mercoledì 7 ottobre 2026

«La crisi della fede? Frutto di quella della famiglia»



(Imagoeconomica/IA)

Un nuovo report statunitense conferma lo stretto legame tra la “cellula fondamentale della società” e la religiosità: quando una soffre l’altra sta peggio. E quando una tiene, l'altra fa altrettanto. La parola ai dati

Sociologia


Giuliano Guzzo, 06 ottobre 2026 

La crisi della fede è strettamente legata a quella del matrimonio, che però non viene rifiutato frontalmente bensì rinviato: fino a quando poi è troppo tardi. È la diagnosi che attraversa le dense pagine di The State of Marriage and the Family in the United States, il report curato da J.P. De Gance e Jared Smyth per il decennale di Amoris laetitia. Il documento – che fotografa gli Stati Uniti, ma offre spunti validi anche per noi - poggia su due indagini assai vaste su campioni di fedeli praticanti - 19.000 nel 2023, oltre 16.000 nel 2024 -, su ricerche condotte con Harvard e l’Institute for Family Studies e sui dati federali. Ne esce il ritratto di un’istituzione che conserva il suo prestigio ideale ma perde la sua funzione sociale ordinaria. E di una Chiesa che, secondo gli autori, ne sta pagando il prezzo. L’America è arrivata per la prima volta a una maggioranza di adulti non sposati. E ci sono anche altri indicatori che fanno preoccupare, tra i quali uno - assai eloquente - per la Chiesa.

Nel 2023, infatti, i funerali cattolici sono stati 401.654: quasi quattro volte i matrimoni. Nello stesso mezzo secolo i cattolici americani sono passati da 54 a 75 milioni: la comunità è cresciuta, ma il sacramento si è ridotto a un quarto. Con una fecondità di 1,57, osserva il report, ogni 200 persone di questa generazione ne lasciano circa 157 nella prossima. E oltre la metà dei ragazzi arriva a 17 anni senza un padre e una madre sposati in casa. La spiegazione più comoda sarebbe quella economica: salari incerti, case care, precarietà. Il report in realtà non la scarta (dove ci sono più uomini single con un lavoro ci si sposa di più), ma osserva che il calo è proseguito sia nelle recessioni sia negli anni di boom, e ha toccato anche le laureate, scese dal 76% al 58% di sposate tra il 1960 e il 2022. A cambiare - secondo gli autori di The State of Marriage and the Family in the United States - è stata soprattutto una soglia culturale. Nel 1970 lo sposo medio aveva 23 anni, raramente possedeva una casa e costruiva il resto dopo le nozze. Oggi ne ha 30 e sei su dieci sono proprietari. Il matrimonio è passato da «pietra angolare» a «coronamento»: non più il mezzo con cui due persone costruiscono una vita, ma il premio per averla già sistemata.

I genitori rafforzano questa sequenza. Secondo il Pew Research Center, l’88% considera molto importante che i figli siano economicamente indipendenti, appena il 21% che si sposino. «I nostri figli», osserva il report, «fanno esattamente ciò che ci aspettiamo da loro». Tre fenomeni completano il quadro. Il primo è il divario di classe. Il crollo nuziale, infatti, risulta molto più ripido tra i ceti popolari che tra i laureati; il matrimonio rischia così di diventare un bene di lusso, con effetti a cascata su stabilità dei figli e mobilità sociale. Il secondo luogo, c’è la quella che si potrebbe chiamare «recessione degli appuntamenti». Tra i 22 e i 35 anni appena il 31% frequenta attivamente qualcuno. Le app trasformano le relazioni in beni di consumo - in media per un match si scorrono 34 profili - e gli studenti universitari le stanno abbandonando.

Infine, pesa il fenomeno della solitudine nascosta. Le persone più sole in chiesa la domenica non sono gli anziani o le vedove, ma i non sposati sui trent’anni, un gruppo che in qualsiasi generazione precedente sarebbe stato piccolo. Il desiderio nuziale, però, resiste. Nel 2023 il 61% delle ragazze all’ultimo anno di liceo diceva di volersi sposare un giorno, contro l’83% del 1993; tra i ragazzi la quota è rimasta quasi invariata. È un calo vistoso. Secondo il report gli americani non hanno rifiutato il matrimonio: hanno perso i modelli, i percorsi e la fiducia per arrivarci. Anche dentro le chiese il benessere è meno solido di quanto appaia. Tra un quinto e un quarto degli sposati praticanti dice di essere in difficoltà. Le mogli lo segnalano il 62% più spesso dei mariti, e circa il 70% dei divorzi è chiesto dalle donne: molti uomini, conclude il report, non sanno che il loro matrimonio è in pericolo.

A questo punto una domanda sorge spontanea: è la crisi della fede ad alimentare quella della famiglia o viceversa? Su questo report offre una risposta netta: «la crisi della famiglia ha preceduto la crisi della fede e continua ad alimentarla». Il riferimento è qui Mary Eberstadt che, nel suo noto How the West Really Lost God (2013), sostiene che in Occidente la crisi familiare abbia preceduto e provocato quella religiosa. Le prove portate sono effettivamente di peso:

- l’83% dei cattolici alla Messa domenicale è cresciuto con genitori sposati (il 66% tra i protestanti praticanti);

-l’88% dei sacerdoti ordinati nel 2026 viene da famiglie intatte;

-chi aveva un ottimo rapporto con entrambi i genitori ha il 76% di probabilità in più di andare in chiesa ogni settimana da adulto e il 97% in più di credere in Dio;

Secondo gli autori, la pratica dei genitori, un legame affettivo caldo e un matrimonio stabile contano più della catechesi, delle scuole cattoliche o della pastorale giovanile. Sono dati difficili da ignorare. Ma dimostrano un legame forte, non in modo inoppugnabile e definitivo la sua direzione. Ci sono infatti delle obiezioni a questa lettura; per l'esattezza, almeno tre. La prima è la causalità inversa: le famiglie credenti si sposano di più e divorziano di meno; il report stesso lo documenta, con un rischio di divorzio inferiore del 30-50% per le coppie che pregano insieme. Che l’83% dei praticanti venga da genitori sposati può significare che la famiglia stabile genera – o quanto meno favorisce - fede. Ma può anche voler dire che la fede dei genitori ha prodotto insieme il matrimonio stabile e la fede dei figli.

Una seconda considerazione che si può tener presente è quella del confronto. Il report, infatti, accosta l’83% al 18% di famiglie con genitori sposati e figli minori. I due dati però misurano cose diverse: il secondo conta tutte le famiglie, comprese quelle senza figli. Il paragone corretto da fare con la quota di figli cresciuti da genitori sposati, che lo stesso documento colloca intorno alla metà. Lo scarto resta ampio e significativo, intendiamoci, ma meno drammatico di quanto suggerisca l’accostamento. Infine, non si può scartare l’obiezione della causa comune. Una consolidata tradizione sociologica legge infatti entrambi i declini - di fede e famiglia - come effetti di una stessa trasformazione: l’individualizzazione, il primato della realizzazione personale, la separazione tra sessualità, matrimonio e procreazione.

Il report riconosce i segni di tutto ciò quando parla di «mentalità contraccettiva» e di aspettative materiali. In questa lettura famiglia e fede non si trascinano a vicenda: cedono insieme alla stessa pressione. La formula più onesta è forse quella della stessa Eberstadt, che parla di una «doppia elica»: famiglia e fede si sostengono a vicenda e, quando una si indebolisce, l’altra perde il suo appoggio. Il report contiene indizi in entrambe le direzioni. Tra i giovani sposati praticanti crescono apertura alla vita e fedeltà all’insegnamento sulla contraccezione, mentre tra i cattolici non praticanti no: qui è la fede a modellare la famiglia, non il contrario. La tesi più ottimista del report è che il declino sia frutto di «trascuratezza, non di inevitabilità». L’85% delle chiese americane non spende nulla per la pastorale del matrimonio. Solo il 23% dei parroci cattolici offre qualcosa agli sposi novelli, eppure le separazioni si concentrano nei primi cinque anni.

Dove si è investito, come nell’arcidiocesi di Kansas City in Kansas tra il 2022 e il 2025, il report segnala una frequenza domenicale cresciuta del 23% nelle parrocchie coinvolte. Anche qui, però, è opportuno restare cauti. Si tratti infatti di dati raccolti dall’organizzazione che lo gestisce, senza gruppo di controllo e negli anni della ripresa dopo il Covid. Le indagini Communio, inoltre, intervistano solo chi frequenta ogni settimana: chi ha lasciato la Chiesa, magari dopo una separazione, resta fuori dal quadro. Tuttavia, questa interessante indagine una cosa la conferma in modo molto chiaro: matrimonio e fede, negli Stati Uniti (ma sappiamo che le cose non sono tali solo lì), viaggiano insieme. E il matrimonio non è stato rifiutato: è stato rinviato, fino a diventare per molti irraggiungibile. Che la famiglia sia la causa della crisi religiosa o il suo primo sintomo, la conclusione pratica è in fondo la stessa. Una Chiesa che vuole trasmettere la fede non può smettere di occuparsi delle coppie il giorno dopo le nozze; e non può neppure occuparsene – viene da aggiungere - solo quando il matrimonio è già all’orizzonte.






Vescovo Mutsaerts: «Questa non è sinodalità. È teologia del fatto compiuto»



Rob Mutsaerts,Vescovo ausiliare 
della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch (Olanda)


7 ottobre 2026



+Rob Mutsaerts

Le tattiche ingannevoli della Rivoluzione Silenziosa

In duemila anni la Chiesa cattolica ha vissuto praticamente tutto ciò che può capitare a un’istituzione: papi malvagi, vescovi corrotti, eresie, scismi, rivoluzioni, persecuzioni, monasteri decadenti, ecclesiastici dissoluti e teologi che volevano essere così originali da arrivare al punto in cui, alla fine, solo loro stessi capivano ancora cosa intendessero dire.

Eppure la Chiesa è ancora in piedi. Non perché i cattolici siano sempre stati saggi. Sarebbe un’ipotesi storica piuttosto azzardata. La Chiesa è sopravvissuta perché si è verificato ripetutamente un fenomeno singolare: dopo il fumo, le dispute e le acrobazie intellettuali, l’ortodossia cattolica si è rivelata straordinariamente tenace. Ario scomparve, Nicea rimase. I catari scomparvero, il Credo rimase. Il giansenismo, il modernismo e decine di altre mode sorsero come il futuro e finirono come note a piè di pagina. Il cattolicesimo ha una prova del nove piuttosto semplice: la continuità. Da qui l’importanza della Tradizione, del patrimonio di fede tramandato.

Ciò non significa che nulla possa mai cambiare. La liturgia si è evoluta, il diritto ecclesiastico è cambiato, le discipline ecclesiastiche sono state modificate, le formulazioni teologiche sono state perfezionate. Una quercia, dopo cinquecento anni, ha un aspetto diverso da quando era una ghianda. Ma quando da quella ghianda cresce improvvisamente un tulipano, «evoluzione» non è più la parola giusta. È proprio qui che risiede il problema dell’attuale crisi ecclesiastica. Perché non è in atto alcuna spettacolare presa d’assalto del Vaticano. Innanzitutto, la dottrina rimane la stessa. La formula ecclesiastica moderna recita più o meno così: «La dottrina naturalmente non cambia, ma il nostro approccio pastorale deve cambiare». Sembra rassicurante. Finché la pratica pastorale non comunica per anni esattamente l’opposto della dottrina che si suppone sia rimasta immutata.

Prendiamo la Germania. Il «Cammino sinodale» tedesco non ha parlato solo di riforme amministrative o di un migliore controllo sul potere episcopale. All’ordine del giorno ufficiale figuravano la sessualità, l’omosessualità, la posizione delle donne negli uffici ecclesiastici e la struttura dell’autorità ecclesiastica. Nel 2023 il «Cammino sinodale» ha addirittura adottato una risoluzione in cui si chiedeva l’istituzione di cerimonie di benedizione ufficiali, tra l’altro, per coppie omosessuali e risposate, complete di forme liturgiche da sviluppare.

Anche Roma stessa ha riconosciuto il problema. Nel 2022 la Santa Sede ha dichiarato espressamente che il «Cammino sinodale» tedesco non era autorizzato a imporre nuove forme di governo o nuovi orientamenti in materia di dottrina e morale, poiché ciò avrebbe potuto costituire una «ferita per la comunione ecclesiale» e una minaccia per l’unità della Chiesa. È una dichiarazione piuttosto forte. Quando Roma deve ammonire pubblicamente un processo guidato dai vescovi affinché non introduca una nuova morale, evidentemente non si tratta solo di un caso isolato.

E nel frattempo il processo va avanti. Nell’aprile 2025, i rappresentanti della Conferenza Episcopale Tedesca e dello ZdK hanno pubblicato una guida in cui veniva espressamente incoraggiata la pratica della benedizione per i divorziati risposati, le coppie di ogni orientamento sessuale e altre coppie non sposate in chiesa. E ancora una volta: «Non è la vecchia dottrina a essere sbagliata», ma «noi accompagniamo le persone». Non: «La morale cambia». Questa è «vicinanza pastorale». Chi solleva obiezioni si vede quindi rapidamente attribuire il curioso ruolo di fariseo. L’innovatore possiede l’amore; il cattolico ortodosso possiede, a quanto pare, solo il codice di legge. È una retorica particolarmente abile.

Lo stesso problema è emerso in relazione a Fiducia supplicans. Quel documento del 2023 si attiene formalmente ed esplicitamente alla dottrina cattolica sul matrimonio. Afferma addirittura che le unioni omosessuali non devono essere confuse con il matrimonio e che le benedizioni in questione non devono assumere una forma liturgica simile a quella del matrimonio. Allo stesso tempo, però, permette che le coppie dello stesso sesso possano ricevere una benedizione spontanea. Bisogna essere davvero molto ingenui per pensare che gli atti simbolici non abbiano alcun significato.

Il giorno dopo la pubblicazione, il gesuita americano James Martin ha benedetto una coppia omosessuale sposata a New York, alla presenza della stampa. Formalmente si può dire: non è stato celebrato alcun matrimonio. Di fatto, mezzo mondo ha visto: due uomini che vivono come coppia ricevono insieme una benedizione da un sacerdote cattolico.

Ed ecco che riemerge quella curiosa distinzione: «Ciò che vedete non è ciò che intendiamo». A lungo andare, questa è una strategia pastorale difficile. Il linguaggio sacramentale della Chiesa consiste infatti proprio in segni visibili. Quando per anni ci viene insegnato che i gesti hanno un significato, è difficile affermare all’improvviso che una benedizione ecclesiastica debba essere compresa esclusivamente attraverso le note a piè di pagina di un documento romano.

E poi il vescovo Johan Bonny di Anversa. Nel marzo 2026 ha dichiarato di voler ordinare sacerdoti uomini sposati ad Anversa nel 2028 (dopo un periodo di preparazione estremamente breve; per il sacerdozio sono davvero necessari molti più anni). Ha persino affermato che, secondo lui, la domanda non è più se, ma quando ciò avverrà. Nel frattempo, i candidati vengono preparati, mentre per l’effettiva ordinazione rimane necessaria l’autorizzazione di Roma. Ed è proprio questo che illustra il nuovo stile di governo ecclesiastico. Prima si crea l’aspettativa. Poi si organizza la pratica. Successivamente si chiede a Roma di regolarizzare la realtà ormai consolidata. La domanda non è: «Cosa permette la Chiesa?», ma: «Cosa possiamo fare fin da ora affinché alla Chiesa risulti difficile fare marcia indietro in seguito?». Questa non è sinodalità. È teologia del fatto compiuto.

E questo ci porta a papa Francesco. Il suo pontificato ha favorito una cultura in cui l’ambiguità veniva interpretata, con notevole frequenza, in chiave progressista. La formula era sempre più o meno la stessa: la dottrina rimane intatta, ma il caso concreto è complesso; le norme permangono, ma occorre discernere; la dottrina è chiara, ma l’applicazione pastorale può variare. Di per sé, non c’è nulla di non cattolico in questo. Anche Tommaso d’Aquino sapeva che la «prudentia» deve essere applicata alle circostanze concrete. Ma quando quasi ogni eccezione va nella stessa direzione, è legittimo chiedersi se abbiamo ancora a che fare con delle eccezioni.

C’è motivo di preoccuparsi al riguardo. Perché? Leggete la storia della Chiesa. I cambiamenti ecclesiastici raramente iniziano con l’annuncio: «Da lunedì aboliamo duemila anni di tradizione cattolica». Funziona diversamente. Prima si dice che una dottrina viene «compresa» in modo errato. Poi che la terminologia è «offensiva». Successivamente che nessuno vuole cambiare la dottrina, ma che è necessario uno «spazio pastorale». Poi nascono esperimenti locali. Gli esperimenti diventano prassi. La prassi crea aspettative. Le aspettative diventano «realtà vissuta». E infine a coloro che difendono la dottrina originaria viene chiesto perché si aggrappino con tanta rigidità a una formulazione ormai superata. Questa è la rivoluzione silenziosa!

Non la negazione del dogma, ma la sua dissoluzione. Non: «Questo non è più vero», ma: «Oggi dobbiamo parlarne in modo più sfumato». Non: «Il sesto comandamento non vale più», ma: «Dobbiamo evitare di opprimere le persone con le regole». Non: «Il sacerdozio sta cambiando», ma: «Le esigenze della comunità locale richiedono nuove forme». In questo modo, una dottrina può rimanere formalmente nel Catechismo per anni, pur perdendo sempre più la sua efficacia pastorale.

A volte la Chiesa deve trovare nuove parole per annunciare la stessa verità in modo comprensibile. Ma proprio per questo la domanda decisiva non è: «C’è qualcosa che cambia?». La domanda è: «Ciò che cambia è riconoscibile come sviluppo organico di ciò che l’ha preceduto, oppure c’è una rottura con il passato?». Ecco perché la continuità non è un hobby dei nostalgici. È un criterio cattolico. La domanda cattolica non è mai solo: «È accogliente?», «È inclusiva?», «Funziona dal punto di vista pastorale?». La domanda decisiva rimane: «È la stessa fede che abbiamo ricevuto?». La fede di Paolo, di Agostino, di Tommaso, di Trento, di Newman, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

L’aspetto forse più ironico della situazione attuale è che da sessant’anni le riforme progressiste vengono presentate come necessarie per rendere la Chiesa più attraente per l’uomo moderno. E nel frattempo, proprio nei paesi fortemente secolarizzati, le chiese si stanno svuotando. Forse l’uomo moderno è comunque meno impressionato da una Chiesa che gli ripete ciò che ha già letto ieri sul giornale. Perché qualcuno dovrebbe alzarsi presto la domenica mattina per andare in chiesa e ascoltare la stessa morale che sabato sera ha ricevuto gratuitamente durante un talk show? Chi, dopo un po’ di tempo, non vede più nessuno, potrebbe pensare di aver raggiunto l’avanguardia profetica. Ma esiste anche un’altra possibilità: ha preso la strada sbagliata.

La Chiesa possiede un solo prodotto veramente rivoluzionario: il Vangelo. E quel prodotto, purtroppo, non è adattabile al reparto marketing. Il cristianesimo non è nato perché dodici apostoli hanno deciso di allinearsi meglio allo spirito del tempo romano. Essi proclamavano qualcosa che il loro ambiente a volte trovava meraviglioso, a volte folle e a volte offensivo. Per questo non sono stati invitati al tavolo delle discussioni sinodali. Per questo sono stati uccisi.




*Vescovo ausiliare della diocesi di ’s‑Hertogenbosch (in italiano, Boscoducale / Den Bosch), nei Paesi Bassi.



Amoris laetitia, in Vaticano il decennale del ribaltone morale



Da oggi l'incontro dell'episcopato a dieci anni dalla controversa esortazione apostolica di papa Francesco che ha liquidato la Veritatis splendor e imposto i criteri della nuova sinodalità. Una sterzata che impone di interrogarsi sul documento e sui frutti, a partire dalla rinuncia ad annunciare integralmente il Vangelo sulla famiglia.

Evento

Ecclesia

Stefano Fontana,  07-10-2026

Oggi 7 ottobre inizia in Vaticano l’incontro internazionale convocato da Leone XIV dal titolo Dieci anni dopo Amoris Laetitia: annunciare il Vangelo alle famiglie oggi. Sono stati invitati i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo assieme ai leader delle Chiese orientali. L’assemblea ha lo scopo di valutare quanto è accaduto ed è stato fatto in questi dieci anni sul fronte dell’annuncio del Vangelo alle famiglie. Dalla interpretazione del titolo si deduce che l’Esortazione Amoris laetitia in quanto tale non sarà oggetto di valutazione, ma verrà assunta come punto di partenza indiscutibile. Questo è stato chiaramente detto anche dalla Segreteria Generale del Sinodo tramite il suo consulente e responsabile organizzativo, il gesuita Giacomo Costa. L’incontro continuerà fino al 14 ottobre, si terrà a porte chiuse, verrà condotto con metodo sinodale e alla fine sarà resa pubblica una relazione conclusiva.

Inutile negare che si tratta di un appuntamento molto atteso. Amoris laetitia è senz’altro l’evento di maggiore impatto del pontificato di Francesco, quello che ne riassume meglio le intenzioni e le modalità di governo della Chiesa, quello che ha suscitato speranze e atroci delusioni, un giro di boa rispetto al passato su questioni vitali per la fede e la morale, una acuta sterzata nei confronti della tradizione, non solo l’inizio di “un’epoca di cambiamento” ma un vero e proprio “cambiamento d’epoca”. Da qui la domanda che tutti, senza esclusione, si sono certamente fatti: come si posizionerà Leone XIV? Non si trattava di “aspettarlo al varco”, come si dice, ma i contenuti in gioco per la fede sono molti e profondi. L’attesa in questo caso non è curiosità faziosa, ma sincera e motivata.

L’esortazione Amoris laetitia ha liquidato la Veritatis splendor di Giovanni Paolo II e la struttura della teologia morale da essa insegnata non solo su matrimonio e famiglia ma anche sull’intera vita morale del cristiano. La norma morale è stata considerata insufficiente e bisognosa di essere integrata nella sua normatività dalla situazione di vita. L’adulterio non deve essere considerato in assoluto una azione intrinsecamente cattiva, perché un giudizio morale e religioso su di esso deve tenere conto della concreta situazione dei conviventi. Nasce così il concetto rinnovato di “discernimento”. Dopo un periodo di discernimento i divorziati risposati possono decidere se accedere alla Comunione. È chiaro che, a questo punto, la loro decisione in merito diventa essa normativa, accostandosi autoritativamente alla dottrina.

Si è trattato di un cambiamento dalle grandi conseguenze e risulta difficile valutare queste ultime – come vuole fare l’incontro che inizia oggi – senza fare riferimento ad esso. Nasce infatti lì l’apertura non solo pastorale ma ormai anche dottrinale verso tutte le forme di convivenza, quelle cosiddette prematrimoniali, quelle dei divorziati risposati, quelle omosessuali o di altro genere a cui ci si riferisce parlando di “famiglie complesse” o “fragili”.

È molto difficile sostenere che questi nuovi atteggiamenti abbiano fatto il bene delle nostre famiglie e abbiano aiutato ad annunciare ad esse il Vangelo della loro salvezza. I vescovi che avevano sottoposto a Francesco i loro Dubia, vedevano in anticipo questi sviluppi problematici e chiesero al Sommo magistero di precisare se per la dottrina cattolica l’attività sessuale sia lecita anche fuori del matrimonio e se l’adulterio cessi di essere un’azione intrinsecamente cattiva. Ma non trovarono risposta. Chissà se i vescovi invitati all’Incontro che inizia oggi esamineranno anche questo aspetto dei trascorsi dieci anni, ossia la rinuncia del magistero ad insegnare. Se lo facessero dovrebbero però valutare anche il cambiamento indotto da Amoris laetitia e non solo il suo “dopo”.

Amoris laetitia, con il sinodo sulla famiglia che l’ha preceduta negli anni 2014 e 2015, è stata anche l’inaugurazione della nuova sinodalità. Francesco aveva voluto che nel documento finale di quel sinodo fossero mantenute anche le posizioni bocciate in assemblea in quanto considerate sbagliate dottrinalmente e dannose pastoralmente, proprio come è capitato di recente, con Leone XIV, col famoso rapporto del Gruppo 9 a conclusione del Sinodo sulla sinodalità. L’apertura alle situazioni esistenziali come normative, inaugurata secondo criteri inediti di Amoris laetitia, è diventata il criterio principale dell’agenda della nuova sinodalità. La partecipazione ai momenti assembleari e le “conversazioni nello Spirito” devono aprirsi al vento nuovo che nasce dal basso più che a verità di dottrina ritenute astratte, devono mirare alla conformitas mentis et vitae.

Anche su questo tema ci si può chiedere se i vescovi partecipanti all’Incontro vaticano riusciranno a valutare il decennio senza anche valutare l’Esortazione che ne sta alla base non solo come inizio ma anche come principio. Come ricordavamo sopra, gli organizzatori hanno assicurato che l’incontro si terrà con metodo sinodale, comprese le “conversazioni nello Spirito”. È stato anche osservato che a guidare l’evento il Papa ha invitato alcuni cardinali e vescovi maggiormente in primo piano nella gestione della nuova sinodalità, nomi che solo a sentirli pronunciare richiamano immediatamente il processo sinodale nelle sue aspirazioni più estreme e dirompenti.

Sembra logico che se il decennio trascorso verrà esaminato dall’interno della prospettiva della nuova sinodalità, Amoris laetitia ne risulterà implicitamente confermata, quindi valutata senza dire di valutarla. Sostenere di voler esaminare il decennio che nasce da Amoris laetitia astenendosi dal valutare Amoris laetitia è un impossibile gioco di parole.




martedì 6 ottobre 2026

Vescovo Strickland: lettera pastorale sul dialogo interreligioso e il mandato missionario della Chiesa





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by Aldo Maria Valli 06 ott 2025


Gesù Cristo, l’unico Salvatore del mondo



Vescovo Joseph E. Strickland

Il 16 settembre 2026 il Dicastero per la dottrina della fede, il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani e il Dicastero per il dialogo interreligioso hanno pubblicato la nota «Un cammino di speranza: sessant’anni di dialogo interreligioso e fraternità alla luce della Dichiarazione conciliare “Nostra aetate”».

Il documento contiene molti principi che ogni cattolico dovrebbe condividere. Condanna la violenza religiosa, l’antisemitismo, la coercizione, l’odio, il disprezzo e le violazioni della libertà religiosa. Ricorda che ogni persona possiede una dignità inviolabile perché creata a immagine di Dio. Afferma l’importanza di relazioni pacifiche tra i popoli e insiste sul fatto che il dialogo interreligioso non deve sfociare nel relativismo o nel sincretismo.

La nota dichiara inoltre esplicitamente che non esistono due vie parallele di salvezza, che Cristo è «l’unico e solo Redentore» e che la fedeltà a Gesù Cristo – «la Via, la Verità e la Vita» – è inseparabile da un dialogo autentico.


Queste affermazioni sono vere e necessarie.


Tuttavia, altri passi utilizzano un linguaggio che, se letto senza la luce guida della Sacra Scrittura e della dottrina perenne della Chiesa, può generare grave confusione. I fedeli possono ragionevolmente chiedersi se il dialogo sia stato anteposto all’evangelizzazione; se gli aderenti a religioni non cristiane debbano essere considerati come già in cammino su autentici percorsi verso Dio; se la Chiesa debba ancora cercare la loro conversione; e se il mandato missionario affidato da Cristo alla Sua Chiesa rimanga vincolante nella sua pienezza.

La condanna, ampia e necessaria, dell’antisemitismo contenuta nella nota solleva anche una questione correlata: come può la Chiesa affermare il mistero eterno di Israele senza che tale affermazione si trasformi in un’approvazione teologica del sionismo politico o in una difesa acritica del moderno Stato di Israele?

Poiché queste questioni toccano il cuore della fede cattolica, la testimonianza morale della Chiesa e la salvezza eterna delle anime, non possono essere liquidate come mera resistenza al dialogo. Richiedono distinzioni chiare e la pienezza della dottrina cattolica.

Come vescovo, incaricato davanti a Dio di custodire il deposito della fede e di confermare i fedeli nella verità, offro il seguente insegnamento.


Il mandato missionario non è stato revocato

La missione della Chiesa non trae origine da circostanze storiche mutevoli, esigenze sociologiche o strategie ecclesiastiche. Essa trae origine da Gesù Cristo.

Dopo la sua Risurrezione, Nostro Signore comandò agli Apostoli: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,18-20).

San Marco riporta il comando in termini altrettanto diretti: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato; ma chi non crederà sarà condannato» (Marco 16,15-16).

La Chiesa non ha inventato questa missione e, pertanto, non ha l’autorità di abbandonarla. Nessun dicastero, conferenza episcopale, scuola teologica o programma pastorale può dispensare la Chiesa da un comandamento dato dal Signore stesso.

Il fatto che il mondo sia diventato un “villaggio globale” interconnesso non rende obsoleto il mandato missionario. Al contrario, rende le nazioni più immediatamente presenti le une alle altre e, di conseguenza, pone la responsabilità missionaria della Chiesa di fronte a noi con maggiore urgenza.

Il pluralismo culturale non annulla la rivelazione divina. La vicinanza tra le religioni non rende ugualmente vere le loro affermazioni contraddittorie. Le esigenze della convivenza pacifica non autorizzano la Chiesa a celare l’identità di Colui attraverso il quale si dona la vera pace.

Il Concilio Vaticano II insegna: «La Chiesa pellegrina è missionaria per sua stessa natura, poiché trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo» («Ad gentes», 2).

La Chiesa non è missionaria solo occasionalmente. È missionaria per sua stessa natura. Se cessa di evangelizzare, non si limita ad abbandonare un’attività tra le altre, ma agisce contro la propria identità.

Qualsiasi resoconto del dialogo interreligioso che non preservi questa identità missionaria è incompleto. Qualsiasi interpretazione del dialogo che sopprima la chiamata alla fede, al pentimento, al battesimo e alla comunione con Cristo contraddice il mandato del Signore.


Gesù Cristo non è un maestro religioso tra tanti


Al centro della fede cristiana non si trova una teoria religiosa, bensì la Persona di Gesù Cristo.

Nostro Signore non si limita a dire che insegna una via, comunica una parte di verità o offre una possibile forma di vita spirituale. Egli dichiara: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Giovanni 14,6).

San Pietro proclama: «In nessun altro c’è salvezza; poiché non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, mediante il quale dobbiamo essere salvati» (Atti 4,12).

San Paolo insegna: «Infatti c’è un solo Dio e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, il quale ha dato sé stesso come riscatto per tutti, come testimonianza a suo tempo» (1 Timoteo 2,5-6).

Queste non sono affermazioni marginali o negoziabili. Appartengono al fondamento del cristianesimo.

Gesù Cristo è il Verbo eterno fatto carne. Egli è vero Dio e vero uomo. Egli è la pienezza e il compimento della rivelazione divina. La sua Croce è l’unico sacrificio mediante il quale il mondo è redento. La sua Risurrezione è la vittoria sul peccato e sulla morte. Ogni grazia concessa a qualsiasi essere umano è data per mezzo di Lui.

La dichiarazione «Dominus lesus» riaffermò questa dottrina contro le teorie che avrebbero collocato il cristianesimo accanto alle altre religioni come una limitata espressione di un mistero religioso universale.

«Bisogna dunque credere fermamente, come verità della fede cattolica, che la volontà salvifica universale dell’Unico e Trino Dio si compie una volta per tutte nel mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio» («Dominus lesus», 14).

La salvezza non è prodotta indipendentemente dalle diverse religioni. Dio può agire nei cuori di coloro che non appartengono visibilmente alla Chiesa, e elementi di verità e bontà possono essere trovati nelle loro tradizioni. Ma ovunque sia presente la grazia, è la grazia di Gesù Cristo. Ovunque venga data la salvezza, essa viene data attraverso il Suo Mistero Pasquale. Ovunque si trovi la verità, essa partecipa a Colui che è la Verità incarnata.

La Chiesa, pertanto, non può parlare come se Cristo fosse semplicemente il contributo cristiano a un più ampio dialogo religioso. Egli non è una manifestazione di un mistero divino ugualmente accessibile attraverso religioni reciprocamente contraddittorie. Egli è il Figlio incarnato in cui il mistero di Dio è stato definitivamente rivelato.


Che cosa significa stimare le altre religioni


L’affermazione di «Nostra aetate» secondo cui la Chiesa «non rigetta nulla di ciò che è vero e santo» nelle altre religioni va letta con precisione.

L’oggetto dell’affermazione della Chiesa è tutto ciò che è autenticamente vero e santo, non l’errore in quanto errore, l’idolatria in quanto idolatria o il falso insegnamento in quanto falso insegnamento. La verità deve essere riconosciuta perché ogni verità proviene in ultima analisi da Dio. La bontà morale deve essere onorata perché ogni bene autentico riflette la bontà del Creatore.

Ma la presenza di una qualche verità all’interno di una religione non rende la religione vera nella sua interezza.

Un sistema religioso può preservare le verità naturali riguardanti Dio, la preghiera, il digiuno, il sacrificio, la famiglia, la giustizia o la vita morale, negando al contempo la Trinità, l’Incarnazione, la divinità di Cristo, la sua morte redentrice, la sua risurrezione corporea o l’ordine sacramentale da lui istituito.

Affermazioni contraddittorie non possono essere vere nello stesso senso e nello stesso momento. Gesù Cristo non può essere e non essere allo stesso tempo il Figlio divino di Dio. Non può essere risorto corporalmente dai morti e non esserlo. L’Eucaristia non può essere e non essere allo stesso tempo il Suo Corpo e il Suo Sangue. Dio non può essere la Santa Trinità e non esserlo allo stesso tempo.

La carità non ci impone di fingere che tali contraddizioni siano insignificanti. Il vero rispetto per l’altra persona richiede onestà riguardo alla verità. Dobbiamo quindi distinguere attentamente tra tre cose:

Innanzitutto, ogni persona umana deve essere trattata con amore e rispetto per la dignità che Dio le ha donato.

In secondo luogo, tutto ciò che è vero e buono in un’altra tradizione religiosa può essere riconosciuto e stimato.

In terzo luogo, gli errori riguardanti Dio e la salvezza non possono essere lodati, preservati o trattati come rivelazioni alternative date da Dio.

Rispettiamo incondizionatamente tutte le persone. Affermiamo la verità ovunque essa si trovi. Rifiutiamo l’errore perché l’errore non può salvare e perché l’amore desidera per ogni persona la pienezza della verità.


Le altre religioni sono “vie di verità”?

La nota richiama alla mente un linguaggio che descrive i seguaci di altre religioni come “compagni di viaggio sul cammino della verità” e come “pellegrini della verità” con i quali i cristiani condividono parte del percorso. Questo linguaggio richiede una distinzione essenziale.

Una persona può essere alla ricerca della verità senza possedere ancora la pienezza della verità rivelata. Una persona può rispondere sinceramente alla luce della coscienza e alla grazia che Dio dona, pur rimanendo in errore su questioni religiose importanti. In questo senso soggettivo, possiamo riconoscere un altro essere umano come un compagno di ricerca o di pellegrinaggio.

Ma ciò non implica che ogni religione sia di per sé un autentico cammino stabilito da Dio e che conduca alla salvezza. La persona e il sistema religioso non vanno confusi.

Una persona può essere toccata dalla grazia pur aderendo a credenze che contengono gravi errori. Dio può usare frammenti di verità, intuizione morale naturale o preghiera sincera come preparazione per ricevere il Vangelo. Ma è Cristo che agisce attraverso tale grazia, non l’errore religioso in sé.

La Chiesa insegna che coloro che, senza alcuna colpa, non conoscono Cristo o la Sua Chiesa possono raggiungere la salvezza se cercano sinceramente Dio e rispondono alla grazia. Tuttavia, questa possibilità non rende l’ignoranza religiosa un bene salvifico, né rende superflua l’evangelizzazione.

Il Catechismo insegna: «Sebbene Dio possa, in modi a lui noti, condurre alla fede, senza colpa propria, coloro che ignorano il Vangelo, coloro che invece non lo conoscono, la Chiesa ha comunque l’obbligo e il sacro diritto di evangelizzare tutti gli uomini» (CCC 848).

Possiamo dunque camminare al fianco di persone di altre religioni nell’amicizia civica, nelle opere di misericordia, nella difesa della dignità umana e nella ricerca della pace. Possiamo ascoltarle e cercare la reciproca comprensione. Ma non possiamo affermare che i sistemi religiosi che negano Cristo siano percorsi paralleli della verità rivelata.

Camminiamo al fianco degli altri non perché Cristo sia superfluo, ma nella speranza che ogni persona possa incontrarlo.


Dialogo e proclamazione non devono essere separati

La nota osserva giustamente che il dialogo e l’annuncio appartengono alla missione della Chiesa. Afferma inoltre che sono inseparabili.

Tuttavia, alcune delle sue espressioni rischiano di oscurare tale inscindibilità. In particolare, il paragrafo 46 afferma che il missionario, dopo aver testimoniato l’amore di Cristo, “semplicemente aspetta” che gli altri si informino su quell’amore.

La pazienza e il rispetto per la libertà sono indispensabili. La conversione non deve mai essere forzata. La fede non si può produrre con la manipolazione. Tuttavia, limitarsi ad aspettare che le nazioni si facciano avanti non è una descrizione adeguata della missione apostolica. Gli Apostoli non aspettavano che fossero le nazioni ad avvicinarsi a loro.

San Pietro si alzò pubblicamente e proclamò Cristo crocifisso e risorto, invitando i suoi ascoltatori al pentimento e al battesimo (Atti 2,22-41). San Paolo entrò nelle sinagoghe e nei luoghi pubblici, argomentando e predicando. Annunciò Cristo ad Atene, Corinto, Efeso e Roma. Supplicò i suoi ascoltatori di riconciliarsi con Dio.

Lo fece perché «l’amore di Cristo ci controlla» (2 Corinzi 5:14).

E ancora: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Corinzi 9:16).

Il dialogo può precedere la proclamazione, accompagnarla, rimuovere gli ostacoli alla proclamazione o aiutare i cristiani a comprendere il modo migliore per proclamarla. Non può sostituirla in modo permanente.

Papa san Giovanni Paolo II insegnava: «Il dialogo interreligioso è parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa. Inteso come metodo e mezzo di conoscenza e arricchimento reciproci, il dialogo non è in contrasto con la missione ad gentes; anzi, è in stretto legame con essa e ne è una delle espressioni» («Redemptoris missio», 55).

Lo stesso pontefice ha ammonito che il dialogo non esime la Chiesa dal proclamare Gesù Cristo e dall’invitare gli altri a ricevere la pienezza della rivelazione.

Il dialogo si è distorto quando la pace tra le religioni viene comprata con il silenzio su Cristo. Un dialogo in cui i cristiani sono liberi di discutere di fraternità, ecologia, migrazione o giustizia sociale, ma è loro implicitamente proibito invitare gli altri alla fede in Cristo, non è un dialogo pienamente cristiano. È piuttosto la reclusione del cristianesimo entro i confini stabiliti dal pluralismo religioso.

La Chiesa entra nel dialogo come Chiesa di Gesù Cristo. Non può mettere la propria identità tra parentesi.


Il proselitismo non è la stessa cosa dell’evangelizzazione

Molta confusione nasce dalla parola “proselitismo”.

Se il proselitismo consiste nel cercare seguaci attraverso la coercizione, l’inganno, la pressione politica, le minacce, le lusinghe materiali, lo sfruttamento della povertà o la mancanza di rispetto per la coscienza, allora deve essere respinto.

Nessuno può essere costretto ad accettare la fede. Dio desidera un atto di fede libero e la Chiesa difende la libertà religiosa di ogni persona. Tuttavia, nell’uso contemporaneo, il termine “proselitismo” viene talvolta impiegato in senso così ampio da sembrare includere qualsiasi tentativo deliberato di persuadere un’altra persona della verità della fede cattolica o di invitarla alla conversione.

Un simile utilizzo è inaccettabile.

Al contrario, non è proselitismo illecito:

- proclamare che Gesù Cristo è il Signore;

- spiegare perché la fede cattolica è vera;

- difendere la fede dalle obiezioni;

- invitare una persona a pentirsi e a credere al Vangelo;

- incoraggiare la partecipazione alla messa e all’istruzione cristiana;

- invitare una persona non battezzata a ricevere il battesimo;

- invitare un non cattolico battezzato a entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica;

- pregare e offrire sacrifici per la conversione di coloro che non conoscono Cristo.

Queste attività rientrano tutte nell’evangelizzazione quando vengono svolte con sincerità, carità e senza coercizione.

L’affermazione contenuta nel paragrafo 54, secondo cui considerare il proselitismo come «l’unico modo per entrare in contatto con l’altro» non ha più senso, può essere ragionevolmente interpretata come un rifiuto di una modalità di interazione aggressiva o manipolativa. Non può tuttavia essere intesa come una dichiarazione che la conversione non sia più una speranza o uno scopo appropriato della missione cristiana.

La Chiesa non cerca i convertiti come trofei, risorse politiche o prova di potere istituzionale. Cerca la conversione delle anime perché desidera che ogni persona partecipi alla vita di Cristo.

Desiderare la conversione di un’altra persona non è un atto di aggressione. Se correttamente inteso, è un atto di carità soprannaturale.


Libertà religiosa non significa indifferentismo religioso


La Chiesa difende la libertà religiosa perché gli esseri umani devono essere liberi da coercizione in materia religiosa. La libertà religiosa riguarda l’immunità da costrizioni da parte di individui, gruppi sociali o dello Stato. Ciò non significa che tutte le religioni siano ugualmente vere.

Il diritto di una persona a essere libera da coercizione non stabilisce la verità di tutto ciò in cui quella persona crede. Un cattolico può difendere la libertà civile di un musulmano, un indù, un buddista, un ebreo, un ateo o un membro di un’altra religione, pur continuando a professare che Gesù Cristo è l’unico Salvatore e che la pienezza della verità rivelata sussiste nella Chiesa cattolica.

La libertà riguarda il modo in cui la fede viene vissuta. Non abolisce l’obbligo morale di ricercare e aderire alla verità religiosa.

La «Dignitatis humanae» insegna che tutti gli uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che riguarda Dio e la Sua Chiesa, e, una volta conosciuta la verità, «ad accoglierla e a custodirla» («Dignitatis humanae», 1).

La libertà religiosa e l’annuncio missionario non sono dunque in conflitto. La coercizione viola la dignità umana; l’annuncio tutela la libertà umana e la invita a volgersi verso la verità.


Lo Spirito Santo e le religioni non cristiane

La nota afferma che lo Spirito Santo è all’opera nella storia umana e nelle diverse culture e religioni dei popoli. Anche questo va compreso con attenzione.

Lo Spirito Santo può operare in ogni cuore umano. Può suscitare interrogativi, svelare la vacuità del peccato, ispirare il pentimento, rafforzare il desiderio di verità e preparare una persona a ricevere Cristo. Non è limitato da confini ecclesiali visibili.

Ma lo Spirito Santo non contraddice mai il Figlio.

Lo Spirito non ispira la negazione della divinità di Cristo, il rifiuto dell’Incarnazione, la ripulsa della Croce o il rifiuto del Vangelo. Può operare in una persona nonostante tali errori, conducendola verso una verità più completa. Ciò non implica che Egli voglia attivamente gli errori stessi.

La presenza dello Spirito tra le nazioni è missionaria e cristologica. Egli prepara l’umanità a Cristo, conforma le anime a Cristo e incorpora i credenti nel Corpo di Cristo. Come insegna Nostro Signore: «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà in tutta la verità… Egli mi glorificherà» (Giovanni 16,13-14).

Qualsiasi appello allo Spirito Santo che renda Cristo superfluo è contrario alla missione rivelata dello Spirito.


Antisemitismo, sionismo e lo Stato moderno di Israele


La condanna inequivocabile dell’antisemitismo da parte della Chiesa deve essere affermata senza riserve. L’odio, la persecuzione o il sospetto diretti contro gli ebrei in quanto tali costituiscono una grave violazione della dignità umana e un peccato contro la carità e la giustizia. La terribile storia della violenza antisemita, culminata nella Shoah, non deve mai essere dimenticata, minimizzata o ripetuta.

Tuttavia, la condanna dell’antisemitismo non deve essere strumentalizzata fino a diventare un’approvazione del sionismo politico o una difesa incondizionata del moderno Stato di Israele.

È necessario distinguere attentamente diverse realtà: il popolo ebraico, la religione ebraica, l’Israele della rivelazione biblica, le varie forme di sionismo politico e lo Stato di Israele contemporaneo. Queste realtà sono storicamente correlate, ma non sono identiche. Confonderle produce gravi errori teologici e morali.

Lo Stato di Israele moderno è uno Stato politico. Deve essere giudicato secondo gli stessi principi di diritto morale naturale, giustizia, dignità umana, legittima difesa e protezione della vita innocente che si applicano a ogni altro Stato. Non gode di alcuna esenzione divina dal giudizio morale.

Le promesse bibliche fatte a Israele non possono essere invocate come autorizzazione teologica universale per le politiche, le rivendicazioni territoriali, le azioni militari o il trattamento di altri popoli adottati da un governo moderno. Nessuno Stato contemporaneo può affermare che le proprie azioni siano al di sopra di ogni giudizio morale in virtù di uno status religioso privilegiato.

La Chiesa riconosce il rapporto unico e duraturo del popolo ebraico con la storia della salvezza. San Paolo insegna che gli ebrei rimangono amati grazie ai patriarchi e che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Romani 11,28-29). Questo mistero va accostato con umiltà, riverenza e attenta considerazione dell’intera Sacra Scrittura.

Ma il carattere irrevocabile dei doni di Dio non stabilisce due alleanze di salvezza parallele, una attraverso Gesù Cristo e un’altra indipendente da Lui. Né identifica il moderno Stato di Israele con la Chiesa, né conferisce a tale Stato lo status teologico del Popolo messianico di Dio.

Gesù Cristo ha inaugurato la Nuova Alleanza nel Suo Sangue. In Lui, le promesse fatte a Israele giungono al loro compimento e si aprono a tutte le nazioni. Coloro che appartengono a Cristo – siano essi ebrei o gentili – sono riuniti in un solo Corpo.

«Non c’è né giudeo né greco… perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Galati 3:28-29).

La Chiesa è il nuovo e universale Popolo di Dio, composto non secondo razza, nazionalità o cittadinanza politica, ma mediante l’incorporazione in Cristo. Come scrive san Pietro ai battezzati: «Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato» (1 Pietro 2,9).

Questo compimento non deve essere interpretato come disprezzo per il popolo ebraico o come se Dio avesse tradito le sue promesse. Ma il mistero perdurante di Israele non deve nemmeno essere trasformato in una teologia politica che consideri uno stato-nazione moderno sacro, al di sopra di ogni critica o automaticamente giustificato in tutto ciò che fa.


Nessun governo è al di sopra della legge di Dio

Gli israeliani possiedono un’inviolabile dignità umana. I palestinesi possiedono la stessa inviolabile dignità umana. I civili ebrei non possono mai essere trattati come obiettivi legittimi a causa della condotta del loro governo. I civili palestinesi non possono mai essere trattati come sacrificabili a causa della condotta delle organizzazioni terroristiche.

L’omicidio di civili, il terrorismo, il sequestro di persona, la violenza indiscriminata, le punizioni collettive, gli sfollamenti forzati e la deliberata privazione dei beni di prima necessità non possono essere giustificati da motivi etnici, religiosi, sofferenze storiche, rivendicazioni territoriali o affermazioni di sicurezza nazionale.

Le sofferenze passate di un popolo non autorizzano il suo governo a infliggere ingiustizie a un altro popolo. Né le ingiustizie subite dai palestinesi giustificano l’antisemitismo o la violenza contro gli ebrei.

I cattolici devono pertanto respingere due distorsioni opposte: l’antisemitismo, che attribuisce colpa o malizia collettiva al popolo ebraico, e un sionismo cristiano acritico, che trasforma la fedeltà politica allo Stato di Israele in un presunto requisito della fede biblica.

La critica a specifiche politiche o azioni militari del governo israeliano non è, di per sé, antisemitismo. Diventa antisemita quando attribuisce una colpa collettiva agli ebrei, fa ricorso all’odio o a stereotipi razziali, nega al popolo ebraico la sua dignità umana o giustifica la violenza contro di esso.

Lo stesso standard morale deve essere applicato all’odio anti-palestinese e alla retorica che sminuisce la vita, i diritti e le sofferenze dei palestinesi. Né la sofferenza ebraica né quella palestinese possono essere considerate moralmente insignificanti.

La Chiesa non deve permettere che la necessaria lotta contro l’antisemitismo metta a tacere un legittimo giudizio morale. L’amicizia autentica non richiede cecità morale. Il rispetto per ogni popolo esige che la stessa legge morale sia applicata a tutti.

La Chiesa non si schiera né con l’odio etnico né con l’idolatria politica. Si schiera con la verità, la giustizia, gli innocenti e la pace che può fondarsi solo sul riconoscimento della dignità di ogni persona umana.


L’autorità di una nota vaticana


I fedeli dovrebbero anche comprendere la natura del documento in questione.

Una nota emessa dai dicasteri e approvata per la pubblicazione dal Romano Pontefice merita seria e rispettosa attenzione. Non deve essere trattata con disprezzo. Allo stesso tempo, tale nota non ha la stessa autorità della Sacra Scrittura, di una definizione infallibile, di una solenne costituzione conciliare o del costante e universale insegnamento della Chiesa.

I documenti della Chiesa devono essere interpretati secondo la gerarchia delle verità e in continuità con il deposito della fede.

Nessuna frase isolata può essere interpretata come un ribaltamento dei punti fermi:

- il mandato missionario di Cristo;

- il dogma secondo cui Gesù Cristo è l’unico e universale Salvatore;

- la necessità della fede e del battesimo;

- l’istituzione divina della Chiesa;

- la natura missionaria della Chiesa;

- l’obbligo di evangelizzare tutti i popoli.

Laddove un testo successivo si presta a un’interpretazione ortodossa, i cattolici devono leggerlo in armonia con la Scrittura e la Tradizione. Laddove la formulazione sia ambigua, l’ambiguità deve essere chiarita da quanto la Chiesa ha costantemente insegnato.

Un’espressione non può acquisire un significato ortodosso solo perché compare in un documento ecclesiastico. Il suo significato deve essere conforme alla fede trasmessa una volta per tutte ai santi.


Principi pastorali per una testimonianza cattolica fedele

Poiché un vescovo non deve mai considerarsi esonerato dal dovere di insegnare la verità, difendere il deposito della fede, mettere in guardia dagli errori che mettono in pericolo le anime e incoraggiare i fedeli a rimanere saldi in Cristo, offro pertanto i seguenti principi pastorali come esortazione episcopale ai cattolici di tutta la nostra nazione e a tutti coloro che desiderano rimanere fedeli al mandato missionario di Gesù Cristo.

Ogni sforzo cattolico di dialogo interreligioso deve essere fondato sulla confessione inequivocabile che Gesù Cristo è l’unico e universale Salvatore dell’umanità.

Le altre religioni non devono essere presentate come percorsi di salvezza paralleli o come rivelazioni alternative dotate di pari autorità divina.

Si possono riconoscere elementi autentici di verità e bontà presenti in altre tradizioni religiose. Allo stesso tempo, le credenze che contraddicono la rivelazione divina non devono essere affermate, considerate di per sé salvifiche o deliberatamente celate quando è necessaria chiarezza.

Il dialogo non deve mai essere usato per scoraggiare la conversione, il battesimo, l’accoglienza nella Chiesa cattolica, l’apologetica, la catechesi o l’esplicita proclamazione del Vangelo.

I cattolici che partecipano al dialogo interreligioso dovrebbero essere profondamente formati nella Sacra Scrittura, nella Sacra Tradizione e nell’autorevole insegnamento della Chiesa. L’ignoranza della fede cattolica non è apertura, e l’incertezza dottrinale non è umiltà.

La cooperazione tra persone di altre religioni nella difesa della dignità umana, nell’assistenza ai poveri, nella ricerca della giustizia e nell’impegno per una pace autentica è lodevole quando non richiede compromessi dottrinali né crea confusione religiosa.

I cattolici devono esercitare particolare prudenza riguardo alla preghiera comune e alla partecipazione a riti religiosi non cristiani. Non si deve fare nulla che possa dare l’impressione che tutte le religioni adorino Dio allo stesso modo o che i loro riti possiedano la stessa verità o lo stesso valore salvifico.

Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, catechisti, educatori e genitori dovrebbero spiegare chiaramente la differenza essenziale tra proselitismo coercitivo ed evangelizzazione autentica.

Le istituzioni cattoliche non devono mai presentare la conversione come motivo di imbarazzo, atto di ostilità, forma di aggressione culturale o retaggio di un’epoca passata. Invitare liberamente e con amore un’altra persona a conoscere Gesù Cristo è un atto di carità.

I cattolici dovrebbero pregare esplicitamente per la conversione del mondo, la diffusione del Vangelo, la salvezza delle anime e il raduno di tutti i popoli nell’unità della Chiesa di Cristo.

La necessaria condanna dell’antisemitismo da parte della Chiesa non deve mai essere utilizzata per impedire una legittima critica morale delle politiche o delle azioni dello Stato di Israele.

La critica allo Stato di Israele non deve mai attribuire colpe collettive al popolo ebraico, negare la sua dignità umana e la sua legittima sicurezza, utilizzare stereotipi antisemiti o diventare un pretesto per l’odio o la violenza.

La stessa sollecitudine cristiana per la giustizia deve difendere la dignità, la sicurezza e i diritti legittimi sia degli israeliani che dei palestinesi. La sofferenza di un popolo non deve mai essere invocata per giustificare l’indifferenza verso la sofferenza di un altro.

Nessuna ideologia politica, nazione, governo o forza militare può essere considerata esente dalla legge morale naturale. Ogni stato e ogni autorità politica sono soggetti al giudizio di Dio.

I cattolici devono resistere a ogni tentativo – sia esso ecclesiastico, culturale o politico – di separare la carità dalla verità. La carità senza la verità diventa sentimentalismo; la verità senza la carità diventa un’arma. L’autentica testimonianza cristiana richiede entrambe.

Offro questi principi in adempimento della responsabilità affidata a ogni vescovo di custodire la fede apostolica e di proclamare la parola «in ogni occasione opportuna e inopportuna» (2 Timoteo 4,2). Esorto i fedeli a esaminare ogni proposta contemporanea riguardante il dialogo religioso alla luce della Sacra Scrittura, della Sacra Tradizione e del perenne insegnamento della Chiesa.

Nessun cattolico dovrebbe permettere che un desiderio mal riposto di accettazione sociale metta a tacere il nome di Gesù Cristo. Nessun sacerdote, insegnante o genitore dovrebbe lasciare coloro che gli sono affidati nell’incertezza circa la necessità di Cristo, la natura missionaria della Chiesa o il supremo dovere di cercare la salvezza delle anime.

Dobbiamo parlare con carità, pazienza e umiltà. Ma dobbiamo parlare.


Verità e carità non possono essere separate

La Chiesa respinge due errori opposti nei suoi rapporti con le altre religioni.

Il primo è l’ostilità: disprezzo per chi crede diversamente, coercizione, scherno, discriminazione o violenza. Tale condotta è contraria alla dignità della persona umana e alla carità di Cristo.

Il secondo è l’indifferentismo: l’affermazione che le differenze religiose siano in definitiva irrilevanti, che tutte le religioni siano volute da Dio in egual misura come vie di salvezza, o che invitare gli altri alla conversione sia superfluo o offensivo.


La via cattolica non è né ostilità né indifferenza. È verità nella carità

Rispetteremo coloro che credono diversamente. Difenderemo la loro dignità umana e la loro legittima libertà. Ascolteremo con pazienza, collaboreremo alle cause giuste, correggeremo la falsità senza disprezzo e rifiuteremo ogni forma di coercizione. Ma non taceremo su Gesù Cristo.

Non nasconderemo la Sua divinità per facilitare il dialogo. Non parleremo come se la Croce fosse semplicemente un simbolo cristiano tra tanti. Non ridurremo l’evangelizzazione al buon esempio senza proclamazione. Non considereremo il battesimo superfluo, la Chiesa facoltativa o la conversione una violazione della fraternità.


La fraternità più profonda non si raggiunge tacendo sulla verità che salva

Non permetteremo che il dialogo religioso diventi uno strumento di favoritismo politico. Condanneremo l’antisemitismo senza rinunciare al diritto e al dovere di giudicare le azioni dello Stato di Israele secondo la legge morale. Difenderemo il popolo ebraico dall’odio, difendendo al contempo la dignità e la vita dei palestinesi. Non permetteremo che la sofferenza di un popolo ci renda ciechi di fronte alla sofferenza di un altro.

Gli Apostoli non hanno sacrificato la propria vita per l’idea che tutte le religioni siano espressioni diverse della stessa ricerca. I martiri sono morti perché hanno confessato un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo e un solo nome salvifico: Gesù Cristo.

Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che si vergogni del Vangelo. Ha bisogno di una Chiesa consumata dall’amore per Cristo e, di conseguenza, dall’amore per le anime.

Ascoltiamo ancora una volta le parole di San Paolo: «Noi dunque siamo ambasciatori di Cristo, e per mezzo nostro esortiamo Dio. Vi preghiamo, per Cristo, di riconciliarvi con Dio» (2 Corinzi 5,20).

Questo appello rimane la missione della Chiesa. E tale rimarrà fino al ritorno di Cristo nella gloria.

Affidando tutte le nazioni all’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella dell’Evangelizzazione, e alla protezione dei santi Apostoli Pietro e Paolo, resto

In Cristo,

Vescovo Joseph E. Strickland







Preparazione sacerdotale prima della Messa e ringraziamento dopo la Messa



Articolo di Peter Kwasniewski nella traduzione di Chiesa e postconcilio da New Liturgical Movement, che riguarda la sezione che nel Messale Romano e nella tradizione cattolica prende il nome di Preparatio ad Missam.


6 ottobre 2026


Peter Kwasniewski

Per grazia di Dio sono cattolico da tutta la vita e, nel corso di questi decenni, ho conosciuto e osservato molti sacerdoti nello svolgimento del loro ministero. Una delle differenze più affascinanti tra loro riguarda il modo in cui si comportano prima e dopo la Messa. Mi ci è voluto molto tempo per comprendere quanto grande possa essere l'impatto, positivo o negativo, di questo atteggiamento.

Prendiamo come punto di partenza una meravigliosa frase del Codice di Diritto Canonico. Il canone 909 recita: «Il sacerdote non deve omettere di prepararsi con la preghiera prima della celebrazione dell'Eucaristia, né dopo omettere di rendere grazie a Dio».

Quasi a commentare questo canone, il vescovo Marc Aillet scrive:
Strappandoci al mondo secolare e quindi alla tentazione dell'immanentismo, [i riti liturgici] hanno il potere di immergerci improvvisamente nel Mistero e di aprirci al Trascendente. In questo senso, non si può mai sottolineare abbastanza l'importanza del silenzio che precede la celebrazione liturgica, un nartece interiore, dove siamo liberati dalle preoccupazioni, anche legittime, del mondo secolare, per entrare nello spazio e nel tempo sacri in cui Dio rivelerà il suo Mistero; non si può mai sottolineare abbastanza l'importanza del silenzio nella liturgia per aprirsi più facilmente all'azione di Dio; e non si può mai sottolineare abbastanza l'opportunità di un momento di ringraziamento, integrato o meno nella celebrazione, per cogliere la portata interiore della missione che ci attende una volta tornati nel mondo.

Il tempo che precede la Messa



Consideriamo innanzitutto il tempo che precede la Messa. Shawn Tribe scrisse un articolo qui qualche anno fa che mi colpì profondamente: un articolo in cui esortava a riscoprire uno spirito di riverenza, rispetto e quiete in sacrestia prima della celebrazione della Messa. Notò che molte sacrestie hanno un cartello con la scritta SILENZIO e ricordò l'antica usanza del sacerdote di recitare preghiere sacre mentre indossava ogni singolo paramento in preparazione all'offerta del Santo Sacrificio. Prima di una Messa solenne, di una Messa solenne o di un'altra liturgia importante, il gruppo dei ministranti sarà molto impegnato, ma non c'è motivo per cui non possano essere impegnati in silenzio, imparando a muoversi in un'atmosfera di preghiera, preparazione e attesa, tenendo la voce bassa e le conversazioni utili alle questioni in corso.

I sacerdoti più santi che ho conosciuto (sebbene ci siano eccezioni a ogni regola) tendevano ad arrivare in sacrestia in anticipo per potersi preparare senza fretta. Ho notato che recitavano con cura le preghiere di vestizione ed erano pronti, in attesa, spesso con lo sguardo fisso su un crocifisso appeso al muro, prima ancora che i ministranti avessero finito di prepararsi. Quando suona la campana o l'orologio batte le ore, un sacerdote così è pronto a entrare in processione, con un "Procedimento in passo" sulle labbra. Che profondo "effetto a catena" può avere la sua mente seria, calma e concentrata sull'intera atmosfera della sacrestia e su tutti coloro che vi lavorano!

Si confronti questo con il sacerdote che entra di corsa all'ultimo minuto, in un turbine di agitazione. Guarda qua e là, magari lancia una rapida occhiata all'Ordo, correndo contro il tempo. Spalanca l'armadio e afferra l'alba e la casula, senza quasi prendersi il tempo di sistemarle prima di uscire in chiesa. Dov'è la "preparazione doverosa" del Canone 909? I ministranti nutrono un vero spirito di riverenza verso quest'azione umana, la più maestosa di tutte? Comprendono forse che il sacerdote sta per compiere un'azione divina di cui lui, e loro, sono totalmente indegni, e di fronte alla quale ci troviamo pieni di timore e tremore? Oppure prendiamo l'altro esempio, Padre Foghorn, il cui arrivo è noto a tutti perché lo si sente chiacchierare in sacrestia prima della Messa, del tempo, del calcio, delle ultime notizie, della zia malata di qualcuno, o di qualsiasi altro argomento del giorno. Potrebbe persino impartire ordini sui preparativi liturgici, ma il suo atteggiamento da generalista è sufficiente a dissuadere chiunque dalla preghiera.

La verità è semplice: Padre Foghorn e il Reverendo Roadrunner non sono edificanti. Abbiamo bisogno di sacerdoti che, prima della Messa, perseguano coscienziosamente lo spirito di raccoglimento, preghiera, umiltà e pace. In fin dei conti, questo non è solo a beneficio di un gruppo di ministranti scalcinati o di fedeli assonnati; è a beneficio del clero stesso, che rischia di perdere la propria vocazione in base a come affronta il lavoro per il quale è stato consacrato. Il diavolo, si potrebbe dire, non manca mai di preparare i suoi piani malvagi, e sembra che prenda di mira coloro che hanno dimenticato la propria dignità. Noi non dobbiamo dimenticare di prepararci per ascendere al monte del Signore in compagnia degli angeli.

Il tempo dopo la messa

Passiamo ora al momento successivo alla Messa. Sebbene non ricordi di aver mai visto questa usanza durante la mia infanzia, trascorsa in una parrocchia americana tradizionale negli anni '70 e '80, ho iniziato a notare, all'università e in seguito, che i sacerdoti più conservatori o tradizionalisti, una volta rientrati in sacrestia, pronunciavano il "Prosit" e poi benedicevano i ministranti inginocchiati. Si tratta di un'usanza lodevole che merita sicuramente di essere mantenuta ovunque esista o di essere ripristinata laddove sia caduta in disuso.

Ma cosa dovrebbe succedere dopo? Il modo migliore per rispondere a questa domanda è descrivere un mio amico sacerdote, il cui esempio in questo senso era davvero illuminante. Dopo aver benedetto i ministranti, si spogliava in silenzio (senza indulgere in chiacchiere da sacrestia e senza il solito "resoconto post-messa"), e subito dopo si recava in presbiterio, si inginocchiava di lato e pregava per diversi minuti. A volte usava le preghiere di ringraziamento tradizionali del Messale Romano, altre volte no. Era chiaro che non lo faceva per essere visto dagli uomini, eppure tutti lo vedevano lo stesso, ed è giusto così. Il sacerdote che offre il Santo Sacrificio della Messa, l'atto di culto più sublime sulla faccia della terra, l'estasi degli angeli e il terrore dei demoni, come può tornare immediatamente alla secolarizzazione, a chiacchiere leggere, messaggi, messaggi vocali o email, o correre via per fare qualcos'altro (a meno che non si tratti di una vera emergenza)?

Il santo sacerdote appena descritto è l'esatto opposto del sacerdote che sembra non riuscire a scappare abbastanza velocemente quando la Messa è finita. Sfreccia fuori dal presbiterio o dalla navata (a seconda della via di fuga prevista o disponibile), si sveste in fretta ed è fuori dalla porta più velocemente di quanto si possa dire: "Padre, ha un minuto per ascoltare una confessione?". Per un laico, questa è un'esperienza sconcertante. Alle elementari mi hanno insegnato a rimanere un po' dopo la Messa e a ringraziare. Perché il nostro sacerdote, il nostro leader, non fa lo stesso? Si dice sempre che l'esempio vale più delle parole.

Poi c'è il sacerdote che evidentemente pensa che il tempo dopo la Messa sia fatto per socializzare, spesso a lungo, nell'atrio o appena fuori dalle porte principali della chiesa. Non sto dicendo che salutare le persone, stringere mani e chiedere "Come sta tua madre?" o domande del genere sia una cattiva idea; anzi, la domenica sembra un'occasione particolarmente propizia per creare quel tipo di legami "orizzontali" che dovrebbero essere evitati durante il Santo Sacrificio della Messa stessa. Tuttavia, quando la convivialità post-liturgica è condotta con tale vigore ed entusiasmo che i fedeli che cercano di pregare in chiesa possono sentire le risate e le pacche sulle spalle provenire dall'ingresso, o quando l'entità della socializzazione impedisce al sacerdote di dedicarsi a una vera preghiera di ringraziamento, ci troviamo di fronte a una distorsione delle priorità.

Quando riceviamo il Signore nella Santa Comunione, Egli è, per alcuni preziosi minuti, realmente, veramente, sostanzialmente presente in noi. Se siamo in stato di grazia (e altrimenti non avremmo motivo di ricevere la comunione), Egli è sempre con noi spiritualmente; ma non è sempre con noi nella modalità miracolosa della Sua presenza eucaristica fisica. Questo è un momento speciale, un tempo di intimità e amore unici, in cui le nostre lodi a Dio e le Sue grazie a noi vengono elargite con maggiore abbondanza, quando soprattutto dimoriamo in Lui ed Egli in noi. Non sprechiamo questo dono del Signore e lasciamo che il clero ci dia l'esempio, offrendo un esempio forte e sincero di come gioire e rendere grazie. Mi viene in mente una frase attribuita a San Pio X: "Se il sacerdote è un angelo, il popolo sarà santo; se il sacerdote è santo, il popolo sarà buono; se il sacerdote è buono, il popolo sarà mediocre; e se il sacerdote è mediocre, il popolo sarà bestia".

Il vantaggio dell'Usus Antiquior

Come ultima riflessione, con il passare degli anni mi sono convinto sempre di più che uno dei maggiori pregi dell'usus antiquior sia quello di includere già "preparazione" e ringraziamento. Certo, anche nel Novus Ordo c'è un breve momento dedicato a ciascuno di questi aspetti, ma nulla di paragonabile al Salmo 42 con i suoi versetti e preghiere, o alla Placeat e all'Ultimo Vangelo. Si ha la sensazione di aver iniziato e concluso in modo deciso. Si crea una transizione psicologica e spirituale adeguata dal mondo secolare a quello sacro, e viceversa. Eppure, paradossalmente, è proprio tra i sacerdoti che celebrano l'usus antiquior che ho riscontrato la maggiore raccoglimento e preghiera anche prima e dopo la Messa. Questo mi suggerisce che la stessa riduzione dei rituali di preparazione e ringraziamento all'interno della Forma Ordinaria abbia avuto un effetto a catena sul tempo che precede e segue la liturgia.

Ecco perché dovremmo opporci con fermezza a qualsiasi “riforma” del Messale Romano del 1962 che comporti l’abolizione delle preghiere ai piedi dell’altare e dell’Ultimo Vangelo. Coloro che parlano del valore del Messale del 1965 – la presunta attuazione della Sacrosanctum Concilium – come se fosse il compimento di una legittima riforma liturgica non riflettono a sufficienza sul perché queste parti introduttive e conclusive siano diventate popolari in primo luogo e perché, sotto l’influenza dello Spirito Santo, siano state infine integrate nella liturgia.






L'elogio papale dell'Illuminismo aggira il nodo Chiesa-modernità



Nel discorso del Papa all'Eliseo il 25 settembre hanno attirato l'attenzione le cinque righe dedicate alle «conquiste» dell'Illuminismo, tralasciando la separazione rivoluzionaria dei diritti dell'uomo da Dio e dalla legge naturale. Un passaggio breve ma sufficiente a far emergere un problema irrisolto.

Viaggio apostolico

Editoriali


Stefano Fontana, 05-10-2026

A seguito del viaggio di Leone XIV in Francia è accaduta una cosa strana che merita attenzione. Il viaggio è stato ricco, denso, articolato: discorsi, incontri, visite… A dispetto dell’abbondanza di temi e situazioni capaci di attirare l’attenzione degli osservatori, molti si sono concentrati su cinque righe del discorso tenuto dal Papa all’Eliseo, davanti alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, il 25 settembre, primo giorno della sua permanenza in Francia. Anche La Bussola aveva concluso il suo primo articolo di sintesi sul viaggio papale, con un riferimento a questo passaggio. Per quale motivo cinque righe di un discorso hanno avuto la capacità di emergere e farsi notare con particolare evidenza, dentro un mare di altre righe di tanti altri discorsi?

Per capire la questione, sarà bene richiamarle. Il Papa stava parlando della Francia come una «terra delle antiche radici cristiane». Aveva richiamato alla memoria Sant’Ireneo e il battesimo di Clodoveo, sottolineando che l’anima della Francia «si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo». Poi era passato a parlare dell’Umanesimo, del Rinascimento e del Grand Siècle, a cui seguì – e qui cominciano le cinque righe – «l’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione».

Una semplice esegesi di questi passaggi è sufficiente per spiegare il clamore suscitato. L’Illuminismo ha avuto anche versioni moderate, come in Italia, ma qui il Papa stava parlando dell’Illuminismo francese, quello ateo e rivoluzionario. Sul piano storico ha portato ingiustizie e massacri, sul piano del pensiero politico ha portato la dissociazione più radicale mai pensata prima tra politica e religione cristiana. Ha portato anche i diritti dell’uomo? Sì, ma staccandoli dalla legge naturale e da Dio e proprio contro questi diritti deviati che non sono veri diritti la Chiesa ha sempre combattuto, dapprima condannandoli risolutamente e poi, con Giovanni Paolo II, cercando di contrapporre ad essi i diritti fondati sui doveri e quindi su Dio. Le cinque righe parlano di diritti “insiti nella natura umana”, ma l’Illuminismo o ha negato che si possa conoscere una natura umana, come nel suo massimo filosofo Immanuel Kant, oppure, affidava al potere politico il compito di cambiarla, come in Jean-Jacques Rousseau.

Leone XIV ricorda poi il motto nazionale “Libertà, uguaglianza e fraternità”, pure esso frutto dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. E afferma che esso porta «a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione». La libertà nata dall’Illuminismo è la libertà assoluta e originaria, priva di limiti, dell’uomo moderno. È la libertà “libertaria” che lotta contro ogni presupposto di ordine naturale o divino che la limiti nell’intento di dotarla di senso. L’uguaglianza è l’appiattimento numerico dei cittadini come individui, monadi senza relazioni secondo Rousseau, sommati l’uno sull’altro per dare espressione quantitativa ad una presunta Volontà generale. La fratellanza è l’universalismo cosmopolita massonico, che rifiuta i legami identitari naturali, storici e, ancor di più, soprannaturali, è la fratellanza senza un Padre imposta dalle armate napoleoniche e oggi dal globalismo ideologico.

Oltre a questi problemi, sullo sfondo, c’è poi quello principale. Con l’Illuminismo si struttura la modernità inaugurata dalla riforma luterana. L’ecumenismo impedisce ormai di ricordare quest’ultimo aspetto, dovremo fare lo stesso con l’Illuminismo? Come sappiamo, la modernità come periodo storico contiene molti elementi al proprio interno, anche buoni. Ma come sistema di pensiero comporta un insieme di principi che chiudono nell’immanenza. Se la Chiesa deve dialogare con la modernità nel primo significato, perché deve incontrare l’uomo moderno, non per questo deve però trascurare la modernità nel secondo significato, con i suoi inaccettabili principi, che nell’Illuminismo trovano una precisa espressione. Il dialogo col mondo deve distinguere tra questi due livelli, altrimenti importa la modernità atea nella Chiesa. Le cinque righe di Leone, che accettano l’Illuminismo, intendono accettare anche la modernità teoretica? Limitiamoci a dire che per questo bisognava almeno dedicarvi qualche riga in più.

Non riusciamo a non chiederci quale sia il senso di quelle cinque righe e, davanti all’inquietudine che nasce dalla loro esegesi, si cercano altre spiegazioni. Forse con la parola Illuminismo il Papa intendeva qualche categoria più generica dell’Illuminismo francese della ghigliottina? Anche Benedetto XVI nel discorso al Bundestag tedesco nel 2011 aveva detto che l’illuminismo era nato dal cristianesimo. Egli aveva della parola Illuminismo una valutazione ampia, illuminismo era da lui chiamato anche quello greco con cui la fede cristiana aveva avuto un incontro “provvidenziale”. Però Ratzinger parlava in Germania e non in Francia e parlare di Illuminismo in Francia significa una cosa sola.

Altra spiegazione, da qualcuno suggerita, è che Papa Prevost voglia superare tutta la questione, considerandola preconciliare. Lui, ordinato sacerdote negli anni Ottanta, vorrebbe dimenticare perché la Chiesa “deve andare avanti”. È una ipotesi, però considerare superato un problema non vuol dire risolverlo. E le cinque righe stanno lì a dirci che non è ancora stato risolto.







lunedì 5 ottobre 2026

Perché a Dio si deve donare anche la ricchezza dei beni materiali?


A Dio tutta la Bellezza.





Da Il Cammino dei Tre Sentieri, 11-09-2026


1. A Dio si deve donare anche la ricchezza. Si avete capito bene: la ricchezza. Il motivo è molto semplice: perché a Dio si deve il massimo. Certamente si deve donare a Dio prima di tutto la propria anima, affinché possa adeguatamente regnarvi e sia tutta indirizzata alla sua gloria; ma a Dio si devono anche i beni materiali. Tutto deve essere indirizzato a Lui.

2. Ed ecco perché anche nella liturgia bisogna utilizzare la ricchezza. E a proposito della bellezza che si deve alla liturgia e al fatto che nulla si deve lesinare per rendere più maestosa la liturgia stessa, va detto che molti santi ci tenevano a dire che un conto è la povertà personale, altro è invece la “ricchezza” che si deve a Dio. Noi invece siamo soliti fare il contrario. Pretendiamo la povertà per Dio costruendo chiese brutte e scarne, ma per noi pretendiamo la ricchezza.

3. A proposito dei Santi, un solo esempio, ma se ne potrebbero fare tanti. San Carlo Borromeo (1538-1584) vendette tutte le ricchezze di famiglia per i poveri e viveva personalmente in povertà, ma per celebrare indossava paramenti di straordinaria bellezza e ricchezza.