venerdì 15 maggio 2026

Dieci punti inquietanti emersi dall’inchiesta dell’Istituto Lepanto sull’alleanza tra Vaticano e marxisti





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by Aldo Maria Valli, 15 mag 2026

La crisi nella Chiesa non si limita più all’ambiguità dottrinale o agli abusi liturgici. È in atto una trasformazione ideologica più profonda.



di Riaan Van Zyl

Il rapporto pubblicato il 12 maggio dall’Istituto Lepanto sull’Incontro mondiale dei movimenti popolari patrocinato dal Vaticano costituisce una delle critiche più severe che siano state rivolte alla Chiesa sinodale post-conciliare emerse negli ultimi anni.

Intitolato “Camminare insieme ai rivoluzionari: l’incontro di papa Leone del 2025 con i movimenti popolari marxisti”, il rapporto documenta la relazione sempre più stretta del Vaticano con organizzazioni che abbracciano apertamente il socialismo, il comunismo, l’attivismo a favore dell’aborto e l’ideologia LGBTQ.

Dall’analisi dettagliata contenuta nel rapporto emerge un quadro desolante del collasso istituzionale e spirituale del Vaticano.

Ecco le dieci rivelazioni più inquietanti.

Leone XIV ha detto pubblicamente “Io sono con voi” a gruppi le cui ideologie sono denunciate dalla dottrina cattolica e dalle Scritture.

Forse il punto più scandaloso è il discorso di papa Leone ai movimenti attivisti. Rivolgendosi direttamente ai gruppi identificati nel rapporto come marxisti e rivoluzionari, il Papa ha dichiarato: “Io sono qui. Io sono con voi!”.

Non è stata cortesia diplomatica nei confronti dei leader laici, bensì un’esplicita affermazione rivolta alle organizzazioni che promuovono apertamente la rivoluzione socialista e l’agitazione di sinistra.

Il Vaticano continua a promuovere lo slogan socialista “terra, casa e lavoro”

La frase “terra, casa e lavoro” ricorre ripetutamente nel corso dell’Incontro mondiale dei movimenti popolari ed è di fatto diventata il suo motto ideologico. Prevost li ha definiti “diritti sacri”.

Gli osservatori avranno notato che questo slogan è comparso regolarmente nei discorsi di Prevost, in una forma o nell’altra.

Il problema non è la preoccupazione per i poveri – che è sempre stata parte integrante dell’insegnamento cattolico – ma il fatto che questo slogan trae origine da movimenti radicati nell’ideologia marxista della lotta di classe piuttosto che nella dottrina sociale cattolica.

Un evento vaticano si è tenuto presso un centro sociale apertamente marxista

L’incontro del 2025 si è tenuto presso lo Spin Time Labs di Roma, descritto nel rapporto come un centro sociale urbano di ispirazione apertamente marxista e “transfemminista”.

Secondo l’Istituto Lepanto, il luogo ha ospitato eventi politici comunisti, attivismo a favore dell’aborto, festival queer e spettacoli volgari con nudità in pubblico. Eppure papa Leone lo ha elogiato esplicitamente, affermando che i partecipanti avevano camminato “da un centro sociale – Spin Time – fino al Vaticano”.

Il simbolismo è impossibile da ignorare.

Il Vaticano ha accolto con favore il movimento rivoluzionario brasiliano MST

Una delle principali organizzazioni presenti era il Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (MST) brasiliano, movimento rivoluzionario per la terra caratterizzato da espliciti principi socialisti.

Il rapporto cita la leader dell’MST, Ayala Ferreira: “Non ci vergogniamo di affermare il socialismo”.

L’organizzazione ha celebrato Marx, promosso una retorica rivoluzionaria e attaccato apertamente il capitalismo come sistema oppressivo che necessita di essere sostituito.

La stessa organizzazione promuove in modo aggressivo l’aborto

Il rapporto dimostra che MST non è semplicemente socialista, ma profondamente impegnato nell’attivismo a favore dell’aborto. Una dichiarazione citata da Lepanto afferma: “La depenalizzazione dell’aborto è più di una semplice questione femminista”.

Un altro slogan promosso da MST recita: “Legalizziamo l’aborto, il diritto al nostro corpo!”

Che un’organizzazione satanica di questo tipo potesse ricevere la legittimità vaticana sarebbe stato inimmaginabile sotto i pontificati preconciliari.

L’ideologia LGBTQ è pienamente radicata in questi movimenti

Il rapporto documenta anche il coinvolgimento di MST nell’attivismo transgender e LGBTQ. L’organizzazione ha celebrato la “Giornata della visibilità trans” e ha dichiarato: “Se c’è sessismo e omofobia, non c’è riforma agraria”.

Secondo alcune fonti, altri gruppi partecipanti all’incontro mondiale avrebbero promosso l’attivismo omosessuale e cause di “liberazione queer” palesemente incompatibili con la dottrina morale cattolica.

Il passato rivoluzionario marxista di Luca Casarini è stato ignorato dal Vaticano

Il rapporto dedica notevole attenzione all’attivista italiano Luca Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans e figura di spicco del movimento.

Secondo alcune fonti, Casarini avrebbe partecipato ad attività politiche autonomiste radicali, dichiarato “guerra” al vertice del G8 di Genova e affermato pubblicamente che “Karl Marx aveva ragione”.

Nonostante questo passato, ha goduto di un accesso straordinario al Vaticano e ha persino ricevuto incoraggiamenti personali dall’eretico Bergoglio.

A Leone è stata presentata un’immagine pagana

Un episodio particolarmente inquietante si è verificato quando i rappresentanti dell’MST hanno presentato a Leone XIV un arazzo raffigurante Ossanha, una divinità pagana afro-brasiliana associata alla magia e alle piante rituali.

Per i fedeli preoccupati dal sincretismo e dall’erosione del Primo Comandamento, l’episodio ha richiamato alla mente lo scandalo della Pachamama durante il pontificato di Francesco: un altro momento in cui la simbologia pagana è stata accettata all’interno degli ambienti cattolici.

Le strutture ecclesiastiche locali vengono integrate in questi movimenti

Il rapporto cita comunicati stampa vaticani secondo i quali rappresentanti diocesani e membri delle commissioni Giustizia e Pace hanno accompagnato le delegazioni di attivisti.

Questo è forse lo sviluppo più pericoloso di tutti, perché suggerisce che questi movimenti rivoluzionari non sono più gruppi di pressione esterni, ma si stanno intrecciando direttamente con la vita istituzionale della Chiesa attraverso il linguaggio della “sinodalità” e dell'”accompagnamento”.

Il rapporto avverte che il marxismo si sta diffondendo all’interno delle comunità cattoliche

La conclusione finale del rapporto è devastante. Pur evitando accuratamente l’accusa che lo stesso papa Leone XIV sia un comunista, l’Istituto Lepanto sostiene che l’Incontro mondiale dei movimenti popolari funziona come veicolo di infiltrazione ideologica.

L’avvertimento è crudo e riassume in modo conciso la tragica situazione della Chiesa sinodale: “L’Incontro mondiale dei movimenti popolari… è concepito specificamente per la diffusione delle ideologie marxiste all’interno delle comunità cattoliche locali”.

Tutto sommato, questo rapporto conferma ciò che molti cattolici consapevoli sanno da tempo: la crisi nella Chiesa non si limita più all’ambiguità dottrinale o agli abusi liturgici. È in atto una trasformazione ideologica più profonda: i movimenti politici rivoluzionari vengono sempre più considerati alleati, mentre i cattolici tradizionalisti sono emarginati in quanto ostacoli sulla strada della nuova Chiesa “sinodale”.

La tragedia sta nel fatto che la Chiesa cattolica ha trascorso più di un secolo a condannare il socialismo e il comunismo come fondamentalmente incompatibili con il cristianesimo. I papi hanno ripetutamente avvertito che il marxismo avrebbe distrutto la religione, la vita familiare, la proprietà privata e l’ordine sociale.

Milioni di cattolici hanno subito persecuzioni e martirio sotto i regimi comunisti nel corso del ventesimo secolo. Eppure oggi, secondo le prove raccolte dall’Istituto Lepanto, organizzazioni che celebrano apertamente quelle stesse ideologie vengono accolte persino in Vaticano, e la falsa chiesa, mascherata da Chiesa cattolica, promuove attivamente questi errori diabolici.

Proprio quando pensavamo che la Chiesa sinodale non potesse allontanarsi ulteriormente dalla redenzione, ci hanno dimostrato il contrario.

integritymagazine





Pillole abortive via posta, nuova triste conferma dalla Corte Suprema



Confermata di nuovo la norma introdotta dall’amministrazione Biden che consente di spedire via posta il mifepristone. Dissentono i giudici Alito e Thomas con argomentazioni stringenti. Il caso continua comunque nelle corti inferiori.

STATI UNITI

Vita e bioetica


Ermes Dovico, 15-05-2026

Sulle pillole abortive è arrivata una nuova delusione per il movimento pro vita americano e per chiunque ha a cuore i bambini nel grembo materno. Ieri, giovedì 14 maggio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato ancora una volta la norma introdotta dall’amministrazione Biden che consente di spedire via posta – senza il requisito minimo della visita di persona – il mifepristone, una delle due sostanze usate per l’aborto farmacologico. Una conferma che tecnicamente è arrivata senza offrire motivazioni, attraverso la proroga della sospensione del divieto al mifepristone via posta che era stato emesso lo scorso 1 maggio dalla Corte d’Appello del Quinto Circuito. Nel caso di specie, che nasce dall’azione legale avviata dallo Stato della Louisiana, la sospensione del divieto era stata richiesta con un ricorso d’emergenza presentato il 2 maggio da Danco Laboratories e GenBioPro, due aziende produttrici del mifepristone.

La decisione della maggioranza della Corte Suprema ha visto dissentire i giudici Samuel Alito e Clarence Thomas. Quest’ultimo, nella sua opinione dissenziente, avallando la linea argomentativa della Louisiana, ha sottolineato che «la spedizione di mifepristone per uso abortivo costituisce un reato penale. Il Comstock Act vieta l’uso della “posta” per spedire qualsiasi “farmaco [...] destinato a provocare l’aborto”». Thomas ha ricordato che questa violazione della legge, attraverso la spedizione del mifepristone, causa quasi mille aborti al mese in Louisiana, aggirando le normative pro vita dello Stato. E poi lo stesso giudice, con parole stringenti, ha messo in luce l’assurdità di appoggiare il ricorso dei produttori del mifepristone: «I ricorrenti non hanno diritto alla sospensione di un’ordinanza giudiziaria sfavorevole sulla base del mancato guadagno derivante dalla loro attività criminale. Essi non possono, in alcun senso giuridicamente rilevante, subire un danno irreparabile a causa di un’ordinanza giudiziaria che renda loro più difficile commettere reati». L’interesse pubblico, spiega Thomas richiamando un precedente giurisprudenziale (Zedner vs Stati Uniti), è di ridurre la possibilità dei ricorrenti di commettere reati, mentre una proroga va nel senso opposto.

Degno di nota anche quanto scritto dal giudice Alito, che nella sua opinione dissenziente ha affermato che il mifepristone per corrispondenza rientra in «un piano volto a minare la nostra decisione nel caso Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization», cioè la sentenza del giugno 2022 che ha annullato la Roe contro Wade e restituito ai singoli Stati federati il diritto di regolamentare l’aborto. «Alcuni Stati hanno risposto alla sentenza Dobbs rendendo ancora più facile ottenere un aborto rispetto a prima, e questa è una loro prerogativa. Altri Stati, tra cui la Louisiana, hanno reso l’aborto illegale tranne che in circostanze limitate. [...] Ma gli sforzi della Louisiana sono stati vanificati da alcuni operatori sanitari, organizzazioni private e Stati che detestano leggi come quella della Louisiana e cercano di minarne l’applicazione», ha scritto Alito. La Louisiana, come gli altri Stati a guida repubblicana, caratterizzati da normative più attente al diritto alla vita dei nascituri, è quindi danneggiata nella sua sovranità.

Già nel giugno 2024 la Corte Suprema aveva mantenuto intatte le norme sul mifepristone, allora sfidate dall’Alleanza per la Medicina Ippocratica e altri ricorrenti, i quali, secondo i giudici (in quel caso all’unanimità), non avevano i requisiti per agire in giudizio in quanto non erano riusciti a dimostrare di aver subìto un danno personale concreto dalle regole introdotte dalla Food and Drug Administration. Invece la Louisiana, così come l’altra ricorrente, Rosalie Markezich, una donna costretta ad abortire dal suo fidanzato attraverso pillole che lui stesso si era fatto spedire, hanno le carte in regola anche da questo punto di vista, tant’è che la Corte d’Appello del Quinto Circuito aveva concesso loro la sospensione della norma introdotta sotto Biden (il mifepristone via posta, appunto) sulla base delle buone probabilità di vincere nel merito. È arrivata la doccia fredda della Corte Suprema, ma l’esame del caso continuerà nelle corti inferiori.






Rinnegando le radici cristiane l’Europa ha perso identità e futuro




Intervista all’avv. Gianfranco Amato. 


Gianfranco Amato a Cinzia Notaro

L’Europa ha rinnegato le sue radici cristiane perdendo identità, sovranità e futuro: il declino dell’Occidente

Sarebbe interessante ricordare, attraverso i libri di storia, come e quando sia caduto l’Impero d’Occidente. Andando a ritroso nel tempo e portando alla luce le cause della sua caduta, si potrebbe tracciare una linea di congiunzione con l’attuale crisi internazionale?

L’avv. Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione Giuristi per la Vita (un gruppo di avvocati, magistrati e docenti universitari che combattono a livello legale in difesa del diritto alla vita, della famiglia e della libertà di educazione), membro del Comitato Difendiamo i nostri figli, ci aiuta a comprendere questo parallelismo storico, in relazione all’instabilità politica, alla crisi dei valori e alle difficoltà economiche che caratterizzano il nostro tempo.

Qual è, secondo lei, la vera causa strutturale del declino dell’Occidente: crisi economica, perdita di valori, globalizzazione o trasformazione geopolitica?

Le cause sono tutte intrecciate. C’è una crisi economica, una perdita di valori, una trasformazione geopolitica e anche l’effetto della globalizzazione. Ma il punto centrale è che l’Europa ha rinnegato le proprie radici culturali e cristiane, perdendo quei principi ideali che avevano costruito la civiltà occidentale. L’Occidente ha scelto una economia finanziarizzata, mentre altre realtà come Cina e India hanno continuato a investire nell’economia reale. È una situazione che ricorda molto la fase finale del declino dell’Impero Romano: crisi economica, crisi morale, perdita di identità e crisi demografica.

L’attuale crisi internazionale rappresenta una fase temporanea oppure la fine dell’egemonia occidentale iniziata dopo il secondo dopoguerra?

Non credo sia una fase temporanea. Penso che stiamo assistendo alla fine dell’egemonia occidentale costruita dopo il secondo dopoguerra. L’Occidente sta vivendo un declino strutturale dovuto alla perdita di valori, all’indebolimento economico e al cambiamento degli equilibri mondiali.

Stiamo entrando in un ordine mondiale multipolare guidato da Cina, Russia e BRICS?

Non direi guidato, ma certamente stiamo entrando in una fase multipolare. L’Occidente non ha più il monopolio politico ed economico che aveva un tempo e le nuove potenze stanno modificando gli equilibri globali.

La guerra in Ucraina ha rafforzato o indebolito l’Europa sotto il profilo economico, energetico e diplomatico?

L’ha indebolita, soprattutto sul piano energetico ed economico. Le conseguenze delle sanzioni e della guerra hanno aggravato la crisi industriale europea. La Germania, che era la locomotiva d’Europa, vive una crisi profondissima. Inoltre l’Europa oggi è molto più dipendente dagli Stati Uniti e meno autonoma strategicamente.

Ritiene che l’Europa abbia ancora una reale sovranità politica e strategica oppure sia ormai dipendente da interessi esterni?

Ma quale sovranità? L’Europa è diventata una burocrazia soffocante, dominata dal politicamente corretto e da ideologie contrarie all’identità dei popoli europei. Non ha una vera politica estera comune, non ha una forza militare autonoma e continua a essere umiliata sul piano internazionale. Gli Stati Uniti non trattano più i Paesi europei come alleati, ma come subordinati.

Quanto pesa la perdita delle radici culturali e cristiane dell’Europa nell’attuale fragilità sociale e politica occidentale?

Pesa enormemente. L’Europa ha rinnegato le proprie radici cristiane e culturali e così ha perso identità, coesione sociale e stabilità morale. Alla fine dell’Impero Romano ci fu San Benedetto, il monachesimo, i monasteri che furono piccole luci nella notte e ricostruirono la civiltà cristiana. Oggi credo che la speranza siano le giovani famiglie fondate sulla fede e sui valori. Saranno i benedettini del XXI secolo.

In che modo la crisi demografica europea influenzerà gli equilibri geopolitici nei prossimi decenni?

La crisi demografica è uno dei problemi più gravi. Non credo che l’immigrazione possa sostituire gli europei o risolvere il problema della natalità. Anche gli immigrati tendono rapidamente ad adeguarsi ai bassi tassi di natalità occidentali. La vera soluzione è sostenere le famiglie che fanno figli e ricostruire una prospettiva esistenziale basata su valori, fede e stabilità familiare.

Quali sono oggi i maggiori rischi per la stabilità dell’Europa?

Sono tutti collegati: crisi economica, crisi valoriale, immigrazione incontrollata, frammentazione sociale e debolezza geopolitica. L’Europa vive una crisi esistenziale che coinvolge famiglia, scuola, educazione e persino la Chiesa.

Quale dovrebbe essere la priorità strategica dell’Europa per evitare il declino nei prossimi vent’anni?

Bisognerebbe ricostruire l’identità culturale e demografica europea. Recuperare valori, sostenere la natalità, rafforzare le famiglie e ritrovare una vera sovranità politica e strategica. Forse serve un vero reset per ricostruire società, educazione e civiltà.

Crede che i grandi media occidentali informino realmente in modo libero sulle crisi internazionali oppure esista una narrazione dominante?

Esiste una narrazione dominante. Ho vissuto personalmente in Messico durante l’arresto di un boss dei narcos e i media raccontavano un Paese sull’orlo della guerra civile. Ma io ero lì e la situazione reale era molto diversa. Anche il presidente di El Salvador mi raccontava che spesso non si fidavano dei media mainstream e mandavano persone sul posto per verificare direttamente le informazioni.

Le recenti preoccupazioni sui virus emergenti mostrano una crescente fragilità globale. Il tema sanitario diventerà uno degli strumenti centrali dei nuovi equilibri geopolitici?

Credo che le emergenze sanitarie diventeranno sempre più centrali. La pandemia è servita anche a verificare fino a che punto le popolazioni fossero disposte ad accettare restrizioni e controlli. In futuro potremmo vivere una successione continua di emergenze: sanitarie, energetiche, economiche, militari. Questo crea uno stato permanente di paura e di controllo.

In tutto questo, che ruolo avranno intelligenza artificiale, digitalizzazione e transumanesimo?

La tecnologia rischia di produrre individui sempre più soli, fragili e manipolabili. La dipendenza dagli smartphone e dall’intelligenza artificiale riduce la capacità critica e il pensiero autonomo. Il potere vuole individui isolati, senza identità, senza appartenenza e facilmente controllabili. Il sogno del Transumanesimo è il cyborg, un essere metà uomo e metà macchina. È un progetto prometeico: l’illusione dell’uomo di potersi sostituire a Dio. Vogliono appropriarsi della vita e del corpo umano. Ma l’uomo non può sostituirsi a Dio.

Quindi la sua è anche una lettura spirituale della crisi contemporanea?


Sì. Credo che siamo dentro una grande battaglia tra bene e male. Ma chi ha fede sa che il male è già stato sconfitto.









giovedì 14 maggio 2026

L’uomo che dimostrò matematicamente l’esistenza di Dio



Kurt Gödel (al centro) nel 1951 insignito del premio Albert Einstein
dal celebre fisico stesso, con il quale era grande amico. Con lui, 
i fisici Julian Schwinger e Lewis Strauss.
IMAGO / Everett Collection Il giardino di Albert / Simone Pengue


Sono passati 120 anni dalla nascita di Kurt Gödel, uno dei logici più rivoluzionari di tutti i tempi




Il 28 aprile di centovent’anni fa, a Brno, una città della Repubblica Ceca che all’epoca faceva parte dell’Impero austro-ungarico, nasceva Kurt Gödel, uno dei logici matematici più influenti del Ventesimo secolo. Con i suoi studi, Gödel fu capace di rimettere in discussione le basi dell’intera matematica già in giovanissima età. Secondo il matematico e divulgatore italiano Piergiorgio Odifreddi, la grandezza di Gödel nella logica è paragonabile a quella di Aristotele, il celeberrimo filosofo dell’Antica Grecia.

Quello che rende il nome di Gödel interessante anche per chi non si occupa di matematica, ma magari di teologia o filosofia in senso più ampio, è la sua formalizzazione della “prova ontologica”, o, per dirla in termini più semplici, la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio.
La storia della “prova ontologica” risale indietro nel tempo e comincia con il teologo dell’Undicesimo secolo Anselmo d’Aosta. Senza il rigore che contraddistingue il dibattito tra esperti, la sua dimostrazione si basava sulla definizione di Dio come l’essere più grandioso che potesse essere pensato. A questo punto, Anselmo osservava che un Dio che realmente esiste è più grandioso di uno presente solo nei nostri pensieri. Per questo, la conclusione più logica e priva di contraddizioni era che Dio esistesse. Teologi, filosofi ed esperti di logica di ogni tipo hanno dibattuto per quasi un millennio le premesse e il ragionamento di Anselmo.

Nel corso dell’Ottocento e nei primi del Novecento, le evoluzioni della matematica portarono alla costruzione di nuovi strumenti teorici con cui effettuare ragionamenti logici. Gödel sfruttò questi elementi per formalizzare la “prova ontologica” in modo logicamente ineccepibile.

Concepì la dimostrazione nel 1941, per poi lavorarci ancora nel 1954 e nel 1970. Mostrò questo lavoro, lungo all’incirca una pagina, al logico Dana Scott, dicendo però di non volerlo pubblicare e infatti il mondo conobbe la sua «prova ontologica» solo dopo la sua morte. Per lui, che non era un fervente religioso, non c’era un particolare valore teologico nella dimostrazione: il suo interesse nasceva solo dalla prospettiva logica.

Certo, si può non essere d’accordo con le premesse da cui era partito e quindi non riconoscere alcun valore alle conclusioni, ma l’esercizio di logica è tecnicamente perfetto.





La dimostrazione ontologica di Gödel in notazione simbolica: la sua comprensione è impossibile a chi non è del mestiere.

Wikipedia

All’interno della comunità matematica, Gödel è noto per contributi rivoluzionari nell’ambito della cosiddetta “logica matematica”, che si occupa delle basi della disciplina. Nei primi decenni del Ventesimo secolo, la comunità matematica era in grande fermento nel tentativo di strutturare le proprie fondamenta. In particolare, i ricercatori cercavano di capire quali fossero le regole e i principi alla base di tutte le teorie matematiche.

Nel 1931, Gödel rivoluzionò il mondo della matematica dimostrando che alcuni dei principi in cui credevano molti studiosi erano in realtà errati. Ad esempio, nel cosiddetto “primo teorema di incompletezza”, provò che all’interno di un sistema matematico esistono affermazioni vere ma indimostrabili. In altre parole, per quanto sembri paradossale, riuscì a dimostrare con rigore assoluto che esistono affermazioni matematiche corrette che nessuno potrà mai provare. Inoltre, nella dimostrazione non viene indicato quali siano questi enunciati veri ma indimostrabili, perché, come accade spesso in matematica, il teorema va inteso in senso generale.

Assieme a questo risultato, che destò fortissimo scalpore, Gödel pubblicò il “secondo teorema di incompletezza”, nel quale dimostrò che non è possibile provare che un sistema matematico sia privo di contraddizioni. È vero, si tratta di astrazioni complesse, ma è su questi pilastri che si basa la matematica e, con essa, moltissime discipline fondamentali per la nostra società, come la fisica, l’informatica, l’economia e le varie forme dell’ingegneria.

Queste scoperte, seguite da numerosi altri contributi alla logica matematica, lo portarono nell’olimpo degli studiosi della prima metà del Novecento. Dopo la sua fuga negli Stati Uniti a causa dell’avvento del nazismo, divenne professore all’Institute for Advanced Study di Princeton e strinse una solida amicizia con Albert Einstein.

La sua vita fu caratterizzata da importanti instabilità psichiatriche, soprattutto durante la tarda età adulta. Nel corso degli anni, si convinse che il cibo gli venisse avvelenato e finì per mangiare solo ciò che gli veniva preparato dalla moglie Adele. Quando lei venne ricoverata per un ictus nel 1978, smise completamente di nutrirsi fino a lasciarsi morire di fame.






La progressiva cancellazione della cultura e dell’identità francese



Creil elegge un sindaco musulmano e nella società l'islamizzazione è già ad uno stadio molto avanzato. E anche a Rouen, la città del martirio di Giovanna d’Arco e di Jacques Hamel, un macabro magnete turistico suona come una sfida jihadista.

ISLAM
Sottomissione in Francia: l'islamizzazione di Creil e Rouen

Libertà religiosa


Lorenza Formicola, 14-05-2026

L’architettura sociale della Francia contemporanea non sta semplicemente mutando, è nel pieno di una riprogrammazione. Da Creil a Rouen, le cronache recenti non sono più episodici “incidenti di percorso”, bensì i capitoli di un’opera poderosa che narra la frammentazione identitaria di una nazione.

Creil, con i suoi 37mila abitanti e un mosaico di 107 nazionalità, rappresenta il paradosso del progresso francese. Un tempo roccaforte inespugnabile del socialismo industriale per oltre un secolo, oggi la terza città dell’Oise — segnata da un tasso di disoccupazione al 25% e da una densità di alloggi popolari superiore al 50% — è diventata l’epicentro del successo tattico di La France Insoumise (LFI). Qui, a marzo, il movimento di Jean-Luc Mélenchon ha saputo saldare le istanze della sinistra con il sentimento religioso islamico, creando un blocco elettorale monolitico con l’ascesa del nuovo sindaco pachistano, Omar Yaqoob.

Yaqoob ha celebrato la vittoria con parole che risuonano come una sfida: «Abbiamo vinto, non io, ma tutti i pakistani». La sua adesione a LFI nel 2023, motivata dalla “coerenza internazionale” del partito e dal sostegno alla causa palestinese, segna il punto di arrivo di decenni di politiche socialiste che, nel tentativo di gestire la diversità, hanno finito per coltivare la segregazione di fatto. Il modello della mixité, lungi dal favorire l’assimilazione, ha ceduto il passo a un comunitarismo islamico difensivo, dove l’appartenenza al gruppo prevale sulla cittadinanza francese.

Nelle attività commerciali di Creil la religione si insinua tra gli scaffali con rassegnazione. In alcuni negozi di abbigliamento, accanto alla cassa, non si trovano promozioni ma pile di libri sull’etica musulmana e la fede, distribuiti regolarmente dalle associazioni locali. «È meglio dimostrare di essere una brava musulmana», sussurra una responsabile, descrivendo un sistema di controllo sociale che inizia fin dalle scuole medie.

Le ragazze devono sottostare a un rigido codice di «modestia» non scritto: abiti larghi, divieto di frequentare compagnie maschili e obbligo del velo. Siamo sempre a Creil, la cittadina francese che nel 1989 portò per la prima volta il caso del velo islamico nelle scuole al centro del dibattito nazionale. Fu allora che alcune associazioni islamiche mandarono le figlie a scuola con il capo coperto, trasformando un episodio locale in una questione di rilevanza nazionale. La vicenda ebbe un’eco così forte che, quindici anni dopo, nel 2004, la Francia approvò la legge che vieta l’uso di simboli religiosi ostentati all’interno delle scuole pubbliche.

È una forma di autocensura alimentata dal contesto di piccolo centro e dove ogni deroga viene segnalata: «Tua figlia è stata vista in gonna corta»; «Tuo figlio non frequenta la moschea». Chi non si adegua viene categorizzato, disprezzato e, nel peggiore dei casi, esposto alla violenza. Una negoziante turca descrive episodi di aperta coercizione: donne velate che rimproverano clienti cristiane, sembrano spesso dettate dalla necessità di mimetizzarsi per non sentirsi oppresse o diventare “prede”.

L’elezione di Yaqoob è stata vissuta da una parte della città come un assedio. Sophie Dhoury-Lehner, la candidata socialista che doveva raccogliere l’eredità dell'ex sindaco Jean-Claude Villemain, ha concluso la campagna elettorale protetta dalle forze dell'ordine. Definita “infedele” e bersagliata da minacce di morte, direttamente al commissariato.

Anche il tessuto economico si sta adattando a questa nuova realtà, o scompare. Jérôme, ex panettiere della stazione di Creil, racconta un calvario durato anni: nonostante offrisse prodotti halal, veniva continuamente perseguitato perché vendeva anche birra e prosciutto. «Un cliente mi disse che il mio pollo non era puro perché acquistato con i proventi del maiale», racconta. Di fronte a questo fanatismo ideologico, le botteghe storiche chiudono una dopo l’altra, sostituite da kebabberie e barbieri.

La realtà di Creil, dove, oltretutto, la nuova amministrazione del sindaco pachistano ha promesso di disarmare la polizia municipale e smantellare la videosorveglianza proprio mentre l’insicurezza aumenta, è lo specchio di una Francia che ha rinunciato all’integrazione in nome di un multiculturalismo che si è trasformato in separazione.

Ma il processo di islamizzazione simbolica valica le banlieue per colpire persino le città simbolo della storia francese. A Rouen, la città del martirio di Giovanna d’Arco, la scoperta di souvenir manomessi ha riportato l’attenzione sull’infiltrazione ideologica islamista nella regione. Siamo nella stessa città, Rouen, dove nel luglio del 2016 padre Jacques Hamel, un sacerdote di 85 anni, venne barbaramente sgozzato da due jihadisti islamisti legati all’Isis mentre celebrava la Messa. Un omicidio efferato, compiuto davanti a pochi fedeli, che scosse la Francia intera e divenne uno dei simboli più drammatici della violenza jihadista contro i cristiani europei.

Oggi, proprio nel centro storico di questa città, una tabaccheria vendeva calamite turistiche in cui l’emblema di Rouen era stato deliberatamente vandalizzato: il giglio della monarchia sostituito dalla mezzaluna islamica, l’Agnello Pasquale decapitato – un macabro richiamo alle esecuzioni jihadiste – e la croce spezzata. Di fronte alla segnalazione del sindacato studentesco UNI, la reazione della negoziante è stata emblematica: «Se vuole, chiami la polizia». Nonostante le successive scuse della tipografia, che ha parlato di «errore di uno stagista», resta l’immagine inquietante di un vero e proprio “trofeo di odio” destinato a rovesciare l’iconografia cristiana e nazionale della città.

Dal velo imposto nelle scuole di Creil nel 1989, all’assassinio di padre Hamel nel 2016, fino alle profanazioni simboliche e alla sottomissione economica di oggi, emerge un quadro chiaro: quello di una progressiva islamizzazione della società francese, che avanza non solo con la violenza, ma attraverso il controllo del quotidiano, dei simboli, dell’economia e dello spazio pubblico. La Francia ha ormai oltrepassato la fase della “sfida”. Le società parallele non sono più un’ipotesi o un pericolo incombente: sono una realtà già consolidata in ampie porzioni del territorio nazionale. Dove la sottomissione, l’intimidazione e la progressiva cancellazione della cultura e dell’identità francese sono la nuova normalità.





mercoledì 13 maggio 2026

San Giuseppe, un vero modello per l’uomo oggi sotto attacco





La sana virilità e la devozione incarnate esemplarmente dallo sposo di Maria sono qualcosa di enorme. Una lezione valida ancora oggi




Giuliano Guzzo, 10 Marzo 2025 

C’è un solo modo, per l’uomo messo oggi sotto processo dalla cultura dominante – quella che fa della lotta al patriarcato il suo mantra -, per uscire dall’angolo: è quello di scegliersi un modello. Non c’è infatti, per lui - per noi -, avvocato migliore di chi possa con il proprio esempio tracciare una strada, incarnando azioni e atteggiamenti in grado di scacciare la nube di stereotipi che si addensa sul maschio, bianco, etero e cattolico. Che si trova culturalmente nel mirino per ragioni essenzialmente anticristiane. E proprio questo, a ben vedere, porta dritti sulle tracce di colui che, avendo dato esemplare protezione a suo tempo a Gesù - il vero imputato -, e a Sua Madre, ha senza dubbio dato prova di saperci fare, incarnando una virilità degna di questo nome e, appunto, d’esser presa a modello. Stiamo naturalmente parlando di san Giuseppe.

Si tratta di una figura spesso poco considerata e non sempre per ragioni di pregiudizio. Il padre putativo di Gesù ha infatti un che di misterioso. In tutto il Vangelo non parla mai. Proprio così: non dice una parola. Certo, si può ribatte re che neppure le parole di Maria siano poi molte, dato che nei Vangeli solo in sedici versetti la si sente parlare in modo esplicito, per un totale di appena 154 parole greche (compresi gli articoli, i pronomi, le particelle), delle quali ben 102 occupate dall’inno del Magnificat.

Però il caso di Giuseppe è diverso. Lui è davvero nella penombra, dato che non ci viene riferito alcunché di quanto abbia detto, non una sillaba, nulla di nulla. Ciò nonostante, egli può essere ritenuto un esempio, anzi per gli uomini l’esempio. Per quale motivo? Semplice: per ciò che ha fatto. Come si accennava poc’anzi, ha saputo mettere in salvo la sua famiglia, crescendo peraltro un figlio eccezionale. 

In questo senso, non è azzardato affermare che certamente nel carattere e nel temperamento di Gesù si scorge il riflesso di qualcosa, anzi, di più di qualcosa, di san Giuseppe. Che proprio per il suo modo di fare, in totale compensazione al suo evangelico non parlare, è patrono dei lavoratori. 

Ha ben colto questo profilo del falegname più famoso di tutti i tempi Roberto Marchesini, psicologo, psicoterapeuta e scrittore, che ne ha così condensato un efficace identikit: «San Giuseppe è noto per alcune caratteristiche che lo rendono un archetipo di uomo e di padre. Innanzitutto, san Giuseppe… tace. Come ogni uomo tradizionale che si rispetti e a scorno delle femministe, che vorrebbero gli uomini ciarlieri e piagnucolanti, san Giuseppe, in tutto il Vangelo, non pronuncia una sola parola. Però agisce: caspita, se agisce. Avvertito in sogno che la sua famiglia era in pericolo, fa i bagagli ed emigra in Egitto. Già, perché un padre accudisce e protegge, esattamente come fa Giuseppe. Ed è suo l’incarico di sostentare la famiglia («Col sudore della fronte», impone Dio all’uomo, «ti guadagnerai il pane»). Infatti san Giuseppe è un lavoratore». 

Oltre che laborioso e protettivo, il padre putativo di Gesù doveva essere estremamente saggio e più maturo della sua età. Ciò spiega anche il fatto che egli venga e sia venuto spesso raffigurato, rispetto a Maria, come particolarmente avanti negli anni, quasi anziano, quando invece probabilmente tale non era, anzi. Molti studiosi e storici biblici pensano che quando Gesù venne al mondo Maria doveva avere circa sedici anni e Giuseppe diciotto, dato che «questa era la norma per i novelli sposi ebrei dell’epoca». Dunque l’età avanzata con cui è tradizionalmente ritratto lo sposo di Maria - derivante dal racconto apocrifo del Protovangelo di Giacomo e utile pure a esaltare la perpetua verginità mariana -, può davvero essere anche un modo per esaltarne la saggezza. 

Una sottolineatura in più, poi, merita il richiamato impegno di concreta ed efficace protezione che san Giuseppe riserva sia alla sua sposa, sia a Gesù, nell’ambito di una narrazione evangelica nel quale egli, si diceva, non proferisce parola. Da capofamiglia - peraltro pure di stirpe reale, essendo discendente del re Davide -, il falegname di Nazareth si atteggia dunque a suo primo servitore. Tutto ciò accentua ancora di più l’eccezionalità di questo padre e marito che avrebbe potuto benissimo assumere ben altro atteggiamento, dato che, «come ogni ebreo capofamiglia, Giuseppe non è soltanto il capo indiscusso e l’amministratore della casa, ma anche il “padrone” della moglie e dei figli. Inoltre, è il diretto rappresentante di Dio; il sacerdote domestico». 

La trascurata figura del falegname di Nazareth può essere considerata pionieristica nel superamento dell’onnipotente pater familias dell’antichità. Tutto questo vale non solo verso Gesù ma anche verso Maria, che - ascoltando, secondo i Vangeli, l’Angelo inviato a lui da Dio - decide di non ripudiare dopo averla scoperta in cinta di un figlio biologicamente non suo. Giuseppe matura questa scelta, attenzione, dopo comunque aver immaginato di provare a ripudiare Maria in segreto, senza cioè pubblicizzarlo troppo, evitando così ogni umiliazione della sua sposa all’insegna d’una giustizia il più equa possibile. A dispetto di quella che sarebbe stata, per i canoni del tempo, una decisione comunque legittima e giusta, Giuseppe ascolta Dio e opta, dimostrando tutta la sua grandezza, per la decisione più giusta e amorevole per la sua sposa, non ripudiandola e decidendo di tenerla con sé, proteggendola. 

La sana virilità e la devozione incarnate esemplarmente da questo sposo sono qualcosa di oggettivamente enorme; eppure la sua condotta - altra caratteristica di Giuseppe - si compie con assoluta discrezione, avvolta nella penombra che è a sua volta prova della statura di quest’uomo che alle parole preferisce i fatti. 



(Foto: screenshot, Gesù di Nazareth, La Brezza di Elia, YouTube)


Secondo la teologa progressista la devozione a Maria è «pericolosa» per le donn


(Imagoeconomica/ Kompass, YouTube)

A detta di Annette Jantzen, la devozione mariana presenta aspetti problematici per il mondo femminile. Ma li vede solo lei

TESI BIZZARRE


Paola Belletti, 12 Maggio 2026 

Il problema non sono i dogmi, ma la cattedra da cui arrivano. Quelli di provenienza femminista, a dirla tutta, sono talmente noiosi e avvilenti che fanno cadere le braccia anche alle più allenate. Ultima trovata, dalla scuderia tedesca, quella della teologa Annette Jantzen che vorrebbe la devozione a Maria Santissima addirittura pericolosa per le donne. Immaginate già con quali sostantivi e aggettivi siano stati definiti tali pericoli? Questa è facile: un pizzico di "stereotipi", "relazioni tossiche" q.b, una manciata di ideali oppressivi per le donne reali su un fondo di maschilismo più o meno consapevole. Per fortuna, però, la studiosa rassicura i lettori (ma prima di tutto le lettrici): la devozione mariana ha anche aspetti positivi.

Ma andiamo con ordine: la Jantzen ha rilasciato un'intervista esclusiva al portale cattolico della diocesi di Monaco Kirke und Leben ripreso da altre fonti che ne sintetizzano i contenuti. Questo il passaggio chiave: «Quando la Madre di Dio viene stilizzata come un ideale irraggiungibile, "contemporaneamente vergine, senza peccato e madre", ciò può portare a una svalutazione delle donne reali». Il che vuol dire che non è accettabile che una donna, una sola, sia stata scelta da Dio per compiere una missione decisiva a favore della salvezza delle anime? Forse la questione stessa "salvezza" non è più così centrale nel pensiero di certa teologia. Chi di noi donne si sente davvero svalutata dal fatto che la Vergine Maria sia stata scelta da Dio per una missione tanto grande? A chi dovrebbero guardare, le cosiddette "donne reali", se non a Qualcuno che è più compiuto di loro e di chiunque nel cammino di santità?

Secondo quanto dichiarato dalla studiosa, però, la devozione mariana può essere anche fonte di conforto e consolazione: «"Le immagini religiose hanno un effetto non solo a livello intellettuale, ma anche emotivo ed esistenziale. Ciò che è cruciale è come vengono interpretate, se rafforzano o limitano». Detta così sembra che si tratti solo di un effetto collaterale che anche altre strategie di benessere personale potrebbe garantire. Il riferimento alla maternità verginale di Maria sembra urtarla più di tutto. Come si può pensare che sia biologicamente vero che Maria abbia concepito e partorito un figlio (il Figlio) e sia rimasta vergine, prima durante e dopo il parto? Il riferimento alla sua verginità non deve essere "biologicamente frainteso". Potrebbe, forse, risponderle la stessa giovinetta che ha cantato il Magnificat: "grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente". E, se non la disturba il riferimento a una figura angelica, potrebbe tornare utile anche la risposta alla prima obiezione di Maria rispetto al concepimento che il messaggero divino ha sciolto così: "nulla è impossibile a Dio".

O nemmeno Dio, l'Onnipotente, può permettersi di compiere opere che alla nostra ragione paiono irraggiungibili e soprattutto irrealizzabili da forze soltanto umane? Ma allora cosa sarebbe Dio a fare? Non sembra così importante, per questa teologa. Ciò che conta è l'idea di donna che la Chiesa ancora troppo patriarcale insiste a veicolare. Ciò che conta è dare addosso al patriarcato, invertire la rotta interpretativa delle Sacre Scritture tutta al maschile. A darle man forte, c'è anche il controcanto di un giornalista, Heribert Prantl, che lavora l'altro fianco del nemico dichiarando san Giuseppe il nuovo eroe, il vero paladino dell'emancipazione, il nuovo volto maschile per la Chiesa che si vuole affrancare da secoli di buio. Anche in questo caso, l'operazione è compiuta a prezzo di una deformazione, per lo meno irrispettosa, della figura del Santo.

La chiave di lettura è la solita: la Chiesa odierebbe la sessualità, per questo Maria è presentata come Vergine e san Giuseppe come un vecchio decrepito, incapace per sopraggiunti limiti di età di concupire e concepire. Questa civiltà figlia troppo spesso ingrata del Cristianesimo, però, care signore teologhe e colleghi giornalisti, è la stessa che vi permette di denigrare proprio i contenuti fondamentali della fede stessa, di criticare la figura di Maria, i dogmi di fede che la riguardano, il mistero inesauribile della sua maternità. Eppure, ad essere onesti intellettualmente, anche solo chiedendo una sintesi all'AI, appare evidente che dove l'annuncio del Vangelo ha attecchito, la condizione della donna è enormemente migliore dei paesi dove prevalgono altre fedi. Cosa c'è di offensivo, in fondo, nel riconoscere l'eccezionalità a una creatura perché Dio stesso ha voluto accordargliela? Questi privilegi, ad essere cattolici con un po' di nerbo, sappiamo che sono tali non per escludere noi, povere donne e uomini normali, ma a nostro beneficio.

Lo sono affinché anche noi, abituati alla condizione decaduta generata dal peccato, addirittura smemorati della nostra smisurata dignità, possiamo accedere un giorno alla vera normalità. Maria, infatti, è la donna secondo la norma d'amore voluta da Dio. E non perché sia rimasta lontana dalla sessualità, ma perché tutto il suo essere, pre-salvato dal sacrificio di Cristo, è ricostituito nell'ordine di grazia voluto da Dio da sempre. Che peccato che certa teologia si perda in stradette secondarie, smarrendosi nei sentieri imposti dal pensiero dominante che vuole riportare tutto alla guerra maschi contro femmine e non si accorge che i misteri che la Rivelazione ci mostra sono la strada maestra perché la più radicale delle emancipazioni, la più definitiva delle liberazioni. Maria non è un'immagine artefatta che certe élite avrebbero confezionato a danno delle donne; non è una figura politica - anche se non c'è donna più potente di Lei, non è eroina del femminismo. È la Serva del Signore e ha deciso di obbedire alla Sua volontà. Sembra che certa teologia non ricordi più che è proprio questa la strada - paradossale - per la libertà e la gioia. 

(Foto: Imagoeconomica/ screenshot Kompass, YouTube)