domenica 22 febbraio 2026

La libertà in catene di mio padre Jimmy Lai


Di Sabino Paciolla|Febbraio 22nd, 2026|Categorie: Editor's Picks, News|Tag: libertà, regime, testimonianza fede|0 Commenti







Jimmy Lay attivista cattolico in Hong Kong

Articolo scritto da Claire Lai, pubblicato su National Catholic Register.  nella traduzione curata da Sabino Paciolla (22 febbraio 2026).



Claire Lai*

“Quando rifletto sulla mia vita, il mio cuore si riempie di gratitudine”.

Questo è ciò che mio padre mi ha scritto un giorno, dopo tre anni di detenzione, che ormai dura da più di cinque anni. La sua cella è più piccola e più vecchia delle altre, circa 60 piedi quadrati. La finestra è oscurata, impedendo alla luce naturale e all’aria di raggiungerlo, e nessuno gli sta vicino. Anche durante l’ora di esercizio fisico, viene portato in un’area completamente sigillata e, lungo il tragitto, coperto da un spesso telo nero. In estate la temperatura raggiunge i 40 gradi Celsius, provocandogli eruzioni cutanee su tutto il corpo. In inverno, il suo sistema immunitario compromesso è molto più sensibile al freddo. Eppure mio padre prova solo gratitudine.

Mio padre, Jimmy Lai, è nato più o meno nel periodo in cui i comunisti sono saliti al potere in Cina e ha frequentato la scuola solo per un anno prima di fare lavori occasionali trasportando bagagli per guadagnare qualche soldo in più. Un giorno, un uomo gli diede una mancia: una barretta di cioccolato mangiata a metà. Quando papà la assaggiò, chiese immediatamente all’uomo da dove venisse. “Da Hong Kong”, rispose l’uomo. Da quel momento, mio padre, che allora aveva 8 anni, sognò di andarci.

Ci vollero altri tre anni prima che ci riuscisse. Papà ci raccontava spesso che era arrivato senza nulla in tasca se non speranza e ottimismo. Da lì, la sua storia è diventata quella di un uomo che da povero è diventato ricco. Molto tempo dopo, ha riconosciuto di essere stato guidato, secondo le sue parole, “da un essere al di là della mia comprensione verso la via della luce”. Il modo in cui lo descriveva mi ricordava le parole di San Paolo ai Corinzi: “Per la grazia di Dio sono quello che sono. … Ho lavorato più duramente di tutti loro, anche se non sono stato io, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Corinzi 15:10).

Mio padre imparò da solo l’inglese e a leggere i bilanci. Ci furono notti insonni e giorni interminabili, ma, secondo le sue parole, fu «con la benedizione di Dio» che ebbe una curiosità per la conoscenza e un entusiasmo per l’apprendimento che gli permisero di avere successo, e «un ragazzo povero e ignorante» ottenne «il successo nella mia vita familiare e professionale».

Il suo primo successo è arrivato nel settore manifatturiero e della vendita al dettaglio. Ha aperto una società chiamata Giordano, ma è stato costretto a chiuderla dopo aver criticato il governo all’indomani del massacro di Tiananmen del 1989. Si è quindi dedicato all’attività di fornire informazioni a persone che le desideravano ardentemente, dando loro la possibilità di agire e quindi la libertà.

Riflettendo su questo in prigione, ha detto: “Molti farebbero quello che ho fatto io per la libertà se fossero messi alla prova. Perché nel profondo del nostro cuore, tutti desideriamo la libertà, che è un dono di Dio“.

L’umiltà non è una virtù per cui mio padre era noto in precedenza. Tuttavia, chi gli è vicino può testimoniare che, attraverso l’esperienza della sufficienza di Nostro Signore durante la prigionia, è una virtù che ha imparato a incarnare. In una preghiera che leggo nei giorni in cui sono preoccupata, ha scritto:

”O Signore, in prigione mi hai tolto dalla mia custodia. Mi rassegno completamente alla tua volontà. Pertanto, Signore, ti imploro e ti supplico di proteggermi da me stesso e dal seguire qualsiasi volontà che non sia la tua. Non chiedo nulla in cambio, se non di servirti per il resto della mia vita”.

Le pressioni politiche hanno accompagnato a lungo il suo lavoro, ma cinque anni fa è stato accusato e incarcerato per questo.

Pochi mesi dopo, la società da lui fondata è stata chiusa con la forza, come descritto nel documentario dell’Acton Institute The Hong Konger. Eppure, lettera dopo lettera, mio padre scrive della sua gioia nell’offrire la sua sofferenza a Nostro Signore. Quando è arrivata la prigionia, mio padre, facendo un parallelo con Luca 24, 13-25, ha detto di aver capito che «in realtà camminava all’ombra della gratificazione galvanizzata dal materiale e dall’ego. Una vita al servizio di me stesso come idolo. Ora in prigione, sono guidato sulla retta via verso il Regno di Dio, intravedendo la vera luce e la vera gioia davanti a me, servendo Dio, non me stesso”.

Scrivo questo nel giorno della festa del Beato Michał Sopoćko, maestro di Santa Faustina Kowalska. Mentre sfogliavo le lettere di mio padre, mi è venuto in mente ciò che Santa Faustina udì dire da Gesù durante l’adorazione:

«Quando un’anima si avvicina a Me con fiducia, la riempio di una tale abbondanza di grazie che non può contenerle dentro di sé, ma le irradia alle altre anime».

La fede di mio padre ha sicuramente influenzato coloro che lo circondavano, specialmente me. Oggi condivido le sue parole nella speranza che possano toccare anche gli altri.





*Claire Lai è la figlia dell’editore cattolico di Hong Kong Jimmy Lai, attualmente in carcere.





Prima Domenica di Quaresima




Facciamo tesoro degli insegnamenti che ci aiutano a interiorizzare sempre più, seguendo il calendario liturgico, le ricchezze inesauribili della nostra fede. 


domenica 22 febbraio 2026


Intróitus Ps. 90, 15 et 16 - Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum.
Ps. 90, 1 - Qui ábitat in adiutório Altíssimi: in protectióne Dei coeli commorábitur. Glória Patri…
Ps. 90, 15 et 16 - Invocábit me … Introito
Sal. 90, 15 e 16 - Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni. Sal. 90, 1 - Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo. Gloria al Padre… Sal. 90, 15 et 16 - Mi invocherà …


Solennità di questo giorno

Questa Domenica, la prima della santa Quarantena, è anche una delle più solenni dell'anno. Il suo privilegio, esteso con le ultime decisioni di Roma alle altre Domeniche di Quaresima (Costituzione Divino afflatu), e che per molto tempo lo ha solo condiviso con la Domenica di Passione e delle Palme, è quello di non cedere il posto a nessuna festa, neppure a quella del Patrono, o del Santo Titolare della Chiesa, o della Dedicazione. Negli antichi calendari è chiamata Invocabit, dalla prima parola dell'Introito della Messa; mentre nel Medio Evo la chiamavano Domenica delle torce, in seguito ad un'usanza che non sempre né dovunque pare motivata alla stessa maniera; in certi luoghi, i giovani che s'erano lasciati andare troppo alle dissipazioni del carnevale, dovevano, in quella domenica, presentarsi in chiesa con una torcia in mano, per fare pubblica soddisfazione dei loro eccessi.

Oggi la Quaresima appare in tutta la sua solennità. I quattro giorni che la precedono furono aggiunti abbastanza tardivamente, per completare la quarantena del digiuno; e il Mercoledì delle Ceneri i fedeli non hanno l'obbligo d'udire la Messa. La santa Chiesa nei vedere oggi tutti i suoi figli riuniti, rivolge loro la parola nell'Ufficio del Mattutino, facendo proprio il linguaggio eloquente di san Leone Magno: "Figli carissimi, dice loro, prima d'annunciarvi il sacro e solenne digiuno della Quaresima, posso io cominciare meglio il mio discorso servendomi delle parole dell'Apostolo, nel quale parlava Gesù Cristo, e ripetendo ciò che ora avete sentito leggere: Ecco ora il tempo propizio, ecco ora il giorno della salute? Perché sebbene non esista tempo dell'anno che non sia ripieno dei benefici di Dio, e benché per grazia sua noi abbiamo sempre accesso al trono della sua misericordia, tuttavia dobbiamo in questo santo tempo applicarci con maggior zelo al nostro profitto spirituale, ed essere animati da nuova fiducia. Infatti la Quaresima, ricordandoci quel sacro giorno in cui fummo riscattati, c'invita a praticare tutti i doveri della pietà, affinché, mediante la purificazione dei nostri corpi e delle nostre anime, ci disponiamo a celebrare i misteri della Passione del Signore".

Il tempo propizio

Un tale mistero meriterebbe da parte nostra un rispetto ed una devozione senza limiti, in modo da essere sempre davanti a Dio quali vorremo essere nella festa di Pasqua. Ma una tale costanza non è la virtù della maggior parte di noi; la debolezza della carne ci obbliga a moderare l'austerità del digiuno, e le diverse occupazioni di questa vita formano l'oggetto delle nostre sollecitudini. Di conseguenza i cuori devoti vanno soggetti ad essere ricoperti da un po' della polvere di questo mondo. Con grande nostro vantaggio fu dunque stabilita questa divina istituzione, la quale ci offre quaranta giorni per ricuperare la purezza delle nostre anime, riparando con la santità delle nostre opere ed i meriti dei nostri digiuni, le colpe degli altri tempi dell'anno.

Consigli apostolici

"Nell'entrare, miei carissimi figli, in questi giorni pieni di misteri, santamente istituiti per la purificazione delle nostre anime e dei nostri corpi, procuriamo d'obbedire al precetto dell'Apostolo, liberandoci da tutto ciò che può macchiare la carne e lo spirito, affinché il digiu­no, dominando la lotta che esiste fra le due parti di noi stessi, faccia sì che l'anima riacquisti la dignità del comando, pur essendo anch'essa sottomessa a Dio, e da lui governata. Non diamo occasione a nessuno di mormorare contro di noi, né esponiamoci al giusto disprezzo di coloro che vogliono trovare a ridire, perché gl'infedeli avrebbero ben motivo di condannarci, se per nostra colpa fornissimo alle loro empie lingue le armi contro la religione, e se la purezza della nostra vita non rispondesse alla santità del digiuno che abbiamo abbracciato. Non ci dobbiamo immaginare che tutta la perfezione del nostro digiuno consiste nell'astinenza dai cibi, perché sarebbe vano sottrarre al corpo una parte del suo nutrimento, se nello stesso tempo non allontanassimo l'anima dall'iniquità".

L'esempio di Gesù tentato da Satana

Ogni Domenica di Quaresima ha per oggetto principale una lettura dei santi Vangeli, destinata ad esercitare i fedeli nei sentimenti che la santa Chiesa vuole loro infondere durante la giornata. Oggi essa ci fa meditare la tentazione di Gesù Cristo nel deserto. Niente meglio di questo importante racconto è più adatto ad illuminarci e fortificarci.

Riconosciamo di essere peccatori, e desideriamo espiare i nostri peccati. Ma come siamo caduti nel male? Il demonio ci ha tentati e noi non abbiamo respinta la tentazione; abbiamo ceduto alla suggestione dell'avversario, ed il male fu commesso. Tale è la storia del nostro passato, e uguale sarà nell'avvenire, se non approfittiamo della lezione che ci da oggi il Redentore.

L'Apostolo, spiegandoci la misericordia del divino consolatore degli uomini, insiste sulle tentazioni ch'egli si degnò patire. Una tale prova d'illimitata devozione non ci è affatto mancata; e noi oggi contempliamo l'adorabile pazienza del Santo dei Santi, il quale non disdegna che gli s'avvicini questo schifoso nemico d'ogni bene, affinché noi impariamo come dobbiamo trionfarne.

Satana guardava con preoccupazione alla santità incomparabile di Gesù: le meraviglie della sua nascita, i pastori chiamati dagli Angeli al presepio, i magi venuti dall'Oriente sotto la guida d'una stella, la protezione che sottrasse il Bambino al furore di Erode, la testimonianza resa da Giovanni Battista al nuovo profeta: tutto questo insieme di fatti contrastava in modo così strano con l'umiltà e l'oscurità dei primi trent'anni del Nazareno, che suscitò i timori del serpente infernale. Il mistero dell'Incarnazione s'era compiuto lontano dai suoi sguardi sacrileghi; e ignora che Maria è la Vergine che, come aveva preannunciato Isaia (7,14), doveva partorire l'Emmanuele. Ma sono giunti i tempi; l'ultima settimana di Daniele ha aperto la sua era; anche il mondo pagano attende dalla Giudea un liberatore. Satana sa tutto questo, e, nella sua ansietà, osa accostarsi a Gesù, sperando che nella conversazione con lui riesca a cogliere qualche indizio. È o non è il Figlio di Dio? Sta tutto qui il problema. Forse, chissà! potrà sorprenderlo in qualche debolezza; il fatto di saperlo un uomo come gli altri lo potrebbe rassicurare.

La condotta di Gesù

Il nemico di Dio e degli uomini doveva però rimanere ben deluso nel suo intento; s'avvicina al Redentore, ma tutti i suoi sforzi dovevano tornare a sua confusione. Con la semplicità e la maestà del giusto, Gesù respinge ogni attacco di Satana, senza svelare la sua origine celeste. Così l'angelo perverso si ritira, senza aver potuto scoprire altra cosa in Gesù se non ch'era un profeta fedele al Signore. Ma si accecherà sempre più nel suo orgoglio, quando fra poco vedrà i disprezzi, le calunnie, le persecuzioni accumularsi sul capo del Figlio dell'uomo, e gli sembreranno così facili i tentativi di farlo cadere. Ma nel momento che Gesù, saziato d'obbrobri e di patimenti, espierà sulla Croce, s'accorgerà finalmente che la sua vittima non è un uomo, ma un Dio, e che tutti i furori congiurati contro il Giusto non erano serviti ad altro che a palesare l'ultimo sforzo della misericordia che salva il genere umano, e della giustizia, che atterra per sempre la potenza dell'inferno.

Questo era il disegno della divina Provvidenza, nel permettere che lo spirito del male osasse contaminare con la sua presenza il ritiro dell'Uomo-Dio, indirizzargli la sua parola e mettere sopra di lui le sue empie mani. Ma studiamo le circostanze della triplice tentazione subita da Gesù per istruirci ed incoraggiarci.
nostri tre nemici.

Noi abbiamo tre sorta di nemici da combattere, e l'anima nostra è vulnerabile da tre parti; infatti: "Tutto ciò ch'è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita" (1Gv 2,16). Per la concupiscenza della carne dobbiamo intendere l'amore dei sensi avido dei godimenti della carne; se esso non è frenato, trascina l'anima ai piaceri illeciti. La concupiscenza degli occhi significa l'amore dei beni di questo mondo, delle ricchezze e della fortuna; le quali cose brillano dinanzi ai nostri sguardi prima di sedurci il cuore. Finalmente la superbia della vita è la confidenza in noi stessi, che genera la vanagloria e la presunzione, e ci fa dimenticare che abbiamo ricevuto da Dio la vita e i doni che si degnò spargere sopra di noi.

Ora, tutti i nostri peccati scaturiscono da una di queste tre fonti, e le tentazioni mirano a farci accettare, o la concupiscenza della carne, o la concupiscenza degli occhi, o la superbia della vita. Il Salvatore, nostro modello in ogni cosa, volle sottoporsi a tutte e tre le prove.

Le tre tentazioni

Satana lo tenta prima nella carne, insinuandogli il pensiero che avrebbe adoperato il suo potere soprannaturale per saziare immediatamente la fame che lo stimola. Di' che queste pietre diventino pani: tale è il suggerimento del demonio al Figlio di Dio. Esso vuol vedere se la premura di Gesù nel soddisfare al bisogno del suo corpo non lo denoterà per un uomo debole e soggetto alla intemperanza. Quando invece viene a noi, tristi eredi della concupiscenza di Adamo, le sue suggestioni si spingono ancora oltre: aspira a macchiarci l'anima per mezzo del corpo. Ma la suprema santità del Verbo incarnato non poteva permettere che Satana ardisse di fare una simile prova del suo potere sopra di lui, alla stessa maniera che tenta l'uomo nei suoi sensi. In questo, dunque, il Figlio di Dio ci dà una lezione di temperanza; e sappiamo che per noi la temperanza è la madre della purità, e che l'intemperanza solleva la ribellione dei sensi.
La seconda tentazione è di superbia. Gettati sotto, e gli Angeli ti sosterranno. Qui il nemico vuoi vedere se i favori del cielo hanno generato nell'anima di Gesù quell'alterigia e quella ingrata presunzione, che inducono la creatura ad attribuire a sé i doni di Dio e a dimenticare il proprio benefattore, per mettersi a regnare al suo posto. L'Angelo ribelle è deluso ancora una volta, e l'umiltà del Redentore spaventa la sua superbia.

Fa allora un ultimo tentativo. Forse, pensa, colui che s'è mostrato così temperante ed umile, sarà sedotto dall'ambizione della ricchezza. "Guarda lo splendore e la gloria di tutti i regni della terra: io te li posso dare, purché mi adori. Gesù respinge sdegnato la meschina offerta, e caccia via da sé il seduttore maledetto, il principe del mondo, insegnandoci con tale esempio a disprezzare le ricchezze della terra ogni volta che, per conservale od acquistarle, dovessimo violare la legge di Dio e rendere un omaggio a Satana.

Le vittorie e l'esempio di Cristo

Ora, in che modo il Redentore, nostro divino capo, respinge la tentazione? Ascolta forse i discorsi del suo nemico? Gli lascia il tempo di far brillare davanti agli occhi tutto il suo prestigio? È così che troppo spesso abbiamo fatto noi, e siamo stati vinti. Gesù oppone semplicemente al nemico lo scudo dell'inflessibile Legge di Dio:

Sta scritto: - gli risponde - Non di solo pane vive l'uomo. Sta scrìtto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo. Seguiamo d'ora innanzi questa grande lezione. Eva si perdette, e con essa il genere umano, per aver intavolato conversazione col serpente. Chi procura la tentazione vi soccomberà. In questi santi giorni il cuore è più guardingo, le occasioni sono allontanate e le abitudini interrotte; purificate dal digiuno, dalla preghiera e dall'elemosina, le anime nostre risusciteranno con Gesù Cristo; ma conserveranno questa nuova vita? Tutto dipenderà dalla nostra condotta nelle tentazioni. Fin dall'inizio della santa Quarantena la Chiesa, mettendo sotto ai nostri occhi la narrazione del santo Vangelo, vuole al precetto aggiungere l'esempio. Se saremo vigili e fedeli, la lezione ci porterà i suoi frutti; e quando avremo raggiunta la Pasqua, la vigilanza, la diffidenza di noi stessi e la preghiera, col divino aiuto che non manca mai, ci assicureranno le perseveranza.

La Chiesa greca oggi celebra una delle sue più grandi solennità. Chiamano tale festa Ortodossia, ed ha lo scopo d'onorare la restaurazione delle sante Immagini a Costantinopoli e nell'impero d'Oriente, nell'842, quando l'imperatrice Teodora, col concorso del santo Patriarca Metodio, pose fine alla persecuzione degl'iconoclasti e fece rimettere in tutte le chiese le sante Immagini, che il furore degli eretici aveva fatto scomparire.

Messa

La Stazione è, a Roma, nella Basilica di S. Giovanni Laterano. Era giusto che una Domenica così solenne fosse celebrata nella Chiesa Madre e Matrice di tutte le Chiese, non solo della santa città, ma di tutto il mondo. Li, il Giovedì Santo, si riconciliavano i pubblici Penitenti; lì pure, nella notte di Pasqua, i Catecumeni ricevevano il santo Battesimo nel Battistero di Costantino. Nessun'altra Basilica era più adatta alla riunione dei fedeli, in questo giorno in cui tante volte venne promulgato, dalla voce dei Papi, il digiuno quaresimale.

EPISTOLA (2Cor 6, 1-10). 

Fratelli: vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Egli infatti dice: T'ho esaudito nel tempo propizio, e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il tempo propizio, ecco ora il giorno della salute. Non diamo motivo di scandalo a nessuno, affinché non sia vituperato il nostro ministero, ma diportiamoci in ogni cosa come ministri di Dio, con molta pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angustie. Sotto le battiture, nelle prigionie, nelle sedizioni, nelle fatiche, nelle vigilie, nei digiuni, con purezza, con scienza, con longanimità, con soavità, con Spirito Santo, con carità non simulata, con la parola della verità, con la virtù di Dio, con le armi della giustizia a destra e a sinistra; in mezzo alla gloria e all'ignominia, alla cattiva e alla buona fama; siam trattati come seduttori e siamo veraci; come ignoti, e siamo ben conosciuti; come moribondi, ed ecco viviamo; siamo castigati, e non uccisi; tristi e sempre allegri; poveri, e ne arricchiamo tanti; possessori di niente, e possediamo ogni cosa.La vita dell'uomo è una milizia.

Questo passo dell'Apostolo ci mostra la vita cristiana sotto un aspetto ben differente da come suole vederla la nostra debolezza. Per trascurarne l'importanza, noi saremmo facilmente portati a pensare che tali consigli s'addicevano ai primi tempi della Chiesa, quando i fedeli, esposti a continue persecuzioni ed alla morte, avevano bisogno d'un grado eccezionale di rinuncia e d'eroismo. Ma sarebbe una grande illusione, credere che siano finite tutte le battaglie del cristiano. Esiste sempre la lotta contro i demoni e il mondo, contro il sangue e la carne; per questo la Chiesa ci manda nel deserto con Gesù Cristo, per ivi imparare a combattere. Lì comprenderemo che la vita dell'uomo sulla terra è una milizia (Gb 7,1), e se non lottiamo sempre e coraggiosamente, questa vita che vorremmo passare nel riposo finirà con la nostra disfatta. Appunto per farci evitare tale sventura, la Chiesa ci dice oggi per bocca dell'Apostolo: Ecco ora il tempo propizio, ecco ora il giorno della salute. Perciò, comportiamoci in ogni cosa come servi del Signore e resistiamo con fermezza fino alla fine di questo tempo. Dio veglia sopra di noi, come vegliò sul suo Figliolo nel deserto.

VANGELO (Mt 4, 1-11). 

In quel tempo: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente ebbe fame. E il tentatore, accostandosi disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pani. Ma Gesù rispose: Sta scritto: Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio. Allora il diavolo lo trasportò nella città santa e avendolo posto sul pinnacolo del tempio gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gettati di sotto, poiché sta scritto che agli Angeli suoi ha commessa la cura di te; ed essi ti sosterranno, affinché il tuo piede non inciampi in qualche pietra. E Gesù a lui: Sta anche scritto: Non tentare il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte altissimo e, mostrandogli tutti i regni del mondo e la loro magnificenza, gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai. Allora Gesù rispose: Va' via Satana, che sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli Angeli vennero a servirlo.

Compassione verso Gesù

Ammiriamo l'ineffabile bontà del Figlio di Dio, che, non contento d'espiare tutti i nostri peccati con la croce, si degnò imporsi un digiuno di quaranta giorni e di quaranta notti per incoraggiarci alla penitenza. Egli non permise che la giustizia del Padre suo esigesse da noi un sacrificio, ch'egli per primo non avesse offerto con la sua persona, e in circostanze mille volte più rigorose di quelle che si possono riscontrare in noi. Che sono mai le nostre opere di penitenza, spesso anche così contese alla giustizia di Dio dalla nostra viltà, se le paragoniamo al rigore del digiuno di Gesù sul monte? Cercheremo ancora di dispensarci dalle leggere penitenze, di cui il Signore si degna accontentarsi, e che sono così lontane da ciò che abbiamo meritato con le nostre colpe? Invece di lamentarci di un piccolo incomodo e della stanchezza di qualche giorno, compatiamo piuttosto il tormento della fame che prova l'innocente Redentore per quaranta lunghi giorni e quaranta lunghe notti nel deserto.

Confidenza nella tentazione

La sua preghiera, l'abnegazione per noi, il pensiero della giustizia del Padre suo lo sostengono nella debolezza; ma, allo spirare della quarantena, la natura umana è ridotta agli estremi. È allora che l'assale la tentazione; ma ne trionfa con una calma ed una fermezza che ci devono servire d'esempio. Quale audacia in Satana, osare avvicinarsi al giusto per eccellenza ! Ma anche che pazienza in Gesù che si lascia mettere le mani addosso e trasportare nell'aria, da un luogo all'altro, dal mostro dell'abisso!

L'anima cristiana è frequentemente esposta a crudeli insulti da parte del suo nemico, fino ad essere tentata, qualche volta, di lagnarsi con Dio per l'umiliazione che soffre. Pensi allora a Gesù, al Santo dei Santi, al Figlio di Dio e al vincitore dell'inferno dato, per cosi dire, in balìa dello spirito del male; da lui Satana avrà una vergognosa sconfitta. Così anche l'anima cristiana, se resisterà con tutta la sua energia alla forza della tentazione, diventerà l'oggetto delle più tenere compiacenze di Dio, a eterna infamia e castigo di Satana.
Uniamoci agli Angeli fedeli che, dopo l'allontanamento del principe delle tenebre, accorrono a ristorare le forze esauste del Redentore, offrendogli da mangiare.

Che compassione essi sentono della sua divina stanchezza! Come s'affrettano a riparare, con le loro adorazioni, l'orribile oltraggio di cui s'è fatto reo Satana verso il sovrano Padrone di tutte le cose! E come ammirano la carità di un Dio che, per amore degli uomini, sembra aver dimenticato la sua dignità, e non pensa che alle sventure ed alle necessità dei figli di Adamo!

Preghiamo

O Dio, che ogni anno purifichi la tua Chiesa con l'osservanza quaresimale, concedi alla tua famiglia di rendere fruttuose con le buone opere quelle grazie che si sforza di ottenere con l'astinenza.



(da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 506-513)






sabato 21 febbraio 2026

LA MALATTIA DI GIACINTA E LA SUA SALITA IN CIELO







20 febbraio SANTA GIACINTA MARTO la piccola pastorella di Fatima.

Racconta suor Lucia di Fatima:

Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: 'Mi fa tanto male la testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori'.

Tutto il tempo che mi restava libero dalla scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: 'Senti! Di' a Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto'. Altre volte diceva: 'Di' a Gesù che gli mando tanti saluti affettuosi'. Se passavo prima dalla sua stanza, diceva: 'Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio di stare qui sola'.

Un giorno sua madre le portò una tazza di latte e le disse di prenderlo. - Non io voglio mamma, - disse allontanando la tazza con la manina. La zia insistette un poco e poi se ne andò dicendo: - Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti ripugna.
Appena rimasti soli, le domandai: 'Ma perché disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?'. All'udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e disse: 'io adesso non mi ero ricordata'. Chiama la madre, le chiede perdono e le dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: 'Se tu sapessi quanto mi è costato a berlo!'.

Un'altra volta mi disse: 'Faccio sempre più fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro Signore e del Cuore imma­colato di Maria, la nostra mammina del cielo'.

- Stai meglio? - le chiesi un giorno. - Tu sai bene che non sto meglio - e aggiunse - ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei peccatori.
Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò: 'Hai già fatto tanti sacri­fici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare Francesco, ma non ci sono andata'. La sua salute però migliorò un pochino. Poté alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. 

Un giorno mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa. La Madonna è venuta a vederci e dice che tra poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se volevo convertire an­cora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia madre a portarmi e poi resto là da sola. - Rimase pensierosa per un po', poi ag­giunse: - Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse l'ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la con­versione dei peccatori e per il santo Padre.

Quando arrivò l'ora che il suo fratellino partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: 'Tanti cari saluti da parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Sofferse molto per la morte del fratello. Restava a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva: 'A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di lacrime.

Un giorno le dissi: - A te ormai manca poco per andare in cielo. Io invece... - Poverina! - rispose non piangere! Lassù io pregherò molto, mol­to per te. Sai, è la Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per poter soffrire di più per i peccatori.

Arrivò anche il giorno di andare all'ospedale, dove ebbe a soffrire mol­to davvero. Quando la madre andò a visitarla, le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a fare la spesa.
Le domandai allora se soffriva molto.
- Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.
Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e della Madonna e diceva:
- Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i peccatori.

Il tempo destinato alla visita passò in fretta e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio, del Cuore im­macolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il suo ideale e parlava sempre di questo.

Tornò ancora per qualche tempo alla casa paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la medicazione quotidiana senza un la­mento, senza mostrare il minimo segno di malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.

- Offro anche questo sacrificio per i peccatori, - diceva con rassegna­zione. - Oh, se potessi arrivare fino al Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. - E le lacrime le scor­revano sul viso.

Un giorno mia zia mi disse: 'Domanda a Giacinta a che cosa sta pensan­do, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia, senza muoversi. Io gliel'ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto'. Feci la domanda e mi rispose:
- Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.
La zia mi domandò che cosa aveva risposto la sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia madre, raccontando il fatto: 'Io non capisco. La vita di questi bambini è un enigma'. E mia madre ag­giungeva: 'Quando sono soli, parlano e parlano a non finire e anche sforzan­dosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se arriva qualcuno, ab­bassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire questo mistero.

La santissima Vergine si degnò di nuovo di visitare Giacinta, per annun­ciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la notizia e mi diceva: 'Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò più nemme­no i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in cielo'. E piangendo mi abbraccia e diceva: 'Non ti rivedrò mai più. Tu là non verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola'.

Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:
- Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola sola!
- Non ci pensare - le dissi un giorno.
- Lascia che ci pensi, perché più ci penso, più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori. E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...

A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e diceva:
- O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire molto per amor vostro.
Quante volte diceva:
- O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande.
Mi chiedeva a volte:
- E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...
Le chiesi una volta:
- Che cosa farai in cielo?
- Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per loro.
Quando la madre si mostrava triste a vederla così malata, le diceva:
- Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo. Pregherò molto per te.

Altre volte diceva:
- Non piangere, sto bene.
Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche cosa, diceva:
- Tante grazie, non ho bisogno di nulla. - Ma quando se ne andavano aggiungeva – Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i peccatori.

Un giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: - Non voglio che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che si rattristi.
Un giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: - Oh, mammina del cielo, allora devo morire sola sola?

La povera bambina pareva terrorizzata all’idea di morire sola. Per incoraggiarla, le dicevo: - Che cosa t’importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti? – E’ vero, non m’importa niente. Ma non so com’è! A volte non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei vicino a me.

E venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L’addio spezzava il cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: - Non ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù, dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici per i peccatori.
Da Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che le aveva detto l’ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere molto buona.

Termino così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all’E.V rev.ma quello che mi ricordo della vita di Giacinta.

Chiedo al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbedienza per accendere nelle anime la fiamma d’amore ai Cuori di Gesù e di Maria.

Adesso domando un favore. E’ questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo signor vescovo, che se venissi a sapere che l’E.V. avrà bruciato questo scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l’ho scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me dal volere espresso della V.E. revma.




Fonte web 






Il «clima di violenza» in Francia


Il leader del partito di estrema sinistra in Francia, 
La France insoumise, Jean-Luc Melenchon (foto Ansa)

L'uccisione dell'attivista cattolico di destra a Lione avrà un impatto su equilibri e strategie del campo progressista. La violenza dell'estrema sinistra non si può più negare. Parla François-Xavier Bourmaud (l'Opinion)


Dopo l’omicidio di Quentin Deranque, «Melenchon punta al caos in Francia»


Di Mauro Zanon, 21 Febbraio 2026

Parigi. Il 18 aprile 2002, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali, un fatto di cronaca traumatizzò la Francia: un anziano venne aggredito brutalmente nella sua casa di Orléans. Fu il cosiddetto “affaire Paul Voise”, dal nome della vittima delle violenze. Il volto tumefatto di quell’anziano occupò le prime pagine dei giornali francesi e contribuì secondo molti alla sconfitta dell’allora candidato del Partito socialista Lionel Jospin e al passaggio al secondo turno del candidato del Front national Jean-Marie Le Pen.

Il barbaro linciaggio che la scorsa settimana a Lione ha strappato la vita a uno studente cattolico di 23 anni e militante della destra identitaria, Quentin Deranque, rischia come l’“affaire Paul Voise” di avere un impatto sulle prossime elezioni comunali, previste a marzo, e più in generale sulle alleanze tra le forze politiche rappresentate all’Assemblea nazionale.

Melenchon «faccia un esame di coscienza»

Secondo un sondaggio Odoxa per il Figaro, il 76 per cento dei francesi giudica infatti necessario un “fronte repubblicano” per sbarrare la strada alla France insoumise (Lfi) nelle urne, ossia al partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon legato a doppio filo con il collettivo antifà Jeune Garde, responsabile del pestaggio di Quentin. La percentuale, secondo l’inchiesta demoscopica di Odoxa, sale all’86 per cento tra i simpatizzanti del Partito socialista (Ps), contrari a qualsiasi alleanza con un partito, Lfi, che ha fatto della violenza verbale il suo marchio di fabbrica.

Ieri il segretario del Ps, Olivier Faure, che fino alle elezioni legislative del 2024 non vedeva incompatibilità in un’alleanza con le truppe mélenchoniste, ha invitato Lfi a farsi «un esame di coscienza», escludendo qualsiasi unione con il partito di Mélenchon a livello nazionale. Raphaël Glucksmann, leader di Place Publique, ha invitato dal canto suo a «porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico», denunciando «la responsabilità di tutti i leader politici che alimentano l’odio, compresi quelli della France insoumise». È ormai «impensabile» che la sinistra «abbia il minimo dubbio» su una «possibile alleanza» con Mélenchon, ha aggiunto il leader progressista.

Bourmaud: «Ci saranno impatti a lungo termine»

Per François-Xavier Bourmaud, giornalista politico del quotidiano l’Opinion, «rispetto al caso “Paul Voise”, ci sarà probabilmente anche un impatto a lungo termine, non solo immediato. L’omicidio di Quentin rischia di provocare un allontanamento di una parte degli elettori da Lfi. La strategia di Mélenchon si basa sull’avere un nucleo di collaboratori e elettori molto solido, che è il punto forte, e poi ammorbidire il discorso per andare oltre il suo nucleo di fedelissimi. Con il caso Quentin, questa seconda parte, l’apertura, che è la strategia classica di un candidato alle elezioni presidenziali, rischia di essere molto più complicata, perché ciò che è successo è irreparabile. Può quindi avere effetti molto più profondi e duraturi nel tempo», dice a Tempi Bourmaud.

Mélenchon, il líder maximo di Lfi, cerca di negare i legami tra il suo partito e la Jeune Garde. Ma è stato proprio lui a far entrare all’Assemblea nazionale il fondatore della Jeune Garde, Arnault, nonostante il suo cv da picchiatore alle manif dell’ultrasinistra, il suo odio per Israele rivendicato con fierezza e una condanna definitiva nel 2025 per “violenze volontarie in riunione”. Senza contare che uno dei collaboratori di Arnault, Jacques-Élie Favrot, ha partecipato al pestaggio di Quentin ed è ora incriminato per “complicità per istigazione”.

La «responsabilità morale» di Mélenchon

Potrebbe nascere un nuovo “cordone sanitario” anti-Lfi? «Manca più di un anno alle elezioni presidenziali e potrebbero verificarsi altri eventi che potrebbero cambiare la situazione. Ma l’affaire Quentin avrà sicuramente delle ripercussioni sulla strategia di Mélenchon di arrivare al secondo turno, perché probabilmente una parte degli elettori si rifiuterà di votarlo. C’erano già quelli che lo accusavano di antisemitismo e ora ci sono anche quelli che lo accuseranno di aver intrattenuto relazioni chiare e rivendicate con un gruppuscolo di estrema sinistra, la Jeune Garde, che semina violenza nelle strade», spiega a Tempi Bourmaud.

La macroniana Maud Bregeon, portavoce del governo francese, ha denunciato la «responsabilità morale» di Lfi nel «clima di violenza» che la scorsa settimana ha causato la morte di Quentin. «Lfi ha introdotto la violenza all’Assemblea nazionale», sottolinea il giornalista dell’Opinion. «È un partito rivoluzionario, nel senso che l’obiettivo di Mélenchon non è vincere le elezioni presidenziali, ma arrivare al secondo turno contro Marine Le Pen Lui o Jordan Bardella, contro i quali con ogni probabilità perderebbe. Il leader di Lfi punta sul caos che seguirebbe l’ascesa al potere del Rassemblement national per tentare di rovesciare la Quinta Repubblica e instaurare una Sesta Repubblica. In questo senso, il partito di Mélenchon è rivoluzionario, quindi violento», aggiunge Bourmaud.

Favrot escluso dall’Assemblea nazionale

Lunedì la presidente dell’Assemblea nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha deciso di sospendere a titolo precauzionale «il diritto di accesso» in aula a Jacques-Élie Favrot, complice dell’«omicidio volontario» di Quentin assieme ad altri sei militanti dell’ultrasinistra lionese. «La sua presenza potrebbe causare problemi di ordine pubblico», ha dichiarato Braun-Pivet. Attraverso un comunicato, l’avvocato di Favrot, Bertrand Sayn, aveva annunciato che il suo assistito «si dimette dalla carica di assistente parlamentare per tutta la durata delle indagini», con un’aggiunta: «Minacciato di morte dall’estrema destra in tutto il Paese e in Europa, non può svolgere correttamente le sue funzioni». Ma difficilmente Favrot tornerà a sedere sui banchi dell’Assemblea nazionale.





venerdì 20 febbraio 2026

Quando la manipolazione del linguaggio maschera la realtà


(Ansa)

L’Assemblea nazionale francese ha ripreso a discutere la creazione del diritto al suicidio assistito, con una votazione prevista per il 24 febbraio su questa riforma che ha avuto un percorso tortuoso

Eutanasia

Houellebcq contro l'eutanasia: «Una perversione delle parole che tradisce l’umanità»



Federica Di Vito, 19 Febbraio 2026

In un intervento lucido e provocatorio, lo scrittore Michel Houellebcq ha espresso la sua ferma opposizione al progetto di legge sull’eutanasia, attualmente in discussione in Francia. Al centro della sua critica non vi è solo l’atto in sé, ma la manipolazione del linguaggio utilizzata per giustificare la norma. Lo scrittore è intervenuto martedì in un dibattito organizzato a una conferenza dall’associazione Les égaux et leurs aidants, sul controverso tema del suicidio assistito, presso la fondazione del Musée social, a Parigi.

Houellebcq esordisce puntando il dito contro la «perversione» del linguaggio presente, a suo dire, nella terminologia scelta dal legislatore, parlando apertamente di un uso improprio dei concetti di fraternità e compassione. «C’è una perversione delle parole alla base: “legge di fraternità”, si sente bene che è una perversione del termine, ma anche “compassione” […] dare la morte per compassione, nutro un dubbio franco e netto».

Secondo lo scrittore, l’ambiguità linguistica serve a mascherare una realtà molto più cruda, distorcendo valori fondamentali. «La dignità è forse la cosa peggiore di tutte. Dalla mia vaga frequentazione della filosofia, avevo capito che la dignità è, quasi per definizione, una cosa che non si può perdere, legata alla qualità dell'essere umano; mentre qui diventa qualcosa che si può perdere, stranamente». Houellebcq rivendica una visione ontologica della dignità: «Ho l’impressione di avere una dignità legata al fatto che sono umano».

L'autore de Le particelle elementari ha messo in discussione anche il consenso popolare, spesso citato dai sostenitori della legge. Analizzando un sondaggio che riportava il 92% di pareri favorevoli, ha sottolineato come la domanda fosse posta in modo da orientare la risposta: «Non è molto sorprendente che ci sia il 92% di sì... ma più il tempo passava e più le persone avevano tempo di rifletterci, più vedevano gli inconvenienti del progetto». Per Houellebcq, è fondamentale che la democrazia non si stacchi dalla realtà profonda dei cittadini: «Bisognerebbe che la rappresentanza nazionale non si discostasse troppo dalla vita delle persone rappresentate; è un male per la democrazia».

Un altro punto cruciale dell’intervento riguarda la figura del medico, che Houellebcq vede come la vittima principale di questa legislazione. Egli richiama il Giuramento di Ippocrate come un pilastro etico che prescinde dalla religione: «Il giuramento di Ippocrate è di una chiarezza esemplare... Ippocrate era quasi contemporaneo di Platone, quindi non era affatto cristiano. L’opposizione [all’eutanasia, n.d.R.] non è una cosa da cattolici, o almeno non particolarmente».

Lo scrittore sottolinea il paradosso in cui verrebbero a trovarsi alcune categorie di medici, citando in particolare i professionisti della salute mentale: «Gran parte del loro lavoro, e la parte più difficile, consiste nell’evitare che i pazienti si suicidino. Se un paziente esprime il desiderio di morire e loro rispondono: “Sì, è una buona idea, ti aiuto io, conosco qualcuno che può occuparsene”, non è così che immaginiamo uno psichiatra».

In conclusione, Houellebcq rivolge un appello ai deputati affinché considerino l’impatto di una legge che, a suo avviso, tradisce il mandato sociale della medicina e la natura stessa della condizione umana: «Se le cose dovessero andare davvero così male per me - il che è del tutto possibile, siamo tutti più o meno a lungo termine degli “eleggibili” - io chiederei compassione prima di tutto... ma non è una cosa che si può legiferare in questo modo».







Nella contesa sulla liturgia è "stallo alla messicana"



L'un contro l'altro armati (di messale) ma paralizzati: nella disputa ai piedi dell'altare, fra i tre o più contendenti nessuno prevale. Difficile chiuderla in un pontificato, ma dopo l'approccio barricadero di Francesco il più pragmatico Leone potrà almeno allentare le tensioni.

Lettera

Ecclesia 


Aurelio Porfiri, 20-02-2026

Caro direttore,

l'attuale situazione della liturgia sembra somigliare a quella di uno “stallo alla messicana”. Questa espressione, forse coniata nel XIX secolo, indica quella situazione in cui tre o più contendenti si tengono sotto tiro in una situazione di grande tensione, in cui chiunque può essere il vincitore o lo sconfitto.

Certo nel nostro caso non tutti i “concorrenti” sono sullo stesso piano. Ci sono quei liturgisti che vedono la riforma liturgica del Vaticano II come una rottura con il passato, ispirati dall’ermeneutica portata avanti dalla cosiddetta “scuola di Bologna”. Purtroppo, questa interpretazione è da decenni prevalente, pur se essa è intrinsecamente falsa. C’è poi una minoranza che sposa l’ermeneutica della continuità, per cui la riforma liturgica promossa dal Vaticano II non va vista in opposizione alla tradizione liturgica e musicale della Chiesa. Queste persone, spesso malviste, sono voci che gridano nel deserto. Poi abbiamo il mondo tradizionalista, che si affida al rito che ha preceduto la cosiddetta “messa di Paolo VI”. Anch’essa è una minoranza che cerca di ritagliarsi uno spazio in una Chiesa che, a parole, si dice inclusiva.

Purtroppo, la situazione vede i primi mantenere un approccio ideologico alla riforma liturgica che impedisce di vedere i problemi ed ammettere i fallimenti, cosa che rende difficile mantenere un sano dialogo con i sostenitori dell’ermeneutica della continuità e con i tradizionalisti. Tutto viene visto nell’ottica di un approccio che impedisce una valutazione serena dei problemi che pur si sono verificati in questi decenni. Se si ha la possibilità di parlare privatamente con alcuni di questi difensori della situazione attuale, ovviamente si hanno ammissioni sui gravi e irrisolti problemi della liturgia, ma pubblicamente sembra che si debba difendere la linea ufficiale e da quella non ci si può allontanare.

Papa Francesco, che non aveva la liturgia tra le sue priorità, ha un poco rafforzato l’ideologia di queste persone, specie con un discorso del 24 agosto 2017 ai partecipanti alla Settimana Liturgica organizzata dal Centro Azione Liturgica, in cui ha detto: «Dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Furono «parole chiare e pronunciate con determinazione», come disse il liturgista Corrado Maggioni in un numero della Rivista di Pastorale Liturgica. Certamente, una affermazione impegnativa e che sembra vincolare anche i Papi suoi successori, cosa che sembra quantomeno peculiare, perché non si può escludere che un futuro Pontefice o Concilio voglia promuovere una riforma della liturgia che modifichi in modo significativo la riforma attuale o anche, per assurdo, che ritorni a certe forme rituali precedenti.

Purtroppo questa rigidità da una parte si traduce in rigidità anche in altre parti. È un poco quello che accade nell’ambito geopolitico: se un Paese si riarma, devono farlo anche gli altri. Da quello che mi è sembrato in questi anni, è ovvio che alcuni cercano in tutti i modi di preservare il paradigma postconciliare prendendo la parola “paradigma” nel senso dato da Thomas Kuhn in The Structure of Scientific Revolutions del 1962. Questo tentativo di conservazione porta a tutta una serie di paranoie che investono tutti coloro che discutono la narrativa ufficiale.
Si badi bene: questo paradigma postconciliare non è la riforma liturgica del Vaticano II, ma una deriva della stessa, una interpretazione che molto si è allontanata da quanto i documenti stessi del Concilio suggerivano.

In realtà, se dovessi ben descrivere la situazione attuale la vedrei certamente sotto il segno della paralisi, ed ecco che torna utile l’immagine dello stallo alla messicana. Io non credo che un Papa possa risolvere un problema così radicato nella Chiesa, anche se l’approccio più pragmatico di Leone XIV rispetto a quello barricadero di Francesco può certamente aiutare verso un allentamento della tensione.






giovedì 19 febbraio 2026

La cornice iniziale del risorgimento contro-rivoluzionario



In questo articolo, pubblicato su «Catolicismo» (n° 86, febbraio 1958), il celebre pensatore e leader cattolico brasiliano, analizza la missione di Maria Santissima, a partire dalle grandi apparizioni ed eventi mariani del secolo XIX e XX, nella restaurazione della civiltà cristiana e nella sconfitta della Rivoluzione (nell’accezione dello stesso insigne autore nel suo capolavoro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione). Traduzione di Giovanni Cantoni. Tratto da «Cristianità».


Saggi di Plinio Corrêa de Oliveira


di Plinio Corrêa de Oliveira

Il prossimo 11 febbraio ricorre il centesimo anniversario della prima apparizione della Madonna a Lourdes.

Il fatto, considerato nella semplicità delle sue linee essenziali, non lo ignora nessuno. Inoltre nel 1854 con la Bolla Ineffabilis, il grande Papa Pio IX definiva come dogma l'Immacolata Concezione della Madonna. A Lourdes, nel 1858, dall'11 febbraio al 16 luglio, la Vergine appariva diciotto volte a una figlia del popolo, Bernadette Soubirous, dichiarando di essere l'Immacolata Concezione. Da quel momento ebbero inizio i miracoli. E la grande meraviglia di Lourdes cominciò a splendere dinanzi agli occhi di tutto il mondo, sino ai nostri giorni. Il miracolo che conferma il dogma: ecco in sintesi la relazione tra l'avvenimento del 1854 e quello del 1858.

Secolo XIX: problemi analoghi a quelli odierni

Tuttavia, quel che il grande pubblico conosce meno è il rapporto esistente tra questi due grandi avvenimenti con i problemi della metà del secolo XIX, tanto diversi da quelli di oggi ma nello stesso tempo loro così somiglianti.

Nel definire il dogma dell'Immacolata Concezione, il Papa Pio IX destò in tutto l'orbe civile ripercussioni ad un tempo contrastanti e profonde.

Da un lato, in tanta parte dei fedeli, la definizione del dogma suscitò un immenso entusiasmo. Vedere un Vicario di Gesù Cristo che si ergeva in tutta la pienezza e maestà del suo potere per proclamare un dogma in pieno secolo XIX, equivaleva ad assistere a una sfida ammirevolmente sprezzante e ardita contro lo scetticismo dilagante e che già da allora corrodeva fin dalle fondamenta la civiltà occidentale.

Liberalismo: piaga del secolo XIX

Bisogna poi aggiungere che quel dogma era mariano. Ora il liberalismo, un'altra piaga del secolo XIX, tende per sua natura all'interconfessionalismo, ad affermare tutto quanto le diverse religioni hanno in comune (il che in ultima analisi si riduce a un vago deismo), e a sminuire, se non a rifiutare formalmente, tutto ciò che le separa. Quindi, la proclamazione di un nuovo dogma mariano - precisamente come è avvenuto in certi ambienti con la recente definizione del dogma dell'Assunzione - si presentava agli interconfessionalisti occulti o palesi del 1854 come una seria e inattesa barriera alla realizzazione dei loro disegni.

Il dogma dell'Immacolata Concezione urtava profondamente lo spirito ugualitario della Rivoluzione

Ancor più, il nuovo dogma di suo urtava in profondità lo spirito essenzialmente ugualitario della Rivoluzione che, a partire dal 1789, imperversava dispoticamente in Occidente. Quindi, vedere una semplice creatura innalzata in quel modo al di sopra di tutte le altre, per un privilegio inestimabile, concessole al primo istante della sua esistenza, era qualcosa che non poteva e non può non dispiacere ai figli della Rivoluzione, che proclamavano l'uguaglianza assoluta tra gli uomini come il principio di ogni ordine, di ogni giustizia e di ogni bene. Ai non-cattolici, come pure ai cattolici più o meno contagiati dallo spirito del 1789, doleva di accettare che Dio avesse stabilito con tanto risalto, nel Creato, un elemento di una così marcata disuguaglianza.

Infine, la natura stessa del privilegio è invisa agli spiriti liberali. Se qualcuno ammette il peccato originale, con tutta la sequela di sregolatezze dell'anima e di miserie del corpo che esso cagionò, dovrà accettare che l'uomo ha bisogno di un'autorità, al cui imperio è tenuto a sottomettersi. Ora, la definizione dell'Immacolata Concezione comportava una riaffermazione implicita dell'insegnamento della Chiesa al riguardo.

La Vergine immacolata schiacciò la testa del serpente

Tuttavia, per quanto tutto ciò sia significativo, non consisteva solo in questo quanto oseremmo chiamare il "sale" del glorioso evento della definizione dogmatica. Infatti, è impossibile pensare alla Vergine Immacolata senza nello stesso tempo ricordare il serpente il cui capo Ella schiacciò sotto il calcagno in modo trionfale e definitivo. Lo spirito rivoluzionario è lo spirito proprio del demonio, e sarebbe impossibile, a una persona di fede, non riconoscere la parte che spetta al demonio nella nascita e diffusione degli errori della Rivoluzione, dalla catastrofe religiosa del secolo XVI alla catastrofe politica del secolo XVIII e a tutto quanto ne seguì. Di conseguenza, vedere proclamato in quel modo il trionfo della sua massima, definitiva, inflessibile nemica era, per il potere delle tenebre, la più orribile umiliazione. Donde un frastuono di voci umane e di ruggiti satanici in tutto il mondo, simili a un'immensa e fragorosa tempesta. Al vedere che contro quella tempesta di passioni inconfessabili, di odî minacciosi, di invettive furibonde, si ergeva sola e intrepida la maestosa figura del Vicario di Cristo, priva di tutte le risorse terrene e fidente soltanto nell'ausilio del Cielo, era una fonte, per i veri cattolici, di un giubilo uguale a quello che provarono gli Apostoli nel vedere ergersi, nella tempesta scatenata sul Lago di Genezaret, la figura divinamente virile del Salvatore per dare ordini imperiosi ai venti e al mare: "Venti et mare obœdiunt ei" (Mt. 8,27).

Inizio del crollo della Rivoluzione

Così come dagli Unni si lasciarono sconfiggere o mettere in fuga tutti i generali e governatori dell'Impero Romano, così pure di fronte alla Rivoluzione un numero incalcolabile di coloro che nella società temporale avrebbero dovuto difendere la Chiesa e la Civiltà cristiana, si trovavano nella deplorevole situazione di sconfitti o sbaragliati.

In quella situazione di alta e grandiosa drammaticità, Pio IX, come San Leone Magno, era da solo ad affrontare l'avversario e ad imporgli la ritirata.

Ritirarsi? La proposta sembra sfrontata. Eppure, nulla di più vero. Infatti, a partire dal 1854, la Rivoluzione incominciò a subire le sue grandi sconfitte. È certo che, nelle apparenze come nella realtà, essa continuò a sviluppare il proprio impero sulla terra. L'ugualitarismo, la sensualità, lo scetticismo hanno riportato via via delle vittorie sempre più ampie e radicali. Sorgeva però qualcosa di nuovo. E questa cosa modesta, sotto tono, dall'aspetto insignificante, a sua volta sta crescendo inesorabilmente e è destinata infine a uccidere la Rivoluzione.

La Chiesa è il centro della storia

La Chiesa è, nei piani di Dio, il centro della Storia. È la Sposa Mistica di Cristo, che Egli ama con un amore unico e perfetto, e alla quale volle sottomettere ogni creatura. È chiaro che lo Sposo non abbandona mai la Sposa, e che è sommamente sollecito della sua gloria. Quindi, nella misura in cui il suo elemento umano si mantiene fedele a Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa non ha nulla da temere. Persino le maggiori persecuzioni serviranno alla sua gloria. E le più insigni onorificenze e i momenti di maggiore prosperità non affievoliranno nel popolo fedele il senso del dovere e l'amore alla Croce. Questo sul piano spirituale.

D’altro canto, sul piano temporale, se gli uomini apriranno la loro anima all'influenza della Chiesa, gli sarà schiusa la via a tutte le prosperità e grandezze. Se invece defezioneranno, si esporranno a tutte le catastrofi ed abominazioni. Per un popolo che arriva ad appartenere al grembo della Chiesa, vi è un solo ordine normale, cioè la civiltà cristiana. E questa civiltà cristiana, superiore a tutte le altre, ha come principio vitale la religione cattolica.

Le condizioni per una Chiesa fiorente

A sua volta, sono tre le condizioni per una Chiesa fiorente, tanto essenziali da superare tutte le altre. Ne ho già parlato molto, ma non sarà mai sufficiente insistere.

Anzitutto, vi è la devozione eucaristica. Nostro Signore presente nel Santissimo Sacramento è il sole della Chiesa. Da Lui ci vengono tutte le grazie. Ma queste devono passare attraverso Maria, poiché Ella è la Mediatrice Universale, per mezzo della Quale andiamo da Gesù, e per la Quale Gesù viene a noi. La devozione mariana intensa, luminosa, filiale è, quindi, la seconda condizione per la fioritura della virtù. Se Nostro Signore nel Santissimo Sacramento è presente, ma non ci parla, la sua voce arriva a mediante il Sommo Pontefice. Di conseguenza, la docilità al Successore di San Pietro è il frutto proprio e logico della devozione alla Sacra Eucaristia e alla Madonna.

Dunque, quando queste tre devozioni fioriscono, prima o poi la Chiesa trionfa. E, a contrario sensu, quando esse sono in declino, prima o poi la civiltà cristiana decade.

L'Immacolata Concezione

Da molto tempo, gli ambienti cattolici d'Europa e d'America venivano corrosi da una vera lebbra, il giansenismo, che mirava precisamente ad indebolire la Chiesa, minando la devozione al Santissimo Sacramento sotto le apparenze di un falso rispetto. Questa eresia esigeva tali disposizioni perché qualcuno si avvicinasse alla Sacra Mensa, che la gente, purtroppo in gran numero a causa della sua influenza, smetteva quasi del tutto di fare la comunione. Su un altro fronte, il giansenismo si faceva promotore di una campagna insistente contro la devozione alla Madonna, che accusava di allontanare da Gesù Cristo, invece di condurre a Lui. Infine, questa eresia muoveva una lotta incessante contro il Papato, e specialmente contro l'infallibilità del Sommo Pontefice.

Dunque, la definizione del dogma dell'Immacolata Concezione fu la prima delle grandi sconfitte subite dal nemico interno. Infatti, nacque da qui un immenso fiume di devozione mariana, che venne ingrossandosi sempre di più. Per provare che tutto ci viene per mezzo di Maria, la Provvidenza volle che fosse mariano il primo grande trionfo.

Lourdes, una stripitosa conferma del dogma

Tuttavia, per glorificare ulteriormente sua Madre, Nostro Signore fece di più. A Lourdes, a strepitosa conferma del dogma, fece quel che mai si era visto prima: impiantò nel mondo il miracolo, come prodotto in serie e su base permanente. Fino ad allora, il miracolo era capitato nella Chiesa sporadicamente. A Lourdes, però, le guarigioni sempre più scientificamente sanzionate e di origine autenticamente soprannaturale si succedono, da cento anni, quasi a getto continuo, a fronte di un secolo confuso e smarrito.

L'infallibilità papale

Da questo braciere di fede, acceso con la definizione dell'Immacolata Concezione, si sviluppò, come una fiammata, un immenso anelito. I migliori, i più dotti, i più qualificati membri della Chiesa desideravano la proclamazione del dogma dell'infallibilità papale. Più di tutti, lo voleva il grande Pio IX. E la definizione di questo dogma fu per il mondo come una sorgente di devozione al Papa, il che significò per l'empietà una nuova sconfitta.

La Sacra Eucaristia


Infine, venne il pontificato di San Pio X, e con esso l'invito alla comunione frequente e persino quotidiana, nonché alla comunione per i bambini. L'era dei grandi trionfi eucaristici incominciò a splendere radiosa, per tutta la Chiesa.

Di conseguenza, l'atmosfera giansenista fu spazzata via dall'interno degli ambienti cattolici. L'epidemia modernista e, più tardi, quella neomodernista non riuscirono ad annullare le grandi vittorie che la Chiesa aveva riportato contro i suoi avversari interni.

Il nemico, più forte che mai


Ma, ci si potrebbe domandare, che risultato ne derivò per la lotta della Chiesa contro i suoi avversari esterni? Non si direbbe che il nemico è più forte che mai, e che ci avviciniamo a quell'era, da tanti secoli sognata dagli illuministi, di un naturalismo scientifico crudo e integrale, dominato dalla tecnica materialista; di una repubblica universale ferocemente ugualitaria, di ispirazione più o meno filantropica e umanitaria, dal cui ambiente viene eliminato ogni residuo di religione soprannaturale? Non si tratta forse di comunismo, non è forse verso questo pericolo che slitta la società occidentale stessa, apparentemente anticomunista, ma che in fondo anch'essa si avvia alla realizzazione di questo "ideale"?

Il mondo intero geme nelle tenebre e nel dolore

È proprio così. Questo pericolo incombe persino più di quanto immaginiamo. Ma nessuno prende in considerazione un fatto di importanza primaria. Ed è che il mondo, mentre si dispone ad essere plasmato secondo questo nefasto disegno, cade sempre più preda di un profondo, immenso, indescrivibile disagio. È un malessere molte volte inconscio, che si presenta vago e indefinito persino quando se ne è consapevoli, ma che nessuno oserebbe contestare. Si direbbe che l'intera umanità sta subendo violenza, come se venisse sospinta in uno stampo inadeguato alla sua misura, e che tutte le sue fibre sane si deformano e resistono. Vi è un'immensa brama di qualcos'altro, che ancora non si sa cos'è. Come sia, c'è un fatto nuovo da quando ebbe inizio, nel secolo XV, il declino della civililtà cristiana: il mondo intero geme nelle tenebre e nel dolore, precisamente come il figliol prodigo quando giunse agli estremi della vergogna e della miseria, lontano dal focolare paterno. Nel momento stesso in cui l'iniquità sembra trionfare, c'è qualcosa di vano nella sua apparente vittoria.

L'esperienza ci mostra che da un simile malcontento nascono le grandi sorprese della Storia. Man mano che le deformazioni si accentueranno, si acuirà il malessere. Chi mai potrà dire quali magnifici sussulti ne potranno scaturire? Nell'estremo del peccato sta molte volte, per il peccatore, l'ora della misericordia divina…

Quindi, questo sano e promettente malessere è, secondo me, un frutto del risorgimento della tempra cattolica dovuta ai grandi avvenimenti che ho già descritto; un risorgimento che si ripercuote in maniera favorevole su quel che rimane come residuo di vita e di salute in tutte le aree culturali del mondo.

La grande conversione

Fu certamente un grande momento, nella vita del figliol prodigo, quello in cui il suo spirito appannato dal vizio acquisì una nuova lucidità, e la sua volontà un nuovo vigore, nel meditare sulla situazione miserabile in cui era caduto e su tutti gli scellerati errori che l'avevano condotto fuori della casa paterna. Toccato dalla grazia, si trovò più chiaramente che mai dinanzi alla grande alternativa: o pentirsi e ritornare, oppure perseverare nell'errore ed accettare le sue conseguenze sino al più tragico finale. Tutto ciò che di buono un'educazione retta aveva seminato in lui, rinasceva meravigliosamente in quel provvidenziale istante. Mentre, di contro, la tirannia delle cattive abitudini faceva sentire tutto il suo peso, più atroce che mai. Ci fu allora lo scontro interno. Egli scelse il bene. E il resto della storia lo conosciamo dal Vangelo.

Non ci staremo forse avvicinando a quel momento? Tutte le grazie accumulate dall'umanità peccatrice con questa rinascita di devozione alla Sacra Eucaristia, alla Madonna e al Papa non produrranno, precisamente nei momenti tragici di una crisi apocalittica che pare inevitabile, la grande conversione?

La lezione di Lourdes

Il futuro lo conosce solo Dio. Tuttavia, a noi, uomini, è lecito ipotizzarlo secondo le regole della probabilità.

Stiamo vivendo una terribile ora di castighi. Ma questa può essere pure una magnifica ora di misericordia, a condizione di rivolgere lo sguardo a Maria, Stella del Mare, che ci guida in mezzo alle tempeste. Nell’arco di cento anni, mossa dalla compassione verso l'umanità peccatrice, la Madonna ci sta ottenendo i più strepitosi miracoli. Questa compassione si sarà esaurita? Avranno forse fine le misericordie di una Madre, anzi, la migliore delle madri? Chi oserebbe affermarlo? Se qualcuno dubitasse, Lourdes gli servirebbe da ammirevole lezione di fiducia. La Vergine Santissima dovrà soccorrerci.

Lourdes e Fatima

Dovrà soccorrerci. Un'espressione in parte vera e in parte falsa. Poiché, infatti, Lei ha già cominciato a soccorrerci. La definizione dei dogmi dell'Immacolata Concezione e dell'infallibilità papale, il rinnovamento della devozione eucaristica hanno il loro seguito nei fasti mariani dei pontificati successivi a San Pio X. La Madonna apparve a Fatima sotto Benedetto XV e precisamente nel giorno in cui Pio XII era consacrato vescovo, il 13 maggio del 1917, ci fu la prima apparizione. Sotto Pio XI, il messaggio di Fatima si diffuse dolcemente, ma decisamente, per tutta la terra. In quella stessa occasione, il 75° anniversario delle apparizioni di Lourdes fu commemorato dal Sommo Pontefice con notevole giubilo, per il tramite del suo legato alle celebrazioni, l'allora Cardinale Pacelli. Il pontificato di Pio XII passò alla storia per la sua definizione del dogma dell'Assunzione e per l'Incoronazione della Madonna come Regina del Mondo. Durante quel pontificato, il Cardinale Masella, tanto caro ai brasiliani, a nome del Papa Pio XII incoronò la statua della Santissima Vergine a Fatima.

Sono luci che, dalla grotta di Massabielle alla Cova da Iria, costituiscono una brillante collana di eventi.

Il Regno del Cuore immacolato di Maria

Questo articolo si ferma a Fatima. Nelle sue apparizioni la Madonna prospettò perfettamente l'alternativa. O ci convertiamo, oppure si abbatterà un tremendo castigo. Ma, infine, nel mondo sarà instaurato il Regno del Cuore Immacolato. In altri termini, in qualsiasi modo, con maggiori o minori sofferenze per gli uomini, il Cuore di Maria trionferà. Il che vuol dire, insomma, che in sintonia con il Messaggio di Fatima, i giorni del dominio dell'empietà sono contati. La definizione del dogma dell'Immacolata Concezione non ha segnato altro che l'inizio di un a serie di eventi destinata a condurci al Regno di Maria.



Attribuzione immagine: Di Dennis Jarvis from Halifax, Canada - France-002009 - Our Lady of Lourdes, CC BY-SA 2.0, Wikimedia.