mercoledì 12 agosto 2026

L’illusione dell’agnostico e la resa dei Pastori: la salvezza non è a buon mercato


vescovo Francesco Savino e Francesco Guccini (immagine generata con IA di ChatGPT)

Il Vangelo “corretto” da Zuppi e Savino. Il fallimento dell’agnosticismo di Guccini



di Fabio Vessillifero, 12 agosto 2026

La riflessione promossa dal post pubblicato su Facebook da Mons. Francesco Savino — vicepresidente della CEI — e le parole pronunciate dal Cardinale Matteo Zuppi in occasione delle esequie private di Francesco Guccini hanno riportato al centro del dibattito ecclesiale un atteggiamento “pastorale” adottato oggi da molti sacerdoti e vescovi senza il dovuto discernimento. L’omaggio reso dai vertici della Chiesa italiana a un cantautore che si è sempre proclamato manifestamente agnostico, individuando nella sua celebre “Dio è morto” un paradossale annuncio di risurrezione e una speranza di mondo nuovo ripulito dagli idoli, ha finito per aprire, in realtà, una ferita profonda. Un itinerario interpretativo che ha inteso valorizzare il dubbio come forma di preghiera e l’interrogativo come una soglia assimilabile alla fede, fino a immaginare l’artista «accolto nel banchetto del Regno dove il vino è nuovo e il pane è spezzato per tutti». I due vescovi pensano così di “arruolare” in Guccini il prototipo dell’uomo in ricerca che, per il fatto di vivere rettamente la propria coscienza, accoglierebbe già implicitamente la grazia di Cristo, venendo considerato cristiano di fatto anche senza professare la fede.

Tuttavia, l’uomo di oggi — che solo per un palese equivoco si pretende di identificare nel noto cantautore — non è affatto impegnato in una reale ricerca interiore. Se la figura di Guccini ha rappresentato un abile produttore di simboli e merci della cultura di massa, capace di trasformare il dubbio e l’angoscia esistenziale in dischi di successo e in un’attività economica altamente redditizia di cui ha goduto i frutti, la massa contemporanea si è limitata semplicemente a consumarne i prodotti. Le domande di senso e la ricerca di una vera giustizia sociale, pur non potendo mai venire del tutto soffocate, rimangono prive della possibilità di emergere, anche perché la Chiesa stessa ha spento la sua luce, dimostrandosi ormai incapace di indicare la via della verità e della bellezza. Essa non riesce più a mostrare la dimensione spirituale di quella gioia che nasce unicamente dall’incontro con Dio — la sola in grado di donare un senso compiuto all’esistenza, di illuminare i rapporti umani, di aprire un varco di speranza di fronte al mistero della morte e di insegnare a contemplare la creazione all’interno del disegno divino. Di fronte all’agnosticismo di Guccini e alla sua mercificazione, i Pastori avrebbero dovuto assumere ben altro atteggiamento: invece di avallare una comoda ambiguità e scambiare il fatturato discografico per un itinerario di grazia, avrebbero dovuto richiamare con fermezza la somma lucidità con cui il Concilio si era espresso: «tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze».

L’anestesia del consumo

È proprio questa visione di insieme che impone di superare finalmente la tentazione del facile stereotipo ancora largamente diffuso che pretende di contrapporre l’“agnosticismo onesto” di Guccini all’ipocrisia della “fede formale” del credente. Se in passato la pressione della società spingeva all’omologazione religiosa e al conformismo di facciata, il panorama odierno ha subito una trasformazione radicale. Il formalismo religioso di massa è stato spazzato via dalla secolarizzazione e dal trionfo della cultura del consumo. Oggi la spinta al conformismo si esercita attraverso stili di vita appiattiti sull’immediato, sull’efficienza e sulla distrazione sistematica dalle domande ultime. In un simile contesto, professare la fede cristiana non è più una scelta comoda o scontata, ma richiede una presa di posizione consapevole e spesso faticosa.

Ma vi è di più. Non si può ignorare il contesto economico e sociologico entro cui la stessa opera di Guccini si colloca: venduta su vinile o fruita attraverso le piattaforme di mercato, la canzone d’autore risponde alle regole dell’industria culturale e si rivolge proprio a quel bacino di utenza imbevuto di mentalità consumistica. La “canzonetta”, per quanto nobilitata da intenzioni poetiche, diventa così un manufatto da consumo che permette all’ascoltatore di provare l’emozione effimera dell’inquietudine senza che questa comporti alcun costo reale in termini di conversione o di condotta morale. Trasformare una fruizione estetica e commerciale in un “itinerario spirituale” rivela la colossale ingenuità di Pastori che confondono l’acquisto di un prodotto discografico con l’angoscia della salvezza.

La caducità del profano di fronte all’eternità del Sacro

Questa resa della gerarchia ecclesiale si consuma anche sul piano squisitamente estetico e teologico. Le canzoni di Guccini non possiedono — né potrebbero mai possedere — quel valore compositivo, quella bellezza oggettiva e quella forza anagogica capaci di elevare lo spirito umano verso il Trascendente. Sono strutture armoniche semplificate, destinate a suscitare un’immedesimazione psicologica, ideologica o nostalgica passeggera, soggetta all’usura del tempo e delle mode generazionali.

Non vi è alcun termine di paragone tra la caducità della canzone d’autore e la grandezza immortale del canto gregoriano o della grande polifonia sacra. Lì dove la musica della Tradizione nasce dalla Parola divina per farsi preghiera, sospendendo il metronomo del mondo e conducendo l’anima all’adorazione dell’Invisibile, la canzonetta profana rimane confinata nell’orizzonte dell’immanente. Che i vertici della Chiesa abbiano abbandonato l’inestimabile patrimonio d’arte e di fede che la Sposa di Cristo ha generato nei secoli per rincorrere l’eco di una strofa di musica leggera dimostra lo smarrimento di una guida spirituale che non sa più proporre la Bellezza che salva e converte, accontentandosi dei surrogati offerti dallo spettacolo.

L’illusione dell’uomo senza Dio

Tuttavia, se guardiamo le cose ancora più in profondità, è proprio nell’esame della nostra civiltà che l’agnosticismo rivela la sua intrinseca insostenibilità. Bisogna infatti chiarire un punto fondamentale: l’agnosticismo non riguarda soltanto la sospensione del giudizio su Dio, ma costituisce, ancora prima, una vera e propria resa gnoseologica, una rinuncia della ragione ad attingere l’oggettività della realtà e la struttura metafisica dell’essere. Di fronte al degrado morale causato dal materialismo, dal capitalismo predatorio e dall’edonismo, si comprende come la Rivelazione — in cui «Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo» — rappresenti l’unica reale via d’uscita. Del resto, se la cultura occidentale riconosce oggi, almeno teoricamente, l’inalienabile dignità di ogni persona, l’eguaglianza ontologica e il primato della coscienza, lo deve unicamente alle categorie generate dal Vangelo, sconosciute al mondo antico.

In un simile orizzonte, l’ostinazione nel dubbio appare come una pretesa irragionevole: quella di voler godere dei frutti del diritto naturale e della dignità umana, avendone però reciso la radice cristiana e metafisica. Persino la critica più feroce al cristianesimo, come quella di Nietzsche, aveva intuito che il rifiuto della verità oggettiva non produce un’umanità pacificata (il famoso superuomo bambino!), ma solo una chimera destinata a dissolversi nel nulla. Pretendere di conservare la dignità dell’uomo — etsi Deus non daretur —, prescindendo dalla civiltà del Vangelo, si rivela per quello che è: un’illusione fragile che espone nuovamente la società al rischio di cadere in nuove forme di barbarie. È la medesima contraddizione che affiora nei versi finali della celebre canzone di Guccini, laddove si intravede il riscatto della persona e la speranza di un «mondo nuovo» in cui «Dio è risorto», ma solo quale proiezione immanente della volontà e del desiderio umano («in ciò che noi crediamo… in ciò che noi vogliamo»). Un’evocazione suggestiva che, rimasta ancorata nell’agnosticismo, pretende incoerentemente di trattenere la vita della Risurrezione senza piegarsi di fronte alla realtà del Risorto:

«…ma penso / che questa mia generazione è preparata / a un mondo nuovo e a una speranza nuova, / quello che si cerca è quel che passa / ma che non è mai morto, / che Dio è risorto, / in ciò che noi crediamo Dio è risorto, / in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, / nel mondo che faremo Dio è risorto...».

La trappola della grazia a buon mercato

Riguardo, infine, al dovere morale di cercare la verità in barba alla deriva di un facile buonismo, si erge la severità ineludibile della Scrittura. Nel Vangelo di Luca, il cammino di Gesù verso Gerusalemme è segnato da un avvertimento che recide alla radice qualsiasi rassicurazione di comodo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete» (Lc 13,22-30).

La risposta di Cristo è una doccia fredda: se non basta aver “mangiato e bevuto” alla Sua presenza, ed aver ascoltato le Sue parole frequentando i recinti della religiosità formale, è vero anche che neppure l’agnostico in ricerca può illudersi di salvarsi unicamente in virtù della propria inquietudine intellettuale. Rimanere indefinitamente sulla soglia del dubbio, trasformando la ricerca in un alibi che evita il salto della fede e l’adesione morale alla Verità, significa rimanere fuori dalla “porta stretta”. La ricerca non è ancora la meta, e la domanda non sostituisce la risposta: senza l’incontro con Cristo e la trasformazione della vita, anche la ricerca più onesta rischia di risolversi in un’auto-giustificazione che non scardina il giudizio di Dio. La porta è “stretta” proprio perché esige lo sforzo (agōnízesthe) del discepolato reale e il rifiuto del compromesso con il male. La teologia classica ha sempre rifiutato sia la disperazione, che nega il perdono, sia la presunzione, che pretende la salvezza senza merito e senza pentimento. Per questo l’Apostolo Paolo ammonisce i fedeli con granitico rigore: «attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12). La vera misericordia di Dio non abolisce la giustizia, ma la adempie; non giustifica l’incredulità, ma offre la forza e l’urgenza per riscattarsene.






Pma, i medici cattolici dichiarino l’obiezione di coscienza



Lo scambio di provette, con conseguente aborto del figlio “sbagliato”, avvenuto all’Ospedale San Raffaele di Milano ricorda l’importanza di sollevare obiezione di coscienza rispetto alla fecondazione artificiale, come previsto dalla Legge 40/2004. Per i medici cattolici è anche una testimonianza di coerenza.

La lettera

Editoriali 


Alberto Virgolino, 12-08-2026


Egregio Direttore,

mi consenta un commento all’episodio in merito allo scambio di provette, con successivo impianto dell’embrione sbagliato al San Raffaele di Milano.

L’errore denunciato al San Raffaele – ma chissà quanti altri errori restano nascosti in altri centri dediti alla PMA! – mette in chiara evidenza quanto la tecnica di fecondazione extracorporea (FIVET/ICSI) rappresenti una vera offesa alla dignità della procreazione umana e della vita concepita. Pur condotta nelle modalità tecnicamente più efficienti e sicure in un centro più che qualificato nel quale si effettuano migliaia di FIVET ogni anno – omologhe ed eterologhe –, la procedura definita “medicalmente assistita” dimostra tutta la sua artificiosità e meccanicità quasi di una “catena di montaggio”. La coppia in primis, e poi l’embrione prodotto in provetta, subiscono un trattamento che li rende meri strumenti nelle mani di altri, i biotecnologi. E come in una qualsiasi catena di produzione di manufatti, ci può essere l’errore procedurale che compromette il risultato richiesto dal cliente. La “ditta” che correttamente riconosce l’errore si scusa e si impegna a rimediare.

Ma qui, nella PMA, si tratta di “soggetti” e non di oggetti! Come si può rimediare? Niente di irrimediabile, secondo la stessa “ditta” del San Raffaele: l’embrione considerato “sbagliato”, perché trasferito nell’utero di un’altra donna, viene rimosso con una “aspirazione endometriale”: un vero e proprio aborto volontario! Poi, viene preso dal freezer un altro embrione fratello di quello “sbagliato”, viene scongelato e, se sopravvive, trasferito nell’utero giusto, cioè della vera madre biologica (se è stata effettuata una FIVET omologa). Tutto risolto! Sembra incredibile, ma questi sono i risvolti tecnici e disumani a cui vanno incontro le coppie che affidano il loro desiderio di generatività ai centri della PMA. La donna in primis accetta di sottoporsi a tutta la procedura che comporta anche rischi per la sua salute conseguenti all’iperstimolazione ormonale finalizzata alla produzione di numerosi ovociti, o agli effetti collaterali dell’anestesia necessaria durante l’aspirazione degli stessi ovociti dai follicoli ovarici. La stessa donna (e la coppia) accetta di far fecondare spontaneamente o, più spesso, artificialmente con la tecnica ICSI (iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo nell’ovocita) un numero di ovociti superiore a quelli che, divenuti così embrioni, se considerati idonei, verranno per la maggior parte crioconservati e in minor misura trasferiti in utero. E verso quelli crioconservati, cioè immersi nell’azoto liquido a -196° C, la donna o la coppia non dichiara alcun impegno a poterli ancora utilizzare successivamente, abbandonandoli così ad un destino ignoto.

Dopo tutto questo percorso ad ostacoli, con grande impegno psicofisico soprattutto della donna e il sacrificio di numerosi embrioni (prima e dopo il loro trasferimento in utero), pur nella condotta ottimale della procedura – senza scambi di embrioni in vitro – mediamente, di tutte le coppie in Italia, soltanto il 10-20% per la FIVET omologa e circa il 30% per l’eterologa riesce a stringere un bambino nato vivo in braccio (secondo i dati rilevati nella Relazione del Ministero della Salute al Parlamento sull’applicazione della Legge 40/2004 per l’anno 2023). Suscita perplessità, tra l’altro, il fatto che queste tecniche di PMA, omologhe ed anche eterologhe (con donazioni di ovociti e/o spermatozoi di soggetti esterni alla coppia), vengano offerte in un ospedale, quale il San Raffaele di Milano (Gruppo San Donato), nel quale non vengono ammesse le IVG per dichiarata “obiezione di coscienza”, prevista nella Legge 194/1978, da parte dei sanitari che vi operano. Sorge dunque spontanea una domanda: che differenza c’è tra un essere umano nelle sue prime settimane di sviluppo intrauterino concepito naturalmente e quello concepito per “procreazione medicalmente assistita” (PMA)? Evidentemente quest’ultimo è considerato come se fosse di “serie” inferiore – tanto inferiore! – come una “cosa”, la cui manipolazione (ad esempio la crioconservazione) e la cui perdita successiva al trasferimento in utero (circa il 90%!) o esercitata volutamente (“aspirazione endometriale” dell’embrione sbagliato) non fa problema ad alcuno, neppure ai colleghi “obiettori di coscienza” del San Raffaele!

Ritengo urgente, a questo proposito, che quantomeno i medici cattolici si dimostrino coerenti fino in fondo nel riconoscere il valore intangibile della vita umana comunque concepita e sempre destinata alla nascita. È dunque auspicabile che, oltre all’obiezione di coscienza per l’aborto volontario (ai sensi dell’art. 9 della Legge 194/1978), dichiarino anche quella per la PMA (ai sensi dell’art. 16 della Legge 40/2004). In un momento storico in cui la PMA sta avendo un impatto socio-sanitario crescente, soprattutto dopo l’inserimento nella sua forma omologa nei LEA (come terapia sostenuta economicamente dallo Stato) da parte del nostro Ministero della Salute dal gennaio 2025, è quantomai necessaria la nostra testimonianza in questo ambito per favorire la giusta consapevolezza nelle coppie che, di fronte alla loro infertilità, possono venire “socialmente” indotte alla PMA. Una testimonianza necessaria per la loro salute e per prevenire il sacrificio di innumerevoli esseri umani nelle loro prime giornate e settimane di vita.

***



L'autore di questa lettera è presidente dell'AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici)




Cuba può comprare dal mondo intero. Semplicemente non può pagare





di Gary Isbell

Da oltre sessant’anni L’Avana offre al mondo un unico alibi per la miseria di Cuba: el bloqueo, l’embargo americano. È una scusa meravigliosa per il proprio fallimento, perché permette di continuare a incolpare un Paese distante appena novanta miglia. I fatti, però, dimostrano il contrario.

L’Avana insiste che l’embargo americano abbia affamato l’isola. Ma Cuba commercia con metà del pianeta, non riesce a far funzionare quattro dei suoi cinque mulini per la farina e non è in grado di pagare ciò che compra.

L’embargo vieta agli americani di commerciare con Cuba. È reale e fa male. Tuttavia non è questo il motivo per cui i cubani fanno la fila per il pane, per cui la luce manca dodici ore al giorno, o per cui più di un milione di persone è fuggito dal 2020 a oggi.

La causa della povertà di Cuba è il sistema comunista, che misura il progresso non in dollari ma in termini di lotta di classe e di uguaglianza. Le economie socialiste a pianificazione centralizzata non funzioneranno mai come il libero mercato: funzioneranno sempre come un meccanismo di lotta di classe volto a garantire l’uguaglianza.


UN PAESE CHE HA DISCESO LA SCALA ECONOMICA


I difensori occidentali del comunismo cubano raccontano la storia classica di Cuba come nazione oppressa che nel 1959 si sarebbe sollevata contro i suoi oppressori capitalisti.

A quell’epoca, però, Cuba non era una nazione affamata, bensì una delle società più prospere dell’America Latina, con un reddito pro capite stimato intorno all’80 per cento sopra la media regionale. Oggi quella cifra è di gran lunga inferiore alla media regionale: circa 1.082 dollari pro capite, ossia tre dollari al giorno. Si confronti questo dato con la media latinoamericana, superiore ai 10.000 dollari.

Cuba è riuscita davvero nella rara impresa di scendere la scala economica mentre tutti i suoi vicini la salivano. Un bel risultato per un sistema socialista che aveva promesso alle “masse” la liberazione dall’oppressione.


L’ESPERIMENTO CHE IL REGIME NON RIESCE A GIUSTIFICARE

L’alibi dell’embargo americano non può spiegare la miseria attuale. Gli economisti hanno elaborato dei test per aiutare a individuarne la causa. Utilizzando il metodo del controllo sintetico, hanno costruito quella che chiamano una “Cuba sintetica”, che traccia due traiettorie nettamente divergenti: quella seguita da economie simili della regione e quella effettivamente percorsa da Cuba dal 1959 in poi.

Quando questi studi isolano l’embargo come causa della differenza, riscontrano che esso ha prodotto soltanto un calo minimo. Uno studio che documenta il crollo del tenore di vita a Cuba, il lavoro di Bastos, Geloso e Bologna Pavlik, stima che la quota dell’embargo nella sottoperformance cubana sia all’incirca del 3-8 per cento e conclude che il principale motore della povertà è stata la rivoluzione comunista.[1]


NON È STATO L’EMBARGO USA A CHIUDERE L’80 PER CENTO DEI MULINI CUBANI


Se l’embargo fosse la causa della scarsità a Cuba, le penurie rispecchierebbero le importazioni mancanti.

Invece rispecchiano i fallimenti dei monopoli di Stato cubani.

Si prenda il pane, per esempio. Nel 2024 il conglomerato statale ha annunciato una penuria “dovuta alla mancanza di farina”. Il grano era disponibile, ma non poteva essere macinato perché funzionava soltanto uno dei cinque mulini.[2] Lo Stato, semplicemente, non era in grado di far funzionare i propri mulini.

Non è Washington a gestire i mulini cubani.

Lo schema si ripete ovunque. Rispetto al 2019, la produzione nazionale di carne suina è crollata del 90 per cento, quella di olio da cucina dell’89 per cento, quella di fertilizzanti del 96 per cento e quella di cemento del 61 per cento. Lo zucchero, un tempo cuore dell’economia cubana, è precipitato dagli 8 milioni di tonnellate del 1989 a circa 165.000 tonnellate nel raccolto 2024-25: una produzione così misera che la Cina, acquirente amico, ha cancellato il suo ordine permanente.[3] Cuba, infatti, ora importa zucchero: è come se l’Arabia Saudita importasse sabbia.

Si tratta di crolli della produzione interna, su terra cubana, con manodopera cubana e gestione comunista. Non è l’embargo a coltivare la canna da zucchero. È lo Stato comunista a farlo, e ha fallito.


CUBA PUÒ COMPRARE DAL MONDO INTERO

Un ulteriore fatto scomodo demolisce silenziosamente l’intera narrazione comunista. L’embargo è una misura americana: non può vietare, e di fatto non vieta, al resto del pianeta di commerciare con Cuba. Cuba può infatti commerciare liberamente con qualsiasi altro Paese: Spagna, Cina, Brasile, Canada, Germania e ben oltre un centinaio di altri partner.

Perfino gli Stati Uniti, che consentono la vendita di generi alimentari in contanti, hanno spedito a Cuba merci per circa 811 milioni di dollari nel 2025, risultando tra i suoi principali fornitori.[4] Se Cuba può comprare da metà del mondo, compreso il suo nemico, perché è perennemente a corto di tutto?

Perché non può pagare. Non ha denaro, perché il suo sistema comunista non produce beni da esportare: promuove soltanto la lotta di classe.

Il valore delle sue esportazioni è crollato a circa 1,47 miliardi di dollari, vicino ai minimi storici.[5] Un Paese che non produce nulla di vendibile non può importare, per quanto aperti siano gli scaffali del mondo. Come ha documentato Carmelo Mesa-Lago, professore emerito di economia e di studi latinoamericani, il crollo delle esportazioni cubane è dovuto a “fattori strutturali, principalmente l’inefficienza del sistema economico” — esplicitamente, non all’embargo.[6]


I TESTIMONI VIVONO ALL’AVANA

Gli economisti indipendenti cubani, che non nutrono alcuna simpatia per Washington, ammettono questo fatto scomodo. Nell’ottobre 2025 otto tra i più stimati economisti cubani hanno dichiarato che le sanzioni fanno male ma “non sono la causa fondamentale” della crisi attuale, indicando invece “il sistema politico ed economico dell’Isola stessa”.[7] Perfino l’Association for the Study of the Cuban Economy classifica i colpevoli in ordine: prima la pianificazione centralizzata socialista, poi il crollo sovietico e soltanto terzo l’embargo.[8]


L’ALIBI HA UN COMPITO DA SVOLGERE


Ecco perché il regime custodisce così gelosamente la scusa (menzogna) dell’embargo. Arriva perfino ad abbellire le proprie affermazioni, sostenendo che altrimenti il PIL sarebbe cresciuto del 9,2 per cento. Come ha osservato con asciutta ironia un briefing del Parlamento Europeo, il governo è giunto a dipendere “politicamente dall’embargo statunitense”, che gli ha fornito “l’immagine di un nemico” attorno a cui mobilitare la popolazione. Il blocco non è soltanto l’alibi di cui il regime si serve: è la risorsa che il regime non può permettersi di perdere, perché rafforza la sua narrazione di lotta di classe.


IL VERDETTO

Nulla di tutto ciò rende l’embargo indolore: la sinistra lo definisce crudele e controproducente. Ma le prove rivelano il vero colpevole della crisi. Cuba era prospera e si è resa povera da sola. Può commerciare con il mondo intero, eppure non riesce a produrre nulla che sostenga quel commercio. Sono i suoi stessi economisti ad accusare il regime comunista di aver causato proprio il problema che esso attribuisce agli Stati Uniti.




Note

1. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5235912

2. https://cubacenter.org/cuba-brief-archives/2024/03/07/cubabrief-how-communist-central-planning-creates-shortages-of-flour-and-milk-in-cuba-today-2/

3. https://www.cato.org/blog/cubas-self-induced-crisis-may-be-its-worst-yet

4. https://ustr.gov/countries-regions/americas/caribbean

5. https://tradingeconomics.com/cuba/exports

6. https://ics.fiu.edu/_assets/docs/cuba-economic-crisis.pdf

7. https://translatingcuba.com/eight-independent-economists-comment-on-the-effects-of-the-us-sanctions-on-cuba/

8. https://ascecubadatabase.org/asce_proceedings/cubas-new-agricultural-cooperatives-and-markets-antecedents-organization-early-performance-and-prospects/



Fonte: Tfp.org, 29 luglio 2026




La governatrice "cattolica" del Massachusetts rimuove ogni limite all'aborto



Aborto senza limiti di età gestazionale in Massachusetts. Dietro una patina di retorica femminista, la nuova norma permette di abortire fino al nono mese. La firma è della governatrice Maura Healey, democratica. E cattolica. Inviatata anche a parlare in Vaticano nel 2024.



Stefano Magni,  12-08-2026

Il Massachusetts ha eliminato il limite di età gestazionale entro il quale è possibile sottoporsi a un aborto, diventando così il decimo stato, includendo Washington DC, a consentire la procedura in qualsiasi momento della gravidanza. Elimina inoltre l'obbligo che gli aborti tardivi vengano eseguiti in ambito ospedaliero, permettendo ai medici abilitati di praticarli anche in altri centri sanitari e di cura ritenuti idonei.

Il nome della nuova norma non permette di comprendere il suo contenuto: “Legge che dà priorità ai pazienti nell’accesso alle cure”. E chi si oppone a curare un paziente? Sul sito ufficiale del governo del Massachusetts leggiamo, però, qualcosa di più chiaro: «Secondo la legge precedente, i medici erano tenuti a stabilire se le circostanze di una paziente rientrassero in un elenco ristretto di eccezioni previste dalla legge prima di praticare un aborto in una fase avanzata della gravidanza. La nuova legge sostituisce tale quadro normativo con uno standard che consente ai medici di esercitare il proprio giudizio professionale in conformità con gli standard di cura accettati, offrendo maggiore chiarezza agli operatori sanitari che assistono pazienti con esigenze mediche complesse».

Come commenta la deputata Christine Barber, promotrice del disegno di legge alla Camera (del Massachusetts): «La gravidanza è una situazione complessa e sono grata che la Camera abbia approvato questo disegno di legge per eliminare gli ostacoli e garantire la competenza medica come standard di cura. Tutto si riduce a una convinzione semplice ma fondamentale: le decisioni sull'aborto devono rimanere una questione tra la paziente e il suo medico. Nessun altro».

La notizia viene addolcita spiegandola come soluzione a casi estremi: «L'obiettivo della legge è garantire che le pazienti che si trovano ad affrontare diagnosi fetali devastanti, gravi complicazioni in gravidanza o altre complesse circostanze mediche possano ricevere cure tempestive senza inutili incertezze legali». Ma è lo stesso governo che afferma che i criteri più restrittivi, basati sulla salute e il pericolo di vita della madre, ora sono superati dalla nuova legge. L’obiettivo è consentire alle donne, che vogliono abortire anche in una fase avanzata della gravidanza, di farlo nel Massachusetts, senza doversi recare in altri Stati dove era già consentito, per garantire che: «un maggior numero di pazienti possa ricevere cure mediche appropriate (sic!) vicino a casa, offrendo al contempo ai medici la chiarezza necessaria per prendere le decisioni migliori per i loro pazienti. È un ulteriore passo avanti per garantire che il Massachusetts rimanga un luogo in cui i pazienti possano accedere all'assistenza sanitaria riproduttiva di alta qualità che meritano», come commenta il vicegovernatore democratico Kim Driscoll.

La governatrice democratica Maura Healey il 10 agosto ha firmato con entusiasmo la nuova legge, circondata da un pubblico tutto al femminile di dottoresse, personale sanitario, attiviste e volontarie. Viene considerata una vittoria per le donne. La stessa Healey viene descritta, nel sito istituzionale, come una donna politica che «si è costantemente impegnata a proteggere la libertà riproduttiva e a rafforzare l'accesso all'assistenza sanitaria riproduttiva. Da quando si è insediata, ha firmato una delle leggi più rigorose a livello nazionale a tutela di pazienti e operatori sanitari, ha garantito l'accesso all'aborto farmacologico e ha continuato a fare in modo che il Massachusetts rimanga un punto di riferimento nazionale nella protezione dei diritti riproduttivi».

Il politichese, fatto di espressioni quali “salute riproduttiva”, “assistenza sanitaria riproduttiva”, “standard di cura”, il tutto affogato in una ripetitiva invocazione di “complessità”, nascondono una realtà brutale: poter uccidere un bambino non ancora nato, anche oltre il sesto mese, come era consentito prima della nuova legge.

Ad oggi sono otto gli Stati negli Usa (Oregon, Colorado, New Mexico, Minnesota, Michigan, Maryland, New Jersey e Vermont), più il Distretto di Columbia (la capitale) che consentono l’aborto tardivo, senza definire limiti di età gestazionale. Ma altri Stati, fra cui sinora il Massachusetts, ma anche il New York, la California, la Pennsylvania, l’Ohio, l’Illinois, il Wisconsin e tanti altri, avevano portato molto avanti tale limite, fino alla 26ma settimana di gravidanza, oppure, come nel caso della Virginia “terzo trimestre” (dunque praticamente fino alla nascita). I loro governi locali, a guida democratica, hanno rimosso ogni limite come una sorta di “attacco preventivo”, durante la prima amministrazione Trump e soprattutto dopo la sentenza della Corte Suprema che nel 2022 aveva ribaltato, di fatto, il verdetto della causa Roe vs. Wade, (il precedente del 1973 che rese legale l’aborto a livello federale), passando il potere decisionale agli Stati.

I vescovi del Massachusetts non sono rimasti in silenzio. «Come vescovi cattolici, abbiamo la responsabilità morale di presentare e sostenere l'insegnamento cattolico e la sacra dignità, donata da Dio, di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale» scriveva la Conferenza Cattolica del Massachusetts, quando il testo di legge era ancora approvato alla Camera, ma non ancora al Senato. «Che ci sia spazio nei nostri cuori per i più vulnerabili tra noi», si legge nella dichiarazione. «Che possiamo ricordare e mettere in pratica le parole del Signore: “Tutto ciò che fate a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo fate a me”».

Il problema è convincere la governatrice Healey, che è democratica. Ed è una cattolica molto “adulta”, come la definirebbe Romano Prodi. Era anche stata invitata dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, nel maggio del 2024, per intervenire in una conferenza sul clima, intitolata “Dalla crisi climatica alla resilienza climatica”. In quell’occasione, la governatrice aveva anche incontrato personalmente Papa Francesco.






martedì 11 agosto 2026

La famiglia: ferite, perdono e riconciliazione







di Cinzia Notaro

La famiglia è uno dei doni più preziosi che Dio ci abbia affidato. Eppure è un dono che non sempre sappiamo riconoscere, soprattutto quando cresciamo e cominciamo a vedere le fragilità, le incomprensioni, le differenze, le ferite e tutto ciò che nella nostra famiglia non corrisponde a ciò che avremmo desiderato.

Forse qualcuno, almeno una volta nella vita, ha pensato: avrei voluto avere genitori diversi. Avrei voluto un fratello diverso, una sorella diversa. Avrei voluto essere figlio unico. Avrei voluto una famiglia più affettuosa, più comprensiva, più presente.

E forse queste domande nascono proprio dalla sofferenza.

Ma possiamo provare a fermarci e a guardare la nostra storia con occhi diversi. Non per negare ciò che abbiamo vissuto, non per dire che tutto è stato giusto, non per giustificare le ferite ricevute, ma per chiederci: se Dio mi ha posto proprio in questa famiglia, con queste persone, con questa storia, che cosa posso imparare? Che cosa posso donare? Quale frutto può nascere proprio qui?

Perché la famiglia non è il luogo delle persone perfette. È il luogo nel quale impariamo ad amare persone imperfette.

Ed è proprio per questo che può diventare una grande scuola di vita e di santità.

San Paolo ci dice: «Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Portare i pesi gli uni degli altri. Forse non c’è luogo nel quale questa parola diventi più concreta della famiglia.

Quando qualcuno è stanco, impariamo ad avere pazienza. Quando qualcuno è malato, ci prendiamo cura di lui. Quando qualcuno è triste, proviamo a consolarlo. Quando qualcuno sbaglia, impariamo a correggere senza umiliare. Quando siamo noi a sbagliare, impariamo a chiedere perdono.

Nella famiglia ci esercitiamo nella pazienza, nella mitezza, nella misericordia, nella generosità, nell’umiltà.

Perché il perdono non si impara soltanto parlando del perdono. Si impara quando qualcuno ci ha ferito e dobbiamo scegliere se conservare il rancore oppure cercare una strada verso la riconciliazione.

La pazienza non si impara leggendo una definizione. Si impara quando una persona ci mette alla prova.

L’umiltà non consiste nel dire di essere umili. Si impara quando scopriamo che non dobbiamo necessariamente avere sempre ragione.

La carità non consiste soltanto nel voler bene a chi ci fa stare bene. Si manifesta soprattutto quando scegliamo il bene dell’altro anche nella fatica.

Gesù ci ha detto: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34).

È una frase che conosciamo bene, ma forse non abbiamo mai considerato quanto sia difficile viverla proprio con le persone più vicine.

Amare chi ci comprende è facile.

Amare chi ci dà ragione è facile.

Amare chi ci tratta bene è facile.

Più difficile è amare quando siamo feriti. Più difficile è ascoltare quando siamo arrabbiati. Più difficile è chiedere scusa quando pensiamo di avere ragione. Più difficile è fare il primo passo quando vorremmo che fosse l’altro a farlo.

Eppure è proprio lì che l’amore diventa vero.

Per questo la famiglia può essere una piccola Chiesa.

Una casa non diventa una piccola Chiesa perché tutti sono perfetti, perché non si litiga mai o perché tutti sono sempre d’accordo.

Diventa una piccola Chiesa quando, dopo una discussione, si cerca la riconciliazione.

Quando si prega per una persona che sta soffrendo.

Quando ci si siede insieme ad ascoltarsi.

Quando si condivide ciò che si ha.

Quando ci si prende cura di chi è più fragile.

Quando si impara a dire «perdonami».

Quando si riesce a dire «ti perdono».

Quando si sceglie di non rispondere al male con altro male.

La famiglia può essere una piccola Chiesa proprio perché è il luogo nel quale l’amore cristiano viene messo alla prova ogni giorno.

Ma sappiamo anche che non tutte le famiglie sono unite.

Ci sono famiglie divise da anni. Ci sono fratelli che non si parlano. Genitori e figli che si sono allontanati. Ci sono famiglie che si incontrano soltanto nelle occasioni importanti e nelle quali, dietro una fotografia sorridente, rimangono ferite mai guarite.

Ci sono persone che stanno insieme, ma non si vogliono più veramente bene. Si sopportano. Si salutano. Fanno quello che devono fare, ma nel cuore rimane una distanza.

E ci sono anche situazioni nelle quali le ferite sono state così profonde che una persona ha dovuto prendere le distanze per proteggersi.

Non possiamo giudicare tutte queste situazioni allo stesso modo.

Custodire la famiglia non significa nascondere il male, giustificare la violenza, accettare l’ingiustizia o fingere che tutto vada bene.

Significa però non permettere che il male abbia l’ultima parola dentro di noi.

Anche quando non possiamo ricostruire subito una relazione, possiamo pregare.

Possiamo non odiare.

Possiamo non desiderare il male dell’altro.

Possiamo perdonare nel nostro cuore.

Possiamo chiedere a Dio di guarire noi e quella persona.

Possiamo lasciare aperta, quando sarà possibile e quando sarà sano farlo, una porta alla riconciliazione.

Perché il perdono cristiano non significa dire che ciò che è accaduto non è importante. Significa consegnare a Dio ciò che noi non siamo capaci di guarire da soli.

C’è poi una tentazione che può entrare nel cuore quando viviamo una difficoltà familiare: pensare che fuori sia tutto più bello.

Fuori mi capiranno.

Fuori mi ameranno.

Fuori troverò persone che mi apprezzano.

Fuori finalmente sarò felice.

E certamente esistono amicizie meravigliose. Esistono persone che Dio mette sul nostro cammino e che diventano una presenza preziosa, quasi una famiglia scelta.

Ma dobbiamo stare attenti a non idealizzare ciò che è lontano.

Degli altri vediamo spesso ciò che ci viene mostrato.

Della nostra famiglia, invece, conosciamo tutto.

Conosciamo le debolezze, le contraddizioni, le giornate difficili, i difetti, le parole sbagliate.

E ciò che non conosciamo può sembrarci sempre migliore.

Forse dovremmo chiederci, qualche volta: sto davvero cercando una realtà migliore oppure sto cercando di fuggire dalla fatica dell’amore?

Perché ogni relazione, prima o poi, ci mette davanti alla fatica dell’amore.

Anche gli amici possono deluderci.

Anche le persone che oggi ci comprendono domani potrebbero non comprenderci più.

Anche chi oggi ci accoglie potrebbe un giorno ferirci.

Non perché sia cattivo, ma perché ogni essere umano è fragile.

Forse allora il problema non è sempre trovare persone diverse.

Forse qualche volta il problema è imparare ad amare meglio le persone che abbiamo davanti.

Questo non significa rimanere dove c’è un male che distrugge. Significa non confondere la libertà con la fuga e non pensare che ogni difficoltà sia un segno che dobbiamo abbandonare tutto.

Noi non abbiamo scelto la famiglia nella quale siamo nati.

Abbiamo ricevuto una storia.

Abbiamo ricevuto delle persone.

Abbiamo ricevuto gioie e ferite.

Abbiamo ricevuto qualcosa che non possiamo riscrivere completamente.

Ma possiamo scegliere che cosa fare di ciò che abbiamo ricevuto.

Possiamo trasformare una ferita in una preghiera.

Un’offesa in un’occasione di perdono.

Una distanza in un desiderio di riconciliazione.

Un dolore in un’offerta a Dio.

Una difficoltà in un’occasione per diventare più pazienti.

Forse Dio non ci chiede di cambiare tutta la nostra famiglia.

Forse ci chiede di cambiare il nostro modo di stare dentro quella famiglia.

Forse non possiamo convincere gli altri a perdonare, ma possiamo cominciare noi.

Non possiamo obbligare qualcuno a fare il primo passo, ma possiamo farlo noi.

Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo impedire che il passato continui a generare altro male.

San Paolo scrive: «Sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,13).

«Sopportatevi».

È una parola che oggi forse non amiamo molto.

Viviamo in una cultura che ci dice spesso di allontanare ciò che ci pesa, di sostituire ciò che non funziona, di cercare altrove ciò che non troviamo qui.

Il Vangelo invece ci insegna anche la perseveranza, la pazienza, la fedeltà, la capacità di attraversare la prova.

E non sappiamo mai quale frutto potrà portare una sofferenza offerta a Dio.

Quante madri hanno pregato per anni per un figlio.

Quanti padri hanno pregato nel silenzio.

Quanti fratelli hanno continuato a pregare per altri fratelli.

Quante persone hanno portato nel cuore per anni qualcuno da cui erano state ferite.

Forse nessuno ha visto quelle preghiere.

Forse nessuno le ha ringraziate.

Ma Dio le ha viste.

E davanti a Dio nessun atto d’amore è perduto.

Gesù ci dice persino: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44).

Quanto è difficile questa parola.

Eppure ci mostra una strada.

Quando non riesco più a parlare con qualcuno, posso almeno pregare per lui.

Quando non riesco ancora a perdonare completamente, posso chiedere a Dio la grazia di poterlo fare.

Quando sono ferito, posso chiedere: «Signore, guarisci quella persona e guarisci anche me».

A volte la riconciliazione comincia proprio così.

La famiglia ha bisogno di essere custodita perché la divisione distrugge.

Quando smettiamo di parlarci, cresce la distanza.

Quando smettiamo di ascoltarci, cominciamo a costruire nella nostra mente un’immagine dell’altro che forse non corrisponde più alla persona reale.

Quando accumuliamo rancore, ogni parola viene interpretata nel modo peggiore.

Quando non preghiamo più gli uni per gli altri, diventa più facile considerarci nemici invece che fratelli.

Per questo dobbiamo vigilare sul nostro cuore.

Non tutto ciò che pensiamo è necessariamente vero.

Non ogni emozione deve diventare una decisione.

Non ogni ferita deve diventare una condanna definitiva.

A volte dobbiamo fermarci, pregare e lasciare che sia Dio a mostrarci la strada.

La santità, forse, comincia molto più vicino di quanto immaginiamo.

Comincia in casa.

Comincia quando scegliamo di non rispondere male.

Quando facciamo un gesto che nessuno ci ha chiesto.

Quando aiutiamo qualcuno senza aspettarci un grazie.

Quando ascoltiamo una persona anziana.

Quando telefoniamo a un familiare che non sentiamo da tempo.

Quando chiediamo scusa.

Quando rinunciamo ad avere l’ultima parola.

Quando preghiamo per qualcuno con cui siamo arrabbiati.

Quando scegliamo di non parlare male di una persona che ci ha ferito.

Quando decidiamo di non trasmettere ai nostri figli le stesse ferite che abbiamo ricevuto.

Forse la santità non è sempre qualcosa di straordinario.

Forse qualche volta è semplicemente continuare ad amare.

Continuare a pregare.

Continuare a sperare.

Continuare a fare il bene anche quando non vediamo ancora il frutto.

Perché la famiglia è un dono, ma è anche una responsabilità.

Non ci è stata data perché tutto sia facile.

Ci è stata data perché attraverso le relazioni impariamo a diventare persone capaci di amare.

E forse un giorno, guardando indietro, potremo scoprire che proprio le persone che ci hanno fatto esercitare di più nella pazienza ci hanno insegnato la pazienza.

Che proprio le situazioni che ci hanno costretto a perdonare ci hanno insegnato il perdono.

Che proprio le ferite che abbiamo affidato a Dio ci hanno insegnato a pregare.

Che proprio quella famiglia imperfetta che avremmo voluto diversa è stata, in qualche modo misterioso, uno dei luoghi nei quali Dio ci ha insegnato ad amare.

Non perché tutto ciò che è accaduto fosse giusto.

Non perché ogni sofferenza dovesse essere sopportata in silenzio.

Ma perché Dio può far nascere il bene anche dalle nostre storie ferite.

Questa è la speranza cristiana.

Non la speranza ingenua che tutto si risolverà senza dolore.

Ma la certezza che il male non ha l’ultima parola.

Per questo vale la pena custodire ciò che può ancora essere salvato.

Vale la pena cercare la riconciliazione quando è possibile.

Vale la pena pregare.

Vale la pena perdonare.

Vale la pena fare il primo passo.

Vale la pena non alimentare la divisione.

Vale la pena ricordare che davanti a Dio quella persona non è soltanto il torto che ci ha fatto.

È una persona.

È un’anima.

È qualcuno che Dio ama.

E forse proprio qui si trova la parte più difficile e più bella della nostra vocazione all’amore.

Non possiamo scegliere tutte le persone che incontreremo nella vita.

Non possiamo cambiare il passato.

Non possiamo cancellare tutte le ferite.

Ma possiamo scegliere cosa fare oggi dell’amore che Dio ci chiede.

Possiamo domandarci:

Signore, come posso portare frutto proprio qui?

Come posso amare meglio?

Come posso perdonare?

Come posso ricucire ciò che può essere ricucito?

Come posso smettere di alimentare la divisione?

Come posso essere io, per primo, uno strumento di pace?

La famiglia non è il luogo dove troviamo persone perfette.

È il luogo dove impariamo ad amare persone imperfette.

È il luogo dove impariamo a portare i pesi gli uni degli altri.

È il luogo dove impariamo che nessuno si salva da solo.

È il luogo dove possiamo esercitarci nella pazienza, nel perdono, nella misericordia e nel servizio.

È il luogo nel quale possiamo imparare a vivere quelle parole di Gesù che dovrebbero essere il cuore di ogni relazione: «Amatevi gli uni gli altri».

E forse, alla fine, la domanda più importante non sarà:

«Perché Dio mi ha dato proprio questa famiglia?»

Ma:

«Signore, che cosa vuoi fare attraverso di me proprio in questa famiglia?»

Forse vuole che io porti pace.

Forse che io perdoni.

Forse che io preghi.

Forse che io faccia il primo passo.

Forse che io impari finalmente ad ascoltare.

Forse che io smetta di aspettare che siano gli altri a cambiare e cominci a cambiare io.

Perché può darsi che proprio lì, nella nostra casa, nelle nostre relazioni, nelle nostre fatiche e persino nelle nostre ferite, Dio abbia nascosto una delle strade attraverso le quali vuole condurci alla santità.

La famiglia è un dono prezioso.

Non perché sia perfetta.

Ma perché, attraverso di essa, possiamo imparare la cosa più importante di tutte:

amare.








La soluzione c’è e ha un nome: santità





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by Aldo Maria Valli 11 ago 2026




di Joseph E. Strickland

Non si può fingere di possedere il profumo della santità. Esso proviene solo dal grano macinato, dall’olio versato, dalla morte nascosta dell’io. La santità è il profumo di un’anima che non dice più “la mia volontà”, ma solo “la tua volontà”. La santità non è rumorosa. Non si pubblicizza. Ma quando entra in una stanza, i demoni tremano e gli angeli si avvicinano. È il profumo del sacrificio, l’aroma di Cristo che “ci ha amati e ha dato sé stesso per noi, in offerta e sacrificio a Dio di soave profumo” (Efesini 5:2).

La riconosci quando la incontri. È la presenza silenziosa di una nonna che prega tutta la notte per i suoi figli ribelli. È la vita nascosta di un’anima consacrata che ha rinunciato a ogni comodità per appartenere interamente a Dio. È l’uomo mite che perdona una grave ferita e non ne parla, perché la porta con sé all’altare.

Il mondo non riconosce questa fragranza. La deride, perché sa di sacrificio: morte all’ego, morte al piacere, morte alla “mia verità”. Ma in paradiso questo è il profumo dei santi.

Prendiamo ad esempio padre Damiano de Veuster (1840-1889). Non era famoso. Non era una persona raffinata. Non era una persona sicura di sé. Era un semplice prete belga che si offrì volontario per servire le anime più abbandonate: i lebbrosi esiliati su un’isola remota delle Hawaii. Nessun altro voleva andarci, quindi andò lui.

Toccò le loro ferite. Costruì le loro case. Ascoltò le loro confessioni. Seppellì i loro morti. E si fermò. Non come un visitatore, ma come un padre, un fratello, un pastore. E col tempo divenne un compagno di sofferenza. Perché padre Damien alla fine contrasse la stessa malattia. Avrebbe potuto andarsene, ma non lo fece. Scelse di morire tra loro, con loro, per loro.

Questa è la santità. Questa è la fragranza che giunge al trono di Dio. E quella stessa fragranza – di sacrificio nascosto, di amore eterno, di Cristo crocifisso – deve risorgere nel nostro tempo.

Nessuno ha incarnato quel profumo più perfettamente della Madonna. Lei è il fiore più puro di tutta la creazione: la rosa senza spine, il giglio tra le spine. Disse di sì e il Verbo si fece carne. Soffrì in silenzio sul Calvario. La sua santità ha cambiato la storia.

La Chiesa oggi non ha bisogno di altre strategie o slogan. Ha bisogno di santi. Non di santi nel senso di un sentimentalismo blando, ma nel senso di amore ardente. Non ha bisogno di santi che piacciono alla folla, ma di santi che piacciono a Cristo. Non di santi che cercano visibilità, ma di santi che cercano la Croce.

La santità non è riservata a pochi. È una chiamata universale. “Questa infatti è la volontà di Dio: la vostra santificazione” (1 Tessalonicesi 4:3). E il profumo della santità può provenire solo da cuori infiammati dalla carità divina, e bruciati come incenso sull’altare di Dio.

Allora vi chiedo: che profumo lasciano dietro di sé le nostre vite?

Abbiamo forse lo stesso odore del mondo, un profumo di orgoglio, autocelebrazione e indulgenza? Oppure portiamo con noi l’odore di Cristo crocifisso?

Essere santi non significa brillare, ma ardere. E quando un’anima arde d’amore, lascia dietro di sé il profumo del paradiso.

Vorrei che oggi portaste con voi queste parole.

Non sei stato creato per la mediocrità. Non sei stato creato per andare alla deriva. Sei stato creato per essere santo. E sei chiamato – ora, oggi – a lasciare alle spalle il profumo del mondo e ad assumere la fragranza di Cristo.

Questa è l’ora delle anime sante. Non è un giorno qualsiasi. Non bisogna aspettare quando i figli saranno più grandi, o quando la Chiesa sarà più forte, o quando il frastuono si sarà placato. Il momento è adesso.

Il mondo non migliorerà per caso. La Chiesa non sarà purificata dai burocrati. E Cristo non regnerà nei nostri cuori se continuiamo ad aspettare di sentirci pronti. La santità non aspetta. Arde.

Siate santi. Non santi di comodo. Non santi deboli, ma santi veri. Che la vostra purezza svergogni le tenebre. Che le vostre preghiere costruiscano ciò che il mondo sta distruggendo. Che la vostra sofferenza, offerta con amore, si elevi come incenso e guarisca le ferite del Corpo di Cristo.

Che il profumo della santità risplenda nelle nostre case, nelle nostre parrocchie, nei nostri cuori. Che i pastori siano fedeli, i fedeli saldi e la Chiesa risplenda della luce dell’Agnello.

Lasciatemi parlare francamente.

La santità non è una virtù privata. È un fuoco. Purifica l’anima, certo, ma purifica anche la Chiesa. È così che Dio ricostruisce. Non con il rumore, ma con la fedeltà. Non con i programmi, ma con la purezza. Non con le strategie, ma con i santi.

La linea è stata piegata, le fondamenta offuscate. Ma la santità ci riporta alla linea verticale.

Il profeta Amos lo vide. Se la Chiesa si rinnoverà, tutto non inizierà a Roma, né nei sinodi o con i comunicati stampa. Inizierà nel chiostro. Nel confessionale. Nel silenzio di un cuore che dice: fiat!

Che il rinnovamento cominci dunque da te. Che la tua anima sia l’altare. Che la tua vita sia il profumo. E che la Chiesa ritrovi la sua strada attraverso il sì dei fedeli. La santità forse non fa notizia. Ma riscrive la storia.

E se vi chiedete che aspetto abbia – che cosa significhi la santità in carne e sangue – rivolgete lo sguardo all’anima che prega quando nessuno la vede.

Guardate al padre che conduce i suoi figli a inginocchiarsi davanti all’Eucaristia.

Rivolgetevi al sacerdote che predica la verità senza scuse, anche a costo di sacrifici personali.

Osservate la giovane donna che indossa la modestia come una corona in un mondo spudorato.

Guardate l’uomo morente che offre il suo dolore con amore per le anime che non incontrerà mai.

Stiamo vivendo un periodo di grandi scosse. Le fondamenta sono state messe alla prova. I fedeli si sono dispersi. Nel santuario c’è confusione. C’è silenzio dove dovrebbe esserci profezia. E molti si chiedono: “E adesso?”. La domanda non è nuova, ma nemmeno la risposta. Non è mai cambiata.

La Chiesa non si rinnoverà grazie a strutture migliori o a idee moderne e innovative. Si rinnoverà grazie a uomini e donne santi, ardenti d’amore, incrollabili nella verità, radicati nella preghiera e nascosti in Cristo. È lì che si vincerà la battaglia.

Se costruisci la tua vita su qualsiasi cosa che non sia la volontà di Dio, essa crollerà. Ma se ti ancori alla sua verità – se dici sì alla chiamata alla santità – allora diventi incrollabile. Diventi parte del resto che Dio userà per restaurare la sua Chiesa.

E sì, Egli la ristabilirà. Purificherà il santuario. Suscita pastori fedeli. Disperderà i mercenari, umilierà i superbi ed esalterà i piccoli. E quando la tempesta sarà passata, saranno i santi a rimanere, coloro che hanno portato il profumo della santità, anche quando nessuno se n’era accorto.

Non dire di essere troppo debole. Non dire di essere troppo a pezzi o che è ormai troppo tardi. Sei nato per questo tempo. Sei stato posto in quest’ora non per stare a guardare, ma per combattere: in ginocchio, a casa tua, nel silenzio.

E quando la polvere si sarà posata – quando i falsi profeti saranno dimenticati, quando i corrotti saranno stati smascherati, quando i lupi saranno abbattuti – non saranno i podcast o le piattaforme a rimanere. Saranno le anime che hanno vissuto nascoste nelle ferite di Cristo.

Che tu sia quella persona.

Lasciate che il profumo del sacro riempia le vostre case. Lasciate che si elevi nelle vostre parrocchie. Lasciate che si insinui nelle vostre conversazioni, nelle vostre decisioni, nei vostri sacrifici nascosti. Lasciate che si elevi dalle vostre ferite. Lasciate che si elevi dalla vostra adorazione. Lasciate che si elevi dal vostro amore per l’Agnello di Dio. E lasciate che raggiunga il Cielo. Perché il Pastore non ha ancora finito di chiamare. Egli cammina ancora tra le sue pecore. E non si fermerà finché non saranno tutte radunate, guarite e rese integre.

E ora vi benedico.

Signore Gesù Cristo, Sommo Sacerdote e Pastore delle Anime,

ponete il vostro sigillo su ogni cuore che abbia udito queste parole.

Suscitate santi per quest’ora: nascosti, santi e coraggiosi.

E possa il profumo del loro sacrificio riempire ancora una volta la Chiesa.

Cuore Immacolato di Maria,

schiaccia il serpente.

Rinnova la sposa.

Conduci tutti noi al Cuore di tuo Figlio.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

pillarsoffaith

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Nell’immagine: Agnolo Gaddi, “Riconoscimento della Vera Croce” (particolare), affresco, 1380 circa, basilica di Santa Croce, Firenze.





lunedì 10 agosto 2026

Messa Azteca, Sì! Ma Messa tridentina, No.




lunedì 10 agosto 2026












Cristian Marquant, 8 agosto 2026

È fondamentale comprendere che la riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II, sviluppatasi a partire dal 1964, non è in alcun modo paragonabile alle varie riforme, modifiche, evoluzioni e adattamenti che le liturgie cattoliche hanno subito nel corso dei secoli. La riforma di Paolo VI è unica. Fu una riforma globale: modificò l'intero culto: la Messa, i sacramenti e i sacramentali; fu una riforma radicale: i cambiamenti influenzarono profondamente tutti i suoi aspetti. Inoltre, come ogni processo paragonabile a una rivoluzione, questa riforma non è mai veramente conclusa. Cerca costantemente qualcosa di "più" o di "meglio".

Paolo VI, al momento della pubblicazione dei suoi nuovi libri, potrebbe anche aver creduto di aver completato l'opera di trasformazione, ma avrebbe dimenticato che l'intrinseca malleabilità della sua riforma trascendeva tutti i suoi decreti. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI immaginarono di poter frenare la macchina impazzita e iniettare una dose di classicismo nelle innovazioni, ma nulla di tutto ciò è possibile perché questo processo di riforma, come il cattolicesimo liberale da cui è scaturito, cerca di adattarsi all'era presente, l'era della modernità. E la modernità è in costante movimento. E così anche la riforma.

Una delle parole chiave di questa riforma è inculturazione: la liturgia deve essere indiana in India, africana in Africa, ispirata alla Pachamama in Amazzonia, e così via. Tuttavia, la modernità è globalizzante e unificante, e la diversità vi diventa marginale, semplicemente come un modo per relativizzare l'eredità del passato. Un esempio paradigmatico di questo adattamento marginale, che mira a dimostrare che la lex orandi è fondamentalmente una legge modificabile, è l'inculturazione della liturgia romana nella cultura azteca.




Il 27 giugno, a Los Angeles, dove gran parte della popolazione cattolica è latina di origine o messicana, è stata celebrata una Messa azteca nella Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli. Questa Messa combinava testi liturgici, danze, poesie e simboli ispirati alle tradizioni azteche. Ballerini liturgici – sembrava quasi che, accanto ai ministeri di lettore (lettrice) e accolito (accolitessa), si potesse creare un ministero di ballerino (ballerina) – adornati di piume, avanzavano in processione al ritmo di tamburi che suonavano melodie suppostamente indigene accompagnate da testi tratti dalla liturgia. 

Il bollettino ufficiale dell'Arcidiocesi di Los Angeles descriveva questa celebrazione inculturata come "un'esperienza di culto". E tanto meglio se si fossero limitati a piume e danze, senza ripristinare anche i sacrifici umani offerti alle divinità, che rappresentavano la pratica più eclatante di quella liturgia azteca fortunatamente abolita con l'arrivo dei missionari spagnoli che portarono il Vangelo. Per quanto riguarda la scatola di idee dei nostri liturgisti, vorrei citare anche quella di un frate domenicano, professore di teologia dogmatica, il quale credeva che le liturgie germaniche potessero ispirarsi a certe opere wagneriane.

In realtà, la "cultura azteca" odierna non è altro che una ricostruzione folcloristica. E, proprio come il dialogo interreligioso è spesso semplicemente un dialogo con se stessi, condotto attraverso interlocutori che si suppone rappresentino il buddismo, l'induismo, lo shintoismo o l'animismo, come se ciascuna di queste entità, con le sue innumerevoli ramificazioni, fosse un vero insieme religioso distinto, dotato di una sorta di struttura ecclesiastica. In realtà, ripeto, questa inculturazione permette una relativizzazione diversificante.

Inoltre, ci viene detto che la diversità deve essere "aperta" e non "chiusa". "La diversità diventa un problema quando si chiude su se stessa", ha affermato Monsignor Filippo Iannone, Prefetto della Congregazione per i Vescovi e uno dei consiglieri più fidati di Papa Leone XIV, in una recente intervista a Zagabria ([Document] "La diversité devient un mal lorsqu'elle se referme sur elle-même": Monseigneur Filippo Iannone espone le priorità di Leone XIV - Tribune Chrétienne).

Pertanto, questa promozione della diversità non si azzarda a estendersi fino all'ammissione della liturgia tridentina. Questo, ovviamente, significherebbe praticare una "diversità chiusa". Al contrario, l'inculturazione avvenuta il 4 ottobre 2019 nei Giardini Vaticani, in occasione del Sinodo sull'Amazzonia [qui - qui - qui - qui indice], è stata un esempio paradigmatico di "diversità aperta". Si è trattato di un momento di preghiera tra Papa Francesco e membri della Curia con rappresentanti indigeni, presunti seguaci di un culto amazzonico più o meno ecologico. Questo momento di preghiera ha incluso canti e processioni attorno a statuette raffiguranti donne incinte del cosiddetto culto di Pachamama, simbolo di vita, fertilità e Madre Terra.




Care sentinelle parigine che chiedete non la Messa azteca, ma la Messa tridentina, voi lo fate invece con zelanti e vigili preghiere recitando il rosario al numero 10 di rue du Cloître-Notre-Dame, dal lunedì al venerdì, dalle 13:00 alle 13:30, e a Saint-Georges de La Villette, al numero 114 di avenue Simon Bolivar, Mercoledì e venerdì alle 17:00, di fronte a Notre-Dame du Travail, domenica alle 18:15.