mercoledì 19 agosto 2026

Quel libro incompiuto di Rosanna Messori che racconta Flora Gualdani



Saranno celebrati questa mattina, 19 agosto, alle 10.30 nella cattedrale di Arezzo i funerali di Flora Gualdani, morta lo scorso 16 agosto. Flora Gualdani è la fondatrice di "Casa Betlemme", una fraternità dedicata totalmente alla difesa della vita. Per gentile concessione del suo segretario e biografo, Davide Zanelli, pubblichiamo un eccezionale documento inedito: l'introduzione che Rosanna Brichetti Messori aveva scritto al libro che intendeva dedicare proprio a Flora e che è rimasto incompiuto. A spiegare per i lettori della Bussola l'incontro fra queste due grandi donne è lo stesso Zanelli, che ringraziamo per questo dono.



Davide Zanelli*,  19-08-2026

Saranno celebrati dal Cardinale Gualtiero Bassetti e dal vescovo di Arezzo Andrea Migliavacca questa mattina alle 10.30 nella cattedrale di Arezzo, i funerali di Flora Gualdani, morta lo scorso 16 agosto a 88 anni. Flora Gualdani, ostetrica, negli anni '60 ha fondato "Casa Betlemme", una fraternità dedicata totalmente alla difesa della vita (qui, qui e qui gli articoli della Bussola a lei dedicati). Per gentile concessione del suo segretario e biografo, Davide Zanelli, pubblichiamo un eccezionale documento inedito: l'introduzione che Rosanna Brichetti Messori aveva scritto al libro che intendeva dedicare proprio a Flora e che è rimasto incompiuto. A spiegare per i lettori della Bussola l'incontro fra queste due donne eccezionali è lo stesso Zanelli, che ringraziamo per questo dono.

Tra gli innumerevoli episodi di cui sono stato testimone negli ultimi trentatrè anni accanto a Flora, uno riguarda il suo contatto, breve ma significativo, con la famiglia Messori. Si tratta dell'amicizia tra Flora e Rosanna Brichetti: sbocciata per caso e avviata in forma epistolare, purtroppo non si è concretizzata nell'incontro di persona che avevamo in cantiere a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute prima di Vittorio e poi della scomparsa improvvisa di Rosanna. La quale però ci ha lasciato una piccola perla di questa amicizia interessante nata in tarda età tra due donne speciali.

Nel febbraio 2019 ci arrivò una telefonata da Bassano del Grappa per comunicarci che la giuria aveva intenzione di conferire a Flora il 37esimo Premio internazionale medaglia d'oro al merito della cultura cattolica a Bassano del Grappa. Il riconoscimento più prestigioso tra tutti quelli che l'ostetrica aretina ha ricevuto al tramonto della sua esistenza, dove ha vissuto anche la stagione della vendemmia dopo aver seminato tanto per decenni nel silenzio e nel nascondimento.

Tra le autorità della giuria c'era Vittorio Messori che, tornando a casa, racconta alla moglie Rosanna della decisione collegiale con cui avevano stabilito di dare quel premio ad una ostetrica che per lui era una perfetta sconosciuta. Rosanna si mette subito alla ricerca di notizie su questa donna e, frugando nel web, scopre scritti che le interessano moltissimo. Rosanna rimane affascinata dal pensiero di Flora e dalla sua figura. Intanto una delegazione della Scuola di cultura cattolica viene da Bassano a Casa Betlemme per conoscere personalmente la fondatrice. A novembre c'è la cerimonia ed il conferimento avviene dalle mani del cardinale Bassetti, presidente della Cei, in una serata indimenticabile dove l'ostetrica aretina incendia i cuori come era solita fare quando prendeva il microfono in mano. Quel discorso di ringraziamento venne pubblicato integralmente da Costanza Miriano ed ebbe una grande risonanza.

Un anno dopo ricevo una telefonata da Rosanna Brichetti Messori. Si presenta e mi racconta come ha scoperto la figura di Flora, quanto si senta in sintonia con il suo pensiero e quanto sia ammirata dalla sua vita incredibile. Mi spiega che ha intenzione di scrivere un libro su Flora ma ha bisogno prima del suo consenso e poi di riflettere su come impostare il lavoro, considerando la distanza e l'età di loro due. Si sentono al telefono e s'intendono al volo, Flora accetta volentieri lasciando carta bianca a Rosanna. Seguono un paio di lunghissime telefonate in cui, nel progettare questo lavoro, Rosanna mi racconta tante risonanze che ha colto negli scritti di Flora, concetti che la colpivano in profondità. Ricordo quelle telefonate come un piacevole scambio sul carisma di Flora, reciproche confidenze su quanto le intuizioni di questa ostetrica facessero bene alla nostra vita pur appartenendo io e lei a generazioni differenti. Quanto facessero bene sia alla Chiesa che alla società. Credo che Rosanna avesse riconosciuto nella figura di Flora un'esponente formidabile di quel “nuovo femminismo” auspicato da San Giovanni Paolo II (Evangelium vitae n. 99).


Nel gennaio 2021 le preparo una valigetta: due chili di scritti tra libri, fascicoli e documentazione varia per consentirle di immergersi nel pensiero di Flora e approfondirne lo studio. La valigetta le arriva a Desenzano tramite un amico comune e lei mi scrive chiedendo se si tratta di un prestito o se può «stropicciare» tutto come è abituata a fare nello studio. Apprezza il dono, contraccambia spedendoci un paio di suoi libri e prosegue l'immersione. Per dare più calore propone di usare il tu e non il lei nel libro-intervista: «una ottantenne che interroga l’altra ben più prestigiosa, ma entrambe che hanno attraversato una vita intera». Cominciamo a progettare tra lei e Flora un incontro di persona che tanto desideravano.

La primavera 2021 a casa Messori è travagliata e Rosanna non riesce a lavorare molto ma tiene duro. Abbandona una prima volta il progetto del libro-intervista e poi è di nuovo sul punto di mollare. Va al santuario di Montichiari dedicato alla Rosa Mistica e lì in preghiera trova l’intuizione su come cambiare strategia e alleggerire il lavoro redazionale velocizzandolo: non più un'intervista ma un libro scritto direttamente da lei che citerà abbondantemente i pensieri di Flora riprendendoli dai vari scritti. Flora concorda sulla nuova impostazione del libro.

Seguono mesi di silenzio. Rosanna si rifà viva alla vigilia di Natale 2021 con «le dolenti note»: ci informa che, per l’aggravarsi delle condizioni di salute del marito, ha dovuto definitivamente abbandonare sia il libro sia in generale la sua attività di scrittura. È molto dispiaciuta perché il progetto le piaceva tanto ma sente di dover accettare serenamente la volontà di Dio. Ringrazia perché «immergermi nell’universo di Flora mi è stato utilissimo dal punto di vista spirituale. Ne ho goduto molto e credo anche di aver appreso molto». È addolorata di questo abbandono perché è la prima volta nella sua vita che deve rinunciare a scrivere un libro.

Le rispondo che non c’è niente di cui scusarsi. Perchè anche Flora, nella sua regola di vita, ci insegna sempre l'obbedienza agli eventi. Chiedo a Rosanna un’unica cortesia: una paginetta in cui spiega cosa l’ha colpita della figura di Flora e del suo carisma. Esercitando il mio compito di biografo e segretario le chiedevo cioè di lasciarmi una piccola testimonianza in favore di Flora da custodire in archivio come documento prezioso.

Come risposta lei ci inviò direttamente l’introduzione del libro, quelle prime pagine a cui aveva lavorato e che purtroppo non potevano avere seguito. Dopo qualche mese Rosanna morì e mi venne in mente questa idea: custodire nel cassetto l'inedito di Rosanna per tirarlo fuori il giorno in cui anche Flora sarebbe tornata alla casa del Padre. Come piccolo omaggio all'amicizia tra due donne eccezionali, modelli del cattolicesimo moderno.

* segretario e biografo di Flora Gualdani





In Italia ogni giorno profanate tre chiese



Un’inchiesta de “La Stampa” sulle chiese profanate e il ruolo degli italiani di seconda generazione. Un fenomeno che supera i confini dell’Italia.

Sono i maranza?


Redazione UCCR 19 ago 2026

E’ un dato rilanciato in questi giorni da “La Stampa”.

Anche in Italia, furti, vandalismi, blasfemie e danneggiamenti ai luoghi di culto sono ormai un fenomeno tutt’altro che episodico. Si parla mediamente di tre casi al giorno solo in Italia.

Dietro molti di questi episodi non ci sono organizzazioni terroristiche o fanatici religiosi, ma soprattutto adolescenti giovanissimi, talvolta tra i 12 e i 15 anni, spesso di seconda generazione.

I casi più recenti sono stati gli atti vandalici alla parrocchia della Collegiata di Lugo (Ravenna) e le decapitazioni della Madonna della Pelara (Ischia) e della Madonna a Coppito (L’Aquila).


Il card. Semeraro: derisione e disprezzo

Il card. Marcello Semeraro spiega infatti che «prima del fatto religioso va analizzata l’emergenza educativa», perché all’insufficiente consapevolezza della profanazione compiuta «si sommano il disprezzo e la derisione per quanto c’è di più caro per gli altri».

Semeraro indica la responsabilità primaria negli adulti e nella loro «errata convinzione che qualunque intervento di correzione sia vano o intollerabile». Un’idea che «alimenta un egoismo materialista che avversa quel che di più intimo e prezioso ha a cuore il prossimo».


Vandalismo, il ruolo dei maranza

Molto più diretto è stato il vaticanista don Filippo Di Giacomo, anch’egli intervistato dal quotidiano torinese.

«Inutile nascondere la luna dietro il dito», ha detto indicando la responsabilità nella maggior parte dei casi alle cosiddette “seconde generazioni” (detti anche “maranza”). «Tutti sappiamo che spesso gli autori provengono dal bacino dei “nuovi italiani” molto tutelati dalle leggi attualmente in vigore a salvaguardia della loro identità religiosa».

Secondo il giornalista, inoltre, «i sacerdoti e i religiosi neppure denunciano perché sanno di urtarsi contro l’indifferenza di forze di polizia e magistratura». Questi reati vengono infatti derubricati a danni di lieve entità.


“Non esistono ragazzi cattivi”


Anche “Repubblica” ha parlato del fenomeno, segnalando anche quanto avvenuto a Collegiata di Lugo, in provincia di Ravenna.

Il parroco don Leonardo Poli è stato costretto a chiudere temporaneamente la chiesa dopo l’ennesimo episodio di vandalismo.

Oltre a denunciare gli autori, cinque minorenni italiani e stranieri, si è attivato per parlare con le rispettive famiglie. Per questo, racconta, si è rivolto all’imam di Lugo: «Lui conosce i ragazzi. Si è detto molto dispiaciuto dell’accaduto e spero mi aiuti a raggiungerli».

«Non esistono ragazzi cattivi», ha spiegato. «Io ci credo. Serve solo qualcuno che tiri fuori il tesoro che hanno dentro».


Anche all’estero colpiti dall’odio

L’allarme del vandalismo anticattolico, in ogni caso, travalica i confini nazionali.

In Germania, ad esempio, il 22 luglio nella chiesa cattolica di St. Giles a Wörth am Rhein, nel Land Renania-Palatinato, sono state lasciate delle feci davanti all’altare oltre a lievi danni all’edificio religioso.

In Francia, nella notte tra il 26 e il 27 luglio, la chiesa di Saint-Symphorien a Chambray-lès-Tours è stata profanata e vandalizzata. Ignoti hanno aperto il tabernacolo e gettato a terra le ostie consacrate dal ciborio, lasciando anche escrementi all’interno. Non è stato rubato nulla.

La stessa sorte era toccata qualche giorno prima alle chiese di Sainte Geneviève e Sainte-Jeanne-d’Ar.

In Spagna, nella notte tra il 30 e il 31 luglio, la parrocchia di Santa Margarita María de Alacoque a Madrid è stata vandalizzata. Gli intrusi hanno distrutto la reliquia della santa patrona della parrocchia e rubato il denaro delle offerte.

L’incidente è avvenuto dopo mesi di segnalazioni di atti vandalici e disordini che hanno colpito la comunità parrocchiale, tra cui insulti durante la messa.






I 12 PASSI DI ORGOGLIO






I 12 PASSI DI ORGOGLIO DA DEPLORARE 
SECONDO SAN BERNARDO DA CHIARAVALLE. 


I passi tendono a costruirsi l'uno sull'altro, iniziando dalla mente, spostandosi verso il comportamento e poi agli atteggiamenti sempre più gravi dell'arroganza, finendo per produrre ribellione e schiavitù. Perché se non si serve Dio, si serve Satana.

Dodici sono i passi che portano al monte dell'orgoglio. Considerateli come sintomi in escalation:

1. Curiosità: Anche se c'è una curiosità sana, spesso scaviamo in cose alle quali non dovremmo avvicinarci: questioni personali di altre persone, fatti privati, situazioni peccaminose e così via. Ciò che collega questa curiosità all'orgoglio è il fatto che spesso pensiamo erroneamente di avere il diritto di sapere certe cose, e quindi guardiamo in modo superbo e indiscreto a cose che non ci riguardano: cose che non dovremmo sapere o che sono inopportune e ci distraggono da noi stessi, o che forse non sappiamo gestire in modo adeguato. Ma mettendo da parte tutta la cautela, e con un certo senso di orgoglio e privilegio, carpiamo, ci intromettiamo e guardiamo a cose che non ci riguardano, come se avessimo il diritto di farlo. Questa è una curiosità riprovevole.

2. Frivolezza: Occupare la mente con pensieri inappropriati è un'abitudine che tende ad aumentare, e alla fine agiamo leggerezza anche in questioni più consistenti. Anche in questo caso, sono importanti un ragionevole senso dell'umorismo e qualche stacco ricreativo. Una piccola canzonatura sullo sport o sulla cultura pop può fornire un diversivo momentaneo rilassante. Troppo spesso, però, quello che facciamo è solo questo, e mettiamo orgogliosamente da parte questioni sulle quali dovremmo essere seri perseguendo solo cose passeggere. Ignorando cose serie che appartengono all'eternità e gettandoci solo in cose divertenti e passeggere, ignoriamo orgogliosamente cose a cui dovremmo fare attenzione. Guardare in televisione per ore sit com e reality show senza avere tempo per la preghiera, lo studio, la formazione dei figli nella fede, la cura dei poveri e così via mostra una mancanza di serietà che manifesta l'orgoglio. Mettiamo da parte ciò che è importante per Dio e lo sostituiamo con le nostre piccole priorità. Questo è orgoglio.

3. Stoltezza: Qui ci spostiamo dalla leggerezza mentale ai comportamenti frivoli che produce, comportamenti in cui sopravvalutiamo esperienze o situazioni di poco conto a scapito di cose più importanti. Comportamenti stupidi, vani e capricciosi indicano un orgoglio in cui una persona non è ricca di ciò che conta per Dio. Massimizziamo orgogliosamente il minimo e minimizziamo il massimo. Troviamo moltissimo tempo per la frivolezza ma non abbiamo tempo per la preghiera o lo studio della Santa Verità.

4. Vanità: Sempre più chiusi nel nostro piccolo mondo di intelletto oscurato e comportamento sciocco, iniziamo a esultare per attività carnali e a considerarle un segno di grandezza; iniziamo a vantarci di cose sciocche; a vantarci e a parlare e pensare di noi in modo più elevato di quanto sia vero o ragionevole. È vero che dovremmo imparare ad apprezzare i doni che abbiamo, ma dovremmo anche ricordare che SONO doni che Dio ci ha dato e che spesso vengono sviluppati con l'aiuto di altri. San Paolo dice: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7) Chi si vanta ha un'opinione troppo elevata di sé, strombazzando doni che non ha o dimenticando che ciò che ha è una grazia, un dono. Questo è orgoglio. Oltre a ciò, come abbiamo visto, tendiamo a vantarci di cose stupide e passeggere.

5. Singolarità: Il nostro mondo diventa sempre più piccolo ma noi ci riteniamo sempre più grandi. Siamo re, va bene, re di un formicaio, governatori di un piccolo granello di polvere che si propaga nell'immensità dello spazio. Ma man mano che il nostro orgoglio aumenta, ci dimentichiamo troppo facilmente della nostra dipendenza da Dio e dagli altri per chi e cosa siamo. Non esiste il self-made man. Siamo tutti esseri contingenti, che dipendono da Dio e dagli altri. Oltre a questo, ci ritiriamo troppo facilmente nel nostro piccolo mondo, tendendo a pensare che una cosa sia in un certo modo solo perché pensiamo che debba essere così. Rimettendoci solo al nostro parere, non teniamo conto dell'evidenza della realtà e smettiamo di cercare informazioni e consigli dagli altri. La singolarità è orgoglio. E questo orgoglio ci gonfia man mano che il nostro mondo diventa sempre più piccolo e più singolare, sempre più concentrato solo sul nostro io.

6. Presunzione: È un'opinione ingiustamente favorevole ed eccessivamente elevata delle proprie capacità o del proprio valore. Mentre il nostro mondo diventa sempre più piccolo e il nostro orgoglio sempre più grande, il nostro concentrarci su di noi e la nostra delusione aumentano e diventiamo sempre più autoreferenziali. Una cosa è così solo perché io dico che è così. Vado bene perché dico così. Non importa che tutti noi siamo un misto di forze e debolezze, santità e peccaminosità. Troppo facilmente siamo ciechi nei confronti di quanto possa essere difficile vivere con noi. Troppo spesso troviamo mancanze negli altri ma non riusciamo a vederle in noi stessi. Oltre a questo, cerchiamo troppo facilmente di paragonarci agli altri in modo favorevole, pensando “Beh, almeno non sono come quella prostituta o come quello spacciatore lì”. Ma essere migliori di una prostituta o di uno spacciatore non è lo standard al quale dobbiamo rapportarci. Il nostro standard è Gesù. Più che paragonarci a Gesù e cercare misericordia, ci paragoniamo ad altri che guardiamo dall'alto in basso, e lasciamo via libera all'orgoglio.

7. Arroganza: A questo stadio, perfino i giudizi di Dio devono cedere ai nostri. Io vado bene e sarò salvato perché dico così. È un peccato contro la speranza, in cui diamo semplicemente la salvezza per scontata e a noi dovuta indipendentemente da ciò che facciamo. Affermiamo di possedere già ciò che non abbiamo. È giusto sperare con fiducia nell'aiuto di Dio per raggiungere la vita eterna; è la virtù teologica della speranza, ma è l'orgoglio che ci fa pensare di aver già compiuto e di possedere quello che in realtà ancora non abbiamo. È ancora l'orgoglio che ci fa mettere da parte la Parola di Dio, che ci insegna continuamente a camminare nella speranza e a cercare l'aiuto di Dio come mendicanti più che come possessori o come persone legittimate alla gloria in Cielo. L'arroganza è orgoglio.

8. Autogiustificazione: Gesù deve ora liberare il posto del giudice perché lo rivendico io. Non solo, Egli deve anche scendere dalla Croce perché in realtà non ho bisogno del suo sacrificio. Posso salvarmi da solo, e francamente non ho un gran bisogno di essere salvato. L'autogiustificazione è l'atteggiamento che dice “Sono capace, con il mio potere, di giustificare (ovvero di salvare) me stesso”. È anche un atteggiamento che fa dire “Farò ciò che voglio e deciderò se è giusto o sbagliato”. San Paolo afferma: “Io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!” (1 Cor 4,3-4). La persona orgogliosa cura solo la sua visione di se stesso e rifiuta di essere responsabile, anche di fronte a Dio. La persona orgogliosa dimentica che nessuno è giudice nel proprio caso.

9. Confessione ipocrita:
In greco, la parola ipocrita significa attore. In alcune situazioni, un po' di umiltà e di consapevolezza delle proprie mancanze è proficua. Si può ottenere un “credito” per il fatto di riconoscere umilmente certe mancanze e definirsi un “peccatore”. L'uomo orgoglioso è solo un attore. Sta soltanto ricoprendo un ruolo e interpretando la sua parte, più per credito sociale che per reale contrizione o pentimento. Dopo tutto, non è così male... Se interpretare il ruolo del peccatore umile e contrito lo porterà da qualche parte, reciterà il ruolo e sembrerà santo, ma solo se sarà disponibile l'applauso del pubblico...

10. Ribellione: L'orgoglio inizia realmente a diventare fuori controllo quando ci si ribella contro Dio e i Suoi legittimi rappresentanti. Rivoltarsi significa rinunciare alla fedeltà o a qualsiasi senso di responsabilità o di obbedienza a Dio, alla Sua Parola o alla Sua Chiesa. Ribellarsi è un tentativo di rovesciare l'autorità altrui, in questo caso di Dio e della Sua Chiesa. È segno di orgoglio rifiutare di sottostare a qualsiasi autorità e agire in modi che sono direttamente contrari a ciò che afferma correttamente l'autorità legittima.

11. Libertà dal peccato:
In questo caso, l'orgoglio raggiunge il suo apice, affermando e celebrando in modo arrogante di essere totalmente libero di fare ciò che vuole. L'uomo orgoglioso rifiuta in modo crescente qualsiasi restrizione o limite. Ma la libertà dell'uomo orgoglioso non è affatto libertà. Gesù dice: “Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34). Il Catechismo gli fa eco: “Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c'è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato” (n. 1733). L'uomo orgoglioso sostiene con arroganza la sua libertà di fare ciò che vuole, anche quando sprofonda sempre più nella dipendenza e nella schiavitù.

12. L'abitudine di peccare: In questo caso vediamo il frutto più pieno e più brutto dell'orgoglio: il peccato abituale e la schiavitù nei suoi confronti. Come dice Sant'Agostino, “Dalla volontà perversa si genera la passione, e l’ubbidienza alla passione genera l’abitudine, e l’acquiescenza all’abitudine genera la necessità” (Conf 8.5.10).

E così abbiamo ripercorso i dodici passi del monte dell'orgoglio. Inizia nella mente con una mancanza di sobrietà, radicata nella curiosità peccaminosa e nella preoccupazione frivola. Poi vengono il comportamento frivolo e gli atteggiamenti di scusa, presuntuosi, sbrigativi. Infine vengono la ribellione totale e la schiavitù nei confronti del peccato. La schiavitù deriva dal fatto che se si rifiuta di servire Dio per orgoglio, si servirà Satana. L'orgoglio ora ha dato il suo frutto più pieno.

Abbiamo assistito a un'escalation in questi passi che non è lontana da una vecchia ammonizione: semina un pensiero e raccoglierai un'azione, semina un'azione e raccoglierai un'abitudine, semina un'abitudine e raccoglierà un carattere, semina un carattere e raccoglierai un destino.

mons. Charles Pope - it.aleteia.org


PREGHIERA RIVELATA DA GESU' A SAN BERNARDO

San Bernardo, Abate di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione.
 
Gli fu risposto: “Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia”.
Preghiera sulla Piaga della Sacra Spalla di Gesù per domandare una grazia

Dilettissimo Signore mio Gesù Cristo, mansueto Agnello di Dio, io povero peccatore Ti adoro e considero la dolorosissima piaga della tua spalla aperta dalla pesante croce che hai portato per me. Ti ringrazio del Tuo immenso dono d’Amore per la Redenzione e spero le grazie che Tu hai promesso a coloro che contemplano la Tua Passione e l’atroce piaga della Tua Spalla. Gesù, mio Salvatore, incoraggiato da Te a chiedere quello che desidero, Ti chiedo il dono del Tuo Santo Spirito per me, per tutta la Tua Chiesa, e la grazia (…chiedere la grazia desiderata); fa che sia tutto per la Tua gloria e il mio maggior bene secondo il Cuore del Padre. Amen

tre Pater, tre Ave, tre Gloria



Fonte web 



lunedì 17 agosto 2026

Crollo dell’8permille, cosa farà la CEI?



Chi è causa del suo mal…
Luigi Casalini







Eusebio Episcopo, 16-8-26

Crollano le firme dei contribuenti e alla Cei cresce l’allarme per un meccanismo che vale centinaia di milioni grazie anche alle quote di chi non sceglie. Il futuro presidente dei vescovi italiani a lezione da Marx: come riempire le casse mentre si svuotano le chiese.

Allorquando l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, entrò a far parte dei consultori del Dicastero per la dottrina della fede, la cosa apparve più che ovvia: il teologo della Chiesa “umile” e di quei famosi “libretti” che lo fecero elevare da papa Francesco all’episcopato non poteva che essere annoverato in quell’eletto consesso. E così pure – ma assai meno – quando fece il suo ingresso nel Dicastero per le Cause dei santi.Invece, la nomina nel Consiglio della Segreteria per l’Economia ha suscitato qualche sconcerto, soprattutto fra i preti di Torino che più lo conoscono e lo ricordano non solo – come da lui stesso ammesso – poco incline ai conti e all’amministrazione, ma anche fondamentalmente disinteressato alle questioni economiche e finanziarie. E allora come si spiega la decisione del Santo Padre o di chi deve avergliela suggerita? Per capirlo bisogna volgere l’attenzione alla Cei, ma soprattutto all’8 per mille.


Il rubinetto dell’8 per mille

Se, come pare ormai quasi certo, nel 2027 – anno elettorale – Repole diventerà presidente dei vescovi italiani, si troverà a gestire una situazione non facile. Con Francesco la Chiesa italiana si è trasformata in una sorta di Cgil o di Ong e la Cei è diventata una costola del Pd o una sua corrente esterna, con Avvenire schierato a favore di unioni gay, cultura gender, immigrazione illegale e che, per fare un esempio, dedica editoriali in prima pagina a Francesco Guccini e relega Vittorio Messori nelle pagine interne.

Il punto, però, è che gli italiani hanno chiuso i rubinetti a una Chiesa sempre più irrilevante e percepita come schierata a sinistra. Gli ultimi dati sull’8 per mille lo confermano: i contribuenti che firmano a favore della Chiesa cattolica ormai sono crollati al 67% del 40% che esprime una preferenza esplicita. Mentre ai tempi di Giovanni Paolo II e di Camillo Ruini quella percentuale era sempre in crescita e raggiunse addirittura il 95% nel 2005.

Dal 2013 al 2021 c’è stato poi un crollo netto degli italiani che hanno firmato per la Chiesa cattolica: dagli oltre 15 milioni si è scesi, in 8 anni, a meno di 12 milioni, un vero e proprio tracollo che è continuato e continua e che avrebbe dimensioni ancora più ampie se il meccanismo del recupero dei fondi non assegnati non rendesse quasi inutile l’astensione dalla firma. Ed è su questo punto che le apprensioni aumentano e non fanno dormire sonni tranquilli al presidente della Cei e allo stesso arcivescovo di Torino, il quale, in diverse occasioni, ha manifestato qualche preoccupazione rispetto all’insufficienza delle entrate derivanti dal meccanismo di quella legge del 1985 che intendeva regolare il riconoscimento giuridico degli enti e delle proprietà ecclesiastiche, nonché le modalità di sostentamento del clero, fino a quel momento garantito dalla congrua.

Il miracolo delle firme

Com’è noto, la quota dell’8 per mille dei cittadini che non esprimono alcuna scelta viene ripartita fra Chiesa e Stato in proporzione alle firme espresse, ed è qui che si collocano le critiche della sinistra volte a cambiare il meccanismo e che preoccupano molto la Cei. Il motivo è semplice: solo poco più del 40% dei contribuenti appone una firma su una delle 12 caselle dell’8 per mille; quindi, il 60% del gettito viene ridistribuito in base alle firme sul restante 40%. Tradotto in soldi vuol dire che, tenendo conto che la somma totale è di 1 miliardo e 320 milioni, del miliardo che è arrivato nel 2023 alla Chiesa (che raccoglie poco meno del 70% delle firme) solo 400 milioni sono frutto diretto della scelta dei contribuenti; il resto (600 milioni) arriva dalla ripartizione dei circa 800 milioni senza firma.

Vale a dire che l’8 per mille che arriva direttamente dalla scelta dei contribuenti basterebbe a malapena a coprire il fabbisogno per il sostentamento del clero (403 milioni nel 2023). Mentre per le esigenze delle opere di culto e pastorale nel 2023 sono stati assegnati 352 milioni e per le opere di carità 423 milioni. Si comprende allora quale sia la posta in gioco.

Se salta il meccanismo, saltano i conti

Oggi, come dice la sinistra più radicale, l’8 per mille è, anche se non appare, una tassa obbligatoria o «coatta» (una «legge truffa», dicono i radicali) che nulla ha a che fare con il 5 per mille; essa però induce gli italiani a credere che, se non scelgono nessuna opzione, non verrà loro attribuita alcuna tassazione. Se dunque dovesse saltare il meccanismo della ripartizione, la Chiesa italiana rischierebbe la bancarotta e la sinistra di matrice grillina ha già fatto intendere che tale meccanismo è da rivedere: si vedano le puntuali e stringenti battaglie di Micromega, ma anche, molto più autorevolmente, i pronunciamenti della Corte dei Conti sul divieto di pubblicità per le firme a favore dello Stato. Sono poi sempre di più coloro che ritengono più evangelico ipotizzare una Chiesa che si autofinanzi con i propri adepti e non con una coatta e miracolosa questua.

Se vincerà il campo largo – per cui la maggioranza dei vescovi sta lavorando (segando il ramo su cui sta seduta) – il rischio di una revisione del meccanismo aumenterà ed è per questo che i vertici della Cei stanno cercando sponde politiche (Matteo Renzi si è già messo a disposizione), sperando di moderare l’ala laicista del Pd. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è detto più volte disponibile a ragionare sul problema, ma non sia mai detto che la Cei del No al referendum sulla giustizia raggiunga accordi con un governo di destra come quello di Giorgia Meloni. Cosa che uomini di Chiesa non ideologizzati come i cardinali Pietro Gasparri, Agostino Casaroli, Angelo Sodano e Camillo Ruini fecero tranquillamente con Benito Mussolini, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e Gianni Letta, con ampia soddisfazione di tutti, comunisti compresi, i quali votarono l’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

Che l’ideologia laicista sia ormai penetrata nella mente della gerarchia ecclesiastica è un triste segno di decadenza della Chiesa. Benedetto XVI aveva messo in guardia dalla metamorfosi nichilista del post-comunismo, che oggi è ben rappresentata dal Pd e di cui la Cei di Matteo Zuppi è la succursale clericale, ma Francesco non se ne curò, anzi impose un cambiamento di linea che certamente Repole non saprà né vorrà correggere.

Il capitale di Marx

Per questo la sua presenza al tavolo del Consiglio dell’Economia, dove siedono esperti di finanza internazionale, banchieri e manager di grandi multinazionali come Sua Altezza Serenissima la principessa Gisela del Liechtenstein, non è poi così fuori luogo. Tali frequentazioni potranno non solo illuminarlo circa l’8 per mille, ma anche dargli qualche buon consiglio su come affrontare il piccolo problema degli ingenti costi conseguenti al trasloco della Curia che, alcuni dicono, non smentiti, si aggirino ormai sui tre milioni di euro.

Coordinatore del Consiglio rimane l’arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, che ha in comune con Repole la stessa visione teologica progressista e dal quale avrà molto da imparare sul sistema di finanziamento della Chiesa in Germania, che si basa sulla tassa ecclesiastica – la Kirchensteuer. Essa viene pagata allo Stato da chi dichiara la propria appartenenza religiosa e, se non si adempie, non si ha diritto ad accedere ai sacramenti. Così nel 2025 si è ripetuto un altro “miracolo”, che non è quello di San Gennaro, ma ha origini teutoniche: le diocesi tedesche hanno incassato un totale di 6,75 miliardi di euro di tasse ecclesiastiche e, allo stesso tempo, il numero di persone registrate come cattoliche in Germania è diminuito di oltre mezzo milione: nel 2025 i cattolici ufficiali erano 19 milioni, nel 2005 quasi sette milioni in più, mentre nello stesso periodo la Chiesa aumentava le proprie entrate fiscali del 70%. Come a dire: chiese vuote e forzieri pieni.

Da questi dati si capisce anche perché Roma, nonostante Marx continui a disobbedire tranquillamente rispetto alle indicazioni sulle benedizioni omosessuali, lo abbia riconfermato nella posizione di coordinatore del Consiglio per l’Economia, che ricopre dal 2015. Da noi, invece, vige la “tassa coatta” dell’8 per mille, che è sempre più contestata e sulla cui sorte l’esito elettorale potrebbe avere qualche conseguenza.

Chiesa povera, fino a un certo punto

In conclusione, la Chiesa umile e povera a spese dello Stato di Zuppi, Repole, Francesco Savino, Erio Castellucci, Derio Olivero ecc. ha i suoi costi e forse qualcuno non lo ha ancora capito. Di qui si spiega come uno scisma possa darsi nella Chiesa – i termini sono impropri, ma è per capirci – solo e soltanto da “destra” e mai da “sinistra”, perché separarsi da Roma vorrebbe dire tornare, come i primi cristiani, a vivere delle oblazioni dei fedeli, che dalla Chiesa vogliono non propaganda ma Vangelo e dottrina. Per rimanere a livello torinese, c’è poi una qualità che distingue da sempre i boariniani dai preti più conservatori e anche, va detto, dai vecchi pellegriniani: l’amore per le comodità, i giorni liberi, i grandi viaggi e ogni genere di comfort, perché la Chiesa povera e umile va bene fino a un certo punto e poi perché prima caritas mea caritas.







Langone: “Un motivo in più per preferire la messa in latino: l’assenza di braghe corte”








Camillo Langone, 11 AGO 2026, Il Foglio

Scoperto un nuovo motivo di superiorità della messa in latino sulla messa in italiano: l’assenza di braghe corte. Domenica, giornata caldissima, sono stato a una messa tridentina: navata gremita e nessun uomo in braghe corte. Né giovane né vecchio: nessuno. Nessuno, me compreso, era elegante, perché l’estate è volgare senza rimedio. Eravamo accaldati, sudati e stropicciati, e tuttavia nessuno in braghe corte. Mentre nelle messe in italiano, d’estate, sono spesso l’unico fedele con i pantaloni lunghi, o uno dei pochissimi. Gli altri tutti in braghe corte, di sovente abbinate a ciabatte.

Pregare in ciabatte è un’evidente mancanza di rispetto e manifesta disprezzo per Matteo 22,12: “Come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Nessuno di questi sciattoni postconciliari si presenterebbe a un matrimonio in infradito, e si capisce: il matrimonio è un rito sociale. Se invece il rito è puramente religioso, chissenefrega. Parliamo di donne? Nella messa in latino le donne, anch’esse numerose e di ogni età, erano in maggioranza velate e al momento della comunione (alla balaustra, in ginocchio) lodevolmente lo erano tutte. Dominus vobiscum.





Tra macerie teologiche e vuoto pastorale: la crisi d’identità del sacerdote moderno


(immagine generata con IA di Gemini)



Dal naufragio della paternità episcopale alla piaga oscurata degli abbandoni e dei suicidi nel clero



di Fabio Vessillifero, 17 agosto 2026

L’oscura tragedia del clero tra l’estremo deserto e la fuga dal ministero

Questa riflessione prende le mosse dal recente, tragico caso di un sacerdote anziano — ma ancora pienamente attivo, efficiente e stimato — che ha scelto di togliersi la vita (qui). Per quanto, dati alla mano, il suicidio tra i presbiteri rimanga un fenomeno numericamente contenuto (qui), esso rappresenta la punta di un iceberg ben più vasto: un disagio profondo e diffuso che si manifesta, più spesso, nell’emorragia silenziosa degli abbandoni del ministero. Sacerdoti che depongono l’abito, chiedono la riduzione allo stato laicale o semplicemente si ritirano dalla vita parrocchiale per rifugiarsi nel privato costituiscono, da decenni, una realtà imponente e sistemica. A questo si aggiunge poi chi, pur rimanendo al proprio posto, continua a svolgere il ministero trascinando una vita spirituale ormai spenta.

Queste realtà — dal gesto estremo alla fuga dal sacerdozio, fino al ridursi del ministero a mero “mestiere” — vengono quasi sempre taciute o liquidate come isolati fallimenti personali. Al contrario, esse sono il sintomo di un isolamento radicale, in cui il sacerdote si ritrova lasciato a se stesso di fronte al crollo del senso della propria missione.

La crisi della paternità episcopale e le complessità del clero

A rendere ancora più acuta questa solitudine è la progressiva perdita della dimensione paterna nella figura del vescovo, pur dovendo onestamente riconoscere che i sacerdoti stessi costituiscono una realtà umana complessa, tutt’altro che facile da accompagnare. Tuttavia, di fronte a un clero segnato da individualismi e fatiche caratteriali, la risposta dell’istituzione s’è spesso irrigidita in un approccio prevalentemente burocratico, attento primariamente all’applicazione di direttive procedurali o all’adeguamento al linguaggio corrente. In questo clima, l’atteggiamento dei vescovi è in genere caratterizzato da una distanza formale nei confronti dei sacerdoti che cercano il loro ideale di vita nella fedeltà alla tradizione, e da una certa accondiscendenza verso chi, in nome di un presunto aggiornamento, si è adeguato a modelli “pastorali all’avanguardia” coerenti cioè con la secolarizzazione dei costumi. Quando il sacerdote secolarizzato — essendo privo di un’autentica vita di fede, poiché tantissimi oggi non recitano più il Breviario e il Rosario né celebrano con pietà il Divin Sacrificio — si ritrova improvvisamente svuotato, non trova nella struttura episcopale un rifugio e un padre che sappia correggere ed ammonire. La mancanza di paternità del vescovo spinge così gli uni verso l’isolamento e altri verso la scelta, inevitabile per la propria sopravvivenza psicologica, di abbandonare definitivamente il ministero (qui).

Il fallimento strutturale nelle selezioni dell’episcopato

Il crollo della cura pastorale, la piaga delle defezioni e la diffusa incapacità di guidare le anime non sono che il frutto maturo di una serie di nomine episcopali drammaticamente errate, perpetuate nel corso degli ultimi decenni. La responsabilità di questa situazione ricade in modo gravissimo su chi aveva il compito di selezionare e valutare i candidati: i vertici delle Conferenze Episcopali, le Nunziature Apostoliche e il Dicastero per i Vescovi.

Non pochi fedeli attenti alla vita della Chiesa avvertono inoltre la sensazione (ma forse è più di una sensazione!) che si siano volute appositamente promuovere figure inadeguate, al solo scopo di generare disorientamento nel tessuto ecclesiale. Che questa confusione sia evidente a tutti i livelli, ne è prova anche il fatto che si è voluto negare la porpora cardinalizia a sedi storicamente e pastoralmente centrali in Italia e in altre grandi metropoli nel mondo. Emblematici, in questo senso, sono anche i casi in cui si è preferito creare cardinali i vescovi ausiliari anziché gli arcivescovi titolari delle medesime diocesi, oppure quando si è voluto premiare con la porpora il vescovo suffraganeo ed escludere l’Arcivescovo Metropolita.

L’esito di questo criterio – o meglio non-criterio – di governare la Chiesa è oggi sotto gli occhi di tutti: l’elevazione all’episcopato di persone palesemente impreparate sul piano teologico, fragili sotto l’aspetto umano e del tutto prive della statura spirituale e intellettuale necessaria per guidare una diocesi. Un simile sistema ha finito per premiare il grigio conformismo e la docilità burocratica al “politicamente corretto”, a scapito dell’ortodossia e del coraggio evangelico. Le conseguenze sono devastanti: si assiste non solo al decadimento della fede in tante diocesi e comunità parrocchiali, ma anche alla solitudine di tanti sacerdoti lasciati soli allo sbaraglio e al dilagare delle dimissioni dallo stato clericale.

L’adozione del paradigma manageriale e della burocrazia sinodale

Nelle strutture ecclesiali si è verificato un cedimento di fondo nel momento in cui sono state adottate, in modo del tutto acritico, le categorie del management aziendale tipiche del capitalismo predatorio, affiancate da un’ideologia della “sinodalità” intesa come un’incessante macchina assembleare (qui qui). Le diocesi sono state così riorganizzate sulla base della governance finanziaria (qui), spostando la priorità dalla salvezza delle anime all’ottimizzazione delle risorse, al rispetto rigoroso dei bilanci e alla fusione dei servizi in macro-aree funzionali.

In questo scenario, il sacerdote si ritrova declassato a semplice quadro intermedio: un “pendolare della fede” costretto a correre da una parrocchia all’altra, sommerso da adempimenti burocratici. Parallelamente, la cosiddetta svolta sinodale ha finito per paralizzare la vita pastorale in una sequenza ininterrotta di tavoli di lavoro, commissioni e questionari infarciti di linguaggio sociologico. Anziché offrire verità chiare e risposte salde alla ricerca di senso dell’uomo contemporaneo, l’istituzione finisce per ripiegarsi in un continuo dibattito autoreferenziale (qui).

Schiacciati da questo svuotamento spirituale e da un’ipertrofia burocratica soffocante, molti presbiteri cedono al logorio, trasformandosi in meri funzionari che svolgono il proprio servizio privi di vere motivazioni e con una vita di fede ormai inesistente; altri, soprattutto tra i più giovani, preferiscono abbandonare il ministero per sottrarsi a un’alienazione non più tollerabile e rifarsi la vita.

L’abisso del declino vocazionale e l’evidenza dei fatti

Di fronte a questo vuoto devastante, sorge dunque perfino il terribile sospetto che il tracollo della fede, la fuga dal ministero e il deserto vocazionale non siano soltanto l’esito indesiderato di un’incapacità gestionale, ma l’effetto ricercato da una dirigenza che sembra mossa da una sottile ostilità verso la storia e l’essenza stessa della Chiesa Cattolica. Quando i vertici decisionali si mostrano sordi al crollo delle vocazioni e all’aumento costante degli abbandoni, totalmente indisponibili ad una seria e profonda verifica, procedendo ostinatamente verso la dissoluzione delle strutture tradizionali, l’ipotesi di un sabotaggio interno cessa di apparire un’astrazione.

Il vuoto formativo e l’inganno della secolarizzazione

Alla radice della fragilità intellettuale ed esistenziale dei presbiteri contemporanei vi è un sistema formativo che ha deliberatamente voltato le spalle alla philosophia perennis e al rigore metafisico di San Tommaso d’Aquino raccomandato dal Concilio Vaticano II (si veda a riguardo Optatam Totius n. 16 «habentes Sanctum Thomam magistrum»; Gravissimum Educationis n. 10). I seminari invece hanno per lungo tempo privilegiato una formazione orizzontale, sostituendo lo studio approfondito della patristica e della scolastica con nozioni vaghe di psicologia e sociologia. Questa scelta ha creato una generazione di sacerdoti privi dell’armatura concettuale necessaria per resistere all’urto del relativismo. Chi si è fidato di questo modello umanistico e sociologizzante ha costruito la propria casa sulla sabbia: nel momento in cui sopraggiungono la stanchezza, la perdita del successo pastorale o la solitudine della vecchiaia, l’ideologia del “fare”, l’adeguamento ai tempi rivela tutta la sua inconsistenza. Senza la struttura logica della teologia classica, cioè della certezza di una Verità oggettiva e Trascendente, il sacerdote secolarizzato si ritrova del tutto disarmato.

La certezza della Vittoria di Cristo e l’urgenza di una purificazione

Nonostante la gravità di questa notte spirituale e il senso di smarrimento che avvolge il popolo dei fedeli di fronte all’aumentare dei banchi vuoti e dei presbiteri dimissionari, la speranza cristiana rimane saldamente fondata sulla certezza che il Signore Gesù ha vinto il mondo e non abbandonerà mai la sua sposa. La Chiesa possiede da sempre, per istituzione divina, tutti i mezzi naturali e soprannaturali, la Grazia dei Sacramenti, l’inestimabile tesoro della Dottrina e la forza della Tradizione necessari per rinascere, crescere e svilupparsi anche nelle epoche di più profonda oscurità. Tuttavia, per favorire questo rinascimento, è inderogabile affrontare la realtà senza infingimenti e procedere a una profonda, urgente e rigorosa opera di chiarezza nei vertici della Conferenza Episcopale e all’interno del Dicastero Vaticano addetto alla nomina dei vescovi. È indispensabile rimuovere eventuali logiche di potere, spazzare via il conformismo secolarizzato e tornare a scegliere guide autentiche, uomini di profonda preghiera, speculativamente preparati e dotati di un vero cuore paterno, capaci di custodire il Deposito della Fede, di arginare l’emorragia degli abbandoni e di sorreggere con amore la vita di ogni loro sacerdote e delle comunità a loro affidate.





domenica 16 agosto 2026

L’antidoto all’indifferenza: la trasmissione della cultura



Buona parte della violenza della società contemporanea nasce dal rifiuto dell’autorità e della cultura che essa trasmette. La figura moderna dell’adolescenza – che rigetta la differenza tra il vero e il falso, il bene e il male – è elevata a idolo. Ma le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti. Da uno scritto di François-Xavier Bellamy.

La riflessione

Cultura 


Baby gang, studenti che sfregiano e insultano gli insegnanti, genitori fatti ostaggio dai figli: una situazione sempre più fuori controllo, che non sarà mai adeguatamente affrontata finché le “riflessioni” seguiranno la dinamica istintiva dell’indignazione o quella disimpegnata del lasciar correre, perché tanto sono ragazzi. François-Xavier Bellamy ci aiuta ad andare un po’ più in profondità, raccogliendo le fila di quel culto dell’indifferenza, madre del giovanilismo pervasivo, del disprezzo della trasmissione della cultura, del rifiuto dell’autorità, che oggi presenta un conto salatissimo. Ma non c’è più stolto di chi voglia metter mano alle conseguenze senza metter mano alle cause. (L.S.)

Fonte: I diseredati. Ovvero l’urgenza di trasmettere, Itaca, Castel Bolognese 2016, pp. 149-166, passim.

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François-Xavier Bellamy

Se la società contemporanea è violenta, lo è anzitutto per l’indifferenza che sembra invaderla. La brutalità odierna non sta tanto nell’aumento della violenza attiva che la percorre, quanto soprattutto nell’indifferenza individualistica che ci separa inesorabilmente gli uni dagli altri, nella diffidente solitudine in cui siamo rinchiusi. Riprendendo la diagnosi di Bourneville sul caso del giovane Victor, vedremo che questa indifferenza è tipica del ragazzo selvaggio, «che si agitava continuamente e senza scopo, mordendo e graffiando tutti coloro che lo contrariavano, non manifestando alcuna specie di gratitudine per coloro che lo accudivano, indifferente a tutto, e a nulla prestando attenzione».

Questa è, ancora una volta, una conseguenza fondamentale del nostro rifiuto di trasmettere la cultura, oltre che il suo necessario risultato. Infatti, negazione della differenza e rivolta contro la cultura sono effetto di un’unica rottura. [...]

Per realizzare la promessa di quell’affrancamento totale, partecipiamo con entusiasmo alla decostruzione di tutte le differenze, che sono altrettanti ostacoli frapposti tra noi e l’oggetto dei nostri desideri. Quando saremo finalmente liberati da ogni particolarismo, saremo diventati gli individui indeterminati e indifferenti, attori e prodotti perfetti della società dei consumi.

Questa libertà di indeterminazione è il fantasma della nostra società. Essa spiega perché abbiamo fatto della giovinezza il nostro ideale assoluto: tipico di questa età infatti è l’essere indeterminati, aperti a possibilità infinite. Se essere liberi presuppone avere la facoltà di scelta, avere davanti il massimo di opzioni possibili, allora l’adulto è meno libero del bambino, meno libero dell’adolescente. L’adulto infatti, che ha dovuto fare delle scelte – professionali, familiari, ecc. – si trova determinato da esse. Poiché questa prospettiva ci spaventa, tentiamo spesso di evitarla rendendo sempre più superficiali i nostri impegni. Abbiamo paura di essere incastrati nelle nostre scelte: questa ansia rende più complesse e più fragili tutte le nostre decisioni. […] La nostra ossessione di rimanere liberi alla fine ci chiude, lontano da ogni esperienza, in una solitudine che ci protegge, mediante l’indifferenza, dal rischio della relazione.

Questa ossessione regala un significato nuovo al fantasma della giovinezza. Rimanere giovani vuol dire, a ogni costo, non diventare adulti, non vedere la nostra vita cristallizzarsi in determinazioni irreversibili. Ecco perché, in tali condizioni, il ruolo dell’educatore è diventato insostenibile! In una società che ha fatto della giovinezza il proprio ideale, come può un adulto avere una sua funzione da svolgere? Dato che la giovinezza dell’allievo è diventata il valore messo in scena dall’intera società, che cosa abbiamo da offrirle? Gli adulti possono ormai mettersi alla scuola dei giovani per assomigliare a loro il più a lungo possibile… Questa inversione di ruoli è inedita per l’antropologia e, paradossalmente, è molto stressante per gli stessi giovani, il cui futuro può essere vissuto solo come un lento scivolare verso i complessi dell’età adulta. Genitori e insegnanti si trovano, in linea di principio, fuori moda, semplicemente per la loro posizione, sconfitti sin dall’inizio dalla crisi di adolescenza collettiva che percorre la nostra epoca. Proprio così occorre leggere, infatti, la rivendicazione clamorosa della nostra indeterminazione. La figura moderna dell’adolescenza rappresenta il nostro ideale: la ribellione contro ogni autorità, lo spirito critico e ribelle, l’apertura a tutti i possibili, la continua ricerca di novità e il rifiuto del passato sono diventati le nostre maggiori virtù.

Per giunta, della crisi dell’adolescenza vorremmo oltretutto conservare l’indifferenza accettata; questa indifferenza ignorante, che precedeva l’atto educativo, è diventata, mediante un curioso rovesciamento, ciò che ormai bisogna tutelare. […] È l’adolescenza che rifiuta, per principio, in nome della libertà di scelta, che le si faccia notare la differenza tra il vero e il falso, tra l’utile e il nocivo, tra il bene e il male. […]

L’indifferenza propria di chi non riceve in eredità nessuna cultura segna anche la sua vita e il suo stesso essere. Il rifiuto della trasmissione priva l’allievo di basi su cui poteva nascere la sua singolarità. Occorre, ancora una volta, prendere sul serio la necessità della cultura, come mediazione fondamentale per la realizzazione della nostra natura. Essere davvero se stesso non è affatto un’evidenza innata. Essere libero non è immediato. Il che ci consente di misurare l’errore di una concezione che equipara la libertà all’indifferenza: non basta essere indeterminato per essere autonomo. La libertà autentica è il risultato di una mediazione. […]

La libertà non nasce dal disordine: la singolarità di un pensiero non si manifesta fuori dalle regole grammaticali, così non possiamo sperare di essere più autonomi decostruendo tutte le norme. Anche Beethoven e Chopin hanno avuto dei professori per guidarli, per correggerli, per aiutarli a distinguere la nota giusta dalla dissonanza e il modo migliore di battere insensibilmente i tasti. L’apprendimento non ci priva della nostra libertà, come dimostra tutta l’opera di questi artisti. Anzi, ci conduce ad essa. La libertà dei più grandi maestri nasce sempre da un’eredità che realizza, supera e arricchisce di una nuova singolarità.

Ma perché avvenga questo superamento, ci vuole anzitutto un’autorità che ci aiuti a distinguere il vero dal falso, il migliore dal peggiore, ciò che merita di essere ricercato e ciò che merita di essere abbandonato. Quando, per essere preservati da ogni influenza, avremo decostruito l’autorità che ci precede, avremo tutte le opzioni indistintamente aperte davanti a noi; eppure non saremo più liberi. Non basta per questo poter scegliere: occorre soprattutto saper scegliere, saper discernere, saper agire, saper creare, il che presuppone di poter distinguere. […]

Non cerchiamo altrove la causa fondamentale di quelle “dimissioni” dei genitori e degli educatori in generale. È facile deplorare che tanti adulti abbiano ceduto ad una forma di vigliaccheria, di pigrizia, di abbandono della responsabilità educativa […]. Ma, nello stesso tempo, la società condanna continuamente l’esercizio dell’autorità in generale e di quella parentale in particolare: gli adulti sono tenuti a rispettare la libertà dei figli, a lasciare che facciano le loro esperienze; e la loro autorità è considerata una minaccia incombente su questa autonomia da proteggere. In questa ingiunzione contraddittoria, si parla dei genitori solo per accusarli, stigmatizzando ogni giorno le derive della loro autorità, e rimproverandoli il giorno dopo per aver abdicato alle loro responsabilità. Intanto, sta crescendo una generazione di ragazzi selvaggi, di giovani abbandonati all’immediatezza compulsiva delle loro pulsioni, dei loro istinti, dei loro desideri.

Infatti nessuno diventa più libero perché è stato preservato da ogni autorità. In realtà, non ci sono “bambini re”: ci sono solo bambini diventati tiranni di se stessi, schiavi dell’immediatezza, perché sono stati privati dei riferimenti che avrebbero potuto aiutarli a fare scelte vere e proprie. Trasmettere questi riferimenti è una tra le principali funzioni della cultura: le distinzioni che essa veicola, i valori che trasmette, sono la condizione di un’autentica autonomia. Per essere in grado di diventare liberi, occorre nascere in un mondo di cui si dice qualcosa e si vieta qualcosa.