mercoledì 22 aprile 2026

New York, guerra alle suore che curano gratis malati indigenti



Religiose sotto attacco dall’agenda della sinistra americana.
QUI MiL sulla vicenda: “New York / Suore ricorrono in tribunale contro lo Stato che le vuole obbligare a osservare norme pro gay“.
Luigi C
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Ultimatum: o accettate l’agenda Lgbt (bagni gender e pronomi fluidi) o vi chiudiamo


Il Secolo d’Italia, Bianca Conte – 14 Aprile 2026

Alla faccia della carità… Dalla cancel culture all’azzeramento delle barriere di genere, l’ultima frontiera del fanatismo progressista arriva da oltreoceano. Per l’esattezza stavolta da New York. Lì, nel cuore della “democrazia” a targa Dem, le autorità statali hanno messo nel mirino le Suore Domenicane di Rosary Hill, colpevoli a detta del mainstream e delle autorità liberal di un crimine imperdonabile: gestire una casa di cura per malati di cancro indigenti secondo i precetti della carità cristiana e della legge di natura. Ergo: disattente alle scelte di genere.

Come? Per esempio nel non prevedere nella struttura che gestiscono la suddivisione dei servizi igienici rispetto alla rivendicazione del genere di appartenenza. O anche nel non essere pronte e solerti nell’attribuzione dei pronomi che scattano automaticamente, per lo più in considerazione del sesso biologico dell’interlocutore. Ma procediamo con ordine.

New York, i dem dichiarano guerra alle suore: o accettate l’agenda Lgbt o vi chiudiamo

E ripartiamo allora dalla fonte della notizia che Libero rilancia spiegando: «Se la vicenda non fosse uscita sul prestigioso Wall Street Journal penseremmo a uno scherzo di pessimo gusto. Invece è tutto vero. E il giornalista è talmente chiaro che non si resiste alla tentazione di riportare nella prima riga: «Perché i Democratici se la prendono con le suore cattoliche che compiono opere di carità?». Perché in effetti è questa la prima domanda che salta in mente riflettendo sul caso…

Carità sotto scacco


Un caso che ha investito come un treno in corsa le religiose che offrono assistenza gratuita a chi non può permettersi un’assicurazione sanitaria, e che sono state trascinate in tribunale dal Dipartimento di Salute dello Stato. Il motivo? Quanto accennato in apertura per lo più: si rifiutano di piegarsi all’agenda Lgbt. Durante un’ispezione, per esempio, sarebbe emerso che nel centro che le suore domenicane gestiscono, i bagni sono divisi tra uomini e donne. E che i pazienti verrebbero chiamati con i pronomi corrispondenti al loro sesso biologico, e non in virtù dell’identità sessuale dichiarata. Un’ovvietà che, nel magico mondo del giacobinismo arcobaleno, sembra essere diventata un reato.

Le suore di New York tra resilienza e un caso di coscienza

Tanto che, a detta delle fonti citate poco sopra, alle suore sarebbe stato imposto un corso obbligatorio di «competenza culturale» sulla transizione di genere, con la minaccia di multe salatissime, revoca della licenza, e sventolata persino l’ipotesi della prigione in caso le “regole” venissero disattese. E guai a tentare la strada del cerchiobottismo di comodo: le autorità pretenderebbero infatti che le religiose ricorressero a un un lessico politicamente corretto anche in assenza dei pazienti. Una richiesta al limite dell’orwelliano, che passa sopra abitudini e coscienze…

E le sorelle di New York, a fronte di tante e tali richieste, come avranno reagito? Sembra che almeno nelle dichiarazioni d’intenti le religiose non abbiano alcuna intenzione di farsi intimidire e piegarsi ai diktat del politicamente corretto. Tanto che avrebbero già presentato un regolare ricorso federale…










martedì 21 aprile 2026

Scandinavia: basta digitale, torniamo ai libri. La Svezia lancia l’allarme: alunni sempre meno capaci







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by Aldo Maria Valli 21 apr 2026



Il sistema educativo svedese si sta allontanando dall’apprendimento digitale e sta tornando a libri, carta e penna nel tentativo di porre rimedio ai bassi tassi di alfabetizzazione.

“Stiamo cercando, in realtà, di eliminare gli schermi il più possibile”, ha affermato Joar Forsell, portavoce per l’istruzione del Partito liberale, guidato dal ministro dell’Istruzione svedese. “Con i ragazzi più grandi, in età scolare, si potrebbe usarli un po’ di più, ma con i bambini più piccoli, o in età scolare, non credo che dovremmo usare gli schermi”.

Il funzionario del settore istruzione ha sottolineato che i dati dimostrano come i bambini che hanno utilizzato dispositivi tecnologici durante tutto il loro percorso scolastico siano “in ritardo” rispetto ai parametri di riferimento internazionali in termini di rendimento scolastico.

È evidente che i risultati scolastici nel paese sono in declino da oltre dodici anni. Nel 2012 e poi ancora nel 2022 la Svezia ha registrato un calo significativo nella classifica Ocse Pisa (Programme for International Student Assessment, Ssistema di valutazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) per le materie fondamentali dell’istruzione. Nel 2022 quasi un quarto (24%) degli studenti di 15 o 16 anni non è riuscito a dimostrare nemmeno un livello base di comprensione della lettura.

Nel 2019 il governo socialdemocratico svedese di allora ha reso obbligatorio l’uso dei tablet nelle scuole dell’infanzia.

La neuroscienziata Sissela Nutley ha mostrato prove che i dispositivi digitali compromettono la comprensione della lettura. Nicholas Carr, nel suo libro “The Shallows”, sostiene che internet tende a modificare negativamente la capacità di attenzione e la profondità di elaborazione del nostro cervello. Uno dei motivi, afferma, è che quando leggiamo online tendiamo a scorrere velocemente il testo, mentre i libri incoraggiano una lettura più approfondita e concentrata.

Uno studio recente dimostra che i bambini con un elevato utilizzo di schermi prima dei due anni presentano cambiamenti nello sviluppo cerebrale “collegati a un processo decisionale più lento e a un aumento dell’ansia durante l’adolescenza”.

A seguito di una consultazione tenutasi nel 2023 che ha coinvolto accademici, organizzazioni scolastiche e gruppi di cittadini, le scuole non sono più obbligate a utilizzare dispositivi digitali e i tablet non vengono più forniti ai bambini di età inferiore ai due anni.

Entro la fine dell’anno entrerà in vigore il divieto totale di utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole.

La vicina Norvegia è un chiaro caso di studio sugli effetti disastrosi dell’uso della tecnologia da parte dei bambini sull’alfabetizzazione. I punteggi di comprensione della lettura dei bambini norvegesi sono crollati dopo il 2016, quando a ogni bambino di cinque anni che iniziava la scuola fu dato un iPad.

Attualmente la Norvegia si colloca all’ultimo posto tra i 65 paesi valutati da Pirls (Progress in International Reading Literacy Study) per quanto riguarda il piacere della lettura nei bambini. I suoi risultati nei test Pisa di lettura, un tempo relativamente elevati, sono ora inferiori alla media Ocse e ben al di sotto di quelli del Regno Unito.

Secondo quanto riportato dal “Times”, circa 500 mila norvegesi, su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, non sono più in grado di leggere testi semplici.

“Siamo fin troppo ricchi, quindi facciamo sciocchezze con i nostri soldi”, ha affermato l’ex ministro dell’Istruzione Trine Skei Grande.

Secondo l’ex ministro, i bambini sono limitati da quello che definisce un “linguaggio da cucina”, un vocabolario limitato alle cose ordinarie di tutti i giorni — circa 17.000 parole — rispetto al vocabolario di un lettore esperto, che si aggira tra le 55 mila e le 70 mila parole.

Ora la Norvegia sta cercando di utilizzare metodi creativi per riavvicinare i bambini alla lettura e ha persino consultato gli adolescenti per trovare modi per attirare i giovani nelle biblioteche. Organizzando eventi come tornei di scacchi e feste sui pattini a rotelle, il principale sistema bibliotecario pubblico è arrivato a prestare libri per la cifra record di 2,2 milioni in 23 biblioteche di quartiere a Oslo. Circa la metà di questi libri è stata prestata ai bambini.

In Norvegia gli iPad sono già stati vietati per i primi tre anni di scuola, e i telefoni cellulari sono proibiti a tutti i bambini.

Nelle biblioteche si sono svolte gare di lettura per incoraggiare i bambini a leggere, premiandoli al raggiungimento di determinati traguardi, come ad esempio un certo numero di pagine.

“L’estate scorsa, una biblioteca di Haugesund ha esaurito completamente i libri per bambini perché erano in tanti a voler partecipare”, ha dichiarato Helene Voldner dell’Associazione delle biblioteche norvegesi.

Nonostante le prove che dimostrano come l’uso della tecnologia interferisca con lo sviluppo dell’alfabetizzazione nei bambini, l’associazione di categoria Swedish Edtech Industry sostiene che un’istruzione incentrata sull’analogico rischia di non preparare adeguatamente gli studenti alle professioni del futuro. Jannie Jeppeson, amministratore delegato di Edtech, ha citato un recente rapporto dell’Unione europea che prevede che il 90% dei posti di lavoro richiederà competenze digitali.

“Tutti hanno bisogno di competenze digitali di base per entrare nel mondo del lavoro” ha dichiarato Jeppesen alla Bbc, sottolineando la sua posizione favorevole alla tecnologia in merito alle esigenze formative. Teme che aziende tecnologiche come Spotify, piattaforma di streaming musicale, e Legora, una piattaforma di intelligenza artificiale per il settore legale, “si possano trasferite altrove” se non troveranno in Svezia personale con adeguate competenze informatiche.

In Svezia c’è chi chiede che i principi dell’intelligenza artificiale siano spiegati non solo agli studenti delle scuole superiori ma anche ai bambini delle scuole elementari. Si sostiene che un approccio analogico all’istruzione non farebbe altro che accentuare le disuguaglianze nei risultati scolastici.

Tuttavia, Forsell è irremovibile sul fatto che ai bambini “non si dovrebbe insegnare l’intelligenza artificiale prima che abbiano acquisito altre competenze di base”.

lifesitenews





Un altro sacerdote martire dei partigiani rossi



Si apre il processo diocesano per il prete reggiano don Giuseppe Iemmi, ucciso dai partigiani comunisti in odium fidei sul finire della guerra. Sarebbe il terzo sacerdote proclamato beato perché martire della violenza rossa.


Don iemmi presto beato
La Chiesa del coraggio indica un nuovo martire dei partigiani rossi

Libertà religiosa


Andrea Zambrano, 21-04-2026

A pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile la Chiesa compie un passo storico e annuncia l’avvio della causa di beatificazione di uno dei tanti sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti sul finire della guerra.

L’editto con il quale il vescovo di Reggio Emilia Giacomo Morandi avvia l’inchiesta Diocesana “sulla vita e il martirio di don Giuseppe Iemmi” rappresenta un punto di svolta importante e atteso da decenni. Per anni, e molto prima di Rolando Rivi, che è stato beatificato nel 2013, don Giuseppe Iemmi è stato considerato il vero martire della Chiesa reggiana, il suo sacrificio fu cristallino e il suo martirio chiarissimo.

Purtroppo, però, come accade spesso per queste vicende, ci sono voluti molti anni perché si formasse un comitato apposito che ne chiedesse la beatificazione al vescovo. Anni nei quali non si è mai arrivati neppure ad assicurare alla giustizia i due gappisti delle formazioni garibaldine che lo prelevarono e dopo una straziante via Crucis lo giustiziarono in cima al Monte Fòsola, sull’Appennino emiliano.

Ricordiamo che la Chiesa ha già beatificato due martiri della violenza partigiana comunista. Oltre a Rolando, infatti, la Chiesa ha già elevato agli altari anche don Luigi Lenzini, beatificato e proclamato martire in odium fidei nel 2022 a Modena. Con Iemmi, se l’iter si dovesse concludere positivamente dopo la fase diocesana finalizzata alla raccolta delle prove della fama del martirio, si andrebbe in Congregazione delle cause dei santi, dove al termine del processo, la Chiesa potrebbe dichiarare il terzo martire in odio alla fede per fatti inerenti la cosiddetta Guerra di liberazione.

Quella del vescovo Morandi è una decisione, dunque, molto coraggiosa, portata avanti con la certezza che la complessa lettura dei fatti circa le violenze comuniste perpetrate nel cosiddetto Triangolo della morte, necessita di una parola definitiva apposta con i sigilli della Chiesa: la proclamazione del martirio e la conseguente elevazione agli altari affinché, secondo la massima di Tertulliano, il loro «sangue sia seme di nuovi cristiani».

Don Giuseppe Iemmi ha una storia diversa da quella di Rolando, anche se accomunata dallo stesso sacrificio.

Da cappellano della parrocchia di Felina, una frazione del comune di Castelnovo né Monti, svolse la sua azione pastorale negli anni terribili della guerra, entrando a contatto con tutti i bisogni e i drammi dei suoi parrocchiani. E cercando di proteggere la popolazione tanto dalle terribili rappresaglie naziste quanto dalle vendette dei partigiani che mettevano a rischio la popolazione con le loro azioni di vendetta.

Nel 1995, uno studioso locale, Giuseppe Giovanelli, diede alle stampe il libro “Iemmi quasi utopista” nel quale raccontava le cronache della vita e della morte del “cappellanino” di Felina. Un libro nel quale si documenta la sua straordinaria attività a supporto delle formazioni partigiane, ma anche la ferma condanna dell’odio comunista, che alimentava le vendette di alcune formazioni gappiste. E proprio a seguito di una vicenda di odi personali e di classe in ottica di affermazione dell’ideologia comunista sul finire della guerra, incominciò, nel marzo del 1945 il suo calvario personale.

Don Iemmi denunciò l’uccisione di due padri di famiglia della sua parrocchia (Eufemio Manfredi e Renzo Tedeschi), prelevati di notte dalle formazioni partigiane perché sospettati di collusione col regime. Dopo la loro uccisione, nel corso della Messa di Pasqua del 1945, il sacerdote tuonò dal pulpito contro «i figli di Caino» e l’odio reciproco e contro il materialismo ateo che aveva portato alla morte di quei due padri e che non aveva nulla a che fare con la Guerra di liberazione, ma era una sua precisa deriva ideologica. Fu la sua condanna a morte. Il sacerdote veniva continuamente minacciato per strada («quel prete smetterà presto di andare sul calessino»), tanto che il parroco e gli amici stretti cercarono di metterlo in guardia dalla sua pastorale così accesa. A chi gli chiedeva di essere più accorto, don Iemmi rispondeva con il Vangelo della pace e della riconciliazione e con la necessità di proclamare la verità («quando sono sull’altare non ho paura di nessuno») anche se nel suo diario scriveva che «questa veste nera sarà la mia condanna a morte».

Raggiunto da due gappisti con nome di battaglia Astro (o Aspro) e Briano (o Driano) viene prelevato con la scusa di essere portato al comando partigiano per essere interrogato. Fu per lui una vera e propria via Crucis, sotto gli occhi dei suoi parrocchiani; umiliato, gli infilarono in testa un berretto con la stella rossa, durante le soste chiedeva da bere acqua, venne maltrattato e percosso fino a quando, giunti sulla cima del monte Fòsola, non gli spararono dei colpi di mitra che vennero uditi per tutta la vallata.

A differenza di Rolando, però, i cui assassini vennero assicurati alla giustizia alcuni anni dopo, per i sicari di Iemmi non ci fu mai un processo. Dopo una investigazione sommaria svolta immediatamente dopo la liberazione dal comando partigiano di zona e viziata da una fortissima pressione politica in quella che ancora non era la neonata Repubblica italiana, uno dei due assassini, reo confesso, viene arrestato e rinviato a giudizio a Bologna. Ma il processo, fortemente ostacolato già in fase di istruttoria, non si celebrerà mai. I verbali decisivi dei testimoni arriveranno soltanto dopo l’amnistia concessa da Togliatti e i due responsabili vennero fatti riparare oltre cortina, come è accaduto per uno degli assassini di Rolando fino a che di loro si persero le tracce.

Ma non nel cuore della madre di don Giuseppe, che conservò sempre quei nomi, perdonandoli alla fine della sua vita avvenuta nel 1954. Dal canto suo l’Anpi non ha mai fornito elementi utili alla ricostruzione dei fatti e alla attribuzione delle responsabilità.

La prima fase del processo dovrà dimostrare la fama di martirio del sacerdote. E non sarà difficile dato che il materiale che è stato raccolto in questi anni, parla da solo. Come, ad esempio, l’annotazione del parroco di Felina che nel registro dei defunti chiamò i suoi assassini «uomini iniqui che si dissero partigiani (duobus viris iniquis qui se dixerunt partigiani)».

Come abbiamo più volte scritto su queste colonne, il riconoscimento del martirio di questi sacerdoti, certifica che accanto alla cosiddetta Resistenza, molti partigiani rossi stavano combattendo una guerra con un altro nemico: la Chiesa. Il coraggio di aprire queste cause di beatificazione, pertanto, va decismente oltre la necessità di fare i conti con la storia e il bisogno di riconciliazione in terre come quelle del Triangolo della morte che sono ancora “insanguinate” di ricordi, ma va nella direzione di una precisa presa di posizione della Chiesa, che dopo decenni di oblio, omertà e timori, non ha paura ad indicare nel martirio di questi sacerdoti la via per testimoniare il Vangelo.





Il Cristo distrutto nel Sud del Libano: anatomia di una decristianizzazione strategica

 




di Sergio Saraceni, 20-04-2026

L'immagine che circola in queste ore non è un fotomontaggio. È la documentazione di un atto reale: un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), equipaggiato con elmetto e giubbotto tattico, che brandisce un pesante martello e colpisce con freddezza la figura di un Cristo crocifisso. Il gesto sembra essere quasi rituale. Non si tratta di un'esplosione casuale di guerra: è un atto di profanazione deliberata di un simbolo fondante della civiltà cristiana del Levante.

Questo episodio non è isolato. Si inserisce in un quadro più ampio e documentato di pressione sistematica sulle comunità cristiane del Sud del Libano, in particolare nei villaggi di Qlayaa, Alma al-Shaab, Rmeish, Debel e Ain Ebel – aree storicamente a maggioranza maronita e greco-melkita. Rapporti di fonti indipendenti e di agenzie ecclesiali confermano che, durante l'offensiva israeliana del 2024-2026, queste località hanno subito evacuazioni forzate, distruzioni di abitazioni e colpi diretti su edifici religiosi. Il 9 ottobre 2024, ad esempio, un raid aereo ha distrutto la chiesa di San Giorgio a Derdghaya, causando almeno otto morti tra i civili che vi avevano trovato rifugio. Nel marzo 2026, il parroco maronita di Qlayaa, padre Pierre al-Rahi, è stato ucciso da colpi di artiglieria mentre rimaneva al fianco della sua comunità.

I dati demografici, elaborati da fonti accreditate come l'Agenzia Fides e studi demografici libanesi, raccontano una traiettoria di lungo periodo: i cristiani, che costituivano circa il 50-55% della popolazione libanese all'indipendenza (1943) e ancora il 38% intorno al 2011, sono scesi oggi a una quota attorno il 30% con proiezioni che indicano una stabilizzazione relativa solo grazie a tassi di natalità leggermente superiori alla media musulmana in alcune fasce. Le cause principali sono note: emigrazione di massa durante la guerra civile (1975-1990), crisi economica cronica, e – fattore decisivo negli ultimi due anni – l'intensificazione dei bombardamenti e delle operazioni di terra israeliane nel Sud. Fonti come NPR, The New Arab e L'Orient-Le Jour documentano come interi villaggi cristiani siano stati svuotati, con bulldozer e demolizioni mirate che ricordano esplicitamente il "modello Gaza" invocato pubblicamente dal ministro della Difesa israeliano.

Ma il dato scientifico più inquietante non è solo numerico. È antropologico e geopolitico. Il Levante è la culla storica del cristianesimo: qui nacquero le prime comunità apostoliche, qui si conservarono per secoli le antiche liturgie siriache, maronite e melkite. La progressiva erosione della presenza cristiana non è un "effetto collaterale" della lotta contro Hezbollah. È il risultato di una logica di ingegneria demografica e culturale che mira a trasformare il Sud del Libano in una zona cuscinetto priva di radici confessionali autoctone forti. Come ha documentato Wikipedia nella voce sulla distruzione del patrimonio culturale durante l'invasione israeliana del 2024, interi villaggi storici sono stati rasi al suolo, con un impatto sproporzionato su siti cristiani. L'IDF stessa ha ammesso di indagare sull'episodio del soldato con il martello, confermando l'autenticità delle immagini ma qualificando il gesto come "contrario ai valori" dell'esercito – una formula rituale che non cancella la realtà sul campo.

In una prospettiva multipolare, questo processo assume un significato ancora più chiaro. Israele, attore chiave del blocco atlantista nel Levante, non agisce solo per ragioni di sicurezza tattica. Opera per ridisegnare la carta etno-confessionale della regione, favorendo la frammentazione degli Stati e l'indebolimento di qualsiasi soggetto capace di resistere al modello unipolare. I cristiani libanesi – con la loro antica tradizione di convivenza e di resistenza – rappresentano un elemento di coesione nazionale e di memoria storica che disturba il progetto di "grande Israele" o di zone di sicurezza depopolate. La loro espulsione o marginalizzazione accelera la trasformazione del Libano in un'entità sempre più fragile, dipendente da dinamiche esterne.

Non si tratta di "antisemitismo" o di retorica complottista. Si tratta di geostrategia documentata: rapporti di Open Doors, dell'International Christian Concern e di studiosi del Washington Institute for Near East Policy confermano che la presenza cristiana nel Levante è sotto pressione strutturale da decenni, e che i conflitti armati degli ultimi due anni hanno accelerato un esodo già in atto. La croce rovesciata e martellata nel Sud del Libano diventa, in questo senso, un simbolo plastico di una decristianizzazione non più solo demografica, ma culturale e simbolica.

Di fronte a questo, la domanda (in chiave multipolare) è semplice e radicale: chi, nella nuova architettura mondiale che sta emergendo, è disposto a riconoscere che la difesa delle antiche comunità cristiane del Levante non è un residuo confessionale, ma un baluardo di sovranità spirituale e culturale contro l'omologazione globale? Il martello che si abbatte sul Cristo di legno non colpisce solo una statua. Colpisce una civiltà millenaria che, nonostante tutto, continua a testimoniare che la fede e la storia non si riducono a falsi atti di sicurezza dal sapore di vile prepotenza, ma include anche memoria, fede e radice.





«Senza Dio? E’ presunzione», la svolta dello psichiatra Paolo Crepet



Il noto psichiatra italiano Paolo Crepet si confessa su Dio e la fede nella trascendenza. Il suo ultimo libro è un viaggio dentro di sé, per la prima volta.

Ultimissime
20 Apr 2026


Una svolta spirituale?

E’ quella raccontata al “Corriere della Sera” da Paolo Crepet, psichiatra e sociologo noto al grande pubblico per la sua presenza nei media e per i suoi interventi su temi sociali e culturali.

Nel suo ultimo libro, “Riprendersi l’anima” (HarperCollins 2026), Crepet racconta di sé per la prima volta. Finora aveva rifiutato perché «troppo intimo, troppo penoso mettersi a nudo».

Paolo Crepet e la fede nella trascendenza

Il noto psichiatra racconta il rapporto con esperienze che definisce “oltre”, trascendentali, come la visita ai cimiteri, descritti non come luoghi di fine ma come soglie di un’esistenza che prosegue in altra forma.

In questo contesto parla persino di “angeli” in riferimento a eventi decisivi della sua vita, come l’inizio della carriera televisiva. «Non so se gli angeli ci sono davvero», confessa, «ma io ci credo».

«Abbiamo perso la capacità di ascoltare il dolore del mondo, ma anche la sua speranza», aggiunge spiegando il titolo del libro. «Riprendersi l’anima vuol dire tornare lì».

Crepet e Dio

Ripensando al suo passato si definisce «un giovane cinico», indurito dalla vita, dai lutti precoci, dalla solitudine. E ancora oggi vive «notti di dubbi, paure, domande».

Tuttavia afferma di essere sempre stato credente perché «essere senza Dio è un po’ presuntuoso».

Accanto a questa apertura religiosa, Crepet mantiene il suo stile critico verso la cultura contemporanea, in particolare sul tema dell’amore e dell’identità.

L’amore, secondo lui, non è mai accomodante ma richiede fatica e conflitto, mentre l’identità appare sempre più difficile da definire in una società che tende a semplificare o appiattire le esperienze umane.

“Gestazione per altri? Nazismo puro”

Non è la prima volta che riprendiamo le parole del noto psichiatra italiano.

Già in passato avevamo valorizzato il suo giudizio sulla maternità surrogata.

Durante una puntata televisiva di “Tagadà”, Crepet aveva infatti preso posizione contro l’inganno progressista dell’approvazione della gestazione per altri come atto generoso: «E’ un problema psicologico, non giuridico», disse.

«Voi siete mamme e non ve lo devo dire io che quei nove mesi non sono solo una questione di crescita biologica», affermò Crepet. «Ci sono migliaia di studi che testimoniano che tra la mamma e il bambino che ha in pancia si stabilisce una relazione affettiva».

Dopo la replica polemica da parte di Wladimiro Guadagno, in arte “Luxuria”, Crepet aveva aggiunto: «Le donne che chiedono ad altre di portare avanti, per loro, la gravidanza? E’ orribile, nazismo, nazismo puro. Voi parlate dei diritti degli adulti e non dei diritti dei bambini».





lunedì 20 aprile 2026

Pistoia-Pescia. Leone XIV ha nominato il nuovo vescovo



Chiesa cattolica
Diocesi
Città del Vaticano


20/04/2026

Pistoia - È don Augusto Mascagna, presbitero della diocesi di Civita Castellana, il nuovo vescovo di Pistoia e di Pescia. L'annuncio è stato dato questa mattina a mezzogiorno nel palazzo vescovile di via Puccini, dove monsignor Fausto Tardelli aveva convocato il clero, i religiosi e le religiose, i consigli pastorali e il personale di Curia delle due diocesi per le «importanti comunicazioni» che il territorio attendeva dall'Epifania, quando il vescovo uscente ha compiuto i 75 anni.

Con questa nomina, Papa Leone XIV conferma la scelta già compiuta da Papa Francesco nell'ottobre del 2023: le diocesi di Pistoia e di Pescia restano unite in persona episcopi, cioè affidate alla guida pastorale di un unico vescovo pur mantenendo ciascuna la propria identità giuridica, la propria curia, il proprio capitolo cattedrale e la propria fisionomia ecclesiale. Il successore di Tardelli assume contestualmente la guida di entrambe le Chiese, segno che il cammino di comunione avviato nell'ultimo triennio è ormai consolidato.


Chi è don Augusto Mascagna

Presbitero del clero della diocesi di Civita Castellana, nella Tuscia viterbese, don Augusto Mascagna è una figura di lungo corso nella pastorale del territorio laziale. È nato il 12 marzo 1964 a Caprarola (Viterbo). Dopo essere entrato a far parte del Pontificio Seminario Romano, ha conseguito la Licenza in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. È stato ordinato sacerdote il 15 aprile 1989 per la Diocesi di Civita Castellana. Ha ricoperto i seguenti incarichi: Viceparroco della Cattedrale Santa Maria Maggiore di Civita Castellana, guidando contemporaneamente la parrocchia di San Benedetto a Civita Castellana; Parroco della Regina Pacis di Anguillara e della Santi Vincenzo e Anastasio di Rignano Flaminio; Direttore Spirituale dei Seminaristi ospiti del Centro Vocazionale; Professore di Teologia Fondamentale presso l’Istituto “Faleritano” di Scienze Religiose e Professore di Teologia Fondamentale e di Teologia Dogmatica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Trocchi” di Civita Castellana; finora, Parroco della Concattedrale Santa Maria Assunta di Orte, Segretario del Consiglio Presbiterale, Referente diocesano del Cammino Sinodale delle Chiese in Italia e Delegato della Pastorale familiare diocesana.


Un'eredità da raccogliere: le Chiese di Pistoia e di Pescia


Monsignor Tardelli lascia due diocesi profondamente diverse per storia, estensione e fisionomia, ma ormai avvezze a camminare insieme. L'unione in persona episcopi, voluta da Papa Francesco il 14 ottobre 2023, non ha prodotto un accorpamento - le due sedi restano distinte - ma ha inaugurato una stagione di convergenza pastorale di cui il nuovo vescovo è chiamato ora a essere custode e interprete.

La diocesi di Pistoia, suffraganea dell'arcidiocesi di Firenze, è la più estesa e popolosa delle due. Il suo territorio copre 821 km² e abbraccia 15 comuni distribuiti su tre province - Pistoia, Prato e Firenze -, tra cui il capoluogo, Quarrata, Agliana, Montale, Serravalle, Abetone Cutigliano, San Marcello Piteglio, Poggio a Caiano, Carmignano, Montemurlo e la maggior parte del comune di Vinci. Sede vescovile è la città di Pistoia, con la cattedrale di San Zeno. La diocesi conta 203.900 battezzati su 208.108 abitanti, pari al 98,0% della popolazione. Sono 96 i presbiteri - 90 diocesani e 6 religiosi - coadiuvati da 17 diaconi permanenti e affiancati da 6 religiosi non sacerdoti e 106 religiose. Le parrocchie sono 160, raggruppate in nove vicariati: Città di Pistoia, Quarrata, Poggio a Caiano-Carmignano, Montale-Agliana-Montemurlo, Ombrone Limentra, Bottegone, Vincio, Montalbano occidentale e Reno-e-Montagna. È una Chiesa di antica tradizione, le cui origini risalgono al III secolo e che ha attraversato pagine controverse della storia ecclesiale: dal sinodo giansenista di Scipione de' Ricci del 1786 alla lunga unione con Prato fino al 1954.

La diocesi di Pescia, suffraganea dell'arcidiocesi di Pisa, è più piccola. Il territorio si estende per 224 km² su 12 comuni di tre province - Pistoia, Lucca e Firenze - e comprende la Valdinievole con Pescia, Uzzano, Chiesina Uzzanese, Buggiano, Ponte Buggianese, Massa e Cozzile, Montecatini Terme, Pieve a Nievole, Monsummano Terme, Altopascio, Montecarlo e la frazione di Massarella nel comune di Fucecchio. Sede vescovile è Pescia, dove sorge la cattedrale di Maria Santissima Assunta e San Giovanni Battista; sul territorio insistono anche due basiliche minori, quella di Santa Maria Assunta a Montecatini Terme e il santuario di Santa Maria della Fontenuova a Monsummano Terme, che custodisce la patrona principale della diocesi. I battezzati sono 110.700 su 120.200 abitanti (92,1%), i presbiteri 71 - 48 diocesani e 23 religiosi - i diaconi permanenti 6, le parrocchie 42, articolate in quattro vicariati: Pescia, Chiesina Uzzanese, Montecatini Terme e Monsummano Terme. Eretta nel 1519 da Leone X come prepositura nullius dioecesis e promossa a sede vescovile da Benedetto XIII nel 1727, Pescia è una Chiesa giovane per erezione canonica ma radicata in una tradizione religiosa antichissima, che affonda le radici nelle pievi lucchesi dell'alto Medioevo.

Messe insieme, le due diocesi affidate a don Mascagna contano oltre 314.000 battezzati, 167 presbiteri, 23 diaconi permanenti e 202 parrocchie, distribuite dalla montagna pistoiese fino alle terme della Valdinievole, con propaggini in territorio pratese, fiorentino e lucchese.
Il passaggio di consegne

Il nuovo vescovo prende il testimone in un momento delicato per la Chiesa toscana. Monsignor Tardelli, vescovo di Pistoia dall'8 ottobre 2014 e di Pescia dal 14 ottobre 2023, aveva anticipato di alcuni mesi la rinuncia prevista dal diritto canonico al compimento del settantacinquesimo anno - che ha raggiunto il 5 gennaio scorso - motivandola con «ragioni pastorali» e con la volontà di consegnare al più presto al suo successore la guida del cammino sinodale 2026, un anno «carico di prospettive e di appuntamenti» anche nella prospettiva dell'anno giubilare jacopeo del 2027. Alla Chiesa di Pistoia e a quella di Pescia, unite ormai da un triennio sotto lo stesso pastore, si apre una nuova stagione: quella di un vescovo che arriva da lontano, da una piccola diocesi della Tuscia romana, e che è ora chiamato a imparare e ad amare due terre di frontiera e di tradizione, sospese tra l'Appennino e la pianura, tra Firenze, Pisa e Lucca.

p.L.D.
Silere non possum




Fonte


Tornare agli Stati nella post-globalizzazione?




Articolo apparso su La Verità del 19 aprile 2026.



E quali governanti saprebbero farlo?



Ettore Gotti Tedeschi

Temo sia molto complesso e problematico poter tornare agli Stati post globalismo. Ci sarebbero gli uomini-governanti che saprebbero farlo e poi gestirli?

Papa Benedetto XVI fece chiaramente intendere, profeticamente, nelle premesse dell’Enciclica sulla Globalizzazione, Caritas in Veritate, che in un mondo impregnato di cultura nichilista il vero grande rischio sta nel fatto che gli strumenti sofisticati creati dal genio umano, gli possano sfuggire di mano e prendere autonomia morale. La globalizzazione è un esempio di strumento sfuggito di mano. Fa poi intendere nelle conclusioni della stessa Enciclica che, quando detti strumenti, sfuggiti di mano all’uomo, creano disordini ingestibili, non sono tanto gli strumenti che vanno cambiati, quanto il “cuore “dell’uomo. E chi lo saprebbe cambiare oggi il “cuore” dell’uomo? Non ho detto “chi dovrebbe”, ho detto “chi saprebbe”. Anche uno strumento perfettamente adeguato al suo utilizzo (sempreché possa esistere) gestito da una persona incapace e inadeguato o peggio, da un reprobo, non potrà altro che portare a risultati sempre peggiori.

Claudio Risè ,in uno stimolante e provocatorio articolo su questo giornale (La Verità del 17-aprile), titolato “Basta globalismo, servono gli Stati”, lancia una necessaria provocazione che va raccolta e, se possibile, integrata. Chi saprebbe gestire oggi questi Stati dopo 50anni di mortificazione del loro ruolo e responsabilità, di idee e di capacità di fare progetti politici? Forse, come avrebbe potuto aggiungere Benedetto XVI, "dovrebbe essere cambiato il “cuore” dei governanti e non solo il modello di governo".

Forse, dico forse, è un pochettino troppo tardi per tornare agli Stati dopo questo insostenibile ed utopistico modello di globalizzazione avviato in Usa da Kissinger negli anni ’70. Utopistico e innaturale persino. Oggi neppure più si può parlare di nuovi modelli di globalizzazione alternativi. Soprattutto sembrerebbe difficilissimo poter ritornare a Stati sovrani. Ciò perché il processo cosiddetto di globalizzazione che ha interessato tutti i paesi mondiali, ha anche creato una "interconnessione", economico finanziaria anzitutto, globale ove nessun paese può avere autonomia, sovranità ed indipendenza, dovendo dipendere dal rapporto con altri paesi, diciamo tra un 25 % e un 50% della propria economia.

Per non parlare poi della concentrazione della disponibilità di materie prime, commodity (energia, grano…) o prodotti speciality (chips, farma...) di cui nessuna economia può più fare a meno. Ciò rende piuttosto complesso e rischioso tornare ad una forma di Stato nazionale che rifiuta tutti gli effetti della globalizzazione senza poterli gestire. Questo lo hanno capito molti, ma la soluzione potrebbe essere solo nelle parole usate piuttosto che nei contenuti.

Quando il genio umano non sa risolvere un problema di un sistema complesso, quale l’economia, la politica, ne cambia il nome. Ciò vale in politica, per esempio, per il comunismo il cui nome è stato cambiato, ma un po’ meno lo spirito e gli uomini. Ciò vale per l’economia che può definirsi più o meno statalista, più o meno colbertista, più o meno liberista, secondo il ciclo di mercato e le problematiche di immagine.

Per fare un esempio mi riferisco a San Giovanni Paolo II, che aveva definito il capitalismo “segno di contraddizione” perché permette progresso, ma può confondere. Oggi si ridefinisce il modello di capitalismo fallito in “sostenibile e inclusivo”, che promette molto ma si direbbe che sia solo il nome del “capitalismo globalizzato” che è cambiato.

Lo stesso potrebbe valere per il governo globale o statale. Spiegherò perché. Da almeno 20 anni, all’incirca dopo la crisi finanziaria del 2007, la globalizzazione ha smesso di funzionare con i criteri tradizionali. Non c’è stata più la globalizzazione promessa, ci son stati i molteplici continui reset (cioè correzioni) che hanno persino resettato più volte se stessi. Ed ora siamo alla vigilia di un nuovo superreset globale che sta mettendo a confronto USA e CINA con partecipazione dei Brics e con focus sulla gestione delle materie prime energetiche soprattutto. Che rivoluzionerà ancora una volta tutto il mondo. Ma noi lo abbiamo ben inteso cosa ci dobbiamo aspettare?

Quanto alla nostra Europa, Trump ha “detto male” qualcosa di corretto sull’Europa che ormai non è più l’Europa, non è più fatta più tanto da europei e in prospettiva lo sarà sempre meno, ma consapevolmente, volutamente. In pratica tornare agli Stati significa fare i conti con la popolazione di detti Stati, capacità dei governanti e ruolo misterioso delle opposizioni, con l’interdipendenza dei mercati, la concentrazione di risorse energetiche soprattutto. Poi c’è il problema di disponibilità di capitali, vincolata da una entità senza strategie quale è Bruxelles e il dover riconoscere che questi capitali sono quasi solo disponibili in mano a quattro o cinque super Global Asset Managers che gestiscono fondi talmente importanti da influenzare la politica economica degli stati stessi. Posso aggiungere per finire che dobbiamo constatare la quasi scomparsa dei valori morali che creano l’identità di uno stato. Quindi più nulla da fare? Proprio per niente, ma ne parleremo successivamente.