mercoledì 26 agosto 2026

La resistenza dei pochi per il ritorno dell’Essere, della Verità e dell’ordine




Le nostre interviste




Attraverso la ragione, la tecnica e il dominio sulla realtà, l’essere umano ha cercato di affermare nei secoli la propria indipendenza. Oggi si parla di crisi della modernità ed emergono domande profonde sul senso della libertà, della verità e del destino umano. Da Cartesio all’Illuminismo, dalla critica di Nietzsche alle sfide della postmodernità, l’Occidente ha rivoluzionato il modo di concepire l’uomo e il suo rapporto con il mondo. Abbiamo posto alcune domande a don Samuele Cecotti, vicepresidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, che ha organizzato su questo tema una Summer School tenutasi dal 23 al 26 luglio 2026 a Castellammare di Stabia interrogandosi non solo sulla fine di un’epoca, ma anche sulle condizioni di un nuovo inizio.

Don Samuele, nella sua relazione lei parla di “tramonto della modernità”. Quali sono i segni più evidenti della crisi della cultura moderna nel nostro tempo?

Direi che il segno più evidente è la crisi dello Stato, ovvero della modernità politica di cui lo Stato è il prodotto principale e l’idea assiale del sistema. Lo Stato Sovrano – il Leviatano di Hobbes – nasce con la modernità e muore con la morte della modernità. Ovviamente la crisi della modernità politica e tutt’uno con la crisi della modernità filosofica ovvero con il fallimento dei grandi sistemi filosofici – razionalismo, idealismo, positivismo, marxismo, etc. – e ideologici della modernità.

Oggi, ad esempio, si parla sempre più apertamente di fallimento del liberalismo (Why Liberalism Failed è il titolo di un importante scritto del professor Patrick Deneen pubblicato nel 2018), ovvero dell’ideologia figlia dell’illuminismo che ha dominato gli ultimi secoli di modernità occidentale, e anche questo è un segno evidente del tramonto della modernità.

Possiamo dire che la modernità abbia avuto origine da un progressivo spostamento dal primato della realtà al primato del soggetto, a partire da Cartesio? Quali conseguenze ha prodotto questo cambiamento nel modo di concepire l’uomo e la conoscenza?

Esatto. La modernità filosofica è il primato del soggetto sull’oggetto, del soggettivo sull’oggettivo. La Realtà o non esiste o non è conoscibile in se stessa, tutto è ricondotto alla coscienza del soggetto, tutto è assorbito nel soggetto, tutto diviene un prodotto di coscienza del soggetto. Padre Cornelio Fabro nel suo capolavoro Introduzione all’ateismo moderno parla di principio di immanenza e rivela la natura intrinsecamente atea della modernità, di tutta la modernità. Se la Realtà non è attingibile e tutto è “del soggetto” allora l’io si fa Dio perché Dio (e il mondo) altro non sarà che un prodotto della coscienza del soggetto.

La modernità è la morte della metafisica ovvero della conoscenza speculativa dell’essere, la modernità non può concepire un essere oggettivo esterno al pensiero e conoscibile con verità. L’essere (e l’Essere) è il negato dalla modernità, la quale può pensare l’essere solo come idea ovvero come prodotto di pensiero. Dio stesso, l’Essere per Essenza, dalla modernità, quando non esplicitamente negato, è ridotto a “idea di Dio” ovvero a prodotto di coscienza del soggetto.

Diventa, inoltre, impossibile ragionare di ordine naturale, di legge/diritto naturale, di teleologia del creato per la semplice ragione che non è ammessa alcuna Realtà oggettiva conosciuta/conoscibile.

L’Illuminismo ha esaltato la ragione come strumento di emancipazione dell’uomo. Qual è la differenza tra una ragione aperta alla verità e una ragione che pretende di essere l’unica misura della realtà?


L’illuminismo ha esaltato la ragione, l’ha persino deificata (la Dea Ragione dei rivoluzionari) ma, in verità, l’illuminismo, come già prima il razionalismo, ha menomato la ragione, l’ha umiliata e pervertita. La razionalità è differenza specifica nell’uomo ovvero è ciò che fa uomo l’uomo “animale razionale”. Ma la ragione che fa uomo l’uomo è propriamente la ragione speculativa ovvero la capacità intellettiva dell’uomo di conoscere la verità, di attingere all’essere del Reale, di raggiungere conoscitivamente l’Essere trascendente partendo dalla conoscenza degli enti sensibili. Proprio questa ragione speculativa, teoretica, metafisica è negata dall’illuminismo (dal razionalismo prima e da tutta la modernità in genere).

La ragione illuminista è la ragione calcolante, è la ragione che non conosce più la verità dell’essere ma si fa essa stessa verità e criterio. La ragione dell’uomo diviene cieca proprio quando si esalta come illuminata perché la ragione è fatta per conoscere la verità dell’essere che invece la modernità rifiuta.

L’emancipazione di cui l’illuminismo si è fatto promotore è l’emancipazione dell’uomo dalla Realtà, l’emancipazione dell’uomo dalla verità, l’emancipazione dell’uomo dall’essere. Si è trattato di un potente moto nichilistico in cui la prima vittima è stata proprio la ragione ridotta a facoltà calcolante e privata della sua naturale finalità metafisica.

Il pensiero classico riconosce alla ragione un compito essenziale: quello di conoscere l’ordine delle cose, la natura delle cose e di ordinare l’agire secondo la verità conosciuta. La ragione fa uomo l’uomo e deve guidarne la vita, come facoltà conoscitiva ordinata alla verità non come principio soggettivo “creatore” di senso. Il criterio è la verità oggettiva inscritta nell’essere del Reale. La ragione illuminista, invece, si vuole essa stessa come criterio e misura negando con ciò il primato dell’Essere, del Reale, della Verità.

L’illuminismo ha generato la morte della ragione e ha inaugurato l’epoca più irrazionale della storia dell’umanità, proprio mentre esaltava la ragione.

La tradizione filosofica classica, in particolare Aristotele e san Tommaso d’Aquino, considera l’uomo inserito in un ordine della realtà. Che cosa si è perso nella cultura moderna con l’abbandono di questa visione?


Come già accennavo, la perdita del realismo gnoseologico-metafisico classico-cristiano ha comportato la perdita della verità: la verità è adaequatio intellectus ad rem ma se non vi è nessuna Realtà oggettiva conoscibile a cui l’intelletto possa/debba adeguarsi, la verità sarà semplicemente impossibile!

Ha portato l’eclissi dell’essere con la spirale nichilistica caratteristica dell’Occidente moderno. Ha portato alla perdita dell’ordine naturale che, non più riconosciuto, è sostituito dall’ordinamento artificiale della volontà soggettiva, sia essa quella dell’individuo autodeterminantesi o quella dello Stato sovrano.

Il pensiero classico-cristiano considera la Realtà come Ordine ovvero dentro una causalità intelligente e una teleologia data. La natura non è solo condizione fattuale, ma è essenza normativa in quanto espressione di un ordine divino. L’universo è cosmo ordinato e bello perché da Dio creato nel Logos. L’essere umano, dunque, non solo abita un cosmo ordinato ma lui stesso è realtà ordinata, la natura umana è criterio e norma dell’agire dell’uomo.

Tutta la realtà è ordinata e la ragione dell’uomo è fatta per conoscere tale ordine e ricavarne le norme morali-giuridiche-politiche. Da qui il concetto classico di diritto/legge naturale come ordine giuridico inscritto nella Realtà, nella natura che la ragione umana deve conoscere.

La modernità, negando tutto ciò, lascia l’uomo in un mondo senza senso che non è più realtà ordinata ma frutto caotico del caso. L’uomo non ha più nella natura razionalmente indagata e conosciuta il criterio, non esiste più un criterio oggettivo, reale, razionale. L’uomo moderno è in balia della soggettività propria e altrui in un mondo senza senso.

La libertà moderna viene spesso intesa come autonomia assoluta dell’individuo. Come è possibile oggi recuperare un rapporto armonico tra libertà, verità e bene?

La libertà moderna è, come scrive il professor Danilo Castellano, la libertà negativa cioè la libertà con il solo criterio della libertà ovvero senza alcun criterio. Per la modernità la libertà è un assoluto, causa e fine di sé medesima, è autodeterminazione assoluta. Una simile libertà, oltre che generatrice di devastanti conseguenze morali, sociali, giuridiche e politiche, è semplicemente impossibile. È una menzogna!

La libertà umana è libertà creaturale ovvero, per definizione, non-assoluta, limitata e relativa. L’essere umano è libero perché è “padrone dei propri atti”, è compos sui ovvero dispone di sé. È libero di fare o non fare, di fare il bene e di fare il male. Ma non è libero di cambiare il bene in male e viceversa. Così come non è libero di mutare la propria natura, la natura degli atti che compie o delle realtà che lo circondano. La Realtà, la verità dell’essere oggettivo, precede sempre la libertà dell’uomo.

Proprio perché libero, l’uomo è moralmente e giuridicamente responsabile. L’imputabilità penale, ad esempio, presuppone proprio la libertà dell’uomo. Se l’uomo non fosse libero non sarebbe imputabile, non sarebbe responsabile (giuridicamente e moralmente) dei propri atti.

Proprio perché è libero, l’uomo se fa il male può e deve essere punito. Il bene e il male, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto sono oggettivi, non dipendono dalla libertà umana, sono anzi il criterio d’esercizio della libertà umana.

La libertà è modernamente intesa, invece, come potere di decidere soggettivamente cosa sia bene e cosa sia male, cosa sia vero e cosa sia falso, cosa sia giusto e cosa ingiusto. È la follia del soggettivismo moderno!

Come recuperare un rapporto armonico tra libertà, verità e bene? Abbandonando il soggettivismo moderno e ritornando al realismo gnoseologico-metafisico con il suo intrinseco primato dell’oggettivo, del reale, della natura, dell’essere. Recuperare l’antropologia classico-cristiana, la teologia cattolica sul libero arbitrio, la comprensione creaturale della libertà umana.

La filosofia di Nietzsche ha messo in discussione i fondamenti della cultura occidentale annunciando la “morte di Dio”. Quali conseguenze ha avuto questa frattura sul modo contemporaneo di comprendere l’uomo e i valori?

In verità i fondamenti della cultura occidentale (intesa come classico-cristiana) sono stati messi in discussione ben prima di Nietzsche, almeno dal razionalismo di Cartesio in poi ma, a ben vedere, ancor prima, da Lutero e forse già dalla crisi della Scolastica medievale. La civiltà occidentale è da molti secoli che sta morendo, ferita a morte da se stessa!

Nietzsche ha compiuto un’opera di disvelamento, ha indicato il cadavere, ha gridato una morte. Nietzsche in fondo è interessante da leggere proprio per questo, perché dice con folle eccitazione la macabra verità che nessuno aveva avuto il coraggio di vedere.

Se ci si ferma a Nietzsche l’unico esito logico è la pazzia del nichilista assoluto che si suicida o finisce in manicomio. Dal grido nietzscheano “Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini?” si può però uscire in tre modi diversissimi : 1) si può riconoscervi l’estremo esito della malattia moderna e, scortone con orrore l’abisso, si può intraprendere l’eroica opera di ricostruzione della civiltà classico-cristiana recuperando il realismo metafisico-gnoseologico, il teleologismo naturale, l’idea di cosmo, la teologia della creazione, il primato dell’essere, etc. Sarà il cammino del post-moderno anti-moderno che ricostruisce e restaura; 2) si può gioire luciferinamente del deicidio e farsi Dio, prendere il posto di Dio. È il superomismo prometeico e/o titanico della modernità trionfante, dei grandi sistemi atei, del regno della tecnica, del mito politico della Sovranità, della pretesa irreale dell’autodeterminazione assoluta, è l’ideologia liberal-radicale, è oggi il transumanesimo. Sarà il cammino del post-moderno ultra-moderno che porta all’estremo la hybris della modernità; 3) si può, infine, fare spallucce, fare come nulla fosse con beota indifferenza e continuare a sopravvivere, a mangiare, a bere, a lavorare, a fare sesso, a ridere e piangere, a sposarsi e a divorziare, a distrarsi in mille modi con sport, viaggi, divertimenti e droghe, a comprare e consumare … per poi inevitabilmente morire. È il cammino senza senso del post-moderno edonista e agnostico: «Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà» (Lc 17, 26-30).

È indubbio che la quasi totalità degli occidentali odierni si possa riconoscere nel terzo tipo. Il secondo tipo, invece, purtroppo è quello che domina l’Occidente odierno. E il primo tipo? Sono i pochi coraggiosi anti-moderni, sono i tradizionalisti, i controrivoluzionari, coloro che resistono e lottano nella Chiesa e nel secolo per restaurare il primato dell’essere (Essere), dell’ordine, della verità (Verità), del logos (Logos).

La postmodernità ha criticato l’idea di verità universali e di grandi riferimenti comuni. Quali rischi comporta una società nella quale la verità viene considerata solo una costruzione soggettiva?

La post-modernità o modernità debole si segnala per il rifiuto dei grandi sistemi caratteristici della modernità. Già la modernità aveva cancellato la verità avendo negato il Reale. Il rifiuto moderno del realismo gnoseologico-metafisico è rifiuto della verità. La modernità cancella la verità ma la sostituisce con un suo surrogato: la “verità interna al sistema”. Una cosa non è più vera in sé, ma è vera in relazione al sistema entro cui viene affermata; la verità diviene così un prodotto del sistema. Anche la stessa “verità scientifica”, dalla filosofia moderna, non è epistemologicamente intesa in senso forte realista. La forza dei grandi sistemi di pensiero nella modernità ha così dato l’illusione che la verità ci fosse ancora. Con la modernità debole o post-modernità tutti i grandi sistemi di pensiero sono crollati o in crisi e dunque ci si è accorti che la verità non c’è più e non ci sono più riferimenti universali.

La modernità (forte) è vissuta dentro una menzogna, quella dei sistemi. La post-modernità si trova nuda e spaurita innanzi all’abisso che la modernità ha generato. Ora quell’abisso spaventa e turba.

La post-modernità porta in sé il rischio – direi la certezza – della dis-società ovvero della dissoluzione della società umana, del caos sistemico e dell’incomunicabilità. Senza la verità è impossibile riconoscere un senso alla vita umana, è impossibile trovare le ragioni del vivere assieme, è impossibile il dialogo, la cultura e la civiltà. Per un po’ i surrogati, le illusioni, gli artifici suppliscono e fanno sembrare archiviato il problema ma, prima o poi, al primo urto, crolla tutto.

Non si tratta, ovviamente, di riesumare i vecchi e morti sistemi della modernità (forte) ma di riscoprire la Realtà, riattingere all’essere, raggiungere la verità vera che altro non è che adaequatio intellectus ad rem.

Solo il ritorno al Reale ci può salvare dalla dis-società perché solo riedificando sul solido terreno dell’essere sarà possibile ritrovare l’ordine delle cose e la norma naturale del vivere umano.

Oggi la tecnica sembra avere un ruolo sempre più decisivo nel definire ciò che l’uomo può fare. Quali i rischi di una tecnica separata da un fondamento etico e antropologico?

Sul tema della tecnica è stato scritto moltissimo, è forse uno degli argomenti più dibattuti in epoca contemporanea, basti pensare alla lezione di Heidegger sul tema. Non è quindi, a mio avviso, possibile ridurre la questione al solo rapporto della tecnica con l’etica. Nella modernità, come ben illustra Eric Voegelin, la tecno-scienza è concepita dentro una prospettiva gnostica. La tecnica è potere per ri-fare il mondo, per sostituire la creazione di Dio con la creazione dell’homo faber. La tecnica, nell’Occidente moderno, si lega strettissimamente alla deriva nichilista.

Certamente vi sono grandi rischi nell’uso delle tecnologie senza un solido criterio etico, si pensi solamente alle tecnologie belliche o alle tecniche di manipolazione genetica o alla tecno-medicina. Ma, se possibile, la questione è ancor più grave: la tecnica nella modernità non è più arte ma potere, nudo potere nichilisticamente inteso perché concepito in assenza di un cosmo.

L’essere umano è sempre stato un essere “tecnico” ovvero ha sempre posseduto, sviluppato e trasmesso tecniche, saperi relativi alla lavorazione della materia. Ma l’uomo pre-moderno esercita il proprio essere fabbrile dentro un orizzonte ordinato di cui è parte, l’ordine naturale precede e fonda l’azione dell’uomo. Ecco allora che la tecnica è arte. Cristianamente poi questa azione trasformante dell’uomo sulla materia è intesa come partecipazione subordinata dell’uomo all’azione di Dio. L’uomo con il suo sapere tecnico-artistico collabora con Dio al disegno della Creazione.

La modernità, invece, concepisce la tecnica come potere. Non vi è più alcun ordine naturale, non vi è più alcun disegno di Dio, non vi è più arte, vi è solo il potere di fare. Tutto ciò che si ha il potere di fare lo si può fare, è nichilismo assoluto attuato per mezzo del potere dato dalla tecnica.

Superare la modernità significa rifiutare tutto ciò che essa ha prodotto oppure significa recuperare ciò che di positivo contiene, correggendo le sue derive?

Per rispondere a questa sua domanda è previamente necessario distinguere almeno tre modernità: 1) la modernità cronologica che non è buona o cattiva, semplicemente è … giorni, settimane, mesi, anni, decenni, secoli che in se stessi non sono altro che un fatto; 2) la modernità come progresso materiale che di per sé corrisponde alla dinamica naturale della storia umana; è naturale che una generazione erediti ciò che la precedente ha fatto/scoperto/costruito/inventato e vi aggiunga del proprio, quindi il progresso è una dinamica naturale della storia umana. Ciò non significa che non vi siano decadenze, salti, estinzioni di civiltà, etc… ma in linea generale è naturale che le generazioni procedano con un progresso nelle conoscenze, nelle tecniche, nello sviluppo materiale, etc. Dunque, in questo senso, la modernità è positiva. Nessuno di noi rinuncerebbe volentieri alla penicillina o al frigorifero, all’automobile o alla luce elettrica; 3) la modernità assiologica ovvero la modernità come filosofia, ideologie, sistemi politici, visioni del mondo, etc. Questa terza modernità è “la modernità” ed è ciò contro cui combatterono la Chiesa e molte grandi menti anti-moderne.

Queste tre modernità non si identificano affatto anche se sovente si sovrappongono e si intersecano. La modernità assiologica, ad esempio, non coincide affatto con la totalità del pensiero sviluppato nel corso della modernità cronologica, questo è un errore grossolano che molti fanno. Nei secoli della modernità cronologica, non solo continuò a vivere il pensiero classico-cristiano, anche con momenti di grande fioritura (si pensi alla Scolastica ispanica del ‘500 e ‘600 o al Neotomismo dell’800 e ‘900), ma sorsero veri e propri pensatori anti-moderni, scuole di pensiero in opposizione alla modernità assiologica. Papi come san Pio V, Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, san Pio X sono cronologicamente moderni eppure sono l’esempio massimo del Magistero anti-moderno. Guglielmo di Ockham cronologicamente è medievale ma assiologicamente è modernissimo, anzi può forse essere considerato la radice della modernità.

La modernità assiologica è la modernità di Lutero e Cartesio che giunge a Hegel e poi si liquefà nella post-modernità odierna, è la modernità come soggettivismo, come immanentismo, come anti-realismo, come oblio dell’essere, come dubbio sistematico, come radicale secolarizzazione, come nichilismo.

Di questa modernità non è possibile salvare nulla, è avvelenata e avvelenatrice sin dalle radici.

Rispondendo alla sua domanda dunque, ritengo che la modernità assiologica non sia correggibile e che nulla di positivo possa essere recuperato. Ritengo che si debba rifiutare la radice stessa della modernità per non ricadere negli stessi errori che ci hanno portato alla follia odierna.

Si potrà e si dovrà conservare tutto il positivo che c’è nella modernità come progresso, si potrà/dovrà conservare il molto che si è scoperto sul piano scientifico e il molto che si è fatto sul piano dello sviluppo materiale correggendone le storture. Ma sul piano assiologico nulla può essere concesso alla modernità, pena l’introdurre nuovamente un veleno mortale.

Quale contributo può offrire oggi il pensiero cristiano, e in particolare la Dottrina sociale della Chiesa, per affrontare la crisi culturale contemporanea?

Un contributo decisivo. Il pensiero cristiano ha ereditato e trasmesso quello classico. Nella grande riflessione filosofica cristiana vivono Parmenide e Platone, Aristotele e Plotino, la Stoà e il medioplatonismo, Seneca e Cicerone assunti e purificati nella luce di Cristo. E poi questa grande eredità è stata perfezionata dal genio speculativo di san Tommaso d’Aquino (e dagli altri grandi maestri della Scolastica medievale), vertice del pensiero metafisico occidentale.

Millenni di sapienza si condensano nel pensiero cristiano portando a sintesi la Divina Rivelazione con il genio della filosofia classica. Il contributo che il pensiero cristiano può dare all’uomo d’oggi è immenso, decisivo e a 360 gradi. A partire proprio dal realismo gnoseologico-metafisico e dal primato di Dio (dell’Essere) per poi ricostruire con ordine nella verità l’antropologia, l’etica, la politica, il diritto, l’economia.

Bisogna ripartire dai classici (cristiani) e bisogna ripartire dai fondamenti.

Venendo a politica, diritto, economia entriamo nel campo della DSC (Dottrina Sociale della Chiesa), ovvero di quella morale teologica che ha per oggetto la vita in società dell’uomo. Mai come in questa epoca di crisi (crisi dello Stato, ad es., o del liberalismo) la DSC può ambire a fornire i criteri per una ricostruzione della società. Invito tutti a leggere documenti fondamentali quali le encicliche del corpus leonino (non solo la Rerum novarum) oppure le encicliche di Pio XI Quadragesimo anno e Quas primas.

La DSC non è una mera esortazione morale, è invece una dottrina organica sulla vita in società ovvero sulla famiglia, sui corpi sociali, sulla res publica, sull’autorità, sulla legge e il diritto, sul lavoro, sulla proprietà, sull’educazione e la scuola, sui doveri pubblici verso la vera religione, sulla Regalità sociale di Cristo. Una dottrina con un impianto realista e un solido fondamento metafisico espresso nel giusnaturalismo classico. Diciamo pure che la DSC è profondamente tomista.

La DSC non disegna timide riforme ma una società radicalmente “altra”. La DSC è la ricetta per la ricostruzione della societas christiana.

Lei parla di “oltrepassamento” della modernità: quali sono le condizioni necessarie per ritrovare una visione fondata sulla verità, sulla realtà e sulla trascendenza?


Uscire, come prima cosa, dall’inganno del soggettivismo. Aprire occhi e intelligenza alla Realtà. Provare meraviglia, una meraviglia metafisica, meraviglia per l’essere. Lasciar parlare l’essere delle cose.

E poi dalla meraviglia far sorgere la speculazione, la teoresi. Indagare l’essere con amore, amore per l’essere, amore per il Reale.

La verità è questo, è l’umile adeguazione dell’intelletto alla realtà, all’essere delle cose. Questa umile sottomissione del soggetto pensante all’essere reale è l’inizio della vera filosofia, della metafisica ed è l’inizio della guarigione per l’uomo moderno. Dall’essere all’Essere è un attimo! L’intelligenza teoretica dell’uomo è naturalmente fatta per quest’impresa, per risalire dagli enti all’Essere per Sé sussistente.

Il teocentrismo è inevitabile per il realismo gnoseologico-metafisico.

La guarigione inizia dal ritorno al Reale – faccio volutamente allusione al meraviglioso scritto di Gustave Thibon intitolato proprio Ritorno al Reale – ma si nutre poi del ritrovato ordine morale-giuridico-politico naturale e della fede in Cristo che tutto deve informare.

La modernità sta morendo ma nulla ci assicura che ciò che verrà dopo sarà meglio. Si è aperto uno spazio di opportunità: sta a noi “giocare” la partita. Dopo la modernità potrà esserci qualcosa di peggio oppure la guarigione, il risorgere della civiltà classico-cristiana in forme ancora imprevedibili. Senza Cristo, però, non sarà possibile nessuna rinascita, neppure sul piano umano-naturale. Non ci si illuda di ipotetici umanesimi laici o di nuove classicità post-cristiane. O sarà Cristo a regnare in una nuova Cristianità dopo la modernità, oppure sarà il trionfo del disumano (transumano, postumano).

Quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani che vivono in una società segnata dall’incertezza culturale e dalla crisi dei grandi punti di riferimento?

Ai giovani – e anche ai meno giovani – dico di non sprecare la propria vita. Non siate come quelli del tempo di Noè e di Lot, non siate tra gli indifferenti, abbiate il coraggio di scelte radicali, controcorrente, consapevolmente anti-moderne. Rifiutate il veleno della modernità decadente che muore ma ancora uccide. Leggere autori come Etienne Gilson, Marcel De Corte, Gustave Thibon, Francisco Elis de Tejada, Nicolas Gomez Davila vi sarà di grande ispirazione.

Coltivate la meraviglia metafisica, quella meraviglia che genera filosofi, poeti e spiriti religiosi qualunque sia poi il vostro studio/lavoro; si può essere filosofi o poeti anche se contadini o falegnami, anzi meglio!

E non sentitevi soli anche se sarete tra i pochi a nuotare contro corrente, con voi ci sono millenni di civiltà. Amate quelle nobili radici, fatele vostre, leggete i classici e ancor più i cristiani.

I Padri della Chiesa e i Dottori medievali dovrebbero divenire per voi dei familiari e degli amici con cui confrontarsi e da cui imparare. Coltivate l’amore per la Civiltà Cristiana!

Non lasciatevi conformare dallo Zeitgeist, siate coraggiosamente “all’opposizione”. Ma soprattutto non siate moderati, non cercate il compromesso, non perseguite il quieto vivere, siate invece intransigenti ed esigenti prima di tutto con voi stessi. Cercate sempre il senso delle cose e se una cosa non ha senso non fatela. Cercate l’eccellenza in tutto ciò che fate perché ogni cosa che facciamo deve essere un capolavoro.

Anche se pochi, potete essere l’aurora di una nuova civiltà cristiana, coloro che avranno iniziato a gettare il seme. Non ci deve spaventare l’essere minoranza (anche molto piccola), ci deve terrorizzare, invece, l’essere tiepidi o sale che ha perso sapore, guai a noi!

Se decidete di sposarvi e fare famiglia fatelo con coraggio ed eroismo, sposatevi giovani, siate aperti alla vita e accogliete tutti i figli che il buon Dio vorrà donarvi, educate i vostri figli cristianamente sottraendoli all’indottrinamento della scuola di Stato, edificate il vostro piccolo regno domestico come un’oasi di civiltà cristiana.

Nella scelta degli studi, del lavoro o del luogo dove abitare non ragionate mettendo al primo posto le cose di questo mondo, piuttosto decidete dopo aver risposto a queste semplici domande: Cosa Dio mi chiede di fare? Qual è la mia missione nel mondo? Quali sono le condizioni (lavorative, abitative, etc.) che mi consentiranno di vivere in modo più ordinato e sereno, come Dio comanda, dando un senso a ciò che faccio? Forse il buon Dio vi sta chiedendo di lasciare le comodità della città e una vita borghese d’ufficio … magari per fare i contadini in montagna dove poter vivere con ritmi più umani e scanditi dalla natura… oppure vi sta chiedendo di vivere in città per fare il professore universitario e dedicarvi all’ apostolato intellettuale e alla battaglia culturale.

La Chiesa, lo sappiamo bene, vive oggi una crisi senza precedenti, è la stessa crisi della modernità che l’ha contagiata. Cosa fare dunque per la vita di fede?

Ai giovani – e ai meno giovani – dico: aggrappatevi con le unghie e coi denti, con tutto voi stessi alla Tradizione, non correte dietro alle novità! Nutrite la vostra fede con la Liturgia tradizionale – ad es. andando alla Messa in Rito Romano Antico – e con gli insegnamenti dottrinali e spirituali di sempre: il buon vecchio Catechismo di san Pio X, gli scritti dei Santi e i testi classici della spiritualità. Il canto gregoriano, ad esempio, se vissuto come preghiera può essere una grande palestra di spiritualità. Ma anche, semplicemente, vivere in mezzo alla natura contemplando ogni giorno la bellezza della Creazione.

Fate scelte che vi consentano di vivere da uomini veri rivolti a Dio e non da ingranaggi del sistema.

Se vorrete impegnarvi socialmente-politicamente fatelo, c’è tanto bisogno. Ma fatelo da anti-moderni, da controrivoluzionari, da restauratori della civiltà cristiana. Fatelo avendo come faro la DSC e le migliori scuole politiche cattoliche: il pensiero di Giuseppe Toniolo, il carlismo ispanico, il distributismo inglese.

Fatelo fuori dal coro del politicamente corretto e con coraggio. Siate dei ricostruttori di civiltà!






La sinodalità ucciderà il cattolicesimo




Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da The Catholic thing un articolo di Brad Mine. L'ultima moda in fatto di governo della Chiesa — la ormai consolidata e insopprimibile sinodalità [vedi] — rappresenta una minaccia esistenziale. Il suo stesso meccanismo trasformerà il cattolicesimo in una semplice setta protestante.

26 agosto 2026


Brad Miner

La Chiesa cattolica si è sempre distinta dalle altre istituzioni cristiane per la sua pretesa di possedere, e di essere vincolata da, un depositum fidei tramandato dagli Apostoli. La Chiesa proviene da Cristo e non inventa, rivede o vota sul suo Magistero, sulla sua applicazione autorevole di quel depositum fidei. Essa riceve, custodisce e trasmette quella fede antica. La dottrina può svilupparsi nel senso descritto da San John Henry Newman, crescendo in chiarezza e applicazione, come una ghianda che diventa una quercia. Ma non può essere rinegoziata – o ribaltata! – dal sentimento della maggioranza o dall'entusiasmo contemporaneo.

La pretesa di aver ricevuto la Verità e di custodirla è la ragione stessa della ragion d'essere della Chiesa e la rende qualcosa di più di una semplice associazione religiosa volontaria. Ma la sinodalità, a prescindere da ciò che sostengono i suoi fautori, introduce un meccanismo capace di dissolvere tale pretesa: un processo permanente, indefinito e partecipativo per la generazione di infiniti consensi ecclesiali contemporanei che funzionano sempre più come fonti di autorità rivali, accanto e – dal punto di vista degli innovatori – persino prevalenti rispetto al deposito consolidato della fede e, quindi, del Magistero chiamato a custodirlo.

La vaghezza che abbiamo riscontrato finora nel processo sinodale non è casuale. È una caratteristica, non un difetto. Dopo molteplici incontri sinodali, la Chiesa non ha ancora una definizione univoca di sinodalità – si limita a descrivere uno “stile”, un “processo”, un “intuito”, e questa incapacità di definire chiaramente la sinodalità non è una mancanza di poco conto.

Ricorda la prima campagna elettorale di Barack Obama, che definì il suo programma con una sola parola: "Cambiamento". Allora non significava nulla; "Camminare insieme" non significa nulla adesso. Qual è il nostro punto di riferimento?

Tommaso d'Aquino e altri, compresi i primi Padri della Chiesa e diversi concili, hanno fornito alla Chiesa un punto di riferimento fisso e un vocabolario tecnico condiviso, sufficientemente preciso da consentire la risoluzione di tutte le controversie reali. La sinodalità non ha nulla di equivalente. Si basa sul "discernimento individuale" e sul "senso dei fedeli", categorie che sono funzionalmente infalsificabili [cioè non possono essere contraffatte o alterate -ndT]: qualunque sia la conclusione dell'assemblea, viene interpretata a ritroso attraverso l'assurda affermazione che ogni nuova proposta sia ciò che lo Spirito Santo diceva da sempre! Finalmente, ci dicono, stiamo ascoltando!

Ma un processo senza criteri fissi di correzione non è discernimento; è costruzione del consenso con un vocabolario teologico annesso, come gli adesivi che i miei nipoti attaccano praticamente ovunque, compresa la faccia del nonno.

La storia ci mostra dove tutto ciò ci condurrà. La Chiesa d'Inghilterra è l'analogo istituzionale più vicino che abbiamo, e dimostra esattamente come il processo si sviluppa nel tempo: organi sinodali che integrano clero e laici nel processo decisionale, autonomia provinciale sotto una debole autorità centrale e una costante sequenza di cambiamenti, ognuno introdotto come modesto accomodamento "pastorale" – il nuovo matrimonio dopo il divorzio, l'ordinazione delle donne, le benedizioni per le unioni tra persone dello stesso sesso, l'approvazione della contraccezione artificiale, l'ambiguità sull'aborto – il tutto trasformando nel tempo le dottrine dell'anglicanesimo e frammentandone l'unità.

Intere province anglicane ed episcopali ora si rifiutano di riconoscere le rispettive posizioni sul "matrimonio" tra persone dello stesso sesso e sull'ordinazione delle donne. L'insediamento di Sarah Mullally come arcivescovo di Canterbury ha provocato uno scisma all'interno dell'anglicanesimo.

Eppure è il meccanismo, non una singola decisione, che è sempre stato e rimane il pericolo reale e costante.

E questo stesso meccanismo è insito in qualsiasi versione cattolica della sinodalità. Il Cammino Sinodale tedesco promuove un Concilio Sinodale permanente che conferirebbe ai laici un'autorità di governo condivisa con i vescovi in ​​materia di dottrina e disciplina. Roma è intervenuta direttamente per bloccarlo, ma diversi vescovi tedeschi continuano a resistere apertamente agli avvertimenti del Vaticano. Chissà quale sarà l'esito? Ma una chiesa "nazionale" che tenta di istituzionalizzare esattamente il modello anglicano all'interno delle strutture cattoliche è stata finora frenata solo dall'intervento diretto di Roma. Si tratta di un freno fragile, non di una garanzia strutturale. E la "sinodalità" rimane sulla bocca di Leone XIV.

Nel frattempo, il filtro tradizionale che un tempo proteggeva il Magistero dall'impeto sinodale si è indebolito dall'interno: con la riforma del procedimento sinodale del 2018, un papa può ora adottare direttamente il documento finale di un sinodo come parte del suo "magistero ordinario", saltando l'esortazione post-sinodale che storicamente permetteva ai papi di riformulare o respingere le proposte sinodali. Questo filtro ha funzionato come previsto quando Papa Francesco ha respinto la proposta del Sinodo sull'Amazzonia relativa al sacerdozio coniugato. Ma non ha funzionato allo stesso modo per l'assemblea sinodale del 2024, il cui documento finale è diventato immediatamente insegnamento del magistero, senza l'esortazione intermedia. La stessa salvaguardia che i difensori della sinodalità indicano come prova che il sistema non può sfuggire a se stesso è ora facoltativa e a discrezione del papa – il che significa che non è affatto una salvaguardia strutturale, ma solo personale, valida esattamente finché chi ricopre la carica sceglie di utilizzarla – o meno.

Ricordiamo come Papa Francesco rispose alle preoccupazioni relative alla formulazione di Amoris Laetitia (2016) [qui] che consentiva (con “discernimento”) la ricezione dell’Eucaristia da parte di coppie divorziate risposate civilmente. Rivolgendosi ai vescovi argentini che chiedevano chiarimenti, disse: “Non ci sono altre interpretazioni”. Così facendo, abrogò il diritto canonico e ci offrì un’anticipazione del processo sinodale.

E poi c'è la Fiducia supplicans [qui], un meccanismo pastorale passivo-aggressivo per benedire le coppie dello stesso sesso, esteso anche se la definizione immemorabile di matrimonio viene considerata immutabile. Ed ecco la sequenza precisa che ha preceduto il cambiamento dottrinale in ogni comunità protestante: prima si muove la pratica, sotto copertura pastorale, e poi si dichiara immutabile la dottrina... finché questa finzione non diventa insostenibile.

Ecco perché la minaccia sinodale è esistenziale. Ciò che è a rischio non è solo questo o quell'insegnamento, ma ciò che rende la Chiesa cattolica la Chiesa cattolica: un deposito di fede autorevole e non negoziabile, custodito da un Magistero i cui principi vincolano tutti i credenti.

Una Chiesa che si governa attraverso il consenso sinodale è un'istituzione diversa da quella che, per due millenni, è esistita per trasmettere ciò che ha ricevuto. Può conservare il suo nome, i suoi edifici e persino la sua gerarchia strutturale. Ciò che deve perdere è la pretesa che la rendeva degna di essere cattolica. E questa perdita, una volta che il meccanismo avrà fatto il suo corso, probabilmente non sarà reversibile con un'ulteriore votazione.

Grazie, Padre Murray, per l'ispirazione [precedenti del canonista p. Murray qui - qui - qui - qui].





martedì 25 agosto 2026

La salvezza delle anime come criterio della sinodalità. Le domande scomode di mons. Mutsaerts sul cammino della Chiesa


Sinodo sulla sinodalità, 04 ottobre 2023, Aula Paolo VI (foto: Vatican News)




di Giuseppe Russo, 25 agosto 2026

In una recente intervista rilasciata al portale AdVaticanum, mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch dal 2010, torna a esprimere con franchezza le proprie riserve sul processo sinodale avviato durante il pontificato di Francesco e oggi ereditato da Leone XIV. Il punto di partenza delle sue considerazioni è una domanda tanto semplice quanto decisiva: come si giudica un processo ecclesiale?

La risposta, per il vescovo olandese, non può essere ricavata semplicemente dall’ampiezza della partecipazione, dal numero delle consultazioni o dalla percezione soggettiva di essere stati ascoltati. Il criterio ultimo deve essere quello indicato dal Codice di Diritto Canonico: la salvezza delle anime.

È una prospettiva che merita di essere presa sul serio, perché sposta il dibattito sulla sinodalità dal terreno delle procedure a quello propriamente ecclesiologico e teologico.

La salus animarum non è una formula accessoria

Il principio della salus animarum costituisce la clausola conclusiva del Codice di Diritto Canonico: «avendo sempre davanti agli occhi la salvezza delle anime, che deve essere sempre la legge suprema della Chiesa».

Non si tratta di una semplice formula giuridica. Essa ricorda alla Chiesa quale sia il suo fine ultimo.

La Chiesa non esiste per produrre processi partecipativi, per costruire strutture organizzative efficienti o per garantire che ogni opinione venga adeguatamente rappresentata. Esiste per annunciare Cristo, condurre gli uomini alla conversione, amministrare i sacramenti e accompagnare i fedeli verso la santità e la vita eterna.

Da questo punto di vista, Mutsaerts introduce una domanda inevitabile: se la sinodalità viene proposta come una modalità ordinaria della vita ecclesiale, quali frutti concreti sta producendo nella vita cristiana?

Non basta sapere se le persone hanno parlato. Bisogna sapere se, attraverso quel cammino, qualcuno ha incontrato Cristo.

Non basta sapere se qualcuno si è sentito accolto. Bisogna domandarsi se è stato condotto alla conversione.

Non basta misurare la partecipazione. Bisogna verificare la vita sacramentale. 

Quando lo strumento rischia di diventare il fine

Uno dei passaggi più significativi della riflessione di Mutsaerts riguarda il rapporto tra sinodalità e missione.

La sinodalità, in sé, può essere considerata uno strumento attraverso il quale la Chiesa ascolta, discerne e cammina insieme. Ma uno strumento ha senso soltanto in relazione al fine per cui viene utilizzato.

Il problema nasce quando il “camminare insieme” diventa esso stesso il risultato da perseguire.

In questo caso la domanda non è più: dove ci conduce questo cammino?; diventa semplicemente: quanto siamo riusciti a camminare insieme?

È una differenza tutt’altro che marginale.

Per la fede cattolica la Chiesa non cammina verso un futuro indefinito costruito progressivamente attraverso il consenso dei suoi membri. Cammina verso Cristo, che è il suo Signore e il suo termine.

La sinodalità, pertanto, non può diventare una sorta di criterio autonomo della verità ecclesiale.

Il consenso non crea la verità.

La partecipazione non sostituisce la Rivelazione.

L’ascolto non sostituisce l’annuncio.

Cristo non ha fondato un gruppo di discussione

È probabilmente questa la provocazione più forte attribuita da Mutsaerts alla propria lettera a Leone XIV:

«Cristo non ha fondato un gruppo di discussione. Ha chiamato gli apostoli. Ha dato loro autorità».

Il significato ecclesiologico di queste parole è evidente.

Cristo ascolta, incontra, dialoga, interroga. Ma Cristo annuncia. Chiama alla conversione. Perdona i peccati. Invia gli Apostoli. Conferisce loro un’autorità.

La Chiesa, quindi, non può essere concepita semplicemente come uno spazio nel quale le diverse sensibilità vengono messe a confronto per arrivare a una sintesi condivisa.

La Chiesa nasce da una convocazione divina e vive dell’obbedienza a una verità ricevuta.

Questo non elimina l’ascolto. Al contrario, l’ascolto appartiene alla vita della Chiesa. Ma l’ascolto non è il punto d’arrivo.

Si ascolta per discernere; si discerne per annunciare; si annuncia per condurre alla conversione.

Se questa sequenza viene spezzata, il rischio è che il processo ecclesiale si trasformi in una interminabile consultazione.

Dall’ascolto alla conversione

Mutsaerts utilizza un’immagine particolarmente efficace: quella del medico.

Il medico ascolta il paziente, ma non si limita ad ascoltarlo. Dopo aver ascoltato, formula una diagnosi e propone una cura.

Analogamente, la Chiesa deve certamente ascoltare le persone, le loro domande, le loro ferite e le loro difficoltà. Ma non può fermarsi all’ascolto.

Deve annunciare una parola che interpella.

Ed è proprio qui che emergono alcune parole che, nel linguaggio ecclesiale contemporaneo, sembrano avere progressivamente perso centralità: peccato, pentimento, conversione, grazia, giudizio, salvezza.

Il cristianesimo non consiste semplicemente nel sentirsi accolti.

Consiste nell’essere salvati da Cristo.

E la salvezza presuppone una condizione dalla quale essere salvati.

Per questo l’annuncio cristiano non può eliminare il tema del peccato, così come non può eliminare quello della grazia e della misericordia.

Dire all’uomo contemporaneo che Dio lo ama è certamente vero. Ma il Vangelo non si esaurisce in questa affermazione. L’amore di Dio chiama l’uomo alla conversione e alla trasformazione della vita.

Il caso olandese: una Chiesa che deve interrogarsi

Il riferimento alla situazione della Chiesa nei Paesi Bassi rende la riflessione ancora più concreta.

L’Olanda rappresenta da decenni uno degli esempi più evidenti del processo di secolarizzazione europea. La trasmissione della fede tra le generazioni si è fortemente indebolita e molti battezzati rimangono cattolici soltanto nominalmente.

Ma proprio dentro questo scenario emergono anche segnali di speranza.

Mutsaerts richiama la crescita dei battesimi degli adulti registrata nel 2024: oltre cinquecento nuovi battezzati e un incremento significativo rispetto all’anno precedente.

Il dato, naturalmente, non risolve la crisi ecclesiale olandese. Ma pone una domanda interessante.

Che cosa sta cercando chi si avvicina nuovamente al cristianesimo?

È davvero alla ricerca di una Chiesa sempre più simile alle strutture culturali contemporanee?

Oppure cerca precisamente ciò che la società secolarizzata non riesce più a offrirgli?

La domanda è decisiva. Che cosa cerca chi torna alla Chiesa?

Mutsaerts suggerisce una risposta netta: chi si converte non sembra cercare semplicemente maggiore partecipazione organizzativa.

Cerca Cristo.

Cerca la preghiera.

Cerca l’adorazione eucaristica.

Cerca la confessione.

Cerca una morale capace di prendere sul serio il bene e il male.

Cerca la bellezza della liturgia.

Cerca una comunità.

Cerca la verità.

Cerca la trascendenza.

In altre parole, cerca qualcosa che non sia semplicemente una versione religiosa del mondo nel quale già vive.

Ed è proprio qui che emerge una delle questioni più profonde per la pastorale contemporanea.

Se la Chiesa, nel tentativo di dialogare con il mondo, finisce per assumere integralmente le categorie culturali del mondo, che cosa potrà offrire al mondo che il mondo non possiede già?

La Chiesa non è chiamata a competere con la società sul terreno della sociologia, della politica o della democrazia.

È chiamata ad annunciare una realtà che precede e supera tutte queste categorie: Cristo morto e risorto.

La realtà della grazia e del peccato

Da qui la forza delle parole richiamate da Mutsaerts:

La grazia è reale.
Il peccato è reale.
Il giudizio è reale.
Il Paradiso è reale.
L’Inferno è reale.
Il perdono è reale.
L’Eucaristia è realmente Cristo.
La confessione riconcilia realmente il peccatore con Dio.

Non si tratta di restaurare un linguaggio apocalittico o di costruire una pastorale fondata sulla paura.

Si tratta semplicemente di recuperare la totalità della fede cattolica.

Una Chiesa che parla soltanto di accoglienza, partecipazione e ascolto, ma non parla della conversione, rischia di trasmettere un cristianesimo mutilato.

Una Chiesa che annuncia la misericordia senza parlare del peccato rischia di rendere incomprensibile la misericordia stessa.

Una Chiesa che parla dell’Eucaristia senza adorazione rischia di perdere il senso della Presenza reale.

Una Chiesa che parla di comunione senza verità rischia di trasformare la comunione in semplice consenso.Il criterio evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete»

Alla fine, la questione non può essere risolta soltanto attraverso contrapposizioni ideologiche tra favorevoli e contrari alla sinodalità.

Occorre applicare un criterio evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16).

Quali sono dunque i frutti che dovremmo cercare?

Più persone che pregano?

Più persone che partecipano alla Santa Messa?

Più persone che si confessano?

Più vocazioni sacerdotali e religiose?

Più adulti che chiedono il Battesimo?

Più famiglie che trasmettono la fede ai propri figli?

Più persone che scoprono la bellezza della vita cristiana?

Più conversioni?

Più santità?

Queste sono domande molto più importanti della semplice valutazione positiva di un processo consultivo.

Perché la Chiesa non vive della propria capacità di organizzare assemblee, ma della grazia di Dio che trasforma le persone.Una questione che riguarda il futuro della Chiesa

La provocazione di Mutsaerts, pertanto, non dovrebbe essere liquidata come una semplice opposizione al pontificato di Francesco o al processo sinodale.

La questione è molto più profonda.

Qual è il criterio ultimo con cui la Chiesa valuta se stessa?

Se il criterio è la partecipazione, aumenteranno le consultazioni.

Se il criterio è l’ascolto, aumenteranno gli spazi di confronto.

Se il criterio è il consenso, si cercheranno continuamente mediazioni.

Ma se il criterio è la salvezza delle anime, allora la prospettiva cambia radicalmente.

Bisognerà chiedersi se le persone stanno incontrando Cristo.

Se stanno tornando alla confessione.

Se partecipano all’Eucaristia.

Se pregano.

Se abbandonano il peccato.

Se vivono nella grazia.

Se crescono nella fede.

Se diventano santi.

Questa è, in fondo, la questione decisiva.

La Chiesa non è chiamata semplicemente a far sentire l’uomo ascoltato. È chiamata ad annunciare all’uomo che è amato da Dio, che può essere perdonato, che può convertirsi e che in Cristo può essere salvato.

E forse proprio qui sta la domanda più seria che la sinodalità deve ancora affrontare: non quanto abbiamo parlato della Chiesa, ma quanto, attraverso tutto questo parlare, abbiamo realmente condotto gli uomini a Cristo.

Perché la salus animarum non è una conseguenza eventuale della missione della Chiesa.

È la sua legge suprema.



lunedì 24 agosto 2026

Un possibile miracolo eucaristico in Guatemala


A Cuilapa (Guatemala) un possibile miracolo eucaristico. Il vescovo procede con esami, la Chiesa è prudente: conosce le possibili spiegazioni naturali.

Ultimissime



Redazione 24 ago 2026

Qualcosa è accaduto a una particola consacrata a Cuilapa, in Guatemala.

Non si è dissolta nell’acqua e, dopo una settimana, ha presentato alcune macchie rossastre.

La parrocchia El Niño Dios, chiesa cattedrale della diocesi di Santa Rosa de Lima, ha comunicato l’accaduto parlando con estrema prudenza di una «possibile manifestazione eucaristica».

La Chiesa, infatti, sa benissimo che possono esserci spiegazioni naturali.


Il possibile miracolo eucaristico

I fatti risalgono al 30 luglio, durante la Settimana Eucaristica Missionaria.

Al momento della Comunione, un adolescente avrebbe cercato di togliersi dalla bocca la particola appena ricevuta. Il sacerdote, accortosi della situazione, è intervenuto prima che potesse gettarla a terra.

Secondo la prassi prevista in questi casi, la particola è stata quindi posta in un bicchiere di vetro con acqua, nella cappella della casa parrocchiale, perché si dissolvesse.

Il giovedì successivo, durante la pulizia della cappella, un collaboratore si è accorto che l’Ostia era ancora visibile e presentava macchie rosse, che «potrebbero essere sangue».

La presenza delle macchie è stata quindi verificata da un diacono e da un sacerdote. Il parroco ha raccolto la testimonianza del collaboratore e, nei giorni seguenti, la particola è stata osservata anche da altri tre laici.

Il 15 agosto il parroco ha mostrato le fotografie al vescovo, mons. José Cayetano Parra Novo.


Gli studi su spiegazioni naturali

La diocesi, però, non ha parlato di miracolo. Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante finora della vicenda.

Il comunicato precisa infatti che simili fenomeni «non si possono chiamare miracoli» prima della conclusione di un’indagine, che richiederà molto tempo di studio e analisi.

Come previsto in questi casi, la particola è stata conservata in un luogo riservato e non sarà esposta pubblicamente, mentre spetterà al vescovo stabilire come procedere con gli eventuali esami scientifici.

La Chiesa è perfettamente consapevole dell’ipotesi naturalistica che la ricerca scientifica rende tutt’altro che marginale.

Uno studio pubblicato nel 2025 su “Applied Microbiology and Biotechnology ha esaminato 25 casi reali di ostie che avevano sviluppato alterazioni rossastre o violacee.

I ricercatori hanno individuato diversi microrganismi, tra cui Serratia marcescens, Epicoccum e Fusarium, proponendo una metodologia specifica per distinguere contaminazioni biologiche da fenomeni realmente anomali.

C’è poi un secondo studio intitolato “Scientific Analysis of Eucharistic Miracles: Importance of a Standardization in Evaluation”, che contiene anche esperimenti controllati.

Gli autori hanno collocato ostie non consacrate in acqua e osservato che, dopo alcuni giorni, potevano comparire formazioni rossastre. Hanno poi inoculato le ostie con una coltura di Serratia marcescens: già dopo 24-48 ore compariva una zona rossa dall’aspetto simile al sangue.

Un terzo studio recente, realizzato da ricercatori messicani, ha esaminato sette casi di ostie consacrate che presentavano colorazioni rossastre, utilizzando microscopia elettronica e test biochimici.

In nessuno dei casi è stata identificata la presenza di tessuto umano; sono state invece osservate ife fungine, micelio e bacilli, elementi compatibili con contaminazione microbiologica.

Il dato è particolarmente rilevante per Cuilapa: la particola è rimasta immersa nell’acqua per circa una settimana, cioè in condizioni nelle quali batteri e funghi possono proliferare e produrre pigmentazioni capaci di assumere un aspetto simile al sangue.


La Chiesa e la prudenza

Questo non dimostra che il caso guatemalteco ha certamente una spiegazione naturale, occorreranno infatti analisi sulla specifica particola.

Ma rappresenta una possibilità concreta che la Chiesa ben conosce e che una ricerca seria dovrà necessariamente verificare.

La fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, del resto, non è mai dipesa dai miracoli eucaristici o da altri fenomeni straordinari. I quali, tutt’al più, possono diventare una conferma.





domenica 23 agosto 2026

Il boom di conversioni tra i giovani in Francia. La vera rivoluzione





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by Aldo Maria Valli 23 agosto 2026

Lettera 


di Marco Anca

Ho letto con molto interesse e contentezza l’articolo [qui] sulle conversioni dei giovani, ma non solo, in Francia.

Certo, non sono numeri oceanici, ma è un segnale prezioso. Sono giovani che – almeno qui in Italia – disertano invece tutti gli incontri e gli eventi politici, sindacali, culturali, con organizzazioni categoriali eccetera, dove si vedono solo teste grigie (non solo alla riunione delle religiose statunitensi, quindi), con i vecchi corpi intermedi ridotti a RSA autoreferenziali o a lobby che questuano in continuazione sussidi pubblici.

Avevo segnalato questo fenomeno, riguardante soprattutto le donne, al ritorno dai periodici viaggi in Francia, ma questo articolo lo spiega in modo approfondito, mentre il sottoscritto è solo un semplice viandante.

Leggo che il percorso verso la conversione nasce da una consapevole maturazione interiore e personale, o dall’osservazione dell’esempio di persone vicine. Non è originato quindi, in modo effimero, dall’aggregazione in movimenti che poi guidano il gregge, o da mode. Anzi, le mode imporrebbero il contrario.

Quindi non esito a definire questo un gesto autenticamente rivoluzionario. E voglio confrontarlo, visto che ogni due per tre qualcuno straparla di “cambiamento”, “rivoluzione” eccetera, con due recenti fenomeni che hanno aggregato i giovani.

Il primo: le manifestazioni, partecipatissime, del movimento Pro-Pal.

Sono un convinto simpatizzante della causa palestinese (e grande amico e sostenitore dei cristiani palestinesi), però non mi sono mai minimamente mischiato con quel movimento. Perché se manifesti per i palestinesi e, come molti di loro, poi ti dici europeista, pro-ucraino, russofobo e straparli pure di liberare le donne iraniane, non hai capito nulla. Zero studio, zero analisi, zero conoscenza geopolitica, zero maturità politica.

Infatti, quando il mainstream ha incominciato a oscurare la tragedia palestinese, tuttora in corso, in piazza non si è visto più nessuno. Lenin con quelli non avrebbe mai preso non dico il Palazzo d’Inverno, ma nemmeno una cabina telefonica. Un movimento mosso solo dall’emozione veicolata dai media, e dalla moda.

Il secondo esempio mi è più facile, visto che sono un convinto e accanito contestatore del green e di tutte queste follie antieconomiche e liberticide (l’ecologia, non il green, è una cosa seria).

Abbiamo visto attivisti climatici che bloccavano strade e aeroporti, manifestavano, si ammalavano di “ecoansia” (ma un “ecoansioso” in trincea quanto durerebbe?). Ora spariti tutti.

Finché dovevano manifestare a favore dell’agenda di Davos veicolata dai media mainstream, allora scendevano in piazza, scioperavano nelle scuole eccetera. Ora che invece bisogna sostenere la guerra, che però inquina (gli aerei militari inquinano molto più di quelli civili, per non parlare di tutte le altre diavolerie volanti, e poi chiunque sia stato in grigioverde sa quanto inquini un veicolo militare), allora tutti in silenzio. “Rivoluzionari” che obbediscono al comando del potere come le reclute agli ordini del caporale istruttore.

Tutti questi soggetti avevano visibilità mediatica e numeri grandi, ma assolutamente effimeri, inconsistenti e incapaci di incidere sulla realtà.

Le conversioni in Francia non hanno numeri da manifestazione oceanica, ma sono una realtà vera e strutturale, e non dettata da mode effimere, in un ambiente europeo che non incoraggia certo la professione del cristianesimo (cattolico, ortodosso e armeno) e anzi gli è ostile.

Oggi non riesco a immaginare nulla di più realmente rivoluzionario. O forse per noi è un ritorno alle origini.





sabato 22 agosto 2026

La Corte Suprema del Massachusetts conferma il divieto di esporre le statue di San Michele e San Floriano


San Michele Arcangelo (Immagine generata con IA di ChatGPT)

Articolo scritto da Patrick Delaney, pubblicato su Lifesitenews, nella traduzione curata da Sabino Paciolla (22 agosto 2026).



Patrick Delaney

La Corte Suprema del Massachusetts ha confermato all’unanimità un’ingiunzione preliminare che impedisce alla città di Quincy di installare due statue di San Michele Arcangelo e San Floriano all’esterno del suo nuovo edificio dedicato alla sicurezza pubblica.

La sentenza conferma una decisione della Corte Superiore di Norfolk dell’ottobre 2025 che aveva sospeso il progetto in attesa dell’esito del procedimento giudiziario.

Le statue raffigurano rispettivamente i tradizionali santi patroni dei poliziotti e dei vigili del fuoco. Il sindaco Thomas Koch e altri funzionari comunali hanno sostenuto che le opere fossero state scelte per onorare il coraggio e il sacrificio dei primi soccorritori piuttosto che per promuovere una qualsiasi religione. Le sculture sono già state completate e rimangono in deposito, mentre il nuovo complesso della sicurezza pubblica è ormai terminato e funzionante anche senza di esse.

Sostenuto dall’American Civil Liberties Union del Massachusetts (ACLU) e da altre organizzazioni, un gruppo di residenti ha citato in giudizio la città nel 2025, sostenendo che le statue violano la Dichiarazione dei Diritti del Massachusetts in quanto trasmettono l’approvazione del cattolicesimo da parte del governo e subordinano altre fedi o il non credo.

L’Alta Corte ha concordato con la sentenza del tribunale di primo grado che concedeva l’ingiunzione, affermando che le statue «sono di grandi dimensioni e saranno collocate isolatamente, sono nuovissime anziché di lunga data, sono strettamente legate a una particolare religione e potrebbero quindi trasmettere al pubblico che le osserva un implicito sostegno governativo a tale religione e, di conseguenza, la subordinazione delle altre religioni».

In risposta a questa decisione, la portavoce di Quincy, Lisa Aimola, ha dichiarato che la città continuerà a difendersi in sede giudiziaria.

«I vigili del fuoco e la polizia di Quincy mettono a rischio la propria vita ogni giorno per questa città, e queste statue sono state scelte per onorare il loro coraggio, il loro servizio e il loro sacrificio», ha affermato. «Questa decisione è deludente, ma è preliminare, e continueremo a lottare per poter commemorare i nostri primi soccorritori come consentito dalla legge».

Ipocrisia: arte religiosa negli edifici pubblici in tutto il Commonwealth


Anche CJ Doyle, direttore esecutivo della Catholic Action League del Massachusetts, ha commentato la sentenza.

«La decisione odierna è spiacevole ma non sorprendente. Non c’è un solo conservatore costituzionale nella corte composta da sette membri, la più antica [corte d’appello in carica ininterrottamente] degli Stati Uniti. Sono tutti, in varia misura, laicisti progressisti, nominati da governatori liberali di entrambi i partiti», ha dichiarato a LifeSiteNews via e-mail.

«Questa decisione suggerisce la volontà di imporre uno standard rigido e assolutista nelle questioni relative alla separazione tra Chiesa e Stato, che non è in linea con le pratiche tradizionali del Commonwealth», ha affermato Doyle.

Ha poi sottolineato che opere d’arte di significato religioso sono presenti negli edifici pubblici di tutto il Massachusetts, tra cui la State House, la Boston Public Library, la Cambridge Public Library, il municipio di Newton e la Cary Library di Lexington.

Ha aggiunto che numerose scuole pubbliche sono state intitolate a pastori protestanti.

I santi fanno parte di tradizioni professionali di lunga data

«Con l’ACLU che rappresenta i ricorrenti, sostenuta dalla Freedom From Religion Foundation e dal gruppo di odio anticattolico Americans United, questo caso presenta forti somiglianze con le controversie sull’Emendamento Blaine di 150 anni fa, in cui il bigottismo anticattolico si mascherava da non settarismo e neutralità costituzionale», ha avvertito Doyle.

Ha inoltre sostenuto che la descrizione data dal tribunale delle statue come esclusivamente cattoliche «ignora il ruolo di questi due santi nella cultura e nell’iconografia dei primi soccorritori, nonché nella venerazione loro riservata nella Chiesa ortodossa orientale, nell’ortodossia orientale, nell’anglicanesimo e nel luteranesimo».

In un’intervista rilasciata a LifeSiteNews lo scorso ottobre, l’attivista cattolico ha sottolineato come questa iconografia sia visibile nel patrocinio dell’Antico Ordine di San Michele e San Floriano da parte della First Responders Foundation. Questo riconoscimento consiste in una medaglia bifacciale con le immagini di questi santi, conferita a agenti di polizia, vigili del fuoco e soccorritori che hanno «dimostrato i più alti standard di integrità, coraggio, onore e carattere morale» nell’adempimento dei propri doveri.

Tali tradizioni di lunga data dei primi soccorritori si riflettono anche nella sala banchetti della Sezione 718 dei Vigili del Fuoco di Boston, appartenente all’Associazione Internazionale dei Vigili del Fuoco, a Dorchester, che porta il nome di Florian Hall.

Il leader dell’Azione Cattolica ha osservato nella sua conclusione che «gli stessi gruppi e individui che si lamentano della preferenza accordata al cattolicesimo – il ricorrente principale è un universalista unitariano – sembrano determinati a imporre ai cittadini del Commonwealth la propria ideologia di esclusione, con la sua radicale ostilità verso l’espressione religiosa».

Il caso torna ora alla Corte Superiore di Norfolk per ulteriori procedimenti nel merito.



Fonte


Vescovo Strickland: «Stiamo diventando una Chiesa senza Dio?»




venerdì 21 agosto 2026





L'ennesima esortazione del vescovo che non tace, dando voce ai nostri interrogativi. "Fratelli e sorelle, non possiamo permettere che accadano queste cose. La risposta non sta nell'ennesimo programma. La risposta è Gesù Cristo". Qui l'indice dei precedenti.Vescovo Strickland / «Stiamo diventando una Chiesa senza Dio?»




Mons. Joseph E. Strickland, 21 agosto 2026

C'è una domanda che mi pesa sul cuore ed è un quesito difficile da porre: «Stiamo diventando una Chiesa senza Dio?»

Naturalmente non intendo dire che Dio abbia abbandonato la Sua Chiesa. Gesù Cristo ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Né intendo dire che non vi siano innumerevoli cattolici fedeli, santi sacerdoti, religiosi, vescovi, padri e madri che amano profondamente Dio e si sforzano ogni giorno di vivere la fede cattolica. Intendo qualcosa di diverso.

Mi chiedo se abbiamo gradualmente costruito un modo di concepire la Chiesa – un modo di governarla, di parlare di essa, di pregare al suo interno e di stabilire le sue priorità – che funziona sempre più come se la realtà soprannaturale non ne fosse più il cuore pulsante. Perché il cattolicesimo o è soprannaturale, o non è nulla.

Pensate alla fede cattolica vissuta dai nostri antenati. Credevano nel paradiso. Credevano nell'inferno. Credevano negli angeli e nei demoni. Credevano che Satana fosse reale e che la lotta spirituale fosse una realtà concreta. Credevano nei miracoli. Credevano nella Madonna e nell'intercessione dei santi. Credevano che il peccato potesse distruggere la vita della grazia nell'anima. Credevano che la Confessione potesse restituire quella vita. Credevano che quando un sacerdote pronunciava le parole della consacrazione all'altare, il pane e il vino diventavano veramente il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Gesù Cristo. Credevano che l'eternità fosse reale.

E poiché credevano in queste cose, vivevano in modo diverso. Edificavano chiese magnifiche perché Dio era lì. Si inginocchiavano perché Dio era lì. Sussurravano in chiesa perché Dio era lì. Si accostavano alla Confessione perché il peccato era reale. Digiunavano perché la penitenza era reale. Pregavano per i defunti perché il purgatorio era reale. Recitavano il Rosario perché credevano che la Madre di Dio li ascoltasse davvero. Trascorrevano un'ora davanti al Santissimo Sacramento perché credevano di stare seduti al cospetto di Gesù Cristo. Certamente i cattolici delle generazioni passate avevano i loro peccati e le loro fragilità. Non c'è mai stata un'epoca d'oro in cui tutti fossero santi. C'era però una visione soprannaturale dentro la quale la vita cattolica veniva intesa. E temo che stiamo smantellando questa visione da decenni.

Ascoltate gran parte del linguaggio che circonda la Chiesa oggi. Sentiamo parlare continuamente di ascolto. Dialogo. Accompagnamento. Inclusione. Incontro. Sinodalità. Camminare insieme. Fratellanza umana.

Queste espressioni possono avere significati legittimi. L'ascolto può essere positivo. Il dialogo può essere necessario. Sicuramente dobbiamo accompagnare le persone con carità e compassione.

Ma dobbiamo chiederci: «Dov'è Dio in tutto questo?» In tutto questo nostro parlare tra noi, parliamo ancora con Lui?

E quando ascoltiamo, stiamo ascoltando prima di tutto la voce di Dio – o ascoltiamo per valutare se ciò che Dio ha già rivelato debba in qualche modo essere ridiscusso? C'è una differenza enorme.

La Chiesa non ha ricevuto il Vangelo da un gruppo di studio. La Verità non ci è stata data per consenso. Gesù Cristo non ha detto agli Apostoli di andare nel mondo a scoprire cosa credesse l'umanità. Ha detto loro: «Andate dunque e insegnate a tutte le nazioni».

Alla Chiesa è stato affidato qualcosa. Un deposito della fede. Una rivelazione. Una verità che viene da Dio. Il nostro compito non è reinventarla, ma accoglierla, custodirla, viverla e tramandarla.

Più di un secolo fa, Papa San Pio X vide manifestarsi un pericolo all'interno del pensiero cattolico. Lo chiamò modernismo. Capì che il modernismo non era una semplice eresia isolata tra le tante, ma colpiva qualcosa di più profondo: le fondamenta stesse attraverso cui la verità rivelata viene conosciuta e accolta.

Se la verità religiosa diventa in ultima analisi dipendente dall'esperienza umana, dalla coscienza o dallo sviluppo storico, allora l'uomo diventa gradualmente il giudice della Rivelazione, anziché essere la Rivelazione a giudicare l'uomo.

Ecco perché San Pio X combatté il modernismo con tanta fermezza. È anche il motivo per cui la Chiesa un tempo richiedeva il Giuramento Antimodernista. Ed è per questo che figure come l'Arcivescovo Marcel Lefebvre in seguito misero in guardia sul fatto che il modernismo non fosse affatto scomparso.

Non occorre condividere ogni scelta fatta dall'Arcivescovo Lefebvre per riconoscere la gravità della questione da lui sollevata. Che cosa succede quando la Chiesa inizia ad adeguarsi allo spirito del tempo? Che cosa succede quando il desiderio di essere accettati dall'uomo moderno diventa più forte del desiderio di convertire l'uomo moderno?

Dietrich von Hildebrand individuò il problema con straordinaria chiarezza quando mise in guardia dal porre l'unità al di sopra della verità. Perché, in fin dei conti, il primato della verità è il primato di Dio. È questo il nocciolo della questione.

Una volta che il soprannaturale inizia a scomparire, le conseguenze si propagano ovunque. Sull'argomento del peccato, ad esempio: se il paradiso e l'inferno sono realtà concrete, allora il peccato mortale è un fatto di gravità enorme. Se un'anima può essere separata dalla grazia santificante, avvertire qualcuno riguardo al peccato non è un atto di odio, ma di amore.

Se vedessi qualcuno camminare verso il ciglio di un precipizio, la compassione mi imporrebbe di tacere per evitare di urtare la sua sensibilità? Certamente no. Griderei proprio perché gli voglio bene.

Per duemila anni la Chiesa ha chiamato gli uomini e le donne alla conversione perché credeva che vi fosse in gioco qualcosa di eterno. Ma cosa succede quando smarriamo questa prospettiva soprannaturale?

Il peccato stravolge gradualmente il suo senso. Invece di chiederci se un'azione sia conforme alla legge di Dio, iniziamo a chiederci se una persona si senta accolta. Gli insegnamenti sul matrimonio, sulla sessualità e sulla persona umana diventano sempre più difficili da proclamare perché la cultura prevalente li ha rifiutati.

La Chiesa deve sempre accogliere ogni persona con carità. Ogni essere umano possiede una dignità intrinseca. Nessun cattolico deve trattare un'altra persona con odio o disprezzo. Tuttavia, la carità non può significare dire a qualcuno che ciò che Dio ha definito peccaminoso non lo sia più. Questa non è misericordia. Se il peccato non è reale, il pentimento diventa superfluo. Se il pentimento è superfluo, il perdono diventa superfluo. E se il perdono è superfluo, alla fine la Croce stessa diventa superflua.

Perché mai l'umanità avrebbe bisogno di un Salvatore se il suo problema fondamentale fosse semplicemente non essersi ascoltata abbastanza a vicenda?

La stessa criticità può emergere nel nostro rapporto con le altre religioni. Dobbiamo trattare le persone di ogni fede con dignità. Dobbiamo operare per la pace. Dobbiamo opporci all'odio e alla persecuzione. Ma non dobbiamo mai dimenticare il motivo per cui la Chiesa esiste.

Gesù Cristo non è semplicemente un maestro spirituale tra i tanti. È il Figlio di Dio. Egli ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Quelle parole non possono essere semplicemente messe sullo stesso piano di qualsiasi altra affermazione religiosa, come se tutte le strade portassero alla medesima meta. Se Gesù Cristo è veramente Dio, allora l'evangelizzazione conta. La conversione conta. Il Battesimo conta. La missione conta. La salvezza conta.

Ancora una volta, il soprannaturale cambia ogni cosa.
E questo ci porta ai vescovi.
Lo dico da vescovo io stesso, e quindi lo dico anzitutto a me stesso.

Ogni vescovo comparirà davanti a Gesù Cristo. Non compariremo davanti a una commissione. Non compariremo davanti ai media. Non compariremo davanti ai politici, ai sostenitori, ai consulenti o all'opinione pubblica. Compariremo davanti a Cristo. E risponderemo delle anime che ci sono state affidate.

Il vescovo non è un semplice amministratore. Non è il direttore generale di un'organizzazione religiosa internazionale.

La stessa Lumen Gentium ci ricorda che i vescovi non devono essere considerati semplici vicari del Romano Pontefice: i vescovi sono vicari e legati di Cristo. Questo dovrebbe far tremare ogni vescovo.

Vi sono stati momenti nella storia della Chiesa in cui i vescovi hanno dovuto opporsi a potenti correnti d'errore. Pensate a Sant'Atanasio. Pensate a San Giovanni Fisher. Pensate agli innumerevoli vescovi che hanno subito l'esilio, il carcere e persino la morte pur di non scendere a patti sulla fede.

Da dove nasce questo coraggio? Nasce dalla fede nel soprannaturale.

Se questo mondo fosse tutto, penseresti a difendere la tua posizione, a tutelare la tua reputazione, a proteggere la tua carriera, a evitare le controversie e a rimanere comodo. Ma se l'eternità è reale, tutto cambia. Allora perdere un incarico non è nulla. Perdere la popolarità non è nulla. Perdere il favore dei potenti non è nulla.
L'unica domanda che conta davvero è: «Sono stato fedele a Gesù Cristo?»

La Chiesa è diventata anche stranamente reticente verso la ferma condanna dell'errore. Preferiamo il dialogo. E di nuovo, il dialogo ha il suo valore. Ma talvolta un pastore deve saper dire di no.

Questo avviene in ogni famiglia. Un padre amorevole non approva tutto ciò che i figli decidono di fare. A volte l'amore gli impone di dire: «No, questo ti farà del male».

La Chiesa nel corso della storia ha inteso la condanna dottrinale allo stesso modo. Gli anatemi non volevano essere espressioni di odio: tracciavano dei confini perché la Chiesa era consapevole che l'errore può rovinare le anime. È per questo che la nozione talvolta definita «caritatevole anatema» merita di essere riscoperta.

Se l'eresia può allontanare le anime da Cristo, correggerla è un atto di carità. Se il peccato mortale può separare un'anima da Dio, mettere in guardia da esso è un atto di carità. Se accostarsi alla Santa Comunione indegnamente può costituire un sacrilegio, custodire l'Eucaristia è un atto di carità.

Forse uno dei motivi per cui siamo diventati così riluttanti a condannare l'errore non è che abbiamo scoperto una carità maggiore rispetto a quella dei santi. Forse, invece, abbiamo perso la consapevolezza che l'errore ha conseguenze eterne. E se è così, ci troviamo di nuovo di fronte allo stesso problema: lo smarrimento del soprannaturale.

Ma non voglio che questo messaggio sia un invito alla rassegnazione. Perché sta accadendo anche qualcos'altro. Ovunque vada, incontro cattolici che hanno fame. Non fame dell'ennesimo programma pastorale. Non fame dell'ennesima commissione. Non fame dell'ennesima sessione di ascolto. Hanno fame di Dio.

I giovani cattolici stanno riscoprendo l'adorazione eucaristica. Le famiglie stanno riscoprendo il Rosario. Le persone leggono le vite dei santi. Si informano sui miracoli eucaristici. Riscoprono il digiuno e le devozioni tradizionali. Molti sono attratti dalla bellezza e dalla solennità della Messa tradizionale in latino.
Perché?

Non credo si tratti di semplice nostalgia.

Molti di questi giovani non hanno alcuna memoria del mondo cattolico di un tempo. Non l'hanno mai vissuto. Ciò che cercano è la trascendenza. Cercano qualcosa che non provenga da loro stessi. Vogliono il mistero. Vogliono la venerazione. Vogliono il sacrificio. Vogliono la verità.
In fin dei conti, vogliono Dio.

E forse comprendono qualcosa che i pianificatori della pastorale hanno dimenticato: se la Chiesa offre al mondo solo ciò che il mondo possiede già, il mondo non ha alcun bisogno di noi. Il mondo ha già organizzazioni umanitarie, movimenti sociali, congressi, terapeuti, associazioni di quartiere e movimenti politici; offre infinite opportunità di confronto.

Ciò che il mondo non può darsi da solo è la grazia soprannaturale. Il mondo non può assolvere un solo peccato. Il mondo non può consacrare l'Eucaristia. Il mondo non può darci il Corpo e il Sangue di Cristo. Il mondo non può spalancare le porte del cielo.

Solo Cristo può salvare. E Cristo ha affidato la Sua missione salvifica alla Sua Chiesa. Qual è dunque la risposta? Non è il risentimento. Non è la rabbia. Not è la creazione di un'altra fazione ecclesiale. E fondamentalmente non si tratta di volere una Chiesa più rigida. Abbiamo bisogno di una Chiesa che ritorni a credere.

Una Chiesa che creda che Gesù Cristo è realmente presente nel tabernacolo. Una Chiesa che creda che la Confessione ridoni la vita alle anime spiritualmente morte. Una Chiesa che creda che la Madonna e i santi intercedano davvero per noi. Una Chiesa che creda che gli angeli esistono. Una Chiesa che creda che i demoni esistono. Una Chiesa che creda che i miracoli avvengono ancora. Una Chiesa che creda che la Scrittura è Parola di Dio. Una Chiesa che creda che il peccato è reale. Una Chiesa che creda che la misericordia è reale. Una Chiesa che creda che il giudizio è reale. Una Chiesa che creda che il paradiso meriti il sacrificio di ogni cosa pur di essere raggiunto.

E una Chiesa che possieda quindi abbastanza coraggio da dire la verità anche quando annunciarla comporta un prezzo da pagare.

La Sacra Scrittura ci offre parole di cui il nostro tempo ha un disperato bisogno: «Sii forte e fatti coraggio; non temere e non spaventarti davanti a loro, perché il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà» (Deuteronomio 31,6).

Perché abbiamo paura? Perché un vescovo dovrebbe aver timore di proclamare ciò che Cristo ha rivelato? Perché un sacerdote dovrebbe temere di predicare sul peccato? Perché i genitori dovrebbero aver timore di insegnare ai figli che la verità cattolica è autenticamente vera? Perché i cattolici dovrebbero vergognarsi di parlare dei miracoli? Perché dovremmo provare imbarazzo per i santi? Perché dovremmo parlare del diavolo con timidezza quando la Scrittura parla chiaramente di lotta spirituale? Perché dovremmo scusarci di credere che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo?

San Paolo ci dice: «La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Efesini 6,12).
O questo è vero, o non lo è.

Se è vero, allora forse è giunto il momento per i cattolici di iniziare a vivere dimostrando che lo sia.

Forse la crisi più profonda del cattolicesimo non è, in ultima analisi, quella liturgica. Non è la crisi morale. Non è la crisi delle vocazioni. Non è la crisi della guida episcopale. E non è neppure la crisi dottrinale.

Al di sotto di tutto questo potrebbe esserci qualcosa di ancora più profondo: una crisi di fede nel soprannaturale.

Crediamo davvero che Dio abbia parlato? Crediamo che la Sua verità resti tale anche quando il mondo la rifiuta? Crediamo che l'eternità sia reale? Crediamo che le anime possano perdersi? Crediamo che le anime possano salvarsi? Crediamo che Gesù Cristo sia Dio?

Perché se crediamo davvero a queste cose, le nostre chiese dovrebbero essere diverse. La nostra predicazione dovrebbe risuonare diversamente. La nostra liturgia dovrebbe mostrare un altro volto. Le nostre famiglie dovrebbero vivere in modo diverso. E i nostri vescovi dovrebbero guidarci con un altro spirito.

Possiamo celebrare i nostri sinodi. Possiamo formare le nostre commissioni. Possiamo redigere i nostri documenti. Possiamo tenere i nostri incontri. Possiamo dialogare. Possiamo ascoltare. Possiamo accompagnare. Ma se lungo il cammino Dio passa in secondo piano, verso dove stiamo camminando insieme, esattamente?

La Chiesa non ha bisogno di assomigliare al mondo per salvarlo. Ha bisogno di diventare più pienamente ciò che Gesù Cristo l'ha fondata per essere.

Abbiamo bisogno di confessionali di nuovo frequentati. Abbiamo bisogno di famiglie che recitino il Rosario. Abbiamo bisogno di digiuno. Abbiamo bisogno di penitenza. Abbiamo bisogno di venerazione davanti alla Santa Eucaristia. Abbiamo bisogno di sacerdoti che predichino le verità eterne. Abbiamo bisogno di vescovi disposti a soffrire per quelle verità. Abbiamo bisogno di chiese in cui chiunque varchi la soglia percepisca immediatamente: Dio è qui.

La cosa spaventosa non è semplicemente che il mondo abbia imparato a vivere senza Dio. Gran parte del mondo chiaramente lo fa. La possibilità spaventosa è che la Chiesa stessa possa imparare a funzionare senza di Lui.

Una Chiesa carica di attività. Una Chiesa ricca di dibattiti. Una Chiesa pervasa da programmi, processi, riunioni e documenti. E tuttavia una Chiesa in cui il Dio soprannaturale è stato messo tacitamente ai margini.

Fratelli e sorelle, non possiamo permettere che ciò accada. La risposta non sta nell'ennesimo programma. La risposta è Gesù Cristo.

Riportatelo al centro. Ritornate al Suo Cuore Eucaristico. Ritornate alla Confessione. Ritornate alla preghiera. Ritornate alla Sacra Scrittura. Ritornate alla fede che ci è stata tramandata. Ritornate alla Madonna. Ritornate ai santi. Ritornate al sacrificio. Ritornate alla venerazione. Ritornate al soprannaturale.

E non abbiate paura. Perché il mondo non ha bisogno di una Chiesa senza Dio. Il mondo ha un disperato bisogno della Chiesa di Gesù Cristo – la Chiesa del Dio vivente.

Che il Signore vi dia forza, che la Madonna vi custodisca sotto il suo manto e che voi possiate rimanere saldi nella vera fede, qualunque prova possa giungere.E Dio onnipotente vi benedica, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Amen.




*Vescovo Emerito.