lunedì 6 luglio 2026

La vecchia leggenda della profezia di Padre Pio contro Mons. Lefebvre è falsa




La vecchia leggenda (divulgata da un “piduista”) della profezia di Padre Pio contro Mons. Lefebvre viene ripescata all’occasione



Maurizio Blondet 5 Luglio 2026




di Red

Il mondo cons-moderato – né turbo-modernista né fedele alla Tradizione, dunque travolto nello scontro – è nello sbaraglio più completo dopo le consarcazioni episcopali del 1° luglio. E quando si è a corto di argomenti si arriva ripescare leggende che una semplice ricerca online demolirebbe in pochi istanti. C’è da sperare che questa ennesima operazione boomerang sia dettata da dozzinalità, impreparazione e fretta, ma oltre un certo limite anche queste non sono più incolpevoli.

Andiamo con ordine. Fra gli episodi più citati nella pubblicistica religiosa contemporanea figura il presunto colloquio tra Padre Pio e mons. Marcel Lefebvre, durante il quale il frate cappuccino avrebbe predetto all’arcivescovo francese la “ribellione” e le conseguenze del suo operato.¹ L’episodio è frequentemente riportato in opere divulgative e devozionali, ma, sottoposto a un esame storico, presenta – per usare un eufemismo – gravi problemi di attendibilità.

L’incontro tra Padre Pio e Lefebvre avvenne realmente a San Giovanni Rotondo nel periodo pasquale del 1967, quando già l’arcivescovo francese era riconosciuto come uno dei protagonisti della resistenza alle innovazioni del Vaticano II: celebre la foto del bacio della mano. Ciò che manca, invece, è qualsiasi testimonianza contemporanea e valida che documenti il dialogo profetico.

La narrazione compare infatti solo molti anni dopo, quando il contrasto tra Mons. Lefebvre e la Santa Sede era ormai divenuto pubblico e Padre Pio era morto. Una delle prime diffusioni note risale al 1983, quando lo scrittore Pier Carpi pubblicò sulla Domenica del Corriere un racconto attribuito al professor Bruno Rabajotti, presentato come testimone diretto dell’incontro.²

La figura di Pier Carpi merita qualche precisazione. Non si trattava di uno storico della Chiesa né di un biografo accademico di Padre Pio, bensì di uno scrittore noto soprattutto per le sue opere dedicate all’esoterismo, all’occultismo, alla teosofia, alle società segrete e alle presunte profezie. Il suo nome compare negli elenchi degli appartenenti alla loggia P2 (sebbene lui disse di essere in lista senza fare parte della loggia).³ Questi elementi non dimostrano, di per sé, che la vicenda sia inventata, ma spiegano perché la storiografia utilizzi le sue testimonianze con particolare prudenza, soprattutto quando non sono sostenute da riscontri indipendenti.

Ancor più problematica è la figura del presunto testimone Bruno Rabajotti. Al di fuori della tradizione che tramanda questo episodio, non risultano documenti indipendenti che ne confermino il ruolo di testimone privilegiato dell’incontro⁴. Un ulteriore elemento di cautela emerge dal contenuto stesso della testimonianza estesa attribuita a Rabajotti, pubblicata per la prima volta in forma completa nel 1987.⁵ In quel testo egli attribuisce a Padre Pio affermazioni dottrinalmente anomale – fra cui l’idea che la glossolalia fosse una facoltà naturale accessibile a chiunque, e non un carisma sovrannaturale – del tutto estranee al pensiero del frate così come documentato da fonti attendibili. Non risulta che tra i figli spirituali riconosciuti di Padre Pio vi sia chi ha confermato l’esistenza di questo presunto “prediletto”.

Lo stesso Mons. Lefebvre, in una lettera dell’8 agosto 1990, scritta per rispondere a un sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X che gli chiedeva chiarimenti sulla vicenda, definì il racconto una «diffamazione» priva di fondamento. Secondo la sua testimonianza, l’incontro con Padre Pio durò soltanto pochi minuti: egli chiese una benedizione per il Capitolo Generale dei Padri dello Spirito Santo e la ricevette, senza alcun dialogo riguardante il Papa, l’obbedienza o il futuro della Chiesa.⁶

Dal punto di vista della metodologia storica, la situazione è quindi piuttosto chiara. Da un lato esiste un incontro realmente avvenuto; dall’altro, il lungo dialogo profetico compare soltanto sedici anni dopo, è privo di documentazione contemporanea, non trova conferme indipendenti ed è esplicitamente smentito dal principale protagonista.

Per queste ragioni, la maggior parte degli studiosi considera la cosiddetta “profezia di Padre Pio a Lefebvre” non un fatto storicamente dimostrato, bensì una tradizione tardiva o una leggenda devozionale sviluppatasi quando gli eventi che avrebbe annunciato erano già in larga misura conosciuti.

La smentita di Lefebvre, benché netta, non ha arrestato la circolazione del racconto. Il testo ha continuato a diffondersi soprattutto in ambienti anglofoni – un volume statunitense intitolato Padre Pio Gleanings lo riporta come autentico – e ha conosciuto una nuova ondata di attenzione mediatica in occasione della canonizzazione di Padre Pio, nel giugno 2002.⁷ La vicenda è quindi un caso paradigmatico di come una tradizione tardiva, priva di riscontri contemporanei e originata in un contesto dubbio, possa acquisire nel tempo lo status di “fatto noto” per semplice ripetizione, indipendentemente dalla sua fondatezza storica.

Come sempre, per comprendere in profondità e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso, rimandiamo a: Parole chiare sulla Chiesa, Golpe nella Chiesa, Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuro, Magistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristiano, L’illusione liberale, CREDERE, SPERARE, COMBATTERE e altri volumi.






Note

¹ Il testo della presunta profezia è riportato in numerose opere divulgative dedicate a Padre Pio, fra cui alcuni volumi di Saverio Gaeta, senza che siano però prodotte fonti contemporanee al 1967.

² La prima ampia diffusione pubblica nota del racconto risale all’articolo pubblicato da Pier Carpi su La Domenica del Corriere (23 aprile 1983), che attribuisce la testimonianza al prof. Bruno Rabajotti.

³ Sulla biografia di Pier Carpi si vedano le informazioni relative alla sua appartenenza alla Massoneria, alla Società Teosofica, ai rapporti con Licio Gelli e alla sua vasta produzione editoriale dedicata a occultismo, magia, società segrete e presunte profezie.

⁴ Per approfondimenti vedere Il Giornale, nell’edizione del 14 giugno 2002.

⁵ Il testo completo della testimonianza attribuita a Rabajotti fu pubblicato in Franco Fede, Il segreto di Padre Pio, Edizioni Albero, Milano 1987, pp. 8-38, con il titolo “L’eccezionale testimonianza del figlio spirituale preferito”.

⁶ Lettera di Marcel Lefebvre dell’8 agosto 1990, pubblicata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, nella quale l’arcivescovo smentisce integralmente il presunto dialogo con Padre Pio e descrive un incontro limitato alla richiesta di una benedizione.

⁷ Sulla ripresa mediatica del racconto in occasione della canonizzazione (16 giugno 2002) e sulla sua persistenza in ambienti tradizionalisti anglofoni, cfr. il volume Padre Pio Gleanings, che riporta l’episodio come autentico senza confronto critico con la lettera di Lefebvre.






Il mezzo (dichiarato) per realizzare il sincretismo religioso




Articolo pubblicato su La Verità del 4 luglio 2026




Prof. Ettore Gotti Tedeschi 

LA REALTA’ ED I SOGNI SULLE IMMIGRAZIONI che vanno capite

Su LA VERITA’ del 30giugno il direttore Maurizio Belpietro ha scritto un editoriale sulle immigrazioni, ormai diventate un Dogma, in realtà ingiustificabili come si vorrebbe da ogni punto di vista (umanitario, economico, e sociale). Le considerazioni proposte da Belpietro chiedono di aprire una discussione e impongono una domanda: “le immigrazioni sono un fine o un mezzo? E se mezzo, per quale fine?”.

Anche oggi (2 luglio) sempre su La Verità, Gianluigi Paragone riferisce l’intervista alla Stampa di una famosa ex Ministra che dichiara dogmaticamente che gli stranieri ci servono per il nostro sistema produttivo. Certo, i dogmi non devono essere dimostrati, altrimenti che dogmi sarebbero? Ma la loro validità si fonda sulla Autorevolezza di chi li impone. E qui casca l’asino… metafora di Euclide del “pons asinorum”.

I-Le immigrazioni sono un necessario ed adattato mezzo per uno specifico fine, il sincretismo religioso. l’ONU lo ha spiegato chiaramente da decenni.

Per cercare di capire (se si vuole capire) se le immigrazioni sono mezzo o fine, è indispensabile studiare e capire i progetti del “world order “ di Henry Kissinger (1972), ma qui oggi mi limito ad alcune dichiarazioni (al Corriere della Sera 11.5.2016) del segretario generale dell’ONU (tra il 2007 e fine 2016) , il sudcoreano Ban-Ki-Moon. A proposito delle immigrazioni dichiarò, (o ordinò?), che “ …lungi da rappresentare una minaccia, gli immigrati contribuiscono alla crescita e sviluppo economico. C’è bisogno di maggiori misure per promuovere la loro inclusione. I Governanti devono pronunciarsi con forza verso le discriminazioni e intolleranze e contrastare quanti cerchino di ottenere voti (!!!) installando paure e contrapposizioni. Propongo un accordo per immigrazioni sicure, ordinate e regolari“.

Ma c’è di più. Il precedente segretario generale dell’Onu (dal 1997 al 2006), Kofi Annan (ghanese anglicano), aveva detto ben di più alla conferenza per la pace (New York, 2000), spiegando che per realizzare la pace universale è necessario creare sincretismo religioso e una nuova religione universale, grazie (anche) alla immigrazione di popoli con cultura e religione diversa. Subito esponenti della Chiesa cattolica confermarono che la multiculturalità arricchisce….

II° Nella Chiesa molti veri grandi e autorevoli autorità morali avevano capito il progetto di sincretismo quale fine vero. Altri lo hanno invece sostenuto.

San Giovanni Paolo II parlò dei “limiti della accoglienza” invitando i governanti dei paesi accoglienti a tutelare il proprio “bene comune “evitando una applicazione indiscriminata delle immigrazioni che possa danneggiare la comunità accogliente ((Laborem Exercens). Benedetto XVI (Caritas in Veritate) considerava un diritto “non emigrare” sostenendo i migranti nella terra natia. (“rinunciato”). Il card. Giacomo Biffi parlava di accoglienza subordinata alla salvaguardia della identità cattolica e proponeva immigrazione selettiva da paesi cattolici per timore della minaccia islamica. Il card. Robert Sarah, guineano, considera oggi l’immigrazione un grave danno per il paese ospitante così come per quello di origine e riferendosi all’Africa ha invitato a aiutarla a casa sua.

Il Papa Predecessore di Leone XIV, spiegava invece che gli immigrati si devono “ accogliere, proteggere, promuovere, integrare, perché son parte del nostro futuro ed è “peccato grave” essere contrari (Fratelli Tutti). Condannò chi non accoglieva i migranti definendoli un “dono di Dio” e paragonandoli alla Sacra Famiglia.

III° Le spiegazioni numeriche matematiche e statistiche fornite per convincere, cercano di spiegare l’inspiegabile. I dati differiscono secondo le fonti e la spiegazione non segue mai il sillogismo aristotelico, essendo forzatamente finalizzate al messaggio conclusivo della “ indispensabilità delle immigrazioni” “ignorando premesse e considerazioni.

L’Italia differentemente da tutti gi altri paesi europei non ha storia di immigrazioni. Fino all’inizio del 1970 gli immigrati erano meno del 0.25% (2.5per mille) della popolazione italiana di 59 milioni, oggi sono circa il 10%. Dal 2000 ad oggi il numero di immigrati è cresciuto del 350%. Senza immigrati, grazie alla bassissima natalità, l’Italia avrebbe lo stesso numero del 1970: 53 milioni. Ma non è quello che si voleva e si predicava perché eravamo troppi sul pianeta? O il progetto era un altro, come sospettato prima? Cioè creare un gap di popolazione da riempire con altre culture e religioni?.

Si rifletta in proposito che dal 1970 il crollo del tasso di natalità in Italia (a tasso di fertilità fino al 1970) ha fatto perdere 18 milioni di non nati e la legge 194 altri 6 mio di abortiti. Totale 24 milioni, 5 volte circa gli immigrati “compensativi”. Curioso, ma coerente con il fine, no?

In più curiosamente in Italia la redistribuzione degli immigrati a livello europeo non è mai stata attuata. La politica di espulsione bloccata (fino all’attuale Governo). L’ Immigration Compact mai discusso. Curioso no?

IV° Gli immigrati lavoratori non sembrano poter generare le ricchezza proposta. La provenienza degli immigrati è per quasi un 70% Est Europa e Africa. Le religioni professate stimano che il 35% è di religione islamica, 30% ortodossi protestanti e solo il 15% cattolici.

Su 5.6 milioni di immigrati solo 2.6 mio sono occupati in qualche lavoro (Badanti e colf 30%, agricoltura 20%, ristorazione20 %, edilizia 18%, trasporti 13%) cioè lavori poveri con redditi bassi (15-16.000 euro/ anno) con altissimo sommerso e nero e pertanto con contributi altrettanto poveri. In più è sconosciuto il numero di NO Tax Area. Molti immigrati sono stagionali e con contratto a tempo determinato a termine sono più del 70%. Lavoratori con contratto a tempo indeterminato dovrebbero essere il 29%

Oltre agli immigrati disoccupati (12% circa), la quota di impiegati di concetto sembra essere la più bassa d’Europa (2%). Circa 380mila immigrati son già pensionati, 52.000 sussidiati in vari modo (ex reddito di cittadinanza, ora di inclusione). Le Rimesse in patria dovrebbe essere intorno ai 9 Mld anno (fonte Bd’I), circa il 10% del reddito netto totale degli immigrati. La contribuzione degli immigrati al nostro bilancio (e pensioni) è materia di litigio, grazie alle fonti indipendenti o no che si contraddicono. C’è chi spiega che il loro saldo positivo (contributi 39mld meno prestazioni 34.5 mld) è di 4.5Mld, altri, che partono dalla analisi dei contributi individual ,parlano di 18.5 Mld di contribuzioni e conseguentemente di disavanzo.

Per i costi, che sono fondamentali, il problema diventa di carattere kafkiano. I costi di rimpatrio stimati tra 5 e 10mila euro per un totale di rimpatri di 6-7000anno. I costi della criminalità si aggirano intorno al miliardo (33%dei carcerati è islamico per un costo di 50.000 anno significa i Mld.. In più ci sono i costi di prima integrazione-accoglienza ai porti e alle frontiere. Non tratto il tema e il “costo della paura” …

V° Ma c’è obbligatoriamente anche una considerazioni chiave, conseguente a questi disaccordi sui dati: le pensioni che gli immigrati ci pagheranno

Il calcolo vantaggi /costi e la cosiddetta “necessità” di mano d’opera, mira suggestivamente, a farci temere che le nostre pensioni non verranno pagate senza immigrati. In realtà le nostra pensioni attuali (e le loro attuali) è lo Stato, che con maggiori tasse già integra le contribuzioni pagando il deficit pensionistico (fonte Inps Ragioneria dello stato) con maggiori tasse imposte a chi le paga – (Spese pensionistiche 350Mld, entrate 260Mld, deficit integrato dallo Stato circa 90Mld) .Non i migranti. E allo Stato i soldi li dà un terzo degli italiani che paga il 77% dell’Irpef, perché il 43% evade, è esente o in No Tax Area. Poiché il Deficit italiano è circa 70Mld anno (3.1% pil) gli immigrati non mi pare che contribuiscano a detto deficit. .

Le pensioni degli immigrati saranno proporzionate ai contributi pagati. Poiché lavorano in settori poveri (domestico, agricolo..) e le stime contribuzioni procapite sono: Irpef 1.500 e Inps 5.500 Ci si dovrebbe domandare come potranno pagarsi la pensione se non attingendo alle sovvenzioni dallo stato.

Ma il nostro Paese poi non è ricco come altri paesi europei, anzi. Nel 2010 il reddito medio italiano era circa il 63% di Francia e Germania, oggi è il 57%. Non ce lo possiamo permettere di pagare una illusione utopistica.

VI°. C’è realmente una “necessità, prioritaria” di immigrati per rendere competitivo con il loro lavoro il nostro Paese? Gli immigrati sarebbero “necessari” o giustificati se il bisogno fosse reale, se non ci fosse disponibilità di mano d’opera, E qui la risposta è più facile e inquietante. Noi abbiamo sovrappiù di mano d’opera.. La “necessità” di immigrati è spiegata o dal bisogno non soddisfatto di competenze specifiche, non disponibili, o di vero vuoto operativo da colmare per il sistema produttivo italiano, conseguentemente per il bene comune.

Ma non è affatto così, noi abbiamo “potenziali lavoratori “ italiani, direi almeno due o tre volte gli immigrati occupati … Ed è un fatto grave che sia ignorato. La Forza Lavoro dichiarata in Italia (tra i 15 e i 64anni,età pensionabile) su cui si calcola il tasso di disoccupazione è di circa 25milioni di italiani. Ma non tiene conto degli “Inattivi” (13 milioni).Molti di questi sono “ giustificati “ (casalinghe 6mio e 2 milodi studenti) e sono circa 8 milioni, ma gli ingiustificati sono quelli chiamati “scoraggiati” (tra 14 e 34 anni) che non vogliono lavorare a meno che non siano ben pagati, in un lavoro sotto casa e mai di sabato e domenica. Sono I famosi NEET Not in Educatio,Employment, Training, che dovrebbero assommare, in funzione delle definizioni, a circa 4-6 Mio (per differenza matematica del totale verso inattivi giustificati: 13-8= 5)). Sono quasi pari al totale immigrati e il doppio degli immigrati che lavora. Esiste poi il problema della Disoccupazione Giovanile (15-24 anni), 20% del totale, 34% nel Sud, fino a 50% in alcune regioni / Campania, Calabria,Sicilia) dove curiosamente però lavorano centinaia di migliaia di immigrati. Esemplare è il caso Campania con 5.6 milioni di abitanti, il tasso di disoccupazione totale è 18%,quello giovanile (15-24 anni) 50%. Ma ciononostante gli immigrati sono 276mila di cui occupati circa 100mila. Anche il caso Sicilia è esemplificativo, su 4.8 mio abitanti, e il tasso disoccupazione totale del 18%, e quella giovanile circa 50%, gli Immigrati sono 206 mila, di cui occupati 75mila.

Sintesi. Le immigrazioni sono un mezzo (dichiarato) per realizzare sincretismo religioso. Pertanto le valutazioni economiche dei vantaggi /costi possono essere materia di opinione, perché finalizzati (e con dati spesso contraddittori). Per la storia delle pensioni che dovrebbero pagarci, temo sia l’opposto. Per rispondere all’imposizione del dogma della loro indispensabilità al processo produttivo italiano, mi limito a riferire i numeri trovati sulla disoccupazione “inattiva” e giovanile che vale due o tre volte il numero di immigrati occupati.

Poveri immigrati, non è colpa loro. Potete immaginare pertanto chi “remigrerei” io, magari con minaccia di scomunica perché sostenitori di una quasi-eresia: il sincretismo.







domenica 5 luglio 2026

Le consacrazioni episcopali di sant’Atanasio





Chiesa cattolica | CR 1957


di Roberto de Mattei, 1 luglio 2026 

Nei sessant’anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un’epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell’ortodossia come sant’Atanasio di Alessandria e sant’Ilario di Poitiers. Sant’Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l’arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche.

Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant’Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse.

Per comprendere correttamente l’attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa.

Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l’8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell’Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L’antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni».

L’opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l’imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L’attività di sant’Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un’intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall’esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l’appoggio dell’autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea.

Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all’Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d’Alexandrie et l’Église d’Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996).

Un’analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l’ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L’attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell’epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell’autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all’interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica.

Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l’autorità.

Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica.

Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest’ultimo durante l’esilio non modificò mai l’atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell’ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina.

Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l’interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell’esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana.

Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall’intervento dell’autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell’ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l’’esempio di sant’Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.





venerdì 3 luglio 2026

La Santa Comunione fonte di tesori di grazie divine






SULLA SANTA COMUNIONE SANT'ALFONSO MARIA DE LIGUORI

Non c'è niente da cui possiamo trarre tanti frutti come dalla Santa Comunione.
San Dionigi insegna che il santissimo sacramento ha maggiore efficacia per santificare le anime di tutti gli altri mezzi spirituali.

San Vincenzo Ferrer dice che un'anima trae più profitto da una comunione che dal digiuno di una settimana a pane e acqua. L'Eucaristia è, secondo il santo Concilio di Trento, una medicina che ci libera dai peccati veniali e ci preserva dai peccati mortali.

Ne La vita devota, scrive san Francesco di Sales: Due specie di persone devono comunicarsi spesso: le perfette, per conservare la perfezione; e l’imperfetto, per arrivare alla perfezione”. Non si può dubitare che chi si vuole comunicare debba prepararsi con grande diligenza per potersi comunicare bene.

Due cose sono necessarie per trarre grandi frutti dalla preparazione alla Comunione e dal rendimento di grazie dopo la Comunione. Quanto alla preparazione, è certo che i santi traevano grande profitto dalle loro comunioni, solo perché erano attenti a prepararsi bene a ricevere la santa Eucaristia. È facile allora comprendere perché tante anime rimangono soggette alle stesse imperfezioni, dopo tutte le loro comunioni.

Gesù una volta disse a Santa Matilde: "Quando ti comunichi, desidera tutto l'amore che qualunque anima abbia mai avuto per me, e io accetterò il tuo amore in proporzione al fervore con cui lo desideri".
La preghiera che facciamo dopo la Comunione è la più gradita a Dio e la più vantaggiosa per noi. Dopo la comunione l'anima deve impegnarsi negli affetti e nelle suppliche. Gli affetti dovrebbero consistere non solo in atti di ringraziamento, ma anche in atti di umiltà, di amore e di oblazione di noi stessi a Dio. Umiliamoci allora il più possibile alla vista di un Dio fatto nostro cibo dopo che lo avevamo offeso.
Il tempo dopo la comunione è un tempo in cui possiamo acquisire tesori di grazie divine.
Ora che mi possiedi in te, chiedimi delle grazie: sono sceso dal cielo apposta per dispensartele; chiedi quello che desideri e lo otterrai.

Oh quante grazie perdono coloro che dopo la comunione dedicano poco tempo alla preghiera!
Rivolgiamoci anche noi al Padre Eterno e, tenendo presente la promessa di Gesù Cristo: “In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel nome mio, egli ve lo darà” (Gv. xvi, 23). ) diciamogli: Dio mio, per amore di questo tuo Figlio, che ho nel cuore, dammi il tuo amore; rendimi tutto tuo.



Fonte web: Sacro Cuore Ecclesiastico di Gesù





Dialogo con la Latin Mass Society: rito antico, scisma e Traditionis custodes





Interviste


La redazione UCCR 03 lug 2026

Cosa pensa la Latin Mass Society dello scisma della Fraternità San Pio X? E qual è la situazione della Messa in latino nella Chiesa oggi?

Tradizionalisti in comunione

Davanti alle consacrazioni illecite della Fraternità San Pio X, l’errore più grande è ricondurre ogni tradizionalista cattolico a una posizione scismatica.

Oppure convincersi che il problema sia la Messa in latino e non, invece, coloro che la strumentalizzano per alimentare divisioni identitarie nella comunità dei fedeli.

Diventa importante ampliare lo sguardo e ci ha aiutati a farlo Joseph Shaw, filosofo inglese e presidente della Latin Mass Society, una delle più grandi associazioni al mondo dedite alla diffusione del rito liturgico tridentino della Chiesa cattolica.

Shaw e l’associazione che presiede sono e sono stati molto critici verso l’esortazione apostolica “Amoris laetitia” e il motu proprio “Traditionis custodes”, eppure ciò non ha mai significato una rottura con la comunità ecclesiale.

UCCR ha voluto confrontarsi con loro per capire la loro posizione.

La Latin Mass Society e i lefebvriani

DOMANDA – Prof. Shaw, qual è la valutazione della Latin Mass Society riguardo alle consacrazioni episcopali illecite della Fraternità Sacerdotale San Pio X?

RISPOSTA – Pur condividendo con loro l’amore per l’antica liturgia cattolica, non possiamo approvare la violazione del diritto canonico rappresentata da queste consacrazioni.

DOMANDA – Lei sa che i lefebvriani si giustificano invocando uno “stato di necessità”, cioè uno stato di confusione totale a livello dottrinale e liturgico. Cosa ne pensa?

RISPOSTA – Ho affrontato questo tema in un intervento recente alla nostra Assemblea Generale Annuale.

Pur riconoscendo che nella Chiesa esistano dei problemi, non riteniamo che essi giustifichino le azioni intraprese dalla Fraternità San Pio X.

DOMANDA – Eppure molte loro battaglie sono anche le vostre e certamente, come ricorda, avete la stessa sensibilità rispetto alla liturgia.

RISPOSTA – Sì, da sessant’anni – quindi da più tempo di quanto esista la Fraternità San Pio X – ci rivolgiamo ai vescovi e alla Santa Sede chiedendo che venga riconosciuto uno spazio per la Messa tradizionale nella vita della Chiesa.

È stato un percorso difficile, ma oggi questa forma della Messa è ampiamente disponibile in molti Paesi, tra cui Inghilterra e Galles, e ha prodotto molti frutti spirituali nella vita dei fedeli.

A cinque anni da “Traditionis custodes”

DOMANDA – Come vede la situazione attuale della Messa in rito tridentino a cinque anni da “Traditionis Custodes”? È ottimista riguardo al suo futuro?

RISPOSTA – “Traditionis Custodes” ha rappresentato un duro colpo per la nostra causa, ma restiamo ottimisti.

Oggi, in Inghilterra e Galles, non si è registrata alcuna diminuzione significativa del numero complessivo delle Messe tradizionali celebrate pubblicamente a causa di questa normativa. Alcune celebrazioni sono cessate, mentre altre sono iniziate.

Inoltre, la pandemia di COVID-19 aveva determinato un notevole aumento del loro numero nei mesi precedenti alla promulgazione di “Traditionis Custodes”, per consentire una riduzione della partecipazione numerica alle singole celebrazioni.

DOMANDA – Lo scenario sembra molto più roseo di quanto viene abitualmente descritto dai tradizionalisti in Italia.

RISPOSTA – Tenga conto che sono state inoltre concesse alcune attenuanti nell’applicazione di “Traditionis Custodes”.

Il Nunzio Apostolico in Inghilterra ha comunicato ai vescovi che le loro richieste di proroga delle autorizzazioni per la celebrazione della Messa tradizionale nelle parrocchie saranno accolte.

Inoltre, gli Istituti sacerdotali tradizionalisti hanno continuato ad ampliare il proprio apostolato e ad assumere nuove responsabilità pastorali, come nel caso dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (ICKSP), che nel 2021 ha avviato una nuova presenza a Torquay.

La disponibilità dei vescovi

DOMANDA – Alcuni critici descrivono le organizzazioni che promuovono la Messa tradizionale come realtà in conflitto con la gerarchia della Chiesa. E’ questa la vostra posizione?

RISPOSTA – Nel corso dei decenni abbiamo avuto esperienze molto diverse con i vari vescovi.

Attualmente tutti, noi compresi, siamo in attesa di vedere se vi saranno cambiamenti nella politica ufficiale.

L’anno scorso abbiamo celebrato il nostro 60° anniversario e siamo riusciti a organizzare Messe pontificali tradizionali celebrate da due vescovi ospiti, Athanasius Schneider e Marian Eleganti, in cinque diverse diocesi (Northampton, Birmingham, Portsmouth, Shrewsbury e Southwark).

Questo dimostra la disponibilità dei vescovi non solo a consentire il minimo indispensabile previsto, ma anche a permettere eventi speciali che valorizzano l’antica liturgia nella sua forma più solenne.

L’unità al Papa precede tutto


DOMANDA – Per pura ipotesi, se in futuro la celebrazione della Messa tradizionale in latino venisse completamente proibita, la Latin Mass Society potrebbe intraprendere un percorso di separazione dalla Chiesa cattolica?

RISPOSTA – Non potremmo mai abbandonare la comunione con la Santa Sede. D’altra parte, se la Santa Sede emanasse disposizioni oggettivamente ingiuste, esse non sarebbero vincolanti in coscienza: questo è un principio ben consolidato della teologia cattolica.

DOMANDA – Ma anche la Fraternità San Pio X sostiene di non aver rotto la comunione, solo di aver ignorato ordini che considera ingiusti.

RISPOSTA – Sì, ma spetta alla Santa Sede l’autorità di stabilire quali forme di disobbedienza costituiscano uno scisma, e la sua risposta a queste consacrazioni è del tutto conforme alla tradizione.

Pertanto, la sua domanda si riduce sostanzialmente a questo: saremmo mai disposti ad aderire a una sorta di gerarchia parallela separata dal Papa, con vescovi consacrati senza mandato pontificio (e successivamente non riconciliati)?

La risposta è: certamente no!

Dovremmo sopportare ogni genere di sofferenza e di ingiustizia piuttosto che separarci dal successore di San Pietro, anche se la Santa Sede fosse occupata da una persona del tutto indegna dell’ufficio che ricopre.







Il genocidio vandeano sfata il mito della Rivoluzione francese




Intervista / Reynald Secher
Cultura


Stefano Chiappalone,  03-07-2026

A colloquio con lo storico francese che portò alla luce l'orrore scatenato nella Francia rivoluzionaria contro la popolazione della Vandea, colpevole di essere insorta contro i nuovi principi. "Vendicata" fu ribattezzata dopo la repressione. E poi dimenticata.

Vendée-Vengé: in francese è più immediato il triste gioco di parole con cui la Francia rivoluzionaria mutò il nome della Vandea, dipartimento che divenne epicentro della ribellione ai “nuovi principi”, ribattezzandola (non con l’acqua ma col sangue) “Vendicata”. E poi dimenticata, per non scalfire il mito della Rivoluzione del 1789. Vicenda riportata alla luce da Reynald Secher, che nel 1986 pubblicò Le genocide franco-français: la Vendeé-Vengé, con la prefazione di Jean Meyer e una presentazione di Pierre Chaunu. La ricerca gli costò cara in termini di “carriera”, ma da allora Secher non ha più smesso di studiare e far conoscere anche al grande pubblico quello che ha definito «genocidio» e «memoricidio». A fine giugno è tornato in Italia, invitato da Alleanza Cattolica - Foedus Catholicum di Modena e altre realtà presenti in Emilia Romagna, a tenere un tour di conferenze a San Giovanni in Persiceto, Piacenza, Pavullo nel Frignano e infine a Ravenna.

Abbiamo incontrato Secher a Modena, in una giornata di “tregua” fra una tappa e l’altra, beneficiando di una conferenza “a tu per tu”: Secher non si limita al rapido botta e risposta di un’intervista, ma articola le varie dimensioni della vicenda avvenuta tra il 1793 e il 1796, espone dati e numeri che ha potuto mettere a fuoco anche grazie alla formazione giuridica ed economica: «ho un approccio polivalente, laddove gli “storici puri” hanno fallito». E parte da lontano, dal dopoguerra, con «la presa di coscienza collettiva sui crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio» e la constatazione che «i regimi totalitari del Novecento facevano riferimento allo stesso sistema politico, quello giacobino, che passava attraverso il Terrore». Ma in quel caso «l’orrore è stato sublimato poiché la Rivoluzione è un mito nazionale e mondiale, mentre tutto ciò che era controrivoluzionario non era oggetto di studio e comunque, si diceva, non si poteva approfondire per mancanza di fonti». E anche perché la gauche che dominava il clima culturale non gradiva che si scalfisse il mito della Rivoluzione. Fu Meyer a imbattersi casualmente nella “Vandea militare” nel corso di una ricerca sulla nobiltà bretone. Giunto nei luoghi interessati, percepì un trauma tramandato oralmente: «Vivevamo tranquilli a casa nostra, ci vennero imposte leggi inique e la popolazione, in nome della libertà, in particolare quella religiosa, si è ribellata, subendo un vero e proprio martirio».

Negli anni Ottanta Meyer chiese all’allievo Secher di cercare fonti di prima mano, partendo da un’operazione di «carotaggio» in un comune, il suo, La Chapelle-Basse-Mer, dove ebbe accesso a documentazione rimasta preclusa a Meyer: «conoscevo tutti e tutti conoscevano me, perché discendo da una delle famiglie che hanno plasmato l’identità del luogo». Scoprì che le fonti confermavano quel trauma ancestrale e che, contrariamente alla vulgata, «la gente non si era ribellata su pressione della nobiltà o del clero» (anzi, «non ho trovato nessun prete che abbia spontaneamente incoraggiato l’insurrezione»). Semmai il clero aveva istruito questo popolo contadino, che era a suo modo «colto e consapevole della propria identità e indipendenza. E alcuni di loro hanno trasmesso il ricordo che un giorno l’esercito francese venne a fare terra bruciata».

La prima fonte a parlare è il registro di un prete refrattario (cioè rimasto fedele al Papa, rifiutando di prestare giuramento al governo rivoluzionario) che aveva annotato 600 vittime, spingendo Secher a un confronto tra la popolazione prima e durante la Rivoluzione: «emerse un deficit di 900 persone (su un totale di 3850). Dal registro del prete risulta che l’80% delle vittime sono bambini, donne e anziani e meno uomini adulti». La seconda è ancora più inattesa: «Gli elenchi redatti per ordine di Napoleone, che nel 1808 rimase sbalordito dalla desolazione della Vandea e stabilì sovvenzioni per la ricostruzione delle case: 365 case distrutte, ma qual era il totale? Essendo il discendente del notaio ho accesso al catasto dell’epoca e posso stimare il totale e anche il valore: 365 su 1000, un terzo degli alloggi che rappresenta il 51% del valore».

Le tre province coinvolte «non hanno un’identità comune, se non di natura religiosa». Però c’è un fatto comune: a La Chapelle-Basse-Mer come in tutto il territorio, Secher si trova di fronte a una «insurrezione rurale» in cui «nessun nobile, si tratti di Charette o di La Rochejacqueline, si è messo spontaneamente alla guida degli insorti. Tutti sono stati costretti ad assumere quel ruolo. C’è invece un un uomo del popolo acclamato a “suffragio universale”, Cathilineau». E comune è l’opposizione alla Rivoluzione, che «voleva creare “l’uomo nuovo” giacobino». L’alternativa è «libertà o morte».

La repressione non è l’episodio di una guerra civile, «né è la decisione isolata di un militare o di un deputato, ma del ministro della Guerra», che a sua volta – Secher ricostruisce la «catena di comando» – riceveva ordini precisi dal Comitato di Salute Pubblica, i cui membri avevano «ideato, approvato e messo in atto un sistema di sterminio». Tre leggi in tutto, leggi dell’Assemblea nazionale. Vi è dunque una «pianificazione» estesa nell’arco di 18 mesi e con un obiettivo molto preciso: «eliminare tutti i vandeani, preferibilmente le donne perché generatrici di vita, i bambini perché futuri “briganti” e gli anziani perché testimoni ed educatori».

Nel secolo dei Lumi anche l’innovazione concorre allo scopo, almeno per tentativi, ma i primi esperimenti di asfissia chimica e avvelenamento di massa falliscono e si ricorre a una “gasatura” rudimentale quando la popolazione si rifugia in una grotta «che i rivoluzionari sigillarono e affumicarono bruciando foglie umide». Secher parla di una «proto-industrializzazione» della repressione, come l’idea di sfruttare automatismi per decapitare più persone contemporaneamente – una sola ghigliottina non basta. E comunque si sfrutta qualsiasi cosa: «Tutti hanno sentito parlare degli annegamenti di massa sulle imbarcazioni a Nantes, ma ovunque ci sia acqua la si usa per annegare i ribelli». Scene raccapriccianti descritte da testimoni oculari di entrambe le parti, da sopravvissuti, nonché nei rapporti dei militari. E poi gli incendi, le fucilazioni, i crani spaccati, per uccidere il “vecchio mondo” con i suoi abitanti... Qualsiasi mezzo è buono pur di creare una Vandea senza vandeani, appunto non più Vendée, bensì Vengé. Ma l’eredità giacobina è stata raccolta dalla gauche, che non ha perso il vizio di voler sradicare il cristianesimo e far fuori l'«uomo vecchio» – anche con aborto ed eutanasia – per creare l'uomo nuovo, come a dire: «se la popolazione non cambia, cambieremo la popolazione... come in Vandea», sospira Secher.







giovedì 2 luglio 2026

L’impossibile aggiornamento del Compendio con le encicliche di Francesco







Di Stefano Fontana, 2 lug 2026

Marco Invernizzi, in un suo recente saggio, ha auspicato che il Compendio della dottrina sociale della Chiesa venga aggiornato con il magistero sociale di Benedetto XVI e Francesco; «Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa è del 2004. Esso raccoglie tutto il Magistero sociale e lo espone per temi. Certo, andrebbe aggiornato alle ultime encicliche sociali dei pontificati di Benedetto XVI (Caritas in veritate, del 2009) e di Francesco (Laudato si’, del 2015 e Fratelli tutti, del 2020) ed è singolare che ciò ancora non sia avvenuto dopo oltre vent’anni» [M. Invernizzi, “La dottrina sociale della Chiesa tra rivoluzione e contro-rivoluzione”, in O. Sanguinetti, La dottrina sociale della Chiesa oggi-una lettura “forte”, Ares, Milano 2026, pp. 53-54].

Questo auspicio, però, è di difficile, o addirittura impossibile, realizzazione. A questo proposito si possono fare due osservazioni. La prima ci invita a ricordare che Giovanni Paolo II aveva chiesto la redazione di un Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, che aveva addirittura chiamato “catechismo”, in vista del grande giubileo del 2000. Il suo desiderio e il suo progetto erano di lasciare in eredità alla Chiesa del terzo millennio il prezioso patrimonio della sua Dottrina sociale. Alle spalle c’era quindi una convinzione forte dell’importanza della Dottrina sociale della Chiesa, della necessità di compendiarla come un corpus dottrinale unitario, e di fare in modo che essa potesse continuare a produrre i suoi benefici nel tempo, addirittura attraverso i millenni. Il Compendio era figlio di questa convinzione, che in seguito, però, venne meno. Non tanto con Benedetto che, a suo modo, vi rimase fedele, ma con Francesco.

Così entriamo nella seconda osservazione. Niente era più lontano dalla visione di Francesco dell’idea di un Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Le sue due encicliche considerate sociali sono in realtà molto distoniche rispetto al magistero sociale precedente e con difficoltà si potrebbero inserire in esso mediante un aggiornamento del Compendio. Lo stesso Oscar Sanguinetti alle pagine 235 e 236 del libro ricordato sopra che contiene il saggio di Invernizzi muove varie critiche alla Laudato si’: per aver sposato «opinioni scientifiche in realtà spesso ancora da verificare», per aver avanzato «ipotesi di responsabilità piuttosto ardite e di sapore complottardo», per aver fornito terapie «di cui non si valuta tuttavia l’attuabilità, né si discerne fra chi vi dà applicazione corretta… e chi invece vi specula», per la sua benevolenza [di Francesco] «verso soggetti di azione sociale… in maggioranza dottrinalmente ambigui, quando non esplicitamente ostili alla dottrina sociale della Chiesa tradizionale, sia al cristianesimo in quanto tale». Sanguinetti è intervenuto con i guanti di velluto, perché altri elementi di questa enciclica potrebbero essere criticati, come per esempio i concetti di “ecologia integrale” e di “conversione ecologica”. Della Fratelli tutti, poi, Sanguinetti non parla nemmeno.

Il motivo più profondo della difficoltà ad aggiornare il Compendio al pontificato di Francesco è anche più ampio dei difetti di queste due encicliche. Possiamo fare un solo esempio tra i tanti. La Dottrina sociale della Chiesa è parte della teologia morale, e questo è ben ribadito dal Compendio. Ma Francesco si è dato molto da fare per trasfigurare la teologia morale cattolica, sia con Amoris laetitia, sia con la trasformazione dell’Istituto Giovanni Paolo II, sia con la nuova sinodalità.




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