sabato 11 aprile 2026

Le diocesi e la pace: pregare è sufficiente?




Seguendo l'invito di Papa Leone le diocesi pregano per la pace, ma non è sufficiente finché non si risolve l’assenza di un impegno per la costruzione della società degli uomini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.

Dottrina sociale

Editoriali 


Stefano Fontana, 11-04-2026

Seguendo l’invito di papa Leone e le stesse iniziative da lui promosse, in molte diocesi e parrocchie sono stati organizzate occasioni di preghiera e veglie per la pace. La preghiera è la prima cosa da fare, perché la pace è frutto della carità, ma è anche l’unica? Certamente la Chiesa lavora per la pace in tutta la sua vita-azione, dalla liturgia ai sacramenti, dalla catechesi alle opere di carità spirituali e materiali. Tutto questo contribuisce all’ordine su cui la pace si fonda e in cui consiste. Contribuisce a costruire l’ordine e a ripristinarlo a seguito del peccato, contribuendo in questo modo alla giustizia senza della quale non c’è la pace.

C’è però anche un modo specifico che la Chiesa dovrebbe assumere per costruire la pace, anch'esso espressione di carità. Mi riferisco alla Dottrina sociale della Chiesa, al suo insegnamento e alla sua concretizzazione, alla sua dottrina e alla sua prassi. Se la pace è la “tranquillitas ordinis”, come dice Sant’Agostino nel capitolo XIX del De civitate Dei, non c’è dubbio che la pace nasca dalla costruzione secondo giustizia dell’ordine sociale e politico. A questo, appunto, mira la Dottrina sociale della Chiesa e le energie di pensiero e di azione che ne promanano. Davanti alla potenza degli attori oggi in guerra, può sembrare che questo riferimento alla Dottrina sociale sia ingenuo, ma non va dimenticato, come insegnava Giovanni Paolo II, che gli errori si sedimentano e diventano strutture di peccato, così anche le piccole buone azioni si sedimentano e diventano strutture di bene.

Sulla base di queste considerazioni abbiamo fatto una verifica sul campo. Abbiamo considerato le diocesi del Veneto e abbiamo visto che tutte si sono impegnate, in vario modo, nella preghiera per la pace, ma nessuna ha attivato iniziative di formazione e di incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa in modo organico e continuato. Nelle diocesi di Venezia, Concordia-Pordenone, Adria-Rovigo, Vittorio Veneto, Belluno, Vicenza la Dottrina sociale della Chiesa non esiste. A Verona è stata realizzata una tre-giorni per famiglie in gennaio 2026. L’unica iniziativa presa a Padova è stata programmata all’interno della Clime Social Week 2026, secondo criteri di ambientalismo cattolico, senza alcun riferimento alla Dottrina sociale.

Questo vuoto nelle diocesi venete non è solo recente ma data ormai da parecchi anni. E stiamo parlando di una regione che vanta una grande storia in proposito.

Sappiamo bene che alcune diocesi sono piccole, che tutte attraversano varie difficoltà, tuttavia è doveroso notare questa contraddizione tra la preghiera per la pace e l’assenza di un impegno per la costruzione della società degli uomini alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.






Card. Hollerich: il dibattito sull’ordinazione delle donne non è ancora concluso



Nella traduzione di MessainLatino, l’articolo pubblicato il 19 marzo sul portale Katholisch.de, in cui si riportano le dichiarazioni del card. Jean-Claude Hollerich S.I. in merito alle donne nel ministero ordinato: un tema che per molti è una questione fondamentale per il futuro della Chiesa cattolica e che il card. Hollerich considera ancora aperta e, come sottolinea, ha anche imparato molto al riguardo.

Ricordiamo quanto definito da San Giovanni Paolo II nel n. 4 della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (22 maggio 1994): «Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

Ricordiamo inoltre che la Congregazione per la dottrina per la fede nel decreto generale circa il delitto di attentata ordinazione sacra di una donna ha decretato (19 dicembre 2007): «sia colui che avrà attentato il conferimento dell’ordine sacro ad una donna, sia la donna che avrà attentato di ricevere il sacro ordine, incorre nella scomunica latae sententiae, riservata alla Sede Apostolica».

Ricordiamo infine che tale decreto è stato poi confermato con la costituzione apostolica Pascite gregem Dei con cui viene riformato il Libro VI del Codice di diritto canonico (23 maggio 2021), il cui nuovo canone 1379, paragrafo 3, recita: «Sia colui che ha attentato il conferimento del sacro ordine ad una donna, sia la donna che ha attentato la recezione del sacro ordine, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; inoltre il chierico può essere punito con la dimissione dallo stato clericale».

Lorenzo V.





Per il card. Jean-Claude Hollerich S.I., Arcivescovo di Lussemburgo e Vicepresidente del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa, la questione delle donne nel ministero ordinato nella Chiesa cattolica non è ancora chiusa. «Non riesco a immaginare come una Chiesa possa sopravvivere a lungo termine se metà del popolo di Dio soffre perché non ha accesso al ministero ordinato», ha affermato il card. Hollerich giovedì a Bonn.

Il card. Jean-Claude Hollerich, che ha ricoperto un ruolo centrale come relatore alla 16ª assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi [il cosiddetto «Sinodo sulla sinodalità»: N.d.T.], è intervenuto in occasione di un simposio presso la Katholisch-Theologische Fakultät della Universität di Bonn.

Il card. Jean-Claude Hollerich ha sottolineato che lui stesso era stato in passato più conservatore su questa questione, ma ha cambiato opinione. «Anche come Vescovo ho imparato che non si tratta solo di un desiderio di alcune associazioni femminili di sinistra». Ha aggiunto: «Quando parlo con le donne nelle parrocchie, il 90 per cento di loro condivide la mia opinione». Anche i Vescovi dovrebbero prestare ascolto a questo.

Richiesta di ulteriore pazienza

Il card. Jean-Claude Hollerich ha tuttavia invitato alla pazienza. Per le donne di altre culture, ha affermato, si tratterebbe di «problemi artificiali» se le donne europee parlassero del tema del ministero sacerdotale. «Questa è anche una realtà che dobbiamo riconoscere». Ci vorrà ancora tempo prima che la questione venga affrontata in questo modo in tutte le culture.

Un passo importante è stato compiuto con la riforma della Curia Romana attuata da Papa Francesco (2013-2025) ai sensi della sua costituzione apostolica Praedicate Evangelium sulla Curia Romana e il suo servizio alla Chiesa nel mondo, grazie alla quale le donne possono ricoprire una posizione dirigenziale nella Curia Romana.

Questo proseguirà anche sotto Papa Leone XIV, ha affermato il card. Jean-Claude Hollerich. In linea di principio, dovrebbe valere che le donne, ovunque possano partecipare alla guida della Chiesa, possano farlo. «Sarebbe mio profondo desiderio che tutta la Chiesa se ne rallegrasse», ha sottolineato il card. Hollerich.

Il simposio alla Universität di Bonn era intitolato Synodalität und Praedicate Evangelium – zwei Grundelemente der Kirchenreform von Papst Franziskus [Sinodalità e Praedicate Evangelium: due elementi fondamentali della riforma della Chiesa di papa Francesco: N.d.T.]. L’organizzatore è stato il prof. Jochen Sautermeister, professore di teologia morale di Bonn.

Oltre a lui e al card. Jean-Claude Hollerich, tra i relatori figuravano il card. Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga S.D.B., Arcivescovo emerito di Tegucigalpa, e il card. Oswald Gracias, Arcivescovo emerito di Bombay, mons. Franz-Josef Overbeck, Vescovo di Essen ed Ordinario militare per la Germania, e mons. Klaus Krämer, Vescovo di Rottenburg-Stoccarda, nonché don Josef Sayer, teologo ed ex direttore generale dell’associazione Bischöfliches Hilfswerk Misereor e. V., e le teologhe prof. Margit Eckholt e prof. Klara-Antonia Csiszar.





UN MARTIRE VIVENTE: IL CARDINALE SIMONI






Un Martire Vivente, un Eroe della Fede, il Cardinale Simoni


Prof. Bernardino Montejano

In questo periodo pasquale, è importante ricordare alcune figure esemplari che ci edificano con la loro vita; è nostro dovere farle conoscere.

Bisogna sottolineare che l’Albania era uno stato strettamente comunista, nel quale il Museo dell’Ateismo fu eretto per dimostrare la morte di Dio.

Tuttavia, il tempo è passato e oggi quel piccolo paese ha solo il 16% di non credenti rispetto all’84% di musulmani e cristiani, a dimostrazione del fallimento del totalitarismo comunista e del suo ateismo militante.

E in questa domenica di Pasqua, un simbolo della resistenza cattolica, il cardinale Simoni, rilasciato nel 1990 dopo molti anni di prigionia, appare accanto al Papa nella Basilica di San Pietro.

Come riporta la cronaca di Specola su Infovaticana, si tratta di “un dono di Leone XIV al cardinale albanese Simoni, che ha alle spalle 28 anni di prigionia e lavori forzati sotto il regime comunista ed è un grande difensore e praticante del Vetus Ordo. Il cardinale Ernesto Simoni sedeva alla sinistra di Papa Leone nella loggia centrale della Basilica di San Pietro insieme al cardinale protodiacono Dominique Mamberti”.

«Tre anni fa, Simoni fece la sua prima apparizione nella Loggia delle Benedizioni come cardinale diacono su invito di Papa Francesco, il quale, venuto a conoscenza della sua storia di sacerdote albanese perseguitato dal regime comunista di Enver Hoxha, lo elevò da semplice sacerdote alla dignità cardinalizia nel Concistoro del 19 novembre 2016».

Simoni rievoca con commozione il suo difficile passato e ci racconta: «Non avrei mai pensato di arrivare a festeggiare il mio settantesimo compleanno. Non l’avrei mai immaginato quando mi trovavo di fronte alle mitragliatrici e mi minacciavano di morte». «Non l’avrei mai immaginato quando ero in prigione, costretto ai lavori forzati nelle miniere e nelle fogne, dove ogni giorno di quella sofferenza atroce sembrava l’ultimo per noi prigionieri. Non avrei mai creduto di poter celebrare l’anniversario della mia ordinazione sacerdotale, la data più importante dell’anno per me, con il Santo Padre, al quale rendo grazie».

E ci confidò: «Ho celebrato segretamente la Santa Messa in latino, usando particelle di farina e acqua che, dopo essere state consacrate dal potere che la Chiesa mi ha conferito con l’ordinazione sacerdotale, sono diventate il Corpo di Gesù». Il cardinale ha ricordato con commozione «i tanti compagni di prigionia uccisi per odio verso la fede, innocenti, semplicemente perché ferventi seguaci di Gesù, uomini e donne che hanno dato il loro sangue per la Santa Chiesa».

Non dimentichiamo le parole dello studioso svizzero Emil Brunner nella sua opera “Giustizia. Dottrina delle leggi fondamentali dell’ordine sociale”, in cui denuncia lo stato totalitario come una “grande ingiustizia” dei tempi moderni, “le cui radici storiche affondano nella Repubblica della Rivoluzione francese, nel Contratto sociale di Rousseau, nel principio di ‘alienazione totale’. Non esiste stato moderno che non sia stato contagiato, in misura maggiore o minore, da questa malattia. E non dimentichiamo mai quanto segue: il principio totalitario ha trovato il suo sviluppo più completo e coerente nel comunismo bolscevico” (Università Nazionale Autonoma del Messico, 1961, p. 175).

Oggi in Argentina viviamo nella follia e nella maleducazione di chi grida “Viva la libertà, dannazione!” – cosa che José Luis Rinaldri, da persona perbene qual è, corregge in “Viva la libertà, per l’amor del cielo!” – ma non dobbiamo dimenticare i tempi in cui i guerriglieri marxisti, l’Esercito Rivoluzionario Popolare, i Montoneros e tanti complici hanno seminato il paese di sangue e lacrime per impadronirsi del potere. Sconfitti militarmente, tuttavia, hanno vinto la battaglia culturale e hanno fatto il lavaggio del cervello alle nuove generazioni.

Oggi abbiamo un duplice obbligo: in primo luogo, ricordare quanto siamo stati vicini alla sofferenza, all’essere precipitati nella barbarie marxista, e in secondo luogo, chiarire che la libertà è un mezzo, che come tale è orientato verso un fine ed è legittimato dal suo ordinamento alla verità e al bene.

Possa l’esempio del Cardinale Simoni spronarci a realizzarli, e possa Dio aiutare e benedire il risveglio della nostra Argentina, oggi confusa, addormentata e assente, che sembra aver dimenticato i grandi compiti a cui è stata chiamata.

Buenos Aires, 9 aprile 2026







venerdì 10 aprile 2026

Più cucce meno culle, segno del precipizio demografico



L’ultimo rapporto sugli animali domestici rileva che il numero di animali presenti nelle case italiane è in aumento e supera il numero delle persone. Un aumento che non è causa della denatalità, ma ne è un effetto, con cani e gatti considerati come succedanei affettivi.


Il fenomeno

Vita e bioetica 




Qualche giorno fa commentavamo da queste colonne il precipizio demografico in cui da anni l’Italia è caduta. I dati scientifici sono confermati anche da una constatazione diffusa: in giro si vedono sempre meno bambini e sempre meno pancioni di donne incinte. A questa percezione se ne accompagna un’altra di segno opposto: in giro si vedono sempre più cani. Tale percezione che riscontro ha sul piano scientifico?

L’ultimo rapporto sugli animali domestici – stilato nel 2025 dall’Associazione Nazionale tra le Imprese per l'Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia (ASSALCO) e commissionata da Zoomark International, il salone internazionale dei prodotti e delle attrezzature per gli animali da compagnia – conferma l’opinione diffusa: il numero di cani, gatti e altri animali domestici presenti nelle nostre case è in aumento.

Nel 2024 gli animali da compagnia, compresi uccellini, pesci, rettili, etc., ammontavano a 65 milioni. Nello stesso anno la popolazione italiana ammontava a 59 milioni. Insomma ci sono più animali domestici che italiani nella nostra Penisola. In particolare i cani sono 9 milioni e invece i gatti 11,9 milioni. I pesci sono sul podio: più di 28 milioni. Secondo un rapporto Changes-Unipol, dal titolo Gli Italiani e gli animali domestici, il 57% degli italiani nel 2024 aveva un pet a casa propria.

Avvalendoci di alcuni dati Istat, facciamo ora il confronto tra la popolazione dei bambini-ragazzi tra gli zero e i 14 anni e la popolazione dei cani e dei gatti dal 2014 al 2024. In merito ai bambini-ragazzi questi ultimi erano 8,4 milioni nel 2014. Dopo dieci anni sono scesi a 7,2 milioni. Di contro la popolazione degli amici a quattro zampe cresce nel tempo: nel 2014 i cani erano 7 milioni e sono diventati 9 milioni nel 2024; i gatti erano 7,5 milioni nel 2014 e dopo dieci anni sono arrivati ad essere 11,9. Dunque nel 2014 c’erano più bambini che cani o gatti e nel 2024 il rapporto si è ribaltato. Questo è anche confermato da un altro dato: i punti vendita di Arcaplanet in Italia oggi sono più del triplo di quelli di Prénatal. In breve: più cucce e meno culle.

Questo trend “più cani, meno bebè” ci potrebbe portare a concludere che Argo e Pallina abbiano scalzato dal cuore degli italiani Luca e Carolina. Ma non è così, come vedremo. In realtà Argo e Pallina sono “solo” diventati i loro surrogati. Una possibile conferma arriva dalla rilevazione di Changes-Unipol prima citata: il 79% degli intervistati considera l’animale domestico come un familiare a tutti gli effetti. Il 18% risponde: «non proprio come un familiare a tutti gli effetti». Invece alla domanda «E Lei personalmente, pensa che un animale domestico possa sostituire un figlio?», solo il 28% risponde in modo affermativo, invece il 63% nega che un animale domestico possa sostituire un figlio (le generazioni più giovani sono più propense a porre un’equivalenza tra animale domestico e figlio).

Come interpretare questi dati? Ben pochi si spingono a sostenere che un cane o un gatto valgano come un figlio, ma la maggior parte ammette che è un ottimo sostituto, sebbene, appunto, riconoscano che un cane non può essere paragonato ad una persona. Ecco perché la maggior parte degli intervistati qualifica l’animale come un familiare. Ciò detto, però, sarebbe errato indicare come un possibile fattore della denatalità il fatto che gli italiani preferiscano il cane al figlio. Il cane e il gatto però, in un certo qual modo, sono chiamati a colmare, per quello che è possibile, il buco affettivo della mancanza del figlio. Sono succedanei affettivi. Dunque, l’incremento della popolazione degli animali domestici non è una causa della denatalità, bensì è un effetto della denatalità. Le cause sono altre. Perciò è questo, probabilmente, il motivo per cui alla curva discendente della natalità si accompagna in parallelo la curva ascendente del numero di pet nelle nostre case. Meno figli ci sono, più aumentano i vuoti affettivi da colmare con un cane o un gatto. E questo vale anche per le famiglie che hanno già un figlio.

Cresce la popolazione di amici pelosi e cresce anche l’affetto per loro. Ciò è testimoniato dalla messa in commercio di prodotti bizzarri per i cani: cappottini firmati (anche per il pelosissimo Terranova), impermeabili, calzine e scarpine, cucce riscaldate, passeggini per cani non disabili, giochini, eccetera, a cui va aggiunta una varietà di prodotti per l’alimentazione che mima quella umana. Tutto questo è segno inequivocabile dell’umanizzazione del cane che infatti viene qualificato come “uno di famiglia”. Viene poi da chiedersi in senso darwiniano come avrà mai fatto un pechinese ad arrivare sino a noi dopo millenni di vita all’addiaccio senza scarpine e mantelline. Misteri dell’evoluzionismo.

La moltiplicazione di prodotti per Pongo e Micia va di pari passo all’aumento della spesa per il loro benessere: dieci anni fa quasi la metà dei proprietari spendeva circa 30 euro al mese. Oggi la maggior parte spende fino a 100 euro al mese. Quindi anche questi dati suffragano l’ipotesi che, mancando bambini, l’affetto a loro destinato venga dirottato sul quadrupede. È un affetto anche meno costoso: secondo Federconsumatori un cucciolo nel primo anno costa dai 1.800 ai 2.600 euro. Un cucciolo di uomo dai 7 ai 17 mila. La sproporzione aumenta in modo considerevole con il passare degli anni. Ciò detto, stante la popolazione totale animale domestica di 65 milioni di individui, il fatturato del pet-food nel 2024 arrivava a 3 miliardi e 125 milioni di euro, invece quello per i neonati, popolazione assai inferiore agli animali domestici, arrivava nello stesso anno a un miliardo e 311 milioni. Insomma, fatti i debiti distinguo, spendiamo per far mangiare i nostri animali da compagnia quasi il triplo rispetto a quello che spendiamo per imboccare i nostri figli, proprio perché questi scarseggiano.

Tutti questi dati ci portano a concludere che Maya e Romeo sono surrogati di quel figlio che non si vuole perché più esigente delle bestiole scodinzolanti e anche perché crescendo non sarà così affettuoso come i quadrupedi domestici, i quali – è bene ricordarlo anche se molto doloroso – sono sì affettuosi, ma non per loro scelta, ma perché madre natura li determina ad essere tali.






giovedì 9 aprile 2026

Stati Uniti, +38% di conversioni adulte durante il fine settimana di Pasqua



(Ai)

Il boom è trainato dai ventenni. Lo rivela un'analisi dei dati provenienti da 140 delle 175 diocesi del Paese

Fede viva

Giuliano Guzzo, 09 Aprile 2026 

Il risveglio del cattolicesimo americano non solo è confermato, ma appare sempre più vigoroso. Secondo un'analisi dei dati provenienti da 140 delle 175 diocesi del Paese, infatti, la Chiesa cattolica statunitense durante il fine settimana di Pasqua ha registrato un aumento stimato del 38% di conversioni tra gli adulti. Lo si può affermare dopo che Hallow – una app cattolica di preghiera e meditazione con oltre 15 milioni di utenti registrati e delle cui iniziative il Timone ha peraltro già scritto - ha analizzato i dati aggregati delle diocesi.

Ebbene, analizzato tali dati si è osservata una crescita costante delle conversioni adulte. Com’è inevitabile che sia, tale crescita è disomogenea. In testa, per esempio, troviamo l’Arcidiocesi di Los Angeles dove l’aumento delle conversioni al cattolicesimo con battesimo e cresima è risultato addirittura del 139%; a seguire, Chicago ha visto un aumento del 52% e New York City una crescita del 36%. Nel dare conto di tali rilevazioni, il Washington Times ha raccolto il parere del sociologo Brad Wilcox, docente all’Università della Virginia.

Secondo Wilcox - raffinato studioso in particolare del tema della famiglia, che ha già rilasciato interviste anche al nostro mensile (qui per abbonarsi) - tale crescita è per lo più alimentata da quei giovani che, prima durante il Covid e poi con l’ascesa della cancel culture, «si sono sentiti esclusi» iniziando a cercare altrove una nuova area di riferimento e, «una delle poche istituzioni che li accoglie a braccia aperte è la Chiesa cattolica». Parole che hanno un sicuramente un fondamento di verità, anche se forse il fenomeno delle conversioni adulte è più complesso.

Allo stesso modo, va fatta chiarezza su un punto: più conversioni adulte non significa automaticamente crescita di una determinata confessione religiosa, in questo caso il Cattolicesimo. Per poter parlare di crescita, infatti, bisognerebbe sempre tener presente un altro dato: quello degli abbandoni della fede, che restano elevati proprio in età adulta. Questa però non rappresenta una buona ragione per non rallegrarsi di dati e statistiche che certamente costituiscono un elemento di speranza. Anche perché, va detto anche questo, i segnali di riscoperta della fede cristiana tra i giovani iniziano davvero ad essere molti.

Inoltre, che una effettiva crescita della fede cristiana possa esserci risulta indirettamente suggerito anche da altri dati. Per esempio, secondo il Cooperative Election Study dell'Università di Harvard, la percentuale di adulti che dichiarano di non avere «alcuna affiliazione religiosa» è diminuita costantemente per tre anni. Il numero di questi cosiddetti «non affiliati» è sceso dal 36,2% nel 2022 al 31,8% lo scorso anno, invertendo una tendenza di crescita decennale. Certo, non essere «non affiliati» non significa essere cattolici; ma una primavera della fede passa inevitabilmente, inutile negarlo, anche da questi dati.






mercoledì 8 aprile 2026

Messori non era un apologeta, la sciocchezza di Avvenire



In un commento sulla figura dello scrittore morto il Venerdì Santo, Avvenire elogia Messori mettendolo in contrapposizione con l'apologetica, giudicata negativamente. Un'operazione fuori dalla realtà.

IL CASO

 
Riccardo Cascioli, 07-04-2026

Tanti in questi giorni stanno scrivendo sui giornali e sui social ricordi personali e testimonianze che dicono non solo della grande popolarità di Vittorio Messori - lo scrittore cattolico morto il Venerdì Santo - ma anche di quanto bene abbia seminato nella sua vita. E, per quanto possibile, in questi giorni anche noi apriamo queste pagine a quanti vogliono aggiungere un ricordo o una riflessione sulla vita e l’opera di Messori.

Non sorprende che davanti a un personaggio di tale statura si leggano anche commenti stonati e critiche impietose, ma ciò che non ci aspettavamo di leggere è il commento apparso su Avvenire a firma di Francesco Ognibene. Per poter fare l’elogio di Messori, Ognibene nega che possa essere definito un “apologeta”. Citando soprattutto la rubrica Vivaio, che il giornalista e scrittore tenne su Avvenire dal 1987 al 1992 (ma che poi traslocò, non a caso, sul mensile Il Timone di Gianpaolo Barra), Ognibene ricorre a un presunto «metodo-Messori» che sarebbe «oltre l’apologetica». Ci spiega infatti Ognibene che «parlare di apologetica nella società delle contrapposizioni insanabili oggi però suona come screditamento pregiudiziale dell’altro, mentre di Messori ricordiamo certo la fermezza nel sostenere le sue ragioni ma con lo stile di chi argomenta convinzioni proprie più che voler dimostrare i torti altrui».

Dunque Messori non sarebbe un apologeta, ma «qualcosa di diverso e più ampio, ambizioso, positivo» perché «la ragione del cristiano in cerca della verità dentro il mondo non scende in guerra contro nessuno».

Scopriamo dunque da Ognibene che l’apologetica, che ha accompagnato la storia della Chiesa fin dalle origini e che è stata accantonata solo in tempi recenti, è una cosa cattiva. Perché scredita l’altro in modo pregiudiziale, una sorta di guerra contro chi nega le verità della fede cattolica. Stupidi noi a pensare che l’apologetica fosse invece un’esigenza ineludibile della fede, sintetizzata nelle parole di San Pietro che invita i cristiani «a rendere ragione della speranza» che è in loro (1Pt 3,15).

In realtà l’apologetica non è mai servita a scendere in guerra o a screditare qualcuno, ma è una testimonianza della ragionevolezza della fede, che risponde alle sfide della cultura in cui si è immersi, ed è quindi ovvio che si confronti con gli attacchi alla Chiesa, con gli errori e le eresie. In genere è proprio l’annuncio della Verità che genera reazioni violente da parte di chi serve la menzogna. L’idea che l’annuncio della fede cattolica - se ben fatto - sia accolto con serenità dal mondo e non provochi «contrapposizioni insanabili» è un’utopia, è fuori dalla realtà. Fosse davvero così Gesù non sarebbe stato messo a morte in croce. O forse anche lui era un po’ intemperante e screditava pregiudizialmente i farisei e i dottori del tempio?

Tornando a Messori, in tanti anni di frequentazione mai lo abbiamo sentito parlare di un suo metodo originale o della necessità di andare «oltre l’apologetica». Tutt’altro, insisteva sempre sulla necessità del ritorno all’apologetica classica, concentrandosi sui “tre cerchi”: Dio, Cristo, la Chiesa. È stato anche tra i fondatori dell’Istituto di Apologetica – nato attorno all’esperienza de Il Timone (nato allora proprio come «mensile di apologetica popolare») - e negli ultimi anni si rammaricava casomai della sempre più scarsa popolarità dell’apologetica fra i cattolici, a cominciare dai pastori. Anche il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger – Rapporto sulla fede (1985) – è una grande opera di apologetica e altrettanto il libro-intervista con Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza (1994).

La verità è che Vittorio Messori ha fatto rinascere l’apologetica dopo decenni di censura ecclesiastica, che oggi vediamo ancora in attività ad Avvenire.





La Continenza (Celibato) della Chiesa delle Origini



 Il Concilio di Elvira


di Cinzia Notaro

Nel Sinodo di Elvira, che si tenne intorno al 306, il canone 33 di Elvira, infatti, stabiliva che vescovi, sacerdoti e diaconi sposati dovessero vivere in continenza perfetta, pena l’espulsione dal clero, rafforzando la pratica della continenza. Tuttavia, questo non rappresentava l’introduzione del celibato clericale come obbligo universale, bensì una conferma di norme già esistenti in alcune comunità. La continenza era considerata un segno di dedizione totale a Dio e all’opera della Chiesa.

Il Concilio di Cartagine nel 390 d.C. ribadì la stessa norma, sottolineando che coloro che servivano Dio dovevano condurre una vita di castità. Questi concili dimostrano che la Chiesa primitiva considerava l’astensione sessuale come un elemento essenziale per i chierici.

Un altro punto di riferimento importante è il pontificato di Papa Siricio (384-399 d.C.). In particolare, nel 385 d.C., Siricio scrisse una lettera a Imerio, vescovo di Tarragona, conosciuta come “Directa ad decessorem”. In questo documento, il Papa confermava l’obbligo di continenza per il clero e affermava che questa regola era già in vigore dai tempi apostolici. Siricio sosteneva che la pratica della castità clericale non fosse una novità, ma una tradizione antica che doveva essere rispettata e preservata.

Anche i papi successivi, come Papa Damaso I e Papa Innocenzo I, proseguirono su questa linea, confermando l’importanza dell’astensione sessuale per il clero attraverso i loro decreti. Questi interventi pontifici dimostrano quanto la Chiesa, già nel IV secolo, considerasse la continenza clericale come una parte imprescindibile della vita sacerdotale, ritenendola una tradizione immutabile e risalente agli apostoli stessi.

Le affermazioni dei Padri della Chiesa in Occidente, come Ambrogio, Girolamo e Agostino, concordano ampiamente sull’importanza della continenza per coloro che svolgono un ministero ecclesiastico, inclusi i diaconi, e vedono questa pratica come una tradizione antica e non come un’innovazione. Diverse fonti patristiche mostrano che la continenza clericale, inclusa la verginità e il celibato, era ritenuta parte della tradizione primitiva della Chiesa. Ecco alcune citazioni che supportano questa visione.

Sant’Ambrogio (339-397)

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, è stato uno dei primi a difendere con vigore la continenza per il clero. In più occasioni ha ribadito che questa pratica risale alla tradizione apostolica. Lettera 63 (Indirizzata al vescovo Costanzo): Ambrogio afferma chiaramente che i chierici, compresi i diaconi, devono mantenere una vita di continenza. Secondo Ambrogio, questa non è una nuova prescrizione ma una conferma della tradizione ecclesiastica. “Conviene che coloro che sono al servizio degli altari si astengano dalle necessità coniugali.”De officiis ministrorum 1, 50: “È richiesta continenza perfetta da coloro che amministrano i sacramenti, affinché servano al Signore senza impedimento.”

San Girolamo (347-420)


San Girolamo, noto per la sua traduzione della Bibbia in latino (la Vulgata), è stato un forte sostenitore della continenza clericale, sostenendo che i chierici dovessero vivere in castità come segno di dedizione totale a Dio.Lettera 48, 21 (a Pammachio): Girolamo sottolinea come l’astinenza sessuale per i chierici sia una consuetudine fin dall’epoca apostolica. “Anche nei tempi antichi, i vescovi e i presbiteri sono stati scelti tra i vergini o tra coloro che una volta sposati non vivevano più con le mogli.”Adversus Jovinianum I, 34: Girolamo difende la superiorità della verginità e l’astinenza sessuale come vocazione per il clero. “Essi (i sacerdoti e i diaconi) devono vivere nella continenza perfetta per essere in grado di presentare un sacrificio degno a Dio.”

Sant’Agostino (354-430)


Sant’Agostino, vescovo di Ippona, ha anch’egli affermato chiaramente la necessità della continenza per il clero, inclusi i diaconi, vedendo questa pratica come una parte della tradizione apostolica. De bono coniugali 20, 23: Agostino difende la scelta della continenza per i chierici e afferma che ciò fa parte dell’antica tradizione della Chiesa. “Coloro che sono al servizio del sacramento devono vivere continenti affinché preghino senza ostacoli.”Lettera 211 (Ad Aurelio): Agostino ribadisce che la continenza è stata praticata dai chierici fin dall’inizio. “Tutti coloro che esercitano un servizio divino, dal giorno della loro ordinazione, sono obbligati a vivere in continenza.”

Testimonianza di Alfons Maria Stickler

Il cardinale Alfons Maria Stickler, noto storico della Chiesa, ha scritto molto sulla disciplina del celibato e della continenza nella Chiesa primitiva. Egli sottolinea che, anche nei documenti più antichi, non esistono riferimenti a un’innovazione riguardante il celibato clericale, ma piuttosto è presentato come una prassi costante della Chiesa primitiva. La continenza perfetta, specialmente per sacerdoti e diaconi, era vista come parte integrante della tradizione apostolica, e non un’innovazione tardiva.

Purtroppo, ci sono studiosi, anche di rilievo, che ripropongono spesso la vecchia propaganda luterana e calvinista, secondo cui la continenza clericale sarebbe stata introdotta solo nel 1139, con il Secondo Concilio del Laterano. In realtà, il canone 7 del concilio stabilisce: “Stabiliamo che nessun chierico, dall’ordine suddiaconale in su, osi contrarre matrimonio. Se lo fa, dobbiamo considerare tale unione nulla.”

Quindi, i matrimoni contratti dai membri del clero non erano solo illeciti, ma anche invalidi, cioè nulli, come se non fossero mai avvenuti. Stickler osserva: «Questa severa sanzione è un’ulteriore conferma dell’obbligo alla continenza che esiste da sempre».

E le Chiese d’Oriente?

E le Chiese d’Oriente, dove solo i monaci e i vescovi sono tenuti alla continenza assoluta, mentre preti e diaconi possono vivere il matrimonio, a patto che sia il primo e unico, e sia stato contratto prima dell’ordinazione? Tutti i documenti indicano chiaramente che per molti secoli anche in quelle comunità l’astensione praticata in Occidente era la norma. Le eccezioni spesso citate derivano in realtà da fonti falsificate.

Nella Chiesa orientale convocato dall’imperatore bizantino, al Concilio Trullano, ufficialmente noto come Concilio di Costantinopoli IV, si tenne nel 691-692 d.C. a Costantinopoli, venne stabilita la disciplina ancora oggi vigente tra gli ortodossi. Tuttavia, si trattò di una vera e propria resa: la Chiesa d’Oriente, priva di una struttura gerarchica solida come quella d’Occidente, non aveva gli strumenti per contrastare efficacemente gli abusi, che erano sempre più diffusi. Infatti, il Canone 13 del Concilio Trullano afferma: “Poiché abbiamo appreso che in alcune zone d’Oriente e d’Occidente i presbiteri e i diaconi, dopo aver ricevuto l’ordinazione, si separano dalle proprie mogli… noi dichiariamo che… sia sufficiente che si astengano dall’unione coniugale nel periodo in cui servono l’altare”.

Inoltre, la Chiesa orientale, sottomessa all’Imperatore bizantino, cedette alle pressioni politiche: i governanti trovavano più facile controllare un clero che “teneva famiglia”. Si tentò comunque di salvaguardare il principio della continenza, imponendo l’astinenza sessuale almeno durante il servizio all’altare e riservando la castità assoluta a vescovi e monaci. Una situazione forzata, ben lontana dall’ideale, come lamentarono molti in Oriente, e come ancora oggi molti lamentano. È curioso notare come alcuni, ora, vedano in questa prassi un modello auspicabile anche per l’Occidente.