Una lettura del volume di Nicola Bux e Saverio Gaeta, La liturgia non è uno spettacolo. Il questionario ai vescovi sul rito antico: arma di distruzione di Messa?, Fede & Cultura, 2025, 128 pp.
di Giuseppe Russo, 17ottobre 2026
Il rapporto tra la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II e la tradizione precedente costituisce una delle questioni più delicate della vita ecclesiale contemporanea. Non si tratta soltanto di una controversia sulle forme della celebrazione o di una contrapposizione tra sensibilità differenti: in gioco vi sono la comprensione della liturgia, il rapporto tra autorità e tradizione, la continuità della vita della Chiesa e il modo in cui il mistero eucaristico viene custodito e trasmesso.
È entro questo orizzonte che si colloca il volume di Nicola Bux e Saverio Gaeta,
La liturgia non è uno spettacolo. Il sottotitolo,
Il questionario ai vescovi sul rito antico: arma di distruzione di Messa?, richiama il punto di partenza dell’indagine: la consultazione episcopale del 2020 sull’applicazione del motu proprio
Summorum Pontificum e il rapporto tra gli elementi emersi da essa e la successiva promulgazione di
Traditionis custodes da parte di papa Francesco, nel luglio 2021.
La vicenda non può essere compresa soltanto attraverso le disposizioni disciplinari che ne hanno segnato lo sviluppo. Essa investe il significato della tradizione liturgica, la possibilità di una legittima pluralità rituale e il rapporto tra le decisioni dell’autorità ecclesiastica e la vita concreta delle comunità. Il merito degli autori consiste nel ricondurre questi aspetti alla centralità dell’Eucaristia, ricordando che la liturgia non è una produzione della comunità né uno spazio affidato alla libera iniziativa del celebrante, ma una realtà ricevuta, nella quale la Chiesa celebra il mistero di Cristo e ne trasmette la fede.
La storia della Messa e il significato della riformaIl percorso del volume prende avvio dalla storia della celebrazione eucaristica e dal rapporto tra il mistero celebrato e le forme rituali attraverso cui la Chiesa lo trasmette. La Messa non è un semplice insieme di gesti, testi e rubriche, ma l’azione sacramentale nella quale si rende presente il sacrificio di Cristo e la Chiesa viene introdotta nella sua offerta al Padre.
La dimensione sacrificale dell’Eucaristia, la presenza reale di Cristo e il carattere sacerdotale dell’azione liturgica sono essenziali per comprendere il dibattito sulle forme della celebrazione. Sacrificio e banchetto sacramentale appartengono all’unico mistero pasquale, nel quale Cristo si dona alla Chiesa e la rende partecipe della propria offerta. Ridurre la Messa alla dimensione conviviale significherebbe trascurarne il fondamento sacrificale; separare il sacrificio dalla comunione significherebbe disgiungere aspetti intimamente congiunti.
Da questa prospettiva emerge una domanda fondamentale: in quale senso la Messa rimane la stessa attraverso i secoli, pur conoscendo sviluppi e trasformazioni rituali? La continuità liturgica non comporta l’immobilità delle forme, ma richiede che ogni sviluppo sia compreso alla luce della fede della Chiesa e della natura del mistero celebrato. La storia del rito romano testimonia una tradizione viva, nella quale testi, gesti e disposizioni rituali si sono progressivamente configurati, trasmettendo un patrimonio ricevuto.
Su questo sfondo Bux e Gaeta affrontano la riforma liturgica successiva al Vaticano II, soffermandosi sul rapporto tra le indicazioni conciliari e la loro attuazione, sul ruolo del
Consilium e sulle osservazioni critiche formulate in quegli anni. Ricordano anche il
Breve esame critico del Messale riformato, presentato nel 1969 dai cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci.
Il confronto investe questioni centrali: il sacrificio, la presenza reale, il ministero sacerdotale, il significato dell’altare e del tabernacolo, la partecipazione dei fedeli e il rapporto tra adorazione e azione liturgica. Questi richiami invitano a non considerare la riforma soltanto in termini di organizzazione rituale o adattamento pastorale, ma a interrogarsi su come le forme celebrative esprimano e trasmettano la fede.
Il volume offre così l’occasione per distinguere tra i testi conciliari, il processo di riforma e le successive modalità di ricezione. Tale distinzione è importante per comprendere la storia recente della liturgia, evitando sia di attribuire al Concilio ogni difficoltà emersa nella sua attuazione, sia di trascurare il rapporto tra le scelte rituali e la loro effettiva ricezione ecclesiale.
Summorum Pontificum: tradizione e comunioneIl motu proprio
Summorum Pontificum, promulgato da Benedetto XVI nel 2007, costituisce un passaggio centrale nella ricostruzione proposta dagli autori. Il provvedimento si colloca nel tentativo di ricomporre una frattura che aveva segnato la vita ecclesiale dopo la riforma liturgica, riconoscendo uno spazio alla celebrazione secondo il Messale Romano del 1962.
La prospettiva di Benedetto XVI non si esaurisce nella concessione di una forma celebrativa a gruppi particolari, ma investe il rapporto tra la riforma e la tradizione precedente, nonché la possibilità che la ricchezza della storia liturgica continui a contribuire alla vita della Chiesa. La tradizione, in questo orizzonte, non è un ostacolo da superare, ma un patrimonio da comprendere e trasmettere.
Bux e Gaeta sottolineano come la celebrazione secondo il Messale del 1962 possa rispondere a esigenze spirituali concrete, legate al silenzio, alla solennità, all’adorazione e alla percezione del sacro. L’interesse manifestato da giovani, famiglie e persone alla ricerca di una formazione liturgica più intensa invita a non ricondurre il fenomeno esclusivamente alla nostalgia o all’opposizione ideologica al rito riformato.
Le forme rituali, infatti, non sono involucri privi di significato: il linguaggio, i gesti, le posture, i tempi della celebrazione e la disposizione dello spazio contribuiscono a formare la sensibilità religiosa e a trasmettere una determinata comprensione del mistero. La riflessione liturgica non può quindi limitarsi alla liceità delle rubriche, ma deve considerare anche la loro capacità di sostenere la preghiera, l’adorazione e la partecipazione consapevole dei fedeli.
La prospettiva di un arricchimento reciproco tra le diverse forme del rito romano costituisce uno degli elementi più significativi dell’orizzonte delineato da Benedetto XVI. Essa non implica la contrapposizione tra due identità ecclesiali, ma invita a riconoscere il contributo della tradizione alla comprensione della riforma e la necessità di vivere quest’ultima in continuità con la fede ricevuta dalla Chiesa.
Il questionario episcopale del 2020Il nucleo documentario del volume è rappresentato dalla consultazione dei vescovi svolta nel 2020 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede sull’applicazione di
Summorum Pontificum. Bux e Gaeta ne ricostruiscono il contesto e presentano le risposte raccolte, distinguendole per aree geografiche e situazioni ecclesiali.
La documentazione consente di esaminare il rapporto tra la situazione pastorale descritta dai vescovi e le motivazioni che accompagnarono la successiva restrizione del rito antico. Nell’interpretazione degli autori, il quadro emerso dalla consultazione è più articolato di quello restituito da una lettura generalizzata del fenomeno come fonte di divisione. In numerose realtà, le comunità legate al Messale del 1962 risultavano minoritarie, ma stabilmente inserite nella vita diocesana e non necessariamente associate a conflitti significativi.
La ricostruzione prende in considerazione contesti differenti: in Francia viene richiamata la possibilità di un arricchimento reciproco; negli Stati Uniti emergono esigenze pastorali concrete; in Italia sono descritte situazioni nelle quali non sarebbero stati registrati conflitti generalizzati. In altre aree europee, così come in America Latina e in Africa, il fenomeno appare spesso più circoscritto.
Il valore di questa parte del libro consiste nel riportare la discussione alle esperienze delle Chiese locali. Le decisioni liturgiche incidono concretamente sulla vita dei sacerdoti e dei fedeli e richiedono pertanto una valutazione attenta delle situazioni in cui vengono applicate. La documentazione episcopale offre così un riferimento importante per comprendere la diffusione del rito antico, le esigenze delle comunità e le diverse modalità con cui la sua presenza è stata accolta.
Le risposte, tuttavia, non restituiscono un quadro uniforme. Accanto a testimonianze favorevoli, che riconoscono il valore spirituale e formativo delle celebrazioni secondo il Messale del 1962, compaiono osservazioni su atteggiamenti di chiusura, contrapposizione e difficoltà d’integrazione nella vita ecclesiale. Questa pluralità invita a distinguere la forma rituale dal modo in cui viene vissuta: la tradizione può essere accolta come patrimonio della Chiesa e contribuire alla comunione, ma può anche diventare, in determinate circostanze, un segno identitario che alimenta contrapposizioni.
Il questionario permette dunque di cogliere la complessità della questione. La presenza di comunità nelle quali il rito antico è vissuto serenamente costituisce un elemento rilevante nella valutazione delle scelte disciplinari; le diverse testimonianze richiamano, al tempo stesso, l’importanza del discernimento pastorale, dell’accompagnamento delle comunità e della formazione alla comunione ecclesiale. È in questa attenzione alle situazioni concrete che risiede uno dei contributi più significativi della documentazione presentata dagli autori.
Traditionis custodes: autorità, disciplina e unità ecclesialeLa promulgazione di
Traditionis custodes nel luglio 2021 segna un cambiamento nella disciplina relativa all’uso del Messale del 1962. Bux e Gaeta interpretano il provvedimento come un’interruzione del percorso avviato da Benedetto XVI, soffermandosi sulle conseguenze delle nuove disposizioni per le comunità già consolidate.
Al centro della loro riflessione si trova il rapporto tra unità ecclesiale e uniformità rituale. La comunione della Chiesa non coincide necessariamente con l’uniformità delle forme celebrative, così come la pluralità rituale non comporta di per sé divisione. La questione riguarda piuttosto le condizioni nelle quali una diversità disciplinata possa essere vissuta nella medesima comunione, senza trasformarsi in motivo di contrapposizione.
Il problema presenta anche rilevanti implicazioni pastorali: le disposizioni normative incidono sulla vita delle comunità, sulle scelte dei sacerdoti e sul cammino spirituale dei fedeli. La valutazione della disciplina liturgica deve pertanto considerare sia le ragioni che orientano le decisioni dell’autorità sia le conseguenze concrete della loro applicazione.
Il contributo del volume consiste nel richiamare il valore della tradizione liturgica e nel sollecitare un esame attento del rapporto tra le motivazioni del provvedimento, la documentazione disponibile e le situazioni locali. Il confronto tra
Summorum Pontificum e
Traditionis custodes rinvia così alla responsabilità dell’autorità ecclesiastica di custodire la comunione, tenendo conto dell’unità della Chiesa e delle esigenze spirituali delle comunità.
Il profilo canonistico della controversia
La vicenda coinvolge anche il diritto canonico, al quale Bux e Gaeta dedicano una parte della loro analisi. Il richiamo ai canoni 20 e 21 del Codice di diritto canonico consente di esaminare il rapporto tra leggi successive e precedenti e i criteri per determinare la portata di un’abrogazione. Assume rilievo, in questo contesto, anche l’articolo 8 di
Traditionis custodes, che abroga le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti non conformi alle disposizioni del motu proprio.
La questione canonistica mostra che il dibattito non può essere ridotto a una contrapposizione tra obbedienza e disobbedienza. Occorre distinguere il contenuto della norma, la sua interpretazione e le conseguenze giuridiche, mantenendo aperta la riflessione sulla sua opportunità e sulle implicazioni pastorali. Il diritto canonico offre strumenti specifici per comprendere il rapporto tra le disposizioni normative e la continuità della disciplina ecclesiale.
Questo approfondimento arricchisce il volume, ricordando che la controversia liturgica non riguarda soltanto preferenze spirituali o sensibilità differenti, ma anche l’esercizio dell’autorità e il rapporto tra la normativa e la vita della Chiesa. La dimensione giuridica, tuttavia, trova il proprio significato nell’orizzonte teologico ed ecclesiale al quale è ordinata: la disciplina è al servizio della comunione e della vita sacramentale, non costituisce un fine autonomo.
La crisi liturgica nella prospettiva di RatzingerNelle pagine conclusive, il volume passa dalla controversia normativa alla crisi ecclesiale. Il riferimento al pensiero di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI permette agli autori di collocare la questione liturgica entro una riflessione più ampia sulla centralità di Cristo, sull’adorazione e sul rapporto tra culto e fede della Chiesa.
L’espressione «la liturgia non è uno spettacolo» riassume efficacemente questa prospettiva. La celebrazione non è uno spazio nel quale il sacerdote o l’assemblea possono attribuire al mistero il significato che preferiscono, ma un’azione ricevuta, nella quale Cristo è il protagonista e la Chiesa viene introdotta sacramentalmente nel mistero pasquale. Il compito di chi celebra e di chi partecipa è lasciarsi formare da questa realtà, senza sostituirla con la ricerca di effetti o con una concezione puramente espressiva della partecipazione.
Da qui deriva una comprensione più ampia della partecipazione attiva, che non consiste necessariamente nel moltiplicare gli interventi o nel riempire ogni momento di parole e gesti. Essa implica l’ascolto della Parola, l’unione alla preghiera della Chiesa e la partecipazione consapevole all’azione liturgica. Anche il silenzio può costituirne una forma autentica, aprendo lo spazio all’ascolto, all’adorazione e alla contemplazione.
La cura del canto, dei gesti, dello spazio sacro e del ritmo della celebrazione acquista valore in quanto è al servizio del mistero. Ciò non significa attribuire automaticamente a una particolare forma rituale la garanzia di una celebrazione autentica, ma riconoscere la funzione spirituale e pedagogica delle forme liturgiche, che educano lo sguardo, orientano la preghiera e trasmettono la fede anche attraverso ciò che non viene espresso verbalmente.
Il richiamo a Ratzinger consente infine di cogliere il legame tra crisi liturgica e crisi ecclesiale. La liturgia contribuisce alla formazione e alla trasmissione della fede, ma richiede di essere accompagnata dalla catechesi, dalla predicazione, dalla formazione spirituale e dalla vita concreta delle comunità. Il culto cristiano non è separato dall’esistenza: ciò che la Chiesa celebra è chiamato a diventare forma della sua preghiera, della sua testimonianza e della sua comunione.
Custodire la tradizione, servire la comunioneLa liturgia non è uno spettacolo offre un contributo significativo a una discussione centrale per la vita della Chiesa. Bux e Gaeta richiamano l’attenzione sul significato teologico della celebrazione, sulla documentazione della consultazione episcopale del 2020 e sulle conseguenze pastorali della disciplina introdotta da
Traditionis custodes. Il loro lavoro invita a considerare la tradizione liturgica non come un residuo del passato, ma come un patrimonio che continua a interrogare la vita ecclesiale.
La tradizione, infatti, non coincide con la semplice conservazione di forme esteriori, ma è una realtà ricevuta, nella quale la fede della Chiesa si esprime e viene trasmessa attraverso le generazioni. Per questo non può essere ridotta a un materiale disponibile alle preferenze del momento. Allo stesso modo, la riforma non trova la propria legittimazione nel solo fatto di essere nuova, ma deve essere compresa in rapporto al mistero celebrato e alla continuità della vita ecclesiale.
La questione liturgica richiede dunque uno sguardo capace di tenere insieme storia, teologia, diritto canonico ed esperienza pastorale. Il confronto tra le diverse forme celebrative acquista il suo significato più autentico quando non alimenta appartenenze contrapposte, ma diventa occasione per approfondire il mistero eucaristico e la responsabilità di trasmetterlo.
Il richiamo fondamentale del volume è il primato dell’Eucaristia sulle contrapposizioni sorte intorno ad essa. La celebrazione non appartiene a una particolare sensibilità né a una sola stagione della storia ecclesiale: è il luogo nel quale la Chiesa riceve sacramentalmente il dono di Cristo e viene ricondotta alla propria origine.
In questa prospettiva, il libro di Bux e Gaeta merita di essere letto come un invito a custodire la tradizione senza separarla dalla comunione ecclesiale e ad affrontare le questioni disciplinari senza perdere di vista il significato spirituale e sacramentale della liturgia. La celebrazione cristiana non è uno spettacolo proprio perché la Chiesa non inventa il mistero che celebra, ma è chiamata a riceverlo, custodirlo e trasmetterlo.
Ogni riflessione sulla riforma, sulla tradizione e sull’autorità ecclesiale dovrebbe partire da questa consapevolezza: al centro non vi è la difesa di una bandiera rituale, ma la responsabilità di rendere sempre più trasparente, nella celebrazione, il primato di Cristo.
Desidero concludere esprimendo a Nicola Bux e Saverio Gaeta la mia gratitudine per il lavoro compiuto, che ha richiesto una ricerca minuziosa, un’attenta ricognizione delle fonti e un confronto rigoroso con una materia complessa e delicata. Ricostruire le vicende legate alla disciplina liturgica e metterne in luce le implicazioni teologiche, pastorali e canonistiche richiede studio, precisione e capacità di considerare prospettive differenti. Agli autori va riconosciuto il merito di aver offerto un contributo significativo alla riflessione sulla liturgia e sulla continuità della fede, mantenendo aperto un confronto importante per la vita della Chiesa.