
Vescovo Strickland: «Sotto Leone non abbiamo ancora visto le correzioni di cui la Chiesa ha bisogno. Mi piacerebbe il ritorno del giuramento contro il Modernismo»
di Matt Gaspers
Prima della nostra discussione in diretta [qui], il vescovo Strickland ha ritenuto utile preparare risposte scritte alle mie domande, che sono ora lieto di pubblicare con la sua benedizione. Va tuttavia precisato che le risposte di Sua Eccellenza durante la nostra discussione in diretta non corrispondono esattamente alle sue risposte scritte, sebbene siano certamente identiche nella sostanza (invito i lettori a guardare la registrazione della nostra diretta streaming per una versione più lunga dell’intervista).
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Quando ho presentato il vescovo Strickland per la nostra diretta streaming, l’ho definito uno dei vescovi più saldi e coraggiosi della gerarchia ecclesiastica americana, un uomo donato da Dio per un tempo come questo (Ester 4:14), e credo sinceramente che ciò sia vero. La sua onestà, l’umiltà e lo zelo – per Dio, per la verità e per le anime – sono disperatamente necessari in mezzo a quello che spesso sembra un mare di prelati tiepidi che si considerano più direttori di filiale di una multinazionale che successori degli Apostoli nell’unica vera Chiesa di Cristo.
In risposta alla mia domanda sugli errori più gravi di Francesco e su come correggerli, il vescovo Strickland ha scritto: «Papa san Pio X avvertiva nella “Pascendi Dominici gregis” (1907) che il Modernismo è la sintesi di tutte le eresie. Queste parole si sono rivelate profetiche e dobbiamo estirpare il Modernismo ovunque si manifesti». Durante la nostra conversazione in diretta, ha indicato lo stesso pontefice come uno dei suoi eroi ed ha affermato: «Mi piacerebbe vedere ripristinato il giuramento contro il Modernismo», osservando che «ne abbiamo bisogno oggi più che ai tempi di Pio X». Queste sue osservazioni sono motivo di profonda consolazione, proprio perché il Modernismo è in effetti alla radice della crisi nella Chiesa, ma la stragrande maggioranza dei vescovi non riesce a comprenderlo, motivo per cui non lo affrontano in modo significativo.
Possa Dio continuare a benedire e proteggere il vescovo Strickland e ispirare altri vescovi a seguire il suo coraggioso esempio.
Matt Gaspers – Sono passati ormai alcuni mesi dall’inizio del pontificato di papa Leone XIV. Il giorno della sua elezione, lei espresse preoccupazioni riguardo all’ex cardinale Robert Prevost, in base al suo incarico di prefetto del Dicastero per i vescovi a Roma (gennaio 2023-aprile 2025). Disse a Glenn Beck: «È stato coinvolto nella nomina di vescovi che trovo molto problematici, quindi dovremo continuare a pregare». Qual è la sua valutazione complessiva del suo pontificato finora? Direbbe di avere ancora delle preoccupazioni?
Vescovo Strickland – Sì, ho espresso la mia preoccupazione riguardo al cardinale Prevost, ora papa Leone XIV, il giorno della sua elezione. E confermo quelle parole, perché le preoccupazioni permangono. Come prefetto del Dicastero per i vescovi, ha avuto un ruolo nella nomina di vescovi il cui passato è, francamente, profondamente inquietante: uomini che spesso minano i principi perenni della Chiesa in materia di fede e morale, e che talvolta dissentono apertamente dal Vangelo di Gesù Cristo. Non è una questione di poco conto. I vescovi sono successori degli Apostoli, incaricati di custodire il Deposito della Fede, non di diluirlo.
Sono trascorsi più di quattro mesi dall’inizio del suo pontificato e vorrei dire questo: non abbiamo ancora visto la chiarezza e la correzione di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno. Papa Leone XIV non ha corretto la confusione dottrinale lasciata in eredità dal suo predecessore. Il cardinale Fernández, principale artefice di pericolose distorsioni della dottrina cattolica, rimane al suo posto di rilievo presso il Dicastero per la dottrina della fede. Padre James Martin, SJ, continua a diffondere errori e confusione senza controllo. E continuano a essere nominati vescovi che sostengono apertamente idee contrarie alla costituzione divina della Chiesa, come l’ordinazione delle donne, che papa san Giovanni Paolo II ha definitivamente insegnato essere fuori dalla competenza della Chiesa.
Sì, quindi, nutro ancora delle preoccupazioni. E lo dico non per ostilità, ma per amore: per il papa stesso, per il Corpo di Cristo e per la salvezza delle anime.
Siamo chiamati a pregare con fervore per papa Leone XIV, a rispettare il suo ufficio di vicario di Cristo e, al tempo stesso, a dire la verità con chiarezza, carità ma senza compromessi. La Chiesa non appartiene al papa, né ai vescovi; appartiene a Gesù Cristo, nostro Divino Signore, che è lo stesso «ieri, oggi e in eterno» (Eb 13,8). Il nostro dovere di pastori è custodire la sua verità, rafforzare i fedeli e chiamare tutti alla conversione.
Quindi la mia valutazione dopo questi primi mesi è: spero e prego che papa Leone si dimostri all’altezza della missione che Dio gli ha affidato. Continuerò a pregare per lui ogni giorno. Ma finché regnerà il silenzio laddove dovrebbe essere proclamata la verità, finché si tollererà l’errore laddove si esige chiarezza, le mie preoccupazioni permangono. E credo che ogni fedele cattolico abbia il diritto – e persino il dovere – di esprimere tali preoccupazioni, sempre con fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa.
Nel suo primo discorso ufficiale al collegio cardinalizio, papa Leone XIII ha invitato i principi della Chiesa a rinnovare con lui il loro «impegno totale sul cammino che la Chiesa universale ha intrapreso da decenni sulla scia del Concilio Vaticano II». Ha poi indicato «Evangelii gaudium» (la prima esortazione apostolica di papa Francesco) come una guida magistrale e concreta per il futuro, evidenziando «diversi punti fondamentali» di questo documento. Qual è la sua opinione sul suo invito a un “impegno totale” nei confronti del Vaticano II e del programma post-conciliare?
Quando sento un invito a un «impegno totale» nei confronti del programma post-conciliare, devo essere molto chiaro: il mio impegno totale è verso Gesù Cristo, verso il suo Sacro Cuore e verso il Deposito della Fede che è stato tramandato immutato attraverso i secoli. Il Concilio Vaticano II è un concilio legittimo della Chiesa, ma è innegabile come sia stato distorto e usato come vessillo di confusione. Papa Benedetto XVI ci aveva messo in guardia contro l’ermeneutica della rottura e, purtroppo, questa falsa interpretazione ha causato decenni di abusi liturgici, erosione dottrinale e compromessi morali.
Quando «Evangelii gaudium» viene presentata come un piano generale, devo dire onestamente: quel documento riflette le priorità di papa Francesco, ma non può servire da fondamento per il rinnovamento della Chiesa se mette in secondo piano la chiarezza sul peccato, la salvezza e la regalità di Cristo. Il vero rinnovamento della Chiesa non verrà mai da programmi intelligenti, sinodi infiniti o compromessi mondani. Verrà solo dal ritorno all’Eucaristia come fonte e culmine, dalla fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione e da pastori disposti ad annunciare la verità senza timore.
Pertanto, se «rinnovamento» significa annacquare la dottrina, attenuare la legge morale o trattare la Chiesa come una democrazia anziché come la Sposa di Cristo, allora non posso e non voglio impegnarmi in tal senso. Il mio impegno è verso Cristo crocifisso e risorto e verso la pienezza della verità cattolica. È lì che risiede il futuro della Chiesa.
Quattro giorni dopo il suo discorso al Collegio cardinalizio, papa Leone si è rivolto a un’assemblea di prelati cattolici orientali. Nel corso del suo intervento ha sottolineato: «Abbiamo un grande bisogno di recuperare il senso del mistero che ancora vive nelle vostre liturgie», così come l’importanza per l’Occidente cristiano di riscoprire «il senso del primato di Dio». Sembrerebbe che un modo perfetto per raggiungere questo obiettivo sarebbe quello di abolire la «Traditionis custodes» e permettere alla messa tradizionale in latino di prosperare all’interno delle comunità parrocchiali. Pensa che ci sia qualche speranza che papa Leone revochi «Traditionis custodes»?
Quando papa Leone parla di recuperare il «senso del mistero» e di ripristinare il «primato di Dio», il mio cuore concorda pienamente, perché è proprio ciò di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno. Ma devo essere sincero: non riesco a conciliare queste parole con il mantenimento della «Traditionis custodes». Quel documento ha inflitto profonde ferite limitando la messa tradizionale, che per secoli è stata la più sublime espressione del culto della Chiesa, una liturgia che trasuda mistero, silenzio, riverenza e il primato di Dio al centro di tutto.
Se il Santo Padre desidera veramente che l’Occidente riscopra la riverenza e il timore reverenziale verso il Signore, allora il passo ovvio è quello di rimuovere tali restrizioni e permettere all’antica messa di fiorire liberamente in ogni parrocchia. Papa Benedetto XVI ci ha ricordato: «Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso» (lettera ai vescovi allegata al «Summorum Pontificum»). Questa è la voce della continuità, la voce di un pastore che conosceva il tesoro a lui affidato.
Spera che Papa Leone revochi la «Traditionis custodes»?
Matt Gaspers – Sono passati ormai alcuni mesi dall’inizio del pontificato di papa Leone XIV. Il giorno della sua elezione, lei espresse preoccupazioni riguardo all’ex cardinale Robert Prevost, in base al suo incarico di prefetto del Dicastero per i vescovi a Roma (gennaio 2023-aprile 2025). Disse a Glenn Beck: «È stato coinvolto nella nomina di vescovi che trovo molto problematici, quindi dovremo continuare a pregare». Qual è la sua valutazione complessiva del suo pontificato finora? Direbbe di avere ancora delle preoccupazioni?
Vescovo Strickland – Sì, ho espresso la mia preoccupazione riguardo al cardinale Prevost, ora papa Leone XIV, il giorno della sua elezione. E confermo quelle parole, perché le preoccupazioni permangono. Come prefetto del Dicastero per i vescovi, ha avuto un ruolo nella nomina di vescovi il cui passato è, francamente, profondamente inquietante: uomini che spesso minano i principi perenni della Chiesa in materia di fede e morale, e che talvolta dissentono apertamente dal Vangelo di Gesù Cristo. Non è una questione di poco conto. I vescovi sono successori degli Apostoli, incaricati di custodire il Deposito della Fede, non di diluirlo.
Sono trascorsi più di quattro mesi dall’inizio del suo pontificato e vorrei dire questo: non abbiamo ancora visto la chiarezza e la correzione di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno. Papa Leone XIV non ha corretto la confusione dottrinale lasciata in eredità dal suo predecessore. Il cardinale Fernández, principale artefice di pericolose distorsioni della dottrina cattolica, rimane al suo posto di rilievo presso il Dicastero per la dottrina della fede. Padre James Martin, SJ, continua a diffondere errori e confusione senza controllo. E continuano a essere nominati vescovi che sostengono apertamente idee contrarie alla costituzione divina della Chiesa, come l’ordinazione delle donne, che papa san Giovanni Paolo II ha definitivamente insegnato essere fuori dalla competenza della Chiesa.
Sì, quindi, nutro ancora delle preoccupazioni. E lo dico non per ostilità, ma per amore: per il papa stesso, per il Corpo di Cristo e per la salvezza delle anime.
Siamo chiamati a pregare con fervore per papa Leone XIV, a rispettare il suo ufficio di vicario di Cristo e, al tempo stesso, a dire la verità con chiarezza, carità ma senza compromessi. La Chiesa non appartiene al papa, né ai vescovi; appartiene a Gesù Cristo, nostro Divino Signore, che è lo stesso «ieri, oggi e in eterno» (Eb 13,8). Il nostro dovere di pastori è custodire la sua verità, rafforzare i fedeli e chiamare tutti alla conversione.
Quindi la mia valutazione dopo questi primi mesi è: spero e prego che papa Leone si dimostri all’altezza della missione che Dio gli ha affidato. Continuerò a pregare per lui ogni giorno. Ma finché regnerà il silenzio laddove dovrebbe essere proclamata la verità, finché si tollererà l’errore laddove si esige chiarezza, le mie preoccupazioni permangono. E credo che ogni fedele cattolico abbia il diritto – e persino il dovere – di esprimere tali preoccupazioni, sempre con fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa.
Nel suo primo discorso ufficiale al collegio cardinalizio, papa Leone XIII ha invitato i principi della Chiesa a rinnovare con lui il loro «impegno totale sul cammino che la Chiesa universale ha intrapreso da decenni sulla scia del Concilio Vaticano II». Ha poi indicato «Evangelii gaudium» (la prima esortazione apostolica di papa Francesco) come una guida magistrale e concreta per il futuro, evidenziando «diversi punti fondamentali» di questo documento. Qual è la sua opinione sul suo invito a un “impegno totale” nei confronti del Vaticano II e del programma post-conciliare?
Quando sento un invito a un «impegno totale» nei confronti del programma post-conciliare, devo essere molto chiaro: il mio impegno totale è verso Gesù Cristo, verso il suo Sacro Cuore e verso il Deposito della Fede che è stato tramandato immutato attraverso i secoli. Il Concilio Vaticano II è un concilio legittimo della Chiesa, ma è innegabile come sia stato distorto e usato come vessillo di confusione. Papa Benedetto XVI ci aveva messo in guardia contro l’ermeneutica della rottura e, purtroppo, questa falsa interpretazione ha causato decenni di abusi liturgici, erosione dottrinale e compromessi morali.
Quando «Evangelii gaudium» viene presentata come un piano generale, devo dire onestamente: quel documento riflette le priorità di papa Francesco, ma non può servire da fondamento per il rinnovamento della Chiesa se mette in secondo piano la chiarezza sul peccato, la salvezza e la regalità di Cristo. Il vero rinnovamento della Chiesa non verrà mai da programmi intelligenti, sinodi infiniti o compromessi mondani. Verrà solo dal ritorno all’Eucaristia come fonte e culmine, dalla fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione e da pastori disposti ad annunciare la verità senza timore.
Pertanto, se «rinnovamento» significa annacquare la dottrina, attenuare la legge morale o trattare la Chiesa come una democrazia anziché come la Sposa di Cristo, allora non posso e non voglio impegnarmi in tal senso. Il mio impegno è verso Cristo crocifisso e risorto e verso la pienezza della verità cattolica. È lì che risiede il futuro della Chiesa.
Quattro giorni dopo il suo discorso al Collegio cardinalizio, papa Leone si è rivolto a un’assemblea di prelati cattolici orientali. Nel corso del suo intervento ha sottolineato: «Abbiamo un grande bisogno di recuperare il senso del mistero che ancora vive nelle vostre liturgie», così come l’importanza per l’Occidente cristiano di riscoprire «il senso del primato di Dio». Sembrerebbe che un modo perfetto per raggiungere questo obiettivo sarebbe quello di abolire la «Traditionis custodes» e permettere alla messa tradizionale in latino di prosperare all’interno delle comunità parrocchiali. Pensa che ci sia qualche speranza che papa Leone revochi «Traditionis custodes»?
Quando papa Leone parla di recuperare il «senso del mistero» e di ripristinare il «primato di Dio», il mio cuore concorda pienamente, perché è proprio ciò di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno. Ma devo essere sincero: non riesco a conciliare queste parole con il mantenimento della «Traditionis custodes». Quel documento ha inflitto profonde ferite limitando la messa tradizionale, che per secoli è stata la più sublime espressione del culto della Chiesa, una liturgia che trasuda mistero, silenzio, riverenza e il primato di Dio al centro di tutto.
Se il Santo Padre desidera veramente che l’Occidente riscopra la riverenza e il timore reverenziale verso il Signore, allora il passo ovvio è quello di rimuovere tali restrizioni e permettere all’antica messa di fiorire liberamente in ogni parrocchia. Papa Benedetto XVI ci ha ricordato: «Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso» (lettera ai vescovi allegata al «Summorum Pontificum»). Questa è la voce della continuità, la voce di un pastore che conosceva il tesoro a lui affidato.
Spera che Papa Leone revochi la «Traditionis custodes»?
Assolutamente sì, e prego per questo ogni giorno. Ma in questo momento devo ammettere di non vedere alcun segno concreto che indichi la sua intenzione di farlo. Ha elogiato «Evangelii gaudium», ha mantenuto il cardinale Fernández a capo della dottrina e ha persino nominato vescovi che mettono apertamente in discussione l’insegnamento della Chiesa sul sacerdozio. Questi sono segnali preoccupanti. Eppure la speranza è una virtù teologale, e la mia speranza non risiede nelle politiche o nei documenti, ma in Cristo stesso. Il Signore non abbandonerà mai la sua Sposa, e il Sacro Cuore continua a battere nel cuore della Chiesa. Se il papa abbraccia veramente il primato di Dio, allora deve abbracciare anche la messa che più chiaramente proclama tale primato. Fino ad allora, dobbiamo continuare a pregare, a dire la verità e a rimanere saldi nella fede tramandata dagli Apostoli.
Nel maggio del 2023 lei pubblicò un famoso post su X (precedentemente Twitter) in cui affermava di «credere che papa Francesco sia il papa, ma che è giunto il momento di dire che rifiuto il suo programma volto a minare il Deposito della Fede». Quali ritiene siano gli esempi più eclatanti di come papa Francesco stia minando il Deposito della Fede e cosa si debba fare per raddrizzare la situazione, per così dire?
Quando scrissi quelle parole nel 2023, parlavo con il cuore di un pastore che vedeva un grave pericolo nella direzione in cui la Chiesa si stava dirigendo. Quella di minare il Deposito della Fede non è un’accusa da poco e, purtroppo, sotto il pontificato di papa Francesco ci sono stati chiari esempi che giustificano questa preoccupazione.
A mio avviso, i casi più gravi includono:
«Amoris laetitia», che ha aperto la strada – attraverso note a piè di pagina e passaggi ambigui – ai cattolici divorziati e «risposati» civilmente per ricevere la santa Comunione senza un vero pentimento. Ciò colpisce direttamente l’indissolubilità del matrimonio e la santità dell’Eucaristia.
L’elevazione e la promozione di padre James Martin, la cui attività pubblica ha costantemente distorto l’insegnamento cattolico sulla sessualità umana e confuso innumerevoli anime, senza alcuna correzione da parte di Roma.
La nomina di vescovi e cardinali che mettono apertamente in discussione o sfidano la dottrina consolidata (dal Cammino sinodale tedesco a coloro che promuovono l’ordinazione delle donne) senza provvedimenti disciplinari, ma spesso con promozioni.
E, naturalmente, la promulgazione della «Traditionis custodes», che prese di mira la messa tradizionale – un tesoro del culto cattolico che ha nutrito i santi per secoli – trattandola come una minaccia anziché come un dono.
Tutto ciò, preso nel suo insieme, trasmette un messaggio devastante: che l’immutabile verità della Fede può essere accantonata in nome di strategie pastorali o adattamenti culturali. Questa è la definizione stessa di minare il Deposito della Fede.
Quanto a ciò che bisogna fare per raddrizzare la rotta: dobbiamo tornare alla chiarezza, alla fedeltà e al coraggio. Il papa e tutti i vescovi devono proclamare con una sola voce che la verità non è negoziabile, che la dottrina non può essere alterata e che la liturgia deve sempre riflettere la maestà di Dio piuttosto che lo spirito del tempo. Papa San Pio X, nella «Pascendi Dominici gregis» (1907), avvertiva che il Modernismo è la «sintesi di tutte le eresie». Queste parole si sono rivelate profetiche e dobbiamo estirpare il Modernismo ovunque si manifesti.
Prego dunque – e continuerò a dirlo con chiarezza – affinché l’unico rinnovamento degno di essere perseguito sia quello radicato in Cristo, nell’Eucaristia e nella pienezza della verità cattolica. Nient’altro potrà raddrizzare la rotta.
In una recente intervista al «Catholic Herald» lei ha parlato in termini molto positivi dell’arcivescovo Marcel Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X da lui fondata nel 1970, come aveva già fatto lo scorso dicembre. Si dice spesso che alla Fraternità San Pio X manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica. A questo proposito, il Codice di diritto canonico afferma: «Sono pienamente in comunione con la Chiesa cattolica su questa terra coloro che sono uniti a Cristo nella sua struttura visibile mediante il vincolo della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico» (can. 205). I membri della FSSPX professano chiaramente la stessa fede e partecipano agli stessi sacramenti della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda il governo ecclesiastico (ovvero la giurisdizione), papa Francesco ha concesso a tutti i sacerdoti della Fraternità San Pio X la facoltà abituale di assolvere i peccati (cfr. «Misericordia et misera», n. 12) e ha anche autorizzato i vescovi locali a permettere ai sacerdoti della Fraternità San Pio X di celebrare matrimoni cattolici nelle loro diocesi (cfr. lettera del 2017), e papa Leone non ha revocato nessuna di queste autorizzazioni. Come mai, dunque, la FSSPX non soddisfa i criteri per la piena comunione? Pongo questa domanda in particolare alla luce del fatto che lei ha una licenza in diritto canonico.
Questa è un’ottima domanda e sono grato per l’opportunità di rispondere in modo chiaro. L’arcivescovo Marcel Lefebvre è stato un pastore coraggioso che, nel mezzo dello sconvolgimento seguito al Concilio, ha cercato di rimanere fedele a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e vissuto. La Fraternità sacerdotale San Pio X viene spesso definita «in situazione irregolare», ma, come giustamente lei sottolinea, i suoi membri professano la stessa fede cattolica, celebrano gli stessi sacramenti e ora – grazie a disposizioni esplicite di papa Francesco – hanno la facoltà di assolvere i peccati e di celebrare matrimoni validi e leciti. Non si tratta di cose di poco conto; sono segni concreti di comunione.
Il canone 205 afferma che la piena comunione richiede tre vincoli: la professione di fede, i sacramenti e il governo. Nella fede e nei sacramenti, la Fraternità sacerdotale San Pio X è indiscutibilmente cattolica. La vera questione si è sempre concentrata sul governo, in particolare sulle ordinazioni episcopali avvenute senza mandato papale. Tale irregolarità ha creato ferite nella disciplina ecclesiastica, ma non ha costituito eresia, scisma in senso proprio o fondazione di una chiesa parallela. Infatti, sia Benedetto XVI sia Francesco hanno compiuto gesti significativi per sanare tale frattura, e papa Leone non ha annullato tali gesti.
Pertanto, quando si dice che la Fraternità sacerdotale San Pio X «non è in piena comunione», spesso si tratta più di un’etichetta politica che di una realtà teologica o canonica. Se un sacerdote cattolico può validamente assolvere i peccati con un mandato papale, e se i sacerdoti della Fraternità San Pio X possono validamente celebrare matrimoni per delega del vescovo locale, allora è molto difficile sostenere che siano in qualche modo «fuori» dalla Chiesa. In realtà, sono cattolici che vivono in una situazione canonica irregolare che richiede una soluzione, non l’esclusione.
Ciò che serve ora è onestà e carità. Onestà: ammettere che l’antica liturgia e la tradizione che hanno preservato sono tesori per tutta la Chiesa. Carità: cercare una vera riconciliazione piuttosto che perpetuare il sospetto. Credo che la storia dimostrerà che l’arcivescovo Lefebvre, nonostante le irregolarità, ha conservato una testimonianza vitale in un momento in cui molti all’interno della Chiesa stavano smarrendo la retta via. La via da seguire non è quella di emarginare la Fraternità sacerdotale San Pio X, ma di riconoscere che sono nostri fratelli e di accoglierli pienamente nel cuore della vita della Chiesa, senza condizioni né sospetti.
Da quasi due anni ormai, assistiamo alla devastazione della Striscia di Gaza da parte dello Stato di Israele e al terrore inflitto ai palestinesi in risposta al brutale attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Lo scorso marzo lei ha pubblicato una lettera aperta al presidente Donald Trump in cui lo esortava, insieme alla sua amministrazione, a «riconsiderare il proprio percorso» di sostegno pressoché incondizionato a Israele, sottolineando che «l’uccisione indiscriminata di civili [a Gaza], comprese donne e bambini, ha raggiunto livelli intollerabili». Diverse figure chiave dell’amministrazione Trump sostengono apertamente che i cristiani siano obbligati a sostenere il popolo ebraico per volere divino. Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, ha recentemente riassunto questa convinzione (comunemente nota come sionismo cristiano) con queste parole: «Non posso essere cristiano e non sentirmi profondamente legato al popolo ebraico. Tutta la nostra fede si fonda sul giudaismo. Dio benedice chi benedice gli ebrei e maledice chi li maledice». In qualità di vescovo cattolico, qual è la sua risposta a questa idea, che si è radicata anche nella mente di molti cattolici?
Si tratta di una domanda importante, che tocca il cuore della fede cattolica e la grande confusione del nostro tempo.
Innanzitutto, come cattolici, affermiamo con certezza che il popolo ebraico è stato scelto da Dio nella storia della salvezza. Come insegna san Paolo nell’epistola ai Romani: «… ai quali appartiene l’adozione a figli, la gloria, il testamento, la promulgazione della legge e il servizio di Dio e le promesse» (Romani 9:4). Nostro Signore Gesù Cristo stesso, nella sua sacra umanità, nacque dalla Vergine Maria nella stirpe di Davide. In questo senso, il cristianesimo è effettivamente radicato nell’alleanza di Israele.
Ma la fede cattolica opera una distinzione cruciale: le promesse fatte ad Abramo trovano il loro compimento non in uno stato politico, bensì in Gesù Cristo, il Messia. San Paolo è altrettanto chiaro: «E se appartenete a Cristo, siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29). La Chiesa è il Nuovo Israele, il Corpo di Cristo, al quale sono chiamati sia ebrei che gentili.
Pertanto, non è insegnamento cattolico che i cristiani siano tenuti a sostenere lo Stato moderno di Israele in tutte le sue politiche, soprattutto quando queste politiche includono il bombardamento di civili e l’uccisione di bambini. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica, «la pace non è semplicemente l’assenza di guerra» (2304). Essa si fonda su una corretta comprensione della persona umana e richiede il rispetto della dignità della persona umana e del diritto dei popoli alla giustizia. Il sostegno acritico all’aggressione militare, anche sotto la maschera della profezia biblica, distorce il Vangelo.
Ciò che descrive il signor Huckabee è una visione nota come sionismo cristiano, diffusa in alcuni ambienti protestanti ma non conforme alla dottrina cattolica. Essa confonde lo stato-nazione temporale di Israele con l’alleanza eterna compiuta in Cristo. I papi di ogni epoca hanno respinto tali interpretazioni. Papa Pio XII, ad esempio, affrontando la situazione della Terra Santa nella sua enciclica «In multiplicibus curis» (1948), insistette sul fatto che la pace in quella regione dovesse fondarsi sulla giustizia, non su una teologia mal applicata alla politica.
I cattolici, pertanto, non sono chiamati a «benedire Israele» nel senso di approvare ogni sua azione militare o politica. Siamo chiamati a benedire tutti i popoli, inclusi ebrei, musulmani e cristiani, testimoniando Cristo, che solo è il Principe della Pace. Siamo tenuti a difendere gli innocenti, a sostenere il diritto internazionale e a opporci al massacro dei bambini a Gaza tanto quanto ci opporremmo al massacro dei bambini nel grembo materno.
In sintesi: sì, veneriamo il ruolo di Israele nella storia della salvezza. Sì, preghiamo per il popolo ebraico e onoriamo la sua eredità dell’alleanza. Ma no, non confondiamo questo con il sostegno a un governo moderno in atti di guerra e ingiustizia. La nostra fedeltà è a Cristo e alla sua Chiesa, e il nostro obbligo è difendere la dignità di ogni vita umana, creata a immagine di Dio.
Durante una recente apparizione al programma «A Catholic Take» con Joe McClane, ha affrontato il tema della sofferenza, inclusa la chiamata di Nostro Signore a prendere la nostra croce ogni giorno e a seguirlo fedelmente (cfr. Luca 9,23-24). Sappiamo, naturalmente, che «per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene» (Romani 8,28), ma a volte le nostre croci sembrano opprimenti e troppo difficili da portare. Quale consiglio spirituale offrirebbe a coloro che attualmente portano una croce pesante? Potrebbe forse condividere alcuni esempi di come Nostro Signore ha tratto del bene dalla sofferenza nella sua vita, in particolare dalla sofferenza di essere stato ingiustamente allontanato dalla sua diocesi?
Oggi molti si sentono schiacciati sotto il peso della propria croce. Il Signore non ci ha mai detto che la via sarebbe stata facile. Anzi, lo ha detto chiaramente: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per amor mio, la salverà» (Luca 9:23-24).
Quando ci troviamo ad affrontare croci pesanti – che si tratti di malattie, difficoltà familiari o persino ingiustizie – possiamo sentirci abbandonati. Ma Cristo non è mai assente. È più vicino a noi nella sofferenza che in qualsiasi altro momento, perché Egli stesso ha portato la croce e porta con sé la nostra.
Spesso torno alle parole di san Paolo: «E noi sappiamo che per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene…» (Romani 8:28). Notate che non dice che tutte le cose siano buone in sé. Ingiustizia, malattia, violenza, tradimento: questi sono mali reali. Ma Dio, nella sua infinita saggezza, prende ciò che è malvagio e lo piega ai suoi buoni propositi quando lo uniamo a lui.
Nella mia vita, posso dire che essere stato ingiustamente allontanato dalla mia diocesi è stata una croce che non mi sarei mai aspettato. È stato doloroso essere separato dal gregge che amavo così tanto. Ma in quella sofferenza Cristo mi ha aperto nuove porte per proclamare la verità più liberamente, per incoraggiare i fedeli in tutto il mondo e per ricordare a tutti noi che la nostra identità non è radicata nell’incarico o nella posizione, ma in Cristo stesso. Questa è stata una grazia nascosta: essere spogliato delle sicurezze terrene per poter confidare più totalmente in lui.
A chiunque si senta schiacciato sotto il peso della propria croce direi questo: non cercate di portarla da soli. Deponetela ogni giorno ai piedi di Cristo. Unitela al santo Sacrificio della messa. Offritela per le anime. E ricordate la promessa: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).
La sofferenza non ha l’ultima parola. Ce l’ha Cristo. E la Croce, che sembra una sconfitta, è in realtà il trono della vittoria. Se restiamo vicini a Gesù nella sofferenza, Egli trasformerà anche le nostre ferite più profonde in sorgenti di grazia.
pillarsoffaith.net
Nel maggio del 2023 lei pubblicò un famoso post su X (precedentemente Twitter) in cui affermava di «credere che papa Francesco sia il papa, ma che è giunto il momento di dire che rifiuto il suo programma volto a minare il Deposito della Fede». Quali ritiene siano gli esempi più eclatanti di come papa Francesco stia minando il Deposito della Fede e cosa si debba fare per raddrizzare la situazione, per così dire?
Quando scrissi quelle parole nel 2023, parlavo con il cuore di un pastore che vedeva un grave pericolo nella direzione in cui la Chiesa si stava dirigendo. Quella di minare il Deposito della Fede non è un’accusa da poco e, purtroppo, sotto il pontificato di papa Francesco ci sono stati chiari esempi che giustificano questa preoccupazione.
A mio avviso, i casi più gravi includono:
«Amoris laetitia», che ha aperto la strada – attraverso note a piè di pagina e passaggi ambigui – ai cattolici divorziati e «risposati» civilmente per ricevere la santa Comunione senza un vero pentimento. Ciò colpisce direttamente l’indissolubilità del matrimonio e la santità dell’Eucaristia.
L’elevazione e la promozione di padre James Martin, la cui attività pubblica ha costantemente distorto l’insegnamento cattolico sulla sessualità umana e confuso innumerevoli anime, senza alcuna correzione da parte di Roma.
La nomina di vescovi e cardinali che mettono apertamente in discussione o sfidano la dottrina consolidata (dal Cammino sinodale tedesco a coloro che promuovono l’ordinazione delle donne) senza provvedimenti disciplinari, ma spesso con promozioni.
E, naturalmente, la promulgazione della «Traditionis custodes», che prese di mira la messa tradizionale – un tesoro del culto cattolico che ha nutrito i santi per secoli – trattandola come una minaccia anziché come un dono.
Tutto ciò, preso nel suo insieme, trasmette un messaggio devastante: che l’immutabile verità della Fede può essere accantonata in nome di strategie pastorali o adattamenti culturali. Questa è la definizione stessa di minare il Deposito della Fede.
Quanto a ciò che bisogna fare per raddrizzare la rotta: dobbiamo tornare alla chiarezza, alla fedeltà e al coraggio. Il papa e tutti i vescovi devono proclamare con una sola voce che la verità non è negoziabile, che la dottrina non può essere alterata e che la liturgia deve sempre riflettere la maestà di Dio piuttosto che lo spirito del tempo. Papa San Pio X, nella «Pascendi Dominici gregis» (1907), avvertiva che il Modernismo è la «sintesi di tutte le eresie». Queste parole si sono rivelate profetiche e dobbiamo estirpare il Modernismo ovunque si manifesti.
Prego dunque – e continuerò a dirlo con chiarezza – affinché l’unico rinnovamento degno di essere perseguito sia quello radicato in Cristo, nell’Eucaristia e nella pienezza della verità cattolica. Nient’altro potrà raddrizzare la rotta.
In una recente intervista al «Catholic Herald» lei ha parlato in termini molto positivi dell’arcivescovo Marcel Lefebvre e della Fraternità sacerdotale San Pio X da lui fondata nel 1970, come aveva già fatto lo scorso dicembre. Si dice spesso che alla Fraternità San Pio X manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica. A questo proposito, il Codice di diritto canonico afferma: «Sono pienamente in comunione con la Chiesa cattolica su questa terra coloro che sono uniti a Cristo nella sua struttura visibile mediante il vincolo della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico» (can. 205). I membri della FSSPX professano chiaramente la stessa fede e partecipano agli stessi sacramenti della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda il governo ecclesiastico (ovvero la giurisdizione), papa Francesco ha concesso a tutti i sacerdoti della Fraternità San Pio X la facoltà abituale di assolvere i peccati (cfr. «Misericordia et misera», n. 12) e ha anche autorizzato i vescovi locali a permettere ai sacerdoti della Fraternità San Pio X di celebrare matrimoni cattolici nelle loro diocesi (cfr. lettera del 2017), e papa Leone non ha revocato nessuna di queste autorizzazioni. Come mai, dunque, la FSSPX non soddisfa i criteri per la piena comunione? Pongo questa domanda in particolare alla luce del fatto che lei ha una licenza in diritto canonico.
Questa è un’ottima domanda e sono grato per l’opportunità di rispondere in modo chiaro. L’arcivescovo Marcel Lefebvre è stato un pastore coraggioso che, nel mezzo dello sconvolgimento seguito al Concilio, ha cercato di rimanere fedele a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e vissuto. La Fraternità sacerdotale San Pio X viene spesso definita «in situazione irregolare», ma, come giustamente lei sottolinea, i suoi membri professano la stessa fede cattolica, celebrano gli stessi sacramenti e ora – grazie a disposizioni esplicite di papa Francesco – hanno la facoltà di assolvere i peccati e di celebrare matrimoni validi e leciti. Non si tratta di cose di poco conto; sono segni concreti di comunione.
Il canone 205 afferma che la piena comunione richiede tre vincoli: la professione di fede, i sacramenti e il governo. Nella fede e nei sacramenti, la Fraternità sacerdotale San Pio X è indiscutibilmente cattolica. La vera questione si è sempre concentrata sul governo, in particolare sulle ordinazioni episcopali avvenute senza mandato papale. Tale irregolarità ha creato ferite nella disciplina ecclesiastica, ma non ha costituito eresia, scisma in senso proprio o fondazione di una chiesa parallela. Infatti, sia Benedetto XVI sia Francesco hanno compiuto gesti significativi per sanare tale frattura, e papa Leone non ha annullato tali gesti.
Pertanto, quando si dice che la Fraternità sacerdotale San Pio X «non è in piena comunione», spesso si tratta più di un’etichetta politica che di una realtà teologica o canonica. Se un sacerdote cattolico può validamente assolvere i peccati con un mandato papale, e se i sacerdoti della Fraternità San Pio X possono validamente celebrare matrimoni per delega del vescovo locale, allora è molto difficile sostenere che siano in qualche modo «fuori» dalla Chiesa. In realtà, sono cattolici che vivono in una situazione canonica irregolare che richiede una soluzione, non l’esclusione.
Ciò che serve ora è onestà e carità. Onestà: ammettere che l’antica liturgia e la tradizione che hanno preservato sono tesori per tutta la Chiesa. Carità: cercare una vera riconciliazione piuttosto che perpetuare il sospetto. Credo che la storia dimostrerà che l’arcivescovo Lefebvre, nonostante le irregolarità, ha conservato una testimonianza vitale in un momento in cui molti all’interno della Chiesa stavano smarrendo la retta via. La via da seguire non è quella di emarginare la Fraternità sacerdotale San Pio X, ma di riconoscere che sono nostri fratelli e di accoglierli pienamente nel cuore della vita della Chiesa, senza condizioni né sospetti.
Da quasi due anni ormai, assistiamo alla devastazione della Striscia di Gaza da parte dello Stato di Israele e al terrore inflitto ai palestinesi in risposta al brutale attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Lo scorso marzo lei ha pubblicato una lettera aperta al presidente Donald Trump in cui lo esortava, insieme alla sua amministrazione, a «riconsiderare il proprio percorso» di sostegno pressoché incondizionato a Israele, sottolineando che «l’uccisione indiscriminata di civili [a Gaza], comprese donne e bambini, ha raggiunto livelli intollerabili». Diverse figure chiave dell’amministrazione Trump sostengono apertamente che i cristiani siano obbligati a sostenere il popolo ebraico per volere divino. Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, ha recentemente riassunto questa convinzione (comunemente nota come sionismo cristiano) con queste parole: «Non posso essere cristiano e non sentirmi profondamente legato al popolo ebraico. Tutta la nostra fede si fonda sul giudaismo. Dio benedice chi benedice gli ebrei e maledice chi li maledice». In qualità di vescovo cattolico, qual è la sua risposta a questa idea, che si è radicata anche nella mente di molti cattolici?
Si tratta di una domanda importante, che tocca il cuore della fede cattolica e la grande confusione del nostro tempo.
Innanzitutto, come cattolici, affermiamo con certezza che il popolo ebraico è stato scelto da Dio nella storia della salvezza. Come insegna san Paolo nell’epistola ai Romani: «… ai quali appartiene l’adozione a figli, la gloria, il testamento, la promulgazione della legge e il servizio di Dio e le promesse» (Romani 9:4). Nostro Signore Gesù Cristo stesso, nella sua sacra umanità, nacque dalla Vergine Maria nella stirpe di Davide. In questo senso, il cristianesimo è effettivamente radicato nell’alleanza di Israele.
Ma la fede cattolica opera una distinzione cruciale: le promesse fatte ad Abramo trovano il loro compimento non in uno stato politico, bensì in Gesù Cristo, il Messia. San Paolo è altrettanto chiaro: «E se appartenete a Cristo, siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29). La Chiesa è il Nuovo Israele, il Corpo di Cristo, al quale sono chiamati sia ebrei che gentili.
Pertanto, non è insegnamento cattolico che i cristiani siano tenuti a sostenere lo Stato moderno di Israele in tutte le sue politiche, soprattutto quando queste politiche includono il bombardamento di civili e l’uccisione di bambini. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica, «la pace non è semplicemente l’assenza di guerra» (2304). Essa si fonda su una corretta comprensione della persona umana e richiede il rispetto della dignità della persona umana e del diritto dei popoli alla giustizia. Il sostegno acritico all’aggressione militare, anche sotto la maschera della profezia biblica, distorce il Vangelo.
Ciò che descrive il signor Huckabee è una visione nota come sionismo cristiano, diffusa in alcuni ambienti protestanti ma non conforme alla dottrina cattolica. Essa confonde lo stato-nazione temporale di Israele con l’alleanza eterna compiuta in Cristo. I papi di ogni epoca hanno respinto tali interpretazioni. Papa Pio XII, ad esempio, affrontando la situazione della Terra Santa nella sua enciclica «In multiplicibus curis» (1948), insistette sul fatto che la pace in quella regione dovesse fondarsi sulla giustizia, non su una teologia mal applicata alla politica.
I cattolici, pertanto, non sono chiamati a «benedire Israele» nel senso di approvare ogni sua azione militare o politica. Siamo chiamati a benedire tutti i popoli, inclusi ebrei, musulmani e cristiani, testimoniando Cristo, che solo è il Principe della Pace. Siamo tenuti a difendere gli innocenti, a sostenere il diritto internazionale e a opporci al massacro dei bambini a Gaza tanto quanto ci opporremmo al massacro dei bambini nel grembo materno.
In sintesi: sì, veneriamo il ruolo di Israele nella storia della salvezza. Sì, preghiamo per il popolo ebraico e onoriamo la sua eredità dell’alleanza. Ma no, non confondiamo questo con il sostegno a un governo moderno in atti di guerra e ingiustizia. La nostra fedeltà è a Cristo e alla sua Chiesa, e il nostro obbligo è difendere la dignità di ogni vita umana, creata a immagine di Dio.
Durante una recente apparizione al programma «A Catholic Take» con Joe McClane, ha affrontato il tema della sofferenza, inclusa la chiamata di Nostro Signore a prendere la nostra croce ogni giorno e a seguirlo fedelmente (cfr. Luca 9,23-24). Sappiamo, naturalmente, che «per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene» (Romani 8,28), ma a volte le nostre croci sembrano opprimenti e troppo difficili da portare. Quale consiglio spirituale offrirebbe a coloro che attualmente portano una croce pesante? Potrebbe forse condividere alcuni esempi di come Nostro Signore ha tratto del bene dalla sofferenza nella sua vita, in particolare dalla sofferenza di essere stato ingiustamente allontanato dalla sua diocesi?
Oggi molti si sentono schiacciati sotto il peso della propria croce. Il Signore non ci ha mai detto che la via sarebbe stata facile. Anzi, lo ha detto chiaramente: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per amor mio, la salverà» (Luca 9:23-24).
Quando ci troviamo ad affrontare croci pesanti – che si tratti di malattie, difficoltà familiari o persino ingiustizie – possiamo sentirci abbandonati. Ma Cristo non è mai assente. È più vicino a noi nella sofferenza che in qualsiasi altro momento, perché Egli stesso ha portato la croce e porta con sé la nostra.
Spesso torno alle parole di san Paolo: «E noi sappiamo che per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano al bene…» (Romani 8:28). Notate che non dice che tutte le cose siano buone in sé. Ingiustizia, malattia, violenza, tradimento: questi sono mali reali. Ma Dio, nella sua infinita saggezza, prende ciò che è malvagio e lo piega ai suoi buoni propositi quando lo uniamo a lui.
Nella mia vita, posso dire che essere stato ingiustamente allontanato dalla mia diocesi è stata una croce che non mi sarei mai aspettato. È stato doloroso essere separato dal gregge che amavo così tanto. Ma in quella sofferenza Cristo mi ha aperto nuove porte per proclamare la verità più liberamente, per incoraggiare i fedeli in tutto il mondo e per ricordare a tutti noi che la nostra identità non è radicata nell’incarico o nella posizione, ma in Cristo stesso. Questa è stata una grazia nascosta: essere spogliato delle sicurezze terrene per poter confidare più totalmente in lui.
A chiunque si senta schiacciato sotto il peso della propria croce direi questo: non cercate di portarla da soli. Deponetela ogni giorno ai piedi di Cristo. Unitela al santo Sacrificio della messa. Offritela per le anime. E ricordate la promessa: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).
La sofferenza non ha l’ultima parola. Ce l’ha Cristo. E la Croce, che sembra una sconfitta, è in realtà il trono della vittoria. Se restiamo vicini a Gesù nella sofferenza, Egli trasformerà anche le nostre ferite più profonde in sorgenti di grazia.
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