martedì 16 giugno 2026

Belgio, dopo 456 anni i gesuiti se ne vanno (ma la fede cattolica resta e cresce)



AI

Dietro la scelta mancanza di membri e invecchiamento. Nel però Paese crescono le conversioni e i battesimi adulti


Segni dei tempi


Paola Belletti, 16 Giugno 2026 

Liegi, la città ardente, fiera nel difendere i propri confini e le proprie libertà lungo la storia, non ha resistito all'assedio più subdolo, quello della secolarizzazione. Se ne va, dopo quasi cinque secoli di permanenza feconda e costruttiva, la compagnia di Gesù. Ad accompagnarli, in un'oasi di commozione e gratitudine in mezzo all'indifferenza pressoché generale di un Paese, la celebrazione della messa di ringraziamento presieduta dal vescovo Jean-Pierre Delville il 13 giugno. Così finisce una storia di presenza ininterrotta durata 456 anni. Come racconta il sito cattolico tribune chrétienne « quasi 600 persone hanno gremito la chiesa di Saint-Christophe: (...) sacerdoti, monaci, suore, ex allievi, insegnanti e parrocchiani si sono riuniti per rendere omaggio a un'opera che ha profondamente plasmato la vita spirituale, intellettuale ed educativa della regione.»

La Compagnia di Gesù era stata fondata da meno di trent'anni quando, nel 1569, alcuni Gesuiti si stabilirono nella città di Liegi. Per quasi cinque secoli hanno servito la città e il bene del popolo compiendo la loro missione dedicandosi soprattutto all'educazione dei giovani. La loro azione è stata profonda e incisiva e ha contribuito a delineare i tratti spirituali di un'intera regione. Tra i primi giunti in città ci fu san Pietro Canisio, uno dei membri pionieri della Compagnia.

La notizia è senza dubbio epocale e non può che rattristare, anche se non deve diventare il filtro opaco attraverso cui leggere l'intera condizione della fede cattolica in Belgio. Siamo sicuramente in uno stato avanzatissimo di scristianizzazione, ma i segni di vitalità, per quanto germinale, non mancano. Ci guidi la certezza che Cristo non abbandona mai la sua Chiesa, e che i piccoli numeri non sono mai stati un'obiezione. Due sono i segni che, anche statisticamente, inducono a sperare.

Il primo, la crescita dei battesimi tra gli adulti, un fenomeno che si registra anche in altri paesi europei, campioni di secolarizzazione, e di cui abbiamo dato conto sulle nostre pagine. I Paesi Bassi, per esempio, vicini geograficamente e culturalmente al Belgio, hanno registrato un aumento del 40% dei battesimi tra gli adulti; e ancora, in Francia, nel 2025 si è registrata un crescita significativa tra i nuovi battezzati adolescenti e adulti: 7.400 i primi e 10.300 i secondi battezzati la notte di Pasqua dell'anno scorso.

Il secondo fattore è il dato lieve ma innegabile dell'aumento delle presenze a Messa. Occorre guardare il fenomeno per quello che è, ovvero non ancora una vera e propria rinascita o per lo meno non secondo le dinamiche del passato, e questo dato è particolarmente interessante. Ecco cosa scrive Sandro Magister- riportando le parole del sacerdote francese Marco Gallo, direttore dell'Istituto Superiore di Liturgia in Francia, ospitato sul sito belga diakonos.be: «C’è chi è tentato di vedere in questo risveglio un “renouveau catholique” analogo a quelli che si verificarono in Francia e in altri paesi europei nella prima metà dell’Ottocento e più ancora a fine secolo e nel primo Novecento. Ma l’attuale fenomeno non è paragonabile ai precedenti. Non è ancora consolidato, manca di figure trainanti e non pochi neofiti, circa un quarto del totale, sembrano disertare le comunità e non andare più a messa già nell’anno successivo al battesimo. Piuttosto, la vera novità di questi battesimi è che nascono da una trasmissione orizzontale della fede, ad opera di amici e compagni: “Non è più la struttura ecclesiastica che genera il primo annuncio, ma le relazioni umane che lo precedono e lo rendono credibile. Il garante del neofita è spesso un coetaneo, un amico di università, un collega».

Una dinamica nuova ma in realtà ancora più originaria perché simile allo stile di propagazione della fede dei primissimi tempi cristiani, quando i convertiti raccontavano la propria fede al vicino, al cliente, al "collega" artigiano. I battesimi tra gli adulti, quasi triplicati in Belgio in un decennio, sono dunque da un lato effetto della caduta libera del modello di trasmissione verticale della fede degli ultimi secoli, dall'altro segno della invicibile vitalità dell'annuncio del Vangelo.

L'incendio della secolarizzazione c'è stato, gli alberi ad alto fusto (ordini religiosi storici, per esempio) che coprivano il sottobosco, garantivano frescura e spargevano semi sono diventati cenere. Ma come dopo un rogo e una pioggia ristoratrice si scorgono nuovi germogli bucare la crosta, così potrebbe essere per la chiesa del Belgio e la condizione della fede in tutta le vecchia Europa. D'altra parte è noto, per restare nella stessa famiglia di metafore "ardenti", che Cristo non è uso soffiare su stoppini fumiganti. 






La misericordia senza forma e la persona senza natura







Di Daniele Trabucco, 16 giugno 2026

Quando si parla dell’approccio della Chiesa cattolica alle persone LGBT, occorre anzitutto evitare che la questione venga consegnata al linguaggio immediato dell’emozione, della rivendicazione o della pura gestione pastorale. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, intitolato Lievito di pace e di speranza e talora richiamato in forma abbreviata come Lievito di speranza, prevede percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione per persone che vivono situazioni affettive o familiari differenti dalla forma sacramentale del matrimonio, menziona il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender già presenti nella comunità cristiana, insieme con i loro genitori, e propone cammini formativi sulla corporeità, sull’affettività e sulla sessualità che tengano conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Proprio per questo l’incipit del discorso deve essere netto: il problema non è che la Chiesa ascolti, accolga, accompagni o sostenga, poiché una comunità che non sapesse farsi prossima alle persone concrete negherebbe nella prassi la carità che confessa nella dottrina. Il problema è quale idea di uomo, di corpo, di libertà e di bene venga assunta quando tale ascolto viene formulato con categorie nate dentro la modernità dell’autodeterminazione e dei diritti soggettivi intesi come pretesa di riconoscimento dell’autodefinizione individuale.

Il Documento non può essere letto come atto di Magistero dottrinale in senso proprio e tecnico. Esso nasce da un processo sinodale, raccoglie istanze, esperienze, proposte e linee operative, viene approvato come documento di sintesi e viene poi ricevuto dalla CEI come materiale offerto al discernimento dei Pastori e delle comunità. La successiva elaborazione attuativa della Conferenza Episcopale Italiana conferma questa natura di indirizzo pastorale, poiché parla di linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi e non di nuova definizione dottrinale sull’antropologia cristiana, sul matrimonio, sulla sessualità o sull’ordine morale. Ne deriva una conseguenza decisiva: il testo può sollecitare prassi, proporre priorità e indicare percorsi di cura, tuttavia non può fungere da principio di revisione implicita della dottrina cattolica sull’uomo. Ogni sua espressione deve restare subordinata alla verità ricevuta, alla struttura sacramentale della Chiesa, alla legge morale naturale e alla concezione della persona come essere dato, non come progetto autoposto.

La distinzione è essenziale, perché nella vita ecclesiale contemporanea non sempre gli spostamenti dottrinali avvengono per negazione frontale. Più spesso si producono mediante una lenta trasformazione delle parole operative. Una formula pastorale, quando non viene metafisicamente chiarita, può diventare più efficace di una proposizione dogmatica, poiché entra nelle prassi, nelle catechesi, nei percorsi formativi, nei criteri di discernimento e nell’immaginario comune. Termini come inclusione, riconoscimento, identità di genere, orientamento sessuale, accompagnamento e non discriminazione non sono semplici strumenti descrittivi. Portano con sé una genealogia filosofica, una teoria implicita della persona e una determinata idea della libertà. Se vengono accolti senza giudizio, essi non traducono soltanto il Vangelo in una lingua nuova, introducono nella pastorale una grammatica antropologica che rischia di subordinare il Vangelo al lessico dominante.

Il punto teoretico più profondo riguarda la sostituzione dell’essere con l’autocoscienza. La modernità avanzata tende a pensare la persona come soggetto che si possiede nel proprio atto di dirsi, che riceve consistenza pubblica dal riconoscimento altrui e che pretende tutela giuridica non soltanto contro l’ingiustizia subita, bensì anche a favore della propria autointerpretazione. In questa prospettiva, il diritto non è più la misura del giusto nell’ordine dei rapporti, diviene il linguaggio con cui il desiderio domanda protezione, il sentimento domanda statuto, l’identità narrata domanda validazione. La dignità, separata dalla natura e dal fine, si trasforma in un titolo vuoto che ogni soggetto riempie con il contenuto della propria esperienza. La persona viene proclamata sovrana proprio nel momento in cui viene privata del suo fondamento, perché ciò che essa è non precede più ciò che essa sente, dichiara o rivendica.

Una tale impostazione è filosoficamente fragile, perché confonde la profondità del soggetto con la sua origine. La persona non vale perché riesce a rappresentarsi, a narrarsi o a imporsi come identità riconosciuta. Vale perché è un soggetto sostanziale dotato di natura razionale, corporeità significante, apertura alla verità, capacità di bene e ordinazione a un compimento che non dipende dal consenso sociale. La coscienza è altissima proprio perché è chiamata a giudicare il vero, non perché possa produrlo. La libertà è grande perché può aderire al bene, non perché possa inventare la propria misura. Il desiderio è umano perché può essere educato dalla ragione e orientato al fine, non perché ogni sua configurazione meriti di diventare diritto. Quando questi nessi vengono recisi, la pastorale rischia di chiamare rispetto ciò che è resa dinanzi all’autopercezione e di chiamare cura ciò che è abbandono del soggetto alla propria indeterminatezza.
“La modernità avanzata tende a pensare la persona come soggetto che si possiede nel proprio atto di dirsi, che riceve consistenza pubblica dal riconoscimento altrui e che pretende tutela giuridica non soltanto contro l’ingiustizia subita, bensì anche a favore della propria autointerpretazione.” – Daniele Trabucco
Il corpo costituisce il luogo in cui questa crisi si manifesta con maggiore evidenza. L’antropologia contemporanea tende a ridurlo a materiale disponibile, a dato biologico da reinterpretare, a superficie su cui l’io inscrive il significato scelto, a limite da correggere attraverso il linguaggio, la tecnica o il riconoscimento istituzionale. In realtà il corpo non è una cosa posseduta dalla persona, è la persona stessa nel suo modo vivente, sensibile, relazionale e storico. Non vi è un io puro che abiti accidentalmente una materia priva di senso. Vi è una unità sostanziale nella quale l’interiorità non precede il corpo come sovrana esterna, bensì si esprime corporalmente e riceve dalla corporeità una forma originaria. La differenza sessuale appartiene a questa struttura: non è stereotipo culturale, non è imposizione sociale, non è accidente privo di rilievo personale, è polarità ordinata alla relazione, alla reciprocità, alla generazione e al dono.

Da qui deriva il carattere equivoco di ogni pastorale che assuma l’identità di genere come categoria non problematizzata. L’espressione può apparire descrittiva, eppure presuppone spesso che il nucleo personale sia separabile dal sesso corporeo e che la verità della persona debba essere ricavata dall’esperienza interiore più che dalla sua forma naturale. Questo dualismo, presentato come liberazione dalla biologia, è in realtà una nuova subordinazione del corpo alla volontà interpretante. L’uomo viene invitato a prodursi come significato, e il corpo viene costretto a inseguire l’autocoscienza. La potenza viene sciolta dalla forma, il desiderio viene sciolto dal fine, la libertà viene sciolta dal bene. Il risultato non è la pienezza della persona, è la sua esposizione al compito impossibile di essere causa di sé.

In questo quadro si comprende anche la critica alla civiltà contemporanea dei diritti. Il diritto, quando resta radicato nell’ordine della giustizia, tutela ciò che è dovuto alla persona in ragione del suo essere e della sua vocazione al bene comune. Quando viene separato dalla verità dell’uomo, diviene il dispositivo con cui ogni soggettività pretende immunità dal giudizio e riconoscimento della propria autodefinizione. Il linguaggio dei diritti, applicato senza fondazione metafisica alla sessualità e all’identità, non protegge soltanto la persona dalla violenza o dall’umiliazione, cosa certamente doverosa. Finisce per chiedere che la società, e talvolta la stessa comunità ecclesiale, considerino giuridicamente e moralmente equivalente ciò che equivalente non è. A quel punto la non discriminazione smette di significare giustizia verso la persona e diventa interdizione del giudizio sull’atto, sulla forma della relazione e sulla verità del desiderio.

La critica ad alcune letture personaliste contemporanee si inserisce precisamente qui. Esse hanno voluto difendere la persona contro il collettivismo, il materialismo e il funzionalismo, e in ciò hanno avuto un merito reale. Eppure, quando la persona viene pensata prevalentemente come autocoscienza storica, relazione costitutiva, apertura indefinita, autotrascendimento o soggettività chiamata a realizzarsi nella storia, la natura rischia di diventare materia da assumere, interpretare o superare, invece di restare principio interno di intelligibilità e misura dell’agire. La persona viene elevata nel linguaggio, poi resa instabile nel fondamento. La sua dignità viene proclamata inviolabile, tuttavia l’inviolabilità non poggia più sulla forma oggettiva dell’umano, bensì sull’esperienza vissuta e sul riconoscimento intersoggettivo. È una nobiltà senza radice, una solennità antropologica che può essere facilmente catturata dalla cultura dell’autodeterminazione.

Talune eredità rahneriane accentuano questo rischio quando interpretano l’uomo soprattutto come soggetto trascendentale, apertura illimitata al mistero, evento di autocomprensione storica e luogo in cui la rivelazione viene recepita entro la profondità dell’esperienza. Non si tratta di negare la grandezza della domanda interiore né l’apertura dell’uomo al soprannaturale. Il punto critico sta nel possibile spostamento del baricentro: l’ordine dell’essere può venire letto attraverso la struttura dell’esperienza, e la verità può apparire sempre più come ciò che accade nella coscienza storica del soggetto. Trasposto nella questione affettiva e sessuale, tale schema favorisce una pastorale in cui il vissuto domanda di precedere la forma, la sincerità del percorso tende a sostituire il giudizio sul fine e il discernimento rischia di accompagnare il movimento dell’autocomprensione senza ricondurlo alla misura della natura e della grazia.
“Non occorre negare esplicitamente la dottrina cattolica perché essa venga indebolita. Basta assumere un linguaggio nel quale la norma appare estrinseca alla persona, la verità appare astratta rispetto alla biografia” – Daniele Trabucco
Un esito diverso, eppure convergente, si incontra in certe ricezioni maritainiane, specialmente quando la dignità della persona viene tradotta nella grammatica della democrazia personalista e dei diritti umani fino a risultare più facilmente spendibile sul piano politico che fondata sul piano metafisico. In Maritain rimane presente una struttura classica che impedisce di ridurlo a teorico dell’autodeterminazione soggettiva. Alcune sue posterità, però, hanno privilegiato il registro del consenso, del riconoscimento, della convivenza pluralistica e della mediazione storica, fino a lasciare in ombra il rapporto tra persona, natura, fine e bene oggettivo. Quando ciò accade, la categoria di persona diventa compatibile con un diritto pensato come neutralizzazione del giudizio morale, e la pastorale può essere tentata di assumere il riconoscimento pubblico come se fosse già una forma di giustizia integrale. L’uomo viene così difeso come portatore di diritti, mentre viene meno la domanda sul bene che rende quei diritti intelligibili e giusti.

La convergenza di queste derive consiste nello spostamento dal fine alla procedura, dalla forma alla relazione, dalla natura alla storia, dall’ordine del bene alla sincerità dell’esperienza. Non occorre negare esplicitamente la dottrina cattolica perché essa venga indebolita. Basta assumere un linguaggio nel quale la norma appare estrinseca alla persona, la verità appare astratta rispetto alla biografia, la natura appare muta davanti alla coscienza, il corpo appare disponibile alla narrazione identitaria e il diritto appare destinato a proteggere ogni autodefinizione. La dottrina resta formalmente intatta, mentre la prassi viene orientata da un’antropologia diversa. L’esito è sottile: si continua a parlare di accompagnamento cristiano, eppure l’accompagnamento rischia di non condurre più verso una forma di vita buona, perché la meta viene taciuta per non ferire il punto di partenza.

Occorre allora distinguere con cura. Riconoscere una persona significa affermare che essa non può essere umiliata, insultata, esclusa ingiustamente, ridotta alla propria inclinazione o abbandonata alla solitudine. Significa anche sostenere i genitori che vivono situazioni complesse, educare le comunità a un linguaggio non violento e impedire che la dottrina venga usata come strumento di durezza. Tutto questo appartiene alla giustizia, alla prudenza e alla carità. Riconoscere, però, non può significare conferire valore normativo all’autodefinizione affettiva o di genere in quanto tale. In quel caso non si riconosce più la persona nella sua dignità ontologica, si riconosce la rappresentazione che essa produce di sé. Non si apre un cammino, si stabilizza una situazione. Non si ama il soggetto nella sua verità, si consacra la sua narrazione come misura della realtà.

L’ascolto cristiano, per questo, deve essere più profondo del semplice ascolto psicologico e più rigoroso del semplice ascolto sociologico. Non registra soltanto ciò che una persona prova, cerca il bene capace di ordinare, guarire ed elevare ciò che essa prova. Non trasforma la ferita in identità, non confonde il desiderio con il diritto, non scambia la sincerità con la verità. Una pastorale che ascolta davvero non lascia la libertà nella pura potenza. La conduce, con pazienza e misericordia, verso l’atto del suo compimento. Dove il fine scompare, l’accompagnamento diventa prossimità senza direzione. Dove la natura viene oscurata, la grazia non trova più ciò che deve sanare ed elevare. Dove il giudizio viene temuto come violenza, la carità perde la sua forma sapienziale e diventa conferma affettiva dell’esistente.

La coscienza deve essere rispettata perché è il luogo nel quale la persona è chiamata a riconoscere il bene e a compierlo liberamente. Il rispetto non coincide con la sua assolutizzazione. La coscienza non istituisce il vero, ne è obbligata. Non crea il bene, lo deve riconoscere nella concretezza dell’atto. Proprio per questo va formata, illuminata, purificata, sostenuta. Una pastorale che evita ogni giudizio per non ferire la coscienza finisce per lasciarla sola davanti alla forza delle proprie emozioni e alla pressione del contesto culturale. L’autentica misericordia non schiaccia la persona sotto una norma astratta, e nello stesso tempo non dissolve la norma nel dramma biografico. Essa tiene insieme la pazienza del cammino e la chiarezza della meta, poiché una verità senza carità ferisce e una carità senza verità inganna.

La non discriminazione, analogamente, va ricondotta alla sua giusta misura. È ingiusto discriminare una persona perché vive una determinata fragilità, una inclinazione disordinata, una fatica identitaria o una situazione affettiva moralmente problematica. È ingiusto ridurla a quella condizione, respingerla prima di incontrarla, negarle rispetto, parola, cura e possibilità di conversione. Non discriminare, tuttavia, non significa equiparare tutti gli atti, tutte le relazioni e tutte le forme del desiderio. La giustizia distingue. Distingue la persona dall’atto, la dignità dalla condotta, l’inclinazione dalla scelta, la ferita dalla sua eventuale rivendicazione ideologica, il punto di partenza dal termine del cammino. Quando tale distinzione viene meno, la misericordia si muta in indistinzione e ogni giudizio morale appare automaticamente come esclusione.
“La Chiesa non tradisce la persona quando le ricorda che essa non coincide con la propria autopercezione. La tradirebbe, invece, se per timore di apparire giudicante le negasse la verità della sua forma, del suo corpo, del suo fine e della sua vocazione alla santità.” – Daniele Trabucco
Il limite del Documento, dunque, non è l’intenzione di accogliere le persone LGBT né la volontà di evitare prassi ecclesiali dure, superficiali o umilianti. Il limite sta nella non sufficiente chiarificazione metafisica delle categorie adottate. Parlare di identità di genere, orientamento sessuale, riconoscimento e inclusione senza una previa purificazione concettuale significa collocare parole nate dentro un’antropologia dell’autodeterminazione in un contesto ecclesiale che dovrebbe invece misurare ogni parola sulla verità dell’uomo creato, ferito e chiamato alla redenzione. L’accompagnamento pastorale non è una tecnica di inclusione. È un atto prudenziale mediante il quale la Chiesa prende sul serio una persona concreta e la orienta verso il bene che la compie. Perciò non basta dire che si cammina con qualcuno. Occorre dire verso quale verità si cammina.

La sinodalità stessa, se vuole restare ecclesiale, non può ridursi a metodo di ascolto diffuso o a procedura di elaborazione del consenso. Ascoltare molti, raccogliere narrazioni, votare documenti, formulare sintesi e individuare priorità può essere utile alla vita della Chiesa. Non basta a fondare un giudizio vero. L’esperienza è materia del discernimento, non sua norma ultima. Il margine è luogo privilegiato della carità, non punto da cui riscrivere l’antropologia. La ferita invoca cura, non produce dottrina. La Chiesa ascolta per discernere, discerne per convertire, converte per condurre a Cristo. Quando il metodo prende il posto della verità, la sinodalità diventa specchio del tempo. Quando la verità governa il metodo, l’ascolto diventa atto ecclesiale e non semplice registrazione del vissuto.

Per questa ragione Lievito di pace e di speranza va letto con rispetto ecclesiale e con libertà critica. Va accolto là dove richiama le comunità a non ferire, a non respingere, a non abbandonare persone e famiglie che vivono situazioni dolorose. Va interrogato là dove il suo linguaggio pare assumere, senza adeguata chiarificazione, categorie provenienti dalla modernità dei diritti come autodeterminazione e dall’antropologia del soggetto come autore del proprio senso. La Chiesa non tradisce la persona quando le ricorda che essa non coincide con la propria autopercezione. La tradirebbe, invece, se per timore di apparire giudicante le negasse la verità della sua forma, del suo corpo, del suo fine e della sua vocazione alla santità.

La vera accoglienza non è la ratifica del punto in cui una persona si trova, è l’apertura di una soglia verso il bene che essa può ancora diventare. Una porta aperta su una casa senza forma non salva. Una casa ordinata senza porta aperta non evangelizza. Il compito della Chiesa è tenere insieme soglia e forma, prossimità e giudizio, pazienza e verità. Amare una persona significa volerla più grande della sua ferita, più libera del suo desiderio, più vera della sua narrazione, più alta della rivendicazione con cui il tempo presente tenta di chiuderla dentro un’identità. L’ascolto cristiano diventa allora autentico solo quando non consegna l’uomo alla modernità del diritto come autodeterminazione, bensì lo restituisce alla realtà del bene come compimento, alla verità del corpo come forma vivente e alla misericordia come luce che non umilia, non conferma l’errore e non rinuncia mai a chiamare l’uomo alla pienezza del suo essere.







Il Senato Canadese approva il DDL C-9: sarà reato citare la Bibbia



Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da LifeSiteNews, che ringraziamo per la cortesia. La guerra anti-cristica dell’Occidente ormai non si maschera più. 



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Il Senato canadese approva il disegno di legge C-9, considerato anticristiano e volto a vietare la Bibbia.

Il disegno di legge radicale C-9 torna ora alla Camera dei Comuni canadese, che lo aveva già approvato a marzo, per la votazione finale sugli emendamenti prima che diventi legge.



Il Senato Canadese approva il DDL C-9. No a tutele religiose, sarà reato citare la Bibbia. Lifesitenews


Anthony Murdoch

OTTAWA, Ontario ( LifeSiteNews ) — I senatori canadesi hanno votato a favore del disegno di legge C-9 dei liberali che, una volta entrato ufficialmente in vigore, abrogherà le tutele religiose e di fatto criminalizzerà la citazione di passi della Bibbia, compresi quelli sull’omosessualità.

Giovedì sera, i senatori hanno approvato con 45 voti favorevoli e 13 contrari il disegno di legge C-9, ovvero “Legge di modifica del Codice penale (propaganda d’odio, crimini d’odio e accesso a luoghi religiosi o culturali)”. Ci sono state due astensioni e 35 senatori non erano nemmeno presenti in aula per votare.

Poiché il disegno di legge C-9 è stato approvato con emendamenti, ora deve tornare alla Camera dei Comuni, che dovrà approvare gli emendamenti prima che diventi legge e riceva poi l’assenso reale.

Gli emendamenti dell’ultimo minuto al disegno di legge, proposti da alcuni senatori conservatori e volti a rispondere alle preoccupazioni di molti gruppi religiosi, sono stati respinti.

La Campaign Life Coalition (CLC) ha duramente criticato l’ approvazione del disegno di legge C-9, affermando che “Dio non si lascia prendere in giro”.

“Questo è un giorno buio per la libertà religiosa e la libertà di parola in Canada”, ha dichiarato Jeff Gunnarson, presidente nazionale del CLC.

“L’approvazione di questa legislazione profondamente preoccupante, tuttavia, non ci impedirà di proclamare la Parola di Dio, anche quando le verità bibliche vengono sempre più etichettate come odiose da coloro che sono ostili al cristianesimo. Dio non si lascia deridere. Continueremo a proclamare la Sua Parola.”

Come riportato da LifeSiteNews, a metà settimana i senatori canadesi hanno respinto un recente emendamento proposto al disegno di legge C-9, che avrebbe criminalizzato il “negazionismo nei confronti delle scuole residenziali”.

Gli esperti costituzionali hanno aspramente criticato il disegno di legge, sostenendo che concederebbe alla polizia e al governo poteri speciali per perseguire coloro che si ritiene abbiano leso i “sentimenti” di una persona in modo “odioso”. Il disegno di legge è stato presentato dal Ministro della Giustizia Sean Fraser lo scorso anno.

Nello specifico, il disegno di legge C-9 eliminerebbe la sezione 319(3)(b) del Codice penale canadese. Questa sezione tutela l’espressione in buona fede delle opinioni religiose di una persona basate su testi religiosi come la Sacra Bibbia.

Il disegno di legge C-9 è stato criticato da alcuni primi ministri provinciali canadesi.

La premier dell’Alberta, Danielle Smith, ha recentemente affermato di non voler vedere le autorità “monitorare” le funzioni religiose nella sua provincia, alla luce del disegno di legge C-9.

Di recente, centinaia di canadesi da costa a costa si sono riuniti davanti agli uffici di diversi parlamentari liberali, tra cui quello del Primo Ministro Mark Carney, per protestare contro il disegno di legge C-9.

Gruppi pro-vita e religiosi canadesi, così come un cardinale cattolico, hanno lanciato l’allarme sulla legge. In effetti, in una recente lettera ai senatori canadesi, il cardinale Frank Leo, arcivescovo metropolita di Toronto, ha affermato che, sebbene la Chiesa cattolica riconosca “l’importanza di contrastare l’odio e proteggere individui e comunità dalla violenza”, sono necessarie modifiche al disegno di legge.

L’eliminazione dell’esenzione per motivi religiosi ha suscitato la condanna della Conferenza episcopale cattolica canadese, che ha pubblicato una lettera aperta criticando l’emendamento proposto e chiedendone l’abrogazione.







Messe tradizionali: nasce una campagna digitale per diffonderle in tutta la Spagna



Vi proponiamo – nella traduzione di Messa in Latino – l’intervista di Javier Navascués Pérez, Vicedirettore di ÑTV España, a Diego Aparicio, pubblicata sul sito InfoCatólica il 14 giugno, in cui racconta l’iniziativa di creare, dalla fine di dicembre 2024, una piattaforma digitale aggiornata sui più diffusi social network (Telegram, WhatsApp, X, Facebook ed Instagram) che informi su tutte le Sante Messe tradizionali celebrate in Spagna.

L’obiettivo di questa importante iniziativa è chiaro: «restaurare, recuperare e valorizzare la Santa Messa tradizionale, facendola conoscere al popolo spagnolo; facilitare la sua introduzione laddove non viene celebrata, aiutare a conoscerla, a viverla e accompagnare coloro che vi si avvicinano per la prima volta, mettendo a loro disposizione tutto ciò che è in nostro potere».

Ricordiamo che anche il blog MiL-Messainlatino.it, con l’aiuto di amici e lettori, lavora per mantenere aggiornato l’elenco delle Sante Messe tradizionali celebrate in Italia, che potete trovare QUI.

Lorenzo V.






Abbiamo intervistato Diego Aparicio, uno dei promotori dell’iniziativa, dopo l’impatto che la Messa tradizionale ha avuto sulla sua vita.

Come è nata l’iniziativa di creare una piattaforma per informare sulle Messe tradizionali in tutta la Spagna tramite WhatsApp e Telegram?


È nata principalmente per due motivi: da un evidente disaggiornamento di diversi siti web che inducevano in errore i fedeli interessati alla Santa Messa tradizionale; e perché abbiamo osservato che sempre più persone si avvicinavano con avidità per conoscerla, ed era urgente offrire loro una soluzione.

È stato così che abbiamo deciso di metterci al lavoro, assumendoci l’impegno di garantire un aggiornamento costante e permanente. In questo anno e mezzo di attività, e con l’aiuto di Dio, siamo riusciti a portare avanti il progetto rimanendo fedeli a quello scopo iniziale.

Perché queste piattaforme? Avete in mente di creare un sito web in futuro?

Tutto si è sviluppato in modo graduale e provvidenziale. Abbiamo iniziato su Telegram e, man mano che crescevamo, abbiamo ritenuto necessario raggiungere più persone attraverso Facebook, WhatsApp e X. L’ultima aggiunta è stata Instagram.

Affidiamo a San Giovanni Evangelista (per il giorno in cui è iniziato il nostro percorso) la guida di questi canali e abbiamo compiuto passi sotto la sua guida, con la fiducia di chi sa di non camminare da solo.

Attraverso tutte queste piattaforme, abbiamo ricevuto messaggi da persone che ci hanno scritto per chiedere, suggerire, ringraziare e condividere la loro testimonianza di conversione e riscoperta della liturgia tradizionale.

Per quanto riguarda il futuro, abbiamo tre progetti in cantiere; ma, come diciamo sempre, sono Gesù e Maria a guidare i nostri passi e i tempi sono loro. Sono loro al timone e tracciano la rotta. Noi che amministriamo questi canali non siamo altro che strumenti disposti al loro servizio.

Cosa vi spinge, in fondo, a diffondere la liturgia tradizionale?

Be’, il fatto che la Santa Messa tradizionale ci ha cambiato la vita. È stata ed è un esempio vivo e tangibile di conversione. Ci ha trasformato profondamente, ed è un dono così grande che non possiamo tenerlo per noi stessi: abbiamo il dovere e, in un certo senso, l’obbligo di condividerlo con chiunque voglia ascoltarci. Da qui nasce questo progetto, come risposta grata a un’immensa grazia ricevuta.

Come l’avete sperimentata nella vostra vita?

Abbiamo capito che la Santa Messa tradizionale, la sua liturgia in sé, è una fonte di saggezza; l’armonia in tutte le sue parti tramandate da secoli, la solennità, l’adorazione, il silenzio, il canto gregoriano: quando scopri tutto ciò che racchiude, è allora che ti rendi conto della sua maestosità, del suo valore infinito e del fatto che tutto è donazione, per e a Nostro Signore.

Questa esperienza in noi stessi conferma che la Santa Messa tradizionale trasforma, illumina e apre la mente alla retta dottrina, collega l’anima con il sacro e scuote il cuore con un’emozione e un amore immenso, difficile da esprimere a parole.

Si potrebbe paragonare a chi trova finalmente la chiave che si inserisce perfettamente in una serratura dai molti spigoli, che da tempo non si apriva e che era arrugginita da anni.

Come siete riusciti a creare un team di corrispondenti in diverse città spagnole?

Il canale Telegram è nato nel Natale del 2024, ma già da luglio dello stesso anno abbiamo svolto un ampio lavoro sul campo: telefonate, viaggi, contatti e e-mail per conoscere la situazione reale di ogni provincia. In quel processo abbiamo preso contatto con molte persone. Altre sono arrivate in modo naturale man mano che la piattaforma cresceva.

Alla fine abbiamo raccolto e ordinato tutte le informazioni disponibili su ogni celebrazione tradizionale in Spagna: orari, luoghi, celebranti, attività e tutto ciò che potesse essere utile ai fedeli.

Quali sono le città importanti che mancano?

Purtroppo, parecchie. Attualmente ci sono gruppi di persone che lavorano con impegno e perseveranza per il ripristino della Santa Messa tradizionale in città come Saragozza, Jaén, Cartagena, Algeciras, Palma di Maiorca e Logroño.

Inoltre, siamo a conoscenza di fedeli sparsi in altri luoghi dove non viene celebrata, come Castellón, Zamora, Palencia o Badajoz. Molti di loro percorrono la domenica decine di chilometri per poter assistere alla Santa Messa tradizionale, testimoniando con questo sacrificio l’apprezzamento che professano nella loro vita spirituale per questo tesoro liturgico.

In che misura questi canali si stanno rivelando utili?

Abbiamo aperto questi canali con una missione chiara: restaurare, recuperare e valorizzare la Santa Messa tradizionale, facendola conoscere al popolo spagnolo; facilitare la sua introduzione laddove non viene celebrata, aiutare a conoscerla, a viverla e accompagnare coloro che vi si avvicinano per la prima volta, mettendo a loro disposizione tutto ciò che è in nostro potere.

Se anche solo una persona l’avesse trovata e vissuta, ne sarebbe valsa la pena. La realtà, per grazia di Dio, è che sono molte di più, e ci sono centinaia di testimonianze che lo attestano con gioia e allegria.

Cosa dovrebbe fare una persona che desidera la Santa Messa tradizionale nella propria città e non sa a chi rivolgersi?

Noi possiamo aiutarvi a creare un collegamento con i fedeli interessati nella vostra località.

I passi che solitamente si seguono, a grandi linee e tenendo conto delle peculiarità di ogni città, sono i seguenti: in primo luogo, ottenere coesione di gruppo e un impegno sincero tra gli interessati; in secondo luogo, individuare le chiese possibili e i sacerdoti disposti e disponibili a celebrarla; e in terzo luogo, dopo questo approfondito lavoro sul campo, organizzare un incontro con il Vescovo della Diocesi per presentargli formalmente la proposta.

Il tutto, preceduto e accompagnato in ogni momento dalla preghiera continua per questa intenzione, che è il fondamento su cui deve poggiare qualsiasi iniziativa di questo tipo.

Vuole dire qualcosa per concludere?

Grazie mille per l’interesse e per averci contattato.

Raccomandiamo vivamente ai vostri lettori di cercare, di leggere sulla ricchezza spirituale della Messa, di immergersi nel Missale Romanum e di vedere la bellezza liturgica che traspare da ogni parte, e alla fine di poter aprire lo scrigno in cui è custodito questo tesoro nascosto che possiede la Chiesa Cattolica: la Santa Messa tradizionale.

Che si liberino dai pregiudizi e dai timori che potrebbero aver sentito, e che si diano l’opportunità di conoscerla. Vi assicuriamo, con tutta convinzione, che ne vale la pena.

Deo gratias.


Potete contattarci all’indirizzo: misatradicionalenespana@gmail.com.






lunedì 15 giugno 2026

Maschio e Femmina, Dio li creò: nessuno si senta offeso. Rosario di riparazione in San Pietro. Domenica 21 giugno








a cura di Veronica Cireneo

Riceviamo e doverosamente pubblichiamo questo comunicato contenente un invito alla preghiera pubblica, che si terrà in piazza San Pietro, la mattina di Domenica prossima 21 giugno, alle ore 10,45: ritrovo presso l’obelisco. 

Il gruppo dei rosarianti sarà, molto probabilmente , accompagnato dallo striscione con la scritta “Maschio e Femmina li creo’ “. Sarà una preghiera di riparazione pubblica, come pubblico è l’oltraggio al pudore, nelle sfilate che osannano il peccato mortale contro natura – miserere! – e che a Roma si ripeterà sabato prossimo. 

Invitiamo gli amici romani a diffondere sentitamente e a partecipare con la famiglia, possibilmente con i bambini, a questo pio appuntamento promosso da Liberi in Veritate, sezione di Roma, a cui gli Alleati dell’Eucarestia e Militia Christi hanno certamente aderito insieme a diverse altre sigle di associazioni cattoliche, presenti sul territorio. Ci vediamo numerosi. Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Viva Maria

§§§





Dina Nerozzi 14 giugno 2026

Rosario di riparazione in piazza San Pietro. Perché?

• Premessa. Se ci guardiamo attorno, non possiamo non prendere atto del fatto che il mondo intero è in subbuglio: dalla guerra che sconvolge il cuore dell’Europa, a quella che sta devastando il Medio Oriente; dal massacro dei cristiani in Nigeria, alle rivolte popolari che accendono le piazze di mezzo mondo! Sembra di assistere al tragico spettacolo di un campo di battaglia globalizzato.

Al di là delle guerre vere e proprie, di cui siamo testimoni, non bisogna dimenticare la guerra culturale in atto, ormai da decenni, in ogni angolo della terra.

E’ la guerra contro il principio di realtà, di chi non accetta il fatto che questo mondo sia governato da un ordine naturale, a cui ogni essere umano è sottoposto. È la visione del mondo di chi ha sposato la sfida dell’angelo ribelle con il suo “non serviam”, secondo cui non esiste una regola che l’uomo non possa violare, giacché presuppone che: “io sono il dio di me stesso”.

Niente di nuovo sotto il sole! Tutto già visto.

Davanti allo sconforto, di assistere a un’umanità che ha dichiarato guerra alla ragione e che sta programmando la sua autodistruzione, non resta altro da fare che chiedere l’aiuto di Nostro Signore e della Madonna, perché è chiaro che con le sole nostre forze la battaglia è perduta.




• Quando? La recita del Santo Rosario è prevista per la mattina di Domenica prossima 21 giugno: il giorno successivo a quello del g@y pride che si svolgerà a Roma il sabato 20. Sponsorizzato con fondi pubblici a livello istituzionale internazionale, sostiene la rivoluzione globale in atto puntando alla libertà ed eguaglianza per tutti/tutte/tutt* , naturalmente e sempre, sotto l’egida dei fratelli m@ssoni.

In questa “rivoluzione francese a livello mondiale” noi vestiamo i panni della Vandea: quella che resiste con l’aiuto di Dio.

E proprio perché la guerra, in corso in ogni ambito e ad ogni livello, è una guerra contro l’ordine naturale e contro chi cerca di preservarlo, bisogna abbandonare le armi materiali e tirare fuori i Rosari, perché solo Dio può porre fine al clima di irrazionalità che pervade il pianeta. Non esistono alternative.

• Chi parteciperà? A questa nostra iniziativa spirituale hanno aderito diverse sigle cattoliche presenti sul territorio: ci saranno quindi esponenti di Liberi in Veritate, di Alleati dell’ Eucarestia e del Vangelo, di Militia Christi ed altri.

• Come nasce l’iniziativa? Il Rosario del 21 giugno nasce come “manifestazione una tantum” , ma vuole anche essere l’ inizio di una collaborazione, concreta e spirituale, tra quanti hanno capito che, per tutelare la verità dell’essere umano, è necessario mettere da parte gli egocentrismi e collaborare per il bene delle future generazioni, a cui non possiamo lasciare un mondo in preda della follia.

• L’illusione di una vittoria senza Cristo. Infine, ci sembra opportuno tornare a far presente quanto segue: coloro che pensano che per abbattere il Cristianesimo e il Cattolicesimo basti infiltrare la Chiesa e le chiese, non hanno capito che lo Sfidante Ultimo e Vero che si troveranno davanti alla fine del percorso è Nostro Signore Gesù Cristo: Colui che ha già vinto la guerra, alla morte, con la Sua Resurrezione.

Sarà Lui ad avere l’ultima parola e sarà Lui che vincerà la guerra, ancora una volta – non praevalebunt – e definitivamente.








Il fallimento di un magistero che ha smesso di custodire la Fede del Popolo di Dio





Una riflessione critica a partire dalla lettura del documento CEI “Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per il Cammino sinodale” (31 maggio 2026)



La verifica mancata

15 giugno 2026


Fabio Vessillifero*

“In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, i fedeli hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa…” (Canone 212, § 3 del Codice di Diritto Canonico).

Un edificio costruito su sabbia

Ci troviamo di fronte a un documento, Radicati e costruiti in Cristo (qui qui), che si presenta come un tentativo di riorganizzazione pastorale, ma che a uno sguardo teologico più profondo rivela le crepe di un edificio costruito su premesse fragili. L’analisi ha messo a nudo una verità scomoda: la Chiesa in Italia, nel suo sforzo di rispondere alla crisi del tempo presente, ha imboccato una via che appare sempre più segnata da un’impronta sociologica, quasi manageriale, smarrendo di vista la sua natura di Corpo Mistico.

Il prolungamento di Cristo nell’Eucaristia

La Chiesa, infatti, è viva solo perché è il prolungamento storico di Cristo attraverso l’Eucaristia: è nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue che Cristo si effonde realmente nel suo popolo, rendendolo un organismo soprannaturale che non vive di strategie, ma della vita stessa del suo Sposo. È doloroso inoltre constatare come il documento ignori totalmente la gravità del peccato come radice ontologica del male, sia individuale che sociale, e taccia sul fatto che la vita cristiana sia, essenzialmente, un combattimento soprannaturale (cf. Ef 6,12); è proprio questa omissione radicale a svuotare di serietà e di efficacia ogni proposta avanzata. È triste constatare come, pur citando la necessità di ricentrare la liturgia sul Mistero, il testo si fermi sulla soglia, mancando di parlare di ciò che è essenziale: il sacrificio eucaristico, la partecipazione dell’uomo alla vita divina e la drammatica realtà della salvezza che si gioca sul crinale tra la grazia e la possibile dannazione eterna. Tema quest’ultimo, non politicamente corretto e quindi accuratamente omesso.

L’altare ridotto a tavolo di lavoro: il tradimento del Mistero

Questo silenzio sulle verità essenziali della fede non è un caso, ma il riflesso di una pastorale che ha rinunciato alla profondità del mistero per inseguire una disponibilità al mondo che ne ha annacquato l’identità. La vera partecipazione alla Messa non può essere ridotta alla distribuzione di ruoli ministeriali o all’efficienza di un’équipe; essa consiste, in tutta la sua radicalità, nell’entrare a far parte dell’offerta che Cristo fa di se stesso al Padre. Questa dimensione sacrificale è il cuore pulsante e il fine ultimo della vita cristiana, il motore che genera la divinizzazione dell’uomo. Invece, quando si parla di celebrazioni “significative” o “attrattive”, si finisce per oscurare proprio questo mistero, declassando l’altare a tavolo di coordinamento pastorale.

Sinodalità o ideologia? Il primato della libertà dei figli di Dio

In questo contesto, occorre riaffermare con forza che la sinodalità, se non si declina in un’autentica sussidiarietà, rischia di rimanere soltanto un tema ideologico, una sovrastruttura che ricorda più le dinamiche di un’organizzazione secolare che la ricchezza dei carismi nel popolo di Dio. Il principio di sussidiarietà non è un concetto profano mutuato dalla politica, ma una legge costitutiva della Chiesa stessa. Già Pio XII nel 1946 chiariva che tale principio è valido per la vita della Chiesa «senza pregiudizio della sua struttura gerarchica» (Alloc. 20 febbraio), e il Concilio Vaticano II, in Lumen Gentium 37, ha comandato ai Pastori di riconoscere la responsabilità dei laici, lasciando loro «libertà e campo di agire» e incoraggiandoli a intraprendere opere di propria iniziativa.

La sussidiarietà nella vita ecclesiale significa dunque riconoscere che la salvezza delle anime è il bene supremo e che il battezzato, elevato alla vita di grazia, possiede diritti e doveri intrinseci: compiere atti liturgici, praticare pii esercizi, fondare associazioni, promuovere catechesi e opere di carità. I Pastori hanno il compito di vegliare affinché tutto si svolga coerentemente con la dottrina, ma non possono soffocare o assorbire le iniziative che nascono dal basso semplicemente perché non rientrano in una loro specifica “sensibilità” pastorale o in un piano burocratico predefinito. Come ricordava Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, quando un corpo superiore si sostituisce alle realtà minori, ne anestetizza l’energia e ne distrugge il tessuto vitale. Senza il rispetto di questa legittima autonomia e della libertà dei figli di Dio, la sinodalità smette di essere il respiro dello Spirito nella Chiesa per diventare un mero metodo di controllo centralizzato.

La gestione del declino: il tradimento della generosità dei fedeli

Mi pare evidente che il Cammino sinodale abbia lasciato estranea la maggior parte del popolo di Dio parlando un linguaggio che non interroga l’anima. Si è preferito parlare di risorse economiche e di ottimizzazione delle parrocchie, adottando una logica di “gestione del declino” che contrasta con la storia di fede del nostro popolo. Spesso le strutture ecclesiali che oggi si vogliono accorpare sono il frutto della generosità dei fedeli che, anche in tempi di indigenza e povertà, hanno voluto dotare la Chiesa di luoghi degni per la gloria di Dio e per la missione. Trattare questi beni come meri “asset” da ottimizzare significa tradire la memoria di chi ha costruito la Chiesa con il proprio lavoro e la propria preghiera. Tale accentramento burocratico condanna inevitabilmente le piccole realtà a soccombere; eppure, è proprio in queste comunità, anche piccolissime, che sussiste la possibilità di coltivare relazioni autentiche nel nome di Cristo. L’autorità ecclesiastica non può trascurare il valore di questo tessuto vitale in nome di un’efficienza astratta, violando di fatto il principio di sussidiarietà che dovrebbe invece proteggere e valorizzare ogni porzione del corpo ecclesiale.

La verifica mancata e la responsabilità dei vertici

Dobbiamo ricordare che il Signore ha dato alla sua Chiesa tutti i mezzi, naturali e soprannaturali, per crescere e svilupparsi; la verifica di un cammino pastorale deve partire dal presupposto che il fallimento non è nel dono ricevuto, ma nella sua gestione. Il maestro che propone una verifica agli alunni, infatti, sta anzitutto compiendo una verifica su se stesso: sono riuscito a trasmettere i contenuti della disciplina, oppure ho fallito il mio compito di educatore? Il documento, in fondo, è l’ammissione di un fallimento che non ha il coraggio di essere confessato come peccato, ma viene mascherato con il gergo della sinodalità. La responsabilità di questa deriva ricade anche su chi ha deciso per conto del Papa le nomine dei vescovi (Conferenza Episcopale, Nunzi apostolici, Congregazione dei Vescovi ecc.) e che hanno insediato sulle sedi episcopali persone inadeguate, incapaci di porre rimedio alla progressiva perdita della vita di fede nelle diocesi e nelle parrocchie italiane. Se questo giudizio potrebbe apparire a qualcuno esagerato o persino irriverente, i fatti di una secolarizzazione galoppante sono inequivocabili e tragicamente sotto gli occhi di tutti; essa traspare persino dall’aspetto esteriore di molti ministri dell’altare, sempre più indistinguibili dagli uomini del secolo, dove l’abbandono pressoché generale dell’abito ecclesiastico, unito talvolta a un abbigliamento trasandato, è il segnale di una perdita di quella gravitas che dovrebbe testimoniare, anche visivamente, il ruolo soprannaturale della vocazione sacerdotale. I fatti parlano chiaro e contra factum non valet argomentum!

L’urgenza della conversione dell’intelligenza

A monte di tutto questo declino, occorre riconoscere una verità spesso dimenticata: la crisi della fede è anzitutto una crisi del pensiero. Senza una seria conversione dell’intelligenza, che sappia tornare a confrontarsi con la metafisica e con lo spessore dogmatico della Tradizione, nessuna riforma strutturale potrà mai generare vita. Si è smesso di formare le coscienze alla luce della sana teologia, preferendo adattarsi alle categorie della sociologia contemporanea; eppure, senza la chiarezza di un intelletto che ritrova il suo Fondamento, la pastorale diventa un esercizio di vuota retorica. Nessuna struttura, per quanto ben organizzata, potrà mai colmare il vuoto lasciato da un magistero che ha abdicato al compito di “insegnare” la Verità che rende liberi.

La certezza del Mistero contro la crisi delle strutture

Questo declino non è un destino ineluttabile, né il tramonto definitivo della missione della Chiesa; al contrario, esso deve essere lo stimolo per un impegno ancora più forte. In questa desolazione, resta una certezza: la Chiesa non appartiene ai suoi amministratori, ma al suo Signore. Se la gerarchia sembra aver smarrito la via, proprio questa penuria di mezzi e di guide diventa la chiamata urgente per il popolo di Dio a tornare all’essenziale, al Mistero che non passa e che non ha bisogno di alcuna ristrutturazione mondana per continuare a salvare le anime. Non dobbiamo temere la croce di questo momento, perché proprio lì, nel deserto, si prepara il terreno per una nuova generazione che non cercherà risposte nei documenti d’ufficio, ma nella Verità che, sola, può ancora far sussultare il cuore dell’uomo e che costantemente ci richiama al severo imperativo dell’Apostolo: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12).



*Fabio Vessillifero è uno pseudonimo




Una Chiesa che si rifiuta di insegnare




Riproduciamo questo testo pubblicato il 28 maggio 2026 da Paix Liturgique, che ringraziamo per la gentile concessione a Chiesa e postconcilio. Grazie a Res Novae – Perspectives romaines per la segnalazione. 



 15 giugno 2026


Si credeva, col pontificato di Francesco, di aver raggiunto il vertice di quanto la Chiesa, così com’era uscita dall’ultimo concilio, potesse produrre. Ora ci si rende conto, con alcune pubblicazioni apparse sotto il nuovo pontificato, che ormai si resta a quei livelli.

«Lo stile è l’uomo», diceva Buffon

Il Segretariato generale del Sinodo ha infatti pubblicato lo scorso 5 maggio due testi sbalorditivi [qui indice articoli]: i rapporti finali dei gruppi di studio 7 («Alcuni aspetti della figura e del ministero del vescovo in una prospettiva sinodale missionaria», in particolare i criteri di selezione dei candidati all’episcopato: GE_7_FRA_Synthese.pdf) e 9 («Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti»: GE-9_FRA_Synthese.pdf). Sbalorditivi per lo stile, poiché questi testi costituiscono una vera e propria antologia del modo astruso di esprimersi del discorso clericale postconciliare, discorso che persino l’IA avrebbe difficoltà a tradurre in un linguaggio chiaro.

Ma sbalorditivi anche per il contenuto. Forse meno la sintesi del gruppo 7, che è in gran parte fumo sinodale negli occhi, parlando di gruppi e comitati che potranno proporre nomi di candidati all’episcopato, ma circa i quali si capisce come la designazione ultima spetti di fatto al nunzio, personaggio chiave – lo si sa specialmente in Francia – per nominare vescovi allineati o almeno inodori e insapori.

La sintesi del gruppo 9, invece, getta in abissi di perplessità. Essa parla di dottrina o meglio – evitiamo le parole grosse – di «discernimento condiviso». Facevano parte di questo gruppo: mons. Castillo, arcivescovo di Lima, membro della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Iannone, nominato da papa Leone XIV Prefetto del dicastero per i Vescovi, Padre Coda, professore di teologia dogmatica, Padre Casalone, professore di teologia morale alla Pontificia Università Gregoriana, suor Ngalula, docente di teologia dogmatica, il professor Morra, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana.

Par di capire che il messaggio cristiano debba essere profondamente inculturato: «È possibile valorizzare le diversità antropologiche e culturali, senza inibire né tradire la novità del Vangelo, ma piuttosto permettendole di sbocciare all’ascolto dello Spirito Santo, nello scambio dei doni ricevuti e coltivati». Fino a dove può spingersi questo «scambio di doni» con le culture? Si capisce bene come gli scrupoli che hanno alimentato la questione dei riti cinesi abbiano fatto il loro tempo.

Niente più «questioni controverse», bensì «questioni emergenti». In effetti è ormai sancita la scomparsa delle controversie dottrinali. Le «questioni controverse» divengono, con trovata mirabile, «questioni emergenti»: «Mentre la formula “questioni controverse” rimanda al piano teorico e alla necessità di “risolvere un problema”, l’espressione “questioni emergenti” rimanda piuttosto alle qualità, alle attitudini ed al dialogo aperti alla “conversione relazionale” che l’intero Popolo di Dio è chiamato ad assumere nel cammino della Chiesa sinodale».

Niente più processi per eresia o scisma – insomma, quasi più, si capisce… –, bensì un «dialogo aperto alla conversione relazionale». Si tratta di un cambiamento, ci conferma la sintesi di questo gruppo 9, «che era già stato avviato durante il Concilio Vaticano II».

Bisogna comprendere che ogni credente è, in quanto tale, relativo: «Per sviluppare e attuare questo cambiamento di paradigma, occorre elaborare un’ermeneutica dell’umano, che valorizzi il carattere storico, esperienziale, pratico e contestuale dell’umano stesso, il quale trova il proprio compimento in Cristo».

Di conseguenza, la sua fede è essa stessa relativa, perché «la verità universale dell’umano non può essere determinata storicamente una volta per tutte, ma si manifesta nelle forme concrete di differenti culture, vale a dire in un dialogo incessante in cui le culture, le comunità e le persone progrediscono nello scambio dei doni, sotto l’impulso della ricerca della verità e della giustizia, alla luce del Vangelo». «Ecco perché vostra figlia è muta», diceva il medico di Molière. Ed ecco perché il cristiano può dire qualsiasi cosa senza turbare il Dicastero per la Dottrina della Fede, dice il Sinodo (a meno che, beninteso, non parli male del Concilio).

Ed il gruppo può affermare la priorità della prassi, come i progressisti di un tempo che facevano «un pezzo di strada» col marxismo, solo che si tratta di una prassi che elabora un nuovo quadro concettuale relativista: «La conversione relazionale riguarda principalmente i processi attraverso i quali tutti i battezzati e le battezzate sono in grado di imparare attraverso le pratiche (ecclesiali, liturgiche, sociali). Attraverso queste pratiche, infatti, gli individui non si contentano di risolvere i problemi più o meno importanti della loro vita quotidiana, ma contribuiscono a disegnare insieme il quadro linguistico, simbolico e culturale in cui i problemi possono emergere, esser nominati ed elaborati collettivamente».

Lo scopo di questo cambiamento di «paradigma» è, come ci si può immaginare, un aggiornamento: comprendere il significato dei «segni compiuti da Gesù» per «la vita di oggi» aprendosi «alla voce dello Spirito». Per la vita di oggi.

L’abdicazione dei pastori

Si potrebbe esser rassicurati dall’affermazione secondo cui la Chiesa ha una «cultura della trasparenza», che la spinge a «dire e fare la verità». Senonché ci viene poi precisato che la Chiesa è ormai mossa dal «principio di pastoralità», secondo il quale «non si tratta innanzi tutto di risolvere i problemi, bensì di costruire il bene comune».

Di conseguenza, non si tratta più di condannare nessuno o nulla: «Il punto di partenza non consiste nella correzione (sul piano dottrinale, pastorale, etico) di situazioni eventualmente giudicate problematiche nell’esperienza concreta del credente, ma [nel costruire il bene comune] nel riconoscimento e nel discernimento delle aspirazioni al bene che le pratiche religiose esprimono, spesso attraverso un sapere diffuso e informale». Non occuparsi di ciò che un tempo si chiamava peccato, ma discernere «le aspirazioni al bene» derivanti da un «sapere diffuso e informale».

Questo sapere diffuso è un residuo del sapere appreso, un vecchio ricordo del catechismo? Assolutamente no, perché non c’è più insegnamento da parte dei rappresentanti di Cristo – quelli che un tempo si chiamavano la Chiesa docente, il Papa ed i vescovi uniti a lui –, ma c’è ascolto da parte loro. Ed il gruppo del Sinodo incaricato di trattare la dottrina giunge a questa proposta straordinaria, che definisce quale sia ormai il ruolo dell’autorità nella Chiesa, proposta su cui una volta si sarebbero abbattuti i fulmini delle condanne: «In questa prospettiva, il ruolo specifico dell’autorità [il corsivo è nostro] è prima di tutto quello di ascoltare, di attivare processi di discernimento e di accompagnarli al fine di giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisca alla costruzione del bene comune». Non solo l’autorità non deve fare altro che accompagnare «l’espressione di un consenso», ma con questa precisazione: per evitare che questo consenso divenga a sua volta una sorta di dogma sostitutivo, è necessario che esso sia «differenziato».

Del «chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10, 16), che fondava dogma e magistero, facciamo tabula rasa!


Seguono degli esempi. «Nella terza parte del documento, vengono proposti due esercizi di discernimento sinodale a proposito di due questioni emergenti: l’esperienza delle persone omosessuali credenti (cfr. Allegato A, 1 e 2) e l’esperienza della non-violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazione di guerra (cfr. Allegato B)». I membri del gruppo hanno ascoltato due testimonianze «per offrire alcune riflessioni e soprattutto qualche domanda come contributo all’attuazione delle pratiche di discernimento sinodale».

In parole semplici, se così si può dire, essi non hanno «desiderato di concludere il processo di ascolto e di riflessione con una dichiarazione finale, ma con alcune piste per un discernimento etico-teologico ed alcune domande per il proseguimento del cammino sinodale».

La conclusione è rinviata alle «singole comunità ed [alla] Chiesa tutta intera». Per decidere se un determinato atteggiamento sia morale o immorale? Certamente no! La frase finale della sintesi è una sorta di definizione di abdicazione: esse [le singole comunità e la Chiesa tutta intera] si assumeranno «personalmente l’impegno di riconoscere e promuovere il bene attraverso il quale Dio agisce nella storia e nell’esperienza delle persone».

La Chiesa non insegna più. La Chiesa e le sue comunità sinodali s’impegnano a «riconoscere» ed a «promuovere» il bene che scaturisce dall’interno dell’esperienza degli uomini, ma soprattutto s’impegnano a non dire nulla. E coloro che praticano l’omosessualità e la violenza ingiusta resteranno nel loro peccato.