giovedì 30 aprile 2026

L’Eucaristia divisa con i cani a Zurigo e il Vescovo minimizza






Di Redazione Blog di Sabino Paciolla|Aprile 30th, 2026



Caro Vescovo, l’ignoranza non è grazia se il Pane degli Angeli diventa cibo per animali



di Fabio Vessillifero

Il fatto: l’Eucaristia divisa con i cani a Zurigo

Il post di Marco Tosatti su Stilum Curiae (qui) riporta un evento accaduto a Zurigo nella parrocchia del Buon Pastore, dove durante una celebrazione eucaristica che includeva la benedizione degli animali, tre fedeli hanno condiviso il Pane consacrato con i propri cani. L’indagine diocesana condotta dal Vescovo di Coira Joseph Bonnemain (Zurigo rientra nel territorio della Diocesi di Coira) ha concluso che, nonostante il fatto sia “profondamente deplorevole”, non si può parlare di sacrilegio canonico né di scomunica poiché agli individui mancava l’intento malevolo, essendo essi mossi da una sorta di ignoranza o ingenuità devozionale. Questa risoluzione ha provocato la reazione dei laici locali, che hanno organizzato rosari di riparazione per quello che percepiscono come un gravissimo oltraggio al Sacramento Eucaristico.

La spia di un collasso teologico e pedagogico

Questa vicenda non può essere archiviata come un isolato incidente di cronaca, poiché agisce da spia luminosa di un collasso teologico e pedagogico che parte proprio dai vertici della gerarchia. Quando si assiste alla distribuzione del Corpo di Cristo agli animali, ci si trova davanti alla prova plastica che il senso della Presenza Reale nel popolo di Dio è stato quasi del tutto eroso da decenni di catechesi orizzontale e celebrazioni sciatte. Il fatto che un vescovo minimizzi l’accaduto appellandosi alla mancanza di dolo dei protagonisti evidenzia una crisi di autorità: il Pastore, anziché difendere l’integrità del Mistero e utilizzare la sanzione come strumento medicinale per risvegliare le coscienze, sembra preferire un approccio burocratico che finisce per giustificare l’ignoranza colpevole.

La chiarezza del Diritto Canonico sul sacrilegio

A tal proposito, il dettato del diritto canonico è di una chiarezza cristallina e non lascia spazio a interpretazioni relativiste. Il Canone 1367 del Codice di Diritto Canonico recita infatti testualmente: «Chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; il chierico inoltre può essere punito con altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale».

Il tradimento della missione episcopale

Il cuore del problema risiede nel tradimento della missione episcopale di formare i formatori. Se i vescovi stessi perdono di vista la dimensione soprannaturale, riducendo la vita di grazia a un vago sentimento di inclusione e la liturgia a una messinscena della comunità, è inevitabile che i fedeli perdano la percezione di trovarsi di fronte al Dio Vivo. La scomparsa dell’orizzonte escatologico — della consapevolezza che ogni atto liturgico ha un peso per la vita eterna — trasforma il Sacramento in un oggetto banale, privo di quel “timore e tremore” (Filippesi 2,12) che deve caratterizzare la devozione cattolica. Come ricordava San Tommaso (S. Th. III, q. 80, a. 3, ad 3), l’Eucaristia richiede la ragione e la fede per essere ricevuta; trattarla come cibo comune per creature irrazionali non è solo un errore liturgico, ma un’offesa oggettiva alla Maestà divina che prescinde dalle intenzioni soggettive.

Il dovere di istruire e vigilare: i Canoni 386

A tal proposito, il diritto canonico definisce con estrema precisione il dovere del Vescovo di istruire il popolo di Dio per evitare simili derive. Il Canone 386 §1 recita: «Il Vescovo diocesano è tenuto a proporre e a spiegare ai fedeli le verità di fede che si devono credere e applicare nei costumi, predicando personalmente con frequenza; abbia anche cura che si osservino fedelmente le disposizioni e i canoni che riguardano il ministero della parola, soprattutto l’omelia e la formazione catechetica, in modo che a tutti venga trasmessa l’intera dottrina cristiana.» Inoltre, il Canone 386 §2 specifica un dovere di vigilanza attiva: «Difenda con fermezza, usando i mezzi più adatti, l’integrità e l’unità della fede che si deve professare, riconoscendo tuttavia la giusta libertà nell’ulteriore approfondimento delle verità».

L’eclissi della distinzione ontologica tra uomo e animale

Un elemento determinante in questa deriva è la perdita del senso ontologico della distinzione tra l’uomo e il resto del creato. Mentre l’uomo è un soggetto di natura razionale e volitiva, capace di “intus-leggere” — ovvero leggere dentro l’essenza delle cose grazie allo spirito razionale di cui è dotato — l’animale rimane un essere totalmente immerso nella materia, determinato in ogni sua azione dall’istinto. Confondere questi due piani significa negare l’unicità dell’essere umano come immagine di Dio (Imago Dei). Se non si riconosce più che l’uomo, a differenza dell’animale, possiede un’anima spirituale capace di trascendere il dato fisico per aprirsi al divino, l’Eucaristia smette di essere il nutrimento dell’intelletto e della volontà e viene degradata a un gesto istintuale di affetto verso la natura. Questa “animalizzazione” dell’uomo e, di riflesso, “umanizzazione” dell’animale, rende i fedeli incapaci di cogliere il valore infinito del Sacramento, riducendolo a un gioco di simboli privo di sostanza spirituale.

La voce della Tradizione: la sequenza Lauda Sion

La riflessione teologica su questo sacrilegio trova riferimenti precisi nella Tradizione e nelle Scritture. San Tommaso d’Aquino, nella celebre sequenza Lauda Sion Salvatorem, scrive chiaramente: “Ecce panis angelorum… vere panis filiorum, non mittendus canibus” (Ecco il pane degli angeli… vero pane dei figli, da non gettare ai cani). Questo monito non è una mancanza di rispetto per la creazione, ma una difesa della natura del Sacramento, che richiede ragione e fede per essere ricevuto. Trattare l’Eucaristia come cibo per creature irrazionali è una violazione frontale di una verità che la Chiesa canta da sempre e che affonda le radici nel comando di Cristo stesso.

Il monito evangelico sulle perle e i cani

In Matteo 7,6, Gesù avverte: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci”. Questo invito al discernimento spirituale insegna che la Verità e la Grazia sono perle preziose che non vanno esposte alla banalizzazione o al calpestamento. Gettare la “perla” eucaristica a chi non può riconoscerla significa rinunciare alla prudenza e alla riverenza, esponendo il sacro al disprezzo. Una diocesi allo sbando è quella dove il sentimentalismo ha preso il posto della dottrina: se il pane non è più “dei figli”, ma viene distribuito senza discernimento, si perde ogni autorevolezza e si trasforma il Sacrificio dell’altare in un gesto privato privo di senso.

Conclusione: la responsabilità di fronte alla Giustizia divina


Ciò che emerge da questa analisi è la descrizione di una diocesi, e forse di un sistema ecclesiale più ampio, allo sbando, dove il “piccolo gregge” dei laici è rimasto l’ultimo baluardo a difesa del sacro, costretto a riparare con la preghiera ciò che i propri pastori non sanno più proteggere con la dottrina. In questa inversione di ruoli, la responsabilità morale ricade con forza su chi, avendo ricevuto il mandato di vigilare, ha permesso la banalizzazione del Mistero, trasformando il Sacrificio dell’altare in un gesto privato privo di riverenza. La Giustizia di Dio, che non può essere elusa da una nota diocesana, resta il monito finale per una Chiesa che sembra aver dimenticato la sua stessa natura sacramentale.








Mons. Strickland: Dichiarazione pastorale sui recenti eventi alla Basilica di San Pietro e sull’integrità del Sacerdozio







Di Mons. Joseph E. Strickland, 30 apr 2026

Nell’ottica del mero approfondimento dei fatti e di un sereno confronto, di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori la riflessione scritta da Mons. Joseph E. Strickland, vescovo emerito, pubblicato sul suo blog (https://pillarsoffaith.net). Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. (Sabino Paciolla)

Circolano immagini e resoconti che mostrano una donna “vescovo” anglicana mentre compie un gesto di benedizione all’interno della Basilica di San Pietro. Per molti fedeli, questo non è stato un momento di unità, ma fonte di profonda confusione e dolore.

In qualità di successore degli Apostoli, mi sento in dovere di intervenire – non con durezza, ma con la chiarezza che nasce dalla carità.

Il sacerdozio cattolico non è una creazione umana. È un dono divino istituito da Nostro Signore Gesù Cristo, affidato alla Chiesa e custodito nel corso dei secoli con fedeltà e sacrificio. Il sacerdote, mediante l’ordinazione sacramentale, è configurato a Cristo in modo unico e insostituibile, agendo in persona Christi Capitis, soprattutto nell’offerta del Santo Sacrificio della Messa.

Per questo motivo, la Chiesa ha insegnato in modo definitivo di non avere l’autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Questo insegnamento non è una questione aperta a cambiamenti, adattamenti o reinterpretazioni. Appartiene al deposito della fede.

Poiché l’Eucaristia è la vera rappresentazione del Sacrificio del Calvario, il sacerdote sta nella persona di Cristo Sposo, che offre Se stesso per la Sua Sposa, la Chiesa. Questo mistero nuziale non è simbolico: è sacramentale e reale. Qualsiasi gesto che oscuri questa verità, o offuschi la distinzione tra gli Ordini Sacri validi e quelle comunità che non li possiedono, rischia di indebolire la comprensione dei fedeli dell’Eucaristia stessa.

Per questo motivo, la Chiesa ha sempre custodito con la massima cura sia il sacerdozio che le parole sacre dell’Eucaristia. Il sacerdote non parla all’altare come mero rappresentante della comunità, ma in persona Christi Capitis – nella persona stessa di Cristo Capo – così che quando dice: «Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue», è Cristo stesso che parla e agisce. Se questa realtà venisse oscurata, o se la forma del sacramento fosse alterata in modo tale da non esprimere più chiaramente Cristo che agisce attraverso il sacerdote, i fedeli potrebbero essere indotti in grave confusione e l’integrità del sacramento stesso potrebbe essere messa in discussione. Per questo motivo, la Chiesa DEVE custodire con riverenza e fedeltà sia la realtà del sacerdozio sia la forma sacra affidatale da Cristo.

Si potrebbe dire che in questo caso non ha avuto luogo alcuna celebrazione eucaristica e che ciò che è avvenuto è stato semplicemente un gesto di benedizione. Tuttavia, nemmeno questo può essere considerato con leggerezza. I gesti pubblici all’interno degli spazi sacri hanno un significato reale. Quando una persona che non possiede validi Ordini Sacri viene accolta in un modo che sembra affermare o onorare un ruolo ministeriale che non può ricoprire, si rischia di dare l’impressione che tali ordini siano riconosciuti o intercambiabili con il sacerdozio cattolico.

Questa è fonte di confusione per i fedeli e motivo di legittima preoccupazione. La vera carità richiede chiarezza. Il rispetto per le persone non deve mai oscurare la verità sulla realtà sacramentale degli Ordini Sacri, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo e non ha l’autorità di alterare.

Per questo motivo, esorto i fedeli non solo a rimanere saldi, ma a rispondere con la preghiera e la riparazione. Quando la confusione tocca ciò che è più sacro – quando il sacerdozio e l’Eucaristia vengono oscurati – la risposta adeguata dei fedeli non è il silenzio, ma l’amore espresso attraverso il sacrificio.

Vi chiedo, quindi:Di dedicare del tempo all’adorazione eucaristica
Di recitare il Santo Rosario con rinnovato fervore
Di offrire atti di penitenza e riparazione al Sacro Cuore di Gesù
Intercedere per i sacerdoti, affinché siano fedeli alla loro sacra identità
E pregare per la Chiesa, affinché sia purificata e rafforzata nella verità

Cristo non ha abbandonato la Sua Chiesa.

Anche nei momenti di prova, Egli rimane presente nell’Eucaristia – lo stesso ieri, oggi e per sempre. La verità del sacerdozio rimane intatta, non per forza umana, ma perché è radicata in Lui.

Rispondiamo, quindi, non con la disperazione, ma con la fedeltà. Aggrappiamoci a Cristo, amiamo la Sua Chiesa e preghiamo per la sua purificazione e il suo rinnovamento.

Possa la Beata Vergine Maria, Madre dell’Eterno Sommo Sacerdote, intercedere per noi, affinché il sacerdozio possa essere rinnovato nella santità e l’Eucaristia possa essere sempre adorata con la riverenza che merita.

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo Emerito

(Di Interestmedia – Opera propria, CC BY-SA 4.0)






Gran finale a Roma della «arcivescova» di Canterbury con benedizione assieme al Vescovo (vero)






Lorenzo V., 30 aprile 2026

Quattro giorni fa avevamo lasciato la signora Sarah Mullally – falsa «arcivescova» di Canterbury, già di professione infermiera, filo-abortista (ora non più infermiera, ma ancora convintamente filo-abortista) e capa religiosa della scismatica Comunità Anglicana – nella Cappella Clementina intenta a (falsamente) benedire i presenti, tra i quali mons. Flavio Pace, Segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, che si è inchinato e si segnato come se stesse ricevendo una vera benedizione, anziché essere in presenza di un gesto sacrilego ed oltraggioso (QUI).

Ma, dalla lettura del dettagliato programma del tour romano della signora Mullally, sapevamo – purtroppo – che le brutte sorprese non sarebbero finite accanto alla Tomba di San Pietro Apostolo.

Ed infatti lunedì sera la suddetta signora era presente nella (cattolica) Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, nella quale ha nominato il signor Anthony James Ball (con il quale condivide il titolo di «finto vescovo») suo rappresentante presso la Santa Sede.




Al termine della cerimonia molto «ecumenica» (la «vescova» ha presieduto, nella Chiesa cattolica, i vespri, presumiamo in rito anglicano, predicati dal card. Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione), le fotografie pubblicate sulla pagina Facebook ufficiale della Anglican Communion (QUI e QUI) ed un video pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale dell’Archbishop of Canterbury (QUI dal minuto 0:50) mostrano la signora Sarah Mullally – ripetiamo, laica e capa religiosa della scismatica Comunità Anglicana – portarsi dietro l’altare al centro del presbiterio della (cattolica) Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio e benedire i presenti, tra i quali almeno due (veri) Cardinali e alcuni (veri) Vescovi.



Ciò che, però, ci ha lasciati sbalorditi è che accanto alla (finta) «vescova» signora Sarah Mullally era presente un (vero) Vescovo che si è unito al gesto della benedizione: questa volta nulla di blasfemo, sia chiaro, ma quantomeno molto molto inopportuno.



E, infine, ci permettiamo di chiederci: perché tutta questa pompa per la visita di una signora che ha il 70 per cento dei fedeli e dei Vescovi anglicani che non ne riconosce l’autorità? Nostre fonti romane in altissimo loco ci suggeriscono una relazione con la ricerca di un atteggiamento positivo del Governo di Sua Maestà sulla vicenda del palazzo in Sloane Avenue…








mercoledì 29 aprile 2026

Il card. Simoni da Papa Leone XIV: gli ho donato una reliquia dei martiri albanesi



Lunedì mattina Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il card. Ernest Simoni, 97 anni, eroico testimone della fede sotto il regime comunista albanese, con i familiari, il quale ha raccontato ai media vaticani l’incontro: «Proclamiamo insieme per tutti i popoli del mondo la pace che viene dal Cielo».

Riportiamo di seguito l’articolo di don Davide Djudjaj, pubblicato il 27 aprile sul portale Vatican News.

Lorenzo V.



29 Aprile 2026

«Tutta gioia, tutta speranza». Così il cardinale albanese Ernest Simoni, 97 anni, perseguitato nel suo Paese durante il regime comunista, descrive l’udienza di questa mattina, 27 aprile, con Papa Leone XIV. Oltre al porporato, nella Sala dei Papi, erano presenti anche una quarantina di suoi familiari. «È stata un’atmosfera tutta gioia, tutta speranza, guardando il volto del Santo Padre – che rappresenta il volto di Gesù – per proclamare a tutti gli uomini la novella del Cielo, della pace e della fraternità e dell’amore per tutti i popoli del mondo», afferma il card. Simoni ai media vaticani dopo l’udienza con il Papa.



«Martire vivente»

Già lo scorso 5 aprile, domenica di Pasqua, il card. Ernest Simoni era insieme al card. Dominique François Joseph Mamberti, Protodiacono e Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, accanto a Papa Leone XIV durante il messaggio e la benedizione Urbi et Orbi dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro in Vaticano. Presbitero dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult, il card. Simoni – che il 7 aprile ha celebrato i settant’anni dall’ordinazione sacerdotale – ha patito la persecuzione in Albania. Arrestato a Natale del 1963, è stato condannato prima a morte e successivamente ai lavori forzati nelle fogne di Scutari, esercitando poi clandestinamente il suo ministero fino alla caduta del regime comunista. Papa Francesco aveva ascoltato la sua testimonianza nel viaggio in Albania del settembre 2014, commuovendosi visibilmente fino alle lacrime per le parole di questo sacerdote che ha sempre definito un «martire vivente». Nel 2016 Francesco lo aveva creato cardinale e ringraziandolo per questa testimonianza «che fa bene alla Chiesa».

Incontrare il Papa, una grazia

Oggi, quindi, l’udienza con Papa Leone XIV: «Certamente è stata una grazia speciale che mi ha dato lo Spirito Santo – dice il card. Ernest Simoni – e anche il Santo Padre per proclamare insieme, per tutti i popoli del mondo, la pace che vien dal Cielo, dolcissima pace, la gioia spirituale e la gioia della resurrezione. E tutto è qui: la fede con la resurrezione avrà la felicità eterna che Gesù ha preparato versando tutto il suo sangue per tutti gli uomini del mondo e di tutti i secoli».


Il dono

Speciale il dono che il card. Ernest Simoni – che, residente da alcuni anni a Firenze, nonostante l’età continua a girare il mondo – ha consegnato al Pontefice al termine dell’udienza: «Arrivando dall’Albania in Italia, il pensiero è per i martiri», e quindi Simoni ha regalato «la croce e una reliquia dei martiri albanesi che hanno dato la vita per la fedeltà, per l’amore a Gesù, per la salvezza del popolo di Albania, per guardare tutti gli uomini il sorriso del Cielo».






In memoria di Fulvio Rampi: il Canto Gregoriano come farmaco contro l’analfabetismo spirituale e liturgico


Fulvio Rampi (fonte: sito Fulvio Rampi)




Il Logos tradito: La musica come carne della fede o rumore del mondo?

Di Redazione Blog di Sabino Paciolla 29 aprile 2026



di Fabio Vessillifero

Dedico questa meditazione al maestro Fulvio Rampi, gregorianista di fama mondiale, che ha concluso la propria esistenza terrena lo scorso 26 aprile 2026.

Con il concerto “Pascha nostrum”, svoltosi domenica 19 aprile presso la chiesa di S. Abbondio a Cremona (qui), egli ha offerto un’intensa meditazione sul Mistero Pasquale che ha sugellato il suo cammino di fede e di sudioso. La testimonianza più grande che ci lascia in eredità è la consapevolezza che il Canto Gregoriano non è un muto reperto del passato, ma l’esegesi sonora della Parola di Dio che annuncia, instancabile, la Risurrezione.

La Creazione come poesia e canto in Genesi 1 e nel Credo

Il racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi non deve essere letto come un fredda cronaca dei fatti, ma come un vero e proprio canto cosmico. La sua struttura ritmica emerge con chiarezza anche nelle traduzioni moderne attraverso la ripetizione cadenzata di veri e propri “ritornelli”: “E fu sera e fu mattina”, oppure “E Dio vide che era cosa buona”. Questo procedere per moduli ricorrenti è la prova che l’origine del mondo è musicale.

Noi cristiani confermiamo questa visione ogni volta che professiamo il Credo Niceno-Costantinopolitano. Quando diciamo “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”, utilizziamo un termine che nel testo greco originale deriva dal verbo poiein. È fondamentale comprendere che poiein non indica un “fare” meccanico, ma il creare con bellezza e armonia: è la radice stessa della parola “poesia”. Dio, dunque, è il Sommo Poeta, e il Suo atto creativo è un fare poetico che ordina il caos in un’armonia udibile. Questo ci dice che il Logos — termine che significa parola, ma anche ragione e proporzione — è il fondamento di tutto ciò che esiste.

La creazione come riflesso della Bellezza divina

Dio ha creato il mondo attraverso il Figlio-Logos, per eccedenza d’essere, in un atto di pura effusione di bellezza. «Il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso. Noi crediamo che il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 295). Per questo esiste una musica intrinseca nell’essere e nella vita: ogni creatura, dalle immense galassie alla più piccola particella, è una “nota” di questo immenso concerto divino. La bellezza della natura non è un decoro superfluo, ma è la fisionomia stessa di Dio impressa nella materia, lo “splendore della Verità” (splendor veritatis) che si rende percepibile ai nostri sensi. In questa visione, la dolcezza di un tramonto o la maestà delle montagne sono riverberi della “poesia” originale del Creatore. La creazione è dunque un’opera teofanica, un luogo dove Dio si manifesta attraverso l’armonia della forma, invitando l’uomo a risalire dalla bellezza del mondo alla Fonte di ogni splendore (Cfr. Sapienza 13,1-9 e Romani 1,20) .

L’armonia del DNA: l’esperimento di Susumu Ohno e Giuseppe Sermonti

Questa verità è scritta profondamente nella nostra carne, e la scienza più avanzata ha iniziato a decifrarla in modo sorprendente. È stato Giuseppe Sermonti, uno dei grandi padri della genetica moderna e difensore di una visione simbolica della scienza, a dare risalto internazionale al lavoro di Susumu Ohno (qui). Ohno scoprì che il DNA è governato dal principio della “Ricorrenza Ripetitiva”, lo stesso che governa la composizione musicale. Assegnando note specifiche ai nucleotidi (attraverso le loro basi azotate A, G, T, C) in base al loro peso molecolare, Ohno ottenne melodie tonali garbate, incredibilmente simili a Bach o Chopin.

Addirittura, un frammento del gene della Polimerasi II del topolino riproduce quasi letteralmente un tema del Notturno op. 55 n. 1 di Chopin. Sermonti sottolineò che se il caso cieco avesse costruito la vita, il DNA sarebbe rumore; invece, esso rivela una logica musicale primordiale. La biologia non è solo chimica, ma l’esecuzione di uno spartito che la natura serba da milioni di anni nel suo cifrario segreto.

Vincenzo Galilei e la nascita della scienza moderna dal cuore della musica

Questa eredità musicale ha giocato un ruolo decisivo anche nella nascita della scienza sperimentale moderna. Galileo Galilei crebbe in una casa permeata di suoni: suo padre, Vincenzo Galilei, era un celebre musicista e teorico del Rinascimento che conduceva esperimenti rigorosi sulla tensione delle corde vibranti per trovarne le leggi fisiche. Galileo apprese dal padre che la bellezza della musica poggia su leggi misurabili e oggettive. Questa “educazione dell’orecchio” gli permise di intuire che il “Libro della Natura” è scritto in caratteri matematici. La scienza galileiana è il tentativo dell’uomo di mettersi in ascolto della musica del mondo per trascriverne le leggi, presupponendo che dietro la regolarità dei fenomeni ci sia una Mente che ordina con Sapienza e poesia.

I monaci, il Concilio e l’esaltazione dell’organo a canne

La musica ha compiuto un salto decisivo grazie alla fede cristiana e alla vita dei monasteri. Se per secoli i monaci benedettini avevano custodito e celebrato il repertorio sacro affidandolo esclusivamente alla memoria viva e alla tradizione orale, con la scrittura neumatica e poi con l’invenzione del tetragramma, il canto ha finalmente trovato una sua stabilità materiale. Attraverso la scrittura musicale, i monaci hanno voluto ‘dare corpo’ al Verbo, fissando l’ineffabile sulla carta affinché la lode fosse ordinata e perenne. Il gregoriano si è così confermato nei secoli come espressione di quella «sobria ebbrezza dello spirito», cioè come forma purissima in cui la melodia non funge da semplice decoro, ma si fa esegesi sonora e vivente della Parola.

È bene ricordare che il Concilio Vaticano II, nella costituzione Sacrosanctum Concilium, ha raccomandato esplicitamente che al canto gregoriano sia riservato il «posto principale» e ha lodato la polifonia come forma nobilissima d’arte. Parallelamente, il Concilio ha esaltato l’organo a canne come strumento liturgico per eccellenza, la cui voce è capace di aggiungere un mirabile splendore alle celebrazioni liturgiche della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle realtà celesti (SC nn. 116 e 120).

La polifonia come specchio della Trinità e della libertà

Dall’alveo del gregoriano fiorì poi la polifonia, una forma che poteva nascere solo nella visione cristiana. Mentre la gnosi cerca un’unità indistinta dove le persone si annullano, la polifonia esplicita la struttura stessa dell’Essere attraverso quello che il beato Antonio Rosmini definiva “sintesismo” e che si contrappone alla deriva della suggestione gnostica della dialettica hegeliana.

Secondo il Rosmini, l’Essere si manifesta in tre forme inseparabili: quella Ideale (il pensiero/logos), quella Reale (la materia/voce) e quella Morale (l’amore che le unisce). La polifonia è la perfetta esplicitazione di questa sintesi: lo spartito (Idea) prende corpo nel respiro dei cantori (Realtà) fondendosi in un’armonia che è atto di comunione (Morale). In questo “sintesismo musicale”, molte voci diverse cantano melodie differenti, ma si intrecciano in un unico logos armonico senza mai annullarsi. È l’icona sonora della Trinità: un’unità che non schiaccia la diversità, ma la esalta. Solo il cristianesimo, riconoscendo che l’essere è intrinsecamente relazionale, poteva generare una musica dove l’individuo trova la sua pienezza proprio nell’accordo con l’altro.

I Sacramenti: il canto della Nuova Creazione

Al cuore di tutto sta la Liturgia: analogamente al canto dei sette giorni della creazione descritti in Genesi 1, i sette Sacramenti costituiscono il canto della Nuova Creazione. Attraverso il segno sacramentale, il Verbo fatto uomo assume in Sé l’intera creazione, la abita con il Suo Spirito e la riscatta dal disordine del peccato d’origine. In questo modo, la materia stessa viene resa nuovamente “capax Dei”: unita al Verbo-Logos Creatore, la natura può finalmente tornare a lodare Dio con voce piena. Noi crediamo, come dice San Paolo, che «la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-21).

La deriva gnostica: dal vuoto di John Cage al New Age

Oggi però viviamo il rischio di allontanarci nuovamente da questa Sorgente attraverso derive gnostiche che negano il Logos. L’esempio più radicale è l’episodio di John Cage e la sua composizione 4’33”: un pianista si siede davanti al rigo musicale vergato con infinite pause e resta in silenzio assoluto per tutta la durata del brano. Qui il silenzio non è attesa del Verbo, ma negazione del messaggio: è il vuoto gnostico che dissolve la materia sonora nel nulla indistinto.

A questa negazione si affianca l’insidia del New Age, che presenta melodie rasserenanti e seducenti create per facilitare un’introspezione volta a cogliere la dimensione divina del “Sé”. Tuttavia, questo “Sé” non è inteso come un soggetto razionale creato a immagine di Dio, ma come una scintilla che deve dissolversi nel “Tutto” indistinto. La musica New Age è la negazione della relazione: è un solipsismo sonoro che rifiuta il logos dell’armonia oggettiva e del dialogo.

L’analfabetismo musicale nella Scuola italiana: l’uomo ridotto a ingranaggio

Questa crisi culturale affonda le sue radici in una deriva educativa più ampia. La scuola italiana, ad esempio, tende a ritenere superflua l’educazione musicale nelle scuole superiori, giustificando tale esclusione con il fatto che questa disciplina non sia utile al fine di inserire i giovani nel processo produttivo. Ma se la scuola ha il compito di educare tutto l’uomo, non può trascurare il canto e la musica, perché si tratta di un linguaggio comune a tutti i popoli e di tutti i tempi.

Purtroppo dobbiamo ammettere che i gusti musicali dei giovani vengono sistematicamente formattati sulle canzonette commerciali, privandoli della capacità di giudizio critico e della sensibilità estetica. Si vuole deliberatamente produrre un uomo-ingranaggio, non un uomo libero.

La musica è la disciplina che più di ogni altra permette all’interiorità umana di esprimersi: non è un caso che quando siamo innamorati, i sentimenti più profondi si esprimano proprio attraverso il canto. Musica e canto sono apportatori di senso e costituiscono una fonte potente di energia di fronte alle difficoltà della vita, per elaborare sofferenze e lutti. A riguardo il pensiero corre spontaneo allo Stabat Mater di Pergolesi: si tratta di un’opera sublime che Pergolesi, a soli 26 anni, dedica alla Vergine sul letto di morte come raccomandazione per il suo imminente trapasso. Privare i giovani di questo linguaggio significa consegnarli a un’esistenza muta e funzionale.

La sostanzialità del canto: oltre l’orpello estetico

Bisogna quindi avere il coraggio di una provocazione necessaria: il canto liturgico non è un orpello. Non è una decorazione aggiunta per rendere la celebrazione più gradevole. Il canto è una dimensione sostanziale della liturgia. Una liturgia che rinuncia al suo canto proprio sta subendo una mutilazione ontologica. Poiché Dio crea cantando e il Figlio è il Canto eterno del Padre, l’unico modo per la Chiesa di essere pienamente se stessa è farsi canto.

Ma il pericolo entra oggi prepotentemente nelle nostre chiese attraverso la banalizzazione, sotto forma di “canzonette“, composte anch’esse sullo stile della musica commerciale, accompagnate da chitarre, tastiere e batterie. Formattati su stili di consumo voluti dal mercato, i nostri giovani esprimono la fede con ritmi sincopati che sono in totale antitesi al vero spirito contemplativo. Questo approccio li chiude in un sentimentalismo immanente che non nutre e non trasfigura, ma che appiattisce l’animo impedendone la trascendenza.

Conclusione: La crisi della liturgia e la cecità dell’Autorità


Bisogna infine denunciare con severità una realtà amara: l’attuale autorità ecclesiastica appare drammaticamente impreparata culturalmente ad affrontare queste sfide. Essa considera ormai il canto liturgico e la forma della liturgia come elementi secondari, se non addirittura superflui. C’è un’incapacità di fondo nel comprendere che l’azione di Dio nella Nuova Creazione passa necessariamente attraverso il Sacramento, e che il Sacramento stesso è fruttuoso per il popolo di Dio solo se è celebrato con la dignità e il decoro che gli sono propri.

Dovremmo meditare profondamente sulle parole profetiche di Benedetto XVI, il quale affermava che «la crisi della Chiesa è data dalla crisi della liturgia». Se chi deve guidare non capisce che la musica sacra è la voce stessa della Chiesa sposa, allora si condanna l’uomo contemporaneo all’inedia spirituale, privandolo dell’unico ponte capace di portarlo dallo splendore del volto di Dio. Una liturgia ridotta a intrattenimento o a banale assemblea umana smette di essere l’incontro con il Risorto.

È tempo di tornare a cantare il Logos, perché il Canto Gregoriano è il canto liturgico per eccellenza: quel canto che già risuona eternamente nella Corte celeste e che oggi, grazie all’Incarnazione del Verbo, può risuonare anche sulla terra, richiamandoci all’unica armonia capace di salvarci dall’abisso del caos.








«Famiglie, allevate lombrichi», così il Vaticano salva il pianeta



L'ecologia integrale nella vita della famiglia è il nuovo, prolisso, documento pubblicato dai dicasteri vaticani per lo Sviluppo Umano Integrale e per i Laici, la Famiglia e la Vita. Una summa dell'ecologismo in salsa clericale, lontano dal pensiero cattolico.

IL DOCUMENTO

Creato 


Riccardo Cascioli, 29-04-2026

Ingredienti: incompetenza su tematiche ambientali; poca conoscenza teologica; abbondante sudditanza culturale; una spruzzata di clericalismo. Preparazione: frullare tutto insieme, aggiungendo poco alla volta una abbondante voglia di attivismo, fino ad ottenere un documento inutilmente lungo e lontano dal pensiero cattolico.

È la ricetta dell’ultimo documento partorito in collaborazione da addirittura due dicasteri vaticani, quello per il Servizio dello Sviluppo umano integrale e quello per i Laici, la Famiglia e la Vita - L’ecologia integrale nella vita della famiglia – pubblicato il 27 aprile. Con le sue 84 pagine è l’ennesimo omaggio all’enciclica Laudato Si’ (2015), su cui papa Francesco ha investito molto del suo pontificato, ma che ha avuto l’effetto di introdurre nel Magistero concetti – come sviluppo sostenibile - mutuati dall’ecologismo dominante e per loro natura incompatibili con il cattolicesimo.



E il nuovo documento vaticano continua sulla stessa linea nell’ottica di declinare in ogni ambito quella “conversione ecologica” a cui il predecessore di Leone XIV tanto teneva. L’obiettivo in questo caso è la famiglia, chiamata a svolgere una serie di azioni – sullo stile delle guide del WWF – per poter sentirsi veramente cristiana. Così dopo una prima parte in cui si mettono insieme i contenuti della Laudato Si’ e dell’altra controversa enciclica Fratelli Tutti (2020) per spiegare in cosa consista l’ecologia integrale, arrivano i sette temi scelti su cui le famiglie sono chiamate a impegnarsi e che rilanciano i soliti slogan tante volte sentiti dal 2013 in poi: ascoltare il grido della terra, ascoltare il grido dei poveri e dei vulnerabili, adottare e promuovere l’economia ecologica, adottare stili di vita ecologici, ecologia integrale e istruzione, spiritualità ecologica in prospettiva familiare, famiglie che partecipano alla vita comunitaria.

Le proposte fatte alle famiglie sono decine e decine, dalle più banali e scontate, come evitare gli sprechi di acqua, elettricità e cibo o differenziare i rifiuti, a quelle più impegnative. Eccone soltanto alcune a mo’ di esempio e che non richiedono neanche un commento: «Se si ha accesso a uno spazio esterno, creare un contenitore per il compostaggio o un allevamento di lombrichi. Se, invece, non si ha accesso a questo spazio e il Comune non organizza il compostaggio, chiedere alla propria scuola o parrocchia locale se sia disposta a ospitare un contenitore per il compost ad uso comunitario»; «Raccogliere l’acqua piovana»; «Frequentare i mercatini dell’usato»; «Visitare assieme alla famiglia fattorie e laboratori locali, per conoscere quanti vi lavorano e promuovere così uno spirito di comunità»; «Riparare i giocattoli rotti assieme ai bambini. Gli adolescenti possono riparare la propria attrezzatura sportiva e gli adulti possono restaurare e conservare i beni delle generazioni precedenti (mobili o anche abitazioni)»; «Chiedere alla scuola locale di mettere in atto miglioramenti ecologici nelle sue strutture»; «Chiedere alla scuola locale di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia»; «Cogliere l’occasione per pregare circondati dalla natura, che può comportare anche una Messa all’aperto, con il permesso del sacerdote locale».

Il punto è che le proposte più o meno bizzarre che si leggono in questo documento nascono da una subalternità culturale nei confronti dell’ecologismo dominante, tale che si ripetono pari pari concetti e idee che troviamo in qualsiasi pubblicazione ambientalista, dando per scontate dimensioni, cause e soluzioni di una presunta crisi ambientale globale. Così, ad esempio, non ci si rende neanche conto della contraddizione esistente tra l’auspicata attenzione all’agricoltura, ovviamente sostenibile, e l’imperativo di usare pannelli fotovoltaici, che però stanno letteralmente rubando enormi terreni all’agricoltura per poter produrre energia, tra l’altro in quantità destinate a restare marginali.

Pur richiamando in alcuni punti la Centesimus Annus (1991) di san Giovanni Paolo II, sulla scia di papa Francesco si abbandona il concetto di “ecologia umana” per proporre una sostanzialmente diversa “ecologia integrale”. Quest’ultima infatti richiama sì il rispetto della vita, l’attenzione alle persone più vulnerabili, la centralità della famiglia (punti richiamati con forza nel documento), ma il tutto è messo indistintamente nel calderone, sullo stesso piano della finanza etica e del consumo critico. Anzi, appare evidente che il vero obiettivo sia la “conversione ecologica”, e la “santità della famiglia” sia funzionale a quella. Tanto che le famiglie, nell’auspicio del documento vaticano, sono viste come nuclei di attivismo ambientalista.

Al contrario, nella Centesimus Annus san Giovanni Paolo II descrive una “ecologia umana” – in implicita contrapposizione all’ecologia ambientale – in cui la necessaria cura dell’ambiente è conseguenza del rispetto dell’ordine creato da Dio, che pone la famiglia (fondata sul matrimonio tra uomo e donna) e la vita al vertice della gerarchia. «La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» - scrive san Giovanni Paolo II - è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona» (no. 39). Non è possibile riconoscere che la terra è un dono di Dio all’uomo - «che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene» - se prima l’uomo non riconosce che egli «è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato».

Ancora una volta perciò si palesa non solo la discontinuità del pontificato di Francesco rispetto al Magistero dei suoi predecessori, ma anche il tracimare di quegli insegnamenti nel pontificato attuale. Ci sono evidentemente dei porporati nella Curia Romana che continuano a sfornare documenti seguendo le indicazioni di papa Francesco, cercando di forzare la mano al suo successore. Aspettare il raggiungimento dei limiti d’età o la scadenza del mandato potrebbe non essere la soluzione migliore per il bene della Chiesa.






Solo i laici sono in grado di presentare il mondo tradizionale a Papa Leone




mercoledì 29 aprile 2026







Nella nostra traduzione da Rorate caeli. De rischio di un deprecabile "ibrido", di cui alla seconda lettera, abbiamo parlato più volte nel corso degli anni... Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone. 



Solo i laici sono in grado di presentare il mondo tradizionale a Papa Leone; e ciò che chiediamo è la liturgia tradizionale in ogni parrocchia.

Le seguenti due lettere (n. 1307 e n. 1354) di Paix Liturgique sono state pubblicate il 20 novembre 2025 e il 9 aprile 2026. Vale la pena dar loro maggiore diffusione, soprattutto alla luce della proposta oltraggiosa dell'abate di Solesmes.



Lettera n. 1307

Dato che la religione musulmana si è diffusa esponenzialmente in Francia, è evidente che la Repubblica francese sta incontrando grandi difficoltà nello stabilire uno spazio costruttivo di dialogo con l'Islam. Diverse iniziative, sotto la guida di Sarkozy, Hollande e Macron, si sono concluse con fallimenti più o meno clamorosi. Naturalmente, la complessità organizzativa dell'Islam ha giocato un ruolo in questo esito. Di fatto, fino ad ora, uno dei principali ostacoli alla realizzazione di un consiglio realmente rappresentativo per i musulmani in Francia risiede proprio nella sua mancanza di rappresentatività. Quale autorità può avere un Consiglio francese del culto musulmano o un proposto Comitato nazionale degli imam se nessuno dei due gode di una legittimità riconosciuta dalla maggioranza dei fedeli musulmani francesi?

Mentre Leone XIV, in un'intervista alla giornalista americana Elise Ann Allen pubblicata la scorsa estate, alludeva alla possibilità di ricorrere alla sinodalità come possibile soluzione al problema spinoso e doloroso delle restrizioni imposte alla liturgia tradizionale, da allora si sono moltiplicate le speculazioni riguardo a concrete prospettive di pacificazione liturgica. Le nuove norme stabilite nel 2021 dalla Traditionis Custodes, come ormai non è più un segreto a Roma né in tutto il mondo cattolico, lungi dal placare gli animi, hanno solo seminato confusione tra moltissimi battezzati. Le decisioni contenute in questo testo, inutilmente vessatorie e oggettivamente problematiche dal punto di vista della carità più elementare, hanno posto i capi della Chiesa in una posizione scomoda e talvolta spiacevole.

Dal punto di vista dei vescovi, come possono non attuare la Traditionis Custodes senza apparire disobbedienti a Roma? Viceversa, come si può attuare la Traditionis Custodes senza perseguitare inutilmente i fedeli che desiderano semplicemente vivere la propria fede secondo l'antica liturgia? Alcuni vescovi, memori di quanto affermato da Benedetto XVI a proposito del rito tridentino: «Ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane grande e sacro per noi, e non può improvvisamente diventare completamente proibito, né tantomeno considerato dannoso», hanno chiaramente compreso che spiegare un simile cambio di rotta equivale a cercare di quadrare il cerchio.

Per i superiori delle comunità ancora note come Ecclesia Dei, è facile immaginare il dolore di essere nuovamente oggetto di sospetto all'interno della Chiesa cattolica, quando le loro energie erano, al contrario, dedicate al suo servizio. Come si può criticare questo testo senza gettare benzina sul fuoco? Come si possono rassicurare i fedeli e al contempo mantenere la comunione con loro? Come, più pragmaticamente, si può semplicemente sopravvivere quando tanti vescovi sono fin troppo felici di applicare Traditionis Custodes con uno zelo mai visto prima, quando si trattava dell'attuazione del Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI ?

Tuttavia, riguardo a questa situazione scomoda e a volte spiacevole, affermiamolo qui: i veri dimenticati sono i fedeli stessi. Dall'inizio della riforma liturgica e dei gravi sconvolgimenti ad essa connessi, i fedeli sono stati precipitati in un abisso di incomprensione. Qui, l'indifendibile è permesso, mentre là, ciò che è giusto è proibito. Qui, un vescovo afferma di limitarsi ad applicare le nuove norme (pur facendo forse il possibile per evitare di agire con quell'autentica e nobile libertà interiore che a volte spinge a dire " No! "), là, un sacerdote di Ecclesia Dei cerca di rimanere a galla preservando il fragile edificio dell'apostolato che serve. A quale prezzo? Il più delle volte, trattenendosi, per timore che il proprio ministero venga proibito, per ordine esplicito della diocesi, mentre si viene accusati di eccesso di iniziativa o di eccesso di ortodossia…

In entrambi i casi, però, sono le famiglie a ritrovarsi in ostaggio. Per essere più precisi, diventano, a proprie spese, vittime di una crudele farsa fatta di dinamiche di potere squilibrate e di un sensus fidei distorto.

Che sorpresa, dunque, per molti fedeli legati al rito tridentino, scoprire, secondo le recenti indiscrezioni, che una delegazione di abati si stava formando su iniziativa dell'editore del cardinale Sarah, Nicolas Diat, con l'obiettivo di rappresentare il mondo tradizionalista di fronte a Papa Leone XIV. Fontgombault, Triors e Lagrasse si sarebbero dunque schierati al fianco del cardinale Sarah per rappresentare i fedeli legati alla vecchia forma al più alto livello?

Sebbene ognuno sia perfettamente libero di esprimere le proprie opinioni e, eventualmente, proporre soluzioni al problema liturgico secondo la propria visione, in questo caso specifico il metodo utilizzato è sorprendente. Infatti, se esiste un modello di governo completamente estraneo alla realtà del mondo attuale, è proprio la vita religiosa. E se esistono rifugi privilegiati che non hanno sperimentato le vessazioni liturgiche di cui siamo a conoscenza fin dai tempi della Traditionis Custodes, questi sono proprio queste abbazie.

Inoltre, queste comunità monastiche, considerando la loro storia e la personalità dei loro attuali abati, dimostrano una maggiore propensione a celebrare la Messa in entrambi i riti piuttosto che ad ascoltare le lamentele dei fedeli al di fuori dei chiostri, privati ​​dei sacramenti e sollecitati a rimediare alla loro preferenza liturgica. Abbiamo visto l'abate di Fontgombault opporsi pubblicamente all'organizzazione di Messe private durante il pellegrinaggio di Notre-Dame de Chrétienté, mentre le sue dichiarazioni sono notevolmente più timide quando si tratta di lamentare l'epurazione liturgica e la riabilitazione contro la Messa di San Pio V attuate in molte diocesi di Francia.

Fin dall'inizio delle attività di Paix Liturgique, abbiamo sempre ribadito che il tradizionalismo non può essere compreso senza riconoscere che esso è, fin dalle origini e ancora oggi, la storia di una ferita e di un'ingiustizia. Non bisogna dimenticare che i fedeli legati alla liturgia precedente furono spietatamente derisi, esclusi, ridicolizzati, trasformati in caricature e infine confinati in una sorta di riserva indiana: una tattica con cui i vescovi di Francia e di altri paesi pensavano di poter risolvere la questione della sopravvivenza del rito tridentino.

Oggi, che ne sarà del lodevole desiderio di Leone XIV di uscire da questa dolorosa storia in modo positivo, all'interno e per la Chiesa? Sia chiaro: questa risoluzione della crisi richiede il riconoscimento di questa realtà come base per il dialogo. Se i soggetti coinvolti in questo dialogo sinodale, sia a nome delle istituzioni ecclesiastiche sia da parte degli abati, riterranno preferibile lasciare che un casto velo cali su questa ferita e ingiustizia originaria, allora l'inizio di una via d'uscita dalla crisi rimarrà allo stadio di mera illusione, come è accaduto per cinquant'anni. E, come sappiamo, l'illusione ha questa qualità esasperante: è sempre inutile e una perdita di tempo.

Inoltre, la questione della riforma liturgica è strettamente legata a quella di un clericalismo particolarmente detestabile. Nella Chiesa di Francia, ad esempio, esiste un forum di dialogo tra due vescovi in rappresentanza della Conferenza Episcopale Francese (CEF) e i superiori delle comunità sacerdotali tradizionali. Purtroppo, non esiste un forum ufficiale equivalente per il dialogo con i laici impegnati nella difesa della liturgia tradizionale. Forse perché questi fedeli sono meno suscettibili alla paura o alle pressioni delle autorità ecclesiastiche? L'importanza del ruolo dei laici, sebbene enfatizzata nel discorso contemporaneo all'interno della Chiesa, viene ridotta a nulla quando si parla dei fedeli legati alla Messa tradizionale. Il loro ruolo si limita alla ben nota massima: "Prega, paga e obbedisci". Un fatale errore di prospettiva! L'impegno dei laici nasce dall'assoluta necessità di trasmettere la fede ai propri figli.

Ecco perché, poiché amiamo la Chiesa (e di certo non pretendiamo di essere i soli!), aneliamo a un dialogo autentico tra le autorità cattoliche romane e i rappresentanti che incarnano veramente l'ecosistema tradizionale: ovvero i fedeli dediti alla trasmissione della Tradizione e al costante insegnamento della Chiesa. Siamo pronti a perdonare gli abusi di potere e gli atti maligni a cui è stata sottoposta la nostra famiglia spirituale. In verità, seguendo l'esempio di Péguy, «non abbiamo gusto per la professione delle armi» e affidiamo alla Madonna le nostre aspirazioni «per una grande pace e il disarmo». Ma resta necessario che noi, i fedeli, possiamo testimoniare, in quella santa parresia lodata dallo stesso Papa Francesco, le realtà concrete della nostra vita cristiana di cattolici impegnati negli insegnamenti tradizionali della fede.

Questi laici impegnati, che rappresentano la numerosa schiera di individui silenziosi legati alla Messa tradizionale, saranno in grado, senza alcuna difficoltà e con grande rispetto, di menzionare tutti i battesimi vietati ai loro figli quando, nonostante ciò, cercano di fondare famiglie cristiane, di parlare delle chiese le cui porte questo o quel chierico si rifiuta di aprire per il loro matrimonio, mentre sono aperte ai protestanti o a concerti con melodie discutibili e testi irriverenti, di raccontare l'avventura delle scuole che hanno fondato per trasmettere la loro fede ai discendenti, i sacrifici che hanno dovuto affrontare e come ciò non abbia impedito che l'arroganza episcopale si abbattesse su di loro, quando non si tratta di una sfacciata malafede.

Sì, meglio degli abati, questi fedeli sul campo, con i piedi ben piantati nel fango del mondo, possono anche testimoniare, in modo positivo, l'ammirevole influenza della liturgia tridentina sulle loro anime, sulle anime dei loro amici e sui convertiti che conoscono, sempre più giovani e numerosi. Questi rappresentanti laici dell'universo tradizionale gestiscono scuole, creano gruppi scout e circoli giovanili, organizzano serate di formazione, offrono conferenze spirituali, coordinano sessioni di canto gregoriano, raccolgono beni per i poveri e animano le veglie di adorazione. Sì, questi fedeli impegnati possono mostrare alla gerarchia romana, con documentazione concreta, l'entità delle contraddizioni che incontrano nelle loro diocesi, unicamente per la scelta di privilegiare l'ecosistema tradizionale con il suo nutrimento spirituale esigente, trascendente e coerente.

Con Papa Leone XIV, ci sono ottime ragioni per sperare nella ripresa del dialogo. Che un gruppo o l'altro desideri potersi esprimere è un conto. Ma che un certo gruppo pretenda di rappresentare l'intera collettività significa rischiare di formare una delegazione non solo parziale o manipolata, ma anche – con tutto il rispetto – scollegata dalla realtà.

Siamo determinati a non sprecare tempo, tempo prezioso per la pace liturgica. Per superare preconcetti e vuota retorica, non possiamo esimerci da un confronto basato sulla realtà e sulla vita quotidiana dei fedeli, con quella libertà di espressione che è loro propria. Perché? Perché questo confronto tra il Papa e i fedeli, tra il Sommo Pontefice e i membri più umili della Chiesa, sarà la più bella testimonianza di un padre disposto ad ascoltare le sofferenze dei suoi figli per poter trovare loro il rimedio migliore.



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Qual è il tipo di integrazione più adatto?


Lettera n. 1354 di Paix Liturgique

Proposta dell'abate di Solesmes: integrare la Messa tradizionale nel nuovo messale. La nostra controproposta: integrare la Messa tradizionale nelle parrocchie.

In questi giorni di Risurrezione, vorrei presentare una proposta che molti considereranno utopica, ma che in realtà è estremamente seria. Credo, infatti, che essa rappresenterebbe l'inizio di una risurrezione per la nostra Madre afflitta, la Chiesa di Dio.

È noto a tutti che Dom Geoffroy Kemlin, abate benedettino di Solesmes, fece una proposta al Papa, che precedette l'invito di quest'ultimo ai vescovi francesi a riflettere su soluzioni che potessero sanare la ferita della crisi liturgica.

È possibile che la proposta di Dom Kemlin sia scaturita da conversazioni tra alcuni prelati, superiori di comunità che celebrano il Vetus Ordo, come gli abati di Fontgombault, Lagrasse e Triors, e il cardinale Sarah, ai quali era stato chiesto dall'editore del cardinale, Nicolas Diat, di presentare proposte al Papa, sotto il patrocinio del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, l'arcivescovo Edgar Peña Parra (vedi qui sviluppi attuali).

La soluzione proposta da Dom Kemlin, delineata in una lettera al Papa del 12 novembre 2025, può essere riassunta in queste tre frasi: “Consisterebbe semplicemente nell’inserire il vecchio Ordo Missae nel Missale Romanum (eventualmente rivisto minimamente per adattarlo al Concilio Vaticano II, consentendo in particolare, per chi lo desidera, l’uso della lingua volgare, la concelebrazione e le quattro Preghiere Eucaristiche), lasciando inalterato il nuovo Ordo Missae. Entrambi gli Ordini Missae andrebbero così a costituire parte integrante dell’unico Messale Romano. Invece di dividere e rifiutare, questa soluzione permetterebbe l’inclusione e l’accettazione dei fedeli legati al vecchio Messale, senza offendere o alienare coloro che aderiscono al nuovo Ordo”.

Occorre precisare fin da subito che questa proposta si inserisce in una serie di " soluzioni " emerse in seguito al rifiuto della riforma liturgica da parte di una parte del mondo cattolico. Tali soluzioni propongono alternative che, se attuate, aggiungerebbero un terzo rito, un rito ibrido, al vecchio e al nuovo.

Ora, il punto più audace della soluzione di Kemlin – l'integrazione del vecchio messale nel nuovo – è immediatamente seguito da una precisazione che di fatto annulla il valore di tale integrazione: il vecchio rito verrebbe "minimamente rivisto per adattarlo al Concilio Vaticano II". E, in modo alquanto ingenuo, la spiegazione è la seguente: questo messale "invariato" sarebbe aperto al volgare, alla concelebrazione e alle quattro Preghiere Eucaristiche. In breve, avremmo un vecchio messale, ma con delle opzioni, e di conseguenza, un'esplosione di pratiche diversificate nelle diverse cappelle, comunità e parrocchie in cui viene utilizzato il nuovo messale: qui il celebrante userebbe il vecchio messale con la Preghiera Eucaristica II, là i sacerdoti della comunità concelebrerebbero, e così via.

Da parte mia, vorrei presentare una controproposta. Non è in realtà nuova, dato che l'ho già formulata in vari modi, ma la formalizzo qui. Consisterebbe nell'integrare il messale tradizionale – e in realtà l'intera liturgia tradizionale, poiché Dom Kemlin omette i sacramenti, l'Ufficio Divino, le benedizioni e i funerali – non nel nuovo messale, ma nelle parrocchie dove la Messa viene solitamente celebrata secondo il nuovo messale.

È proprio questo che desidera un numero considerevole di parrocchiani nelle parrocchie “ordinarie”, come dimostrano numerose indagini condotte da Paix Liturgique, confermate anche da Stephen Bullivant e Stephen Cranney, sociologi specializzati nello studio dei fedeli della liturgia tradizionale, recentemente ricevuti dal Papa (Lettera Paix Liturgique 1344, 18 marzo 2026 ). In uno studio pubblicato nel 2024, metà dei cattolici intervistati ha espresso il desiderio di poter partecipare alla Messa secondo il rito romano tradizionale.

Pertanto, sarebbe opportuno che la Messa tradizionale fosse celebrata liberamente in ogni parrocchia, specialmente la domenica, per decisione del parroco o su richiesta dei parrocchiani, insieme alle altre Messe domenicali, ma in un orario che risulti comodo per le famiglie. Inoltre, i fedeli potrebbero ricevere tutti gli altri sacramenti secondo la propria volontà dal parroco o da altri sacerdoti che il parroco potrebbe invitare a tale scopo. Naturalmente, ciò non impedirebbe l'esistenza di cappelle, chiese e vari luoghi di culto dedicati esclusivamente alla liturgia tradizionale.

In sintesi, la mia soluzione non è solo una controproposta al Messale Universale di Dom Kemlim, ma anche all'ordinariato di padre Louis-Marie de Blignières, attraverso il quale egli cerca di proteggere la liturgia tradizionale all'interno di una struttura alla quale si dovrebbe aderire per poterla frequentare o celebrare.

Inutile dirlo, la mia soluzione, basata sulla libertà della liturgia tradizionale a cui dobbiamo aspirare, offrirebbe a questa liturgia attualmente limitata un'opportunità di espansione senza precedenti. Un'utopia? No, piuttosto un atto di speranza. Il Signore risorto, che ha vinto la morte ed è risorto trionfalmente dal sepolcro, non può che assicurare, secondo la volontà della sua misteriosa Provvidenza, che la sua Chiesa possa risorgere, insieme alla sua immutabile dottrina e alla sua santa liturgia.