domenica 6 settembre 2026

Smettete di spostare il tabernacolo! La presenza reale di Cristo e lo spazio della Chiesa


(Immagine generata con IA di Gemini)





di Giuseppe Russo, 6 settembre 2026

«Smettete di spostare il tabernacolo!». È il titolo, volutamente provocatorio, di una riflessione di Michael Sean Winters apparsa sul National Catholic Reporter, a proposito dei lavori di ristrutturazione della Cattedrale di San Patrizio a Norwich, nel Connecticut. Il motivo della sua protesta è abbastanza singolare: nella ristrutturazione il tabernacolo è stato riportato al centro dell’antico altare, sull’asse principale della cattedrale. Winters vede in questa scelta una sorta di regressione rispetto a quella che, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è diventata una prassi abbastanza diffusa: distinguere il luogo della celebrazione eucaristica da quello della custodia del Santissimo Sacramento.

La questione, però, è più seria di quanto possa sembrare. E non perché sia necessario stabilire una volta per tutte che il tabernacolo debba stare al centro del presbiterio. La normativa liturgica attuale non lo richiede e, anzi, distingue opportunamente l’altare della celebrazione dal luogo della custodia eucaristica. Il problema è un altro: che cosa dice una chiesa quando il luogo nel quale è custodito il Santissimo Sacramento viene progressivamente sottratto allo sguardo, marginalizzato o collocato in uno spazio quasi secondario?

È una domanda che non riguarda semplicemente l’architettura. Riguarda la fede.

Perché il tabernacolo non custodisce un simbolo dell’assenza di Cristo, ma il Sacramento della sua presenza reale. E questa affermazione, che appartiene al cuore stesso della fede cattolica, non può essere relativizzata in nome di una concezione della liturgia che rischia talvolta di ridurre l’Eucaristia al solo momento della celebrazione.

L’Eucaristia celebrata e l’Eucaristia custodita


È certamente vero che l’Eucaristia deve essere compresa anzitutto nella sua dimensione celebrativa. Il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium, ha ricordato che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energia». E l’Eucaristia è il centro della vita della Chiesa.

Ma dire che la Messa è il centro della vita cristiana non significa affermare che, terminata la celebrazione, la presenza eucaristica perda la sua rilevanza. La Chiesa cattolica non ha mai pensato l’Eucaristia come una realtà la cui consistenza dipenda dalla durata dell’azione liturgica. La presenza reale di Cristo permane nel Sacramento anche dopo la celebrazione, ed è proprio per questo che la Chiesa conserva le specie consacrate nel tabernacolo e rende al Santissimo Sacramento il culto di adorazione.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo afferma senza ambiguità: «la presenza di Cristo nel tabernacolo deve essere onorata con il culto di adorazione». Non siamo, dunque, davanti a due Eucaristie: quella «vera», che si celebrerebbe sull’altare, e quella «devozionale», custodita nel tabernacolo. È sempre lo stesso mistero eucaristico, considerato sotto aspetti differenti.

L’altare è il luogo nel quale la Chiesa celebra sacramentalmente il Sacrificio di Cristo; il tabernacolo è il luogo nel quale viene custodito il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore. La distinzione è reale e va rispettata. Ma trasformare la distinzione in contrapposizione sarebbe teologicamente assai discutibile.

Una presenza che continua

La tradizione cattolica ha sempre avuto la consapevolezza che l’Eucaristia non è semplicemente qualcosa che «accade» durante la Messa.

San Tommaso d’Aquino, nella sua teologia eucaristica, arriva al cuore della questione quando riconosce nel Sacramento la presenza vera del Cristo: hoc est corpus meum, questo è il mio corpo. Non una rappresentazione, non una metafora, non una semplice memoria psicologica della Cena del Signore.

Il Concilio di Trento, di fronte alla negazione della presenza reale propria della Riforma protestante, ribadirà con particolare forza la dottrina della presenza di Cristo «vere, realiter et substantialiter» nell’Eucaristia.

È importante ricordarlo perché, talvolta, sembra quasi che la devozione eucaristica sviluppatasi nei secoli successivi sia stata una sovrastruttura medievale della quale la Chiesa avrebbe dovuto liberarsi per recuperare una presunta purezza originaria.

Qui entra in gioco una questione più ampia, che riguarda il modo stesso di concepire la Tradizione.

Il problema dell’archeologismo liturgico


Il Concilio Vaticano II ha certamente invitato la Chiesa a ritornare alle fonti. Ma il ressourcement non può essere confuso con l’archeologismo. Tornare alle fonti significa recuperare la ricchezza della Tradizione nella sua origine, non immaginare che tutto ciò che si è sviluppato successivamente sia per ciò stesso una deformazione.

È questo, a mio avviso, uno dei problemi di una certa interpretazione del movimento liturgico del Novecento: l’aver assunto talvolta la Chiesa dei primi secoli come una sorta di paradigma normativo assoluto, quasi che lo sviluppo successivo della liturgia fosse stato principalmente un processo di stratificazione e di corruzione.

Ma una simile concezione della Tradizione non è propriamente cattolica.

La Tradizione non è la semplice ripetizione materiale di ciò che è stato fatto all’inizio. È la trasmissione vivente della fede della Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo non ha assistito la Chiesa soltanto nei primi secoli per poi abbandonarla al suo destino fino al XX secolo. Era presente nella Chiesa dei Padri, ma anche in quella medievale; nella grande scolastica, ma anche nella Riforma cattolica; nel Concilio di Trento e nella spiritualità eucaristica dei santi.

Naturalmente, questo non significa canonizzare ogni sviluppo storico. La storia della Chiesa conosce anche deviazioni, squilibri e forme di decadenza. Ma il criterio per giudicare uno sviluppo non può essere semplicemente la sua collocazione cronologica.

Ciò che è venuto dopo non è necessariamente meno autentico di ciò che è venuto prima.


Dal Viatico all’adorazione

È vero che nella Chiesa antica la conservazione dell’Eucaristia era legata soprattutto alla possibilità di portare la Comunione agli infermi e a coloro che non potevano partecipare alla celebrazione. È altrettanto vero che la forma assunta nei secoli successivi dalla devozione al Santissimo Sacramento si è sviluppata progressivamente.

Ma perché considerare questo sviluppo come un problema?

La Chiesa ha progressivamente approfondito la consapevolezza di ciò che essa stessa celebrava. La fede nella presenza reale ha generato forme nuove di culto: la custodia eucaristica, la visita al Santissimo, l’adorazione, le processioni, l’esposizione e la benedizione eucaristica.

Non si tratta semplicemente di pratiche devozionali aggiunte dall’esterno alla liturgia. Sono manifestazioni storiche di una fede che ha progressivamente esplicitato le conseguenze di ciò che crede.

È questo, in fondo, ciò che significa sviluppo della dottrina e della vita ecclesiale: quando la Chiesa comprende più profondamente un mistero, quella comprensione produce anche forme nuove di espressione.

Perciò sarebbe curioso sostenere, da una parte, che la Chiesa dei primi secoli costituisca il criterio normativo assoluto e, dall’altra, utilizzare la straordinaria devozione eucaristica sviluppatasi nel Medioevo come argomento per relativizzare la centralità del tabernacolo.

La questione, in realtà, è più profonda.

Lo spazio liturgico educa alla fede

Una chiesa non è soltanto un contenitore nel quale avvengono delle celebrazioni. Anche lo spazio è teologia. Anche l’architettura ecclesiale comunica una determinata comprensione della fede.

È inevitabile.

Un’immagine collocata in un luogo centrale attira lo sguardo. Un elemento relegato in un angolo viene percepito come marginale. Questo non significa che la posizione fisica determini automaticamente la fede del credente, ma significa che i segni possiedono una forza pedagogica.

Ed è proprio qui che la questione del tabernacolo diventa interessante.

Se il fedele entra in una chiesa e non riesce nemmeno a capire dove sia custodito il Santissimo Sacramento, qualcosa nella grammatica dello spazio liturgico merita di essere interrogato.

Non sto dicendo che il tabernacolo debba necessariamente essere collocato dietro l’altare o esattamente al centro del presbiterio. La Chiesa stessa, nella sua disciplina attuale, prevede diverse possibilità e chiede che il luogo della custodia sia «assai dignitoso, insigne, ben visibile, ornato decorosamente e adatto alla preghiera».

Proprio queste parole dovrebbero far riflettere: ben visibile, insigne, adatto alla preghiera.

Non invisibile. Non marginale. Non semplicemente funzionale alla custodia delle specie consacrate.

Non è forse questo il punto che rischiamo di perdere quando la questione viene ridotta a una disputa sull’architettura?

Il tabernacolo non è un concorrente dell’altare

Si potrebbe obiettare che una collocazione centrale del tabernacolo rischia di confondere il significato dell’altare. L’obiezione ha una sua ragionevolezza. L’altare è il luogo della celebrazione eucaristica e la sua centralità sacramentale non deve essere oscurata.

Ma da qui a parlare di «competizione» tra altare e tabernacolo c’è una distanza.

Il tabernacolo non è un oggetto che compete con l’altare per attirare lo sguardo dei fedeli. L’altare e il tabernacolo appartengono alla medesima economia sacramentale, pur esprimendone momenti differenti.

La Messa non si esaurisce, quanto al suo significato, nell’istante in cui termina la celebrazione. E la presenza sacramentale che permane non è un residuo della Messa, quasi ciò che rimane quando l’azione liturgica è finita.

È Cristo stesso che rimane.

È questa la ragione per cui la tradizione cattolica ha sempre considerato la visita al Santissimo Sacramento una pratica spirituale di grande valore. Non si va davanti al tabernacolo per ricordare che Cristo è stato presente. Ci si va perché si crede che Cristo è presente.

Questa è la differenza decisiva.

Il rischio di una liturgia troppo centrata sul ministro

La questione del tabernacolo conduce, infine, a un problema più generale che riguarda il modo in cui celebriamo.

Una delle intuizioni più interessanti della provocazione di Grondelski riguarda infatti la posizione del celebrante e, in particolare, quella del vescovo.

Il vescovo possiede nella Chiesa locale una funzione propria e la sua cattedra esprime il ministero episcopale. Non c’è dunque nulla di strano nel riconoscere simbolicamente il suo ruolo.

Ma la liturgia non è celebrazione della personalità del vescovo e neppure del sacerdote.

Il ministro presiede in persona Christi. Proprio per questo non dovrebbe mai diventare egli stesso il centro della celebrazione.

Qui si apre una questione che riguarda anche il modo concreto in cui il rito romano riformato è stato recepito. Non credo sia corretto attribuire al Novus Ordo in quanto tale ogni forma di protagonismo clericale che abbiamo conosciuto in questi decenni. Sarebbe una semplificazione ideologica.

Ma è altrettanto difficile negare che, in alcune esperienze celebrative, il sacerdote sia diventato troppo visibile, troppo parlante, troppo determinante, fino al punto che la liturgia sembra assumere il carattere personale di chi la presiede.

Il problema, allora, non è semplicemente il rito, ma il modo di celebrarlo.

Il sacerdote deve essere presente, ma non deve occupare il posto di Cristo. Il vescovo deve presiedere, ma non è il Signore della liturgia. La comunità deve partecipare, ma non è essa stessa l’oggetto ultimo della celebrazione.

La liturgia è della Chiesa perché è, prima ancora, azione di Cristo.

Non una restaurazione nostalgica

Non farei, dunque, del tabernacolo una nuova bandiera nella guerra tra «tradizionalisti» e «progressisti».

Non penso che tutto ciò che è stato fatto prima del Concilio debba essere automaticamente ripristinato, né che tutto ciò che è stato fatto dopo il Concilio debba essere difeso per il solo fatto di essere successivo. Questa logica appartiene più alla polemica ideologica che alla Tradizione cattolica.

La domanda dovrebbe essere un’altra: la forma concreta che diamo alle nostre chiese aiuta o ostacola la fede che professiamo?

Se crediamo nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, questa fede deve avere anche una grammatica visibile.

Non basta affermare verbalmente che il Santissimo Sacramento è Cristo. Anche il modo in cui costruiamo una chiesa, organizziamo un presbiterio e collochiamo il tabernacolo dovrebbe essere coerente con ciò che professiamo.

In fondo, la lex orandi non riguarda soltanto i testi del Messale e i gesti rituali. Riguarda anche lo spazio nel quale la Chiesa celebra.

Perché anche lo spazio, a suo modo, prega.

E allora la questione non è semplicemente se il tabernacolo debba stare al centro oppure lateralmente.

La questione è se, entrando in una chiesa cattolica, sia ancora possibile percepire immediatamente che lì c’è Qualcuno.

Non qualcosa.

Non un simbolo.

Non la memoria di un evento passato.

Qualcuno.

Il Cristo realmente presente.

Ed è forse proprio questo che dovremmo recuperare: non una nostalgia architettonica del passato, ma quella consapevolezza cattolica per la quale il silenzio davanti al tabernacolo non è un’interruzione della liturgia.

È già liturgia della fede.

Perché davanti al Santissimo Sacramento la Chiesa non ha bisogno di molte parole.

Le basta sapere che il Signore è lì.








sabato 5 settembre 2026

In un documento sui "cambiamenti climatici", il Vaticano afferma che la Messa è una "scuola ecologica"




Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Lifesitenews. In un nuovo documento pubblicato il 2 settembre, la Commissione Teologica Internazionale Vaticana ha affermato che l'Eucaristia può condurre alla "conversione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno come famiglia umana". Leone, ecologico tanto quanto Bergoglio. Non a caso la sua intenzione di preghiera di questo mese è per la 'cura dell'acqua' [qui]. Richiamo l'attenzione sulle glosse e sulla nota. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica. Qui l'indice sulla liturgia ai tempi di Leone. 

5 settembre 2026


Un lungo documento pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale, intitolato “Prendersi cura della nostra casa comune – Una risposta responsabile e fraterna al Dio Trino”, si riferisce al Santo Sacrificio della Messa come a una “scuola ecologica”.

Nel documento del 2 settembre incentrato sull'ambiente, sulla "conversione ecologica" e sui cosiddetti "cambiamenti climatici", la Commissione Teologica ha dedicato un intero paragrafo (Capitolo 2, sezione 108) a descrivere la Messa e la Santa Eucaristia come una "scuola ecologica". Sebbene questo paragrafo riconosca che la Messa ha lo scopo di glorificare Dio, sembra sminuire la Messa e il Santissimo Sacramento come mezzo per "prendersi cura del creato".

Il documento afferma: «Dall'Eucaristia scaturisce una spiritualità capace di sostenere e incoraggiare la conversione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno come famiglia umana». «In essa riconosciamo i doni di Dio nella natura. Il nostro intelletto si apre alla trasparenza di Dio nel creato».

Sebbene i fedeli possano offrire preghiere per il bene dell'ambiente, lo scopo della Messa non è la nostra "conversione ecologica".

Al contrario, la Chiesa cattolica insegna che lo scopo del Santo Sacrificio della Messa è adorare Dio, rendere grazie per le numerose grazie che abbiamo ricevuto da Lui, implorare le sue grazie per noi stessi e per gli altri, ed espiare i peccati che abbiamo commesso contro di Lui.

Il documento prosegue: «Nell'Eucaristia, come comunità di fratelli e sorelle, riconosciamo il fine della creazione e della storia: dare gloria a Dio attraverso l'offerta – trasfigurata dal suo Spirito – dei doni che abbiamo ricevuto da lui, unendoci alla vita di donazione del Signore Gesù». E aggiunge: «Per questo motivo, l'Eucaristia ci parla della trasformazione necessaria per vincere il peccato; della responsabilità che deriva dal dono della salvezza, quella di condurre il creato e l'umanità al loro compimento escatologico; ci insegna a dare il giusto valore a tutto il creato; ci mostra il nostro posto personale nel cosmo».

Qui, mentre il vero scopo della Messa viene vagamente affermato, la Commissione Teologica inquadra il rinnovamento incruento del Sacrificio del Calvario come un servizio al creato di Dio piuttosto che come un'offerta delle nostre preghiere a Dio Onnipotente [o, piuttosto la nostra partecipazione al Sacrificio del Signore a gloria del Padre e per la nostra redenzione, in profonda adorazione, unendo alla Sua la nostra personale offerta, nutrendoci di Lui Sacramentato per la nostra trasformazione e crescita spirituale -ndT]

Fin dall'inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha ripetutamente sottolineato l'importanza delle tematiche ambientali, autorizzando la “Messa per la cura del creato” [qui] a pochi mesi dalla sua elezione.

Durante la prima Messa dedicata alla “Cura del Creato”, Leone XIV ha affermato che “il mondo sta bruciando” e sottolineato la presunta necessità di “conversione” tra coloro che ancora non considerano “l’urgenza di prendersi cura della nostra casa comune”. Questa settimana, ha inaugurato il secondo “Tempo del Creato” del suo pontificato celebrando un’altra Messa dedicata alla “Cura del Creato”.



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Nota di Chiesa e post-concilio
 
Quando il Magistero si avventura su terreni scientifici o presunti tali, il rischio di analisi erronee, previsioni sbagliate, errori “tecnici” è assai elevato. Lo dimostrano i precedenti della Laudato Si’ [qui - qui] e della successiva Laudate Deum [qui - qui], veri manifesti bergogliani di un ecologismo estremo dagli aspetti anche oscuri (do you remember Pachamama?) basato su premesse antiscientifiche e non poche vere e proprie falsità, come quello di un indimostrato riscaldamento globale di origine antropica. Lo documentarono molto bene i professori Franco Battaglia e Uberto Crescenti, dimostrando e denunciando la “pletora di errori contenuti in entrambi gli interventi”. La denuncia dei coraggiosi scienziati la si può leggere qui.





Il suicidio assistito può fare «pressioni» sui disabili. Parola del governo inglese


Immagine generata con AI


Altro che «liberi fino alla fine»: la morte di Stato è un vento culturale. Che colpisce i più fragili


Fine vita


Giuliano Guzzo, 05 settembre 2026

La morte di Stato, una volta legalizzata, può esercitare «pressioni sottili» a danno delle persone con disabilità affinché, per così dire, tolgano il disturbo. La sconvolgente ammissione arriva da un’analisi di impatto pubblicata dal governo del Regno Unito su uno degli aspetti più delicati e controversi della proposta di legge sul suicidio assistito. Questo documento, inevitabilmente destinato a far discutere, è stato pubblicato giovedì dal Dipartimento della Salute e dell'Assistenza Sociale (Dhsc) e dal Ministero della Giustizia (MoJ). A diffondere l’esistenza di questo rapporto è la testata specializzata Disability News Service, che ha analizzato la documentazione ministeriale - oggettivamente esplosiva.

Nel testo ufficiale infatti l’esecutivo ammette apertamente come il condizionamento non derivi necessariamente da coercizioni dirette o dall'azione esplicita di terzi. La pressione, al contrario, rischia di esercitarsi attraverso «barriere culturali, la mancanza di assistenza e servizi adeguati» o il radicato timore dei soggetti più vulnerabili di trasformarsi in un «peso» economico e assistenziale per i propri familiari e per il sistema sanitario. Non è finita. La valutazione governativa ha richiamato anche pressioni strutturali come la povertà, l'isolamento sociale e le carenze nell'accesso alle cure palliative.

Tutti fattori che – in un combinato disposto con l’emarginazione, i tassi più elevati di violenza domestica o le dinamiche familiari complesse - rischiano, secondo questa valutazione, di spingere sproporzionatamente le persone disabili e le minoranze verso la scelta del suicidio assistito, vissuto non come un atto di libera autonomia, ma come l'unica via d'uscita praticabile. Com’è inevitabile, queste rivelazioni hanno subito riacceso la protesta dei movimenti per i diritti dei disabili e di diversi parlamentari. Va per completezza precisato che non si tratta di una novità. Già da anni, infatti, le associazioni di persone disabili sono in prima linea contro la morte di Stato.

Per dire, lo Stato di New York ha legalizzato il suicidio assistito lo scorso agosto ma già nel 2018, in audizione contro una simile legge, sfilavano figure come Anita Cameron per conto dell'associazione Not Dead Yet, «Non ancora morto» Donna di colore, colpita da disabilità multiple (sclerosi multipla, atassia cerebellare congenita e diabete) e appartenente alla comunità Lgbt, la Cameron ha tutti i requisiti di una perfetta rappresentante delle minoranze. E già anni fa attaccava duramente il suicidio assistito con queste parole: «La mia prima ragione di opposizione a questo disegno di legge e ad altri simili è che esso costituisce una minaccia per le persone disabili, di colore e del ceto popolare».

Parole, quelle di Anita Cameron, oggi inverate nella valutazione d’impatto del suicidio assistito del governo inglese e che, a dirla tutta, si sono già tragicamente tradotte nei fatti. Dove? Per esempio in Canada, Roger Foley, affetto da atassia cerebellare, ha prodotto ben due audio nei quali si sente il personale ospedaliero che cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Ecco che allora le «pressioni» sui disabili conseguenti ad una legge sul suicidio assistito possono, a volte, essere anche molto più che «sottili». Perché una legge - ogni legge - fa sempre cultura; e la cultura che si porta dietro e che veicola una legge sulla morte assistita è sempre e solo una: la convinzione che esistano «vite indegne di essere vissute».

Di tutto questo è consapevole, ad onore del vero, anche la Corte Costituzionale italiana che, con la sentenza n. 152 del 24 luglio 2026, ha apertamente parlato del rischio che si generi «pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte». Domanda: abbiamo i timori della nostra Consulta, abbiamo la valutazione d'impatto del governo inglese, abbiamo denunce e testimonianze agghiaccianti persone vulnerabili a cui la morte è stata proposta con insistenza e più di una volta; di che cosa abbiamo ancora bisogno, esattamente, per comprendere i pericoli della morte di Stato?





La legge Zaia-Cappato e il suicidio a Venezia


(Immagine: SereMas79, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)



Di Stefano Fontana, 4 set 2026

Solitamente il nostro Osservatorio non interviene su questioni direttamente politiche, sui partiti e sulle loro tattiche. L’approvazione della proposta di legge sul suicidio assistito da parte del Consiglio regionale del Veneto mercoledì 2 settembre ha però delle caratteristiche che legittimano una eccezione a questa regola, per cui ci concediamo alcune osservazioni.

La prima riguarda la fine del partito della Lega. L’evento al palazzo Ferro Fini ha in questo senso un valore simbolico. La Lega potrà ancora tirare avanti in qualche modo, puntare su temi economici o sociali in grado di allontanare il declino, ma su piano dei principi alla guida del partito l’evento in laguna ha segnato la parola fine. Si pensi solo ai seguenti aspetti.

Da ora in poi il nome di Luca Zaia sarà sempre associato nella mente degli elettori a quello di Marco Cappato. La legge approvata mercoledì scorso verrà chiamata la legge Cappato-Zaia. Per tutta la Lega sarà un marchio indelebile. La Lega, nata dal popolo per il popolo, radicata in una terra e nella tradizione, attenta alla storia e ai valori della propria gente, diventa come il partito Radicale, fondato sull’azzeramento di ogni valore sull’altare della autodeterminazione individuale. La Lega, pronta a votare leggi anche molto restrittive per difendere i cittadini dalle violenze e dalla insicurezza, accetta una legge che amplia il fai-da-te alla stessa vita. La tattica dell’Associazione Luca Coscioni, che ha presentato il disegno di legge in Veneto, dopo averlo fatto in altre regioni, è nota ormai da molto tempo: vuole piantare delle bandierine sul terreno nemico da conquistare, anche in assenza di un intervento legislativo del Parlamento e sapendo di incorrere nei possibili ricorsi del Governo o nelle accuse di incostituzionalità, proprio per influire sulla legislazione parlamentare. Zaia e La Lega si è prestata a questo gioco noto a tutti.

Leggendo i nomi dei votanti per il “sì” in Consiglio regionale, si rimane colpiti nel leggere solo nomi della Lega e del Partito democratico. Anche tra i “no” c’è qualche leghista, ma si tratta o di chi è già passato a Futuro Nazionale mentre la burocrazia lo elenca ancora sotto l’etichetta del vecchio partito, o di una minima opposizione interna senza voce in capitolo. Anche il giovane presidente Alberto Stefani ha deciso di votare con il Partito democratico e secondo criteri da partito Radicale. Troppo, agli occhi di qualsiasi leghista doc.

Si potrebbe pensare che si sia trattato di un fulmine a ciel sereno e ricordare che una rondine non fa primavera, ma così non è. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, della Lega, ha permesso all’assessore alla sanità di praticare un suicidio assistito. Il 25 agosto scorso si è verificato in quella regione il primo caso di suicidio assistito gestito completamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Tralasciamo altri casi incresciosi verificatisi sullo stesso fronte.

A Venezia si è consumato il suicidio simbolico della Lega, ma anche quello di Forza Italia. I consiglieri di questo partito hanno votato per il “si” o si sono astenuti. Del resto, è nota da tempo la posizione pilatesca di Forza Italia sulle grandi questioni di etica sociale: irremovibile sull’Unione Europea centralistica e armata, alquanto permissiva sulla vita e sulla morte e sulle altre questioni morali di frontiera. Pilatesca perché se la cava lasciando libertà di coscienza ai propri consiglierei e deputati, e così facendo attesta la incompetenza etica della politica, cosa grave perché a quel punto ad essa non rimane che ridursi a tecnica.

I consiglieri di Fratelli d’Italia hanno votato tutti per il “no”, ciononostante si è assistito a Venezia ad una profonda crisi di tutto il centro-destra. La spinta impressa da Marina Berlusconi a Forza Italia verso una visione liberal della politica, unita alla spinta impressa alla Lega da Zaia e Alberti rompe il quadro, anche semplicemente nominale, dei valori di riferimento del centro-destra e la cosa è destinata a ripetersi. Non si può dire se Fratelli d’Italia abbia la forza interna per governare una situazione così scompaginata.

Da queste vicende politiche emerge per noi la conferma di tenerci fermi sulla difesa dei “principi non negoziabili”, nell’ottica della Dottrina sociale della Chiesa, nonostante le numerose delusioni a cui si è sottoposti su questo fronte. Siamo consapevoli di non poter contare granché sulla Chiesa ufficiale, compresa quella del Veneto, oltre ad esprimere “rammarico” davanti ad un fallimento di queste proporzioni. Siamo pure consapevoli che anche tra i cattolici, i loro movimenti e le loro associazioni, ci sono visioni ampiamente diverse su questi problemi, e certo il quotidiano Avvenire non aiuta. In questa situazione confusa, altro non resta da fare che battere altre strade dal basso e mantenersi fedeli alle verità di sempre.









CULTURA WOKE. IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE







Di Paolo Piro, 3 set 2026

Il Woke al centro del dibattito politico. Chi lo rinnega e chi lo difende.

E’ davvero curioso rilevare una singolare convergenza tra il concetto anglosassone woke (dal verbo inglese wake, “sveglio”) e quello arabo-musulmano di nahda (risveglio). Il primo auspica il risveglio ideologico della sinistra che faccia crescere una forte consapevolezza verso i problemi sociali, le disuguaglianze, le discriminazioni, il razzismo, il sessismo, i diritti della comunità LGBTQ+, il gender. Nato nel contesto della comunità afroamericana, il wokeè la bandiera dei movimenti di sinistra e progressisti di tutto il mondo. Il secondo, la nahda è un movimento di risveglio culturale e, soprattutto, politico dell’islam. Nato con la fine dell’impero ottomano è stato espresso dalla Fratellanza Musulmana egiziana e, quindi, diffuso nei paesi del Maghreb. Anche l’islam della regione indiana ha formulato la sua nahda attraverso Jamaat e-Islami, una miriade di partiti politici che, come la Fratellanza, sono fioriti tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Intellettuali come Hasan al_Banna, Sayyid Qutb, in Egitto e Abu A’la Maududi in Bangladesh insieme ad altri teologi e pensatori musulmani, hanno rilanciato l’islam e curato le diaspore musulmane in occidente per rinvigorire la fede nel destino dell’islam cioè “la conquista del mondo”.

Cos’hanno in comune? Il woke e la nahda dividono l’umanità su base manichea, ci sono gli oppressi e gli oppressori. Non è data altra possibilità di collocazione. Secondo il woke lo schiavismo, il razzismo, il colonialismo delle democrazie occidentali vanno ripudiati e rinnegati, inginocchiandosi a chiedere perdono per i crimini del passato, diffondendo una sorta di ansia di espiazione religiosa per i peccati commessi contro neri, indigeni, diversi, indios, donne, l’ambiente. La modernità occidentale, si è sviluppata basandosi sul principio di immanenza, che non è un principio razionale perché si fonda sull’assioma indimostrato che la realtà della vita sia tutta qui, nessun cielo sopra di noi, nessun inferno sotto di noi, nessun futuro oltre il tempo, nessuna speranza ultraterrena. Una tale visione ha prodotto l’ideologia woke che individua i nemici da annientare, per creare un mondo perfetto, nei maschi, bianchi, eterosessuali, cristiani, colonizzatori, prestando fede ai luoghi comuni della leggenda nera sulla Chiesa Cattolica, elaborata dall’illuminismo. La natura dell’occidente progredito è imperiale e violenta, i paesi poveri del Sud non possono che porre in essere la reazione dell’oppresso. Il woke deve espiare, abbatte le statue di Cristo, quelle di Cristoforo Colombo, corregge le opere di William Shakespeare, fa Gesù Bambino nero etc…. il woke è una guerra di liberazione. Anche l’islamismo è manicheo, afferma lo scrittore Pier Luigi Petrillo “l’Ayatollah Khomeini divide la società in due classi contrapposte: i mostazafin, gli oppressi, contro i mostakberin, gli oppressori. Come i Sans-culottes giacobini…, i mostazafin di Khomeini diventano i principali destinatari della rivoluzione islamica”. La lotta di liberazione della Palestina incarna questo manicheismo, per cui i palestinesi sono, innanzitutto, il simbolo della lotta contro “l’Impero”. Il wokismo progressista converge, per il momento, con il nahdismo islamista, sulla loro strada incrociano lo stesso nemico, l’occidente crociato, causa di tutti i mali della storia e della terra.

Un Testo fondamentale. I nostri atenei universitari, primi fra tutti i più blasonati ed esclusivi fra quelli USA, si sono nutriti del verbo di Franz Fanon che nel suo celebre “I Dannati della Terra” (1961) descrive un mondo diviso tra oppressi e oppressori, tra il bene e il male, “il colonizzatore è l’elemento corrosivo che distrugge tutto ciò che gli si avvicina“, la violenza è la reazione naturale contro i colonialisti. Fanon è il riferimento dei sostenitori di Hamas, dei pro-pal e dei rivoluzionari islamici, dei pasdaran iraniani, della sinistra woke mondiale che iscrive Hamas e Pasdaran fra gli oppressi e ne giustifica la violenza ed il sangue che provocano. Il wokismo si identifica nell’introduzione che Jean Paul Sartre fa al libro di Fanon: “Abbattere un europeo significa prendere due piccioni con una fava. Restano un uomo morto ed un uomo libero“. Gli fa eco Fanon “la vita può sorgere solo dal cadavere in decomposizione di un colono“. La visione manichea che fluisce da questa ideologia, è similare per il woke e per la nahda, per cui i paesi poveri sono buoni per principio e quelli ricchi intrinsecamente perversi per vocazione. Sono ammesse solo due categorie, oppresso-oppressore, liberazione-repressione, debole-potente, povero-ricco. Da questo crogiuolo ideologico nasce la teoria di una ribellione permanente che generi il brodo culturale idoneo a trasformare il mondo, scrive Gilles Kepel “Il conflitto israelo-palestinese materializza ed esacerba la frattura fra quelle due entità – Israele è identificato con il Nord e la Palestina con il Sud” non si tratterebbe quindi di un conflitto regionale ma dello scontro tra il Nord opulento e oppressore, e il Sud globale povero e oppresso.

Conclusione. Il woke odierno sembra essere in crisi. Alcuni paladini di ieri negano la sua esistenza, come accaduto per il gender, altri affermano che non è un elemento fondamentale del pensiero progressista. Secondo lo scrittore algerino Boualem Sansal, il wokismo occidentale è una forma di suicidio: “L’autoflagellazione sta guadagnando terreno in tutto l’Occidente e sta diventando un pericolo. Non capisco perché i governi non siano preoccupati per questa epidemia galoppante e non stiano intraprendendo alcuna azione per prevenire i disastri che alla fine causerà. Possiamo cominciare a credere che l’Occidente si stia suicidando e nel modo più divertente. Buon affare per i Brics e gli islamisti che sognano una grande sostituzione. Siamo sopraffatti dalla paura. E la paura provoca nell’uomo come negli animali l’una o l’altra reazione, o anche entrambe allo stesso tempo: il soggetto diventa violento e attacca o si sottomette alla paura e arriva a mutilarsi per mostrare la propria sottomissione. L’autoflagellazione e il wokismo sono atti di automutilazione simbolica, esprimono espiazione, sottomissione, preparazione al suicidio liberatorio”. L’islamismo della nahda plaude alla deriva morale e spirituale dell’occidente, e considera gli occidentali degli smidollati così come i saraceni, nell’VIII-X secolo, consideravano i “rumi” (i romani bizantini) dei rammolliti. Il punto di convergenza tra woke e nahda si chiama islamo-gauchisme (islamogoscismo), nato nel 1979 e consacrato nel 1994 dall’edizione del libro “The Prophet and the Proletariat” del trotskista Chris Harman.

Dopo che Donald Trump ha tagliato i fondi federali ai programmi di Diversità, Equità e Inclusione con il “Cuts to Woke Programs“, anche in Italia il wokismo è andato in crisi. Certi sinistri negano di averlo mai incontrato e conosciuto, per indifferenza al principio di non contraddizione, gli islamisti invece negano, in virtù della taqiyya, l’arte della menzogna e della dissimulazione, che esista qualcosa che somigli all’islamo-goscismo (incontro tra islamismo e sinistra woke). Cosa volete farci è l’era della post-verità.



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venerdì 4 settembre 2026

Non si spegne l’odio contro la Chiesa in Canada


La chiesa di Saint-Simon nel New Brunswick, Canada, 
costruita nel 1918, è stata completamente distrutta dalle fiamme

Saint-Simon ridotta in cenere e l’assoluzione del cardinale Ouellet dopo anni di gogna sono l’ultimo capitolo di una lunga spirale di ostilità anticattolica. Minimizzata o negata dai liberal, mentre i luoghi di culto continuano a bruciare



Di Caterina Giojelli, 04 settembre 2026

La settimana scorsa è bruciata un’altra chiesa canadese. Questa volta è toccato a Saint-Simon, nella penisola acadiana del New Brunswick: un edificio di oltre cent’anni, costruito nel 1918, punto di riferimento della comunità cattolica locale, raso al suolo da un incendio che la Royal Canadian Mounted Police ha confermato essere doloso.

Nessun ferito, perché la chiesa era vuota, ma l’ennesimo pezzo di storia religiosa del Canada che se ne va in fumo. Ad appiccare le fiamme sarebbe stato Gilles Mallet, 68 anni, arrestato e accusato di incendio doloso: il movente non è stato reso noto, ma la lista dei precedenti in Canada è già lunga abbastanza da rendere la domanda superflua.

Cento chiese date alle fiamme in Canada

A raccogliere la notizia è stato Pierre Poilievre, leader dei conservatori canadesi, che ha rilanciato un dato che il Partito Liberale da anni va derubricando a esagerazione della destra: «Cento chiese sono state incendiate», ha dichiarato a Juno News. «I cristiani potrebbero essere il gruppo più colpito dalla violenza motivata dall’odio. Ma, ovviamente, non è politicamente corretto affermarlo». I canadesi di ogni fede, insiste Poilievre, «meritano di praticare il proprio culto in pace». Non è un’impressione isolata: un’indagine del 2025 di True North ha censito 123 casi di incendio doloso o vandalismo contro chiese dal 2021. I dati ufficiali del governo parlano di circa 463 incendi dolosi contro istituzioni religiose tra il 2016 e il 2023, senza nemmeno un conteggio separato per le sole chiese.

Quando quel rapporto di True North arrivò alla Camera dei Comuni, scoppiò la polemica. Il deputato liberale John-Paul Danko accusò i conservatori di «ripetere teorie del complotto», esortando a concentrarsi sui «veri crimini d’odio», come l’odio antisemita. Sulle chiese, un compromesso non si è mai trovato: nel 2024 i conservatori avevano proposto una pena minima di cinque anni per chi incendia un luogo di culto, salita a sette per i recidivi. La legge è morta con le dimissioni di Trudeau, nel gennaio 2025, e non è mai più stata ripresentata.

L’assoluzione del cardinale Ouellet

C’è, in questi giorni, una seconda notizia che va letta insieme alla prima, perché racconta la stessa storia da un altro capo: quella di un pregiudizio anticattolico che in Canada ha smesso da tempo di essere un’opinione per diventare un riflesso condizionato. Come racconta Matteo Matzuzzi sul Foglio, nell’agosto 2022 la signora Paméla Groleau, nell’ambito di una class action contro l’arcidiocesi di Québec, accusò il cardinale Marc Ouellet di violenza sessuale ripetuta, fatti che sarebbero avvenuti tra il 2008 e il 2010 quando il porporato era arcivescovo. Ne seguì uno scandalo enorme, con la macchina mediatica già pronta a condannare senza processo, mentre in quello stesso periodo si moltiplicavano gli assalti alle chiese.

Quattro anni dopo, un giudice ha stabilito che le accuse erano infondate e ha condannato la donna a risarcire Ouellet con centomila dollari per calunnia e diffamazione. Il cardinale ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con una temerarietà estrema, equivalente a malizia, e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».

La maxi class action contro l’Arcidicocesi del Québec

All’epoca Ouellet era prefetto del dicastero per i Vescovi: Papa Francesco dovette aprire un’indagine preliminare, affidata al gesuita Jacques Servais, che archiviò tutto in fretta: «Non c’è alcun fondato motivo per aprire un’indagine per aggressione sessuale». Il danno d’immagine (eufemismo), però, era già fatto, e restò tale mentre la versione della donna cambiava in aula, passando da un racconto di violenza esplicita a una presunta “progressione” di gesti più ambigui. I centomila dollari del risarcimento, ha annunciato il cardinale, andranno alle organizzazioni che si occupano dei veri abusi subiti dalle popolazioni indigene.

Il caso Ouellet va inserito nel contesto più ampio di quella stessa maxi class action intentata contro l’Arcidiocesi del Québec e decine di religiosi e laici, che riguarda circa duecento vittime di abusi commessi da membri del clero a partire dal 1940: la Corte Superiore del Québec ha approvato nell’agosto 2026 un accordo storico da 31,5 milioni di dollari. Anche il cardinale Gérald Lacroix, coinvolto nei documenti della causa, è stato poi scagionato dal Vaticano dopo un’indagine interna.

La catastrofica fake news dei bambini indigeni sepolti

Lo stesso copione che si è ripetuto nel giugno scorso, con cinque anni di ritardo, sul caso (o meglio, la più grande fake news mai raccontata in Canada contro i cattolici) che più di ogni altro ha alimentato l’odio contro le chiese canadesi: i bambini indigeni sepolti nei terreni del collegio cattolico di Kamloops. Come ha raccontato Alex Dhaliwal su Juno News, a distanza di cinque anni la redazione del Globe and Mail ha finalmente riconosciuto di non aver mai verificato a sufficienza la notizia del 2021, ammettendo che i primi articoli avevano dato per scontato il ritrovamento dei resti di 215 bambini nell’ex istituto residenziale indiano di Kamloops.

Eppure nel maggio 2021, come ricostruito ancora da Matzuzzi sul Foglio, l’allora premier Justin Trudeau si scagliò pubblicamente contro la Chiesa e Papa Francesco, fidandosi delle rilevazioni del georadar, manifestò all’Angelus la propria vicinanza a un popolo canadese “traumatizzato”. Le bandiere restarono a mezz’asta per sei mesi e la stampa internazionale, New York Times in testa, parlò della scoperta come di una tragedia accertata. Anche i principali media italiani, da Ansa a Corriere, Repubblica e La Stampa, titolarono nello stesso modo, e il manifesto arrivò a parlare di genocidio.

Bandiera canadese rovesciata con lo slogan “Nessun orgoglio nel genocidio” esposta in protesta dopo il ritrovamento della presunta fossa comune della scuola residenziale di Kamloops, riserva Kahnawake, Canada, 2 luglio 2021 (foto Ansa).

L’inarrestabile ondata di odio contro la Chiesa in Canada

Ma dagli scavi non emerse nulla. Come spiegò allora Anna Farrow sul Catholic Herald, la tecnologia Gpr usata a Kamloops non fotografa corpi ma rileva solo anomalie nel sottosuolo, e l’area esaminata coincideva probabilmente con un vecchio campo settico degli anni Venti. Dove si è scavato per davvero, come alla Pine Creek First Nation in Manitoba, un mese di ricerche nel 2023 su quattordici siti non ha portato alla luce nessun corpo.

Il libro Grave Error: How the Media Misled Us (and the Truth about Residential Schools), curato dagli studiosi C.P. Champion e Tom Flanagan, raccoglie diciotto saggi che arrivano alla stessa conclusione: nessuna prova credibile di tombe anonime, bambini scomparsi o genocidi nelle scuole residenziali. Nel frattempo, però, il Canada ha vissuto un’ondata di violenza vera: quasi un centinaio di chiese danneggiate, profanate o incendiate in odio ai cattolici, mentre l’allora premier, giustificava i roghi così: «La rabbia è comprensibile».

Torniamo dunque a Saint-Simon, alla chiesa del 1918 ridotta in cenere nel New Brunswick. Non è un episodio isolato né un incidente: è l’ultimo capitolo di una storia che comincia con un titolo sbagliato del maggio 2021 e continua, cinque anni dopo, con smentite pubblicate in un trafiletto mentre le chiese continuano a bruciare. Il modo giusto per raccontare il Canada di oggi, parafrasando un titolo di Tempi di qualche mese fa, resta questo: fosse comuni nelle scuole cristiane, zero; chiese assaltate, un’altra ancora.





giovedì 3 settembre 2026

Chiese vandalizzate e atti sacrileghi in aumento in Italia




Post di Roberto Riccardi 
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Roberto Riccardi 3 settembre 2026

Sterco sugli altari. Ostie consacrate buttate nei prati. Madonne decapitate in serie. Croci rovesciate sulle facciate. Tabernacoli strappati dal marmo.

È l'Italia degli ultimi due anni, chiesa dopo chiesa.

Che cos'è tutto questo, se non odio? Eppure nessun politico, intellettuale e piazza hanno mai usato quella parola.

Per una fioriera di plastica bruciata davanti a una moschea, a Cagliari, l'hanno pronunciata in coro in mezza giornata.

E non si tratta di ragazzate promosse a persecuzione. A Viterbo la facciata di una chiesa è stata coperta di "666" e croci rovesciate: la simbologia demoniaca e anticristiana era esplicita, il nome dell'odio no.

A Fermo hanno scardinato il tabernacolo per portare via le ostie consacrate, che sul mercato non valgono niente e sull'altare valgono tutto.
 
A Ostia e a Salerno gli escrementi sono finiti sull'altare e sul portale. Chi lo fa non ruba, comunica.

Nella grande maggioranza dei casi gli autori restano ignoti. Dove le indagini sono arrivate a qualcuno, il campionario è l'Italia intera: minorenni, senza fissa dimora, una turista straniera.
C’è perfino una donna di 59 anni della Ciociaria ai domiciliari con undici episodi contestati, presunta responsabile e non condannata.

Non esiste un colpevole tipo. Esiste un bersaglio tipo.

Ecco la regola non scritta di questo Paese: per la moschea l'odio si presume, per la chiesa va dimostrato. E non basta mai.

"Vandali" è la parola che assolve: dice che c'è un altare da ripulire, non qualcuno da difendere.

Ma la reticenza più impressionante non è quella delle istituzioni. È quella delle vittime.

Quando un santuario del Salernitano si è ritrovato il portone in cenere e la statua del patrono senza corona e senza spada, il vescovo ha parlato di "atto vandalico". Non il questore, il vescovo.
Perché lo status di vittima è una valuta e la maggioranza non è ammessa allo sportello.

Questo appecoronamento ha radici profonde, quelle che un sociologo chiamerebbe perdita del riflesso collettivo.

Per decenni essere cattolici significava appartenere a un ambiente: parrocchia, associazioni, giornali, scuole, partiti, reti familiari. Quel mondo si è sbriciolato.

Rimangono milioni di persone che si definiscono cattoliche, ma sta scomparendo la comunità capace di percepire un'offesa a una chiesa come qualcosa che riguarda personalmente ciascuno di noi.
Pure la Chiesa ci ha messo del suo, soprattutto negli ultimi decenni. Ha educato molto bene i fedeli a non reagire in termini identitari.

Dialogo, prudenza, evitare contrapposizioni, non alimentare tensioni. Principi in sé comprensibili, ma ripetuti per anni hanno tolto ai cattolici italiani l'abitudine al conflitto culturale.

Il comunista sa di essere comunista, pure quando se ne vergogna e si dice progressista. Il sindacalista sa di essere sindacalista. Il militante ambientalista sa perfettamente quale fatto deve indignarlo.

Il cattolico medio italiano spesso non sa più dove finisca la tolleranza e dove cominci la rinuncia. Ha disimparato a dire: questa cosa non è accettabile perché colpisce ciò che sono.

C'è poi la politica. Con la fine della Democrazia Cristiana il voto cattolico si è disseminato ovunque: destra, centro, sinistra, astensione.
 
Non esiste più un soggetto che trasformi automaticamente un fatto religioso in questione pubblica. Per la moschea di Cagliari c'era chi, in poche ore, ha chiesto l'intervento del Governo.
 
Per le chiese non c'è nessuno a cui telefonare.

Il cattolicesimo italiano si è politicamente polverizzato e, polverizzandosi, ha perso pure la capacità di pressione.

Infine c'è la causa più profonda: l'assuefazione. Una statua imbrattata, una croce spezzata, una chiesa vandalizzata diventano episodi separati.

Se non vengono raccolti, contati e mostrati insieme, non formano mai un fenomeno nella testa dell'opinione pubblica.

Ed è vero, non è un numero da guerra civile: una cinquantina di casi in due anni, contando solo quelli finiti sui giornali e ancora rintracciabili.

Ma cinquanta casi con quasi otto colpevoli su dieci mai trovati non sono cronaca, sono un'impunità.
E tre tabernacoli smurati in una sola notte di fine agosto, a Pavia, nel Catanese e nel Mantovano, non sono tre furti. Sono una scia.

Il conto lo ho dovuto fare da solo leggendo i giornali, perché lo Stato non lo tiene. L'Italia è tra i Paesi che non trasmettono un solo dato sull'odio anticristiano.
 
Per contare le nostre chiese colpite bisogna chiedere a un osservatorio di Vienna.

Bruxelles ha un coordinatore contro l'antisemitismo e uno contro l'odio antimusulmano; contro l'odio anticristiano non esiste nemmeno la poltrona.

Ciò che non si conta non esiste. Ciò che non esiste non si condanna. La cronaca ogni tanto cuce insieme gli episodi, chi dovrebbe rispondere mai e ogni episodio muore da solo.

E quando un mondo perde il riflesso, qualcun altro decide per lui cosa deve fargli male.
Lo decide il ceto sinistro che dalle terrazze dei Parioli e dalle spiagge di Capalbio distribuisce ogni stagione le patenti di vittima.
 
Per la moschea l'indignazione a pagina intera; per il santuario sulla montagna nemmeno una riga, perché la fede dei pellegrini non fa tendenza e non porta voti nei quartieri giusti.

Così il quindicenne che sputa sul candelabro sa una cosa senza averla mai studiata: quello è l'unico bersaglio che non costa niente.

Lugo di Romagna non è un caso, è un ritratto. Un gruppo di ragazzini entrava nella collegiata per spezzare le lampade, sputare e vuotare la cassetta delle offerte, finché la chiesa ha smesso di aprire fuori dalle messe.

Il parroco, abbandonato dal vocabolario ufficiale, si è fabbricato la sua giustizia: "Sono disposto a ritirare la denuncia a condizione che questi si presentino da me, uno a uno, con i genitori".

Dove lo Stato non trova le parole, un prete di provincia trova almeno una pena.
Finché a bruciare sarà "un portone" e non "una chiesa", il prossimo fuoco lo avremo già assolto noi.





Fonte web