lunedì 2 novembre 2026

In Novembre il ricordo dei santi e dei defunti









Daniela De Rosa 

I primi due giorni di novembre sono uno dei più cari momenti di festa della Cristianità, che si rivolge con rinnovata fiducia all’intercessione dei Santi del Paradiso e commemora il dolce ricordo dei cari defunti.
La “conquista del Pantheon”

Il mese di novembre è caratterizzato da due antiche festività che risalgono entrambe all’Alto Medioevo: Ognissanti e la commemorazione dei defunti.

Fin dal IV secolo le diverse Chiese orientali erano solite celebrare una festa dedicata a tutti i martiri collettivamente. L’istituzione in Occidente di tale ricorrenza si fa risalire di solito al pontificato di Bonifacio IV (608-615), il quale ottenne dall’Imperatore Foca, come pegno dei buoni rapporti allora ristabiliti fra il Papato e Costantinopoli, il dono per la comunità cristiana del Pantheon, da lungo tempo abbandonato e chiuso.

Il 13 maggio di un anno che probabilmente va identificato nel 609 il Papa riunì il clero e il popolo romani di fronte al vetusto edificio e fece affiggere una croce ai battenti guarniti di rame, ordinando poi che le porte fossero spalancate: «Nell’alta Rotonda – scrive lo storico tedesco della Roma medievale Ferdinand Gregorovius – si intonarono per la prima volta i canti dei preti cristiani che sfilavano in processione, mentre il papa aspergeva d’acqua santa le spoglie pareti marmoree, prive ormai di ogni traccia di paganesimo», dopo che il pontefice aveva fatto seppellire interi carri di reliquie provenienti dalle catacombe sotto la Confessione della nuova chiesa, «e alle note del Gloria, che la grande volta restituiva in echi sonori, la fantasia dei Romani vide alzarsi in volo schiere di demonî atterriti, che cercavano di uscire nell’aria libera attraverso l’apertura della cupola. E quei diavoli erano tanti, quante erano state le divinità pagane che avevano abitato nel tempio, considerato fin d’allora dai Romani una vera e propria sede infernale».

La madre degli dei Cibele, cui prima era dedicato il tempio, fu dunque scacciata da Maria, Madre di Dio, ed il tempio di “tutti gli dei” divenne un nuovo Pantheon cristiano, consacrato alla Vergine e a “tutti i martiri”, con il titolo di Sancta Maria ad Martyres, simbolo del culto tributato alla fede cristiana nella città che accoglieva tra le sue mura i santi di ogni Paese.

Nell’Antichità, la festa della dedicazione era considerata come quella del titolare e da allora in poi ogni 13 maggio si celebrò a Roma la festa di tutti i martiri.

Alla fine del secolo VIII tale ricorrenza, ora estesa anche a tutti i confessori e definita di omnes sancti, sembra essere stata celebrata in varie parti d’Europa non il 13 maggio, ma nel giorno che in seguito doveva divenire tradizionale. Al sinodo di Riesbach nel 798, infatti, l’arcivescovo di Salisburgo, Arnone (785-821), compilò un elenco delle festività non lavorative, fra cui anche quella d’Ognissanti stabilita per il 1° novembre; pare che tale data fosse stata scelta d’accordo con Alcuino di York (730 ca.-804), il più famoso ed autorevole dei dotti che facevano parte della corte di Carlo Magno.

La festa figura, infatti, in quello stesso giorno, nei sacramentari dell’abbazia di S. Martino di Tours, della quale Alcuino fu abate dal 796 all’804.
L’inganno di Halloween

È stato ipotizzato e spesso ripetuto che l’uso di celebrare la ricorrenza d’Ognissanti il 1° novembre derivi dalla cristianizzazione della festività celtica di Samhain, che segnava la fine dell’anno e ricorreva appunto il 1° novembre e la notte precedente.

Questo spazio di tempo era considerato un periodo pieno di pericoli e di incertezze, durante il quale il confine fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti si dissolveva, ed era perciò necessario controllare le divinità d’oltretomba con specifici riti.

Sappiamo, tuttavia, da fonte sicura che nell’VIII secolo gli irlandesi celebravano la festa di tutti i martiri del mondo il 17 aprile ed il 20 quella di tutti i martiri e vergini d’Irlanda, di Britannia e d’Europa. La decisione di celebrare Ognissanti il 1° novembre non può, dunque, derivare, almeno direttamente, da una tradizione pagana celtica che gli stessi irlandesi cristiani, a quanto pare, non avevano accolto; più in generale si può pensare che tale scelta dipenda dal desiderio di porre sotto l’egida dei santi il passaggio da un ciclo agricolo e pastorale all’altro.

Nel Medioevo la ricorrenza venne poi chiamata, in lingua inglese, “All Hallow(s)” e la sua vigilia “All Hallow eve”, da cui la forma contratta “Halloween”, ma soltanto nel XIX secolo, in piena epoca romantica e “gotica”, tale celebrazione assunse i connotati carnevaleschi e pagani che oggi la caratterizzano nei Paesi anglosassoni. È pertanto giusto affermare, come è stato fatto, che una festa cristiana sia divenuta pagana e non il contrario.

La festa d’Ognissanti celebrata il 1° novembre si impose alla Chiesa universale nel IX secolo. Adone (m. nell’875), nel suo martirologio, precisa che la celebrazione era stata prescritta in Francia dall’Imperatore Ludovico il Pio (814-840), su richiesta di Papa Gregorio IV (827-844), sebbene a Roma si continuasse ad osservare anche la festività del 13 maggio, che, secondo Sicardo di Cremona (m. nel 1215), fu soppressa soltanto da Papa Gregorio VII, mentre si mantenne quella del 1° novembre.

Novembre e la commemorazione dei defunti

Alla festività d’Ognissanti è strettamente associata la commemorazione dei defunti, celebrata il 2 novembre, che fu istituita dall’abate Odilone di Cluny nel 998, laddove in precedenza ogni monastero riservava un giorno particolare al ricordo dei confratelli e dei benefattori defunti.

Ciò non appare casuale, in quanto l’abbazia borgognona fondata nel 909 da Guglielmo d’Aquitania era dedita in modo speciale ai suffragi per i defunti, a cui riservava la prima delle due Messe conventuali. Tale commemorazione venne poi sancita in modo ufficiale anche a Roma nel 1311.

I primi indizi di una preghiera cristiana per i morti risalgono al II secolo e secondo S. Agostino (m. nel 430), i trapassati che lo hanno meritato possono beneficiare delle suppliche fatte dai vivi allorché questi pregano, celebrano l’Eucarestia o offrono un’elemosina. Preghiere, messe ed elemosine costituirono nel Medioevo i tre principali tipi di suffragio per le anime dei defunti e come tali vennero riconosciute dalla Chiesa.

L’usanza di intercedere per le anime dei morti si fonda su un passo del secondo libro dei Maccabei (Mac. XII, 39-46) nell’Antico Testamento, su un accenno alla possibilità di un perdono delle colpe nella vita dopo la morte, contenuto nel Vangelo di S. Matteo (XII, 31), e sulla prima lettera ai Corinzi di S. Paolo, dove si allude ad un’espiazione delle colpe nell’oltretomba, «come attraverso il fuoco» (III, 13-15).

In base a questi passi fin dai primi tempi della Chiesa alcuni Padri pensarono che, nel periodo intercorrente fra il giudizio particolare ed il Giudizio finale, i colpevoli di peccati veniali (da venia, perdono) potessero salvarsi mediante una purificazione nell’aldilà e l’aiuto dei suffragi dei vivi.

In occasione della ricorrenza del 2 novembre ogni sacerdote può celebrare tre Messe per le anime dei defunti; tale privilegio, prima accordato alla sola Spagna nel 1748, è stato esteso alla Chiesa universale da Benedetto XV nel 1915.



FONTE: Radici Cristiane n. 9






Già ora scontiamo o guadagniamo l’eternità



Seppur ignari, la melodia o il rumore delle nostre scelte si riverberano già ora nell’Aldilà. Il “là” diviene calco del “qua”. Ogni nostra più piccola azione produce un’eco che si spinge oltre le porte della morte e viene udito da Dio.

Commemorazione dei defunti

Ecclesia



Passiamo tutta la vita a prepararci alla morte, che lo vogliamo o no. Seppur ignari, la melodia o il rumore delle nostre scelte si riverberano già ora nell’Aldilà. Il “là” diviene calco del “qua”. Calco fedele, fedelissimo. Ogni nostra più piccola azione produce un’eco che si spinge oltre le porte della morte e viene udito da Dio.

In questo preciso senso, noi ogni giorno viviamo la nostra morte, costruiamo l’esito fausto o infausto della nostra vita futura nel regno delle luci più abbaglianti o in quello delle ombre più fitte.

E così la nostra eternità continua a modificarsi incessantemente quanto il nostro ondeggiare qui sulla terra tra le due sponde del bene e del male. L’esistenza postuma già ora si modella e si rimodella senza sosta e con precisione millimetrica, matematica - «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» - quasi fosse l’impronta digitale ultraterrena dei nostri peccati e dei nostri scarsi meriti. Il perpetuo moto delle nostre vite forma e deforma in modo ugualmente incessante la nostra condizione dopo il sepolcro e proprio la morte interrompe quel movimento perenne per cristallizzarlo per sempre. Identico a sé in un tempo ormai senza più tempo.

La vita dopo la morte assume l’identico volto della vita prima della morte, è la copia fedele in quanto a pene e premi dei nostri squallidi tradimenti e delle nostre incrollabili fedeltà, delle nostre bassezze ferine e delle nostre altezze eroiche, delle nostre banali vogliuzze e delle nostre trascendenti aspirazioni, delle grette mediocrità e delle magnanime nobilità che abitano il cuore minuscolo di queste formiche che siamo noi. Noi così indaffarati e nevrotici nell’inseguire l’ora, il nunc, ma spesso inconsapevoli che quell’ora ha già il volto del sempre, del semper. Il transeunte s’etterna, direbbe Dante, l’accidentale diventa essenziale e l’insignificante incidente nel tempo senza fine. L’attimo si estende già nell’infinito, laddove abita Dio.

È dunque qui che attimo dopo attimo intessiamo o un sudario per gli inferi o una bianca veste per l’empireo. Foggia, colore, spessore di entrambi sono decisi qui, anche senza che ne siamo consapevoli. Ma l’incoscienza raramente porta buoni frutti.

E così siamo già eterni, non solo perché non moriremo mai, ma perché il destino finale ed imperituro è l’esito autentico dei sospiri e delle lacrime e dei tormenti e delle gioie e dei pentimenti che stiamo già vivendo nell’ora presente, stretti in questa esistenza così corruttibile, così guasta. Il senso del nostro agire si perpetua, continua senza sosta oltre il nostro cadavere, si libra al di sopra delle nostre carni in putrefazione. La perfezione della morte sta anche in questo: sigilla per sempre, in modo assoluto, compiuto e definitivo la nostra esistenza passata e nulla più di meritorio o di deplorevole si potrà aggiungere. Ciò che è stato scritto, rimarrà scritto per sempre.

Già ora scontiamo o guadagniamo l’eternità.





Polonia, il golpe europeista arriva alla Corte Costituzionale



Il tentativo di occupare la Corte Costituzionale è una nuova tappa della presa del potere assoluto da parte del “governo eurocratico” di Donald Tusk. Prima il controllo della televisione, poi quello delle aziende pubbliche e infine della magistratura. Dopo tre anni di braccio di ferro, il premier europeista ha deciso di forzare la Corte Costituzionale, con un'azione di polizia unica nel suo genere. Il presidente Nawrocki reagisce. Il paese teme la dittatura.


CAOS Istituzionale

Attualità 



Venerdì sera, il 30 ottobre, un gruppo di individui, accompagnati dalle forze di sicurezza, ha fatto irruzione nell'edificio del Tribunale Costituzionale. Tra questi figuravano anche candidati alla carica di giudice del Tribunale Costituzionale, selezionati dal Sejm (la camera bassa del Parlamento polacco), che non avevano prestato giuramento davanti al Presidente della Repubblica di Polonia. Il Tribunale Costituzionale è stato occupato con la forza e Anna Korwin-Piotrowska ne ha usurpato la presidenza. Né il Presidente del Tribunale Costituzionale, Bogdan Święczkowski, né il Vicepresidente, Bartłomiej Sochański, sono stati autorizzati ad accedere alla sede del Tribunale Costituzionale.

È un'altra tappa del colpo di Stato continuo di Tusk che ha cominciato subito dopo la formazione del governo del 13 dicembre 2023 con l’occupazione della televisione pubblica e tutti i media governativi. Già allora il momento scelto non è stato casuale: la vigilia del Natale quando la gente è occupata nei preparativi per le feste, viaggia e poteva essere distratta. Ma per Tusk avere al suo servizio i media è stato una cosa di primaria importanza per manipolare l’opinione pubblica, attaccare l’opposizione, giustificare la violazione della Costituzione e della legge, per coprire continui scandali riguardanti i politici al potere e la disastrosa situazione del debito pubblico.

Dopo i media è arrivata la volta della magistratura e delle aziende di Stato. Tusk ripeteva sempre che deve avere dappertutto “i suoi giudici” anche nella Corte costituzionale che da anni è nel suo mirino. Ha fatto sospendere il pagamento dei fondi per il funzionamento della Corte costituzionale o del Consiglio Nazionale della Magistratura, non riconosceva le sentenze della Corte costituzionale cioè non le pubblicava nella Gazzetta Ufficiale. Per di più, non venivano sostituiti i suoi membri che pian piano andavano in pensione fino a quando alla Corte mancavano sei membri. Soltanto allora il governo e il Sejm (la Camera bassa del Parlamento), violando il proprio regolamento e ignorando le riserve del Presidente, hanno preparato i loro candidati che dovevano prendere il controllo della Corte. Purtroppo, il governo ha scelto i giudici senza badare ai requisiti richiesti per tale carica: la competenza professionale e non l’impegno politico. Per questo motivo solo due di loro hanno prestato giuramento davanti al presidente Karol Nawrocki. Il presidente non ha invitato i restanti quattro a prestare giuramento, indicando degli errori durante la loro selezione.

Ma la situazione si è aggravata quando il Parlamento ha scelto un altro candidato, lo stretto collaboratore di Tusk, il ministro nel suo governo Maciej Berek: non doveva essere preso nemmeno in considerazione come candidato, tenendo conto del suo impegno politico e del fatto che non aveva fornito la prova di aver svolto attività di consulente legale per almeno 10 anni. Il 14 ottobre, al Sejm, alla presenza, tra gli altri, del Presidente del Sejm, il comunista Włodzimierz Czarzasty e della Presidente del Senato Małgorzata Kidawa-Błońska, Berek ha prestato giuramento pronunciando la frase "al Presidente" anche se il Presidente Karol Nawrocki non era presente. Zbigniew Bogucki, capo della Cancelleria presidenziale, ha definito l'evento una "tragicommedia", aggiungendo che Berek «è diventato il simbolo dell'azione politica laddove la politica non dovrebbe esistere».

Quando Berek e gli altri giudici, eletti dal Sejm, ma che non hanno giurato davanti al Presidente, sono andati al palazzo del Tribunale hanno trovato un gruppo di manifestanti che hanno accolto loro con le grida: «Usurpatori!», «Colpo di Stato!». Il presidente del Tribunale Costituzionale, Bogdan Święczkowski, che ha parlato con Berek presso il Tribunale, ha poi informato i manifestanti e i giornalisti che a Maciej Berek non era stato permesso di presiedere fino a quando non avesse ricevuto una risposta dal presidente Nawrocki che confermasse che il giuramento era stato "prestato in sua presenza".

Ed allora sono cominciate le minacce di Tusk a Nawrocki. Tusk ha dichiarato che «rifiutandosi di ‘accogliere’ il giuramento, il Presidente Karol Nawrocki si sottrae ai doveri impostigli dalla Costituzione». Ha annunciato inoltre che il governo avrebbe ripristinato l'ordine legale «utilizzando tutti i mezzi a disposizione dello Stato».

Questa volta per compiere un'altra azione che sa di colpo di stato Tusk ha scelto la vigilia di altre feste importanti: Ognissanti e il Giorno dei Morti. Per di più ha aspettato che il presidente Karol Nawrocki lasciasse il Paese diretto ad un importante incontro in Africa prima di ordinare l'occupazione da parte della polizia. Nawrocki era a metà strada per il Senegal quando ha improvvisamente invertito la rotta del suo aereo e si è precipitato di ritorno in Polonia per affrontare la crisi in corso. «In un momento come questo, il presidente deve essere in Polonia. Cancello il mio volo per il Senegal. Torno indietro» - ha scritto Karol Nawrocki.

Da giorni, prevedendo una possibile occupazione della sede del Tribunale Costituzionale, una folla di polacchi manifestava pacificamente davanti al Tribunale. C’era tanta gente anche venerdì sera quando la polizia ha isolato l’edificio e ha fatto entrare dall’ingresso laterale confinante con la residenza del primo ministro le macchine con i giudici scelti da Tusk. La polizia ha giustificato il suo intervento parlando delle «informazioni fornite da un giudice della Corte, che indicavano possibili minacce alla vita o all'incolumità di giudici e personale». Il sito web del Tribunale Costituzionale è stato illegalmente violato dalle persone che hanno fatto irruzione nel Tribunale e su tale sito intorno alle 18 è apparsa una comunicazione relativa alla sospensione dalle funzioni del Presidente del Tribunale costituzionale, Bogdan Święczkowski, e del Vicepresidente del Tribunale costituzionale, Bartłomiej Sochański. La giudice che rivendicava l'autorità sul Tribunale Costituzionale è Anna Korwin-Piotrowska che non ha prestato giuramento davanti al Presidente. E ora, questa sta usurpando il potere di controllare il Tribunale Costituzionale. La Costituzione polacca non conferisce al primo ministro o al suo governo il potere di destituire la leadership del Tribunale Costituzionale. L'articolo 194 stabilisce la composizione del Tribunale e la procedura per la nomina del suo presidente. L'articolo 195 garantisce l'indipendenza dei suoi giudici. L'annuncio di una sospensione si basa sull'articolo 130 della legge che regola i Tribunali ordinari e non Tribunale Costituzionale. Invocare questo articolo per sospendere la leadership del Tribunale Costituzionale è una distorsione della legge, che rivela un disprezzo per i principi costituzionali.

Davanti al Tribunale sono arrivati anche i politici dell’opposizione, tra cui Jaroslaw Kaczynski che ha esclamato: «I poliziotti di Tusk stanno entrando con la forza nella Corte Costituzionale. È il primo caso del genere al mondo». «Da oggi – ha aggiunto - la Polonia sta diventando uno Stato di polizia, e da lì la strada è dritta verso l'autoritarismo e poi verso il totalitarismo». Kaczyński ha anche invitato a protestare contro le azioni delle autorità: «Noi polacchi non ci lasciamo intimidire! La protesta civica, perfettamente legale, deve continuare! Il Tribunale è il garante della nostra libertà e sovranità! La violazione della legge da parte di Tusk non conosce limiti!».

Il Presidente è riuscito ad entrare nel Tribunale verso l’una di notte anche se con difficoltà per superare il cordone di polizia e i giudici usurpatori che impedivano il suo ingresso al Tribunale con un attacco fisico della Korwin-Piotrowska al Presidente. I media filogovernativi hanno dato una versione falsa, smentita dai video, secondo cui sarebbe stato il Presidente a fare irruzione nel Tribunale.

«Voi non siete giudici del Tribunale Costituzionale» - ha sottolineato il Presidente Karol Nawrocki, rivolgendosi a coloro che erano stati selezionati dal Sejm come candidati a giudici del Tribunale Costituzionale e che non avevano prestato giuramento davanti al Presidente. Il capo della Cancelleria presidenziale, Zbigniew Bogucki, ha ricordato ad Anna Korwin-Piotrowska: «State orchestrando un colpo di stato, non so se ne siate consapevoli».

Ieri sera, il portavoce del Presidente ha pubblicato una foto di Nawrocki e dei suoi collaboratori X, in cui comparivano anche il Primo Presidente della Corte Suprema e il Vicepresidente del Tribunale, il giudice Bartłomiej Sochański. Il Presidente ha lasciato l'edificio durante la notte. Ha rilasciato una dichiarazione. «Ho agevolato l'ingresso del vicepresidente del Tribunale costituzionale, il giudice Bartłomiej Sochański, nella sede del Tribunale costituzionale» - ha annunciato Karol Nawrocki. Come ha sottolineato il presidente, si è verificata una violazione dell'ordine costituzionale e un'occupazione forzata di un organo costituzionale. Ha chiesto il ripristino dell'ordine legale e lo sgombero dei locali del Tribunale da parte delle forze governative. «A causa della minaccia alla sicurezza interna della Repubblica di Polonia, convoco oggi consultazioni urgenti con i rappresentanti delle forze parlamentari per stabilizzare la situazione politica e ripristinare l'ordine costituzionale» - ha dichiarato Nawrocki in un comunicato.

Già due anni fa, il Presidente del Tribunale Costituzionale ha presentato una notifica alla procura, sostenendo che il governo — sotto la direzione del Primo Ministro Donald Tusk — aveva commesso il reato di colpo di Stato. Purtroppo, il processo di consolidamento autoritario in Polonia continua. L'assalto al Tribunale Costituzionale e gli attacchi al Presidente rappresentano le fasi finali di una completa, antidemocratica presa del potere. Anche se Tusk ha già annunciato il suo prossimo traguardo: la cacciata del presidente della Banca Nazionale Polacca. Vuole controllare anche il tesoro della Polonia.

Invece, dopo la visita al Tribunale Costituzionale, il Presidente ha convocato delle consultazioni con le forze politiche: «A causa della minaccia alla sicurezza interna della Repubblica di Polonia, chiedo consultazioni urgenti oggi stesso, con la partecipazione dei rappresentanti delle forze parlamentari, al fine di stabilizzare la situazione politica e ripristinare l'ordine costituzionale» - si legge nel comunicato. Purtroppo, Tusk non ha voluto mandare nessuno all’incontro con Nawrocki, invece si è presentato alla TV con un messaggio dove ha respinto qualsiasi compromesso: «Lo Stato democratico deve essere forte e in grado di far rispettare la giustizia». L'accentramento del potere nelle sue mani ha già superato ogni livello d’allarme, e il "messaggio" ha dimostrato che non ha alcuna intenzione di tornare indietro. Per di più si segnalano movimenti della polizia dalle varie parti del Paese verso la capitale. Tusk vuole lo spargimento di sangue per arrivare ai poteri speciali? – si chiedono tanti in Polonia.

Ancora una volta nella sua storia, la Polonia sta lottando contro la dittatura, questa volta una dittatura appoggiata dall’Unione Europea. La foto della giudice usurpatrice del Tribunale Costituzionale che mette le mani addosso al Presidente è il simbolo della Polonia antidemocratica di Tusk.








sabato 31 ottobre 2026

Per chi vuole vedere, è chiaro: ci sono due Chiese





Per chi vuole vedere, è chiaro: ci sono due Chiese. Una Cattolica, l’altra…



di Matteo Castagna 31 ottobre 2026

Chi vuole vedere ha davanti a sé due Chiese: una cattolica, apostolica, romana, indefettibile ma ridotta nella sua dimensione visibile, dispersa nel mondo, ma fedele al mandato ricevuto da Dio e alle fonti della Rivelazione. Katechon oscurato, come predetto sarebbe successo. Una modernista, conciliare, di derivazione ereticale, occupante i Sacri Palazzi a Roma, almeno dal 1965. Due i riti di consacrazione episcopale, due le messe, due i codici di diritto canonico, due modi di pregare e due di credere, due i catechismi, due le filosofie, due le ecclesiologie, due le teologie, due le discipline.

Due, evidentemente, sono anche le solennità di Cristo Re. Chi, come il sottoscritto, ha fondato, quasi vent’anni fa, un gruppo che si chiama “Christus Rex” sente in particolar modo questa festività, che riassume un programma di Fede.

Don Ugo Carandino (I.M.B.C.) scrive sul suo profilo Facebook: “…vi è una differenza sostanziale tra la festa di Cristo Re del Messale di San Pio V e quella celebrata dal nuovo messale di Paolo VI. Pio XI nel 1925 aveva fissato nell’ultima domenica di ottobre la festa di Cristo Re, per rivendicare i diritti della regalità sociale di Nostro Signore, contro gli errori del laicismo.

Nel nuovo rito montiniano invece bisogna aspettare l’ultima domenica dell’anno liturgico per celebrare la festa di Cristo re dell’universo, intesa come regalità escatologica, cioè alla fine dei tempi, per non contraddire la deriva laicista, assecondata dai testi conciliari e lodata dagli occupanti della Sede Apostolica (la “laicità positiva” elogiata da Benedetto XVI nel 2008 in Francia e recentemente anche da Prevost, sempre in Francia)”.

Leggo ancora tante arrampicate sugli specchi. Tante divisioni rispetto alla Chiesa quale Istituzione voluta da Gesù Cristo, su Pietro, affinché fosse il Capo, quale monarca e la Sua Sposa fosse gerarchica, custodisse il depositum Fidei, tramandandolo ai Suoi successori, nel corso dei secoli. Il principio di non contraddizione e di identità non permettono più di confondere i cattolici con coloro che hanno scelto la strada dell’apostasia, dell’abbraccio mortifero col mondo ed il suo principe, pur mantenendo abiti e scranni nelle nostre diocesi e nelle nostre chiese, costruite da coloro che si santificavano con la “messa proibita” dai modernisti conciliari. Tutti. Da Montini in poi. Semper idem! Cambia solo lo stile, non la sostanza.

Perciò i cattolici fedeli alla Tradizione hanno assistito alla Messa di San Pio V per la solennità di Cristo Re, domenica scorsa, chiedendo il maggior numero di Grazie possibile per questa società malata di laicismo e perché la Chiesa possa tornare a regnare, dal Soglio che fu di San Pietro fino all’ultima chiesetta della più piccola diocesi del mondo. Siccome questo tema fa la differenza tra noi e i conciliari, siano essi progressisti o conservatori, credo possa valer la pena precisare le distanze.

Questo studio, evidentemente accorciato per esigenze editoriali, deriva dalla comparazione di 270 fonti e sarà pubblicato integralmente sul sito del Circolo Christus Rex www.agerecontra.it.

Il modello cattolico riconosce un’autorità civile distinta da quella ecclesiastica; non identifica ordinariamente il governo politico con il governo del clero. La formulazione si trova nell’ Enciclica “Immortale Dei” di Leone XIII, 1885, che costituisce Magistero infallibile dei Papi.

La distinzione dei poteri convive con la superiorità del fine spirituale. Va evitata sia la lettura dell’assorbimento dello Stato nella Chiesa, sia quella di una separazione liberale accettata, invece, da chi occupa i Sacri Palazzi, sin dal 1965, pur con sfumature diverse. Leone XIII difende il riconoscimento pubblico della vera religione, ma ammette la tolleranza di altri culti e rifiuta la conversione forzata.

Distinguere l’esclusività della verità religiosa cattolica e la condizione giuridica degli altri culti è un aspetto fondamentale, che la Chiesa sinodale non riconosce, nella pienezza dello spirito di Assisi 1986. Il modello comprende pretese giuridiche della Chiesa, non soltanto influenza morale privata, perché Cristo è Re di tutte le cose visibili e invisibili, il Suo Regno è dell’Altro Mondo, ma ciascuno è chiamato a preparare ogni giorno la sua salvezza eterna in Paradiso, attraverso le buone opere.

Quella di Cristo è una regalità non riducibile a un regime. E’ una dottrina sul fondamento, sul fine e sui limiti dell’autorità. Mentre la teocrazia, nel significato politico-istituzionale più corrente, descrive una determinata organizzazione del potere. Le due nozioni non sono concettualmente equivalenti.

Occorre tuttavia evitare una semplificazione apologetica. Nell’Immortale Dei, la Chiesa rivendica un proprio ordinamento giuridico, la propria indipendenza e la competenza sulle questioni religiose. inoltre, il riconoscimento civile della religione non viene considerato una scelta pubblicamente indifferente. La chiesa conciliare, seguendo il laicismo ed il liberalismo condannati da San Pio X e Leone XIII, accettano di essere una delle tante religioni, prive di diritti sulla società e sulle nazioni. Nel 1984 Casaroli, d’accordo con Wojtyla firmò la revisione del Concordato, rinunciando alla Religione di Stato ed accettando la sua laicità, ovvero la sua neutralità, ovvero il suo ateismo.

La distinzione della Regalità di Cristo riguarda due livelli. Sugli individui, la regalità implica il dovere di conformare coscienza e condotta alla legge divina. Sulle società, implica che l’azione pubblica non acquisti, per il solo fatto di essere pubblica, un’esenzione dalla legge morale e dai doveri religiosi. Leggi contrarie al diritto naturale non sarebbero mai passate se il modernismo non avesse aperto le porte al laicismo ed al “diritto” di votare sulla vita o sulla morte degli embrioni, sul divorzio anche tra chi ha giurato di non separare ciò che Dio ha unito, sulla legalizzazione di coppie di fatto o, addirittura l’accettazione della sodomia.

Il secondo livello non equivale necessariamente a trasformare ogni decisione amministrativa in un comando ecclesiastico. Il punto discriminante è se il governo civile possieda una competenza propria: nella ricostruzione cattolica tradizionale, la risposta è affermativa per le materie propriamente temporali. La trattazione State and Church della Catholic Encyclopedia, utile come sistemazione prossima a tale norma, afferma che nelle materie puramente temporali la giurisdizione statale è suprema e, rispetto alla Chiesa, esclusiva. I due poteri sono distinti per competenze ma in armonia. Questa è la “Pax Christi in Regno Christi”, senza cui non ci può essere alcuna vera e duratura pace sulla Terra, poiché mancherebbe della Verità oggettiva e rivelata.

Per la costruzione storica di questa dottrina è pertinente il teologo Enrico Baruzzo, in “Costantino e la dottrina della regalita sociale di Cristo”, nell’Enciclopedia Costantiniana, 2013, come fonte storiografica, non come documento magisteriale. Le due società, quella Spirituale e quella Temporale sono in sé perfette: hanno indipendenza propria, fini diversi. “Perfetta” non significa moralmente impeccabile. Una “societas perfecta” è una società completa nel proprio ordine: possiede, in ragione del suo fine, i mezzi e l’autorità necessari a perseguirlo. Non significa che ogni suo membro sia virtuoso, che ogni suo provvedimento sia giusto o che essa possa provvedere da sola a qualsiasi bisogno umano.

Leone XIII definisce la Chiesa una società “nel suo genere e nel suo assetto giuridico perfetta”, dotata degli strumenti necessari al proprio esistere e operare. La perfezione e dunque giuridico-finalistica, non una qualifica morale dei comportamenti ecclesiastici. La costruzione tradizionale distingue il bene temporale, affidato alla societa civile, dalla beatitudine soprannaturale, cui conduce la Chiesa. Entrambe riguardano gli stessi esseri umani, ma sotto ragioni differenti. Nella sistemazione citata della Catholic Encyclopedia, proprio questa distinzione fonda sia la competenza temporale dello Stato sia la superiorità del fine ecclesiale.

Distinzione e coordinamento non sono separazione. Il modello si oppone a due soluzioni speculari: la riduzione della Chiesa a un organo dello Stato e l’eliminazione della consistenza propria dell’autorità civile. L’indipendenza ecclesiastica difesa nell’Immortale Dei non autorizza a concludere che qualsiasi materia politica appartenga immediatamente alla giurisdizione pontificia.

Il coordinamento diventa necessario quando una stessa realtà presenta aspetti diversi. Il matrimonio, per esempio, può essere considerato sotto il profilo religioso e sotto quello degli effetti civili; l’istruzione può coinvolgere insieme amministrazione pubblica, responsabilità familiare e insegnamento religioso. Sono esempi analitici di ciò che la tradizione chiama comunemente materie miste, non prove che ogni loro disciplina storica fosse necessaria o immutabile.

La “potestas indirecta” non significa che il Papa governi ordinariamente lo Stato attraverso funzionari ecclesiastici. Significa che una materia temporale può cadere sotto un giudizio ecclesiastico quando coinvolge il fine spirituale: non perché temporale, ma in quanto spiritualmente rilevante. Il carattere “indiretto” riguarda quindi il titolo dell’intervento, non necessariamente la debolezza dei suoi effetti politici. Un intervento ecclesiastico può essere molto incisivo pur essendo giustificato in nome della salvezza, della fede o della legge morale e non come esercizio ordinario della sovranità civile.

Qui emerge la tensione più importante ove la Chiesa ufficiale ha ceduto completamente al laicismo: la medesima tradizione che riconosce allo Stato una competenza propria attribuisce alla Chiesa il giudizio su quando una questione coinvolga lo spirituale. La Catholic Encyclopedia esplicita questa asimmetria: tale decisione non può essere lasciata semplicemente allo Stato. Invece l’immoralità dilaga perché i modernisti sono liberali, sincretisti, relativisti e soggettivisti, quindi ecumenici, collegiali, sinodali, democratici, alleati ed amici di tutti gli storici nemici di Cristo e della Chiesa.

Questo colpo da maestro di Satana avrà fine. Nel frattempo, costanza e perseveranza nella Tradizione immutabile sono gli imperativi guida dell’ora presente. Non posso non vedere l’omologazione della “Chiesa del Concilio” al cancro liberal, né la totale rottura col Magistero Perenne, che non porta alla tranquillità dell’Ordine, come diceva Sant’Agostino, e neppure alla semplice mancanza di guerre, per cui pregano, scandalosamente, i modernisti assieme a Maometto, Caifa e Lutero! Non posso essere in comunione con gli anticristi. Devo saper riconoscere il Buon Pastore dai buoni frutti, che vengono serviti con sacrificio nella Chiesa Cattolica perseguitata e misconosciuta, non nel buonismo ipocrita degli “aggiornati”…






La Messa Tradizionale ha la forza di imprimere nel cuore dei fedeli la lex credendi: per questo è osteggiata



Grazie a don Marco Begato per questa utile analisi liturgica e dottrinale che ci ha inviato.Luigi Casalini



Don Begato. “Vetus Ordo e novatori: tra omissis e amissis”


don Marco Begato

Vorrei riprendere per gli amici di Messa in Latino alcuni spunti da un articolo di Mondinelli, apparso in tre puntate sulle pagine dell’Osservatorio Card. Van Thuan. Ci interessa per i risvolti che tale riflessione comporta in campo liturgico tradizionale.

Partiamo dalla proposta argomentata. Lo studio di Mondinelli indaga la struttura narratologica soggiacente al discorso teologico contemporaneo, e ritiene di riuscire a identificare alcuni elementi strutturali dello stesso, che potrebbero spiegare la sterilità evangelizzatrice degli ultimi decenni. Mondinelli formula e argomenta l’ipotesi della “legge senza regolamento” (https://vanthuanobservatory.com/2026/09/07/come-cambiare-la-dottrina-senza-dirlo-la-legge-senza-regolamento/), un procedimento espositivo tramite il quale “la dottrina cattolica possa essere di fatto diminuita senza che una sola verità venga apertamente negata”.

Questo spiegherebbe la situazione generale di confusione, nella quale per conservare la fede il fedele è costretto ad attingere “a qualcosa che la provvista comune non gli offre più: i vecchi catechismi ritrovati e studiati per conto proprio, la lettura personale delle fonti sicure, una famiglia che tiene contro corrente, un sacerdote che supplisce ciò che il resto non dà”. Davanti a essa Mondinelli si interroga “come possono i più piccoli conservare la fede intera dentro una struttura che, su un punto dopo l’altro, l’ha resa ambigua?”.

Per rispondere in modo puntuale sembra necessario comprendere più a fondo il procedimento narratologico su menzionato. L’autore chiede: “Se nessuna verità viene apertamente negata, come può la fede essere di fatto ridotta?”. E la sua risposta, in sintesi, afferma che i problemi magisteriali derivino da una incoerenza tra, diciamo così, potere legislativo e potere esecutivo: “La dottrina è stata conservata come legge, ripetuta, mai smentita; e il suo regolamento è stato lasciato cadere”.

Nel saggio sono elencati vari criteri e attenzioni, utili a esaminare i testi nel modo più oggettivo possibile, seguendo il focus suggerito dall’autore. In generale si insiste sull’importanza di individuare i punti in cui il regolamento risulta debole: “quando in uno stesso testo si incontrano la dottrina di sempre fedelmente ripetuta e, poche righe più oltre, l’argine che la rendeva operante lasciato in bianco”, lì siamo di fronte al problema. Perché un insegnamento così costruito, sia pure con le migliori intenzioni del Legislatore, rappresenta un problema sul piano della evangelizzazione e della formazione dei credenti.

Mondinelli con senso di vivida concretezza fa presente che “il fedele semplice non compie questa operazione”, cioè non riempie di contenuti teologicamente corretti e tradizionali ciò che è stato “lasciato in bianco”. E proprio tali lacune, cui i Pastori e i teologi potrebbero non dare peso, rappresentano le crepe da cui inizia a cedere la diga della fede cattolica.

Nel secondo capitolo della trattazione l’autore prende in esame alcuni temi cristologici e liturgici, per dimostrare la corretta e feconda applicazione del suo metodo ad alcune questioni dibattute negli anni post-conciliari; né tale approccio perde mordente se rivolto all’attuale produzione magisteriale. Precisa Mondinelli:

“La medesima figura — la legge conservata e il regolamento taciuto — non abita soltanto nelle carte lontane: la si può cogliere in atto, adesso, in un documento pubblico che chiunque può leggere per intero. E per il fedele comune un solo caso presente vale più di dieci antichi, perché lo può verificare da sé, nella sua diocesi, nei prossimi mesi”. (https://vanthuanobservatory.com/2026/09/09/come-cambiare-la-dottrina-senza-dirlo-la-legge-senza-regolamento-seconda-parte/)

Nella terza parte del testo veniamo infine provocati a prendere posizione davanti alla crisi.

“Molti ammettono che nella Chiesa vi sia una crisi, e che essa sia evidente a tutti; è una concessione di peso, e sincera. Ma dopo averla fatta, trattano l’emergenza come se fosse ordinaria amministrazione” (https://vanthuanobservatory.com/2026/09/14/come-cambiare-la-dottrina-senza-dirlo-la-legge-senza-regolamento-terza-parte/).

Le vie per normalizzare l’emergenza e rimandare l’intervento sono plurime: “La prima porta è negare la crisi: dichiarare, per amore della pace, che nulla di grave accade… La seconda porta è negare la Chiesa: dichiararla venuta meno, vacante, corrotta nella sua sostanza”. Nessuna di queste due vie supera un esame teologico rigoroso. “Resta la terza porta, che parrebbe la sola aperta: la via privata. Poiché il regolamento manca, che ciascuno se lo ritracci da sé”, anche questa però è un’opzione inadeguata.

Mondinelli suggerisce allora di guardare alla autorità: “Il confine che il singolo non può ritracciare, la suprema autorità può ritracciarlo; la porta murata per il fedele ha una chiave, e quella chiave è in mano a chi governa”. Salvo poi affermare con amarezza che “l’autorità che potrebbe restituire il regolamento è la stessa che lo ha ritirato. E ritirarlo non è stato un incidente: è il metodo”.

In alternativa, secondo il nostro, l’autorità dovrebbe riappropriarsi dei propri strumenti e procedere con “un regolamento nuovo su una dottrina antica: un atto della suprema autorità che ritracci, uno per uno, i confini che i testi del Concilio e del postconcilio hanno lasciato in bianco”, in pratica un nuovo Sillabo. L’idea non è nuova. Tra i suoi più simpatici sostenitori ricordo l’Elefantino nel 2012, che ne suggeriva pure iconicamente il format: “il grande tweet dell’Ottocento… quella straordinaria forma retorica non discorsiva ma aforistica e tutta negativa” (https://www.ilfoglio.it/%7Bmain_section.full_slug%7D/2012/08/26/news/pio-ix-invento-twitter–342512).

La lettura proposta è analitica, puntuale e cartesiana. Certamente insiste su un approccio che enfatizza molto il ruolo del nesso logico e del vincolo giuridico, al punto da poter sembrare a tratti artificioso; del resto l’alternativa sembrerebbe constare di un approccio arbitrario e fantasioso, che ha esagerato all’opposto nel rimuovere gli imperativi della logica e della regola.

Mi sfugge un punto, che Mondinelli cita, ma in modo non esaustivo e che tocca una dimensione per me cruciale nella trattazione del tema: perché alcune regioni “tengono”? Perché in alcune diocesi o aree geografiche la fede sembra crescere sia in quantità di adesioni che in qualità di professione? L’articolo precisa: “L’Africa cattolica ha tenuto e anzi è cresciuta, mentre l’America Latina si è svuotata in fretta, non verso l’ateismo ma verso i pentecostali. E ciò smentisce che a reggere sia la pietà popolare, di cui l’America Latina trabocca: la variabile decisiva non è geografica, è dottrinale. Dove il post-concilio si è incarnato con più forza, torcendo il messaggio in senso sociale e orizzontale, come nella teologia della liberazione latino-americana, il soprannaturale ritirato è stato ripreso da chi offriva confini netti e conversione; dove l’evangelizzazione è rimasta più classica e definita, come in gran parte dell’Africa, la fede ha retto”. L’affondo è interessante, ma meriterebbe una disamina più puntuale. Per restare nella logica del testo presentato, mi chiedo: la risposta può venire dallo studio dei documenti delle chiese locali?

E infine veniamo alla questione liturgica. Se il saggio breve qui riassunto ha ragione, dovrebbe apparire manifesto uno dei motivi, sia pure impliciti, che alimentano la repulsione nei confronti della liturgia tradizionale (Vetus Ordo). Il rito antico si armonizza alla perfezione tanto coi punti del Sillabo ottocentesco, quanto con i canoni del Concilio di Trento: testi, gesti, norme (le cosiddette Rubriche, incluse quelle che vergano i difetti del celebrante e della celebrazione), abiti e calendario, tutto concorre a trasportare in stile cerimoniale l’esperienza di fede della Chiesa e in una modalità che non lascia lacune o “spazi bianchi”.

Ora, l’esistenza di una tale ritualità nel cuore della Chiesa, sia pure “in forma extraordinaria” (cfr. Benedetto XVI, Summorum Pontificum), rappresenta inevitabilmente un trauma, perché appunto va a riempire sistematicamente e strutturalmente gli “spazi bianchi”, i non detti, gli omissis del narrato teologico-magisteriale con dichiarazioni di fede cattolica autentica, tradizionale e viva.

Di più: considerata la fondatezza dell’adagio lex orandi lex credendi, è evidente che la celebrazione della Messa Tradizionale ha addirittura la forza di imporre una legge, di imprimerla nel cuore dei fedeli – sia pure nel caso, sostenuto da Mondinelli, in cui il regolamento appaia sospeso nelle novità documentali magisteriali – e si tratta di una legge che si estenderà per sese dal cultuale al culturale, dal rito al vissuto, dalla forma extraordinaria all’ordinarietà del quotidiano.

Che sia questo un motivo per cui il Vetus è tanto detestato? Ma con ciò i suoi detrattori stanno forse confessando che gli omissis di cui sopra non erano ingenui, ma furono dei maliziosi amissis?

E da ultimo, in rincalzo a Mondinelli, la celebrazione nella forma straordinaria non è forse da se stessa un Sillabo vivente, a disposizione dell’autorità che volesse dolcemente e gradualmente bonificare la Chiesa nella sua crisi?






venerdì 30 ottobre 2026

Zuppi: un autogoal incomprensibile



Interessante la seguente Lettera aperta all’attenzione di S. E. Cardinale Matteo Zuppi, Presidente CEI (già inviata).

30 ottobre 2026

Schede sull'Islam... 


Egr. Cardinale

mi accingo a un esercizio di scrittura che rischia di divenire rituale; e mio malgrado. Non perché abbia particolarmente in dispregio la corrispondenza epistolare; anzi da me coltivata come occasione privilegiata di espressione del pensiero e di condivisione dei moti dell’animo. Ma per le ragioni che mi inducono a tediarla, oggi più che mai, ne avrei fatto volentieri a meno.
 
Rieccomi così a perorare una sua riflessione, auspicando una sua retrocessione, non nel senso sportivo del termine, da cui sarei pure tentato; e se non una revisione, almeno una rivalutazione..

Alludo alla presentazione del suo progetto “Schede per conoscere l’Islam”, realizzato dalla CEI in sinergia al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica e destinato agli studenti delle scuole. Non a caso presentato in un contesto istituzionale, l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, involge al contempo connotazioni religiose e implicazioni giuridiche connesse e caratterizzanti l’iniziativa; inusitata e improvvida; e a ben vedere, inusitata proprio perché improvvida. Mi segua.

Improvvida perché non costituzionale

Se per l’articolo 8 della Costituzione tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge e hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, se non contrastano con l'ordinamento giuridico italiano; i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Ora non v’è dubbio che la sua iniziativa insista proprio su questi rapporti, in quanto investe un settore altamente delicato, quello dell’istruzione scolastica, di altrettanto rilievo interno costituzionale. Ciò detto, al contrario di altre confessioni religiose che hanno stretto intese con lo Stato, non risulta che alcuna rappresentanza istituzionale unitaria islamica abbia mai chiesto o proposto allo Stato un’intesa. Che ciò risponda a una vocazione settaria o a una prospettiva prematura, ciò non muta l‘erroneità e l’arbitrarietà di tale iniziativa.

Improvvida perché non legittima

A seguito di Accordo modificativo del Concordato, esecutivo ai sensi di legge n.121 del 1985, e di Intesa tra Ministro della P.I. e Presidente della CEI, esecutiva ai sensi del d.P.R. n.751 del 1985, si è disciplinato l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali d’ogni ordine e grado. La legge n.186 del 2003 definisce i ruoli dei docenti che possono insegnare la religione cattolica. E che solo per tale offerta formativa sono retribuiti con i tributi versati dai cittadini, me compreso.
Perciò distoglierli sia pure in parte, dalle loro prerogative istituzionali e prestazioni contrattuali., come nei suoi intenti, è in conflitto con ordinamento scolastico statale e norme tributarie stesse. Per non dire poi che si profila anche come una abiura a chi lo ha preceduto alla guida della CEI.

Improvvida perché non didattica

Inammissibile nelle norme, l’iniziativa è anche avulsa dalle basilari dinamiche di apprendimento. Posto che l’Islam si esprime con una varietà tipologica da rendere improba una disamina unitaria, una trattazione che risponda a un minimo di utilità didattica richiederebbe margini di tempo che non solo non sono riservati alla stessa religione cattolica, ma neppure ad altre materie curriculari. Sì che le schede da propinare si rivelano accomodanti negli intenti e lacunose negli argomenti. Inducendo disamine non solo superficiali ma persino fuorvianti su temi che meriterebbero ben altri approfondimenti e avallando semplificazioni buoniste inidonee a un’esaustiva acquisizione.
Con esiti prevedibili, del tutto antitetici rispetto agli asseriti intenti che si vorrebbero perseguire.

Improvvida perché non ecclesiale

Per cimentarsi nel tentativo di conoscere gli altri, occorre prima assicurarsi di conoscere sé stessi. Diversamente si corre il rischio di vedere sfumare, fin a eclissare, le differenze che delimitano le rispettive identità e al contempo garantiscono la dignità stessa della propria e delle altrui culture. Rischio che in ambito di fede assume le configurazioni di un sincretismo sempre più dilagante. Nella crisi che attanaglia le famiglie un baluardo a difesa della fede può essere lo studio a scuola. Con la chiese sempre più svuotate, le comunità sempre più asfittiche; le vocazioni sempre più latenti e di conseguenza i fedeli sempre più spaesati; invece di ripartire dall’ABC, dal cuore della nostra Fede e dai Novissimi, che nella CEI non pochi hanno obliato e ritenuto ormai obsoleti; ma dico io, invece di concentrare la propria dedizione per l’altrui vocazione al Cristo Re Salvatore, avete sprecato risorse di tempo, energia e intelligenza su come fare conoscere a scuola l’islam? Incomprensibile. Tornando alla terminologia calcistica di cui sopra, questo si definisce autogoal. Riscoprire e coltivare la propria vocazione per evangelizzare, unica vera mission di ogni credente.

Improvvida perché non evangelica

Ci si attende infatti, che occupazione precipua, se non esclusiva, della CEI sia l‘evangelizzazione. Da espletare senza una propedeutica pseudoculturale, ma alla sequela del Vero Evangelizzatore.
Quando il Signore manda i discepoli non li sottopone prima a corsi di formazione sulle altre fedi. E non per un intento di prevaricazione, ma perchè essi si rivolgano non alle menti, ma ai cuori. E li invita a non recare altro con sé; in termini attuali, un approccio non culturale ma esperienziale. Così quando dopo la Resurrezione gli apostoli parlano ai convenuti d’ogni dove, non si curano prima di conoscerne la cultura, perché consapevoli che non da ciò dipenderà l’esito (At. 2 e 3).
Essi li comprendono e si convertono perché è lo Spirito Santo ad agire in loro e essi lo accolgono. Non il nostro attivismo, che può fare solo proseliti; è la nostra confidenza in Dio a ispirare i fedeli.Ricordiamolo di tanto in tanto… e rinunciamo a un’idea che per la Fede non ha né capo né coda.

Perdere talora la rotta è segno di smarrimento; ritrovarla, di coerenza; correggerla, di umiltà.
Maranatha.


Avv. Prof. Giuseppe Longo





La Chiesa deve convertire a Cristo? Strano disaccordo tra vescovi



“Se la Chiesa non deve condurre a Cristo mi dimetto“: mons. Barron risponde al card. Vesco (arcivescovo di Algeri). Tra evangelizzazione e proselitismo.

 Ultimissime


Redazione UCCR. 29 ott 2026

Interessante e strano dibattito tra vescovi sull’evangelizzazione.

In queste ore è giunta la risposta del vescovo americano Robert Barron a Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri.

Al centro del contendere c’è il rapporto tra dialogo interreligioso, fraternità e annuncio esplicito di Gesù Cristo.


Vesco: “La Chiesa non è qui per convertire”

«La Chiesa non è qui per convertire», ha affermato in un’intervista del 23 ottobre l’arcivescovo Vesco.

Ha spiegato che, in Algeria, la comunità ecclesiale dovrebbe essere parte integrante della società, senza perseguire conversioni religiose.

Il porporato teme infatti che un’opera esplicita di conversione avveleni i rapporti tra le religioni monoteiste, perché implicherebbe considerare falsa o errata la fede altrui.

I cristiani, sostiene, «dovrebbero avvicinarsi alle altre religioni attraverso la fraternità piuttosto che cercando conversioni».

La posizione non è nuova.

Già nel 2018, quando era vescovo di Orano, il card. Vesco affermava che il Vangelo si trasmette attraverso la testimonianza, l’amicizia e l’impegno sociale, senza che ciò debba necessariamente comportare un cambiamento di religione.

Nel 2022 aveva inoltre invitato i cristiani a riconoscere che anche nell’islam possono esserci elementi di verità.


Barron: “Il mandato evangelico è chiaro”

La recente affermazione ha suscitato la reazione di mons. Barron, vescovo di Winona-Rochester e tra i religiosi cattolici più mediatici al mondo.

In un intervento pubblicato su X in queste ore, Barron ha contestato una visione che, a suo giudizio, rischia di separare l’evangelizzazione dalla conversione.

La replica parte dal mandato missionario di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». Per il vescovo americano, è difficile conciliare queste parole con l’affermazione che la Chiesa non debba cercare di condurre le persone a Cristo.

«L’ultima volta che ho controllato», ha scritto ironico Barron, «mi sembrava decisamente una questione di conversione».

Ha anche spiegato che san Paolo considerava l’annuncio del Vangelo un dovere, fino a esclamare: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16). A sostegno della propria posizione ha infine citato il Concilio Vaticano II e la «spinta al portare la Luce di Cristo ai popoli del mondo (Lumen Gentium)».


Chi ha ragione (secondo noi)

Il punto decisivo, crediamo, è la distinzione tra evangelizzazione e proselitismo.

Barron non difende certo metodi aggressivi o coercitivi.

Anzi, lui stesso precisa che «nessuno pensa che l’opera di evangelizzazione debba essere fatta in modo prepotente, autoritario o irrispettoso (proselitismo)», ma «se davvero pensassi che la Chiesa non esiste per portare le persone a Cristo, allora darei le dimissioni e mi troverei un altro lavoro».

Non va sottovalutata però la preoccupazione del card. Vesco: in una società a maggioranza musulmana. come quella algerina, la convivenza e la testimonianza quotidiana sono all’ordine del giorno.

Tuttavia, la formulazione dell’arcivescovo rischia effettivamente di andare oltre la legittima condanna del proselitismo.

Creare autentici legami di amicizia e impegnarsi in un dialogo serio e rispettoso non equivale a esaurire la missione evangelizzatrice.

La fraternità non richiede il silenzio su Cristo.

Si può rispettare la libertà religiosa altrui e perfino riconoscere ciò che vi è di buono nelle altre tradizioni, pur senza rinunciare a testimoniare la propria fede e a proporla liberamente.

L’annuncio di Cristo (esplicito o meno) come risposta alla domanda di significato presente in ogni individuo rimane parte essenziale della missione della Chiesa.