venerdì 7 agosto 2026

Comunione sulla mano: norma antica, mito umanista o ribellione protestante?



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da New Liturgical Movement . Zsolt Orbán pone la domanda: Sappiamo *per certo* che la comunione è stata ricevuta in mano, in piedi, per i primi nove secoli circa di storia della Chiesa: la norma era che i fedeli laici ricevessero il Santissimo Sacramento nelle loro mani? Ed è vero che la comunione sulla lingua non nacque prima del IX secolo, frutto di un nuovo sviluppo della pietà? L'autore fornisce motivazioni per rispondere negativamente a entrambe le domande e annuncia la creazione di un database di tutte le fonti primarie rilevanti necessarie per rispondere in modo accurato.

7 agosto 2026



di Zsolt Orbán 

Papa Benedetto XVI, riflettendo sull'“evoluzione” della riverenza eucaristica, ha osservato:
Anche qui sappiamo che fino al IX secolo la Comunione veniva ricevuta in mano, in piedi. Ciò non significa, ovviamente, che debba essere sempre così. Infatti, ciò che è bello e sublime nella Chiesa è che essa cresce, matura, comprende il mistero più profondamente. In questo senso, il nuovo sviluppo iniziato dopo il IX secolo è pienamente giustificato, come espressione di riverenza, ed è ben fondato. Ma, d'altra parte, dobbiamo dire che la Chiesa non avrebbe potuto celebrare l'Eucaristia indegnamente per novecento anni. [1]
Questa citazione condensa le questioni teoriche fondamentali che circondano la pratica della Comunione sulla mano, gli stessi problemi che questo articolo affronta, tra cui la domanda più cruciale è: ne abbiamo davvero la certezza? Non c'era davvero la Comunione sulla lingua fino al IX secolo? La sua comparsa fu semplicemente il risultato di un nuovo sviluppo, mentre la norma in tutta la Chiesa era che i fedeli laici ricevessero il Santissimo Sacramento nelle mani?

Dubito che sia stato effettivamente così, per due ragioni principali.

La prima ragione, il vero argomento, è una che i sostenitori della Comunione sulla mano generalmente non riescono a cogliere. Perché presuppongono implicitamente o esplicitamente che lo svelamento dell'essenza della dottrina della Chiesa, e quindi la comprensione della vera natura del Santo Sacrificio della Messa, abbia richiesto tempo per un certo "sviluppo", durante il quale sono emersi elementi completamente nuovi. In realtà, non credono che la Chiesa abbia compreso il significato del Sacrificio Eucaristico e del Santissimo Sacramento fin dal primo momento, e che si sia accostata ad esso di conseguenza fin dall'inizio.

Eppure, poiché gli Apostoli compresero la Messa fin dal primo giorno, la interpretarono esattamente come la Chiesa l'avrebbe poi insegnata. Comprendevano anche il sacerdozio stesso. Di conseguenza, fin dagli albori della Chiesa, esisteva una distinzione tra ordinati e laici, non solo nell'amministrazione dei sacramenti in generale, ma anche in questioni riguardanti il ​​Santissimo Sacramento, vale a dire la manipolazione del Santissimo Sacramento stesso. Pertanto, dubito che il contatto del Santissimo Sacramento da parte di fedeli non ordinati possa mai essere stata la norma, piuttosto che una deviazione da essa; in altre parole, che fosse una pratica predefinita legalmente consentita.

Secondo l'attuale consenso accademico, la sezione del Liber Pontificalis che attribuisce il divieto per i laici di toccare i vasi sacri a Papa Sisto I è una compilazione del VI secolo (databile intorno al 530). Anche se ciò fosse vero, il fatto che un simile decreto potesse essere compilato intorno al 530 a partire da testi precedenti – e, per di più, che avesse autorità – dimostra intrinsecamente che una pratica diffusa e normativa della Comunione sulla mano è impossibile. Una norma che contrastasse direttamente con le evidenze e la prassi teologica e liturgica non avrebbe mai potuto emergere nel cuore stesso della Santa Madre Chiesa.

Inoltre, se nella prima metà del VI secolo un papa, o un decreto diffuso sotto autorità papale, proibiva ai laici persino di toccare i vasi sacri , quanto è ragionevole supporre che tale divieto non si applicasse al contenuto di quei vasi? Perché mai qualcuno dovrebbe considerare i vasi più sacri di ciò che contenevano? Ciò è particolarmente vero considerando il ragionamento splendidamente risonante che l'autore del decreto vi ha allegato:
È stato decretato da noi, dagli altri vescovi e dal resto dei sacerdoti del Signore, che i vasi sacri non siano toccati da nessuno tranne che da uomini consacrati e dedicati al Signore. Infatti è estremamente indegno che i vasi sacri del Signore, qualunque essi siano, servano all'uso umano e siano maneggiati da chiunque non sia un uomo che serve il Signore e gli sia consacrato; affinché il Signore, offeso da tali audacie, non colpisca il suo popolo con una pestilenza. [2]

E quanto siamo ancora lontani, a questo punto, dal IX secolo, quando si suppone sia apparsa la "novità" della Comunione sulla lingua!

Il secondo motivo che mette in luce la falla nella narrazione di una Comunione sulla mano normativa e universalmente permessa è la sorprendente mancanza di fonti a suo sostegno. La definisco sorprendente perché, a causa dell'enorme quantità di argomentazioni ripetitive utilizzate dai sostenitori di questa narrazione, il gran numero dei loro presunti chiari riferimenti patristici può sembrare convincente. Tuttavia, quest'illusione dura solo finché non ci si prende la briga di verificarne le citazioni. A quel punto diventa chiaro che queste citazioni non riguardano ciò che affermano e non riescono a dimostrare le loro veementi asserzioni. Nonostante l'idea prevalsa fin dall'avvento dell'Umanesimo e della Riforma, abbiamo solo poche fonti, e per di più dubbie sia nell'autore che nel significato, che mostrano che la Chiesa permetteva di portare il Santissimo Sacramento a casa esclusivamente in caso di emergenza. Eppure, contrariamente ai presupposti della narrazione, neanche queste fonti testimoniano che i laici toccassero effettivamente il Santissimo Sacramento con le mani.



Nell'immagine di James Tissot, la Comunione viene distribuita 
agli apostoli inginocchiati durante la prima Messa; 
si noti il suggerimento di Pietro e Giovanni che svolgono 
una sorta di ruolo simile a quello di diacono e suddiacono.

Esaminando le citazioni patristiche utilizzate per fondare la narrazione della Comunione sulla mano, ci imbattiamo in diversi errori tipici.

Il primo è che gli scritti a sostegno di questa narrazione si basano tutti su citazioni copiate l'una dall'altra. Di norma, queste citazioni mancano di un contesto più ampio; è solo un preconcetto condiviso a collegarle in una catena argomentativa.

Il secondo errore è anch'esso dovuto alla mancanza di contesto, ma rappresenta un caso molto specifico: le citazioni patristiche vengono presentate per giustificare la Comunione sulla mano senza considerare se il testo in questione si riferisca a un sacerdote ordinato, a un vescovo o magari a un laico. Poiché questa distinzione fondamentale non viene mai esplicitamente affrontata nelle loro opere, sono incline a considerarla non una semplice svista accidentale, ma piuttosto una distorsione deliberata. È attraverso tale distorsione che autori come Sant'Agostino (Contra litteras Petiliani), Pietro Crisologo (Sermo XXXIII) o vari Ordines Romani vengono citati sia come autori che come esempi a sostegno della Comunione sulla mano. Queste distorsioni diventano ancora più evidenti quando il contesto viene deliberatamente cancellato, come si è visto quando Dom Ambroise Verheul ha usato i puntini di sospensione per eliminare i riferimenti al sacerdozio nel suo articolo "La communión dans la main", citando un'opera di Tertulliano per creare la falsa impressione che il passo si applicasse ai fedeli laici (in Les Questions Liturgiques et Paroissiales 2: 115-22).

L'enorme quantità di argomentazioni ripetitive e confuse è di per sé un problema. Guidato da una preferenza per la quantità rispetto alla rilevanza, il testo accumula citazioni incoerenti e decontestualizzate. I sostenitori interpretano – e cercano di far interpretare agli altri – ogni singola citazione contenente le parole mani, comunione o ricezione (accipere , ὑποδέχομαι) attraverso la lente delle loro nozioni preconcette sulla Comunione in mano. Una delle ragioni di ciò è l'ignoranza dell'antico rito della comunione; l'altro errore consiste in una mancata comprensione del vero significato di questi termini.

L'ignoranza riguardo al ruolo delle mani è un errore particolarmente caratteristico. In queste opere non si trova mai una spiegazione del perché le mani potessero essere chiamate "adoratrici" nell'antichità, di come si potesse adorare con le mani, semplicemente perché gli autori stessi non comprendono il vero simbolismo delle mani estese.

Questa scarsa familiarità con il significato simbolico è evidente anche nella loro interpretazione di vari sermoni patristici. Citano i Padri della Chiesa come prova della Comunione sulla mano, dimostrando così l'incapacità – o la riluttanza – di chi le cita a comprendere l'esegesi scritturale tropologica. Prigionieri della propria ideologia, interpretano i sermoni in senso strettamente letterale. Un esempio tipico e ricorrente è il parallelismo tracciato nei sermoni tra il tocco di Cristo da parte della donna emorragica e il "tocco" che avviene nella Santa Comunione. Sono sempre pronti a scartare la dimensione spirituale del sensus moralis, non riuscendo a cogliere il vero significato veicolato dall'uso del contrasto.

Tuttavia, questa analisi della narrazione non sarebbe completa senza rispondere alla domanda: come si è sviluppata, in primo luogo, la pretesa della sua antica normatività?

È fondamentale riconoscere in che misura la ribellione protestante abbia giocato un ruolo di primo piano in questo processo. Sebbene l'Umanesimo abbia intensificato il desiderio di esaminare le fonti antiche, durante la ribellione furono formulate affermazioni taglienti e ideologicamente motivate ben prima che venissero effettivamente raccolte le citazioni a sostegno. Pertanto, l'affermazione iniziale – e più perentoria – era del tutto priva di citazioni patristiche; si basava unicamente sulla pretesa di un consenso patristico noto come "veterum monumenta", che avrebbe provato in modo inequivocabile l'antica Comunione sulla mano.

Fu proprio questa affermazione che uno dei primi ideologi della Comunione sulla mano, il riformatore calvinista Martin Bucer, utilizzò per supportare la sua posizione. Nella sua Censura super libro sacrorum (1551), scritta come critica al Book of Common Prayer di Cranmer, Bucer sostenne con veemenza la ricezione della Comunione sulla mano, denunciando al contempo la Comunione sulla lingua come pratica appartenente all'Anticristo. Riteneva sufficiente un'affermazione così forte, il che spiega perché la sua opera sia priva di una raccolta di citazioni a supporto. Tuttavia, il suo ruolo nella formazione di questa narrazione rimane innegabile: fu il primo ad attribuire un significato duraturo a citazioni patristiche non specificate. Riuscì a plasmare e a imporre a tutti l'immagine dell'antica narrazione della Comunione in mano.

Così facendo, Bucer era mosso da un chiaro intento di sradicare le fondamenta stesse che in precedenza avevano reso impensabile per la Chiesa la Comunione in mano come norma: il sacerdozio e la fede nella Presenza Reale. Come scrisse:
In realtà, non ho dubbi che questa consuetudine di non mettere questi sacramenti nelle mani dei fedeli sia stata introdotta da una duplice superstizione: in primo luogo, il falso onore che si voleva mostrare a questo sacramento, e in secondo luogo la malvagia arroganza dei sacerdoti che pretendevano una santità maggiore di quella del popolo di Cristo, in virtù dell'unzione della consacrazione. [3]Le teorie di Bucer divennero ineludibili persino tra i cattolici. Sebbene gli antichi testi fossero noti agli ecclesiastici fin dalla loro composizione – essendo stati copiati dai monaci, letti, studiati e utilizzati dal clero nel corso della storia – fu l'affermazione di Bucer a organizzarli in un quadro interpretativo. Certo, tra i cattolici questo non comportò il desiderio di modificare la pratica ecclesiastica fino al XX secolo, eppure non riuscirono a liberarsi da questa interpretazione. È per questo che furono i contemporanei di Bucer tra i cattolici stessi, e non i protestanti, a forgiare il moderno arsenale storico per la Comunione sulla mano: un corpus di citazioni concepito per dimostrare l'antichità e la normatività di tale pratica.
La raccolta di citazioni patristiche fu costituita dall'opera in due volumi di Iacobo Pamelio intitolata Liturgica latinorum (1571), significativa non tanto per la quantità delle citazioni, quanto per la loro contestualizzazione. In quest'opera, i titoli delle singole sezioni fungevano da riassunti del contenuto, formulati come affermazioni definitive. Questi riassunti concisi trasmettevano un messaggio che rimane profondamente influente ancora oggi, plasmando il discorso attraverso topoi apparentemente inattaccabili: "Il Corpo del Signore fu dato in mano"; "Fu loro anche permesso di portare l'Eucaristia nelle loro case"; "Agli uomini fu dato il Corpo del Signore nelle loro mani, e alle donne, in un panno di lino pulito".[4]

Pamelio ebbe grandi meriti nel pubblicare le opere di alcuni Padri della Chiesa, tra cui quelle di Cipriano, da cui provengono la maggior parte delle citazioni che costituiscono la base delle osservazioni di Pamelio sul nostro argomento. In uno dei suoi commentari su Cipriano, specificamente riguardo al problema gestari-gustari, Pamelio ebbe anche un ruolo nella formazione di uno specifico tropo legato alle citazioni. Questo, naturalmente, non perché fosse un innovatore determinato, ma perché non aveva familiarità con l'effettiva pratica antica di amministrare la Comunione.

La stirpe continuò con Cesare Baronio, il quale, nella sua nota (c) scritta per il 15 agosto nel Martyrologium Romanum. Nel 1586, egli elencò già diverse citazioni di vari autori antichi. Secondo lui, queste indicavano che un tempo era permesso ai fedeli portare l'Eucaristia a casa. Tuttavia, pur conoscendo le fonti greche solo attraverso la traduzione, da storico perspicace ipotizzò un processo che poteva essere dedotto dalla lettera scritta alla patrizia Cesarea (attribuita a San Basilio Magno), e fornì un'interpretazione del fenomeno basandosi su questa. Riassunse il processo affermando che, dopo le persecuzioni, la Chiesa abolì la possibilità di portare l'Eucaristia a casa, ed espresse stupore per il fatto che questa pratica potesse tuttavia persistere per qualche tempo: "Ciò che è ancora più sorprendente, tuttavia, è che dopo che la pace della Chiesa fu ristabilita sotto gli imperatori cristiani e ortodossi, questa stessa consuetudine rimase in vigore per qualche tempo". [5]

Ioannes Stephanus Durantus (Jean-Étienne Durant, 1534-89), nella sua opera De ritibus Ecclesiae Catholicae (1592), incorporò non solo le citazioni di Pamelio ma anche l'osservazione contestualizzante di Baronio:
Una volta, durante i periodi di minaccia di persecuzione, quando ai fedeli cristiani non era permesso riunirsi liberamente e in nessun luogo per la frazione del pane e la santa comunione, ricevevano l'Eucaristia consacrata nelle loro mani dai capi delle chiese, la avvolgevano in un lenzuolo pulito, la portavano a casa e la conservavano in modo da poterla ricevere quando se ne presentava la necessità. [6] Tuttavia, Durantus ampliò significativamente anche la gamma di riferimenti forniti da Pamelio e Baronio, cosicché nella sua opera compaiono già molte delle citazioni antiche citate oggi come prova della Comunione sulla mano.Questa serie fu poi integrata con alcune più recenti in un'opera pubblicata nel 1659 da Henricus Valesius (Henri de Valois, 1603-76), in cui presentò la storia ecclesiastica di Eusebio in greco insieme a una nuova traduzione latina. Le sue annotazioni divennero il commentario permanente su Eusebio e, di conseguenza, sulle presunte citazioni riguardanti la Comunione sulla mano. Il volume 20 della Patrologia Graeca adotta proprio queste note nelle sue note a piè di pagina. [7]

Il corpus della Comunione sulla mano, che era essenzialmente maturato prima del XX secolo, si unì con il capitolo 17 del libro II dell'opera del cardinale Bona (Giovanni Bona, 1609-74) Rerum liturgicarum (1671). Privata dell'osservazione contestualizzante di Baronius, quest'opera presenta la serie di citazioni classiche che apparentemente dimostrano la diffusa prevalenza e la normatività della Comunione sulla mano, aprendosi con questo espediente:
Infatti, secondo l'antica usanza, la Santa Comunione non veniva ricevuta per bocca, come si fa oggi, ma per mano; e chiunque la riceveva, la portava con riverenza alla bocca. Su questo argomento esistono innumerevoli testimonianze dei Santi Padri greci e latini; ma per non essere troppo prolisso, eserciterò moderazione nell'elencarle. [8]Nonostante la “moderazione” del cardinale Bona, la sua opera coronò il processo attraverso il quale, nel XIX secolo, la nozione relativa all'antica e altomedievale modalità di comunione e alla sua normatività divenne una “conoscenza” autoevidente.
Quest'opera e le citazioni in essa contenute divennero poi le fonti primarie per i liturgisti del XX secolo. Sebbene diversi ricercatori si siano effettivamente occupati di singole citazioni e siano state prodotte importanti opere di storia liturgica, gli studi che presentavano questo elenco di citazioni negli anni '60 e '70 erano tutti legati all'empia battaglia volta a consentire la Comunione sulla mano. Tali furono lo studio di Dom Ambroise Verheul OSB e gli articoli di giornale di Bugnini, in cui egli attinge ampiamente da Verheul, con alcune aggiunte tratte da altre fonti.

Inoltre, sebbene avessero ricevuto questi loci già pronti – Verheul, ad esempio, probabilmente adottò la stragrande maggioranza delle sue citazioni dall'opera del cardinale Bona – il suo articolo, pur presentandosi come una vera opera accademica, non conteneva nemmeno una menzione o un riferimento al cardinale Bona o alla sua opera. Naturalmente, il valore scientifico delle opere degli innovatori non converge a zero principalmente per questo, ma perché erano prima di tutto guerrieri ideologici che mascheravano il loro desiderio di “innovazioni profane” con una veste scientifica (“rallegratevi sempre delle innovazioni profane, disprezzate i decreti dell’antichità e, attraverso le opposizioni della conoscenza falsamente così chiamata, fate naufragio riguardo alla fede”). [9] La loro attività essenziale consisteva in realtà nel fare ciò che nessuno studioso cattolico, teologo, liturgista o storico della Chiesa aveva mai pensato di fare fino al ventesimo secolo: esigevano l'introduzione della Comunione sulla mano, come fece Dom Ambroise Verheul OSB, oppure ne presentavano l'introduzione come storicamente legittima e giustificata in quanto continuazione di una pratica antica, come fece Bugnini nei suoi scritti.

E poiché ho iniziato con una citazione di Benedetto XVI, vorrei concludere citando l'articolo di Verheul, che supporta le grandi affermazioni del Missarum sollemnia di Jungmann – una delle fonti della conoscenza di Benedetto – con delle citazioni; poiché è proprio questo articolo, con la sua raccolta di citazioni, che è diventato il fondamento della maggior parte degli scritti moderni, accademici o apologetici, che sostengono la Comunione sulla mano e la presentano come storicamente normativa, anche se, essendo un articolo di difficile accesso, pochi lo conoscono personalmente. [10]

All'inizio di questo, Verheul inizia così:
La modalità di ricevere la Comunione ponendo il pane azzimo sulla lingua, tradizione nella Chiesa occidentale, non è così antica come molti credono; certamente non era la modalità più antica, dato che risale solo al IX secolo. Nei primi otto secoli, sia in Oriente che in Occidente, la Comunione veniva generalmente distribuita sulla mano. Durante tutto questo periodo, nessuno vedeva in ciò alcuna irriverenza. Al contrario, con nostra sorpresa, le testimonianze che abbiamo raccolto dimostrano che questa sana e matura modalità di ricevere la Comunione andava di pari passo con il rispetto dovuto al Signore presente. Il culto e il timore del sacro non erano ancora degenerati in ansia e scrupolosità.Riguardo ai suoi scritti, Verheul ha modestamente indicato che essi "rendono il nostro modo tradizionale di ricevere la comunione estremamente relativo, contro il quale giustamente si stanno accumulando critiche", dato che "rispetto alla Comunione sulla mano, appare alquanto infantile e passiva".
E per suffragare la mia precedente sintesi sul valore aggiunto fondamentale dei liturgisti del ventesimo secolo, ha presentato la ribellione contro le regole che prescrivono il modo tradizionale di ricevere la Comunione come opera dello Spirito Santo:
ui ci troviamo di fronte a una corrente che non può più essere fermata. Opporsi a una corrente che è di per sé positiva e che, con un po' di buon senso, si prevede diventerà presto universale e legalmente riconosciuta, causerebbe inutili disordini; sarebbe come combattere contro i mulini a vento. Accanto all'obbedienza alla legge, c'è anche quella che viene ispirata nella Chiesa di Dio dallo Spirito del Dio vivente. Quella che chiamiamo obbedienza alla legge può talvolta trasformarsi in disobbedienza allo Spirito di Dio.
Si tratta di affermazioni gravi; pertanto, vale la pena esaminare le citazioni che lo hanno spinto a farle. Per motivi di spazio, ciò non è possibile in questa sede; chi fosse interessato può quindi consultare le citazioni del corpus e il relativo commento in dettaglio in una raccolta online che ho preparato . Per un pizzico di ironia, questa raccolta di citazioni sulla Comunione in mano è stata chiamata Corpus Bugninianum.Nella sua compilazione, ho seguito il metodo che ho appreso da Matías Augé, professore all'Anselmianum. Nella sua critica all'opera di Enrico Zoffoli, Comunione sulla mano? Il vero pensiero della chiesa secondo la vera storia del nuovo rito, Augé tentò di confutare le tesi di Zoffoli – che argomentavano a favore della Comunione sulla lingua – lentamente e articolatamente, usando una derisione mascherata da gioviale gentilezza adatta ai sempliciotti. Il suo intento principale era dimostrare che le citazioni di Zoffoli non sono sufficienti a sostegno delle sue affermazioni.

La nostra conclusione, quindi, suona piuttosto diversa: basandosi sui testi utilizzati da Zoffoli, non si può dimostrare che l'amministrazione della Santa Comunione nella Roma del V-VI secolo avvenisse sulla lingua, né che questa pratica si sia trasferita nelle regioni della Gallia nel VII secolo. Ciò che è più sorprendente di questa “storia vera” è l’omissione di testimonianze molto esplicite della tradizione antica che parlano della Comunione sulla mano senza alcun dubbio.[11]Il metodo di Augé rappresenta un modello fondamentale per chiunque desideri esaminare attentamente le citazioni avanzate dai sostenitori della Comunione sulla mano. Adottare questo approccio è estremamente fruttuoso, poiché dimostra che le citazioni contenute nel "Corpus Bugninianum", considerate singolarmente o nel loro insieme, non riescono a suffragare quelle che Augé definisce "testimonianze inequivocabili" a favore di tale pratica.

Sarebbe auspicabile, infatti, che i ricercatori esaminassero attentamente le citazioni del "Corpus Bugninianum", applicando il metodo di Augé o sviluppandone altri, e che ampliassero e affinassero questi commentari. È giunto il momento di lasciarci alle spalle un'epoca in cui citazioni patristiche fraintese o intenzionalmente interpretate in modo errato vengono utilizzate per presentare una pratica contraria alla norma come la norma stessa.




______________________
[1] Dio è vicino a noi: l'Eucaristia, il cuore della vita. Ignatius Press 2003, p. 70
[2] cfr. Decretum 70, pdf pag. 52 .
[3] Martini Buceri scripta Anglicana, p.462, pdf p. 460 .
[4] Tomus I. pp. 201-202, pdf .
[5] p. 366; pdf p. 366 .
[6] Libro I, Capitolo 16, 11, pdf .
[7] Annotationes in Librum VII , p.145, pdf p. 889 .
[8] pdf .
[9] Vincenzo di Lerins; pdf .
[10] pdf .
[11] collegamento.






giovedì 6 agosto 2026

Natalità: se l’Italia smette di essere un Paese “vitale”





Società | CR 1962



di Giuseppe Brienza 5 agosto 2026

Per capire quanto siamo lontani da un Paese vitale, ci basta guardare ai decenni passati. C’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi un milione di bambini ogni anno.

Nel 1964, ad esempio, sono nati 1.000.000 di bambini ma, anche solo vent’anni fa, nel 1995 sono stati 526.000 i nati/anno. Nel 2025, invece, le nascite si sono attestate a 355.000, nuovo minimo storico per il nostro Paese che segna un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente.

In pratica in appena 60 anni abbiamo perso più della metà di neonati ogni anno. Con i ritmi attuali, servono tre anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno negli anni Sessanta.

Non è una crisi temporanea, quella della denatalità italiana è una trasformazione costruita dalle élite dal Sessantotto in poi e divenuta ormai strutturale.

Lo conferma la fotografia dell’Italia che offre il Dossier Natalità 2026 “Volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato lo scorso 28 luglio a Roma, a Palazzo Wedekind, nel corso di un evento patrocinato dall’Inps, alla presenza del presidente della Fondazione di Gigi De Palo, del presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) Francesco Maria Chelli e dal direttore generale dell’Istituto Previdenziale Italiano (Inps) Valeria Vittimberga.

Secondo i relatori il crollo delle nascite in Italia non è il risultato di un minore desiderio di diventare genitori, ma delle difficoltà economiche e sociali che impediscono a milioni di persone di realizzare il proprio progetto di vita e di fare figli.

In realtà il fenomeno è riconducibile ad una pluralità di fattori che, oltre naturalmente a quelli di stampo demografico, economico e sociale, ne include altri di eguale se non superiore importanza di carattere culturale ed educativo.

Se il numero medio di figli per donna ha toccato, lo scorso anno, il minimo storico di 1,14 collocando l’Italia tra i Paesi europei con la fecondità più bassa, ciò è dovuto infatti non solo alla crescita dell’età media al parto (32,7 anni, nel 2025) al protrarsi dei tempi di formazione, alla precarietà del lavoro e alla difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, ma anche e soprattutto alla bassa propensione a fare famiglia (e quindi anche figli) da parte delle nuove generazioni.

Questa bassa propensione è dettata da fattori culturali come la possibilità, non di rado favorita dai genitori, dell’uscita tardiva dei giovani dal nucleo familiare di origine ma anche dalla mentalità individualista e anti-familiare predominante nei vecchi e nuovi media, associata al venir meno nel nostro ordinamento di quel favor familiae in vigore fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975.

Ripetiamo, ciò dicendo non si vogliono sottovalutare gli aspetti “tecnici”, cioè puramente demografici, sottolineati da Gigi De Paolo nella presentazione di Roma del 28 luglio scorso. Nel senso che il crollo demografico degli ultimi anni è anche frutto della riduzione nel numero attuale dei potenziali genitori «appartenenti – come rilevato dal presidente della Fondazione per la Natalità – alle sempre più esigue generazioni nate a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la fecondità cominciò a diminuire, scendendo da oltre 2 figli in media per donna al valore di 1,19 del 1995».

Nello stesso senso il rapporto annuale Istat 2026 ha documentato come le donne con titolo di studio più elevato (diploma e laurea) presentano in media “calendari riproduttivi” piuttosto tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto.

La riduzione della quota di 18-49enni che desiderano avere un figlio, rileva la Fondazione per la Natalità, è stata notevole negli ultimi due decenni, passando dal 50,7 per cento del 2003 al 45,3 per cento del 2024, a causa non solo delle «incertezze economiche e lavorative» ma, aggiungiamo noi, anche dalla disistima concreta verso gli impegni e le responsabilità importanti.

Diciamo “concreta” perché, in teoria, la stragrande maggioranza delle donne italiane in età feconda afferma di voler diventare madre. Oltre 6 italiani su 10 in età feconda dichiarano di aver rinunciato ad avere altri figli a causa degli ostacoli economici e sociali mentre per appena il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita.

Il dossier presentato a Roma, da questo punto di vista, mette peraltro in evidenza un ulteriore problema, consistente nella crescente distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che concretamente realizzano. Se infatti la voglia di avere un figlio dichiarata dalle donne italiane in età fertile si fosse concretizzata, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce.

Alla luce di quanto detto risulta sempre più necessario che lo Stato, le Regioni ed i Comuni promuovano politiche a sostegno della genitorialità e della natalità ma non solo prevedendo validi interventi economici e di conciliazione della vita familiare e lavorativa, soprattutto per le giovani donne, ma contribuendo a riportare il matrimonio e la famiglia al centro del nostro ordinamento. Solo così si potrà ripristinare finalmente il valore pubblico e costituzionale della maternità e della famiglia. Quasi una donna su due (49,9%), ad esempio, teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, rinunciando così a procreare. Per non parlare di un ostracismo alla famiglia tutto italiano: la fiscalità iniqua che penalizza chi mette al mondo un figlio sul piano soprattutto dell’imposizione diretta.

Per il direttore generale dell’Inps Valeria Vittimberga, «il compito dello Stato è fare in modo che la nascita di un bambino non comporti una caduta insostenibile del reddito e, soprattutto, che la maternità non determini per una donna l’uscita dal lavoro, la rinuncia alla carriera o una condizione permanente di svantaggio. È precisamente questa la direzione intrapresa negli ultimi anni. Non dobbiamo sostenere che il problema sia già risolto. Dobbiamo però dire con chiarezza che l’Italia non è ferma e che non partiamo dall’anno zero».

Ridurre comunque la distanza tra il “volere” e il “potere” essere genitore rimane una delle principali sfide economiche, sociali e culturali del Paese. Per questo la Fondazione per la Natalità sta riproponendo l’appello affinché la natalità ritorni ad essere una priorità strutturale dell’agenda politica nazionale. E di questo si parlerà, in particolare, nella sesta edizione degli Stati Generali della Natalità, che si terranno come ogni anno a novembre (il 25 e 26), a Roma, presso l’Auditorium della Conciliazione.







Se il diavolo non esiste. Riflessioni circa un’affermazione ormai ricorrente anche nella Chiesa








Blog
by Aldo Maria Valli 06 ago 2026




di Salvatore Scaglia

Non per la prima volta, purtroppo, mi sono ritrovato a discutere con un sacerdote (horribile dictu!), e davanti a diversi suoi confratelli, circa l’esistenza del diavolo.

Secondo il sacerdote, di fatto, il diavolo sarebbe mera idea, mero simbolo o mera immagine, poiché, a suo dire, io non terrei conto della circostanza che la Scrittura è stata stesa duemila e più anni fa e quindi noi uomini del 2026 dobbiamo interpretarla in modo, per così dire, aggiornato.

Rimasto solo, senza il sostegno di alcuno dei presenti, ma con la forza che effonde il Crocifisso – al quale, presente nel locale, ho anche fisicamente guardato -, a nulla è valso che io abbia replicato che la stessa Scrittura distingue chiaramente quando Gesù guarisce da malattie e quando invece libera dal demonio; che la Chiesa trae dal tesoro della Scrittura stessa “cose nuove e cose antiche” (nova et vetera; cf. Matteo 13, 52), altrimenti essa non sarebbe Parola di Dio, bensì semplice narrazione umana; che gli esorcisti esistono e operano efficacemente perché Cristo stesso è stato il primo esorcista – “questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni” (Marco 16, 17); fino alla constatazione logica che, eliminato il demonio, non hanno senso la stessa morte in croce e la resurrezione del Signore, poiché non occorre certamente il Figlio di Dio per sconfiggere una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine. Questa vittoria, infatti, potrebbe realizzarla un semplice uomo, ancorché particolarmente sapiente.

Niente da fare. Dunque secondo quel sacerdote, e non solo, anche gli esorcismi non hanno fondamento.

Ma se il diavolo non esiste, perché la Chiesa autorizza ancora degli esorcisti? Perché il Codice di diritto canonico disciplina le condizioni affinché gli esorcisti operino legittimamente (cfr. canone 1172, per cui il vescovo può dare licenza solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita)? Perché degli esorcismi beneficiano pure persone di altre religioni? E santi sacerdoti come Padre Pio da Pietrelcina, per citarne solo uno, da cosa erano vessati, anche con evidenti e dolorose tracce fisiche? Da una mera idea, da un mero simbolo, da una mera immagine?

Se il diavolo è soltanto idea, simbolo o immagine, come spiegare che lo stesso “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo” (Matteo 4, 1)? Venne messo alla prova, infine scacciandolo (Gesù gli rispose: vattene, satana! Allora il diavolo lo lasciò; Matteo 4, 10-11), da un’entità reale o da un semplice noumeno?

Con convincimenti come quello del sacerdote di cui sopra si finisce col credere, anzitutto, che Gesù sia solo un rabbi o, al limite, un uomo eccezionale. In secundis, e più gravemente, si ritiene che la stessa croce e risurrezione di Cristo siano, appunto, una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine. Invero quel che sfugge a sacerdoti che opinano in quel modo è che sono stati consacrati nella verità – analogamente al Sacerdote per antonomasia che è Cristo stesso – perché siano protetti, e proteggano a loro volta i fedeli, dal diavolo stesso. La Scrittura, ancora una volta, è chiara, se la si legge con fede: Gesù infatti rivolgendosi al Padre celeste dice: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi, invero, non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità” (Giovanni 17, 15-17). Per “loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Giovanni 17, 19). Questa pericope della Divina Rivelazione è decisiva, perché manifesta pure gli strettissimi nessi tra Gesù e i suoi discepoli, tra la sua e la loro non appartenenza al mondo, tra la sua e la loro consacrazione.

In tale passaggio evangelico, perciò, è il mondo privo di fede nell’annuncio di Cristo e nella parola del Padre che toglie verità allo stesso annuncio di Gesù: la tua parola, infatti, è verità (Giovanni 17, 17), dice Gesù rivolto al Padre.

Questa lettura, peraltro, è confermata financo da Charles Baudelaire, il quale afferma che l’astuzia maggiore del male è quella di rendersi invisibile: se nessuno, infatti, crede che Satana esista nessuno si difende dalle sue tentazioni e lui può agire indisturbato nel mondo.

Chiunque affermi con convinzione – come faceva pubblicamente e con insistenza quel sacerdote e così altri di mia diretta conoscenza – che il diavolo non esiste non segue la Parola di Dio (è questo il “vade retro!” di Gesù a Pietro stesso: ossia “seguimi, non ti porre davanti a me!”), ed è sedotto dalla prospettiva del mondo; non annuncia con fede la verità, ma difende le menzognere visioni ideologiche dei dotti e sapienti a mo’ del mondo, ai quali il Padre divino ha tenuto nascoste le realtà del Regno (cfr. Luca 10, 21).

Si capisce così il monito di san Paolo: “Verrà giorno […] in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (II Lettera a Timoteo 4, 3).

Favole, perché nella logica illogica dell’inesistenza del diavolo non ha nemmeno senso il culto della Madonna e di santi come Michele Arcangelo. Infatti rispetto a che cosa Dio stesso ha posto inimicizia con lei e la sua stirpe (cf. Genesi 3, 15)? Rispetto a una mera idea, a un mero simbolo o a una mera immagine? Su che cosa, ancora, trionferà Maria Immacolata, la donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle (cfr. Apocalisse 12, 1-6)? Su una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine? E san Michele è principe di quale milizia celeste? Se non esistono il diavolo e gli angeli ribelli, non esistono neanche gli angeli buoni, quelli che combattono la superbia del non serviam dei primi con l’umiltà del quis ut Deus?

Tutto risulta, insomma, travolto, nella logica illogica dell’inesistenza del diavolo. È travolta, radicitus, la stessa esistenza del peccato, dato che chi “persiste nel commettere il peccato proviene dal diavolo, perché il diavolo pecca fin dal principio” (I Lettera di san Giovanni 3, 8). È travolta, nella sua interezza, la stessa fede in Cristo Salvatore: per questo, infatti, “è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (I Lettera di san Giovanni, ibidem). Si realizza dunque la quintessenza dell’ateismo, che consiste nel negare il peccato e l’essere peccatori, di conseguenza il bisogno di Dio: ergo la stessa esistenza di Dio.

È proprio per tutti questi motivi che l’apostolo Paolo nel passo sopra citato conclude che la verità (a cui aderisce chi ha fede) diviene favola (che sposa chi segue maestri secondo le sue voglie rifiutando la verità stessa).

Dunque se il diavolo non esiste Cristo non ha trionfato!

L’aspetto più inquietante, però, è che sacerdoti come quello di cui ho detto in apertura non sono più casi isolati, che una volta gli stessi confratelli avrebbero preso come strambi se non come eretici. Ahinoi, ormai, questi sacerdoti, e i battezzati più in generale, aumentano di numero perché sono pure incoraggiati da un clima vieppiù manifesto: dall’abdicazione (?) di papa Benedetto XVI si è registrato infatti uno stuolo di esponenti della gerarchia che alimentano dall’alto, e con uscite almeno ambigue e inopportune, le denunciate posizioni.

Siffatto milieu di confusione e divisione è stato prodotto, tra l’altro, dallo stesso Bergoglio, cui piaceva pensare che l’inferno fosse vuoto (cfr. l’intervista a Fabio Fazio del gennaio 2024). Quindi nello stesso non ci sarebbe posto nemmeno “per il diavolo e per i suoi angeli”, per i quali invece quel “fuoco eterno” è stato “preparato” (Matteo 25, 41). Ma non si dimentichi nemmeno uno dei nominati dallo stesso Bergoglio, il vescovo di Palermo Lorefice, che una volta pregava così in pieno santuario mariano della diocesi, quello della Madonna della Milicia: “Preservaci dall’esilio eterno”, sostituendo con “esilio” la parola “fuoco” nella giaculatoria che si recita durante il Rosario e insegnata dalla stessa Maria SS. a Fatima nell’apparizione del 13 luglio 1917.

Ora, nessuno vuole che chiunque finisca all’inferno. Tanto è vero che nello stesso Rosario, frutto della più profonda tradizione dottrinale e spirituale cattolica, si invoca Dio perché porti in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della sua misericordia. Un conto, tuttavia, è appellarsi alla vera misericordia divina, altro conto è dire che l’inferno è vuoto (ma se l’inferno è vuoto nei fatti non esiste, giacché non ha senso una cosa vuota, un involucro senza contenuto) o che non è “fuoco”, ma semplice “esilio” (da Dio). Il punto centrale è dunque questo: se si depotenzia la pena – come gravemente fanno anche pastori e autorità, almeno formalmente, ecclesiastiche – si depotenzia la stessa la misericordia di Dio, che libera da quella pena. Invero anziché predicare la salvezza delle anime, effetto della vera misericordia divina, si preferisce presentare una salvezza più umana che divina, secondo una misericordia umanamente (o politicamente) corretta; secondo criteri da “favola” (san Paolo).

Contrariamente all’insegnamento perenne per cui, seguendo “l’esempio di Cristo, la Chiesa avverte i fedeli della triste e penosa realtà della morte eterna, chiamata anche inferno” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1056), dove le anime di coloro che sono morti in stato di peccato mortale “subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1035), tra le quali la “pena principale” – ma non esclusiva! – “consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira” (Catechismo, ibidem).

Ora, è proprio per salvarci da siffatta drammatica realtà che l’infinita potenza di Dio, ricco di bontà – Dives in misericordia – ha arricchito la sua Chiesa di diversi strumenti: i sacramenti, il culto della Vergine e quello dei santi, l’adorazione eucaristica, il Rosario, le rivelazioni mistiche, molte delle quali approvate dalla stessa Chiesa cattolica (tra l’altro quelle di Maria SS. a La Salette, Lourdes e Fatima).

È tutto ciò che oggi è sotto attacco: la ricchezza, nel senso di completezza, della Fede cattolica, con un suo impoverimento e fino al suo svuotamento.

Ma a che pro? Per un ecumenismo malinteso? Per piacere al mondo, per il quale, ammesso che dia spazio a Dio, tutte le religioni sono uguali? Ecco che, in questa dimensione, si può giungere persino ad affermare – come ha fatto Bergoglio insieme all’imam Ahmad Al-Tayyeb (cfr. documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune) – che il pluralismo religioso è stato voluto da Dio nella sua sapienza. Per cui lo stesso Bergoglio si è chiesto: “la mia religione è più importante della tua? La mia è quella vera, la tua non è vera” (cfr. viaggio del 13 settembre 2024 a Singapore). Se però si sostituisce la parola “religione” con “Cristo” si smaschera l’inganno: infatti “il mio Cristo è più importante del tuo Mohammed, del tuo Zoroastro, del tuo Buddha?”.

Pertanto discussioni come quella che ho rappresentato in incipit addolorano perché non si svolgono con atei o con buddhisti, ma con cattolici e nel clima cui ho accennato.

Esse sono, perciò, le prove generali di quanto, al di là del domani, è già in atto: la persecuzione da una parte e l’apostasia dall’altra, conseguenze di una “impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 675). Chi si oppone a tale impostura è perseguitato, etichettato, emarginato, se non peggio. Chi viceversa la approva, o tace, gode del plauso del mondo, fa carriera, perviene financo ai vertici secolari ed ecclesiastici.

Il Signore non lo nasconde, anzi: “vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità” (Luca 12, 11-12). È dunque con questa consapevolezza, a un tempo di fede e storica, che dobbiamo andare avanti, con coraggio, con quella fortezza che ci viene dallo Spirito Santo: perché, come dice sempre il Signore, unico Salvatore del mondo, perché l’unico a morire per la nostra salvezza e per questo esaltato dal Padre con un nome che è al di sopra di ogni altro nome (cfr. Lettera ai Filippesi 2, 8-9), nel mondo abbiamo e avremo tribolazioni, ma Cristo ha vinto il mondo (Giovanni 16, 33).

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Nell’immagine: Michael Pacher, “Agostino, il diavolo e il libro dei vizi”, 1480, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera





mercoledì 5 agosto 2026

«Ogni vita conta». Mamma surrogata lotta per non abortire il suo bimbo malato



(McKenna West, LiveAction, YouTube)

McKenna West lotta in tribunale per la vita del bambino. I medici in Alaska si sono rifiutati di eseguire l’aborto tardivo, complesso e rischioso, della durata di due giorni. Ma i genitori intenzionali dicono che abortirà


Barbarie


Federica Di Vito, 05 Agosto 2026

Leggere «il suo bimbo» in riferimento a una madre surrogata potrebbe infastidire chi è abituato a considerarla un puro strumento biologico per conto terzi. In fin dei conti, secondo la logica del mercato dell’utero in affitto, McKenna West dovrebbe essere solo un’incubatrice umana al servizio dei genitori cosiddetti “intenzionali”. Eppure, la realtà dei fatti ci dice che è madre a tutti gli effetti: lo è per il profondo legame emotivo che ha costruito con il piccolo che porta in grembo e per la lotta che sta conducendo per la sua esistenza.

McKenna West, infermiera dell’Alaska e madre single di due figli, sta lottando strenuamente per salvare la vita del bambino che porta in grembo. La donna, che aveva accettato di diventare madre surrogata nel settembre 2025 per sostentare la propria famiglia, ora si trova in conflitto con i genitori biologici del piccolo, i quali ne chiedono l’aborto. Questa società si è abituata alla narrazione di una maternità surrogata edulcorata, fatta di autodeterminazione e sogni realizzati, dove un figlio sembra un desiderio che basta commissionare per soddisfare. Ma poi arrivano storie come questa a squarciare il velo di ipocrisia delle “storie da copertina”. Quando i genitori biologici arrivano a chiedere di eliminare un bambino perché affetto da una patologia trattabile, la realtà costringe alla riflessione anche chi, assuefatto dalla cultura dominante, non riesce e vedere oltre la superficie.

Il conflitto è iniziato alla ventesima settimana di gravidanza, nell’aprile 2026, quando a «Baby Gabriel» è stata diagnosticata la sindrome del cuore sinistro ipoplasico (HLHS), una grave ma trattabile malformazione cardiaca. Nonostante la condizione richieda interventi chirurgici immediati dopo la nascita, le statistiche mediche offrono speranza: i neonati operati hanno il 75% di probabilità di raggiungere i 5 anni e il 90% di arrivare all’età adulta se superano il primo anno di vita. Tuttavia, i genitori biologici (identificati nei documenti legali come A.B. e C.D.) hanno invocato una clausola di «aborto su richiesta» presente nel contratto, esigendo l’interruzione della gravidanza. Di fronte al rifiuto dei medici in Alaska di eseguire la procedura - un intervento tardivo di due giorni altamente rischioso - i genitori hanno ordinato a West di recarsi a Seattle per procedere all’aborto.

McKenna West ha rifiutato, dichiarando con fermezza: «Ogni vita conta. Nessuna donna dovrebbe essere costretta a porre fine alla vita del bambino che porta in grembo inclusa me… Baby Gabriel dovrebbe avere una possibilità di vivere». La donna si è detta inorridita all’idea della procedura descritta, che prevede l’arresto cardiaco del feto tramite iniezione prima della rimozione. Per risolvere la situazione, West ha offerto di assumersi la piena responsabilità legale e finanziaria del bambino, rinunciando a qualsiasi pretesa verso i genitori biologici. Questa offerta è stata però respinta dai genitori, che hanno minacciato di farle causa per 250.000 dollari.

Nel tentativo di proteggere il nascituro, McKenna West è fuggita in Texas, sperando di partorire in un ospedale specializzato in cardiologia pediatrica. Attualmente è in corso una complessa battaglia legale tra l’Alaska e la California. West sospetta che i genitori biologici stiano cercando di ottenere la custodia solo per negare al bambino le cure salvavita e lasciarlo morire tramite cure palliative, sospetto alimentato dal loro rifiuto di garantire gli interventi chirurgici necessari. Dall’altra parte, i genitori biologici accusano West di distorcere la realtà e di essere interessata solo al denaro, sostenendo che non sia possibile confermare l’idoneità del bambino agli interventi poiché la donna avrebbe rifiutato un’amniocentesi.

Questa storia - che purtroppo non è un caso isolato - rende evidente un altro aspetto negato da chi enfatizza la maternità surrogata come una scelta spesso e volentieri altruistica e divenuta oramai sinonimo di empowerment femminile. McKenna è una donna che sta lottando con risorse limitate contro una coppia che dispone di pieno potere contrattuale e finanziario. Il fatto poi che sia dovuta fuggire in un altro Paese per partorire manifesta la sua totale mancanza di tutele. Il futuro di una donna single in fuga, del bambino che porta in grembo e di due figli, è appeso a una clausola contrattuale che pretenderebbe un «aborto su richiesta» contro la sua volontà. Dove starebbe l’autodeterminazione?

Con la nascita prevista per il 3 settembre la vita di Gabriel resta sospesa nel limbo di una feroce battaglia legale. Mentre i giudici analizzano clausole e contratti di fronte a una società che sembra aver perso la capacità di inorridire, nel grembo di McKenna West c’è un cuore che batte e che chiede solo una possibilità di continuare a farlo. Insieme al suo cuore batte una verità che non può accettare compromessi: ogni vita conta.



(Foto: screenshot, LiveAction, YouTube)




Cardinale Sarah: le guerre liturgiche sono "un vero e proprio peccato"



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da LifeSiteNews. Car. Sarah: Neanche i papi hanno potere sui riti che nascono dalla storia secolare della Chiesa - Quindi tutte le restrizioni del Vaticano sulla Messa antiquior sono illecite e fondamentalmente ideologiche. Peccato che lo dichiari in una intervista e non ne segua un'azione concreta solidale col card Burke, il vescovo Schneider e quanti altri la pensano nello stesso modo...


5 agosto 2026

Il cardinale Robert Sarah ha affermato che le divisioni sulla liturgia sono “un vero e proprio peccato” e ha auspicato la coesistenza del Novus Ordo e della Messa tradizionale. In un'intervista con Matteo Matzuzzi, direttore de Il Foglio (leggibile solo per gli abbonati -ndT), Sarah ha affermato che la Chiesa cattolica in Occidente sta attraversando “un periodo di grande difficoltà, persino di confusione” e ha auspicato una pace liturgica simile a quella raggiunta sotto il pontificato di Benedetto XVI.

L'ex prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha affermato che la sfida più grande in Occidente è la confusione in materia di dottrina, disciplina e morale. Ed ha affermato:
«Certamente, la Chiesa, almeno in Occidente, sta attraversando un periodo di grande difficoltà, persino di confusione, sia sul piano dottrinale che su quello morale e disciplinare». «L'intreccio tra cultura e fede non è mai stato irrilevante; al contrario, spesso condiziona in modo decisivo la trasmissione della fede».

Egli sostiene che i presupposti culturali che in passato avevano sostenuto il cristianesimo in Occidente non fossero più presenti. Ed afferma «Credo sia fuori di dubbio che non si possa più affidare la trasmissione della fede alla cultura; essa, piuttosto, può essere trasmessa alle nuove generazioni solo attraverso esperienze e testimonianze significative che pongano al centro la preghiera, il silenzio, la liturgia ben celebrata, una fedeltà fondamentale al Vangelo e quindi una rinnovata umanità, un modo più umano di vivere le relazioni».

Sarah ha affermato che le divisioni liturgiche sulla Messa Tridentina e sul Novus Ordo stanno danneggiando l'unità della Chiesa.

«È un dramma, anzi un vero e proprio peccato, che su un tema essenziale come la liturgia si scateni una sorta di guerra», ha affermato Sua Eminenza. «La liturgia è la fonte della comunione della Chiesa, ed è impensabile che su temi liturgici – anzi, direi rituali – vi siano tanta opposizione e scontri così aspri».
Il cardinale sostiene che i riti della Chiesa appartengono alla Sacra Tradizione e pertanto non possono essere aboliti.

«Nessuno ha autorità sui riti, che nascono dalla storia secolare della Chiesa», ha affermato. «I riti non possono essere aboliti arbitrariamente e nessuno può dire che un rito non esiste più, da un giorno all'altro».
Ha auspicato un ritorno alla “posizione equilibrata, pastorale e teologicamente fondata” di Papa Benedetto XVI, in cui entrambe le forme del rito romano possano coesistere, affermando:

«Credo che la questione debba essere presa seriamente in considerazione, recuperando la posizione equilibrata, pastorale e teologicamente fondata di Benedetto XVI, che ha permesso a entrambe le forme del rito latino di coesistere, arricchirsi a vicenda ed essere conosciute dal santo popolo di Dio. Nel corso dei decenni, potranno scegliere quale forma meglio corrisponda al loro bisogno di fede, silenzio e spiritualità».

«Alcuni eccessi da parte di coloro che sono legati alla forma straordinaria sono, in parte, giustificati dai drammatici e diffusi abusi della liturgia della forma ordinaria che, ancora oggi, spesso non viene celebrata come avrebbe voluto il Concilio e come suggerisce la stessa riforma liturgica».

Il prefetto emerito del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha inoltre messo in guardia gli ecclesiastici dal cercare l'approvazione del mondo anziché predicare il Vangelo.

«Da un lato, come dicevo, la cultura dominante ha permeato persino gli ambienti ecclesiastici, e nemmeno i predicatori ne sono immuni. Dall'altro lato, può esserci la tentazione di dover compiacere il pubblico a tutti i costi, di essere accettabili agli ascoltatori, e quindi di cedere a quegli argomenti che risultano più redditizi perché più di moda.

«La conseguenza è una predicazione banale, del tutto irrilevante, che non soddisfa i desideri più profondi dell'uomo», ha affermato. «L'uomo, anche l'uomo contemporaneo, ha un bisogno assoluto di Dio, di ascoltare il Vangelo, di conoscere la vita eterna, la spiritualità. Non è mai legittimo ridurre il Vangelo a temi sociali e orizzontali, per quanto rilevanti possano essere».

Interrogato su come affrontare le sfide attuali, il cardinale ha risposto: "In parte, ho già risposto. La chiave è la formazione liturgica, la formazione e ancora la formazione. Dei vescovi, dei sacerdoti e dei laici".

Ha quindi sottolineato che la Chiesa è indefettibile e che le sfide che sta affrontando ora saranno superate perché la Chiesa, «nel corso dei secoli ha attraversato molte tempeste, ma non dobbiamo mai dimenticare che è divina e quindi non verrà mai meno. Sì, la Chiesa sarà sempre un faro perché è il Corpo Mistico di Cristo e Cristo è la Luce».






martedì 4 agosto 2026

Leone omaggia il card. Simoni, perseguitato dal comunismo ateo



«Caro fratello, grazie per la tua testimonianza». Così il Papa scrive al card. Simoni, tornato nel campo di prigionia dove fu rinchiuso per 30 anni dal comunismo ateo.

Ultimissime 04 Ago 2026


Redazione UCCR

Alla memoria delle vittime del comunismo in Albania.

Papa Leone XIV ha voluto inviare un messaggio al card. Ernest Simoni, sacerdote albanese simbolo della persecuzione religiosa subita durante il regime di Enver Hoxha.

Il Pontefice ha espresso la propria vicinanza al porporato e a quanti hanno pagato un prezzo altissimo per la fedeltà alla fede cristiana in un Paese che per decenni fu dichiarato ufficialmente ateo.

Il card. Simoni: vittima del comunismo

Il novantasettenne card. Simoni ha infatti celebrato venerdì scorso una messa commemorativa nell’ex campo di prigionia di Spaç, dove è stato prigioniero per 18 anni, dal suo arresto nella notte di Natale del 1963 fino alla liberazione nel 1981.

Inizialmente fu condannato a morte, ma la pena venne poi commutata in 25 anni di lavori forzati. Durante la detenzione trascorse circa 12 anni nelle miniere di Spac, in condizioni estremamente dure.

Continuò clandestinamente il suo ministero sacerdotale celebrando la Messa in latino a memoria e confessando altri prigionieri: «Se mi avessero trovato mi avrebbero impiccato subito», ha detto.

Nel 1981 fu formalmente liberato dal carcere, ma la persecuzione non terminò: le autorità continuarono a considerarlo un “nemico del popolo” e lo obbligarono a lavorare nelle fogne di Scutari fino alla caduta definitiva del regime comunista nel 1990.

Per questo alcune ricostruzioni parlano di 27 anni di persecuzione. Papa Francesco lo ha elevato al cardinalato nel 2016, riconoscendo in lui il volto di una Chiesa che ha resistito alla repressione senza rinunciare alla propria missione.

«Caro fratello, grazie per la tua testimonianza»

Nel messaggio indirizzato al cardinale, anche Leone XIV ha ricordato il valore della sua testimonianza: «Nessuna catena è tanto forte da imprigionare una coscienza illuminata dal Vangelo».

«Caro fratello», ha scritto il Papa, «grazie per la tua testimonianza e per il tuo esempio di fedeltà a Cristo», sottolineando come la sua vicenda personale rappresenti il ricordo di tanti uomini e donne rimasti saldi nonostante violenze, prigionia e privazioni.

Il dittatore comunista Enver Hoxha (1908-1985) dichiarò l’Albania il primo stato ateo al mondo nel 1967 e perseguitò coloro che professavano la fede.






Il progressismo, una stella morta. Vediamo ancora la sua luce, ma il destino è segnato. E i progressisti sono i primi a saperlo





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by Aldo Maria Valli 04 ago 2026



di El Wanderer

Uno degli eventi storici più significativi del secolo scorso è stata la caduta del comunismo. Nel 1991 l’Unione Sovietica cessò di esistere. Tuttavia l’ideologia che sosteneva il comunismo sovietico era già crollata con Breznev negli anni Settanta e aveva consolidato tale crollo con Andropov a partire dal 1982. A quel punto, nessuno credeva più nel paradiso sovietico, nemmeno gli apparatchik. Ciononostante, l’apparato continuò a funzionare fino al 1991, gestito da un comitato di figure anziane che resistevano all’inevitabilità della realtà. Ci fu un intervallo di vent’anni tra la morte della legittimità e la morte della macchina. Questa è una regolarità storica: i sistemi sopravvivono per 15-20 anni oltre la loro legittimità. Avanzano come la luce di una stella morta.

La stessa cosa sta accadendo con il progressismo all’interno della Chiesa e, oserei dire, anche in Occidente. È stato un esperimento durato meno dell’Urss, ma è già morto, e ora stiamo attraversando un periodo simile a quello di Breznev, in attesa che le gerontograzie neo-moderniste generate dal peggio dello spirito conciliare si estinguano. I baby boomer moriranno presto, e la luce di quella stella morta che è il Concilio Vaticano II cesserà di brillare; si spegnerà e scomparirà dall’orizzonte della Chiesa. Naturalmente lascerà dietro di sé residui che saranno costosi da sradicare, ma inevitabilmente svaniranno.

Ciò che dico non è una profezia, perché «Io non sono né profeta né figlio di profeta» (Amos 7:14). Sono semplicemente un osservatore della realtà. E i segni della caduta del regime mi sembrano chiari. Ne indicherò due, facilmente percepibili.

Il primo: il sacerdozio. La Chiesa cattolica non può fare a meno dei sacerdoti; se questi scompaiono o se vengono definitivamente trasformati in qualcos’altro, anche la Chiesa cattolica cessa di esistere. Questo il grande pericolo a cui molti vescovi ci hanno condotto, e continuano a condurci, con la formazione che offrono nei loro miseri seminari. La soluzione a questa tragedia non sta nella costruzione di una struttura parallela; la soluzione sta nell’avere speranza e pazienza, due virtù fondamentali nei momenti di crisi. I seminari si svuotano e i sacerdoti languono nelle case di riposo perché loro stessi, prodotti del regime, si sono rifiutati di servire come sacerdoti. E con questo intendo dire che si sono rifiutati di esercitare il loro ministero; si sono rifiutati di santificare, di insegnare e di governare, e hanno voluto diventare organizzatori di comunità e agenti di cambiamento sociale, incoraggiati dai più alti livelli della gerarchia. Hanno disprezzato l’amministrazione dei sacramenti e l’hanno trasformata in uno spettacolo volgare e di cattivo gusto. Hanno smesso di insegnare la dottrina cattolica per insegnare sociologia e hanno abbracciato il dialogo sinodale. Si sono rifiutati di essere ciò che erano. E stanno morendo perché la natura è implacabile, e con loro sta morendo anche la loro classe sociale.

Quale giovane normale, con neuroni e ormoni correttamente allineati, vorrebbe rinunciare alla propria vita e ai piaceri che il mondo offre così generosamente per diventare un patetico pagliaccio come i preti della generazione dei baby boomer che vediamo quotidianamente rendersi ridicoli sui social media? I loro giorni sono contati; il futuro appartiene ai sacerdoti nati nel nuovo millennio, che hanno una prospettiva diversa e che, a poco a poco, anche per la sopravvivenza dell’istituzione, cambieranno la situazione. L’arcivescovo Cordileone lo ha detto pochi giorni fa: «I giovani amano la tradizione, ed è un movimento inarrestabile». Quest’anno, ventisei sacerdoti sono stati ordinati in tutta la Germania. Solo quest’anno la Fraternità sacerdotale di San Pietro, da sola, ha ordinato lo stesso numero di sacerdoti; e ce ne sono molti di più se includiamo gli altri istituti tradizionali. E molti di più ancora se includiamo quelli che potremmo definire “classici”. Proprio per questo motivo, gli sfoghi del cardinale Arthur Roche della scorsa settimana non sono altro che un canto del cigno. Come ha scritto il giornalista Damian Thompson, «non voglio essere scortese, ma è solo un vecchio rospo velenoso, amareggiato perché la sua influenza è in declino da prima della morte di Francesco». La realtà è più che eloquente, e loro lo sanno. Ma, come Breznev e Andropov, continueranno a prolungare il regime finché la morte non li consumerà.

Dicevamo che i sistemi sopravvivono dai quindici ai vent’anni oltre la loro legittimità. E qui vedo un secondo segnale: i boomer con la mitra sanno che stanno rapidamente perdendo la loro legittimità. Ed è per questo che fanno quello che fanno, almeno in Argentina. Solo pochi giorni fa discutevamo di quanto siano preoccupati, e il motivo di questa preoccupazione dei vescovi è la realtà che si sta gradualmente delineando sotto i loro occhi. Il fatto che l’arcivescovo di Buenos Aires abbia incaricato il suo vicariato per l’istruzione di avviare un’indagine per identificare il sacerdote che ha celebrato la messa tradizionale in una delle scuole religiose della città è un chiaro segno di disperazione. Questa è la tipica misura da regime sovietico, che quando iniziò a vedere lo sgretolamento della propria narrativa ordinò l’arresto o la persecuzione di Aleksandr Solzhenitsyn e Andrej Sinjavskij, così come dei musicisti Mstislav Rostropovich e Galina Višnevskij, per il solo motivo di aver dato rifugio allo stesso Solzhenitsyn.

Le suore che hanno permesso la messa tradizionale saranno punite dal vescovo García Cuerva con la stessa severità che colpirà il sacerdote celebrante, e anche qui vediamo un parallelo. Il regime sovietico aveva perso la sua coesione interna; la narrativa era crollata; la struttura si stava sgretolando. Pertanto, l’unico mezzo a loro disposizione per mantenersi era la forza dei decreti e delle persecuzioni. E questo è appunto ciò che fanno oggi i vescovi con i sacerdoti e i gruppi di fedeli che resistono alla loro narrativa modernista: li perseguitano con i decreti e con l’esilio.

Un sistema che si sente legittimo non ha bisogno di emanare decreti contro i sacerdoti per aver celebrato una messa tradizionale o contro i laici per aver scritto su un blog. Questi non sono segni di potere. Questi sono i riflessi di un corpo che sa di aver perso la propria legittimità e di essere vicino alla morte. Lo vediamo, per esempio, dal fatto che il presidente della Conferenza episcopale argentina, un leader sinodale, ha disabilitato i commenti sul suo account X. Sono paralizzati dal terrore che i fedeli prima o poi si rendano conto che, come il re nella fiaba di Andersen, sono nudi.

È questione di pazienza: ci vorrà tempo, ma la natura è implacabile. Di certo non assisterò alla caduta del regime progressista; dovrò accontentarmi di aver combattuto contro di esso per tutta la vita, se Dio mi concederà la grazia di farlo ancora per qualche tempo, ma le generazioni di coloro che oggi sono bambini la vedranno.

Fino a poco tempo fa nutrivo una visione più apocalittica, comprensibile sia per la mia età sia per gli autori che mi hanno influenzato, tutti testimoni dell’ultima caduta dell’Occidente, ma oggi non sono più così sicuro che non siamo sull’orlo di un rinascimento. E non guardo avanti, come farebbe un profeta (che non sono), ma indietro.

Quando, dopo il trionfo della Croce nei primi secoli, quel mondo svanì sotto le invasioni barbariche e la nascente Europa fu ridotta in rovina, due eventi inaspettati cambiarono tutto: dal “lontano Occidente” – come lo chiamava Toynbee – la piccola e dimenticata isola d’Irlanda inviò in tutto il continente missionari che riaccesero le braci del cristianesimo, la peregrinatio pro Christo. E poco dopo Carlo Magno riuscì a unificare politicamente e amministrativamente il caos lasciato dagli invasori. Quando il letargico e sensuale cattolicesimo del XVI secolo fu dilaniato dal protestantesimo, emerse il Concilio di Trento che, pur con le sue luci e le sue ombre, come in ogni cosa umana, diede nuova vita alla Chiesa. E dopo le devastazioni della Rivoluzione francese, e una volta che le sue idee si furono diffuse in tutta Europa sotto Napoleone, sorse un inatteso zelo missionario, con la fioritura di un gran numero di istituti religiosi che rivitalizzarono ciò che i rivoluzionari credevano morto.

Perché pensare che il nostro caso sarà diverso?

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