sabato 29 agosto 2026

Il Signore si occuperà tanto più dei nostri interessi, quanto più noi ci preoccuperemo in primo luogo dei suoi






Il Signore si occuperà tanto più dei nostri interessi, quanto più noi ci preoccuperemo in primo luogo dei suoi. (Padre Raymond de Thomas de Saint-Laurent)



di Corrado Gnerre


I SORSI


1. Cari pellegrini, sentite brevemente la storia di sant’Isidoro, detto il “contadino”. Questi nasce a Madrid intorno al 1070 da una poverissima famiglia di agricoltori. Orfano del padre fin da piccolo, va a lavorare la terra nelle campagne intorno a Madrid. A causa della guerra, cerca rifugio e lavoro a nord, a Torrelaguna. Qui conosce la sua futura sposa, Maria Toribia, anch’ella contadina. Isidoro ha una grande fede. E’ analfabeta, ma conosce le cose di Dio e sa pregare. Ogni mattina, all’alba, va alla Messa. Ma soprattutto durante la giornata, mentre è al lavoro, spesso si apparta per raccogliersi in preghiera. Quelli che lavorano con lui lo accusano di essere una scansafatiche. Anche il padrone, Juan de Vargas, inizia a sospettare di lui, ma poi si accorge che alla sera il lavoro di Isidoro è bello che compiuto. Alla fine si convince che qualcosa di misterioso aiuta Isidoro nel suo lavoro. Iniziano ad avvenire anche miracoli nelle sue proprietà. Ben presto Isidoro diventa il suo uomo di fiducia e inizia a guadagnare di più, ma lui e la moglie (dichiarata beata nel XVIII secolo) decidono di vivere come sempre e il di più lo donano ai poveri. Isidoro muore nel 1130. Alla sua morte la sua fama era pari a quella di El Cid Campeador. Fu canonizzato da papa Gregorio XV il 25 maggio del 1622.

2. Cosa colpisce di ciò che abbiamo letto? Ovviamente il fatto che sant’Isidoro ogni tanto interrompeva il lavoro per raccogliersi in preghiera.

3. Isidoro veniva accusato, perché, secondo una logica tipicamente umana, per raccogliersi in preghiera occorre del tempo e questo tempo ovviamente veniva tolto al lavoro, con la preoccupazione che quello che non fosse riuscito a fare lui, sarebbe stato sulle spalle di altri. E invece, a fine giornata, ciò che riusciva a mietere sant’Isidoro era molto più abbondante di ciò che erano riusciti a mietere gli altri.

4.Cari pellegrini, il Signore vuole che lo mettiamo al primo posto. Ciò è giusto ed è anche bello.

5. E’ giusto, perché Colui da cui si è avuto tutto e da cui si ha tutto non può che stare al primo posto. Il Signore è l’unica fonte dell’essere, della vita e della felicità.

6. Ma ciò è anche bello, perché solo con il Signore si può raggiungere la propria completezza. Sant’Agostino dice: “Il mio cuore è inquieto fin quando non riposa in Te, o mio Signore.” E infatti solo Dio puoi calmare tutti gli affanni, le inquietudini, perché Dio è quell’Infinito e quell’Assoluto a cui anela la dimensione umana.

7. Cosa significa mettere Dio al primo posto? Prima di tutto sostituire il proprio criterio di giudizio con il criterio di giudizio di Dio: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” dice San Paolo ai Galati (2,20). Secondo: rendere Dio quello che è, Signore della vita, della Storia, di tutto.

8. E qui, cari pellegrini, si deve avere la forza per testimoniare la Regalità di Cristo (anche sociale) dinanzi a tutti. Una volta era più facile. Oggi il mondo va tutt’altra parte. Esso tollera che ci si definisca “cristiani”, ma non sopporta che l’essere cristiani si trasformi in giudizio sulle cose che accadono. Finanche i ministri di Dio tendono ad arrendersi e a seguire il mondo; e per giunta sembrano deridere tutti quei laici che s’impegnano affinché la Regalità di Cristo possa essere proclamata. Anzi: nessuno parla più della Regalità Sociale di Cristo.

9. Cari pellegrini, facciamo invece come ci dice l’acqua di questa borraccia e facciamo come sant’Isidoro: mettiamo Dio al primo posto e così ciò che raccoglieremo a fine giornata sarà molto di più di quanto avevamo programmato e sperato di fare.

Al Signore Gesù

Signore, non permettere che mi scoraggi.

Dammi sempre la forza di proclamarti Re: della mia vita, della società e della Storia.

Alla Regina dello Splendore


Madre, Tu che sei Regina della mia vita, della storia e dell’universo intero, fa che mi occupi solo della gloria del tuo Divin Figlio. Tienimi sotto il Tuo Manto e dammi la forza per servirlo e testimoniarlo.

Madre, accompagnami nel cammino di questo giorno.





Funerale buddista in chiesa nel silenzio della diocesi di Como



Nella parrocchia di San Martino a Rebbio l'addio a una donna buddista con il mantra cantato dall'ambone e l'elogio del Buddha fatto dal parroco ospitante. Dalla Curia ci si aspetterebbe una parola per smentire l'impressione che una fede valga l'altra. A meno che Cristo sia un "cammino" fra i tanti e non «la via, la verità e la vita».

Relativismo

Ecclesia


Stefano Chiappalone,  29-08-2026

«De mortuis nihil nisi bonum», dei morti non si può che parlar bene, ma sui funerali qualche perplessità si potrà sollevare se passa, e neanche troppo velatamente, l’idea che in fondo una fede valga l’altra. Per esempio a Como, dove il 20 agosto, nella chiesa di San Martino a Rebbio si è celebrato l’addio a Marta Pezzati, di fede buddista, scomparsa a soli 59 anni. E buddisti erano i due monaci che hanno pregato un mantra dall’ambone, ospitati dal parroco don Giusto Della Valle, già noto per l’attivismo pro migranti. Per capire le ragioni dell’estremo saluto in chiesa per una persona che non era né cattolica né cristiana abbiamo provato a contattare il parroco, senza per ora ricevere risposta. Ma del fatto c’è ampia documentazione video disponibile online, con tutto il susseguirsi di testimonianze e ricordi che hanno scandito la cerimonia.

Siamo stati più fortunati con uno dei monaci buddisti presenti, il quale ci ha spiegato che la scelta della chiesa è legata all’impegno sociale condiviso con il parroco dalla Pezzati, presidente dell’associazione di volontariato Como Accoglie. Ci ha tenuto inoltre a precisare che «non è stata una Messa e nemmeno un funerale, ma un ricordo della generosità di Marta». Anche se il parroco e un altro sacerdote presente indossavano camice e stola (come si vede dal video), quindi dei paramenti liturgici, il monaco buddista sostiene che non c’è stata alcuna liturgia né preghiera cattolica. Ma se pure volessimo considerarla una commemorazione laica resterebbe comunque stridente, almeno da un punto di vista cattolico, svolgerla in chiesa. Nessun elemento strettamente religioso, quindi, tranne il mantra, che i due monaci hanno cantilenato dall’ambone (che di per sé è elemento liturgico, deputato alla proclamazione della Parola di Dio e non di qualsiasi forma di preghiera). In casa buddista non mettiamo becco, ma in casa cattolica sì.

Ancora una volta il problema non è il giudizio sulla defunta, ma l’uso dei luoghi di culto cattolici e l’atteggiamento di alcuni preti che sembrano relativizzare la rivelazione di Dio in Cristo così come proclamata dalla Chiesa. Basta riascoltare le parole del parroco, che ha ricordato la defunta come «donna di contemplazione, di ricerca di Dio in tutti i cammini possibili», trovandolo infine «in Buddha, nell’Illuminato, che da secoli continua a illuminare il cammino di tanti popoli». Ne ha menzionato la generosità, «frutto del suo carattere ma anche dell’incontro con la spiritualità buddista. Ecco, è importante saper andare alle radici profonde del proprio essere ed è importante avere sul mondo uno sguardo che non è solo il nostro, uno sguardo contemplativo che viene dalle radici delle religioni da cui noi proveniamo».

Insomma, Cristo o Buddha fa poca differenza, tanto che è parsa di routine la breve esposizione del vangelo della risurrezione di Lazzaro, commentando la profonda amicizia di Gesù con il redivivo e le sorelle Marta e Maria. È questa a contare, ha spiegato, «non la sequela di un Gesù teorico fatto di prescrizioni». A contare è soprattutto l’accoglienza, concetto chiave del discorso incentrato – ripercorrendo l’attivismo condiviso con la defunta – sulla differenza tra chi si dà da fare e chi «innalza muri», esortando ad «ascoltare il grido di chi dall’altra parte del Mediterraneo cerca aiuto», quel grido che «la fortezza Europa» non vuol far arrivare. Infine la nota escatologica sul paradiso, di cui «ognuno di noi ha la sua immagine, dopo la morte la rinascita, la rigenerazione, la risurrezione» e appare abbastanza indifferente per quale via si giunga al «monte santo» e alla «tavolata» di cui parlano le Scritture. Insomma, un inno al relativismo religioso, favorito peraltro anche dal silenzio della Curia: l’evento è di dominio pubblico ed è trascorsa oltre una settimana nel corso della quale nessuno ha sentito il dovere di chiarire alcunché in merito. E nemmeno l’ufficio liturgico cui abbiamo sottoposto alcune domande per ora inevase.

L’altro punto di domanda è legato, come abbiamo detto, all’uso delle chiese: in questo caso un funerale con mantra buddista, in altri le esequie di massoni con rito cattolico (concesse e poi stoppate a Roma e San Remo, oppure celebrate dal presidente della Cei in persona); e si potrebbe continuare con le preghiere islamiche all’oratorio; ormai in chiesa si trova di tutto, anche la presentazione del libro di Ranucci. Conseguenza naturale se un luogo di culto, riservato alle azioni sacre e poche altre attività compatibili con la (dimenticata) Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, diventa spazio “neutro” in cui tenere qualsiasi genere di adunanze. Epilogo favorito anche da una certa deriva “chiacchierona” della liturgia che mette all’angolo il silenzio e il rito per lasciar spazio all’improvvisazione. E dallo spazio neutro alla fede componibile il passo è breve.

Comunque lo si voglia definire, l’evento ha avuto luogo in una chiesa cattolica, con l’ospitalità e le parole (inequivocabili) del parroco e pertanto la diocesi di Como dovrà quantomeno chiarire se la domenica si dovrà ancora andare a Messa o se si potrà assolvere il precetto in un tempio buddista o restando direttamente in casa. Perché i credenti avrebbero diritto di non essere confusi e anche i non credenti (buddisti compresi) a loro volta hanno diritto di udire con chiarezza l’annuncio dell’Unico che nella storia si è presentato come Figlio di Dio, dicendo di essere «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) e non un “cammino” tra i tanti.





giovedì 27 agosto 2026

L’utopia della cività dell’amore




Le cinque piste della Magnifica Humanitas suonano nobili, ma omettono ciò che fonda davvero la pace: la giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei.




di Silvio Brachetta, 26-08-2026

Il 17 maggio del 1970, nel Regina Caeli di Pentecoste, Paolo VI dichiarava possibile l’edificazione della «civiltà dell’amore e della pace», una sorta di nuovo corso per la Chiesa e per il mondo, in cui l’umanità – in modo spontaneo – si sarebbe riunita in «una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli».

In questa cornice paradisiaca, l’uomo – teso «verso i veri e più alti destini» – avrebbe superato le «divisioni ed i conflitti» che impediscono la pace delle armi. Con quali mezzi? Con la ricezione del Concilio Vaticano II, che «faremo bene a studiare e a tradurre nella nostra vita spirituale». Ma nessuno studio ne è venuto, nessuna traduzione che abbia invertito la tendenza al rilassamento religioso e morale: nel mezzo secolo abbondante e successivo a quel pronunciamento, il Concilio Vaticano II è stato solo citato di frequente, ma mai assimilato nei suoi contenuti. Il cristianesimo è entrato in crisi (nei numeri e nella fede) e il mondo è precipitato nella logica della guerra a oltranza.

Oggi Leone XIV ripropone «con forza questa visione», nel quinto capitolo della sua enciclica Magnifica Humanitas, poiché «la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente». Anche in questo caso, non si può evitare di ripetere la domanda pressante: con quali mezzi? Qua compare una prima necessità che trascende l’opera umana: il «presente» va interpretato «come un campo aperto alla conversione personale e collettiva». E, di seguito, Leone XIV propone di seguire «cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo».

Quanto al disarmo delle parole, c’è subito un problema evidente: si tratta dello stesso programma elitario e ideologico dei principali media mondiali (compresi quelli diffusi da internet), per cui è in corso un programma di rieducazione culturale di massa, così da edulcorare il linguaggio e costringere l’uomo a pensare secondo schemi fissi e preordinati. Un esempio su tutti è il Manifesto della comunicazione non ostile, per cui sarebbe “non ostile” solo quel linguaggio proposto (imposto) dagli sponsor dell’iniziativa (Google, Netflix, Feltrinelli, Tim, Sky, Mediaset, e altri).

Il Papa ha ragione nell’indicare la sterilità della polemica e dell’arroganza comunicativa, ma la sua proposta corre il rischio di sovrapporsi a quella della rivoluzione culturale in corso, che rende obbligatorio lo stereotipo verbale e la massificazione del pensiero.

Leone XIV, poi, come seconda pista, afferma che «tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia». Ed è vero che tutti “possiamo”, ma solo in senso potenziale. Nell’attualità, l’uomo non può né produrre, né conservare la giustizia senza la grazia. E non tanto la giustizia distributiva e commutativa, ma proprio quella necessaria a fondare la nuova Gerusalemme: a questo proposito, Cristo afferma: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Il regno dei cieli è appunto la città di Dio.

Terza pista: «assumere lo sguardo delle vittime». Il Papa intende le vittime di guerra. L’elenco delle vittime è, però, assai più esteso. Ci sono le vittime dell’usura legalizzata in tutto il mondo, per cui milioni di famiglie sono ridotte in miseria, a seguito del prelievo forzoso di gabelle e dalle continue richieste in danaro. Ci sono le vittime della malsanità. O le giovani vittime della pubblica istruzione, costrette alla rieducazione laicista collettiva. Ci sono le vittime di suicidio, vessate da pressioni psicologiche insostenibili. Sopra tutte le altre vittime, ci sono quelle dell’ignoranza, per cui interi continenti sono lontani dalla salvezza materiale e da quella eterna perché non vengono istruiti o catechizzati secondo verità.

La quarta pista è di «coltivare un sano realismo». Qui Leone XIV denuncia un «idealismo politico» astratto, che «piega, seleziona e rinomina i fatti», così da «abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Stesso discorso per la tendenza opposta: ovvero l’esistenza di un «realismo degradato», di un «cinismo», che è pura rassegnazione passiva di fronte agli eventi della storia.

Ma la pista che crea maggiori interrogativi è la quinta: quella del dialogo, come antidoto alla guerra. Scrive Leone XIV: «Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto». Il Papa si appella al suo predecessore Pio XII che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, «affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole».

È però una citazione parziale. Le parole di Pio XII – nel Radiomessaggio del 24/08/1939 – sono fortemente cristocentriche. Pio XII non cominciava con l’apologia del dialogo, ma comunicava un insegnamento, «perché a traverso la Nostra, ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra».

Papa Pacelli specificava di parlare armato «non d’altro che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni». Solo dopo queste premesse, Pio XII invitava gli uomini a ragionare, a intendersi, a rinunciare al comizio passionale. Il termine “dialogo” è assente nel Radiomessaggio.

Egli si ridusse a «supplicare», ma «per il sangue di Cristo», nel «nome del genio cristiano» e dell’amore comandato dal Cristo. Pio XII concluse «che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto» e senza «volgere lo sguardo in Alto». Questi riferimenti mancano nella Magnifica Humanitas, che si limita a proporre la necessità del dialogo interreligioso, del multilateralismo e della diplomazia.

Molto più del dialogo, tuttavia, esce dalla bocca. E, infatti, Leone XIV esorta alla preghiera di speranza, ma in questo capitolo sulla costruzione della civiltà dell’amore, c’è una penuria di molti altri concetti veicolati dalla voce umana, pur presenti nell’Enciclica: l’insegnamento, il rimprovero, la predicazione, il consiglio, l’annuncio. Ridurre ogni parola alla dialettica, come fondamento della nuova Gerusalemme, lascia una certa perplessità di fondo.

Solo in un caso, l’Enciclica propone di ricorrere all’«evangelizzazione» – fulcro, ad esempio, del magistero di Giovanni Paolo II – laddove si fa l’analogia del «mondo digitale come nuovo continente da evangelizzare». Per il resto, anzi, è la Chiesa che dovrebbe lasciarsi «evangelizzare dai poveri». L’evangelizzazione è persino vista in accezione negativa, dove (nota 174) si specifica che, nel XV secolo, «l’evangelizzazione venne frequentemente piegata o fraintesa secondo le ingerenze dei poteri temporali, relativizzando l’incompatibilità della schiavitù con la coscienza cristiana».

Nella sostanza, come nel caso di Paolo VI, la risposta rimane la stessa anche per Leone XVI: la civiltà dell’amore si fonda per mezzo di un consorzio spontaneo tra persone, mediante «regole condivise», ovvero contratti sociali, che vengono posti al di sopra (o al di fuori) delle culture e delle religioni.

Con queste premesse, il Papa stila un elenco di iniziative, che l’umanità dovrebbe porre in essere, utilizzando spesso frasi all’imperativo o il ricorso alla necessità. La catena delle responsabilità – scrive Leone XIV – «deve restare identificabile e verificabile». L’imperativo “deve” resta sempre in sottofondo per molte delle altre questioni. Nell’ambito informatico e dell’intelligenza artificiale, «tutti i protagonisti – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità […]».

C’è un certo spazio nella Magnifica Humanitas ai temi peculiari del cristianesimo e della religione cristiana cattolica, ma è come se fossero sviluppati in separata sede: quando si tratta di indicazioni decisive sul da farsi, l’attenzione si sposta sull’uomo, sulla sua dignità, sul suo spirito d’iniziativa. L’orizzonte, da verticale, ritorna ad essere orizzontale e si ha la sensazione che Gerusalemme si dovrebbe opporre a Babilonia sulla buona volontà umana, che è presentata come non troppo carente di grazia.

(fonte: vanthuanobservatory.com)






Quando la legge pretende di decidere chi è persona


Feto di 12 settimane nel grembo materno





di Daniele Trabucco, 27 agosto 2026

La questione dell’aborto diviene radicale soltanto quando venga sottratta al linguaggio, storicamente recente, dell’autodeterminazione e dei diritti soggettivi e ricondotta alla domanda che logicamente lo precede: che cosa è l’ente umano concepito? Se l’embrione fosse soltanto materia biologica destinata eventualmente a diventare uomo, la sua soppressione potrebbe essere valutata secondo criteri di opportunità, interesse o bilanciamento. Se invece esso fosse già un individuo umano sussistente, la questione muterebbe natura, poiché la legge non si troverebbe dinanzi a qualcosa cui attribuire o negare una qualità, ma dinanzi a qualcuno la cui esistenza precede ogni qualificazione normativa.

La difficoltà nasce spesso dall’equivoco tra essere in potenza ed essere in atto. L’embrione non sembra essere un uomo in potenza nel senso in cui il marmo è una statua in potenza. La statua esige l’intervento di una causa estrinseca che conferisca alla materia una forma che essa ancora non possiede. Nell’embrione, invece, il principio del divenire appartiene già al soggetto che diviene. Non riceve dall’esterno ciò che lo farà essere uomo, ma sviluppa dall’interno ciò che già è secondo natura. L’adulto non sostituisce l’embrione come una sostanza nuova sostituisce quella precedente. È il medesimo vivente che attraversa differenti gradi di attuazione.

Neppure l’obiezione secondo cui dovrebbe allora esistere, anteriormente al concepimento, un “uomo in potenza” sembra cogliere la struttura della generazione. Prima della fecondazione esistono due gameti, ciascuno appartenente all’organismo dei progenitori. Con la fecondazione sorge invece un nuovo organismo individuale, la cui unità non coincide con quella di nessuno dei due elementi antecedenti. La potenza precede dunque la generazione nelle cause, non nell’identità di un soggetto umano già esistente. Dopo la generazione, invece, ciò che è in potenza non è l’uomo, ma l’esercizio delle sue facoltà. L’embrione sarebbe così uomo in atto quanto alla sostanza e uomo in potenza quanto alle operazioni, esattamente come il neonato è razionale per natura senza essere ancora capace di ragionamento discorsivo.

L’appello alla coscienza, alla sensibilità, alla relazione o all’autonomia non sembra risolvere il problema, perché sostituisce alla domanda sull’essere una misurazione delle sue manifestazioni. La coscienza presuppone qualcuno che possa diventare cosciente, la relazione qualcuno che possa entrare in rapporto con altri, l’autonomia qualcuno che possa esercitarla. Fare dipendere l’essere personale dall’esercizio attuale di tali proprietà significherebbe confondere il soggetto con una certa condizione contingente del soggetto.

Accolta questa premessa, la difficoltà della legge ordinaria dello Stato n. 194/1978 diviene molto più profonda di una controversia sui limiti dell’autodeterminazione. L’articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio, mentre l’articolo 4 consente, ricorrendo determinate condizioni, che la gravidanza venga volontariamente interrotta entro i primi novanta giorni. La contraddiction non sarebbe, allora, tra due pretese concorrenti, ma tra il riconoscimento dell’esistenza di una vita umana e la disponibilità legislativa della sua continuazione. La legge positiva può stabilire quando una condotta sia penalmente lecita, non sembra però poter trasformare la natura dell’atto che disciplina. Se l’embrione è persona in atto, interromperne deliberatamente la vita rimane ontologicamente l’uccisione di un individuo umano innocente, anche quando l’ordinamento sottragga quella condotta alla sanzione. Parlare di “infanticidio” sarebbe improprio nel significato tecnico dell’art. 578 cod. pen., ma potrebbe esprimere analogicamente la sostanza morale del problema. Più precisamente, la 194 renderebbe giuridicamente lecita, nelle ipotesi previste, la soppressione prenatale di un essere umano personale.

Da questa premessa seguirebbe anche una conseguenza politica difficilmente eludibile. Difendere l’intangibilità della legge n. 194/1978, sia nella versione del centrosinistra, sia nella diversa posizione di Giorgia Meloni e Matteo Salvini che dichiarano di non voler tornare sulla sua disciplina fondamentale, significherebbe fermarsi prima della questione decisiva. Il dissenso sulle condizioni sociali dell’aborto sarebbe infatti secondario rispetto alla domanda ontologica. Se colui che viene soppresso è già uomo, nessuna maggioranza politica potrebbe mutare mediante legge ciò che egli è, poiché la validità formale della norma appartiene all’ordine del comando, mentre la sua giustizia dipende da un ordine dell’essere che il legislatore può riconoscere oppure contraddire, non creare.




Due vescovi che non tacciono






Chiesa cattolica | CR 1965



di Roberto de Mattei, 26 agosto 2026

Esistono oggi vescovi capaci di rivolgersi a Roma, con un linguaggio chiaro e fermo, ma senza perdere il rispetto, e soprattutto il vincolo gerarchico che li lega al Romano Pontefice? Esistono, come dimostrano due recenti esempi del mese di agosto.

Il 10 agosto Michael Haynes, sul suo blog Per Mariam ha pubblicato un articolo di monsignor Marian Eleganti, benedettino, già vescovo ausiliare della diocesi di Coira, sul tema Il declino del ministero petrino. Mons. Eleganti prende spunto dall’udienza privata concessa in luglio da Leone XIV alla “Madrina del Punk” Patti Smith per formulare una critica più generale alla trasformazione dell’immagine e dell’esercizio del papato negli ultimi decenni. «Da molto tempo mi turba personalmente il fatto che, a partire da Giovanni Paolo II, i Papi abbiano cominciato sempre più spesso a parlare in maniera del tutto informale nelle occasioni più disparate (per esempio, in aereo o sul ciglio della strada, come ha fatto recentemente papa Leone XIV a Castel Gandolfo)».

Il problema è la tendenza, sviluppatasi soprattutto a partire da Giovanni Paolo II, a moltiplicare interviste, dichiarazioni informali, udienze a personaggi celebri, viaggi e apparizioni mediatiche. Tutto ciò rischia di far apparire il Papa come «semplicemente un altro membro dell’establishment internazionale», mentre Pietro e Paolo non cercavano la ribalta, ma annunciavano il Vangelo.

Mons. Eleganti ricorda i rapporti di Francesco con Emma Bonino ed Eugenio Scalfari e le udienze concesse al gesuita James Martin. Il Papa, accogliendo pubblicamente determinate persone senza correggerne altrettanto pubblicamente gli errori, rischia di «rendere meno chiara la posizione della Chiesa e, secondo le circostanze, può perfino scandalizzare i fedeli».

Secondo mons. Eleganti, in questo modo i Papi hanno progressivamente perduto «autorità e capitale spirituale». Il Papa dovrebbe parlare meno e, quando parla, esprimersi «con poche parole, inequivocabili e chiare». Il vescovo svizzero invoca un autentico discernimento, contrapposto all’attivismo che moltiplica viaggi, udienze e strette di mano mentre rimangono senza risposta problemi dottrinali gravi.

Questa trasformazione non comincia con Francesco. Giovanni Paolo II, soprattutto con le Giornate Mondiali della Gioventù, ha contribuito a conferire al Papa i tratti della superstar. Benedetto XVI continuò a pubblicare libri e interviste anche durante il pontificato; Francesco giunse alle autobiografie. Si è così progressivamente affermata una distinzione poco felice tra la persona privata del Papa, le sue opinioni e il suo autentico insegnamento magisteriale.

Il Papa non è semplicemente un ascoltatore: siede sulla Cattedra di Pietro ed è anzitutto maestro della cristianità. «Non sono necessari soprattutto a Roma?», domanda mons. Eleganti. La tesi conclusiva è dunque che i Papi siano diventati «fin troppo umani nell’esercizio del loro ufficio»: la persona ha oscurato la funzione. Il modello dovrebbe essere invece la regola di san Giovanni Battista: «Egli deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Il Papa è l’amico e il rappresentante dello Sposo, non lo Sposo stesso: solo Cristo deve rimanere al centro.

Tre giorni dopo, il 13 agosto, in una lunga sua lettera aperta a papa Leone XIV, mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch, in Olanda, ha sottoposto il processo sinodale a un criterio superiore ad ogni altra considerazione ecclesiale: la salvezza delle anime. «Salus animarum suprema lex», ricorda, chiedendosi se il processo sinodale abbia realmente avvicinato le anime a Cristo e alla salvezza eterna. La sua critica, precisa, non nasce da mancanza di rispetto verso il Papa né intende mettere in dubbio le buone intenzioni dei protagonisti della sinodalità. Ma le intenzioni devono essere giudicate dai risultati: «Dai loro frutti li riconoscerete». Dopo anni di consultazioni, incontri e documenti, occorre dunque chiedersi: la fede è diventata più forte? Cristo è stato annunciato più chiaramente? Sono aumentate le conversioni, le vocazioni sacerdotali, la frequenza alla Messa, la devozione eucaristica?

Mons. Mutsaerts sottolinea che il problema nasce quando la sinodalità, da mezzo, rischia di diventare un fine, trasformandosi in un processo permanente. La Chiesa ha sempre conosciuto concili, sinodi e forme di consultazione, ma la sua natura non deriva dal dialogo: deriva da Cristo e dalla Rivelazione ricevuta. La fede non viene costruita raccogliendo le opinioni dei fedeli, perché «la verità non è prodotta dal consenso». La Chiesa deve certamente ascoltare, ma anzitutto Cristo, la Scrittura, la Tradizione, i santi e il Magistero. Quando invece si parte dalle aspettative dell’uomo contemporaneo per chiedersi come il Vangelo possa adattarsi ad esse, si dimentica una parola essenziale del cristianesimo: conversione. «Non è il Vangelo che deve cambiare; è l’uomo che deve cambiare».

Questa è «la grande assente» del processo sinodale. La crisi della Chiesa occidentale è del resto sotto gli occhi di tutti: chiese vuote, conventi che scompaiono, poche vocazioni, confessionali abbandonati, ignoranza delle verità della fede. Di fronte a questa situazione, osserva il vescovo olandese, la domanda decisiva dovrebbe essere: «Come possiamo riconquistare il mondo a Cristo?» Invece molta energia viene dedicata a strutture, partecipazione, inclusività, ruolo delle donne e processi decisionali: «Una casa in fiamme ha priorità diverse dalle questioni di amministrazione domestica».

Le grandi riforme della Chiesa, ricorda mons. Mutsaerts, non sono nate anzitutto da nuove strutture, ma dai santi: Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Teresa d’Avila, Carlo Borromeo, Giovanni Bosco. «Una parrocchia con un santo parroco ha più futuro di una diocesi con venti gruppi di lavoro sulla sinodalità». Anche la crisi liturgica rivela che il problema fondamentale non è amministrativo, ma religioso: quando si perde il senso del sacrificio della Messa, del sacro, della confessione e dell’adorazione eucaristica, «la Chiesa non ha un problema di governo. Ha un problema di fede».

Mons. Mutsaerts propone infine l’episodio dei discepoli di Emmaus come immagine dell’autentica sinodalità. Cristo cammina con i discepoli, li ascolta e permette loro di esprimere le proprie delusioni; ma poi non conferma la loro interpretazione: la corregge, spiegando loro le Scritture. E i discepoli non rimangono a Emmaus a discutere indefinitamente della loro esperienza: si alzano, tornano a Gerusalemme e annunciano Cristo. «Il processo sinodale è rimasto a Emmaus», afferma mons. Mutsaerts.

Da qui l’appello conclusivo a Leone XIV: «Ci dia chiarezza». Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che rifletta lo spirito del tempo, ma di una Chiesa missionaria che annunci Cristo. Quando tutti i sinodi saranno conclusi e tutti i documenti dimenticati, resterà una sola domanda: «Abbiamo condotto le persone affidate alle nostre cure più vicino a Gesù Cristo?»






castighi di Dio secondo sant’Agostino





Chiesa cattolica | CR 1965



di Cristina Siccardi, 26 agosto 2026

Uno studio pubblicato su Nature, una delle più prestigiose e importanti riviste scientifiche a livello internazionale, pubblicata fin dal 4 novembre 1869, rivela che tra la fine del 1341 e il 1343 l’Europa venne colpita da sedici devastanti inondazioni consecutive, una sequenza mai documentata prima e che rappresenta il più alto numero di eventi meteorologici catastrofici degli ultimi 700 anni.

Il nero secolo XIV è passato alla storia come uno dei periodi più difficili del Medioevo europeo, segnato da una crisi sistemica che colpì demografia, economia e istituzioni, crisi causata da una serie di fattori concomitanti. Iniziamo con la grande carestia del biennio 1315-1317, dovuta ad un drastico cambiamento climatico, noto come «Piccola era glaciale», con piogge incessanti, che colpirono i raccolti agricoli, tanto che milioni di persone morirono di fame in tutta l’Europa del Nord; tale abnorme carestia indebolì anche le difese immunitarie delle persone. Fra il 1347 e il 1352 il batterio Yersinia pestis arrivò dall’Asia tramite le rotte commerciali dei mercanti genovesi, provocando così la terribile Peste nera che uccise circa un terzo della popolazione del continente, ovvero 20/25 milioni di persone. Interi villaggi scomparvero, provocando il crollo della manodopera e il panico collettivo.

Il 1300 fu protagonista temporale anche della Guerra dei Cento Anni (1337-1453), che si sviluppò in una serie di scontri bellici devastanti fra la corona inglese e quella francese. Le campagne vennero sistematicamente devastate dalle cosiddette «compagnie di ventura» e il costo dei conflitti provocò una pressione fiscale pesantissima sui contadini. Tutti questi fenomeni naturali e politico-militari provocarono rivolte sociali ed una crisi economica di proporzioni enormi.

Allo stesso tempo la Chiesa visse una stagione di profonda crisi, dettata in particolare dalla cattività avignonese, fra il 1309 e il 1377, quando il papato trasferì la sua sede ad Avignone, sotto l’influenza del Re di Francia, e dal grande scisma d’Occidente, che si consumò fra il 1378 e il 1417, quando la Chiesa si divise a tal punto da avere contemporaneamente due Pontefici, arrivando fino ad averne addirittura tre, ciò portò in pratica ad una vera e propria distruzione romana dell’autorità spirituale.

Come non vedere in tutti questi fenomeni i castighi di Dio?

Allora, come non vedere oggi, così come abbiamo iniziato a fare nello scorso numero di «Corrispondenza Romana», in tutte le anomalie, le contraddizioni, i rivolgimenti, compresi i cambiamenti climatici, la mano della Giustizia divina che risponde a tutti i peccati mortali (compreso l’aborto su vasta scala), alla corruzione neopagana degli usi e dei costumi, alla crisi attuale nella Chiesa, che si manifesta attraverso errori-inganni-omissioni, comprese le profanazioni, le dissacrazioni e gli abusi liturgici?

Per chi ha fede è un ovvio che Dio reagisca, come sempre è avvenuto, a partire dalla punizione inflitta ad Adamo ed Eva che, per usare un gergo molto popolare, ma altrettanto efficace, «se la sono cercata»; come è avvenuto a Sodoma e Gomorra, come è avvenuto con l’alluvione universale, come è avvenuto nel 70 d.C. con la distruzione del tempio di Gerusalemme, che non è mai più stato riedificato e come è avvenuto nel Trecento e in molte altre epoche storiche. L’uomo che volta le spalle a Dio non può, per Giustizia, rimanere impunito, come non rimane impunito chi si è macchiato di gravi colpe su questa terra e la giustizia umana opera attraverso i suoi tribunali. Tuttavia, i tribunali umani possono fallire nelle loro sentenze, non così il Tribunale perfetto dell’Onnipotente.

Il 28 agosto faremo memoria liturgica del Dottore della Chiesa sant’Agostino, Doctor Gratiae, il maggiore rappresentante della patristica occidentale, ebbene, è interessante ricordare la sua posizione circa la tematica che stiamo affrontando.

Per il Padre della Chiesa i castighi non sono atti di crudeltà arbitraria o di cieca vendetta, ma pura espressione della Sua Perfetta Giustizia, che si collega ad una profonda Misericordia. Il dolore personale e le sofferenze del mondo, come pandemie, guerre, carestie, terremoti… trovano la loro spiegazione e giustificazione all’interno dell’ordine cosmico e del Piano della Salvezza Universale della Santissima Trinità.

Così spiega sant’Agostino con la sua straordinaria modulazione stilistica e la sua genialità concettuale, unita alla profondità spirituale, tutta e solo agostiniana: «L’allegrezza del mondo è la cattiveria impunita. Gli uomini si abbandonino pure alla lussuria, siano adùlteri, vadano dietro alle frivolezze, si riempiano di vino, si disonorino turpemente, senza che soffrano nulla di male; eccovi davanti l’allegrezza del mondo. […] Ma il pensiero di Dio è diverso dal pensiero dell’uomo. Altro è il progetto di Dio, altro quello dell’uomo. È disegno di grande misericordia non lasciare impunita la malizia e, per non essere costretto a condannare all’inferno alla fine, ora si degna di punire con la sferza.

Non vuoi conoscere che grande punizione sia l’assenza di punizione, non però per il giusto, ma per il peccatore, al quale è riservata la pena temporale perché non gli sopraggiunga quella eterna? Vuoi allora sapere che grande punizione sia l’assenza di punizione? Chiedi al Salmo: Il peccatore ha acceso di sdegno il Signore. […] Vedete di capire, fratelli cristiani, la misericordia di Dio. Quando punisce il mondo, non vuole condannare il mondo. Per l’eccesso della sua ira, non lo ricerca. Per questo, perché assai adirato, il Signore non lo ricerca. Tremenda la sua ira. Nel perdonare castiga duramente, ma è secondo giustizia la punizione severa. La severità è infatti quasi spietata verità. Se, pertanto, talora unisce al perdono un duro castigo, è un bene per noi che soccorra facendoci espiare. Eppure, se consideriamo le azioni del genere umano, che cosa soffriamo? Non ci ha trattati secondo i nostri peccati. Siamo figli infatti. Che prove ne abbiamo? Il Figlio Unigenito morto per noi per non rimanere l’unico. L’Unico che morì non volle essere il solo. L’unico Figlio di Dio fece molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il proprio sangue; apprezzò, egli riprovato; riscattò, egli venduto; onorò, egli vituperato; rivitalizzò, egli ucciso. Dubiti che ti darà i suoi beni egli che si è degnato di assumere i tuoi mali? Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; rallegratevi cioè nella verità, non nella falsità; rallegratevi nella speranza dell’eternità, non nel bagliore della vanità» (Discorso 171, Dalle parole dell’Apostolo, Fil 4, 4-6, «Rallegratevi sempre nel Signore»).

Secondo sant’Agostino e, dunque, secondo la Chiesa bimillenaria, il castigo non è intrinseco alla natura umana originaria, creata buona da Dio, ma è la conseguenza necessaria del peccato e del libero arbitrio che si è allontanata e continua, purtroppo, fino alla fine dei tempi, ad allontanarsi dal Bene Sommo. La pena inflitta al peccatore è perciò l’esito giusto della sua colpa. «Dio è bene: non c’è bene per chi lo abbandona. E fra le realtà che sono state fatte da Dio, la natura razionale è un bene tanto grande, che nessun bene può farla felice all’infuori di Dio. I peccatori sono dunque ordinati nei castighi, ordinamento che non compete alla loro natura, e per questo è una pena; compete piuttosto alla loro colpa, e per questo è una giustizia» (La natura del bene, § 7).

Il Vescovo d’Ippona, che ragionò con mera fedeltà cattolica – purtroppo, dopo il pastorale Concilio Vaticano II, attualmente molti pastori non ragionano più cattolicamente, ma laicamente, in maniera protestantizzante – introduce all’ineludibile tema luciferino: «Effettivamente non è ingiusto che, nel momento in cui i malvagi ricevono il potere di nuocere, la pazienza dei buoni venga messa alla prova e nello stesso tempo l’iniquità dei cattivi venga punita. Infatti, attraverso il potere concesso al diavolo, Giobbe fu messo alla prova perché risultasse la sua giustizia, Pietro fu tentato perché non presumesse di sé, Paolo fu colpito perché non s’inorgoglisse, Giuda fu condannato perché s’impiccasse. Mentre dunque Dio stesso ha fatto tutte queste cose secondo giustizia per mezzo del potere concesso al diavolo, a quello sarà inflitto un castigo finale non certo in ragione di tali atti compiuti secondo giustizia, ma in ragione della sua iniqua volontà di nuocere, quando si dirà agli empi che hanno perseverato nell’acconsentire alla sua perfidia: Andate nel fuoco eterno che il Padre mio ha preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Gli stessi angeli cattivi, poi, non sono stati costituiti come tali da Dio, ma peccando sono diventati cattivi; così Pietro ne parla nella sua lettera: Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò nel carcere tenebroso dell’inferno, serbandoli per il giudizio» (Ibidem, §§ 32- 33).

Dopo molto preciso e cristallino sapiente disquisire, sant’Agostino giunge alle sue formule tanto lapidarie quanto convincenti, che illuminano la mente e accarezzano il cuore: «[…] il peccato o iniquità non consiste nel desiderio di nature cattive, ma nel rifiuto di quelle migliori» (Ibidem, § 34).

Come non tornare a pensare cattolicamente, in un tempo come il nostro, così massacrato di incertezze e confusioni, così meschino, così cinico e irragionevole nel suo “buonismo” lassista, così assente nella vera pietas cristiana e così castigato per essersi allontanato pervicacemente dalle leggi del Creatore?

Le lezioni di sant’Agostino, sommo teologo e sommo Pastore di anime lungo i secoli, arrivano spesso a commuoverci e a rubarci l’anima, come in questo caso, quando esalta il mandato sacerdotale: «Quant’è grande la tua pazienza, o Signore misericordioso e compassionevole, longanime e ricco di misericordia, e veritiero! Tu fai sorgere il sole sopra i buoni e i cattivi, fai piovere sopra i giusti e gli ingiusti; tu non vuoi la morte del peccatore, ma che egli ritorni e viva; tu castighi poco alla volta e offri l’occasione di far penitenza, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore; tu guidi pazientemente alla penitenza, nonostante che molti, secondo la durezza del loro cuore, un cuore impenitente, accumulino collera su di sé per il giorno della collera e della rivelazione del tuo giusto giudizio, tu che rendi a ciascuno secondo le sue opere; tu che dimenticherai tutte le sue iniquità nel giorno in cui l’uomo si sarà convertito dalla sua cattiveria alla tua misericordia e verità: concedici e donaci che per mezzo del nostro ministero, tramite il quale hai voluto far riprovare quest’errore abominevole e davvero spaventoso, così come molti sono stati liberati, anche altri vengano liberati e meritino di ricevere nel dolore della penitenza, grazie al sacrificio del santo battesimo come pure al sacrificio di uno spirito contrito e di un cuore affranto e umiliato, la remissione dei peccati e delle loro bestemmie, con le quali ti hanno offeso per ignoranza. Hanno tanto valore la misericordia che sopravanza tutto, la tua autorità e la verità del tuo Battesimo, e le chiavi del regno dei cieli nella tua santa Chiesa!

Perciò non bisogna disperare nemmeno di coloro i quali, finché vivono su questa terra grazie alla tua pazienza, pur sapendo quanto sia male intendere o dire di te tali cose, sono trattenuti in quella perfida professione per una qualche abitudine o ricerca di un vantaggio temporale e terreno, se, almeno pungolati dai tuoi rimproveri, si rifugiano presso la tua ineffabile bontà, anteponendo a tutte le lusinghe della vita carnale la vita celeste ed eterna» (Ibidem, § 48).

Nostro Signore, come ci spiega sant’Agostino, castiga poco alla volta, guida pazientemente alla penitenza, pungola con i Suoi rimproveri di Padre. Ogni padre terreno che permette il cattivo comportamento del proprio figlio, senza rimproveri e giuste conseguenze delle sue malefatte, è un pessimo padre, che non vuole il bene per lui. Il Padre che è nei Cieli vuole esclusivamente il meglio per i propri figli, con una proiezione non fugace, ma di eterna beatitudine.

I santi ringraziano letteralmente Dio per le prove, le tribolazioni, i dolori terreni, considerati non crudeltà, ma strumenti di purificazione per la salvezza eterna. Oltre l’immenso filosofo e teologo sant’Agostino, possiamo ricordare in questo senso anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Pio da Pietrelcina fino ad arrivare all’ugandese santa Giuseppina Bakhita, chiamata «apostola della gratitudine», che sperimentò la schiavitù e atroci sofferenze, che provò realmente la Grazia nella disgrazia, e di quella Grazia ne ha fatto un inno, che la Chiesa, elevandola all’onore degli altari, tramanda a tutte le generazioni attraverso la sua coraggiosa e appassionata testimonianza: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani…».






mercoledì 26 agosto 2026

La resistenza dei pochi per il ritorno dell’Essere, della Verità e dell’ordine




Le nostre interviste




Attraverso la ragione, la tecnica e il dominio sulla realtà, l’essere umano ha cercato di affermare nei secoli la propria indipendenza. Oggi si parla di crisi della modernità ed emergono domande profonde sul senso della libertà, della verità e del destino umano. Da Cartesio all’Illuminismo, dalla critica di Nietzsche alle sfide della postmodernità, l’Occidente ha rivoluzionato il modo di concepire l’uomo e il suo rapporto con il mondo. Abbiamo posto alcune domande a don Samuele Cecotti, vicepresidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, che ha organizzato su questo tema una Summer School tenutasi dal 23 al 26 luglio 2026 a Castellammare di Stabia interrogandosi non solo sulla fine di un’epoca, ma anche sulle condizioni di un nuovo inizio.

Don Samuele, nella sua relazione lei parla di “tramonto della modernità”. Quali sono i segni più evidenti della crisi della cultura moderna nel nostro tempo?

Direi che il segno più evidente è la crisi dello Stato, ovvero della modernità politica di cui lo Stato è il prodotto principale e l’idea assiale del sistema. Lo Stato Sovrano – il Leviatano di Hobbes – nasce con la modernità e muore con la morte della modernità. Ovviamente la crisi della modernità politica e tutt’uno con la crisi della modernità filosofica ovvero con il fallimento dei grandi sistemi filosofici – razionalismo, idealismo, positivismo, marxismo, etc. – e ideologici della modernità.

Oggi, ad esempio, si parla sempre più apertamente di fallimento del liberalismo (Why Liberalism Failed è il titolo di un importante scritto del professor Patrick Deneen pubblicato nel 2018), ovvero dell’ideologia figlia dell’illuminismo che ha dominato gli ultimi secoli di modernità occidentale, e anche questo è un segno evidente del tramonto della modernità.

Possiamo dire che la modernità abbia avuto origine da un progressivo spostamento dal primato della realtà al primato del soggetto, a partire da Cartesio? Quali conseguenze ha prodotto questo cambiamento nel modo di concepire l’uomo e la conoscenza?

Esatto. La modernità filosofica è il primato del soggetto sull’oggetto, del soggettivo sull’oggettivo. La Realtà o non esiste o non è conoscibile in se stessa, tutto è ricondotto alla coscienza del soggetto, tutto è assorbito nel soggetto, tutto diviene un prodotto di coscienza del soggetto. Padre Cornelio Fabro nel suo capolavoro Introduzione all’ateismo moderno parla di principio di immanenza e rivela la natura intrinsecamente atea della modernità, di tutta la modernità. Se la Realtà non è attingibile e tutto è “del soggetto” allora l’io si fa Dio perché Dio (e il mondo) altro non sarà che un prodotto della coscienza del soggetto.

La modernità è la morte della metafisica ovvero della conoscenza speculativa dell’essere, la modernità non può concepire un essere oggettivo esterno al pensiero e conoscibile con verità. L’essere (e l’Essere) è il negato dalla modernità, la quale può pensare l’essere solo come idea ovvero come prodotto di pensiero. Dio stesso, l’Essere per Essenza, dalla modernità, quando non esplicitamente negato, è ridotto a “idea di Dio” ovvero a prodotto di coscienza del soggetto.

Diventa, inoltre, impossibile ragionare di ordine naturale, di legge/diritto naturale, di teleologia del creato per la semplice ragione che non è ammessa alcuna Realtà oggettiva conosciuta/conoscibile.

L’Illuminismo ha esaltato la ragione come strumento di emancipazione dell’uomo. Qual è la differenza tra una ragione aperta alla verità e una ragione che pretende di essere l’unica misura della realtà?


L’illuminismo ha esaltato la ragione, l’ha persino deificata (la Dea Ragione dei rivoluzionari) ma, in verità, l’illuminismo, come già prima il razionalismo, ha menomato la ragione, l’ha umiliata e pervertita. La razionalità è differenza specifica nell’uomo ovvero è ciò che fa uomo l’uomo “animale razionale”. Ma la ragione che fa uomo l’uomo è propriamente la ragione speculativa ovvero la capacità intellettiva dell’uomo di conoscere la verità, di attingere all’essere del Reale, di raggiungere conoscitivamente l’Essere trascendente partendo dalla conoscenza degli enti sensibili. Proprio questa ragione speculativa, teoretica, metafisica è negata dall’illuminismo (dal razionalismo prima e da tutta la modernità in genere).

La ragione illuminista è la ragione calcolante, è la ragione che non conosce più la verità dell’essere ma si fa essa stessa verità e criterio. La ragione dell’uomo diviene cieca proprio quando si esalta come illuminata perché la ragione è fatta per conoscere la verità dell’essere che invece la modernità rifiuta.

L’emancipazione di cui l’illuminismo si è fatto promotore è l’emancipazione dell’uomo dalla Realtà, l’emancipazione dell’uomo dalla verità, l’emancipazione dell’uomo dall’essere. Si è trattato di un potente moto nichilistico in cui la prima vittima è stata proprio la ragione ridotta a facoltà calcolante e privata della sua naturale finalità metafisica.

Il pensiero classico riconosce alla ragione un compito essenziale: quello di conoscere l’ordine delle cose, la natura delle cose e di ordinare l’agire secondo la verità conosciuta. La ragione fa uomo l’uomo e deve guidarne la vita, come facoltà conoscitiva ordinata alla verità non come principio soggettivo “creatore” di senso. Il criterio è la verità oggettiva inscritta nell’essere del Reale. La ragione illuminista, invece, si vuole essa stessa come criterio e misura negando con ciò il primato dell’Essere, del Reale, della Verità.

L’illuminismo ha generato la morte della ragione e ha inaugurato l’epoca più irrazionale della storia dell’umanità, proprio mentre esaltava la ragione.

La tradizione filosofica classica, in particolare Aristotele e san Tommaso d’Aquino, considera l’uomo inserito in un ordine della realtà. Che cosa si è perso nella cultura moderna con l’abbandono di questa visione?


Come già accennavo, la perdita del realismo gnoseologico-metafisico classico-cristiano ha comportato la perdita della verità: la verità è adaequatio intellectus ad rem ma se non vi è nessuna Realtà oggettiva conoscibile a cui l’intelletto possa/debba adeguarsi, la verità sarà semplicemente impossibile!

Ha portato l’eclissi dell’essere con la spirale nichilistica caratteristica dell’Occidente moderno. Ha portato alla perdita dell’ordine naturale che, non più riconosciuto, è sostituito dall’ordinamento artificiale della volontà soggettiva, sia essa quella dell’individuo autodeterminantesi o quella dello Stato sovrano.

Il pensiero classico-cristiano considera la Realtà come Ordine ovvero dentro una causalità intelligente e una teleologia data. La natura non è solo condizione fattuale, ma è essenza normativa in quanto espressione di un ordine divino. L’universo è cosmo ordinato e bello perché da Dio creato nel Logos. L’essere umano, dunque, non solo abita un cosmo ordinato ma lui stesso è realtà ordinata, la natura umana è criterio e norma dell’agire dell’uomo.

Tutta la realtà è ordinata e la ragione dell’uomo è fatta per conoscere tale ordine e ricavarne le norme morali-giuridiche-politiche. Da qui il concetto classico di diritto/legge naturale come ordine giuridico inscritto nella Realtà, nella natura che la ragione umana deve conoscere.

La modernità, negando tutto ciò, lascia l’uomo in un mondo senza senso che non è più realtà ordinata ma frutto caotico del caso. L’uomo non ha più nella natura razionalmente indagata e conosciuta il criterio, non esiste più un criterio oggettivo, reale, razionale. L’uomo moderno è in balia della soggettività propria e altrui in un mondo senza senso.

La libertà moderna viene spesso intesa come autonomia assoluta dell’individuo. Come è possibile oggi recuperare un rapporto armonico tra libertà, verità e bene?

La libertà moderna è, come scrive il professor Danilo Castellano, la libertà negativa cioè la libertà con il solo criterio della libertà ovvero senza alcun criterio. Per la modernità la libertà è un assoluto, causa e fine di sé medesima, è autodeterminazione assoluta. Una simile libertà, oltre che generatrice di devastanti conseguenze morali, sociali, giuridiche e politiche, è semplicemente impossibile. È una menzogna!

La libertà umana è libertà creaturale ovvero, per definizione, non-assoluta, limitata e relativa. L’essere umano è libero perché è “padrone dei propri atti”, è compos sui ovvero dispone di sé. È libero di fare o non fare, di fare il bene e di fare il male. Ma non è libero di cambiare il bene in male e viceversa. Così come non è libero di mutare la propria natura, la natura degli atti che compie o delle realtà che lo circondano. La Realtà, la verità dell’essere oggettivo, precede sempre la libertà dell’uomo.

Proprio perché libero, l’uomo è moralmente e giuridicamente responsabile. L’imputabilità penale, ad esempio, presuppone proprio la libertà dell’uomo. Se l’uomo non fosse libero non sarebbe imputabile, non sarebbe responsabile (giuridicamente e moralmente) dei propri atti.

Proprio perché è libero, l’uomo se fa il male può e deve essere punito. Il bene e il male, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto sono oggettivi, non dipendono dalla libertà umana, sono anzi il criterio d’esercizio della libertà umana.

La libertà è modernamente intesa, invece, come potere di decidere soggettivamente cosa sia bene e cosa sia male, cosa sia vero e cosa sia falso, cosa sia giusto e cosa ingiusto. È la follia del soggettivismo moderno!

Come recuperare un rapporto armonico tra libertà, verità e bene? Abbandonando il soggettivismo moderno e ritornando al realismo gnoseologico-metafisico con il suo intrinseco primato dell’oggettivo, del reale, della natura, dell’essere. Recuperare l’antropologia classico-cristiana, la teologia cattolica sul libero arbitrio, la comprensione creaturale della libertà umana.

La filosofia di Nietzsche ha messo in discussione i fondamenti della cultura occidentale annunciando la “morte di Dio”. Quali conseguenze ha avuto questa frattura sul modo contemporaneo di comprendere l’uomo e i valori?

In verità i fondamenti della cultura occidentale (intesa come classico-cristiana) sono stati messi in discussione ben prima di Nietzsche, almeno dal razionalismo di Cartesio in poi ma, a ben vedere, ancor prima, da Lutero e forse già dalla crisi della Scolastica medievale. La civiltà occidentale è da molti secoli che sta morendo, ferita a morte da se stessa!

Nietzsche ha compiuto un’opera di disvelamento, ha indicato il cadavere, ha gridato una morte. Nietzsche in fondo è interessante da leggere proprio per questo, perché dice con folle eccitazione la macabra verità che nessuno aveva avuto il coraggio di vedere.

Se ci si ferma a Nietzsche l’unico esito logico è la pazzia del nichilista assoluto che si suicida o finisce in manicomio. Dal grido nietzscheano “Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini?” si può però uscire in tre modi diversissimi : 1) si può riconoscervi l’estremo esito della malattia moderna e, scortone con orrore l’abisso, si può intraprendere l’eroica opera di ricostruzione della civiltà classico-cristiana recuperando il realismo metafisico-gnoseologico, il teleologismo naturale, l’idea di cosmo, la teologia della creazione, il primato dell’essere, etc. Sarà il cammino del post-moderno anti-moderno che ricostruisce e restaura; 2) si può gioire luciferinamente del deicidio e farsi Dio, prendere il posto di Dio. È il superomismo prometeico e/o titanico della modernità trionfante, dei grandi sistemi atei, del regno della tecnica, del mito politico della Sovranità, della pretesa irreale dell’autodeterminazione assoluta, è l’ideologia liberal-radicale, è oggi il transumanesimo. Sarà il cammino del post-moderno ultra-moderno che porta all’estremo la hybris della modernità; 3) si può, infine, fare spallucce, fare come nulla fosse con beota indifferenza e continuare a sopravvivere, a mangiare, a bere, a lavorare, a fare sesso, a ridere e piangere, a sposarsi e a divorziare, a distrarsi in mille modi con sport, viaggi, divertimenti e droghe, a comprare e consumare … per poi inevitabilmente morire. È il cammino senza senso del post-moderno edonista e agnostico: «Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà» (Lc 17, 26-30).

È indubbio che la quasi totalità degli occidentali odierni si possa riconoscere nel terzo tipo. Il secondo tipo, invece, purtroppo è quello che domina l’Occidente odierno. E il primo tipo? Sono i pochi coraggiosi anti-moderni, sono i tradizionalisti, i controrivoluzionari, coloro che resistono e lottano nella Chiesa e nel secolo per restaurare il primato dell’essere (Essere), dell’ordine, della verità (Verità), del logos (Logos).

La postmodernità ha criticato l’idea di verità universali e di grandi riferimenti comuni. Quali rischi comporta una società nella quale la verità viene considerata solo una costruzione soggettiva?

La post-modernità o modernità debole si segnala per il rifiuto dei grandi sistemi caratteristici della modernità. Già la modernità aveva cancellato la verità avendo negato il Reale. Il rifiuto moderno del realismo gnoseologico-metafisico è rifiuto della verità. La modernità cancella la verità ma la sostituisce con un suo surrogato: la “verità interna al sistema”. Una cosa non è più vera in sé, ma è vera in relazione al sistema entro cui viene affermata; la verità diviene così un prodotto del sistema. Anche la stessa “verità scientifica”, dalla filosofia moderna, non è epistemologicamente intesa in senso forte realista. La forza dei grandi sistemi di pensiero nella modernità ha così dato l’illusione che la verità ci fosse ancora. Con la modernità debole o post-modernità tutti i grandi sistemi di pensiero sono crollati o in crisi e dunque ci si è accorti che la verità non c’è più e non ci sono più riferimenti universali.

La modernità (forte) è vissuta dentro una menzogna, quella dei sistemi. La post-modernità si trova nuda e spaurita innanzi all’abisso che la modernità ha generato. Ora quell’abisso spaventa e turba.

La post-modernità porta in sé il rischio – direi la certezza – della dis-società ovvero della dissoluzione della società umana, del caos sistemico e dell’incomunicabilità. Senza la verità è impossibile riconoscere un senso alla vita umana, è impossibile trovare le ragioni del vivere assieme, è impossibile il dialogo, la cultura e la civiltà. Per un po’ i surrogati, le illusioni, gli artifici suppliscono e fanno sembrare archiviato il problema ma, prima o poi, al primo urto, crolla tutto.

Non si tratta, ovviamente, di riesumare i vecchi e morti sistemi della modernità (forte) ma di riscoprire la Realtà, riattingere all’essere, raggiungere la verità vera che altro non è che adaequatio intellectus ad rem.

Solo il ritorno al Reale ci può salvare dalla dis-società perché solo riedificando sul solido terreno dell’essere sarà possibile ritrovare l’ordine delle cose e la norma naturale del vivere umano.

Oggi la tecnica sembra avere un ruolo sempre più decisivo nel definire ciò che l’uomo può fare. Quali i rischi di una tecnica separata da un fondamento etico e antropologico?

Sul tema della tecnica è stato scritto moltissimo, è forse uno degli argomenti più dibattuti in epoca contemporanea, basti pensare alla lezione di Heidegger sul tema. Non è quindi, a mio avviso, possibile ridurre la questione al solo rapporto della tecnica con l’etica. Nella modernità, come ben illustra Eric Voegelin, la tecno-scienza è concepita dentro una prospettiva gnostica. La tecnica è potere per ri-fare il mondo, per sostituire la creazione di Dio con la creazione dell’homo faber. La tecnica, nell’Occidente moderno, si lega strettissimamente alla deriva nichilista.

Certamente vi sono grandi rischi nell’uso delle tecnologie senza un solido criterio etico, si pensi solamente alle tecnologie belliche o alle tecniche di manipolazione genetica o alla tecno-medicina. Ma, se possibile, la questione è ancor più grave: la tecnica nella modernità non è più arte ma potere, nudo potere nichilisticamente inteso perché concepito in assenza di un cosmo.

L’essere umano è sempre stato un essere “tecnico” ovvero ha sempre posseduto, sviluppato e trasmesso tecniche, saperi relativi alla lavorazione della materia. Ma l’uomo pre-moderno esercita il proprio essere fabbrile dentro un orizzonte ordinato di cui è parte, l’ordine naturale precede e fonda l’azione dell’uomo. Ecco allora che la tecnica è arte. Cristianamente poi questa azione trasformante dell’uomo sulla materia è intesa come partecipazione subordinata dell’uomo all’azione di Dio. L’uomo con il suo sapere tecnico-artistico collabora con Dio al disegno della Creazione.

La modernità, invece, concepisce la tecnica come potere. Non vi è più alcun ordine naturale, non vi è più alcun disegno di Dio, non vi è più arte, vi è solo il potere di fare. Tutto ciò che si ha il potere di fare lo si può fare, è nichilismo assoluto attuato per mezzo del potere dato dalla tecnica.

Superare la modernità significa rifiutare tutto ciò che essa ha prodotto oppure significa recuperare ciò che di positivo contiene, correggendo le sue derive?

Per rispondere a questa sua domanda è previamente necessario distinguere almeno tre modernità: 1) la modernità cronologica che non è buona o cattiva, semplicemente è … giorni, settimane, mesi, anni, decenni, secoli che in se stessi non sono altro che un fatto; 2) la modernità come progresso materiale che di per sé corrisponde alla dinamica naturale della storia umana; è naturale che una generazione erediti ciò che la precedente ha fatto/scoperto/costruito/inventato e vi aggiunga del proprio, quindi il progresso è una dinamica naturale della storia umana. Ciò non significa che non vi siano decadenze, salti, estinzioni di civiltà, etc… ma in linea generale è naturale che le generazioni procedano con un progresso nelle conoscenze, nelle tecniche, nello sviluppo materiale, etc. Dunque, in questo senso, la modernità è positiva. Nessuno di noi rinuncerebbe volentieri alla penicillina o al frigorifero, all’automobile o alla luce elettrica; 3) la modernità assiologica ovvero la modernità come filosofia, ideologie, sistemi politici, visioni del mondo, etc. Questa terza modernità è “la modernità” ed è ciò contro cui combatterono la Chiesa e molte grandi menti anti-moderne.

Queste tre modernità non si identificano affatto anche se sovente si sovrappongono e si intersecano. La modernità assiologica, ad esempio, non coincide affatto con la totalità del pensiero sviluppato nel corso della modernità cronologica, questo è un errore grossolano che molti fanno. Nei secoli della modernità cronologica, non solo continuò a vivere il pensiero classico-cristiano, anche con momenti di grande fioritura (si pensi alla Scolastica ispanica del ‘500 e ‘600 o al Neotomismo dell’800 e ‘900), ma sorsero veri e propri pensatori anti-moderni, scuole di pensiero in opposizione alla modernità assiologica. Papi come san Pio V, Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, san Pio X sono cronologicamente moderni eppure sono l’esempio massimo del Magistero anti-moderno. Guglielmo di Ockham cronologicamente è medievale ma assiologicamente è modernissimo, anzi può forse essere considerato la radice della modernità.

La modernità assiologica è la modernità di Lutero e Cartesio che giunge a Hegel e poi si liquefà nella post-modernità odierna, è la modernità come soggettivismo, come immanentismo, come anti-realismo, come oblio dell’essere, come dubbio sistematico, come radicale secolarizzazione, come nichilismo.

Di questa modernità non è possibile salvare nulla, è avvelenata e avvelenatrice sin dalle radici.

Rispondendo alla sua domanda dunque, ritengo che la modernità assiologica non sia correggibile e che nulla di positivo possa essere recuperato. Ritengo che si debba rifiutare la radice stessa della modernità per non ricadere negli stessi errori che ci hanno portato alla follia odierna.

Si potrà e si dovrà conservare tutto il positivo che c’è nella modernità come progresso, si potrà/dovrà conservare il molto che si è scoperto sul piano scientifico e il molto che si è fatto sul piano dello sviluppo materiale correggendone le storture. Ma sul piano assiologico nulla può essere concesso alla modernità, pena l’introdurre nuovamente un veleno mortale.

Quale contributo può offrire oggi il pensiero cristiano, e in particolare la Dottrina sociale della Chiesa, per affrontare la crisi culturale contemporanea?

Un contributo decisivo. Il pensiero cristiano ha ereditato e trasmesso quello classico. Nella grande riflessione filosofica cristiana vivono Parmenide e Platone, Aristotele e Plotino, la Stoà e il medioplatonismo, Seneca e Cicerone assunti e purificati nella luce di Cristo. E poi questa grande eredità è stata perfezionata dal genio speculativo di san Tommaso d’Aquino (e dagli altri grandi maestri della Scolastica medievale), vertice del pensiero metafisico occidentale.

Millenni di sapienza si condensano nel pensiero cristiano portando a sintesi la Divina Rivelazione con il genio della filosofia classica. Il contributo che il pensiero cristiano può dare all’uomo d’oggi è immenso, decisivo e a 360 gradi. A partire proprio dal realismo gnoseologico-metafisico e dal primato di Dio (dell’Essere) per poi ricostruire con ordine nella verità l’antropologia, l’etica, la politica, il diritto, l’economia.

Bisogna ripartire dai classici (cristiani) e bisogna ripartire dai fondamenti.

Venendo a politica, diritto, economia entriamo nel campo della DSC (Dottrina Sociale della Chiesa), ovvero di quella morale teologica che ha per oggetto la vita in società dell’uomo. Mai come in questa epoca di crisi (crisi dello Stato, ad es., o del liberalismo) la DSC può ambire a fornire i criteri per una ricostruzione della società. Invito tutti a leggere documenti fondamentali quali le encicliche del corpus leonino (non solo la Rerum novarum) oppure le encicliche di Pio XI Quadragesimo anno e Quas primas.

La DSC non è una mera esortazione morale, è invece una dottrina organica sulla vita in società ovvero sulla famiglia, sui corpi sociali, sulla res publica, sull’autorità, sulla legge e il diritto, sul lavoro, sulla proprietà, sull’educazione e la scuola, sui doveri pubblici verso la vera religione, sulla Regalità sociale di Cristo. Una dottrina con un impianto realista e un solido fondamento metafisico espresso nel giusnaturalismo classico. Diciamo pure che la DSC è profondamente tomista.

La DSC non disegna timide riforme ma una società radicalmente “altra”. La DSC è la ricetta per la ricostruzione della societas christiana.

Lei parla di “oltrepassamento” della modernità: quali sono le condizioni necessarie per ritrovare una visione fondata sulla verità, sulla realtà e sulla trascendenza?


Uscire, come prima cosa, dall’inganno del soggettivismo. Aprire occhi e intelligenza alla Realtà. Provare meraviglia, una meraviglia metafisica, meraviglia per l’essere. Lasciar parlare l’essere delle cose.

E poi dalla meraviglia far sorgere la speculazione, la teoresi. Indagare l’essere con amore, amore per l’essere, amore per il Reale.

La verità è questo, è l’umile adeguazione dell’intelletto alla realtà, all’essere delle cose. Questa umile sottomissione del soggetto pensante all’essere reale è l’inizio della vera filosofia, della metafisica ed è l’inizio della guarigione per l’uomo moderno. Dall’essere all’Essere è un attimo! L’intelligenza teoretica dell’uomo è naturalmente fatta per quest’impresa, per risalire dagli enti all’Essere per Sé sussistente.

Il teocentrismo è inevitabile per il realismo gnoseologico-metafisico.

La guarigione inizia dal ritorno al Reale – faccio volutamente allusione al meraviglioso scritto di Gustave Thibon intitolato proprio Ritorno al Reale – ma si nutre poi del ritrovato ordine morale-giuridico-politico naturale e della fede in Cristo che tutto deve informare.

La modernità sta morendo ma nulla ci assicura che ciò che verrà dopo sarà meglio. Si è aperto uno spazio di opportunità: sta a noi “giocare” la partita. Dopo la modernità potrà esserci qualcosa di peggio oppure la guarigione, il risorgere della civiltà classico-cristiana in forme ancora imprevedibili. Senza Cristo, però, non sarà possibile nessuna rinascita, neppure sul piano umano-naturale. Non ci si illuda di ipotetici umanesimi laici o di nuove classicità post-cristiane. O sarà Cristo a regnare in una nuova Cristianità dopo la modernità, oppure sarà il trionfo del disumano (transumano, postumano).

Quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani che vivono in una società segnata dall’incertezza culturale e dalla crisi dei grandi punti di riferimento?

Ai giovani – e anche ai meno giovani – dico di non sprecare la propria vita. Non siate come quelli del tempo di Noè e di Lot, non siate tra gli indifferenti, abbiate il coraggio di scelte radicali, controcorrente, consapevolmente anti-moderne. Rifiutate il veleno della modernità decadente che muore ma ancora uccide. Leggere autori come Etienne Gilson, Marcel De Corte, Gustave Thibon, Francisco Elis de Tejada, Nicolas Gomez Davila vi sarà di grande ispirazione.

Coltivate la meraviglia metafisica, quella meraviglia che genera filosofi, poeti e spiriti religiosi qualunque sia poi il vostro studio/lavoro; si può essere filosofi o poeti anche se contadini o falegnami, anzi meglio!

E non sentitevi soli anche se sarete tra i pochi a nuotare contro corrente, con voi ci sono millenni di civiltà. Amate quelle nobili radici, fatele vostre, leggete i classici e ancor più i cristiani.

I Padri della Chiesa e i Dottori medievali dovrebbero divenire per voi dei familiari e degli amici con cui confrontarsi e da cui imparare. Coltivate l’amore per la Civiltà Cristiana!

Non lasciatevi conformare dallo Zeitgeist, siate coraggiosamente “all’opposizione”. Ma soprattutto non siate moderati, non cercate il compromesso, non perseguite il quieto vivere, siate invece intransigenti ed esigenti prima di tutto con voi stessi. Cercate sempre il senso delle cose e se una cosa non ha senso non fatela. Cercate l’eccellenza in tutto ciò che fate perché ogni cosa che facciamo deve essere un capolavoro.

Anche se pochi, potete essere l’aurora di una nuova civiltà cristiana, coloro che avranno iniziato a gettare il seme. Non ci deve spaventare l’essere minoranza (anche molto piccola), ci deve terrorizzare, invece, l’essere tiepidi o sale che ha perso sapore, guai a noi!

Se decidete di sposarvi e fare famiglia fatelo con coraggio ed eroismo, sposatevi giovani, siate aperti alla vita e accogliete tutti i figli che il buon Dio vorrà donarvi, educate i vostri figli cristianamente sottraendoli all’indottrinamento della scuola di Stato, edificate il vostro piccolo regno domestico come un’oasi di civiltà cristiana.

Nella scelta degli studi, del lavoro o del luogo dove abitare non ragionate mettendo al primo posto le cose di questo mondo, piuttosto decidete dopo aver risposto a queste semplici domande: Cosa Dio mi chiede di fare? Qual è la mia missione nel mondo? Quali sono le condizioni (lavorative, abitative, etc.) che mi consentiranno di vivere in modo più ordinato e sereno, come Dio comanda, dando un senso a ciò che faccio? Forse il buon Dio vi sta chiedendo di lasciare le comodità della città e una vita borghese d’ufficio … magari per fare i contadini in montagna dove poter vivere con ritmi più umani e scanditi dalla natura… oppure vi sta chiedendo di vivere in città per fare il professore universitario e dedicarvi all’ apostolato intellettuale e alla battaglia culturale.

La Chiesa, lo sappiamo bene, vive oggi una crisi senza precedenti, è la stessa crisi della modernità che l’ha contagiata. Cosa fare dunque per la vita di fede?

Ai giovani – e ai meno giovani – dico: aggrappatevi con le unghie e coi denti, con tutto voi stessi alla Tradizione, non correte dietro alle novità! Nutrite la vostra fede con la Liturgia tradizionale – ad es. andando alla Messa in Rito Romano Antico – e con gli insegnamenti dottrinali e spirituali di sempre: il buon vecchio Catechismo di san Pio X, gli scritti dei Santi e i testi classici della spiritualità. Il canto gregoriano, ad esempio, se vissuto come preghiera può essere una grande palestra di spiritualità. Ma anche, semplicemente, vivere in mezzo alla natura contemplando ogni giorno la bellezza della Creazione.

Fate scelte che vi consentano di vivere da uomini veri rivolti a Dio e non da ingranaggi del sistema.

Se vorrete impegnarvi socialmente-politicamente fatelo, c’è tanto bisogno. Ma fatelo da anti-moderni, da controrivoluzionari, da restauratori della civiltà cristiana. Fatelo avendo come faro la DSC e le migliori scuole politiche cattoliche: il pensiero di Giuseppe Toniolo, il carlismo ispanico, il distributismo inglese.

Fatelo fuori dal coro del politicamente corretto e con coraggio. Siate dei ricostruttori di civiltà!