giovedì 14 maggio 2026

L’uomo che dimostrò matematicamente l’esistenza di Dio



Kurt Gödel (al centro) nel 1951 insignito del premio Albert Einstein
dal celebre fisico stesso, con il quale era grande amico. Con lui, 
i fisici Julian Schwinger e Lewis Strauss.
IMAGO / Everett Collection Il giardino di Albert / Simone Pengue


Sono passati 120 anni dalla nascita di Kurt Gödel, uno dei logici più rivoluzionari di tutti i tempi




Il 28 aprile di centovent’anni fa, a Brno, una città della Repubblica Ceca che all’epoca faceva parte dell’Impero austro-ungarico, nasceva Kurt Gödel, uno dei logici matematici più influenti del Ventesimo secolo. Con i suoi studi, Gödel fu capace di rimettere in discussione le basi dell’intera matematica già in giovanissima età. Secondo il matematico e divulgatore italiano Piergiorgio Odifreddi, la grandezza di Gödel nella logica è paragonabile a quella di Aristotele, il celeberrimo filosofo dell’Antica Grecia.

Quello che rende il nome di Gödel interessante anche per chi non si occupa di matematica, ma magari di teologia o filosofia in senso più ampio, è la sua formalizzazione della “prova ontologica”, o, per dirla in termini più semplici, la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio.
La storia della “prova ontologica” risale indietro nel tempo e comincia con il teologo dell’Undicesimo secolo Anselmo d’Aosta. Senza il rigore che contraddistingue il dibattito tra esperti, la sua dimostrazione si basava sulla definizione di Dio come l’essere più grandioso che potesse essere pensato. A questo punto, Anselmo osservava che un Dio che realmente esiste è più grandioso di uno presente solo nei nostri pensieri. Per questo, la conclusione più logica e priva di contraddizioni era che Dio esistesse. Teologi, filosofi ed esperti di logica di ogni tipo hanno dibattuto per quasi un millennio le premesse e il ragionamento di Anselmo.

Nel corso dell’Ottocento e nei primi del Novecento, le evoluzioni della matematica portarono alla costruzione di nuovi strumenti teorici con cui effettuare ragionamenti logici. Gödel sfruttò questi elementi per formalizzare la “prova ontologica” in modo logicamente ineccepibile.

Concepì la dimostrazione nel 1941, per poi lavorarci ancora nel 1954 e nel 1970. Mostrò questo lavoro, lungo all’incirca una pagina, al logico Dana Scott, dicendo però di non volerlo pubblicare e infatti il mondo conobbe la sua «prova ontologica» solo dopo la sua morte. Per lui, che non era un fervente religioso, non c’era un particolare valore teologico nella dimostrazione: il suo interesse nasceva solo dalla prospettiva logica.

Certo, si può non essere d’accordo con le premesse da cui era partito e quindi non riconoscere alcun valore alle conclusioni, ma l’esercizio di logica è tecnicamente perfetto.





La dimostrazione ontologica di Gödel in notazione simbolica: la sua comprensione è impossibile a chi non è del mestiere.

Wikipedia

All’interno della comunità matematica, Gödel è noto per contributi rivoluzionari nell’ambito della cosiddetta “logica matematica”, che si occupa delle basi della disciplina. Nei primi decenni del Ventesimo secolo, la comunità matematica era in grande fermento nel tentativo di strutturare le proprie fondamenta. In particolare, i ricercatori cercavano di capire quali fossero le regole e i principi alla base di tutte le teorie matematiche.

Nel 1931, Gödel rivoluzionò il mondo della matematica dimostrando che alcuni dei principi in cui credevano molti studiosi erano in realtà errati. Ad esempio, nel cosiddetto “primo teorema di incompletezza”, provò che all’interno di un sistema matematico esistono affermazioni vere ma indimostrabili. In altre parole, per quanto sembri paradossale, riuscì a dimostrare con rigore assoluto che esistono affermazioni matematiche corrette che nessuno potrà mai provare. Inoltre, nella dimostrazione non viene indicato quali siano questi enunciati veri ma indimostrabili, perché, come accade spesso in matematica, il teorema va inteso in senso generale.

Assieme a questo risultato, che destò fortissimo scalpore, Gödel pubblicò il “secondo teorema di incompletezza”, nel quale dimostrò che non è possibile provare che un sistema matematico sia privo di contraddizioni. È vero, si tratta di astrazioni complesse, ma è su questi pilastri che si basa la matematica e, con essa, moltissime discipline fondamentali per la nostra società, come la fisica, l’informatica, l’economia e le varie forme dell’ingegneria.

Queste scoperte, seguite da numerosi altri contributi alla logica matematica, lo portarono nell’olimpo degli studiosi della prima metà del Novecento. Dopo la sua fuga negli Stati Uniti a causa dell’avvento del nazismo, divenne professore all’Institute for Advanced Study di Princeton e strinse una solida amicizia con Albert Einstein.

La sua vita fu caratterizzata da importanti instabilità psichiatriche, soprattutto durante la tarda età adulta. Nel corso degli anni, si convinse che il cibo gli venisse avvelenato e finì per mangiare solo ciò che gli veniva preparato dalla moglie Adele. Quando lei venne ricoverata per un ictus nel 1978, smise completamente di nutrirsi fino a lasciarsi morire di fame.






La progressiva cancellazione della cultura e dell’identità francese



Creil elegge un sindaco musulmano e nella società l'islamizzazione è già ad uno stadio molto avanzato. E anche a Rouen, la città del martirio di Giovanna d’Arco e di Jacques Hamel, un macabro magnete turistico suona come una sfida jihadista.

ISLAM
Sottomissione in Francia: l'islamizzazione di Creil e Rouen

Libertà religiosa


Lorenza Formicola, 14-05-2026

L’architettura sociale della Francia contemporanea non sta semplicemente mutando, è nel pieno di una riprogrammazione. Da Creil a Rouen, le cronache recenti non sono più episodici “incidenti di percorso”, bensì i capitoli di un’opera poderosa che narra la frammentazione identitaria di una nazione.

Creil, con i suoi 37mila abitanti e un mosaico di 107 nazionalità, rappresenta il paradosso del progresso francese. Un tempo roccaforte inespugnabile del socialismo industriale per oltre un secolo, oggi la terza città dell’Oise — segnata da un tasso di disoccupazione al 25% e da una densità di alloggi popolari superiore al 50% — è diventata l’epicentro del successo tattico di La France Insoumise (LFI). Qui, a marzo, il movimento di Jean-Luc Mélenchon ha saputo saldare le istanze della sinistra con il sentimento religioso islamico, creando un blocco elettorale monolitico con l’ascesa del nuovo sindaco pachistano, Omar Yaqoob.

Yaqoob ha celebrato la vittoria con parole che risuonano come una sfida: «Abbiamo vinto, non io, ma tutti i pakistani». La sua adesione a LFI nel 2023, motivata dalla “coerenza internazionale” del partito e dal sostegno alla causa palestinese, segna il punto di arrivo di decenni di politiche socialiste che, nel tentativo di gestire la diversità, hanno finito per coltivare la segregazione di fatto. Il modello della mixité, lungi dal favorire l’assimilazione, ha ceduto il passo a un comunitarismo islamico difensivo, dove l’appartenenza al gruppo prevale sulla cittadinanza francese.

Nelle attività commerciali di Creil la religione si insinua tra gli scaffali con rassegnazione. In alcuni negozi di abbigliamento, accanto alla cassa, non si trovano promozioni ma pile di libri sull’etica musulmana e la fede, distribuiti regolarmente dalle associazioni locali. «È meglio dimostrare di essere una brava musulmana», sussurra una responsabile, descrivendo un sistema di controllo sociale che inizia fin dalle scuole medie.

Le ragazze devono sottostare a un rigido codice di «modestia» non scritto: abiti larghi, divieto di frequentare compagnie maschili e obbligo del velo. Siamo sempre a Creil, la cittadina francese che nel 1989 portò per la prima volta il caso del velo islamico nelle scuole al centro del dibattito nazionale. Fu allora che alcune associazioni islamiche mandarono le figlie a scuola con il capo coperto, trasformando un episodio locale in una questione di rilevanza nazionale. La vicenda ebbe un’eco così forte che, quindici anni dopo, nel 2004, la Francia approvò la legge che vieta l’uso di simboli religiosi ostentati all’interno delle scuole pubbliche.

È una forma di autocensura alimentata dal contesto di piccolo centro e dove ogni deroga viene segnalata: «Tua figlia è stata vista in gonna corta»; «Tuo figlio non frequenta la moschea». Chi non si adegua viene categorizzato, disprezzato e, nel peggiore dei casi, esposto alla violenza. Una negoziante turca descrive episodi di aperta coercizione: donne velate che rimproverano clienti cristiane, sembrano spesso dettate dalla necessità di mimetizzarsi per non sentirsi oppresse o diventare “prede”.

L’elezione di Yaqoob è stata vissuta da una parte della città come un assedio. Sophie Dhoury-Lehner, la candidata socialista che doveva raccogliere l’eredità dell'ex sindaco Jean-Claude Villemain, ha concluso la campagna elettorale protetta dalle forze dell'ordine. Definita “infedele” e bersagliata da minacce di morte, direttamente al commissariato.

Anche il tessuto economico si sta adattando a questa nuova realtà, o scompare. Jérôme, ex panettiere della stazione di Creil, racconta un calvario durato anni: nonostante offrisse prodotti halal, veniva continuamente perseguitato perché vendeva anche birra e prosciutto. «Un cliente mi disse che il mio pollo non era puro perché acquistato con i proventi del maiale», racconta. Di fronte a questo fanatismo ideologico, le botteghe storiche chiudono una dopo l’altra, sostituite da kebabberie e barbieri.

La realtà di Creil, dove, oltretutto, la nuova amministrazione del sindaco pachistano ha promesso di disarmare la polizia municipale e smantellare la videosorveglianza proprio mentre l’insicurezza aumenta, è lo specchio di una Francia che ha rinunciato all’integrazione in nome di un multiculturalismo che si è trasformato in separazione.

Ma il processo di islamizzazione simbolica valica le banlieue per colpire persino le città simbolo della storia francese. A Rouen, la città del martirio di Giovanna d’Arco, la scoperta di souvenir manomessi ha riportato l’attenzione sull’infiltrazione ideologica islamista nella regione. Siamo nella stessa città, Rouen, dove nel luglio del 2016 padre Jacques Hamel, un sacerdote di 85 anni, venne barbaramente sgozzato da due jihadisti islamisti legati all’Isis mentre celebrava la Messa. Un omicidio efferato, compiuto davanti a pochi fedeli, che scosse la Francia intera e divenne uno dei simboli più drammatici della violenza jihadista contro i cristiani europei.

Oggi, proprio nel centro storico di questa città, una tabaccheria vendeva calamite turistiche in cui l’emblema di Rouen era stato deliberatamente vandalizzato: il giglio della monarchia sostituito dalla mezzaluna islamica, l’Agnello Pasquale decapitato – un macabro richiamo alle esecuzioni jihadiste – e la croce spezzata. Di fronte alla segnalazione del sindacato studentesco UNI, la reazione della negoziante è stata emblematica: «Se vuole, chiami la polizia». Nonostante le successive scuse della tipografia, che ha parlato di «errore di uno stagista», resta l’immagine inquietante di un vero e proprio “trofeo di odio” destinato a rovesciare l’iconografia cristiana e nazionale della città.

Dal velo imposto nelle scuole di Creil nel 1989, all’assassinio di padre Hamel nel 2016, fino alle profanazioni simboliche e alla sottomissione economica di oggi, emerge un quadro chiaro: quello di una progressiva islamizzazione della società francese, che avanza non solo con la violenza, ma attraverso il controllo del quotidiano, dei simboli, dell’economia e dello spazio pubblico. La Francia ha ormai oltrepassato la fase della “sfida”. Le società parallele non sono più un’ipotesi o un pericolo incombente: sono una realtà già consolidata in ampie porzioni del territorio nazionale. Dove la sottomissione, l’intimidazione e la progressiva cancellazione della cultura e dell’identità francese sono la nuova normalità.





mercoledì 13 maggio 2026

San Giuseppe, un vero modello per l’uomo oggi sotto attacco





La sana virilità e la devozione incarnate esemplarmente dallo sposo di Maria sono qualcosa di enorme. Una lezione valida ancora oggi




Giuliano Guzzo, 10 Marzo 2025 

C’è un solo modo, per l’uomo messo oggi sotto processo dalla cultura dominante – quella che fa della lotta al patriarcato il suo mantra -, per uscire dall’angolo: è quello di scegliersi un modello. Non c’è infatti, per lui - per noi -, avvocato migliore di chi possa con il proprio esempio tracciare una strada, incarnando azioni e atteggiamenti in grado di scacciare la nube di stereotipi che si addensa sul maschio, bianco, etero e cattolico. Che si trova culturalmente nel mirino per ragioni essenzialmente anticristiane. E proprio questo, a ben vedere, porta dritti sulle tracce di colui che, avendo dato esemplare protezione a suo tempo a Gesù - il vero imputato -, e a Sua Madre, ha senza dubbio dato prova di saperci fare, incarnando una virilità degna di questo nome e, appunto, d’esser presa a modello. Stiamo naturalmente parlando di san Giuseppe.

Si tratta di una figura spesso poco considerata e non sempre per ragioni di pregiudizio. Il padre putativo di Gesù ha infatti un che di misterioso. In tutto il Vangelo non parla mai. Proprio così: non dice una parola. Certo, si può ribatte re che neppure le parole di Maria siano poi molte, dato che nei Vangeli solo in sedici versetti la si sente parlare in modo esplicito, per un totale di appena 154 parole greche (compresi gli articoli, i pronomi, le particelle), delle quali ben 102 occupate dall’inno del Magnificat.

Però il caso di Giuseppe è diverso. Lui è davvero nella penombra, dato che non ci viene riferito alcunché di quanto abbia detto, non una sillaba, nulla di nulla. Ciò nonostante, egli può essere ritenuto un esempio, anzi per gli uomini l’esempio. Per quale motivo? Semplice: per ciò che ha fatto. Come si accennava poc’anzi, ha saputo mettere in salvo la sua famiglia, crescendo peraltro un figlio eccezionale. 

In questo senso, non è azzardato affermare che certamente nel carattere e nel temperamento di Gesù si scorge il riflesso di qualcosa, anzi, di più di qualcosa, di san Giuseppe. Che proprio per il suo modo di fare, in totale compensazione al suo evangelico non parlare, è patrono dei lavoratori. 

Ha ben colto questo profilo del falegname più famoso di tutti i tempi Roberto Marchesini, psicologo, psicoterapeuta e scrittore, che ne ha così condensato un efficace identikit: «San Giuseppe è noto per alcune caratteristiche che lo rendono un archetipo di uomo e di padre. Innanzitutto, san Giuseppe… tace. Come ogni uomo tradizionale che si rispetti e a scorno delle femministe, che vorrebbero gli uomini ciarlieri e piagnucolanti, san Giuseppe, in tutto il Vangelo, non pronuncia una sola parola. Però agisce: caspita, se agisce. Avvertito in sogno che la sua famiglia era in pericolo, fa i bagagli ed emigra in Egitto. Già, perché un padre accudisce e protegge, esattamente come fa Giuseppe. Ed è suo l’incarico di sostentare la famiglia («Col sudore della fronte», impone Dio all’uomo, «ti guadagnerai il pane»). Infatti san Giuseppe è un lavoratore». 

Oltre che laborioso e protettivo, il padre putativo di Gesù doveva essere estremamente saggio e più maturo della sua età. Ciò spiega anche il fatto che egli venga e sia venuto spesso raffigurato, rispetto a Maria, come particolarmente avanti negli anni, quasi anziano, quando invece probabilmente tale non era, anzi. Molti studiosi e storici biblici pensano che quando Gesù venne al mondo Maria doveva avere circa sedici anni e Giuseppe diciotto, dato che «questa era la norma per i novelli sposi ebrei dell’epoca». Dunque l’età avanzata con cui è tradizionalmente ritratto lo sposo di Maria - derivante dal racconto apocrifo del Protovangelo di Giacomo e utile pure a esaltare la perpetua verginità mariana -, può davvero essere anche un modo per esaltarne la saggezza. 

Una sottolineatura in più, poi, merita il richiamato impegno di concreta ed efficace protezione che san Giuseppe riserva sia alla sua sposa, sia a Gesù, nell’ambito di una narrazione evangelica nel quale egli, si diceva, non proferisce parola. Da capofamiglia - peraltro pure di stirpe reale, essendo discendente del re Davide -, il falegname di Nazareth si atteggia dunque a suo primo servitore. Tutto ciò accentua ancora di più l’eccezionalità di questo padre e marito che avrebbe potuto benissimo assumere ben altro atteggiamento, dato che, «come ogni ebreo capofamiglia, Giuseppe non è soltanto il capo indiscusso e l’amministratore della casa, ma anche il “padrone” della moglie e dei figli. Inoltre, è il diretto rappresentante di Dio; il sacerdote domestico». 

La trascurata figura del falegname di Nazareth può essere considerata pionieristica nel superamento dell’onnipotente pater familias dell’antichità. Tutto questo vale non solo verso Gesù ma anche verso Maria, che - ascoltando, secondo i Vangeli, l’Angelo inviato a lui da Dio - decide di non ripudiare dopo averla scoperta in cinta di un figlio biologicamente non suo. Giuseppe matura questa scelta, attenzione, dopo comunque aver immaginato di provare a ripudiare Maria in segreto, senza cioè pubblicizzarlo troppo, evitando così ogni umiliazione della sua sposa all’insegna d’una giustizia il più equa possibile. A dispetto di quella che sarebbe stata, per i canoni del tempo, una decisione comunque legittima e giusta, Giuseppe ascolta Dio e opta, dimostrando tutta la sua grandezza, per la decisione più giusta e amorevole per la sua sposa, non ripudiandola e decidendo di tenerla con sé, proteggendola. 

La sana virilità e la devozione incarnate esemplarmente da questo sposo sono qualcosa di oggettivamente enorme; eppure la sua condotta - altra caratteristica di Giuseppe - si compie con assoluta discrezione, avvolta nella penombra che è a sua volta prova della statura di quest’uomo che alle parole preferisce i fatti. 



(Foto: screenshot, Gesù di Nazareth, La Brezza di Elia, YouTube)


Secondo la teologa progressista la devozione a Maria è «pericolosa» per le donn


(Imagoeconomica/ Kompass, YouTube)

A detta di Annette Jantzen, la devozione mariana presenta aspetti problematici per il mondo femminile. Ma li vede solo lei

TESI BIZZARRE


Paola Belletti, 12 Maggio 2026 

Il problema non sono i dogmi, ma la cattedra da cui arrivano. Quelli di provenienza femminista, a dirla tutta, sono talmente noiosi e avvilenti che fanno cadere le braccia anche alle più allenate. Ultima trovata, dalla scuderia tedesca, quella della teologa Annette Jantzen che vorrebbe la devozione a Maria Santissima addirittura pericolosa per le donne. Immaginate già con quali sostantivi e aggettivi siano stati definiti tali pericoli? Questa è facile: un pizzico di "stereotipi", "relazioni tossiche" q.b, una manciata di ideali oppressivi per le donne reali su un fondo di maschilismo più o meno consapevole. Per fortuna, però, la studiosa rassicura i lettori (ma prima di tutto le lettrici): la devozione mariana ha anche aspetti positivi.

Ma andiamo con ordine: la Jantzen ha rilasciato un'intervista esclusiva al portale cattolico della diocesi di Monaco Kirke und Leben ripreso da altre fonti che ne sintetizzano i contenuti. Questo il passaggio chiave: «Quando la Madre di Dio viene stilizzata come un ideale irraggiungibile, "contemporaneamente vergine, senza peccato e madre", ciò può portare a una svalutazione delle donne reali». Il che vuol dire che non è accettabile che una donna, una sola, sia stata scelta da Dio per compiere una missione decisiva a favore della salvezza delle anime? Forse la questione stessa "salvezza" non è più così centrale nel pensiero di certa teologia. Chi di noi donne si sente davvero svalutata dal fatto che la Vergine Maria sia stata scelta da Dio per una missione tanto grande? A chi dovrebbero guardare, le cosiddette "donne reali", se non a Qualcuno che è più compiuto di loro e di chiunque nel cammino di santità?

Secondo quanto dichiarato dalla studiosa, però, la devozione mariana può essere anche fonte di conforto e consolazione: «"Le immagini religiose hanno un effetto non solo a livello intellettuale, ma anche emotivo ed esistenziale. Ciò che è cruciale è come vengono interpretate, se rafforzano o limitano». Detta così sembra che si tratti solo di un effetto collaterale che anche altre strategie di benessere personale potrebbe garantire. Il riferimento alla maternità verginale di Maria sembra urtarla più di tutto. Come si può pensare che sia biologicamente vero che Maria abbia concepito e partorito un figlio (il Figlio) e sia rimasta vergine, prima durante e dopo il parto? Il riferimento alla sua verginità non deve essere "biologicamente frainteso". Potrebbe, forse, risponderle la stessa giovinetta che ha cantato il Magnificat: "grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente". E, se non la disturba il riferimento a una figura angelica, potrebbe tornare utile anche la risposta alla prima obiezione di Maria rispetto al concepimento che il messaggero divino ha sciolto così: "nulla è impossibile a Dio".

O nemmeno Dio, l'Onnipotente, può permettersi di compiere opere che alla nostra ragione paiono irraggiungibili e soprattutto irrealizzabili da forze soltanto umane? Ma allora cosa sarebbe Dio a fare? Non sembra così importante, per questa teologa. Ciò che conta è l'idea di donna che la Chiesa ancora troppo patriarcale insiste a veicolare. Ciò che conta è dare addosso al patriarcato, invertire la rotta interpretativa delle Sacre Scritture tutta al maschile. A darle man forte, c'è anche il controcanto di un giornalista, Heribert Prantl, che lavora l'altro fianco del nemico dichiarando san Giuseppe il nuovo eroe, il vero paladino dell'emancipazione, il nuovo volto maschile per la Chiesa che si vuole affrancare da secoli di buio. Anche in questo caso, l'operazione è compiuta a prezzo di una deformazione, per lo meno irrispettosa, della figura del Santo.

La chiave di lettura è la solita: la Chiesa odierebbe la sessualità, per questo Maria è presentata come Vergine e san Giuseppe come un vecchio decrepito, incapace per sopraggiunti limiti di età di concupire e concepire. Questa civiltà figlia troppo spesso ingrata del Cristianesimo, però, care signore teologhe e colleghi giornalisti, è la stessa che vi permette di denigrare proprio i contenuti fondamentali della fede stessa, di criticare la figura di Maria, i dogmi di fede che la riguardano, il mistero inesauribile della sua maternità. Eppure, ad essere onesti intellettualmente, anche solo chiedendo una sintesi all'AI, appare evidente che dove l'annuncio del Vangelo ha attecchito, la condizione della donna è enormemente migliore dei paesi dove prevalgono altre fedi. Cosa c'è di offensivo, in fondo, nel riconoscere l'eccezionalità a una creatura perché Dio stesso ha voluto accordargliela? Questi privilegi, ad essere cattolici con un po' di nerbo, sappiamo che sono tali non per escludere noi, povere donne e uomini normali, ma a nostro beneficio.

Lo sono affinché anche noi, abituati alla condizione decaduta generata dal peccato, addirittura smemorati della nostra smisurata dignità, possiamo accedere un giorno alla vera normalità. Maria, infatti, è la donna secondo la norma d'amore voluta da Dio. E non perché sia rimasta lontana dalla sessualità, ma perché tutto il suo essere, pre-salvato dal sacrificio di Cristo, è ricostituito nell'ordine di grazia voluto da Dio da sempre. Che peccato che certa teologia si perda in stradette secondarie, smarrendosi nei sentieri imposti dal pensiero dominante che vuole riportare tutto alla guerra maschi contro femmine e non si accorge che i misteri che la Rivelazione ci mostra sono la strada maestra perché la più radicale delle emancipazioni, la più definitiva delle liberazioni. Maria non è un'immagine artefatta che certe élite avrebbero confezionato a danno delle donne; non è una figura politica - anche se non c'è donna più potente di Lei, non è eroina del femminismo. È la Serva del Signore e ha deciso di obbedire alla Sua volontà. Sembra che certa teologia non ricordi più che è proprio questa la strada - paradossale - per la libertà e la gioia. 

(Foto: Imagoeconomica/ screenshot Kompass, YouTube)








Per essere al passo con i tempi...





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by Aldo Maria Valli, 13 mag 2026


Austria / Asilo “cattolico” vieta poesie per le mamme perché i “ruoli di genere tradizionali” sono superati



In occasione della festa della mamma, in Austria un asilo nido cattolico ha deciso di vietare poesie dedicate alle mamme perché “i ruoli di genere tradizionali” non sono più “al passo con i tempi”.

L’asilo in questione è il St. Joseph, gestito dalla Caritas a Gallneukirchen, nell’Alta Austria, e la decisione, arrivata a sorpresa, è stata comunicata ufficialmente alle famiglie.

Quando diverse madri hanno espresso il loro sconcerto, la risposta è stata: “Abbiamo scelto deliberatamente di non recitare poesie e non cantare canzoni tradizionali per la festa della mamma, ma neppure per quella del papà. Sappiamo che i bambini di oggi crescono in strutture familiari molto diverse. I ruoli di genere tradizionali non sempre rispecchiano questa diversità, pertanto, a nostro avviso, non sono più al passo con i tempi e con la vita quotidiana all’asilo”.

Una mamma, assai critica verso la decisione, ha scritto al quotidiano Heute: “Come madre, mi piacerebbe essere onorata in questo giorno anche con una poesia. Anche perché qui a Gallneukirchen non ci sono famiglie che vivono forme di convivenza alternative rispetto alla famiglia tradizionale. La diocesi ha ben altri problemi, e ora si inventa questo. La Chiesa dovrebbe difendere il modello familiare tradizionale”.

Anna G., madre single, cresciuta in una famiglia cattolica “molto rigida”, si è detta invece contenta della decisione dell’asilo: “Mio marito ed io siamo separati. Peggio ancora: il padre dei miei due figli vive lontano, all’estero. Tante volte ho dovuto consolare i miei figli perché non potevano fargli un regalo. Giusto eliminare queste feste. Dopo la separazione ho completato un corso di formazione per educatrici della prima infanzia e ho appreso che la tradizionale festa della mamma o del papà non è più necessaria”.

Sempre attraverso il giornale, Edith Bürgler-Scheubmayr, direttrice della Caritas nell’Alta Austria, ha replicato così alle critiche: “Nei nostri asili nido ci concentriamo sulla realtà della vita dei bambini, che oggi è molto variegata. In occasione della festa della mamma e della festa del papà progettiamo le nostre attività in modo che tutti i bambini possano immedesimarsi e mostrare il giusto apprezzamento verso le figure di riferimento che sono importanti per loro”.

“Prendiamo sul serio i commenti dei genitori – ha dichiarato la direttrice – ma allo stesso tempo ritengo ovvio che osservare certe tradizioni spetta alle singole famiglie a casa propria”.

heute.at




Quando il diritto parte dal desiderio





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by Aldo Maria Valli 13 mag 2026


Il triangolo sì! Bimbo con due padri e una madre. 


di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

il triangolo si, lo avevamo considerato.

Una volta esisteva il vecchio e noioso principio secondo cui un bambino nasceva da un padre e una madre. Non era perfetto, certo. A volte il padre spariva, a volte la madre pure, a volte sparivano entrambi. Il dato antropologico, tuttavia, restava ostinatamente semplice: due genitori biologici, maschio e femmina, e una società che cercava – bene o male – di dare un ordine giuridico a questa realtà.

Finalmente siamo entrati in una nuova era, in una fase più creativa in cui, come era d’altro canto prevedibile, il desiderio supera la realtà e il diritto certifica ogni fantasia.

La Corte d’appello di Bari ha riconosciuto, per la prima volta in Italia, un bambino con tre genitori: una madre e due padri. Nessuna maternità surrogata – per carità – ma una sorta di genitorialità condivisa, pianificata, consensuale, moderna, e già che ci siamo, ecosostenibile, inclusiva e verosimilmente biodegradabile come il buon senso: ancora presente in natura, ma socialmente sempre meno tollerato.

Il bambino è stato concepito naturalmente da una donna amica della coppia maschile; poi il secondo partner ha ottenuto l’adozione in Germania e infine l’Italia ha trascritto tutto. Risultato: tre genitori riconosciuti. Una madre e due padri.

Già si parla di “sentenza storica”, di “un grande passo avanti”. E a ragione: si tratta senz’altro di un grande passo avanti, ma verso il baratro, con un bambino trasformato nell’oggetto di un esperimento sociale in cui la natura lascia spazio a nuove realtà inventate dal nulla.

Una volta il diritto cercava di prendere atto di ciò che esisteva in natura e cercava di regolarlo. Oggi funziona al contrario: prima si decide quale modello sociale si vuole imporre e poi si piega il diritto per renderlo inevitabile, con la finestra di Overton spalancata sulla progressiva ridefinizione dell’uomo al di fuori di ogni ordine naturale.

Si comincia sempre così: si parte da un caso particolare che diventa precedente, che diventa orientamento giurisprudenziale, che diventa principio, che diventa dogma civile.

Abbiamo già visto il film. L’unione civile? “Non è un matrimonio”. Poi di fatto è stata parificata al matrimonio. “Non riguarda i figli”. Poi sono arrivati i figli e adesso siamo alla genitorialità multipla. Tre genitori, e perché non quattro cinque o cinquemila? In fondo se il criterio non è più la realtà biologica ma l’intensità dell’affetto (come si misura poi?), qual è il limite razionale?

Se il principio è che il diritto deve riconoscere ogni configurazione affettiva purché stabile e desiderata dagli adulti, il numero diventa un dettaglio burocratico. Sia ben inteso, la Corte d’appello di Bari non ha inventato nulla e la decisione altro non è che la logica evoluzione di una giurisprudenza, innanzitutto costituzionale, che vuole il “genitore intenzionale” parificato al “genitore reale”.

Il punto decisivo resta, comunque, un altro: è il bambino ad avere diritto ai genitori o sono i genitori ad aver diritto al bambino? Perché la vulgata moderna ha compiuto un prodigio linguistico degno di Orwell: il desiderio dell’adulto è stato trasformato in diritto, mentre il diritto del minore è diventato un accessorio. Ciò che conta è l’amore, è il refrain assordante che sentiamo. Sennonché anche gli zii, i nonni, gli amici possono amare. Persino il cane mostra spesso una fedeltà superiore a certi esseri umani. Il diritto di famiglia, però, non si fonda sull’affetto indistinto e l’“interesse superiore del minore” resta quello di avere un padre e una madre, non un’indistinta pletora di “genitori intenzionali”.

In realtà, quella che da tempo sta accadendo è la progressiva distruzione della famiglia, ritenuta un mero orpello del passato. La famiglia non più come qualcosa da custodire, ma materiale da ridefinire all’infinito, secondo le esigenze emotive del momento. O meglio, è qualcosa da distruggere, come se ogni civiltà non iniziasse dalla famiglia ma potesse sopravvivere tranquillamente alla sua dissoluzione. Salvo poi scoprire, speriamo non troppo tardi, che demolire le fondamenta non rende più moderno un edificio ma lo fa solo crollare.





De Fatima numquam satis





Chiesa cattolica | CR 1950



di Roberto de Mattei, 13 Maggio 2026

De Maria numquam satis dice una sentenza attribuita a san Bernardo da Chiaravalle. Su questo tema si svolgerà nel prossimo mese di ottobre un convegno internazionale a Roma, allo scopo di approfondire il mistero insondabile delle grandezze della Beatissima Vergine Maria (https://demarianumquamsatis.org/).

Ma il 13 maggio ci ricorda che 109 anni sono passati dalle apparizioni della Madonna a Fatima, che iniziarono il 13 maggio 1917 e si conclusero il 13 ottobre dello stesso anno. In queste apparizioni la Madonna trasmise un messaggio profetico ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco, dedicato all’umanità intera. Il messaggio conteneva l’annuncio di una serie di catastrofi che sarebbero cadute sul mondo, se non fosse tornato al rispetto e all’amore della legge del Signore. Lo spirito di preghiera e di penitenza, la pratica della comunione riparatrice nei primi sabati del mese e la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato furono le condizioni esplicitamente richieste per allontanare il castigo incombente sul mondo a causa dei peccati degli uomini. Il messaggio era dunque condizionato, ma incondizionata era la sua conclusione: il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

109 anni sono passati, ma noi, parafrasando san Bernardo, potremmo dire: De Fatima numquam satis. Su Fatima non si è detto e non si dirà mai abbastanza, anche perché è una profezia “aperta”, che attende ancora il suo compimento.

San Luigi Maria Grignion de Montfort inizia il suo celebre Trattato della Vera Devozione a Maria con queste parole: «Per mezzo della santissima Vergine Maria Gesù Cristo venne al mondo; ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo» (n. 1).

Tutta la teologia della mediazione universale di Maria è racchiusa in questo assioma, che il santo sviluppa ampiamente in tutto il suo Trattato. E’ il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che divide l’umanità in due epoche: prima e dopo la venuta di Gesù Cristo. Nessuno come Maria, la purissima figlia di san Gioacchino e sant’Anna, conosceva le profezie bibliche e la divina promessa dell’Antico Testamento, che annunciava la venuta di un Messia, il Redentore dell’umanità. Maria non aveva fatto studi teologici, ma la profondità del suo intelletto e l’ardore del suo Cuore Immacolato la immergevano ogni giorno di più nell’umile contemplazione del mistero che il Signore celava alla mente dei superbi.

Maria aveva di fronte ai suoi occhi la decadenza morale dell’Impero romano e la tragedia del suo popolo, quello di Israele, indurito e infedele alla sua missione. Eppure, Ella mai dubitò della realizzazione delle antiche promesse. Un Salvatore sarebbe giunto, in modo diverso da come il suo popolo lo aspettava, e con il suo sacrificio avrebbe redento il mondo. Tutti i mali della terra erano conseguenza del peccato originale dei progenitori, Adamo ed Eva. Lei sarebbe stata la nuova Eva, prescelta per essere associata al nuovo Adamo, Cristo il Redentore. La morte, dice san Girolamo, era giunta per Eva, la vita sarebbe giunta per Maria.

Questo mistero fu svelato dall’Arcangelo Gabriele alla Beatissima Vergine a Betlemme, nella notte dell’Annunciazione, ed Ella, con il suo Fiat, acconsentì alla Incarnazione del Verbo. Fu così che, attraverso di Lei, Gesù Cristo venne al mondo. Come potrà Gesù, attraverso di Lei, regnare sul mondo? Il Trattato della vera devozione lo spiega: il regno di Gesù Cristo sul mondo non è una regalità di diritto, che già gli appartiene, ma una regalità di fatto, una regalità storica, che ancora non ha esercitato nella sua pienezza. Questo secondo evento è ancora avvolto di mistero, ma come nell’Incarnazione del Verbo, Maria vi svolgerà un ruolo decisivo. «Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria – scriveva settant’anni fa Plinio Corrêa de Oliveira – che mai può essere, se non il Regno della Beatissima Vergine profetizzato da san Luigi Grignion de Montfort? E questo Regno che mai può essere, se non quell’epoca di virtù in cui l’umanità, riconciliata con Dio nel grembo della Chiesa, vivrà in terra secondo la Legge, preparandosi per le glorie del Cielo?» (“Catolicismo”, n. 84, dicembre 1957).

Il messaggio di Fatima lo conferma. Sarà attraverso la devozione al Cuore Immacolato di Maria che Cristo regnerà sul mondo e il Regno di Cristo sul mondo sarà anche il Regno di Maria, il trionfo splendente del suo Cuore Immacolato. Dopo le apparizioni di Fatima, sia la Madonna che Gesù stesso, confermarono numerose volte a santa Giacinta Marto, morta a 9 anni il 20 febbraio 1920, e a suor Lucia dos Santos, scomparsa a 97 anni il 13 febbraio 2005, l’urgenza e il significato di questa teologia della storia. Il 3 gennaio 1944, a Tuy, prima di scrivere il Terzo Segreto, suor Lucia ebbe la visione di una terribile catastrofe cosmica, ma poi sentì nel cuore, come un infallibile presagio, «una voce leggera che diceva: Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo!».

Tutti i Papi del XX e del XXI secolo hanno riaffermato l’autenticità di questo Messaggio. Nel corso dei 109 anni trascorsi, si è sviluppata una grande devozione a Fatima. Le statue della Madonna pellegrina hanno percorso ogni angolo della terra; si sono stampati innumerevoli libri che hanno raggiunto la tiratura di milioni di copie, si sono organizzate conferenze e congressi, gli ultimi nel 2017, l’anno del centenario. Tante preghiere si sono elevate al Cielo. Eppure, oggi, la Madonna di Fatima appare come la grande dimenticata. Mai come in questo momento le vicende internazionali, nella loro drammaticità, rendono attuale quanto la Madonna annunciava nel 1917 e mai come oggi sarebbe importante alimentare la speranza nel trionfo finale che la Madonna ha promesso. Ma la fiducia in questo trionfo appare illanguidita nelle anime, che spesso mancano di vero spirito soprannaturale e fondano la loro devozione alla Madonna su sentimenti fragili e ondeggianti.

Eppure questa è l’ora della virtù teologica della speranza, fondata non sul sentimento, ma sulla ragione e sulla fede. Su Fatima non abbiamo detto tutto e tutto non si è realizzato: De Fatima numquam satis. Non è l’ora della stanchezza e della fuga, è l’ora del grande ritorno a Fatima, della lotta fiduciosa per la vittoria di Maria, la Mediatrice, la Corredentrice, la Regina trionfante del Cielo e della terra, perché, «per mezzo di Lei Gesù Cristo venne al mondo e ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo».