Nel suo recente intervento di risposta, il Professor Andrea Grillo tenta una difesa articolata del proprio impianto teologico, accusando il sottoscritto di “precomprensione distorta”, di “fantasie”, di incapacità di comprendere lo sviluppo storico della Chiesa e, immancabilmente, di essere rimasto chiuso nel “museo tradizionalista” tra “pizzi e merletti” (
). Ringrazio il professor Grillo per il tempo dedicato a questo confronto. Tuttavia, quando si supera il velo della retorica e degli etichettamenti ideologici, il testo da lui pubblicato mette a nudo una serie di contraddizioni dogmatiche e di capriole ermeneutiche di una certa gravità che meritano di essere esaminate con chiarezza.
Ci tengo a precisare che questo mio intervento non nasce dal desiderio di muovere una critica personale al professor Grillo, del quale riconosco la buona fede e aspetti positivi del suo pensiero. Il mio intento è un altro: offrire ai lettori una chiave di lettura autenticamente cattolica di quanto sta avvenendo nella Sposa di Cristo. La mia intenzione vuole essere un esercizio di discernimento su un argomento di estrema importanza per il credente che avverte oggi un profondo bisogno di chiarezza, poiché tocca da vicino i temi essenziali della vita di fede e del rapporto personale di ciascuno con Dio attraverso la sua Chiesa che il Signore ha voluto come sua Sposa e come mediatrice e sorgente della grazia sacramentale.
Per comprendere la portata delle affermazioni del professor Grillo, occorre anzitutto richiamare il contesto normativo e strutturale a cui egli stesso guarda con aperta adesione. Anche quando non usa la parola entusiasmo, il suo atteggiamento traspare in modo manifesto dal linguaggio dei suoi scritti: descrive infatti la stagione di riforme come un’«immaginazione profetica», definisce il processo in atto un «apprendimento necessario e prezioso» e saluta il superamento di quello che bolla come un passato «paternalistico» e persino «totalitario».
La recente pubblicazione del Rapporto Finale della Commissione Canonistica del Sinodo ha delineato in modo inequivocabile la tabella di marcia per questa ristrutturazione. Nel breve periodo si prospettano modifiche immediate a canoni fondamentali della Chiesa latina per estendere ai laici funzioni di governo e di giudizio monocratico nei tribunali, eliminando il carattere soltanto consultivo del voto laicale nei Concili particolari e introducendo il principio aziendale dell’
accountability per i Vescovi, fino a prevedere nel lungo periodo una revisione complessiva dell’intero Codice di Diritto Canonico. Quando il professor Grillo presenta questo processo come un fisiologico sviluppo, sta cercando di far passare per semplice evoluzione quella che è una vera e propria riscrittura dell’assetto costitutivo della Chiesa. Non siamo di fronte a semplici aggiustamenti burocratici, ma al tentativo sistematico di piegare il Diritto Canonico alle istanze del funzionalismo immanente.
Il gioco di prestigio sull’Ordinazione e sul ministeroNel suo testo di risposta, il professor Grillo mi accusa di aver inventato la sua intenzione di separare il governo dal sacramento dell’Ordine, affermando testualmente che questa è «una invenzione bella e buona: nel mio articolo dico esattamente il contrario. Ossia – afferma Grillo – che proprio custodendo il legame tra governo e ordine sacramentale occorre permettere ai “laici” (maschi sposati, donne nubili e donne sposate) di accedere alla ordinazione».
Per comprendere la gravità di questo passaggio, occorre ricordare cosa sia la giurisdizione ecclesiastica e perché essa sia inscindibile dall’Ordine sacro. La giurisdizione è il potere formale di governare la Chiesa, emanare leggi, adottare decisioni vincolanti e giudicare nei tribunali ecclesiastici. Il Concilio Vaticano II (
Lumen Gentium, 21) ha insegnato con chiarezza che questo potere di governo non è un’invenzione burocratica o una delega umana, ma sgorga dalla grazia stessa del Sacramento dell’Ordine mediante la successione apostolica: è la consacrazione che conferisce l’autorità di santificare, insegnare e governare la Sposa di Cristo.
Ci troviamo dunque davanti a un evidente gioco di prestigio che nasconde un insanabile vicolo cieco logico. Per difendersi sul piano teorico, il Professor Grillo sostiene di voler mantenere unito il potere di governo al Sacramento, proponendo come soluzione di ordinare presbiteri e diaconi anche i laici sposati e le donne — una contromossa che, per salvare la sua teoria sulla giurisdizione, pretende di abbattere la dottrina sul soggetto dell’Ordinazione Sacra (materia definita in modo definitivo dal Magistero della Chiesa, che riserva l’Ordinazione al solo uomo celibe o sposato in ragione del ministero presbiterale in quanto agisce in persona
Christi Capitis et Sponsi di fronte alla Chiesa sua Sposa).
Ma il vero cortocircuito esplode quando dalla teoria si passa alla realtà dei fatti. Se per Grillo l’autorità di governo deve rimanere indissolubilmente legata al Sacramento dell’Ordine, come può poi difendere ed esaltare il fatto che oggi fedeli laici non ordinati votino nei processi deliberativi del Sinodo alla pari con i Vescovi, o che si assegnino loro funzioni giurisdizionali monocratiche nei tribunali? (
qui). La contraddizione è clamorosa: se il governo richiede il Sacramento, allora il voto dei laici non ordinati al Sinodo è un abuso contro i Sacramenti; se invece si difende il voto dei laici al Sinodo, si sta attuando nei fatti proprio quella separazione tra governo e Ordine che a parole si dichiara di rifiutare. Di fronte alla diagnosi di una de-sacramentalizzazione della giurisdizione, la sua difesa si rivela un’illusione ottica che non fa che confermare la gravità del problema.
Democrazia sinodale e travisamento della Sacra PotestasPer giustificare la partecipazione deliberativa e la parificazione del voto dei fedeli laici a quello dei Vescovi nei processi decisionali, il professor Grillo scrive nel suo articolo che «il cuore della questione consiste nella lenta elaborazione di un nuovo modo di esercitare la autorità, che deriva, essenzialmente, da una nuova capacità di riconoscere autorità», aggiungendo che «si entra nel campo di una
lex condenda che non è riducibile alla
lex condida» e che «altre autorità devono non solo prendere la parola, ma avere riconosciuto un potere». A suo avviso, ritenere che l’autorità femminile «si possa costipare nella vecchia categoria di
potestas iurisdictionis e non possa in nessun modo riguardare la
potestas ordinis, ciò significa rimanere chiusi in un sistema paternalistico e non poco patriarcale». Per capire cosa si nasconde dietro formule apparentemente colte come
lex condida e
lex condenda, basta tradurle in termini semplici: la
lex condida è la “legge già fatta”, cioè la dottrina e il diritto che la Chiesa ha ricevuto e applica da sempre; la
lex condenda, invece, è la “legge ancora da fare”, ossia la pretesa di riscrivere da zero le regole per inventarsi una Chiesa nuova. In parole povere, il Professor Grillo sta dicendo che non dobbiamo più preoccuparci di ciò che il Vangelo, la Tradizione Apostolica e il Vaticano II hanno stabilito una volta per tutte, ma che dobbiamo sentirci liberi di fabbricare nuove leggi su misura per stare al passo con i tempi. Qui si svela l’equivoco di fondo dell’intero impianto neomodernista. Per il Concilio Vaticano II e per la dottrina cattolica, l’autorità nella Chiesa non è una torta sociologica da spartire tra le diverse componenti ecclesiali in ragione di rivendicazioni di categoria o della lotta al patriarcato. L’autorità nella Chiesa non nasce da un’autorevolezza umana o laicale che rivendica una quota di potere formale, ma è una sacra potestà conferita da Cristo Signore per via sacramentale mediante la successione apostolica, come insegna la
Lumen Gentium ai numeri 18 e 21. Trasformare l’assemblea sinodale o il governo diocesano in un organo rappresentativo in cui i fedeli laici votano su dottrina, morale e disciplina alla pari con i successori degli Apostoli non è un progresso, ma la riduzione della Chiesa a una democrazia immanentista.
La patente di tradizionalismo e la fuga dal Vaticano IILa mossa retorica più stancante del professor Grillo consiste nel bollare chiunque contesti la sua visione come un tradizionalista che rifiuta la storia, affermando che la mia analisi «è piuttosto ingenua e dimentica la storia» e che «a suo avviso per restare fedeli alla tradizione bisogna restare tridentini», giungendo a proclamare che «muore la tradizione quando non apprende più e si autocelebra come definitiva». Questa accusa sbatte contro un fatto testuale insuperabile: il mio articolo non citava il Concilio di Trento o le consuetudini del Seicento, ma il Capitolo III della Costituzione dogmatica
Lumen Gentium del Concilio Vaticano II (
qui). È il Concilio Vaticano II che al numero 20 insegna che i Vescovi presiedono in luogo di Dio; è il Vaticano II che al numero 21 stabilisce che la consacrazione episcopale conferisce la pienezza dell’Ordine e l’unità indissolubile degli uffici di santificare, insegnare e governare; è il Vaticano II che al numero 27 dichiara che il Vescovo esercita una potestà propria, ordinaria e immediata quale Vicario di Cristo. Difendere la lettera del Vaticano II non significa essere tridentini. La verità è che per la teologia neomodernista il Concilio Vaticano II è un vessillo da esibire finché fa comodo, ma non appena si dimostra che i testi conciliari smentiscono i progetti di democrazia aziendale e di stravolgimento sacramentale, allora persino il Vaticano II viene liquidato come un impianto superato.
L’equivoco dell’apprendimento e il positivismo sociologicoNel tentativo di giustificare l’assorbimento delle categorie secolari, il professor Grillo sostiene che «parlare di “apprendimento ecclesiale” è un modo diverso, e legittimo, di parlare dei “segni dei tempi”» e arriva a definire l’
«apprendimento ecclesiale» come «una locuzione con cui possiamo tradurre la parola classica “tradizione”». Nel suo articolo egli presenta l’ingresso della donna nello spazio pubblico non come una teoria, ma come «un fatto», affermando che «una Chiesa che sia immune dai fatti è autoreferenziale». In questo passaggio emerge con abbagliante chiarezza l’errore filosofico fondamentale. Nessuno nega il fatto storico dell’emancipazione femminile o delle trasformazioni della società. L’errore devastante consiste nel trasfondere meccanicamente un fatto sociologico del
saeculum sul piano ontologico e sacramentale della Chiesa. Se un fatto sociologico potesse creare da solo nuova dottrina e modificare la struttura dei Sacramenti, allora la Rivelazione non sarebbe compiuta, ma dipenderebbe dall’evoluzione dei costumi umani. La Chiesa ha il dovere di ascoltare la storia per annunciare meglio il Vangelo, ma non ha il diritto di farsi evangelizzare dalla storia fino a sostituire il
Depositum Fidei con l’agenda della sociologia contemporanea.
La strumentalizzazione di Antonio Rosmini
Infine, il professor Grillo chiama in causa Antonio Rosmini, sostenendo che le mie critiche siano analoghe a quelle che i tradizionalisti dell’Ottocento mossero a Rosmini in nome di San Tommaso. Questo accostamento è del tutto improprio. Antonio Rosmini è stato un gigante del pensiero cattolico perché ha saputo dialogare con la cultura del suo tempo ancorando la sua filosofia all’ontologia dell’essere, alla metafisica e alla natura divina della Chiesa. Rosmini ha combattuto le piaghe della Chiesa per liberarla dalle ingerenze dei poteri secolari e statali in nome della
libertas Ecclesiae, non certo per consegnarla alle categorie del funzionalismo sociologico o per trasformare i Sacramenti in concessioni politiche. Usare il nome di Rosmini per giustificare l’assorbimento del pragmatismo e della
lex condenda democratica significa tradire profondamente la sua lezione teologica e la sua testimonianza di fede.
La vera Tradizione come Vita di CristoIl professor Grillo sostiene che la tradizione muore quando non apprende più. La Tradizione cristiana è certamente un organismo vivo, ma un organismo vive e cresce se rimane fedele al proprio codice genetico, non se muta la propria natura per diventare qualcos’altro. La tentazione neomodernista che traspare in ogni riga dei suoi scritti è quella di scambiare la Riforma della Chiesa con un’opera di ingegneria istituzionale, in cui si inverte la piramide, si redistribuiscono i poteri, si vota ad assemblea e si riduce il Vescovo a un amministratore delegato sottoposto all’
accountability dei soci. La vera Riforma della Chiesa, quella insegnata dai Santi e dal Concilio Vaticano II nella
Lumen Gentium, non inverte la piramide per costruire un parlamento umano. Si inginocchia davanti a Cristo Capo e riconosce che l’autorità nella Chiesa è Grazia, è Sacramento ed è Servizio per la salvezza eterna delle anime. Tutto il resto è solo conformismo allo spirito del mondo.
Giunto a questo punto, non intendo proseguire ulteriormente in questo confronto con il professor Grillo: proseguire oltre rischierebbe di trasformare la discussione in uno sterile dialogo tra sordi, in cui ciascuno si limiterebbe a ribadire le proprie posizioni di partenza. Se il professor Grillo giudica la mia interpretazione sbagliata e fuorviante, approfitti dell’occasione per spiegare meglio il suo pensiero a noi comuni mortali. Lascio intanto volentieri ai lettori il giudizio su una questione così decisiva per la vita di fede e per la costituzione divina della Chiesa.
L’omologazione globalista e la tentazione del management ecclesialeQuesto esercizio di discernimento critico si rende necessario di fronte a una società contemporanea in cui il capitalismo predatorio e globalista assume contorni veramente totalitari. Le attuali concentrazioni di capitale e i poteri finanziari non si limitano infatti a condizionare l’economia di interi Paesi o Continenti, ma arrivano a plasmare la cultura, i valori, i centri studi, l’istruzione e gli stili di vita delle persone. È un condizionamento culturale profondo che parte da lontano: quando negli anni ’90 frequentai il Corso Superiore di Scienze Religiose, dovetti sostenere un esame su Karl Popper, mentre non mi fu assegnata da studiare nemmeno una riga di San Tommaso d’Aquino.
Sarebbe un’ingenuità imperdonabile pensare che le forze del capitalismo globalista non abbiano l’interesse a omologare e addomesticare un’istituzione universale come la Chiesa Cattolica. Non è un caso che negli ultimi anni anche all’interno dell’
habitat ecclesiale siano risuonate formule ammiccanti come quelle sul “capitalismo inclusivo” (
qui), né che si sia giunti ad affermare che la pluralità e la diversità delle religioni siano «volute da Dio sapientemente nel suo disegno» (Dichiarazione di Abu Dhabi
qui).
La secolarizzazione e il cedimento al potere mondano del momento hanno da sempre un’intensa presa all’interno della Chiesa: un tempo questa tentazione si manifestava, ad esempio, con la figura dei Principi-Vescovi, mentre oggi si presenta sotto le spoglie dell’assunzione acritica delle categorie del management aziendale. Basta sovrapporre le indicazioni operative e metodologiche del Vademecum del Sinodo con i manuali della gestione aziendale per accorgersi di come esse combacino quasi perfettamente nelle dinamiche di governance, facilitazione e
reporting (
qui e
qui). È sufficiente osservare come sono cambiate negli ultimi anni le strutture e la riorganizzazione delle grandi curie diocesane per rendersi conto di quanto si sia progressivamente abbandonata l’ispirazione teologica e comunionale della
Lumen Gentium per abbracciare senza riserve la logica aziendale dell’ottimizzazione delle risorse, dell’efficienza procedurale e del change management (
qui). Di fronte a questa spinta verso un conformismo funzionale alle agende del saeculum, la Chiesa non deve adeguarsi alle mode gestionali dell’epoca, ma custodire intatto il
Depositum Fidei ricevuto da Cristo Signore.