sabato 3 ottobre 2026

«Rifare il diritto canonico? Meglio pensare alla crisi di fede»



La relazione finale della Commissione Canonistica è solo l'ultimo frutto dell'infinito cantiere sinodale. Usa l'immagine delle «sabbie mobili» il teologo barese descrivendo a La Bussola la continua voglia di cambiamento che scambia la Chiesa per una struttura da riorganizzare invece che mistero e strumento di salvezza.


Intervista a mons. Nicola Bux

La nuova sinodalità è un cantiere permanente che produce una pioggia di documenti, l'ultimo dei quali – reso noto il 30 settembre dalla Segreteria del Sinodo – è la relazione finale della Commissione Canonistica, con proposte di modifica e l'auspicio di una revisione dell'intero diritto canonico. «Questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili», afferma mons. Nicola Bux, che in questa intervista a La Bussola tocca le questioni a monte dei singoli cambiamenti, a partire dalla mancanza di chiarezza sulla natura del Sinodo e della Chiesa stessa, vista come una struttura da riorganizzare invece che come mistero e strumento di salvezza.

Mons. Bux, sembra che tutto si debba riscrivere in chiave sinodale, non escluso il diritto canonico. Per quale motivo?
A me sembra che si voglia “codificare” il Sinodo in modo da renderlo normativo e obbligante per tuttta la Chiesa, al pari di un concilio. Ma il Sinodo non è il concilio. Sinodi ce ne sono sempre stati (anche a livello diocesano), ma almeno nella configurazione voluta da Paolo VI si tratta in primo luogo del Sinodo dei Vescovi, che è consultivo e solo l’autorità pontificia lo rende deliberativo. Era l’autorità papale che decideva di tener conto di alcune istanze – e non di altre – pubblicando una esortazione apostolica. Ora credo che ci sia una mancata chiarezza sulla natura del Sinodo.

Il Rapporto finale della Commissione Canonistica auspica un rifacimento per intero del Codice. Perché, dopo poco più di 40 anni dalla promulgazione del Codice attuale?
È possibile che si voglia consolidare un ruolo dei laici quasi paritetico con quello dei chierici. Ma a questo punto bisogna ricordare che la Chiesa è gerarchica, lo ribadisce la Lumen Gentium. Non è un fatto di assetto istituzionale, ma innanzitutto sacramentale: Cristo ha dato agli apostoli e ai loro successori il potere sacramentale, che fa della Chiesa lo strumento di salvezza del mondo. I sacramenti altro non sono che il potere che Cristo ha esercitato sulla terra. La parola “gerarchia”, meglio chiarirlo, significa “sacro principio” (dal greco hieros). La gerarchia è sacra perché stabilita da Cristo: la natura della Chiesa è gerarchica, non sinodale. Leone XIV sta forse tentando una correzione dicendo che la sinodalità è uno stile, un metodo, se vogliamo, anche se preferirei dire che il metodo della Chiesa è la comunione, citando il domenicano Jerome Hamer. È comunione dei santi, dei fedeli, dei vescovi col Papa. La sinodalità è una modalità e non è neanche l’unica, perché nella Chiesa esiste anche l’autorità. Considerare invece la sinodalità come “natura” della Chiesa diventa azzardato e un chiarimento sarebbe necessario.
Ora, questo tentativo di voler cambiare un codice che risale soltanto al 1983, questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili, perché poi ci si chiede: ma se domani la Chiesa cambierà quello che chiede oggi, fino a che punto le si può credere?

Alcune proposte insistono sui compiti liturgici da assegnare ai laici (che in casi estremi possono battezzare sì, ma mai celebrare Messa). Enfatizzando questi ruoli non si finisce per assumere la prospettiva di una Chiesa senza preti e quindi senza Eucaristia?
Sì, è una prospettiva che prescinde dall’invito di Gesù a pregare «perché la messe è molta e gli operai sono pochi» e a chiedere al «padrone della messe» di mandare operai. La Chiesa si è sempre preoccupata delle vocazioni sacerdotali e la ragione non è organizzativa ma sacramentale. Invece far leva su quello che possono compiere i laici esprime una sfiducia nella promessa del Signore che ha assicurato che la Chiesa non verrà meno. Poi, è vero che il battesimo in caso di emergenza può essere amministrato da chiunque, ma voler stabilizzare una situazione eccezionale significa farsi quasi beffe del Signore. E proprio all’indomani del viaggio del Papa in Francia, che ha mostrato il risveglio della fede nelle famiglie, nei laici e nelle vocazioni. Occupiamoci piuttosto dei laici che vogliono generare vocazioni come genitori, insegnanti o educatori, perché il loro compito non è occuparsi degli spazi organizzativi dell’istituzione ecclesiastica, ma della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Gli altri apporti di supplenza vengono da sé, ma è un punto che spesso viene equivocato.

Invece di promuovere il laicato si finisce per clericalizzarlo?

Sì, e questo non aiuta neanche la comunione ecclesiale, che cresce se i sacerdoti fanno i sacerdoti e i laici fanno i padri di famiglia e soprattutto i testimoni nel mondo del lavoro. Non se i laici si occupano delle cose dei chierici e i preti si buttano nel sociale. L’idea che i laici debbano “rosicchiare” il servizio sacramentale della gerarchia fa un danno al laicato, perché lo sottrae al suo ambito proprio che, come dicono i testi conciliari, è essere lievito nella pasta del mondo.

Tornando all’attuale sinodalità permanente, più che uno stile sembra divenuta una fabbrica di burocrazia, vista la quantità di documenti, gruppi e commissioni.

Ricordo che Vittorio Messori propose una “moratoria” della produzione di documenti: sono prolissi e vengono letti sempre meno, degenerando in una logorrea che va a scapito dell’annuncio del Vangelo. Se si vuole tener conto del sensus fidei del popolo di Dio – evocato anche in queste proposte di modifica – allora più che mettere mano al diritto canonico si dovrebbe mettere mano alla crisi di fede. Proprio la visita del Papa in Francia ha dimostrato che a diffondere la fede è la testimonianza di Gesù Cristo, via, verità e vita. Il segno della conversione non è la partecipazione agli organismi ecclesiastici, ma chiedere il battesimo, i sacramenti e testimoniare al mondo che la fede deve permeare anche lo spazio pubblico. Lo hanno compreso bene i santi, che non andavano a creare consigli e commissioni ma annunciavano la Verità del Signore.

Insomma, questa nuova sinodalità pecca di autoreferenzialità?
È una forma di clericalismo questa continua preoccupazione di organizzare, che invece di guardare alla Chiesa come mistero la vede come una struttura da far funzionare. Ma le organizzazioni si fanno e si disfano. Vorrei ricordare una frase che mi disse il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo: «Guardi, il Sinodo può anche distruggere la Chiesa». E mi riportò l’esempio di quello che accade nei sinodi orientali, dove tutti hanno voce in capitolo e anche la scelta e il governo di un patriarca subiscono condizionamenti. «Voi avete un Papa per la Chiesa cattolica, noi ne abbiamo uno per ogni Chiesa», per cui, aggiunse, «da noi non c’è mai la parola fine», che potrebbe scrivere solo l’autorità suprema.

Anche da noi non sembra esserci mai la parola «fine» su questo Sinodo sulla sinodalità che si prolunga all’infinito.
Esatto. Il grave rischio, come mi faceva osservare il patriarca Bartolomeo, è che si diventi prigionieri della struttura sinodale, tra veti contrapposti, come nell’ortodossia, e l’impossibile pretesa di decidere tutti insieme. Figuriamoci se tutto questo si va a codificare. La sinodalità non potrà “distruggere” la Chiesa perché il Signore non lo permetterebbe, ma potrebbe paralizzare il primato di Pietro, che ascolta, consulta, però è lui a dire l’ultima parola. «L’autentica sinodalità», leggiamo nel messaggio inviato ai Camaldolesi, a nome di Leone XIV dal card. Parolin, nell’ottobre 2025, «esige per sua natura l’ascolto e la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la vocazione di ciascuno, ma non può prescindere dall’autorità conferita da Cristo al Collegio dei vescovi con a capo il Successore di Pietro».







venerdì 2 ottobre 2026

Rivoluzione canonica, la nuova sinodalità vuole un nuovo Codice





Laici che presiedono le liturgie e insistenza sugli organismi partecipativi tra le proposte della Relazione finale della Commissione Canonistica diffusa dalla Segreteria generale del Sinodo. L'obiettivo è riscrivere il diritto canonico per consolidare le "conquiste" già raggiunte nella prassi.

Processi

Ecclesia 


Stefano Fontana, 02-10-2026

Il 30 settembre scorso, la Segreteria generale del Sinodo ha diffuso la Relazione finale della Commissione Canonistica contenente alcune proposte di revisione del Codice di Diritto Canonico a seguito delle istanze emerse dai lavori della lunga fase sinodale sulla “nuova sinodalità”, iniziata nel 2021 e terminata nel 2024. Per il momento si tratta di modifiche che non richiedono l’istituzione di nuovi ministeri, ma si limitano a confermare forme di partecipazione laicale in atto e di rafforzare quelle già previste dall’attuale Codice. La Relazione auspica però anche che si realizzi, nel prossimo futuro, una vera e propria revisione complessiva dei Codici di Diritto canonico latino e orientale. Niente di meno.

Le novità riguardano per esempio la possibilità che i laici esercitino il ministero della Parola, presiedano alle preghiere liturgiche, amministrino il battesimo, assistano ai matrimoni, distribuiscano la Santa Comunione, esercitino una missione su delega (figura del “delegato vescovile”), che la costituzione e la convocazione dei Consigli pastorali diocesano e parrocchiali sia obbligatoria, che i sinodi diocesani e i concili provinciali si tengano obbligatoriamente e con regolarità e che la gestione economica sia pubblica, trasparente e certificata.

Quest’ultima insistenza sugli organismi partecipativi si fonda sul nuovo paragrafo che si intende aggiungere al canone 212: «I Pastori hanno il dovere di ascoltare il parere dei fedeli su ciò che riguarda il bene della Chiesa, attivando modalità di discernimento comunitario». Mentre si conferma che l’autorità del Vescovo non si tocca, si prevede anche che nei consigli diocesani i membri laici abbiano la maggioranza e che per alcune scelte il Vescovo debba avere il consenso del consiglio presbiterale.

La nuova sinodalità, quindi, procede. Il cardinale Grech, dichiarando chiuso il sinodo, aveva aggiunto che la sinodalità continuerà in una fase di applicazione di quanto emerso dalle assemblee sinodali per confluire nella Grande assemblea universale del 2028. Procede, ma come? Da un lato continua in modo sregolato e avventuroso, dall’altro continua tendendo verso un consolidamento giuridico in un nuovo Codice di Diritto canonico. Le due modalità non sono in contrasto tra loro, come si potrebbe pensare, se si considera cosa la nuova sinodalità sia nella sua natura, ossia ascolto di svariate esigenze dal basso non assimilate in un quadro teologico definito e prassi che progressivamente ne attui dapprima alcuni aspetti più leggeri e accettabili per poi passare a quelli di maggiore impatto rivoluzionario.

In modo “sregolato e avventuroso”, dicevamo. In nome della sinodalità il vescovo di Anversa annuncia che ordinerà preti sposati entro il 2028. La Conferenza episcopale spagnola ha iniziato ufficialmente un percorso di realizzazione della nuova sinodalità dagli esiti imprevedibili e senza attendere la Relazione della Commissione canonistica di cui ci stiamo occupando. Al Simposio internazionale "Dare forma alla sinodalità in Europa: dalla visione alla tabella di marcia", tenutosi in Austria dal 14 al 17 settembre scorso, si è detto che le Chiese locali non devono aspettare Roma. I vescovi tedeschi sono in attesa delle decisioni della Santa Sede sulla loro “Conferenza sinodale” (con sacerdoti e laici in numero paritetico) che dovrebbe governare l’intera Chiesa della Germania e che per ora è in stand-by. Il cardinale Walter Brandmüller ha interpretato questo “vedremo” di Leone XIV come una volontà di fermare il processo, ma la cosa può essere intesa anche al contrario, come l’attesa dei tempi giusti per promuoverlo. Sempre per la sinodalità i vescovi tedeschi avevano chiesto l’indulto che permettesse ai laici di tenere l’omelia durante la messa, non l’hanno ottenuto da Roma e molti di essi hanno dichiarato di procedere ugualmente, come Mons. Peter Kohlgraf, vescovo di Magonza.

La nuova sinodalità è questo, uno scoppiettio continuo di salti in avanti, di prassi nuove, di protagonismi avventurosi, di cambiamenti decisi prima di essere adeguatamente pensati, di invenzioni pastorali creative, di processi che anticipano la loro configurazione giuridica. Questa arriverà, prima o poi, ma sarà sempre in ritardo, come le riforme ora proposte dalla Commissione canonistica, troppo timide rispetto ai livelli raggiunti dal processo sinodale nella prassi. Il nuovo Prefetto del Dicastero per i Testi legislativi, l’arcivescovo australiano Anthony Randazzo, in una intervista recente su Vox canonica, ha detto che la sinodalità non è un modo per scalzare la tradizione canonistica e non è una realtà nuova nella Chiesa. Confidiamo nel suo primo auspicio, ma sulla seconda valutazione abbiamo qualche dubbio.

La novità c’è, a nostro parere, perché nella nuova sinodalità la prassi tende sistematicamente ad anticipare l’evoluzione della dottrina che ad essa deve affannosamente adeguarsi, alimentando un diffuso sentimento di apertura disponibile al nuovo, assieme ad un corrispondente spirito contrario all’antico. Questo spirito spinge in avanti comunque, perché si ritiene conforme alle esigenze di una partecipazione non meglio specificata espresse dai “segni dei tempi”, e senza saper bene dove arrivare, perché carente di dottrina che possa illuminare il percorso anziché nascere da esso.







Lo pseudo-messianismo del sentimentalismo nella pastorale




La cura pastorale prima dell’Amoris Laetitia cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.


Divorziati-risposati




di Mons. Marian Eleganti, 30 sett 2026

Ora tutto ruota intorno alla vicinanza, non alla verità.

Mentre la cura pastorale prima di Amoris Laetitia, nel suo rapporto con le persone divorziate e risposate, cercava principalmente l’obiettività e il legame tra verità e amore, la Chiesa sinodale opera con un vocabolario prevalentemente sentimentale che contribuisce ben poco a chiarire oggettivamente la situazione di queste persone secondo criteri sacramentali-teologici e canonicamente giusti.

L’enfasi è posta unicamente sulla vicinanza, l’accompagnamento e l’apprezzamento (una parola abusata) di queste coppie da parte dei rappresentanti della Chiesa, non sulla loro missione di guidarle nella verità.

Domanda: cosa dovrei effettivamente apprezzare del peccatore, ad esempio, del rapinatore di banche, dell’adultero, del ladro o dell’autore di violenza? Posso amare il peccatore (essere ben disposto nei suoi confronti, cioè augurargli la salvezza), certo, pur condannando al contempo il suo peccato senza compromessi.

Ma come funziona l'”apprezzamento” in questo contesto? Devo forse chiedere a un giudice, che deve giudicare un crimine, di apprezzare il colpevole? Non sarebbe puro sentimentalismo, inutile rispetto al compito da svolgere? Il paragone è imperfetto, ma dimostra che questa categoria di apprezzamento semplicemente non è una priorità in certi contesti.

Perché non è questo il punto della questione se un matrimonio sia valido o meno (l’apprezzamento). Le coppie divorziate e risposate dovrebbero riscoprire la fiducia, riconoscersi come parte della comunità e sperimentare la misericordia di Dio, secondo una linea guida della Chiesa sinodale.

Domanda: è irrilevante se vivono in adulterio o meno? Trasmettere loro la misericordia di Dio significa riconoscere incondizionatamente o almeno tollerare la loro seconda unione, anche se esiste un vincolo matrimoniale indissolubile che lo contraddice? Perché Gesù non ci ha guidato in questa pratica?

Invece, rifiuta la pratica (presumibilmente misericordiosa) del divorzio di Mosè e, con grande disappunto dei suoi discepoli, inasprisce il divieto di divorzio!

Il ricordo di questi eventi rischia di ritraumatizzare queste coppie, poiché le persone coinvolte potrebbero sentirsi nuovamente ferite ed escluse, dopo aver già sperimentato l’abbandono e la sofferenza nella separazione dal proprio coniuge (vedi la guida citata in precedenza)?

Quanto più il linguaggio è sentimentale, tanto maggiore è il sospetto che posizioni dottrinali incrollabili vengano vaporizzate e ammorbidite facendo appello alle lacrime. Non è una novità. La parola “misericordia” è stata spesso usata impropriamente come una fionda per colpire gli occhi dell’osservatore o del lettore. Le parole hanno un effetto immediato. Solo a un esame più attento si comprende ciò che la semantica oscura.

La durezza della verità non è più tollerata né affrontata nella Chiesa sinodale, anche se ci rende liberi (Gv 8,32). Viene rifiutata e condannata dal sentimentalismo.

Familiaris Consortio
è quindi una notizia superata (troppo dura).

Amoris Laetitia è una notizia attuale (misericordiosa).

L’ufficio magisteriale della Chiesa sinodale inizia con Francesco, con una nuova ora zero. Il tempo (il processo) è più grande dello spazio (le posizioni dottrinali). Perciò, l’investimento si concentra sul processo (la revisione della dottrina), sul sentimento, sulla vita, non sulla verità, che tuttavia rimane. Quest’ultima è come una spada che la Chiesa sinodale preferisce avvolgere nel cotone idrofilo e riporre finché non venga colui che la brandisce in bocca (Ap 1,16; 2,12; 2,16; 19,15; 19,21).

Apocalisse 1:16 – Nella prima visione di Cristo:

“Dalla sua bocca uscì una spada affilata a doppio taglio.”

Apocalisse 2:12 – Nel messaggio alla chiesa di Pergamo:

«Così parla Colui che porta la spada affilata a doppio taglio».

Apocalisse 2:16 – Cristo annuncia:

“Altrimenti, verrò presto e li combatterò con la spada che uscirà dalla mia bocca.”

Apocalisse 19:15 – Cristo come cavaliere della fine dei tempi:

«Dalla sua bocca è uscita una spada affilata; con essa colpirà le nazioni».

Apocalisse 19:21 – Conclusione della scena della battaglia:

“Gli altri furono uccisi con la spada che usciva dalla bocca del cavaliere”.







A proposito di Messa antica, smettiamola di parlare di sensibilità


Smettiamola di parlare di sensibilità e abbiamo il coraggio 
di dire che ci sentiamo di avere scelto “la parte migliore”




di Peter Kwasniewski

“Ho sempre trovato estremamente irritante l'idea che io semplicemente "preferisca" la Messa tradizionale e che si debba portare rispetto ai miei "sentimenti" solo perché vi sono "legato".

Non fraintendetemi: credo che non si debbano calpestare i sentimenti legittimi altrui; che si debbano rispettare le preferenze, purché compatibili con la legge divina; e sì, che si debba coltivare un profondo attaccamento a tutto ciò che è buono.

Tuttavia, questo è solo un aspetto della questione. L'altro aspetto riguarda una scelta razionale, oggettiva e difendibile a favore di ciò che è buono o superiore: una scelta non riducibile a sentimenti soggettivi e, di conseguenza, non soggetta a quel comando perentorio e brusco: "Mettiti da parte i sentimenti e allineati".

Il Dott. Michael Rayes ne parla qui:

«È in corso una battaglia per la stessa mentalità cattolica. Riqualificando la sacra Tradizione come una questione di "sentimenti", "attaccamento" e preferenze personali, la Chiesa moderna ha spostato il campo di battaglia dalla dottrina alla psicologia. Si tratta invece di una guerra sul modo in cui i cattolici comprendono, difendono e trasmettono la Fede alle generazioni future. Se la Tradizione diventa facoltativa, l'identità cattolica stessa diventa negoziabile”.








giovedì 1 ottobre 2026

Il cortocircuito papale e l’immortale esempio della martire Elisabetta



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by Aldo Maria Valli 01 ott 2026


di Carlo Foresti



Caro Valli,

domenica scorsa, parlando con il mio caro amico Gianni, ci siamo trovati a commentare le notizie giunte in questi giorni da Parigi in occasione della recente visita pastorale di papa Leone XIV.

È stato proprio Gianni a farmi notare con estrema lucidità il clamoroso cortocircuito ideologico che si è consumato sotto gli occhi di tutti.

Vedere il pontefice romano spendere parole di calorosa esaltazione per i cosiddetti “valori della Rivoluzione francese” – cercando una pretestuosa e impossibile riconciliazione tra il Vangelo e gli ideali del 1789 – rappresenta già di per sé un cortocircuito concettuale di non poco conto.

Ma la contraddizione si fa palese e quasi insopportabile se si considera che, negli stessi giorni e nella medesima città, il papa si è recato in visita al Carmelo dell’antico Couvent des Carmes. Ovvero in quel luogo sacro dove, nel settembre del 1792, si consumò uno dei più feroci e sistematici massacri della storia moderna, in cui centinaia di vescovi, sacerdoti e religiosi vennero letteralmente macellati da folle fanatiche per il solo fatto di aver rifiutato il giuramento scismatico della Costituzione civile del clero.

Come sia possibile conciliare l’elogio dell’ideologia che armò la mano di quei carnefici con la venerazione delle vittime che da quell’ideologia vennero trucidate, resta un mistero che solo la ginnastica mentale del liberalismo ecclesiale può pretendere di giustificare.

Ma se si vuole davvero comprendere quale fosse la vera natura di quella “libertà” e di quella “fratellanza” sbandierate dai club giacobini – e al tempo stesso dove risplendesse la vera nobiltà dell’animo umano redento dalla Grazia -, occorre distogliere lo sguardo dalle edulcorate ricostruzioni di maniera e fare memoria. Perché sopra l’orrore delle carrette, del fango e del sangue versato in nome della Dea Ragione, si erge un episodio d’ineffabile bellezza spirituale, capace di illuminare la notte più buia del Terrore: la fine terrena della principessa Elisabetta di Francia, la sorella minore del re Luigi XVI, nota a tutti semplicemente come Madame Élisabeth.

Rifiutato l’esilio per rimanere accanto alla famiglia reale nei momenti della prova, Elisabetta condivise la durissima prigionia del Tempio, trasformando la propria cella in un monastero di preghiera e di offerta vittimale. Trascinata il 10 maggio 1794 davanti al Tribunale rivoluzionario con accuse grottesche, venne condannata alla ghigliottina insieme ad altre ventitré persone, tra cui nobili, dame di corte e funzionari, sopraffatti dal terrore e dallo sconforto.

È in quel tragico tragitto verso la Place de la Révolution che la carità cristiana compì il suo prodigio.

Elisabetta, dimentica di sé stessa e della propria sorte, si trasformò sul carretto della morte in un angelo di consolazione. Parlò a ciascuno dei suoi compagni di condanna, richiamando alla loro mente la gloria del Cielo, la Misericordia di Dio e il valore redentivo della sofferenza. La sua serena e incrollabile Fede infuse un tale coraggio nei condannati che la disperazione cedette il passo a una maestosa e composta dignità.

Giunti al patibolo, si assistette a una scena che commosse persino le guardie e la plebe aizzata: prima di salire la scaletta della ghigliottina, ognuno dei ventitré condannati volle rendere omaggio alla principessa. Gli uomini le fecero un profondo inchino, le dame le fecero una riverenza; ciascuno le baciò la mano o la guancia, chiedendole la benedizione e scambiando con lei un ultimo sguardo di pace.

Elisabetta, salda e sorridente, rispose a ciascuno con parole di speranza: “Andate in pace, ci rivedremo presto in Paradiso”.

Fatta posizionare volutamente per ultima dal boia affinché assistesse all’esecuzione di tutti i suoi compagni, Elisabetta vide cadere ad uno ad uno i suoi amici, pregando per l’anima di ciascuno di essi mentre la lama scendeva. Quando fu il suo turno, salì il patibolo con la serenità di chi si appresta a un corteo nuziale, offrendo la propria vita per la salvezza della Chiesa e della Francia.

Ecco, Santità, dove risplende la vera grandezza: non nei proclami astratti di una rivoluzione che ha seminato la morte e profanato gli altari, ma nell’eroismo d’amore di chi ha saputo trasformare un patibolo giacobino in una porta d’accesso al Cielo.

Sarebbe ora che il Successore di Pietro la smettesse di rincorrere i miti secolari del 1789 e tornasse a proporre ai fedeli l’esempio limpido e intransigente dei martiri e dei santi.






«Senza precedenti». Risarciti con 200.000 dollari gli eredi di un bimbo abortito



(Imagoeconomica)

La causa era stata fatta dalla madre alla clinica dove, senza il suo assenso, era stato praticato l’aborto

Stati Uniti


Federica Di Vito, 30 settembre 2026 

La vicenda giudiziaria si è svolta nello Stato del Nuovo Messico (Usa) con la causa Wabbington v. Boyd, promossa contro la clinica abortiva Southwestern Women’s Options gestita dai medici Curtis Wayne Boyd, Emily Cohen e Carmen Landau. La madre si era presentata nella struttura in evidente stato di alterazione da metanfetamine. Nonostante il personale fosse a conoscenza della sua storia di tossicodipendenza e dello stato di intossicazione acuta - condizione che rende legalmente impossibile esprimere un valido consenso informato -, la clinica ha eseguito un aborto indotto alla 26ª settimana di gravidanza (circa sei mesi e mezzo di gestazione), quando il bambino - che nei documenti processuali è indicato in modo neutro come «Baby Wabbington» o «infante», senza menzionare il sesso - avrebbe potuto sopravvivere.

Oltre a non aver informato la donna su programmi di supporto per la disintossicazione né su opzioni alternative, la clinica è stata accusata di pratiche commerciali scorrette: la struttura si era impegnata a trasferire il corpo del piccolo a un'agenzia funeraria, ma i resti sono stati invece smaltiti tra i rifiuti medici. Profondamente pentita, la madre ha promosso l’azione legale sia a proprio titolo sia in rappresentanza dell’asse ereditario del concepito. L’avvocato della famiglia, Mike Seibel, ha notato che «l’industria dell’aborto ha approfittato della condizione vulnerabile della madre per profitto […]. Hanno fatturato il contribuente tramite Medicaid [il programma pubblicato degli USA che offre copertura sanitaria gratuita o a basso costo alle persone e alle famiglie con reddito e risorse limitate, n.d.r.] per una procedura che tipicamente costa decine di migliaia di dollari».

La causa si è conclusa con un accordo economico di 200.000 dollari destinati al patrimonio del nascituro, stabilendo così un precedente storico nel riconoscere il concepito come persona. Applicando il Wrongful Death Act (legge statale sulla morte ingiusta) del Nuovo Messico, la vertenza ha definito Baby Wabbington come «persona» ai sensi della legge statale, riconoscendogli il diritto alla pari tutela giuridica. Come evidenziato dall’avvocato Seibel, attribuire al concepito la titolarità di diritti e di un patrimonio ereditario costituisce una tappa fondamentale verso il pieno riconoscimento della personalità giuridica del nascituro. È stata un’altra vittoria per l’avvocato specializzato in malasanità Mike Seibel e per il suo co-difensore Justin Hall, che gestiscono entrambi il sito web AbortionInjury.com, una piattaforma che funziona come risorsa per l’avvio di contenziosi legali contro strutture abortive in casi di negligenza o violazioni delle norme sanitarie e procedurali.

L’avvocato della famiglia ha inoltre evidenziato la palese incoerenza di un sistema normativo in base al quale «puoi ottenere un risarcimento per la morte di un bambino non nato, ma puoi comunque ucciderlo», sempre a norma di legge. Del resto, la scienza conferma da tempo ciò che la cultura dominante tenta di ignorare: autorevoli studi dimostrano come il figlio non ancora nato manifesti persino precoci segnali di «coscienza». Si tratta di un tema cruciale che abbiamo affrontato dettagliatamente proprio lo scorso marzo sulle nostre pagine (qui per abbonarsi) attraverso il contributo dello scienziato Carlo Bellieni. Alla luce di queste evidenze, la storica sentenza del Nuovo Messico, non fa che recepire un dato di fatto oggettivo: il bambino non ancora nato è, fin dal primo istante, uno di noi. Quel bambino siamo stati tutti noi, e nessuno può arrogarsi il diritto di concedere più o meno dignità una vita che deve ancora nascere.






Lo sguardo di Marie-Garance




La piccola disabile benedetta sugli Champs-Élysées diventa il volto del viaggio del Papa in Francia. Dietro la foto, una famiglia cattolica con dieci figli, quattro adottati con gravi patologie, e una rete di amici che si aiuta a fare i genitori (non i volontari)

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Di Caterina Giojelli, 30 settembre 2026

Marie-Garance ha undici anni. L’hanno appena alzata dalla carrozzina dove stava rannicchiata vicino ai suoi genitori e ai fratelli, nel settore per i disabili, e per qualche secondo galleggia sulla marea acclamante degli Champs-Élysées, sospinta “di mano in mano” fino alle braccia di un gendarme vaticano e da lì innalzata verso Leone XIV. La bambina non parla – come potrebbe? Nemmeno cammina, è affetta da una disabilità plurisistemica gravissima e viene alimentata con un sondino gastrico –, ma ha gli occhi grandi e spalancati e le guance rosse quando incontra quelli del Santo Padre, che le accarezza i capelli dolcemente benedicendola sulla fronte.

«In questa fotografia scattata da Ludovic Marin dell’AFP, la bambina e Leone XIV appaiono come soli al mondo, nonostante le 800.000 persone accorse per acclamare il pontefice», scrive 20minutes. Nelle ore successive a quel gesto inatteso – il papa aveva già benedetto molti bambini e la processione doveva proseguire, ma all’improvviso si è fermato di nuovo per Marie-Garance, ha raccontato padre Jean-Baptiste Arnaud, direttore della facoltà di Notre-Dame del Collège des Bernardins, presente con altri sacerdoti in Place de la Concorde: era stata la folla a spingere Marie-Garance e poi anche la sorellina Pépa verso di lui –, le foto scattate quel 26 settembre hanno fatto il giro del mondo.

Una Pietà dei tempi moderni

Su X, il conduttore e giornalista svizzero di LCI Darius Rochebin ha commentato: «”Et le Verbe s’est fait chair”. La commovente bellezza di questa immagine. Che si sia cristiani o meno, è il richiamo alla tradizione specifica dell’Incarnazione: Dio in ogni persona umana». Dominique Schelcher, amministratore delegato del gigante dei supermercati Système U, ha definito lo scatto «una sorta di Pietà dei tempi moderni. L’avete già vista qui. È senza dubbio l’immagine più significativa di questi ultimi giorni. Forse già la foto dell’anno. Impossibile rimanerne indifferenti. Colpisce dritto al cuore. Dice molto su ciò di cui la nostra umanità ha bisogno».

«La civiltà dell’amore al prossimo. Marie-Garance, non dimenticheremo mai quello sguardo», ha commentato l’ex ministra socialista Ségolène Royal. Lo scrittore Marius Jauffret ha evocato una «bellezza portata ad altre galassie» e il regista Steven Gunnell ha tirato le somme: «Una vita non ha bisogno di essere perfetta per essere infinitamente preziosa. Non ha neppure bisogno di parlare per insegnarci qualcosa».

La bambina dello Stato

Fino al 2016 Marie-Garance non era che una pupille de l’État: una bimba affidata alla tutela dello Stato da genitori biologici impossibilitati a sostenere il peso delle cure di cui aveva bisogno. Un «prodotto di scarto» per le metriche dell’utilitarismo contemporaneo, ma un tesoro prezioso per Clotilde e Nicolas Noël, una coppia cattolica con sei figli biologici (Côme, Baudoin, Tiphaine, Marin, Philippine e Brune) che nel 2013 aveva deciso di fare spazio a Marie, una bimba con la sindrome di Down.

Dopo Marie-Garance, adottata a 16 mesi, sono arrivati Frédéric-Moïse, affetto da un disturbo cerebellare, e Pépa Theresa, pure lei con una grave patologia e pure lei benedetta dal Papa. Quattro adozioni, tutte di bambini che la sanità e le statistiche classificano sotto la voce «casi gravissimi». Dieci figli in tutto, di cui quattro presi dalle corsie degli ospedali.

Una benedizione per tutti


Intervistata da BFM TV, Clotilde Noël ha parlato di «miracolo», raccontando come sabato scorso una piccola folla intorno a loro si fosse mossa all’improvviso chiedendo aiuto ai volontari per portare avanti Marie-Garance e Pépa, «tutto è avvenuto in tempi brevissimi: questa è la forza del gruppo, la capacità di mostrare al mondo ciò che è rimasto nascosto per anni». Al mondo, sì, perché quella foto di Leone XIV che benedice la bambina è diventata virale ed è impossibile non vederci «una benedizione fatta a tutte le persone fragili attraverso Marie-Garance. Non è solo la nostra famiglia a riceverla, è tutto un popolo, un’intera umanità messa da parte da così tanti anni». E ancora: «Ho avuto l’intensa percezione spirituale che questo gesto fosse anche per la madre e il padre biologici di Marie-Garance. Senza di loro, che le hanno dato la vita, questo miracolo non ci sarebbe stato».

Un papa che guarda una bimba che negli occhi ha tutta la storia del mondo, di chi l’avrebbe scartata, di chi l’ha tenuta e di chi se n’è preso cura riconoscendola come un miracolo, lo stesso riconosciuto da Emmanuel Mounier nella figlia Françoise, nel mistero del suo dolore. Da questo traboccare di vita è nata l’associazione Tombée du Nid («Caduta dal nido»), fondata dai Noël dopo la pubblicazione del libro in cui Clotilde raccontava la prima adozione, che oggi cammina fianco a fianco con la Fondazione Jérôme Lejeune per aiutare e accompagnare le famiglie che scoprono la disabilità di un figlio o che vogliono percorrere la strada impervia dell’adozione speciale. Nel frattempo, la coppia ha pure trovato il tempo di fondare una scuola negli Yvelines, la Saint-Philippe-Néri.

Genitori, non volontari

Non è una vita da volontariato: «I nostri figli hanno capito subito che non ci stavamo iscrivendo a un’iniziativa umanitaria, ma a un percorso di genitori» ha spiegato Clotilde. Le degenze in ospedale per Marie-Garance possono durare tre settimane di fila. La bambina prende farmaci continui e viene alimentata via gastrostomia. «Ma la mia priorità resta fare la madre. Il mio posto è a casa e lo amo», raccontava tre anni fa la donna ad Aleteia, ricordando che curare un figlio disabile significa prendersi cura di tutti gli altri, del matrimonio senza il quale nulla starebbe in piedi, degli amici e, soprattutto, di una fede immensa.

«Quando abbiamo deciso di intraprendere il percorso dell’adozione, ho compreso appieno la frase: “Ti ho chiamato per nome” (Is 43, 1). Era come se Dio mi dicesse: “Ti chiamo. Sei colui che ho scelto”. Ho accettato di dovermi fidare di Lui e ricevo grazie incredibili. Una volta che dici “sì” a Dio, tutto accade naturalmente. Non ci abbandona mai». «I nostri cuori di madri sono tutti collegati. Santa Ildegarda di Bingen diceva che siamo tutti connessi». «Quando Marie-Garance sta male, le appoggio sul corpo una reliquia di Madre Teresa che mi ha regalato un sacerdote amico. La porto sempre anche in ospedale. I santi lavorano per noi, sarebbe un peccato non approfittarne».

Il giorno dopo, a Lourdes, davanti ai malati dell’Accueil Notre-Dame, Leone XIV ha detto che «la persona umana è degna per il solo fatto che esiste ed è destinata all’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute». Lo ha detto in un Paese che ha da poco approvato il diritto all’aiuto a morire, e lo ha detto ai malati: «Nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». Sugli Champs-Élysées, il giorno prima, quella frase aveva già un volto: una bambina che non parla, portata di mano in mano perché il mondo la guardasse in faccia.