giovedì 3 settembre 2026

Chiese vandalizzate e atti sacrileghi in aumento in Italia




Post di Roberto Riccardi 
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Roberto Riccardi 3 settembre 2026

Sterco sugli altari. Ostie consacrate buttate nei prati. Madonne decapitate in serie. Croci rovesciate sulle facciate. Tabernacoli strappati dal marmo.

È l'Italia degli ultimi due anni, chiesa dopo chiesa.

Che cos'è tutto questo, se non odio? Eppure nessun politico, intellettuale e piazza hanno mai usato quella parola.

Per una fioriera di plastica bruciata davanti a una moschea, a Cagliari, l'hanno pronunciata in coro in mezza giornata.

E non si tratta di ragazzate promosse a persecuzione. A Viterbo la facciata di una chiesa è stata coperta di "666" e croci rovesciate: la simbologia demoniaca e anticristiana era esplicita, il nome dell'odio no.

A Fermo hanno scardinato il tabernacolo per portare via le ostie consacrate, che sul mercato non valgono niente e sull'altare valgono tutto.
 
A Ostia e a Salerno gli escrementi sono finiti sull'altare e sul portale. Chi lo fa non ruba, comunica.

Nella grande maggioranza dei casi gli autori restano ignoti. Dove le indagini sono arrivate a qualcuno, il campionario è l'Italia intera: minorenni, senza fissa dimora, una turista straniera.
C’è perfino una donna di 59 anni della Ciociaria ai domiciliari con undici episodi contestati, presunta responsabile e non condannata.

Non esiste un colpevole tipo. Esiste un bersaglio tipo.

Ecco la regola non scritta di questo Paese: per la moschea l'odio si presume, per la chiesa va dimostrato. E non basta mai.

"Vandali" è la parola che assolve: dice che c'è un altare da ripulire, non qualcuno da difendere.

Ma la reticenza più impressionante non è quella delle istituzioni. È quella delle vittime.

Quando un santuario del Salernitano si è ritrovato il portone in cenere e la statua del patrono senza corona e senza spada, il vescovo ha parlato di "atto vandalico". Non il questore, il vescovo.
Perché lo status di vittima è una valuta e la maggioranza non è ammessa allo sportello.

Questo appecoronamento ha radici profonde, quelle che un sociologo chiamerebbe perdita del riflesso collettivo.

Per decenni essere cattolici significava appartenere a un ambiente: parrocchia, associazioni, giornali, scuole, partiti, reti familiari. Quel mondo si è sbriciolato.

Rimangono milioni di persone che si definiscono cattoliche, ma sta scomparendo la comunità capace di percepire un'offesa a una chiesa come qualcosa che riguarda personalmente ciascuno di noi.
Pure la Chiesa ci ha messo del suo, soprattutto negli ultimi decenni. Ha educato molto bene i fedeli a non reagire in termini identitari.

Dialogo, prudenza, evitare contrapposizioni, non alimentare tensioni. Principi in sé comprensibili, ma ripetuti per anni hanno tolto ai cattolici italiani l'abitudine al conflitto culturale.

Il comunista sa di essere comunista, pure quando se ne vergogna e si dice progressista. Il sindacalista sa di essere sindacalista. Il militante ambientalista sa perfettamente quale fatto deve indignarlo.

Il cattolico medio italiano spesso non sa più dove finisca la tolleranza e dove cominci la rinuncia. Ha disimparato a dire: questa cosa non è accettabile perché colpisce ciò che sono.

C'è poi la politica. Con la fine della Democrazia Cristiana il voto cattolico si è disseminato ovunque: destra, centro, sinistra, astensione.
 
Non esiste più un soggetto che trasformi automaticamente un fatto religioso in questione pubblica. Per la moschea di Cagliari c'era chi, in poche ore, ha chiesto l'intervento del Governo.
 
Per le chiese non c'è nessuno a cui telefonare.

Il cattolicesimo italiano si è politicamente polverizzato e, polverizzandosi, ha perso pure la capacità di pressione.

Infine c'è la causa più profonda: l'assuefazione. Una statua imbrattata, una croce spezzata, una chiesa vandalizzata diventano episodi separati.

Se non vengono raccolti, contati e mostrati insieme, non formano mai un fenomeno nella testa dell'opinione pubblica.

Ed è vero, non è un numero da guerra civile: una cinquantina di casi in due anni, contando solo quelli finiti sui giornali e ancora rintracciabili.

Ma cinquanta casi con quasi otto colpevoli su dieci mai trovati non sono cronaca, sono un'impunità.
E tre tabernacoli smurati in una sola notte di fine agosto, a Pavia, nel Catanese e nel Mantovano, non sono tre furti. Sono una scia.

Il conto lo ho dovuto fare da solo leggendo i giornali, perché lo Stato non lo tiene. L'Italia è tra i Paesi che non trasmettono un solo dato sull'odio anticristiano.
 
Per contare le nostre chiese colpite bisogna chiedere a un osservatorio di Vienna.

Bruxelles ha un coordinatore contro l'antisemitismo e uno contro l'odio antimusulmano; contro l'odio anticristiano non esiste nemmeno la poltrona.

Ciò che non si conta non esiste. Ciò che non esiste non si condanna. La cronaca ogni tanto cuce insieme gli episodi, chi dovrebbe rispondere mai e ogni episodio muore da solo.

E quando un mondo perde il riflesso, qualcun altro decide per lui cosa deve fargli male.
Lo decide il ceto sinistro che dalle terrazze dei Parioli e dalle spiagge di Capalbio distribuisce ogni stagione le patenti di vittima.
 
Per la moschea l'indignazione a pagina intera; per il santuario sulla montagna nemmeno una riga, perché la fede dei pellegrini non fa tendenza e non porta voti nei quartieri giusti.

Così il quindicenne che sputa sul candelabro sa una cosa senza averla mai studiata: quello è l'unico bersaglio che non costa niente.

Lugo di Romagna non è un caso, è un ritratto. Un gruppo di ragazzini entrava nella collegiata per spezzare le lampade, sputare e vuotare la cassetta delle offerte, finché la chiesa ha smesso di aprire fuori dalle messe.

Il parroco, abbandonato dal vocabolario ufficiale, si è fabbricato la sua giustizia: "Sono disposto a ritirare la denuncia a condizione che questi si presentino da me, uno a uno, con i genitori".

Dove lo Stato non trova le parole, un prete di provincia trova almeno una pena.
Finché a bruciare sarà "un portone" e non "una chiesa", il prossimo fuoco lo avremo già assolto noi.





Fonte web 


Contro il suicidio assistito




Una riflessione pastorale e teologica sulla sacralità della vita in mezzo alla sofferenza, alla luce del dibattito ancora in corso sul suicidio assistito. Qui da noi sta facendo scalpore il caso del Veneto. La maggioranza al governo cincischia e la Chiesa, diocesana e nazionale, tace... unica mobilitazione risulta tra parlamentari e uomini di cultura veneti. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.



Rev. Leon, 1 settembre

Introduzione

Come pastore che si è seduto accanto a molti malati – troppi per i miei gusti – che ha stretto mani tremanti tra ondate di dolore e ha pianto con le famiglie i cui cari si stavano spegnendo, mi avvicino a questa domanda non come un teorico distaccato, ma come qualcuno che ha guardato la sofferenza in faccia. Ho visto il cancro divorare un corpo, ho visto la demenza cancellare una personalità e ho ascoltato la disperazione di chi dice: "Non ce la faccio più". In quei momenti, la tentazione di porre fine al dolore, anche togliendo la vita, può sembrare l'unica opzione misericordiosa rimasta.

Eppure, con tutta la compassione che posso provare per chi soffre, e con sincero dolore per chi crede che il suicidio assistito sia la risposta più umana, resto fermamente convinto che porre fine deliberatamente a una vita umana, anche per alleviare la sofferenza, sia sempre sbagliato. È sbagliato teologicamente, moralmente e, credo, anche civilmente. E poiché si tratta della soppressione intenzionale di una vita umana innocente, deve essere chiamata con onestà: non "aiuto medico a morire", non "morte con dignità", ma suicidio assistito. Il linguaggio è importante, perché l'eufemismo è il primo rifugio di una coscienza sporca.

I. L'importanza di dare un nome: perché "suicidio assistito" e non "eutanasia"

Nell'uso classico, l'eutanasia (dal greco εὐθανασία / euthanasía, da εὖ 'bene' + θάνατος 'morte', letteralmente 'buona morte') significava semplicemente una morte pacifica o dolce. Col tempo, tuttavia, il termine è giunto a implicare l'uccisione diretta da parte di un'altra persona, di solito un medico. Oggi, i sostenitori preferiscono espressioni come 'assistenza medica alla morte' (MAiD) o 'morte volontaria assistita' proprio perché nascondono ciò che accade realmente: una persona fornisce a un'altra i mezzi (o l'atto stesso) per commettere suicidio.

Chiamarlo in altro modo significa nascondere la realtà. Quando un medico prescrive una dose letale che il paziente in seguito ingerisce, si tratta di suicidio assistito da un professionista sanitario. Quando un medico inietta la dose letale, si tratta di omicidio, anche se richiesto e anche se motivato dalla pietà. La distinzione non è pedante; è morale e legale. Il suicidio è l'uccisione di sé stessi. Il suicidio assistito è un suicidio reso possibile da un'altra persona. L'eutanasia, nel suo senso attivo, è l'uccisione per mano di un'altra persona. Entrambe sono forme di omicidio intenzionale; una è semplicemente commissionata dalla vittima.

Un linguaggio chiaro protegge un pensiero chiaro. Se non riusciamo a definire un'azione per quello che è, abbiamo già iniziato a perdere la discussione.

II. La testimonianza teologica: la vita come dono, la sofferenza come mistero, la morte come confine

La teologia cristiana ha sempre insegnato che la vita umana non è un possesso di cui disporre, ma un dono custodito in custodia. "Il Signore dà e il Signore toglie; sia benedetto il nome del Signore" (Giobbe 1:21). Togliersi la vita, o cooperare direttamente a togliere la vita a un altro, significa usurpare una prerogativa che appartiene solo a Dio.

Questo non è un consiglio di distacco stoico – la stessa filosofia che giustificava il suicidio quando la sofferenza superava la virtù – ma di speranza biblica che affida persino il dolore insopportabile a un Padre amorevole. Le stesse Scritture che proibiscono l'omicidio (Esodo 20:13) e la disperazione (1 Corinzi 10:13) mostrano anche un Dio che si avvicina a chi ha il cuore spezzato (Salmo 34:18), che raccoglie le nostre lacrime nel suo otre (Salmo 56:8) e che, in Cristo, è entrato pienamente nella sofferenza innocente. La croce non è un argomento a favore del suicidio; è la sua confutazione decisiva. Gesù non chiese di essere tolto dalla croce per porre fine al suo dolore; si affidò al Padre e, in questo affidamento, redense il mondo.

La sofferenza rimane un mistero, non una punizione o una virtù in sé. Eppure, nell'economia della redenzione, la sofferenza può unirsi alla passione di Cristo e diventare feconda (Col 1,24). La tradizione cristiana non ha mai glorificato il dolore fine a se stesso; ha sempre cercato di alleviarlo. Ma c'è una netta linea di demarcazione tra uccidere il dolore e uccidere il malato. Oltrepassare quella linea non è mai giustificato, perché nega l' immagine di Dio nel sofferente e il significato redentivo che persino la sofferenza insopportabile può essere donata quando offerta in unione con Cristo.

III. La realtà pastorale: accompagnamento, non abbandono.

Non ho mai incontrato una persona che implorasse la morte e che, in fondo, non si sentisse abbandonata, un peso o spaventata. Il grido "Voglio morire" è quasi sempre il messaggio in codice "Non sento più che la mia vita valga la pena di essere vissuta per nessuno, me compreso". Rispondere dicendo "Hai ragione; lasciaci aiutarti a farla finita" è l'abbandono finale e più tragico.

Un vero accompagnamento conduce fino alla soglia della morte senza spingere il sofferente oltre prematuramente. Significa cure palliative specialistiche, supporto psicologico e spirituale, sollievo dalla solitudine, la certezza che il paziente non sarà lasciato morire nell'agonia o nell'isolamento. Nelle giurisdizioni in cui il suicidio assistito è legale, gli studi dimostrano costantemente che la maggior parte di coloro che lo richiedono lo fa per paura di essere un peso o di perdere l'autonomia, non per un dolore fisico insopportabile. Quando queste paure vengono affrontate con autentica cura, il desiderio di morire spesso si affievolisce.

IV. Il pericolo civile: dalla compassione alla coercizione

Una società che permette il suicidio assistito passa inevitabilmente dal "diritto di morire" al "dovere di morire". La logica è inesorabile. Una volta che affermiamo che alcune vite non meritano di essere vissute, la domanda diventa: chi lo decide? E la risposta non è mai il singolo individuo, bensì la cultura circostante, plasmata da fattori economici, di convenienza e ideologici.

Abbiamo già visto in azione questa china scivolosa. In Belgio e nei Paesi Bassi, l'eutanasia si è estesa dai malati terminali ai malati cronici, ai malati di mente, ai depressi e persino ai bambini. In Canada, l'assistenza medica alla morte (MAiD) viene ora offerta a persone la cui unica diagnosi è la povertà o la mancanza di una casa. Quando il suicidio diventa un "trattamento" medico, il dovere dello Stato di prevenirlo si inverte in un dovere di fornirlo. Il diritto di morire diventa, per i più vulnerabili, una pressione a morire.

E i più vulnerabili sono sempre i primi a soffrire: gli anziani che temono di mandare in rovina le proprie famiglie, i disabili che interiorizzano il messaggio della società secondo cui le loro vite hanno meno valore, i poveri che non hanno accesso a buone cure palliative. Legalizzare il suicidio assistito non amplia le possibilità di scelta, bensì le restringe, eliminando il più forte baluardo sociale e legale contro la disperazione.

V. Peccato, misericordia e speranza

Definire il suicidio assistito un peccato grave non significa condannare chi lo subisce; significa piuttosto chiamare l'atto con il suo nome, pur tenendo aperte le braccia della misericordia. La stessa Chiesa che insegna la gravità oggettiva del suicidio ha sempre insistito sul fatto che il disagio psicologico, il dolore e la paura possono diminuire o addirittura eliminare la colpevolezza soggettiva. Dio giudica i cuori, non solo le azioni. Il nostro compito è sostenere la verità oggettiva, riversando al contempo compassione su coloro che, nella loro angoscia, considerano o scelgono questa strada.

Non esiste sofferenza così grande da allontanare una persona dall'amore di Dio, e non esiste momento così buio da spegnere la speranza. Persino sulla croce, Gesù era accompagnato da sua Madre, da Giovanni, dal ladrone pentito. Nessuno dovrebbe mai morire da solo, e nessuno dovrebbe mai sentirsi costretto a pensare che la morte sia l'unica via rimasta aperta.

Conclusione

Mi oppongo al suicidio assistito non perché sia indifferente alla sofferenza, ma proprio perché non lo sono. Ho visto cosa può fare un vero accompagnamento: come l'amore possa rendere sopportabile l'insopportabile, come la presenza possa trasformare l'agonia in un'offerta, come persino nella valle dell'ombra della morte il Signore prepari una mensa e unga il capo con olio.
Possiamo noi, come Chiesa e come società, scegliere la via più difficile ma più vera: prenderci cura dei sofferenti, non abbandonarli mai e non ucciderli mai. Solo allora saremo fedeli a Colui che ci ha amati fino alla fine e oltre la fine, nell'eterna alba della risurrezione.

Inviato in amorevole memoria di coloro che hanno sofferto molto e sono morti di morte naturale, circondati dall'affetto dei propri cari.






L'Islanda ha sfidato il dogma europeista



L’Islanda ha bocciato la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Ue, con un referendum. Gli islandesi sono già nel mercato comune. Quel che hanno respinto è l'adesione al progetto politico europeista. Ben altra cosa.

IL REFERENDUM

Editoriali



Stefano Magni,  01-09-2026

Una battuta d’arresto per l’allargamento dell’Ue, stavolta verso nord. L’Islanda ha bocciato la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione, con un referendum. I No hanno vinto con il 52,8% dei voti contro il 47,2%. A dimostrazione dell’importanza che era stata attribuita al referendum dall’opinione pubblica locale, l’affluenza è stata da record: l’82,5%, la seconda più alta dopo le elezioni del 2009, svoltesi in piena crisi finanziaria.

Per comprendere al meglio il rapporto fra Islanda e Ue bisogna partire proprio dalla crisi del 2008-2009, la più grave del paese, quando una serie di investimenti azzardati avevano esposto troppo le banche islandesi. Quando la grande crisi finanziaria scoppiò negli Usa, con il fallimento di Lehman Brothers, l’Islanda venne coinvolta subito. Per dare stabilità alla traballante economia, iniziarono i negoziati per l’adesione all’Ue già nel 2009. Il percorso sarebbe stato accelerato dal fatto che l’Islanda, paese membro di Schengen (trattato di libera circolazione delle persone) è anche parte dell’Efta (trattato di libero scambio) assieme a Svizzera, Liechtenstein e Norvegia e, contrariamente alla Svizzera, è anche parte dello Spazio economico europeo, sottostando alle stesse regole del Mercato unico. Nel 2013, ripresasi rapidamente l’economia, le elezioni vennero vinte dal Partito dell’Indipendenza e dal Partito del Progresso, decisamente più euroscettici. Il governo conservatore, guidato da Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, pose fine ai negoziati.

Il referendum attuale nasce soprattutto come reazione a un solo uomo: Donald Trump. Da quando ha manifestato serie intenzioni di annettere la Groenlandia, anche l’Islanda ha iniziato a sentir minacciata la propria integrità. E l’amministrazione Trump non ha fatto nulla per dissipare questi timori. Anzi. L’ambasciatore Usa a Reykjavik, Billy Long, ha definito il paese il 52mo Stato degli Usa, considerando già la Groenlandia come il 51mo. La retorica imperiale di Trump, a metà fra il serio e il faceto, ha indotto il governo socialdemocratico islandese in carica, guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir, ad anticipare il referendum per la ripresa dei negoziati di accesso all’Unione, inizialmente programmato per il 2027. La motivazione, questa volta, era esplicitamente quella della “instabilità geopolitica” e il pensiero andava più a Trump che a Putin. L’Islanda è un membro fondatore della Nato e dalla Russia può essere protetta dagli alleati, anche se non ha un esercito suo. Ma dagli alleati americani chi la potrebbe proteggere?

Alla fine, però, il referendum di adesione all’Unione Europea è stato vinto dagli euroscettici e 12mila voti di scarto, su una popolazione di 400mila abitanti, sono comunque un risultato importante, soprattutto vista l’affluenza quasi totale. La paura di Trump non ha prevalso su considerazioni molto più pratiche. L’Islanda, infatti, già partecipa al mercato unico e segue le stesse regole di tutti gli altri membri. L’adesione all’Ue avrebbe obbligato, in più, a seguire anche le politiche europee, fra cui la Politica comune della pesca che, come la Politica agricola comune, stabilisce le quote di produzione, in questo caso: i limiti massimi di quanto si può pescare. Avrebbe inoltre permesso a pescherecci di altri membri dell’Ue di pescare nelle acque islandesi. Una condizione contro cui, cinquant’anni fa, gli islandesi hanno combattuto una vera e propria guerra (la “Guerra del merluzzo”) contro il Regno Unito. Avrebbe posto certamente fine alla caccia alle balene. E l'Islanda è uno dei tre paesi, assieme a Norvegia e Giappone, in cui è ancora praticata. Si tratta di un settore economico relativamente piccolo, ma è una vera e propria bandiera culturale.

La pesca costituisce quasi il 10% del Pil islandese e la metà delle sue esportazioni. Farsi dettare le regole da Bruxelles sul settore trainante della propria economia è stato troppo anche per gli islandesi, che pure dell’Ue accettano quasi tutto ormai. La scelta della maggioranza non è stata dettata da “disinformazione russa” o “disinformazione americana”, o da un pregiudizio sull’Europa continentale, né da idee contro immigrazione, multiculturalismo e altri temi identitari che hanno influenzato il voto in altri paesi (come la Brexit). Si è trattato, piuttosto, di una scelta razionale: gli islandesi, dell’Europa, continuano ad apprezzare il mercato comune, ma non accettano le regole di una politica comune.

Con questo referendum, la maggioranza non ha voluto compiere quel passo successivo che implica l’accettazione di una vera e propria identità politica europeista. Non ha prevalso l’idea, alquanto irrazionale, di chi pensa che entrando nella “stanza dei bottoni” dell’Ue, l’Islanda potesse influenzare o cambiare le regole del mercato comune a cui già obbedisce. Era piuttosto vero il contrario: entrando nell’Unione, un paese con 400mila abitanti e un’economia dipendente soprattutto da pesca e turismo avrebbe semmai dovuto obbedire ai colossi europei (Germania, Francia…), mentre restando con un piede fuori gli islandesi possono ancora ritagliarsi maggiori spazi di autonomia.

Ciò pone una riflessione anche per l’Italia, dove la notizia del referendum islandese ha trovato più spazio sulla grande stampa nazionale rispetto ad altri paesi dell’Ue. Nel dibattito politico italiano, infatti, si dà per scontato che: la moneta, la libertà di circolazione, la tenuta dei conti, persino la sicurezza, i diritti umani e la stessa pace, dipendano esclusivamente dall’appartenenza all’Ue. Uscire dall’Unione viene descritto come un salto nel baratro. Si tratta di un’idea talmente egemonica che è anche difficile contestarla privatamente, pena l’emarginazione sociale. In Italia non è legale un referendum, la Costituzione vieta di votare su trattati internazionali. Ma anche un dibattito razionale su costi e benefici dell’Ue è di fatto inesistente. Il voto islandese dimostra come il prodotto “Ue” possa essere invece spacchettato, possano essere accettati i suoi vantaggi principali, soprattutto in campo economico, pur senza aderire acriticamente al progetto politico di un super-Stato europeo, sempre più centralizzato, dirigista e interventista.







mercoledì 2 settembre 2026

Suicidio assistito, il Veneto del centrodestra vota con la sinistra



Il presidente del Consiglio Regionale del Veneto Luca Zaia
(in alto secondo da sx) e il presidente della Giunta Regionale Alberto Stefani - Ansa


Parte di Lega e Forza Italia votano con la sinistra. Il Patriarca di Venezia: «Si afferma un modello culturale e sanitario che può portare a una deriva difficilmente controllabile».


Leggi di morte


Lorenzo Bertocchi, 02 settembre 2026 

Oggi pomeriggio la prima Regione d’Italia governata dal centrodestra, il Veneto, si è aggiunta alle regioni rosse di Toscana ed Emilia-Romagna nell’approvare una legge sul suicidio assistito. Il Consiglio regionale ha votato con 32 favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, due anni dopo la bocciatura per un solo voto dello stesso testo. Con il centrosinistra hanno votato a favore parte della Lega e Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia si è schierata compattamente contro. La chiamano libertà di coscienza. La chiamano “no fly zone” sui temi etici. La chiamassero come gli pare, resta il fatto che l’unica cosa che deve essere ora garantita alla coscienza è di fare obiezione contro questo festival della libertà di uccidersi. Noi, al di là della fede, con la ragione staremo sempre dalla parte di chi prova a frenare il desiderio di farla finita da parte di un essere umano, consapevoli che siamo in una grande carenza di cura e di carità. Le derive eutanasiche vanno oltre le buone intenzioni, quelle di cui è sempre lastricata la strada per l’inferno. Condividiamo e pubblichiamo di seguito la dichiarazione rilasciata dal Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia. 

(Lorenzo Bertocchi)

*



di Monsignor Francesco Moraglia* 

«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile. La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata.

C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo. Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.

Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato. L'impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa. L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore. Infine, l'auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari».



*Patriarca di Venezia




Leone XIV convoca i vescovi di tutto il mondo per esaminare e discutere Amoris Laetitia



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Sign of the Cross. Leone invita i vescovi del mondo a Roma per discutere sull'Amoris Laetitia del predecessore [vedi], che apre la porta alla Comunione per i divorzati risposati. Lo considera, nonostante sia altamente controverso, un testo guida per la Chiesa. Sebbene contenga degli elementi eretici, una volta ancora si conferma magna charta di una creatività che si adegua ai tempi. 


 2 settembre 2026

Leone XIV convoca i vescovi di tutto il mondo per consolidare l'eretica Amoris Laetitia


Papa Leone XIV ha invitato i presidenti della Conferenza Episcopale Mondiale a riunirsi a Roma in ottobre per “esaminare e discutere gli insegnamenti di Amoris Laetitia e come annunciare il Vangelo alle famiglie oggi”, secondo quanto riportato da Vatican News.

All'inizio di quest'anno, Papa Leone ha elogiato Amoris Laetitia come testo guida per la Chiesa e ha manifestato l'intenzione di onorare l'esortazione apostolica di Papa Francesco, molto controversa e i cui elementi sono considerati eretici da molti.

A marzo, Papa Leone ha diffuso un messaggio in occasione del decimo anniversario di Amoris Laetitia [qui], nel quale ha descritto l'esortazione apostolica post-sinodale di Francesco come un "luminoso messaggio di speranza" e ne ha confermato il ruolo centrale nell'insegnamento contemporaneo sul matrimonio e sulla famiglia. Ha scritto: «Il 19 marzo 2016, Papa Francesco ha offerto alla Chiesa universale un luminoso messaggio di speranza riguardo all'amore coniugale e alla vita familiare». «In questo decimo anniversario, rendiamo grazie al Signore per lo stimolo che ha incoraggiato la riflessione e la conversione pastorale nella Chiesa, e chiediamo a Dio il coraggio di perseverare su questo cammino».

Nel suo messaggio, il Papa ha esplicitamente accostato Amoris Laetitia alla Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II. «Dal Concilio, le due Esortazioni Apostoliche, Familiaris Consortio – emanata da San Giovanni Paolo II nel 1981 – e Amoris Laetitia, hanno entrambe rafforzato l'impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, delle coppie sposate e delle famiglie».

Contraddicendo Giovanni Paolo II e molti altri, Amoris Laetitia afferma che «non si può più semplicemente dire che tutti coloro che si trovano in una situazione irregolare vivono in stato di peccato mortale e sono privati della grazia santificante. Qui è in gioco qualcosa di più della semplice ignoranza della regola».

Secondo Gaetano Masciullo di LifeSiteNews, questa tesi è innegabilmente eterodossa. L'ammissione da parte di Francesco della possibilità di dare la Comunione ai cattolici divorziati e "risposati" non solo è stata implicitamente suggerita nel documento stesso, ma esplicitamente confermata da Francesco il 5 settembre 2016, in una lettera di risposta ai vescovi della regione pastorale di Buenos Aires [qui - qui]. "Non ci sono altre interpretazioni", ha affermato.

Dopo la pubblicazione dell'esortazione apostolica Amoris Laetitia, quattro cardinali hanno inviato a Bergoglio una lettera storica in cui lo imploravano di fare chiarezza sulla sua controversa esortazione apostolica [qui - qui]. Nella lettera, erano formulate cinque brevi domande a cui si poteva rispondere con un sì o un no, domande che avrebbero chiarito immediatamente il significato del documento, carico di ambiguità [Qui una critica teologica di 45 studiosi -ndT].
Papa Francesco ha scelto di ignorare le loro domande [E tuttavia vedi -ndT].

Firmata dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, la lettera informava il Papa dell'«incertezza, confusione e disorientamento tra molti fedeli» derivanti da Amoris Laetitia. I cardinali spiegavano di sentirsi «costretti in coscienza dalla nostra responsabilità pastorale» a chiedere a Papa Francesco «con profondo rispetto» di dare risposta ai quesiti posti, ricordandogli che, in quanto Papa, è «chiamato dal Risorto a confermare i suoi fratelli nella fede» e a «risolvere le incertezze e portare chiarezza».

In una nota in cui spiegavano ai fedeli la pubblicazione della lettera, i cardinali hanno rivelato che essa traeva origine da una profonda preoccupazione pastorale per il grave disorientamento e la grande confusione di molti fedeli riguardo a questioni di estrema importanza per la vita della Chiesa.

La pubblicazione della lettera è servita a rivelare ai fedeli non solo il grave disorientamento e la confusione causati da Papa Francesco, ma anche la sua consapevolezza della gravità della situazione e la sua scelta di non porvi fine.






IA: quando l’opera si stacca dal fine e l’uomo dal suo Signore





La IA è l’equivoco di Giovanni Salmeri sul Salmo 8





Di Andrea Mondinelli, 2 set 2026

In una recente intervista (qui), il filosofo morale Giovanni Salmeri legge lo sviluppo dell’intelligenza artificiale alla luce del Salmo 8 – «gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» – e vi trova motivo di stupore positivo: la macchina intelligente come «una delle cose più grandi» fatte dall’uomo nella storia. È una lettura generosa e proprio per questo istruttiva: mostra come si possa arrivare fin sulla soglia della diagnosi giusta e poi mancarla.

Il salmo, va detto subito, non canta un potere qualunque: canta il dominio. «Tutto hai posto sotto i suoi piedi» è formula di signoria – l’uomo costituito capo del creato, che gli obbedisce. Ma la signoria vera è controllo: si è signori di ciò che si può ordinare al proprio fine, guidare e, se occorre, fermare. Il potere, in senso proprio, presuppone il dominio; e il dominio presuppone il controllo.

Qui la lode si rovescia. L’intelligenza artificiale è precisamente l’opera delle nostre mani che non dominiamo: non ne padroneggiamo il funzionamento interno – i suoi stessi costruttori ne parlano come di una «scatola nera» dalla causa ignota – non ne prevediamo con sicurezza gli esiti, non sappiamo dire perché produca ciò che produce. È l’unico artefatto della storia che quel dominio l’ha capovolto: non è l’uomo che la tiene sotto i piedi, è la potenza che sfugge sotto i piedi dell’uomo. Citare allora il Salmo 8 in lode dell’idolo è un autogol esegetico: si prende per compimento del salmo ciò che ne è il tradimento.

L’equivoco ha una radice, ed è la stessa che affiora all’inizio dell’intervista, quando si concede senza riserve che una calcolatrice sia «aritmeticamente intelligente». È una concessione che sembra umiltà e invece cede il punto decisivo: riduce l’intelligere – l’apprensione dell’universale, il giudizio come conformità al reale – al semplice ratiocinari, al produrre un risultato simbolico. Chi riduce l’intelligenza al risultato smette di chiedersi a che cosa il risultato sia ordinato, e chi comandi a chi. Così la dimenticanza dell’ordine nella definizione dell’intelligenza e la dimenticanza dell’ordine nella lettura del salmo sono un solo e medesimo punto cieco.

C’è infine la nota che chiude il cerchio, e che il salmo stesso suggerisce: «gli hai dato potere». Il dominio dell’uomo sul creato è un dominio ricevuto e vicario: l’uomo è signore delle cose perché è esso stesso suddito di Dio, e il suo potere è reale solo dentro quell’ordine. Un potere che si emancipa dall’ordine – la macchina che nessuno guida, ammirata anziché governata – non innalza l’uomo: gli sfugge di mano. È la stessa figura dell’autorità che si autofonda, della coscienza sovrana ma non più suddita, della dignità che pretende di darsi da sé: qualcosa che, staccato da ciò che dovrebbe reggerlo, non si eleva – si perde.

Conviene allora scavare la frase, perché vi è racchiusa un’intera teologia dell’ordine. Il Salmo 8 non pone due termini – l’uomo e le cose – ma tre, in gerarchia: Dio sopra l’uomo, l’uomo sopra il creato. «L’hai fatto poco meno degli angeli… tutto hai posto sotto i suoi piedi.» L’uomo non è al vertice: è al centro, cerniera tra Dio che lo supera e le opere che gli sono sottomesse. E la sua signoria sul basso dipende dalla sua sudditanza all’alto: non due fatti giustapposti, ma un solo movimento. L’uomo comanda al creato in quanto riceve da Dio il comando e il fine. Tolto il vertice, il centro non tiene: chi non è più suddito non è più nemmeno signore, perché il suo potere era partecipato, non originario.

Qui si vede che cosa, precisamente, l’idolo rovescia – ed è più radicale del «sfuggire al controllo». L’idolatria non aggiunge un quarto termine: rompe la catena a metà. Recide il legame uomo-Dio, e nell’istante in cui lo recide, il legame uomo-creato si capovolge da sé. L’uomo non resta signore autonomo delle cose – sarebbe la fantasia prometeica; ciò che accade è che, cessando di ricevere l’ordine dall’alto, cessa anche di darlo al basso, e l’opera delle sue mani gli si erge sopra. È la dinamica di ogni idolatria biblica: l’uomo fabbrica un oggetto con le proprie mani – il vitello, la statua, «opera d’artigiano» – e poi si prostra davanti a ciò che ha fatto. Isaia lo deride senza pietà (con metà del legno l’uomo si scalda, con l’altra metà si fa un dio e l’adora); e il salmista: «hanno bocca e non parlano». L’idolo è sempre l’opera delle mani dell’uomo che ha preso il posto del Signore delle mani.

Il perché la rottura si capovolga, invece di semplicemente interrompersi, lo dice il bonum diffusivum sui. Nell’ordine retto il bene e il potere discendono e si diffondono: Dio dona l’essere e la signoria, l’uomo li riceve e li estende ordinatamente al creato – il flusso della bontà che si comunica dall’alto, partecipata a ogni grado. L’idolo inverte il verso del flusso: la potenza non discende più da Dio attraverso l’uomo verso le cose, ma risale dalle cose per imporsi all’uomo. È l’eterogenesi dei fini in forma metafisica: si costruisce lo strumento per servirsene e per aver reciso il fondamento ci si ritrova servi dello strumento. La stessa figura che sul terreno sociale si chiama collettivismo (la potenza che risale dal basso e assorbe la persona) e individualismo (la persona che si autofonda): qui è la techne che si autofonda e assorbe il suo autore. Un solo principio – il bene si diffonde dall’alto, ordinatamente – e ogni suo rovesciamento genera un idolo, che nel caso delle IA pure parla.

C’è infine la parola che il Nuovo Testamento aggiunge al salmo, e che ne è il vertice. La Lettera agli Ebrei cita il Salmo 8 e osserva: «al presente non vediamo ancora che tutto gli sia sottomesso» – l’uomo storico non domina pienamente, l’ordine è ferito. «Però vediamo Gesù»: è in Cristo – l’uomo perfettamente sottomesso al Padre, obbediente fino alla morte – che il Salmo 8 si compie, e a lui «tutto è posto sotto i piedi». La signoria piena dell’uomo sul creato passa per l’obbedienza del Figlio, non per l’emancipazione. È la prova definitiva: si è signori nella misura in cui si è sudditi. E l’idolo è l’anti-Cristo strutturale – non in senso apocalittico, ma logico: dove Cristo è potenza-nell’obbedienza, l’idolo è impotenza-nella-pretesa, la creatura che rivendica il posto senza averne ricevuto il fondamento, e perciò non regna ma tiranneggia.

Non si tratta, si badi, di negare a un filosofo serio la sua competenza. Salmeri vede benissimo i sintomi: l’interiorità che manca alla macchina, la scuola che delega il pensiero, la trasparenza che i sistemi opachi negano. Ma descrive la febbre e non riconosce l’infezione: manca la griglia che legge i fenomeni al livello della struttura e senza di essa anche l’occhio più acuto predice i sintomi senza spiegarli. Così accade che si citi il Salmo 8 in lode dell’idolo. Letto per intero, il salmo non lo consacra: lo giudica. Perché canta una signoria vicaria – potere ricevuto, esercitato nella sudditanza – e l’idolo è il cortocircuito di quella struttura: recisa la dipendenza dall’alto, il dominio sul basso non permane, si inverte; e l’opera delle mani sale a signoreggiare le mani che l’hanno fatta. Non è un incidente storico dell’intelligenza artificiale: è ciò che accade sempre, quando l’opera si stacca dal fine e l’uomo dal suo Signore.



(Foto di Greg Rakozy su Unsplash modificata)



L’abuso come deformazione del Rito. L’Udienza generale di Papa Leone XIV del 26 agosto 2026 e il tema degli abusi liturgici








di Fabio Vessillifero 2 set 2026

Nel suo intervento, il Santo Padre (qui) ha richiamato l’attenzione sugli abusi liturgici, precisando con chiarezza che tali deviazioni non sono in alcun modo riconducibili alla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II e attuata da Paolo VI. La precisazione pontificia si inserisce in una profonda continuità con il magistero dei predecessori — da Paolo VI a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI — confermando che il vero intento conciliare era quello di favorire una partecipazione attiva, consapevole e profonda dei fedeli all’unico mistero di Cristo. Le improvvisazioni dei testi, le secolarizzazioni dello spazio sacro e la riduzione della celebrazione a mero evento sociale rappresentano dunque un tradimento dell’autentica liturgia, la quale esige di custodire la dignità del mistero eucaristico anziché lasciarsi travolgere dalla creatività individuale (per una corretta intepretazione del tema dell’inculturazione nella liturgia si veda qui).

Prima causa: il veleno gnostico e l’eclissi della Carne


Una prima e fondamentale causa alla radice di queste deviazioni è la pervasiva presenza nella società contemporanea di una forma mentis gnostica. Lo gnosticesimo, antico e moderno, si fonda su un dualismo che svaluta la materia, il corpo, la storia e il segno sensibile per esaltare una presunta spiritualità pura o una conoscenza riservata a pochi illuminati. Questa impostazione colpisce al cuore il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio e quindi la stessa logica sacramentale (Caro cardo salutis – la carne è il cardine della salvezza): se la salvezza si gioca nell’intenzione soggettiva o nell’idea astratta, il segno visibile, il gesto rituale e la materia perdono il loro valore di veicoli reali della grazia divina, riducendo l’Eucarestia a un mero simbolo o allegoria. In campo liturgico, lo gnosticesimo genera un radicale soggettivismo che privilegia l’ispirazione individuale del celebrante rispetto all’obbedienza alle norme del Messale e fatica ad accettare che il Sacro si vincoli a formule fisse e gesti precisi, bollati erroneamente come “strutture rigide” anziché riconosciuti come la logica conseguenza di un Dio che continua a farsi carne nei sacramenti.

Le tre spaccature dell’uomo gnostico

Per comprendere appieno l’impatto distruttivo della gnosi sulla liturgia occorre analizzare come essa operi tre rotture antropologiche essenziali. La prima è il rifiuto del limite e della ricettività, per cui l’uomo gnostico non accetta di essere una creatura che riceve la salvezza da un “fuori da sé” attraverso un mezzo sensibile prescritto, ma considera il dato rivelato come una costrizione esterna. La seconda è il dualismo tra Spirito e Forma, dove il rito, codificato nella sua realtà materiale e sensibile, viene visto come una gabbia contrapposta a uno “Spirito” concepito come fluttuante e indeterminato. La terza è la riduzione della Verità a semplice illuminazione intellettuale o emotiva, svalutando l’efficacia oggettiva dell’azione sacramentale (ex opere operato). Sul piano pratico, queste fratture riducono la Messa a una rappresentazione pedagogica o allegorica, sostituiscono l’obbedienza con la creatività selvaggia e provocano l’eclissi del sacro, trasformando la casa di Dio nel laboratorio di un’élite di intellettuali della liturgia.

L’habitat moderno: l’utopia prometeica del virtuale

La ragione per cui la società contemporanea è strutturalmente incline allo gnosticesimo risiede nel modo in cui la modernità ha ridefinito il rapporto tra l’uomo e la realtà. La cultura odierna rifiuta la creazione come dono da accogliere e la riduce a materiale grezzo da modellare secondo il proprio volere, affidandosi alla promessa prometeica della tecnica come strumento di auto-redenzione. A ciò si aggiunge la smaterializzazione esperienziale vissuta nell’iper-virtuale del mondo digitale, che atrofizza la capacità di cogliere il valore spirituale del corpo e del segno sacrale, e un utopismo immanente che trasforma l’attesa del Regno di Dio in un progetto ideologico terreno, svalutando la Tradizione.

L’altra faccia della gnosi: il tradizionalismo scismatico

La tentazione gnostica non colpisce solo il progressismo, ma contagia specularmente anche l’estremismo tradizionalista di stampo lefebvriano. Pur presentando un’apparenza opposta, esso condivide la medesima struttura speculativa: l’amputazione dell’Incarnazione a favore del primato dell’idea e dell’autoreferenzialità.L’elitismo dei “puri”: La pretesa di dividere la Chiesa tra una massa di profani apostati (inclusi Papi e Vescovi) e un “piccolo gregge” di illuminati che soli custodiscono la vera fede, trasformando la fedeltà da dono umile in possesso esclusivo.
Il docetismo storico: Il rifiuto di accettare che Cristo continui ad agire nella carne della storia attraverso il Magistero vivente, congelando l’assistenza dello Spirito Santo al passato per rifugiarsi in un’idea di Chiesa disincarnata.

Il soggettivismo mascherato da tradizione: L’atteggiamento per cui il singolo o il gruppo si erge a giudice supremo di ciò che è ortodosso, riducendo il deposito della fede a un concetto astratto gestito in proprio.
Il rischio del formalismo rituale e giuridico: L’assolutizzazione della forma esteriore e del cavillo normativo, percepiti quasi come garanzie autosufficienti di validità e di grazia, ma disgiunti dalla reale comunione ecclesiale e dall’adesione del cuore.

In definitiva, progressismo selvaggio e tradizionalismo lefebvriano sono le due facce della stessa moneta gnostica: il primo smantella la forma per inseguire il sentimento presente, il secondo rifiuta la Chiesa reale del presente per rifugiarsi in un archetipo ideale del passato. Entrambi sottraggono a Cristo il primato dell’Azione per farsi arbitri e registi della Salvezza.

Seconda causa: la ghigliottina antimetafisica e l’eclissi dell’Ordine dell’Essere

Una seconda causa decisiva degli abusi e delle deformazioni liturgiche è il sistematico rifiuto della metafisica e della categoria di “ordine dell’essere” (ordo entis). La liturgia e la teologia cattolica poggiano sull’idea che la realtà creata possieda una struttura, una misura e una verità intrinseche, stabilite da Dio mediante il Logos. Nella celebrazione sacra, l’ordine dell’essere si manifesta nella sua massima densità ontologica: la materia del rito non è un contenitore neutro ma è legata intrinsecamente all’azione della grazia (nella transustanziazione la sostanza del pane e del vino cessa di esistere per lasciar posto alla sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo), e il presbitero non agisce come delegato dell’assemblea ma in persona Christi Capitis in virtù del carattere ontologico dell’Ordine.

Quando la teologia abdica alla metafisica per abbracciare il modello gnoseologico kantiano e post kantiano, il Sacramento viene deformato. Kant confina la conoscenza al fenomeno dichiarando inaccessibile il noumeno (la cosa in sé) e riducendo la religione entro i limiti della sola ragione pratica. Applicata alla liturgia, questa visione sostituisce la transustanziazione con la transignificazione: il pane consacrato non cambia più nella sua sostanza oggettiva, ma viene reinterpretato come un oggetto che cambia semplicemente funzione simbolica o valore relazionale per la comunità. La Messa cessa di essere l’attualizzazione del Sacrificio Redentivo che trasforma l’essere dell’uomo e viene degradata a lezione morale, veicolo pedagogico o esortazione all’impegno sociale, svuotando i gesti di adorazione e il silenzio sacrale della loro ragion d’essere ontologica (per approfondimenti si veda qui e qui).

Terza causa: il cortocircuito del “pio esercizio” e la deviazionalizzazione della Messa

La terza causa scaturisce da un’errata interpretazione della riforma liturgica, la quale ha compiuto un paradossale passaggio non riuscito: anziché curare l’equivoco pre-conciliare che riduceva la Messa a un atto devozionale, ha finito per proiettare la logica del pio esercizio all’interno dell’azione liturgica, snaturandola dall’interno.

Prima del Concilio, il sacerdote tendeva spesso a concepire la Messa come una devozione personale, mentre i fedeli, estranei alla comprensione della lingua latina e dei testi rituali, vi “assistevano” sovrapponendovi i propri pii esercizi privati (il Rosario, meditazioni personali). La vera sfida della Sacrosanctum Concilium — e lo scopo nativo dell’introduzione della lingua volgare (pur senza abbandonare il latino) — era compiere un salto qualificato: permettere ai fedeli di comprendere i testi affinché potessero unire l’offerta di sé stessi all’unico Sacrificio che Cristo fa di sé al Padre mediante il ministero ordinato. La lingua volgare doveva servire a far varcare al popolo il “Santuario” della liturgia, trasformando la presenza passiva in reale comunione con l’oblazione di Cristo.

Nel passaggio post-conciliare si è invece applicata la struttura del pio esercizio alla Messa comunitaria:Creatività e variazione continua: Si trattano i testi liturgici come un contenitore elastico da inventare o modificare a piacimento in base al momento.
Didascalizzazione e verbosità: La celebrazione viene saturata di monologhi, avvisi e commenti continui, perdendo la fiducia nell’efficacia oggettiva dei segni sacri.
Dall’adorazione alla celebrazione dell’assemblea: Il focus si sposta dall’offerta del Sacrificio di Cristo al Padre (dimensione verticale) all’autosoddisfazione emotiva e sociologica del gruppo (dimensione orizzontale).

Le tre ferite aperte: corpo, tradizione ed escatologia

Un quadro così articolato si completa se si considerano tre ulteriori dimensioni pratiche ed ecclesiologiche, le quali rappresentano le ferite concrete inferte dal rito sfigurato dalla mentalità abusiva.

La prima ferita, collegata direttamente all’influenza della gnosi, riguarda la mutilazione del corpo e del segno. Essa consiste nella svalutazione della postura fisica e della corporalità orante: l’eliminazione o l’attenuazione di gesti millenari — come l’inginocchiarsi alla consacrazione, le inclinazioni del capo, il battere il petto o il mantenere un rigoroso silenzio del corpo — tradisce l’illusione che la preghiera sia un’attività puramente mentale o intellettualistica. Si dimentica così che l’uomo è un’unità d’anima e corpo: il gesto corporeo educa la mente, esprime l’adorazione e protegge la fede dall’esito di un intellettualismo disincarnato e verboso.

La seconda ferita coincide con l’amnesia della Tradizione e la dittatura del presentismo, che colpisce la dimensione temporale della Chiesa. Quando la celebrazione viene piegata ai gusti della comunità locale o del celebrante di turno, si recide il legame con la Tradizione vivente, scivolando in un soffocante isolamento. La Messa cessa di essere la celebrazione della Chiesa universale in comunione con tutti i secoli e con i Santi, per ridursi all’espressione sociologica di un piccolo gruppo chiuso nel proprio tempo.

La terza ferita consiste nel crollo dell’escatologia e nell’immanentizzazione del rito. L’abuso e la secolarizzazione del linguaggio liturgico estinguono la tensione verso la vita eterna e il Regno di Dio. Riducendo l’Eucarestia a una festa orizzontale o a un veicolo di messaggi sociali, si spegne la percezione che la Messa sia l’irruzione dell’Eterno nel tempo, degradandola a uno psicodramma terrestre anziché riconoscerla come anticipazione della Liturgia Celeste.

Il denominatore comune: lo specchio al posto della finestra

Il denominatore comune di tutte queste cause e di queste ferite risiede nella drammatica sostituzione del primato di Dio con il primato dell’uomo e con l’autoreferenzialità. Da un punto di vista pastorale e divulgativo, la radice di ogni abuso liturgico si comprende chiaramente attraverso la metafora del ribaltamento della finestra in uno specchio: la liturgia nasce come una finestra spalancata sul Cielo attraverso cui Cristo agisce e ci attrae a sé, ma quando l’uomo pretende di diventarne il regista, chiude la finestra e vi colloca uno specchio per celebrare unicamente i propri gusti, le proprie idee e le proprie dinamiche di gruppo.

La via d’uscita: riscoprire il Soggetto Ecclesiale

Per evitare che la necessaria partecipazione della Chiesa degenere in un soggettivismo che soffoca l’agire di Cristo, occorre riscoprire che il vero soggetto della liturgia è il Corpo Mistico nella sua totalità ecclesiale e temporale. La dimensione soggettiva del fedele viene purificata ed elevata quando si riscopre l’obbedienza alla forma donata dai libri liturgici — che protegge il popolo dall’umore del celebrante —, la vera participatio actuosa intesa come assimilazione contemplativa ed interiore dei testi e dei segni sacri, e il riscatto del silenzio adorante. Ricucire queste fratture è l’unica via per restituire alla Santa Messa la sua maestà, la sua efficacia e la sua incantevole bellezza di evento divino.