sabato 5 settembre 2026

In un documento sui "cambiamenti climatici", il Vaticano afferma che la Messa è una "scuola ecologica"




Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Lifesitenews. In un nuovo documento pubblicato il 2 settembre, la Commissione Teologica Internazionale Vaticana ha affermato che l'Eucaristia può condurre alla "conversione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno come famiglia umana". Leone, ecologico tanto quanto Bergoglio. Non a caso la sua intenzione di preghiera di questo mese è per la 'cura dell'acqua' [qui]. Richiamo l'attenzione sulle glosse e sulla nota. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica. Qui l'indice sulla liturgia ai tempi di Leone. 

5 settembre 2026


Un lungo documento pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale, intitolato “Prendersi cura della nostra casa comune – Una risposta responsabile e fraterna al Dio Trino”, si riferisce al Santo Sacrificio della Messa come a una “scuola ecologica”.

Nel documento del 2 settembre incentrato sull'ambiente, sulla "conversione ecologica" e sui cosiddetti "cambiamenti climatici", la Commissione Teologica ha dedicato un intero paragrafo (Capitolo 2, sezione 108) a descrivere la Messa e la Santa Eucaristia come una "scuola ecologica". Sebbene questo paragrafo riconosca che la Messa ha lo scopo di glorificare Dio, sembra sminuire la Messa e il Santissimo Sacramento come mezzo per "prendersi cura del creato".

Il documento afferma: «Dall'Eucaristia scaturisce una spiritualità capace di sostenere e incoraggiare la conversione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno come famiglia umana». «In essa riconosciamo i doni di Dio nella natura. Il nostro intelletto si apre alla trasparenza di Dio nel creato».

Sebbene i fedeli possano offrire preghiere per il bene dell'ambiente, lo scopo della Messa non è la nostra "conversione ecologica".

Al contrario, la Chiesa cattolica insegna che lo scopo del Santo Sacrificio della Messa è adorare Dio, rendere grazie per le numerose grazie che abbiamo ricevuto da Lui, implorare le sue grazie per noi stessi e per gli altri, ed espiare i peccati che abbiamo commesso contro di Lui.

Il documento prosegue: «Nell'Eucaristia, come comunità di fratelli e sorelle, riconosciamo il fine della creazione e della storia: dare gloria a Dio attraverso l'offerta – trasfigurata dal suo Spirito – dei doni che abbiamo ricevuto da lui, unendoci alla vita di donazione del Signore Gesù». E aggiunge: «Per questo motivo, l'Eucaristia ci parla della trasformazione necessaria per vincere il peccato; della responsabilità che deriva dal dono della salvezza, quella di condurre il creato e l'umanità al loro compimento escatologico; ci insegna a dare il giusto valore a tutto il creato; ci mostra il nostro posto personale nel cosmo».

Qui, mentre il vero scopo della Messa viene vagamente affermato, la Commissione Teologica inquadra il rinnovamento incruento del Sacrificio del Calvario come un servizio al creato di Dio piuttosto che come un'offerta delle nostre preghiere a Dio Onnipotente [o, piuttosto la nostra partecipazione al Sacrificio del Signore a gloria del Padre e per la nostra redenzione, in profonda adorazione, unendo alla Sua la nostra personale offerta, nutrendoci di Lui Sacramentato per la nostra trasformazione e crescita spirituale -ndT]

Fin dall'inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha ripetutamente sottolineato l'importanza delle tematiche ambientali, autorizzando la “Messa per la cura del creato” [qui] a pochi mesi dalla sua elezione.

Durante la prima Messa dedicata alla “Cura del Creato”, Leone XIV ha affermato che “il mondo sta bruciando” e sottolineato la presunta necessità di “conversione” tra coloro che ancora non considerano “l’urgenza di prendersi cura della nostra casa comune”. Questa settimana, ha inaugurato il secondo “Tempo del Creato” del suo pontificato celebrando un’altra Messa dedicata alla “Cura del Creato”.



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Nota di Chiesa e post-concilio
 
Quando il Magistero si avventura su terreni scientifici o presunti tali, il rischio di analisi erronee, previsioni sbagliate, errori “tecnici” è assai elevato. Lo dimostrano i precedenti della Laudato Si’ [qui - qui] e della successiva Laudate Deum [qui - qui], veri manifesti bergogliani di un ecologismo estremo dagli aspetti anche oscuri (do you remember Pachamama?) basato su premesse antiscientifiche e non poche vere e proprie falsità, come quello di un indimostrato riscaldamento globale di origine antropica. Lo documentarono molto bene i professori Franco Battaglia e Uberto Crescenti, dimostrando e denunciando la “pletora di errori contenuti in entrambi gli interventi”. La denuncia dei coraggiosi scienziati la si può leggere qui.





Il suicidio assistito può fare «pressioni» sui disabili. Parola del governo inglese


Immagine generata con AI


Altro che «liberi fino alla fine»: la morte di Stato è un vento culturale. Che colpisce i più fragili


Fine vita


Giuliano Guzzo, 05 settembre 2026

La morte di Stato, una volta legalizzata, può esercitare «pressioni sottili» a danno delle persone con disabilità affinché, per così dire, tolgano il disturbo. La sconvolgente ammissione arriva da un’analisi di impatto pubblicata dal governo del Regno Unito su uno degli aspetti più delicati e controversi della proposta di legge sul suicidio assistito. Questo documento, inevitabilmente destinato a far discutere, è stato pubblicato giovedì dal Dipartimento della Salute e dell'Assistenza Sociale (Dhsc) e dal Ministero della Giustizia (MoJ). A diffondere l’esistenza di questo rapporto è la testata specializzata Disability News Service, che ha analizzato la documentazione ministeriale - oggettivamente esplosiva.

Nel testo ufficiale infatti l’esecutivo ammette apertamente come il condizionamento non derivi necessariamente da coercizioni dirette o dall'azione esplicita di terzi. La pressione, al contrario, rischia di esercitarsi attraverso «barriere culturali, la mancanza di assistenza e servizi adeguati» o il radicato timore dei soggetti più vulnerabili di trasformarsi in un «peso» economico e assistenziale per i propri familiari e per il sistema sanitario. Non è finita. La valutazione governativa ha richiamato anche pressioni strutturali come la povertà, l'isolamento sociale e le carenze nell'accesso alle cure palliative.

Tutti fattori che – in un combinato disposto con l’emarginazione, i tassi più elevati di violenza domestica o le dinamiche familiari complesse - rischiano, secondo questa valutazione, di spingere sproporzionatamente le persone disabili e le minoranze verso la scelta del suicidio assistito, vissuto non come un atto di libera autonomia, ma come l'unica via d'uscita praticabile. Com’è inevitabile, queste rivelazioni hanno subito riacceso la protesta dei movimenti per i diritti dei disabili e di diversi parlamentari. Va per completezza precisato che non si tratta di una novità. Già da anni, infatti, le associazioni di persone disabili sono in prima linea contro la morte di Stato.

Per dire, lo Stato di New York ha legalizzato il suicidio assistito lo scorso agosto ma già nel 2018, in audizione contro una simile legge, sfilavano figure come Anita Cameron per conto dell'associazione Not Dead Yet, «Non ancora morto» Donna di colore, colpita da disabilità multiple (sclerosi multipla, atassia cerebellare congenita e diabete) e appartenente alla comunità Lgbt, la Cameron ha tutti i requisiti di una perfetta rappresentante delle minoranze. E già anni fa attaccava duramente il suicidio assistito con queste parole: «La mia prima ragione di opposizione a questo disegno di legge e ad altri simili è che esso costituisce una minaccia per le persone disabili, di colore e del ceto popolare».

Parole, quelle di Anita Cameron, oggi inverate nella valutazione d’impatto del suicidio assistito del governo inglese e che, a dirla tutta, si sono già tragicamente tradotte nei fatti. Dove? Per esempio in Canada, Roger Foley, affetto da atassia cerebellare, ha prodotto ben due audio nei quali si sente il personale ospedaliero che cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Ecco che allora le «pressioni» sui disabili conseguenti ad una legge sul suicidio assistito possono, a volte, essere anche molto più che «sottili». Perché una legge - ogni legge - fa sempre cultura; e la cultura che si porta dietro e che veicola una legge sulla morte assistita è sempre e solo una: la convinzione che esistano «vite indegne di essere vissute».

Di tutto questo è consapevole, ad onore del vero, anche la Corte Costituzionale italiana che, con la sentenza n. 152 del 24 luglio 2026, ha apertamente parlato del rischio che si generi «pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte». Domanda: abbiamo i timori della nostra Consulta, abbiamo la valutazione d'impatto del governo inglese, abbiamo denunce e testimonianze agghiaccianti persone vulnerabili a cui la morte è stata proposta con insistenza e più di una volta; di che cosa abbiamo ancora bisogno, esattamente, per comprendere i pericoli della morte di Stato?





La legge Zaia-Cappato e il suicidio a Venezia


(Immagine: SereMas79, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)



Di Stefano Fontana, 4 set 2026

Solitamente il nostro Osservatorio non interviene su questioni direttamente politiche, sui partiti e sulle loro tattiche. L’approvazione della proposta di legge sul suicidio assistito da parte del Consiglio regionale del Veneto mercoledì 2 settembre ha però delle caratteristiche che legittimano una eccezione a questa regola, per cui ci concediamo alcune osservazioni.

La prima riguarda la fine del partito della Lega. L’evento al palazzo Ferro Fini ha in questo senso un valore simbolico. La Lega potrà ancora tirare avanti in qualche modo, puntare su temi economici o sociali in grado di allontanare il declino, ma su piano dei principi alla guida del partito l’evento in laguna ha segnato la parola fine. Si pensi solo ai seguenti aspetti.

Da ora in poi il nome di Luca Zaia sarà sempre associato nella mente degli elettori a quello di Marco Cappato. La legge approvata mercoledì scorso verrà chiamata la legge Cappato-Zaia. Per tutta la Lega sarà un marchio indelebile. La Lega, nata dal popolo per il popolo, radicata in una terra e nella tradizione, attenta alla storia e ai valori della propria gente, diventa come il partito Radicale, fondato sull’azzeramento di ogni valore sull’altare della autodeterminazione individuale. La Lega, pronta a votare leggi anche molto restrittive per difendere i cittadini dalle violenze e dalla insicurezza, accetta una legge che amplia il fai-da-te alla stessa vita. La tattica dell’Associazione Luca Coscioni, che ha presentato il disegno di legge in Veneto, dopo averlo fatto in altre regioni, è nota ormai da molto tempo: vuole piantare delle bandierine sul terreno nemico da conquistare, anche in assenza di un intervento legislativo del Parlamento e sapendo di incorrere nei possibili ricorsi del Governo o nelle accuse di incostituzionalità, proprio per influire sulla legislazione parlamentare. Zaia e La Lega si è prestata a questo gioco noto a tutti.

Leggendo i nomi dei votanti per il “sì” in Consiglio regionale, si rimane colpiti nel leggere solo nomi della Lega e del Partito democratico. Anche tra i “no” c’è qualche leghista, ma si tratta o di chi è già passato a Futuro Nazionale mentre la burocrazia lo elenca ancora sotto l’etichetta del vecchio partito, o di una minima opposizione interna senza voce in capitolo. Anche il giovane presidente Alberto Stefani ha deciso di votare con il Partito democratico e secondo criteri da partito Radicale. Troppo, agli occhi di qualsiasi leghista doc.

Si potrebbe pensare che si sia trattato di un fulmine a ciel sereno e ricordare che una rondine non fa primavera, ma così non è. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, della Lega, ha permesso all’assessore alla sanità di praticare un suicidio assistito. Il 25 agosto scorso si è verificato in quella regione il primo caso di suicidio assistito gestito completamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Tralasciamo altri casi incresciosi verificatisi sullo stesso fronte.

A Venezia si è consumato il suicidio simbolico della Lega, ma anche quello di Forza Italia. I consiglieri di questo partito hanno votato per il “si” o si sono astenuti. Del resto, è nota da tempo la posizione pilatesca di Forza Italia sulle grandi questioni di etica sociale: irremovibile sull’Unione Europea centralistica e armata, alquanto permissiva sulla vita e sulla morte e sulle altre questioni morali di frontiera. Pilatesca perché se la cava lasciando libertà di coscienza ai propri consiglierei e deputati, e così facendo attesta la incompetenza etica della politica, cosa grave perché a quel punto ad essa non rimane che ridursi a tecnica.

I consiglieri di Fratelli d’Italia hanno votato tutti per il “no”, ciononostante si è assistito a Venezia ad una profonda crisi di tutto il centro-destra. La spinta impressa da Marina Berlusconi a Forza Italia verso una visione liberal della politica, unita alla spinta impressa alla Lega da Zaia e Alberti rompe il quadro, anche semplicemente nominale, dei valori di riferimento del centro-destra e la cosa è destinata a ripetersi. Non si può dire se Fratelli d’Italia abbia la forza interna per governare una situazione così scompaginata.

Da queste vicende politiche emerge per noi la conferma di tenerci fermi sulla difesa dei “principi non negoziabili”, nell’ottica della Dottrina sociale della Chiesa, nonostante le numerose delusioni a cui si è sottoposti su questo fronte. Siamo consapevoli di non poter contare granché sulla Chiesa ufficiale, compresa quella del Veneto, oltre ad esprimere “rammarico” davanti ad un fallimento di queste proporzioni. Siamo pure consapevoli che anche tra i cattolici, i loro movimenti e le loro associazioni, ci sono visioni ampiamente diverse su questi problemi, e certo il quotidiano Avvenire non aiuta. In questa situazione confusa, altro non resta da fare che battere altre strade dal basso e mantenersi fedeli alle verità di sempre.









CULTURA WOKE. IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE







Di Paolo Piro, 3 set 2026

Il Woke al centro del dibattito politico. Chi lo rinnega e chi lo difende.

E’ davvero curioso rilevare una singolare convergenza tra il concetto anglosassone woke (dal verbo inglese wake, “sveglio”) e quello arabo-musulmano di nahda (risveglio). Il primo auspica il risveglio ideologico della sinistra che faccia crescere una forte consapevolezza verso i problemi sociali, le disuguaglianze, le discriminazioni, il razzismo, il sessismo, i diritti della comunità LGBTQ+, il gender. Nato nel contesto della comunità afroamericana, il wokeè la bandiera dei movimenti di sinistra e progressisti di tutto il mondo. Il secondo, la nahda è un movimento di risveglio culturale e, soprattutto, politico dell’islam. Nato con la fine dell’impero ottomano è stato espresso dalla Fratellanza Musulmana egiziana e, quindi, diffuso nei paesi del Maghreb. Anche l’islam della regione indiana ha formulato la sua nahda attraverso Jamaat e-Islami, una miriade di partiti politici che, come la Fratellanza, sono fioriti tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Intellettuali come Hasan al_Banna, Sayyid Qutb, in Egitto e Abu A’la Maududi in Bangladesh insieme ad altri teologi e pensatori musulmani, hanno rilanciato l’islam e curato le diaspore musulmane in occidente per rinvigorire la fede nel destino dell’islam cioè “la conquista del mondo”.

Cos’hanno in comune? Il woke e la nahda dividono l’umanità su base manichea, ci sono gli oppressi e gli oppressori. Non è data altra possibilità di collocazione. Secondo il woke lo schiavismo, il razzismo, il colonialismo delle democrazie occidentali vanno ripudiati e rinnegati, inginocchiandosi a chiedere perdono per i crimini del passato, diffondendo una sorta di ansia di espiazione religiosa per i peccati commessi contro neri, indigeni, diversi, indios, donne, l’ambiente. La modernità occidentale, si è sviluppata basandosi sul principio di immanenza, che non è un principio razionale perché si fonda sull’assioma indimostrato che la realtà della vita sia tutta qui, nessun cielo sopra di noi, nessun inferno sotto di noi, nessun futuro oltre il tempo, nessuna speranza ultraterrena. Una tale visione ha prodotto l’ideologia woke che individua i nemici da annientare, per creare un mondo perfetto, nei maschi, bianchi, eterosessuali, cristiani, colonizzatori, prestando fede ai luoghi comuni della leggenda nera sulla Chiesa Cattolica, elaborata dall’illuminismo. La natura dell’occidente progredito è imperiale e violenta, i paesi poveri del Sud non possono che porre in essere la reazione dell’oppresso. Il woke deve espiare, abbatte le statue di Cristo, quelle di Cristoforo Colombo, corregge le opere di William Shakespeare, fa Gesù Bambino nero etc…. il woke è una guerra di liberazione. Anche l’islamismo è manicheo, afferma lo scrittore Pier Luigi Petrillo “l’Ayatollah Khomeini divide la società in due classi contrapposte: i mostazafin, gli oppressi, contro i mostakberin, gli oppressori. Come i Sans-culottes giacobini…, i mostazafin di Khomeini diventano i principali destinatari della rivoluzione islamica”. La lotta di liberazione della Palestina incarna questo manicheismo, per cui i palestinesi sono, innanzitutto, il simbolo della lotta contro “l’Impero”. Il wokismo progressista converge, per il momento, con il nahdismo islamista, sulla loro strada incrociano lo stesso nemico, l’occidente crociato, causa di tutti i mali della storia e della terra.

Un Testo fondamentale. I nostri atenei universitari, primi fra tutti i più blasonati ed esclusivi fra quelli USA, si sono nutriti del verbo di Franz Fanon che nel suo celebre “I Dannati della Terra” (1961) descrive un mondo diviso tra oppressi e oppressori, tra il bene e il male, “il colonizzatore è l’elemento corrosivo che distrugge tutto ciò che gli si avvicina“, la violenza è la reazione naturale contro i colonialisti. Fanon è il riferimento dei sostenitori di Hamas, dei pro-pal e dei rivoluzionari islamici, dei pasdaran iraniani, della sinistra woke mondiale che iscrive Hamas e Pasdaran fra gli oppressi e ne giustifica la violenza ed il sangue che provocano. Il wokismo si identifica nell’introduzione che Jean Paul Sartre fa al libro di Fanon: “Abbattere un europeo significa prendere due piccioni con una fava. Restano un uomo morto ed un uomo libero“. Gli fa eco Fanon “la vita può sorgere solo dal cadavere in decomposizione di un colono“. La visione manichea che fluisce da questa ideologia, è similare per il woke e per la nahda, per cui i paesi poveri sono buoni per principio e quelli ricchi intrinsecamente perversi per vocazione. Sono ammesse solo due categorie, oppresso-oppressore, liberazione-repressione, debole-potente, povero-ricco. Da questo crogiuolo ideologico nasce la teoria di una ribellione permanente che generi il brodo culturale idoneo a trasformare il mondo, scrive Gilles Kepel “Il conflitto israelo-palestinese materializza ed esacerba la frattura fra quelle due entità – Israele è identificato con il Nord e la Palestina con il Sud” non si tratterebbe quindi di un conflitto regionale ma dello scontro tra il Nord opulento e oppressore, e il Sud globale povero e oppresso.

Conclusione. Il woke odierno sembra essere in crisi. Alcuni paladini di ieri negano la sua esistenza, come accaduto per il gender, altri affermano che non è un elemento fondamentale del pensiero progressista. Secondo lo scrittore algerino Boualem Sansal, il wokismo occidentale è una forma di suicidio: “L’autoflagellazione sta guadagnando terreno in tutto l’Occidente e sta diventando un pericolo. Non capisco perché i governi non siano preoccupati per questa epidemia galoppante e non stiano intraprendendo alcuna azione per prevenire i disastri che alla fine causerà. Possiamo cominciare a credere che l’Occidente si stia suicidando e nel modo più divertente. Buon affare per i Brics e gli islamisti che sognano una grande sostituzione. Siamo sopraffatti dalla paura. E la paura provoca nell’uomo come negli animali l’una o l’altra reazione, o anche entrambe allo stesso tempo: il soggetto diventa violento e attacca o si sottomette alla paura e arriva a mutilarsi per mostrare la propria sottomissione. L’autoflagellazione e il wokismo sono atti di automutilazione simbolica, esprimono espiazione, sottomissione, preparazione al suicidio liberatorio”. L’islamismo della nahda plaude alla deriva morale e spirituale dell’occidente, e considera gli occidentali degli smidollati così come i saraceni, nell’VIII-X secolo, consideravano i “rumi” (i romani bizantini) dei rammolliti. Il punto di convergenza tra woke e nahda si chiama islamo-gauchisme (islamogoscismo), nato nel 1979 e consacrato nel 1994 dall’edizione del libro “The Prophet and the Proletariat” del trotskista Chris Harman.

Dopo che Donald Trump ha tagliato i fondi federali ai programmi di Diversità, Equità e Inclusione con il “Cuts to Woke Programs“, anche in Italia il wokismo è andato in crisi. Certi sinistri negano di averlo mai incontrato e conosciuto, per indifferenza al principio di non contraddizione, gli islamisti invece negano, in virtù della taqiyya, l’arte della menzogna e della dissimulazione, che esista qualcosa che somigli all’islamo-goscismo (incontro tra islamismo e sinistra woke). Cosa volete farci è l’era della post-verità.



https://www.societadomani.org





venerdì 4 settembre 2026

Non si spegne l’odio contro la Chiesa in Canada


La chiesa di Saint-Simon nel New Brunswick, Canada, 
costruita nel 1918, è stata completamente distrutta dalle fiamme

Saint-Simon ridotta in cenere e l’assoluzione del cardinale Ouellet dopo anni di gogna sono l’ultimo capitolo di una lunga spirale di ostilità anticattolica. Minimizzata o negata dai liberal, mentre i luoghi di culto continuano a bruciare



Di Caterina Giojelli, 04 settembre 2026

La settimana scorsa è bruciata un’altra chiesa canadese. Questa volta è toccato a Saint-Simon, nella penisola acadiana del New Brunswick: un edificio di oltre cent’anni, costruito nel 1918, punto di riferimento della comunità cattolica locale, raso al suolo da un incendio che la Royal Canadian Mounted Police ha confermato essere doloso.

Nessun ferito, perché la chiesa era vuota, ma l’ennesimo pezzo di storia religiosa del Canada che se ne va in fumo. Ad appiccare le fiamme sarebbe stato Gilles Mallet, 68 anni, arrestato e accusato di incendio doloso: il movente non è stato reso noto, ma la lista dei precedenti in Canada è già lunga abbastanza da rendere la domanda superflua.

Cento chiese date alle fiamme in Canada

A raccogliere la notizia è stato Pierre Poilievre, leader dei conservatori canadesi, che ha rilanciato un dato che il Partito Liberale da anni va derubricando a esagerazione della destra: «Cento chiese sono state incendiate», ha dichiarato a Juno News. «I cristiani potrebbero essere il gruppo più colpito dalla violenza motivata dall’odio. Ma, ovviamente, non è politicamente corretto affermarlo». I canadesi di ogni fede, insiste Poilievre, «meritano di praticare il proprio culto in pace». Non è un’impressione isolata: un’indagine del 2025 di True North ha censito 123 casi di incendio doloso o vandalismo contro chiese dal 2021. I dati ufficiali del governo parlano di circa 463 incendi dolosi contro istituzioni religiose tra il 2016 e il 2023, senza nemmeno un conteggio separato per le sole chiese.

Quando quel rapporto di True North arrivò alla Camera dei Comuni, scoppiò la polemica. Il deputato liberale John-Paul Danko accusò i conservatori di «ripetere teorie del complotto», esortando a concentrarsi sui «veri crimini d’odio», come l’odio antisemita. Sulle chiese, un compromesso non si è mai trovato: nel 2024 i conservatori avevano proposto una pena minima di cinque anni per chi incendia un luogo di culto, salita a sette per i recidivi. La legge è morta con le dimissioni di Trudeau, nel gennaio 2025, e non è mai più stata ripresentata.

L’assoluzione del cardinale Ouellet

C’è, in questi giorni, una seconda notizia che va letta insieme alla prima, perché racconta la stessa storia da un altro capo: quella di un pregiudizio anticattolico che in Canada ha smesso da tempo di essere un’opinione per diventare un riflesso condizionato. Come racconta Matteo Matzuzzi sul Foglio, nell’agosto 2022 la signora Paméla Groleau, nell’ambito di una class action contro l’arcidiocesi di Québec, accusò il cardinale Marc Ouellet di violenza sessuale ripetuta, fatti che sarebbero avvenuti tra il 2008 e il 2010 quando il porporato era arcivescovo. Ne seguì uno scandalo enorme, con la macchina mediatica già pronta a condannare senza processo, mentre in quello stesso periodo si moltiplicavano gli assalti alle chiese.

Quattro anni dopo, un giudice ha stabilito che le accuse erano infondate e ha condannato la donna a risarcire Ouellet con centomila dollari per calunnia e diffamazione. Il cardinale ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con una temerarietà estrema, equivalente a malizia, e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».

La maxi class action contro l’Arcidicocesi del Québec

All’epoca Ouellet era prefetto del dicastero per i Vescovi: Papa Francesco dovette aprire un’indagine preliminare, affidata al gesuita Jacques Servais, che archiviò tutto in fretta: «Non c’è alcun fondato motivo per aprire un’indagine per aggressione sessuale». Il danno d’immagine (eufemismo), però, era già fatto, e restò tale mentre la versione della donna cambiava in aula, passando da un racconto di violenza esplicita a una presunta “progressione” di gesti più ambigui. I centomila dollari del risarcimento, ha annunciato il cardinale, andranno alle organizzazioni che si occupano dei veri abusi subiti dalle popolazioni indigene.

Il caso Ouellet va inserito nel contesto più ampio di quella stessa maxi class action intentata contro l’Arcidiocesi del Québec e decine di religiosi e laici, che riguarda circa duecento vittime di abusi commessi da membri del clero a partire dal 1940: la Corte Superiore del Québec ha approvato nell’agosto 2026 un accordo storico da 31,5 milioni di dollari. Anche il cardinale Gérald Lacroix, coinvolto nei documenti della causa, è stato poi scagionato dal Vaticano dopo un’indagine interna.

La catastrofica fake news dei bambini indigeni sepolti

Lo stesso copione che si è ripetuto nel giugno scorso, con cinque anni di ritardo, sul caso (o meglio, la più grande fake news mai raccontata in Canada contro i cattolici) che più di ogni altro ha alimentato l’odio contro le chiese canadesi: i bambini indigeni sepolti nei terreni del collegio cattolico di Kamloops. Come ha raccontato Alex Dhaliwal su Juno News, a distanza di cinque anni la redazione del Globe and Mail ha finalmente riconosciuto di non aver mai verificato a sufficienza la notizia del 2021, ammettendo che i primi articoli avevano dato per scontato il ritrovamento dei resti di 215 bambini nell’ex istituto residenziale indiano di Kamloops.

Eppure nel maggio 2021, come ricostruito ancora da Matzuzzi sul Foglio, l’allora premier Justin Trudeau si scagliò pubblicamente contro la Chiesa e Papa Francesco, fidandosi delle rilevazioni del georadar, manifestò all’Angelus la propria vicinanza a un popolo canadese “traumatizzato”. Le bandiere restarono a mezz’asta per sei mesi e la stampa internazionale, New York Times in testa, parlò della scoperta come di una tragedia accertata. Anche i principali media italiani, da Ansa a Corriere, Repubblica e La Stampa, titolarono nello stesso modo, e il manifesto arrivò a parlare di genocidio.

Bandiera canadese rovesciata con lo slogan “Nessun orgoglio nel genocidio” esposta in protesta dopo il ritrovamento della presunta fossa comune della scuola residenziale di Kamloops, riserva Kahnawake, Canada, 2 luglio 2021 (foto Ansa).

L’inarrestabile ondata di odio contro la Chiesa in Canada

Ma dagli scavi non emerse nulla. Come spiegò allora Anna Farrow sul Catholic Herald, la tecnologia Gpr usata a Kamloops non fotografa corpi ma rileva solo anomalie nel sottosuolo, e l’area esaminata coincideva probabilmente con un vecchio campo settico degli anni Venti. Dove si è scavato per davvero, come alla Pine Creek First Nation in Manitoba, un mese di ricerche nel 2023 su quattordici siti non ha portato alla luce nessun corpo.

Il libro Grave Error: How the Media Misled Us (and the Truth about Residential Schools), curato dagli studiosi C.P. Champion e Tom Flanagan, raccoglie diciotto saggi che arrivano alla stessa conclusione: nessuna prova credibile di tombe anonime, bambini scomparsi o genocidi nelle scuole residenziali. Nel frattempo, però, il Canada ha vissuto un’ondata di violenza vera: quasi un centinaio di chiese danneggiate, profanate o incendiate in odio ai cattolici, mentre l’allora premier, giustificava i roghi così: «La rabbia è comprensibile».

Torniamo dunque a Saint-Simon, alla chiesa del 1918 ridotta in cenere nel New Brunswick. Non è un episodio isolato né un incidente: è l’ultimo capitolo di una storia che comincia con un titolo sbagliato del maggio 2021 e continua, cinque anni dopo, con smentite pubblicate in un trafiletto mentre le chiese continuano a bruciare. Il modo giusto per raccontare il Canada di oggi, parafrasando un titolo di Tempi di qualche mese fa, resta questo: fosse comuni nelle scuole cristiane, zero; chiese assaltate, un’altra ancora.





giovedì 3 settembre 2026

Chiese vandalizzate e atti sacrileghi in aumento in Italia




Post di Roberto Riccardi 
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Roberto Riccardi 3 settembre 2026

Sterco sugli altari. Ostie consacrate buttate nei prati. Madonne decapitate in serie. Croci rovesciate sulle facciate. Tabernacoli strappati dal marmo.

È l'Italia degli ultimi due anni, chiesa dopo chiesa.

Che cos'è tutto questo, se non odio? Eppure nessun politico, intellettuale e piazza hanno mai usato quella parola.

Per una fioriera di plastica bruciata davanti a una moschea, a Cagliari, l'hanno pronunciata in coro in mezza giornata.

E non si tratta di ragazzate promosse a persecuzione. A Viterbo la facciata di una chiesa è stata coperta di "666" e croci rovesciate: la simbologia demoniaca e anticristiana era esplicita, il nome dell'odio no.

A Fermo hanno scardinato il tabernacolo per portare via le ostie consacrate, che sul mercato non valgono niente e sull'altare valgono tutto.
 
A Ostia e a Salerno gli escrementi sono finiti sull'altare e sul portale. Chi lo fa non ruba, comunica.

Nella grande maggioranza dei casi gli autori restano ignoti. Dove le indagini sono arrivate a qualcuno, il campionario è l'Italia intera: minorenni, senza fissa dimora, una turista straniera.
C’è perfino una donna di 59 anni della Ciociaria ai domiciliari con undici episodi contestati, presunta responsabile e non condannata.

Non esiste un colpevole tipo. Esiste un bersaglio tipo.

Ecco la regola non scritta di questo Paese: per la moschea l'odio si presume, per la chiesa va dimostrato. E non basta mai.

"Vandali" è la parola che assolve: dice che c'è un altare da ripulire, non qualcuno da difendere.

Ma la reticenza più impressionante non è quella delle istituzioni. È quella delle vittime.

Quando un santuario del Salernitano si è ritrovato il portone in cenere e la statua del patrono senza corona e senza spada, il vescovo ha parlato di "atto vandalico". Non il questore, il vescovo.
Perché lo status di vittima è una valuta e la maggioranza non è ammessa allo sportello.

Questo appecoronamento ha radici profonde, quelle che un sociologo chiamerebbe perdita del riflesso collettivo.

Per decenni essere cattolici significava appartenere a un ambiente: parrocchia, associazioni, giornali, scuole, partiti, reti familiari. Quel mondo si è sbriciolato.

Rimangono milioni di persone che si definiscono cattoliche, ma sta scomparendo la comunità capace di percepire un'offesa a una chiesa come qualcosa che riguarda personalmente ciascuno di noi.
Pure la Chiesa ci ha messo del suo, soprattutto negli ultimi decenni. Ha educato molto bene i fedeli a non reagire in termini identitari.

Dialogo, prudenza, evitare contrapposizioni, non alimentare tensioni. Principi in sé comprensibili, ma ripetuti per anni hanno tolto ai cattolici italiani l'abitudine al conflitto culturale.

Il comunista sa di essere comunista, pure quando se ne vergogna e si dice progressista. Il sindacalista sa di essere sindacalista. Il militante ambientalista sa perfettamente quale fatto deve indignarlo.

Il cattolico medio italiano spesso non sa più dove finisca la tolleranza e dove cominci la rinuncia. Ha disimparato a dire: questa cosa non è accettabile perché colpisce ciò che sono.

C'è poi la politica. Con la fine della Democrazia Cristiana il voto cattolico si è disseminato ovunque: destra, centro, sinistra, astensione.
 
Non esiste più un soggetto che trasformi automaticamente un fatto religioso in questione pubblica. Per la moschea di Cagliari c'era chi, in poche ore, ha chiesto l'intervento del Governo.
 
Per le chiese non c'è nessuno a cui telefonare.

Il cattolicesimo italiano si è politicamente polverizzato e, polverizzandosi, ha perso pure la capacità di pressione.

Infine c'è la causa più profonda: l'assuefazione. Una statua imbrattata, una croce spezzata, una chiesa vandalizzata diventano episodi separati.

Se non vengono raccolti, contati e mostrati insieme, non formano mai un fenomeno nella testa dell'opinione pubblica.

Ed è vero, non è un numero da guerra civile: una cinquantina di casi in due anni, contando solo quelli finiti sui giornali e ancora rintracciabili.

Ma cinquanta casi con quasi otto colpevoli su dieci mai trovati non sono cronaca, sono un'impunità.
E tre tabernacoli smurati in una sola notte di fine agosto, a Pavia, nel Catanese e nel Mantovano, non sono tre furti. Sono una scia.

Il conto lo ho dovuto fare da solo leggendo i giornali, perché lo Stato non lo tiene. L'Italia è tra i Paesi che non trasmettono un solo dato sull'odio anticristiano.
 
Per contare le nostre chiese colpite bisogna chiedere a un osservatorio di Vienna.

Bruxelles ha un coordinatore contro l'antisemitismo e uno contro l'odio antimusulmano; contro l'odio anticristiano non esiste nemmeno la poltrona.

Ciò che non si conta non esiste. Ciò che non esiste non si condanna. La cronaca ogni tanto cuce insieme gli episodi, chi dovrebbe rispondere mai e ogni episodio muore da solo.

E quando un mondo perde il riflesso, qualcun altro decide per lui cosa deve fargli male.
Lo decide il ceto sinistro che dalle terrazze dei Parioli e dalle spiagge di Capalbio distribuisce ogni stagione le patenti di vittima.
 
Per la moschea l'indignazione a pagina intera; per il santuario sulla montagna nemmeno una riga, perché la fede dei pellegrini non fa tendenza e non porta voti nei quartieri giusti.

Così il quindicenne che sputa sul candelabro sa una cosa senza averla mai studiata: quello è l'unico bersaglio che non costa niente.

Lugo di Romagna non è un caso, è un ritratto. Un gruppo di ragazzini entrava nella collegiata per spezzare le lampade, sputare e vuotare la cassetta delle offerte, finché la chiesa ha smesso di aprire fuori dalle messe.

Il parroco, abbandonato dal vocabolario ufficiale, si è fabbricato la sua giustizia: "Sono disposto a ritirare la denuncia a condizione che questi si presentino da me, uno a uno, con i genitori".

Dove lo Stato non trova le parole, un prete di provincia trova almeno una pena.
Finché a bruciare sarà "un portone" e non "una chiesa", il prossimo fuoco lo avremo già assolto noi.





Fonte web 


Contro il suicidio assistito




Una riflessione pastorale e teologica sulla sacralità della vita in mezzo alla sofferenza, alla luce del dibattito ancora in corso sul suicidio assistito. Qui da noi sta facendo scalpore il caso del Veneto. La maggioranza al governo cincischia e la Chiesa, diocesana e nazionale, tace... unica mobilitazione risulta tra parlamentari e uomini di cultura veneti. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.



Rev. Leon, 1 settembre

Introduzione

Come pastore che si è seduto accanto a molti malati – troppi per i miei gusti – che ha stretto mani tremanti tra ondate di dolore e ha pianto con le famiglie i cui cari si stavano spegnendo, mi avvicino a questa domanda non come un teorico distaccato, ma come qualcuno che ha guardato la sofferenza in faccia. Ho visto il cancro divorare un corpo, ho visto la demenza cancellare una personalità e ho ascoltato la disperazione di chi dice: "Non ce la faccio più". In quei momenti, la tentazione di porre fine al dolore, anche togliendo la vita, può sembrare l'unica opzione misericordiosa rimasta.

Eppure, con tutta la compassione che posso provare per chi soffre, e con sincero dolore per chi crede che il suicidio assistito sia la risposta più umana, resto fermamente convinto che porre fine deliberatamente a una vita umana, anche per alleviare la sofferenza, sia sempre sbagliato. È sbagliato teologicamente, moralmente e, credo, anche civilmente. E poiché si tratta della soppressione intenzionale di una vita umana innocente, deve essere chiamata con onestà: non "aiuto medico a morire", non "morte con dignità", ma suicidio assistito. Il linguaggio è importante, perché l'eufemismo è il primo rifugio di una coscienza sporca.

I. L'importanza di dare un nome: perché "suicidio assistito" e non "eutanasia"

Nell'uso classico, l'eutanasia (dal greco εὐθανασία / euthanasía, da εὖ 'bene' + θάνατος 'morte', letteralmente 'buona morte') significava semplicemente una morte pacifica o dolce. Col tempo, tuttavia, il termine è giunto a implicare l'uccisione diretta da parte di un'altra persona, di solito un medico. Oggi, i sostenitori preferiscono espressioni come 'assistenza medica alla morte' (MAiD) o 'morte volontaria assistita' proprio perché nascondono ciò che accade realmente: una persona fornisce a un'altra i mezzi (o l'atto stesso) per commettere suicidio.

Chiamarlo in altro modo significa nascondere la realtà. Quando un medico prescrive una dose letale che il paziente in seguito ingerisce, si tratta di suicidio assistito da un professionista sanitario. Quando un medico inietta la dose letale, si tratta di omicidio, anche se richiesto e anche se motivato dalla pietà. La distinzione non è pedante; è morale e legale. Il suicidio è l'uccisione di sé stessi. Il suicidio assistito è un suicidio reso possibile da un'altra persona. L'eutanasia, nel suo senso attivo, è l'uccisione per mano di un'altra persona. Entrambe sono forme di omicidio intenzionale; una è semplicemente commissionata dalla vittima.

Un linguaggio chiaro protegge un pensiero chiaro. Se non riusciamo a definire un'azione per quello che è, abbiamo già iniziato a perdere la discussione.

II. La testimonianza teologica: la vita come dono, la sofferenza come mistero, la morte come confine

La teologia cristiana ha sempre insegnato che la vita umana non è un possesso di cui disporre, ma un dono custodito in custodia. "Il Signore dà e il Signore toglie; sia benedetto il nome del Signore" (Giobbe 1:21). Togliersi la vita, o cooperare direttamente a togliere la vita a un altro, significa usurpare una prerogativa che appartiene solo a Dio.

Questo non è un consiglio di distacco stoico – la stessa filosofia che giustificava il suicidio quando la sofferenza superava la virtù – ma di speranza biblica che affida persino il dolore insopportabile a un Padre amorevole. Le stesse Scritture che proibiscono l'omicidio (Esodo 20:13) e la disperazione (1 Corinzi 10:13) mostrano anche un Dio che si avvicina a chi ha il cuore spezzato (Salmo 34:18), che raccoglie le nostre lacrime nel suo otre (Salmo 56:8) e che, in Cristo, è entrato pienamente nella sofferenza innocente. La croce non è un argomento a favore del suicidio; è la sua confutazione decisiva. Gesù non chiese di essere tolto dalla croce per porre fine al suo dolore; si affidò al Padre e, in questo affidamento, redense il mondo.

La sofferenza rimane un mistero, non una punizione o una virtù in sé. Eppure, nell'economia della redenzione, la sofferenza può unirsi alla passione di Cristo e diventare feconda (Col 1,24). La tradizione cristiana non ha mai glorificato il dolore fine a se stesso; ha sempre cercato di alleviarlo. Ma c'è una netta linea di demarcazione tra uccidere il dolore e uccidere il malato. Oltrepassare quella linea non è mai giustificato, perché nega l' immagine di Dio nel sofferente e il significato redentivo che persino la sofferenza insopportabile può essere donata quando offerta in unione con Cristo.

III. La realtà pastorale: accompagnamento, non abbandono.

Non ho mai incontrato una persona che implorasse la morte e che, in fondo, non si sentisse abbandonata, un peso o spaventata. Il grido "Voglio morire" è quasi sempre il messaggio in codice "Non sento più che la mia vita valga la pena di essere vissuta per nessuno, me compreso". Rispondere dicendo "Hai ragione; lasciaci aiutarti a farla finita" è l'abbandono finale e più tragico.

Un vero accompagnamento conduce fino alla soglia della morte senza spingere il sofferente oltre prematuramente. Significa cure palliative specialistiche, supporto psicologico e spirituale, sollievo dalla solitudine, la certezza che il paziente non sarà lasciato morire nell'agonia o nell'isolamento. Nelle giurisdizioni in cui il suicidio assistito è legale, gli studi dimostrano costantemente che la maggior parte di coloro che lo richiedono lo fa per paura di essere un peso o di perdere l'autonomia, non per un dolore fisico insopportabile. Quando queste paure vengono affrontate con autentica cura, il desiderio di morire spesso si affievolisce.

IV. Il pericolo civile: dalla compassione alla coercizione

Una società che permette il suicidio assistito passa inevitabilmente dal "diritto di morire" al "dovere di morire". La logica è inesorabile. Una volta che affermiamo che alcune vite non meritano di essere vissute, la domanda diventa: chi lo decide? E la risposta non è mai il singolo individuo, bensì la cultura circostante, plasmata da fattori economici, di convenienza e ideologici.

Abbiamo già visto in azione questa china scivolosa. In Belgio e nei Paesi Bassi, l'eutanasia si è estesa dai malati terminali ai malati cronici, ai malati di mente, ai depressi e persino ai bambini. In Canada, l'assistenza medica alla morte (MAiD) viene ora offerta a persone la cui unica diagnosi è la povertà o la mancanza di una casa. Quando il suicidio diventa un "trattamento" medico, il dovere dello Stato di prevenirlo si inverte in un dovere di fornirlo. Il diritto di morire diventa, per i più vulnerabili, una pressione a morire.

E i più vulnerabili sono sempre i primi a soffrire: gli anziani che temono di mandare in rovina le proprie famiglie, i disabili che interiorizzano il messaggio della società secondo cui le loro vite hanno meno valore, i poveri che non hanno accesso a buone cure palliative. Legalizzare il suicidio assistito non amplia le possibilità di scelta, bensì le restringe, eliminando il più forte baluardo sociale e legale contro la disperazione.

V. Peccato, misericordia e speranza

Definire il suicidio assistito un peccato grave non significa condannare chi lo subisce; significa piuttosto chiamare l'atto con il suo nome, pur tenendo aperte le braccia della misericordia. La stessa Chiesa che insegna la gravità oggettiva del suicidio ha sempre insistito sul fatto che il disagio psicologico, il dolore e la paura possono diminuire o addirittura eliminare la colpevolezza soggettiva. Dio giudica i cuori, non solo le azioni. Il nostro compito è sostenere la verità oggettiva, riversando al contempo compassione su coloro che, nella loro angoscia, considerano o scelgono questa strada.

Non esiste sofferenza così grande da allontanare una persona dall'amore di Dio, e non esiste momento così buio da spegnere la speranza. Persino sulla croce, Gesù era accompagnato da sua Madre, da Giovanni, dal ladrone pentito. Nessuno dovrebbe mai morire da solo, e nessuno dovrebbe mai sentirsi costretto a pensare che la morte sia l'unica via rimasta aperta.

Conclusione

Mi oppongo al suicidio assistito non perché sia indifferente alla sofferenza, ma proprio perché non lo sono. Ho visto cosa può fare un vero accompagnamento: come l'amore possa rendere sopportabile l'insopportabile, come la presenza possa trasformare l'agonia in un'offerta, come persino nella valle dell'ombra della morte il Signore prepari una mensa e unga il capo con olio.
Possiamo noi, come Chiesa e come società, scegliere la via più difficile ma più vera: prenderci cura dei sofferenti, non abbandonarli mai e non ucciderli mai. Solo allora saremo fedeli a Colui che ci ha amati fino alla fine e oltre la fine, nell'eterna alba della risurrezione.

Inviato in amorevole memoria di coloro che hanno sofferto molto e sono morti di morte naturale, circondati dall'affetto dei propri cari.