venerdì 25 settembre 2026

Perché la sinistra adotta modelli tribali radicali per la sua rivoluzione in America Latina?





di John Horvat

La sinistra in America Latina ha a lungo fatto affidamento sulla lotta armata e sulle guerre di guerriglia per conquistare il potere politico. Questo metodo classico di rivoluzione prendeva di mira i ricchi, l’establishment e la religione. Ha lasciato dietro di sé una scia di spargimenti di sangue e violenza.

Tuttavia, la sinistra ha un altro elemento da utilizzare per portare avanti la propria rivoluzione, che va oltre le dottrine marxiste. Per rivendicare un maggiore legame con le masse, gli ideologi di sinistra hanno integrato elementi pagani e tribali nella loro ricerca del potere politico.

Le catene dei lavoratori oppressi sono ormai un ricordo del passato. I rituali indigeni e le piume sacre sono ormai entrati nella moda culturale dominante.


LA SINISTRA E LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE


Questa tendenza riflette i cambiamenti iniziati negli anni Settanta. A quel tempo, i marxisti si allearono con figure chiave del movimento cattolico della teologia della liberazione. Insieme, promossero una corrente molto più radicale del pensiero marxista che incorporava le pratiche indigene nella propria lotta. La rivoluzione odierna è molto più culturale che politica.

Questi neo-marxisti sostengono che le tribù latinoamericane siano molto più vicine all’ideale comunista rispetto agli operai industriali. Le tribù non hanno proprietà privata né morale religiosa. Nella vita tribale prevalgono l’uguaglianza e la libertà. I missionari illuminati dovrebbero essere incoraggiati a imparare dagli indigeni piuttosto che a evangelizzarli.

Così, la teologia della liberazione ha spianato la strada affinché i popoli indigeni entrassero a far parte del nuovo proletariato che rappresenta questo programma più radicale.

Quando oggi in America Latina salgono al potere governi di sinistra (sempre più di rado nelle ultime elezioni), non tardano a manifestarsi forti connotazioni tribali. Sciamani e stregoni dotati di cellulari trovano spazio nelle amministrazioni ancora di sinistra. Queste forti connotazioni tribali fanno parte di ciò che i marxisti definiscono il “socialismo del XXI secolo”, che include tutti i membri emarginati della società, come le popolazioni indigene e la comunità LGBTQ.


DENUNCIA DEL TRIBALISMO NEL 1977

Questa manovra verso una forma più radicale di marxismo fu denunciata dal pensatore brasiliano Prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel 1977. Egli scrisse un libro intitolato: Tribalismo indigeno, ideale comuni-missionario per il Brasile del secolo XXI.

L’opera documenta la fusione del pensiero politico marxista con una visione idealizzata della vita indigena, priva di proprietà, moralità, legge o gerarchia. Egli previde profeticamente come la sinistra avrebbe finito per adottare questa visione per contribuire all’attuazione del proprio programma in America Latina. Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ha inoltre dimostrato come tale programma fosse in contrasto con l’insegnamento della Chiesa e ha invitato i fedeli a opporsi a questa inversione di valori e a difendere la civiltà cristiana.

Il noto pensatore cattolico non lascia alcun dubbio sul fatto che l’obiettivo di questi missionari neopagani sia la distruzione della civiltà occidentale. Egli invita i lettori a prestare attenzione alle parole dei predicatori sovversivi: «Ascoltateli mentre predicano lo smantellamento della famiglia e della società contemporanea, l’estinzione della modestia e la morte dell’intera tradizione cristiana. Ascoltateli mentre accusano i coloni bianchi di essere oppressori tirannici e ladri assetati di sangue. Osservate come si propongono di distruggere le conquiste dei pionieri e dei missionari dei secoli passati».


DINAMICHE IN EVOLUZIONE


Quando il libro fu scritto, gli sforzi di quei neomissionari erano orientati ad allontanarsi dalla società, a trovare ideali indigeni nelle giungle isolate e a invitare le persone a considerare questi casi come esempi da imitare. In questo modo, tali idee si sarebbero diffuse in tutta la società attraverso il contatto con le pratiche indigene nelle zone native.

Tuttavia, la dinamica di questo impegno è ora cambiata. Incoraggiati dai ministri della Chiesa e dai politici di sinistra, gli sciamani indigeni "i pagé" stanno emergendo dalle giungle ed entrando nella vita politica. Le cerimonie pagane si tengono ora nei palazzi del governo e nelle assemblee pubbliche. I leader di sinistra ora denunciano il cristianesimo come una forza colonizzatrice da evitare e condannare.

I teologi della liberazione possono rivedere i loro testi per promuovere una concezione “amazzonica” della Chiesa che sostenga la rivoluzione di sinistra.


IL COLLEGAMENTO CUBANO

Il giornalista Yoe Suarez, scrivendo per The Washington Stand, afferma che la stregoneria indigena è ormai indissolubilmente intrecciata con il socialismo latinoamericano. È presente ovunque. Racconta, ad esempio, di come Fidel Castro abbia circondato Hugo Chávez di babalaos, ovvero sciamani cubani. Questi erano integrati nel tessuto politico, militare, di partito e istituzionale della Rivoluzione venezuelana. La loro presenza doveva contribuire a mantenere il chavismo al potere.

Alla morte di Chávez nel 2013, Nicolás Maduro, il suo successore ora in carcere, ha mantenuto legami con le credenze pagane, in particolare con la setta afro-caraibica chiamata Santería, che spesso prevede controversi sacrifici animali. All’interno del Palazzo Presidenziale di Miraflores a Caracas si trovano santuari dedicati a questa religione.


BOLIVIA E COLOMBIA INTRODUCONO L’INDIGENISMO

Ovunque la sinistra abbia vinto in America Latina, si trovano sette neopagane all’opera. Con la sua numerosa popolazione indigena, la Bolivia è un centro chiave per le pratiche politiche indigene. L’ex presidente boliviano Evo Morales ha inserito nel suo programma la sostituzione delle pratiche cristiane con quelle pagane. Ad esempio, ha abolito l’uso della Bibbia durante le cerimonie ufficiali d’insediamento. Ha celebrato il suo decimo anno al potere con una cerimonia ufficiale di Stato, che prevedeva offerte alla dea della terra Pachamama. Ha promosso rituali sciamanici e purificazioni spirituali in antichi siti sacri prima di essere estromesso dal potere nel 2019.

Nel 2022, l’ex presidente colombiano di sinistra Gustavo Petro ha iniziato il suo mandato con un controverso rituale indigeno. Il candidato di estrema sinistra nelle recenti di quest’anno, Iván Cepeda, e la sua vice, Aida Quilcué, un’attivista indigena, hanno lanciato la loro campagna con un rituale indigeno nel Cauca, chiedendo saggezza ed equilibrio. I due hanno perso contro il candidato cattolico, Abelardo de la Espriella.


IL RITORNO DEL MESSICO AL NEOPAGANESIMO

Anche la sinistra messicana è fortemente coinvolta in attività neopagane. La presidente Claudia Sheinbaum si presenta come una professionista della scienza illuminata del mondo moderno. Tuttavia, la sua cerimonia d’ insediamento è stata ricca di rituali e simbologia indigena. La prima donna presidente del Paese ha ricevuto un bastone cerimoniale indigeno in compagnia di donne che rappresentavano 70 popoli indigeni e afro-messicani. La cerimonia, che ha incluso preghiere, canti e incenso, è stata presieduta da guaritori tradizionali e sciamani marakate.

Sebbene la stragrande maggioranza dei messicani professi la fede cattolica, all’evento non era presente alcun sacerdote o prelato cattolico.

Le religioni indigene messicane erano particolarmente famose per il ricorso ai sacrifici umani offerti agli dei. È scandaloso che i leader moderni possano desiderare di tornare a credenze che hanno causato tanta violenza e spargimento di sangue.


IL LEGAME TRA SOCIALISMO E NEOPAGANESIMO

Tuttavia, è coerente con la filosofia innaturale e la storia distorta del socialismo il fatto che esso sia associato al paganesimo e alla stregoneria, nonché alle loro pratiche innaturali e barbariche. Quando un sistema politico non ha alcun legame con la legge naturale che definisce il bene e il male, cercherà di unirsi a sistemi simili. Pertanto, il socialismo usa il tribalismo indigeno per andare oltre i miti marxisti classici e adottare gli errori del neopaganesimo.

I forti legami tra socialismo e indigenismo aiutano a spiegare l’attuale offensiva della sinistra contro la civiltà occidentale e i suoi frutti. Ciò coincide con la distruzione della morale operata dalla Rivoluzione Sessuale. Questa Rivoluzione è ulteriormente favorita dalla crisi all’interno della Chiesa, poiché coloro che dovrebbero opporvisi invece la sostengono e diffondono confusione sulla sua scia.

In effetti, la soluzione verrà da una ricristianizzazione del mondo, non da un ritorno ai tempi barbarici e pagani. Fortunatamente, la sinistra sta perdendo potere in tutta l’America Latina, poiché i partiti di sinistra vengono spazzati via dagli elettori. La gente non è attratta dai programmi di sinistra, nemmeno quando sono avvolti in ornamenti indigeni.

I progressisti riesumano e utilizzano le pratiche barbariche dei popoli indigeni, abbandonate da tempo, come arma contro la civiltà occidentale. A loro importa ben poco del benessere e dello sviluppo di questi popoli, che hanno migliorato le proprie condizioni di vita sotto l’egida della Chiesa.




Fonte

Tfp.org, 28 agosto 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.





Lo spot di Sky svela come è percepito il cattolicesimo: irrilevante



Lo spot di Sky con Caressa, Bergomi e Costacurta nelle vesti di preti conferma cosa sia il cattolicesimo nel percepito collettivo: una realtà irrilevante. Più facile che sparare sulla Croce Rossa è sparare sulla Croce.

Il caso

Editoriali


Tommaso Scandroglio, 25-09-2026

«Don Fabio, invidiare gli attaccanti degli altri è peccato?». E poi vi sono confessioni particolari raccolte sempre da Don Fabio: «La sera di Psg-Bayern-Monaco ero a cena fuori». E il Don: «Ci vuole rigore, figliola. E poi bisogna segnarlo..». Un altro penitente: «Don Fabio, ho visto solo gli highlights». E il sacerdote: «Eresia! Questa è da punizione… diretta!». Ed ancora: «Ho esultato per un gol dei rivali». Il solito Don Fabio: «In Europa è concesso». E poi: «Don Fabio ho peccato, ho disprezzato le coppe minori». «Chi disprezza il giovedì – ammonisce, è proprio il caso di dire, il Don – si pente il venerdì». Ed infine: «Ho gufato un’altra italiana», con il confessore che così commenta: «Gufare in campionato è umano, in Europa è diabolico».

Il sacerdote in questione non è così appassionato di calcio da attirare in confessionale solo penitenti tifosi del pallone, bensì è Fabio Caressa giornalista di Sky Sport che non ha gettato alle ortiche il microfono per vestire la talare, ma ha vestito il clergyman per alcuni spot di Sky Sport chiamati La cattedrale del calcio (qui, qui, e qui). I penitenti sono giornalisti, talent e commentatori di Sky Calcio Club.

In questo spot, tra le navate della chiesa, fanno la comparsa anche Alessandro Costacurta il quale, sentendo i fedeli del calcio cantare «Ale-eee oh-ooo» seduti sulle panche, li rimprovera dicendo loro: «I cori dopo, non adesso» e Beppe Bergomi al quale è toccata la battuta più infelice dell’intero spot perché dissacrante: «Andate e guardatele tutte», tutte sono le partite di calcio. La battuta è particolarmente blasfema perché mima le parole «Prendete, e mangiatene tutti» che fa parte della formula della consacrazione. Il claim pubblicitario rimane nella cattiva parodia della religione cattolica: «Le tre coppe europee, non guardarle è peccato».

Si conferma con questo spot cosa sia il cattolicesimo nel percepito collettivo: una realtà irrilevante, adorna di pratiche e riti ormai curiosi, ma alla fine innocui, così come è innocuo e un po’ fesso il credente medio. Dunque la religione cattolica è il soggetto più adatto da parodiare. Lo scimmiottamento di Sky, l’ultimo tra i tanti visti in TV e non solo, è fin troppo scontato, dal momento che più facile che sparare sulla Croce Rossa è sparare sulla Croce. La riuscita ironia attorno a cui è costruito lo spot diverte perché semplicemente non consideriamo più sacra la Chiesa. Una prova a contrario di questa affermazione è la seguente: a chi plaude divertito a questo spot provassero a prendere in giro sua madre pubblicamente. Vediamo cosa direbbe. Il paragone non è peregrino, perché la Chiesa è nostra madre.

Questa riflessione è da bacchettoni solo per coloro che ormai vagano negli spazi interstellari dell’indifferenza non solo religiosa, ma, volendo ridurre al minimo il nostro disappunto, persino civile.

Lo spot è dunque dissacrante e nello stesso tempo riflette una verità inoppugnabile: è il calcio ad essere sacro. A quante dispute avete assistito su questioni dottrinali rispetto a questioni calcistiche? La dogmatica non è più insegnata nei seminari, ma negli studi di Sky Calcio e della Domenica sportiva, perché ogni tifoso, commentatori compresi, è portatore non di opinioni, ma di verità assolute. Alla domenica c’è più gente sulle curve degli stadi che nelle panche delle chiese. Vi sono alcuni che chiamano il figlio come il proprio idolo calcistico, perché i nuovi santi indossano gli scarpini. La fede nel pallone ha ormai soppiantato la fede in Cristo. I fedeli si sono trasformati in tifosi. Siamo più afflitti per un gol subito che per un peccato fatto. «Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Mt 6,21).

L’unico aspetto positivo di questi spot? Almeno lì i sacerdoti sono vestiti da sacerdoti.






Il nichilismo attivo come causa della cultura della morte




Articolo di Cinzia Notaro che riporta l’intervento del prof. Gianfranco Amato in un recente convegno. 



Cinzia Notaro

Un incontro tenutosi a Verano Brianza, in provincia di Monza e della Brianza, il 12 settembre 2026, in occasione della Quinta Giornata contro l’aborto e l’eutanasia.

L’avvocato Gianfranco Amato è attivo a livello internazionale sui temi della bioetica, con particolare attenzione alla famiglia, all’educazione, alle dipendenze giovanili, all’ideologia di genere e al diritto naturale.

Nominato, in qualità di esperto, direttore del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio permanente sulle famiglie della Regione Siciliana, è stato più volte ascoltato dal Parlamento italiano in merito a proposte di legge relative agli ambiti di cui si occupa, in particolare sui temi della libertà di opinione, della famiglia e dell’identità di genere.

È presidente nazionale dell’organizzazione Giuristi per la Vita, nonché fondatore e presidente del movimento Nova Civilitas, impegnato nel recupero e nella difesa della civiltà cristiana occidentale.

È conosciuto in America Latina, soprattutto in Messico, Costa Rica e Cile, dove la sua attività lo ha portato a collaborare con Conferenze episcopali e diverse università.

È autore di una quindicina di libri e ha ricevuto il Premio Testimoni 2014 della Fondazione Fide et Ceteratio e il Premio internazionale all’impegno sociale 2015, intitolato La memoria dei giudici martiri Rosario Livatino, Antonino Saetta e Gaetano Costa.

Abbiamo riportato il suo intervento:

"Chi ha stabilito che non si debba sopprimere una vita umana? Qualcuno di voi mi risponderà, come ha detto il Cardinale Sandoval: Dio.

Sì, in effetti, la trzach, non uccidere, è uno dei comandamenti consegnati a Mosè. Però, per la società postmoderna, Dio è morto, cioè non esiste. E da che cosa è stato sostituito? Dal nulla.

Un nulla codificato, secondo il concetto niciano di nichilismo attivo. Questo pensatore tedesco, infatti, distingueva tra un nichilismo passivo, di chi prende atto che la vita non ha senso, che veniamo dal nulla e andiamo verso il nulla, e quindi si rassegna, si dispera, resta nell’inazione. E invece un nichilismo attivo, di chi, preso atto di tutto questo, della morte di Dio, tenta attraverso l’azione, agire, di creare l’illusione, di creare il paradiso terrestre sulla Terra.

Questa ideologia è drammaticamente, tragicamente attuale. Oggi si sta diffondendo, purtroppo, soprattutto tra i giovani, attraverso cattivi maestri come Umberto Galimberti che teorizza il nichilismo attivo con il libro, La parola giovane, il dialogo, e lo dice in maniera molto chiara.

Tra l’altro ho ricevuto cinque perle da questo pensatore. Ne condivido solo due. La prima dice che il senso della vita consiste nelle cose che hai fatto o che sei in grado di fare.

Non c’è altro senso al di là del tuo fare. Quindi, se una persona non sa fare qualcosa, non ha mai fatto niente, la sua vita semplicemente non ha senso.

Il secondo invece dice che l’unica salvezza consiste nell’azione. Bisogna agire. Bene, male… l’importante è fare. E lo spiega chiaramente, ragazzi. A questo libro ne contrappongo un altro di un mio maestro, sacerdote cattolico, Monsignor Luigi Giussani, Realtà, sfida e giovinezza.

Nichilismo, perché Nichilismo è stata una definizione di Nietzsche molto precisa, per cui Nietzsche dice: manca lo scopo, manca la risposta al perché, tutti i valori si svalutano.

Ma come si fa a dire ai ragazzi che manca uno scopo? È esattamente il contrario della giovinezza, come diceva Giussani appunto. Essere giovani vuol dire avere fiducia in uno scopo. Senza scopo uno è già vecchio.

Infatti la vecchiaia è determinata dal non avere più scopo, mentre chi ha 15-20 anni magari inconsciamente è tutto teso a uno scopo, ha fiducia in uno scopo. Questo rivela un’altra caratteristica dei giovani, la razionalità. Essi lo sono molto più degli adulti.

Un giovane vuole le ragioni e lo scopo è la ragione per cui uno cammina, è l’ideale… se uno non ce l’ha è già vecchio. Però vedete, l’idea che si diffonde è questa, che praticamente quello che io sto facendo in questo momento… io che parlo, voi che ascoltate… semplicemente è il frutto di una reazione chimica. Noi siamo macchine biologiche e una volta morte scompariamo nel nulla, come se non avessimo mai vissuto.

E questa cosa la pensano anche persone intelligenti. Qualche sera fa ho parlato con un magistrato della Corte di Cassazione, una persona intelligente, colta, che però purtroppo la pensa così, materialisticamente. Mi ha fatto una lezione di chimica, cioè mi ha semplicemente detto che le decisioni, gli impulsi, le azioni, visto che la coscienza non esiste e l’anima è un’invenzione dei preti, dipendono dalla dopamina, dalla serotonina.

La tentazione era di dire: “Scusa, ma se io, adesso le do uno schiaffo, lei cosa dice? E’ una reazione chimica? Come fai a giudicare una reazione chimica? Se è così, ha ragione Dostoevskij? Se Dio non esiste tutto è possibile.

Quindi perché io non posso ammazzare? Perché non posso rubare? Perché non posso essere un pedofilo, un mafioso? Chi lo stabilisce, la maggioranza delle reazioni chimiche? Ci sono reazioni chimiche di serie A e reazioni chimiche di serie B? E chi giudica le mie reazioni? Tutto dipende dalla dopamina, dalla serotonina, come dice appunto, un altro famoso anatomopatologo, uno dei più bravi d’Italia, bravissimo, docente universitario, che afferma di avere fatto migliaia di autopsie nella sua vita, ma non ha mai incontrato l’anima?

In realtà, secondo loro, l’idea che noi abbiamo di noi stessi dipende appunto da queste combinazioni chimiche. Se Dio non c’è, se non c’è una verità oggettiva, se non esiste la coscienza, non esiste l’anima, siamo solo macchine biologiche che veniamo dal nulla e andiamo verso il nulla, quindi scompariremo nel nulla come se non avessimo mai vissuto, beh, allora appunto chi stabilisce cos’è bene e cos’è male?

E se fosse così, in realtà la vita ricorderebbe il verso di un grande scrittore inglese, Shakespeare, in una delle sue tragedie più importanti come il Macbeth: ” Se Dio non esiste, la vita is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” (La vita è una favola raccontata da un idiota in un eccesso di furore che non significa niente).

Analizziamola bene questa frase.

La vita è una favola, quindi un sogno strano, un discorso astratto, pura immaginazione, raccontata da un idiota, quindi che non ha un nesso logico, intermittente, senza capacità di previsione, in un eccesso di furore dove quindi l’unica possibilità di relazione è la violenza o l’illusione di possedere, che non significa niente, ossia dove l’uomo è schiavo della casualità degli avvenimenti e quindi in ultima analisi schiavo del potere.

Ma è logico, è razionale, è umano pensare così? È chiaro che dentro quest’ottica di nichilismo la vita non ha nessun senso. Se si toglie questo problema non si capisce più nulla, anche il vivere umano è privo di senso.

C’è un libro molto interessante di Matthew Petrusek, Evangelizzazione e ideologia, in cui si legge : "Se Dio non esiste, allora non esiste un’unità complessiva della realtà e verrebbero meno di conseguenza i valori condivisi che possono fungere da base per l’unità sociale".

Se l’affermazione Dio esiste è in definitiva falsa, le implicazioni di tali falsità si riflettono in ogni dimensione della realtà, compresa quella politica. Se non c’è Dio, allora tutti gli accordi, tutti i consensi, per esempio non uccidere e non rubare tra diversi gruppi di persone, sono arbitrarie, sono solo accidenti della storia che possono essere disfatti con la stessa velocità con cui vengono conclusi. Oggi l’aborto è un crimen nefandum, domani un diritto costituzionale.

In breve, senza un fondamento oggettivo su cui collocare la fonte di un possibile accordo tra le persone, ciò che è bene e ciò che è male, questo rimane aleatorio, è facilmente recidibile e qualora dovesse venire meno, non resterebbe altra possibilità di soluzione se non quella del mero esercizio del potere coercitivo.

Quindi la questione di Dio non è accademica, è la questione politica più importante che ogni società deve porsi e cercare di risolvere, perché in realtà il nichilismo porta con sé l’idea di nulla, di morte, di autodistruzione e l’Occidente si sta autodistruggendo in questa dimensione di nichilismo attivo.

Lo ha spiegato molto bene un grande filosofo russo, non a caso oggi censurato dall’Occidente perché è russo, Kenzo Stojewski.

L’Occidente ha perduto Cristo, è per questo, è solo per questo che sta morendo.

Può l’uomo postmoderno dentro questa prospettiva nichilista trovare un senso alla vita, al cosmo, alla storia, nella scienza? Può davvero trovare la pace? Può superare la disperazione?

Ecco, ancora una volta ce lo spiega il nostro Stojewski : “La sola scienza non potrà mai appagare alcun ideale umano“.

E la pace per l’uomo, la fonte della vita, la salvezza dalla disperazione per tutti gli esseri umani, l’unica condizione e garanzia per l’universo, si racchiudono nelle parole il Verbo si è fatto carne e nella fonte di queste parole.

Sul letto di morte lo Stojewski per l’ultima volta si fece portare la copia del Vangelo che lo aveva accompagnato negli anni in Siberia. Lo consegnò ai suoi figli e disse: “Figli cari, questa è l’unica vera eredità che io vi lascio, esortandoli ad avere sempre fiducia assoluta in Dio, unico significato dell’esistenza umana, del cosmo e della storia”.










Card. Burke. La devozione dei primi sabati: la risposta efficace alla crisi attuale nella Chiesa e nel mondo



Vi proponiamo – nella traduzione di MiL – il testo integrale del discorso tenuto dal card. Raymond Leo Burke il 6 settembre 2026, che si inserisce nel dibattito sull’antico titolo mariano di Corredentrice, pubblicato sul sito Per Mariam il 7 settembre.

Pronunciato nei Paesi Bassi nell’ambito di un fine-settimana di liturgie e conferenze, il discorso si distingue per la sua decisa difesa dell’insegnamento tradizionale su Maria come Corredentrice, alla luce della pubblicazione, il 4 novembre 2025, della nota dottrinale Mater Populi fidelis su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza (QUI).

Lorenzo V.





Grazie per la gentile presentazione. Ringrazio in modo particolare Sua Eccellenza Reverendissima mons. Johannes Willibrordus Maria Hendriks, Vescovo di Haarlem-Amsterdam, per la calorosissima accoglienza riservata nella Diocesi e per l’invito a celebrare, questa mattina, la Messa Pontificale nella vostra bellissima Sint-Bavo kathedraal. Sono altresì profondamente grato a tutti coloro che si sono adoperati per rendere possibile la mia visita alla Diocesi di Haarlem-Amsterdam, ieri e oggi. Ho pregato, specialmente durante la celebrazione della Santa Messa, affinché Dio benedica la Diocesi con una nuova fioritura della fede cattolica, così magnificamente manifestata nella Sint-Bavo kathedraal.

Consapevole, insieme a voi, delle gravissime sfide che la Chiesa deve affrontare in una società totalmente secolarizzata e che ciascuno di noi deve affrontare nella propria vita personale, desidero parlarvi della devozione dei primi sabati, ripetutamente richiesta dalla Madonna di Fatima, come risposta efficace all’attuale crisi nella Chiesa e nel mondo. Parlerò inoltre brevemente della devozione a San Pellegrino Laziosi come potente mezzo per ottenere la grazia divina nell’affrontare la grave malattia del cancro, che è la peste nera del nostro tempo.

Il 10 dicembre 1925, la Beata Vergine Maria, con il Bambino Gesù al suo fianco e adagiata su una nuvola luminosa, apparve alla Serva di Dio Lucia dos Santos, l’unica pastora sopravvissuta di Fatima, che all’epoca era postulante presso le Suore di Santa Dorotea a Pontevedra, in Spagna. La Madonna posò una mano sulla spalla di Lucia e con l’altra le mostrò il suo Cuore Immacolato circondato di spine. Il Bambino Gesù rivolse allora a Lucia queste parole:

Abbi compassione del Cuore della tua santissima Madre, ricoperto di spine, con cui gli uomini ingrati lo trafiggono in ogni istante, e non c’è nessuno che compia un atto di riparazione per toglierle.¹

Dopo queste parole del Bambino Gesù, la Madonna disse:

Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine con cui gli uomini ingrati mi trafiggono in ogni istante con le loro bestemmie e la loro ingratitudine. Almeno tu cerca di consolarmi e di’ che prometto di assistere nell’ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza, tutti coloro che, il primo sabato di cinque mesi consecutivi, si confesseranno, riceveranno la Santa Comunione, reciteranno cinque decine del Rosario e mi terranno compagnia per quindici minuti meditando sui misteri del Rosario, con l’intenzione di farmi riparazione.²

Le parole della Madonna si riferivano alla seconda parte del Segreto o Messaggio di Fatima rivelato ai pastorelli di Fatima il 13 luglio 1917, la terza delle sue sei apparizioni avvenute tra maggio e ottobre di quell’anno.

Al termine dell’apparizione del 13 luglio, la Madonna mostrò ai tre pastorelli, i santi Francesco e Giacinta Marto e alla Serva di Dio Lucia dos Santos, una visione comprensibilmente terrificante dell’Inferno e si rivolse a loro con queste parole:

Avete visto l’Inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio desidera instaurare nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se si farà ciò che vi dico, molte anime saranno salvate e ci sarà la pace. La guerra sta per finire; ma se gli uomini non smetteranno di offendere Dio, ne scoppierà una peggiore durante il Pontificato di Pio XI. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che questo è il grande segno che Dio vi dà per farvi capire che sta per punire il mondo per i suoi crimini mediante la guerra, la carestia e le persecuzioni contro la Chiesa e il Santo Padre.³

La visione dell’Inferno costituisce la prima parte del Segreto o del Messaggio.

La Madonna chiarì poi che la devozione al suo Cuore Addolorato e Immacolato è una devozione di riparazione per i numerosi e gravi peccati che offendono il Sacratissimo Cuore del suo Divin Figlio e, pertanto, offendono il suo Cuore perfettamente unito al Suo Sacratissimo Cuore. La riparazione offerta al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Addolorato e Immacolato di Maria per la grave offesa causata dai nostri peccati salva così le anime dalla morte eterna.

La Madonna ha poi reso noto ciò che Nostro Signore chiedeva attraverso la sua apparizione. Ha dichiarato:

Per impedire che ciò accada, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione di Riparazione nei primi sabati. Se le mie richieste saranno esaudite, la Russia si convertirà e ci sarà la pace; in caso contrario, diffonderà i suoi errori in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate.⁴

Pur mettendo in chiaro la grande sofferenza che deriva dal mancato esercizio della devozione al suo Cuore Immacolato, la Madonna ha anche pronunciato parole di speranza:

Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e al mondo sarà concesso un periodo di pace. In Portogallo, il dogma della fede sarà sempre preservato, ecc.⁵

Le parole di Nostra Signora sulla devozione al suo Cuore Immacolato costituiscono la seconda parte del Segreto o Messaggio.

Esiste anche una terza parte del Segreto o Messaggio, che la Serva di Dio Lucia mise per iscritto solo il 3 gennaio 1944. Scrisse:

Alla sinistra della Madonna e un po’ più in alto, vedemmo un Angelo con una spada fiammeggiante nella mano sinistra; lampeggiando, essa emetteva fiamme che sembravano voler incendiare il mondo; ma si spegnevano a contatto con lo splendore che la Madonna irradiava verso di lui dalla sua mano. Indicando la terra con la mano destra, l’Angelo gridò a gran voce: «Penitenza, Penitenza, Penitenza!»⁶

Il Segreto o Messaggio parla dell’apostasia concreta del nostro tempo, cioè dell’allontanamento da Cristo da parte di molti all’interno della Chiesa, nonché della violenza e della morte che ne sono il frutto. Molti, pur non aderendo direttamente a insegnamenti eretici, nella pratica rifiutano la verità e l’amore che sgorgano incessantemente e in modo incommensurabile dal Cuore glorioso e trafitto di Gesù attraverso il Cuore Immacolato di Maria. Abbracciano invece la confusione, le menzogne e la violenza della cultura contemporanea. Le loro vite contraddicono le verità più fondamentali della fede.

È utile distinguere due tipi di «manifestazione esteriore» dell’apostasia, come sono esposti nel Dictionnaire de Théologie Catholique. L’apostasia può manifestarsi esternamente in modo esplicito e formale, «se il fedele rende noto, mediante una dichiarazione categorica o mediante atti equivalenti a una dichiarazione, di rinunciare alla fede cattolica»⁷. Tale sarebbe il caso di un Cattolico battezzato che abbraccia l’ebraismo o l’islam o che, mediante dichiarazioni, scritti e altri mezzi, si proclama libero pensatore o ateo, oppure dichiara di appartenere a coloro che stanno creando una cosiddetta nuova chiesa che ha rotto con la Tradizione Apostolica, o a coloro che sono notoriamente ostili alla fede cattolica, come i massoni.

L’apostasia può manifestarsi anche in modo implicito e interpretativo «quando un Cristiano, senza dichiarare formalmente di rinunciare alla propria fede, fingendo persino di tenere a cuore il titolo di cristiano, si comporta in modo tale che si possa sicuramente concludere che sia diventato estraneo alla fede»⁸. Ne sono un esempio coloro che applaudono gli attacchi empì contro la religione, che deridono i pastori della Chiesa, che scherniscono le istituzioni della Chiesa, soprattutto i suoi riti sacri, o che propongono o sostengono leggi contrarie alla legge divina o contro la Chiesa. «In queste manifestazioni esteriori, quando sono consapevoli e soprattutto ripetute, si trova la prova che la fede è scomparsa dai cuori di coloro che se ne rendono colpevoli. Si tratta di apostasia implicita»⁹.

In breve, «l’apostasia è un peccato contro la fede, poiché rifiuta la dottrina rivelata; contro la religione, perché nega a Dio il vero culto; contro la giustizia, poiché viola le promesse del cristiano»¹⁰. Riferendosi a un autore moderno, Jean-François Badet, che definisce l’apostasia «suicidio spirituale», il Dictionnaire de Théologie Catholique dichiara: «Questo “suicidio spirituale” è, dopo l’odio verso Dio, il più grave dei peccati, poiché separa da Dio, in modo più completo e definitivo rispetto alle colpe semplicemente contrarie alle virtù morali, le facoltà dell’anima umana, l’intelligenza e la volont໹¹. È chiaro che l’apostasia, sia essa esplicita o implicita, allontana i cuori dal Cuore Immacolato di Maria e, quindi, dal Sacro Cuore di Gesù, unica fonte della nostra salvezza. A questo proposito, come sottolinea il Messaggio di Fatima, i pastori della Chiesa, che in qualche modo collaborano all’apostasia, anche con il loro silenzio, recano un peso di responsabilità gravissimo.

La terza parte del Segreto o Messaggio descriveva il martirio di coloro che rimangono fedeli a Nostro Signore, coloro che hanno un unico cuore, nel Cuore Immacolato di Nostra Signora, con il Suo Santissimo Cuore. La Serva di Dio Lucia scrive che sotto i due bracci di

una grande croce di tronchi grezzi simili a quelli di una quercia da sughero con la corteccia… c’erano due Angeli, ciascuno con un aspersorio di cristallo in mano, nel quale raccoglievano il sangue dei martiri e con esso aspergevano le anime che si dirigevano verso Dio.¹²

Come risulta chiaro dal messaggio della Madonna, solo la fede, che pone l’uomo in un rapporto di unità di cuore con il Sacratissimo Cuore di Gesù, attraverso la mediazione del suo Cuore Immacolato, può salvare l’uomo dai castighi che la ribellione contro Dio comporta necessariamente per chi la perpetra e per l’intera società. È chiaro anche che vivere la fede in una cultura totalmente secolarizzata significa essere pronti ad accettare l’indifferenza, il ridicolo, l’incomprensione, la persecuzione, l’esilio e persino la morte, pur di rimanere uniti a Cristo nella Chiesa sotto la protezione materna della Beata Vergine Maria. Attraverso l’invito alla riparazione e alla penitenza, la Madonna indica la via della salvezza dalla morte eterna, frutto del peccato mortale.

Per quanto riguarda la devozione dei primi sabati, la Serva di Dio Lucia ricevette una seconda visione del Bambino Gesù il 15 febbraio 1926, appena due mesi dopo la visione del Cuore Addolorato e Immacolato di Maria, con il Bambino Gesù al suo fianco su una nuvola luminosa. Nella visione del 15 febbraio 1926, quando la Serva di Dio fece notare al Bambino Gesù che il suo confessore aveva affermato che la devozione dei primi sabati non mancava nel mondo, Egli rispose:

È vero, figlia mia, che molte anime la iniziano, ma poche la portano a termine, e quelle che la portano a termine lo fanno per ricevere le grazie promesse. Mi farebbe più piacere se recitassero cinque decine con fervore e con l’intenzione di fare riparazione al Cuore della loro Madre celeste, piuttosto che se recitassero quindici decine in modo tiepido e indifferente.¹³

Sia nell’apparizione del 10 dicembre 1925 che in quella del 15 febbraio 1926, la Madonna chiarì l’essenza della devozione dei primi sabati:una profonda consapevolezza di come il peccato offenda Nostro Signore e la Sua Madre Immacolata;
un cuore umile e contrito che si sforza di fare riparazione per i peccati commessi e per l’offesa che essi causano a Nostro Signore e alla Sua Madre Immacolata;
la fiducia nella promessa che accompagna la devozione, cioè la promessa della Madonna di assistere, nell’ora della morte, con tutte le grazie necessarie alla salvezza, coloro che osservano i primi sabati con vero pentimento e desiderio di riparazione.

La devozione non è un atto isolato, ma esprime uno stile di vita, ovvero la conversione quotidiana del cuore al Sacratissimo Cuore di Cristo, sotto la guida e la cura materna del Cuore Addolorato e Immacolato di Maria, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

L’insistenza della Madonna sulla devozione dei primi sabati è una meravigliosa espressione del suo instancabile amore materno. Ella apparve a Fatima ai tre pastorelli e a Pontevedra alla Serva di Dio Lucia dos Santos per mostrare ai suoi figli la via verso la liberazione dalla ribellione contro Dio, che è peccato grave con il suo frutto, la morte eterna.

Attraverso la devozione al Cuore Addolorato e Immacolato di Maria, in particolare la devozione dei primi sabati, si realizza la promessa di Nostro Signore fatta per mezzo del profeta Isaia:

come la terra produce la vegetazione e come un giardino fa germogliare i semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutti i popoli.¹⁴

Essa si è adempiuta, innanzitutto e in modo perfetto, nella vita della Beata Vergine Maria attraverso la sua insostituibile cooperazione al Mistero dell’Incarnazione redentrice. Deve adempiersi in ciascuna delle nostre vite come collaboratori della Vergine Madre di Dio nell’opera di redenzione del suo Divin Figlio. Come scrisse san Paolo all’inizio della Lettera ai Colossesi:

sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo.¹⁵

Non è che il Sacrificio di Nostro Signore sia in qualche modo imperfetto. Esso è perfetto e procura la grazia divina e la vita eterna a tutti coloro che si uniscono a Nostro Signore nel Suo Sacrificio. Ciò che manca è la nostra partecipazione con tutto il cuore al Sacrificio di Nostro Signore, il nostro prendere ogni giorno la Croce e seguirLo.¹⁶

Proprio come la Beata Vergine Maria, Madre di Dio, partecipa all’opera dell’Incarnazione redentrice in modo del tutto unico, cioè concependo Dio Figlio nel suo grembo immacolato per opera dello Spirito Santo, così noi siamo chiamati a essere collaboratori di Cristo nella verità.¹⁷ Ciascuno di noi, in accordo con la propria vocazione e con i doni particolari con cui Dio ci ha chiamati alla vita, è chiamato a cooperare con la grazia divina e così a rendere gloria a Dio e ad operare per la salvezza del mondo. La Beata Vergine Maria è Corredentrice, cioè partecipa all’opera salvifica di Nostro Signore in modo unico. Noi siamo, in virtù del Battesimo e della Cresima, corredentori, cioè partecipiamo all’opera salvifica di Nostro Signore santificando la porzione della Sua vigna che Egli ci ha affidato.

Come ci insegna il racconto del Ritrovamento di Nostro Signore nel Tempio, la Vergine Madre di Dio custodiva sempre nel suo cuore il mistero dell’Incarnazione Redentrice.¹⁸ Ella attira maternamente i nostri cuori al suo Cuore Immacolato, affinché possiamo affidare i nostri cuori sempre più perfettamente al Sacro Cuore di Gesù, custodendo nei nostri cuori il grande mistero di Cristo vivo in noi attraverso la presenza dello Spirito Santo. Così, sotto la cura materna della Madonna, daremo al mondo una potente testimonianza di Cristo, della Sua verità divina e del Suo amore divino, anche a costo dell’indifferenza, del ridicolo, dell’incomprensione, della persecuzione e della morte. Così, per grazia di Dio, per intercessione della Madre di Dio, di San Giuseppe, suo castissimo sposo, e di tutti i santi, i mali del tempo presente saranno superati e il mondo sarà pronto ad accogliere lo Sposo al Suo ritorno nel Giorno del Giudizio.¹⁹

Dopo la sessione di domande e risposte che seguirà la mia presentazione, avrete l’opportunità di venerare una reliquia proveniente dalle ossa di San Pellegrino Laziosi. Nato nel 1260 a Forlì, in Italia, da una famiglia benestante, San Pellegrino, in gioventù, fu un membro attivo del partito antipapale. Durante una manifestazione politica, alla quale San Filippo Benizi era stato inviato dal Papa in qualità di mediatore, Pellegrino colpì San Filippo al volto. In seguito all’incidente, Pellegrino si pentì, si convertì al cattolicesimo e alla fine entrò nell’ordine religioso dei Serviti di Maria. Ordinato sacerdote, era noto per l’eccellenza della sua predicazione e per la sua bontà come confessore.

Una delle penitenze particolari che si imponeva era quella di stare in piedi ogni volta che non era necessario sedersi. Quando era stanco, si appoggiava a uno stallo del coro. All’età di sessant’anni, sviluppò un’infezione cancerosa alla gamba destra. Le sue condizioni peggiorarono al punto che il medico decise di amputargli la gamba. La notte prima dell’operazione, san Pellegrino pregò davanti a un affresco della Crocifissione nella sala capitolare del monastero. Cadde in un sonno profondo durante il quale gli sembrò di vedere Gesù scendere dalla croce per toccargli la gamba. Il giorno seguente, quando il medico stava per procedere all’amputazione, non trovò alcuna traccia del cancro. Morì di febbre il 1º maggio 1345, all’età di ottantaquattro anni. Dal momento della sua morte e sepoltura, e fino ad oggi, molte guarigioni sono state attribuite alla sua intercessione. Fu canonizzato da papa Benedetto XIII nel 1726. È il patrono dei malati di cancro.

Il flagello del cancro sembra diffondersi sempre più ai nostri giorni. Invochiamo l’intercessione di San Pellegrino Laziosi, venerando la reliquia delle sue ossa, a favore dei molti che soffrono di cancro. Chiediamo a San Pellegrino di proteggerci da ogni forma di cancro e di guidare i medici e gli altri operatori sanitari nella cura delle vittime del cancro. Possa la nostra venerazione della reliquia di San Pellegrino Laziosi portare molte benedizioni a coloro che ricordiamo mentre veneriamo la sua reliquia.

Con i cuori uniti al Cuore Immacolato di Maria, eleviamo al Signore l’amore che ispira la devozione dei Primi Sabati in riparazione dell’offesa che i nostri peccati arrecano al Suo Sacratissimo Cuore e al Cuore Immacolato della Sua Vergine Madre. Impegniamoci nella devozione dei Primi Sabati e nello stile di vita, la via dell’amore divino, che essa esprime. Confidiamo che, attraverso la confessione dei nostri peccati e la Santa Comunione – la più perfetta comunione dei nostri cuori con il Cuore eucaristico di Gesù –, e attraverso la meditazione sui misteri del Santo Rosario, i misteri della nostra comunione con il Signore – il Mistero della Fede –, saremo purificati dal peccato e confermati nella grazia per essere i Suoi fedeli «cooperatori nella verit໲⁰ per la salvezza del mondo.

Grazie per la vostra gentile attenzione. Che Dio benedica voi e le vostre famiglie.




Note a piè di pagina:

¹ «… abbi pietà del Cuore della Tua Santissima Madre, che è ricoperto di spine che gli uomini ingrati Le conficcano in ogni momento, senza che vi sia nessuno che compia un atto di riparazione per toglierle». Carmelo de Coimbra, Um caminho sob o olhar de Maria. Biografia di Suor Maria Lúcia di Gesù e del Cuore Immacolato (Marco de Canaveses: Edições Carmelo, 2013), p. 168. [D’ora in poi, Carmelo]. Traduzione inglese: Carmelo di Coimbra, Un cammino sotto lo sguardo di Maria: Biografia di Suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato, O.C.D., trad. James A. Colson (Washington, NJ: World Apostolate of Fatima, USA, 2015), p. 158. [D’ora in poi, CarmeloEng].

² «Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine, che gli uomini ingrati mi conficcano in ogni momento con bestemmie e ingratitudini. Tu, almeno, cerca di consolarmi e di’ a tutti coloro che, per cinque mesi, il primo sabato del mese, si confessino, ricevano la Santa Comunione, recitino un rosario e mi tengano compagnia per quindici minuti, meditando sui misteri del Rosario, con lo scopo di placare la mia ira, che io prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza delle loro anime.” Carmelo, p. 168. Traduzione inglese: CarmeloEng, p. 158.

³ «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori; per salvarle, Dio vuole instaurare nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se farete ciò che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra finirà. Ma, se non smetterete di offendere Dio, durante il regno di Pio XI ne inizierà un’altra, peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà per annunciare che sta per punire il mondo per i suoi crimini, mediante la guerra, la fame e le persecuzioni contro la Chiesa e il Santo Padre». Carmelo, p. 63. Traduzione inglese: CarmeloEng, p. 68.

⁴ «Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se daranno ascolto alle Mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace; altrimenti, diffonderà i suoi errori per il mondo, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate». Carmelo, p. 63. Traduzione inglese: CarmeloEng, pp. 68-69.

⁵ «Alla fine, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e al mondo sarà concesso un po’ di tempo di pace. In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede, ecc.» Carmelo, p. 64. Traduzione inglese: CarmeloEng, p. 69.

⁶ «Abbiamo visto alla sinistra della Madonna, un po’ più in alto, un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; mentre scintillava, emetteva fiamme che sembravano volessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto con lo splendore che la Madonna emanava dalla mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando con la mano destra la terra, disse con voce forte: Penitenza, Penitenza, Penitenza!» Carmelo, p. 64. Traduzione inglese: CarmeloEng, p. 69.

⁷ «… il fedele manifesta, con una dichiarazione categorica o con atti equivalenti a una dichiarazione, di rinunciare alla fede cattolica.» Dictionnaire de Théologie Catholique, Tome premier (Parigi: Letouzey et Ané, 1903), col. 1603. [D’ora in poi, DTC]. Traduzione in inglese a cura dell’autore.

⁸ «… quando un cristiano, senza dichiarare formalmente di rinunciare alla propria fede, e pur pretendendo di conservare il titolo di cristiano, si comporta in modo tale da far concludere con certezza che si è allontanato dalla fede.» DTC, col. 1603. Traduzione in inglese a cura dell’autore.

⁹ «In queste manifestazioni esteriori, quando sono ponderate e soprattutto ripetute, vi è la prova che la fede è scomparsa dai cuori che se ne rendono colpevoli.» DTC, col. 1603. Traduzione in inglese a cura dell’autore.

¹⁰ «L’apostasia è un peccato contro la fede, poiché respinge la dottrina rivelata; contro la religione, poiché nega a Dio il vero culto; contro la giustizia, poiché calpesta le promesse del cristiano». DTC, col. 1604. Traduzione in inglese a cura dell’autore.

¹¹ «Questo “suicidio religioso” è, dopo l’odio verso Dio, il più grave dei peccati, poiché, in modo più completo e definitivo rispetto alle colpe semplicemente contrarie alle virtù morali, separa da Dio le facoltà dell’anima umana, l’intelligenza e la volontà.» DTC, col. 1604. Traduzione in inglese a cura dell’autore.

¹² «… una grande croce di tronchi grezzi, come se fosse di sughero con la corteccia… vi erano due angeli, ciascuno con un annaffiatoio di cristallo in mano; in essi raccoglievano il sangue dei martiri e con esso innaffiavano le anime che si avvicinavano a Dio». Carmelo, p. 64. Traduzione in inglese: CarmeloEng, p. 69.

¹³ «È vero, figlia mia, che molte anime li iniziano, ma poche li portano a termine, e quelle che li completano lo fanno allo scopo di ricevere le grazie ivi promesse; e mi piacciono di più quelle che ne compiono 5 con fervore e con l’intento di alleggerire il Cuore della Tua Madre del Cielo, piuttosto che quelle che ne compiono 15, tiepide e indifferenti.» Carmelo, p. 171. Traduzione inglese: CarmeloEng, p. 160.

¹⁴ Is 61, 10-11.

¹⁵ Col 1, 24-28.

¹⁶ Cfr. Lc 9, 23-24.

¹⁷ Cfr. 3 Gv 8.

¹⁸ Lc 2, 51.

¹⁹ Cfr. Mt 25, 13.

²⁰ Cfr. 3 Gv 8.






giovedì 24 settembre 2026

Le giravolte di Paglia che dice no all'eutanasia e sì alla legge



Veltroni lancia l'osso del fine vita all'ex presidente della Pav, che si dichiara contrario ma vuole una norma per sottrarre la questione alle regioni: «Non si può morire in modi diversi a seconda di dove si abita». Come se il vero problema non fosse il suicidio assistito, ma solo il suicidio differenziato.

Paradosso 

L’età grande è il titolo dell’ultimo libro di monsignor Vincenzo Paglia, già presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), libro che indaga il tema della terza età. Il volume è l’occasione per Walter Veltroni per intervistare l’autore sul Corriere della Sera. Magna pars dell’intervista, pubblicata ieri, 22 settembre, è dedicata naturalmente al tema degli anziani e su questo aspetto Paglia spende parole condivisibili.

Prevedibile poi che Veltroni lanciasse l’osso dell’eutanasia. Mons. Paglia inizialmente lo afferra bene: «Dico anzitutto che sono contro l’eutanasia, il suicidio assistito e l’accanimento terapeutico». A margine: curiosa questa prospettiva soggettiva del giudizio morale che viene sempre adottata: “Io sono contro” e non “L’eutanasia è un male”. Ma sono solo slabbrature. Procediamo. Poi Paglia afferma che arriva un punto in cui «non si può più impedire alla morte di fare il suo corso». A dire il vero, nella spiegazione che ne dà, pare che medici e familiari debbano essere loro a decidere il momento in cui non c’è più nulla da fare, quando invece tale momento dovrebbe essere riconosciuto e non deciso.

Ma anche in questo caso andiamo oltre e arriviamo al punto in cui l’intervistato esclama: «Mai […] dare la morte!». Insomma, ci pare di capire che mons. Paglia volesse dire che da una parte bisogna astenersi da trattamenti inutili o addirittura dannosi, ma che su altro fronte questo non significa legittimare azioni che mirino a provocare la morte di una persona in fase terminale. Dunque Paglia è chiaro: no all’eutanasia e al suicidio assistito.

Ma poi la logica fa un carpiato mortale: no al suicidio assistito, però sì al suicidio assistito legalizzato. Riportiamo le sue parole: «È necessario che in Italia il governo si prenda le sue responsabilità. Non possiamo lasciare questo tema alle singole regioni o ai singoli individui. Non si può morire in modi diversi a seconda di dove si abita». Paglia non sta alludendo ad una legge che dovrebbe vietare il suicidio assistito, perché c’è già. È l’art. 580 Cp, seppur fortemente azzoppato dalla Corte costituzionale. Paglia, naturalmente, sta auspicando una norma nazionale che lo legittimi, seppur con i soliti paletti di balsa. L’appoggio dell’ex presidente della Pav ad una norma legittimante il suicidio assistito è ormai di pubblico dominio.

E qui eutanasia fa rima con schizofrenia perché se Paglia prima dice di essere contrario al suicidio assistito, come fa poi ad essere a favore della sua legalizzazione? Un’altra rima di eutanasia è eresia perché non è moralmente lecito appoggiare una norma che legittimi un male morale, così come ricorda Evangelium vitae: «Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad essa, “né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto”» (73).

Dunque l’ex presidente della Pav afferra l’osso lanciatogli da Veltroni, ma poi gli sfugge dalle fauci. Questo gli capita una seconda volta: «Le Dat ci sono già. Tu puoi rifiutare le cure. Il caso Welby non si ripeterà più». Vero è che il caso Welby dal punto di vista giuridico non si ripeterà più, ma dal punto di vista morale Paglia avrebbe dovuto dire che quel caso configurava un assassinio compiuto su persona consenziente e questo la Chiesa, e prima ancora la ragione, lo vieta. Noi abbiamo il dovere morale di vivere e quindi di accettare le terapie salvavita, posto naturalmente che non configurino accanimento clinico (e questo non era il caso di Welby). Paglia invece plaude alla legge 219 che permette per l’appunto anche l’interruzione della ventilazione assistita, la quale teneva in vita Piergiorgio Welby. E torniamo alla considerazione di prima: non è lecito appoggiare una legge intrinsecamente ingiusta come la legge 219, cosa che invece mons. Paglia fa.

Terzo inciampo: «Per i credenti la vita è di Dio e quindi è indisponibile: non è vero, detto così – afferma Paglia – […] La vita, insomma, è mia ma non solo mia. […] In un certo modo la mia vita è anche tua». Facciamo un po’ d’ordine. Noi apparteniamo a Dio perché ci ha creati e redenti (quasi una seconda creazione). Noi quindi custodiamo una vita che appartiene a Dio. La vita di ciascuno non appartiene agli altri, anche se ne possiamo fare dono, ma in senso figurato (infatti la vita è inalienabile), ossia ci possiamo e dobbiamo spendere per gli altri.

Infine Veltroni lancia un altro osso, il più avvelenato di tutti: «Certe volte si può decidere di morire per il bene degli altri, nulla di più cristiano…». Qui mons. Paglia risponde bene: «No, qui siamo sul piano del martirio, ossia dare la propria vita per il bene degli altri». Risposta sintetica che merita una spiegazione seppur anch’essa sintetica. Il martire innanzitutto non si dà la morte. Quando, poi, qualcuno lo uccide, il martire tollera l’azione ingiusta compiuta dall’assassino per un fine eccelso. Prendiamo il caso di padre Kolbe che ha preso il posto di un padre di famiglia condannato a morte. Il fine buono perseguito tramite l’atto materiale della sostituzione era quello di salvare la vita di questo padre di famiglia, tollerando l’effetto negativo non ricercato della propria morte. Inoltre si deve versare in stato di necessità: se padre Kolbe avesse potuto salvare quella persona non facendosi uccidere avrebbe dovuto optare per quella soluzione perché più efficace.

Veltroni invece giustifica un atto intrinsecamente malvagio, il suicidio o l’eutanasia, per un fine buono: non recare dolore ai parenti, non essere di peso a loro. Ma mai si può compiere il male per un fine buono. Ciò detto, pare poi che questo fine tanto buono non sia. Infatti è vero che il paziente morente è un carico emotivo, di energie, di tempo e di risorse assai rilevante, ma i parenti, in modo ovviamente diversificato, hanno il dovere morale di assumersi quel carico. Quindi il “bene degli altri” evocato da Veltroni è in realtà una deresponsabilizzazione degli altri. È su questo egoismo che fiorisce la mala pianta del suicidio e dell’eutanasia, perché, se quegli “altri” di Veltroni si assumessero le loro responsabilità, starebbero accanto al morente e, in non pochi casi, eviterebbero di spingerlo verso scelte tragiche.







Come la Bibbia protestante mi ha riportato alla Chiesa cattolica



L’ex protestante evangelico e studioso della Bibbia: «Ecco quando ho capito che Cristo non lasciò un libro, ma fondò la Chiesa»





di A.M.*,  23 set 2026

Per molti anni ho creduto che il Cattolicesimo rappresentasse un allontanamento dal Cristianesimo delle origini.

Pensavo che la fede apostolica fosse stata appesantita da tradizioni umane e dottrine tardive.

Come molti Protestanti evangelici, ritenevo che la Scrittura fosse l’unica autorità infallibile e che bastasse “tornare alla Bibbia” per ritrovare il Cristianesimo autentico.

Eppure, studiando la Bibbia e la sua formazione, iniziai a mettere in discussione molte mie convinzioni. Dopo essermi chiesto chi avesse l’autorità di interpretare le Scritture, fui costretto a pormi un’altra domanda: chi ha stabilito quali libri appartengono alla Bibbia?


Le prime scoperte sulla Bibbia protestante

La prima svolta arrivò confrontando una Bibbia protestante con una cattolica.

Avevo sempre creduto che i Cattolici avessero “aggiunto” libri all’Antico Testamento.

Scoprii invece che Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide, Baruc, 1 e 2 Maccabei, con parti di Ester e Daniele, erano già presenti nella cosiddetta Settanta, cioè la traduzione greca dell’Antico Testamento usata dagli Ebrei della diaspora.

Quando Paolo scrive in 2 Timoteo 3,16 che «tutta la Scrittura è ispirata da Dio», si riferisce alle Scritture allora disponibili, cioè alla Settanta, dalla quale il Nuovo Testamento cita spesso.

L’enfasi dell’Apostolo riguardava la tota Scriptura, comprensiva dei Deuterocanonici, non il sola Scriptura formulato secoli dopo dai Riformatori!

Questa scoperta mi sconcertò.

Gli Apostoli e la Chiesa primitiva sembravano muoversi in un mondo biblico più ampio di quello che avevo ritenuto essere l’unico legittimo. Allora mi chiesi con quale autorità potessi dichiarare non ispirati libri usati per secoli dalla Chiesa!


Il canone della Bibbia


Continuando gli studi, scoprii che la storia del canone era più articolata di quanto immaginassi.

Nei primi secoli non esisteva un consenso assoluto su tutti i libri biblici, ma nella Chiesa occidentale i Deuterocanonici furono ampiamente utilizzati e inclusi nelle Bibbie medievali, compresa la Vulgata di Girolamo.

I concili di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419) elencarono un canone sostanzialmente coincidente con quello cattolico attuale.


Furono i protestanti a rimuovere i libri

Scoprii inoltre che i Riformatori non eliminarono subito i Deuterocanonici: Lutero li collocò in appendice come libri utili, ma definendoli “Apocrifi”, cioè da tenere “nascosti” dall’impiego pubblico perché non ispirati.

Persino la King James Version del 1611 e la Bibbia di Diodati li contenevano ancora.

La loro scomparsa dalle Bibbie protestanti avvenne soltanto nel XIX secolo ad opera delle varie società bibliche, per ragioni economiche e soprattutto confessionali; in Italia sparirono definitivamente solo nel 1924 con la Riveduta del valdese G. Luzzi.

Quindi mi resi conto che erano stati i Protestanti a rimuovere quei libri, non i Cattolici ad aggiungerli!

Più approfondivo, più emergeva una domanda decisiva: come possiamo sapere con certezza quali libri appartengano alla Scrittura?

La Bibbia non contiene un elenco ispirato dei propri libri. Eppure tutti i Cristiani riconoscono un canone.

Storicamente, fu la Chiesa dei primi secoli a riconoscerlo attraverso il discernimento teologico, l’impiego liturgico e l’unanime consenso ecclesiale.

Questa consapevolezza mise in crisi la mia fede nel sola Scriptura: se la Scrittura è l’unica autorità infallibile, chi stabilisce infallibilmente quali libri la costituiscono?

Compresi che anche da Protestante accettavo implicitamente un canone ricevuto dalla Tradizione della Chiesa antica!


Cosa fece Lutero

Poi, studiando la Riforma, scoprii anche che Lutero espresse riserve non solo sui Deuterocanonici, ma pure su Giacomo, Ebrei, Giuda e Apocalisse.

Pur senza eliminarli dal Nuovo Testamento, li considerava di dubbia autorità, definendo Giacomo una «epistola di paglia» giacché contraddiceva apertamente la sua comprensione della giustificazione soltanto per fede e non per opere (secondo il principio del sola fide).

Essa, infatti, dichiara espressamente che «l’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede» (Giacomo 2,24). Il dibattito sul canone riguardava, dunque, soprattutto gli specifici criteri teologici di partenza.

Iniziai allora a leggere i Padri della Chiesa: Clemente, Ignazio di Antiochia, Policarpo, Ireneo, Cipriano e Agostino.

Rimasi colpito dalla loro visione ecclesiale e sacramentale. Parlavano dell’Eucaristia come presenza reale di Cristo, insistevano sull’autorità dei vescovi, sulla successione apostolica e sull’unità della Chiesa. Onoravano Maria, chiedevano l’intercessione dei santi e pregavano per i defunti.

Più studiavo i primi secoli, più faticavo a vedere il Protestantesimo come una restaurazione della Chiesa delle origini.

Mi appariva piuttosto come una semplice Riforma del XVI secolo, nata per correggere abusi reali, ma segnata da una significativa discontinuità rispetto alla Tradizione antica.


Cristo non lasciò un libro, fondò la Chiesa


La svolta arrivò quando compresi che Cristo non aveva lasciato un libro, ma aveva fondato una Chiesa.

Fu nella comunità apostolica che il Nuovo Testamento nacque, venne custodito e riconosciuto, e fu la Chiesa a discernere progressivamente il canone di tutte le Scritture.

Iniziai così a vedere il Cattolicesimo non come un’aggiunta al Vangelo, ma come la realtà storica in continuità con la Chiesa apostolica, i Padri e i concili antichi.

La Bibbia non era un libro caduto dal cielo, ma un testo custodito, copiato, difeso e tramandato dalla Chiesa lungo i secoli. Il mio ritorno alla Chiesa Cattolica non sarebbe stato un allontanamento dalla Bibbia, ma la riscoperta del contesto storico e apostolico in cui essa era nata.

In definitiva, è stata proprio la Bibbia protestante nella sua incompletezza a riportarmi alla completezza della fede cattolica!






Intervista«Maria e l’Eucaristia, i pilastri della spiritualità di Fulton Sheen»



Oggi negli Stati Uniti la beatificazione del grande arcivescovo ed evangelizzatore che attraverso libri, radio e tv convertì decine di migliaia di persone. «Pregava e si sacrificava anche per coloro che cercava di convertire». La Bussola intervista mons. Jason Gray, direttore dell’ente promotore della sua causa.




Fabio Piemonte, 24-09-2026

Oggi, 24 settembre, a Saint Louis, negli Stati Uniti, verrà proclamato beato il venerabile Fulton J. Sheen (1895-1979). La Messa di beatificazione sarà presieduta dal cardinale Luis Antonio Tagle, in rappresentanza del papa. Una beatificazione già annunciata nel luglio 2019 e che giunge al termine di un percorso travagliato, sbloccato solo nel febbraio di quest’anno.

Grande comunicatore delle verità di fede attraverso libri divulgativi e trasmissioni in radio e tv, Sheen ha vissuto il suo carisma nella totale dedizione a Cristo e ai fratelli: grazie al suo ministero pastorale si contano infatti oltre cinquantamila conversioni al cattolicesimo. Per approfondire questa figura luminosa di testimone della fede, La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato monsignor Jason Gray, direttore dell’Archbishop Fulton John Sheen Foundation, l’ente promotore della causa di canonizzazione dell’arcivescovo statunitense.

Mons. Gray, il giorno del sacerdozio il giovane Fulton prende due decisioni: dedicare la Santa Eucarestia di ogni sabato alla Vergine Maria e sostare un’ora al giorno in preghiera davanti al Santissimo Sacramento, «come un corpo che si espone al sole per assorbirne i raggi». Sono queste come per don Bosco le due ‘colonne’ fondamentali su cui si radica il suo slancio pastorale?
La Vergine Maria e l’Eucaristia sono due pilastri fondamentali della spiritualità di Sheen. Riguardo alla Beata Vergine, il suo motto episcopale Da per Matrem me venire riflette l’importanza che attribuiva alla vicinanza a Maria. Sheen scrive JMJ – acronimo di “Gesù, Maria e Giuseppe” – su ogni foglio di carta: è un altro segno della sua devozione profonda alla Madonna. Raccontò inoltre diverse volte, nei giorni delle feste mariane, di essersi ammalato o di aver ricevuto particolari croci in tali occasioni. Le feste mariane rappresentavano dunque un’opportunità per offrire le proprie sofferenze, proprio come fece Maria ai piedi della croce. Sheen desiderava anche morire di sabato o in occasione di una festa mariana. Morì domenica 9 dicembre 1979, il giorno dopo l’Immacolata Concezione. È provvidenziale che sia morto il 9 e non nel giorno dell’Immacolata, così la sua memoria liturgica potrà essere fissata il 9 dicembre. La Chiesa ha annunciato la sua beatificazione nel giorno dell’Annunciazione, il 25 marzo 2026, e ha inoltre scelto che la beatificazione abbia luogo il 24 settembre, ossia per la festa della Madonna della Misericordia. Riguardo al Santissimo Sacramento, Sheen si impegna fin dal giorno della sua ordinazione nel 1919 a vivere l’Ora Santa quale segno di adorazione eucaristica perpetua. Credo che il tempo trascorso davanti al Tabernacolo sia stato fondamentale per la sua conoscenza di Gesù Cristo e per la comprensione del Vangelo. Aveva conseguito molti titoli di studio, ma non credo che la sua genialità derivasse dalle aule scolastiche o dalle biblioteche, bensì dalla preghiera e, come egli stesso riconobbe, da “due ginocchia su un inginocchiatoio”.

E la sua spiritualità ha provocato molte conversioni…
Sheen è famoso per aver ottenuto la conversione di decine di migliaia di persone, sebbene non ne contasse il numero, perché diceva che avrebbe potuto essere tentato di pensare di essere stato lui a convertire le persone anziché Dio. Quando insegnava, presentava la fede senza compromessi, ma lo faceva anche con tanto amore e grande umiltà. Il suo approccio ha avuto successo perché era molto personale. Pregava e si sacrificava anche per coloro che cercava di convertire, chiedendo spesso alla Beata Vergine Maria di intercedere per i convertiti.

«Io sono sempre stato ben curato spiritualmente da Pietro e da ogni suo Vicario». Rispetto al legame personale di Sheen con i papi del secolo scorso c’è un episodio che le è più caro?
Sheen nutre una grande devozione per il Santo Padre, poiché dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa. Mi colpisce il fatto che Sheen non abbia mai parlato contro nessun Papa. Credo nutrisse un grande rispetto per il fardello che ogni Papa porta nel prendersi cura della Chiesa universale. Egli sapeva cosa significasse portare un peso come vescovo, per cui ha sempre sostenuto il Papa che ha maggior bisogno delle nostre preghiere per il suo ministero apostolico. Nella sua autobiografia Sheen menziona diversi incontri con i vari papi che si sono succeduti, avendo avuto il privilegio di incontrare ciascuno di loro in veste di direttore nazionale della Società per la Propagazione della Fede. Papa Pio XII gli disse che era “un profeta dei tempi”. Giovanni XXIII sottolineò che aveva sofferto molto e che avrebbe avuto pertanto un posto elevato in Paradiso. Paolo VI gli parlò delle difficoltà che si incontrano nel servire la Chiesa e ne lodò la dedizione all’Eucaristia e alle missioni. Giovanni Paolo II vide Sheen nel 1979, due mesi prima della morte e gli disse: “Hai scritto e parlato bene del Signore Gesù. Sei un figlio fedele della Chiesa”.

Fulton Sheen è stato senza dubbio uno dei più grandi predicatori radiotelevisivi del suo tempo. Con la trasmissione Life Is Worth Living (“La vita è degna di essere vissuta”) – in cui parlava di Dio, di fede e di Chiesa – raggiunse in sei anni 30 milioni di spettatori e ottenne nel 1952 anche un Emmy Award per la sua notevole popolarità. Quali sono stati il segreto e la ricetta della sua comunicazione?
Sheen era estremamente intelligente e acuto, ma non parlava a un livello incomprensibile per i suoi ascoltatori. Aveva la capacità di spiegare verità complesse in modo semplice e accessibile. Nel solco del Maestro che usava le parabole, iniziava il suo programma spiegando concetti comuni tratti dalla storia, dalla letteratura, dalla psicologia o dalla scienza. Coinvolgendo il pubblico, conduceva così gradualmente i suoi ascoltatori a comprendere le verità divine. Egli, inoltre, non conservava appunti delle trasmissioni precedenti per evitare di risultare ripetitivo e noioso. Anzi, preparava sempre ogni programma con cura, provando e riprovando per molte ore. Possedeva inoltre un’autenticità che rendeva il suo messaggio incisivo. Chi ascoltava poteva percepire che egli credeva profondamente in ciò di cui parlava, che viveva la fede personalmente e che era un uomo coraggioso, capace di esprimere anche contenuti complessi con semplicità.

Quali sono le principali virtù eroiche che gli sono state riconosciute?
Credo che la sua virtù principale sia l’umiltà. Ciò potrebbe sembrare strano, visto l’enorme successo e la sua carriera in radio e televisione, per la quale ha vinto anche un Emmy. Non ci aspetteremmo certo che la maggior parte dei personaggi televisivi famosi siano umili. Né ci aspetteremmo che una celebrità sia disposta a dedicare del tempo a persone comuni. Tuttavia Sheen non frequentava solo i ricchi, i potenti della politica o le celebrità. Si sentiva a suo agio a parlare con la gente comune per strada, con il tassista, con la casalinga: non disprezzava le persone perché era umile.

Oltre al miracolo riconosciuto da papa Francesco il 6 luglio 2019 – miracolo occorso a James Fulton Engstrom, un bambino nato morto nel 2010 e tornato in vita dopo 61 minuti dalla nascita, senza subire danni cerebrali – ve ne sono altri meno noti avvenuti per sua intercessione che desidera raccontarci?
Abbiamo ricevuto notizie di altri miracoli significativi che potrebbero essere presentati per la canonizzazione. Poiché papa Francesco ha approvato la beatificazione nel 2019 e la cerimonia è stata posticipata, possiamo presentare qualsiasi altro miracolo avvenuto a decorrere da tale anno in vista della canonizzazione. Di qui attendiamo il parere di medici specialisti prima di procedere con un’inchiesta diocesana su tali altri potenziali miracoli. Al di là di quelli più eclatanti, riceviamo notizie da molti fedeli a lui devoti, i quali ci riferiscono che le loro preghiere sono state esaudite relativamente a guarigioni da malattie e a conversioni di persone care. I miracoli spirituali della conversione di un’anima sono più preziosi dei miracoli fisici della guarigione del corpo. La conversione delle anime a Dio costituisce in effetti la prosecuzione delle numerose conversioni che Sheen ha compiuto nel corso della sua vita.