoria di quello che a tutti gli effetti viene annoverato tra le grandi catastrofi del Novecento.

Tuttavia, emerge una strana rimozione che riguarda il ruolo giocato dai media e dalle istituzioni diffuse in quei mesi: la creazione di un allarme scientificamente infondato su presunte malformazioni fetali di massa, utilizzato come grimaldello politico negli anni in cui infiammava il dibattito sulla legge sull’interruzione di gravidanza volontaria, entrata poi in vigore nel 1978. All’epoca del disastro, la diossina era una sostanza nota solo a pochi e una totale incertezza scientifica dettava legge. Sulla scia del trauma per l’uso dell’Agente Arancio in Vietnam si diffuse il panico per il rischio di nascite mostruose. I media dell’epoca alimentarono questo clima: basti pensare che su La Stampa l’editorialista Nicola de Feo arrivò a proporre l’aborto obbligatorio per le donne esposte alla nube per evitare qualsiasi rischio. In quel contesto, la comunicazione di massa trasformò l’incertezza scientifica in un’arma di pressione sociale, promuovendo soluzioni drastiche basate su timori che la scienza avrebbe poi dimostrato essere infondati.

Nella paginata che oggi Repubblica dedica ai fatti a un certo punto l’inviata Brunella Giovara ricorda vagamente in un passaggio il tema dell’aborto - che invece fu centrale per la vicenda, almeno dal punto di vista bioetico - nelle parole del sindaco Alessia Borroni (Lega): «Fu un trauma enorme, soprattutto lo sgombero forzato, l’abbandono delle proprie cose. Ma anche quello delle donne che dovettero abortire, e poterono farlo solo grazie a una deroga. […] L’aborto ed ancora fuorilegge, ma qui si trattava di aborti terapeutici, per scongiurare la nascita di bambini malformati. Lo Stato acconsentì». Quella «deroga» arrivò in un’Italia che già da anni si divideva sul tema. In quell’occasione in Parlamento si alzarono più forti le voci di Emma Bonino e Susanna Agnelli del Partito Radicale che chiesero al Governo di permettere alle donne in gravidanza dei paesi colpiti dalla diossina di abortire in strutture pubbliche.

Sembra non aspettassero altro per spingere il Paese a prendere una decisione netta sull’aborto. Da lì in avanti avranno luogo diversi incontri che porteranno all’apertura a Seveso di un consultorio famigliare a cui potranno rivolgersi le donne residenti per essere informate sui metodi contraccettivi. Le gestanti verranno poi esaminate presso la clinica Mangiagalli di Milano e in base ai risultati avranno “libera scelta” - comincia a circolare insistentemente questo slogan - di interrompere la gravidanza. Infine l’11 agosto il ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio riconosce che per Seveso si può parlare di aborto terapeutico e il ministro della Sanità dell’allora governo Andreotti, Luciano Dal Falco, lascia la libertà di scelta alle donne. La giustificazione legale non fu il rischio accertato di malformazioni. A ben vedere tra il gennaio e il febbraio del 1977 nasceranno i primi «figli della diossina» scampati all’aborto di Seveso e risulteranno tutti sani.

Quello che venne esaltato da alcuni medici, dai media, da collettivi femministi vari, fu un’estensione del concetto di “salute della madre”, per il quale i medici valutarono il gravissimo stress psichico e l'angoscia per il futuro dei nascituri come una minaccia per la salute mentale delle donne. «Nessuna donna può sapere se il proprio figlio nascerà malformato», tuonava ai tempi Laura Conti, consigliere regionale del Pci. Fu uno scontro ideologico ferocissimo che di sicuro accelerò l’iter per l’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. In tutto ciò, l’aspetto ancora oggi dimenticato è la pressante campagna stampa e mediatica abortista dell’epoca - documentata con uno speciale sul dossier del Timone dell’ultimo numero (qui per abbonarsi) - alla quale furono sottoposte le gestanti e la società tutta.

Le donne vennero letteralmente terrorizzate al grido di slogan come «aborto o mostro». Eppure, nonostante quella pressione e l’apertura della possibilità di abortire offerta alle donne interessate, su un migliaio di gestanti gli aborti volontari furono 42 e 4 gli spontanei. La grande assente nell’articolo odierno di Repubblica è poi la smentita della narrazione catastrofica. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi, basati su un registro speciale delle nascite, non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nelle zone a più alta contaminazione. Addirittura, la cloracne che colpì circa duecento persone, per lo più bambini, guarì col tempo senza lasciare le tare genetiche paventate dalla stampa dell’epoca.

Forse è troppo chiedere onestà intellettuale. Ma pensiamo sia lecito almeno annoverare tra gli «oltre 80mila animali» morti che Repubblica cita oggi anche le vite spezzate sul nascere in quei mesi. E, ancora di più, tutte quelle - purtroppo molto più numerose - per cui quell’ondata di menzogna mediatica è ancora responsabile oggi.





Per smontare le calunnie nei confronti di mons. Lefebvre basta una foto




Dal blog Chiesa e postconcilio del 9 luglio 2026

Scrive un lettore:

"Mi è capitato di imbattermi stamattina presto in un finale di articolo di un noto scrittore su un altrettanto noto sito conservatore in cui si citava il (presunto) colloquio avvenuto tra Padre Pio e Mons. Lefebvre, nel quale il primo avrebbe messo in guardia Monsignore e profetizzato il male che sarebbe sortito dalla divisione della Chiesa per via delle sue scelte in contrasto con Roma.

Molto perplesso circa tale fatto mi sono documentato velocemente, imbattendomi peraltro in un articolo di pochi giorni fa di Radio Spada nel quale, pur confermando l'avvenuto incontro storico tra i due personaggi, si spiega tuttavia come tale fatto sia ripescato ciclicamente ad uso improprio da chi vuole trarne giovamento e danneggiare la Fraternità. In proposito, viene citata la dichiarazione di Mons.Lefebvre del 1990 in cui escludeva ogni colloquio e profezia in merito di Padre Pio. Vista la rilevanza della vicenda sarebbe bene fare chiarezza anche su questo stimato blog."

Mi limito a riprendere, insieme alla foto, quanto da noi pubblicato anni fa. E aggiungo, per chi obietta che il momento dell'incontro è precedente alla consacrazione dei vescovi, che padre Pio è ben noto per il suo discernimento degli spiriti e anche per la sua preveggenza. Mi pare evidente che, se avesse avuto da obiettare, non avrebbe baciato la mano e qualcosa avrebbe detto. Oppure, come in altri casi, avrebbe rifiutato l'incontro...

_____________

 
« È venuto in visita da padre Pio monsignor Marcel Lefebvre, arcivescovo di Synnada (Frigia), superiore generale della Congregazione dello Spirito Santo, e inoltre consultore della Congregazione di Propaganda Fide. Monsignor Lefebvre ha assistito alla Messa di padre Pio e s'è quindi incontrato con lui (vedere foto)» (dal bollettino ufficiale della Casa Sollievo della Sofferenza, 31 marzo 1967).

« L'incontro ebbe luogo dopo la Pasqua del 1967 e durò due minuti. Ero accompagnato da Padre Barbara da un Frate dello Spirito Santo, frate Felin. Ho incontrato Padre Pio in un corridoio, mentre si dirigeva verso il confessionale, accompagnato da due cappuccini. Gli ho detto in poche parole lo scopo della mia visita: che lui benedicesse la Congregazione dello Spirito Santo che doveva svolgere un capitolo generale straordinario, come tutte le società religiose, per un aggiornamento, incontro che temevo avrebbe condotto a dei problemi. Allora Padre Pio gridò: 'Me, benedire un Arcivescovo, no, no, è lei che dovrebbe benedire me!' E si chinò, per ricevere la benedizione. Io lo benedissi, lui baciò il mio anello e continuò il suo cammino verso il confessionale... Questo è stato tutto l'incontro, né più né meno » 
(da una lettera di Marcel Lefebvre, 8 agosto 1990)



Fonte

 

«I Sinodi vanno fatti, ma senza cambiare la natura della Chiesa»



La sinodalità «va intesa come un modo per esercitare la carità all'interno della Chiesa», ma rimanendo «fedeli alla storia canonica dell'istituzione del Sinodo dei vescovi». Che non prevede il voto ai laici né le derive del Cammino sinodale tedesco. La Bussola intervista il cardinale Rouco Varela.


Intervista / Card. Varela

Ecclesia


Nico Spuntoni, 07-07-2026

Antonio María Rouco Varela è forse l'ultimo dei grandi cardinali wojtyliani. Arcivescovo emerito di Madrid, presidente della Conferenza episcopale spagnola negli anni del braccio di ferro col governo Zapatero per difendere la famiglia, con la sua autorevolezza il quasi novantenne porporato di Vilalba è stato protagonista dei lavori del Concistoro straordinario concluso dieci giorni fa. Dal recente viaggio in Spagna di Leone XIV al cammino sinodale tedesco, dalla liturgia antica al futuro del cattolicesimo: sono tanti i temi che abbiamo affrontato con lui in quest'intervista.

Eminenza, è contento della frequenza con cui Leone XIV convoca voi cardinali per i concistori?
È stata una sorpresa molto piacevole per noi. Nella storia moderna i concistori straordinari non erano molto frequenti. Ci ha pensato Giovanni Paolo II a convocarli più frequentemente. Convocandoci così spesso, Leone dà un segno di fiducia verso noi cardinali. Dimostra, inoltre, di avere interesse per il collegio cardinalizio nella sua interezza, confidando in esso per essere aiutato nel suo ministero.

L'abbiamo vista accanto a lui a Madrid. Si aspettava così tanto entusiasmo per il viaggio del Papa in Spagna?
Sì, perché percepivo che c'era una “sete” di Papa. Un'occasione così mancava dal 2011.

Cosa l'ha colpita di più?
Il discorso fatto in Parlamento è un capolavoro dell'esercizio del magistero della Chiesa a proposito della concezione cristiana dello Stato. O meglio ancora: a proposito della concezione eticamente umana dello Stato, così come era emersa dalla grande catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

Si può dire che ha tirato le orecchie al governo Sanchez sui temi etici?

Non ha parlato direttamente ad un partito politico, ma si è espresso nettamente contro quelle legislazioni che permettono eutanasia, aborto e dove l'istituto della famiglia è di fatto scomparso. Il discorso del Papa è stato chiarissimo. Ho notato che si sono alzati tutti e hanno applaudito per sette minuti. Vediamo se ora si convertiranno!

Tornando al Concistoro, si è parlato di nuovo di Sinodo. Come va declinata la sinodalità per non essere fumosi?
Il Papa lo ha detto nella sessione finale: è uno stile spirituale. Va intesa come un modo per esercitare la carità all'interno della Chiesa. Poi, tradurla in norme costituzionali è un'altra questione.

Bisogna continuare sulla strada del diritto di voto ai laici intrapresa nel 2023?
Il Sinodo dei vescovi è un'istituzione nata dal Concilio Vaticano II e messa in pratica da Paolo VI. E così è stato messo in pratica, in maniera identica, per tutti i decenni '80 e '90 fino al 2023. Quel cambiamento non è normativo perché il Papa non ha modificato la costituzione sul Sinodo. Quindi, non è cambiato nulla. I laici hanno sempre partecipato ai Sinodi, quello che non potevano fare era votare. Io ho una certa esperienza essendo stato anche relatore generale alla seconda Assemblea speciale per l'Europa del Sinodo dei vescovi. Quello che dobbiamo fare è rimanere fedeli alla storia canonica dell'istituzione del Sinodo dei vescovi.

Qual è la sua raccomandazione sui Sinodi?
I Sinodi si sono sempre fatti, non sono una novità. Si tratta di una tradizione che deve essere mantenuta viva, ma non cambiando la natura della Chiesa.

Che ne pensa del Cammino sinodale in Germania?
Questa è un'altra questione. Lì credo che la legislazione canonica sia un po' saltata.

La preoccupa la situazione?

Molto, perché influisce sugli aspetti fondamentali della fede.

Cosa bisognerebbe fare?
C'è una cosa che dobbiamo fare: pregare. Perché troppe volte pensiamo che gli uomini possano fare tutto, persino decidere la vita della Chiesa. No, non possiamo!

Che giudizio dà di questo Comitato sinodale che mette alla pari laici e vescovi e per il quale la Chiesa tedesca vorrebbe l'approvazione di Roma?
Finché si vogliono solo incontrare e parlare si resta nel campo del chiedersi se valga o no la pena. Ma se lo considerano un organismo che esercita autorità nella Chiesa, allora vanno contro la costituzione divina della Chiesa. Quindi, va contro la Chiesa. 

Veniamo ad uno dei temi che doveva essere in agenda al Concistoro: la liturgia.
Credo che si debba porre fine agli abusi della liturgia che negano gli insegnamenti del Vaticano II. La liturgia del Vaticano II va celebrata come si deve. E poi serve comprensione per chi vuole il vecchio rito.

Come risolvere le tensioni in corso sulla liturgia antica?
Rimanendo fedeli a ciò che stabilisce il Concilio Vaticano II, con un po' di rispetto per la libertà dei fedeli all'interno della comunione della Chiesa. Dunque non regolamentando.

Lei come accolse il Summorum Pontificum di Benedetto XVI a Madrid?
Positivamente. Era un provvedimento molto comprensivo, penso fosse buono. A Madrid c'è una chiesa dove il rito antico è ancora celebrato. I fedeli devono prenderlo seriamente, non diventarne propagandisti.

Eminenza, cosa la preoccupa davvero per il futuro della Chiesa?

La crisi di fede, soprattutto in Europa. E poi l'istituzione della famiglia e il diritto alla vita minacciati. Ci rendiamo conto quanti milioni di bambini sono stati uccisi da quando sono state introdotte le legislazioni abortiste? Questo disprezzo per la vita è una conseguenza dell'aver abbandonato Dio. Ma sono anche ottimista. Pensiamo alle Giornate della Gioventù: quale gruppo umano, quale scuola di pensiero, cultura, politica può riunire due milioni di giovani in una celebrazione dell'Eucaristia?