Sinodo sulla sinodalità (foto di GettyImages) ottobre 2023
di Fabio Vessillifero, 21 agosto 2026
Quando la sinodalità diventa mito mediatico
Nel dibattito mediatico e pubblicistico attorno al tema della sinodalità, emergono sempre più frequentemente interpretazioni che rischiano di travisare la natura profonda della Chiesa, sovrapponendovi categorie secolari, sociologiche o esplicitamente politiche. Quando la sinodalità viene sganciata dal suo inscindibile fondamento dogmatico e dalla Tradizione, si generano equivoci che entrano in aperto contrasto con la fede cattolica genuina. La prima e più pervasiva deviazione è la parlamentarizzazione del corpo ecclesiale, la quale non si traduce nemmeno in un autentico scontro dialettico tra posizioni diverse, bensì nella stanca riproposizione del politicamente corretto. Esattamente come avviene nelle democrazie parlamentari contemporanee — dove la contrapposizione tra partiti è spesso una finzione teatrale che non osa mai mettere in discussione i veri poteri forti e le direttrici ideologiche dominanti —, così il modello sinodale secolarizzato rischia di ridursi a una cassa di risonanza dell’omologazione culturale. A questo conformismo si affianca il riduzionismo demagogico del sensus fidei, che scambia il sentire profondo dei battezzati radicato nella grazia con i semplici sondaggi d’opinione o con le tendenze culturali egemoni. Vi è poi la distorsione che intende la sinodalità come uno strumento per esautorare l’autorità episcopale e il primato petrino. Non meno insidioso è il funzionalismo burocratico, che soffoca la spinta evangelizzatrice in un’infinita macchina organizzativa di commissioni e verbali, per giungere infine al relativismo dogmatico, che ipotizza una mutazione sostanziale della verità. La fede cattolica, al contrario, riconosce nella Chiesa un corpo mistico e sacramentale, la cui struttura gerarchica e la cui continuità dottrinale non possono essere modificate né da dinamiche parlamentari né dall’obbedienza al pensiero unico.
Il discernimento ecclesiale contro le deviazioni assembleari
Per spazzare via le equivoche interpretazioni e offrire una definizione rigorosa, la Commissione Teologica Internazionale ha pubblicato nel 2018 il documento «La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa» (qui), in cui chiarisce che la sinodalità non costituisce una concessione allo spirito democratico moderno, bensì la forma costitutiva della Chiesa in quanto popolo di Dio in cammino. Il Documento ribadisce che un processo sinodale si compie non nell’aritmetica di una maggioranza, ma unicamente con l’atto di decisione da parte dell’autorità gerarchica. Tuttavia, ad un’analisi critica e decostruttiva dei testi sinodali, emerge come le categorie di pensiero sottese a questa architettura rispondano al calco perfetto della corporate governance e della teoria delle decisioni. Sebbene i documenti evitino di usare esplicitamente il gergo manageriale, essi pensano e strutturano la vita della Chiesa sdoppiandola secondo il modello aziendale che separa la fase dell’istruttoria e della consultazione (decision-making) dal momento della delibera e dell’approvazione finale (decision-taking). Svelare questa matrice di pensiero è fondamentale: dimostra come, dietro la dizione del “discernimento”, si sia insinuata una forma mentis tecnocratica che concepisce la grazia e l’ascolto dello Spirito Santo secondo le dinamiche procedurali di un consiglio di amministrazione.
La finzione del voto e la tenuta delle norme canoniche
Il Codice di Diritto Canonico del 1983 recepisce l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II traducendo in rigorose norme giuridiche la distinzione tra la cooperazione di tutti i fedeli e la responsabilità deliberativa dei Pastori. Nella struttura canonica, la partecipazione dei laici ha per natura una valenza consultiva, mentre la funzione deliberativa appartiene a chi è rivestito della potestas d’ordine e di giurisdizione. A livello di Chiesa universale, i canoni dal 342 al 348 definiscono il Sinodo come un’assemblea di Vescovi le cui conclusioni hanno valore di voto consultivo offerto al Papa, il quale rimane l’unico legislatore, anche laddove siano ammesse presenze laicali. A livello di Chiesa locale, il canone 466 sancisce perentoriamente che nel Sinodo diocesano l’unico legislatore è il Vescovo, mentre gli altri membri, compresi i laici, godono soltanto di voto consultivo nella formulazione delle proposte. Analogamente, nei Consigli pastorali diocesani e parrocchiali, regolati dai canoni 514 e 536, il suffragio dei laici mantiene una natura prettamente consultiva, volta all’esame e alla proposta delle attività pastorali sotto la presidenza del Pastore. Tuttavia, il concetto canonico di “voto consultivo” non equivale a una mera formalità priva di valore: esso rappresenta un grave obbligo morale per il Pastore, chiamato ad ascoltare attentamente il proprio popolo secondo il canone 127. La tecnica giuridica della Chiesa dimostra così che la consultazione coinvolge l’intero popolo di Dio per identificare il bene, mentre la decisione rimane ancorata alla responsabilità personale dell’ordinato di fronte a Dio.
Il cortocircuito del suffragio: quando il laico vota al posto del Vescovo
Un’attenta disamina della prassi introdotta durante l’ultimo Sinodo mondiale sulla Sinodalità rivela profonde aporie nate dalla scelta di concedere ai laici un voto formalmente parificato a quello dei Vescovi nell’approvazione del Documento Finale. Sebbene dal punto di vista strettamente formale tale voto rimanga di natura consultiva rispetto alle decisioni finali riservate al Pontefice, l’equiparazione numerica del suffragio di un laico a quello di un successore degli Apostoli all’interno di un’assise denominata Sinodo dei Vescovi crea un’incongruenza sostanziale. La costituzione dogmatica Lumen Gentium insegna che il munus gubernandi e l’autorità di giudizio nella Chiesa sono intrinsecamente legati alla consacrazione episcopale, che configura il Vescovo a Cristo Capo. Consentire a un battezzato non-ordinato di esprimere un voto con il medesimo peso aritmetico di un Vescovo all’interno di un corpo giudicante scinde nei fatti l’esercizio del discernimento pastorale dal Sacramento dell’Ordine. Sebbene questa scelta sia stata motivata dal primato della dignità battesimale e del sensus fidei, si è finiti per sovrapporre la fase della testimonianza e dell’ascolto con quella del giudizio magistrale. L’incongruenza istituzionale ed epistemologica che ne deriva svuota di significato la rappresentanza apostolica del Vescovo, riducendo il suffragio ecclesiale a un conteggio indifferenziato che prescinde dalla struttura sacramentale della Chiesa.
Bergoglio, il Papa re e la burocrazia: la strana riforma della Curia
La riforma della Curia Romana attuata con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium e il passaggio dalle storiche Congregazioni ai Dicasteri mettono in luce una vistosa tensione con il concetto autentico di sinodalità. Nel Proemio del testo si afferma la possibilità per qualsiasi fedele laico di presiedere un Dicastero, teorizzando che la potestas regendi non derivi dal Sacramento dell’Ordine, ma dalla sola missio canonica, ossia dalla delega vicaria conferita dal Papa. Questa impostazione teologico-giuridica determina una frattura con la teologia del Vaticano II, la quale aveva solennemente affermato l’unità inscindibile del sacramento e del potere. Sostenere che il governo della Chiesa possa prescindere dall’Episcopato significa regredire a una concezione positivista e pre-conciliare, in cui il Papa diventa la fonte originaria ed esclusiva di ogni giurisdizione, trasformando tutti gli altri governanti in suoi meri delegati. Inoltre, la sostituzione delle Congregazioni — tradizionalmente strutturate come collegi episcopali chiamati a dibattere le questioni dottrinali e disciplinari — con i Dicasteri accentua la trasformazione della Curia da corpo collegiale-episcopale a struttura burocratico-funzionale al servizio diretto dell’esecutivo dell’autorità centrale. Si consuma così un netto paradosso: sotto la narrazione della decentralizzazione e della valorizzazione del laicato, si attua una centralizzazione vicaria e un iper-papismo senza recenti precedenti storici.
Il disegno supremo: l’autorità centrale al servizio della de-sacralizzazione
Rileggendo in modo coordinato l’ammissione dei laici al voto sinodale e la riorganizzazione della Curia in Dicasteri, emerge con nitidezza un disegno teologico e di governo estremamente coerente e strutturato da parte di papa Bergoglio. Non si tratta di decisioni estemporanee, ma di una strategia di politica ecclesiologica che pretenderebbe di smantellare il clericalismo attraverso la desacralizzazione del potere di governo. Per disarticolare l’identificazione tra casta sacerdotale e autorità, Bergoglio ha deliberatamente separato la giurisdizione dal Sacramento dell’Ordine: nei Dicasteri la guida è affidata alla delega pontificia, mentre nel Sinodo il voto viene radicato nel Battesimo. Tuttavia, il perno che rende possibile questa operazione di apparente democratizzazione è l’affermazione assoluta e totalizzante della plenitudo potestatis del Romano Pontefice. Soltanto un ricorso illimitato al primato petrino permette infatti di scavalcare la prassi canonica tradizionale, imponendo ai Vescovi di condividere il voto con i laici e di accettare la giurisdizione curiale di non-ordinati. Questo progetto subordina le forme giuridiche e le garanzie sacramentali all’efficacia dell’azione missionaria e pastorale del momento. In questo quadro, la decentralizzazione periferica viene attuata mediante la massima centralizzazione del potere papale, creando una sinodalità promossa “dall’alto” che usa l’autorità monarchica per decostruire la gerarchia intermedia.
Il dogma infranto: la rottura insanabile con la Lumen Gentium
L’impianto riformatore della governance ecclesiale entra in diretto e stridente contrasto con le definizioni dogmatiche della Lumen Gentium, in particolare con il numero 21 (qui). Il Concilio Vaticano II aveva superato la secolare separazione tra potere di santificare e potere di governare, insegnando che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, la quale reca in sé in modo unitario i tre munera di insegnare, santificare e governare. La giurisdizione non è dunque un mandato amministrativo apposto dall’esterno, ma l’attivazione pastorale di una grazia ontologica ricevuta dallo Spirito Santo. Affermare, come fa Praedicate Evangelium, che la giurisdizione nasce dalla missio canonica e che quindi i laici possono governare la Chiesa in virtù di una delega pontificia, significa smembrare l’architettura sacramentale del Concilio. Le conseguenze teologiche di questo corto circuito sono devastanti: se la potestas regendi e il giudizio sui Vescovi possono essere esercitati a prescindere dal Sacramento, l’Ordine sacro viene svuotato della sua dimensione pastorale e ridotto a una funzione meramente rituale e liturgica. Si produce così la figura assurda di laici che, agendo in nome del Papa, esercitano un’autorità di governo e di vigilanza su Vescovi consacrati, sovvertendo la gerarchia sacramentale voluta da Cristo e ripristinando una concezione volutamente giurisdizionalista della Chiesa.
Perché non si è voluto riproporre la corretta comprensione del ministero
Di fronte al vizio reale del clericalismo, inteso come deriva mondana dell’autorità sacerdotale, la Chiesa possedeva nella sua Tradizione una risposta squisitamente evangelica: ricondurre l’autorità alla sua radice di servitium e di lavanda dei piedi, ricordando al ministro di farsi minus, ossia servitore di tutti. Ci si deve chiedere allora per quale motivo la leadership ecclesiale abbia preferito la via delle ingegnerie giuridiche e della separazione del potere dal Sacramento. La risposta risiede anzitutto nell’adozione inconscia di categorie analitiche mutuate dalla sociologia politica secolare. La cultura moderna concepisce il potere come una quantità finita da redistribuire o democratizzare; anziché purificare la natura dell’autorità sacerdotale trasformandola in dono di sé, si è preferito accettare la logica del potere come dominio, scegliendo di “spartirlo” o assegnarne quote ai laici per via amministrativa. Inoltre, la riforma delle strutture e il cambio delle norme rappresentano una scorciatoia immediata e mediaticamente visibile rispetto alla faticosa e lenta opera di conversione spirituale, ascetica e formativa del clero. Infine, l’influsso del funzionalismo contemporaneo ha spinto verso la secolarizzazione del ministero: una volta ridotta l’autorità a mera funzione organizzativa, l’efficienza manageriale e la parità di genere diventano i criteri primari di gestione della macchina ecclesiale, preferiti al mistero del Sacramentum.
La lezione dei Padri: quando l’autorità era soltanto lavanda dei piedi
Per i Padri della Chiesa, quali Sant’Agostino e San Gregorio Magno, il rapporto tra l’autorità episcopale (auctoritas) e il servizio (servitium) non costituiva un problema di bilanciamento di poteri, poiché le due realtà coincidevano perfettamente. L’autorità episcopale trovava la sua unica verità ontologica nell’essere un servizio speso fino all’annientamento per il bene del gregge, vissuto come un carico spaventoso (onus) anziché come un privilegio (honos). Sant’Agostino ricordava continuamente a se stesso e ai suoi fedeli che la funzione di stare alla testa del popolo (praeesse) non possedeva alcun valore se non si traduceva in un beneficio effettivo per le anime (prodesse), dichiarando di essere Vescovo per il popolo ma cristiano con il popolo. San Gregorio Magno, nel definire la figura del Pastore nella sua Regula Pastoralis, coniava il titolo di Servus Servorum Dei, avvertendo che la guida delle anime è l’arte delle arti e che il Vescovo deve considerarsi per natura uguale a tutti gli altri uomini, distinguendosi solo per una maggiore santità. Nella prospettiva patristica, l’autorità non era mai dominium o potestas giurisdizionale staccata dal Sacro, ma caritas, compassio e paternità spirituale. Per i Padri, la risposta alla tentazione del potere non consisteva nel desacralizzare il ministero o nel separare la giurisdizione dal Sacramento, poiché qualsiasi uso mondano dell’autorità era considerato un sacrilegio: la vera riforma esigeva che il Pastore si spogliasse di ogni logica di dominio per farsi servo della Sposa di Cristo.
L’inganno ideologico: il cavallo di Troia contro la Sposa di Cristo
La sintesi di questo percorso analitico conduce alla consapevolezza che esiste il rischio concreto di trasformare la sinodalità da dimensione spirituale della Chiesa a una vera e propria ideologia incompatibile con la fede cattolica. L’ideologia sinodale agisce come un vero e proprio “cavallo di Troia”: si serve di un concetto nobile, tradizionale e desiderabile — la comunione, l’ascolto, il camminare insieme — per far penetrare all’interno della cittadella ecclesiale trasformazioni strutturali che distruggono la forma sacramentale della Chiesa. Questo inganno si articola anzitutto attraverso la strategia del “contenitore vuoto”, ovvero l’uso di un termine fluido e polisemico entro cui le correnti progressiste possono far passare le proprie agende riformatrici. In secondo luogo, opera mediante il primato della prassi sulla dottrina, alterando prima le consuetudini e le composizioni delle assemblee per poi costringere la teologia a giustificare a posteriori i fatti compiuti. Si assiste inoltre a una profonda secolarizzazione del linguaggio, dove le categorie tradizionali della grazia e della salvezza delle anime vengono sostituite da termini presi a prestito dalla sociologia e dalla politica, quali inclusione, governance e redistribuzione del potere. Infine, si attua un ricatto morale che identifica arbitrariamente le decisioni delle commissioni con la voce dello Spirito Santo, bollando come “rigido” o “nemico dello Spirito” chiunque richiami la fedeltà al Depositum Fidei. Quando la sinodalità viene piegata a queste dinamiche, essa cessa di essere un servizio alla verità e si rivela per ciò che è: un’operazione di conformità ideologica – più o meno consapevole – al capitalismo predatorio, destinata ad infrangersi contro la natura intima e sacramentale della Chiesa di Cristo.
La bancarotta del neomodernismo: la fedeltà al Vaticano II come pietra di paragone della fede
Giunti al termine di questa disamina, si impone una constatazione filosofica tragico-comica: la deriva ideologica in atto non rispetta nemmeno la classica legge hegeliana dello sviluppo storicista, la quale esigerebbe che ogni avanzamento conservi e innalzi la verità espressa nelle tappe precedenti. Tra la prassi sinodale odierna e l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II non vi è alcuna continuità omogenea, bensì una palese e sfrontata discontinuità. Il continuo e sbandierato richiamo al Concilio da parte dell’ala neomodernista si rivela un artificio fittizio, una copertura retorica utilizzata finché faceva comodo per smantellare la disciplina tridentina. Oggi, la costituzione dogmatica Lumen Gentium rappresenta per gli ideologi del progressismo un vero e proprio ostacolo dottrinale che essi cercano palesemente di smontare, poiché afferma l’origine sacramentale della giurisdizione e la struttura gerarchica della Chiesa. Si assiste così a una singolare ed eterogenesi dei fini: da un lato, il tradizionalismo radicale svaluta il Vaticano II liquidandolo come un evento “meramente pastorale” o ambiguo; dall’altro, il progressismo secolarizzato lo considera ormai obsoleto e superato dallo “spirito del tempo”. Proprio in questo doppio attacco, il Concilio Vaticano II dimostra intatta tutta la sua profetica validità, rivelandosi per ciò che è veramente: un frutto autentico dello Spirito Santo.
Nella genuina, integrale e tutt’altro che “sinodale” adesione al magistero conciliare si gioca oggi la reale appartenenza alla Chiesa di Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza.







