domenica 4 ottobre 2026

San Francesco e l’itinerario della pace cristiana







Osservatorio Van Thuan, Don Marco Begato, Ott 4, 2025

Nella annuale ricorrenza della festa di Francesco di Assisi, alcune circostanze mi hanno spinto a sostare un po’ in meditazione sull’insegnamento del Santo relativamente al grande tema della Pace. In un contesto sociale che, ancora una volta, sostiene la giusta corsa alla pacificazione non disdegnando manifestazioni anche violente e ideologicamente strumentalizzate, ritengo utile condividere quelle riflessioni.
Mi appoggio anzitutto su di un testo che circola in rete, ma di cui non riesco a trovare indicazioni più precise circa le fonti, si tratta del brevissimo appunto “San Francesco e la pace”

Contesto storico


Da questo foglio ricostruiamo anzitutto il contesto storico in cui si colloca la missione del santo di Assisi.

La cristianità, al tempo della gioventù di Francesco fu marcata da due grandi crociate: quella promossa dall’imperatore Federico Barbarossa (1189-1191) e quella di papa Innocenzo III (1202-1204). Possiamo aggiungere anche due crociate contro gli Albigesi. L’Italia centrale del tempo della gioventù di Francesco è inoltre turbata dai conflitti tra Guelfi e Ghibellini, ovvero tra i fedeli all’Imperatore e i fedeli al Papa nelle lotte per la supremazia.

In Assisi la formazione di una classe borghese avvenne non senza dispute e guerre. Nel primi mesi del 1198 i cittadini d’Assisi. presero d’assalto la Rocca, che era difesa dalle forze ghibelline. Scoppiò una guerra civile tra nobili e borghesi dentro le mura della città dal 1199 al 1200. Una tregua mise fine alla guerra e segnò l’origine della libera borghesia. Nel frattempo era scoppiato un conflitto che aveva provocato la guerra tra le città di Assisi e Perugia, con la famosa e definitiva battaglia di Ponte San Giovanni del 1202. Con la sconfitta di Assisi, Francesco fu fatto prigioniero a Perugia. Nonostante questa esperienza negativa egli si mise nuovamente in cammino, nel 1205, per partecipare ad una crociata nel sud d’Italia, ma l’apparizione di Spoleto lo portò alla conversione.

Francesco vive pienamente inserito nella mentalità belligerante del suo tempo. Il Signore lo chiama facendo leva su tale mentalità e poi venendola a convertire in modo graduale e però fermo.

Le fonti

Approfondiamo questo aspetto e andiamo a ripercorrere alcune tappe di tale conversione, riferendoci questa volta direttamente alle fonti francescane.

Nel suo “Memoriale nel desiderio dell’anima [Vita seconda]”, Tommaso da Celano ci presenta Francesco durante la prigionia:

4. Giovanni profetò chiuso ancora nel segreto dell’utero materno, Francesco predisse il futuro da un carcere terreno, ignaro ancora del piano divino. Si combatteva tra Perugia e Assisi. In uno scontro sanguinoso Francesco fu fatto prigioniero assieme a molti altri e, incatenato, fu gettato con loro nello squallore del carcere. Ma mentre i compagni muoiono dalla tristezza e maledicono la loro prigionia, Francesco esulta nel Signore, disprezza e irride le catene.

L’episodio consente di riconoscere in Francesco un soldato, ma pure un soldato già diverso dagli altri, mosso da un carisma unico. Ciò è ulteriormente manifesto in un fatto secondario, avvenuto in cella. Continua il Celano:

Vi era tra i compagni di prigionia un cavaliere superbo, un caratteraccio insopportabile. Tutti cercano di emarginarlo, ma la pazienza di Francesco non si spezza: a furia di sopportare quell’intrattabile, ristabilisce la pace fra tutti. Era un animo capace di ogni grazia e, fino da allora, come vaso eletto di virtù, esalava attorno i suoi carismi.

E poco oltre, finalmente, incontriamo l’episodio della conversione definitiva:

6. Infatti, subito dopo, gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie e una bellissima sposa. Nel sonno Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni. Allora tenta di arruolarsi per la Puglia e fa ricchi preparativi nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere. Il suo spirito mondano gli suggeriva un’interpretazione mondana della visione, mentre ben piu` nobile era quella nascosta nei tesori della sapienza di Dio. E infatti un’altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce che gli chiede premurosa dove intenda recarsi. Francesco espone il suo proposito dicendo di volersi recare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda chi ritiene possa essegli piu` utile: il servo o il padrone? «Il padrone», risponde Francesco. «E allora – riprende la voce – perche´ cerchi il servo in luogo del padrone?». E Francesco: «Che cosa vuoi che io faccia, o Signore?». «Ritorna – gli risponde il Signore – alla tua terra natale, perche´ per opera mia si adempira` spiritualmente la tua visione».

Il tutto però paradossalmente conferma che dal punto di vista umano Francesco era decisamente ancorato alla cultura coeva, risoluto nell’idea che il suo cammino di fede, pur già avviato, dovesse proprio compiersi assecondando i costumi di guerra del suo tempo.

La Leggenda Maggiore, scritta da San Bonaventura, ci offre ulteriori spunti. Avvenuta la conversione, Francesco in questa fase di conversione giovanile comincerà risolutamente a introdurre la predicazione di pace, una pace che riguardava tanto lo spirito quanto le relazioni quotidiane. Il su citato e celebre saluto – Il Signore vi dia la pace – appare qui come sigillo della prima apparizione francescana:

2. Da quel momento l’uomo di Dio, per divino incitamento, si dedicò a emulare la perfezione evangelica e a invitare tutti gli altri alla penitenza. I suoi discorsi non erano vani o degni di riso, ma ripieni della potenza dello Spirito Santo: penetravano nell’intimo del cuore e suscitavano forte stupore negli ascoltatori. In ogni sua predica, all’esordio del discorso, salutava il popolo con l’augurio di pace, dicendo: «Il Signore vi dia la pace!». Aveva imparato questa forma di saluto per rivelazione del Signore, come egli stesso più tardi affermò . Fu così che, mosso anch’egli dallo spirito dei profeti, come i profeti annunciava la pace, predicava la salvezza e, con le sue ammonizioni salutari, riconciliava in un saldo patto di vera amicizia moltissimi che prima, in discordia con Cristo, si trovavano lontani dalla salvezza.

Suggerisce l’appunto, di cui in esergo, che dovremo guardare al periodo di Poggio Boscone per individuare l’evento determinante, che chiuderà definitivamente l’arco della conversione giovanile e inaugurerà la fase della piena adesione alla chiamata francescana. Più in dettaglio, a Poggio Francesco completa quel movimento di umiliazione penitenziale personale, dal quale scaturirà l’esperienza piena del perdono e della misericordia.

6. Mentre un giorno, ritirato in luogo solitario, piangeva ripensando con amarezza al suo passato, si sentì pervaso dalla gioia dello Spirito Santo, da cui ebbe l’assicurazione che gli erano stati pienamente rimessi tutti i peccati. Rapito, poi, fuori di sé e sommerso totalmente in una luce meravigliosa che dilatava gli orizzonti del suo spirito, vide con perfetta lucidità l’avvenire suo e dei suoi figli”.

E subito da questo cuore riparato – parallelo della chiesa di San Damiano ricostruita – sgorga rinvigorito il magistero di pace:

7. «Andate – disse il dolce padre ai figli suoi –; annunciate agli uomini la pace; predicate la penitenza per la remissione dei peccati. Siate pazienti nelle tribolazioni, vigilanti nell’orazione, valenti nelle fatiche, modesti nel parlare, gravi nel comportamento e grati nei benefici, giacché, in compenso di tutto questo, è preparato per voi il regno eterno». Quelli, inginocchiati umilmente davanti al servo di Dio, accoglievano con intima gioia la missione della santa obbedienza.

L’annuncio di pace quindi si intende nella sua perfezione, se letto a partire dal fondamentale rapporto di riconciliazione che intercorre tra Dio e il frate penitente. L’intensità di questa comunione amorosa, esistenziale e ascetica – destinata a compiersi misticamente nel dono delle stigmate – è la fonte che spiega il poderoso, dispiegato e incessante appello alla pace. Una pace dunque già vissuta interiormente in carcere, poi predicata pubblicamente alla popolazione, poi insegnata carismaticamente ai frati, poi ricercata e attuata sistematicamente in tante situazioni quotidiane e in tanti incontri, una pace che giungerà infine a esprimersi a livelli aneddoticamente e simbolicamente eccellenti.

Il primo, che mi limito a citare, è il rapporto col Papa. In una stagione storica di forti ambiguità e scontri, nella quale si moltiplicavano i movimenti di denuncia e strappo nei confronti della Santa Sede, Francesco compie un atto di filiale sottomissione, che risulta essere esemplare e realmente profetico. La Chiesa è oggettivamente piagata, la corruzione va realmente denunciata, ma la denuncia non deve avvenire scendendo a compromessi con lo spirito belligerante degli eretici, scismatici e sedizioni di varia estrazione, la denuncia si compirà perfettamente nella radicale imitazione dei consigli evangelici, vissuti in una docile obbedienza e sottomissione al Vicario di Cristo.

33. Era allora preposto alla Chiesa di Dio il signor papa Innocenzo III, uomo che si era coperto di gloria, dotto, famoso per eloquenza, ardente di zelo per la giustizia in tutto ciò che lo richiedesse il culto della fede cristiana. Questi, conosciuto il desiderio di quegli uomini di Dio, dopo matura riflessione diede il suo assenso alla loro richiesta, e lo completò dandogli effetto; li incoraggiò con molti consigli e li benedisse, dicendo: «Andate con il Signore, fratelli, e come egli si degnerà ispirarvi, predicate a tutti la penitenza (61). Quando il Signore onnipotente vi farà crescere in numero e grazia, ritornerete con gioia a dirmelo, e io vi concederò altri favori e vi affiderò con più sicurezza incarichi più importanti». (T. da Celano, Vita prima)

1. La Regola e vita dei frati minori e` questa, cioé osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. 2 Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. 3 E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori. (Regola bollata, Cap I)

Il secondo aneddoto, in cui vedere il culmine dell’iter pacis francescano, è il celebre incontro con il sultano islamico. Ora, le fonti ci mostrano che Francesco cercò più volte di compiere tale impresa. Così il Celano, questa volta nella “Vita prima”, riporta che Francesco

“intraprese un viaggio verso il Marocco, per annunciare al Miramolino e ai suoi correligionari la buona novella. Era talmente vivo il suo desiderio, che gli capitava a volte di lasciare indietro il compagno di viaggio, affrettandosi nell’ebbrezza dello spirito a eseguire il suo proposito. Ma il buon Dio, che si compiacque per la sua sola benignità di ricordarsi di me e di innumerevoli altri, affrontandolo direttamente mentre era giunto in Spagna per non farlo proseguire più oltre, sopraggiunta una malattia, lo richiamò dal viaggio che aveva intrapreso”. (n. 56)

Francesco non demorde:

“Non riusciva ancora a darsi pace finché non potesse attuare ancora più fervidamente il bruciante desiderio del suo animo. E nel tredicesimo anno dalla sua conversione partì per la Siria, e mentre si combattevano ogni giorno aspre e dure battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del sultano dei saraceni. Chi potrebbe descrivere con quale coraggio gli stava davanti, la fermezza con cui gli parlava, l’eloquenza e la decisione con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana? Prima di giungere al sultano, i suoi sicari l’afferrarono, lo insultarono, lo sferzarono, ed egli non si atterrì: ne´ minacce, ne´ torture, ne´ morte; e sebbene investito dall’animo ostile e da sentimenti di odio di molti, eccolo accolto dal sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava assai volentieri”.

Anche la Leggenda Maggiore, al capitolo IX, riporta l’episodio:

7. A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, esponendosi indefessamente a molti pericoli, al fine di potersi presentare al cospetto del sultano di Babilonia. Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte.

Il sultano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma stimolato dal desiderio di essa. Dopo aver pregato, confortandosi nel Signore, ripeteva fiducioso, cantando, quella parola del profeta: «Infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me».

8. Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato, ed era davvero illuminato e virtuoso. Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle; il santo si rallegrò e disse al compagno: «Abbi fiducia nel Signore, fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: ‘‘Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi’’». Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono di ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati e strapazzati in mille modi, per disposizione della divina provvidenza li portarono dal sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là. Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al sultano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanta costanza di mente, con tanta forza d’animo e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando in lui con piena verità la promessa del Vangelo: Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire.

Anche il sultano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: «Se tu, con il tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io, per suo amore, resterò molto volentieri con voi. Se invece esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, da’ ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa». Ma il sultano a lui: «Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede». (Egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida). E il santo a lui: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se invece la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti. Ma il sultano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; l’uomo di Dio, però , avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango. Vedendo quanto perfettamente il santo disprezzasse le cose del mondo, il sultano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del sultano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.

9. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.

Fin qui le cronache, che parlano di un Francesco, autentico soldato: non una denigrazione del tema militante, bensì una totale purificazione e sublimazione del desiderio militante, da profano e terreno a spirituale e cristiano. E inoltre abbiamo letto la assoluta autorità accordata alla vocazione divina: Dio decide se e quando sia il momento di partire verso le terre degli infedeli, Dio decide quando è il momento di andarsene. E Francesco santamente e prontamente obbedisce.

Ora, nelle citazioni riportate ho volutamente omesso di riportare il movente che spingeva il nostro frate a tentare una così enorme impresa. È il momento di chiarirlo. Ora, stando ai suoi biografi, Francesco non andò dal sultano per chiedere la pace, né per proporre un incontro diplomatico, né per impegnarsi nel dialogo e nell’ascolto.

Secondo il Celano (Vita prima, 56-57) San Francesco era spinto dal desiderio di martirio, per quanto il Signore non volle esaudirlo. Ugualmente la Leggenda Maggiore (7; 9) riporta: “l’ardore della carità spingeva il suo spirito al martirio; sicché ancora una terza volta tentò di partire verso i paesi infedeli, per diffondere, con l’effusione del proprio sangue, la fede nella Trinità”. E conclude: “per disposizione della divina clemenza e per i meriti e la virtù del santo, avvenne, misericordiosamente e mirabilmente, che l’amico di Cristo cercasse con tutte le forze di morire per lui e non potesse assolutamente riuscirvi. E in tal modo, da una parte non gli mancò il merito del martirio desiderato e, dall’altra, egli venne risparmiato”.

Ed entrambi – Celano e, qui sotto citato, Bonaventura – aggiungono che il Signore non consentì al martirio di Francesco, affinché fosse

più tardi insignito di un privilegio straordinario. Così, in verità, avvenne che quel fuoco divino, che gli bruciava nel cuore, diventasse intanto più ardente e perfetto, perché in seguito riverberasse più luminoso nella sua carne. O uomo veramente beato, che non viene straziato dal ferro del tiranno, eppure non viene privato della gloria di assomigliare all’Agnello immolato! O uomo, io dico, veramente e pienamente beato, che «non perdette la vita sotto la spada del persecutore, eppure non perdette la palma del martirio!».

Non è il senso civico a guidare Francesco, ma sempre e solo il suo amore personale e smisurato per Cristo. Quell’amore dal quale aveva ricevuto la certezza del perdono e per cui aveva iniziato ad annunciare e costruire ovunque la pace. Lo stesso amore che, sviluppatosi sempre più, lo portava a cercare il martirio, cioè l’offerta potenzialmente cruenta di sé come testimonianza di un Bene che supera anche il valore della vita terrena. Questo amore ancora spiega il distacco dai beni, fino al disprezzo della propria salute, essendo Francesco del tutto focalizzato sulla comunione con Cristo che rende superflua persino la cura del proprio corpo. Francesco raggiunge il sultano per parlargli di Cristo, certamente pronto a parlargli di persona, ma ancor prima disposto a parlargli attraverso l’esposizione alla morte.

Così dunque si comprende il messaggio di San Francesco sotto ogni prospettiva: non la ricerca della pace sociale o dell’equilibro spirituale o dell’armonia con la natura, bensì la ricerca della piena riconciliazione con Dio, spogliato da ogni distrazione e attaccamento, per ottenere con sicurezza il Suo perdono, arrivando al massimo disprezzo di se stesso, fino al culmine della Paternità divina in sostituzione di quella terrena, che si completerà nell’amoroso scambio delle stesse piaghe dell’Amato nelle stigmate dell’amante. Ecco come San Francesco svela il segreto del mistero dell’esistenza. Da qui promana ogni altro suo insegnamento.

Conclusione

Il mondo odierno corre verso nuove guerre (in Nord Europa, in Medio Oriente, nel Sud del Mondo) e implacabili violenze (attentati, tensioni civili, odio sociale), ma prima di questo il mondo ha già perso il suo legame con Dio: lo ha giudicato inutile, ha perseguitato la sua Chiesa, ha introdotto la corruzione nel cuore dei giovani e la perversione nei costumi sociali. Il mondo ha portato tutti, e pure moltissimi cristiani, sulla sponda opposta di San Francesco. In fondo, come abbiamo visto, nulla di nuovo rispetto ai tempi del nostro Santo. Che fare? Se accettiamo la lezione del Poverello di Assisi, dobbiamo capire che la soluzione alla guerra non sta né nell’arruolarsi (sia contro Perugia o sia per le Crociate; sia contro il Papa o con i Pro Pal o contro la Russia/Ucraina), né nell’assecondare l’andamento del mondo (le feste, i commerci, le scalate sociali), ma nell’avere il coraggio di intraprendere una terza via, la via totalmente differente e specialmente cristiana, la via di una fortissima conversione personale e di una scelta radicale per Cristo. Questa via non ci chiede di farci sacerdoti (San Francesco non lo era), ma ci chiede di essere seriamente seguaci di Cristo. Sempre uniti alla Chiesa di oggi, ma non per forza imitando ciò che vediamo fare nella Chiesa di oggi, dovremo rivedere in primis il nostro rapporto col Signore Gesù e chiedere a Lui la forza di testimoniarlo con coerenza e trasparenza. Non dovremmo essere noi a imitare le iniziative sociali proposte dal mondo, ma dovrebbero essere gli uomini a imitare e lasciarsi stupire dal nostro vigore e amore religioso, e dalla nostra condotta rinnovata nella comunione con Cristo. Dentro ognuno di noi si richiede una vera conversione, senza compromessi col peccato, con una vita sacramentale pura e costante. Di fronte al mondo può bastare molto poco, può bastare un saluto senza ambiguità: il Signore ti dia pace. È una cosa piccola, ma è una cosa autenticamente di Cristo. E siccome è da Lui solamente che può sgorgare la pace, questa cosa piccola è quello che potremmo fare per portare la Pace attorno a noi. È ciò da cui potremmo iniziare.

Tutto questo significa sforzarsi di applicare appieno i principi della Dottrina Sociale della Chiesa davanti alla sfida della Pace. Come la Dottrina Sociale della Chiesa rappresentò una terza via, originale rispetto alle alternative storiche del socialismo e del capitalismo, ugualmente in materia di Pace dovremo costruire la nostra via, originale rispetto agli opposti schieramenti contemporanei. E il contributo specifico a riguardo, potremmo darlo proprio andando a recuperare il primato della rettitudine morale personale, prerequisito essenziale a qualsiasi felice sviluppo socio-politico. Nulla togliendo agli altri aspetti che il Compendio della DSC tratta in merito a tale questione, e non volendo peraltro dilungarci eccessivamente in questo articolo occasionato dalla festa del Patrono di Italia, oggi potremmo limitarci ad affermare con fermezza che in assenza di una difesa dei valori morali della nostra Tradizione, qualsiasi altro appello alla fraternità e alla pace è destinato a cadere nel vuoto, ridotto a slogan innocuo – e un po’ ipocrita – di facciata, estenuato da riletture secolarizzate accomodanti e prive di adeguato fondamento. La militanza per riaffermare la purezza e modestia dei costumi, per difendere l’educazione giovanile nelle scuole e in società, per frenare ulteriori derive bioetiche (i.e. suicidio assistito e transumanismo) e anzi contrastare quelle già registrate (i.e. aborto, divorzio e gender), è la chiave imprescindibile per una Società che voglia proporre e custodire la pace. E oltre a ciò, chiaramente, vale l’impegno per la conversione spirituale personale, ma questo si colloca un poco oltre il contenuto dei paragrafi della DSC, per cui ne tratterò casomai su altre piattaforme.








Ottobre mese del Rosario. Come pregarlo



By Sailko - Own work, CC BY 3.0, Wikimedia





di Plinio Corrêa de Oliveira

Nessun tema potrebbe essermi più gradito di quello del Santo Rosario.

Voi avete esposto qui il noto fatto di San Domenico che ricevette la rivelazione del Santo Rosario dalla Madonna. Avete ricordato, poi, come entrò nella Cattedrale [di Prouille] ed iniziò a predicare la devozione al Rosario. Avete pure menzionato il terrore che le sue parole diffusero tra gli eretici albigesi. Avete anche riferito l’episodio di quando egli fece placare una tempesta, convertendo così i marinai. Questi fatti mostrano quanto tale devozione sia gradita alla Madonna. Tutto ciò merita un commento. Anche perché possiamo trovare analogie tra questi fatti della storia di San Domenico e i giorni nostri.
La crociata di San Domenico contro gli albigesi

Chi era San Domenico? Stiamo parlando del grande San Domenico de Guzmán, fondatore dell’Ordine Domenicano, che fiorisce ancora oggi in tanti paesi. Egli visse in un’epoca in cui il Medioevo era alle prese con l’eresia albigese, che in certo modo prefigurò la Rivoluzione.

A volte si presenta il quadro storico in questo modo: c’era il Medioevo, a un certo momento scoppiò una rivoluzione nelle tendenze – l’umanesimo e il Rinascimento – che si trasferì al campo delle idee, salvo poi sfociare nella Rivoluzione protestante. Andando avanti, questo processo diede origine alla Rivoluzione francese e, successivamente, a quella comunista. Si ha quasi l’impressione che il Medioevo fosse un calmo lago azzurro, almeno da Costantino, quando cessarono le persecuzioni contro i cattolici, fino a Lutero, quando queste ripresero.

Sarebbe, quindi, quasi un millennio di tranquillità in cui furono costruiti bellissimi castelli e bellissime cattedrali, in cui l’umanità visse sempre più virtuosa, gli ordini religiosi si espansero, le diocesi si moltiplicarono, il Papato, sempre più dominante, trionfava nel mondo, e il cristianesimo si preparava alla sua grande propagazione con le navigazioni.

Questa è una visione storica semplicistica. Non è quella nostra. È vero che il periodo tra Costantino e Lutero fu di grande splendore per la Chiesa, ma non fu affatto un calmo lago azzurro. Molte volte nel Medioevo il male alzò la testa, prefigurando la Rivoluzione. Molte volte è stato necessario schiacciarlo, finché è stato possibile. A cambiare con l’umanesimo, il Rinascimento e la crisi protestante è che, per la prima volta, il bene è riuscito a schiacciare il male solo parzialmente. I cattivi hanno ottenuto una mezza vittoria, che col tempo si è trasformata in una vittoria completa.

In realtà ci furono grandi battaglie. Erano già le avvisaglie della Rivoluzione che poi scoppierà nel secolo XVI. Ma essa non sarebbe potuta scoppiare se non ci fossero state queste avvisaglie. Niente nella storia spunta da un momento all’altro. Tutto inizia quando i buoni cominciano a essere meno buoni, e iniziano quindi a lasciare piccoli spazzi al male. Ed ecco che i cattivi man mano prendono il sopravvento.

Con l’eresia albigese, i buoni vinsero ancora. Il nome deriva dalla città francese di Albi, ma l’errore era diffuso in tutta Europa. Era un’eresia di origine gnostica orientale, nota anche come catara, che si diffondeva in modo subdolo e si era radicata nel sud della Francia. Essa prefigurava molti errori moderni, e pare sia continuata fino ai nostri giorni in modo nascosto, al punto che i nazisti provarono verso di essa una grande attrazione. Ecco la minaccia che dovette affrontare San Domenico!
Il Rosario e la Spada, fatti per convivere

Di fronte all’eresia albigese, San Domenico si comportò da vero eroe, portando la repressione dell’errore tanto lontano quanto gli fu possibile. Egli si santificò nella predicazione contro gli eretici albigesi. A questo scopo fondò un Ordine mendicante conosciuto, appunto, col nome di Domenicano. Egli aveva un cuore e una lingua di fuoco, ma non riuscì a debellare l’eresia. Questa dovette essere schiacciata manu militari da un altro grandissimo uomo, il cui nome merita di essere ricordato questa sera: Simone di Montfort.

La Provvidenza volle usare due mezzi per schiacciare gli albigesi: il Rosario di un santo e la Spada di un eroe. Ricordiamo con ammirazione i fatti della predicazione del primo e della crociata del secondo. Inchiniamoci davanti alla loro memoria. Ricordiamo questo binomio Rosario-Spada, fatti per convivere. Essi hanno brillato nella stessa occasione e insieme: lo spirito del Rosario è spirito di impresa; lo spirito dell’uomo che porta la spada con una mentalità cattolica è uno spirito di preghiera. Nella lotta contro il male, San Domenico ha avuto la sua parte e Simone di Montfort ha avuto la sua.

Cosa dire di ciascuno? Innanzitutto, che sono ambedue necessari. San Domenico prega per tre giorni consecutivi chiedendo alla Madonna di spezzare la durezza d’animo degli albigesi, aprendoli alla conversione. Alla fine, sviene. Solo quando cade svenuto la Madonna gli appare, rivelandogli il Santo Rosario e incoraggiandolo a pregarlo e a impegnarsi nella sua diffusione.

La Madonna gli spiega la grandezza del Rosario e lo manda subito all’azione. Egli, che poco prima stava svenendo, corre verso la cattedrale. La storia non riferisce che egli mangiò un pezzo di pane o bevve un bicchiere di vino. Nulla! Egli andò direttamente in cattedrale a predicare! Entrò con il fuoco di chi ha appena ricevuto una rivelazione.
Il timore di Dio è l’inizio dell’amore

Egli comincia a parlare con parole infuocate. Fra i presenti si diffonde il panico. Il panico ha un effetto correttivo fenomenale... Ci sono persone cattive che solo attraverso il panico si potranno ravvedere. “Venite, figli, vi insegnerò il timore di Dio”, dice la Scrittura, frase poi usata da San Benedetto nel Preambolo della sua Regola. Attraverso il timore di Dio si può arrivare all’amore di Dio.

Qui ci sono due elementi: il nobile granito del timore e l’oro rutilante dell’amore. Il timore prepara all’amore. Volendo preparare quelle anime indurite ad amare Dio, usando le parole infuocate di San Domenico, la Provvidenza prima sparse il terrore, minacciando castighi. Poi, però, un po’ come quando Nostro Signore placò la tempesta, le persone cominciarono a capire che la parola di quest’uomo era potente davanti a Dio. Che egli era amato da Dio. Hanno capito che Dio gli aveva concesso un duplice potere: di scatenare i castighi, ma anche di allontanarli e di accogliere amorevolmente le anime pentite, portandole al perdono, alla contrizione, alla conversione, insomma, all’amore di Dio.

Che cosa predicava San Domenico? Predicava il Santo Rosario! Ecco come ebbe inizio questa bellissima devozione della Chiesa. A un tratto, le campane della cattedrale cominciarono a rintoccare. Ma non c’era nessuno a muoverle. Tutti capirono che si trattava di una mano angelica.

Quanto è diverso il suono delle campane da quello del tuono! Perché la Provvidenza avrebbe voluto che le campane suonassero prima che venisse il tuono? Era per mostrare che Dio preferisce convertire con l’amore. Facendo rintoccare melodiosamente le campane prima che San Domenico scatenasse i castighi, la Provvidenza invitava le anime veramente capaci di amare a inginocchiarsi ed esclamare: “Signore, misericordia, ho peccato!”.

Purtroppo, quelle anime non si sono convertite, e Dio ha scatenato il castigo, nella forma di una crociata militare guidata da Simone di Montfort. Un castigo terribile perché avevano rifiutato la mano amorevole della Madonna.

Ma non è questo che, in primo luogo, voleva la Madonna. Lei è madre, punisce solo per necessità. È chiaro che volle intercedere presso il suo Divino Figliolo implorando misericordia: “Mio Figlio, queste anime sono già un po’ scosse. Vorrei ottenere da Te una parola, per bocca di Domenico, che possa allontanare il castigo”. Ed ecco che San Domenico si alza, comincia a predicare, rivela il Rosario, incoraggia tutti a pregarlo.

La storia racconta che, dal momento in cui iniziò a diffondersi il Rosario, l’eresia albigese cominciò a seccarsi e a marcire, cominciò a cadere da sola, perché colpita nella sua essenza.
Pregate il Santo Rosario!

Che cosa fa il Rosario? Prima di tutto, unisce la persona alla Madonna. Se qualcuno di voi si sente tentato, vi do questa raccomandazione: prendete il Rosario! Ma prendetelo fisicamente! Raccomando ai soci e cooperatori della TFP di non mollare mai il Rosario: mai, mai, mai, mai, mai, mai! Portatelo tutto il giorno, portatelo mentre dormite, portatelo mentre andate fuori, sempre! Il Rosario deve diventare quasi una parte di noi stessi. Cerchiamo sempre di avere il Rosario in mano in modo tale da sentirlo con noi.

Vorrei che nell’ora della morte, ogni membro della TFP tenesse il Rosario in mano. Così, quando arriverà la risurrezione dei morti, e il nostro corpo rinascerà, tra le nostre dita ci sarà il Santo Rosario. Vorrei che il primo atto dopo la risurrezione sia baciare il Santo Rosario. Così, con il Rosario in mano, la TFP della Madonna risorgerà!

Il Rosario scaccia il demonio, il Rosario attira le grazie della Madonna, il Rosario è la preghiera dei forti, la preghiera dei combattenti. La TFP non sarebbe nulla senza il Rosario. Questo legame con il Santo Rosario, questa devozione che la Madonna stessa raccomandò a San Domenico, deve essere la caratteristica del controrivoluzionario del XX secolo, così come fu l’arma del controrivoluzionario al tempo di San Domenico.
Il Rosario e la schiavitù d’amore alla Madonna

Non c’è motivo perché il Santo Rosario, tanto efficace a quel tempo, non possa essere anche adesso quando, anzi, è diventato più necessario. Vi è, però, un elemento nuovo, che non c’era al tempo di San Domenico. È qualcosa che non fa parte del Rosario, bensì della devozione alla Madonna. È un elemento così prezioso che mi riesce difficile comprendere che un membro della TFP che prega il Rosario non aggiunga questo complemento. È la consacrazione alla Madonna come schiavo d’amore secondo il metodo di San Luigi Maria Grignion de Montfort.

Chi recita ogni giorno il Rosario fa ogni giorno questa consacrazione. Chi fa seriamente questa consacrazione ogni giorno, prega ogni giorno il Rosario. Il Rosario e la Consacrazione sono due cose complementari. Esse costituiscono le armi della nostra difesa e del nostro attacco all’avversario. Tutto il male che la TFP produce alla Rivoluzione, tutto il bene che essa fa per la buona causa, non sarebbe possibile senza la devozione al Santo Rosario.

Se c’è un membro della TFP, per quanto illustre come persona, che non recita tutti i giorni il Santo Rosario, provo per lui un sussulto di angoscia. Al contrario, se c’è un membro della TFP, per quanto oscuro o complicato, ma che, in mezzo alle sue miserie, recita ogni giorno il Rosario, ho una scintilla di speranza. Per chi prega il Santo Rosario posso sperare tutto. Per chi non lo prega, posso temere tutto. Il Rosario è fondamentale nella nostra vita.
Un’arma da guerra

Il Rosario è una magnifica arma da guerra, specie nei giorni nostri quando la cosiddetta guerra psicologica ha assunto tanta importanza. Guerra psicologica vuol dire guerra spirituale, in cui l’anima deve scegliere fra accettare la grazia di Dio o aprirsi all’influenza del demonio. Questo è l’elemento centrale di ogni lotta ideologica oggi, poiché vi è interessata la vera Chiesa di Dio, la causa della Madonna e quella della Civiltà cristiana. Come mi piacerebbe avere “battaglioni” di cattolici che pregassero il Rosario per annientare l’azione del demonio sulla terra! Che cosa magnifica se avessimo uomini di tale vita interiore da poter, con la preghiera, incidere sugli avvenimenti!

È così che pregò San Domenico. Egli passò tre giorni digiunando e pregando continuamente senza ottenere nulla. Alla fine, le sue forze vennero meno ed egli stava per svenire. Mi piace immaginarlo nel momento in cui, quasi svenendo, egli si rivolge alla Madonna: “Madre mia, non ho più forze, ma confido in Te. Continuerò a pregare finché la mia mente potrà pensare e le mie labbra potranno articolare una parola”.

Dopo tre lunghissimi giorni, di fronte a una preghiera così insistente, arrivò il fulmine. Dio gli diede un’arma per schiacciare gli albigesi. Non solo. Questo diede forza alla Civiltà cristiana, ritardando il suo declino di qualche secolo. Ispirò pure un Ordine religioso che diede alla Chiesa tanti santi, tra cui San Tommaso d’Aquino. Il Rosario stesso si diffuse in tutta la Cristianità, valicando i confini dell’Ordine Domenicano. Anzi, quasi tutti gli ordini religiosi adottarono il Rosario come strumento di pietà, alcuni perfino lo portano come parte dell’abito.

Sono moltissimi i documenti delle autorità ecclesiastiche che inneggiano al Rosario. Le apparizioni in cui la Madonna porta un Rosario sono innumerevoli. A Fatima la Madonna si presentò come Nostra Signora del Rosario. La Chiesa ha anche arricchito il Rosario con ogni sorta di indulgenze. Non finiremo mai di elencare i benefici che il Santo Rosario ha portato all’umanità.

In passato c’erano anche sacerdoti e vescovi che, per speciale privilegio del Papa, potevano benedire i Rosari conferendogli determinate indulgenze.
Come pregare il Rosario?

Cos’è esattamente pregare il Rosario? Come si prega il Rosario?

Il Rosario è una meditazione sulla vita di Nostro Signore Gesù Cristo e della Madonna. Ogni decina corrisponde a un fatto. La persona deve pregare ogni decina contemplando il fatto e meditando su di esso. Per lo più sono fatti raccontati nei Vangeli, che ci possono aiutare a seguirli meglio.

Prestando molta attenzione alle parole della preghiera, dobbiamo meditare sui vari misteri, cioè su quel fatto storico. Ci sono poi testi pii che suggeriscono una meditazione particolare per ogni mistero. A me questi testi hanno fatto molto bene. Alcuni testi suggeriscono perfino una meditazione particolare per ogni Ave Maria. Questo fa diventare il Rosario anche molto variegato. All’interno di ogni mistero dobbiamo poi contemplare diversi aspetti. A me questo modo di pregare il Rosario ha portato molto frutto spirituale, sin da quando ero ragazzino.

Così seguiamo tutta la vita di Nostro Signore Gesù Cristo, ma anche quella della Madonna. Perché la vita di Gesù inizia nel grembo della Madonna e finisce con Lei sotto la Croce, e anche dopo la risurrezione.

Ci sono due misteri del Rosario che La riguardano particolarmente: la sua Assunzione e la sua Incoronazione in Cielo. Non si parla della morte della Madonna, ma della sua dormizione. Fu come un sonno leggero. Ella si addormentò, risuscitò e ascese al Cielo in modo istantaneo, dove fu incoronata dal suo Divin Figlio. Lei è Figlia dell’Eterno Padre, Madre del Verbo Incarnato e Sposa del Divino Spirito Santo. Con questo punto d’oro termina il Rosario.

Il Rosario inizia con la Madonna e finisce con la Madonna. Inizia con l’Incarnazione del Verbo nel suo grembo verginale e santissimo, e termina con la sua Incoronazione in Cielo.

Qualcuno potrebbe obiettare: non c’è bisogno di meditare mentre prego. Potrei fare una cosa più semplice: prima medito e poi prego di fila tutte le Ave Maria. È del tutto valido meditare prima e poi pregare in lode di ciò su cui ho meditato. Il modo comune, però, è meditare mentre si prega. Perché?

Mentre il mio povero spirito cerca di scandagliare in ogni dettaglio le infinite elevazioni di ogni mistero del Rosario, ho continuamente bisogno della grazia di Dio. Nessun uomo è capace di alcuna azione buona senza l’aiuto della grazia. Ora, ogni grazia ci viene attraverso la Madonna e ogni richiesta che facciamo arriva attraverso la Madonna. Allora, mentre medito, pronuncio l’Ave Maria perché Lei mi aiuti ad avere abbastanza grazia per meditare.

La Chiesa è un tesoro senza paragone. Per scoprirlo bisogna sfogliare i libri di pietà preconciliari. Per esempio il “Manuale del cristiano” di Goffiné. Padre [Leonard] Goffiné fece una magnifica raccolta delle principali preghiere e devozioni, di incalcolabile valore e di incredibile bellezza. La Chiesa è un tesoro ornato con le pietre più diverse. Ma non c’è dubbio che, nell’ordine della pietà privata, il Rosario occupa un ruolo privilegiato.

Ricordo che in questo manuale lessi per la prima volta il testo della Messa, quando ero ragazzo. Confesso che ne sono rimasto contentissimo! Ho cominciato allora a seguire la Messa attraverso il Goffiné. Una volta mi sono ammalato, e sono dovuto rimanere al letto quasi un mese. Mi mancava tanto la Messa! Non potendo andare a Messa, ho pregato il testo su questo libro. Evidentemente sapevo che ciò che stavo pregando non era la Messa, che solo un prete può celebrare. Ma mi sembrava che quella preghiera privata, seguendo il testo ufficiale, sarebbe piaciuta alla Madonna e a Dio, e ho pregato con molto entusiasmo, usando il mio buon Goffiné.
Culto pubblico e privato

Va detto, comunque, che il Rosario è un atto di pietà privato, diverso dal culto pubblico della Chiesa. Quest’ultimo è il culto offerto a Dio ufficialmente da tutta la Chiesa. È la Chiesa che offre a Dio il culto, come Corpo Mistico di Cristo, attraverso i suoi ministri. Il culto pubblico è prestato in nome della Chiesa, e può essere prestato solo da un sacerdote o vescovo della Chiesa cattolica.

È chiaro che entrambe le forme di culto – pubblico e privato – hanno un loro ruolo nella pietà cattolica. Dobbiamo provare gioia, fervore e unirci alla preghiera fatta dal sacerdote in nome di tutta la Chiesa, per l’efficacia incomparabile di questa preghiera, sia per adorare sia per compiere il servizio di dulia, sia per riparazione, per ringraziamento o per l’impetrazione. Ma dobbiamo anche capire che c’è un ruolo anche per la nostra preghiera privata. Queste due cose hanno convissuto da sempre nella Chiesa, come due polmoni che respirano insieme.



Fonte: brani di una conferenza per soci e cooperatori della TFP brasiliana, 10 marzo 1984. Tratto dalla registrazione magnetofonica, con un minino di editing e senza revisione dell’autore. I sottotitoli sono redazionali.






sabato 3 ottobre 2026

«Rifare il diritto canonico? Meglio pensare alla crisi di fede»



La relazione finale della Commissione Canonistica è solo l'ultimo frutto dell'infinito cantiere sinodale. Usa l'immagine delle «sabbie mobili» il teologo barese descrivendo a La Bussola la continua voglia di cambiamento che scambia la Chiesa per una struttura da riorganizzare invece che mistero e strumento di salvezza.


Intervista a mons. Nicola Bux

La nuova sinodalità è un cantiere permanente che produce una pioggia di documenti, l'ultimo dei quali – reso noto il 30 settembre dalla Segreteria del Sinodo – è la relazione finale della Commissione Canonistica, con proposte di modifica e l'auspicio di una revisione dell'intero diritto canonico. «Questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili», afferma mons. Nicola Bux, che in questa intervista a La Bussola tocca le questioni a monte dei singoli cambiamenti, a partire dalla mancanza di chiarezza sulla natura del Sinodo e della Chiesa stessa, vista come una struttura da riorganizzare invece che come mistero e strumento di salvezza.

Mons. Bux, sembra che tutto si debba riscrivere in chiave sinodale, non escluso il diritto canonico. Per quale motivo?
A me sembra che si voglia “codificare” il Sinodo in modo da renderlo normativo e obbligante per tuttta la Chiesa, al pari di un concilio. Ma il Sinodo non è il concilio. Sinodi ce ne sono sempre stati (anche a livello diocesano), ma almeno nella configurazione voluta da Paolo VI si tratta in primo luogo del Sinodo dei Vescovi, che è consultivo e solo l’autorità pontificia lo rende deliberativo. Era l’autorità papale che decideva di tener conto di alcune istanze – e non di altre – pubblicando una esortazione apostolica. Ora credo che ci sia una mancata chiarezza sulla natura del Sinodo.

Il Rapporto finale della Commissione Canonistica auspica un rifacimento per intero del Codice. Perché, dopo poco più di 40 anni dalla promulgazione del Codice attuale?
È possibile che si voglia consolidare un ruolo dei laici quasi paritetico con quello dei chierici. Ma a questo punto bisogna ricordare che la Chiesa è gerarchica, lo ribadisce la Lumen Gentium. Non è un fatto di assetto istituzionale, ma innanzitutto sacramentale: Cristo ha dato agli apostoli e ai loro successori il potere sacramentale, che fa della Chiesa lo strumento di salvezza del mondo. I sacramenti altro non sono che il potere che Cristo ha esercitato sulla terra. La parola “gerarchia”, meglio chiarirlo, significa “sacro principio” (dal greco hieros). La gerarchia è sacra perché stabilita da Cristo: la natura della Chiesa è gerarchica, non sinodale. Leone XIV sta forse tentando una correzione dicendo che la sinodalità è uno stile, un metodo, se vogliamo, anche se preferirei dire che il metodo della Chiesa è la comunione, citando il domenicano Jerome Hamer. È comunione dei santi, dei fedeli, dei vescovi col Papa. La sinodalità è una modalità e non è neanche l’unica, perché nella Chiesa esiste anche l’autorità. Considerare invece la sinodalità come “natura” della Chiesa diventa azzardato e un chiarimento sarebbe necessario.
Ora, questo tentativo di voler cambiare un codice che risale soltanto al 1983, questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili, perché poi ci si chiede: ma se domani la Chiesa cambierà quello che chiede oggi, fino a che punto le si può credere?

Alcune proposte insistono sui compiti liturgici da assegnare ai laici (che in casi estremi possono battezzare sì, ma mai celebrare Messa). Enfatizzando questi ruoli non si finisce per assumere la prospettiva di una Chiesa senza preti e quindi senza Eucaristia?
Sì, è una prospettiva che prescinde dall’invito di Gesù a pregare «perché la messe è molta e gli operai sono pochi» e a chiedere al «padrone della messe» di mandare operai. La Chiesa si è sempre preoccupata delle vocazioni sacerdotali e la ragione non è organizzativa ma sacramentale. Invece far leva su quello che possono compiere i laici esprime una sfiducia nella promessa del Signore che ha assicurato che la Chiesa non verrà meno. Poi, è vero che il battesimo in caso di emergenza può essere amministrato da chiunque, ma voler stabilizzare una situazione eccezionale significa farsi quasi beffe del Signore. E proprio all’indomani del viaggio del Papa in Francia, che ha mostrato il risveglio della fede nelle famiglie, nei laici e nelle vocazioni. Occupiamoci piuttosto dei laici che vogliono generare vocazioni come genitori, insegnanti o educatori, perché il loro compito non è occuparsi degli spazi organizzativi dell’istituzione ecclesiastica, ma della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Gli altri apporti di supplenza vengono da sé, ma è un punto che spesso viene equivocato.

Invece di promuovere il laicato si finisce per clericalizzarlo?

Sì, e questo non aiuta neanche la comunione ecclesiale, che cresce se i sacerdoti fanno i sacerdoti e i laici fanno i padri di famiglia e soprattutto i testimoni nel mondo del lavoro. Non se i laici si occupano delle cose dei chierici e i preti si buttano nel sociale. L’idea che i laici debbano “rosicchiare” il servizio sacramentale della gerarchia fa un danno al laicato, perché lo sottrae al suo ambito proprio che, come dicono i testi conciliari, è essere lievito nella pasta del mondo.

Tornando all’attuale sinodalità permanente, più che uno stile sembra divenuta una fabbrica di burocrazia, vista la quantità di documenti, gruppi e commissioni.

Ricordo che Vittorio Messori propose una “moratoria” della produzione di documenti: sono prolissi e vengono letti sempre meno, degenerando in una logorrea che va a scapito dell’annuncio del Vangelo. Se si vuole tener conto del sensus fidei del popolo di Dio – evocato anche in queste proposte di modifica – allora più che mettere mano al diritto canonico si dovrebbe mettere mano alla crisi di fede. Proprio la visita del Papa in Francia ha dimostrato che a diffondere la fede è la testimonianza di Gesù Cristo, via, verità e vita. Il segno della conversione non è la partecipazione agli organismi ecclesiastici, ma chiedere il battesimo, i sacramenti e testimoniare al mondo che la fede deve permeare anche lo spazio pubblico. Lo hanno compreso bene i santi, che non andavano a creare consigli e commissioni ma annunciavano la Verità del Signore.

Insomma, questa nuova sinodalità pecca di autoreferenzialità?
È una forma di clericalismo questa continua preoccupazione di organizzare, che invece di guardare alla Chiesa come mistero la vede come una struttura da far funzionare. Ma le organizzazioni si fanno e si disfano. Vorrei ricordare una frase che mi disse il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo: «Guardi, il Sinodo può anche distruggere la Chiesa». E mi riportò l’esempio di quello che accade nei sinodi orientali, dove tutti hanno voce in capitolo e anche la scelta e il governo di un patriarca subiscono condizionamenti. «Voi avete un Papa per la Chiesa cattolica, noi ne abbiamo uno per ogni Chiesa», per cui, aggiunse, «da noi non c’è mai la parola fine», che potrebbe scrivere solo l’autorità suprema.

Anche da noi non sembra esserci mai la parola «fine» su questo Sinodo sulla sinodalità che si prolunga all’infinito.
Esatto. Il grave rischio, come mi faceva osservare il patriarca Bartolomeo, è che si diventi prigionieri della struttura sinodale, tra veti contrapposti, come nell’ortodossia, e l’impossibile pretesa di decidere tutti insieme. Figuriamoci se tutto questo si va a codificare. La sinodalità non potrà “distruggere” la Chiesa perché il Signore non lo permetterebbe, ma potrebbe paralizzare il primato di Pietro, che ascolta, consulta, però è lui a dire l’ultima parola. «L’autentica sinodalità», leggiamo nel messaggio inviato ai Camaldolesi, a nome di Leone XIV dal card. Parolin, nell’ottobre 2025, «esige per sua natura l’ascolto e la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la vocazione di ciascuno, ma non può prescindere dall’autorità conferita da Cristo al Collegio dei vescovi con a capo il Successore di Pietro».







venerdì 2 ottobre 2026

Rivoluzione canonica, la nuova sinodalità vuole un nuovo Codice





Laici che presiedono le liturgie e insistenza sugli organismi partecipativi tra le proposte della Relazione finale della Commissione Canonistica diffusa dalla Segreteria generale del Sinodo. L'obiettivo è riscrivere il diritto canonico per consolidare le "conquiste" già raggiunte nella prassi.

Processi

Ecclesia 


Stefano Fontana, 02-10-2026

Il 30 settembre scorso, la Segreteria generale del Sinodo ha diffuso la Relazione finale della Commissione Canonistica contenente alcune proposte di revisione del Codice di Diritto Canonico a seguito delle istanze emerse dai lavori della lunga fase sinodale sulla “nuova sinodalità”, iniziata nel 2021 e terminata nel 2024. Per il momento si tratta di modifiche che non richiedono l’istituzione di nuovi ministeri, ma si limitano a confermare forme di partecipazione laicale in atto e di rafforzare quelle già previste dall’attuale Codice. La Relazione auspica però anche che si realizzi, nel prossimo futuro, una vera e propria revisione complessiva dei Codici di Diritto canonico latino e orientale. Niente di meno.

Le novità riguardano per esempio la possibilità che i laici esercitino il ministero della Parola, presiedano alle preghiere liturgiche, amministrino il battesimo, assistano ai matrimoni, distribuiscano la Santa Comunione, esercitino una missione su delega (figura del “delegato vescovile”), che la costituzione e la convocazione dei Consigli pastorali diocesano e parrocchiali sia obbligatoria, che i sinodi diocesani e i concili provinciali si tengano obbligatoriamente e con regolarità e che la gestione economica sia pubblica, trasparente e certificata.

Quest’ultima insistenza sugli organismi partecipativi si fonda sul nuovo paragrafo che si intende aggiungere al canone 212: «I Pastori hanno il dovere di ascoltare il parere dei fedeli su ciò che riguarda il bene della Chiesa, attivando modalità di discernimento comunitario». Mentre si conferma che l’autorità del Vescovo non si tocca, si prevede anche che nei consigli diocesani i membri laici abbiano la maggioranza e che per alcune scelte il Vescovo debba avere il consenso del consiglio presbiterale.

La nuova sinodalità, quindi, procede. Il cardinale Grech, dichiarando chiuso il sinodo, aveva aggiunto che la sinodalità continuerà in una fase di applicazione di quanto emerso dalle assemblee sinodali per confluire nella Grande assemblea universale del 2028. Procede, ma come? Da un lato continua in modo sregolato e avventuroso, dall’altro continua tendendo verso un consolidamento giuridico in un nuovo Codice di Diritto canonico. Le due modalità non sono in contrasto tra loro, come si potrebbe pensare, se si considera cosa la nuova sinodalità sia nella sua natura, ossia ascolto di svariate esigenze dal basso non assimilate in un quadro teologico definito e prassi che progressivamente ne attui dapprima alcuni aspetti più leggeri e accettabili per poi passare a quelli di maggiore impatto rivoluzionario.

In modo “sregolato e avventuroso”, dicevamo. In nome della sinodalità il vescovo di Anversa annuncia che ordinerà preti sposati entro il 2028. La Conferenza episcopale spagnola ha iniziato ufficialmente un percorso di realizzazione della nuova sinodalità dagli esiti imprevedibili e senza attendere la Relazione della Commissione canonistica di cui ci stiamo occupando. Al Simposio internazionale "Dare forma alla sinodalità in Europa: dalla visione alla tabella di marcia", tenutosi in Austria dal 14 al 17 settembre scorso, si è detto che le Chiese locali non devono aspettare Roma. I vescovi tedeschi sono in attesa delle decisioni della Santa Sede sulla loro “Conferenza sinodale” (con sacerdoti e laici in numero paritetico) che dovrebbe governare l’intera Chiesa della Germania e che per ora è in stand-by. Il cardinale Walter Brandmüller ha interpretato questo “vedremo” di Leone XIV come una volontà di fermare il processo, ma la cosa può essere intesa anche al contrario, come l’attesa dei tempi giusti per promuoverlo. Sempre per la sinodalità i vescovi tedeschi avevano chiesto l’indulto che permettesse ai laici di tenere l’omelia durante la messa, non l’hanno ottenuto da Roma e molti di essi hanno dichiarato di procedere ugualmente, come Mons. Peter Kohlgraf, vescovo di Magonza.

La nuova sinodalità è questo, uno scoppiettio continuo di salti in avanti, di prassi nuove, di protagonismi avventurosi, di cambiamenti decisi prima di essere adeguatamente pensati, di invenzioni pastorali creative, di processi che anticipano la loro configurazione giuridica. Questa arriverà, prima o poi, ma sarà sempre in ritardo, come le riforme ora proposte dalla Commissione canonistica, troppo timide rispetto ai livelli raggiunti dal processo sinodale nella prassi. Il nuovo Prefetto del Dicastero per i Testi legislativi, l’arcivescovo australiano Anthony Randazzo, in una intervista recente su Vox canonica, ha detto che la sinodalità non è un modo per scalzare la tradizione canonistica e non è una realtà nuova nella Chiesa. Confidiamo nel suo primo auspicio, ma sulla seconda valutazione abbiamo qualche dubbio.

La novità c’è, a nostro parere, perché nella nuova sinodalità la prassi tende sistematicamente ad anticipare l’evoluzione della dottrina che ad essa deve affannosamente adeguarsi, alimentando un diffuso sentimento di apertura disponibile al nuovo, assieme ad un corrispondente spirito contrario all’antico. Questo spirito spinge in avanti comunque, perché si ritiene conforme alle esigenze di una partecipazione non meglio specificata espresse dai “segni dei tempi”, e senza saper bene dove arrivare, perché carente di dottrina che possa illuminare il percorso anziché nascere da esso.







Lo pseudo-messianismo del sentimentalismo nella pastorale




La cura pastorale prima dell’Amoris Laetitia cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.


Divorziati-risposati




di Mons. Marian Eleganti, 30 sett 2026

Ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.

Mentre la cura pastorale prima di Amoris Laetitia, nel suo rapporto con le persone divorziate e risposate, cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, la Chiesa sinodale opera con un vocabolario prevalentemente sentimentale che contribuisce ben poco a chiarire oggettivamente la situazione di queste persone secondo criteri sacramentali-teologici e canonicamente giusti.

L’enfasi è posta unicamente sulla vicinanza, l’accompagnamento e l’apprezzamento (una parola abusata) di queste coppie da parte dei rappresentanti della Chiesa, non sulla loro missione di guidarle nella verità.

Domanda: cosa dovrei effettivamente apprezzare del peccatore, ad esempio, del rapinatore di banche, dell’adultero, del ladro o dell’autore di violenza? Posso amare il peccatore (essere ben disposto nei suoi confronti, cioè augurargli la salvezza), certo, pur condannando al contempo il suo peccato senza compromessi.

Ma come funziona l'”apprezzamento” in questo contesto? Devo forse chiedere a un giudice, che deve giudicare un crimine, di apprezzare il colpevole? Non sarebbe puro sentimentalismo, inutile rispetto al compito da svolgere? Il paragone è imperfetto, ma dimostra che questa categoria di apprezzamento semplicemente non è una priorità in certi contesti.

Perché non è questo il punto della questione se un matrimonio sia valido o meno (l’apprezzamento). Le coppie divorziate e risposate dovrebbero riscoprire la fiducia, riconoscersi come parte della comunità e sperimentare la misericordia di Dio, secondo una linea guida della Chiesa sinodale.

Domanda: è irrilevante se vivono in adulterio o meno? Trasmettere loro la misericordia di Dio significa riconoscere incondizionatamente o almeno tollerare la loro seconda unione, anche se esiste un vincolo matrimoniale indissolubile che lo contraddice? Perché Gesù non ci ha guidato in questa pratica?

Invece, rifiuta la pratica (presumibilmente misericordiosa) del divorzio di Mosè e, con grande disappunto dei suoi discepoli, inasprisce il divieto di divorzio!

Il ricordo di questi eventi rischia di ritraumatizzare queste coppie, poiché le persone coinvolte potrebbero sentirsi nuovamente ferite ed escluse, dopo aver già sperimentato l’abbandono e la sofferenza nella separazione dal proprio coniuge (vedi la guida citata in precedenza)?

Quanto più il linguaggio è sentimentale, tanto maggiore è il sospetto che posizioni dottrinali incrollabili vengano vaporizzate e ammorbidite facendo appello alle lacrime. Non è una novità. La parola “misericordia” è stata spesso usata impropriamente come una fionda per colpire gli occhi dell’osservatore o del lettore. Le parole hanno un effetto immediato. Solo a un esame più attento si comprende ciò che la semantica oscura.

La durezza della verità non è più tollerata né affrontata nella Chiesa sinodale, anche se ci rende liberi (Gv 8,32). Viene rifiutata e condannata dal sentimentalismo.

Familiaris Consortio
è quindi una notizia superata (troppo dura).

Amoris Laetitia è una notizia attuale (misericordiosa).

L’ufficio magisteriale della Chiesa sinodale inizia con Francesco, con una nuova ora zero. Il tempo (il processo) è più grande dello spazio (le posizioni dottrinali). Perciò, l’investimento si concentra sul processo (la revisione della dottrina), sul sentimento, sulla vita, non sulla verità, che tuttavia rimane. Quest’ultima è come una spada che la Chiesa sinodale preferisce avvolgere nel cotone idrofilo e riporre finché non venga colui che la brandisce in bocca (Ap 1,16; 2,12; 2,16; 19,15; 19,21).

Apocalisse 1:16 – Nella prima visione di Cristo:

“Dalla sua bocca uscì una spada affilata a doppio taglio.”

Apocalisse 2:12 – Nel messaggio alla chiesa di Pergamo:

«Così parla Colui che porta la spada affilata a doppio taglio».

Apocalisse 2:16 – Cristo annuncia:

“Altrimenti, verrò presto e li combatterò con la spada che uscirà dalla mia bocca.”

Apocalisse 19:15 – Cristo come cavaliere della fine dei tempi:

«Dalla sua bocca è uscita una spada affilata; con essa colpirà le nazioni».

Apocalisse 19:21 – Conclusione della scena della battaglia:

“Gli altri furono uccisi con la spada che usciva dalla bocca del cavaliere”.







A proposito di Messa antica, smettiamola di parlare di sensibilità


Smettiamola di parlare di sensibilità e abbiamo il coraggio 
di dire che ci sentiamo di avere scelto “la parte migliore”




di Peter Kwasniewski

“Ho sempre trovato estremamente irritante l'idea che io semplicemente "preferisca" la Messa tradizionale e che si debba portare rispetto ai miei "sentimenti" solo perché vi sono "legato".

Non fraintendetemi: credo che non si debbano calpestare i sentimenti legittimi altrui; che si debbano rispettare le preferenze, purché compatibili con la legge divina; e sì, che si debba coltivare un profondo attaccamento a tutto ciò che è buono.

Tuttavia, questo è solo un aspetto della questione. L'altro aspetto riguarda una scelta razionale, oggettiva e difendibile a favore di ciò che è buono o superiore: una scelta non riducibile a sentimenti soggettivi e, di conseguenza, non soggetta a quel comando perentorio e brusco: "Mettiti da parte i sentimenti e allineati".

Il Dott. Michael Rayes ne parla qui:

«È in corso una battaglia per la stessa mentalità cattolica. Riqualificando la sacra Tradizione come una questione di "sentimenti", "attaccamento" e preferenze personali, la Chiesa moderna ha spostato il campo di battaglia dalla dottrina alla psicologia. Si tratta invece di una guerra sul modo in cui i cattolici comprendono, difendono e trasmettono la Fede alle generazioni future. Se la Tradizione diventa facoltativa, l'identità cattolica stessa diventa negoziabile”.








giovedì 1 ottobre 2026

Il cortocircuito papale e l’immortale esempio della martire Elisabetta



Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 01 ott 2026


di Carlo Foresti



Caro Valli,

domenica scorsa, parlando con il mio caro amico Gianni, ci siamo trovati a commentare le notizie giunte in questi giorni da Parigi in occasione della recente visita pastorale di papa Leone XIV.

È stato proprio Gianni a farmi notare con estrema lucidità il clamoroso cortocircuito ideologico che si è consumato sotto gli occhi di tutti.

Vedere il pontefice romano spendere parole di calorosa esaltazione per i cosiddetti “valori della Rivoluzione francese” – cercando una pretestuosa e impossibile riconciliazione tra il Vangelo e gli ideali del 1789 – rappresenta già di per sé un cortocircuito concettuale di non poco conto.

Ma la contraddizione si fa palese e quasi insopportabile se si considera che, negli stessi giorni e nella medesima città, il papa si è recato in visita al Carmelo dell’antico Couvent des Carmes. Ovvero in quel luogo sacro dove, nel settembre del 1792, si consumò uno dei più feroci e sistematici massacri della storia moderna, in cui centinaia di vescovi, sacerdoti e religiosi vennero letteralmente macellati da folle fanatiche per il solo fatto di aver rifiutato il giuramento scismatico della Costituzione civile del clero.

Come sia possibile conciliare l’elogio dell’ideologia che armò la mano di quei carnefici con la venerazione delle vittime che da quell’ideologia vennero trucidate, resta un mistero che solo la ginnastica mentale del liberalismo ecclesiale può pretendere di giustificare.

Ma se si vuole davvero comprendere quale fosse la vera natura di quella “libertà” e di quella “fratellanza” sbandierate dai club giacobini – e al tempo stesso dove risplendesse la vera nobiltà dell’animo umano redento dalla Grazia -, occorre distogliere lo sguardo dalle edulcorate ricostruzioni di maniera e fare memoria. Perché sopra l’orrore delle carrette, del fango e del sangue versato in nome della Dea Ragione, si erge un episodio d’ineffabile bellezza spirituale, capace di illuminare la notte più buia del Terrore: la fine terrena della principessa Elisabetta di Francia, la sorella minore del re Luigi XVI, nota a tutti semplicemente come Madame Élisabeth.

Rifiutato l’esilio per rimanere accanto alla famiglia reale nei momenti della prova, Elisabetta condivise la durissima prigionia del Tempio, trasformando la propria cella in un monastero di preghiera e di offerta vittimale. Trascinata il 10 maggio 1794 davanti al Tribunale rivoluzionario con accuse grottesche, venne condannata alla ghigliottina insieme ad altre ventitré persone, tra cui nobili, dame di corte e funzionari, sopraffatti dal terrore e dallo sconforto.

È in quel tragico tragitto verso la Place de la Révolution che la carità cristiana compì il suo prodigio.

Elisabetta, dimentica di sé stessa e della propria sorte, si trasformò sul carretto della morte in un angelo di consolazione. Parlò a ciascuno dei suoi compagni di condanna, richiamando alla loro mente la gloria del Cielo, la Misericordia di Dio e il valore redentivo della sofferenza. La sua serena e incrollabile Fede infuse un tale coraggio nei condannati che la disperazione cedette il passo a una maestosa e composta dignità.

Giunti al patibolo, si assistette a una scena che commosse persino le guardie e la plebe aizzata: prima di salire la scaletta della ghigliottina, ognuno dei ventitré condannati volle rendere omaggio alla principessa. Gli uomini le fecero un profondo inchino, le dame le fecero una riverenza; ciascuno le baciò la mano o la guancia, chiedendole la benedizione e scambiando con lei un ultimo sguardo di pace.

Elisabetta, salda e sorridente, rispose a ciascuno con parole di speranza: “Andate in pace, ci rivedremo presto in Paradiso”.

Fatta posizionare volutamente per ultima dal boia affinché assistesse all’esecuzione di tutti i suoi compagni, Elisabetta vide cadere ad uno ad uno i suoi amici, pregando per l’anima di ciascuno di essi mentre la lama scendeva. Quando fu il suo turno, salì il patibolo con la serenità di chi si appresta a un corteo nuziale, offrendo la propria vita per la salvezza della Chiesa e della Francia.

Ecco, Santità, dove risplende la vera grandezza: non nei proclami astratti di una rivoluzione che ha seminato la morte e profanato gli altari, ma nell’eroismo d’amore di chi ha saputo trasformare un patibolo giacobino in una porta d’accesso al Cielo.

Sarebbe ora che il Successore di Pietro la smettesse di rincorrere i miti secolari del 1789 e tornasse a proporre ai fedeli l’esempio limpido e intransigente dei martiri e dei santi.