venerdì 14 agosto 2026

San Massimiliano Kolbe, 7 cose da sapere sul «martire della carità»




La conversione degli eretici, la lotta alla massoneria, il boicottaggio della cattiva stampa e altre battaglie che impegnavano il santo di oggi

Morì ad Auschwitz


Paola Belletti, 14 Agosto 2026 

La morte di san Massimiliano Kolbe, gesto estremo di carità cristiana, non è un brillante solitario incastonato su una vita senza valore, ma l'ultima gemma di un ricco tesoro. Tutta la sua vita è stata esercizio ostinato e fedele di amore a Cristo e all'Immacolata, fatta di operosità intensa e di una creatività messa a servizio di cause che per molti ancora non erano terreno di difesa della fede. Non va staccata artificiosamente la sua morte dalla vocazione della sua intera vita.

1. "SONO UN PRETE, VOGLIO MORIRE PER LUI"


Sono state queste le parole pronunciate con forza nel piazzale del campo di concentramento il 29 luglio 1941. A dirle era stato lui, il sacerdote francescano Massimiliano Kolbe, detenuto con migliaia di altri deportati ebrei ad Auschwitz, nel sud della Polonia. Una dichiarazione che racchiude il senso intero di una vita e della sua vocazione, una verità che in condizioni anche meno drammatiche i sacerdoti cattolici misteriosamente sono chiamati a vivere. La sua offerta, miracolo a sua volta, viene accolta e così Franciszek Gajowniczek, sposato e con due figli, viene risparmiato. Riuscirà a sopravvivere alla prigionia e morirà quasi centenario dopo una vita però attraversata da lutti e sofferenza.

2. UNA MILIZIA PER L'IMMACOLATA

La sua vocazione è precoce e solida: nasce nel 1894, educato alla fede in famiglia entra in seminario a 13 anni nel 1907 dai francescani conventuali. Studierà, laureandosi, filosofia e teologia a Roma. Si interessa di matematica e fisica, progetterà addirittura nuovi tipi di aerei, tutto, vedremo pensato al servizio del fuoco evangelico. Proprio nella città del Papa assisterà a una processione di massoni che inneggiano a Lucifero e alla sconfitta della Chiesa. La guerra è aperta, la fede deve prevalere: secondo la sua concezione cavalleresca della vita mette tutto il suo ingegno, le sue armi e il suo onore a servizio della Dama di cui è devoto, la Madonna. Convinto che sia iniziata “l’Era dell’immacolata” quella in cui Maria dovrà, come dice la Genesi, schiacciare la testa del serpente, - riporta il sito vocazione francescana - scrive: «Bisogna seminare questa verità nel cuore di tutti gli uomini che vivono e vivranno fino alla fine dei tempi e curarne l’incremento ed i frutti di santificazione; bisogna introdurre l’Immacolata nei cuori de gli uomini affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio suo e li trascini alla conoscenza di Lui e li infiammi d’amore verso il Sacratissimo Cuore di Gesù.»

Negli statuti autografi dell'associazione da lui fondata, la Milizia dell'Immacolata, il fine dell'opera e le strategie per raggiungerlo sono ben delineate. Non è devozionismo da sagrestia, ma un piano ambizioso e concreto: «Cercare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, dei giudei ecc. e soprattutto dei massoni (parola sottolineata due volte); e soprattutto la santificazione di tutti sotto il Patrocinio e con la mediazione della Beata Maria Vergine.» Per farlo Kolbe comprende che è necessario infilitrare tutti i settori decisivi della società civile, soprattutto quelli che concorrono a costruire la mentalità delle persone: educazione, scienze, tecnologia, letteratura, arte, stampa e media in genere. Ci aveva visto lungo, e a dargli ragione, purtroppo, sono stati spesso i figli del mondo: chi ha influenzato per decenni la scuola, il cinema, le arti in Italia, per esempio?

3. UNA RIVISTA

L'arma principale diventerà una rivista, Il Cavaliere dell'Immacolata, lanciata nel 1922, destinata all'evangelizzazione in tutte le nazioni, raggiunse in breve tempo un milione di abbonati. Un secolo fa; ed è pubblicata tuttora. L'ambizione del santo era di "fasciare il mondo intero di stampa cristiana". Ancora una volta, a vedere come sono andate finora le cose, sembrerebbe che l'idea sia stata rubata dall'esercito nemico, purtroppo animato da un certo instancabile zelo. Ma san Massimiliano non aveva dubbi sulla qualità del suo condottiero, Maria e certamente non avrebbe ceduto allo scoraggiamento. Noi stessi, come altre testate cattoliche, siamo arruolati nelle stesse fila e cerchiamo di garantire una stampa di qualità, fedele al magistero, a servizio della Chiesa (qui per abbonarsi).

4. RADICALE, ANCHE NELLA MISERICORDIA

L'amore per il prossimo e lo zelo per Maria lo animavano in modo bruciante, tutto il suo ingegno, le sue energie e la sua creatività erano spese per immaginare, addirittura escogitare modi per raggiungere tutti e portarli a Cristo e alla vera fede. Chi è ancora lontano da Cristo, anche se non lo sa, soffre e ha bisogno che il Vangelo lo raggiunga, prima o meglio di altre voci. Così sintetizza in un lungo articolo a lui dedicato anche il sito Religion ed Libertad:

"Il primo passo per raggiungere questo obiettivo è boicottare completamente la cattiva stampa; poi, sostenere la buona stampa", formando scrittori, creando pubblicazioni, biblioteche, sale di lettura e rivolgendosi anche a coloro che non erano cattolici. Contro il materialismo e l'indifferenza religiosa ogni mezzo è lecito, pensava. Immaginava modi per diffondere il suono e trasferire il più lontano possibile la voce, durante la sua vita si dedicherà principalmente alla stampa e alla radio, ma avrebbe certamente apprezzato e sfruttato social media, podcast, dirette su Youtube, agenti AI...

5. LA VERITA' E' UNA SOLA

Soffriva intensamente nell'assistere allo scivolamento di tanti, persino tra i religiosi e i consacrati, verso un'inclusività irresponsabile secondo la quale, in fondo, ogni religione va bene. La fede cattolica non può essere considerata una tra le tante opzioni tutte ugualmente valide, a che sarebbe valsa allora la Passione di Cristo? "Solo coloro che appartengono alla Chiesa cattolica universale seguono la vera via e hanno la garanzia che, se si impegnano fedelmente per Dio secondo gli insegnamenti della Chiesa, raggiungeranno la felicità eterna, la pace e la serenità terrena".

6. UN PATRONO D'ASSALTO

Oggi, nel celebrare la sua memoria liturgica, godiamo della sua potente intercessione. San Massimiliano Kolbe è patrono dei prigionieri politici, dei tossicodipendenti, delle famiglie e soprattutto dei giornalisti cattolici. Per la nostra rivista che si impegna a fare informazione cattolica da 25 anni è un conforto e un monito ad essere coraggiosi, integri, pieni di carità come era lui al punto che, nel momento supremo, è traboccata nel gesto di offerta della propria vita. Oggi, a 85 anni dalla sua morte, proprio ad Auschwitz si svolgeranno tre processioni, organizzate dalle parrocchie e dai francescani. «"San Massimiliano ci mostra un amore molto costante, costantemente creativo e altruista. Questo è un messaggio speciale che può continuare a ispirarci in tutti gli ambiti della vita", sottolinea Grzegorz Strządała della parrocchia di San Massimiliano».

7. UN FILM D'ANIMAZIONE SU SAN MASSIMILIANO

A dimostrazione che il bene esercitato con coraggio e ingegno è tutt'altro che noioso - non ci caschiamo più nella menzogna dell'inferno pieno di gente interessante e carismatica - sulla storia di san Massimiliano è stato realizzato un film animato, uscito nel 2023 in Messico dal titolo Max and me. Una produzione realizzata con investimenti importanti e con i migliori mezzi disponibili, in perfetto stile Kolbe. La storia finisce proprio con le ultime parole pronunciate in un soffio dal santo che, poco prima di spirare, ricorda al suo aguzzino la sola verità che conta (cercando, fino alla fine, la conversione di tutti, anche del suo carnefice): «Lei non ha capito nulla della vita…l’odio non serve a niente. Solo l’Amore crea!». Più creativo di così. 

(Foto Ansa)





giovedì 13 agosto 2026

La fine (annunciata) del modernismo clericale travestito da agenda green



Vecchio, datato e concettualmente esausto: il modernismo progressista ormai in accanimento terapeutico, logorato dal servizio dei poteri forti.




di Fabio Vessillifero, 13 agosto 2026

L’esito paradossale del modernismo ecclesiale non si misura soltanto sul terreno dello svuotamento delle navate o del crollo vocazionale, ma nella sua drammatica subalternità culturale. Presentatosi per decenni come un’intrepida avanguardia capace di affrancare la fede dalle “secche del passato”, il progressismo modernista clericale e teologico ha finito per compiere il più prevedibile dei percorsi: l’omologazione acritica all’architettura del capitalismo predatorio. Spogliato del rigore metafisico della philosophia perennis, del respiro universale dei Padri e della carica eversiva della Grazia, il discorso pastorale si è convertito nella versione sacrale dei memorandum aziendali. L’adozione sotterranea della “teologia dell’efficienza” e il recepimento pedissequo di agende tecnocratiche sovranazionali non hanno salvato la rilevanza della Chiesa nel mondo, ma l’hanno ridotta a una cassa di risonanza etica per le stesse élite finanziarie che mercificano l’uomo e la natura. In questo cortocircuito, il sacerdote che abdica al Mistero per farsi promotore ecologico e animatore sociale non sta profetizzando un futuro nuovo; sta semplicemente indossando la livrea del potere di turno, omologando la Chiesa alla religione civile (qui e qui).

Quando l’altare divenne una cattedra scolastica

La parabola del sacerdozio ministeriale contemporaneo si inscrive in un processo di profonda riconfigurazione che ha trasformato la percezione stessa della Chiesa e del suo ruolo. Quando la figura del prete viene spogliata del suo fondamento spirituale per essere ridefinita in termini puramente funzionali, si innesca una reazione a catena che investe l’intero edificio ecclesiale. La progressiva sostituzione della dimensione sacramentale con compiti di animazione e coordinamento sociale o gestione amministrativa non rappresenta una semplice evoluzione pastorale, ma un vero e proprio mutamento di natura. In questa dinamica, il prete cessa di essere percepito come “pontifex” tra l’uomo e Dio – cioè come un canale della vita di Grazia -, trasformandosi in un funzionario del benessere comunitario. Tale laicizzazione del ruolo presbiteriale si rispecchia specularmente nella clericalizzazione del laicato, il quale, anziché essere incoraggiato a trasformare le realtà secolari e la società alla luce del Vangelo, viene risucchiato nella burocrazia parrocchiale per coprire i vuoti lasciati dal calo delle vocazioni. Il risultato è un cortocircuito in cui né il presbitero né il laico vivono più la propria specifica vocazione, mentre la Messa stessa si degrada da evento liturgico ad assemblea didattica e auto-celebrativa, in cui prevale la dimensione orizzontale dell’istruzione moralistica.

La trappola del consenso e la sterilizzazione della chiamata

La conseguenza più drammatica della perdita d’identità del prete si riflette direttamente sulla crisi vocazionale: un giovane non consegna la propria vita, rinunciando alla famiglia e all’autonomia professionale, per diventare un surrogato di operatore sociale o un manager di strutture parrocchiali. La radicalità della scelta sacerdotale deve trarre linfa unicamente dalla promessa di un’esperienza unica di comunione con il Signore. Quando la Chiesa, nel tentativo di apparire attraente o comprensibile secondo i parametri della cultura secolare, smussa gli spigoli del dogma e rinuncia alla propria carica profetica, essa finisce per condannarsi all’irrilevanza. Il paradosso dell’adeguamento allo spirito del tempo sta proprio nel fatto che il mondo non cerca nell’istituzione ecclesiale una replica sbiadita delle proprie categorie sociologiche o psicologiche, ma l’espressione di un’alternativa radicale, un’interruzione della banalità quotidiana capace di parlare al dramma della colpa, della sofferenza e della salvezza. Laddove invece il sacerdote custodisce con rigore la propria vita cristiana e la propria identità sacerdotale, nutrendo la vita interiore attraverso la Liturgia delle Ore, la devozione mariana, l’assiduità al confessionale e la celebrazione quotidiana e decorosa del Mistero eucaristico, si genera una naturale forza d’attrazione che continua a mostrare la fecondità del sacro.

La rimozione della metafisica e il tradimento dei Padri

La radice filosofica di questo svuotamento risiede nella scientifica demolizione della formazione intellettuale e teologica all’interno dei seminari. L’abbandono della metafisica classica e della philosophia perennis, arricchita dai secoli della Patristica e della Grande Scolastica, ha privato il clero degli strumenti idonei a comprendere e giudicare la realtà. L’assunzione acritica della svolta antropocentrica, figlia dell’impostazione gnoseologica kantiana e delle varie declinazioni dell’esistenzialismo, ha rinchiuso la fede nel perimetro della percezione soggettiva, del sentimento o dell’esperienza psicologica. Ridotta la Verità a mero fenomeno, si è spezzato il fecondo legame tra ragione e rivelazione che aveva caratterizzato il pensiero di maestri come Agostino e Tommaso d’Aquino, fino alla sintesi metafisica e personalista di Antonio Rosmini. In quest’ottica, la teologia cessa di essere la scienza sapienziale che eleva l’intelletto verso l’Essere e si degrada a sociologia applicata. Senza un solido radicamento ontologico, il sacerdote non è più in grado di dialogare con la contemporaneità da una posizione di forza intellettuale, ma finisce per subirne passivamente i presupposti, scambiando il nozionismo e la prassi burocratica per autentica formazione.

Il Vangelo addomesticato al servizio dell’agenda globale

Spogliata del suo orizzonte soprannaturale, la carità cristiana viene inevitabilmente ridotta a una generica filantropia immanentista, perfettamente assimilabile dal discorso pubblico del capitalismo predatorio. L’assunzione ideologica e acritica di agende secolari o programmi sovranazionali rappresenta la forma più sottile di anestesia spirituale: si affrontano i sintomi materiali dei problemi sociali prescindendo del tutto dalla loro radice ultima, che la tradizione cristiana ha sempre individuato nel peccato e nel disordine morale dell’uomo alienato da Dio. Questo pelagianesimo sociale illude l’uomo di potersi salvare attraverso l’ingegneria politica o la conformità a nuovi codici di comportamento dettati dall’economia, nascondendo la vera natura della giustizia, che non può darsi senza la conversione del cuore e l’azione della Grazia. Il progressismo e il modernismo ecclesiale si rivelano così come una religione civile al servizio delle élite tecnocratiche che usa il lessico dell’inclusione o della sostenibilità per soffocare la sete di senso e l’apertura al trascendente.

L’arroganza del presente e la giovinezza della Tradizione

Sotto il profilo strettamente storico e concettuale, il modernismo progressista si svela per ciò che è realmente: un fenomeno culturale vecchio, datato e concettualmente esausto. Esso rimane incatenato al mito ottocentesco del progresso lineare e indefinito, un’ideologia ampiamente smentita dai drammi del Novecento e del presente. Vittima di quello che C.S. Lewis definiva “snobismo cronologico”, il pensiero modernista valuta le idee non in base alla loro verità oggettiva, ma in base alla loro datazione, presumendo che ciò che è recente sia automaticamente migliore di ciò che è antico. Il tentativo di “aggiornare” il Vangelo per adeguarlo alle pretese di un mondo contemporaneo si è tradotto, da cinquant’anni a questa parte, nello svuotamento sistematico delle nostre Chiese. Il futuro della Chiesa e dell’uomo non appartiene dunque a ciò che si adegua al momento presente, destinato a invecchiare nello spazio di un giorno, ma a chi sa andare controcorrente, riaffermando il primato della Trascendenza, la bellezza del culto e la riscoperta della Verità che sola può restituire dignità e speranza all’esistenza.

Il verdetto della storia

Se il modernismo clericale ha scambiato la religione del progresso per la stabilità apparente di un sistema economico che credeva invincibile, l’implosione di quello stesso modello svela oggi il fallimento di un’intera linea strategica. Ora che le contraddizioni interne del capitalismo predatorio, finanziarizzato e tecnocratico stanno portando al pettine i propri nodi strutturali, si apre una voragine non solo economica, ma culturale ed esistenziale (qui).

I chierici del capitale, dopo aver sacrificato la trascendenza per fare da cassa di risonanza a un’agenda globale che sta mostrando tutta la sua fragilità, si trovano di fronte al vuoto da essi stessi creato. E la domanda s’impone allora con drammatica urgenza: ora che i poteri forti del mercato predatorio sono profondamente in crisi, come e con quale moneta i loro servitori in sottana penseranno di salvarsi dalla disfatta? (qui)






Ovuli congelati, ovvero prima il mercato e poi (con calma) la maternità



(Alexandria Ocasio-Cortez, Facebook Reel)Immagine generata con AI

Dopo Ocasio-Cortez negli Usa, riparte anche da noi un confronto su un tema che, comunque lo si guardi, sa di sconfitta

Bioetica


Federica Di Vito, 13 Agosto 2026 

Semplice come applicare il mascara o sfoggiare una nuova manicure: è così che la deputata 36enne statunitense Alexandria Ocasio-Cortez presenta il social freezing. Un approccio talmente “social” da voler condividere storie quotidiane sulle proprie iniezioni ormonali, mentre incolpa qua e là l’amministrazione Trump per quello che descrive come un ambiente sempre più ostile per le scelte riproduttive delle donne. Uno sguardo rassicurante, un sorriso smagliante e una manciata di critiche mirate: è la ricetta perfetta per far decollare il marketing della crioconservazione.

Dagli Stati Uniti all’Italia il passo è breve, specie se il tema genera una certa hype politica. A cogliere la palla al balzo è Matteo Renzi, che punta dritto all’agenda elettorale proponendo il social freezing per tutte. Il leader di Italia Viva, guardando al modello francese, mira a inserire nella prossima legge di bilancio un pacchetto di risorse per finanziare la crioconservazione e chiede di estendere i limiti d’età da 35 a 38 anni per l’accesso alla procedura. Intanto, anche in casa Pd si lavora a una proposta di legge sulla Crioconservazione pianificata degli ovociti (CPO), con Filippo Sensi come primo firmatario insieme a numerosi colleghi.

Il testo, intitolato “Disposizioni in materia di prevenzione dell’infertilità e di preservazione della fertilità femminile”, mirerebbe a contrastare il calo demografico e a sostenere la libertà delle donne che desiderano posticipare la maternità per ragioni professionali o personali. Il piano include contributi economici per le cittadine con redditi medi e programmi di monitoraggio della fertilità tra i 20 e i 35 anni. Attualmente, il Sistema sanitario nazionale garantisce la gratuità del servizio solo in casi limitati, ma i nuovi disegni di legge punterebbero a eliminare le diseguaglianze territoriali e patologiche.

La promessa sembrerebbe quella di adattare la biologia alle moderne dinamiche della vita lavorativa e privata tutelando il fantomatico diritto alla genitorialità e l’onnipresente autodeterminazione femminile. L’élite politica, seguita da vip e influencer, ci dipinge il congelamento degli ovuli come una conquista sociale, un diritto. Eppure, posticipare la maternità sembra una promessa più vantaggiosa per chi la promuove che per chi la vive. La prospettiva appare infatti capovolta: non è più lo Stato ad adattarsi ai ritmi biologici delle donne, ma è la biologia femminile a doversi piegare ai tempi della produzione e del welfare. Mettere in pausa la maternità significa sacrificare le energie più vitali e la massima fertilità di una donna sull’altare della carriera. Risorse preziose che vengono così svendute al mondo del lavoro, mentre la genitorialità viene rinviata a un futuro più stabile, forse, ma biologicamente più complesso.

Perché non si investono risorse per rendere stabile il presente, anziché finanziare un futuro sempre più lontano? Proporre il social freezing come passepartout alla denatalità e alla precarietà lavorativa dei giovani sembra un gioco al ribasso: si promettono risultati dubbi spostando il traguardo ancora più in là. A Matteo Renzi, che porta l’esempio della ventenne schiacciata da affitto e incertezze sul futuro, va risposto che l’errore è a monte. Se lo Stato non garantisce a una giovane qualificata un accesso dignitoso al lavoro e alla casa e non sa rispondere al suo fisiologico desiderio di maternità, il problema non è la biologia femminile da mettere “in pausa”, ma un sistema che impedisce di desiderare un figlio nel momento biologico migliore.

Appare evidente quanto il dibattito sul congelamento degli ovociti, al di là delle vetrine social e delle scelte solo apparentemente consapevoli, sia fortemente condizionato da fattori economici. Come osserva oggi Francesco Borgonovo su La Verità «non è difficile capire perché ci sia tanta pressione», considerando che negli Usa la spesa tocca i 20.000 dollari, mentre in Italia il solo congelamento costa tra i 2.500 e i 4.000 euro. A queste cifre vanno aggiunti circa 2.000 euro per la stimolazione e costi di mantenimento fino a 500 euro l’anno. In questo contesto, le proposte di Matteo Renzi o del Pd sono misure che andrebbero a «beneficio delle cliniche».

Basti guardare un po’ più lontano nel nostro naso: in America ce la dipingono come una scelta per sentirci «più padrone della nostra vita», come ha detto Ocasio-Cortez sui social. Ma i fatti raccontano un’altra realtà. Raccontano di grandi aziende che propongono la crioconservazione alle dipendenti come benefit aziendale, narrazioni fuorvianti che promettono una fertilità flessibile e a portata di mano, omettendo spesso e volentieri i dati sui rischi e i tassi di successo. Anziché “padrone della propria vita” ci si ritrova facilmente schiave di un mercato redditizio che negli Stati Uniti ha già visto «un incremento del 400% delle procedure in meno di dieci anni».

Se ciò non bastasse, un importante soggetto viene costantemente omesso dal dibattito: il bambino che forse nascerà. La maternità programmata rende il figlio oggetto di desideri e progetti da ritardare a piacimento, e non lo vede più come dono che Dio concede e che la natura attende. Allora è chiaro che nel dibattito vincano la mentalità dominante e il business tagliando fuori i veri protagonisti: la donna, il bambino, la coppia che neanche si nomina più. E Dio. Perché da quando ci siamo messi al Suo posto, giocare con le provette può sembrare facile, ma va ricordato che chi manipola la vita lo fa a suo rischio e pericolo. 

(Foto: Screenshot Ocasio-Cortez, Facebook Reel)








Eutanasia, gli orrori del Canada di oggi saranno “normali” domani



Brigitte Stegemann, 83 anni, è morta lo scorso 10 luglio in una struttura per anziani in Ontario: le è stata praticata l'eutanasia senza il suo consenso né quello dei familiari. Il racconto agghiacciante dei suoi ultimi giorni è un monito per quello che potrà diventare normalità domani, anche da noi.

Nonna uccisa senza consenso


Cronaca di una morte annunciata, ma non ricercata. Brigitte Stegemann aveva 83 anni e negli ultimi due anni era stata ospite di una struttura per anziani in Ontario, in Canada. Cinque mesi fa le diagnosticarono un tumore allo stomaco al IV stadio. Il 10 luglio scorso Brigitte è morta per eutanasia, seppur lei stessa l’avesse sempre rifiutata. La cronaca dei giorni precedenti la sua morte è illuminante per capire come l’eutanasia non è una proposta, ma la soluzione imposta per quelle vite che ormai sono ritenute inutili, insensate, esistenze che non possono avere più posto in un mondo efficientista e incapace ormai di compassione.

Sul blog della Coalizione per la Prevenzione dell'Eutanasia, la famiglia di Brigitte, chiamata affettuosamente GG dai parenti, ha raccontato i suoi ultimi giorni. Un racconto – intanto ripreso da alcuni media italiani ed esteri – che parla da sé. «Circa due mesi prima della morte di GG – racconta la famiglia – si tenne una riunione per discutere la possibilità di ricorrere all'eutanasia assistita. In quell'occasione, GG dichiarò chiaramente di non voler procedere in tal senso. Da fervente cristiana, espresse esplicitamente che l'eutanasia assistita era in contrasto con le sue convinzioni personali e la sua fede». Nonostante questa sua opposizione i medici, addirittura in assenza della nipote, sua rappresentante legale, in più occasioni cercarono di estorcerle il consenso all’eutanasia.

In un giorno precedente di poco la sua morte, i familiari andarono a trovare GG e la trovarono molto spenta, spesso assente, con lo sguardo nel vuoto e con notevoli difficoltà di comprensione, anche per via di una rilevante sordità che l’affliggeva. I familiari sospettano tutt’oggi che quella mancanza di lucidità potesse essere indotta dalla somministrazione di alcuni farmaci.

Il 6 luglio 2026 la struttura organizzò un altro incontro, a cui furono presenti anche alcuni familiari della nonna, per discutere nuovamente dell’opzione eutanasia. Durante l’incontro e nell’attesa che arrivasse il medico di riferimento, la nipote Brigitte chiese ad una infermiera lì presente il motivo di questo secondo incontro e dei colloqui che il personale medico aveva avuto con la nonna al fine di persuaderla a scegliere l’eutanasia, dato che la stessa in modo molto chiaro aveva già chiarito che avrebbe rifiutato qualsiasi procedura eutanasica. L’infermiera fu capace solo di rispondere con queste parole: «Non ho bisogno di dirle niente».

La famiglia poi appunta: «Brigitte spiegò che la nostra famiglia non appoggiava l'eutanasia nel caso di GG ed espresse serie preoccupazioni sul fatto che GG non fosse mentalmente in grado di prendere una decisione così importante in modo indipendente. GG aveva convissuto per molti anni con quella che la nostra famiglia sapeva essere una disabilità dello sviluppo cognitivo, disabilità congenita non diagnosticata (che sospettavamo potesse rientrare nello spettro autistico), che influenzava profondamente la sua capacità di elaborazione, comprensione e decisione».

Come accennato, la rappresentante legale di GG era la nipote, ma la procura riconosciuta a quest’ultima sarebbe scattata solo nel momento in cui la nonna fosse stata dichiarata incapace di intendere e volere. Prima di quel momento spettava solo a GG decidere sull’eutanasia. Per la legge dell’Ontario l’incapacità in tema di eutanasia ha requisiti specifici: la persona incapace è quella che non comprende la propria situazione clinica e prognosi; la valenza delle alternative terapeutiche e i loro rischi e benefici e il fatto che la procedura eutanasica comporterà la morte.

Ora, GG non era stata dichiarata incapace di intendere e volere. Ma prima di qualsiasi pratica eutanasica occorre verificare se la persona è capace di prendere decisioni libere e consapevoli e così il 7 luglio la dottoressa K iniziò, davanti ai familiari, a verificare la presenza di questo requisito. Il racconto della famiglia così prosegue: «Durante la valutazione, GG fornì ripetutamente risposte oggettivamente errate a domande basilari e fattuali sulla sua vita e sulla sua famiglia. Quando le fu chiesto se avesse fratelli o sorelle, GG rispose di no. La famiglia corresse immediatamente l'informazione, spiegando che GG era la penultima di quattordici figli. La dottoressa K chiese quindi se qualcuno dei suoi fratelli o sorelle fosse ancora in vita, e GG rispose di nuovo di no. Ancora una volta, la famiglia dovette intervenire e correggere l'informazione, spiegando che alcuni dei suoi fratelli e sorelle erano ancora vivi e che GG aveva parlato con uno di loro proprio la settimana precedente. A questo punto, GG si sentì completamente disorientata e angosciata. […] La dottoressa K spiegò quindi a GG l'eutanasia assistita in termini specifici, descrivendola, per quanto ricordiamo, come la somministrazione di un farmaco, una sensazione di pace che avrebbe provocato l’addormentamento […] Per una persona anziana con le caratteristiche sociali e cognitive di GG, il termine "farmaco" era concettualmente legato esclusivamente a guarigione, cura e sollievo. Descrivere un'iniezione letale come la semplice somministrazione di un farmaco […] significa sfruttare la sua vulnerabilità, rendendole impossibile comprendere appieno che stava acconsentendo alla cessazione attiva della sua vita». Nonostante GG fosse manifestamente incapace di prendere una decisione simile riguardo alla sua vita, la dottoressa K sentenziò: «L'ho ritenuta capace».

Poi la nipote decise di parlare con la nonna: «GG apparve confusa e visibilmente angosciata. Rispose con parole del tipo: "Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?". Pianse a lungo, ripetendo più volte di aver commesso un errore. [La nipote] Brigitte la consolò e la rassicurò dicendole che, se avesse cambiato idea, aveva il pieno diritto di comunicare venerdì all'équipe medica che non voleva procedere».

Il giorno previsto per l’uccisione di GG, la dottoressa K, così come previsto dalla legge, chiese alla donna se volesse morire. GG rimase in silenzio. Per legge la persona che ha fatto richiesta di eutanasia deve confermare verbalmente ed espressamente questa sua volontà eutanasica. Nonostante il silenzio di GG e quindi nonostante mancasse il consenso, i medici le praticarono ugualmente l’eutanasia.

Alla lettura di questo racconto dell’orrore i sostenitori dell’eutanasia probabilmente risponderebbero così: l’eutanasia è in sé pratica buona, solo che in quella casa di cura non hanno applicato correttamente i protocolli. Si è trattato quindi di una procedura illegale che riguarda però una pratica buona. Le cose non stanno così: l’eutanasia è un assassinio e come tale è sempre un’azione intrinsecamente malvagia. Nel caso di GG, a questa azione malvagia si sono aggiunte altre condotte moralmente riprovevoli, ma che prefigurano il futuro sviluppo dell’eutanasia anche in ambito legale: un domani non lontano non servirà più il consenso del paziente – già non è servito per Eluana Englaro, per Charlie Gard, Alfie Evans e molti altri – perché si agirà per il suo best interest. La malpractice di oggi sarà il rispetto delle regole di domani.






mercoledì 12 agosto 2026

La Francia e la rinascita della fede all’insegna della Tradizione. Analisi di un fenomeno






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by Aldo Maria Valli 12 ago 2026




di James Bassom

Il costante aumento delle conversioni al cattolicesimo registrato tra gli adulti nel mondo occidentale negli ultimi cinque anni ha generato un ampio dibattito e rinnovato la speranza tra i fedeli. In nessun luogo questo fenomeno ha suscitato tanta emozione quanto in Francia, la figlia maggiore della Chiesa.

Naturalmente è stata l’entità delle cifre a destare l’attenzione. Secondo la Conferenza episcopale francese, dall’inizio del XXI secolo il numero di adulti e adolescenti che chiedevano il battesimo era rimasto relativamente stabile, tra i quattromila e i cinquemila all’anno. Poi, poco dopo il Covid, ha registrato un aumento vertiginoso: 5.825 nel 2022, 8.416 nel 2023, 12.340 nel 2024, 17.788 nel 2025 e infine 21.386 entro la Pasqua del 2026. In soli quattro anni, il numero dei convertiti è quindi aumentato di quasi il 400%.

Questi dati sono impressionanti, ma restano modesti se confrontati con il numero di persone che continuano ad abbandonare la Chiesa. Mentre negli anni Sessanta oltre il 90% dei francesi si identificava come cattolico, oggi questa percentuale si aggira intorno al 30%. Negli anni Settanta più di tre quarti dei neonati venivano battezzati nella Chiesa cattolica; percentuale scesa al 50% nel 1996 e poi al 25% nel 2024. Lo stesso declino riguarda altri sacramenti, in particolare il matrimonio, la cresima e la prima comunione.

Ciononostante, quest’ondata di conversioni rimane uno dei fenomeni religiosi più straordinari del nostro tempo, anzi della storia recente. Non è esagerato definirlo un vero miracolo: un segno eclatante della grazia di Dio all’opera nella sua Chiesa nel cuore di una crisi senza precedenti. Secondo la logica del mondo moderno, un fenomeno del genere semplicemente non dovrebbe accadere.

Approfondendo le motivazioni e la spiritualità di questi nuovi convertiti, il fenomeno si faa ancor più interessante. All’inizio dell’anno la Conferenza episcopale francese ha pubblicato un’indagine condotta su 1.450 catecumeni in sessanta diocesi. Dallo studio emerge che i convertiti previsti per il 2026 sono per il 58% donne e per il 42% uomini. Sono inoltre molto giovani: l’80% ha meno di quarant’anni. Provengono sia da zone rurali che da grandi città e rappresentano tutte le classi sociali.

Alla domanda “Cosa ti ha spinto a richiedere il battesimo?” la risposta più frequente (40%) è: “Una prova, una malattia o un lutto che mi hanno portato a cercare un significato”. Seguono domande personali sulla religione cristiana (34%), una forte esperienza spirituale (32%) e una visita a un luogo sacro – una cappella, una cattedrale o un’abbazia – che ha profondamente colpito la persona (23%).

Ancora più sorprendente è il fatto che l’influenza diretta di un cristiano appaia relativamente secondaria: la testimonianza di vita dei credenti è citata solo dal 19% degli intervistati, la richiesta di battesimo da parte di una persona cara dal 16% e l’influenza dei social media solo dall’11%. Ogni conversione è innanzitutto opera della grazia dello Spirito Santo.

Nella storia della Chiesa le maggiori ondate di conversioni si sono quasi sempre verificate attraverso l’apostolato diretto di sacerdoti e missionari, ma questa nuova ondata sembra essersi sviluppata quasi indipendentemente dall’operato del clero francese. Lo Spirito Santo sta lavorando direttamente nelle anime, al di fuori dei canali tradizionali. Gli stessi vescovi ammettono di non poter spiegare appieno questo fenomeno. L’arcivescovo Olivier de Germay di Lione sottolinea che molti giovani affermano di aver sentito una “chiamata interiore”, di aver avuto un'”esperienza spirituale” o una “esperienza di Dio” davvero inaspettata. Secondo lui, il progresso tecnologico non ha mantenuto le sue promesse: lascia un profondo vuoto interiore e alimenta un’immensa insoddisfazione.

Questa profonda disillusione nei confronti delle promesse del mondo moderno sembra essere il filo conduttore di molte conversioni. Il vescovo de Germay parla di una vera e propria “sete spirituale”. Queste giovani generazioni, spesso private di un’educazione religiosa, non hanno ereditato pregiudizi ostili verso la Chiesa. Si avvicinano con mente aperta e scoprono nel cattolicesimo un’istituzione solida, radicata in duemila anni di storia, capace di offrire punti di riferimento stabili e una vera identità.

Molti vedono in questa evoluzione la ricerca di significato da parte di una generazione profondamente sradicata. Segnata da ansia, depressione e vuoto esistenziale, la Generazione Z è attratta dalla storia bimillenaria della Chiesa, dalla sua dottrina e dalle sue tradizioni. Il vescovo Éric de Moulins-Beaufort osserva che molti catecumeni descrivono la loro vita passata come dominata da tristezza, vuoto e angoscia. Dopo l’incontro con Cristo, scoprono una pace interiore che riconcilia tutta la loro esistenza.

Secondo Charles Mercier, professore di storia contemporanea all’Università di Bordeaux, in passato i nuovi convertiti aderivano principalmente ai movimenti carismatici. Oggi invece sono molto più propensi ad abbracciare forme di cattolicesimo conservatrici, persino tradizionali. Dimostrano sia la capacità di esprimere la propria fede con un linguaggio contemporaneo, sia un marcato attaccamento alla liturgia tradizionale e a una dottrina chiaramente ortodossa.

Questi giovani non cercano solo una dottrina solida: aspirano anche a una spiritualità tradizionale. Dagli anni Sessanta i movimenti progressisti hanno cercato di allontanarsi da molte devozioni cattoliche tradizionali per promuovere un cattolicesimo più incentrato sulle questioni sociali. In Francia, figure come il cardinale Achille Liénart e il vescovo Jacques Gaillot hanno incarnato questo orientamento modernista, così come il movimento di Sillon e il movimento dei sacerdoti operai.

Charles Mercier osserva un’autentica rinascita di devozioni un tempo marginalizzate, in particolare il rosario. Questa nuova generazione sta riscoprendo pratiche a lungo considerate obsolete, talvolta adattandole alle norme culturali contemporanee. Il Sacro Cuore, ad esempio, ispira ormai film ed è persino diventato un oggetto decorativo ampiamente diffuso.

Sebbene il pontificato di Francesco abbia spesso posto l’accento su temi come l’ecologia, l’immigrazione e alcune riforme pastorali, una larga parte dei giovani cattolici sta mostrando una crescente attrazione per processioni, pellegrinaggi, incenso, latino, canto gregoriano e una liturgia più solenne. Molti ricevono la comunione in ginocchio e sulla lingua, secondo pratiche che erano in gran parte cadute in disuso dopo il Concilio Vaticano II.

Il pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres ne è un esempio lampante: passato da poche migliaia di partecipanti vent’anni fa a oltre ventimila nel 2026, attrae ora una stragrande maggioranza di giovani sotto i trent’anni. Anche la venerazione delle reliquie sta registrando una crescita notevole, come dimostra l’esposizione della Sacra Tunica di Argenteuil, che ha attirato quasi mezzo milione di pellegrini nel 2025.

I convertiti spesso menzionano l’influenza decisiva di un genitore o, ancor più frequentemente, di una nonna. Molti ricordano una nonna che li accompagnava fedelmente in chiesa, insegnava loro a pregare e incarnava la gentilezza cristiana, oppure un nonno che guidava le preghiere familiari e andava in pellegrinaggio a Lourdes.

Secondo lo storico Guillaume Cuchet, è spesso in seguito a una tragedia – una morte, una malattia o un battesimo – che emerge la profonda domanda sul significato della vita e della morte. Le risposte offerte da un mondo senza Dio appaiono allora inadeguate. Sebbene la maggior parte dei francesi non pratichi più alcuna religione, quasi il 70% desidera ancora un funerale cristiano, a dimostrazione che le grandi prove della vita rimangono un’occasione privilegiata per l’evangelizzazione.

L’autore conclude che la ricerca di identità e radici è alimentata anche dalla crescente islamizzazione della Francia. Di fronte a una società secolarizzata, individualista e priva di una direzione precisa, e con una presenza musulmana sempre più visibile, molti francesi stanno riscoprendo nel cattolicesimo la fede storica del loro paese e una risposta alle sfide del nostro tempo.

Il cattolicesimo francese sta dunque cambiando volto. A lungo relegati alla discrezione in nome della laicità, i giovani cattolici ora abbracciano apertamente la loro fede. Un sacerdote di Lille racconta che in passato, uscendo di chiesa, nel mercoledì delle ceneri ci si affrettava a cancellare il segno ricevuto. Oggi invece i giovani le portano con orgoglio tutto il giorno e condividono volentieri la loro fede sui social media.

Nessuno può ancora dire se questa tendenza durerà. Una cosa, però, è certa: sta già trasformando profondamente il panorama religioso francese. Come riassume il vescovo Matthieu Rougé di Nanterre: «Stiamo passando da una Francia prevalentemente cattolica a una Francia caratterizzata da una significativa minoranza cattolica». Man mano che la pressione esercitata sui cattolici si intensifica, il loro fervore potrebbe rafforzarsi. Nonostante la profonda crisi che la Chiesa sta attraversando da diversi decenni, Dio non ha abbandonato la sua Chiesa, né la Francia, sua figlia maggiore. Continua ad operare nelle anime, offrendo ai cattolici validi motivi di speranza.

avenirdelaculture






L’illusione dell’agnostico e la resa dei Pastori: la salvezza non è a buon mercato


vescovo Francesco Savino e Francesco Guccini (immagine generata con IA di ChatGPT)

Il Vangelo “corretto” da Zuppi e Savino. Il fallimento dell’agnosticismo di Guccini



di Fabio Vessillifero, 12 agosto 2026

La riflessione promossa dal post pubblicato su Facebook da Mons. Francesco Savino — vicepresidente della CEI — e le parole pronunciate dal Cardinale Matteo Zuppi in occasione delle esequie private di Francesco Guccini hanno riportato al centro del dibattito ecclesiale un atteggiamento “pastorale” adottato oggi da molti sacerdoti e vescovi senza il dovuto discernimento. L’omaggio reso dai vertici della Chiesa italiana a un cantautore che si è sempre proclamato manifestamente agnostico, individuando nella sua celebre “Dio è morto” un paradossale annuncio di risurrezione e una speranza di mondo nuovo ripulito dagli idoli, ha finito per aprire, in realtà, una ferita profonda. Un itinerario interpretativo che ha inteso valorizzare il dubbio come forma di preghiera e l’interrogativo come una soglia assimilabile alla fede, fino a immaginare l’artista «accolto nel banchetto del Regno dove il vino è nuovo e il pane è spezzato per tutti». I due vescovi pensano così di “arruolare” in Guccini il prototipo dell’uomo in ricerca che, per il fatto di vivere rettamente la propria coscienza, accoglierebbe già implicitamente la grazia di Cristo, venendo considerato cristiano di fatto anche senza professare la fede.

Tuttavia, l’uomo di oggi — che solo per un palese equivoco si pretende di identificare nel noto cantautore — non è affatto impegnato in una reale ricerca interiore. Se la figura di Guccini ha rappresentato un abile produttore di simboli e merci della cultura di massa, capace di trasformare il dubbio e l’angoscia esistenziale in dischi di successo e in un’attività economica altamente redditizia di cui ha goduto i frutti, la massa contemporanea si è limitata semplicemente a consumarne i prodotti. Le domande di senso e la ricerca di una vera giustizia sociale, pur non potendo mai venire del tutto soffocate, rimangono prive della possibilità di emergere, anche perché la Chiesa stessa ha spento la sua luce, dimostrandosi ormai incapace di indicare la via della verità e della bellezza. Essa non riesce più a mostrare la dimensione spirituale di quella gioia che nasce unicamente dall’incontro con Dio — la sola in grado di donare un senso compiuto all’esistenza, di illuminare i rapporti umani, di aprire un varco di speranza di fronte al mistero della morte e di insegnare a contemplare la creazione all’interno del disegno divino. Di fronte all’agnosticismo di Guccini e alla sua mercificazione, i Pastori avrebbero dovuto assumere ben altro atteggiamento: invece di avallare una comoda ambiguità e scambiare il fatturato discografico per un itinerario di grazia, avrebbero dovuto richiamare con fermezza la somma lucidità con cui il Concilio si era espresso: «tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze».

L’anestesia del consumo

È proprio questa visione di insieme che impone di superare finalmente la tentazione del facile stereotipo ancora largamente diffuso che pretende di contrapporre l’“agnosticismo onesto” di Guccini all’ipocrisia della “fede formale” del credente. Se in passato la pressione della società spingeva all’omologazione religiosa e al conformismo di facciata, il panorama odierno ha subito una trasformazione radicale. Il formalismo religioso di massa è stato spazzato via dalla secolarizzazione e dal trionfo della cultura del consumo. Oggi la spinta al conformismo si esercita attraverso stili di vita appiattiti sull’immediato, sull’efficienza e sulla distrazione sistematica dalle domande ultime. In un simile contesto, professare la fede cristiana non è più una scelta comoda o scontata, ma richiede una presa di posizione consapevole e spesso faticosa.

Ma vi è di più. Non si può ignorare il contesto economico e sociologico entro cui la stessa opera di Guccini si colloca: venduta su vinile o fruita attraverso le piattaforme di mercato, la canzone d’autore risponde alle regole dell’industria culturale e si rivolge proprio a quel bacino di utenza imbevuto di mentalità consumistica. La “canzonetta”, per quanto nobilitata da intenzioni poetiche, diventa così un manufatto da consumo che permette all’ascoltatore di provare l’emozione effimera dell’inquietudine senza che questa comporti alcun costo reale in termini di conversione o di condotta morale. Trasformare una fruizione estetica e commerciale in un “itinerario spirituale” rivela la colossale ingenuità di Pastori che confondono l’acquisto di un prodotto discografico con l’angoscia della salvezza.

La caducità del profano di fronte all’eternità del Sacro

Questa resa della gerarchia ecclesiale si consuma anche sul piano squisitamente estetico e teologico. Le canzoni di Guccini non possiedono — né potrebbero mai possedere — quel valore compositivo, quella bellezza oggettiva e quella forza anagogica capaci di elevare lo spirito umano verso il Trascendente. Sono strutture armoniche semplificate, destinate a suscitare un’immedesimazione psicologica, ideologica o nostalgica passeggera, soggetta all’usura del tempo e delle mode generazionali.

Non vi è alcun termine di paragone tra la caducità della canzone d’autore e la grandezza immortale del canto gregoriano o della grande polifonia sacra. Lì dove la musica della Tradizione nasce dalla Parola divina per farsi preghiera, sospendendo il metronomo del mondo e conducendo l’anima all’adorazione dell’Invisibile, la canzonetta profana rimane confinata nell’orizzonte dell’immanente. Che i vertici della Chiesa abbiano abbandonato l’inestimabile patrimonio d’arte e di fede che la Sposa di Cristo ha generato nei secoli per rincorrere l’eco di una strofa di musica leggera dimostra lo smarrimento di una guida spirituale che non sa più proporre la Bellezza che salva e converte, accontentandosi dei surrogati offerti dallo spettacolo.

L’illusione dell’uomo senza Dio

Tuttavia, se guardiamo le cose ancora più in profondità, è proprio nell’esame della nostra civiltà che l’agnosticismo rivela la sua intrinseca insostenibilità. Bisogna infatti chiarire un punto fondamentale: l’agnosticismo non riguarda soltanto la sospensione del giudizio su Dio, ma costituisce, ancora prima, una vera e propria resa gnoseologica, una rinuncia della ragione ad attingere l’oggettività della realtà e la struttura metafisica dell’essere. Di fronte al degrado morale causato dal materialismo, dal capitalismo predatorio e dall’edonismo, si comprende come la Rivelazione — in cui «Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo» — rappresenti l’unica reale via d’uscita. Del resto, se la cultura occidentale riconosce oggi, almeno teoricamente, l’inalienabile dignità di ogni persona, l’eguaglianza ontologica e il primato della coscienza, lo deve unicamente alle categorie generate dal Vangelo, sconosciute al mondo antico.

In un simile orizzonte, l’ostinazione nel dubbio appare come una pretesa irragionevole: quella di voler godere dei frutti del diritto naturale e della dignità umana, avendone però reciso la radice cristiana e metafisica. Persino la critica più feroce al cristianesimo, come quella di Nietzsche, aveva intuito che il rifiuto della verità oggettiva non produce un’umanità pacificata (il famoso superuomo bambino!), ma solo una chimera destinata a dissolversi nel nulla. Pretendere di conservare la dignità dell’uomo — etsi Deus non daretur —, prescindendo dalla civiltà del Vangelo, si rivela per quello che è: un’illusione fragile che espone nuovamente la società al rischio di cadere in nuove forme di barbarie. È la medesima contraddizione che affiora nei versi finali della celebre canzone di Guccini, laddove si intravede il riscatto della persona e la speranza di un «mondo nuovo» in cui «Dio è risorto», ma solo quale proiezione immanente della volontà e del desiderio umano («in ciò che noi crediamo… in ciò che noi vogliamo»). Un’evocazione suggestiva che, rimasta ancorata nell’agnosticismo, pretende incoerentemente di trattenere la vita della Risurrezione senza piegarsi di fronte alla realtà del Risorto:

«…ma penso / che questa mia generazione è preparata / a un mondo nuovo e a una speranza nuova, / quello che si cerca è quel che passa / ma che non è mai morto, / che Dio è risorto, / in ciò che noi crediamo Dio è risorto, / in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, / nel mondo che faremo Dio è risorto...».

La trappola della grazia a buon mercato

Riguardo, infine, al dovere morale di cercare la verità in barba alla deriva di un facile buonismo, si erge la severità ineludibile della Scrittura. Nel Vangelo di Luca, il cammino di Gesù verso Gerusalemme è segnato da un avvertimento che recide alla radice qualsiasi rassicurazione di comodo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete» (Lc 13,22-30).

La risposta di Cristo è una doccia fredda: se non basta aver “mangiato e bevuto” alla Sua presenza, ed aver ascoltato le Sue parole frequentando i recinti della religiosità formale, è vero anche che neppure l’agnostico in ricerca può illudersi di salvarsi unicamente in virtù della propria inquietudine intellettuale. Rimanere indefinitamente sulla soglia del dubbio, trasformando la ricerca in un alibi che evita il salto della fede e l’adesione morale alla Verità, significa rimanere fuori dalla “porta stretta”. La ricerca non è ancora la meta, e la domanda non sostituisce la risposta: senza l’incontro con Cristo e la trasformazione della vita, anche la ricerca più onesta rischia di risolversi in un’auto-giustificazione che non scardina il giudizio di Dio. La porta è “stretta” proprio perché esige lo sforzo (agōnízesthe) del discepolato reale e il rifiuto del compromesso con il male. La teologia classica ha sempre rifiutato sia la disperazione, che nega il perdono, sia la presunzione, che pretende la salvezza senza merito e senza pentimento. Per questo l’Apostolo Paolo ammonisce i fedeli con granitico rigore: «attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12). La vera misericordia di Dio non abolisce la giustizia, ma la adempie; non giustifica l’incredulità, ma offre la forza e l’urgenza per riscattarsene.






Pma, i medici cattolici dichiarino l’obiezione di coscienza



Lo scambio di provette, con conseguente aborto del figlio “sbagliato”, avvenuto all’Ospedale San Raffaele di Milano ricorda l’importanza di sollevare obiezione di coscienza rispetto alla fecondazione artificiale, come previsto dalla Legge 40/2004. Per i medici cattolici è anche una testimonianza di coerenza.

La lettera

Editoriali 


Alberto Virgolino, 12-08-2026


Egregio Direttore,

mi consenta un commento all’episodio in merito allo scambio di provette, con successivo impianto dell’embrione sbagliato al San Raffaele di Milano.

L’errore denunciato al San Raffaele – ma chissà quanti altri errori restano nascosti in altri centri dediti alla PMA! – mette in chiara evidenza quanto la tecnica di fecondazione extracorporea (FIVET/ICSI) rappresenti una vera offesa alla dignità della procreazione umana e della vita concepita. Pur condotta nelle modalità tecnicamente più efficienti e sicure in un centro più che qualificato nel quale si effettuano migliaia di FIVET ogni anno – omologhe ed eterologhe –, la procedura definita “medicalmente assistita” dimostra tutta la sua artificiosità e meccanicità quasi di una “catena di montaggio”. La coppia in primis, e poi l’embrione prodotto in provetta, subiscono un trattamento che li rende meri strumenti nelle mani di altri, i biotecnologi. E come in una qualsiasi catena di produzione di manufatti, ci può essere l’errore procedurale che compromette il risultato richiesto dal cliente. La “ditta” che correttamente riconosce l’errore si scusa e si impegna a rimediare.

Ma qui, nella PMA, si tratta di “soggetti” e non di oggetti! Come si può rimediare? Niente di irrimediabile, secondo la stessa “ditta” del San Raffaele: l’embrione considerato “sbagliato”, perché trasferito nell’utero di un’altra donna, viene rimosso con una “aspirazione endometriale”: un vero e proprio aborto volontario! Poi, viene preso dal freezer un altro embrione fratello di quello “sbagliato”, viene scongelato e, se sopravvive, trasferito nell’utero giusto, cioè della vera madre biologica (se è stata effettuata una FIVET omologa). Tutto risolto! Sembra incredibile, ma questi sono i risvolti tecnici e disumani a cui vanno incontro le coppie che affidano il loro desiderio di generatività ai centri della PMA. La donna in primis accetta di sottoporsi a tutta la procedura che comporta anche rischi per la sua salute conseguenti all’iperstimolazione ormonale finalizzata alla produzione di numerosi ovociti, o agli effetti collaterali dell’anestesia necessaria durante l’aspirazione degli stessi ovociti dai follicoli ovarici. La stessa donna (e la coppia) accetta di far fecondare spontaneamente o, più spesso, artificialmente con la tecnica ICSI (iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo nell’ovocita) un numero di ovociti superiore a quelli che, divenuti così embrioni, se considerati idonei, verranno per la maggior parte crioconservati e in minor misura trasferiti in utero. E verso quelli crioconservati, cioè immersi nell’azoto liquido a -196° C, la donna o la coppia non dichiara alcun impegno a poterli ancora utilizzare successivamente, abbandonandoli così ad un destino ignoto.

Dopo tutto questo percorso ad ostacoli, con grande impegno psicofisico soprattutto della donna e il sacrificio di numerosi embrioni (prima e dopo il loro trasferimento in utero), pur nella condotta ottimale della procedura – senza scambi di embrioni in vitro – mediamente, di tutte le coppie in Italia, soltanto il 10-20% per la FIVET omologa e circa il 30% per l’eterologa riesce a stringere un bambino nato vivo in braccio (secondo i dati rilevati nella Relazione del Ministero della Salute al Parlamento sull’applicazione della Legge 40/2004 per l’anno 2023). Suscita perplessità, tra l’altro, il fatto che queste tecniche di PMA, omologhe ed anche eterologhe (con donazioni di ovociti e/o spermatozoi di soggetti esterni alla coppia), vengano offerte in un ospedale, quale il San Raffaele di Milano (Gruppo San Donato), nel quale non vengono ammesse le IVG per dichiarata “obiezione di coscienza”, prevista nella Legge 194/1978, da parte dei sanitari che vi operano. Sorge dunque spontanea una domanda: che differenza c’è tra un essere umano nelle sue prime settimane di sviluppo intrauterino concepito naturalmente e quello concepito per “procreazione medicalmente assistita” (PMA)? Evidentemente quest’ultimo è considerato come se fosse di “serie” inferiore – tanto inferiore! – come una “cosa”, la cui manipolazione (ad esempio la crioconservazione) e la cui perdita successiva al trasferimento in utero (circa il 90%!) o esercitata volutamente (“aspirazione endometriale” dell’embrione sbagliato) non fa problema ad alcuno, neppure ai colleghi “obiettori di coscienza” del San Raffaele!

Ritengo urgente, a questo proposito, che quantomeno i medici cattolici si dimostrino coerenti fino in fondo nel riconoscere il valore intangibile della vita umana comunque concepita e sempre destinata alla nascita. È dunque auspicabile che, oltre all’obiezione di coscienza per l’aborto volontario (ai sensi dell’art. 9 della Legge 194/1978), dichiarino anche quella per la PMA (ai sensi dell’art. 16 della Legge 40/2004). In un momento storico in cui la PMA sta avendo un impatto socio-sanitario crescente, soprattutto dopo l’inserimento nella sua forma omologa nei LEA (come terapia sostenuta economicamente dallo Stato) da parte del nostro Ministero della Salute dal gennaio 2025, è quantomai necessaria la nostra testimonianza in questo ambito per favorire la giusta consapevolezza nelle coppie che, di fronte alla loro infertilità, possono venire “socialmente” indotte alla PMA. Una testimonianza necessaria per la loro salute e per prevenire il sacrificio di innumerevoli esseri umani nelle loro prime giornate e settimane di vita.

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L'autore di questa lettera è presidente dell'AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici)