mercoledì 1 luglio 2026

Aborto, vietarlo sui cani ma non sui bambini: il video che disturba




Un esperimento sociale che mostra il doppio standard morale sull’aborto tra bambini e cuccioli di cane non ancora nati. Ecco il video.


Ultimissime


Redazione UCCR, 30 Giu 2026

Una classica contraddizione della nostra epoca.

Un video diventato virale sui social ha mostrato con sorprendente efficacia come l’amore per gli animali supera abbondantemente quello verso i bambini.

Firme contro l’aborto sui cani

Gli autori dell’esperimento sociale si avvicinano ai passanti chiedendo di firmare una petizione contro l’aborto dei cuccioli di cane.

Viene spiegato che, quando i canili sono sovraffollati, alcuni cuccioli vengono soppressi prima della nascita, descrivendo in termini crudi le procedure utilizzate. Si chiede una firma per dare loro una nuova casa piuttosto che ucciderli nel grembo materno.

Le reazioni sono quasi unanimi: indignazione, compassione e disponibilità a firmare immediatamente la petizione.



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Per i bambini le reazioni cambiano

Una volta ottenuta la firma, però, arriva il colpo di scena.

L’intervistatore rivela che lo stesso tipo di procedura viene praticato anche sugli esseri umani non ancora nati e chiede ai partecipanti se siano disposti a firmare una seconda petizione per difendere anche i bambini nel grembo materno.

A questo punto le persone si tirano indietro.

Le reazioni cambiano: alcuni rifiutano semplicemente di proseguire la conversazione, altri dicono che la scelta spetta esclusivamente alla donna. Indipendentemente se da ciò dipende la vita e la morte di un altro essere umano.

La difficoltà razionale di riconoscere una dignità oggettiva e indipendente dalle circostanze è palpabile e le sovrastrutture mentali generate da decenni di femminismo sembrano ancora avere il sopravvento.


video:

https://youtu.be/IxfUc6fcxDc





martedì 30 giugno 2026

Patto tra le religioni







Il Patto tra le religioni in Italia: note critiche a margine


Di Stefano Fontana, 30 giu 2026

Il 25 giugno scorso la Chiesa cattolica italiana ha firmato assieme ad altre confessioni religiose, cristiane e non cristiane, un Patto per “La via italiana al dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”. L’hanno firmato varie sigle religiose islamiche, buddiste, bahai, protestanti, ortodosse, ebraiche, Induiste. Nello stesso giorno, i rappresentanti dei gruppi religiosi firmatari sono stati ricevuti dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al quale hanno consegnato copia del Patto.

A nostro parere che la CEI abbia firmato questo Patto non è una buona notizia. Con le altre religioni si può cercare di convivere al meglio ma questo non ha bisogno di firmare Patti, lo si fa e basta. La firma di un Patto sociale e pubblico ha delle implicanze che vanno ben oltre i principi della buona convivenza e ha alle proprie spalle una non convincente visione della religione cattolica e delle altre religioni.

Prima di tutto c’è il sincretismo. Questo non significa solo sostituire le varie religioni con una unica che riprenda dalle altre alcuni spezzoni e li componga in un quadro nuovo. Il sincretismo non è costruttivo, ma decostruttivo e liquido. Esso tende a destrutturare le religioni per arrivare ad un ipotetico minimo comun denominatore sul quale tutte possano convergere. Questo percorso passa anche e oggi soprattutto attraverso il dialogo e la cooperazione per la giustizia e la pace. Le religioni intendono giustizia e pace in modo molto diverso tra loro, ma il sincretismo ritiene invece che le differenze si annullino davanti ad un substrato comune condiviso, che non c’è.

Il Patto in questione non segnala le enormi differenze esistenti, soprattutto tra il cattolicesimo e le altre religioni, ma indica solo le possibili convergenze pratiche, come se la prassi non dipendesse dalla dottrina. In questo modo lancia il messaggio che è conveniente mettere da parte la questione della verità o falsità delle religioni, che nessuna può ritenersi vera, e che conta solo la loro collaborazione pratica per creare coesione sociale.

Si potrebbe pensare che la Chiesa italiana facesse una proposta di collaborazione incentrata sui principi e i valori della legge naturale, terreno comune a tutte le persone, anche se di diversa religione. Ma questo non è possibile perché tra chi ha firmato il patto, ci sono religioni che non accettano nemmeno che ci sia un Dio, altre che non accettano che ci sia un Dio creatore e altre ancora che, pur accettando l’uno e l’altro principio, non accettano che esista una legge naturale. Del resto, la questione della legge naturale non è comune nemmeno tra cattolici e protestanti, che sono ambedue confessioni cristiane, figurarsi per le altre.

La firma del Patto richiede alla Chiesa cattolica italiana di pensare ad una sua presenza pubblica estromettendo Dio, e fondandola invece su esigenze politiche di coesione sociale. Si tratta di un laicismo mascherato di multireligiosità. In questa collaborazione non si potrà parlare del proprio Dio, ma solo di alcuni aspetti della convivenza sociale, che diventeranno, al posto dei “diritti di Dio”, il criterio fondamentale di discernimento. Per collaborare con le altre religioni, la religione cattolica è costretta ad assegnare più importanza all’uomo che a Dio. Per di più, non all’uomo inteso nella sua pienezza compreso il suo essere a somiglianza di Dio, ma dell’uomo inteso esistenzialmente e sociologicamente. L’uomo di oggi con i problemi di oggi, l’uomo di questo tempo.

Questo esito molto immiserito della relazione del cattolicesimo con le altre confessioni e religioni nasce da lontano. Alla sua origine c’è una visione non convincente della libertà di religione, c’è la svolta antropologica per cui si deve partire dall’uomo e mai da Dio, ci sono i notevoli cambiamenti nella teologia dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, c’è il pastoralismo e la sua richiesta di partire dal basso e dalla concretezza singolare delle relazioni, forse c’è anche una conoscenza scarsa di cosa della natura stessa delle varie religioni.

Un’ultima osservazione merita il rito della consegna del Patto a Sergio Mattarella, che diventa il Gran Sacerdote di questo patto laico. Infatti, il Patto tra le varie religioni non è religioso, è laico. Lo firmano anche religioni che non credono in Dio, lo firmano mettendo da parte la propria visione di Dio considerata ininfluente per il loro impegno sociale, lo firmano assumendo il criterio tutto laico della coesione sociale. È evidente che, così facendo, le religioni si intendono come agenzie sociali che mettono da parte alcuni loro valori fondanti ma non condivisi, riconoscendo un valore fondante ad impegni civili condivisi, ossia i principi sociali e politici della Repubblica.


(Foto di Christian Buehner su Unsplash)






L’inferno è diventato un tabù. Forse è proprio questo il problema

 




di Giulio Ferri

«La maggior parte delle persone sta scegliendo l’inferno.»

È una frase che oggi suona quasi scandalosa. Eppure non è stata pronunciata da un predicatore improvvisato o da un visionario in cerca di sensazionalismo. A dirla è stato padre Jeff Fasching, sacerdote statunitense, in una recente intervista rilasciata a John-Henry Westen per LifeSiteNews, dedicata a un tema che nella Chiesa contemporanea sembra essere diventato quasi impronunciabile: i Novissimi, cioè la morte, il giudizio, il Paradiso e l’inferno. L’intervista non nasce dal desiderio di suscitare paura, ma dalla convinzione che la Chiesa stia progressivamente smettendo di parlare del suo orizzonte ultimo. (lifesitenews.com)

Padre Fasching parte da una constatazione tanto semplice quanto drammatica: moltissimi cattolici vivono come se questa vita fosse tutto ciò che esiste. La prospettiva dell’eternità, che per secoli ha costituito il cuore della predicazione cristiana, appare oggi quasi scomparsa. Secondo il sacerdote americano, la Chiesa sta progressivamente rinunciando a una parte essenziale della propria missione, quella di preparare le anime all’incontro definitivo con Dio. Se l’eternità esce dall’orizzonte della fede, anche il senso della vita cristiana inevitabilmente si trasforma. (lifesitenews.com)

Uno dei punti più forti dell’intervista riguarda l’Eucaristia. Padre Fasching sostiene che l’adorazione del Santissimo Sacramento non rappresenta una semplice devozione facoltativa, ma il cuore della vita cristiana. È davanti a Cristo realmente presente che l’uomo comprende chi è, da dove viene e verso quale destino è incamminato. Quando invece la vita ecclesiale si concentra quasi esclusivamente sull’organizzazione, sull’attivismo pastorale o sulle iniziative sociali, il rischio è che si perda progressivamente il centro della fede. (lifesitenews.com)

L’affermazione destinata a suscitare maggiore discussione è però quella da cui siamo partiti. Secondo Fasching, molti oggi vivono come se la salvezza fosse praticamente automatica. Egli non pretende certo di conoscere quanti si dannino, ma richiama con forza le parole stesse di Gesù, che parla della porta stretta, della via angusta, del giudizio finale e della possibilità concreta della perdizione eterna. Per il sacerdote, dimenticare questa dimensione significa svuotare il Vangelo di una parte essenziale del suo messaggio. (lifesitenews.com)

L’intervista affronta anche il tema della croce. Padre Fasching osserva che molta pastorale contemporanea tende a presentare il cristianesimo soprattutto come fonte di benessere, equilibrio psicologico e accoglienza. Ma il Vangelo non promette anzitutto il comfort. Promette la santità. E la santità passa inevitabilmente attraverso il sacrificio, la conversione, la rinuncia e la fedeltà anche nelle prove. Senza la croce, il cristianesimo perde la propria identità più profonda. (lifesitenews.com)

Fin qui la sintesi dell’intervista. Ora permettetemi una riflessione personale.

Confesso che ogni volta che ascolto interventi come questo provo un duplice sentimento. Da una parte temo sempre gli eccessi. La predicazione cristiana non può trasformarsi in una continua evocazione dell’inferno. Il cuore del Vangelo resta l’annuncio della misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo. Dall’altra parte, però, mi domando se oggi non siamo caduti nell’estremo opposto, quello del silenzio quasi assoluto.

Quanti fedeli hanno ascoltato nell’ultimo anno un’omelia sul giudizio particolare? Quanti hanno sentito parlare seriamente del Paradiso? Quanti sacerdoti hanno spiegato ai ragazzi del catechismo che l’inferno non è una metafora letteraria, ma una possibilità reale legata alla libertà dell’uomo? Quante parrocchie dedicano una catechesi ai Novissimi? La risposta, temo, è sotto gli occhi di tutti.

Non ricordo quasi più omelie sulla morte cristiana. Non ricordo prediche sull’eternità. Non ricordo catechesi sul giudizio di Dio. Eppure, per secoli, questi temi costituivano l’ossatura della formazione spirituale del popolo cristiano. Oggi sembrano essere diventati argomenti imbarazzanti, quasi incompatibili con la sensibilità contemporanea.

Si parla molto di ecologia, di intelligenza artificiale, di migrazioni, di inclusione, di sostenibilità, di dialogo, di fraternità universale. Sono temi che possono certamente avere una loro importanza. Ma il fedele medio potrebbe frequentare una parrocchia per anni senza ascoltare una vera predicazione sul giudizio finale. È davvero normale tutto questo? Personalmente credo di no.

Non perché la Chiesa debba tornare alla cosiddetta “pastorale della paura”. La paura non converte nessuno. Ma neppure il silenzio salva. Gesù ha parlato dell’inferno molto più di quanto facciamo oggi. Ha parlato della Geenna, del fuoco inestinguibile, del pianto e dello stridore di denti, della porta stretta, delle vergini stolte, del servo infedele e del giudizio delle nazioni. Non lo ha fatto per spaventare, ma perché amava gli uomini e voleva salvarli.

Forse il problema non è soltanto che oggi si parli poco dell’inferno. Il problema è ancora più radicale. Abbiamo quasi smesso di parlare dell’eternità. Viviamo come se il cristianesimo avesse come scopo principale migliorare la qualità della vita presente, mentre il Vangelo è stato annunciato per preparare gli uomini alla vita eterna. Quando l’eternità scompare dall’orizzonte della predicazione, anche il peccato perde consistenza, la conversione diventa opzionale, la confessione viene trascurata e Cristo rischia di essere percepito più come un maestro di umanità che come il Salvatore venuto a liberarci dalla morte eterna.

Forse padre Fasching utilizza parole molto forti. Forse qualcuno le giudicherà persino eccessive. Ma una domanda rimane inevitabile. Se nelle nostre omelie non si parla più della morte, del giudizio, del Paradiso e dell’inferno, chi ricorderà ai fedeli che la loro vera patria non è su questa terra? E soprattutto: come potranno desiderare il Cielo, se nessuno ricorda loro che esiste?




Fonte



lunedì 29 giugno 2026

Vaticano: NO alle omelie fatte da laici




Dal Vaticano è arrivato un chiaro “NO” alla Conferenza episcopale tedesca sulla possibilità di affidare l’omelia durante la Messa ai laici. Così si dà un duro colpo alle pretese più radicali del cammino sinodale tedesco.


Pubblicato 28 giugno 2026



di Julio Loredo

Dal Vaticano è arrivato un chiaro no alla Conferenza Episcopale Tedesca sulla possibilità di affidare l’omelia durante la Messa ai laici. Si tratta di un duro colpo alle pretese più radicali del Cammino sinodale tedesco.

In una lettera datata 17 giugno 2026, come informa Vatican News, il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha risposto alla domanda posta dai vescovi tedeschi lo scorso 30 marzo riguardo alla possibilità di far tenere, in casi eccezionali, l’omelia a laici qualificati.

Nella missiva, indirizzata a monsignor Heiner Wilmer, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il Dicastero, pur esprimendo apprezzamento per le preoccupazioni pastorali che hanno ispirato tale richiesta, sottolinea che ciò non è possibile e che, cito, «la disciplina vigente non può essere derogata mediante un indulto».

L’omelia, infatti, è riservata al sacerdote o al diacono e non è frutto di una mera norma disciplinare, ma deriva dalla natura stessa della liturgia.

Non si tratta, quindi, di una semplice disposizione disciplinare che potrebbe essere derogata, bensì di una questione teologica che riguarda la natura stessa di due sacramenti: l’Eucaristia e l’Ordine sacro.

Il motivo teologico è molto chiaro. L’omelia costituisce parte integrante della liturgia e rappresenta un esercizio del munus docendi, cioè del compito di insegnare affidato ai ministri ordinati attraverso il sacramento dell’Ordine, vale a dire ai sacerdoti e ai diaconi.

La lettera del Vaticano cita l’istruzione Redemptionis Sacramentum del 2004, promulgata durante il pontificato di Giovanni Paolo II, che afferma:

«Va ricordato che, in base a quanto prescritto dal canone 767, si ritiene abrogata ogni precedente norma che abbia consentito a fedeli non ordinati di tenere l’omelia durante le celebrazioni eucaristiche. Tale prassi è di fatto riprovata e non può pertanto essere accordata in virtù di alcuna consuetudine.»

Il canone citato stabilisce infatti che l’omelia è parte della stessa liturgia ed è riservata al sacerdote o al diacono.

Commentando l’istruzione vaticana, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha dichiarato:

«Non si possono suddividere arbitrariamente i poteri sacerdotali e delegarli in chiave funzionalista, a meno che, come fanno i protestanti, non si neghi il sacerdozio sacramentale, lo si sottoponga interamente al sacerdozio comune di tutti i fedeli e lo si riduca a una mera funzione svolta per conto della comunità.»

La misura del Vaticano rappresenta dunque un freno, e non da poco, alle pretese dei settori più radicali del Cammino sinodale tedesco.

Il malcontento in Germania è diffuso, avverte l’agenzia Katholisch.de. Alcuni spingono perfino alla disobbedienza.

Non per altro il cardinale Müller ha concluso il suo commento con queste parole:

«Gli eterni contestatori tedeschi non solo dovrebbero ripensare, una volta per tutte, il loro rapporto con il ministero petrino del Papa, ma anche familiarizzarsi con i fondamenti della teologia cattolica e smettere di far sbattere contro un muro la Chiesa in Germania con le loro ideologie cariche di risentimento e le loro pretese di potere.»

Dal canto suo, ricordando che i vescovi tedeschi avevano già approvato un documento di segno opposto rispetto all’istruzione vaticana, la presidente del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, Irme Stetter-Karp, ha dichiarato:

«Ci aspettiamo che i vescovi tedeschi ribadiscano a Roma la loro posizione sostanziale su questo tema, rafforzino le loro argomentazioni e non interpretino in alcun modo la lettera del cardinale Roche come scoraggiante.»

In altre parole, invita i vescovi tedeschi a infischiarsene di Roma. In realtà, la lettera non è semplicemente scoraggiante: è un no inequivocabile.

Per non restare indietro, l’Associazione delle Donne Cattoliche in Germania ha interpretato la risposta di Roma come «un’ulteriore prova della mancanza di parità di genere nella Chiesa cattolica».

Sembra che, per loro, la dottrina cattolica conti poco o nulla. La priorità sono le proprie ambizioni femministe. Vogliono riformare la Chiesa per adattarla alle proprie rivendicazioni.

Questa, chiamiamola così, noncuranza per la verità è una caratteristica del progressismo. Lo vediamo, per esempio, nella reazione del movimento Noi siamo Chiesa (Wir sind Kirche).

Cito:

«Il rifiuto del Vaticano è una decisione completamente irrealistica, basata su un principio.»

Avete capito? In altre parole: la realtà la dettiamo noi e la verità teologica dovrà adattarsi a essa.

A me questo ricorda il non serviam di Satana, cioè il rifiuto di sottomettersi all’ordine creato da Dio.

Prima di continuare, vi chiedo di mettere un “Mi piace” a questo video e di condividerlo con i vostri amici. Aiutatemi, vi prego, a far crescere il canale. Se potete, fate anche un’offerta affinché io possa promuoverlo con delle campagne dedicate. Grazie di cuore.

In molti mi hanno chiesto di approfondire il tema dell’autodemolizione della Chiesa, che ho presentato la scorsa settimana. Eccone un esempio caratteristico.

Qualche mese fa, applicando in modo rigoroso il motu proprio Traditionis Custodes di Papa Francesco, monsignor Edward Weisenburger, arcivescovo di Detroit, negli Stati Uniti, aveva sospeso la celebrazione della Messa nel rito tradizionale in ben tredici chiese, nonostante fossero molto frequentate.

La misura, secondo InfoVaticana, provocò un grande scompiglio tra i fedeli.

Ebbene, la scorsa settimana monsignor Weisenburger ha presentato un piano di riorganizzazione della diocesi che prevede la soppressione di trenta Messe domenicali e la chiusura definitiva di un numero imprecisato di chiese.

Il motivo è il solito: mancanza di sacerdoti e diminuzione del numero dei fedeli.

Questa è la mentalità autodemolitrice. Anche di fronte al fallimento della pastorale “aggiornata”, il pastore continua a perseguitare l’unico settore della diocesi che mostra segni di vitalità.

Ma passiamo a un tema di fondo.

Nella recente enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV scrive:

«Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta.»

Questa frase ha suscitato alcune perplessità, a cominciare dal fatto che non è chiaro cosa significhi “superare” una dottrina che fa parte del Magistero della Chiesa fin dall’epoca di Sant’Agostino. Si tratta infatti di una dottrina, e non di una semplice teoria, come invece la definisce l’enciclica.

L’argomento è così importante che sembra sia stato inserito nel programma del concistoro, cioè della riunione dei cardinali che si tiene in Vaticano proprio questo fine settimana.

Dico “sembra” perché il Papa ha imposto il riserbo ai cardinali.

Papa Leone ha convocato un concistoro a Roma questo fine settimana, scrive il pensatore cattolico Robert Royal su The Catholic Thing, e prosegue:

«Uno degli argomenti proposti per la discussione è la teoria della guerra giusta, che il Papa ha definito superata nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas. Alcuni critici hanno definito tale formulazione sostanzialmente pacifista e si sono chiesti come un agostiniano possa affermare una cosa simile.»

Infatti, le guerre sono conseguenza del peccato: del peccato originale e dei peccati personali.

Chiedere la fine della guerra equivale, in fondo, a chiedere la fine del peccato: un auspicio tanto bello quanto irrealizzabile in questa vita.

Purtroppo, finché esisterà il peccato, esisteranno anche le guerre.

La Chiesa, madre amorevolissima, cerca di eliminare la causa delle guerre richiamando gli uomini alla conversione spirituale e distribuendo i sacramenti, che conferiscono la grazia santificante.

Allo stesso tempo, poiché non coltiva l’illusione che la pace regnerà per sempre sulla terra, ha elaborato la dottrina della guerra giusta, proprio per introdurre criteri morali in situazioni che altrimenti sarebbero lasciate alle sole passioni umane.

Elaborata per primo da Sant’Agostino, Padre della Chiesa, la dottrina della guerra giusta è stata successivamente sviluppata da grandi teologi come San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura da Bagnoregio, San Bernardo di Chiaravalle e molti altri.

Questa dottrina è giunta fino al Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II, che le dedica diversi paragrafi.

«La Chiesa non è pacifista», ricordava Papa Giovanni Paolo II in un discorso pronunciato nella parrocchia di Santa Dorotea, a Roma, nel 1991. Lo cito:

«Pace giusta, certamente, ma non siamo pacifisti. Non vogliamo la pace a ogni costo, bensì una pace giusta. Pace e giustizia. La pace è sempre opera della giustizia, opus iustitiae pax; ma, d’altra parte, è anche frutto della carità, dell’amore. Non si arriva alla pace se non attraverso l’amore.»

Chiudo la citazione.

«Non possiamo abbandonare la dottrina della guerra giusta», scrive anche il pur progressista Michael Sean Winters sul National Catholic Reporter, e continua:

«Quando i cardinali di tutto il mondo si riuniranno a Roma per il concistoro, uno dei temi che discuteranno sarà proprio se la teoria della guerra giusta sia ormai superata e, in tal caso, che cosa fare al riguardo.

Papa Leone mira chiaramente a unire la Chiesa cattolica. Abbandonare una tradizione teologica lunga millecinquecento anni non lo aiuterà certo in questo progetto. Ancor più importante, sebbene tutti desideriamo la pace, nulla nei Vangeli ci esime dalla responsabilità storica di proteggere i deboli e gli indifesi.

Alcune ingiustizie invocano giustizia dal cielo e la guerra, o qualcosa di molto simile alla guerra, potrebbe essere necessaria per porvi fine. Le distorsioni della dottrina della guerra giusta vanno certamente corrette, ma accantonare la dottrina stessa è davvero una pessima idea. La guerra è una cosa terribile, ma non è sempre la cosa più terribile.»

Chiudo la citazione.

Vedremo che cosa emergerà da questo concistoro.

Nel frattempo, preghiamo per la Chiesa e per il Papa.








Appello di don Nicola Bux a Papa Leone XIV: fate tutto il possibile per colmare le divergenze con la Fraternità Sacerdotale San Pio X.


Don Nicola Bux

In una lettera aperta, dal tono filiale ma al contempo urgente, l'ex consultore vaticano sollecita il dialogo all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la liberalizzazione del rito romano tradizionale, risposte ai dubbi e limiti al cammino sinodale della Germania.



Edward Pentin, 24 giugno 2026

In vista del Concistoro cardinalizio di questa settimana, don Nicola Bux, stretto collaboratore del defunto Papa Benedetto XVI, ha scritto un appello filiale ma fermo a Papa Leone XIV, esortandolo a "risolvere rapidamente nella verità – e solo nella verità – le numerose 'polarizzazioni' che attraversano il corpo ecclesiale".

In una lettera aperta firmata in occasione della festa della nascita di San Giovanni Battista, padre Bux esorta in particolare il Papa a costruire un ponte con la Fraternità Sacerdotale San Pio X prima che questa consacri nuovi vescovi senza mandato papale il 1° luglio.

«Ora che abbiamo acquisito esperienza nel dialogo con persone e gruppi al di fuori della Chiesa», scrive, «non dovremmo forse, e soprattutto, impegnarci nel dialogo anche all'interno delle nostre fila, facendo tutto il possibile affinché nessuno di quei fratelli e sorelle che il Signore ci ha affidato vada perduto?»

Padre Bux, sacerdote della diocesi di Bari ed ex consultore del Dicastero per la Dottrina della Fede e del Dicastero delle Cause dei Santi, esorta inoltre Papa Leone a intraprendere altre tre azioni fondamentali: "rivedere" il motu proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI , che liberalizzava la liturgia romana tradizionale, ma che Papa Francesco ha abrogato nel 2021; garantire che il "Cammino sinodale" tedesco non si pronunci su questioni di dottrina, morale e pratica sacramentale; e dare una risposta ai dubbi (domande formali di chiarimento) sollevati dai cardinali durante il pontificato di Papa Francesco, ma ai quali Francesco non ha risposto o, secondo i cardinali, ha risposto in modo insoddisfacente.

«I fedeli hanno bisogno di essere confermati nella verità, nella stabilità e nella sostanziale immutabilità della fede», scrive padre Bux, aggiungendo che «devono poter ascoltare dal Successore di Pietro, dopo più di un decennio di confusione, che lo Spirito Santo fa davvero nuove tutte le cose, ma nel senso che le porta al loro compimento finale ( novus ), in armonia – e non in contrasto – con ciò che è stato ispirato fino ad oggi».

«Vi prego, Santo Padre, agite con prontezza», scrive padre Bux in conclusione. «Non permettiamo che lo scisma di fondo diventi irreparabile».


Santissimo Padre,

È con sentimenti di profonda e filiale devozione che oso rivolgere a Voi questo accorato appello, dopo aver avuto la grazia di collaborare con il Cardinale Joseph Ratzinger e successivamente con il Santo Padre Benedetto XVI, e aver trascorso questi ultimi tredici anni in preghiera, sacrificio personale e un lavoro discreto ma costante per l'unità della Chiesa.

La Chiesa è il ponte tra Dio e l'umanità, di cui il Papa è il pontefice ; essa è infatti sinonimo della pace che Cristo ha posto come confine: edificare la Chiesa non è altro che edificare la pace; separare le due cose significa minare la missione del Vangelo. Perciò, prego Santità di proseguire in questa 'unica' direzione, per risolvere nella verità – e solo nella verità – le molte 'polarizzazioni' che attraversano il corpo ecclesiale. Ora che abbiamo maturato esperienza nel dialogo con persone e gruppi esterni alla Chiesa, non dovremmo forse impegnarci anche, e soprattutto, nel dialogo al nostro interno, facendo tutto il possibile affinché nessuno di quei fratelli e sorelle che il Signore ci ha affidato vada perduto?

Riferendomi in particolare alla seria azione annunciata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, La invito a riconsiderare il “ponte” concepito da Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum e, di conseguenza, con la revoca della scomunica. Guardando alla realtà di tanti vescovi che, con equilibrio, hanno realizzato l'armonia liturgica nelle proprie diocesi, Santità potrebbe dare un esempio: concedendo a tutta la Chiesa la possibilità di celebrare, accanto al nuovo rito, l'antico rito romano, riaffermando al contempo la validità della riforma liturgica e l'inviolabilità del Concilio Vaticano II, come di ogni altro Concilio Ecumenico.

Riguardo dunque al “Cammino sinodale” tedesco, imploro il Santo Padre di chiarire che il “cammino sinodale” non può deliberare su questioni di dottrina, morale e pratica sacramentale, e che la cura pastorale non può essere separata da queste; altrimenti, il cosiddetto “accompagnamento” non condurrà mai alla necessaria conversione: il peccatore, infatti, non verrebbe allontanato dal peccato, ma – al contrario – condotto alla sua conferma e persino al suo riconoscimento istituzionale. Santità ha già affermato che certe questioni divisive “ non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni da parte di una Chiesa particolare ”, ma certamente Lei è consapevole che questa grave spaccatura potrebbe estendersi ad altri episcopati. La Chiesa è inclusiva solo se coloro che desiderano entrarvi si sottopongono all’iniziazione sacramentale e coloro che desiderano ritornarvi percorrono il cammino penitenziale.

Santità, infine, La imploro di rimuovere un altro ostacolo alla verità e alla comunione, ovvero la mancanza, o l'insufficienza, di risposta ai Dubia dei Cardinali sulle questioni dottrinali e pastorali dei recenti Sinodi. Molti fedeli in tutto il mondo attendono questa risposta, non però sotto forma di intervista – le interviste riducono le parole e il magistero del Papa a una sola opinione tra le tante – ma sotto forma di un documento di pari o maggiore autorità.

I fedeli hanno bisogno di essere confermati nella verità, nella stabilità e nell'immutabilità sostanziale della fede, poiché lo Spirito Santo non può rinnegare ciò che ha ispirato nella Chiesa nel corso dei suoi duemila anni di storia. I fedeli hanno bisogno di riscoprire, con sant'Ireneo, che Cristo ha portato tutto ciò che è nuovo portando se stesso, e che non c'è altro di nuovo da aspettarsi, se non la sempre nuova proclamazione del Vangelo di Cristo.

I fedeli devono poter ascoltare dal Successore di Pietro, dopo più di un decennio di confusione, che lo Spirito Santo fa davvero nuove tutte le cose, ma nel senso che le porta al loro compimento finale ( novus ), in armonia – e non in contrasto – con ciò che è stato ispirato fino ad oggi.

In virtù dell'indispensabile prerogativa del munus petrino , prego Santità di dichiarare chiaramente cosa sia la verità e cosa sia l'errore: tutta la Chiesa deve così conformarsi alla Sua parola. Lei ha giustamente affermato che seguire Cristo richiede la conversione e che dovremmo cercare il modo di edificare la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna . Ora, Santità, l'unico modo che conosciamo per realizzare tutto ciò è proprio e unicamente quello di difendere la verità. La prego di agire prontamente, Santo Padre, La imploro. Non permettiamo che lo scisma di fondo diventi irreparabile.

Preghiamo per Lei, Santità, nella ferma speranza che in seno al Concistoro Lei possa avviare e guidare una proficua discussione su queste questioni urgenti.

In Domino Jesu,

Padre Nicola Bux

24 giugno 2026,

Festa della Natività di San Giovanni Battista






domenica 28 giugno 2026

i fronte alle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026





Chiesa cattolica | CR 1956



di Roberto de Mattei 24 Giugno 2026 

Che cosa pensare e che cosa fare di fronte alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X a Écône per il 1° luglio e alla conseguente scomunica latae sententiae che sarà ribadita dalla Santa Sede?

La prima considerazione da fare è che, se ciò avverrà, ci troveremmo di fronte a una prova dolorosa non solo per il mondo della Tradizione cattolica, del quale la Fraternità San Pio X fa parte fin dalla sua fondazione, avvenuta il 1° novembre 1970 per opera di mons. Marcel Lefebvre, ma anche per Papa Leone XIV. Il Pontefice ha infatti indicato nella riconciliazione interna alla Chiesa uno degli obiettivi principali del suo pontificato e si troverebbe, a poco più di un anno dalla sua elezione, ad affrontare una nuova lacerazione del tessuto ecclesiale, con il rischio di aggravare divisioni che da decenni attendono una soluzione.

Nel merito della controversia, non si può fare a meno di segnalare quello che appare come un vero e proprio paradosso. Tra le molte ragioni addotte da mons. Lefebvre nel 1988 e oggi riprese dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per giustificare le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, quella dello stato di necessità dei fedeli di fronte alla gravità della crisi ecclesiale è, nello stesso tempo, l’argomento più debole e il più forte.

Lo stato di necessità è infatti, per sua natura, una condizione eccezionale che consente di derogare all’applicazione ordinaria di determinate norme in vista di un bene superiore che, nel caso della Chiesa, è la salvezza delle anime. Ma chi ha l’autorità di accertare l’esistenza di tale stato e di determinarne l’inizio e la fine? È evidente che questa valutazione non può essere rimessa al giudizio della stessa Fraternità San Pio X. Se così fosse, si dovrebbe concludere che lo stato di necessità cessa quando la Fraternità ritiene che sia cessato, attribuendole di fatto un potere di giudizio sulla Santa Sede incompatibile con la costituzione gerarchica e visibile della Chiesa. Si verrebbe così a creare una situazione nella quale un soggetto particolare si erge a criterio ultimo di valutazione dell’operato dell’autorità suprema.

Se il principio dello stato di necessità fosse ammesso come criterio generale di azione, ogni vescovo che giudicasse la Chiesa attraversata da una crisi grave potrebbe sentirsi autorizzato, o persino moralmente obbligato, a consacrare altri vescovi senza mandato pontificio per assicurare la continuità della fede e dei sacramenti. La conseguenza sarebbe una proliferazione di giurisdizioni parallele e di episcopi vagantes dispersi nel mondo, con inevitabili effetti di frammentazione, disordine e confusione per gli stessi fedeli che si vorrebbero proteggere.

L’esistenza di una linea episcopale derivante da mons. Richard Williamson, uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre nel 1988 e successivamente allontanato dalla Fraternità San Pio X, mostra concretamente come la logica dello stato di necessità, una volta sganciata da un principio superiore di autorità capace di delimitarla e regolarla, possa generare ulteriori divisioni. Si tratta di un fenomeno che, al di là dei giudizi sulle persone coinvolte, mostra il rischio intrinseco di consacrazioni episcopali fondate su valutazioni soggettive dello stato di necessità.

E tuttavia questo argomento, così fragile sul piano teologico e canonico, si presenta come il più forte sul piano pastorale. Mons. Lefebvre non era un teologo speculativo o un canonista, ma un missionario e un pastore d’anime. Nella sua lettera ai sacerdoti del 27 aprile 1987 scriveva: «I fedeli ancora cattolici si trovano in molti luoghi in una situazione spirituale disperata. È questo appello che la Chiesa ascolta; è per queste situazioni che essa concede la giurisdizione mediante la legge di supplenza». Il criterio decisivo, per lui, non era l’affermazione di un diritto proprio della Fraternità, ma il bisogno spirituale dei fedeli. Le consacrazioni dei vescovi nel 1988 vollero essere una risposta a questo appello delle anime.

Ci troviamo allora di fronte al paradosso. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, richiamandosi allo stato di necessità, fonda gran parte della propria giustificazione sulla preminenza delle esigenze pastorali rispetto alle considerazioni strettamente giuridiche e dottrinali, facendo proprio quel primato della prassi pastorale che è un mandato imperativo del Vaticano II. All’opposto, il Dicastero per la Dottrina della Fede si richiama al Vaticano II, ma non riconosce il peso dell’argomento pastorale e utilizza contro la FSSPX termini e concetti della teologia pre-conciliare in nome della cogenza della dottrina e del diritto.

In questa situazione confusa, l’unico consiglio sensato che si può dare agli incerti è di attenersi al principio della logica e del diritto, che dice: In dubiis standum est pro statu quo, donec ratio certa contrarium persuadeat («Nelle situazioni dubbie bisogna attenersi allo stato delle cose attuali, finché una prova certa non dimostri il contrario»). La ragione suggerisce che ognuno rimanga al posto in cui si trova, continuando a fare quello che fa, evitando di lasciarsi trascinare in polemiche sterili e proclami emotivi, che hanno il solo risultato di riaprire antiche ferite e di versare aceto sulle piaghe della Chiesa.

Il problema che oggi si pone è ben più ampio di quello, pur grave, delle consacrazioni episcopali del 1° luglio e delle loro conseguenze canoniche. Né la questione si esaurisce nel dibattito sulla liturgia tradizionale o nell’interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano II. Al cuore della controversia si trova il giudizio storico e teologico sul Novecento, un secolo che ha segnato profondamente il destino della Chiesa e del mondo contemporaneo.

Poco più di cento anni fa, l’incendio della Prima guerra mondiale pose fine all’ordine internazionale nato nei secoli cristiani, mentre la Rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 appiccava un fuoco ancora più vasto nel mondo. Ma nello stesso anno in cui il bolscevismo conquistava il potere, la Madonna apparve ai tre pastorelli di Fatima, spiegando le vere cause della crisi del mondo moderno, assicurando, dopo castighi, guerre e persecuzioni il trionfo finale del suo Cuore Immacolato. Il messaggio di Fatima si rivolgeva all’umanità intera, ma in modo particolare ai Pastori della Chiesa, al cui interno il modernismo aveva iniziato a diffondere il suo veleno mortale. Contro questo male, la Provvidenza suscitò san Pio X. Con l’enciclica Pascendi Dominici gregis dell’8 settembre 1907, dieci anni prima delle apparizioni di Fatima, il grande Pontefice denunciò con lucidità profetica il processo di auto-dissoluzione dei decenni successivi. La Pascendi e Fatima costituiscono, rispettivamente, la diagnosi dottrinale e la risposta soprannaturale alla crisi della modernità. Questi eventi, a loro volta, acquistano il loro significato autentico solo se vengono inseriti in una prospettiva più ampia che consenta di leggere le vicende umane come fasi di un’unica lotta che attraversa i secoli.

È qui che torna di straordinaria attualità la visione di sant’Agostino. Nella Città di Dio, il grande Dottore della Chiesa interpreta la storia come il confronto permanente tra coloro che orientano la propria vita a Dio e coloro che rifiutano l’ordine divino. La tradizione agostiniana, con la sua capacità di leggere gli avvenimenti storici alla luce della Provvidenza, offre la chiave interpretativa necessaria per affrontare questioni che continuano a determinare le vicende della Chiesa, con le sue apostasie, le sue persecuzioni e i suoi eroismi.

L’ultima parola, in questo orizzonte drammatico, spetta a colui che ha il mandato divino di guidare la Chiesa e che la stessa Fraternità San Pio X riconosce come il legittimo Vicario di Cristo, il Papa, oggi regnante, Leone XIV. Nessuna vera e definitiva soluzione ai gravi problemi che affliggono il Corpo Mistico di Cristo potrà essere trovata al di fuori del Romano Pontefice o contro di lui.






TERMINATE LE RIPRESE DEL NUOVO FILM DI MEL GIBSON SULLA RISURREZIONE




Il regista ha affermato che il sequel de La Passione di Cristo uscirà al cinema in due parti: la prima nel 2027 e la seconda nel 2028



BastaBugie n.983 del 24 giugno 2026


di Manuela Antonacci

È uno dei progetti più ambiziosi di Mel Gibson, reduce dal grande successo di The Passion del 2004. Stiamo parlando di «The Resurrection of the Christ» ovvero il sequel, appunto, de La Passione di Cristo, sequel le cui riprese sono cominciate nell'ottobre del 2025 e che uscirà nelle sale cinematografiche in due parti diverse: la prima il 6 maggio 2027 e la seconda il 25 maggio 2028. Entrambe le date coincidono con la Solennità dell'Ascensione. Nel cast avrebbero dovuto esserci sempre Jim Caviezel nei panni di Gesù, Maia Morgenstern nei panni della Madonna e Francesco De Vito nel ruolo di Pietro.

In realtà Caviezel non comparirà più nel film e tutto il cast risulterà completamente rinnovato. Al suo posto l'attore finlandese Jaakko Ohtonen, 36 anni, noto per aver interpretato il guerriero danese Wolland nella quinta stagione della serie Netflix The Last Kingdom, così come per le sue apparizioni in Vikings: Valhalla o in produzioni finlandesi come All the Sins. Non solo, anche il resto del cast è stato completamente cambiato: Maria Maddalena, che in The Passion era interpretata da Monica Bellucci, sarà Mariela Garriga (Muori di lei, Gli uomini d'oro, Mission impossibile: Dead Reckoning).

Al posto di Maia Morgenstern nel ruolo della Madonna ci sarà Kasia Smutniak, mentre Pietro sarà interpretato da Pier Luigi Pasino (La legge di Lidia Poet). Ponzio Pilato sarà interpretato da Riccardo Scamarcio. Il motivo per cui Gibson avrebbe deciso di cambiare totalmente il cast rispetto al primo film, risiederebbe nella notevole distanza temporale dal primo: se non avesse cambiato gli attori sarebbe dovuto ricorrere alla CGI (ovvero la grafica computerizzata che crea scene, personaggi e immagini in 2D o 3D) per ringiovanirli, aumentando notevolmente i costi di produzione. Sappiamo, inoltre, che le riprese sono durate 134 giorni in diverse località italiane (Roma, Matera, Bari, Brindisi, Ginosa e Craco).

Inoltre, la sceneggiatura è stata scritta con Randall Wallace, per intenderci, il regista di Braveheart. Insieme avevano già previsto che il progetto avrebbe avuto una dimensione spirituale e soprannaturale molto più ampia rispetto al primo film. Infatti il critico cinematografico Jordan Ruimy ha riferito che «la sceneggiatura sarà più filosofica e poetica di una storia semplice», una sorta di viaggio in cui Gesù sarebbe andato «in altri regni». Gibson avrebbe addirittura parlato di una «sceneggiatura psichedelica». Il film evidenzierà anche il periodo di tre giorni che inizia il Venerdì Santo, il giorno della morte di Gesù, e analizzerà perché i discepoli non hanno riconosciuto Gesù sulla strada per Emmaus. In questo film, come afferma il suo regista, sarebbero state impiegate una profusione di forze e creatività che hanno portato Mel Gibson ad affermare che si tratta senz'altro del lavoro più importante della sua vita e addirittura di «uno dei film più importanti della storia».

In Italia la pellicola verrà distribuita dalla Lionsgate che coprirà anche Nord America e Regno Unito, mentre in Spagna la distribuzione sarà gestita da Diamond. In America Latina, IDC, la joint venture di Lionsgate nella regione, sarà responsabile della situazione. L'elenco dei partner internazionali include Leonine (Germania), Metropolitan Film (Francia), Monolith (Polonia) e Ascot Elite (Svizzera). Adam Fogelson, presidente del Lionsgate Motion Picture Group, ha descritto così il risultato scenico: «Ogni immagine che abbiamo visto durante le riprese sembra un capolavoro pittorico portato in vita. Sono pochissimi registi capaci di operare a questo livello di immagini e allo stesso tempo capaci di offrire contenuti di tale profondità». Così, ora che le riprese sono terminata e la pellicola è pronta, non resta che aspettare maggio 2027...