domenica 7 giugno 2026

Prima del Corpus Domini non esisteva l’adorazione eucaristica





Ultimissime 07 Giu 2026


Con l’istituzione dl Corpus Domini nel XIII secolo nacque l’adorazione eucaristica extra-liturgica: ecco la storia di ciò che celebriamo oggi.

07 giugno 2026



Oggi la Chiesa cattolica celebra la solennità del Corpus Domini.

Si tratta di una delle feste più importanti dell’anno liturgico, nata nel XIII secolo.

Ciò che molti non sanno è la sua istituzione segnò una svolta decisiva nella devozione eucaristica e creò di fatto la nascita dell’adorazione del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa.


Com’è nata la festa del Corpus Domini

La festa nacque nell’area di Liegi, nell’attuale Belgio.

Fu il vescovo Roberto di Thourotte a introdurla nella diocesi nel 1246, accogliendo le richieste della monaca agostiniana Giuliana di Cornillon, che da anni auspicava una celebrazione specifica dedicata al Corpo di Cristo presente nell’Eucaristia.

Alcuni anni più tardi, nel 1264, papa Urbano IV estese la festa a tutta la Chiesa latina attraverso la bolla “Transiturus de hoc mundo”. Alla diffusione della celebrazione contribuì anche il celebre miracolo eucaristico di Bolsena, avvenuto proprio in quegli anni.


I primi cristiani e l’adorazione eucaristica

I cristiani da sempre credettero fermamente nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia e forme di adorazione eucaristica in ambito liturgico esistevano fin dalle origini.

Tuttavia, non esiste alcuna traccia nei documenti ecclesiali della Chiesa primitiva dell’esistenza di un culto extra-liturgico del Santissimo Sacramento.

Tale pratica, osserva l’autorevole Catholic Encyclopedia, comparve per la prima volta nel tardo Medioevo, intorno all’inizio del XIII secolo.

La maggior parte dei liturgisti, si legge, «attribuisce giustamente l’esposizione del Santissimo Sacramento e la sua speciale adorazione all’istituzione della festa del Corpus Domini».


Dopo il Corpus Domini

Vi è tuttavia qualche scarna testimonianza di adorazione continuativa anteriore al Corpus Domini, come ad esempio quella iniziata nel 1226 ad Avignone e proseguita ininterrottamente nel 1792, salvo essere poi ripresa nel 1829 grazie alla Confraternita dei Penitenti Grigi nel sud della Francia.

Con l’istituzione del Corpus Domini si diffusero l’esposizione del Santissimo, le processioni eucaristiche e, successivamente, le forme di adorazione perpetua.

Nel XV secolo tali pratiche divennero sempre più comuni, mentre tra XVI e XVII secolo nacquero confraternite, ordini religiosi e iniziative dedicate all’adorazione continua, come la celebre devozione delle Quarantore.


“Inginocchiarsi davanti al Santissimo”

Ancora oggi quella del Corpus Domini è una festività molto sentita.

Nell’udienza di domenica scorsa, Leone XIV ha incoraggiato a «mantenere viva» l’espressione «della pietà eucaristica popolare» tramite le «processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi».

Proprio ieri, nel suo viaggio in Spagna, il Papa ha ulteriormente ricordato che l’adorazione eucaristica «è proprio il luogo adatto per tacere, per liberare i nostri cuori ed essere presenti davanti al Signore, dialogando con lui affinché il suo amore, fatto cibo per tutta l’umanità, diventi eloquente».

Un’altra conferma è giunta dalla lettera pastorale diffusa nei giorni scorsi dall’arcivescovo di Sydney, Anthony Fisher.

Con essa ha invitato i fedeli a recuperare il significato dell’inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento: «Rivela più chiaramente ciò che crediamo riguardo a Dio e al nostro rapporto con Lui».

Oltre a ricordare che la ricezione della Comunione in ginocchio rimane una possibilità pienamente prevista dalla disciplina liturgica, mons. Fisher ha proposto di incrementare le occasioni di adorazione nelle parrocchie australiane.

Raccomandazioni sagge in vista del Congresso Eucaristico Internazionale che si terrà proprio a Sydney nel 2028.



Chiesa e Schiavitù. Perché proviamo un legittimo orgoglio







prof. Bernardino Montejano

CHIESA E SCHIAVITÙ

Anni fa, l’Istituto di Filosofia Pratica, in seguito ad alcune dichiarazioni dell’allora rettore dell’Università Cattolica, l’arcivescovo Víctor Manuel Fernández, e del direttore della rivista Criterio, José María Poirier, pubblicò la dichiarazione «Sulla schiavitù», in difesa della verità storica e dell’onore della Chiesa.

L’odierno cardinale Fernández disse allora: «La Chiesa alcuni secoli fa accettava pacificamente la schiavitù e ha cambiato idea perché c’è stata un’evoluzione nella dottrina», mentre il giornalista sosteneva che «La Chiesa ha convissuto per secoli con lo scandalo della schiavitù».

Ma oggi accade qualcosa di molto più doloroso: questo è condiviso da papa Leone XIV nella sua prima enciclica, quando scrive: non possiamo negare né minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù… Questa è una ferita nella memoria cristiana che non ci è estranea… a nome della Chiesa, chiedo sinceramente perdono».

La nostra tradizione ha inizio con san Paolo, il quale nella sua Lettera ai Galati scrive che «in Cristo… non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3, 27/28).

Ma a questo proposito l’apostolo ha scritto un testo esplicito: la lettera al suo amico Filemone, al quale dice: «Sebbene in Cristo avrei piena libertà di ordinarti ciò che è giusto, preferisco fare appello alla tua carità… Ti supplico per amore di mio figlio, che ho generato tra le catene, per Onesimo, che ti rimando… Accoglilo come me stesso. Se ti deve qualcosa, mettilo sul mio conto, io, Paolo, te lo pagherò».

L’apostolo dei gentili aveva battezzato nella prigione condivisa, sebbene per motivi diversi, con Onesimo, schiavo di Filemone.

San Paolo sottrae la questione dal campo giuridico e la colloca nell’orbita della carità e, come sottolinea con acutezza il teologo protestante Emil Brunner, «l’istituzione della schiavitù si dissolve dall’interno verso l’esterno… i cristiani avevano qualcosa di molto più importante da fare che protestare contro qualcosa che non potevano modificare e che una lotta aperta contro quell’ingiustizia non avrebbe ottenuto di sopprimerla, ma ne avrebbe provocato l’aumento» (La giustizia, Universidad Nacional Autónoma de México, pp. 134/135)

Questa tradizione trova una pietra miliare nell’epoca moderna con papa Leone XIII, che inquadra perfettamente il tema e che, nel 1890, pubblicò l’enciclica «Catholicae Ecclesiae», nella quale scrive:

«La Chiesa cattolica, che accoglie tutti gli uomini con amore materno, sin dalle sue origini, … non ha avuto altro desiderio che l’abolizione e la totale eliminazione della schiavitù, che sottoponeva tanti mortali a un giogo crudele. Infatti, fedele custode della dottrina del suo Fondatore… la Chiesa ha fatto propria la causa dimenticata degli schiavi ed è stata l’incrollabile garante della libertà, anche se, secondo quanto esigevano le circostanze e i tempi, si è impegnata nel suo intento in modo graduale e moderato. Vale a dire, ha proceduto con prudenza e discrezione, chiedendo costantemente ciò che desiderava in nome della religione, della giustizia e dell’umanità».
Eccellente il testo di Leone XIII, che spiega e avalla il percorso della Chiesa e che è il culmine di altri documenti che condannarono la schiavitù: «Creator omnium» di Eugenio IV (1434). «Sublimis Deus» di Paolo III (1537). «Commissum nobis» di Urbano VIII (1639). «In supremo» di Gregorio XVI (1839).

Secoli di documenti pontifici che smentiscono «il ritardo» nel condannare qualcosa di abominevole e che si inseriscono nella tradizione paolina.

Ci furono interventi tempestivi, come quello di Pio II nel 1462 che la definisce un “grande crimine” e quello di Paolo III che, nel 1537, scomunicò coloro che riducevano gli indigeni in schiavitù.

Nel 1218, san Pietro Nolasco fondò l’Ordine della Mercede, per riscattare coloro che erano schiavi o prigionieri dei musulmani, scambiando talvolta i frati stessi, la propria vita con quella di costoro.

Per tutto ciò, proviamo un legittimo orgoglio – che non è affatto superbia – per l’atteggiamento della nostra Chiesa e per la sua opera nel corso della storia, come quella di un nostro amico sacerdote, missionario argentino, che oggi libera schiavi cristiani riscattandoli nella Repubblica Islamica del Pakistan.



Buenos Aires, 2 giugno 2026






sabato 6 giugno 2026

Il vescovo Strickland: Stiamo morendo dissanguati: un appello a tornare al Sacro Cuore


Articolo scritto da mons. Strickland, vescovo emerito, pubblicato sul suo blog, nella traduzione curata da  Sabino Paciolla (6 giugno 2026).




Cari fratelli e sorelle in Cristo,

guardando alla Chiesa e al mondo dei nostri giorni, mi ritrovo a tornare a un’immagine inquietante. È un’immagine che è rimasta nella mia preghiera e nella mia contemplazione, e che credo descriva gran parte di ciò a cui stiamo assistendo intorno a noi.

STIAMO SANGUINANDO.

Non sangue. Non ricchezza. Non influenza.

Stiamo perdendo qualcosa di molto più prezioso.

STIAMO SANGUINANDO LA VERITÀ.

La verità stessa, tuttavia, non sta morendo. La verità non può morire, perché la verità non è semplicemente un’idea o una filosofia. La verità ha un nome. Nostro Signore Gesù Cristo ha dichiarato: «Io sono la via, la verità e la vita…» (Giovanni 14:6).

Eppure, mentre la verità rimane eterna e immutabile, molti hanno perso la volontà di soffrire per essa, di difenderla e di vivere secondo essa. In ogni angolo della società, vediamo la tentazione di scambiare la verità con il comfort.

STIAMO PERDENDO LA RIVERENZA.

Il sacro è spesso trattato ormai come ordinario. Il silenzio è stato sostituito dal rumore. Il mistero è stato sostituito dall’intrattenimento. Molti hanno perso la consapevolezza di trovarsi al cospetto del Dio vivente, la cui maestà induce gli angeli a velarsi il volto.

STIAMO PERDENDO L’INNOCENZA.

Forse in nessun altro luogo la ferita è più visibile che nello sfruttamento dei bambini e nella corruzione dei più vulnerabili.

Per anni, il mondo si è trovato di fronte a rivelazioni di traffico di esseri umani, abusi, sfruttamento e individui potenti che hanno usato la loro influenza per approfittare di coloro che erano affidati alle loro cure. Gli scandali legati a Jeffrey Epstein e alla sua rete hanno scioccato molte persone, ma hanno rivelato qualcosa di molto più profondo.

Hanno messo a nudo una cultura disposta a tollerare l’oscurità purché rimanesse nascosta. Hanno messo a nudo sistemi che proteggono i potenti mentre deludono gli innocenti. Hanno messo a nudo una società che parla spesso di diritti ma raramente di virtù.

La perdita dell’innocenza non si misura solo in base agli atti criminali. Si vede ogni volta che ai bambini viene rubata l’infanzia, ogni volta che la purezza viene derisa, ogni volta che gli esseri umani vengono trattati come oggetti piuttosto che come persone create a immagine e somiglianza di Dio.

Le ferite inflitte agli innocenti gridano al cielo per ottenere giustizia. Eppure la giustizia non viene fatta, poiché i responsabili spesso fanno parte proprio di coloro il cui compito è fermare l’emorragia.

E queste ferite non si limitano ai governi, alle aziende o all’industria dell’intrattenimento. La Chiesa stessa ha subito la vergogna e la devastazione degli scandali di abusi che hanno tradito la verità, ferito le anime e danneggiato la testimonianza del Vangelo.

Dove l’innocenza è ferita, Cristo stesso è ferito.

Dove i vulnerabili sono sfruttati, Cristo stesso è tradito.

Una civiltà può sopravvivere a molte difficoltà, ma non può durare a lungo se smette di proteggere i propri figli e di difendere la dignità degli innocenti. Questo è uno dei segni più evidenti che stiamo subendo un’emorragia spirituale.

E la domanda che dobbiamo porci è questa: come ha fatto la ferita a diventare così profonda?

La risposta si trova più in profondità della politica, più in profondità dell’economia e più in profondità di qualsiasi elezione, ideologia o istituzione.

Ci siamo allontanati da Dio.

L’emorragia non è iniziata quando le menzogne sono diventate comuni. L’emorragia è iniziata quando gli uomini hanno smesso di riconoscere che la verità viene da Dio.

L’emorragia non è iniziata quando la riverenza è scomparsa dalle nostre chiese e dalla vita pubblica. È iniziata quando abbiamo dimenticato che viviamo ogni momento sotto lo sguardo di Dio Onnipotente.

L’emorragia dell’innocenza non è iniziata con la denuncia di grandi scandali. È iniziata quando una cultura ha smesso di onorare la purezza e ha invece iniziato a celebrare ciò che le generazioni precedenti sapevano essere distruttivo.

Le terribili rivelazioni che circondano lo sfruttamento dei più vulnerabili, sia nei governi, nelle industrie, nell’intrattenimento o persino all’interno della Chiesa stessa, non sono la malattia. Sono sintomi di una malattia più profonda. Rivelano ciò che accade quando il potere è separato dalla virtù, quando il piacere è separato dalla responsabilità e quando gli esseri umani smettono di vedersi l’un l’altro come figli di Dio.

Una civiltà può sopravvivere alle guerre. Può sopravvivere alle difficoltà economiche. Può sopravvivere agli sconvolgimenti politici. Ma nessuna civiltà può resistere a lungo quando non protegge più i propri figli. Nessuna società può rimanere sana quando l’innocenza diventa qualcosa da sfruttare piuttosto che da difendere. E nessuna nazione può rimanere libera quando perde il fondamento morale su cui poggia la libertà.

Vediamo le conseguenze tutt’intorno a noi.

Viviamo in un’epoca in cui molti non sanno più di chi fidarsi. Le istituzioni pubbliche hanno perso credibilità. I leader sembrano più preoccupati di proteggere il potere che di perseguire la verità. Le informazioni ci circondano, eppure la chiarezza diventa sempre più difficile da trovare. Le voci competono per la nostra attenzione, ma la saggezza scarseggia.

Le persone non sono più d’accordo sul significato del matrimonio, della famiglia, della dignità umana, della giustizia, della libertà, o persino su cosa significhi essere umani. Ciò che le generazioni precedenti consideravano verità evidenti è ora oggetto di dibattiti senza fine. Ciò che un tempo era considerato una virtù è spesso ridicolizzato, mentre ciò che un tempo era riconosciuto come distruttivo è frequentemente celebrato.

Le ferite si estendono oltre la società e raggiungono la casa della fede.

Molti cattolici guardano alla Chiesa con dolore e confusione. Vedono divisione dove dovrebbe esserci unità. Sentono incertezza dove desiderano chiarezza. Assistono a scandali che hanno scosso la fiducia e lasciato molti feriti. Alcuni si chiedono perché errori evidenti non vengano corretti. Altri faticano a capire perché le antiche tradizioni siano trattate come fardelli piuttosto che come tesori.

In tempi come questi, c’è la tentazione di disperarsi o di lasciarsi consumare dalla rabbia. Entrambe le tentazioni sono pericolose. La disperazione dimentica che Cristo rimane il Signore della Sua Chiesa. La rabbia dimentica che la battaglia è, in ultima analisi, spirituale.

Dobbiamo essere onesti riguardo alle ferite che abbiamo davanti. Non dobbiamo fingere che tutto vada bene quando le anime soffrono e la confusione si diffonde. Eppure non dobbiamo nemmeno arrenderci allo scoraggiamento.

Perché la crisi che abbiamo davanti non è solo una crisi di leadership. Non è solo una crisi di cultura. Non è solo una crisi di istituzioni. È una crisi di visione.

Un popolo può sopportare le difficoltà quando sa dove sta andando. Un popolo può sopravvivere alla sofferenza quando sa perché soffre. Ma quando un popolo perde di vista Dio, perde di vista se stesso. E questa è la ferita più profonda sotto tutte le altre.

STIAMO PERDENDO LA VISIONE SOPRANNATURALE.

Abbiamo dimenticato l’eternità.

Siamo diventati ossessionati dall’immediato e abbiamo trascurato l’eterno. Siamo diventati esperti nella gestione degli affari terreni, dimenticando il destino dell’anima.

Parliamo costantemente di governo, mercati, elezioni, tecnologia, intrattenimento e successo, ma parliamo poco di giudizio, santità, sacrificio, pentimento e salvezza.

Viviamo come se questo mondo fosse la nostra dimora permanente. Viviamo come se la morte fosse la più grande tragedia.

Ma non lo è.

La più grande tragedia è perdere di vista Dio credendo di poter ancora prosperare senza di Lui. Questa perdita della visione soprannaturale colpisce ogni parte della società.

I governi si preoccupano del potere perché non riconoscono più una legge al di sopra di loro. Le istituzioni si consumano nell’autoconservazione perché non ricordano più lo scopo per cui esistono. Le famiglie diventano fragili perché non comprendono più la loro sacra missione.

E anche all’interno della Chiesa, l’attenzione sembra concentrarsi sulle preoccupazioni terrene e sulla celebrazione dell’umanità, mentre il nostro primo dovere è stato dimenticato: condurre le anime a Gesù Cristo e alla vita eterna.

Miei fratelli e sorelle, scrivo questa lettera non solo per descrivere la ferita aperta e per lamentare il fatto che stiamo dissanguandoci! La scrivo per risvegliarci!

Perché, anche se stiamo sanguinando, non siamo abbandonati. Anche se la ferita è grave, non è incurabile. Perché c’è un altro Cuore che sanguina ancora.

Il Sacro Cuore di Gesù, trafitto sul Calvario, riversa ancora Sangue e Misericordia su un mondo ferito. Il Cuore che è stato rifiutato ama ancora. Il Cuore che è stato schernito perdona ancora. Il Cuore che è stato trafitto guarisce ancora.

E forse la più grande tragedia della nostra epoca non è che il mondo sia ferito. Forse la più grande tragedia è che così tante anime ferite non sanno più dove cercare la guarigione.

La cercano nella politica. La cercano nella ricchezza. La cercano nel piacere. La cercano nell’ideologia. Eppure il rimedio è rimasto lo stesso per duemila anni.

IL RIMEDIO È GESÙ CRISTO.

Il rimedio è il pentimento. Il rimedio è la grazia. Il rimedio è la Croce. Il rimedio è il Sacro Cuore che continua ad ardere d’amore per ogni peccatore e ogni santo.

Miei cari amici, credo che ci troviamo in un momento di decisione. Continueremo ad allontanarci dalla fonte della vita? O torneremo indietro? Torneremo alla preghiera? Torneremo ai Sacramenti? Torneremo alla riverenza? Torneremo alla verità?

Torneremo al Sacro Cuore prima di dissanguare ciò che resta della nostra fede, del nostro coraggio, della nostra innocenza e del nostro amore?

Credo che ci sia ancora motivo di speranza. Non grazie ai governi. Non grazie alle istituzioni. Non grazie al potere mondano. Ma perché Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre.

Il Cuore che ha vinto la morte regna ancora. Il Sangue che ha redento il mondo non ha perso il suo potere. La misericordia che ha sollevato i santi dal peccato scorre ancora.

E se torniamo a Lui con cuori umili e pentiti, il Grande Medico può ancora guarire ciò che abbiamo ferito, restaurare ciò che abbiamo perso e rinnovare ciò che sembra irrecuperabile.

Possa il Sacro Cuore di Gesù avere misericordia di noi. Possa Egli fermare l’emorragia. Possa Egli restaurare in noi la visione soprannaturale. E possa Egli insegnarci ancora una volta a vivere, non solo per questo mondo, ma per il Regno che non ha fine.

Possa Dio Onnipotente benedirvi, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo Emerito





Una lezione per i sinodali: invocate Madre della Chiesa la Distruttrice di tutte le eresie



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Crisis Magazine. Pur sostenendo i titoli mariani “co-redemptrix” e “mediatrice di tutte le grazie”, sminuiti dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis [qui], ce n'è un altro che va immediatamente ripristinato nella pietà cattolica ordinaria, soprattutto alla luce della recente testimonianza sinodale: la “distruttrice di tutte le eresie”. 

06-06-2026


Nicolas Castelli

Fin dalla pubblicazione della Mater Populi Fidelis [vedi], si è acceso un vivace dibattito sui titoli mariani di “corredentrice” e “mediatrice di tutte le grazie”. Pur condividendo questi titoli, credo che ve ne sia un altro che debba essere immediatamente ripristinato nella pietà cattolica ordinaria, soprattutto alla luce delle recenti testimonianze sinodali: Nostra Signora, “distruttrice di tutte le eresie” (Pio X, Pascendi Dominici Gregis).

Le recenti testimonianze sinodali [Documento n.9 qui sono semplicemente errate e contraddicono esplicitamente la dottrina cattolica. Ad esempio, la seconda testimonianza codificata, di “un cattolico apertamente omosessuale”, inizia affermando: “La mia sessualità non è una perversione, un disordine o una croce; è un dono di Dio”. Questa affermazione proviene da un uomo che in seguito ha intrapreso un dottorato in teologia presso la Fordham University. Da questi segni esteriori, è probabile che egli sia consapevole della sua rottura con gli insegnamenti della Chiesa, ovvero che l'inclinazione è “oggettivamente disordinata” ( CCC 2358), che i suoi atti “non possono in alcun caso essere approvati” (Persona Humana, VIII) e che le persone con questa tendenza sono chiamate a una speciale partecipazione alla croce ( CCC 2358).

In un certo senso, dovremmo essere grati per le testimonianze. Esse hanno manifestato in modo chiaro e definitivo che “il grande passo avanti” – come lo ha definito padre James Martin – con l’“ascolto” della Chiesa riguardo all’attrazione per lo stesso sesso è in realtà un movimento verso una rottura dottrinale. Come ha scritto il cardinale Willem Eijk per il National Catholic Register: “Il rapporto del Gruppo di Studio 9 contraddice fondamentalmente l’insegnamento morale cattolico… Questo rapporto deve essere confutato con forza” [vedi]. Il cardinale ci assicura che “numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero Romano”.

Ma cosa possiamo fare noi – fedeli comuni, senza autorità magisteriale – per difendere la Fede non solo da questo errore, ma anche da altri che probabilmente continueranno a emergere dai gruppi di studio sinodali? Cosa possiamo fare per combattere per il baluardo della verità (1 Timoteo 3,15)? Dobbiamo invocare la Madre della Chiesa con il titolo di distruttrice di tutte le eresie.

Senza voler giudicare, personalmente non ricordo di aver mai sentito un vescovo, un sacerdote o un diacono usare questo titolo pubblicamente. Spesso sembra suscitare (almeno) un leggero disagio tra i cattolici, perché è estraneo alla sensibilità moderna (come del resto la guerra spirituale in generale). Alcuni potrebbero persino considerare questa prospettiva sulla Madonna un'espressione "esagerata" che la Chiesa ha lasciato al passato in quest'epoca contemporanea e illuminata di dialogo. Tuttavia, questo titolo non è semplicemente devozionale, è magisteriale.

Diversi papi lo hanno usato, anche se con parole leggermente diverse. Pio V insegna che ella “ha distrutto da sola tutte le eresie” nella bolla papale Consueverunt Romani (1569). Pio VIII confessa che “ella sola ha vinto tutte le eresie” nell'enciclica Traditi Humilitati (1829). Gregorio XVI, in risposta al liberalismo e all'indifferentismo religioso, esortò la Chiesa ad alzare “gli occhi e le mani alla santissima Vergine Maria, che sola schiaccia tutte le eresie” nell'enciclica Mirari Vos (1832); invoca anche il suo “potere di porre fine a tutte le eresie” nell'enciclica Inter Praecipuas (1844). Pio IX insegna che ella “ha distrutto tutte le eresie” nella costituzione apostolica Ineffabilis Deus (che definiva l'Immacolata Concezione nel 1854) e che ha “ucciso tutte le eresie in tutto il mondo” nella lettera apostolica Quanta Cura (1864).

Leone XIII insegna che la Chiesa saluta la Madonna «come vincitrice del Maligno e di tutti gli errori» nell'enciclica Augustissimae Virginis Mariae (1897). Oltre al precedente riferimento nella sua condanna del modernismo, Pio X insegna che «ha sterminato tutte le eresie del mondo» nell'enciclica Ad Diem Illum (1904). Infine, citando il Breviario Romano nell'enciclica Ingravescentibus Malis (1937), Pio XI ricorda come i nostri padri si rivolsero a lei «unica che distrugge tutte le eresie del mondo» quando erano circondati dagli errori.

Si noti che non si tratta di omelie o osservazioni improvvisate, bensì di documenti di alto livello che abbracciano diversi pontefici. I cattolici hanno un disperato bisogno di ricordare che le nostre battaglie non sono semplici dibattiti teologici o scontri contro fazioni problematiche della politica vaticana. San Paolo, al contrario, afferma che essi sono «contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre» (Efesini 6:12). Dice anche che «le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno la potenza di Dio per distruggere le fortezze» (2 Corinzi 10:4). Questo titolo mariano, quindi, non solo ha potere nella verità che significa (come ha spiegato padre Paul Scalia), ma anche nell'essere stato forgiato dal magistero papale come spada spirituale (Efesini 6:17) per la Chiesa militante. Coloro che lottano con l'attrazione per lo stesso sesso sono miei fratelli e sorelle; non sono nostri nemici. Il Signore li ama, la Madonna li ama e io li amo. Essi «devono essere accolti con rispetto, compassione e sensibilità» (CCC 2358). Ma la vera accoglienza e la vera compassione consistono nell'accompagnare queste (e tutte) le persone sul cammino, spesso dolorosamente difficile, verso la castità, affinché anch'esse possano raggiungere la perfezione cristiana ( CCC 2359).

Questo accompagnamento non consiste nel confermare la condizione, bensì in un delicato ministero di guarigione nella verità (Luca 5:29-32; Giovanni 8:31-38) e nell'essere motivati ​​dalla carità, pur rimanendo inflessibili nella chiarezza dottrinale, anche di fronte a situazioni pastorali difficili e complesse. Date le considerazioni precedenti, questo tipo di ministero richiede necessariamente di combattere contro di esse e per esse (Efesini 6:18), resistendo al vero nemico (Efesini 6:11), che opera per impossessarsi di tutti noi (1 Pietro 5:8) con l'inganno di falsi insegnamenti (1 Timoteo 4:1; 2 Corinzi 11:3-4).

Le testimonianze del Sinodo non sono vincolanti; tuttavia, hanno rafforzato in modo drammatico errori che da decenni minano la Chiesa dall'interno (Atti 20:29-30). Questo scandalo dovrebbe essere il nostro grido di battaglia per la perseveranza nella preghiera. Il Signore vittorioso ci ha donato una madre che schiaccia il nemico con e sotto di Lui (Genesi 3,15). Ella desidera ardentemente esercitare questo potere per noi perché la guerra è combattuta contro i suoi figli (Apocalisse 12,17). Perciò, pregherò con ancora maggiore fervore per l'intercessione della Madonna sotto questo titolo. Quando cerchiamo la pace, la invochiamo come Nostra Signora della Pace. Quando cerchiamo la saggezza, invochiamo la Sede della Sapienza. In questo tempo di errore e confusione diffusi, dobbiamo invocarla come Nostra Signora, distruttrice di tutte le eresie.




*Nicolas Castelli è un fotografo cattolico di New York, sposato. Ha conseguito un master in studi teologici e sta frequentando un corso di perfezionamento post-laurea in teologia dogmatica.






Vescovo Suetta: “Tacere sulla fede cattolica non è carità”





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by Aldo Maria Valli 05 giu 2026


Vescovo Suetta: “Nel rapporto con i musulmani, tacere sulla fede cattolica non è carità”. E la rete dei convertiti applaude


di Edward Pentin

La St. Nicholas Tavelic Network (TavNet), rete che fornisce assistenza pastorale e sostegno a comunità clandestine di convertiti dalla fede musulmana a quella cristiana, ha dichiarato che le recenti parole di monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, sull’annuncio del Vangelo ai musulmani che vivono nel territorio diocesano, li hanno “incoraggiati moltissimo” e sono d’accordo con lui sul fatto che tacere sulla fede “non è carità” e che “un’identità cristiana chiara e visibile è assolutamente necessaria per evangelizzare i musulmani”.

Nella lettera pastorale del 24 maggio intitolata “Non c’è amore più grande”, il vescovo Suetta lancia un appello all’evangelizzazione dei musulmani. Il crescente numero di migranti musulmani nella regione – afferma – solleva interrogativi inevitabili, come ad esempio quale debba essere l’atteggiamento cristiano nei loro confronti e la necessità di conciliare il rispetto per la loro fede con l’esigenza di annunciare il Vangelo.

Suetta ha quindi deciso di proporre nella sua diocesi un “programma specifico di formazione e occasioni di incontro”, impegnandosi a testimoniare e annunciare il Vangelo ai musulmani che vivono nel territorio. “In questo modo conosceremo meglio la fede e la cultura dei musulmani che incontriamo ogni giorno” e “impareremo anche, in modo più consapevole, come esercitare il nostro dovere di battezzati, che è un compito d’amore e quindi di annuncio di Colui che è la salvezza dell’umanità”.

La presenza di comunità musulmane nelle regioni del mondo tradizionalmente cristiane è in aumento negli ultimi decenni. Non sono disponibili statistiche precise sulla crescita della popolazione musulmana nell’Italia storicamente cattolica, ma stime approssimative suggeriscono un raddoppio negli ultimi due decenni: da circa 800 mila nel 2006 a più di un milione e mezzo nel 2023. La popolazione musulmana in Europa è aumentata dal 2% al 6% tra il 1950 e il 2020, da 11 milioni a 45 milioni. Anche negli Stati Uniti il numero di musulmani è in costante crescita, dal milione e mezzo del 2000 a poco meno di quattro milioni e mezzo nel 2026.

La lettera pastorale del vescovo Suetta, sottotitolata “Sulla carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani che vivono nel nostro territorio”, coincide quest’anno con l’ottocentesimo anniversario della morte di san Francesco d’Assisi, che nel 1219 incontrò il sultano Al-Malik al-Kamil in Egitto. Il vescovo ricoda inoltre il sessantesimo anniversario, celebrato lo scorso anno, della dichiarazione interreligiosa “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II.

Ricordando l’incontro di san Francesco con il sultano, il vescovo Suetta afferma che il santo raccomandò ai suoi frati non di “impegnarsi in litigi o dispute” con i musulmani, ma di confessare la fede cristiana, risvegliare la fede nel Dio trino e dire loro che “devono essere battezzati e diventare cristiani” altrimenti non potranno entrare nel regno di Dio.

I frati non dovevano nascondere la propria fede, ma, al contrario, dovevano “manifestarla, prima di tutto attraverso la testimonianza della loro vita, che è più importante delle parole, come ripete l’uomo di Assisi in diversi scritti”.

Il vescovo esorta i suoi fedeli a concentrarsi sugli “aspetti che abbiamo in comune con i musulmani”, soprattutto nell’aiutare un mondo che “si sta allontanando dal suo Creatore”, poiché ciò può favorire opportunità di collaborazione nel sostenere una moralità che la società secolarizzata spesso rifiuta.

I musulmani che arrivano nei paesi occidentali, osserva il vescovo, tendono ad associare l’immoralità pubblica alla fede cristiana, e solo quando incontrano cristiani che offrono una testimonianza coerente si rendono conto che “la secolarizzazione è una corruzione del cristianesimo”. Con l’accoglienza e la testimonianza, “l’annuncio è già iniziato”, quini ecco l’importanza di parlare ai musulmani di Gesù Cristo con carità.

In passato – osserva il vescovo – la missione della Chiesa era ad gentes, rivolta ai non cristiani nei paesi a maggioranza non cristiana, “ma ora è giunto il momento di assumerci questa responsabilità qui in patria e, per noi, in particolare nei confronti degli immigrati musulmani”.

Suetta ribadisce l’insegnamento della Chiesa secondo cui le anime possono essere salvate solo attraverso Cristo, aggiungendo che trascurare la proclamazione di questa verità significherebbe “deridere la croce salvifica e la mediazione universale” del Signore, non che “tradire la nostra missione di battezzati”. Il vescovo usa l’analogia del non lanciare una corda per salvare un uomo che sta annegando, pensando che questi possa salvarsi da solo e sentirsi così più libero, quando in realtà “la corda è la liberazione”.

“Quanti musulmani che vivono tra i cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio e diranno: perché non mi avete gettato la corda? Perché non mi avete fatto conoscere la verità? Per questo motivo comprendiamo l’urgenza della missione che spinse san Paolo a esclamare: guai a me se non annuncio il Vangelo!”.

Secondo Suetta, la “corda” può essere utilizzata, in primo luogo, risvegliando l’interesse per la fede attraverso una vita di testimonianza e amore cristiano, e poi rispondendo alle domande “con gentilezza e riverenza”.

“Questo è uno choc per un musulmano, abituato a vedere Dio come più distante, come qualcuno a cui dobbiamo sottometterci, ma che non possiamo conoscere. Anche se Dio è irraggiungibile con le facoltà umane naturali, i cristiani sanno che in Gesù abbiamo la piena rivelazione del suo amore”.

Occorre mostrare ai musulmani che seguiamo Gesù non per paura di una punizione o per ottenere una ricompensa, ma per amore. I cattolici non sono schiavi, ma figli e figlie amati da Dio Padre attraverso suo Figlio. Questo movente d’amore “ci spinge a condividere con gli altri la grande gioia che il Figlio di Dio è venuto a salvarci e ci insegna ad amarci gli uni gli altri”, e c’è un solo modo per far capire agli altri che Dio è veramente amore: dimostrandolo con la propria vita.

“L’amore deve essere libero, pertanto la proclamazione del Vangelo ai musulmani deve essere condotta con il massimo rispetto per la loro libertà”.

I fedeli devono prendere sul serio il Grande Mandato: fare discepoli di tutte le nazioni, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Affidiamo alla Madonna, venerata anche dai musulmani, “questo desiderio di trasmettere l’amore di Dio a tutti, con la gioia e la forza che la Pasqua ci ha portato: Gesù Cristo è risorto, è veramente risorto”.

Numair R., responsabile della sezione britannica di TavNet, ha accolto con favore le parole del vescovo, dichiarando che molti credono che la missione verso i musulmani debba svolgersi solo nel mondo musulmano, “quando in realtà la missione è proprio qui, a due passi da noi”.

Numair concorda con il vescovo sul fatto che tacere sulla fede “non è carità”, e aggiunge che una forte identità cristiana è “assolutamente necessaria per evangelizzare i musulmani”, i quali credono che il cristianesimo sia la causa del degrado morale in Occidente.

Numair è d’accordo con il vescovo Suetta anche sul fatto che i musulmani devono comprendere che “la secolarizzazione è una corruzione del cristianesimo” e questo può avvenire solo attraverso autentici incontri con cattolici fedeli”.

Joseph L., responsabile della sezione francese di TavNet, afferma di sapere per esperienza che molti convertiti dall’Islam “non hanno bisogno di ambiguità e sottigliezze diplomatiche, ma di un accompagnamento serio, di una catechesi rigorosa, dei sacramenti e di una famiglia cattolica”. L’evangelizzazione “non deve mai essere coercitiva, ma nemmeno silenziosa”.

Numair conclude: “Ognuno di noi che collabora con TavNet pregherà per sua eccellenza il vescovo Suetta, per il successo del suo piano pastorale e affinché molti altri vescovi lo seguano”.

ncregister





venerdì 5 giugno 2026

Cappellani e armi, un ripassino per monsignor Savino



Per il vice presidente della Cei Savino, i cappellani militari non avrebbero dovuto partecipare alla parata militare del 2 giugno. La solita lettura “pacifista” contraddetta da molta dottrina cattolica a servizio della pace e dall'esempio di molti santi guerrieri.

Dottrina



La Chiesa pacifista è scesa in guerra in occasione della Festa della Repubblica celebrata il 2 giugno. Uno degli ufficiali più alto in grado di queste milizie ireniche è Mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei. Il casus belli è stato il seguente: i cappellani militari non dovevano sfilare nella parata militare sotto gli occhi del presidente della Repubblica.

Mons. Savino ha rilasciato queste dichiarazioni all’Ansa e a Repubblica: «L'articolo 11, che ripudia la guerra, resta una delle espressioni più alte della nostra storia democratica […]. In questa prospettiva, ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell'apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace […]. Conosco tanti cappellani militari, […] non poche volte raccolgo le loro confidenze e con esse la loro amarezza per trovarsi spesso fra due fuochi: quello di chi li vede custodi sacri del 'Signore degli eserciti' e chi invece li vede traditori del messaggio del vangelo della pace. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze. Il punto non è metterli in discussione, ma sottrarli a ogni equivoco celebrativo». In sintesi il pensiero di Mons. Savino è il seguente: da lodare il ruolo del cappellano nelle forze armate, ma guai ad associare questo ruolo alla guerra, perché ogni guerra è da ripudiare.

Un pensiero che non è cattolico. Infatti esiste la guerra di difesa che come tale è giusta. A dircelo è lo stesso Magistero. Catechismo della Chiesa Cattolica: «I pubblici poteri, in questo caso [laddove siano presenti tutte le condizioni previste per una guerra di difesa], hanno il diritto e il dovere di imporre [sic] ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale [corsivo nel testo]» (2310). Gaudium et spes: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra […] una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati […]. Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace» (79). Brano che è stato ripreso da Giovanni Paolo II nel documento Spirituali Militum Curae in cui disciplina in modo nuovo il ruolo dei cappellani militari.

Populorum progressio in merito alla guerra civile: «Sappiamo che l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie» (31). Libertatis conscientia, documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che riguarda sempre la guerra civile: «La lotta contro le ingiustizie non ha senso, se non è condotta con l'intento di instaurare un nuovo ordine sociale e politico in conformità con le esigenze della giustizia. […] Questi princìpi devono essere rispettati in modo speciale nel caso estremo del ricorso alla lotta armata, che il magistero ha indicato quale ultimo rimedio per porre fine a una ‘tirannia evidente e prolungata, che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocesse in modo pericoloso al bene comune di un Paese’» (78-79). Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Le esigenze della legittima difesa giustificano l'esistenza, negli Stati, delle forze armate, la cui azione deve essere posta al servizio della pace» (502).

Messaggio di Natale del 1948 di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d'impassibile neutralità. Chi potrà mai valutare i danni già cagionati in passato da una tale indifferenza, ben aliena dal sentire cristiano, verso la guerra di aggressione?» (28).

A testimoniare la liceità morale della guerra di difesa c’è anche uno stuolo di Santi militari, persone che la Chiesa ha canonizzato non “sebbene abbiano imbracciato le armi”, ma “anche perché le hanno imbracciate”: da San Giorgio a San Sebastiano, da San Ferdinando III di Castiglia a San Luigi IX di Francia per arrivare a Santa Giovanna d’Arco. Citiamo poi due santi che nell’immaginario collettivo sono l’incarnazione dello spirito pacifista cattolico, ma la cui biografia dice altro. Riportiamo parte del colloquio, tratto dalla Legenda major, tra San Francesco d’Assisi e il sultano Al-Kamil. Quest’ultimo così provoca il poverello: «Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male. [...] Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?». Risposta di Francesco: «Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: “Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te”. […] Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete». 

Poi abbiamo Padre Pio: «Noi siamo tutti chiamati a compiere il penoso dovere, rappresentato dalla guerra. Dobbiamo fare tutto il nostro dovere a seconda delle nostre forze, dobbiamo cooperare al bene comune, e renderci propizia la misericordia del Signore. L'ora solenne che la Nazione nostra attraversa non è un abbandono del cielo. La più grande misericordia di Dio è il non lasciare in pace con se stesse quelle Nazioni che non sono in pace con Dio» (Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I [1910-1922] a cura di M. da Poblatura e A. da Ripabottoni, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 2004).

Per chiudere citiamo il Fondatore della Chiesa cattolica: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt, 10, 34); «chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» (Lc, 22,36). Sempre nel Vangelo di Matteo scopriamo poi che, con atteggiamenti poco pacifisti, un Re, i cui servi furono uccisi proprio dagli invitati alle nozze del figlio, «mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (Mt. 22, 7).

Mons. Savino forse, per sensibilità personale, non si lascia molto persuadere da fonti cattoliche, Vangelo incluso. Allora ne prendiamo una laica, laicissima, la stessa che lui ha citato, l’art. 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dunque l’Italia ripudia la guerra solo quando è usata come strumento di offesa e non di difesa.

E, quindi, è lodevole che i cappellani militari, che sono loro stessi militari, abbiano sfilato insieme ai loro colleghi? Sì. Così come è lodevole che benedicano le armi, se armi poste al servizio della pace.





Sinodalità e Magnifica humanitas: la liturgia resta fuori dal prossimo concistoro di Leone XIV



Per lasciar spazio alla Magnifica humanitas e ad un aggiornamento sul processo sinodale, Leone rimuove la liturgia anche dal concistoro di giugno (Vatican.news). La liturgia era una delle quattro opzioni che i cardinali avrebbero dovuto discutere a gennaio [qui], e non essendo stata scelta in quell'occasione, si presumeva che sarebbe stata affrontata a giugno. Ora sembra che Leone non abbia alcun particolare desiderio di esaminarla con il collegio cardinalizio che intende convocare ogni anno: è stata completamente rimossa dal programma. La decisione fa molto discutere, poiché ancora mancano direttive chiare sul destino della Messa antiquior. Nonostante Leone continui nelle catechesi sulla Sacrosanctum Concilium nelle udienze generali e a invitare i fedeli a riscoprire la bellezza e il valore dei simboli liturgici, il papa - e dunque anche il vertice cardinalizio - ancora una volta accantonano i delicati temi del rito e della tradizione. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.


5 giugno 2026



Il prossimo concistoro convocato da papa Leone XIV per i giorni 26, 27 e 29 giugno sarà caratterizzato dalla riflessione sulla situazione internazionale, dallo studio dell’enciclica Magnifica humanitas e da un aggiornamento sul processo sinodale. Lo si evince da una lettera inviata il 3 giugno dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, a tutti i cardinali partecipanti.

Nella lettera il porporato afferma che il Santo Padre desidera che l’incontro sia uno spazio di ascolto reciproco, discernimento e approfondimento comune sulle sfide che la Chiesa affronta attualmente. L’obiettivo è raccogliere l’esperienza dei cardinali sparsi in tutto il mondo e favorire uno scambio franco di opinioni su questioni rilevanti per la vita ecclesiale.

Quattro grandi temi per il concistoro

La prima sessione sarà dedicata a una riflessione condivisa sulla situazione internazionale e sulla realtà delle Chiese locali. I cardinali saranno invitati a esporre le principali sofferenze, tensioni e sfide che attualmente riguardano i popoli e le comunità ecclesiali sotto la loro responsabilità, nonché i segni di speranza e riconciliazione che ritengono più significativi.

La seconda e la terza sessione ruoteranno attorno all’enciclica Magnifica humanitas, pubblicata di recente da Leone XIV. Il Vaticano ha messo a disposizione dei partecipanti materiali di lavoro specifici per preparare le discussioni.

Nella seconda sessione si affronterà in particolare il capitolo quinto del documento, intitolato «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore». La lettera sottolinea che l’enciclica analizza la crescente polarizzazione e conflittualità del mondo contemporaneo e ricorda che la pace non costituisce soltanto un ideale morale, ma una condizione essenziale per lo sviluppo dei popoli.

Il testo segnala inoltre che i cardinali saranno invitati a riflettere su come riaffermare oggi il principio del «superamento della teoria della guerra giusta», cioè il superamento della teoria della guerra giusta, un’espressione che la stessa enciclica considera frequentemente invocata per giustificare conflitti armati.

L’enciclica come asse del pontificato

La terza sessione approfondirà la proposta centrale di Magnifica humanitas: interpretare le trasformazioni culturali e sociali del nostro tempo alla luce del Vangelo per orientare lo sviluppo umano integrale.

La rilevanza attribuita all’enciclica durante il concistoro conferma che il documento è diventato uno dei principali assi programmatici del pontificato di Leone XIV. Non si tratta soltanto di una riflessione dottrinale, ma di un testo che il Papa vuole trasformare in riferimento per l’azione pastorale e il discernimento della Chiesa nei prossimi anni.

Infine tornerà sul tavolo il processo sinodale

L’ultima sessione includerà un aggiornamento sul processo di applicazione del Sinodo e sulla preparazione delle assemblee previste per il 2027 e il 2028. I cardinali riceveranno informazioni sulle diverse fasi, criteri e strumenti che si stanno sviluppando per continuare il cammino sinodale.

Successivamente avrà luogo un dialogo libero tra i membri del Collegio cardinalizio e il Papa, con interventi brevi di tre minuti per partecipante.

Le sessioni contrastano con l’assenza di altri temi che avevano suscitato interesse dopo il primo concistoro del pontificato. Allora, i cardinali optarono per concentrare i loro lavori sulla sinodalità e sulla missione evangelizzatrice, lasciando fuori questioni come la liturgia e la riforma della Curia.

Concistoro e creazione di nuovi metropoliti

La lettera ricorda altresì che il concistoro si celebrerà i giorni 26 e 27 giugno nell’Aula Paolo VI e nell’Aula del Sinodo. I lavori si concluderanno il 29 giugno nella basilica di San Pietro, durante la solennità dei santi Pietro e Paolo.

Proprio quel giorno, alle 9:30 del mattino, Leone XIV presiederà la solenne celebrazione eucaristica nella Basilica Vaticana, durante la quale benedirà i pallii e imporrà personalmente questa insegna liturgica ai nuovi arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno.

L’imposizione del pallio costituisce uno dei momenti più significativi della solennità dei santi Pietro e Paolo. Questa fascia di lana bianca, adornata con croci nere, simboleggia la comunione degli arcivescovi metropoliti con il Successore di Pietro e la responsabilità pastorale che esercitano sulle Chiese particolari affidate alla loro cura.

La convocazione riflette il desiderio del Papa di trasformare i concistori in autentici spazi di consultazione e discernimento collegiale, nei quali i cardinali possano apportare l’esperienza delle Chiese particolari e collaborare più strettamente nell’orientamento del governo universale della Chiesa.