domenica 12 luglio 2026

La crisi degli Organismi internazionali




Pubblichiamo l’articolo “La crisi degli organismi internazionali” di Paolo Piro contenuto nel numero 2/2026 del Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa dedicato a “Un De profundis per il Diritto internazionale?”


Vedi qui il sommario del Bollettino


Di Paolo Piro, 9 lug 2026

Le organizzazioni internazionali sono associazioni di Stati fondati su trattati firmati dai contraenti i quali condividono premesse, fini e mezzi da utilizzare per raggiungere obiettivi comuni come pace, sicurezza, salute pubblica, sviluppo economico, promozione dei diritti umani, tutela dei patrimoni considerati di valore internazionale o mondiale. Tali enti si dotano di apparati istituzionali permanenti e di personalità giuridica. Nel 2025 sono stati celebrati due anniversari, l’ottantesimo (1945) della costituzione dell’ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite, e il settantesimo (1955) dell’ingresso dell’Italia nello stesso organismo.

Premessa storica

Nel 1815, al Congresso di Vienna, Klemens von Metternich, principe dell’Impero austriaco, fu una figura chiave della Restaurazione dell’ordine politico europeo che era stato scompaginato dalla Rivoluzione francese esportata in tutta Europa dalle truppe di Napoleone. La sua visione girava intorno ad un’idea: “la forza nel diritto”. I protagonisti della restaurazione dell’ordine europeo furono lo Zar Alessandro e due Principi, uno austriaco, Metternich appunto, ed uno francese Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, che più aristocratico e, al contempo, più rivoluzionario non si sarebbe potuto.

Il Congresso approvò una serie di regole che avrebbero dovuto avere al loro servizio anche una forza militare in grado di farle rispettare. In quel contesto lo Zar Alessandro, che rappresentava la massima potenza europea, riflettendo sulla necessità di costituire un ordine mondiale e di salvaguardarlo ebbe a dire «non esistono più una politica inglese, una politica francese, russa, prussiana o austriaca; ora c’è soltanto una politica comune, che, per il benessere di tutti, dovrebbe essere adottata congiuntamente da tutti gli Stati e da tutti i popoli»[1].

Lo Zar era uomo dalle profonde convinzioni cristiane che vedeva nella sconfitta di Napoleone la possibilità di un nuovo orizzonte proiettato verso il Regno di Cristo, era un uomo che riteneva se stesso uno strumento della volontà divina. Secondo Henry Kissinger «l’ordine stabilito al Congresso di Vienna segnò il punto più vicino al governo universale cui l’Europa sia giunta dal momento del crollo dell’Impero di Carlo Magno. Si formò un ampio consenso sul fatto che evoluzioni pacifiche nell’ambito dell’ordine esistente fossero preferibili alle alternative; che la conservazione del sistema fosse più importante di qualunque singola disputa potesse insorgere al suo interno; e che le controversie dovessero essere composte mediante consultazione piuttosto che mediante la guerra»[2]. In effetti il periodo tra il 1815 ed il 1900 fu, nonostante le guerre di Crimea, franco-prussiana, austro prussiana e del Regno di Sardegna contro gli stati italiani, uno tra i più pacifici della storia europea.

L’ordine del Congresso di Vienna durò, bene o male, fino al 1920 quando durante la Conferenza per la Pace di Parigi, dopo la Prima guerra mondiale, l’Europa si diede un nuovo assetto. Un anno prima, nel 1919, il Presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson aveva ispirato la “Società delle Nazioni”, organismo con il quale il presidente USA[3] voleva stabilire un nuovo ordine mondiale per garantire il rispetto di un diritto internazionale il più possibile condiviso. L’organismo subirà l’egemonia franco-inglese, mostrando in varie occasioni – non ultima l’aggressione italiana all’Etiopia (1935) – la sua incapacità d’azione. Secondo lo storico René Abrecht-Carrié, la Società «poteva intraprendere qualsiasi azione ritenesse consigliabile, ma per così dire, non aveva denti»[4], cioè non era capace di influenzare concretamente le relazioni internazionali. L’ultimo atto di cui si conserva memoria è l’espulsione dell’URSS nel 1939 per l’attacco alla Finlandia, un provvedimento di nessuna incidenza su quanto stava accadendo e sarebbe accaduto in quegli anni.

Nascita dell’ONU

La Seconda guerra mondiale sconvolse ogni equilibrio precedente e pose fine all’esperimento della Società delle Nazioni. Nel febbraio del 1945, a Yalta, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Josif Stalin, rappresentanti le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, prima ancora di sancirne la fine si spartirono in mondo in aree di influenza, stabilendo un nuovo ordine mondiale. È interessante notare che nel 1920, a Parigi, era stato siglato un trattato di pace tra i vincitori e gli sconfitti della I Guerra Mondiale, compresa la Germania. Alla fine della Seconda guerra mondiale gli sconfitti non firmarono alcun trattato di pace, ci fu solo una spartizione del mondo. La Germania firmerà la pace il 12 settembre 1990 a Mosca, dopo il crollo del muro di Berlino, ristabilendo la piena sovranità tedesca sul suo territorio.

Il Presidente USA Roosevelt, che era stato partigiano della “Società delle Nazioni”, fu l’ispiratore delle “Nazioni Unite” di cui non vide la nascita perché morì il 12 aprile 1945 sette mesi prima della Conferenza di San Francisco (24 ottobre) che statuì la nascita dell’ONU. La Conferenza ha un suo antefatto nella Carta Atlantica concordata da Roosevelt e Churchill già nel 1941. Le Nazioni Unite «dovevano assumere un carattere di vera universalità, una robusta autonomia istituzionale e un potenziale di intervento per mantenere la cosiddetta ‘sicurezza collettiva’ che non avevano precedenti nel passato»[5], senza che tali intenti venissero scambiati per l’idea di un “governo del mondo”, dizione che, a San Francisco, fu accuratamente evitata perché l’ONU tutto voleva essere meno che un governo sovranazionale.

Il nuovo organismo assunse il profilo delineato da Roosevelt nel 1943 alla Conferenza di Teheran, l’ONU avrebbe avuto un Consiglio Esecutivo, composto dalle potenze vincitrici del conflitto, un Consiglio Consultivo dei grandi più altri Paesi di peso mondiale, e un’Assemblea Generale della quale avrebbero fatto parte tutti gli altri Paesi richiedenti. Le tre potenze che stesero la Carta delle Nazioni Unite furono: USA, URSS e Gran Bretagna, una Carta che abbandonava il pacifismo della Società delle Nazioni e prevedeva esplicitamente l’uso della forza per imporre le decisioni dell’ONU. La Carta dichiara di voler salvare le future generazioni dal flagello della guerra e riaffermare la fede nei diritti umani, la dignità della persona umana, l’eguaglianza e la non discriminazione, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, l’indipendenza delle nazioni, la cooperazione internazionale, l’assistenza finanziaria all’ONU, l’obbligo di risolvere le controversie pacificamente, il divieto di ricorrere alla forza nelle relazioni internazionali.

Di fatto l’ONU, pur non parlando di “governo del mondo”, assunse una struttura simile a quella di un qualunque Stato, con la classica distinzione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Il Consiglio di Sicurezza simile ad un esecutivo, l’Assemblea Generale simile ad un parlamento, il Segretario Generale, una sorta di presidente dell’Assemblea. Infine, per l’aspetto giurisdizionale, si ricorse alla costituzione della CIG – Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia[6]. La CIG risolve controversie tra Stati basandosi sul consenso delle parti e fornisce pareri consultivi. A latere dell’ONU nacquero enti, agenzie, organizzazioni che operano e collaborano con l’ONU specializzate in ambiti specifici: salute, emergenze umanitarie, agricoltura, finanza, cultura etc…. Dagli anni ’60 questo ambito è diventato un vero “universo” costellato dal moltiplicarsi delle ONG[7], Organizzazioni Non Governative.

Sin dal suo sorgere l’ONU cercò di diffondere la sua dottrina espressa da nuovi concetti inseriti nella Carta come quello di sicurezza collettiva. Con esso si auspicava la cooperazione tra tutti gli Stati membri per mantenere la pace, impegnandosi a prevenire o reprimere atti di aggressione contro uno qualsiasi di loro con l’uso della forza. La gestione di tali interventi è demandata al Consiglio di Sicurezza, che per statuto può adottare misure sanzionatorie o militari per ripristinare la pace internazionale. Tale logica non si rivelò molto efficace, di fatto nell’ultimo dopoguerra l’ente che più di tutti ha concorso a mantenere la pace è stata la NATO «il Trattato del Nord Atlantico non è diretto contro nessuno; è diretto esclusivamente contro l’aggressione. Esso cerca non di influenzare un qualsiasi mutevole equilibrio di potere ma di rafforzare l’equilibrio di principio»[8]. La NATO fu presentata come un’applicazione concreta del principio onusiano di sicurezza collettiva, mentre l’ONU manifestava i suoi limiti d’intervento già all’inizio della Guerra Fredda.

Le Contraddizioni del Sistema

Alla fine della Seconda guerra mondiale le Nazioni Unite accetteranno la resa incondizionata di Germania e Giappone e, una volta trasformate nell’ONU, a cui aderiranno 51 Paesi, stabiliranno l’egemonia delle potenze vincitrici che comporranno il Consiglio di Sicurezza del nuovo organismo. Durante i primi decenni dalla sua nascita l’ONU acquistò un prestigio diffuso sia per le speranze che suscitava, sia per la figura “mitica” che i media impressero al Palazzo di Vetro, ai Caschi blu, alla figura del Segretario Generale frequentemente citato in TV, all’Assemblea Generale che sembrava essere il “Mondo Riunito”. I Paesi rappresentati, da 51 iniziali diventeranno 193 più la Santa Sede, in qualità di Osservatore permanente.

Presto, però, sono affiorate le contraddizioni interne al sistema:il Consiglio di Sicurezza costituito dai cinque grandi USA, Russia, Regno Unito, Francia e Cina delibera all’unanimità. Le grandi potenze, non volendo vincolare le loro politiche egemoniche, faranno del “diritto di veto” una prassi. Ad oggi i veti sono stati più di 250; il Segretario Generale dell’ONU non ha strumenti per imporre qualunque indirizzo ai cinque grandi; nell’Assemblea Generale il voto della Cina vale quanto quello del Lussemburgo, con tutte le perplessità che questo suscita; dal 1945 la storia sarà segnata da una molteplicità di guerre e interventi armati che hanno dissipato le speranze iniziali. Sorvolando sulle conseguenze della risoluzione 801 del 1947 sulla Palestina che meriterebbe una trattazione a parte, visto che Israele, pur rappresentando lo 0,11% della popolazione mondiale è al centro del 40% delle votazioni dell’Assemblea Generale, è bene ricordare che l’Onu sarà irrilevante in Corea (1950) e Vietnam (1955), non alzerà un dito durante l’invasione dell’URSS in Ungheria (1956), in Cecoslovacchia (1968) e Afghanistan (1979), e poi in Iraq (1991), Balcani (1992), nel genocidio del Ruanda (1milione di morti nel 1994), l’invasione russa dell’Ucraina (2022), il conflitto infinito in Medio Oriente per la vita o la morte di Israele, con l’ultimo episodio degli attacchi mirati statunitensi contro il regime degli Ayatollah; il ricorrente ordine affidato ai Caschi blu di “non andare oltre il mandato dell’ONU”, troppo spesso ha rappresentato una coerenza burocratica affidata a uomini ai quali si intima di rimanere inerti mentre, sotto i loro occhi, si compiono stragi efferate; il ruolo delle Commissioni ONU, organi sussidiari dell’Assemblea Generale che affrontano specifiche questioni globali in modo approfondito prima del voto in plenaria. Non di rado commissioni che si occupano di diritti umani, disarmo, economia, decolonizzazione, sono affidate a rappresentanti di Paesi che violano sistematicamente diritti e comportamenti che si vorrebbero additare e sanzionare. Episodi che coinvolgono anche gli enti a latere dell’ONU. Per esempio, il 2 novembre 2023 l’Iran assunse la presidenza del “Forum sui Diritti Umani delle Nazioni Unite”, palesando una contraddizione eclatante.

Fatte le debite eccezioni, le contraddizioni espresse nell’appartato si esplicano presso gli innumerevoli organismi internazionali autonomi ma legati all’ONU: OMS, FAO, UNESCO, Banca Mondiale, FMI, ILO, IFAD, UNICEF, UNFPA, i vari enti dedicati ai diritti umani, etc… A questo variegato mondo va sommato l’universo delle migliaia[9] di ONG che operano per i più svariati fini e che finiscono per produrre un’azione di influenza politica a livello globale. Le ONG sono enti creati da privati per affrontare problemi legati ad emergenze, sanità, assistenza, ambiente, diritti umani, etc… Alcuni di essi operano per realizzare interessi di alcuni Stati a discapito di altri, quale può essere l’indebolimento di un certo governo, finendo con lo svolgere funzione di soft power.

Una nuova visione del mondo


L’ONU non voleva essere “il governo del mondo”, non lo è e non lo è stato, in questi ottant’anni ha mostrato la sua impotenza ricollegabile anche alla indeterminatezza dei fini elencati dalla Carta, grandi ideali che tali rimangono senza strumenti giuridici e strutturali per farli rispettare e senza un’adeguata tessitura nei rapporti tra i 193 Stati membri. La Carta, pur riaffermando la fede nella “dignità e nel valore della persona umana”, non cita la vita umana come inviolabile, ma si sofferma più volte sul “tenore di vita”, che è altra cosa.

Se è vero che la Società delle Nazioni “non aveva denti” l’ONU ha, invece, acquisito di fatto la leadership di un movimento ideologico che esprime «una nuova visione del mondo e del posto che l’uomo vi occupa. In base a questa visione ‘olistica’ si ritiene che il mondo costituisca un tutto, e che, come tale, possieda più realtà di quanto non ne abbiano le singole parti che lo compongono. In questo tutto, l’apparizione dell’uomo non è altro che un elemento accidentale nell’evoluzione della materia»[10].

Una ontologia ed una antropologia che non si ferma sul piano teoretico, ma si è trasformata in una linea politica seguita dagli Organismi internazionali. Dal 1950 l’ONU lanciò una campagna mondiale antinatalista che usava finanziamenti e risorse ingenti, in collaborazione con altri associazioni ed enti. Negli anni ‘70 tale attenzione fu volta alla pianificazione familiare diretta da IPPF – Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare. In Italia nel 1968 il Club Di Roma fece da volano a tali iniziative. Il Club promosse un “Rapporto sui Limiti dello Sviluppo” che, in parole povere, levava il grido di allarme: “siamo troppi”. Un allarme sulla sovrappopolazione arricchito dalla catastrofica previsione secondo cui dopo l’anno 2000 l’umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali. All’uopo si promosse la diffusione del condom a livello planetario soprattutto presso i Paesi poveri che forse avrebbero avuto bisogno di ben altro. Lo sviluppo demografico mondiale che oggi tende al negativo e la vitalità delle scoperte scientifico-tecnologiche, hanno smentito quelle teorie che trovarono diffusione negli ambienti più snob ed esclusivi per poi ricadere come luogo comune nella cultura dominante occidentale, influenzando decisamente le politiche familiari e, in particolare, la diffusione dell’aborto, la sua legalizzazione e, oggi, la pretesa di elevarlo a “diritto costituzionale”. Le Nazioni Unite hanno promosso l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), posta nell’alveo dei diritti umani, della salute sessuale e riproduttiva e della parità di genere, questo attivismo è indirizzato a limitare e rimuovere gli ostacoli legali e pratici all’aborto sicuro.

In questo cotesto merita una citazione a parte l’UNESCO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. A parte alcune ricadute negative delle sue politiche, come la commercializzazione dei siti elevati a patrimonio dell’umanità con la c.d. turistificazione, è stata rilevata l’efficacia limitata delle sue iniziative tese a tutelare i beni ritenuti patrimonio dell’umanità. Spesso tale azione finisce con deresponsabilizzare le autorità locali con l’effetto che il bene culturale, appartenendo a tutti finisce con il non appartenere a nessuno, infine la politicizzazione delle nomine ai vertici, fenomeno che riguarda molti enti internazionali.

La storia iniziale dell’UNESCO suscita curiosità perché segna un indirizzo culturale seguito da varie realtà internazionali. Fondatore e primo direttore dell’UNESCO è stato Julian Huxley, nipote di Thomas Huxley[11] e fratello di Aldous autore del celebre romanzo distopico “Il Mondo Nuovo”. Casa Huxley era frequentata dai più grandi scienziati ed intellettuali del tempo. La nota opera di Aldous Huxley non è mera fantasia, egli scrive ispirandosi a quanto aveva appreso ed ascoltato nel salotto buono e altolocato della sua famiglia. Il “Mondo Nuovo” raccoglie quanto le menti più eccelse e gli uomini più potenti della seconda metà dell’Ottocento, progettavano di realizzare. In questa chiave si comprendono alcune linee operative poste in essere da tante organizzazioni e dall’ONU in particolare. Ad esempio, l’ONU sostenne la Cina nella politica del figlio unico, riconoscendola come basata sull’assenso volontario dei cittadini e non soggetta a coercizione. Sulla stessa linea la Planned Parenthood che realizza campagne antinataliste attraverso la sterilizzazione delle donne, soprattutto nei Paesi più poveri chiamata, in senso riduzionista, “Band Aid surgery” chirurgia da cerotto, una politica giocata sul corpo delle donne. L’ONU si mostra poco efficacie nel difendere la vita umana sin dal concepimento mentre è solerte nel promuovere aborto e sterilizzazione, si nota “una sproporzione evidente, nelle politiche internazionali sulla salute riproduttiva, tra l’intensità dell’intervento per il controllo delle nascite, e quello per la tutela della maternità. Mentre ormai in tutto il mondo il tasso di fertilità continua a scendere, quello di mortalità da parto rimane sostanzialmente invariato”[12].

L’ONU è attualmente impegnata nel sensibilizzare l’opinione pubblica promuovendo azioni concrete e mobilitazione di risorse su questioni come l’Agenda 2030 per lo sviluppo globale, incentrata su obiettivi che mirano a sradicare la povertà, proteggere il pianeta e garantire prosperità per tutti, con le sue 5P: Persone, Prosperità, Pace, Partnership, Pianeta, il tutto letto in chiave progressista e ambientalista. Si potrebbe dire che l’ONU non vuole “governare il mondo” ma “vuole cambiarlo”, oppure che taluni vogliono rivoluzionarlo attraverso le sue strutture, le sue risorse e le organizzazioni a latere dell’ONU stesso. Se è così, l’obiettivo di lavorare per la pace tra le nazioni finisce con l’assumere un rilievo marginale.

La temperie rivoluzionaria assunta dalle organizzazioni internazionali costituisce il cuore del loro fallimento, l’ideologia progressista è la frequenza sulla quale è modulato il dialogo e la collaborazione che questi enti tessono con i Paesi di tutto Mondo. La moltiplicazione e l’attivismo di certe ONG ha messo in rilievo tale interesse rivoluzionario, basti pensare alla relazione tra la Carta della Terra e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Quest’ultima riconosce l’uguaglianza tra tutti gli uomini e il loro diritto alla vita dal quale scaturiscono tutti gli altri diritti. Nel 2000 la Carta della Terra traccia i principi etici fondamentali per promuovere una società globale sostenibile, giusta e pacifica nel XXI secolo, la Carta contraddice l’antropocentrismo cristiano insito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo «stiamo entrando in una nuova rivoluzione culturale. Infatti l’ONU sta ideando una nuova concezione del diritto (…) secondo questa concezione del diritto, non vi è alcuna verità sull’uomo che sia valida in modo assoluto: a ciascuno la propria opinione. I diritti dell’uomo non vengono più riconosciuti come verità, ma diventano oggetto di procedure, di decisioni consensuali. Si avanza per negoziazioni»[13].

Conclusione


C’è chi ama diffondere notizie sugli scandali e i casi di corruzione verificatisi nelle stanze del Palazzo di Vetro, come se questo fenomeno fosse il cuore della crisi dell’ONU.

Il principe di Metternich riconduceva il fondamento del suo lavoro al Congresso di Vienna alla “forza nel diritto”, ma quale diritto? Come può un l’ONU acquisire autorevolezza senza una norma di fondo che lo renda riconoscibile a livello globale. Un riconoscimento che abbia carattere morale universale che preveda l’avallo e il sostegno, anche economico, delle grandi potenze e degli altri Paesi? Quale spazio può avere un organismo del genere in un mondo che sembra vocato alla multipolarità? Come riacquistare peso dopo decenni di insuccessi, assenze, irrilevanze e deriva ideologica? Acquistare autorevolezza è la premessa per essere credibile nel proporre delle regole condivise. Ma dove trovare una fonte in grado di dare tale forza per tale ufficio?

Ancor prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale Papa PIO XII, nell’Enciclica Summi Pontificatus (20 ottobre 1939), affermava che la radice profonda e ultima dei mali risiede nella «negazione di una norma morale universale», in grado di essere fondamento morale per la vita sociale delle persone e nelle relazioni internazionali fra Stati. Un male conseguenza del «misconoscimento» e del «l’oblio della legge naturale». Nello stesso documento il Pontefice affermava: «Il nuovo ordine del mondo, la vita nazionale e internazionale, una volta cessate le amarezze e le crudeli lotte presenti, non dovrà più riposare sulla infida sabbia di norme mutabili ed effimere, lasciate all’arbitrio dell’egoismo collettivo e individuale. Esse devono piuttosto appoggiarsi sull’inconcusso fondamento, sulla roccia incrollabile del diritto naturale e della divina rivelazione». Fondare la legittimità di un organismo internazionale su di patto fra contraenti si mostra chiaramente insufficiente. La legittimità si può fondare sull’impegno codificato di farsi garante, promotore e protettore del diritto naturale, cioè su un ordine morale che trascende le parti in campo e in cui tali parti si possono riconoscere. Assurgere a portatori di ordine e di pace senza legittimità, non porta pace ma solo rivoluzione. Qualunque potere fonda la sua legittimità su due consensi, il primo dall’alto, il secondo dal basso, nel riconoscimento di coloro che questo potere vogliono riconoscere per l’utilità universale. Il richiamo a una norma internazionale condivisa va fondata su una norma naturale indisponibile, non negoziabile, che l’uomo riconosce come propria a prescindere dalla patria cui si appartiene.

Legittimare l’aborto, addirittura come diritto costituzionale, mina alla base la legittimità di un governo e delle istituzioni di uno stato, è il tradimento della Legge Naturale. Santa Teresa di Calcutta meriterebbe la laurea in diritto internazionale quando afferma “Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro?”. Negli ultimi ottant’anni si è sviluppata una fitta rete di trattati, tribunali, organizzazioni multilaterali, regimi di controllo degli armamenti, senza che ciò impedisse il proliferare di guerre, annessioni territoriali o interventi militari ingiustificati. Se manca la “forza del diritto” ogni riferimento a norme universali è illusorio e la forza domina la scena pubblica. Papa Leone XIV, fin dall’inizio del suo pontificato, ha affrontato spesso il problema della pace, ricordando giustamente che «la guerra non risolve i problemi, ma piuttosto li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli che richiedono generazioni per guarire» (Angelus del 23 giugno 2025) ed in seguito: “Duole constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”. (Leone XIV al Corpo Diplomatico 03/02/2026).

La natura della crisi degli organismi internazionali è di ordine morale, non si può fondare un ordine su se stesso, ancor più quando quest’ordine pretende di fondare rapporti pacifici globali che fuori dalla Legge Naturale non possono che evolvere in un disordine dalle caratteristiche babiloniche esattamente ciò che costituisce l’attuale “Disordine Mondiale”.



Collegio degli Autori dell’Osservatorio

Associazione Città Domani, Palermo


[1] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Mondadori, Milano 2025, p. 59.

[2] Ibidem.

[3] Paradossalmente gli Stati Uniti d’America non entrarono mai a far parte della Società delle Nazioni.

[4] R. Albrecht-Carrié, Storia diplomatica d’Europa. 1815-1968, Laterza, Roma-Bari, 1978, p.423.

[5] A. Polsi, Storia dell’ONU, Laterza, Roma-Bari 2006, Posiz. 127.

[6] Non va confusa con la CPI – Corte Penale Internazionale (1998) che non gode di riconoscimento universale.

[7] Le “Organizzazioni Non Governative” sono previste dall’art.71 della Carta ONU, che consente al Consiglio economico e sociale (ECOSOC) di consultare organizzazioni private.

[8] H. Kissinger, Ordine Mondiale cit., p. 263.

[9] Secondo la WANGO, Association of Non-Governmental Organizations, nel 2018 erano 53.215 in tutto il mondo. Vds., M. Graziano, Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale, il Mulino, Bologna 2019, p. 215.

[10] M. Schooyans, Conversazioni sugli idoli della modernità, ESD, Bologna 2010, p. 46.

[11] Thomas Huxley (1825-1895) noto come il “mastino di Darwin” perché diffuse il darwinismo e, in un certo senso lo creò interpretandolo come base scientifica a garanzia della bontà del sistema ultra liberista inglese.

[12] E Roccella, L’ideologia dei “diritti riproduttivi” secondo le Nazioni Unite, in, Il Foglio quotidiano, 22 giugno 2005.

[13] M. Schooyans, Conversazioni sugli idoli della modernità cit, p. 48.







Gli alieni non mettono in crisi il cristianesimo



Il celebre regista apre il dibattito tra alieni e difficoltà del cristianesimo. Ma sono secoli che i cattolici se ne occupano, senza il minimo timore.

Caro Spielberg, gli alieni non mettono in crisi il cristianesimo


Redazione UCCR, 12 lug 2026

L’uscita di “Disclosure Day” riaccende un interessante dibattito.

Il nuovo film di fantascienza di Steven Spielberg ruota attorno all’ipotesi di una “rivelazione” pubblica sull’esistenza degli extraterrestri: cosa accadrebbe se all’improvviso ricevessimo prove definitive che non siamo soli nell’universo?

Alieni e cristianesimo: le parole di Spielberg

Ma ciò che ha innescato il confronto è l’intervista rilasciata dal celebre regista alla CBS, in cui avrebbe sostenuto che un’eventuale conferma dell’esistenza degli alieni distruggerebbe il cristianesimo.

In realtà, le sue parole sono state semplificate ed estrapolate.

Spielberg ha piuttosto spiegato che il suo film immagina la diffusione improvvisa di tutte le presunte prove sugli UFO accumulate negli ultimi ottant’anni, riflettendo anche su cosa farebbe la Chiesa.

Si è quindi domandato «che cosa farebbe questo alle convinzioni fondamentali di molti di noi? Dio è il nostro Dio soltanto su questo pianeta?». Non c’è traccia di affermazioni sul crollo del cristianesimo di fronte agli alieni, ma altri media hanno riportato così.

Del resto Spielberg non nasconde di credere personalmente che forme di vita extraterrestre abbiano visitato la Terra, precisando però che ciò nasce da documentari, testimonianze e racconti raccolti nel corso della vita, non certo da conoscenze riservate o prove dirette.

L’idea che la scoperta di altre civiltà intelligenti potrebbe mettere in crisi il cristianesimo è comunque decisamente da respingere.

I medievali e la vita extraterrestre

Sono stati proprio i grandi cristiani i primi a riflettere su questi temi.

Mentre Keplero si dilettò a descrivere gli abitanti della Luna1, Sant’Alberto Magno affermò: «Esistono molti mondi o c’è un unico mondo? Questa è una delle questioni più nobili e più esaltanti dello studio della natura»2.

Nessuna paura per l’ignoto, per la vita extraterrestre. Anzi!

Nel XV secolo, il cardinale tedesco Niccolò Cusano ipotizzò che la creatività di Dio avesse reso probabile l’esistenza di vita intelligente su altri pianeti.

Mentre il vescovo Nicola d’Oresme, altro maestro medioevale, disse: «Il Dio cristiano è infinito nella sua immensità», scrisse, «e se infiniti mondi esistessero nessuno di essi potrebbe essere al di fuori di lui e del suo potere»3.

Nulla, cioè, sarebbe al di fuori dello sguardo, dell’abbraccio e della preferenza di Dio.

I teologi contemporanei su vita aliena

Una posizione che coincide con un astronomo e teologo contemporaneo, Giuseppe Tanzella Nitti (Pontificia Università della Santa Croce): «In una famiglia numerosa», ha spiegato tramite un’analogia, «la madre vuole bene a tutti i figli e la preferenza non è messa in discussione dalla presenza di altri fratelli o di altri pianeti nel caso della terra. Soprattutto se ama suo figlio come fosse il suo figlio unico».

Per questo, ha aggiunto, «la preferenza e l’unicità vanno lette nel senso dell’irripetibilità non nel senso della solitudine o dell’individualismo».

Molto interessante quando Tanzella-Nitti ricorda anche che «l’ultima parola sulla vita extraterrestre non spetta alla teologia, ma alla scienza» e che l’esistenza di vita intelligente su altri pianeti «non viene né richiesta né esclusa da alcun argomento teologico».

Infatti, «non vi sono argomenti pregiudiziali contro la presenza di vita extra terrestre», né «la soluzione classica sull’unicità dell’essere umano va classificata come ingenua o anti-scientifica».

Altra riflessione è l’errore dell’idea che il contatto con gli alieni chiarirebbe la verità circa Dio Creatore: «Un’opinione assai ingenua aspettare che qualcuno venga a darci le grandi risposte definitive», ha osservato il teologo-scienziato, «la maggior parte dei temi religioso-esistenziali che caratterizzano la nostra specie manterrebbero infatti inalterato tutto il loro significato».

Un’altra sottolineatura che facciamo nostra è quella pronunciata qualche anno fa da padre Raniero Cantalamessa, allora predicatore della Casa Pontificia: «Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte».

E allora, che fine fa l’Incarnazione?

Qualcuno potrebbe obiettare citando la singolarità dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo.

Ma anche su questo i teologi riflettono da decenni e non paiono affatto in difficoltà.

Armin Kreiner, ad esempio, docente emerito di Teologia fondamentale presso l’Università Ludwig Maximilian di Monaco ne ha parlato a lungo nel suo “Gesù, gli Ufo e gli alieni. L’intelligenza extraterrestre come sfida alla teologia cristiana” (Queriniana 2012).

Seguendo alcuni teologi medievali come san Bonaventura e Duns Scoto, propone di concepire l’incarnazione come il compimento del rapporto tra Dio e il mondo e non e necessariamente collegata alla contingenza del peccato umano. Così, spiega, diviene plausibile pensare che una manifestazione di Sé, come quella avvenuta in Gesù Cristo, possa realizzarsi da Dio anche in altri luoghi rispetto alla Terra.

Una tesi discutibile ovviamente, ma certamente banale o elusiva.

Altri colleghi invece, come il già citato Tanzella-Nitti, preferiscono sospendere qualunque risposta in assenza di evidenze e informazioni.

«La teologia non può rispondere perché non ha informazioni», ha chiarito il teologo, non certo «per evitare dei grattacapi. Non si può dare risposte se non ci sono dei dati, sarebbero ipotesi senza consistenza».

Il nostro, ha concluso, «è un Dio cristiano, non un Dio platonico dal quale tutto dedurre, alcune cose appartengono alla libertà di Dio e ai suoi piani salvifici».

Gli scienziati cattolici e gli extraterrestri

Sulle reali possibilità dell’esistenza di extraterrestri il mondo scientifico cattolico è formalmente diviso.

C’è chi, come il celebre astronomo di Harvard Owen Gingerich, ha difeso nel suo “Cercando Dio nell’Universo” (Lindau 2007) vari argomenti a favore della vita aliena.

Tre, in particolare: antichità (molto tempo per l’emergere di varie forme di vita), abbondanza (numero infinito di ambienti abitabili), ubiquità (dappertutto valgono le medesime leggi scientifiche).

Al contrario, il fisico Elio Sindoni (Università degli Studi di Milano) ha optato per una risposta negativa nel suo “Siamo soli nell’Universo?” (San Raffaele 2011).

Le motivazioni: le condizioni inedite del pianeta terra, l’estrema improbabilità della comparsa della vita, le ricerche senza esito di vita extraterrestre, l’assenza di un solo pianeta neanche lontanamente simile al nostro tra i cinquecento pianeti extrasolari finora individuati e la mancata colonizzazione nonostante la terra sia più giovane dell’universo (paradosso di Fermi).

L’astronomo gesuita Guy Consolmagno ha scritto il libro “Battezzereste un extraterrestre?” (Penguin 2014) assieme a padre Paul Mueller, formulando una serie di domande e risposte proprio su questo tema.

Padre José Gabriel Funes, ex direttore della Specola Vaticana, ha sottolineato l’assenza di «contrasto con la fede» nella presenza di vita extraterrestre, osservando che «così come esiste una molteplicità di creature sulla Terra, possono esistere altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio».

Alieni e filosofi cattolici

Oltre agli scienziati e ai teologi, anche i filosofi cattolici indagano il tema extraterrestre.

Christopher Baglow (Università di Notre Dame) non trova difficile pensare che anche gli extraterrestri possano avere «la capacità di una relazione speciale con Dio, in cui riconoscerlo e rispondergli con libertà e amore». Perciò, «Dio li amerebbe e condividerebbe la sua vita con loro».

Tra i tanti ci riconosciamo in particolare nella posizione espressa di Costantino Esposito (Università di Bari), secondo cui sia l’esistenza che la non esistenza degli alieni non intaccherebbe il contenuto della fede cristiana.

Nel caso di esistenza di forme extraterrestri, ha spiegato, «la divina umanità di Cristo, sancita al Concilio di Nicea» non potrà che «essere ampliata ad una sfera cosmica, che tenga dentro anche in maniera critica il senso del tutto».

D’altra parte, ha ricordato Costantino, la nota immagine medievale del Cristo Pantocratore dice proprio questo, «il regno sulla totalità del cosmo intero».

Però, ha aggiunto il filosofo, «è anche vero che non sarebbe meno cristiano ritenere che il metro di Dio sia una preferenza secca. E quindi non sarebbe contro il suo dominio sul cosmo pensare che questo granello insignificante possa racchiudere il senso del tutto».

Insomma, se il film di Spielberg riuscirà a riaccendere il fascino per il mistero degli UFO, è assai più difficile sostenere che un eventuale incontro con forme di vita extraterrestre possa mai mettere in crisi il cristianesimo.

La fede cristiana ha già attraversato rivoluzioni scientifiche ben più impegnative senza perdere il proprio fondamento.






venerdì 10 luglio 2026

Gli esorcisti contro il Reiki. E l’ospedale blocca l’attività



DIDA (Imagoeconomica/Calm Meditation Music)

Succede a Pesaro. «Chi lo pratica si espone all’azione straordinaria del maligno», avvertono. La primaria: «Avevano l’ok dell’azienda. Ma io faccio il medico"


Lotta spirituale


Manuela Antonacci, 10 luglio 2026 

«Chi pratica il Reiki cade nel peccato di superstizione e si espone all’azione straordinaria del maligno»: è ferale e decisa la condanna dell’Associazione internazionale esorcisti (Aie) che ultimamente ha denunciato l’apertura di uno spazio dedicato non solo alle cure palliative ma anche a non ben precisate “terapie complementari” nel reparto di oncologia degli Ospedali Riuniti Marche Nord di Pesaro. L’intervento critico dell’ Aie è avvenuto attraverso una nota esplicativa che non lascia spazio a dubbi perché definisce il Reiki come “insidioso pericolo”.

Il riferimento, qui è in particolare alla cosiddetta “Stanza del benessere” dell’ospedale di Muraglia, all’interno del reparto oncologico, si praticherebbe la tecnica giapponese denunciata dagli che predica il contenimento del dolore e dello stress attraverso “flussi di energia” che passerebbero attraverso le mani. Questi progetti stanno interessando, ormai, anche altre strutture sanitarie italiane, tra cui l’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e l’Ospedale Carlo Poma di Mantova. L’Aie ha richiamato, inoltre, le linee guida pubblicate dalla Commissione per la dottrina della Conferenza episcopale degli Stati Uniti nel 2009, secondo le quali questa pratica non trova fondamento nella scienza, né tantomeno è compatibile con il cristianesimo.

Una sottolineatura doverosa, secondo l’Associazione degli esorcisti, perché riflette il timore per nulla infondato, che questa tecnica possa essere proposta come medicina alternativa, generando nei pazienti drammatiche illusioni, confondendola, cioè, con una vera e propria terapia. Per non parlare, poi, dei danni spirituali della pratica stessa. Infatti, secondo l’Aie, chi si dedica al Reiki «cade nel peccato di superstizione e si espone all’azione straordinaria del maligno». Spiegano gli esorcisti nel loro comunicato: «Il Reiki, nome derivante dalla pronuncia di due caratteri giapponesi che descrivono l’energia in sé, rei (‘l’aldilà’ o ‘spirituale’) e ki (‘energia’ o ‘forza vitale’), altro non è che una tecnica di channeling (o spiritismo) e ricorre alla presunta guarigione per mezzo di tecniche per le quali verrebbe trasmessa l’energia dal Reiki Channelizer (colui che canalizza l’energia Reiki) al Receiver (colui che riceve il trattamento)».

La Chiesa cattolica, infatti, critica il Reiki proprio perché si basa sull’utilizzo e sulla manipolazione di una presunta "energia vitale universale" (il ki), laddove, nel cristianesimo, la guarigione è semplicemente frutto della Grazia che si ottiene attraverso la preghiera e l’umile sottomissione alla volontà divina. Per questo l’associazione ha invitato i cattolici a tenersi ben lontani da tecniche di questo tipo che, peraltro, in alcun modo, possono sostituire la medicina tradizionale.

Ricordiamo che anche nel mondo scientifico c’è chi invita a non osannare troppo queste pratiche. Come Jonathan Jarry, scienziato e divulgatore scientifico canadese dell'Università McGill, che al riguardo ha scritto: «Non ho alcun dubbio che il Reiki e le sue imitazioni possano essere rilassanti e migliorare l'umore. Il pericolo, tuttavia, è che i suoi seguaci non si accontentino sempre di alleviare lo stress […] Mi addolora dover constatare che il Reiki viene offerto in centri medici di prim'ordine […] Se si chiamasse "guarigione Jedi", non sono sicuro che verrebbe preso sul serio». Comunque il richiamo degli esorcisti non ha lasciato indifferente il direttore generale del Muraglia, Alberto Carelli, che avendo anche alle spalle una solida formazione salesiana, non ha lasciato cadere nel vuoto l’appello degli esorcisti.

Per cui è partita una comunicazione dalla Direzione medica di presidio all’attenzione della direttrice dell’Oncologia Rita Chiari. «Pur nel rispetto delle convinzioni personali dei pazienti – si legge – si ritiene opportuno evitare che tale attività (il Reiki, ndr), venga svolta all’interno della nostra azienda. La sua introduzione potrebbe infatti esporre l’azienda a contestazioni di carattere etico e istituzionale». Ciò è bastato per bloccare l'attività. Ma la direttrice del reparto Rita Chiari, per tutta risposta ha replicato: «I sanitari, medici, infermieri e gli oss non hanno niente a che vedere con l’attività svolta dalle associazioni, siano clown dottori o operatori di ’et therapy. I pazienti prenotano queste prestazioni che l’associazione fornisce ai propri associati direttamente con l’associazione. I sanitari, i medici, gli infermieri e Oss non hanno niente a che vedere con questa attività. Io – ha concluso – faccio il medico».

Se guardiamo alla vicenda di Pesaro con gli occhi della fede e non solo con gli occhi del mondo, possiamo ben capire la preoccupazione degli esorcisti. In un’epoca del tutto e subito, di guru che predicano guarigioni fai da te e immediate, l’Aie ci ricorda che il mondo spirituale non è affatto un campo neutro ma è un campo di battaglia in cui si combattono bene e male e il bottino è l’anima. Per questo certi moniti non vanno tacciati di oscurantismo, anzi, sono l’occasione preziosa per esercitare spirito critico e discernimento che in un mondo confuso e allo sbando come il nostro, sono più necessari che mai. 

(Fonte foto: Imagoeconomica/Calm Meditation Music - screenshot YouTube)





Perché la Santa Messa Tradizionale custodisce il dogma






La liturgia non è soltanto un insieme di riti. È la fede stessa della Chiesa che prende forma nella preghiera. Per questo la Tradizione cattolica ha sempre affermato: "Lex orandi, lex credendi", cioè la legge della preghiera è la legge della fede. Questa espressione risale a Prospero d'Aquitania ed è richiamata anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1124).

La Santa Messa nel Rito Romano Antico manifesta con straordinaria chiarezza le grandi verità cattoliche.
Anzitutto il Santo Sacrificio. Ogni gesto, ogni genuflessione, ogni inchino, il silenzio del Canone, l'orientamento del sacerdote verso Dio, tutto conduce a contemplare che sull'altare si rende sacramentalmente presente l'unico Sacrificio del Calvario. La Messa non è una semplice assemblea di fedeli, ma il rinnovarsi incruento del Sacrificio della Croce.

In secondo luogo, la Presenza Reale. Le numerose genuflessioni, le dita del sacerdote tenute unite dopo la consacrazione, la purificazione accurata dei vasi sacri e l'attenzione verso ogni minima particola consacrata educano concretamente a credere che Cristo è realmente presente con il Suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità.

La Messa tradizionale mette inoltre in risalto il sacerdozio ministeriale. Il sacerdote agisce in persona Christi, offrendo il Sacrificio a nome della Chiesa. I ruoli del celebrante e dei fedeli sono distinti ma armoniosi, manifestando la struttura gerarchica voluta da Cristo.

Grande spazio è dato anche al senso del sacro. Il latino, il canto gregoriano, il silenzio, l'incenso, l'altare orientato e la ricchezza dei segni ricordano continuamente che nella liturgia è Dio il protagonista. L'uomo entra in un mistero che lo supera.

La Messa antica mantiene un forte richiamo alla realtà del peccato, alla necessità della conversione, al giudizio, alla misericordia divina e alla Comunione ricevuta con le dovute disposizioni. Nulla è lasciato all'improvvisazione: tutto orienta l'anima verso l'adorazione.

Per questo tanti cattolici vedono nel Rito Romano Antico una preziosa custodia del deposito della fede. Non perché il dogma cambi, poiché la verità rivelata è immutabile, ma perché una liturgia sviluppatasi organicamente nel corso dei secoli continua a esprimerlo con una densità teologica, simbolica e spirituale straordinaria.

La liturgia forma la fede. E quando la fede viene espressa con tutta la sua ricchezza, anche le anime vengono educate ad amare più profondamente il mistero dell'Eucaristia.



Fonte web 





Cosa vogliono i lefebvriani e perché si è arrivati allo scisma?

 


Pubblicato 10 luglio 2026


Intervista a Don Nicola Bux sullo scisma lefebvriano, i nodi dottrinali e il futuro della Chiesa.


1. Le origini della frattura e la perdita del “senso cattolico”La radice del problema: Secondo Don Nicola Bux, la situazione attuale non nasce oggi, ma affonda le radici almeno nel 1985 [00:22], anno in cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger denunciò (nel celebre Rapporto sulla fede con Vittorio Messori) la perdita del senso cattolico della realtà della Chiesa [00:34].

La Chiesa come un “Lego”: Bux evidenzia come sia da parte lefebvriana sia da parte del cattolicesimo progressista tedesco ci sia la tendenza a non considerare più la Chiesa come una realtà voluta da Cristo, bensì come una costruzione umana da riorganizzare arbitrariamente a proprio piacimento [00:53]. Di conseguenza, i contenuti di fede e di morale diventano relativi e arbitrari [01:12].

2. Le ragioni della sanzione: dottrina contro azioni concrete. La gravità dell’atto canonico: di fronte all’obiezione comune secondo cui i lefebvriani appaiono “ortodossi” e ligi ai principi rispetto alle derive dottrinali presenti in Germania, il teologo chiarisce che la sanzione (scomunica) non colpisce ciò che essi credono, ma ciò che fanno [01:55]. I lefebvriani hanno compiuto l’atto gravissimo di ordinare dei vescovi senza il mandato pontificio [02:25].

Il parallelismo con la Cina e le opinioni errate: Questo tipo di scisma è analogo a quanto avveniva in Cina ai tempi di Pio XII [02:37]. Bux sottolinea che, per quanto gravi siano certe tesi morali o dottrinali progressiste diffuse altrove (es. in Germania), esse rimangono spesso a livello di opinioni discutibili [02:53], mentre l’ordinazione illegittima di vescovi è un atto concreto di rottura dell’ordine gerarchico che fa scattare sanzioni canoniche automatiche [03:22].

3. La gestione del dialogo e il ruolo del Vaticano. Mancanza di un tavolo di confronto diretto. Alla domanda se la frattura si potesse evitare, Don Nicola ipotizza che se il Papa avesse convocato mesi prima i responsabili attorno a un tavolo insieme a degli esperti, forse la rottura sarebbe stata scongiurata [04:40].

I limiti dell’apparato vaticano: Nonostante i tentativi storici operati in passato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI [05:05], i lefebvriani si sono ostinati su rigide posizioni circa il Concilio Vaticano II [05:16], che invece possiede elementi di magistero solenne e infallibile, accanto ad aspetti transitori che si potrebbero discutere [05:34]. Bux rileva inoltre che l’entourage vaticano e la complessità della “macchina di governo” – della quale il Papa attuale non è ancora pienamente padrone assoluto – potrebbero aver ostacolato una mediazione più flessibile [05:55].

4. Il concetto di comunione e la possibilità di un ritorno. La natura non democratica della Chiesa: viene ribadito che la Chiesa è come una famiglia in cui la comunione è dialettica: non si può sbattere la porta ogni volta che si è in disaccordo [03:40]. La Chiesa non è una struttura democratica ma sacramentale e gerarchica [06:36]; è riformabile nelle sue strutture umane, ma il suo impianto di fondo appartiene a Cristo e non alla proprietà degli uomini [06:45].

La via per ricucire lo scisma: Don Nicola dichiara che tornare indietro è possibile, ma è necessaria la buona volontà e l’elasticità da entrambe le parti [07:10]. In particolare, la Fraternità San Pio X dovrebbe riscoprire il pensiero del santo teologo John Henry Newman riguardo al rapporto tra “dottrina e sviluppo”, superando il blocco ideologico che la tiene ferma a posizioni del passato [07:43].

Francia, i seminari tornano a riempirsi



(Imagoeconomica)

Sono già al completo per quest’autunno i corsi preparatori ad Ars, Parigi e Versailles. Un segnale che non si registrava da tempo

Chiesa


Federica Di Vito, 08 luglio 2026 

Si registrano segnali di risveglio per il cattolicesimo d’Oltralpe: boom di iscrizioni ai corsi preparatori, ordinazioni in aumento e la nascita di un nuovo polo di formazione d’eccellenza a Issy-les-Moulineaux. Il cattolicesimo francese sta vivendo una fase di sorprendente crescita che sembra smuovere le fondamenta non più così granitiche di una società profondamente secolarizzata. Il Die Tagespost fa sapere che per l’anno accademico in corso si registrano 175 iscrizioni ai corsi preparatori (l’anno propedeutico che precede l’ingresso in seminario), rispetto alle 146 dell’autunno 2025. Questo fermento è particolarmente presente in centri nevralgici della spiritualità e della formazione come Ars, Parigi e Versailles.

Come già evidenziato da Il Timone, il dinamismo delle vocazioni in Francia trova conferma nei dati sulle ordinazioni sacerdotali previste per il 2026. In totale, il Paese vedrà 84 nuovi sacerdoti, con un incremento rispetto ai 79 dell’anno precedente. In particolare, la provincia ecclesiastica di Parigi rappresenta il cuore pulsante di questo fenomeno, posizionandosi in cima alla classifica nazionale con ben 18 ordinazioni. Nello specifico, Parigi avrà sette nuovi sacerdoti, Versailles sei ordinazioni e a seguire Meaux, Pontoise e Saint-Denis. Anche le comunità religiose galleggiano nella floridezza: la Comunità di Saint-Martin accoglierà dieci nuovi sacerdoti, seguita dagli Agostiniani dell’Assunzione e dal Chemin-Neuf.

Per sostenere questa crescita e adattarsi alle «nuove realtà della formazione sacerdotale», l’arcidiocesi di Parigi e i vescovi della regione hanno già annunciato per settembre 2026 la nascita del seminario universitario Saint-Sulpice a Issy-les-Moulineaux. Si tratta di un progetto ambizioso che mira a unire la formazione accademica alla vita comunitaria grazie alla collaborazione con l’Istituto Cattolico di Parigi (ICP). I seminaristi otterranno un doppio titolo: un diploma di Stato e uno del Vaticano, spendibile anche in ambito civile. Gli studenti vivranno poi in piccole fraternità di 8-10 persone all’interno dell’attuale seminario dotato di 200 camere e un parco di 8 ettari.

«La nostra speranza è grande», spiega padre Emmanuel Goulard, rettore del seminario universitario, «prima di tutto abbiamo sempre la gioia di accogliere seminaristi, quindi giovani che ascoltano il richiamo di Dio e che sono generosi nel rispondervi. […] È sempre una grande speranza, ma anche un’esigenza perché questi seminaristi vogliono che la Chiesa dia loro una formazione di qualità». Per mons. Luc Crepy, vescovo di Versailles e membro del comitato direttivo del progetto, questo nuovo seminario mirerà a «offrire, a coloro che vengono a bussare alla porta della Chiesa […] dei sacerdoti che diventeranno, come diceva papa san Giovanni Paolo II, dei pastori secondo il cuore di Dio».






giovedì 9 luglio 2026

«Repubblica» ricorda il disastro di Seveso (ma dimentica le balle abortiste)



(Ansa/Repubblica)

A 50 anni dagli eventi, c’è una strana rimozione che continua. E riguarda proprio il ruolo dei media


Strane dimenticanze


Federica Di Vito, 09 Luglio 2026 

È il 10 luglio 1976. Sono passati 50 anni da quando un’avaria al reattore A101 dello stabilimento Icmesa di Meda liberò una nube tossica di diossina Tcdd su Seveso e i comuni limitrofi. In questi giorni le rievocazioni ufficiali e i media si concentreranno sulle svolte importanti che quella catastrofe segnarono a livello normativo. Ricorderanno la nascita delle “Direttive Seveso”, quelle normative grazie alle quali oggi è obbligatorio identificare gli stabilimenti a rischio e censire le sostanze pericolose e che portarono al consolidamento del sistema europeo di classificazione delle sostanze pericolose, a maggiore trasparenza delle informazioni e a stringenti controlli ispettivi. Racconteranno la trasformazione della zona A, quella che fu più inquinata all’epoca, nel Bosco delle Querce, oggi area naturale protetta e rigogliosa. Ed è proprio a partire dalla descrizione di questa zona simbolo di rinascita ambientale che Repubblica oggi celebra la memoria di quello che a tutti gli effetti viene annoverato tra le grandi catastrofi del Novecento.

Tuttavia, emerge una strana rimozione che riguarda il ruolo giocato dai media e dalle istituzioni diffuse in quei mesi: la creazione di un allarme scientificamente infondato su presunte malformazioni fetali di massa, utilizzato come grimaldello politico negli anni in cui infiammava il dibattito sulla legge sull’interruzione di gravidanza volontaria, entrata poi in vigore nel 1978. All’epoca del disastro, la diossina era una sostanza nota solo a pochi e una totale incertezza scientifica dettava legge. Sulla scia del trauma per l’uso dell’Agente Arancio in Vietnam si diffuse il panico per il rischio di nascite mostruose. I media dell’epoca alimentarono questo clima: basti pensare che su La Stampa l’editorialista Nicola de Feo arrivò a proporre l’aborto obbligatorio per le donne esposte alla nube per evitare qualsiasi rischio. In quel contesto, la comunicazione di massa trasformò l’incertezza scientifica in un’arma di pressione sociale, promuovendo soluzioni drastiche basate su timori che la scienza avrebbe poi dimostrato essere infondati.

Nella paginata che oggi Repubblica dedica ai fatti a un certo punto l’inviata Brunella Giovara ricorda vagamente in un passaggio il tema dell’aborto - che invece fu centrale per la vicenda, almeno dal punto di vista bioetico - nelle parole del sindaco Alessia Borroni (Lega): «Fu un trauma enorme, soprattutto lo sgombero forzato, l’abbandono delle proprie cose. Ma anche quello delle donne che dovettero abortire, e poterono farlo solo grazie a una deroga. […] L’aborto ed ancora fuorilegge, ma qui si trattava di aborti terapeutici, per scongiurare la nascita di bambini malformati. Lo Stato acconsentì». Quella «deroga» arrivò in un’Italia che già da anni si divideva sul tema. In quell’occasione in Parlamento si alzarono più forti le voci di Emma Bonino e Susanna Agnelli del Partito Radicale che chiesero al Governo di permettere alle donne in gravidanza dei paesi colpiti dalla diossina di abortire in strutture pubbliche.

Sembra non aspettassero altro per spingere il Paese a prendere una decisione netta sull’aborto. Da lì in avanti avranno luogo diversi incontri che porteranno all’apertura a Seveso di un consultorio famigliare a cui potranno rivolgersi le donne residenti per essere informate sui metodi contraccettivi. Le gestanti verranno poi esaminate presso la clinica Mangiagalli di Milano e in base ai risultati avranno “libera scelta” - comincia a circolare insistentemente questo slogan - di interrompere la gravidanza. Infine l’11 agosto il ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio riconosce che per Seveso si può parlare di aborto terapeutico e il ministro della Sanità dell’allora governo Andreotti, Luciano Dal Falco, lascia la libertà di scelta alle donne. La giustificazione legale non fu il rischio accertato di malformazioni. A ben vedere tra il gennaio e il febbraio del 1977 nasceranno i primi «figli della diossina» scampati all’aborto di Seveso e risulteranno tutti sani.

Quello che venne esaltato da alcuni medici, dai media, da collettivi femministi vari, fu un’estensione del concetto di “salute della madre”, per il quale i medici valutarono il gravissimo stress psichico e l'angoscia per il futuro dei nascituri come una minaccia per la salute mentale delle donne. «Nessuna donna può sapere se il proprio figlio nascerà malformato», tuonava ai tempi Laura Conti, consigliere regionale del Pci. Fu uno scontro ideologico ferocissimo che di sicuro accelerò l’iter per l’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. In tutto ciò, l’aspetto ancora oggi dimenticato è la pressante campagna stampa e mediatica abortista dell’epoca - documentata con uno speciale sul dossier del Timone dell’ultimo numero (qui per abbonarsi) - alla quale furono sottoposte le gestanti e la società tutta.

Le donne vennero letteralmente terrorizzate al grido di slogan come «aborto o mostro». Eppure, nonostante quella pressione e l’apertura della possibilità di abortire offerta alle donne interessate, su un migliaio di gestanti gli aborti volontari furono 42 e 4 gli spontanei. La grande assente nell’articolo odierno di Repubblica è poi la smentita della narrazione catastrofica. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi, basati su un registro speciale delle nascite, non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nelle zone a più alta contaminazione. Addirittura, la cloracne che colpì circa duecento persone, per lo più bambini, guarì col tempo senza lasciare le tare genetiche paventate dalla stampa dell’epoca.

Forse è troppo chiedere onestà intellettuale. Ma pensiamo sia lecito almeno annoverare tra gli «oltre 80mila animali» morti che Repubblica cita oggi anche le vite spezzate sul nascere in quei mesi. E, ancora di più, tutte quelle - purtroppo molto più numerose - per cui quell’ondata di menzogna mediatica è ancora responsabile oggi.