mercoledì 19 agosto 2026

Il vero antidoto al declino demografico? La restaurazione della famiglia!





Società | CR 1964



di Fabio Fuiano, 19 agosto 2026

Anche quest’anno si rinnovano i terribili dati dell’ISTAT sulla natalità in Italia. Secondo l’ultimo rapporto del 2025, risultano 355 mila i nati, ulteriore peggioramento rispetto al 2024. Inoltre, «prosegue in Italia il calo della fecondità, comune a molti Paesi europei: nel 2025 scende a 1,14 figli per donna». Ad oggi, «oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), […]. Le famiglie composte da almeno un nucleo, in cui cioè è presente almeno una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio, sono il 60,4%. Queste famiglie sono principalmente costituite da coppie con figli (28,4%), per molti anni il modello prevalente di famiglia, ma anche quello interessato dalla diminuzione più consistente».

Alcuni analisti cercano di spiegare il perché di questo fenomeno, confondendo però spesso le cause con gli effetti: il fattore economico può certamente influire, ma è a sua volta influenzato dalla regressione demografica, giacché la capacità produttiva e, dunque, la ricchezza futura di un paese dipendono necessariamente dal popolo che lo compone.

In un recente articolo, il prof. Giuseppe Brienza suggeriva come soluzione a questa crisi il «riportare il matrimonio e la famiglia al centro del nostro ordinamento». Molto si è scritto sull’argomento (qui), ma si può rafforzare ulteriormente la giusta considerazione, prendendo spunto dalle parole di mons. Henri Delassus (1836-1921) nel suo capolavoro Lo spirito famigliare nella società e nello Stato (Edizioni Fiducia, Roma, 2024). Egli individua nella Rivoluzione la causa della disgregazione sociale, ricordando come la famiglia è, per ogni Stato, «l’elemento costitutivo, a tal punto che la società regolare, quale esiste, finché non si è opposta alle leggi della natura, come ha fatto la nostra Francia mediante la Rivoluzione, si compone non d’individui, ma di famiglie. Oggi, contano solo gli individui, lo Stato non riconosce che cittadini dispersi; ciò è contrario all’ordine naturale». Un tempo, «l’enumerazione della popolazione si contava sempre, non dalle persone, ma dai fuochi, cioè dai focolari; ogni focolare era reputato centro d’una famiglia, ed ogni famiglia era nello Stato un’unità politica e giuridica come economica» (p. 27).

Il politico francese, Fernand Buisson (1841-1932), ministro dell’educazione nella Terza Repubblica, disse un giorno, alla Camera: «Il dovere della Rivoluzione è di emancipare l’individuo, la persona umana, cellula elementare organica della società». È questo, ricorda Delassus, «il compito che la Rivoluzione si è imposto, ma questo compito non si riduce a niente meno che a disorganizzare la società ed a dissolverla. L’individuo non è che un elemento della cellula organica della società. Questa cellula è la famiglia; separarne gli elementi, far dell’individualismo vuol dire distruggerne la vita, renderla impotente a compiere il suo ufficio nella costituzione dell’essere sociale, come farebbe nell’essere vivente la dissociazione degli elementi della cellula vegetale e animale» (p. 28).

Rievocando le parole del giurista francese Geoffroi Jacques Flach (1846-1919), Delassus ricordava come in Francia, nell’alto Medioevo, non v’era posto per l’uomo isolato e «se una famiglia vien a decadere, o a dissolversi, gli elementi che la compongono devono aggregarsi ad un’altra. Non trovare un simile asilo, è la morte. Dunque, la famiglia, nelle buone epoche della storia dei popoli, è ciò che in mezzo a noi, per nostra sciagura, ha fatto la democrazia diventare l’individuo: l’unità sociale».

Lo scrittore Louis de Bonald (1754-1840), osservando che anche le formiche e le api hanno delle leggi, si domandava giustamente come si possa concepire che lo stesso non valga per la società degli uomini. Eppure, «Rousseau ha pensato questo. Egli cercò di formulare per gli Stati altre leggi fuori da quelle poste dal Creatore; ed i democratici, suoi discepoli, sforzandosi, secondo le sue istruzioni, di stabilire gli Stati nell’eguaglianza in opposizione alla gerarchia, nella libertà in opposizione all’autorità, e nella reciproca indipendenza in opposizione all’unione, non possono che distruggerle, e distruggerle fin dalla base» (p. 29).

Parimenti, affermò Leone XIII nell’enciclica Sapientiae christinae (1890): «La famiglia è la culla della società civile, ed è nel recinto del focolare domestico che si prepara in gran parte il destino degli Stati». E in Quod multum (1886): «La società domestica contiene e fortifica i principii e, per così dire, i migliori elementi della vita sociale; perciò, è da questo che dipende in gran parte la condizione tranquilla e prospera delle nazioni».

È essenziale ricordare che gli uomini, presi singolarmente, non possono far nulla: solo moltiplicandosi e conservando fra loro l’unione hanno potuto «sottomettere al loro impero la terra, cioè il suolo e le forze della natura, le piante e gli animali». L’associazione tra uomini «ha prodotto tutte le ricchezze che la civiltà possiede attualmente. Tutto è prodotto dal lavoro degli uomini associati nello spazio e nel tempo. Senza unione non vi è associazione, o se l’associazione cerca di costituirsi, non tarda però a disciogliersi. È l’unione la quale fa che un insieme sia solido e formi un tutto. Dal momento che essa è spezzata, la società va in rovina» (p. 45). Parole che descrivono la realtà odierna!

L’unione però, ricorda Delassus, «procede dall’amore. L’amore è dunque la prima legge del mondo morale, come il suo correlativo, l’attrazione, è la prima legge del mondo fisico. L’una e l’altra producono l’unità nell’infinita varietà delle cose. “Come gli astri gravitano nelle loro orbite per la forza di gravità – disse Funck-Brentano, come conclusione dei suoi studi sulla civiltà e le sue leggi – così l’uomo vive in società perché è intelligenza ed amore”». L’amore – prosegue l’autore – «comincia ad unire lo sposo alla sposa, i genitori ai figli. Ma successivamente allarga la cerchia della sua azione. Mediante i matrimoni che i figli contraggono, la parentela si estende, e v’introduce l’affinità, la quale non si accontenta più di unire le persone, ma unisce le famiglie stesse».

Egli cita poi il filosofo Jean Bodin (1529-1596): «la sacra fiamma dell’amicizia mostra il suo primo ardore fra il marito e la moglie, poi fra i padri ed i figli, quindi tra i fratelli, e da questi si diffonde nei prossimi parenti, e dai più prossimi parenti nei congiunti». Ed è continuando ad espandersi fuori dal suo focolare che «la stessa fiamma crea quelle unità superiori che vedemmo prendere il nome di Phratrie, Gens, Mesnie, Patrie, tutti nomi che ricordano, come queste entità sociali abbiano avuto il loro principio nella famiglia». La suprema entità sociale, la nazione, è veramente viva e vigorosa finché conserva ed alimenta nel suo seno questo sacro fuoco.

Tuttavia, la Rivoluzione, conchiude Delassus, «lo ha estinto sopprimendone il focolare: voglio dire la famiglia reale. Al posto dell’amore e dell’unione non vi è più fra noi che antagonismo» (p. 46).

La soluzione è consegnata alle parole dell’abate Augustin Lémann (1839-1909): «perseveranza nella preghiera. Ricorso alla penitenza. Ritorno all’unità. Tali sono, secondo la Bibbia e nel dominio dell’ordine morale, le tre condizioni indicate da Dio per la guarigione delle nazioni» (p. 49).

Nell’enciclica Rerum novarum, Leone XIII ricordò che «la quotidiana esperienza che fa l’uomo della piccolezza delle proprie forze lo impegna e sprona a procacciarsi un’estranea cooperazione. Nelle sacre Lettere, si legge questa massima: “È meglio che due siano insieme che esser soli, poiché allora essi traggono vantaggio dalla loro società. Se uno cade, l’altro lo sostiene. Guai all’uomo solo! poiché se egli sarà caduto, non avrà alcuno che lo risollevi!” E quell’altra: “Il fratello che è soccorso dal proprio fratello, rassomiglia ad una città fortificata”. Da questa naturale propensione derivano le società».

Solo recuperando tale propensione potremo sperare di invertire il terribile declino demografico.






I castighi di Dio nel tempo dell’incredulità


 




Chiesa cattolica | CR 1964



di Cristina Siccardi, 19 agosto 2026

Era mezzogiorno di sabato (giorno mariano) 13 ottobre 1917 quando migliaia di persone, radunate alla Cova d’Iria, in Portogallo, videro il Sole cambiare colore, dimensione e posizione per circa dieci minuti, per poi avvicinarsi progressivamente alla Terra come se stesse per precipitarvi, ma non precipitò. Preannuncio di possibili castighi futuri?

Fu un atto squisitamente divino, nel quale l’uomo non ebbe alcuna incidenza, voluto da Dio stesso per suggellare le apparizioni di Nostra Signora di Fatima, venuta a lanciare un appello di conversione e ad invitare ai sacrifici, alla preghiera, al rosario per i peccatori, ricordando lo stato dell’inferno, destinato ai dannati. Oggi la vulgata è quella in cui si dice che siamo responsabili dei cambiamenti climatici e che si possano, quindi, governare; questa paranoia si chiama Übermensch: il Super uomo nietzschiano, che sorpassa la morale tradizionale, accetta la morte di Dio e si sente in grado di mutare le forze dell’universo, compreso il clima. Quel sorpasso, però, lo conduce a sbattere contro il muro della realtà, che non è solo orizzontale, ma anche verticale. L’uomo incredulo, saccente, colmo di presunzione e credente nel solo potere della scienza senza Sapienza, che va oltre il diritto di natura e il diritto divino, si è così tanto montato la testa da non ammettere più che esistano i castighi di Dio, una realtà ragionevole, depositata nel pensiero cattolico, quello libero da contaminazioni ideologiche spurie.

Finora il tragico Novecento, in cui Satana si è scatenato e la Madonna ha avvertito l’umanità del rischio di gravi castighi globali se gli uomini non si fossero convertiti, è il secolo nel quale ci sono state più vittime di guerra e di ideologie di tutta la storia: rivoluzione bolscevica, prima e seconda guerra mondiale, il conflitto in Vietnam, il massacro degli armeni, quello perpetrato in Cambogia, le macabre persecuzioni e gli eccidi nazisti, sovietici, maoisti. A causa della complessità dei calcoli, della distruzione dei registri o delle diverse interpretazioni storiografiche (soprattutto riguardo alle carestie indotte dai regimi comunisti), le cifre precise rimangono oggetto di dibattito fra gli studiosi, perciò, sommando i dati storici più accreditati, il totale stimato oscilla complessivamente fra un minimo di 140 e oltre 210 milioni di morti.

Eredi del nefasto secolo scorso, nel quale si è consumata anche la rivoluzione culturale del ’68, che ha distrutto i cardini della solidità del nucleo familiare, viviamo nel tempo di grandi rivolgimenti e catastrofi: dalla pandemia Covid alle guerre estese nel mondo (al momento sono 56 i conflitti armati, suddivisi fra Medio Oriente, Europa, Africa, Asia e Americhe); dalla siccità, dovuta al caldo torrido, «caldo infernale» lo ha definito l’Agi, che ha causato incendi impressionanti, ai terremoti (Venezuela, Colombia, Indonesia). La “morte di Dio” nelle società occidentali sta portando sempre più violenza nelle strade e nelle case e in Europa una persona su sei, circa 140 milioni di cittadini, soffre di disturbi mentali. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’OCSE evidenziano che i disturbi neuropsichiatrici, fra giovani e meno giovani, rappresentano la terza causa principale di mortalità nel continente. È come dire: l’individuo si autodistrugge. Quando non si sta più sotto lo sguardo di Nostro Signore, l’anima smarrisce la via reale.

Il concetto di castigo terrorizza i laicisti, tuttavia non per questo i castighi sono spariti dalla faccia della Terra. Nel clima di apostasia diffuso, purtroppo, anche la maggior parte del clero e dei religiosi non credono più al fatto che Dio possa punire gli uomini in vita e dopo la morte, benché vecchio e nuovo Testamento ne diano certezza.

Le iniziative che attualmente vengono prese nella Chiesa sono a dir poco impressionanti, tanto che il vescovo Rob Mutsaerts, Vescovo ausiliare della Diocesi olandese di ‘s-Hertogenbosch ha voluto scrivere un lungo, accorato appello al Papa, nel quale afferma: «La Chiesa non esiste in primo luogo per confermare le persone in ciò che già sono. Esiste per condurle a Cristo. Le prime parole della predicazione pubblica di Gesù non sono: “Ditemi prima come vi sentite rispetto alle attuali strutture ecclesiali”. Ma: “Convertitevi e credete al Vangelo” […]. Le grandi riforme cattoliche non sono quasi mai iniziate dalle strutture [in questo caso il Vescovo fa riferimento al processo sinodale ndr]. Sono iniziate dai santi. Dopo periodi di corruzione sono arrivati i riformatori. Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Teresa d’Ávila, Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Teresa di Lisieux, Massimiliano Kolbe […]. La messe è molta. Gli operai sono pochi. Le chiese dell’Occidente si stanno svuotando, mentre allo stesso tempo le nuove generazioni sembrano cercare nuovamente la verità e la trascendenza. Proprio ora non abbiamo bisogno di una Chiesa esitante, ma di una Chiesa missionaria che sappia qual è il suo tesoro e che non abbia paura di mostrarlo al mondo. […]

Per questo prego affinché il Suo pontificato possa essere caratterizzato da una rinnovata concentrazione su ciò che, in definitiva, costituisce il cuore di ogni vera riforma ecclesiale: Cristo, la conversione, la santità, l’Eucaristia, l’evangelizzazione e la salvezza delle anime. Perché, una volta che tutti i sinodi saranno terminati, tutti i documenti saranno stati redatti, tutte le commissioni saranno state sciolte e i nostri nomi saranno stati dimenticati, rimarrà solo la domanda che conta davvero: abbiamo avvicinato a Gesù Cristo le persone che ci erano state affidate?».

Nulla si fa davvero per rinnovare le coscienze e condurle, come fece il santo Curato d’Ars, alle mete celesti, lanciando una vera e propria battaglia contro i peccati delle anime che aveva in cura. I peccati sono presenti anche nella Chiesa, soprattutto attraverso i cattivi maestri, ai quali tutto viene permesso, senza alcuna correzione, perché il tutto rientra nella parola d’ordine del nostro tempo, «inclusività», anche dell’errore e di chi lo propaga. Qualche recente esempio: papa Leone, lo scorso 31 luglio, ha ricevuto con onore Patti Smith (classe 1946), l’artista di Chicago pro-aborto, conosciuta come la «sacerdotessa maudite del rock», che cantò «Gesù morì per i peccati di qualcuno, ma non per i miei»; il vescovo di Modena, monsignor Erio Castellucci, ha proposto di far presiedere a una donna la prima parte della Messa; il vescovo di Bruxelles, monsignor Luc Terlinden, a nome dei vescovi del Belgio, spinge per arrivare ai preti sposati che, secondo lui, arricchirebbero la Chiesa; padre James Martin Sj, chiede che gli omosessuali siano ordinati sacerdoti; il cardinale Timothy Radcliffe ha tenuto una celebrazione per l’anniversario di una coppia omosessuale; a Los Angeles si è celebrata una “Messa azteca” con danze tribali pagane; la cattedrale di San Diego, in California, ha ospitato una Messa a tema «Lgbt»; a Eichstätt, in Germania, il nuovo vescovo, monsignor Christian Würtz, è apertamente favorevole alle benedizioni in chiesa delle coppie omosessuali; per adempiere all’istanza della Chiesa «in uscita», don Nico Passero, parroco della chiesa di San Giuseppe a Grimsby, in Canada, ha partecipato al matrimonio del fratello con il suo compagno, definendo l’evento «epico e straordinario».

Il tema dei castighi di Dio (al quale è associato il perché Nostro Signore permette il male nel mondo), che rientra nella disciplina della teodicea, una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male, è parte integrante della tradizione della Chiesa e ciò è ricordato nell’Atto di dolore, preghiera immancabile per il sacramento della confessione: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi…».

Questo argomento, alcuni anni fa, era stato al centro dell’attenzione culturale, grazie alle riflessioni dello storico Roberto de Mattei, sorte in seguito al terremoto del 2011 in Giappone; esse fecero emergere discussioni e ampie polemiche, poi raccolte nel libro Il mistero del male e i castighi di Dio, pubblicato da Fede & Cultura nel novembre dello stesso anno, per essere in seguito riproposto nel 2020 con il titolo Dio castiga il mondo? La fede di fronte al mistero del male, dove sono presenti anche interventi di altri esponenti cattolici. Un testo importante, sempre valido, senza idee alla moda.

Il concetto di castigo, come abbiamo detto, fa paura. Sebbene la mentalità umana sia diventata molto cinica e avvezza a cercare adrenalina in prodotti cinematografici di carattere catastrofico o di violenza inaudita, ma il tema del castigo divino è bandito, in quanto questo mondo contemporaneo, dove l’Onnipotente e l’Onnisciente è stato irragionevolmente e barbaramente eliminato, è divenuto così deisticamente razionale da non considerare più gli elementi imponderabili e soprannaturali.

Il profeta Sofonia parla di castighi e lo fa in maniera esplicita, non per spaventare, ma per avvertire – come ha fatto Maria Santissima a Fatima e in altre apparizioni – dei pericoli a cui l’iniquità umana può condurre se dimentica il timore di Dio (amore reverenziale e consapevolezza della grandezza divina), settimo dono dello Spirito Santo. Vero terrore dovrebbe fare il peccato mortale, perdurante causa di tutti i mali, che quei castighi può provocare.

I pontefici della nostra epoca si affannano in continui appelli per la pace nel mondo, ma senza alcun risultato concreto, il perché è evidente: come chiedere la pace a Nostro Signore, il Dio degli eserciti (in lingua sacra Deus Sabaoth, definizione modernisticamente modificata in lingua corrente con «Signore Dio dell’universo») e della Giustizia (titoli spariti dal vocabolario clericale a vantaggio unicamente del Dio della Misericordia, senza contare che non esiste vera Misericordia senza vera Giustizia), quando il mondo ex cristiano, con “uomini di cattiva volontà”, vive pervicacemente di vizi e di orrendi peccati, introdotti, promossi e legalizzati su vasta scala, che gridano al Suo cospetto e vanno sotto il nome di diritti civili?

L’arcivescovo e teologo statunitense Fulton John Scheen (1895-1979) ci lascia un insegnamento incontrovertibile: «Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un Salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. […] L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio.

La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto […]. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime» (La vita merita di essere vissuta. La luce della fede nelle tenebre del mondo, Fede & Cultura, Verona 2018).

Da tempo le alte gerarchie ecclesiali hanno deciso di porre la massima attenzione sulle questioni sociologiche e politiche piuttosto che sulle realtà soprannaturali, per questo motivo viene richiesta adesso la «conversione ecologica» e non la conversione dai peccati, stabilendo così una religione perlopiù antropocentrica, protestantizzante e neopagana che ci porta i castighi – risultato plastico delle ormai incontenibili offese al Creatore – di una vita svolta come se Dio («Io sono colui che sono!», Es 3, 14) non esistesse.

Ma Dio, a dispetto di ogni possibile opinione umana, esiste! È come se stessimo davanti all’eclisse di Dio… dietro il disco nero, posto da false e ingannevoli idee, il Sole c’è.





Quel libro incompiuto di Rosanna Messori che racconta Flora Gualdani



Saranno celebrati questa mattina, 19 agosto, alle 10.30 nella cattedrale di Arezzo i funerali di Flora Gualdani, morta lo scorso 16 agosto. Flora Gualdani è la fondatrice di "Casa Betlemme", una fraternità dedicata totalmente alla difesa della vita. Per gentile concessione del suo segretario e biografo, Davide Zanelli, pubblichiamo un eccezionale documento inedito: l'introduzione che Rosanna Brichetti Messori aveva scritto al libro che intendeva dedicare proprio a Flora e che è rimasto incompiuto. A spiegare per i lettori della Bussola l'incontro fra queste due grandi donne è lo stesso Zanelli, che ringraziamo per questo dono.



Davide Zanelli*,  19-08-2026

Saranno celebrati dal Cardinale Gualtiero Bassetti e dal vescovo di Arezzo Andrea Migliavacca questa mattina alle 10.30 nella cattedrale di Arezzo, i funerali di Flora Gualdani, morta lo scorso 16 agosto a 88 anni. Flora Gualdani, ostetrica, negli anni '60 ha fondato "Casa Betlemme", una fraternità dedicata totalmente alla difesa della vita (qui, qui e qui gli articoli della Bussola a lei dedicati). Per gentile concessione del suo segretario e biografo, Davide Zanelli, pubblichiamo un eccezionale documento inedito: l'introduzione che Rosanna Brichetti Messori aveva scritto al libro che intendeva dedicare proprio a Flora e che è rimasto incompiuto. A spiegare per i lettori della Bussola l'incontro fra queste due donne eccezionali è lo stesso Zanelli, che ringraziamo per questo dono.

Tra gli innumerevoli episodi di cui sono stato testimone negli ultimi trentatrè anni accanto a Flora, uno riguarda il suo contatto, breve ma significativo, con la famiglia Messori. Si tratta dell'amicizia tra Flora e Rosanna Brichetti: sbocciata per caso e avviata in forma epistolare, purtroppo non si è concretizzata nell'incontro di persona che avevamo in cantiere a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute prima di Vittorio e poi della scomparsa improvvisa di Rosanna. La quale però ci ha lasciato una piccola perla di questa amicizia interessante nata in tarda età tra due donne speciali.

Nel febbraio 2019 ci arrivò una telefonata da Bassano del Grappa per comunicarci che la giuria aveva intenzione di conferire a Flora il 37esimo Premio internazionale medaglia d'oro al merito della cultura cattolica a Bassano del Grappa. Il riconoscimento più prestigioso tra tutti quelli che l'ostetrica aretina ha ricevuto al tramonto della sua esistenza, dove ha vissuto anche la stagione della vendemmia dopo aver seminato tanto per decenni nel silenzio e nel nascondimento.

Tra le autorità della giuria c'era Vittorio Messori che, tornando a casa, racconta alla moglie Rosanna della decisione collegiale con cui avevano stabilito di dare quel premio ad una ostetrica che per lui era una perfetta sconosciuta. Rosanna si mette subito alla ricerca di notizie su questa donna e, frugando nel web, scopre scritti che le interessano moltissimo. Rosanna rimane affascinata dal pensiero di Flora e dalla sua figura. Intanto una delegazione della Scuola di cultura cattolica viene da Bassano a Casa Betlemme per conoscere personalmente la fondatrice. A novembre c'è la cerimonia ed il conferimento avviene dalle mani del cardinale Bassetti, presidente della Cei, in una serata indimenticabile dove l'ostetrica aretina incendia i cuori come era solita fare quando prendeva il microfono in mano. Quel discorso di ringraziamento venne pubblicato integralmente da Costanza Miriano ed ebbe una grande risonanza.

Un anno dopo ricevo una telefonata da Rosanna Brichetti Messori. Si presenta e mi racconta come ha scoperto la figura di Flora, quanto si senta in sintonia con il suo pensiero e quanto sia ammirata dalla sua vita incredibile. Mi spiega che ha intenzione di scrivere un libro su Flora ma ha bisogno prima del suo consenso e poi di riflettere su come impostare il lavoro, considerando la distanza e l'età di loro due. Si sentono al telefono e s'intendono al volo, Flora accetta volentieri lasciando carta bianca a Rosanna. Seguono un paio di lunghissime telefonate in cui, nel progettare questo lavoro, Rosanna mi racconta tante risonanze che ha colto negli scritti di Flora, concetti che la colpivano in profondità. Ricordo quelle telefonate come un piacevole scambio sul carisma di Flora, reciproche confidenze su quanto le intuizioni di questa ostetrica facessero bene alla nostra vita pur appartenendo io e lei a generazioni differenti. Quanto facessero bene sia alla Chiesa che alla società. Credo che Rosanna avesse riconosciuto nella figura di Flora un'esponente formidabile di quel “nuovo femminismo” auspicato da San Giovanni Paolo II (Evangelium vitae n. 99).


Nel gennaio 2021 le preparo una valigetta: due chili di scritti tra libri, fascicoli e documentazione varia per consentirle di immergersi nel pensiero di Flora e approfondirne lo studio. La valigetta le arriva a Desenzano tramite un amico comune e lei mi scrive chiedendo se si tratta di un prestito o se può «stropicciare» tutto come è abituata a fare nello studio. Apprezza il dono, contraccambia spedendoci un paio di suoi libri e prosegue l'immersione. Per dare più calore propone di usare il tu e non il lei nel libro-intervista: «una ottantenne che interroga l’altra ben più prestigiosa, ma entrambe che hanno attraversato una vita intera». Cominciamo a progettare tra lei e Flora un incontro di persona che tanto desideravano.

La primavera 2021 a casa Messori è travagliata e Rosanna non riesce a lavorare molto ma tiene duro. Abbandona una prima volta il progetto del libro-intervista e poi è di nuovo sul punto di mollare. Va al santuario di Montichiari dedicato alla Rosa Mistica e lì in preghiera trova l’intuizione su come cambiare strategia e alleggerire il lavoro redazionale velocizzandolo: non più un'intervista ma un libro scritto direttamente da lei che citerà abbondantemente i pensieri di Flora riprendendoli dai vari scritti. Flora concorda sulla nuova impostazione del libro.

Seguono mesi di silenzio. Rosanna si rifà viva alla vigilia di Natale 2021 con «le dolenti note»: ci informa che, per l’aggravarsi delle condizioni di salute del marito, ha dovuto definitivamente abbandonare sia il libro sia in generale la sua attività di scrittura. È molto dispiaciuta perché il progetto le piaceva tanto ma sente di dover accettare serenamente la volontà di Dio. Ringrazia perché «immergermi nell’universo di Flora mi è stato utilissimo dal punto di vista spirituale. Ne ho goduto molto e credo anche di aver appreso molto». È addolorata di questo abbandono perché è la prima volta nella sua vita che deve rinunciare a scrivere un libro.

Le rispondo che non c’è niente di cui scusarsi. Perchè anche Flora, nella sua regola di vita, ci insegna sempre l'obbedienza agli eventi. Chiedo a Rosanna un’unica cortesia: una paginetta in cui spiega cosa l’ha colpita della figura di Flora e del suo carisma. Esercitando il mio compito di biografo e segretario le chiedevo cioè di lasciarmi una piccola testimonianza in favore di Flora da custodire in archivio come documento prezioso.

Come risposta lei ci inviò direttamente l’introduzione del libro, quelle prime pagine a cui aveva lavorato e che purtroppo non potevano avere seguito. Dopo qualche mese Rosanna morì e mi venne in mente questa idea: custodire nel cassetto l'inedito di Rosanna per tirarlo fuori il giorno in cui anche Flora sarebbe tornata alla casa del Padre. Come piccolo omaggio all'amicizia tra due donne eccezionali, modelli del cattolicesimo moderno.

* segretario e biografo di Flora Gualdani





In Italia ogni giorno profanate tre chiese



Un’inchiesta de “La Stampa” sulle chiese profanate e il ruolo degli italiani di seconda generazione. Un fenomeno che supera i confini dell’Italia.

Sono i maranza?


Redazione UCCR 19 ago 2026

E’ un dato rilanciato in questi giorni da “La Stampa”.

Anche in Italia, furti, vandalismi, blasfemie e danneggiamenti ai luoghi di culto sono ormai un fenomeno tutt’altro che episodico. Si parla mediamente di tre casi al giorno solo in Italia.

Dietro molti di questi episodi non ci sono organizzazioni terroristiche o fanatici religiosi, ma soprattutto adolescenti giovanissimi, talvolta tra i 12 e i 15 anni, spesso di seconda generazione.

I casi più recenti sono stati gli atti vandalici alla parrocchia della Collegiata di Lugo (Ravenna) e le decapitazioni della Madonna della Pelara (Ischia) e della Madonna a Coppito (L’Aquila).


Il card. Semeraro: derisione e disprezzo

Il card. Marcello Semeraro spiega infatti che «prima del fatto religioso va analizzata l’emergenza educativa», perché all’insufficiente consapevolezza della profanazione compiuta «si sommano il disprezzo e la derisione per quanto c’è di più caro per gli altri».

Semeraro indica la responsabilità primaria negli adulti e nella loro «errata convinzione che qualunque intervento di correzione sia vano o intollerabile». Un’idea che «alimenta un egoismo materialista che avversa quel che di più intimo e prezioso ha a cuore il prossimo».


Vandalismo, il ruolo dei maranza

Molto più diretto è stato il vaticanista don Filippo Di Giacomo, anch’egli intervistato dal quotidiano torinese.

«Inutile nascondere la luna dietro il dito», ha detto indicando la responsabilità nella maggior parte dei casi alle cosiddette “seconde generazioni” (detti anche “maranza”). «Tutti sappiamo che spesso gli autori provengono dal bacino dei “nuovi italiani” molto tutelati dalle leggi attualmente in vigore a salvaguardia della loro identità religiosa».

Secondo il giornalista, inoltre, «i sacerdoti e i religiosi neppure denunciano perché sanno di urtarsi contro l’indifferenza di forze di polizia e magistratura». Questi reati vengono infatti derubricati a danni di lieve entità.


“Non esistono ragazzi cattivi”


Anche “Repubblica” ha parlato del fenomeno, segnalando anche quanto avvenuto a Collegiata di Lugo, in provincia di Ravenna.

Il parroco don Leonardo Poli è stato costretto a chiudere temporaneamente la chiesa dopo l’ennesimo episodio di vandalismo.

Oltre a denunciare gli autori, cinque minorenni italiani e stranieri, si è attivato per parlare con le rispettive famiglie. Per questo, racconta, si è rivolto all’imam di Lugo: «Lui conosce i ragazzi. Si è detto molto dispiaciuto dell’accaduto e spero mi aiuti a raggiungerli».

«Non esistono ragazzi cattivi», ha spiegato. «Io ci credo. Serve solo qualcuno che tiri fuori il tesoro che hanno dentro».


Anche all’estero colpiti dall’odio

L’allarme del vandalismo anticattolico, in ogni caso, travalica i confini nazionali.

In Germania, ad esempio, il 22 luglio nella chiesa cattolica di St. Giles a Wörth am Rhein, nel Land Renania-Palatinato, sono state lasciate delle feci davanti all’altare oltre a lievi danni all’edificio religioso.

In Francia, nella notte tra il 26 e il 27 luglio, la chiesa di Saint-Symphorien a Chambray-lès-Tours è stata profanata e vandalizzata. Ignoti hanno aperto il tabernacolo e gettato a terra le ostie consacrate dal ciborio, lasciando anche escrementi all’interno. Non è stato rubato nulla.

La stessa sorte era toccata qualche giorno prima alle chiese di Sainte Geneviève e Sainte-Jeanne-d’Ar.

In Spagna, nella notte tra il 30 e il 31 luglio, la parrocchia di Santa Margarita María de Alacoque a Madrid è stata vandalizzata. Gli intrusi hanno distrutto la reliquia della santa patrona della parrocchia e rubato il denaro delle offerte.

L’incidente è avvenuto dopo mesi di segnalazioni di atti vandalici e disordini che hanno colpito la comunità parrocchiale, tra cui insulti durante la messa.






I 12 PASSI DI ORGOGLIO






I 12 PASSI DI ORGOGLIO DA DEPLORARE 
SECONDO SAN BERNARDO DA CHIARAVALLE. 


I passi tendono a costruirsi l'uno sull'altro, iniziando dalla mente, spostandosi verso il comportamento e poi agli atteggiamenti sempre più gravi dell'arroganza, finendo per produrre ribellione e schiavitù. Perché se non si serve Dio, si serve Satana.

Dodici sono i passi che portano al monte dell'orgoglio. Considerateli come sintomi in escalation:

1. Curiosità: Anche se c'è una curiosità sana, spesso scaviamo in cose alle quali non dovremmo avvicinarci: questioni personali di altre persone, fatti privati, situazioni peccaminose e così via. Ciò che collega questa curiosità all'orgoglio è il fatto che spesso pensiamo erroneamente di avere il diritto di sapere certe cose, e quindi guardiamo in modo superbo e indiscreto a cose che non ci riguardano: cose che non dovremmo sapere o che sono inopportune e ci distraggono da noi stessi, o che forse non sappiamo gestire in modo adeguato. Ma mettendo da parte tutta la cautela, e con un certo senso di orgoglio e privilegio, carpiamo, ci intromettiamo e guardiamo a cose che non ci riguardano, come se avessimo il diritto di farlo. Questa è una curiosità riprovevole.

2. Frivolezza: Occupare la mente con pensieri inappropriati è un'abitudine che tende ad aumentare, e alla fine agiamo leggerezza anche in questioni più consistenti. Anche in questo caso, sono importanti un ragionevole senso dell'umorismo e qualche stacco ricreativo. Una piccola canzonatura sullo sport o sulla cultura pop può fornire un diversivo momentaneo rilassante. Troppo spesso, però, quello che facciamo è solo questo, e mettiamo orgogliosamente da parte questioni sulle quali dovremmo essere seri perseguendo solo cose passeggere. Ignorando cose serie che appartengono all'eternità e gettandoci solo in cose divertenti e passeggere, ignoriamo orgogliosamente cose a cui dovremmo fare attenzione. Guardare in televisione per ore sit com e reality show senza avere tempo per la preghiera, lo studio, la formazione dei figli nella fede, la cura dei poveri e così via mostra una mancanza di serietà che manifesta l'orgoglio. Mettiamo da parte ciò che è importante per Dio e lo sostituiamo con le nostre piccole priorità. Questo è orgoglio.

3. Stoltezza: Qui ci spostiamo dalla leggerezza mentale ai comportamenti frivoli che produce, comportamenti in cui sopravvalutiamo esperienze o situazioni di poco conto a scapito di cose più importanti. Comportamenti stupidi, vani e capricciosi indicano un orgoglio in cui una persona non è ricca di ciò che conta per Dio. Massimizziamo orgogliosamente il minimo e minimizziamo il massimo. Troviamo moltissimo tempo per la frivolezza ma non abbiamo tempo per la preghiera o lo studio della Santa Verità.

4. Vanità: Sempre più chiusi nel nostro piccolo mondo di intelletto oscurato e comportamento sciocco, iniziamo a esultare per attività carnali e a considerarle un segno di grandezza; iniziamo a vantarci di cose sciocche; a vantarci e a parlare e pensare di noi in modo più elevato di quanto sia vero o ragionevole. È vero che dovremmo imparare ad apprezzare i doni che abbiamo, ma dovremmo anche ricordare che SONO doni che Dio ci ha dato e che spesso vengono sviluppati con l'aiuto di altri. San Paolo dice: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7) Chi si vanta ha un'opinione troppo elevata di sé, strombazzando doni che non ha o dimenticando che ciò che ha è una grazia, un dono. Questo è orgoglio. Oltre a ciò, come abbiamo visto, tendiamo a vantarci di cose stupide e passeggere.

5. Singolarità: Il nostro mondo diventa sempre più piccolo ma noi ci riteniamo sempre più grandi. Siamo re, va bene, re di un formicaio, governatori di un piccolo granello di polvere che si propaga nell'immensità dello spazio. Ma man mano che il nostro orgoglio aumenta, ci dimentichiamo troppo facilmente della nostra dipendenza da Dio e dagli altri per chi e cosa siamo. Non esiste il self-made man. Siamo tutti esseri contingenti, che dipendono da Dio e dagli altri. Oltre a questo, ci ritiriamo troppo facilmente nel nostro piccolo mondo, tendendo a pensare che una cosa sia in un certo modo solo perché pensiamo che debba essere così. Rimettendoci solo al nostro parere, non teniamo conto dell'evidenza della realtà e smettiamo di cercare informazioni e consigli dagli altri. La singolarità è orgoglio. E questo orgoglio ci gonfia man mano che il nostro mondo diventa sempre più piccolo e più singolare, sempre più concentrato solo sul nostro io.

6. Presunzione: È un'opinione ingiustamente favorevole ed eccessivamente elevata delle proprie capacità o del proprio valore. Mentre il nostro mondo diventa sempre più piccolo e il nostro orgoglio sempre più grande, il nostro concentrarci su di noi e la nostra delusione aumentano e diventiamo sempre più autoreferenziali. Una cosa è così solo perché io dico che è così. Vado bene perché dico così. Non importa che tutti noi siamo un misto di forze e debolezze, santità e peccaminosità. Troppo facilmente siamo ciechi nei confronti di quanto possa essere difficile vivere con noi. Troppo spesso troviamo mancanze negli altri ma non riusciamo a vederle in noi stessi. Oltre a questo, cerchiamo troppo facilmente di paragonarci agli altri in modo favorevole, pensando “Beh, almeno non sono come quella prostituta o come quello spacciatore lì”. Ma essere migliori di una prostituta o di uno spacciatore non è lo standard al quale dobbiamo rapportarci. Il nostro standard è Gesù. Più che paragonarci a Gesù e cercare misericordia, ci paragoniamo ad altri che guardiamo dall'alto in basso, e lasciamo via libera all'orgoglio.

7. Arroganza: A questo stadio, perfino i giudizi di Dio devono cedere ai nostri. Io vado bene e sarò salvato perché dico così. È un peccato contro la speranza, in cui diamo semplicemente la salvezza per scontata e a noi dovuta indipendentemente da ciò che facciamo. Affermiamo di possedere già ciò che non abbiamo. È giusto sperare con fiducia nell'aiuto di Dio per raggiungere la vita eterna; è la virtù teologica della speranza, ma è l'orgoglio che ci fa pensare di aver già compiuto e di possedere quello che in realtà ancora non abbiamo. È ancora l'orgoglio che ci fa mettere da parte la Parola di Dio, che ci insegna continuamente a camminare nella speranza e a cercare l'aiuto di Dio come mendicanti più che come possessori o come persone legittimate alla gloria in Cielo. L'arroganza è orgoglio.

8. Autogiustificazione: Gesù deve ora liberare il posto del giudice perché lo rivendico io. Non solo, Egli deve anche scendere dalla Croce perché in realtà non ho bisogno del suo sacrificio. Posso salvarmi da solo, e francamente non ho un gran bisogno di essere salvato. L'autogiustificazione è l'atteggiamento che dice “Sono capace, con il mio potere, di giustificare (ovvero di salvare) me stesso”. È anche un atteggiamento che fa dire “Farò ciò che voglio e deciderò se è giusto o sbagliato”. San Paolo afferma: “Io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!” (1 Cor 4,3-4). La persona orgogliosa cura solo la sua visione di se stesso e rifiuta di essere responsabile, anche di fronte a Dio. La persona orgogliosa dimentica che nessuno è giudice nel proprio caso.

9. Confessione ipocrita:
In greco, la parola ipocrita significa attore. In alcune situazioni, un po' di umiltà e di consapevolezza delle proprie mancanze è proficua. Si può ottenere un “credito” per il fatto di riconoscere umilmente certe mancanze e definirsi un “peccatore”. L'uomo orgoglioso è solo un attore. Sta soltanto ricoprendo un ruolo e interpretando la sua parte, più per credito sociale che per reale contrizione o pentimento. Dopo tutto, non è così male... Se interpretare il ruolo del peccatore umile e contrito lo porterà da qualche parte, reciterà il ruolo e sembrerà santo, ma solo se sarà disponibile l'applauso del pubblico...

10. Ribellione: L'orgoglio inizia realmente a diventare fuori controllo quando ci si ribella contro Dio e i Suoi legittimi rappresentanti. Rivoltarsi significa rinunciare alla fedeltà o a qualsiasi senso di responsabilità o di obbedienza a Dio, alla Sua Parola o alla Sua Chiesa. Ribellarsi è un tentativo di rovesciare l'autorità altrui, in questo caso di Dio e della Sua Chiesa. È segno di orgoglio rifiutare di sottostare a qualsiasi autorità e agire in modi che sono direttamente contrari a ciò che afferma correttamente l'autorità legittima.

11. Libertà dal peccato:
In questo caso, l'orgoglio raggiunge il suo apice, affermando e celebrando in modo arrogante di essere totalmente libero di fare ciò che vuole. L'uomo orgoglioso rifiuta in modo crescente qualsiasi restrizione o limite. Ma la libertà dell'uomo orgoglioso non è affatto libertà. Gesù dice: “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34). Il Catechismo gli fa eco: “Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c'è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato” (n. 1733). L'uomo orgoglioso sostiene con arroganza la sua libertà di fare ciò che vuole, anche quando sprofonda sempre più nella dipendenza e nella schiavitù.

12. L'abitudine di peccare: In questo caso vediamo il frutto più pieno e più brutto dell'orgoglio: il peccato abituale e la schiavitù nei suoi confronti. Come dice Sant'Agostino, “Dalla volontà perversa si genera la passione, e l’ubbidienza alla passione genera l’abitudine, e l’acquiescenza all’abitudine genera la necessità” (Conf 8.5.10).

E così abbiamo ripercorso i dodici passi del monte dell'orgoglio. Inizia nella mente con una mancanza di sobrietà, radicata nella curiosità peccaminosa e nella preoccupazione frivola. Poi vengono il comportamento frivolo e gli atteggiamenti di scusa, presuntuosi, sbrigativi. Infine vengono la ribellione totale e la schiavitù nei confronti del peccato. La schiavitù deriva dal fatto che se si rifiuta di servire Dio per orgoglio, si servirà Satana. L'orgoglio ora ha dato il suo frutto più pieno.

Abbiamo assistito a un'escalation in questi passi che non è lontana da una vecchia ammonizione: semina un pensiero e raccoglierai un'azione, semina un'azione e raccoglierai un'abitudine, semina un'abitudine e raccoglierà un carattere, semina un carattere e raccoglierai un destino.

mons. Charles Pope - it.aleteia.org


PREGHIERA RIVELATA DA GESU' A SAN BERNARDO

San Bernardo, Abate di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione.
 
Gli fu risposto: “Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia”.
Preghiera sulla Piaga della Sacra Spalla di Gesù per domandare una grazia

Dilettissimo Signore mio Gesù Cristo, mansueto Agnello di Dio, io povero peccatore Ti adoro e considero la dolorosissima piaga della tua spalla aperta dalla pesante croce che hai portato per me. Ti ringrazio del Tuo immenso dono d’Amore per la Redenzione e spero le grazie che Tu hai promesso a coloro che contemplano la Tua Passione e l’atroce piaga della Tua Spalla. Gesù, mio Salvatore, incoraggiato da Te a chiedere quello che desidero, Ti chiedo il dono del Tuo Santo Spirito per me, per tutta la Tua Chiesa, e la grazia (…chiedere la grazia desiderata); fa che sia tutto per la Tua gloria e il mio maggior bene secondo il Cuore del Padre. Amen

tre Pater, tre Ave, tre Gloria



Fonte web 



lunedì 17 agosto 2026

Crollo dell’8permille, cosa farà la CEI?



Chi è causa del suo mal…
Luigi Casalini







Eusebio Episcopo, 16-8-26

Crollano le firme dei contribuenti e alla Cei cresce l’allarme per un meccanismo che vale centinaia di milioni grazie anche alle quote di chi non sceglie. Il futuro presidente dei vescovi italiani a lezione da Marx: come riempire le casse mentre si svuotano le chiese.

Allorquando l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, entrò a far parte dei consultori del Dicastero per la dottrina della fede, la cosa apparve più che ovvia: il teologo della Chiesa “umile” e di quei famosi “libretti” che lo fecero elevare da papa Francesco all’episcopato non poteva che essere annoverato in quell’eletto consesso. E così pure – ma assai meno – quando fece il suo ingresso nel Dicastero per le Cause dei santi.Invece, la nomina nel Consiglio della Segreteria per l’Economia ha suscitato qualche sconcerto, soprattutto fra i preti di Torino che più lo conoscono e lo ricordano non solo – come da lui stesso ammesso – poco incline ai conti e all’amministrazione, ma anche fondamentalmente disinteressato alle questioni economiche e finanziarie. E allora come si spiega la decisione del Santo Padre o di chi deve avergliela suggerita? Per capirlo bisogna volgere l’attenzione alla Cei, ma soprattutto all’8 per mille.


Il rubinetto dell’8 per mille

Se, come pare ormai quasi certo, nel 2027 – anno elettorale – Repole diventerà presidente dei vescovi italiani, si troverà a gestire una situazione non facile. Con Francesco la Chiesa italiana si è trasformata in una sorta di Cgil o di Ong e la Cei è diventata una costola del Pd o una sua corrente esterna, con Avvenire schierato a favore di unioni gay, cultura gender, immigrazione illegale e che, per fare un esempio, dedica editoriali in prima pagina a Francesco Guccini e relega Vittorio Messori nelle pagine interne.

Il punto, però, è che gli italiani hanno chiuso i rubinetti a una Chiesa sempre più irrilevante e percepita come schierata a sinistra. Gli ultimi dati sull’8 per mille lo confermano: i contribuenti che firmano a favore della Chiesa cattolica ormai sono crollati al 67% del 40% che esprime una preferenza esplicita. Mentre ai tempi di Giovanni Paolo II e di Camillo Ruini quella percentuale era sempre in crescita e raggiunse addirittura il 95% nel 2005.

Dal 2013 al 2021 c’è stato poi un crollo netto degli italiani che hanno firmato per la Chiesa cattolica: dagli oltre 15 milioni si è scesi, in 8 anni, a meno di 12 milioni, un vero e proprio tracollo che è continuato e continua e che avrebbe dimensioni ancora più ampie se il meccanismo del recupero dei fondi non assegnati non rendesse quasi inutile l’astensione dalla firma. Ed è su questo punto che le apprensioni aumentano e non fanno dormire sonni tranquilli al presidente della Cei e allo stesso arcivescovo di Torino, il quale, in diverse occasioni, ha manifestato qualche preoccupazione rispetto all’insufficienza delle entrate derivanti dal meccanismo di quella legge del 1985 che intendeva regolare il riconoscimento giuridico degli enti e delle proprietà ecclesiastiche, nonché le modalità di sostentamento del clero, fino a quel momento garantito dalla congrua.

Il miracolo delle firme

Com’è noto, la quota dell’8 per mille dei cittadini che non esprimono alcuna scelta viene ripartita fra Chiesa e Stato in proporzione alle firme espresse, ed è qui che si collocano le critiche della sinistra volte a cambiare il meccanismo e che preoccupano molto la Cei. Il motivo è semplice: solo poco più del 40% dei contribuenti appone una firma su una delle 12 caselle dell’8 per mille; quindi, il 60% del gettito viene ridistribuito in base alle firme sul restante 40%. Tradotto in soldi vuol dire che, tenendo conto che la somma totale è di 1 miliardo e 320 milioni, del miliardo che è arrivato nel 2023 alla Chiesa (che raccoglie poco meno del 70% delle firme) solo 400 milioni sono frutto diretto della scelta dei contribuenti; il resto (600 milioni) arriva dalla ripartizione dei circa 800 milioni senza firma.

Vale a dire che l’8 per mille che arriva direttamente dalla scelta dei contribuenti basterebbe a malapena a coprire il fabbisogno per il sostentamento del clero (403 milioni nel 2023). Mentre per le esigenze delle opere di culto e pastorale nel 2023 sono stati assegnati 352 milioni e per le opere di carità 423 milioni. Si comprende allora quale sia la posta in gioco.

Se salta il meccanismo, saltano i conti

Oggi, come dice la sinistra più radicale, l’8 per mille è, anche se non appare, una tassa obbligatoria o «coatta» (una «legge truffa», dicono i radicali) che nulla ha a che fare con il 5 per mille; essa però induce gli italiani a credere che, se non scelgono nessuna opzione, non verrà loro attribuita alcuna tassazione. Se dunque dovesse saltare il meccanismo della ripartizione, la Chiesa italiana rischierebbe la bancarotta e la sinistra di matrice grillina ha già fatto intendere che tale meccanismo è da rivedere: si vedano le puntuali e stringenti battaglie di Micromega, ma anche, molto più autorevolmente, i pronunciamenti della Corte dei Conti sul divieto di pubblicità per le firme a favore dello Stato. Sono poi sempre di più coloro che ritengono più evangelico ipotizzare una Chiesa che si autofinanzi con i propri adepti e non con una coatta e miracolosa questua.

Se vincerà il campo largo – per cui la maggioranza dei vescovi sta lavorando (segando il ramo su cui sta seduta) – il rischio di una revisione del meccanismo aumenterà ed è per questo che i vertici della Cei stanno cercando sponde politiche (Matteo Renzi si è già messo a disposizione), sperando di moderare l’ala laicista del Pd. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è detto più volte disponibile a ragionare sul problema, ma non sia mai detto che la Cei del No al referendum sulla giustizia raggiunga accordi con un governo di destra come quello di Giorgia Meloni. Cosa che uomini di Chiesa non ideologizzati come i cardinali Pietro Gasparri, Agostino Casaroli, Angelo Sodano e Camillo Ruini fecero tranquillamente con Benito Mussolini, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e Gianni Letta, con ampia soddisfazione di tutti, comunisti compresi, i quali votarono l’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

Che l’ideologia laicista sia ormai penetrata nella mente della gerarchia ecclesiastica è un triste segno di decadenza della Chiesa. Benedetto XVI aveva messo in guardia dalla metamorfosi nichilista del post-comunismo, che oggi è ben rappresentata dal Pd e di cui la Cei di Matteo Zuppi è la succursale clericale, ma Francesco non se ne curò, anzi impose un cambiamento di linea che certamente Repole non saprà né vorrà correggere.

Il capitale di Marx

Per questo la sua presenza al tavolo del Consiglio dell’Economia, dove siedono esperti di finanza internazionale, banchieri e manager di grandi multinazionali come Sua Altezza Serenissima la principessa Gisela del Liechtenstein, non è poi così fuori luogo. Tali frequentazioni potranno non solo illuminarlo circa l’8 per mille, ma anche dargli qualche buon consiglio su come affrontare il piccolo problema degli ingenti costi conseguenti al trasloco della Curia che, alcuni dicono, non smentiti, si aggirino ormai sui tre milioni di euro.

Coordinatore del Consiglio rimane l’arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, che ha in comune con Repole la stessa visione teologica progressista e dal quale avrà molto da imparare sul sistema di finanziamento della Chiesa in Germania, che si basa sulla tassa ecclesiastica – la Kirchensteuer. Essa viene pagata allo Stato da chi dichiara la propria appartenenza religiosa e, se non si adempie, non si ha diritto ad accedere ai sacramenti. Così nel 2025 si è ripetuto un altro “miracolo”, che non è quello di San Gennaro, ma ha origini teutoniche: le diocesi tedesche hanno incassato un totale di 6,75 miliardi di euro di tasse ecclesiastiche e, allo stesso tempo, il numero di persone registrate come cattoliche in Germania è diminuito di oltre mezzo milione: nel 2025 i cattolici ufficiali erano 19 milioni, nel 2005 quasi sette milioni in più, mentre nello stesso periodo la Chiesa aumentava le proprie entrate fiscali del 70%. Come a dire: chiese vuote e forzieri pieni.

Da questi dati si capisce anche perché Roma, nonostante Marx continui a disobbedire tranquillamente rispetto alle indicazioni sulle benedizioni omosessuali, lo abbia riconfermato nella posizione di coordinatore del Consiglio per l’Economia, che ricopre dal 2015. Da noi, invece, vige la “tassa coatta” dell’8 per mille, che è sempre più contestata e sulla cui sorte l’esito elettorale potrebbe avere qualche conseguenza.

Chiesa povera, fino a un certo punto

In conclusione, la Chiesa umile e povera a spese dello Stato di Zuppi, Repole, Francesco Savino, Erio Castellucci, Derio Olivero ecc. ha i suoi costi e forse qualcuno non lo ha ancora capito. Di qui si spiega come uno scisma possa darsi nella Chiesa – i termini sono impropri, ma è per capirci – solo e soltanto da “destra” e mai da “sinistra”, perché separarsi da Roma vorrebbe dire tornare, come i primi cristiani, a vivere delle oblazioni dei fedeli, che dalla Chiesa vogliono non propaganda ma Vangelo e dottrina. Per rimanere a livello torinese, c’è poi una qualità che distingue da sempre i boariniani dai preti più conservatori e anche, va detto, dai vecchi pellegriniani: l’amore per le comodità, i giorni liberi, i grandi viaggi e ogni genere di comfort, perché la Chiesa povera e umile va bene fino a un certo punto e poi perché prima caritas mea caritas.







Langone: “Un motivo in più per preferire la messa in latino: l’assenza di braghe corte”








Camillo Langone, 11 AGO 2026, Il Foglio

Scoperto un nuovo motivo di superiorità della messa in latino sulla messa in italiano: l’assenza di braghe corte. Domenica, giornata caldissima, sono stato a una messa tridentina: navata gremita e nessun uomo in braghe corte. Né giovane né vecchio: nessuno. Nessuno, me compreso, era elegante, perché l’estate è volgare senza rimedio. Eravamo accaldati, sudati e stropicciati, e tuttavia nessuno in braghe corte. Mentre nelle messe in italiano, d’estate, sono spesso l’unico fedele con i pantaloni lunghi, o uno dei pochissimi. Gli altri tutti in braghe corte, di sovente abbinate a ciabatte.

Pregare in ciabatte è un’evidente mancanza di rispetto e manifesta disprezzo per Matteo 22,12: “Come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Nessuno di questi sciattoni postconciliari si presenterebbe a un matrimonio in infradito, e si capisce: il matrimonio è un rito sociale. Se invece il rito è puramente religioso, chissenefrega. Parliamo di donne? Nella messa in latino le donne, anch’esse numerose e di ogni età, erano in maggioranza velate e al momento della comunione (alla balaustra, in ginocchio) lodevolmente lo erano tutte. Dominus vobiscum.