lunedì 21 settembre 2026

Un commento su «Un cammino di speranza»: il documento che celebra i sessant’anni della Nostra aetate

Papa Leone XIV firma la NOTA UN CAMMINO DI SPERANZA 
(Foto credit Vatican News)

Articolo pubblicato su Infovaticana, nella traduzione non ufficiale autmatica.


Una memoria selettiva: ciò che la nuova nota vaticana cita e ciò che tralascia



Di Sabino Paciolla, 21 settembre 2026

Si è imparato già da tempo che i documenti vaticani vanno letti due volte: una per il testo e un’altra per le note, e che spesso è proprio la seconda lettura quella che conta. Il documento con cui tre dicasteri celebrano i sessant’anni della Nostra aetate incarna questa consuetudine come pochi altri. Cita le sue fonti con generosità e si ferma, con la precisione di un orologiaio, proprio prima della frase in cui quelle fonti parlavano della verità. Poi dichiara superata la fermezza che quella verità sosteneva. E alla fine propone come percorso pastorale una pratica che le stesse fonti escludevano. Tre movimenti, un unico gesto.

Si intitola «Un cammino di speranza», è datato 16 settembre ed è firmato dai cardinali Fernández (che, ci dicevano gli entusiasti, Leone avrebbe fulminato poche ore dopo l’habemus papam), Koch e Koovakad, a capo rispettivamente della Dottrina della Fede, dell’Unità dei Cristiani e del Dialogo Interreligioso, con i loro tre segretari. Sotto le firme ci sono altre due righe: «Ex Audientia, 22 giugno 2026» e «León PP XIV». È lo stesso schema con cui Francesco ha sottoscritto Fiducia supplicans, e non c’è motivo di dimenticarlo ora che il firmatario è un altro. Il Papa ha approvato il testo e ne ha ordinato la pubblicazione, e Donum veritatis insegna che i documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede approvati espressamente dal Papa fanno parte del suo magistero ordinario. La stessa istruzione ammette che alcuni documenti magisteriali possano non essere esenti da difetti. Ci si rifà a tale ammissione. Bisogna dire subito ciò che non contiene, perché non si scrive per i cacciatori di eresie. Non nega nulla in modo esplicito. Afferma che Cristo è l’unico redentore, auspica un dialogo «privo di ambiguità» che eviti «il relativismo e il sincretismo» e scarta l’idea di una grande religione mondiale in cui tutte le credenze siano messe sullo stesso piano. La scarta, però, «per rispetto verso se stessi e verso gli altri», il che è un motivo molto gentile per rifiutare ciò che prima veniva rifiutato perché falso. Il problema della Nota non sta in ciò che dice. Sta in ciò che fa con ciò che hanno detto gli altri.

Si parte proprio dal Concilio stesso. La Nota ricorda che la Chiesa «non respinge nulla di ciò che in queste religioni è vero e santo» e che guarda con stima ai loro «modi di agire e di vivere, ai precetti e alle dottrine». Qui pone il punto. Nostra aetate non lo specificava: aggiungeva che tali precetti e dottrine sono considerati con rispetto «anche se discostano in molto da ciò che essa professa e insegna», e subito dopo che la Chiesa «ha l’obbligo di annunciare costantemente Cristo». Quando la Nota torna più avanti su quel numero, l’obbligo di annunciare si è trasformato in «l’esigenza di fedeltà a Gesù Cristo». Fedeltà e annuncio non sono sinonimi. Si può essere fedeli in silenzio, e il Concilio non chiedeva silenzio.

Con Paolo VI l’operazione è più sottile. La Nota elogia i cerchi concentrici di Ecclesiam suam, quella geometria del dialogo che, secondo quanto afferma, «si è rivelata programmatica», e rimanda in nota al passaggio in cui vengono tracciati. In quello stesso passaggio, arrivando a coloro che adorano Dio in altre religioni, Paolo VI avvertiva che non era opportuno considerarle come se fossero tutte equivalenti e dichiarava, per lealtà, la sua convinzione «che la vera religione è una sola, e che questa è la religione cristiana». La Nota cita il cerchio e tralascia il centro. È come citare il Credo fino a «creatore del cielo e della terra» e dare per recitato il resto.

Con Giovanni Paolo II il metodo si ripete. La Nota riporta in nota a piè di pagina l’udienza generale del 22 ottobre 1986, cinque giorni prima di Assisi, e prende dal punto 5 una frase benevola su alcune religioni che, dopo aver causato divisioni, vogliono contribuire alla pace. Non riporta la frase immediatamente precedente, che ricordava le divergenze di fondo che le separano. Né il punto 2, in cui il Papa affermava che solo in Cristo gli uomini possono salvarsi. Né il punto 4, in cui spiegava perché ad Assisi non ci sarebbe stata una preghiera comune: si poteva essere presenti mentre gli altri pregavano, ma non si può «pregare insieme». La formula scelta per la giornata era «stare insieme per pregare». Si mantiene la distinzione, perché tornerà.

Peggio va a finire per la Dominus Iesus. Appare una sola volta, in una nota, senza numero di paragrafo, come si menziona in un necrologio il parente con cui non si parlava. Non compare il suo numero 22, secondo cui i non cristiani possono ricevere la grazia divina, ma si trovano oggettivamente «in una situazione gravemente carente» rispetto a coloro che hanno nella Chiesa la pienezza dei mezzi di salvezza. Giovanni Paolo II confermò quella dichiarazione «con certezza e con la sua autorità apostolica». Questa Nota reca la formula ordinaria: il Papa l’ha approvata e ne ha ordinato la pubblicazione. Quod non est in actis non est in mundo, dicono i canonisti. La Nota applica l’aforisma alle proprie fonti.

Giungiamo così al numero 54, dove il documento smette di citare e inizia a sostenere. Afferma che «i modelli monolitici e isolati, che alimentano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e, in ultima analisi, sono fonte di violenza e sofferenza per i più deboli». E aggiunge che «la difesa intransigente della propria posizione e il proselitismo, come unica forma di incontro con “l’altro”, non hanno più senso in un mondo che assomiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento». Non c’è da scandalizzarsi per la parola «proselitismo», che ha una cattiva reputazione ma anche buoni sostenitori: Benedetto XVI disse ad Aparecida, nel 2007, che la Chiesa non fa proselitismo e cresce per attrazione; Francesco lo ha ripetuto molte volte; Leone XIV lo ha ribadito a gennaio. L’inciso «come unica forma» salva inoltre la lettera del testo, perché nessuno nella Chiesa ha mai sostenuto che il proselitismo sia l’unico modo di rapportarsi al prossimo. Ed è vero che il numero 46 assicura che non si tratta di rinunciare alla verità, ma di annunciarla in modo evangelico. Lo assicura otto numeri prima di spiegare perché la fermezza non ha più senso.

Ciò che conta è il perché. Benedetto spiegava che la Chiesa cresce come cresce Cristo, che attira tutti a sé con la forza di un amore culminato sulla croce. Leone XIV lo ha precisato davanti ai cardinali il 7 gennaio: non è la Chiesa ad attrarre, ma Cristo. Il 22 giugno, lo stesso Leone XIV approvò e fece pubblicare un testo che fornisce un’altra motivazione: il mondo assomiglia sempre più a un villaggio globale. Laddove il Papa di gennaio poneva Cristo, il Papa di giugno sostiene la connettività. Il rifiuto è simile; il fondamento è opposto, e in teologia il fondamento non è una questione di stile, è l’intera questione. Ciò che regge perché Cristo attrae regge sempre. Ciò che smette di avere senso perché il villaggio è diventato globale potrà cambiare di nuovo quando cambierà il villaggio. Si sente già la scusa secondo cui un Papa non legge ogni numero di ciò che approva. Non risolve nulla: o ha letto il n. 54 e ha dato per buono il villaggio globale, oppure a Roma si pubblica a suo nome ciò che non legge. Il lettore noti, del resto, l’avverbio: «non più» significa che prima sì, e il numero successivo lo conferma quando parla dell’altro credente che «prima» era visto come un nemico. È l’air du temps elevato a criterio teologico, con l’avallo pontificio.

La prima frase del numero è ancora più delicata. Attribuisce la violenza ai modelli «monolitici» e alla «visione chiusa della realtà» senza distinguere tra la chiusura identitaria, che esiste e fa male, e la pretesa di verità, che è un’altra cosa ed è, inoltre, il compito della Chiesa. La distinzione non è una sottigliezza. Nel 2007, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede – lo stesso dicastero che ora firma con un altro nome – descriveva come una crescente confusione l’idea secondo cui ogni tentativo di convincere gli altri in materia religiosa ne limiti la libertà, e controbatteva a coloro che vedono nella pretesa di aver ricevuto la pienezza della Rivelazione un atteggiamento intollerante e un pericolo per la pace. Quella nota dottrinale si prese persino la briga di definire il proselitismo: una parola spesso usata come sinonimo di attività missionaria e che solo in tempi recenti ha assunto il significato di promozione religiosa con mezzi contrari al Vangelo. La Nota del 2026 la usa senza definirla. Giovanni Paolo II, dal canto suo, aveva avvertito in Redemptoris missio, enciclica che la Nota cita in un altro punto, che la chiamata alla conversione viene messa in discussione o messa a tacere perché in essa si vede «un atto di “proselitismo”». Non si dice che la Nota cada in tale confusione. Si dice che scriva come se non sapesse che essa esista.

Né l’autorità invocata dal numero 54 dice ciò che le viene attribuito. Si tratta di un discorso di Francesco all’Università Chulalongkorn di Bangkok, nel 2019, in cui si parla della «logica dell’insularità» come «meccanismo valido per la risoluzione dei conflitti». Dei conflitti, non della missione. E la stessa citazione include una clausola che il paragrafo che la riporta sembra aver letto in fretta: le religioni hanno molto da offrire «senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche essenziali». La caratteristica essenziale del cristianesimo, se non si sbaglia, ha un nome proprio.

Rimane il terzo elemento, quello che trasforma la teoria in programma. Al punto 49, la Nota elenca le forme di incontro «più creative e coraggiose» sviluppate dalle Chiese locali: commissioni di dialogo, progetti comuni, azioni educative o umanitarie e «celebrazioni condivise». Propone di raccoglierle e metterle in rete per «identificare e orientare nuovi percorsi pastorali». Non si tratta di una descrizione, ma di un programma, e il programma non specifica cosa sia una celebrazione condivisa. L’udienza del 1986 citata dalla Nota aveva già risolto la questione con la distinzione tra pregare insieme e stare insieme per pregare. Ratzinger lo ha approfondito in Fede, verità e tolleranza: la preghiera multireligiosa, quella di Assisi, riunisce ciascuno nello stesso luogo per pregare separatamente; quella interreligiosa mira a pregare in comune, e sul fatto che ciò sia possibile in tutta verità e onestà ha scritto «Ne dubito». Poneva delle condizioni, la prima delle quali era un accordo su chi o cosa sia Dio, cosa che non sembra facile da raggiungere attorno a una ciotola di foglie di coca. Neanche il diritto è neutrale: il canone 1381 impone di punire con una pena giusta la communicatio in sacris proibita. Non si accusa la Nota di autorizzare il culto comune, perché non lo dice. La accusa di qualcosa di meno appariscente e più grave in un testo firmato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: di sottrarre il giusto criterio proprio dove più serve.

E ce n’è bisogno. Il 13 agosto, a Cusco, un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e commissario pontificio per il Sodalicio ha deposto foglie di coca in un «omaggio alla terra» all’apertura di un incontro che Vatican News ha presentato come parte della preparazione del viaggio di Leone XIV in Perù. Un mese intero dopo, il dicastero in cui lavora pubblica un documento, approvato a giugno, che elenca le celebrazioni condivise tra le forme coraggiose di incontro senza specificare quali siano. Non gli sarebbe servito da guida. Né da freno.

Sessant’anni dopo, la Nota definisce la Nostra aetate un testo «breve ma audace». Lo era. Ha osato affermare in un unico paragrafo che la Chiesa guarda con rispetto a ciò che c’è di vero nelle altre religioni e che è tenuta ad annunciare Cristo. L’audacia del 2026 consiste nel soffermarsi sulla prima parte. Il documento, tra l’altro, è datato nella memoria dei santi Cornelio e Cipriano. Cipriano, vescovo di Cartagine e martire, scrisse che chi non ha la Chiesa come madre non può avere Dio come padre: habere iam non potest Deum patrem qui ecclesiam non habet matrem. Si sospetta che, se fosse stata redatta oggi, la frase sarebbe finita al numero 54, tra i modelli monolitici.

Infovaticana



Una sura del Corano durante la Messa: dialogo interreligioso o confusione liturgica?


Screenshot di messaa KU Leuven, università cattolica di Lovanio





di Sabino Paciolla, 21 settembre 2026

La KU Leuven, università cattolica di Lovanio, è finita al centro di polemiche dopo la diffusione di un video della Messa di apertura dell’anno accademico, durante la quale un giovane ha recitato in arabo alcuni versetti della Sura Ash-Shu’ara del Corano. È quanto riporta AdVaticanum in un suo articolo. La celebrazione era presieduta dal gesuita Jacques Haers, che è membro della Facoltà di Teologia e Studi Religiosi dell’università, mentre l’omelia è stata affidata a Martijn Steegen, cappellano capo dell’università, un laico sposato. Nonostante ciò, indossava un abito clericale con un pezzo di stoffa rossa a forma di V simile a una stola. All’altare era accompagnato da due donne vestite in modo simile. Alcuni testimoni hanno riferito ad AdVaticanum che erano presenti anche l’arcivescovo Luc Terlinden e altri sacerdoti.

Il gruppo studentesco KVHV-Leuven, che ha registrato e diffuso il filmato, ha dichiarato che letture islamiche erano già state inserite nella stessa Messa l’anno precedente nell’ambito del dialogo interreligioso. Pur riconoscendo il ruolo dell’università come luogo di confronto tra fedi e idee, il gruppo contesta che tali iniziative avvengano durante l’Eucaristia, ritenendole inappropriate e lesive della specificità delle diverse tradizioni religiose.

Il gruppo ha concluso: «Pertanto, auspichiamo che la nostra università, e i nostri vescovi, restituiscano la chiesa ai cristiani e lascino le moschee ai musulmani. Allora, e solo allora, potremo avere un vero dialogo e uno scambio culturale tra le religioni».

Il programma avrebbe previsto anche un testo ebraico, poi eliminato, oltre a letture anglicane e protestanti. L’ateneo aveva già promosso iniziative interreligiose, tra cui nel 2019 una “Azione interreligiosa per la pace” con richiami all’Adhan e all’Angelus. AdVaticanum ha chiesto un commento ufficiale all’università.

Nel caso si trattasse proprio della Sura Ash-Shu’ara (in arabo al-Shuʿarāʾ, «I Poeti»), essa è la 26ª sura del Corano. È generalmente considerata una sura del periodo meccano e comprende 227 versetti, secondo la numerazione più diffusa. Il titolo deriva dagli ultimi versetti, nei quali si parla appunto dei poeti.

Il tema centrale è quello della narrazione dei profeti — compaiono, di volta in volta, Mosè, Abramo, Noè, Hūd, Ṣāliḥ, Lot e Shuʿayb — il cui annuncio del culto dell’unico Dio viene rifiutato dai rispettivi popoli. A tale rifiuto segue l’ammonimento circa le conseguenze nefaste dell’incredulità.

I versetti 69-70 introducono il racconto di Abramo. Il senso è:

«Racconta loro la storia di Abramo, quando disse a suo padre e al suo popolo: “Che cosa adorate?”»

Nel contesto coranico, quei versetti non costituiscono una preghiera nel senso stretto del termine: sono l’inizio di una narrazione religiosa e di un discorso polemico contro l’idolatria.

Dallo spezzone di video non è possibile sapere in quale momento della Messa i versetti della sura siano stati recitati ma, per quanto è dato comprendere, quella recitazione costituisce comunque un problema.

Infatti, se quei versetti fossero stati recitati al posto delle letture o in aggiunta ad esse, ciò entrerebbe in contrasto con l’Ordinamento Generale del Messale Romano, il quale stabilisce, ai nn. 55 e 57, che la parte principale della Liturgia della Parola è costituita dalle letture della Sacra Scrittura e precisa che «non è permesso quindi sostituire con altri testi non biblici le letture e il salmo responsoriale, che contengono la parola di Dio».

Se invece il testo fosse stato inserito in un altro momento — per esempio come intervento aggiuntivo, “meditazione” o gesto interreligioso — il problema canonico resterebbe, perché occorrerebbe verificare se un simile inserimento fosse consentito dalle norme liturgiche e quale eventuale autorizzazione fosse stata concessa dall’autorità ecclesiastica competente. Stando a quanto riportato dall’articolo di AdVaticanum, pare che fosse presente anche l’arcivescovo Luc Terlinden. Si pone quindi anche la questione se tale inserimento fosse avvenuto con la sua conoscenza o approvazione.

Anche nel caso in cui la sura fosse stata recitata durante la Preghiera dei fedeli, rimarrebbe comunque un problema. Una cosa, infatti, è formulare un’intenzione del tipo: «Per i cristiani e i musulmani, perché crescano nella conoscenza reciproca e nella pace: preghiamo». Una simile intenzione rientrerebbe perfettamente nella logica della Preghiera universale.

Tutt’altra cosa è consentire la proclamazione di una sura del Corano. Ciò significherebbe introdurre nella struttura della Messa un testo religioso appartenente a un’altra tradizione, che il rito romano non contempla come elemento della Preghiera universale.

La ragione è legata alla natura stessa di questo momento liturgico: i fedeli, dopo aver ascoltato e accolto la Parola di Dio proclamata nelle Sacre Scritture, elevano a Dio la loro preghiera per la Chiesa e per il mondo. La Preghiera dei fedeli è dunque un atto della comunità cristiana radunata per celebrare l’Eucaristia.

Le intenzioni possono certamente riguardare musulmani, ebrei, non credenti o l’intera umanità; rimangono, tuttavia, preghiere della Chiesa rivolte a Dio secondo la fede cristiana. La Preghiera universale non è uno spazio previsto per alternare testi devozionali o testi sacri appartenenti a religioni differenti.

Come si può vedere, la confusione introdotta nella Messa finisce per produrre una confusione teologica o, addirittura, potrebbe essere essa stessa il frutto di una precedente confusione teologica.

E qui si arriva alla questione cruciale del dialogo interreligioso e ai possibili abusi o passi in avanti azzardati compiuti in suo nome.

Proprio qualche giorno fa è stata pubblicata la Nota Un Cammino di Speranza, in occasione del sessantesimo anniversario di Nostra aetate, la storica dichiarazione del Concilio Vaticano II sui rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane, promulgata da papa Paolo VI il 28 ottobre 1965.

In un articolo di InfoVaticana, che rilancio proprio oggi su questo blog, vengono avanzate alcune riserve. Pertanto, vi consiglio di leggerlo.

Ad ogni modo, Nostra aetate afferma che la Chiesa guarda «con stima» i musulmani e incoraggia il dialogo e la collaborazione con loro. Ma il medesimo documento mantiene ferma la specificità della fede cristiana: il dialogo interreligioso non comporta l’equiparazione delle diverse tradizioni religiose né la trasformazione della celebrazione eucaristica in una celebrazione interreligiosa.

Sarebbe dunque opportuno che padre Jacques Haers, il gesuita che ha presieduto la Messa, ma anche l’arcivescovo Luc Terlinden, qualora ne fosse confermata la partecipazione, chiarissero esattamente quanto avvenuto.






Cosa succede quando smarriamo la prospettiva soprannaturale







C'è una domanda che mi pesa sul cuore ed è un quasi difficile da porre: «Stiamo diventando una Chiesa senza Dio?»




Mons. Joseph E. Strickland*

Naturalmente non intendo dire che Dio abbia abbandonato la Sua Chiesa. Gesù Cristo ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. Né intendo dire che non vi siano innumerevoli cattolici fedeli, santi sacerdoti, religiosi, vescovi, padri e madri che amano profondamente Dio e si sforzano ogni giorno di vivere la fede cattolica.

Intendo qualcosa di diverso.

Mi chiedo se abbiamo gradualmente costruito un modo di concepire la Chiesa – un modo di governarla, di parlare di essa, di pregare al suo interno e di stabilire le sue priorità – che funziona sempre più come se la realtà soprannaturale non ne fosse più il cuore pulsante. Perché il cattolicesimo o è soprannaturale, o non è nulla.

Pensate alla fede cattolica vissuta dai nostri antenati. Credevano nel paradiso. Credevano nell'inferno. Credevano negli angeli e nei demoni. Credevano che Satana fosse reale e che la lotta spirituale fosse una realtà concreta. Credevano nei miracoli. Credevano nella Madonna e nell'intercessione dei santi. Credevano che il peccato potesse distruggere la vita della grazia nell'anima. Credevano che la Confessione potesse restituire quella vita. Credevano che quando un sacerdote pronunciava le parole della consacrazione all'altare, il pane e il vino diventavano veramente il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Gesù Cristo. Credevano che l'eternità fosse reale.

E poiché credevano in queste cose, vivevano in modo diverso. Edificavano chiese magnifiche perché Dio era lì. Si inginocchiavano perché Dio era lì. Sussurravano in chiesa perché Dio era lì. Si accostavano alla Confessione perché il peccato era reale. Digiunavano perché la penitenza era reale. Pregavano per i defunti perché il purgatorio era reale. Recitavano il Rosario perché credevano che la Madre di Dio li ascoltasse davvero. Trascorrevano un'ora davanti al Santissimo Sacramento perché credevano di stare seduti al cospetto di Gesù Cristo.

Certamente i cattolici delle generazioni passate avevano i loro peccati e le loro fragilità. Non c'è mai stata un'epoca d'oro in cui tutti fossero santi. C'era però una visione soprannaturale dentro la quale la vita cattolica veniva intesa. E temo che stiamo smantellando questa visione da decenni.

Ascoltate gran parte del linguaggio che circonda la Chiesa oggi. Sentiamo parlare continuamente di ascolto. Dialogo. Accompagnamento. Inclusione. Incontro. Sinodalità. Camminare insieme. Fratellanza umana.

Queste espressioni possono avere significati legittimi. L'ascolto può essere positivo. Il dialogo può essere necessario. Sicuramente dobbiamo accompagnare le persone con carità e compassione.

Ma dobbiamo chiederci: «Dov'è Dio in tutto questo?» In tutto questo nostro parlare tra noi, parliamo ancora con Lui?

E quando ascoltiamo, stiamo ascoltando prima di tutto la voce di Dio – o ascoltiamo per valutare se ciò che Dio ha già rivelato debba in qualche modo essere ridiscusso? C'è una differenza enorme.

La Chiesa non ha ricevuto il Vangelo da un gruppo di studio. La Verità non ci è stata data per consenso. Gesù Cristo non ha detto agli Apostoli di andare nel mondo a scoprire cosa credesse l'umanità. Ha detto loro: «Andate dunque e insegnate a tutte le nazioni».

Alla Chiesa è stato affidato qualcosa. Un deposito della fede. Una rivelazione. Una verità che viene da Dio. Il nostro compito non è reinventarla, ma accoglierla, custodirla, viverla e tramandarla.

Più di un secolo fa, Papa San Pio X vide manifestarsi un pericolo all'interno del pensiero cattolico. Lo chiamò modernismo. Capì che il modernismo non era una semplice eresia isolata tra le tante, ma colpiva qualcosa di più profondo: le fondamenta stesse attraverso cui la verità rivelata viene conosciuta e accolta.

Se la verità religiosa diventa in ultima analisi dipendente dall'esperienza umana, dalla coscienza o dallo sviluppo storico, allora l'uomo diventa gradualmente il giudice della Rivelazione, anziché essere la Rivelazione a giudicare l'uomo.

Ecco perché San Pio X combatté il modernismo con tanta fermezza. È anche il motivo per cui la Chiesa un tempo richiedeva il Giuramento Antimodernista. Ed è per questo che figure come l'Arcivescovo Marcel Lefebvre in seguito misero in guardia sul fatto che il modernismo non fosse affatto scomparso.

Non occorre condividere ogni scelta fatta dall'Arcivescovo Lefebvre per riconoscere la gravità della questione da lui sollevata. Che cosa succede quando la Chiesa inizia ad adeguarsi allo spirito del tempo? Che cosa succede quando il desiderio di essere accettati dall'uomo moderno diventa più forte del desiderio di convertire l'uomo moderno?

Dietrich von Hildebrand individuò il problema con straordinaria chiarezza quando mise in guardia dal porre l'unità al di sopra della verità. Perché, in fin dei conti, il primato della verità è il primato di Dio. È questo il nocciolo della questione.

Una volta che il soprannaturale inizia a scomparire, le conseguenze si propagano ovunque. Sull'argomento del peccato, ad esempio: se il paradiso e l'inferno sono realtà concrete, allora il peccato mortale è un fatto di gravità enorme. Se un'anima può essere separata dalla grazia santificante, avvertire qualcuno riguardo al peccato non è un atto di odio, ma di amore.

Se vedessi qualcuno camminare verso il ciglio di un precipizio, la compassione mi imporrebbe di tacere per evitare di urtare la sua sensibilità? Certamente no. Griderei proprio perché gli voglio bene.

Per duemila anni la Chiesa ha chiamato gli uomini e le donne alla conversione perché credeva che vi fosse in gioco qualcosa di eterno. Ma cosa succede quando smarriamo questa prospettiva soprannaturale?

Il peccato stravolge gradualmente il suo senso. Invece di chiederci se un'azione sia conforme alla legge di Dio, iniziamo a chiederci se una persona si senta accolta. Gli insegnamenti sul matrimonio, sulla sessualità e sulla persona umana diventano sempre più difficili da proclamare perché la cultura prevalente li ha rifiutati.

La Chiesa deve sempre accogliere ogni persona con carità. Ogni essere umano possiede una dignità intrinseca. Nessun cattolico deve trattare un'altra persona con odio o disprezzo. Tuttavia, la carità non può significare dire a qualcuno che ciò che Dio ha definito peccaminoso non lo sia più. Questa non è misericordia. Se il peccato non è reale, il pentimento diventa superfluo. Se il pentimento è superfluo, il perdono diventa superfluo. E se il perdono è superfluo, alla fine la Croce stessa diventa superflua.

Perché mai l'umanità avrebbe bisogno di un Salvatore se il suo problema fondamentale fosse semplicemente non essersi ascoltata abbastanza a vicenda?

La stessa criticità può emergere nel nostro rapporto con le altre religioni. Dobbiamo trattare le persone di ogni fede con dignità. Dobbiamo operare per la pace. Dobbiamo opporci all'odio e alla persecuzione. Ma non dobbiamo mai dimenticare il motivo per cui la Chiesa esiste.

Gesù Cristo non è semplicemente un maestro spirituale tra i tanti. È il Figlio di Dio. Egli ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Quelle parole non possono essere semplicemente messe sullo stesso piano di qualsiasi altra affermazione religiosa, come se tutte le strade portassero alla medesima meta. Se Gesù Cristo è veramente Dio, allora l'evangelizzazione conta. La conversione conta. Il Battesimo conta. La missione conta. La salvezza conta.

Ancora una volta, il soprannaturale cambia ogni cosa.

E questo ci porta ai vescovi.

Lo dico da vescovo io stesso, e quindi lo dico anzitutto a me stesso.

Ogni vescovo comparirà davanti a Gesù Cristo. Non compariremo davanti a una commissione. Non compariremo davanti ai media. Non compariremo davanti ai politici, ai sostenitori, ai consulenti o all'opinione pubblica. Compariremo davanti a Cristo. E risponderemo delle anime che ci sono state affidate.

Il vescovo non è un semplice amministratore. Non è il direttore generale di un'organizzazione religiosa internazionale.

La stessa Lumen Gentium ci ricorda che i vescovi non devono essere considerati semplici vicari del Romano Pontefice: i vescovi sono vicari e legati di Cristo. Questo dovrebbe far tremare ogni vescovo.

Vi sono stati momenti nella storia della Chiesa in cui i vescovi hanno dovuto opporsi a potenti correnti d'errore. Pensate a Sant'Atanasio. Pensate a San Giovanni Fisher. Pensate agli innumerevoli vescovi che hanno subito l'esilio, il carcere e persino la morte pur di non scendere a patti sulla fede.

Da dove nasce questo coraggio? Nasce dalla fede nel soprannaturale.

Se questo mondo fosse tutto, penseresti a difendere la tua posizione, a tutelare la tua reputazione, a proteggere la tua carriera, a evitare le controversie e a rimanere comodo.

Ma se l'eternità è reale, tutto cambia. Allora perdere un incarico non è nulla. Perdere la popolarità non è nulla. Perdere il favore dei potenti non è nulla.

L'unica domanda che conta davvero è: «Sono stato fedele a Gesù Cristo?»

La Chiesa è diventata anche stranamente reticente verso la ferma condanna dell'errore. Preferiamo il dialogo. E di nuovo, il dialogo ha il suo valore. Ma talvolta un pastore deve saper dire di no.

Questo avviene in ogni famiglia. Un padre amorevole non approva tutto ciò che i figli decidono di fare. A volte l'amore gli impone di dire: «No, questo ti farà del male».

La Chiesa nel corso della storia ha inteso la condanna dottrinale allo stesso modo. Gli anatemi non volevano essere espressioni di odio: tracciavano dei confini perché la Chiesa era consapevole che l'errore può rovinare le anime. È per questo che la nozione talvolta definita «caritatevole anatema» merita di essere riscoperta.

Se l'eresia può allontanare le anime da Cristo, correggerla è un atto di carità. Se il peccato mortale può separare un'anima da Dio, mettere in guardia da esso è un atto di carità. Se accostarsi alla Santa Comunione indegnamente può costituire un sacrilegio, custodire l'Eucaristia è un atto di carità.

Forse uno dei motivi per cui siamo diventati così riluttanti a condannare l'errore non è che abbiamo scoperto una carità maggiore rispetto a quella dei santi. Forse, invece, abbiamo perso la consapevolezza che l'errore ha conseguenze eterne. E se è così, ci troviamo di nuovo di fronte allo stesso problema: lo smarrimento del soprannaturale.

Ma non voglio che questo messaggio sia un invito alla rassegnazione. Perché sta accadendo anche qualcos'altro. Ovunque vada, incontro cattolici che hanno fame. Non fame dell'ennesimo programma pastorale. Non fame dell'ennesima commissione. Non fame dell'ennesima sessione di ascolto. Hanno fame di Dio.

I giovani cattolici stanno riscoprendo l'adorazione eucaristica. Le famiglie stanno riscoprendo il Rosario. Le persone leggono le vite dei santi. Si informano sui miracoli eucaristici. Riscoprono il digiuno e le devozioni tradizionali. Molti sono attratti dalla bellezza e dalla solennità della Messa tradizionale in latino.

Perché?

Non credo si tratti di semplice nostalgia.

Molti di questi giovani non hanno alcuna memoria del mondo cattolico di un tempo. Non l'hanno mai vissuto. Ciò che cercano è la trascendenza. Cercano qualcosa che non provenga da loro stessi. Vogliono il mistero. Vogliono la venerazione. Vogliono il sacrificio. Vogliono la verità.

In fin dei conti, vogliono Dio.

E forse comprendono qualcosa che i pianificatori della pastorale hanno dimenticato: se la Chiesa offre al mondo solo ciò che il mondo possiede già, il mondo non ha alcun bisogno di noi. Il mondo ha già organizzazioni umanitarie, movimenti sociali, congressi, terapeuti, associazioni di quartiere e movimenti politici; offre infinite opportunità di confronto.

Ciò che il mondo non può darsi da solo è la grazia soprannaturale. Il mondo non può assolvere un solo peccato. Il mondo non può consacrare l'Eucaristia. Il mondo non può darci il Corpo e il Sangue di Cristo. Il mondo non può spalancare le porte del cielo.

Solo Cristo può salvare. E Cristo ha affidato la Sua missione salvifica alla Sua Chiesa.

Qual è dunque la risposta? Non è il risentimento. Non è la rabbia. Not è la creazione di un'altra fazione ecclesiale. E fondamentalmente non si tratta di volere una Chiesa più rigida.

Abbiamo bisogno di una Chiesa che ritorni a credere.

Una Chiesa che creda che Gesù Cristo è realmente presente nel tabernacolo. Una Chiesa che creda che la Confessione ridoni la vita alle anime spiritualmente morte. Una Chiesa che creda che la Madonna e i santi intercedano davvero per noi. Una Chiesa che creda che gli angeli esistono. Una Chiesa che creda che i demoni esistono. Una Chiesa che creda che i miracoli avvengono ancora. Una Chiesa che creda che la Scrittura è Parola di Dio. Una Chiesa che creda che il peccato è reale. Una Chiesa che creda che la misericordia è reale. Una Chiesa che creda che il giudizio è reale. Una Chiesa che creda che il paradiso meriti il sacrificio di ogni cosa pur di essere raggiunto.

E una Chiesa che possieda quindi abbastanza coraggio da dire la verità anche quando annunciarla comporta un prezzo da pagare.

La Sacra Scrittura ci offre parole di cui il nostro tempo ha un disperato bisogno: «Sii forte e fatti coraggio; non temere e non spaventarti davanti a loro, perché il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà» (Deuteronomio 31,6).

Perché abbiamo paura? Perché un vescovo dovrebbe aver timore di proclamare ciò che Cristo ha rivelato? Perché un sacerdote dovrebbe temere di predicare sul peccato? Perché i genitori dovrebbero aver timore di insegnare ai figli che la verità cattolica è autenticamente vera? Perché i cattolici dovrebbero vergognarsi di parlare dei miracoli? Perché dovremmo provare imbarazzo per i santi? Perché dovremmo parlare del diavolo con timidezza quando la Scrittura parla chiaramente di lotta spirituale? Perché dovremmo scusarci di credere che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo?

San Paolo ci dice: «La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Efesini 6,12).

O questo è vero, o non lo è.

Se è vero, allora forse è giunto il momento per i cattolici di iniziare a vivere dimostrando che lo sia.

Forse la crisi più profonda del cattolicesimo non è, in ultima analisi, quella liturgica. Non è la crisi morale. Non è la crisi delle vocazioni. Non è la crisi della guida episcopale. E non è neppure la crisi dottrinale.

Al di sotto di tutto questo potrebbe esserci qualcosa di ancora più profondo: una crisi di fede nel soprannaturale.

Crediamo davvero che Dio abbia parlato? Crediamo che la Sua verità resti tale anche quando il mondo la rifiuta? Crediamo che l'eternità sia reale? Crediamo che le anime possano perdersi? Crediamo che le anime possano salvarsi? Crediamo che Gesù Cristo sia Dio?

Perché se crediamo davvero a queste cose, le nostre chiese dovrebbero essere diverse. La nostra predicazione dovrebbe risuonare diversamente. La nostra liturgia dovrebbe mostrare un altro volto. Le nostre famiglie dovrebbero vivere in modo diverso. E i nostri vescovi dovrebbero guidarci con un altro spirito.

Possiamo celebrare i nostri sinodi. Possiamo formare le nostre commissioni. Possiamo redigere i nostri documenti. Possiamo tenere i nostri incontri. Possiamo dialogare. Possiamo ascoltare. Possiamo accompagnare. Ma se lungo il cammino Dio passa in secondo piano, verso dove stiamo camminando insieme, esattamente?

La Chiesa non ha bisogno di assomigliare al mondo per salvarlo. Ha bisogno di diventare più pienamente ciò che Gesù Cristo l'ha fondata per essere.

Abbiamo bisogno di confessionali di nuovo frequentati. Abbiamo bisogno di famiglie che recitino il Rosario. Abbiamo bisogno di digiuno. Abbiamo bisogno di penitenza. Abbiamo bisogno di venerazione davanti alla Santa Eucaristia. Abbiamo bisogno di sacerdoti che predichino le verità eterne. Abbiamo bisogno di vescovi disposti a soffrire per quelle verità. Abbiamo bisogno di chiese in cui chiunque varchi la soglia percepisca immediatamente: Dio è qui.

La cosa spaventosa non è semplicemente che il mondo abbia imparato a vivere senza Dio. Gran parte del mondo chiaramente lo fa. La possibilità spaventosa è che la Chiesa stessa possa imparare a funzionare senza di Lui.

Una Chiesa carica di attività. Una Chiesa ricca di dibattiti. Una Chiesa pervasa da programmi, processi, riunioni e documenti. E tuttavia una Chiesa in cui il Dio soprannaturale è stato messo tacitamente ai margini.

Fratelli e sorelle, non possiamo permettere che ciò accada. La risposta non sta nell'ennesimo programma. La risposta è Gesù Cristo.

Riportatelo al centro. Ritornate al Suo Cuore Eucaristico. Ritornate alla Confessione. Ritornate alla preghiera. Ritornate alla Sacra Scrittura. Ritornate alla fede che ci è stata tramandata. Ritornate alla Madonna. Ritornate ai santi. Ritornate al sacrificio. Ritornate alla venerazione. Ritornate al soprannaturale.

E non abbiate paura. Perché il mondo non ha bisogno di una Chiesa senza Dio. Il mondo ha un disperato bisogno della Chiesa di Gesù Cristo – la Chiesa del Dio vivente.

Che il Signore vi dia forza, che la Madonna vi custodisca sotto il suo manto e che voi possiate rimanere saldi nella vera fede, qualunque prova possa giungere.

E Dio onnipotente vi benedica, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Amen.



*Vescovo Emerito




Fonte web 


domenica 20 settembre 2026

La Salette con Leone XIV le donne e la Francia




Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Fecondité.org. Precedente qui. Ricordiamo che nel lontano 1871 San Giovanni Bosco, uno dei più grandi Santi di Nostra Madre Chiesa, scrisse: “Apparizione della Beata Vergine sulla montagna di La Salette con altri fatti prodigiosi raccolti da pubblici documenti”. Alcuni altri precedenti sulla Francia a partire da qui.




Gabrielle Vialla, 19 set 2026

Centottant'anni fa, il 19 settembre, a La Salette, tra le nostre montagne, due bambini, Mélanie e Maximin, incontrarono una donna in lacrime. Una madre che invocava il ritorno al Figlio, la vita secondo i comandamenti di Dio, la scelta della castità per il bene della Chiesa.

Presto il nostro buon Papa Leone verrà in Francia. È da Giovanni Paolo II, che un papa non visita la Francia, onora Maria nelle nostre cattedrali e nel santuario di Lourdes. Viene come un pellegrino, ricordandoci di essere "solo di passaggio", per far amare Maria e la Chiesa.

Maria e la Chiesa. È un programma magnifico, ma che resta comunque impegnativo.

Quanti cattolici, se tornassero al V secolo, sarebbero tentati oggi di diventare discepoli di Nestorio? Per quest'ultimo, il fatto che Maria fosse la madre di Cristo uomo era già più che sufficiente.

Eppure, al Concilio di Efeso del 431, la Chiesa confessò solennemente Maria come Theotokos, Maria, Madre di Dio. E il magnifico anniversario universale di questo dogma mariano ricorrerà tra cinque anni. C'è molto lavoro da fare da qui ad allora per riscoprire la devozione mariana negli scritti dei Padri della Chiesa, per comprendere il significato di queste parole che ripetiamo nell'Ave Maria.

Sì, provo tristezza per certe discussioni, per certe "soluzioni" sul ruolo delle donne nella Chiesa, o per quelli che, in modo improprio, chiamiamo abusi, quando il più delle volte sono gli scandali per cui Maria piange.

A La Salette, Maria piange. Maria piange molto. Mélanie e Maximin pregano e a malapena; conoscono la fede della Chiesa.

Ancora oggi, molti cristiani battezzati sono come loro, presi dalle proprie preoccupazioni e dalla propria vita. Quanti sanno che per la Chiesa la differenza sessuale è bella, vocazionale e non gerarchica (ridotta alla vicinanza all'altare)? Quanti sanno che il più piccolo, il bambino non ancora nato, il più ferito, il più vulnerabile, il morente... è, per Cristo, il più grande? Che tutto ciò ci incoraggi!

Con il Papa, affidiamo a Maria la nostra patria, i nostri pastori, noi stessi, affinché non abbiamo più timore di essere semplici strumenti, messaggeri liberi. Crediamo che la Madonna ci concederà un rinnovamento della teologia della donna, che donerà la sua presenza attiva a coloro che lottano "per la vita", la sua presenza consolatrice agli afflitti.






Leone XIV sta perdendo l’occasione di sanare le ferite dei cattolici tradizionalisti?




Nessuna risposta alla richiesta d’udienza per il pellegrinaggio Ad Petri Sedem, mentre crescono i dubbi sulla reale apertura sinodale verso i fedeli del vetus ordo.


Pubblicato 20 settembre 2026


di Edward Pentin

Papa Leone XIV sta forse perdendo un’occasione per sanare le ferite provate dai cattolici tradizionalisti, non incontrando una loro nutrita rappresentanza il mese prossimo?

Finora il Santo Padre non ha risposto alla richiesta di udienza papale avanzata dai responsabili di un pellegrinaggio annuale di cattolici tradizionalisti a Roma — nonostante la domanda sia stata presentata nove mesi fa e il Papa stesso avesse affermato, lo scorso anno, di voler incontrare tali realtà.

Gli organizzatori del pellegrinaggio Ad Petri Sedem, in programma dal 23 al 25 ottobre e composto in gran parte da laici, avevano sollecitato l’udienza papale tramite una lettera firmata da due membri laici dell’organizzazione e consegnata personalmente dal vescovo Athanasius Schneider in occasione del suo incontro con papa Leone in Vaticano lo scorso dicembre.

Nella stessa lettera si domandava inoltre il permesso di celebrare una Messa pontificale all’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, come già avvenuto in diversi anni passati e durante l’edizione dell’anno scorso, svoltasi durante l’anno giubilare e celebrata dal cardinale Raymond Burke.

Il pellegrinaggio è coordinato dal Coetus Internationalis, una federazione che raggruppa 33 associazioni cattoliche tradizionaliste da tutto il mondo. L’anno scorso, l’incontro annuale di tre giorni ha visto la partecipazione stimata di 3.000 fedeli.

Dopo reiterate richieste per ottenere un riscontro definitivo, il 7 agosto la Segreteria di Stato ha negato l’autorizzazione a celebrare la Messa pontificale nella Basilica di San Pietro. La funzione si terrà invece nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 24 ottobre, con il vescovo Athanasius Schneider come celebrante.

Gli organizzatori hanno espresso la loro «profonda gratitudine» al cardinale Rolandas Makrickas, arciprete di Santa Maria Maggiore, per aver concesso l’uso della basilica per la celebrazione.

Nessuna motivazione ufficiale è stata fornita per la decisione vaticana. I pellegrini entreranno comunque insieme in processione nella Basilica di San Pietro quel giorno per venerare le reliquie dell’Apostolo Pietro e raccogliersi in un momento di preghiera.

A ciò si aggiunge ora la mancata risposta alla richiesta di udienza papale, sebbene non risultino impegni pubblici del Pontefice nei giorni del pellegrinaggio, ad eccezione della recita dell’Angelus il 25 ottobre.

Questo silenzio sorprende in modo particolare i cattolici tradizionalisti, data la disponibilità dichiarata dal Santo Padre di voler approfondire la loro conoscenza.

In un’intervista rilasciata alla vaticanista Elise Ann Allen e pubblicata un anno fa, papa Leone aveva affermato di non aver ancora avuto l’opportunità «di sedersi davvero a parlare con un gruppo di persone che sostengono il rito tridentino». E aveva aggiunto: «Ci sarà presto un’opportunità, e sono certo che non mancheranno le occasioni». Aveva poi ipotizzato che la questione potesse essere affrontata attraverso un percorso sinodale: «È un tema su cui penso che, magari proprio grazie alla sinodalità, dovremo sederci a dialogare».

Gli osservatori ritengono che l’assenza di un’udienza papale sia in contrasto anche con il suo esplicito sostegno alla sinodalità e con la sua dichiarata intenzione di ascoltare tutti i fedeli, evidenziando al contempo la sua apertura verso molti altri gruppi, regolarmente ricevuti in udienza privata.

Nell’ultimo mese, il Santo Padre ha ricevuto rappresentanti di un’ampia varietà di realtà, tra cui i partecipanti all’incontro Fratelli tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud (12 settembre); le Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento della Federazione dello Spirito Santo (5 settembre); una delegazione dell’Oriel College dell’Università di Oxford (4 settembre); una delegazione statunitense della Società di San Vincenzo de’ Paoli (28 agosto); e i vescovi della Chiesa luterana di Norvegia (26 agosto).

A febbraio, Leone XIV ha ricevuto i membri di Pro Petri Sede, un’associazione laicale, esplicitamente «in occasione del vostro pellegrinaggio a Roma», ricordando come i suoi membri compiano questo pellegrinaggio a cadenza triennale proprio per incontrare il Successore di Pietro. Inoltre, il Pontefice saluta con regolarità gruppi di pellegrini al termine delle udienze generali del mercoledì — possibilità che non è stata accordata nemmeno agli organizzatori del pellegrinaggio Ad Petri Sedem.

All’interno degli ambienti tradizionali c’è chi comincia a intravedere un disegno volto a precludere ai cattolici legati alla tradizione l’accesso al Santo Padre. Preoccupano inoltre le continue e, in alcune diocesi, crescenti restrizioni imposte al vetus ordo — di cui Toronto rappresenta il caso più recente.

Senza la possibilità di incontrare il Papa, molti si domandano come egli possa comprendere a fondo i fedeli laici tradizionalisti e le loro concrete preoccupazioni se viene lasciata cadere l’occasione di accogliere una delegazione altamente rappresentativa. Ci si chiede se il Papa stia forse ascoltando soltanto cardinali, vescovi e altre figure ostili al rito romano tradizionale, finendo per ricevere di rado una visione equilibrata dei fatti. Il Papa e la Santa Sede stanno forse prestando ascolto unicamente alla voce del clero, contraddicendo gli auspici dell’era post-conciliare che avrebbe dovuto concedere maggiore protagonismo al laicato?

Ci si domanda inoltre se il Papa sia a conoscenza dei risultati dell’indagine vaticana condotta tra i vescovi, sulla quale si è affermato poggiasse Traditionis Custodes — il decreto del 2021 di papa Francesco che ha limitato il rito romano tradizionale. L’indagine evidenziava come la maggior parte dei vescovi fosse in realtà favorevole al mantenimento di Summorum Pontificum, il motu proprio con cui Benedetto XVI aveva liberalizzato il vetus ordo.

Per i cattolici tradizionalisti, che hanno chiesto soltanto di poter incontrare e parlare con il Successore di Pietro, il silenzio papale rischia di acuire ferite che un’udienza avrebbe potuto iniziare a rimarginare.

Unito alle continue restrizioni, questo atteggiamento rende difficile scorgere una reale premura pastorale, alimentando la sensazione che una porta si stia silenziosamente chiudendo.



Traduzione curata dalla redazione di https://anticattocomunismo.wordpress.com/





Come liquidare il soprannaturale e chiudere i seminari


vescovo rockettaro. Immagine creata con IA di Gemini






Il Vescovo secondo Cristo o la filantropia massonica?




di Fabio Vessillifero, 19 set 2026

L’illusione del bene e il vuoto della fede

L’occasione per questa riflessione prende avvio dalla lettura di una recente lettera pastorale firmata dal vescovo di una diocesi del Nord Italia, affiancata — a mo’ di campione scelto casualmente tra le pubblicazioni delle cancellerie vescovili della Penisola, da Modena a Milano, da Trento fino a Pinerolo — da altri documenti dell’episcopato contemporaneo (qui qui qui qui). L’esame di questa campionatura offre lo spunto per analizzare una modalità di comunicazione ormai sistemica nella Chiesa italiana, caratterizzata da un’impostazione prevalentemente etico-sociale, spesso fondata su aneddoti di vita quotidiana o citazioni profane elevate a icone evangeliche. Che si declini la Pace, la Gioia o la Speranza, il paradigma resta immutato: le virtù teologali vengono secolarizzate a mere virtù umane e tradotte dal gergo della Grazia a quello della psicologia o della sociologia della convivenza. Chiunque può svolgere questo medesimo esercizio di verifica prendendo una qualsiasi lettera pastorale della propria diocesi e applicando un preciso metodo d’analisi in quattro passaggi:

La verifica del punto di partenza: verificare se il testo muove dal dato rivelato, dai Sacramenti e dal primato di Dio oppure da un aneddoto sociologico, da un’emergenza emotivo-esistenziale o da un problema politico-sociale.

Il test sulla soteriologia: osservare come viene presentata la figura di Gesù Cristo, ovvero se compare come il Redentore che salva dalla morte eterna e dal peccato o se viene ridotto a un modello di servizio, a un maestro di empatia e all’archetipo dell’uomo disarmato.

L’analisi del lessico dominante: contare la frequenza di categorie teologico-dogmatiche (Grazia santificante, Sacrificio, Peccato originale, Salvezza, Vita eterna, Comandamenti) rispetto al gergo mutuato dalle scienze umane (ascolto, inclusione, empatia, coesione sociale, cura, processo, rete).

La prova del fine ultimo: valutare se l’obiettivo finale indicato ai fedeli sia la santità e la salvezza dell’anima (salus animarum) oppure la costruzione di una convivenza civile più pacifica, solidale ed ecologica nel tempo presente.

Se il cuore delle diocesi smette di battere

La conseguenza diretta di questo svuotamento dottrinale si riflette in modo drammatico sulla realtà storica e pastorale delle diocesi italiane, segnate dallo spegnimento progressivo della pratica religiosa e da un evento simbolicamente e strutturalmente devastante come la chiusura o il ridimensionamento dei Seminari.

Il Seminario non rappresenta una semplice struttura logistica, ma il barometro spirituale di una comunità; il suo svuotamento dimostra che una Chiesa attestata su posizioni puramente orizzontali cessa di generare vocazioni. Se il sacerdote viene ridotto a un mero operatore sociale o a un funzionario della speranza, i giovani non percepiscono più la bellezza sacrificale e ministeriale del sacerdozio, preferendo giustamente impegnarsi nel volontariato o nel terzo settore, mentre la prassi sacramentale del popolo scivola inevitabilmente verso l’irrilevanza.

Dall’altare al doposcuola: l’oratorio snaturato

Il medesimo destino di decadimento colpisce la realtà degli oratori parrocchiali, ormai storpiati nella loro vocazione originaria e riconvertiti in agenzie socio-ricreative a basso costo. Nati nella grande tradizione cattolica come fucine di santità, luoghi di preghiera, catechismo e avvio ai Sacramenti, gli oratori odierni preferiscono rincorrere l’animazione neutra, lo sport e l’intrattenimento inclusivo pur di non urtare la sensibilità di una società secolarizzata. Questa trasformazione, accentuata dall’assenza di sacerdoti e dalla delega a educatori laici focalizzati sulle dinamiche di gruppo, produce l’illusione di una presenza giovanile basata sui numeri delle attività estive, ma consegna ai ragazzi un contenitore privo di Sacro che non appassiona, non incide sulle scelte di vita e risulta del tutto sterile dal punto di vista vocazionale.

L’analfabetismo teologico mascherato da scienze umane

A coronamento di questa deriva, emerge la matrice intima della debolezza del discorso pastorale odierno: la palese rinuncia a una teologia profonda e l’incapacità di strutturare il pensiero a partire dalle categorie proprie della Fede. Quando l’episcopato non padroneggia più il patrimonio speculativo della Teologia dogmatica e della scolastica, o sceglie deliberatamente di accantonarlo, si ritrova privo degli strumenti mentali necessari per interpretare il mistero di Dio e dell’uomo. Per colmare questo vuoto epistemologico, il discorso ecclesiale finisce per mutuare integralmente il proprio lessico, le proprie diagnosi e i propri valori dalle scienze umane — dalla sociologia alla psicologia, fino alla lettura politologica dei contesti internazionali. La teologia viene così degradata a una semplice spolverata di citazioni evangeliche applicate a posteriori su un’impostazione concettuale interamente laica, rivelando un’impotenza culturale che sostituisce la Grazia con l’analisi sociale, la conversione con l’empatia e la Verità rivelata con la narrazione delle scienze della condotta.

Pastori intoccabili nella burocrazia del declino

Di fronte a un simile panorama di macerie spirituali emerge spontanea l’amara domanda sulla responsabilità personale dei pastori e sull’assenza di provvedimenti canonici. La risposta della prassi ecclesiastica mette tuttavia in luce un corto circuito istituzionale: se la critica teologica e tradizionale vede negli ordinari i custodi fallimentari del depositum fidei che accompagnano passivamente il declino del proprio gregge, la burocrazia ecclesiastica contemporanea derubrica la crisi vocazionale e sacramentale a mero fenomeno sociologico globale. Finché un vescovo si allinea al linguaggio politicamente corretto del momento — centrato sul pacifismo, la solidarietà e l’accoglienza — non vi saranno mai gli estremi per una rimozione o una correzione, confermando che la gestione dell’istituzione prevale ormai sulla salvezza delle anime.

Il tradimento del Vaticano II: dal pastore apostolico al manager della finanza


Questo svuotamento del linguaggio rivela la sua più aperta contraddizione nel tradimento aperto della stessa dottrina del Concilio Vaticano II. Nelle costituzioni Lumen Gentium e Christus Dominus, i padri conciliari avevano ridisegnato il Vescovo come successore degli Apostoli, chiamato prima di tutto all’annuncio della Parola (munus docendi), alla santificazione del gregge attraverso i Sacramenti (munus sanctificandi) e a un governo paterno modellato su Cristo Buon Pastore (munus regendi). Oggi, al contrario, assistiamo alla surrettizia sostituzione della successione apostolica con un modello puramente burocratico e manageriale. Mentre i documenti pastorali si limitano a un pacifismo di facciata, si assiste a una vera e propria inversione tra mezzi e fini: le risorse economiche cessano di servire l’orizzonte soprannaturale per fare il loro ingresso tra gli scopi primari dell’istituzione, assorbendone le energie nella gestione di portafogli azionari, partecipazioni finanziarie e patrimoni immobiliari. L’ufficio episcopale, svuotato della sua pienezza sacramentale e del dovere di custodire il depositum fidei, viene così degradato a una presidenza d’amministrazione che usa l’etica sociale come copertura ideologica per garantire la sopravvivenza contabile dell’istituzione.

Il silenzio complice di Roma e la regia del grande svuotamento


La gravità del quadro si compone e si chiude nell’inquietante assenza della Sede Apostolica, il cui mancato intervento di fronte al progressivo spegnimento della Fede nelle diocesi italiane assume i contorni di una precisa linea d’indirizzo. Questo silenzio non può essere letto come una semplice svista burocratica o una tollerante distrazione, ma rivela una volontà — se non esplicita, certamente implicita e sistemica — di assecondare e promuovere un modello di Chiesa profondamente secolarizzato e secolarizzante. L’omissione della tutela dottrinale da parte del centro della cattolicità favorisce la mutazione genetica della comunità cristiana: svuotata dell’orizzonte soteriologico, della dimensione sacramentale e della tensione al Soprannaturale, la vita di Fede viene deliberatamente lasciata declinare affinché la struttura ecclesiale possa riconvertirsi senza scossoni in un’ideologia umanistica, filantropica e di chiara matrice massonica, dove la Chiesa cessa di essere il Corpo Mistico di Cristo per ridursi a un’innocua agenzia morale al servizio del pensiero unico globale.

I fuochi nella notte: come rinasce la Fede

L’analisi storica e teologica si chiude infine con una nota di fiduciosa resistenza, dimostrando come il declino spirituale di un’epoca non sia mai un verdetto definitivo. Dai tempi della Riforma Cluniacense contro la simonia del X secolo, passando per la reazione dottrinale e disciplinare del Concilio di Trento, fino alla ricostruzione della Chiesa devastata dalle rivoluzioni attraverso la testimonianza dei santi educatori e parrocchiali dell’Ottocento, le rinascite della Chiesa non sono mai nate da compromessi col mondo o da riforme amministrative. La svolta è sempre dipesa e sempre dipenderà dalla riesposizione integrale del Dogma, dalla riscoperta della Confessione e dell’Eucaristia, dalla formazione di un clero santo e dall’azione feconda di minoranze radicali capaci di rimettere al centro della vita umana il primato assoluto di Dio.





sabato 19 settembre 2026

Luis Badilla. “La Segreteria del Sinodo continua a pubblicare altri documenti”. Fino a quando?

 


Commento di Luis Badilla sull’ennesimo documento sinodale.






La Segreteria del Sinodo continua a pubblicare altri documenti. I più recenti riguardano i Rapporti su relazioni fra vescovi, vita consacrata e Visite ad limina. Deciderà il Papa. Quando?

Nota. 

La Segreteria del Sinodo continua con lo stesso metodo messo in atto pochi giorni dopo l’elezione di Papa Prevost. Con un pretesto – “Proposte operative da sottoporre al Papa” – anticipa, mandando decine di documenti a tutte le diocesi del mondo, contenuti sui quali il Pontefice non ha ancora deciso nulla. Di conseguenza, la confusione è gigantesca. In molte chiese particolari anche alcuni vescovi pensano che si tratti di magistero firmato da Papa Leone XIV. Questo tipo di sinodalità, ridotta ad un elenco di aggettivi, ora comincia a causare danni molto seri. Intanto, purtroppo, da poco hanno messo in circolazione altri documenti per accrescere la confusione. Aspettiamo la parola del Papa. Che senso, e quale scopo, avrà l’Assemblea ecclesiale mondiale di 2028?

La Segreteria Generale del Sinodo ha diffuso il 7 settembre, secondo Vatican News, il Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 6 sulla revisione, in prospettiva sinodale e missionaria, dei documenti sulle relazioni fra vescovi, vita consacrata, aggregazioni ecclesiali. E la seconda parte – quella relativa alle visite ad limina – del Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 7 su alcuni aspetti della figura e del ministero del vescovo in prospettiva sinodale missionaria.

Proposte operative da sottoporre al Papa

“Papa Leone XIV – si legge in un comunicato diffuso dalla Segreteria generale del Sinodo – ha disposto che i Rapporti finali siano resi pubblici per condividere con l’intero Popolo di Dio il frutto della riflessione e del discernimento realizzati, concretizzando una delle caratteristiche essenziali della Chiesa sinodale: la trasparenza e la rendicontazione”. Si sottolinea anche che “i due testi raccolgono proposte offerte al Santo Padre a conclusione del lavoro dei rispettivi Gruppi: non si tratta dunque di decisioni già assunte, ma di indicazioni che i Dicasteri competenti e la Segreteria Generale del Sinodo avranno compito di tradurre in proposte operative da sottoporre al Santo Padre”.


(Vatican News)