lunedì 31 agosto 2026

Il Massachusetts tutela i cuccioli ma non i bambini prima della nascita



Le tragiche contraddizioni del Massachusetts: consentire l’aborto fino alla nascita ma legalizzare (giustamente) ogni tutela per gli animali.


Ultimissime


Reda\UCCR, 31 ago 2026

Tutelare i cuccioli di cane e uccidere i bambini anche poco prima di nascere.

E’ questo il tremendo paradosso del Massachusetts, uno dei 50 stati degli Stati Uniti d’America, con capitale Boston.


Massachusetts, aborto fino al parto

UCCR ne ha parlato di recente.

La nuova legge firmata dalla governatrice Maura Healey elimina il precedente limite alle interruzioni di gravidanza dopo la 24ª settimana, consentendo di fatto l’aborto fino al momento della nascita.

Il provvedimento stabilisce che l’aborto potrà essere praticato sulla base del “giudizio professionale” del medico, senza necessità di un secondo parere.

In pratica, un infanticidio legalizzato tramite avvelenamento e/o smembramento del corpo per estrarlo dall’utero, con conseguente inflizione di atroci dolori.

La governatrice ha difeso la legge dalle numerose critiche, ribadendo anche di sentirsi una “cattolica orgogliosa”.


Cuccioli tutelati fino a 8 settimane

Healey non ha mostrato alcuna pietà verso i bambini non ancora nati e completamente formati, ma l’ha espressa per gli animali.

Nel 2025 ha infatti varato una legge che vieta di separare definitivamente dalla madre cuccioli di cane e gattini di età inferiore alle otto settimane di vita, anche per prevenire problemi di salute legati a una separazione troppo precoce.

La ratio dichiarata è la (benemerita) protezione del benessere degli animali: a quell’età è considerato necessario che abbiano raggiunto una sufficiente maturità prima di essere separati.

Da un lato si ritiene quindi (giustamente) di vietare la separazione di un cucciolo dalla madre per tutelarne lo sviluppo e il benessere, dall’altro si autorizza l’uccisione del bambino non ancora nato e nell’imminenza ad essere partorito.


Scomunica per la governatrice “cattolica”?

Negli Stati Uniti è intanto in corso una petizione per chiedere all’arcivescovo di Boston, Richard Henning, di scomunicare la governatrice “cattolica orgogliosa”.

Per il momento l’arcidiocesi ha definito la nuova legge «gravemente immorale», ribadendo l’insegnamento cattolico sulla tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Non c’è stato però l’annuncio di un provvedimento nei confronti della governatrice.

Un paradosso simile a quello esistente oggi in Massachusetts lo avevamo rivelato nel giugno scorso (video più sotto).

Attraverso un esperimento sociale, si osservava la reazione indignata dei passanti davanti all’ipotesi di sopprimere cuccioli di animale non ancora nati, salvo poi cambiare posizione quando veniva proposta la stessa questione riguardo ai bambini nel grembo materno.



Qui sotto il video (pubblicato sul nostro canale YouTube)




Fonte

Card. Sarah: “La messa antica per i sacerdoti è quella che aiuta a celebrare meglio”




L'atteggiamento nei confronti della Tradizione e del Rito antiquior desta scalpore; tant'è che ne continuano a parlare gli organi di stampa. In una intervista a Il Giornale, dal titolo molto riduttivo (ma la scelta è dell'articolista), l'ex prefetto del Dicastero per il Culto Divino sostiene che l'opposizione alla liturgia tradizionale sia confinata a "circoli culturali autoreferenziali" radicati più nella psicologia che nella sostanza. Inoltre critica severamente le restrizioni imposte da Bergoglio con Traditionis Custodes, definite non sagge e anche non rispettose nei confronti di Benedetto XVI. L'accesso alle forme rituali "riconosciute e in uso da secoli", insiste il Cardinale, non può mai essere legittimamente limitato per decreto. E condanna senza mezzi termini l'ostilità verso i cattolici legati alla tradizione, definendola "miope", "puramente ideologica" e quindi "dannosa e distruttiva per la Chiesa". Tutto esatto, ma frammisto ad osservazioni da conservatore. Pone infatti l'accento sulla correzione degli abusi liturgici e insiste sulle Ratzingeriane "due forme". A questo riguardo vedi qui. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.



Nico Spuntoni, 27 agosto 2026

La denuncia dei troppi abusi liturgici è uno dei cavalli di battaglia del cardinale Robert Sarah, già prefetto del dicastero per il culto divino. Il porporato è tornato a scriverne nel suo ultimo libro Il Cantico dell’Agnello. Musica sacra e liturgia celeste scritto con Peter Cater ed edito da Cantagalli.

Eminenza, secondo lei esiste un’avversione per il latino e il canto gregoriano in alcuni settori della Chiesa?

«Mi pare una avversione di alcuni circoli culturali autoreferenziali più psicologica che realmente fondata e penso che sia unicamente un problema anagrafico: quando passerà la generazione dei sessantottini, passeranno anche questi infondati unilateralismi che mortificano la statura culturale stessa del cattolicesimo latino». [Ma come sarà possibile se, salve rare eccezioni, vengono nominati vescovi e cardinali i loro epigoni formati dalla loro 'pastorale' vaticansecondista e completamente digiuni, nonché refrattari, come appare anche l'attuale pontefice? - ndr]

Benedetto XVI era convinto che la forma straordinaria (la cosiddetta messa in latino) potesse influenzare positivamente quelle celebrazioni nella forma ordinaria che mancavano di sacralità. Aveva ragione?

«Tra gli effetti della liberalizzazione della forma straordinaria c’è stata la positiva influenza, direi anche correzione, dei possibili abusi nella celebrazione della forma ordinaria. Tali abusi sono atti gravissimi con i quali, però, non possiamo mai identificare la forma ordinaria stessa. Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio. Penso che nell’intenzione di Benedetto XVI ci fosse anche un atteggiamento profondamente umile e democratico: garantirne la massima diffusione per consentire al popolo di Dio, nei decenni, di poter scegliere quale forma corrispondesse maggiormente all’implementazione della fede. Ma tutto questo è stato stroncato da Traditionis Custodes mentre il Pontefice emerito era ancora vivente».

Che giudizio ne dà?

«Non mi è parsa una scelta saggia né rispettosa. Ma Benedetto, uomo mite come un agnello, si è lasciato umiliare, e, così, nel silenzio e la preghiera, ha offerto a Dio la sua sofferenza per meglio immedesimarsi nel dolore di Cristo per la sua Chiesa e purificarla».

Che ne pensa della richiesta di abrogare le restrizioni?

«L’accesso alle forme rituali riconosciute ed esistenti da secoli non può mai essere artificiosamente limitato da decreti. Se un rito non servisse alla fede, morirebbe autonomamente; se al contrario custodisce e promuove la fede, non ci accada di limitarlo, perché limiteremmo la preservazione e diffusione della fede stessa».

Cosa si sente di dire ai tantissimi fedeli attratti dalla liturgia antica ma che magari devono fare km per una messa?

«Non posso che ammirare questa grande espressione di amore verso Dio. Il fenomeno sta conoscendo una diffusione crescente. Se la gerarchia sarà davvero capace di leggere i segni dei tempi odierni - e non quelli del ’68, arrivando ancora in ritardo - allora si potranno aprire spazi di fraterno e sereno dialogo. Non possiamo come Chiesa fare la guerra a chi partecipa devotamente alla messa, solo perché predilige una forma invece che un’altra: è un atteggiamento miope e del tutto ideologico, quindi non pastorale e non cristiano. È dannoso, distruttivo per la Chiesa».







NO AL SUIDICIO ASSISTITO IN VENETO. COMUNICATO DELL’OSSERVATORIO






Di Osservatorio Card. Van Thuân, 31 ago 2026

Il nostro Osservatorio non ha una dimensione solo regionale, però ha sede in Veneto e segue quindi le vicende sia della Chiesa sia della società civile e politica di questa regione. Domani, 1 settembre 2026, il Consiglio regionale del Veneto esaminerà la proposta di legge di iniziativa popolare su “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, con un sostegno politico trasversale e l’appoggio del Presidente del Consiglio regionale Luca Zaia

La formulazione di questa legge tiene conto delle esigenze espresse dalla Corte costituzionale e dei limiti entro i quali, secondo la Consulta, si può legiferare a questo proposito. Chi ha fatto la proposta e le forze politiche che la appoggiano pensano erroneamente che questo possa essere sufficiente per legittimare l’uccisione per legge di una persona. Pensano anche che la eventuale presenza nel testo di legge del diritto all’obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari possa giustificare l’ingiustificabile.

È opinione diffusa che la legge passerà. La Sinistra sembra molto compatta, mentre nel centro-destra si notano molte varianti. Partiti che in passato avevano manifestato una certa attenzione per queste problematiche legate ai principi non negoziabili, hanno incorporato i principi liberali nella mentalità soprattutto dei propri dirigenti: il caso di Luca Zaia è significativo. A quanto pare, Forza Italia sceglierà di non scegliere e di lasciare libertà di coscienza ai propri consiglieri, dando così prova di non sapere che la coscienza – compresa quella politica e dei politici – ha dei limiti non oltrepassabili. Concedere la libertà di coscienza significa abdicare alla politica, e ritenere che una questione come quella del suicidio assistito sia un fatto morale privato e non di etica pubblica.

Nel mondo cattolico si è notato qualche presa di posizione ufficiale contraria alla legge, come nel caso di Comunione e Liberazione Veneto e del Forum delle associazioni familiari del Veneto. Però la Chiesa veneta è ben lontana dall’intervenire in modo combattivo. L’ultimo documento emesso è stata una Nota del 2023, ormai parecchio tempo fa. Di recente, c’è stato un dibattito pubblico tra Luca Zaia e il Patriarca Francesco Moraglia, ma non si può dire che una tale discussione – “rispettosa e laica”, come è stata definita – sia sufficiente per esaurire l’impegno della Chiesa su questo fronte. Essa è lontana dal guidare la protesta, dall’indicare con forza gli obblighi morali sottostanti, di richiamare tutti i consiglieri alle loro responsabilità e magari anche intervenire direttamente su alcuni di loro, soprattutto quelli che vanno dicendosi cattolici. La Chiesa ormai pensa di non avere più doveri di questi tipo, ma solo di garantire un dibattito non divisivo. L’eventuale approvazione di questa legge avverrà nel silenzio delle diocesi e delle parrocchie, i fedeli non ne sapranno nulla, nessuno li informerà come nessuno li ha formati sui contenuti e spinti a mobilitarsi per influire sull’esito.

Per fortuna nel Consiglio regionale c’è qualcuno che in aula darà battaglia, come nel caso del consigliere Davide Lovat, oppure di consiglieri di altri partiti che dissentono dalla linea dei propri capi. In un precedente passaggio nel 2024 la medesima proposta di legge era stata bocciata per un voto. Speriamo che una imprevista mobilitazione dei consiglieri al difuori delle logiche di partito possa ottenere lo stesso risultato anche questa volta. Per fortuna ci saranno a Venezia delle manifestazioni, nate dal basso perché i vertiti sia politici che ecclesiastici non rispondono, contro la approvazione e la stessa discussione di questa legge. Infatti, già accettare di discuterne in aula significa ammettere la possibilità di permettere per legge l’omicidio.

Ai consiglieri che daranno battaglia in aula e a quanti risponderanno agli appelli a manifestare sotto il palazzo Ferro Fini della Regione a Venezia, va la nostra solidarietà.

(Foto, Foto di Gerd Altmann da Pixabay)






La paralisi del laicismo e del miraggio multiculturale








Di Silvio Brachetta, 31 ago 2026

Ernesto Galli della Loggia si chiede [qui]: «E se fosse arrivato il momento di smetterla di parlare di multiculturalismo?». Se l’era chiesto vent’anni fa Giuliano Ferrara – su Il Foglio – e si era dato una risposta: basta con la follia «multikulti». E, irriso, ne dava le ragioni.

Ora Galli della Loggia ripete la domanda di Ferrara, ma fa un discorso piuttosto incoerente. Parte bene e centra la questione. L’entusiasmo immigrazionista (e la relativa soluzione multiculturalista), scrive, hanno una medesima regia: l’«élite politico-intellettuale – in grande maggioranza di sentimenti progressisti – che negli ultimi tre quattro decenni ha sostanzialmente determinato l’orientamento ideologico del discorso pubblico occidentale».

Poi però fa l’apologia della «laicità», colonna portante dell’Occidente. La laicità, secondo Galli della Loggia, è «il principio che la religione costituisce eminentemente un fatto della coscienza individuale, il quale di per sé non può pertanto pretendere di dettare le regole e i modi della vita pubblica, né tanto meno di regolare i diritti delle persone e i loro rapporti personali». Al contrario, insorge Galli della Loggia, questo principio di laicità è una «bestemmia» per l’Islam: mai i musulmani si potranno integrare – afferma – e mai si unificheranno e si fonderanno «con la cultura radicata nel nostro Paese, a cominciare dalla nostra stessa Costituzione». Quindi, da una parte fa l’elogio della Costituzione laica, dall’altra condanna il «multikulti», già deriso da Ferrara.

Ma Galli della Loggia non si accorge che il multiculturalismo è figlio proprio della Costituzione laica, nel frattempo trasformatasi in laicismo religioso? Il laicismo, infatti, ha un dogma assai semplice da definire: ognuno confessi la propria religione e la propria cultura nei confini dello Stato (multiculturalismo), a patto che riconosca l’esistenza di un principio superiore (Costituzione) al quale spetta l’ultima parola su qualsiasi diatriba sociale.

È vero che oggi il principio laico e laicista è condiviso da sinistra a destra, ma le radici sono proprio in quella «élite politico-intellettuale, in grande maggioranza di sentimenti progressisti», di cui Galli della Loggia (pare di capire) non si sente parte. Davvero il liberalismo non c’entra nulla con la rivoluzione? La storia dimostra, con tutta evidenza, una medesima radice.

Anche Fabio Cavallari [qui] commenta l’articolo di Galli della Loggia, criticandolo sul piano della realtà: è davvero pensabile – sostiene Cavallari – cercare la soluzione di un problema senza prima guardare cosa c’è a monte? È realistico supporre, infatti, che lo spostamento di milioni di persone, nei prossimi decenni, non diminuirà affatto e i flussi migratori – specialmente dall’Africa – non potranno che aumentare. Prima con migrazioni interne e, in seguito, lo spostamento massiccio potrebbe coinvolgere pure l’Europa. Cavallari vede la causa del fenomeno nella crisi climatica: «nei luoghi in cui sono nate [queste popolazioni] l’acqua verrà meno, l’agricoltura diventerà sempre più difficile e il calore renderà alcune aree progressivamente più complicate da abitare».

Tutto questo è vero, ma bisogna aggiungere evidenze e cause ancora più remote: tribalismo, difficoltà quasi insormontabili di convivenza tra etnie, ignoranza, diffusione dell’Islam armato, promiscuità sessuale, malattie, controllo statale pressoché assente, disordine civile. L’elenco è incompleto. Non è strano che la gente voglia scappare da questa realtà.

In ogni caso, Cavallari sintetizza bene: bisogna «comprendere che le migrazioni non cominciano sulle coste libiche e neppure quando un barcone entra nel Mediterraneo». Storicamente, quando un potere politico viene meno, (per esempio, alla caduta dell’Impero romano), altre nazione ne approfittano mediante la guerra, oppure i territori restano sguarniti e comincia così l’esodo spontaneo di milioni di persone (le antiche invasioni barbariche). La proposta di Cavallari, circa l’esodo odierno, è che si creino le condizioni per non partire, così che la gente abbia «la possibilità materiale di continuare a vivere nel luogo in cui si è nati». Anche per la Dottrina sociale della Chiesa esiste il «diritto a non emigrare» [p. es. qui]. Sarebbe più opportuno – scrive l’autore – creare le condizioni che impediscano l’emigrazione, piuttosto che spendere «enormi energie politiche e intellettuali per decidere come difendere i confini del mondo che abbiamo costruito».

Tutto questo, però, non sembra realizzabile, almeno per ora. L’Europa sta vivendo una paralisi politica e culturale senza precedenti. Non solo è incapace di «parlare di acqua, energia, agricoltura, infrastrutture e lavoro» o di «immaginare una cooperazione che non sia elemosina», ma non riesce nemmeno a badare a se stessa. L’Europa attuale è inconcludente e il resto del mondo è affaccendato in procedure belliche, di cui non s’intravvede la risoluzione.

Lo scontro culturale (e non solo) appare oggi inevitabile, perché la situazione è difforme da quella pre-medievale del IV secolo d.C. I popoli che provenivano dal nord e dall’est erano pagani e, in qualche modo, il cristianesimo è riuscito a integrare la germanitas con la latinitas: dallo scontro ne è nata una civiltà. Le migrazioni attuali coinvolgono invece popolazioni radicalizzate e ideologizzate da religioni (e culture) non integrabili al cristianesimo, come dice Galli della Loggia. Non sono neppure integrabili, per paradosso, all’illuminismo e al liberalismo, che avrebbe dovuto soppiantare la Chiesa.

I musulmani non sono gli ostrogoti o i visigoti e nemmeno i vandali: la stragrande maggioranza viene, almeno adesso, in pace e le radicalizzazioni sono controllabili e isolate. La questione è un’altra. Cioè quella dichiarata da Galli della Loggia: l’Islam moderato non protesta e non condanna il fanatismo. E, al contrario del cristianesimo, non si affatto secolarizzato. Con gli ostrogoti il pericolo proveniva dalle armi, dall’Islam il pericolo proviene da una volontà risoluta, la quale esclude quella cooperazione e quel dialogo che Cavallari giustamente propone. È vero, con discreto realismo, che il discorso sulle frontiere chiuse o aperte è inconcludente, ma lo è anche quello relativo al dialogo e alla cooperazione.

Tralasciando il fanatismo o la delinquenza dei singoli, le persone afro-asiatiche sono chiuse per definizione e tendono ad invadere non tanto i territori, ma i pensieri e le coscienze. Ciò avviene senza difficoltà, perché trovano la cultura liquefatta e informe dell’Occidente nichilista. In questo quadro, sarà frustrato ogni tentativo liberale o cooperativo. Non sarà, allora, che la soluzione, in fondo, sia la più semplice e la più avversata? Alla volontà afro-asiatica, risoluta e intransigente, non è forse da opporre un’identità precisa e lo stabilire, con chiarezza, confini di volontà e di pensiero?



(Foto: Di ​Wikipedia in italiano user Dreammy, CC BY-SA 3.0)






domenica 30 agosto 2026

Sovversione compiuta, Avvenire attesta il trapasso della morale



Evitare toni divisivi sui temi etici e costruire «spazi di libertà per la coscienza», naturalmente lasciando da parte la dottrina: una trasformazione in atto da tempo che oggi è dichiarata apertamente sul quotidiano dei vescovi dai vertici dell'Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale. Persino i comandamenti risultano troppo ideologici e oltranzisti.

Nuovo paradigma

Editoriali


Stefano Fontana, 28-08-2026

Il 25 agosto il quotidiano Avvenire ha pubblicato una intervista di Luciano Moia ai nuovi presidente e vicepresidente dell’Atism, l’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale, padre Martin M. Lintner e Gaia De Vecchi. Le parole dei due intervistati hanno sancito in modo molto chiaro la trasfigurazione compiuta della teologia morale cattolica da ieri, e ancor di più dall’altro ieri, fino ad oggi.

Si tratta di un cambiamento radicale del quale risulta impossibile riconoscere qualche forma di continuità tra il prima e il poi. Intendiamoci, non c’era bisogno di questa intervista per attestare il trapasso, solo che i due teologi moralisti hanno avuto il merito di dirlo con parole semplici, di presentarlo come un processo definito e ormai concluso, e di averlo fatto sul quotidiano dei vescovi italiani. Nessun pontefice fino a Benedetto XVI avrebbe accettato tale trasformazione, ma intanto essa è andata avanti ed ora sembra essere arrivata al capolinea.

I due teologi fanno questa proposta: la teologia morale intende superare le rigide contrapposizioni ideologiche su aborto, gender, fine vita e simili tematiche, per dedicarsi piuttosto a formare le coscienze e costruire spazi di confronto. Il dibattito va riportato nell’ambito di un dialogo civile e non di uno scontro ideologico. Bisogna lasciare da parte la dottrina e portare la riflessione sull’umano, evitando la logica delle forze contrapposte. Ciò vale anche sul piano ecclesiale, perché metterebbe in relazione «il magistero e la vita ordinaria delle persone, i loro bisogni, le loro speranze, le loro esperienze di coscienza». Su temi come il suicidio assistito e il transgenderismo la teologia morale induce a chiedersi «come far progredire il dibattito e venire incontro alle esigenze esistenziali di ogni persona». Sono da evitare «toni aspri, divisivi», bisogna superare gli «oltranzismi» e costruire «spazi di libertà per la coscienza».

Leggendo queste parole pare di capire che la teologia morale non dovrebbe più appellarsi a delle norme morali astratte e universali, come sono per esempio i comandamenti, che sarebbero frutto di un razionalismo che si allontana dalla concretezza dell’esistenza. Secondo i due intervistati parlare di norme di questo tipo vorrebbe dire entrare nel campo dell’ideologia, i dieci comandamenti sarebbero ideologici. Pare anche di capire che lasciare libertà alla coscienza significa che essa, per essere libera, non ha bisogno di essere illuminata da un punto di vista indipendente dalla situazione, a questa precedente e superiore, ma interno alla situazione esistenziale. I dieci comandamenti, quindi, ostacolerebbero la libertà della coscienza e non rispetterebbero la dignità della persona. Pare infine di capire che la teologia morale non dovrebbe più fornire principi etici e indicazioni per la politica, per l’educazione pubblica, per la legge, perché scavalcherebbe e non rispetterebbe la coscienza delle persone, trasferendo alcune norme morali sul piano istituzionale pubblico. A questo proposito rimane difficile da garantire un futuro per la Dottrina sociale della Chiesa, che pure appartiene alla teologia morale.

A conferma di tutto ciò arriva la facile constatazione che oggi i pastori, davanti ad ogni grande problema morale personale e pubblico, si limitano solo a chiedere che se ne discuta, evitando di schierarsi per non sembrare divisivi e ideologici. Il cardinale Zuppi, in un dialogo televisivo con il direttore del quotidiano Domani, a proposito dell’aborto si è limitato a chiedere che non si faccia come gli Orazi e i Curiazi.

La teologia morale è arrivata a questi esiti attraverso decenni di lavoro dei teologi, processo al quale qui non si può nemmeno accennare di sfuggita. Un punto, almeno, va però indicato. Il piano dell’esistenza, della storia e della esperienza della coscienza ad un certo punto ha fatto il suo trionfale ingresso nella teologia morale. Come la goccia sulla roccia, esso ha provocato grandi trasformazioni, dato che ha assegnato potere normativo non solo alle norme della dottrina morale naturale e rivelata, ma anche, appunto, all’esistenza, alla storia e alla esperienza della coscienza. Le strade percorse sono state tante e diverse, ma convergenti: il rifiuto del realismo metafisico, l’idea che l’esistenza costituisca l’essere della persona, l’assolutizzazione dell’ermeneutica come unico e integrale modo di pensare (e si sa che la prospettiva ermeneutica assegna alla situazione un ruolo attivo nella conoscenza), la deellenizzazione del cristianesimo, ossia del suo bisogno non casuale di avvalersi di una ragione naturale (da cui il rifiuto del giusnaturalismo cattolico), una esaltazione smisurata del ruolo della coscienza che, da creativa applicazione della norma tramite la prudenza, pretende oggi di essere essa stessa co-produttiva della norma stessa. Dietro a tutto la protestantizzazione della teologia morale cattolica.

L’esistenza e la storia sono l’ambito della libertà, ma la persona per essere libera deve essere qualcosa, non può essere libera se non è. C’è quindi una essenza che precede e fa da criterio alla sua libertà, indicando una norma di vita non contingente e relativa al tempo, ma capace di liberare il tempo da se stesso (e la coscienza da se stessa, e l’esistenza da se stessa). Niente di meno astratto, niente di meno ideologico, niente di meno divisivo.






Il problema litur-ico di Papa Leone XIV: la Fraternità sacerdotale di San Pio X e la Santa Messa tradizionale



Nella traduzione di Messa in Latino, l’articolo del vaticanista Michael Haynes, pubblicato sul sito Per Mariam il 24 agosto 2026.




di Michael Haynes

Il ritorno di Papa Leone XIV dalle vacanze estive rappresenta un’occasione utile sia per il Pontefice che per la Chiesa nel suo insieme per fare il punto sul suo Pontificato dopo un altro anno, con una serie di questioni chiave all’ordine del giorno che richiedono la sua immediata attenzione.

Quando, la sera del 27 luglio, il corteo di auto ha lasciato le Ville pontificie di Castel Gandolfo, gli osservatori vaticani hanno ricominciato a occupare i loro posti abituali, poiché il ritorno di Papa Leone XIV in Vaticano segnava il rientro del Papa al lavoro. Quest’anno si è concesso quasi tutto il mese di luglio per una vacanza personale e, sebbene sia stata intervallata da alcuni impegni meno gravosi e da viaggi in luoghi di pellegrinaggio, è stato nel complesso un periodo di tranquillità.

Non erano in programma incontri ufficiali né udienze, e si tratta del periodo più lungo che Papa Leone XIV abbia trascorso lontano dal lavoro da quando è stato eletto – l’estate scorsa si era concesso due vacanze separate e più brevi a Castel Gandolfo.

Cosa succederà ora? Le udienze generali hanno ripreso il loro appuntamento settimanale nel calendario, e Papa Leone XIV sta proseguendo il suo progressivo approfondimento dei documenti del Concilio Vaticano II, che costituiscono la base degli incontri catechistici settimanali.

Mons. Edgard Iván Rimaycuna Inga, Segretario particolare del Sommo Pontefice, è tornato dalla sua breve vacanza in Perù – che è servita anche come utile visita in vista dell’imminente viaggio di Papa Leone XIV previsto per novembre – ed è nuovamente al fianco del Papa.

Agosto è ancora decisamente un mese di vacanze per l’Italia nel suo complesso, e un agosto tranquillo in Vaticano offre a Papa Leone XIV l’opportunità di tornare al lavoro senza troppo clamore intorno a sé. Un fitto programma attende il Pontefice questo autunno, con viaggi all’estero in Francia e in Sudamerica, oltre all’attesissimo incontro in Vaticano sull’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia.

Un compito per il quale il termine è già scaduto è la risposta alla Fraternità sacerdotale di San Pio X, dopo che questa ha avviato il processo di ricorso contro il decreto del 2 luglio che sanciva la scomunica automatica dei sei Vescovi [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Il ricorso è stato presentato alla Santa Sede l’11 luglio e, secondo le disposizioni del diritto canonico, la Santa Sede aveva «trenta giorni» utili (leggi «lavorativi») per rispondere. Tale termine è ormai definitivamente scaduto.

Considerata la posizione pubblica e i discorsi della Fraternità sacerdotale di San Pio X dopo la Consacrazione, è improbabile che il Dicastero per la dottrina della fede ritenga di avere motivo di modificare il contenuto del proprio decreto – semmai, si limiterà a indicare le argomentazioni regolarmente pubblicate dalla Fraternità sacerdotale di San Pio X come ulteriore prova della necessità del decreto.

Essendo ormai trascorso il termine di trenta giorni, la Fraternità sacerdotale di San Pio X deve presumere, secondo il diritto canonico, che il silenzio del Vaticano indichi un rigetto del suo ricorso preliminare e, pertanto, proseguire nell’iter di appello. Ciò porta certamente il tema della Fraternità sacerdotale di San Pio X al centro del dibattito pubblico, ma anche quello della Santa Messa tradizionale.

A pochi giorni dall’emanazione, il 2 luglio, del decreto e della nota esplicativa dalla scrivania del card. Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, i canonisti si stavano strappando i capelli per le inesattezze e gli errori. Si tratta di un problema che papa Francesco ha spesso sperimentato: far pubblicare un testo dal card. Fernández solo perché poi si ritorcesse contro di loro in modo ben più feroce di quanto avessero immaginato. La mancanza di competenza canonica del card. Fernández sta venendo alla luce.

Per qualche motivo – che molti hanno messo in discussione – Papa Leone XIV ha deciso di affidare al card. Víctor Manuel Fernández la responsabilità esclusiva dei negoziati con la Fraternità sacerdotale di San Pio X prima delle Consacrazioni. Questo stesso fatto sembra essere stato un fattore determinante nella rottura delle trattative tra le due parti.

Se desidera evitare una disputa canonica lunga e intricata con la Fraternità sacerdotale di San Pio X, Papa Leone XIV farebbe bene ad assumere un ruolo più diretto, o almeno ad affidare l’incarico a qualcuno del Dicastero per la dottrina della fede che possieda effettive conoscenze canoniche.

Una parte intrinseca della questione della Fraternità sacerdotale di San Pio X è il futuro della Santa Messa tradizionale, un tema che ha assunto nuova urgenza alla luce della richiesta della Santa Sede ai Cattolici di non partecipare alle liturgie della FSSPX (sebbene su questo fronte, anche gli stessi documenti della Santa Sede consentano ai Cattolici di partecipare a tali liturgie a determinate condizioni: QUI).

Papa Leone XIV non sembra finora disposto a compiere alcuna mossa decisa riguardo alla Santa Messa tradizionale, il che significa che le restrizioni della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II rimangono pienamente in vigore: sia sulla carta che nella realtà. È vero, ha incoraggiato i Vescovi francesi a trovare «soluzioni concrete che consentano di includere generosamente» i Cattolici che frequentano la Santa Messa tradizionale nella vita più ampia della Chiesa [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Allo stesso modo ha incoraggiato i Vescovi d’Inghilterra e del Galles a scrivere al Vaticano per chiedere deroghe alla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, che sarebbero state concesse [QUI e QUI; QUI e QUI su MiL: N.d.T.].

Ma si tratta di due cerotti davvero insignificanti su una ferita aperta. La stessa lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes è stata descritta da alcuni canonisti come priva di autorità giuridica – a causa degli errori presenti nel testo del card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Il proseguimento dell’applicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes non farà altro che alimentare ulteriormente la divisione all’interno della Chiesa, mentre Papa Leone XIV ha professato di essere un Papa alla ricerca dell’unità.

«Se volete la pace nella Chiesa in questo momento, dite al Papa che è ora di revocare le restrizioni alla Santa Messa tradizionale», ha affermato recentemente il canonista don Gerald E. Murray, Parroco di San Giuseppe a Yorkville (Manhattan, New York) (QUI). «Se avete intenzione di dire ai Cattolici di non partecipare alle Messe della Fraternità sacerdotale di San Pio X e ad altri Sacramenti, allora la carità pastorale esige che mettiate a disposizione di quelle persone luoghi legittimi dove recarsi».

Egli non è solo. Un numero crescente di prelati sta ora esortando Papa Leone XIV a cambiare rotta riguardo alla Santa Messa tradizionale, con una voce e un senso di urgenza molto più forti rispetto a un anno fa. Che questa urgenza sia dovuta al fatto che egli è sul trono da oltre un anno senza aver apportato alcun cambiamento degno di nota, o che sia dovuta alle Consacrazioni della Fraternità sacerdotali di San Pio X, essa è comunque presente.

Il card. Raymond Leo Burke, Patrono emerito del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha persino inasprito la propria retorica in materia, esortando i cattolici a «lottare» e a «soffrire» per garantire l’accesso alla Santa Messa tradizionale (QUI) [QUI; QUI su MiL: N.d.T.].

L’unità che Papa Leone XIV desidera richiede pace, rispetto della legge e rispetto della Tradizione: la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes mina tutti e tre questi aspetti.

Un cambiamento di rotta riguardo alla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes potrebbe essere favorito da un cambio di Prefetto presso il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, insieme alla sostituzione del Segretario, che in questo caso è ancora più aspro nei confronti del rito antico rispetto al Prefetto card. Arthur Roche. Sia il Cardinale Prefetto che il Segretario, mons. Vittorio Francesco Viola O.F.M., hanno completato il loro mandato quinquennale.

Sostituire questi due con prelati più in linea con la Tradizione, o semplicemente dotati di una solida conoscenza liturgica, garantirebbe a Papa Leone XIV un ampio sostegno da parte di quegli ambienti della Chiesa che negli ultimi anni hanno subito un colpo dopo l’altro. Sebbene negli ultimi mesi circolino voci sulla partenza de card. Arthur Roche, manca ancora una conferma definitiva. Tuttavia, il ritorno dalla pausa estiva e l’inizio di un nuovo anno accademico rappresentano il momento perfetto per un Papa per attuare tali cambiamenti.

L’estate scorsa è stata la prima pausa di Papa Leone XIV dopo il turbinio della sua elezione e, di conseguenza, le aspettative di grandi cambiamenti dopo tale pausa non erano particolarmente elevate. Questa volta, invece, molti attendono con impazienza che Papa Leone XIV agisca.






sabato 29 agosto 2026

Il Signore si occuperà tanto più dei nostri interessi, quanto più noi ci preoccuperemo in primo luogo dei suoi






Il Signore si occuperà tanto più dei nostri interessi, quanto più noi ci preoccuperemo in primo luogo dei suoi. (Padre Raymond de Thomas de Saint-Laurent)



di Corrado Gnerre


I SORSI


1. Cari pellegrini, sentite brevemente la storia di sant’Isidoro, detto il “contadino”. Questi nasce a Madrid intorno al 1070 da una poverissima famiglia di agricoltori. Orfano del padre fin da piccolo, va a lavorare la terra nelle campagne intorno a Madrid. A causa della guerra, cerca rifugio e lavoro a nord, a Torrelaguna. Qui conosce la sua futura sposa, Maria Toribia, anch’ella contadina. Isidoro ha una grande fede. E’ analfabeta, ma conosce le cose di Dio e sa pregare. Ogni mattina, all’alba, va alla Messa. Ma soprattutto durante la giornata, mentre è al lavoro, spesso si apparta per raccogliersi in preghiera. Quelli che lavorano con lui lo accusano di essere una scansafatiche. Anche il padrone, Juan de Vargas, inizia a sospettare di lui, ma poi si accorge che alla sera il lavoro di Isidoro è bello che compiuto. Alla fine si convince che qualcosa di misterioso aiuta Isidoro nel suo lavoro. Iniziano ad avvenire anche miracoli nelle sue proprietà. Ben presto Isidoro diventa il suo uomo di fiducia e inizia a guadagnare di più, ma lui e la moglie (dichiarata beata nel XVIII secolo) decidono di vivere come sempre e il di più lo donano ai poveri. Isidoro muore nel 1130. Alla sua morte la sua fama era pari a quella di El Cid Campeador. Fu canonizzato da papa Gregorio XV il 25 maggio del 1622.

2. Cosa colpisce di ciò che abbiamo letto? Ovviamente il fatto che sant’Isidoro ogni tanto interrompeva il lavoro per raccogliersi in preghiera.

3. Isidoro veniva accusato, perché, secondo una logica tipicamente umana, per raccogliersi in preghiera occorre del tempo e questo tempo ovviamente veniva tolto al lavoro, con la preoccupazione che quello che non fosse riuscito a fare lui, sarebbe stato sulle spalle di altri. E invece, a fine giornata, ciò che riusciva a mietere sant’Isidoro era molto più abbondante di ciò che erano riusciti a mietere gli altri.

4.Cari pellegrini, il Signore vuole che lo mettiamo al primo posto. Ciò è giusto ed è anche bello.

5. E’ giusto, perché Colui da cui si è avuto tutto e da cui si ha tutto non può che stare al primo posto. Il Signore è l’unica fonte dell’essere, della vita e della felicità.

6. Ma ciò è anche bello, perché solo con il Signore si può raggiungere la propria completezza. Sant’Agostino dice: “Il mio cuore è inquieto fin quando non riposa in Te, o mio Signore.” E infatti solo Dio puoi calmare tutti gli affanni, le inquietudini, perché Dio è quell’Infinito e quell’Assoluto a cui anela la dimensione umana.

7. Cosa significa mettere Dio al primo posto? Prima di tutto sostituire il proprio criterio di giudizio con il criterio di giudizio di Dio: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” dice San Paolo ai Galati (2,20). Secondo: rendere Dio quello che è, Signore della vita, della Storia, di tutto.

8. E qui, cari pellegrini, si deve avere la forza per testimoniare la Regalità di Cristo (anche sociale) dinanzi a tutti. Una volta era più facile. Oggi il mondo va tutt’altra parte. Esso tollera che ci si definisca “cristiani”, ma non sopporta che l’essere cristiani si trasformi in giudizio sulle cose che accadono. Finanche i ministri di Dio tendono ad arrendersi e a seguire il mondo; e per giunta sembrano deridere tutti quei laici che s’impegnano affinché la Regalità di Cristo possa essere proclamata. Anzi: nessuno parla più della Regalità Sociale di Cristo.

9. Cari pellegrini, facciamo invece come ci dice l’acqua di questa borraccia e facciamo come sant’Isidoro: mettiamo Dio al primo posto e così ciò che raccoglieremo a fine giornata sarà molto di più di quanto avevamo programmato e sperato di fare.

Al Signore Gesù

Signore, non permettere che mi scoraggi.

Dammi sempre la forza di proclamarti Re: della mia vita, della società e della Storia.

Alla Regina dello Splendore


Madre, Tu che sei Regina della mia vita, della storia e dell’universo intero, fa che mi occupi solo della gloria del tuo Divin Figlio. Tienimi sotto il Tuo Manto e dammi la forza per servirlo e testimoniarlo.

Madre, accompagnami nel cammino di questo giorno.