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lunedì 9 marzo 2026

Gesù non chiede solo di incontrarlo, ma di insegnare la sua Verità






di Corrado Gnerre

Cari pellegrini, leggo dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti 16-20.

In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono davanti a lui; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, disse loro:

«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

In questo brano vediamo tre verità che vanno tenute ben presenti, soprattutto in questo tempo in cui, purtroppo, esse vengono spesso disconosciute anche all’interno della Chiesa.

La prima verità emerge quando Gesù dà questo imperativo agli apostoli:
«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Gesù, quindi, non solo autorizza, ma di fatto ordina quello che oggi viene chiamato “proselitismo”. Fare proselitismo significa semplicemente fare discepoli: «fate discepoli tutti i popoli». E sappiamo bene che negli ultimi anni perfino il proselitismo è stato spesso criticato o attaccato all’interno della stessa Chiesa cattolica. Eppure qui Gesù comanda chiaramente agli apostoli di fare discepoli tutti i popoli.

La seconda verità si trova alla fine del brano, quando il Signore dice:
«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Qui si manifesta il mistero della Chiesa. La Chiesa è governata sulla terra da uomini, ma il suo vero capo è il nostro Signore Gesù Cristo. È Cristo che ha fondato la Chiesa affinché essa custodisca il deposito della sua verità. Questa verità non cambia, non muta. E proprio per questo il Signore può dire: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Cristo è stato, è e sarà sempre presente nella sua Chiesa e nella sua verità immutabile.

Tra queste due affermazioni si trova una terza verità, sulla quale vale la pena soffermarsi un po’ di più. Gesù dice infatti:

«Fate discepoli tutti i popoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato».

Dunque Gesù non parla solo di fare discepoli, ma anche di insegnare. Insegnare la dottrina.

Negli ultimi decenni si è diffusa una certa riduzione “esperienziale” del cristianesimo. Spesso sentiamo affermazioni di questo tipo: il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona; il cristianesimo è un incontro, e così via.

Di per sé, queste affermazioni contengono una verità. Certamente il cristianesimo è incontro con il nostro Signore Gesù Cristo; è appartenenza a lui, è vivere sotto la sua signoria.

Tuttavia si dimentica un punto fondamentale: da un punto di vista ontologico, la persona di Cristo e la dottrina di Cristo non possono essere separate.

Come si definisce Gesù stesso? Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 14, dice:
«Io sono la via, la verità e la vita».

In Cristo, dunque, la persona e la verità coincidono. Cristo non “decide” di essere vero: Cristo è la verità, perché è il Dio incarnato.

Allo stesso modo, la verità, la bontà e la bellezza — quelle che la filosofia chiama proprietà trascendentali dell’essere — appartengono in modo costitutivo a Dio. Dio non decide di essere vero, buono o bello: Dio è vero, è buono, è bello.

Per questo dire che “il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona” è un’affermazione incompleta e, in un certo senso, sbagliata. Sarebbe più corretto dire: il cristianesimo è una persona, Cristo, e Cristo è anche la verità e quindi la dottrina.

Se diciamo che il cristianesimo è seguire Cristo, non sbagliamo: i cristiani, infatti, sono i seguaci di Cristo. Tuttavia l’errore nascosto in quella formula sta nel voler separare la persona di Cristo dalla sua verità.

Ed è proprio qui che nasce quella riduzione puramente esperienziale del cristianesimo, che rappresenta una deformazione del neomodernismo teologico, a sua volta influenzato da una certa atmosfera di tipo neoprotestante.




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I Padri della Chiesa e certi vescovi di oggi



Articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog.



Leonardo Lugaresi

Come si fa a vivere da cristiani in un mondo non cristiano? Nei primi secoli i nostri padri questo problema se lo ponevano continuamente, e l’hanno affrontato con tanto impegno che, poco alla volta, pur tra mille errori e contraddizioni, sono riusciti ad ‘impregnare di Cristo’ – se mi passate l’espressione – la società in cui vivevano. Proseguendo col linguaggio da imbianchini, potremmo dire che ‘diedero una bella mano di cristianesimo’ sul muro del mondo (o per meglio dire della parte di mondo in cui vivevano). Oggi sulle pareti di ‘casa nostra’ (o per meglio dire quella che ci eravamo abituati a concepire come casa nostra) quell’intonaco cristiano si è quasi completamente scrostato, ma non importa: non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti (At 1,7) e dunque chissà quante ‘mani di cristianesimo’ sul muro dell’umanità si dovranno dare, prima che attacchi veramente. Se mai accadrà, perché come è noto, Cristo ha ipotizzato che, quando il figlio del padrone tornerà a chiudere il cantiere, potrebbe trovare un mezzo disastro (Lc 18,8).

Comunque, i nostri vecchi lavorarono bene. Certo, si resta sconcertati se si pensa a quanto ci misero a ‘cristianizzare’ il loro mondo e quanto poco c’è voluto perché tutto quel gran lavoro andasse in malora nel nostro. Tanto più se si fa caso al paradosso aggiuntivo che proprio là dove sembrava essercene di più, di ‘intonaco cristiano’, la caduta è stata più massiccia e repentina: basti pensare a come si sono ridotti l’Irlanda o il Quebec, paesi in cui sessant’anni fa la Chiesa sembrava fosse tutto e ora non è più niente. L’impressione è quella di una fatica di Sisifo. Tanto per fare un solo esempio: secoli e secoli di duro lavoro per insegnare agli uomini il matrimonio (quello vero: indissolubile ed elevato alla dignità di sacramento da Nostro Signore Gesù Cristo), e poi sono bastati pochi anni, almeno qui in Italia, perché quasi scomparisse dall’orizzonte comune, ridotto a sottospecie minoritaria di una variante minoritaria della ‘convivenza’. Non esagero: nel mio comune, che ha 95.000 abitanti, ci sono stati solo 226 matrimoni nel 2025 (erano 270 nel 2023), e di essi solo 42 sono stati celebrati in chiesa (erano 83 nel 2023!).

Non importa, ripeto: il cantiere della Chiesa resta aperto a tempo indeterminato e il punto, oggi come un tempo, è solo quello di lavorare bene, costruendo ‘a regola d’arte’, anche tra le macerie. Come fecero i cristiani di allora, quando erano poche decine o poche centinaia di migliaia in tutto l’impero romano, ad adempiere al mandato di testimoniare Cristo «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8)? Andarono dappertutto, parlarono con chiunque, senza confondersi mai con nessuno, senza mai conformarsi al mondo (Rm 12,2). Muovendosi in un mondo totalmente pagano, non praticarono affatto quella ‘cultura della separazione’ con cui i giudei osservanti si difendevano dalla contaminazione, ma stettero sempre bene attenti a non cadere in forme di ‘apostasia pratica’. Il mondo ha i suoi idoli, anzi ne è pieno: allora come oggi, il primo problema del cristiano è dunque come ‘stare al mondo’, ma senza idolatria.

Il cristiano può condividere con gli altri uomini quasi tutto ciò che esiste al mondo, dando semmai ai pagani l’esempio di un ‘uso giusto’ dei loro stessi beni, ma da una cosa deve con assoluta certezza astenersi: il culto ad altri ‘dèi’, in qualunque forma, anche indiretta, esso si realizzi. Non può quindi partecipare, mai, ai riti di altre religioni. Nella vita quotidiana di una città dell’impero romano l’applicazione di questo principio poneva continui problemi, a volte non facili da risolvere, perché si trattava di capire ogni volta se e quanto le pratiche sociali fossero ascrivibili ad una modalità di culto degli dèi. Un grande scrittore cristiano dei primi secoli (a mio avviso il più geniale tra i padri latini fino ad Agostino), Tertulliano, scrisse addirittura un trattatello, intitolato appunto De idololatria, per dirimere alcune delle questioni che i cristiani del suo tempo si ponevano. Le soluzioni specifiche che propone sono senz’altro discutibili, ma il criterio no. Ben prima e ben più autorevolmente di lui, del resto, San Paolo l’aveva illustrato con molta chiarezza in 1 Cor 8,1-13, rispondendo alla domanda: “si può mangiare la carne degli animali sacrificati agli idoli?”. È noto che, nella pratica dei sacrifici pagani, agli dèi si sacrificava soltanto una parte delle vittime – il sacrificio integrale, cioè l’olocausto, era piuttoso un’eccezione che la regola. Quel che non andava in fumo a beneficio degli dèi, cioè normalmente le parti più pregiate, veniva venduto (e costituiva così un’entrata non disprezzabile per l’amministrazione dei templi). Possono i cristiani nutrirsi di quella carne lì? Per quanto mi riguarda sì, risponde Paolo, perché è evidente che sono solo bistecche: «noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo» (1 Cor 8,4). Ma poiché se le mangio rischio di scandalizzare qualche mio fratello nella fede che non ha ancora raggiunto tale certezza, certamente me ne astengo, e non solo per non disgustarlo. C’è infatti un rischio ancor più grave: «Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest’uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!» (1 Cor 8, 10-11). Attenzione, perché qui c’è un passaggio cruciale: quello stesso gesto che a te, che sai le cose, non fa danno perché comprendi perfettamente che non ha alcun senso religioso e non è in alcun modo una partecipazione indiretta al culto sacrificale pagano, se compiuto per imitazione da un cristiano meno provveduto di te, che ti fraintende e pensa che in fondo certi atti di culto difformi dall’unico culto dell’unico vero Dio si possono compiere senza pericolo, diventa un male oggettivo. Un grande male che la tua spensierata autosufficienza infligge a uno «per il quale Cristo è morto».

Provate ora ad applicare questa mens, questo modo attento e rigoroso di pensare alle cose, al comportamento di quei cristiani (laici, preti, vescovi e cardinali) che oggigiorno partecipano con disinvoltura ad ogni sorta di riti religiosi, forse col retropensiero – se si può dire così – che “tanto Dio è sempre lo stesso per tutti e ogni maniera di venerarlo in fondo va bene”. Così prendono parte, ad esempio, all’iftar del ramadan forse pensando che sia in sostanza la stessa cosa che andare a mangiare una sera qualsiasi a casa di amici o vicini musulmani o invitarli a casa propria. Si chiedono, costoro, quale sia il senso cristiano di una scelta del genere? Che cosa comunichi, e come possa essere interpretata (religiosamente e non solo sul piano delle relazioni sociali) dall’altra parte, e che effetto possa fare, in casa nostra, sui fedeli – in particolare su quei ‘deboli’ di cui Paolo si preoccupava tanto e che oggi sembra normale disprezzare?

Ci pensano, a quello che fanno?



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domenica 8 marzo 2026

La donna? Prima di celebrarla definiamola


(Imagoeconomica)

«La donna? Prima di celebrarla definiamola». E altri tasti che il politicamente corretto e la cultura dominante non vogliono siano toccati

Politicamente corretto

5 cose che l’8 marzo è (quasi) vietato ricordare


Giuliano Guzzo, 07 Marzo 2026

Domani sarà l’8 marzo e, purtroppo, non sarà solo il giorno delle mimose e della celebrazione della donna. Sarà anche, se non soprattutto, un’epifania del politicamente corretto e della cultura dominante. Due facce della stessa medaglia: quella che, in un tempo teoricamente caratterizzato dalla libertà di parola, vede quest’ultima di fatto limitata o scoraggiata. In particolare, a proposito proprio dell’argomento femminile, ci sono alcune cose che l’8 marzo è vietato o quasi ricordare. Vediamo brevemente quali sono, finché ci è ancora consentito farlo.

Celebrare la donna? Prima definiamola


La prima cosa sconveniente da fare l’8 marzo è… definire cosa sia una donna. Paradossale ma vero, in un tempo in cui si moltiplicano esempi di rimozione o, almeno, di confusione sullo stesso termine «donna». Qualche esempio? Nel settembre 2021 la rivista scientifica The Lancet apostrofò le donne come «corpi con le vagine». Poco dopo il dizionario di Cambridge, punto di riferimento imprescindibile per chi approccia la lingua inglese, aggiornò le voci man e woman, ovvero «uomo» e «donna»; in particolare la definizione di «donna», che prima era «essere umano adulto di sesso femminile», è diventata – in chiaro omaggio al gendericamente corretto - «essere umano adulto di sesso femminile oppure persona adulta che vive e si identifica come femmina anche se alla nascita è stata definita di sesso diverso». E gli esempi potrebbero continuare, se non fosse diventato scomodo o sconosciuto – come prova pure il documentario What Is a Woman? (2022) di Matt Walsh – ricordare semplicemente l’ovvio: una donna è una persona adulta di sesso femminile.

Il più grande femminicidio è l’aborto

Posto che chi scrive non intende certo sminuire la gravità dei tanti, troppi casi di donne uccise per mano di uomini che dicevano di amarle, non c’è dubbio che il più grande femminicidio sia l’aborto. In particolare, lo è se si prende in esame il fenomeno dell’aborto selettivo. A suggerirlo non sono dei paladini del patriarcato, bensì delle donne intervenute, nel corso degli anni anzi dei decenni, nella denuncia di quello che non solo è la «prima causa di femminicidio» ma, a ben vedere, è il solo vero femminicidio, se per femminicidio s’intende la deliberata soppressione di un essere umano in quanto appartenente al sesso femminile: l’aborto selettivo. La prima a parlarne, quasi 40 anni fa fu Mary Anne Warren nel suo Gendercide (Rowman & Allanheld, 1985). In Italia a rompere il silenzio sul tema è stata invece Anna Meldolesi, autrice di un testo eloquente già nel titolo - Mai nate (Mondadori, 2011) - con cui si è proposta di raccontare la scomparsa, nel mondo, di 100 milioni di donne. Sì, avete letto bene: 100 milioni di donne mai nate – perché abortite – per il solo fatto d’essere femmine. Una strage silenziosa che continua a livello planetario da troppo tempo.

L’ideologia progressista non fa felici le donne

Da noi il fenomeno è ancora poco conosciuto, ma all’estero, in particolare negli Stati Uniti, si registra il dilagare delle Swfs - acronimo che sta per Single woke females -, ovvero delle donne che, più che un uomo, preferiscono sposare un’agenda: quella politica ultraprogressista. Ora, ma davvero l’espansione delle Swfs costituisce una conquista per la donna? Politicamente scorretto, il quesito pare interessante; soprattutto perché disponiamo di dati per provare a rispondere: sono quelli dell’American family survey del 2022, studio annuale condotto su 3.000 persone. Quello che qui interessa riguarda le donne tra i 18 e i 55 anni che si dichiarano «completamente soddisfatte della propria vita». Una quota che, se tra le madri sposate arriva al 33%, tra le donne senza figli crolla al 15%. Inoltre, le single senza figli hanno circa il 60% di probabilità in più di segnalare sentimenti di solitudine rispetto alla controparte coniugata. Oltre alla condizione affettiva, la felicità pare associata anche a quella ideologica. Se solo il 16% delle donne liberal si ritiene «completamente soddisfatta della propria vita», la stessa quota balza al 31% tra le conservatrici. Un vantaggio dovuto al fatto che queste ultime hanno sia più probabilità di sposarsi, sia più probabilità di essere felici della loro vita familiare.

Gli stupri? L’educazione sessuale non è il rimedio

Un altro tormentone del femminismo 4.0, che l’8 marzo torna in grande spolvero, riguarda il bisogno anzi l’urgenza dell’educazione sessuale nelle scuole come antidoto a violenze ed abusi. Peccato che non esistano studi che dimostrino che, se oggi uno studente viene sottoposto ad un tot di ore di educazione sessuale, tra cinque o dieci anni avrà meno probabilità di essere violento con la donna con la quale starà assieme. Viceversa, sul tema degli stupri c’è una scomoda verità che pochi ricordano. Quale? Eccola: numeri del Viminale alla mano, lo scorso anno si sono consumate 6.382 violenze sessuali; ebbene, di queste, ben il 43,5% ha portato la firma di cittadini stranieri. Praticamente la metà degli stupri, dei palpeggiamenti e di qualsivoglia molestia ai danni delle donne, in Italia, è compiuta da immigrati. Che tuttavia non sono il 43,5% della popolazione, bensì appena il 9%. Non serve a questo punto essere grandi matematici per capire come esista un legame tra flussi immigratori di massa e l’aumento degli abusi sulle donne. Ma pure questa, come noto, è una verità che è assai scomodo ricordare.

Il marito non è un mostro, anzi

Restando in tema di abusi e di relazioni, un’ultima cosa che andrebbe ricordata è che il marito non è un mostro. Si tende infatti a ricordare, anzi a ripetere con non poca enfasi, che «la maggior parte delle violenze si consuma in famiglia». Cosa vera, per carità. Ma posto che non sono solo gli uomini ad agire violenza, va chiarito che il termine «famiglia» in questo caso, più che ad una coppia regolarmente sposata e unita, definisce un rapporto di prossimità. Non qualche fonte conservatrice, infatti, bensì l’Istat ha già chiarito da qualche anno che le coniugate risultano meno esposte a rischi di uccisione rispetto a quelle separate, divorziate o single. Solo le donne vedove – spesso le più anziane e quelle, perciò, verosimilmente con meno vita sociale – si trovano meno esposte a rischi di rispetto alle coniugate. Tutto questo per dire che, se da un lato anche nelle cosiddette famiglie tradizionali i casi di violenza anche atroce talvolta si verificano, dall’altro però il marito non è un mostro; e meno che meno va stigmatizzato il maschio bianco etero e cattolico, il mostro per eccellenza agli occhi della cultura dominante.

Detto ciò – e fatta dunque chiarezza, si spera, su alcuni tormentoni che continuano a circolare così come su delle verità scomode che è ormai vietato affermare - buon 8 marzo, domani, a tutte le donne: laiche e religiose, nonne e mamme, fidanzate e sorelle, amiche e sempre, comunque, riferimenti irrinunciabili.




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sabato 7 marzo 2026

Diritto alla salute: qualcosa di importante da rivedere


(Foto: Foto di Parentingupstream da Pixabay)





Di Don Marco Begato, 5 mar 2026

“Questa settimana Papa Leone ha tenuto un discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, l’organizzazione vaticana ora controversa fondata da Papa Giovanni Paolo II con lo scopo di fornire consulenza alla Santa Sede su questioni relative alla vita umana, alla medicina e all’assistenza sanitaria. Nel suo discorso, Leone ha citato il suo predecessore Papa Francesco sostenendo che la salute ‘non è un bene di consumo, ma un diritto universale’. Con tutto il rispetto, non sono d’accordo. Infatti, l’idea che la salute sia un “diritto” porta con sé tutta una serie di problemi, oltre che a persone meno sane. Inoltre, non è un modo veramente cattolico di considerare i nostri diritti e doveri come membri della famiglia umana” (E. Sammons su Crisis Magazine – QUI).

Nel medesimo discorso il Santo Padre porta avanti la sua riflessione con riferimenti al tema del Bene Comune: “Thus, we need to strengthen our understanding and promotion of the common good, so that it is not violated under the pressure of specific individual or national interests”.

Senza entrare nel merito dell’intervento pontificio, questo riporta alla mia memoria le riflessioni che scrissi in merito al posizionamento che S.E. mons. Willem J. Eijk circa l’opportunità del vaccino Covid a tutela del bene comune (QUI sul nostro sito); ora raccolto nel mio libro.

Reputo rischioso mantenere aperto un discorso sul diritto alla salute e un richiamo allo stesso quale tutela del bene comune. Ora spiegherò perché.

Bene comune significa in primo luogo tutela della dignità della persona umana, che non dovrebbe mai venir confusa con, né tantomeno sacrificata alle, politiche di gestione del diritto alla salute.

Questo d’altro canto è il giudizio che continuo ad esprimere sull’esperienza pandemica a distanza di cinque anni: il bene comune è stato allora appiattito sulla tutela del diritto alla salute, perdendo di vista l’incommensurabile valore della dignità della persona umana. Prima è stata svilita la dignità della persona umana, abbassandola ad apprensione per la sua salute fisica; quindi, è stata annunciata l’allerta per tale stato di salute; infine, si è instaurato l’autoritarismo sanitario. Il tutto ci colloca distanti da un qualsivoglia rispetto del bene comune rettamente inteso.

Per quanto si tratti di un elemento non risolutivo, ho sempre ritenuto che fosse una prova di questa mentalità il fatto che in tempo di lockdown fossero proibite le visite di prevenzione tumorale, ma non gli interventi di aborto: il disprezzo per il valore della vita umana ha prevalso su tutto.

Ora, il Santo Padre nel suo intervento parla d’altro e, a quanto colgo, vuole essenzialmente raccomandarsi che la scienza sia rispettata e che i suoi servizi siano destinati al bene dell’umanità, evitando logiche commerciali ed elitarie nella distribuzione degli stessi.

Ciò non toglie che il riferimento al diritto alla salute, vincolato al bene comune, si presti a corroborare il fraintendimento di cui sopra, pienamente vissuto con la campagna di ricatti vaccinali.

Cosa sia effettivamente avvenuto in quella sede, lo si potrebbe descrivere ricorrendo a una riflessione di Andres J. Bonello, contenuta nell’ottimo saggio sviluppato da vari autori del nostro Osservatorio: “Dove le persone preferiscono il proprio bene privato al comune si tratta di una società non di persone ma di tiranni, e in essa, come dice San Tommaso, il popolo intero sarà come un tiranno, dove gli uni condurranno gli altri per mezzo della forza” (S. Cecotti (Ed.), Personalismi o dignità della persona?, F&C, Verona 2021, 153).

La mia impressione è che nel clima fobico, politicamente e mediaticamente indotto con la minaccia Covid-19, gli uomini abbiano dato un peso eccessivo al problema della salute (eventualmente assunto come diritto e quindi caricato di scudi politico-giuridici) a discapito della tutela della dignità complessiva della persona umana.

All’epoca pochi ebbero il coraggio di denunciare tale deriva, e chi lo fece dovette poi pagare di persona. È il caso di S. E. mons. Giovanni D’Ercole, che proprio di recente ha potuto tornare sulla questione (https://www.laverita.info/tivu-verita-monsignor-d-ercole-verita-scomode-su-chiesa-covid-e-migranti-2675258502.html).

Ebbene, in quel contesto pandemico, la confusione tra bene comune (che non può mai prescindere dalla tutela della dignità di ogni vita umana) e diritto alla salute (piuttosto incline al giusnaturalismo, disponibile al positivismo giuridico e inclinabile al collettivismo) spiega bene quanto avvenuto: per quanto il popolo fosse convinto di agire per il bene comune – e molti di essi credo in buona fede –, di fatto si operò a tutela di una visione riduzionista dell’umano, un riduzionismo sanitario e salutista, generando così un sistema tirannico in cui la maggioranza trascinava a forza la Nazione.

Ringraziando il Cielo, ma anche ringraziando alcuni Capi di Stato particolarmente coraggiosi e capaci di invertire la rotta, quel periodo ha avuto una durata limitata. Oggi a pagare per quella tirannide sono per lo più alcuni della maggioranza, segnatamente il gruppo dei danneggiati da vaccino.

Rimane aperto il problema nella sua essenza: conviene insistere sulla categoria dei diritti, così posticcia e incapace di assumere la ricchezza della visione della Dottrina Sociale della Chiesa? Conviene in particolare ripetere l’appello al diritto alla salute?

E ancora: si è fatta chiarezza sulla vera natura del Bene Comune (che consta di ogni singola vita umana e non si appiattisce su nessun diritto o sfera antropologica preferenziale)? Si è compreso, di conseguenza, come mai le politiche pandemiche furono causa di tanto disagio (politiche di bene comune per definizione devono avere un respiro, sia pur sacrificale, ma arricchente per il popolo; mentre nell’era Covid abbiamo effettivamente sperimentato tutto il disagio di una tirannide collettiva, sia pure parzialmente attenuata)?




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La neolingua sinodale riscrive anche la formazione dei preti


Pubblicato il rapporto finale del Gruppo di studio sulla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis: da rivedere, benché risalga solo al 2016. Il motivo? Tradurla in sinodalese.

Parole

Editoriali 


Stefano Chiappalone, 07-03-2026

È venuto alla luce in questi giorni uno dei frutti del cantiere permanente del Sinodo sulla sinodalità, che si sa quando è iniziato ma non quando finisce e soprattutto dove porterà. Per ora il risultato più concreto è che, di qualunque argomento si parli, “non possiamo non dirci sinodali”. Appare questo il motivo per cui uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco in occasione del Sinodo ha partorito la «Proposta di documento orientativo per l’attuazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis e della Ratio Nationalis in prospettiva sinodale missionaria» intitolata Formare presbiteri in una Chiesa sinodale missionaria. Lo scopo è la revisione di una Ratio che – ammettono gli estensori del rapporto – «è relativamente recente (2016)» ed è «tuttora in fase di ricezione»: già scaduta in soli dieci anni? Eppure «offre importanti accenti nuovi nella prospettiva della Chiesa missionaria e sinodale», malgrado il non trascurabile “difetto” di essere «anteriore al Processo sinodale».

Svelato l’arcano: «anche in rapporto alla formazione del ministero sacerdotale non possono rimanere disattese le istanze emerse dal Processo sinodale e raccolte nel Documento finale dell’Assemblea», tra le quali «l’acquisizione di competenze indispensabili per una Chiesa sinodale» e pertanto occorre attuare la Ratio (universale) e le Ratio (nazionali) «in sintonia con la conversione sinodale missionaria in atto», il fil rouge che percorre le 24 pagine del documento – neanche troppe, ma sufficienti a suscitare lo stesso entusiasmo di certe verbose omelie che spingono a distrarsi guardando gli affreschi della volta e persino le ragnatele degli angoli più reconditi del sacro edificio.

Nulla di nuovo, in fondo si tenta di ridisegnare il prete dai tempi in cui don Camillo si vide arrivare in canonica «un giovanotto magro, vestito di grigio, con occhiali da intellettuale», ovvero don Chichì, mandato ad aggiornarlo e ricordargli che «siamo nel 1966, non nel 1666» (è l’ultimo libro di Guareschi, Don Camillo e i giovani d’oggi). Prima ancora c’era stata l’epopea dei preti-operai, dopo ancora sono venuti i preti influencer, ma ciò che sembra imprescindibile è che i preti siano sinodali e che non siano fermi al pre-2021 (vallo a dire a don Chichì che pensava di essere avanti nel 1966).

Ma cosa dovrebbe fare esattamente il clero dell’era sinodale? «In una Chiesa tutta sinodale i presbiteri occupano quindi un loro specifico e inconfondibile posto», e non si capisce bene dove altrimenti dovessero stare prima. «In una Chiesa sinodale i presbiteri sono quindi chiamati a vivere il proprio servizio “in un atteggiamento di vicinanza alle persone, di accoglienza e di ascolto di tutti”», come se fino a ieri venisse loro raccomandato di stare alla larga dal gregge, ma la tautologia è somma nelle ultime parole della frase: infatti, «in una Chiesa sinodale» devono... «aprirsi a uno stile sinodale».

A questo punto il lettore ha già perso il conto delle ripetizioni di «sinodo», «sinodale» e «sinodalità». Nel documento il termine «sinodo» ricorre 37 volte, «sinodalità» 22 volte, mentre l’aggettivo «sinodale» 72 volte (in sole 24 pagine!). Un caso di scuola, sì, ma linguistica. Qui più che ridisegnare questo o quell’aspetto si tratta di riscrivere la mentalità del mondo cattolico riformulando ogni aspetto della Chiesa «in chiave sinodale» fino a rasentare quell’autoreferenzialità pur criticata.

Saremmo tentati di citare il conte Mascetti, ma ci limitiamo a Orwell e alla Neolingua descritta in 1984 il cui scopo «è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero», al punto che «ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati». Per esempio, tra le realtà cancellate e dimenticate dell’identità sacerdotale c’è quella di «essere alter Christus», che Leone XIV ha osato ricordare in una recente lettera al clero spagnolo, facendo sobbalzare dalla sedia anche un vescovo italiano che quelle parole non avrebbe voluto più sentirle. Poco adeguate all’era sinodale?

Fatto sta che la «conversione sinodale» è riuscita a superare persino quella «ecologica» che pure impazzava dai tempi di Laudato si’. Ma anch'essa sarà scalzata dalla prossima rivoluzione delle parole e chissà quale altra conversione ci verrà predicata.




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venerdì 6 marzo 2026

Comunione sulla mano?







Editoriale Chiesa e postconcilio, 5 marzo 2026

Negli ultimi anni si è diffusa spesso l'affermazione che la comunione in mano costituirebbe una pratica propria della Chiesa primitiva, basandosi sull'argomento che, durante l'Ultima Cena, Nostro Signore ha consegnato il suo Corpo e il suo Sangue ai discepoli, passando il Pane consacrato e il Calice di mano in mano.

Tale ragionamento, tuttavia, è teologicamente insufficiente e liturgicamente impreciso, in quanto omette un dato essenziale della fede cattolica: la condizione singolare degli apostoli al momento dell'istituzione della Santa Eucaristia.

Infatti, nell'Ultima Cena, gli Apostoli non agivano né ricevevano come semplici fedeli, ma, grazie alle parole stesse di Cristo (Fate questo in memoria fi me), furono costituiti ministri del Sacrificio Eucaristico. Per questo motivo la Chiesa, il giovedì Santo, celebra in modo inseparabile l'istituzione dell'Eucaristia, l'istituzione del sacerdozio ministeriale e il nuovo comandamento della carità.

Di conseguenza, il fatto che gli apostoli abbiano ricevuto il Corpo del Signore in quella celebrazione non può essere invocato come fondamento storico o teologico per la pratica della comunione in mano da parte dei fedeli laici, poiché coloro che hanno ricevuto allora erano, in questo stesso atto, istituiti come sacerdoti della Nuova Alleanza.

La tradizione liturgica della Chiesa, sviluppata organicamente nel corso dei secoli, ha sempre riconosciuto una relazione singolare tra le mani consacrate del sacerdote e il trattamento diretto con le specie eucaristiche. Le mani unte nell'ordinazione sono state consacrate proprio per offrire il Sacrificio Eucaristico, toccare il Corpo del Signore e custodire il Santissimo Sacramento con la massima venerazione.

Per questo, presentare l'Ultima Cena come argomento per sostenere che la comunione in mano sarebbe una pratica originaria dei fedeli costituisce una lettura parziale dell'evento fondante dell'Eucaristia, non tenendo conto della dimensione sacerdotale propria di coloro che hanno ricevuto il Corpo del Signore in quel momento.

In questa prospettiva, l'Ultima Cena non può essere interpretata come un modello di comunione laicale, ma come l'atto in cui Cristo ha istituito simultaneamente il Sacrificio Eucaristico e il Sacerdozio Ministeriale, affidando specificamente ai ministri ordinati il servizio dell'altare e il contatto immediato con le sacre specie.


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Laicismo. Reciprocità che manca



Il principio di reciprocità non viene fatto più valere nel diritto internazionale. Ma nemmeno in casa nostra. In una scuola di Firenze ai musulmani consentono di pregare in un'aula apposita. Ai cattolici fiorentini, nemmeno un crocifisso.

LAICISMO E ISLAM

Editoriali

Preghiera a scuola consentita solo ai musulmani



 Marco Lepore, 06-03-2026

Fino a qualche anno fa, di fronte alle pressanti richieste dei musulmani immigrati in Italia, interessati alla costruzione o all’utilizzo di spazi da adibire a luoghi di culto, si chiamava in causa il principio di reciprocità religiosa. Lo faceva il Vaticano, lo facevano singoli cittadini o associazioni, lamentando apertamente il trattamento infame generalmente riservato ai nostri fratelli cristiani presenti in paesi islamici.

Detto principio, considerato non a torto come un'estensione del diritto internazionale, richiede che la libertà di culto e il trattamento dei fedeli e degli enti religiosi stranieri siano concessi a condizione di parità e trattamento reciproco tra Stati. Oggi, purtroppo, non se ne sente più parlare, ma vale ancora e dovrebbe essere più che mai un tema centrale, dato che è oggetto di abnormi asimmetrie applicative.

Perché non si invoca più questo sacrosanto principio? Forse perché si è capito che con i musulmani non c’è niente da fare dato che non si ragiona? Oppure perché non interessa più, visto che la fede cristiana-cattolica nei paesi occidentali e nel nostro paese è ormai considerata la Cenerentola dei diritti?

Risultato è che tanti nostri fratelli cristiani continuano ad essere vessati, quando non apertamente perseguitati fino ad essere uccisi, nei paesi a maggioranza islamica. Ma questo, tutto sommato, non è una novità e si capisce che è del tutto in linea con la fede musulmana, che ha come sua mission la sottomissione; quello che invece fa davvero saltare sulla sedia è il fatto che il principio di reciprocità a favore dei cattolici non è tenuto in considerazione nemmeno a casa nostra.

Ultimo esempio (fra i tanti, purtroppo) in questa direzione è quanto accaduto nei giorni scorsi nella scuola di Firenze “Sassetti – Peruzzi”: su richiesta degli alunni musulmani che frequentano l'istituto, è stato individuato e concesso dalla dirigenza scolastica uno spazio nel quale gli studenti di religione islamica possono pregare durante l'orario scolastico. Semplice, no? Basta chiedere, e in nome della inclusione, della tolleranza, del pluralismo, si ottiene tutto…

Ma cosa sarebbe accaduto se, per esempio, un gruppo di studenti cattolici avesse chiesto uno spazio per ritrovarsi alle ore 12,00 per recitare la preghiera dell’Angelus, come hanno fatto per secoli i nostri progenitori interrompendo per un minuto, al suono della campana del paese, ogni attività in corso? Oppure se chiedessero un locale per recitare le Lodi prima dell’inizio delle lezioni?

A questo punto, invitiamo gli studenti cattolici praticanti dell’Istituto “Sassetti – Peruzzi” a farsi avanti e chiedere uno spazio analogo a quello dei colleghi musulmani. Poi vediamo cosa succede.

Vale la pena di ricordare, infatti, che proprio la maggioranza di centrosinistra che governa il capoluogo della Toscana, pochi giorni fa si è espressa negativamente alla richiesta di posizionare un piccolo crocifisso nelle aule delle scuole del territorio. E che gli anni passati sono comunque costellati, nel nostro amato paese ex cattolico, di rifiuti da parte dei Dirigenti scolastici a far entrare nella scuola un sacerdote per le benedizioni pasquali o alla celebrazione di una Messa (a libera partecipazione) di inizio anno scolastico. Il tutto in nome della “laicità” della scuola, “poiché –dicono- tale principio dello Stato e della scuola pubblica italiana impone che gli atti di culto non si svolgano durante le ore di lezione”.

Evidentemente la preghiera degli studenti musulmani in orario scolastico e in uno spazio interno all’istituto non è un atto di culto, ma è attività didattica! Oppure si applicano due pesi e due misure? O, forse, il problema è che per i nostri illuminati amministratori i cattolici e la Chiesa in Italia non hanno nemmeno più un peso e il peso ce l’hanno solo i musulmani? A voi la risposta.




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