martedì 15 settembre 2026

Vescovi Ue contro lo sbattezzo, è in gioco la libertà della Chiesa



Dalla Commissione degli Episcopati dei Paesi europei un deciso e argomentato no alla modifica dei registri battesimali, in vista del pronunciamento della Corte europea sulla richiesta di cancellazione avanzata da un cittadino belga. La questione tocca i rapporti tra politica e religione e smaschera l'equivoco della presunta neutralità statale.

Il caso

Ecclesia


Stefano Fontana, 15-09-2026

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) emetterà prossimamente una sentenza su un caso particolare di richiesta di “sbattezzo”. Un cittadino belga chiede che il suo nome sia cancellato dai registri ecclesiastici dei battesimi dato che non vuole più far parte della Chiesa cattolica. La diocesi fa ricorso all’autorità belga e l’iter poi giunge in Europa. Attualmente le legislazioni nazionali prevedono che ciò non sia possibile, stabilendo sì l’obbligo ecclesiastico di segnare nel registro la nuova volontà espressa ma senza cancellare il nome.

Da una delle due parti questa misura è considerata insufficiente e impropria in quanto non rispettosa della libertà di coscienza e lesiva dei diritti stabiliti dal Regolamento generale sulla protezione dei dati personali. Ed è presumibilmente proprio sulla base di quest’ultimo che la Corte europea si pronuncerà.
Ha fatto bene la Commissione degli Episcopati dei Paesi aderenti all’Unione Europea (Comece) a presentare in un documento legale le argomentazioni dal punto di vista della Chiesa cattolica contro la modifica dei registri battesimali.

La questione è giuridica ma prima ancora politica, dato che riguarda la relazione tra politica e religione, tra Stato e Chiesa, tra diritto civile e diritto canonico. Da qui la sua importanza che va ben oltre il caso in questione. Essa investe in modo particolare la libertà di religione che, come sappiamo, oggi viene accettata anche dalla Chiesa e non solo dallo Stato liberale. La intendono però nello stesso senso? Un piccolo caso può riuscire a destabilizzare una concordanza che erroneamente oggi si ritiene totalmente acquisita e rimescolare le carte su un tema piuttosto vischioso.

Tutti gli Stati europei di oggi, e con essi la stessa UE, dicono di essere neutri in materia religiosa, con ciò dichiarando la loro incompetenza in questo campo. Questa neutralità viene esercitata in due modi diversi: o tenendo tutte le religioni fuori dallo spazio pubblico, oppure concedendo a tutte le religioni di avere una propria presenza identitaria nello spazio pubblico. Tutti vedono che in ambedue i casi la chiamano neutralità ma tale non è. Lo Stato, in ambedue le soluzioni, regolamenta la religione, interviene dall’alto e dal di fuori su di essa, stabilisce il suo posto, la obbliga a fare o a non fare, e non la riconosce. Non la riconosce o perché le vieta di esistere nella pubblica piazza, o perché la considera alla stregua di tutte le altre, priva di un volto e di una dignità propria ed unica. Queste due interpretazioni della libertà di religione non rendono la religione veramente libera, pur riconoscendo la libertà individuale di aderire volontariamente ad una o all’altra.

La libertà di religione non vuol dire la stessa cosa della libertà della religione. Lo Stato si concepisce in ambedue i casi visti sopra come superiore alla religione, la sua neutralità è a tutti gli effetti una sovranità. La Chiesa cattolica ha la propria dottrina, e uno dei suoi elementi è che il battesimo è un sacramento indelebile, è porta per altri sacramenti e incorporazione non nominale ma essenziale al Corpo della Chiesa. C’è stato, c’è e ci sarà sempre e la presenza del nome del battezzato sta ad indicare proprio questo. Ma lo Stato della neutralità sovrana è completamente incompetente su questi punti di dottrina religiosa e quindi potrà, appellandosi sovranamente ad una o all’altra delle leggi che esso ha promulgato secondo la medesima sovranità, negarne il valore.

Certamente, se esso – lo Stato – si appellasse non alle sue leggi positive prive di fondamento che non sia la sua sovranità posta e imposta, ma al “bene comune” le cose cambierebbero, perché allora le religioni acquisterebbero un volto e quello della religione cattolica risplenderebbe al punto da far sì che lo Stato rinunci alla propria neutralità. Ma lo Stato liberale, se rimane tale, non può arrivare a tanto. Per questo è lecito presumere che la sentenza, prevista per il mese di ottobre, sanzionerà la cancellazione dai registri battesimali, e se non sarà questa volta sarà la prossima, perché le premesse portano lì.

Del resto, se la Chiesa cattolica si limita a fondare le proprie prerogative solo su una libertà di religione molto vicina a quella dello Stato liberale stesso, senza rivendicare un proprio volto unico e vero nella pubblica piazza, non potrà pretendere di essere considerata in modo diverso dalle altre. Se essa chiede il rispetto del proprio battesimo così come chiede il rispetto del diritto familiare islamico, finisce per non avere titolo ad essere riconosciuta col suo volto specifico e non con i pregiudizi dello Stato sovrano.

Uno di questi pregiudizi è quello della libertà di coscienza. Ed infatti nei casi di “sbattezzo” uno dei criteri valutativi della politica, oltre a quello della protezione dei dati personali, è la libertà di coscienza. Libero allora di farsi battezzare, libero ora di farsi “sbattezzare”. Lo Stato liberale moderno ragiona così, perché come è vuota la sua sovranità, così per esso è vuota la libertà di coscienza. Questo Stato non può nemmeno pensare che nella vita religiosa esista qualcosa di oggettivo, trascendente, ontologico, eternamente valido, incancellabile come è il carattere battesimale per la religione cattolica, e che questo qualcosa vada difeso dalla politica perché ha anche un valore pubblico. Ai suoi occhi sarebbe una limitazione alla libertà di coscienza, che per esso è libera solo se è vuota e riempibile ora di questo (il battesimo) ora del contrario (lo “sbattezzo”).




lunedì 14 settembre 2026

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

 





Questa festa nacque a Gerusalemme, nell’anniversario della dedicazione, avvenuta il 14 settembre 335, delle due basiliche fatte edificare da Costantino, l’una sul Golgota (ad Martyrium), l’altra presso il santo Sepolcro (Anastasis), anche a seguito del ritrovamento delle reliquie della croce da parte di Sant'Elena, madre dell’imperatore. 

La croce, già strumento del più terribile fra i supplizi, che Costantino nel 320 proibì di usare, per il cristiano è l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della Nuova Alleanza: dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la CHIESA.

La CROCE è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria (cf. Rm 6, 5).





Come cambiare la dottrina senza dirlo (terza parte)




La legge senza regolamento – 

[3 di 3 – fine]



Di Andrea Mondinelli, 14 set 2026

Dove eravamo rimasti

Le prime due puntate [QUI e QUI] hanno provato la crisi: la sua forma, la legge senza regolamento; la sua ricomparsa su cinque piani della dottrina; la sua radice nella redenzione predicata senza il suo confine; e la sua figura in atto in un processo ecclesiale che ha un calendario e si dispiega adesso. Provata la crisi, ci si aspetterebbe, in questa terza puntata, la via d’uscita. Non la si troverà, e non per reticenza mia: la si troverà chiusa. Ciò che la dimostrazione conduce a vedere, arrivati fin qui, non è una porta, ma un muro; e l’onestà chiede di dirlo. Mostrerò che siamo in un vicolo cieco: un problema reale, verificato sui documenti, per cui non esiste, sul piano umano ordinario, una via che non costi la negazione di un fatto o di una verità di fede. Poi indicherò l’unica chiave che potrebbe aprirlo, che non è in mano nostra; e, alla fine, che cosa oltre quella porta resti davvero in gioco.

Il dilemma che non ammette vie di mezzo

Si giunge al cuore logico della questione. Molti ammettono che nella Chiesa vi sia una crisi, e che essa sia evidente a tutti; è una concessione di peso, e sincera. Ma dopo averla fatta, trattano l’emergenza come se fosse ordinaria amministrazione, applicano le norme come in tempo di pace, e giudicano la situazione, in fondo, gestibile con gli strumenti di sempre. Il dilemma non ha terza uscita. O la crisi non è grave, e allora il diritto si applica come in tempo di pace, ma allora non la si dichiari evidente; oppure la crisi è grave, e allora il diritto va letto dentro la crisi, secondo la gerarchia dei fini che il diritto stesso proclama, con la salvezza delle anime al vertice, e allora la si deve riconoscere per ciò che è, e non trattare come normalità. Ammettere la gravità a parole e applicare la normalità nella sentenza non è una posizione equilibrata: è la contraddizione elevata a metodo. Il rilievo è logico, non morale: chi ha detto «evidente» ha già concesso la premessa; gli resta soltanto di accettarne la conclusione.

Un’immagine rende palpabile il punto, e ha alle spalle la dottrina antica dell’epikeia, la virtù che legge la legge secondo la sua ragione proprio là dove la lettera tradirebbe quella ragione. Il caso classico è il deposito: la legge comanda di restituire al proprietario ciò che ha depositato, ma se costui, divenuto folle, reclama la spada che aveva affidato per servirsene a uccidere, la giustizia stessa esige che non gli si restituisca l’arma.[1] Si trasporti la cosa in tempo di peste: un medico, per salvare dei fanciulli, somministra un farmaco non ancora autorizzato dalle procedure ordinarie; l’ordinamento lo assolve, perché la pestilenza rende l’emergenza superiore alla procedura e la vita dei fanciulli superiore al timbro mancante. Giudicare quel medico come se la peste non ci fosse, ammetterla a parole e dimenticarla nella sentenza, non è applicare il diritto: è citarlo a metà.

Resta la differenza più importante di tutte, quella che separa una dimostrazione da ogni lamento: la differenza fra il denunciare e il dimostrare. Chi denuncia dice: sento che la fede è in pericolo, dunque agisco; la sua diagnosi poggia su un’impressione che nessuno può controllare, e che perciò non si può neppure smentire. Io ho fatto il contrario: ho mostrato, sui testi e con le date, che la legge è stata conservata e il suo regolamento sottratto, in forma verificabile ed esposta alla smentita.[2] Se le date fossero false, tutto cadrebbe all’istante; è perché quei dati sono veri, e controllabili alla fonte, che siamo davanti a un fatto e non a una diagnosi che si conferma da sé. E ciò che in quel fatto è in gioco è teologale, non giurisdizionale: non un titolo canonico da rivendicare, ma la fede stessa del fedele indifeso.

Tre porte, tutte chiuse

Davanti alla crisi dimostrata, chi non voglia restare inerte cerca la porta. Ne esistono tre, e conviene provarle a una a una, perché è provandole che si scopre il muro.

La prima porta è negare la crisi: dichiarare, per amore della pace, che nulla di grave accade. Ma questa porta è murata da un fatto, la legge conservata e il regolamento sottratto, mostrato sui testi e con le date. Chi la imbocca non esce dalla crisi: chiude gli occhi dentro di essa, e intanto ai più piccoli continua a essere consegnata una fede diminuita, con la rassicurazione che è intera. Negare un fatto non è una via: è cecità voluta.

La seconda porta è negare la Chiesa: dichiararla venuta meno, vacante, corrotta nella sua sostanza, e su questa dichiarazione fondare la salvezza della fede. Ma questa porta è murata da una verità di fede: la Chiesa è indefettibile, e una Chiesa che potesse fallire nella sua sostanza non sarebbe la Chiesa di Cristo, ma una costruzione della disperazione.[3] Per curare la ferita si ucciderebbe il malato. Non si salva la fede con un atto di sfiducia nella promessa di Cristo.

Resta la terza porta, che parrebbe la sola aperta: la via privata
. Poiché il regolamento manca, che ciascuno se lo ritracci da sé, scelga da sé i confini, supplisca da sé ciò che il testo ha taciuto. Ma anche questa porta, guardata bene, è chiusa, e per la ragione più semplice: nessun fedele ha l’autorità di ritracciare il confine di una legge della Chiesa. Chi lo facesse si farebbe sorgente della norma e ricadrebbe nel giudizio privato, la radice stessa dell’errore che tutta questa analisi denuncia. Il confine ritirato dall’autorità, solo l’autorità può ritracciarlo. Il singolo può constatarne la mancanza; non può colmarla senza usurpare.

Tre porte, e tutte murate. Negare il fatto, negare la Chiesa, farsi arbitro da sé: sono le tre uscite, e non ce n’è una quarta sul piano del fedele. Questo è il vicolo cieco, ed è reale, non lamentato: la crisi è dimostrata, e nessuna via umana ordinaria la scioglie senza pagarla con una negazione o con un’usurpazione.

La tenaglia: chi potrebbe non può

Si obietterà: ma una via c’è, e l’ho appena nominata, l’autorità. Il confine che il singolo non può ritracciare, la suprema autorità può ritracciarlo; la porta murata per il fedele ha una chiave, e quella chiave è in mano a chi governa. È vero. Ma qui la morsa si chiude del tutto, ed è la sua stringa più dura da guardare.

L’autorità che potrebbe restituire il regolamento è la stessa che lo ha ritirato. E ritirarlo non è stato un incidente: è il metodo. Il primato del processo sulla definizione, dell’avviare cammini sul fissare confini, è oggi principio dichiarato di governo, «il tempo è superiore allo spazio».[4] Un metodo così, per costituzione, non traccia confini: li considera «spazi» da non occupare. Chiedere a questo metodo di emanare un regolamento cogente è chiedergli di compiere esattamente ciò che esso ha eretto a errore. Non dico che non lo si voglia: dico che, finché quel metodo è in vigore, non lo si può, come non si può, con la stessa mano, aprire e tenere chiusa la medesima porta.

Ecco perché è un vicolo cieco, e non una semplice difficoltà. Le tre porte del fedele sono murate; la quarta, quella dell’autorità, esiste, ma è chiusa da dentro, e dall’unico che potrebbe aprirla. Il problema è reale, la chiave esiste, e la mano che la tiene è la stessa che ha girato la serratura.

Il censimento eucaristico: la prova sullo sfondo

Ho promesso, dal principio, di poggiare il peso della dimostrazione su fatti verificabili; e su un punto, la liturgia, voglio mantenere quella promessa fino in fondo. Prendo otto documenti del magistero dedicati al mistero eucaristico, dal 1947 al 2022[5], e osservo che cosa accade, lungo settantacinque anni, ai due fini della Messa che suppongono un’offesa da riparare, il propiziatorio e l’impetratorio. Il metodo non misura quante volte una parola ricorra, ma quale funzione essa svolga: se organizzi la trattazione (architettura), se sia semplice affermazione non più strutturante (formula), se ricorra solo dentro citazioni di documenti anteriori (forma citazionale), o se manchi del tutto (assenza).[6] Il dato inseguito non è quasi mai l’assenza secca, ma la retrocessione: il passaggio dall’architettura a formula, da formula a citazione, da citazione al silenzio.

La parabola, riassunta in una riga, è questa: architettura nel 1947 (Mediator Dei), formula attenuata intorno al 1965 (Mysterium fidei), ultima formula in voce propria nel 1967 (Eucharisticum mysterium), assenza dal 1968 (Credo del Popolo di Dio), citazione tridentina nel 1992 (Catechismo), fine non risollevato nel 2003 (Ecclesia de Eucharistia) e nel 2007 (Sacramentum caritatis), assenza piena nel 2022 (Desiderio desideravi). Una discesa, senza risalite, del fine propiziatorio dal ruolo di trave a quello di reperto, e infine all’assenza. Nessuno degli otto documenti nega mai che la Messa sia sacrificio propiziatorio: la dottrina definita da Trento resta intatta.[7] Ciò che si documenta non è un mutamento della legge, ma la retrocessione della sua esposizione.

Un solo dato governa l’intera serie: la soglia oltre la quale il lessico dei due fini si estingue in voce propria cade circa due anni prima del nuovo Messale.[8] La sottrazione, cioè, precede il nuovo rito: prima si è taciuta l’esposizione, poi la preghiera si è conformata al silenzio. Questo smonta l’alibi secondo cui la scomparsa dei due fini sarebbe stata una conseguenza tecnica e necessaria della riforma liturgica: se così fosse, la sottrazione sarebbe cominciata con il rito, non due anni prima. E c’è, nella serie, un contrasto interno che vale come prova nella prova. Una componente oscilla: il regolamento d’accesso alla comunione, lo stato di grazia, l’esame di coscienza, si dirada e poi viene in parte recuperato nei documenti del 2003 e del 2007. Un’altra non risale mai: il fine propiziatorio. Che il regolamento d’accesso possa risalire prova che ritracciare un confine è possibile, quando l’autorità lo vuole; che il fine propiziatorio non risalga mai toglie ogni alibi di necessità storica alla sua caduta.[9]

Dall’altare alla legge

Questi numeri fotografano lo stato dell’altare; ma voglio mostrare, in chiusura di prova, che cosa quel silenzio produce fuori dalle mura della Chiesa, nella legge degli uomini, ed è, lo confesso, il punto da cui io stesso sono entrato in tutta la materia: non dalla liturgia né dall’ecclesiologia, ma da una Chiesa che non difende più la vita come un tempo. Anche sul terreno della legge civile la dottrina è al suo posto: un’enciclica intera ha proclamato con forza l’inviolabilità della vita umana dal concepimento alla morte naturale.[10] Ma il regolamento è stato ritirato nello stesso modo di sempre. La difesa della vita è stata affidata al linguaggio dei diritti dell’uomo e alla neutralità dello Stato, cioè alla grammatica dell’avversario, e quella grammatica si rivolta da sé contro chi la usa: se il fondamento del diritto non è più la verità che Dio ha iscritto nella natura, ma il consenso e l’autodeterminazione del singolo, allora dal diritto alla vita si scivola, con logica implacabile, al diritto di disporre di sé, fino al diritto di sopprimere la vita.

Lo schema si mantiene perfino nel punto più solenne dell’enciclica, la dichiarazione più vicina a una definizione: con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro, si dichiara che l’aborto diretto costituisce sempre un disordine morale grave.[11] È il vertice giuridico del documento; eppure anche qui la legge è portata al massimo e il regolamento non la segue: nessuna conseguenza è prevista per chi la contraddice. La medesima frase conciliare, con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo, apre e chiude l’enciclica come architrave della difesa della vita.[12] Ma quella frase è vera del lato oggettivo della Redenzione, non del soggettivo: Cristo ha redento ogni uomo una volta per tutte, ma quella redenzione diventa propria del singolo mediante il Battesimo, che lo fa figlio di Dio in atto. L’enciclica, ponendola a fondamento, la fa valere come se ogni uomo fosse già, in atto, unito a Cristo.

Qui i fili si annodano in uno. Il regolamento ritirato, ovunque, è sempre lo stesso: l’applicazione al singolo del frutto della Croce, che avviene per i sacramenti, e per primo nel Sacrificio della Messa. Tolto alla Messa il carattere propiziatorio, si spunta il canale per cui la redenzione oggettiva diventa soggettiva; e allora non resta che dichiarare ogni uomo già redento in atto. Per la legge antica che lega la preghiera alla fede e la fede alla vita, cambiata la lex orandi cambia la lex credendi, e cambiata questa cede la lex vivendi[13], un popolo la cui liturgia ha attenuato il peccato, il giudizio e l’espiazione perde per primi gli anticorpi soprannaturali, e con essi la ragione di considerare la vita del più piccolo un assoluto che non si tocca. Così la faglia che percorre la Chiesa arriva fino alla legge degli Stati: non due crisi, ma una sola, colta alle due estremità della stessa catena, all’altare e nel codice.

L’unica chiave: un nuovo Sillabo, e cogente

Se la porta si può aprire, la si apre in un solo modo, e conviene nominarlo con precisione, perché non resti un desiderio vago. La chiave non è una dottrina nuova: la dottrina c’è già, ed è intatta. È un regolamento nuovo su una dottrina antica: un atto della suprema autorità che ritracci, uno per uno, i confini che i testi del Concilio e del postconcilio hanno lasciato in bianco, che dica dove finisce il lecito e comincia l’errore su ciascuno dei piani che ho mostrato, l’uomo, la Chiesa, l’unità dei cristiani, la libertà religiosa, la liturgia, i Novissimi. La forma di questo atto ha un nome e un precedente: è un Sillabo, come quello che Pio IX annesse alla Quanta cura nel 1864, non un elenco di verità nuove, ma la lista dei confini, il regolamento che dice «questo no».[14]

Una cosa sola lo distinguerebbe da un’esortazione, ed è la sola che conti: dovrebbe essere cogente. Un Sillabo che tornasse a proporre senza vincolare sarebbe la legge senza regolamento un’altra volta, il male travestito da rimedio. La sua forza starebbe tutta nella cogenza, cioè in ciò che alla crisi manca: non la parola che apre, ma il canone che chiude. E che un confine possa essere ritracciato non è un sogno: l’ho documentato poco fa, là dove il regolamento d’accesso alla comunione, una volta diradato, è stato in parte ripristinato. Ciò che una volta è stato fatto, si può fare. La cogenza spetta a chi emana l’atto, non a chi lo invoca: io non la impongo, la indico come l’unica chiave della porta.

Oltre questo, non è più opera d’uomo. Lo diceva san Pio X, ancora Patriarca di Venezia, descrivendo le due vie ultime: o la dottrina si conserva incorrotta, o, reso impossibile nel mondo l’impero della verità, non resta che la venuta del Signore.[15] Se lo strappo tra la legge e il suo regolamento viene ricucito, la custodia piena della fede torna possibile per le vie ordinarie; se non lo sarà, la risposta non è più nelle nostre mani, e subentra la promessa che le porte degli inferi non prevarranno.

La curva sotto la domanda

Fin qui la prova è stata interna: i testi, le date, la retrocessione dei fini sulla pagina. Ma c’è una controprova che viene da fuori, e da un luogo insospettabile, perché non ha alcun interesse apologetico: l’econometria accademica. Nel luglio 2025 tre economisti, Robert Barro di Harvard, Edgard Dewitte di Oxford e Laurence Iannaccone, hanno pubblicato per il National Bureau of Economic Research uno studio che ricostruisce, per la prima volta, i tassi di frequenza alle funzioni religiose in sessantasei Paesi, risalendo fino agli anni Venti del Novecento, su oltre duecentomila intervistati.[16] Non è uno scritto confessionale né tradizionalista: è scienza sociale laica, coi suoi numeri e i suoi metodi. E la sua conclusione, sul nostro punto, è una sola frase: il Vaticano II ha innescato un declino della frequenza cattolica mondiale rispetto a quella delle altre confessioni.

Il dato è netto: nei Paesi cattolici la frequenza è calata di quattro punti percentuali per decennio tra il 1965 e il 2015, mezzo secolo di emorragia continua e costante.[17] Ma è il grafico dell’event study a dire tutto in un colpo, e ha, si badi, la stessa forma esatta del mio censimento eucaristico: una linea piatta prima della soglia, una caduta subito dopo, e nessuna risalita.

Andamento ricostruito dai dati dello studio (Barro, Dewitte, Iannaccone, NBER WP 34060, 2025). Prima del Concilio la frequenza cattolica non si scosta da quella degli altri; dopo la banda del Vaticano II precipita, di quattro punti per decennio, senza mai risalire.

Due dettagli rendono la curva una prova e non una coincidenza, e sono i gemelli econometrici di ciò che ho mostrato sui documenti. Il primo è l’assenza di pre-trend: prima del Concilio i Paesi cattolici non declinavano più degli altri, esattamente come, nel censimento, la sottrazione non era in corso da prima ma comincia a una soglia precisa. La caduta parte con il Concilio, non lo accompagna soltanto. Il secondo è la controprova: applicando la stessa tecnica alla caduta del comunismo, che avrebbe dovuto far risalire la pratica, gli autori non trovano alcun rimbalzo, la linea resta piatta.[18] Il metodo, dunque, non trova crolli dovunque: per il comunismo non trova nulla, per il Concilio trova un precipizio. È la prova a contrario che blinda la prima.

La stessa tecnica applicata alla fine del comunismo (primi anni Novanta) non mostra alcun rimbalzo: la linea resta attorno allo zero. Il metodo non «trova effetti dovunque», e ciò rende peculiare e robusto l’effetto del Concilio.

Resta un’obiezione, e va guardata, perché è la stessa che si oppone a tutto: non sarà la religiosità umana in quanto tale a spegnersi, per una secolarizzazione che investe tutti? No, e lo dice lo sfondo dello stesso studio: la frequenza è crollata nel Nord del mondo, di antica matrice cattolica, dimezzandosi lungo il Novecento, mentre nel Sud è rimasta alta e stabile. Il tracollo non è un destino universale della fede: è una vicenda precisa, occidentale, e specificamente cattolica, cui il Concilio direttamente si applicava.

La «Grande divergenza religiosa»: la pratica crolla nel Nord del mondo (dal 63% degli anni Venti al 26% del 2010) e resta stabile nel Sud (attorno al 53%). Il tracollo non è universale, ma occidentale e cattolico.

Lo studio fotografa questa divergenza, ma non la spiega; la ragione che propongo è mia, e poggia su fatti notori indipendenti da esso. Il «Sud», del resto, non è uno: l’Africa cattolica ha tenuto e anzi è cresciuta, mentre l’America Latina si è svuotata in fretta, non verso l’ateismo ma verso i pentecostali. E ciò smentisce che a reggere sia la pietà popolare, di cui l’America Latina trabocca: la variabile decisiva non è geografica, è dottrinale. Dove il post-concilio si è incarnato con più forza, torcendo il messaggio in senso sociale e orizzontale, come nella teologia della liberazione latino-americana, il soprannaturale ritirato è stato ripreso da chi offriva confini netti e conversione; dove l’evangelizzazione è rimasta più classica e definita, come in gran parte dell’Africa, la fede ha retto. Nord che crolla, America Latina che crolla, Africa che regge: non una linea che separa gli emisferi, ma la stessa linea che percorre tutto questo scritto, quella fra il confine tenuto e il confine ritirato.

Va detto con la precisione che tutto questo lavoro esige, perché è ciò che lo rende inattaccabile: lo studio misura la pratica, non la fede teologale, e le due non coincidono. Ma non sono nemmeno scollegate, e il ponte tra loro è la legge antica che ho già richiamato: la fede viene dall’ascolto, e ciò che non si pratica non si ascolta, e ciò che non si ascolta, in una generazione, non si crede più. La frequenza non è la fede: ne è il canale, il condotto per cui passa da padre in figlio. Barro misura il condotto, e lo misura che si prosciuga. Che cosa accada all’acqua, quando il condotto si chiude, è inferenza teologica, ed è mia; ma è un’inferenza che il grafico rende difficile respingere. Perché quella linea non è ferma: scende, con una pendenza costante da mezzo secolo, e non ha ancora toccato il fondo. E una linea che scende così pone, da sé, una domanda che smette di essere retorica: se prosegue, dove arriva?

Ciò che è in gioco

Prima di tacere, va detto che cosa sia davvero in gioco, perché non è ciò che sembra. Non è un assetto canonico da riordinare, non è una disciplina, non è nemmeno la sorte di una liturgia. Ciò che la legge senza regolamento intacca, dovunque, non è un articolo, poiché nessun articolo è negato, ma la fede di chi la riceve indifeso: la virtù teologale per cui l’uomo aderisce a Dio che si rivela, e senza la quale è impossibile piacere a Dio. Una dottrina conservata nelle parole e svuotata nel suo frutto può spegnere quella virtù in una moltitudine senza che nessuno se ne avveda, perché la si perde credendo di averla ancora. È questa la posta del vicolo cieco: non ciò che si dice, ma ciò che si crede; non la lettera, ma la fede.

E allora la domanda che chiude non è mia. È di Cristo, e resta sospesa sopra ogni crisi della sua Chiesa: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».[19]




(Foto di Filmery YouTube da Pixabay)

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[1]La virtù che corregge la legge là dove i suoi termini universali vengono meno nel caso particolare è l’epikeia (epicheia), che san Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 120, aa. 1-2, colloca non come deroga alla giustizia, ma come sua parte più alta. L’esempio classico è quello del deposito: la legge comanda di restituirlo, ma non si restituisce la spada a chi, divenuto folle, la reclami per uccidere.

[2]Il metodo qui seguito distingue il denunciare, che si nutre di sé, dal dimostrare, che si espone alla smentita. Lo strato dimostrabile, cioè i testi e le date verificabili, regge da solo l’argomento. Il censimento documentale del culto eucaristico, svolto più avanti in questa puntata, ne è l’esempio più esteso e controllabile.

[3]Che la Chiesa sia indefettibile e non possa venir meno fino alla fine dei tempi è dottrina di fede: cfr. Matteo 16, 18, «le porte degli inferi non prevarranno», e Concilio Vaticano II, Lumen gentium (1964), n. 25. Negare questa indefettibilità, per salvare la fede, è la contraddizione in cui cade il sedevacantismo.

[4]Il primato del processo sulla definizione è oggi principio esplicito di governo: cfr. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 222-223, «il tempo è superiore allo spazio». Un metodo che privilegia l’avviare processi rispetto al fissare confini è, per sua costituzione, inadatto a tracciare il regolamento che qui si invoca.

[5]Il corpus esaminato: Pio XII, Mediator Dei (20 novembre 1947); Paolo VI, Mysterium fidei (3 settembre 1965); Sacra Congregazione dei Riti, Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967); Paolo VI, Sollemnis professio fidei, detta Credo del Popolo di Dio (30 giugno 1968); Catechismo della Chiesa Cattolica, articolo sull’Eucaristia (1992); Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003); Benedetto XVI, Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007); Francesco, Desiderio desideravi (29 giugno 2022).

[6]La codifica non conta la frequenza di un termine, ma la sua funzione, distinguendo quattro stati: architettura, quando il termine organizza la trattazione; formula in voce propria, quando compare come semplice affermazione; forma citazionale, quando ricorre solo entro citazioni di documenti anteriori; assenza. La retrocessione dall’architettura all’assenza, senza risalite, è il dato inseguito.

[7]Che la Messa sia vero e proprio sacrificio propiziatorio, offerto per i vivi e per i defunti, è definito dal Concilio di Trento, sessione XXII (1562), can. 3. Nessuno degli otto documenti esaminati lo nega mai: ciò che si documenta è la retrocessione dell’esposizione, non un mutamento della legge.

[8]Il nuovo Ordo Missae fu promulgato con la costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI (3 aprile 1969), con editio typica nel 1970. La soglia oltre la quale il lessico dei due fini si estingue in voce propria cade dunque circa due anni prima del nuovo rito.

[9]Cfr. Matteo 12, 33, «l’albero si riconosce dal frutto», e Matteo 7, 16-17, «dai loro frutti li riconoscerete». Il criterio evangelico è qui applicato non ai cuori, che a nessuno è dato scrutare, ma ai testi e alle date, che sono pubblici e verificabili.

[10]Giovanni Paolo II, lettera enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995). Sull’inviolabilità della vita innocente si vedano in particolare i nn. 2 e 57.

[11]Evangelium vitae, n. 62. La dichiarazione è comunemente ritenuta la formulazione più solenne di tutto il postconcilio in materia, e la più vicina a una definizione ex cathedra, pur restando espressione del magistero ordinario e universale.

[12]La frase è di Gaudium et spes, n. 22. In Evangelium vitae è posta al n. 2, in apertura, e ripresa al n. 104, al culmine: l’inclusione fra i due estremi ne fa l’architrave dell’intera trattazione.

[13]L’adagio tradizionale lex orandi, lex credendi (la norma della preghiera è norma della fede) risale al principio patristico ut legem credendi lex statuat supplicandi, attribuito a Prospero di Aquitania; la tradizione vi aggiunge la lex vivendi, la norma della vita, a indicare che dal culto discendono insieme la fede e la condotta.

[14]Il precedente è il Sillabo degli errori annesso all’enciclica Quanta cura di Pio IX (8 dicembre 1864): non un elenco di verità nuove, ma la enumerazione dei confini, degli errori condannati, cioè il regolamento che dice fin dove il lecito si estende e dove comincia l’errore. È la forma opposta a quella dell’esortazione che apre senza chiudere.

[15]San Pio X, lettera pastorale del 1894, in Daniele Dal Gal, Insegnamenti di San Pio X, EffediEffe, p. 115. Le parole di Sant’Ilario vi restano tra virgolette, come citazione riportata dal Papa.

[16]Robert J. Barro, Edgard Dewitte, Laurence Iannaccone, Looking Backward: Long-Term Religious Service Attendance in 66 Countries, National Bureau of Economic Research, Working Paper n. 34060, luglio 2025. Dall’abstract: «Vatican II, in 1962-1965, triggered a decline in worldwide Catholic attendance relative to that in other denominations». Si tratta di un working paper non ancora sottoposto a revisione tra pari, come avvertono gli stessi autori; il peso deriva dal rango degli autori (Barro insegna a Harvard, Iannaccone è tra i fondatori dell’economia della religione) e del NBER.

[17]Ivi, p. 6: «the Catholic relative attendance rate fell by four percentage points per decade between 1965 and 2015», un calo statisticamente significativo all’1% in ogni decennio. Gli autori aggiungono che il dato «is consistent with religion modeled as a club good (Iannaccone 1992) and with the view that Vatican II shattered the perception of an immovable, truth-holding Church»: la spiegazione sociologica è che, cadute le barriere e attenuato il carattere di custode immutabile della verità, cade la partecipazione. Che quel carattere andasse custodito è conclusione nostra, non dello studio.

[18]Ivi, p. 25. Due precisazioni blindano il nesso causale. L’assenza di pre-trend: prima del Concilio i Paesi cattolici non declinavano diversamente dagli altri, sicché il crollo comincia con il Vaticano II e non prima. E la controprova: applicando la stessa tecnica (event study) alla fine del comunismo nei primi anni Novanta, gli autori non trovano alcun rimbalzo sistematico della pratica, il che dimostra che il metodo non «trova effetti dovunque» e rende robusto e peculiare l’effetto Vaticano II.

[19]Luca 18, 8: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». La fede di cui si parla è la virtù teologale, per la quale l’uomo aderisce a Dio che si rivela; senza di essa, insegna il Concilio di Trento (sessione VI, 1547, cap. 8), non vi è né inizio né fondamento della salvezza, poiché «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11, 6).








Non permettono al vescovo Schneider di celebrare la messa antica nella cattedrale di San Pietro



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Remnant News paper. Al cardinale Burke era stato concesso di celebrare la Messa antica nella Basilica di San Pietro per il pellegrinaggio Summorum Pontificum nel 2025. Per l'evento di quest'anno, invece, il vescovo Athanasius Schneider celebrerà la Messa tradizionale nella chiesa di Santa Maria Maggiore. La decisione di Roma di negargli l'Altare della Cattedra solleva interrogativi scomodi sul trattamento che la Chiesa riserva attualmente ai cattolici legati alla Tradizione. 

14 settembre 2026



La messa antica nella cattedrale di San Pietro

La decisione del Vaticano di negare al vescovo Athanasius Schneider il permesso di celebrare la Messa tradizionale nella Basilica di San Pietro nel corso del pellegrinaggio Summorum Pontificum di quest'anno è ben più di un rifiuto procedurale. Si tratta piuttosto di una restrizione simbolica dell'orizzonte liturgico della Chiesa, che merita una seria riflessione. Pur rimanendo irrinunciabile il rispetto per il Papa in quanto Vicario di Cristo, le restrizioni passate e presenti all'antico rito – soprattutto se confrontate con la facilità con cui altri gruppi vengono accolti nella stessa basilica – sollevano seri interrogativi sulla coerenza, sulla capacità di risposta pastorale e sul vero significato di "unità" nella visione di Roma.

In base alle testimonianze degli organizzatori del pellegrinaggio annuale Ad Petri Sedem [qui], la Segreteria di Stato ha reso noto che il permesso di celebrare la Messa Pontificia nella Basilica di San Pietro (la basilica principale del Vaticano) è stato negato "almeno per quest'anno". Pertanto, il Vescovo Schneider celebrerà la Messa Tridentina presso l'altare maggiore della Basilica Pontificia di Santa Maria Maggiore, una chiesa ricca di eredità apostolica e, come gli organizzatori hanno ironicamente sottolineato, la stessa basilica che ospita la tomba di Papa Francesco (il cui pontificato ha portato alla promulgazione della "Traditionis Custodes", documento che ha conferito ai vescovi di tutto il mondo il potere di limitare la Messa Tridentina).

Il cambiamento di quest'anno indica un allontanamento dal pellegrinaggio del 2025, quando il cardinale Raymond Leo Burke ha celebrato la Messa tradizionale all'Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro.

È significativo che alcune fonti abbiano attribuito la decisione del Vaticano alle percezioni relative alle celebrazioni dello scorso anno sotto il pontificato di Leone XIV, che alcune figure dell'entourage papale hanno interpretato come "esultanza", secondo quanto riportato da Ad Vaticanum. Una simile mentalità è di per sé eloquente: la gratitudine per la Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI e le celebrazioni del patrimonio liturgico della Chiesa sono state interpretate da alcuni come trionfalismo e quindi accolte con sospetto.

In alcune dichiarazioni riportate da LifeSiteNews, una fonte vicina al pellegrinaggio ha osservato l'apparente paradosso: "Sembra molto strano che oggi i cosiddetti cattolici LGBT possano ottenere una messa speciale a San Pietro più facilmente dei cattolici legati alla Tradizione della Chiesa".

Che si condivida o meno il paragone, l'immagine che si ha di sé è importante per l'opinione pubblica. Quando il cuore stesso del cattolicesimo romano appare più accessibile ad alcune fazioni ideologiche che a coloro che aderiscono alla Messa tridentina, si ha l'impressione che le autorità romane non siano coerenti nel loro dichiarato perseguimento dell'unità della Chiesa.

Un pastore di anime

In questo contesto si inserisce il vescovo Schneider in veste di pastore e non di polemista. Avendo ricoperto il ruolo di visitatore apostolico della Santa Sede presso la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), una fraternità sacerdotale fondata dal defunto arcivescovo Marcel Lefebvre per formare sacerdoti cattolici legati alla Messa tridentina e fedeli alla dottrina e alla morale cattolica perenne, il vescovo porta con sé una conoscenza diretta della FSSPX e del suo modus vivendi interno.

In un appello rivolto a Papa Leone XIV nel febbraio 2026 [qui], il vescovo Schneider ha esortato il Santo Padre ad approvare le consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X il 1° luglio 2026, affermando che il Vaticano avrebbe potuto aprire la strada a misure pastorali volte a chiarire i dissensi derivanti dalle ambiguità presenti nell'insegnamento post-conciliare (post-Vaticano II). Il prelato ha inoltre avvertito che, se il Vaticano rinunciasse a questa opportunità, rischierebbe di provocare una divisione "davvero inutile e dolorosa", la cui responsabilità "ricadrebbe principalmente sulla Santa Sede". Nella sua prima dichiarazione pubblica da quando Roma ha decretato la scomunica automatica di sei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X a seguito delle consacrazioni episcopali avvenute a Écône quest'anno, il vescovo Schneider afferma che la Fraternità si è trovata di fronte a una scelta insolita e tragica: rimanere fedele alla fede cattolica così come è sempre stata insegnata o cercare il riconoscimento formale da parte della Santa Sede.

Inoltre, il prelato ha cercato di collocare la crisi ecclesiastica contemporanea all'interno di un quadro storico più ampio, tracciando un parallelo con la tribolazione di Sant'Atanasio di Alessandria nel IV secolo. A quel tempo, papa Liberio, cedendo alle pressioni imperiali, entrò in comunione con i vescovi ariani e ordinò ad Atanasio di fare altrettanto. Atanasio non cedette e, per la sua disobbedienza, fu scomunicato dallo stesso papa, che lo accusò di "turbare la pace della Chiesa".

Il vescovo Schneider ha inoltre affermato che, anziché mettere in pericolo l'unità della Chiesa, la Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge "un grande servizio" di "valore storico" difendendo la chiarezza dottrinale e liturgica.

In particolare, le parole del vescovo non sono permeate da un linguaggio e da un atteggiamento di ribellione; al contrario, queste dichiarazioni riflettono il suo amore e rispetto sia per il papato sia per la fede che il papato ha giurato di preservare. Inoltre, le sue osservazioni riflettono anche un linguaggio di carità, dato che ha più volte implorato Roma di trattare la Fraternità Sacerdotale San Pio X con "generosità pastorale" e di riconoscere la fedeltà della Fraternità alla Messa Tridentina e alla dottrina cattolica tradizionale.

La guerra all'interno della Chiesa

Alla luce di ciò, il rifiuto del Vaticano di consentire al vescovo Schneider di celebrare la Messa tradizionale a San Pietro può essere, prevedibilmente, interpretato a prima vista da alcuni osservatori come una forma di meschinità.

Logicamente parlando, è difficile comprendere perché l'antico rito – celebrato da un vescovo che un tempo fu visitatore della Santa Sede presso la Fraternità Sacerdotale San Pio X – sembri essere considerato un ostacolo. Eppure, questo fenomeno appare meno sorprendente se si ammette che alcuni dei più risoluti oppositori del patrimonio liturgico e dottrinale della Chiesa operano attualmente all'interno delle sue stesse strutture. Lungi dall'essere agitatori esterni, si tratta spesso di persone interne – clero, teologi e funzionari della Curia – che tentano di emarginare la Messa tridentina, additandola come fonte di disunione o reliquia indesiderata del passato. Nella loro campagna per sminuire o eliminare la Messa tridentina, questi elementi considerano la fedeltà alle forme di culto ereditate dalla Chiesa non come una garanzia di continuità, ma come un ostacolo a una nuova identità ecclesiale.

In questo contesto, le recenti parole di cautela del cardinale Robert Sarah assumono un significato particolare.

«Noi, come Chiesa, non possiamo dichiarare guerra a coloro che partecipano devotamente alla Messa semplicemente perché preferiscono una forma di celebrazione all'altra; questa è una posizione miope e puramente ideologica e, pertanto, né pastorale né cristiana. È dannosa e distruttiva per la Chiesa.»

Il cardinale ha successivamente elogiato la liberalizzazione della Messa Tridentina operata da Benedetto XVI nel 2007 e ha criticato le restrizioni introdotte da Francesco nel 2021, definendole né "sensate" né "rispettose". In effetti, come hanno dimostrato le osservazioni del cardinale Sarah, non è necessario deridere l'autorità papale per ammettere che una politica percepita come punitiva rischia di allontanare proprio i fedeli che pretende di unire.

Rispetto per il Papa, fedeltà alla verità cattolica

Il vero rispetto per Leone XIV – e prima di lui per Francesco – esige più del semplice silenzio; richiede che la verità cattolica venga chiarita nientemeno che dal legislatore supremo della Chiesa, cioè dal Papa stesso.

Come si può notare, gli interventi dello stesso vescovo Schneider dimostrano questo approccio rispettoso e misurato. Il prelato contesta con rispetto le affermazioni generalizzate sulla partecipazione alla Messa in rito tridentino, osservando che gli stessi Padri conciliari autorizzarono una riforma prudente e organica che preservò il latino nel Canone e in gran parte dell'Ordinario. È importante sottolineare che il vescovo Schneider non contesta l'autorità papale; al contrario, esorta a esercitarla con accuratezza ed equità. Questo non è dissenso, ma discepolato.

La lotta per la Messa Tridentina e la dottrina cattolica continua

Indubbiamente, il recente rifiuto del Vaticano di consentire al vescovo Schneider di celebrare la Messa tridentina a San Pietro rappresenta una battuta d'arresto per coloro che speravano in una maggiore indulgenza da parte delle autorità romane nei confronti dei cattolici amanti della Messa tridentina. Tuttavia, questa decisione è anche un invito alla preghiera e a continuare a difendere la Messa tridentina e la dottrina cattolica tradizionale senza rancore e senza arrendersi. Onoriamo il Papa implorandolo di esercitare pienamente il suo ufficio petrino chiarendo le ambiguità dottrinali; onoriamo la Chiesa rifiutandoci di lasciare che la paura detti la nostra fedeltà ai suoi insegnamenti.

In definitiva, la Basilica di San Pietro appartiene a Nostro Signore Gesù Cristo, non ad alcuna segreteria in un dato momento. E Nostro Signore è presente – non meno realmente – all'altare maggiore di Santa Maria Maggiore, dove il Vescovo Schneider offrirà lo stesso Sacrificio della Messa, nella stessa fede, per la stessa Sposa di Cristo. Tuttavia, nessuno finga che la Chiesa cattolica romana sia ben servita quando i suoi vescovi più saldi vengono considerati dei piantagrane o ignorati proprio nella basilica che custodisce le spoglie del Principe degli Apostoli.

Maria, Madre della Chiesa, Salus Populi Romani, prega per noi.




Medici obbligati al suicidio assistito: ci stiamo arrivando




Dieci medici di Roma denunciati per rifiuto al consenso del suicidio assistito e per omissione di atti d'ufficio per il caso di una donna portata poi dal solito Cappato a morire in Svizzera. Così i Radicali stanno rendendo l'aiuto al suicidio un dovere per lo Stato.


Tommaso Scandroglio,  14-09-2026

La celebre Finestra di Overton insegna come una condotta da inconcepibile per un’intera società poi, pian piano, possa diventare addirittura giuridicamente legittima. I passi sono questi: la condotta è da tutti riprovata; alcuni circoli radicali iniziano a discuterne e a farne pubblicità; la collettività continua a condannare la condotta però tollera che se ne parli; più ne parli più perde la sua carica di inaccettabilità finché inizia a diventare sensata per alcuni settori della società e poi per la società intera tanto che la condotta diviene parte della cultura di massa; la condotta, dato che è considerata moralmente lecita dai più, ha ormai le carte in regola per essere riconosciuta giuridicamente legittima.

Nel nostro Paese il suicidio assistito si trova ad un passo dall’ultima fase della Finestra di Overton e proprio per questo i Radicali stanno già preparando lo step successivo, step nemmeno previsto da Joseph Overton: il carcere per i dissenzienti. Infatti leggete cosa sta accadendo a dieci medici dell’Asl 1 Roma. Nel 2023 l’attrice e consigliera dell’Associazione Luca Coscioni Sibilla Barbieri, malata terminale di cancro, aveva chiesto all’ASL 1 di Roma di avviare l’iter per accedere al suicidio assistito. Come avevamo scritto a suo tempo, «l’Asl però aveva risposto che, nonostante il parere positivo del comitato etico, la signora Barbieri mancava di uno dei requisiti richiesti dalla Consulta: non era dipendente da nessun presidio medico salvavita».

Le condizioni della Barbieri poi peggiorarono e lei decise di trovare la morte in Svizzera, accompagnata dall’immancabile Marco Cappato, legale rappresentante dell’Associazione Luca Coscioni. A motivo di questo peggioramento delle condizioni di salute della attrice, dieci medici dell’ASL 1 sono stati denunciati per rifiuto e omissione di atti d'ufficio perché non avrebbero nuovamente esaminato il quadro clinico della Barbieri per verificare che il criterio della dipendenza da presidi vitali, inizialmente assente, fosse poi presente. La Procura capitolina con buon senso aveva chiesto l’archiviazione. I familiari della defunta, ovviamente spalleggiati dal solito team legale radicale, si sono opposti all’archiviazione. Il Gip del tribunale della Capitale, Marisa Mosetti, ha accolto l'opposizione e il prossimo 16 dicembre dovrà decidere se archiviare il procedimento, disporre nuove indagini oppure andare a processo.

I Radicali stanno usando questo caso per diffondere un triplice messaggio culturale. Il primo e il più importante: l’aiuto al suicidio non è una mera facoltà di fatto depenalizzata, bensì un diritto soggettivo e quindi esiste in capo alla pubblica amministrazione l’obbligo di soddisfare questo diritto. Nel giro di sette anni, cioè da quando la Corte costituzionale lo ha legittimato, il suicidio assistito da reato sta diventando un obbligo giuridico.

Secondo messaggio strettamente legato al primo: se è un obbligo, non può esistere l’obiezione di coscienza da parte dei medici. Se un malato vuole morire tu lo devi uccidere ex lege 219/17 – norma che ha pienamente legittimato in alcuni casi l’eutanasia – oppure lo devi aiutare a togliersi la vita. D’altronde anche nella legge 219 non è contemplata l’obiezione di coscienza e quindi perché prevederla per il suicidio assistito? Come i Radicali battagliano sull’obiezione di coscienza presente nella 194 così stanno affilando le spade per osteggiarla in qualsiasi futura legge nazionale sull’aiuto al suicidio.

Terzo messaggio che potrebbe apparire più una intimidazione: cari medici, avete visto che fine rischiano di fare quei vostri colleghi riottosi a non mostrarsi collaborativi nei confronti del suicidio assistito. Che l’eventuale processo a carico di quei dieci medici serva di monito a voi tutti. Volete stare sereni e vivere senza fastidi? Non alzate la testa, non opponetevi, non fate i coraggiosi perché poi la pagherete. Tanto sapete che alla fine vinciamo noi, perché sempre abbiamo vinto e sempre vinceremo. Noi non molliamo mai e quindi vi staremo alle calcagna finché non sentiremo sbattere la porta della cella alle vostre spalle. Perché ribellarsi? Cui prodest? Tanto quelle persone che vi chiederanno di morire alla fine moriranno comunque, per mano di qualcun altro o per mano della natura. Non combattete contro i mulini a vento. Da una parte vi sono i vostri principi deontologici, dall’altro la serenità di vita – i processi durano anni, anni accompagnati da gogna mediatica – la famiglia, le amicizie, la carriera, tutte cose che potrebbero andare in fumo. Chi ve lo fa fare? Siate ragionevoli. Gli eroi sono da ammirare solo nei libri di storia. Non diventate le prossime decine di medici indagati perché si sono rifiutati di aiutare qualcuno ad uccidersi. Qualche lingua maligna potrebbe insinuare che vogliamo decimare – è proprio il caso di dirlo – la classe medica che non si genuflette ai nostri diktat. Non è così: vogliamo solo aiutarvi, anche a volte facendo ricorso alle maniere forti, a compiere il vostro mestiere al meglio, mestiere che, da qualche anno, prevede anche di uccidere i pazienti. E se non lo fate è scontato che verrete indagati per omissione di atti di ufficio.





Fermare il suicidio assistito si può. La lezione dell'Inghilterra



La mobilitazione delle Chiese cristiane, con i vescovi cattolici in prima fila, ha contribuito alla sconfitta nella Camera dei Comuni del disegno di legge che avrebbe introdotto il suicidio assistito in Inghilterra e Galles. Un risultato che sembrava impossibile, riflettano CEI e Pontificia Accademia per la Vita.

LONDRA


Luca Volontè, 14-09-2026

Fermare la deriva bugiarda delle leggi sul fine vita e la legalizzazione dell'eutanasia si può, se si vuole. Lo dimostrano i fatti avvenuti nel Regno Unito. A seguito di un dibattito tenutosi venerdì sera, 11 settembre, in cui entrambe le parti hanno affermato le proprie ragioni, la Camera dei Comuni del Regno Unito ha votato contro la proposta di legge che avrebbe introdotto il suicidio assistito con 286 voti contrari e 270 a favore, una maggioranza di 16 voti. Dopo un'analoga importante vittoria in Scozia, il 17 marzo di quest'anno, e dopo il più intenso esame mai ricevuto in Inghilterra e Galles sulla questione del suicidio assistito negli ultimi anni, i parlamentari di Westminster hanno respinto la proposta di legge.

A tale risultato ha certamente contribuito l’azione dei vescovi della Chiesa cattolica ed anglicana e delle associazioni civili pro life, che si sono mobilitate in modo capillare contro il suicidio assistito, dimostrando che con la preghiera, le ragioni, l’organizzazione e il coraggio è possibile far prevalere il bene comune e la civiltà per tutti.

Ricordiamo che il disegno di legge sul suicidio assistito che portava la firma di Kim Leadbeater era stato presentato alla Camera dei Comuni, con un'ampia maggioranza laburista, sin dall’inizio della legislatura di due anni orsono e si prevedeva che sarebbe diventato legge senza difficoltà. Alla seconda lettura, nel novembre 2024, il disegno di legge era stato approvato con una maggioranza di 55 voti, poi scesa a 23 voti alla terza lettura, nel giugno 2025. Il disegno di legge era poi passato alla Camera dei Lord, dove, per scadenza dei termini, si era definitivamente arenato lo scorso 27 aprile.

Successivamente, il disegno di legge è stato poi ripresentato, in una forma sostanzialmente identica, dalla deputata Lauren Edwards alla Camera dei Comuni, dove venerdì è stato respinto in seconda lettura da deputati di tutto lo spettro politico, anche grazie all'unità d’intenti della leader conservatrice Kemi Badenoch,del leader liberaldemocratico Sir Ed Davey e del leader di Reform UK, Nigel Farage, uniti nell'opposizione alla proposta. A loro si sono uniti importanti esponenti laburisti come Angela Rayner, Wes Streeting e Shabana Mahmood, segretario di Stato agli affari interni e persino gli estremisti di sinistra di Jeremy Corbyn.

Il disegno di legge sul fine vita avrebbe consentito agli adulti con un'aspettativa di vita presunta inferiore a sei mesi, di richiedere assistenza per porre fine alla propria vita, nel rispetto di determinate garanzie previste dal disegno di legge. Tra queste vi era il requisito che la persona che richiedeva il suicidio assistito dovesse ottenere l'approvazione di due medici e di una commissione di esperti; tuttavia le norme includevano pochissime garanzie che proteggessero le persone vulnerabili dall'essere costrette a porre fine alla propria vita, oltre a non prevedere alcun miglioramento alle cure palliative.

La bocciatura di venerdì dovrebbe segnare uno stop definitivo alla iniziativa dei Laburisti per questa legislatura sino alle prossime elezioni del 2029, visto che il nuovo Primo Ministro Andy Burnham non ha nascosto la sua decisione di preferire una buona legge sulle cure palliative e di non voler sostenere la proposta di ‘fine vita’ del suo partito, mentre il suo predecessore Starmer, sin dal 2024 aveva sostenuto la legalizzazione del suicidio assistito.

La mobilitazione della società civile, dei medici e delle Chiese cristiane inglesi è stata totale e cristallina - con veglie di preghiera, sit-in, cortei e invio di mail - nel sensibilizzare ogni singolo deputato e tutti i leader dei partiti, pubblicamente e con grande chiarezza e coerenza. La Chiesa cattolica era intervenuta con diversi vescovi contro l’approvazione del disegno di legge e così l’arcivescovo John Sherrington, arcivescovo di Liverpool e vescovo responsabile delle questioni relative alla vita presso la Conferenza Episcopale, ha espresso a nome dei suoi confratelli, la sua gratitudine e i suoi ringraziamenti a coloro che hanno lavorato per impedire che il disegno di legge proseguisse l’iter parlamentare e la sua gratitudine alle associazioni per i diritti dei disabili e ai professionisti del settore legale e sanitario per aver alzato una voce a difesa della «dignità e della sacralità di ogni vita».

Così anche l’Accademia Giovanni Paolo II per la vita e la famiglia, ha accolto con favore la bocciatura alla Camera del disegno di legge sul suicidio assistito con una votazione che «tutela le persone vulnerabili e difende la dignità della vita umana». Anche la chiesa anglicana e il suo arcivescovo Sarah Mullay hanno combattuto apertamente dal 2024 il disegno di legge sino all’ultimo minuto appellandosi al voto contrario dei deputati.

Si tratta di una lezione che dovrebbe essere compresa dai responsabili della Pontificia Accademia per la Vita e dalla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), che in Italia stanno spingendo per una legge sul suicidio assistito, affinché tornino a riaffermare le ragioni della vita, la forza della preghiera e abbiano il coraggio dell’azione, invece di inseguire il mondo nella sua deriva anti-umana.





domenica 13 settembre 2026

L’Eutanasia della Profezia: Come i vertici della Chiesa italiana stanno barattando la Verità con la “Realpolitik”


arciv. V. Paglia – card. M. Zuppi – arciv. R. Pegoraro (immagini generate con IA di ChatGPT)







di Sabino Paciolla, 13 set 2026

Di fronte all’incalzare del dibattito pubblico sul fine vita, la Chiesa cattolica in Italia sta consumando uno dei più drammatici ribaltamenti teologici e politici della sua storia recente. Non si tratta più di una ritirata silenziosa o di una tolleranza passiva di fronte alla secolarizzazione, ma di una vera e propria mutazione genetica. Sotto la guida del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, e degli ultimi due presidenti della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), l’arcivescovo Vincenzo Paglia e il suo successore monsignor Renzo Pegoraro, i vertici ecclesiastici stanno, di fatto, anche se non formalmente, spingendo i politici cattolici a farsi co-autori di una legge che istituzionalizzi, seppur con dei paletti, il suicidio assistito.

È il trionfo di una realpolitik disperata, che per paura di perdere l’ultima influenza sul potere legislativo, è disposta a sacrificare la purezza della testimonianza evangelica e a stravolgere decenni di magistero pontificio.

L’illusione ottica della “Legge Imperfetta” e il tradimento di Evangelium Vitae

L’impalcatura teorica con cui monsignor Renzo Pegoraro giustifica (leggi qui) questa spinta verso il compromesso si fonda su una lettura, a dir poco audace, del paragrafo 73 dell’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II. L’attuale presidente della PAV sostiene che, per scongiurare derive libertarie (il cosiddetto “Far West” normativo), sia morale per i cattolici dare il proprio assenso a una “legge imperfetta” che recepisca i criteri stabiliti dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale.

Tuttavia, un’analisi rigorosa del testo di Papa Wojtyla rivela la palese contraddizione di questa strategia. L’eccezione della “legge imperfetta” scatta nella teologia morale cattolica solo in presenza di una normativa iniqua già in vigore o in procinto di esserlo per iniziativa altrui. In quel caso, e solo in quello, il legislatore cattolico può votare emendamenti per limitare i danni, praticando un’azione di contenimento.

Ma in Italia, l’articolo 580 del Codice Penale (che punisce l’aiuto al suicidio) è ancora formalmente in vigore. Incoraggiare i cattolici a farsi promotori e primi firmatari di una legge organica che, per la prima volta nell’ordinamento positivo italiano, autorizzi e regolamenti l’intervento dello Stato per procurare la morte a un malato, non significa limitare un danno. Significa cooperare formalmente al male. Significa trasformare il principio della “tolleranza di un male minore” nella “creazione di un diritto condizionato”. Infatti, esiste una differenza abissale tra il difendersi da una legge ingiusta e il farsi promotori di una legge ingiusta. Un cortocircuito teologico che rende i cattolici non più difensori della sacralità della vita, ma burocrati della sua somministrazione.

Il “massimo bene comune”: lo slittamento progressista di monsignor Paglia


Se le dichiarazioni di Pegoraro evidenziano un uso disinvolto della dottrina, è stato il suo predecessore, monsignor Vincenzo Paglia, a certificare lo slittamento culturale verso il progressismo secolare. In una frase del 2023, leggi qui, che resterà negli annali come la pistola fumante di questa resa, Paglia dichiarò:

«Personalmente non ricorrerei al suicidio assistito, ma capisco che la mediazione legale possa rappresentare il massimo bene comune concretamente possibile nelle condizioni in cui ci troviamo».

In queste poche parole si consuma la demolizione sistematica dell’impianto morale cattolico. In primo luogo, l’uso dell’avverbio “personalmente” derubrica un comandamento universale fondato sulla Legge Naturale a una mera opzione soggettiva, ricalcando pedissequamente la retorica dei politici “liberal” anglosassoni, fautori estremi dei diritti individuali, in una terra che è patria del liberalismo individualista. Se la morale è personale, la Chiesa smette di essere maestra di verità e diventa un’opinione tra le tante.

Ma è l’uso dell’espressione “bene comune” a rappresentare l’apice della mistificazione linguistica. Nella Dottrina Sociale della Chiesa, il bene comune è la precondizione per la fioritura umana e spirituale della società. Definire una legge sul suicidio di Stato come il «massimo bene comune concretamente possibile» significa pervertire il vocabolario cattolico pur di giustificare un calcolo politico. La bontà di un’azione non viene più misurata sulla Verità oggettiva, ma sull’etica della situazione (“nelle condizioni in cui ci troviamo”). È l’ammissione di impotenza di una gerarchia che, non incontrando serie difficoltà a convertire i cuori in una società secolarizzata, forse anche pagana, si accontenta di governare il declino etico della nazione.

Il paradosso di Zuppi e il nuovo Collateralismo psicologico

L’architetto politico di questa linea è il cardinale Matteo Zuppi, attuale presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Le sue ripetute esortazioni (ad esempio qui) a trovare una “via di mediazione” parlamentare nascondono motivazioni molto pragmatiche. I vertici ecclesiastici sono terrorizzati dal vuoto normativo, che lascia il potere decisionale ai tribunali civili e ai comitati etici delle ASL (i quali stanno progressivamente allargando le maglie della sentenza della Consulta). Temono, inoltre, l’attivismo dell’Associazione Luca Coscioni, che tenta di forzare la mano con leggi regionali. Infine, calcolano che l’attuale maggioranza di centrodestra al Governo sia l’unica in grado di varare una legge molto restrittiva, barricando perlomeno l’obbligo delle cure palliative prima che future maggioranze progressiste aprano all’eutanasia generalizzata.

Queste paure hanno una loro logica politica, ma generano un paradosso storico clamoroso. Negli anni ’70, l’Azione Cattolica e la Chiesa italiana ripudiarono il collateralismo partitico con la Democrazia Cristiana attraverso la celebre “scelta religiosa”: l’obiettivo non era dettare le leggi, ma formare le coscienze, lasciando liberi i laici in politica.

Oggi assistiamo a una drammatica inversione. Avendo clamorosamente subito il fallimento nel formare le coscienze in una società secolarizzata, la Chiesa della CEI si rifugia di nuovo nel feticcio della Legge dello Stato. È un collateralismo psicologico e istituzionale: la gerarchia non accetta di essere diventata una minoranza culturale e preferisce inseguire le vie delle mediazioni pur di mantenere una parvenza di autorevolezza e influenza nei confronti del potere, illudendosi di tutelare la società attraverso un codice civile invece che attraverso il Vangelo.

La lezione francese: la profezia di monsignor Ulrich contro i notai romani

Per comprendere la gravità dello smarrimento italiano, basta rivolgere lo sguardo oltralpe. Il 19 agosto 2026, il presidente francese Emmanuel Macron ha promulgato una legge che legalizza il suicidio assistito. La reazione dell’arcivescovo di Parigi, Laurent Ulrich, è stata l’antitesi esatta della linea Zuppi-PAV.

Monsignor Ulrich non ha cercato mediazioni al ribasso, né ha parlato di “legge imperfetta” o “bene comune”. Ha invitato (leggi qui) i cattolici a una resistenza coraggiosa: «Oggi, domani, in futuro, dovremo senza dubbio compiere scelte coraggiose, forse controcorrente, a cominciare da quelle che faremo per noi stessi. Spetta quindi a noi, prima di tutto, scegliere di non chiedere di avvalerci di questo nuovo “diritto”».

La Chiesa francese, figlia di secoli di rigida laïcité, sa di non avere leve per negoziare leggi con lo Stato laico, e proprio per questo è straordinariamente libera. L’arcivescovo di Parigi ha delineato la strada della “minoranza creativa”: prendere atto che lo Stato prende una direzione opposta alla Verità, smettere di rincorrerlo nei corridoi dei ministeri, e tornare a formare una comunità di credenti capace di dire un “no” radicale, praticando l’obiezione di coscienza e la vera cura.

Mentre in Francia la Chiesa difende l’identità spirituale accettando la sconfitta politica, in Italia la gerarchia baratta l’identità pur di illudersi di poter ancora gestire una frazione del potere politico. Monsignor Ulrich rispetta il mandato della testimonianza cristiana; Zuppi e Pegoraro agiscono come notai di una disfatta.

Uno scollamente insanabile tra Magistero e Prassi curiale

A rendere questo quadro ancora più opaco è il solco, ormai incolmabile, tra il Magistero petrino e la prassi delle burocrazie curiali. Proprio mercoledì scorso, Papa Leone XIV (leggi qui) ha dedicato un’accorata catechesi alla dignità della persona, ribadendo senza sconti l’assoluta indisponibilità della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Qualche giorno prima, i vertici italiani della PAV benedicevano tacitamente l’idea di una legge statale sulla somministrazione della morte.

Come è possibile questa schizofrenia ai vertici della Chiesa universale? La risposta sta nei ritmi e nei complessi meccanismi della Curia romana. La nomina di monsignor Pegoraro a Presidente della PAV, avvenuta il 27 maggio 2025, appena diciannove giorni dopo l’elezione al Soglio Pontificio del cardinale Robert Francis Prevost (Leone XIV), non rappresenta affatto l’endorsement bioetico del nuovo Papa a questa linea cedevole.

Al contrario, si è trattato della mera formalizzazione burocratica di un dossier già chiuso. Monsignor Paglia, avendo compiuto 80 anni nell’aprile 2025, era decaduto per limiti d’età. Pegoraro, già Cancelliere della PAV dal 2011, era il candidato naturale di continuità preparato dalla precedente amministrazione. Il nuovo Papa, insediatosi da meno di tre settimane e schiacciato dalla mole di urgenze fisiologiche dell’inizio di ogni pontificato, ha semplicemente siglato una nomina di routine istruita dalla Segreteria di Stato e voluta da Papa Francesco.

Questo dettaglio temporale potrebbe spiegare questa clamorosa dissonanza cognitiva a cui assistono i fedeli: un Papa che predica con chiarezza teologica e una macchina curiale – figlia di una stagione ecclesiale turbolenta ormai passata – che agisce con un orizzonte totalmente diverso.

Conclusione

La strategia della CEI e della PAV sul fine vita in Italia non è un prudente atto di saggezza legislativa, ma un suicidio profetico. Nel disperato tentativo di governare la secolarizzazione attraverso emendamenti parlamentari, Zuppi, Paglia e Pegoraro stanno insegnando ai cattolici che anche i principi più sacri possono essere parzialmente derogati, purché il compromesso sia timbrato dall’ufficialità dello Stato.

Se la Chiesa rinuncia a dire che il male è male, pur di poter scrivere una legge che lo autorizzi “solo un pochino”, non si sta proteggendo la vita: si sta solo negoziando il prezzo della sua fine. E in questa trattativa, ciò che muore prima di tutto, è la credibilità stessa dell’annuncio cristiano.

Sarà il caso di volgere lo sguardo e meditare le parole di Joseph Ratzinger, quando nel 1969 profetizzò una Chiesa che avrebbe conosciuto uno sconvolgimento drammatico: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità». Ma soprattutto, disse che la Chiesa avrebbe perso i suoi privilegi politici e sociali per quadagnare la sua missione profetica.