giovedì 16 luglio 2026

Di fronte a Dio, radicati in Cristo: la Messa in latino, la Tradizione e l’ortodossia – Parla l’arcivescovo Agüer


Arcivescovo Hector Aguer

Articolo scritto dall’Arcivescovo Héctor Aguer, pubblicato su Rorate Caeli. Traduzione curata da Sabino Paciolla. 



Arcivescovo Héctor Aguer*, 13 luglio 2026

Il sempre ricordato Papa Benedetto XVI — che è del tutto possibile venga un giorno proclamato Dottore della Chiesa — ha cercato, attraverso il suo Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, relativo ai due usi dell’unico Rito Romano nelle sue forme ordinaria e straordinaria, di liberalizzare la celebrazione della Messa comunemente chiamata “tradizionale”, «tridentina», «di San Pio V» o «Messa di tutti i tempi». Lo fece con l’intento di contribuire alla pace liturgica e per il rispetto dovuto a un uso antico e venerabile. In questo modo, qualsiasi sacerdote avrebbe potuto celebrare la «Messa in latino» senza bisogno di permessi speciali e senza il rischio di ritorsioni motivate ideologicamente da parte di alcuni vescovi.

Nella lettera ai vescovi di tutto il mondo che accompagnava il Motu Proprio, il Pontefice sottolineava che ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente vietato del tutto o addirittura considerato dannoso. Dio solo sa quanto abbia sofferto il Papa tedesco quando, quattordici anni dopo, il 16 luglio 2021, il suo successore al pontificato ha revocato quella normativa con un tratto di penna e ha imposto restrizioni draconiane al Vetus Ordo. Qualcosa di quella sofferenza è stato rivelato nei giorni scorsi da colui che fu il suo fedele segretario personale, l’arcivescovo Georg Gänswein.

Traditionis Custodes, emanato cinque anni fa, lungi dal chiudere le ferite, non ha fatto altro che approfondirle. E contrariamente a quanto cercava di ottenere il suo promotore, ha contribuito a un crescente interesse per la Tradizione e l’Ortodossia — specialmente tra i giovani. Oggi, buona parte delle conversioni avviene tra coloro che preferiscono l’uso antico. E la trasmissione della fede, in misura significativa, non avviene più dai genitori ai figli, ma dai giovani ai giovani. Ricordo qui ciò che ho detto in tante occasioni: sono stato ordinato sacerdote nel 1972 secondo il Novus Ordo e non ho mai celebrato nella forma straordinaria.

Il Mistero, senza dubbio, continua ad affascinare i cuori. E di fronte a un mondo di relazioni fluide, che affoga nel vuoto e nella disumanizzazione — un mondo che afferma con arroganza di vivere nella post-verità, nel post-umanesimo e nel post-cristianesimo — Cristo, la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6), riafferma tutti i suoi diritti. Egli mostra che attraverso di lui, al cospetto del Padre, nello Spirito Santo, l’esistenza umana trova il suo pieno significato, in vista del Futuro migliore che ci attende. L’esortazione paolina ai Colossesi risuona così con rinnovato vigore: radicati e fondati in lui, e saldi nella fede (Col 2,7). Si tratta, quindi, di non lasciarsi asservire dal vuoto di una filosofia ingannevole ispirata a tradizioni puramente umane e agli elementi del mondo piuttosto che a Cristo (cfr. Col 2,8).

Non saranno, quindi, né la persecuzione né le misure estreme del progressismo a poter fermare questo movimento in crescita — che, come abbiamo visto, va ben oltre la semplice moda. Infatti, la moda degli ultimi sessant’anni è stata quella di fare del Novus Ordo — anche in contrasto con quanto stabilito dalla Sacrosanctum Concilium — uno strumento di devastazione liturgica in cui tutto è permesso.

Le quattro Preghiere Eucaristiche del Messale riformato sembrano essere state sostituite dalla «Preghiera Eucaristica Zero» — ovvero, qualunque cosa capiti in mente al celebrante del momento.

Questo e altri crolli dottrinali, morali e disciplinari hanno svuotato i seminari e i conventi, scatenato massicce defezioni dal clero e dalla vita religiosa e provocato un’emorragia nella Chiesa. In questo modo sono cresciute varie denominazioni evangeliche — alimentate da cattolici scandalizzati. Si sono ingrossate anche le file dei non credenti, così come quelle di coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna religione. In Argentina, ad esempio, negli ultimi sei decenni la percentuale di cattolici è scesa dal novanta per cento al cinquantasette — e con una tendenza al ribasso che continua. Ecco dove ci ha portato il modernismo, insieme alla «svolta antropologica» rahneriana, alla teologia della liberazione e alla sua variante locale argentina, la teologia del popolo. Un modello che, come si può osservare, si ripete con diverse variazioni in molti paesi. Un popolo privo di una solida teologia finisce per non conoscere Dio — e le conseguenze sociali di ciò sono drammatiche.

Un dato sorprendente: oggi nella Chiesa si predica poco sulla vita eterna, sulle Cose Ultime e sulla gloriosa venuta di Nostro Signore. Nel frattempo, alcuni magnati della tecnologia parlano dell’Anticristo e organizzano incontri con uomini d’affari e potenti per proteggersi da esso. L’«apocalisse della Silicon Valley» sostiene che la Terra non sia più un luogo sicuro — e che nemmeno Marte, dove cercano di trasferirsi, sarà al sicuro, poiché anche lì, temono, finirà per arrivare un’intelligenza artificiale incontrollata e vendicativa. Chi avrebbe mai immaginato, solo pochi anni fa, che avremmo assistito a tutto questo?

Non è certo facile, senza alcun dubbio, sanare tanti mali del corpo ecclesiale — mali che si sono aggravati durante il secondo decennio e ben oltre nel terzo di questo secolo. È giunto il momento della grandezza, della solidità dottrinale e del conseguente ripristino della disciplina — senza favoritismi né prospettive ideologicamente distorte. Si parla molto di leggere i segni dei tempi e di saper ascoltare. Magari oggi potessimo udire la voce del Signore e non indurire i nostri cuori (cfr. Sal 95,7–8).

Ho ottantatré anni e vivo in una casa per sacerdoti — una sorta di casa di riposo per il clero. Mi muovo pochissimo e non esco quasi mai dalla mia stanza, se non per recarmi in cappella. So che molto presto il Signore mi chiamerà alla sua presenza — Lui che ho cercato di amare e servire nel miglior modo possibile, nonostante i miei peccati e i miei limiti. E in vista di quel rendiconto, sto cercando di prepararmi con maggiore preghiera e con l’offerta delle mie attuali sofferenze.

In questo crepuscolo della mia vita, una delle più grandi soddisfazioni che mi restano è quella di aver ordinato, come arcivescovo di La Plata, quarantanove sacerdoti e tre diaconi in cammino verso il sacerdozio. Molti di loro — giovani e coraggiosi, zelanti custodi della sana dottrina — prestano oggi servizio in comunità in crescita, caratterizzate da una liturgia curata, da un’attenzione pastorale paziente e da zelo missionario. Da queste comunità stanno emergendo vocazioni per tutta la Chiesa: per il matrimonio e la famiglia, per il sacerdozio e la vita religiosa. Loro e i loro figli spirituali costituiscono gran parte della consolazione e della speranza di questo anziano vescovo.



*emerito di La Plata, Argentina, Buenos Aires





Il Cardinale Burke: “Bisogna Fermare la Sinodalità”




Intervista del card. Raymond L. Burke pubblicata da News. Il cardinale statunitense mette in discussione le basi teologiche di tale dottrina, critica le procedure “sinodali” controllate adottate nell’ultimo concistoro e sollecita uno studio approfondito del suo impatto sulla Chiesa.


The College of Cardinals Report


CITTÀ DEL VATICANO, 15 luglio 2026 

Il cardinale Raymond Burke ha espresso serie preoccupazioni in merito all’uso della “sinodalità” in un recente concistoro cardinalizio, avvertendo che l’attuale metodologia rischia di compromettere il dibattito aperto all’interno del Sacro Collegio e di oscurare questioni cruciali per la Chiesa.

Parlando al College of Cardinals Report il 28 giugno, a seguito del concistoro convocato da Papa Leone il 26 e 27 giugno, il cardinale Burke ha accolto con favore il rinnovato incontro dei cardinali, un evento che, come ha sottolineato, non si verificava da molti anni sotto il pontificato di Francesco, e ha descritto l’opportunità di un maggiore scambio fraterno come un “frutto grandissimo”.

Ma ha anche espresso preoccupazione per il fatto che la struttura dell’incontro limitasse una discussione significativa, avendo adottato un formato modellato sui processi “sinodali”, con i cardinali divisi in piccoli gruppi e guidati da domande predefinite.

Egli sosteneva che questo approccio impediva un confronto approfondito e riduceva il feedback a riassunti basati sul consenso, escludendo potenzialmente punti di vista dissenzienti ma importanti dalla possibilità di giungere al Papa.

“I resoconti riportano solo ciò su cui tutti i cardinali si sono trovati d’accordo”, ha affermato il cardinale Burke, aggiungendo che le prospettive non condivise dalla maggioranza possono essere omesse nonostante la loro importanza.

Ha descritto la sessione finale, condotta nel tradizionale formato di dibattito aperto, come la parte più produttiva dell’incontro, sebbene limitata dal tempo. La libera discussione, alla presenza del Papa, ha rispecchiato la modalità con cui si svolgevano in passato i concistori cardinalizi.

Nel complesso, ha affermato che il concistoro è stato un processo “molto controllato”, che includeva l’apparente preselezione dei moderatori delle discussioni e le limitate opportunità di intervento libero. A suo avviso, ciò rischiava di sminuire il ruolo dei cardinali come consiglieri del Papa.

Rivolgendosi al crescente utilizzo del termine “sinodalità” nella Chiesa, il cardinale Burke ha messo in discussione con fermezza il suo fondamento teologico e storico, descrivendolo come un concetto privo di una chiara definizione o di precedenti nella tradizione ecclesiastica. Pur riconoscendo che i sinodi esistono da tempo come incontri consultivi occasionali, ha sottolineato che non sono elementi costitutivi della natura della Chiesa.

«Non esiste una definizione di sinodalità, non ha una storia nella Chiesa», ha affermato, esprimendo preoccupazione per la fusione di strutture consolidate, come i concistori, con quello che considera un concetto non definito.

Citando l’insegnamento di San Paolo sulla trasmissione della fede — “Vi ​​trasmetto quello che io stesso ho ricevuto” — Burke ha sostenuto che la continuità è essenziale e assente nelle attuali formulazioni della sinodalità.

«Dobbiamo quindi insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi e venga condotto uno studio molto serio sull’intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime», ha affermato.

Il cardinale ha inoltre messo in guardia dal rimodellare le consolidate strutture ecclesiali sulla base di quella che ha definito un’idea contemporanea e non sufficientemente approfondita. “La Chiesa non attraversa cambiamenti di paradigma”, ha affermato, respingendo il linguaggio utilizzato nei dibattiti sinodali e in altre discussioni che suggeriva un cambiamento radicale di direzione per l’insegnamento o la missione della Chiesa.

Il cardinale ha inoltre avvertito che un’eccessiva attenzione alle problematiche contemporanee rischia di conformare la Chiesa a mentalità secolari, anziché consentirle di affrontare il mondo moderno partendo dalla propria continuità dottrinale e storica.

«Sono fiducioso che il Signore proteggerà la Chiesa», ha affermato, «ma noi dobbiamo fare la nostra parte per dire: “No, questo concetto di sinodalità, pur avendo una buona motivazione, ovvero quella di voler affrontare la fede dei tempi contemporanei, è fondamentalmente errato”».

L’intervento del Cardinale

Una parte significativa dell’intervento del cardinale Burke durante la discussione libera del concistoro si è concentrata sul Gruppo di studio sinodale 9, un rapporto presentato il mese scorso alla Segreteria del Sinodo che gli osservatori hanno criticato come un tentativo di minare l’insegnamento della Chiesa normalizzando le relazioni omosessuali al suo interno.

«La verità riguarda la natura delle cose e i loro fini propri», ha affermato il cardinale Burke nell’intervista del 28 giugno. «Non si tratta di inclinazioni, desideri o progetti personali, che sono molto soggettivi, e quindi non si tratta di adattare l’insegnamento della Chiesa ai miei desideri o alle mie inclinazioni».

Gli esseri umani, aggiunse, trovano la felicità “quanto più comprendiamo la verità su noi stessi, sul mondo e sulla nostra vera finalità”.

Il cardinale Burke, nel suo intervento, ha criticato il rapporto anche per aver calunniato l’apostolato Courage, che sostiene i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso nel vivere una vita casta. Ha affermato che le affermazioni fatte su Courage nel rapporto erano inaccurate e non sufficientemente verificate.

«Come ha potuto la Chiesa, in un rapporto diffuso in tutta la Chiesa, non verificare se quanto affermato da quel testimone, o chiunque fosse, riguardo a Courage fosse vero? Ma non l’hanno fatto», ha detto il cardinale Burke. Ha osservato che non sorprende quindi che ora alcuni vescovi stiano «incoraggiando l’agenda LGBTQ, dicendo: guardate, la Chiesa sta cambiando il suo insegnamento, siate coraggiosi, andate avanti».

Nel suo intervento, il cardinale ha anche fatto notare che un arcivescovo aveva scritto una lettera affermando che era evidente che Papa Leone condividesse tale opinione, in quanto “non parla di morale sessuale”. “Beh, è ​​assolutamente irresponsabile dire o scrivere una cosa del genere”, ha commentato il cardinale.

Reagendo alla notizia che il rapporto di studio del Gruppo sinodale 9 verrà rimandato alle diocesi durante le fasi di attuazione del Sinodo sulla sinodalità, ha affermato: “È iniquo; non dovrebbe accadere”. Ha aggiunto di aver detto ai cardinali che il processo sinodale “deve essere fermato”, precisando che “qualunque cosa sia, deve essere completamente fedele a ciò che insegna la Chiesa e alla santità della vita della Chiesa”.

Il cardinale, che ha rilasciato queste dichiarazioni al College of Cardinals Report poco prima delle consacrazioni illegittime di quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha anche sottolineato l’assenza di discussione su tale questione, che egli considera un grave atto scismatico, e su altre questioni urgenti, tra cui lo status della Messa tradizionale in latino.

Ha criticato le restrizioni imposte dalla Traditionis Custodes , descrivendole come una “persecuzione” di coloro che si nutrono spiritualmente attraverso il culto secondo l’Usus Antiquior (Uso più antico) del rito romano. “Non ci possono essere dubbi nella mente di nessuno, e Papa Benedetto XVI lo ha chiarito in modo inequivocabile: [il vetus ordo ] è un bene eterno nella Chiesa”, ha affermato, suggerendo che Papa Leone potrebbe rivedere o modificare la normativa, ricordando che i documenti papali possono essere modificati dai successori.

«È una forma del rito romano che è stata celebrata per più di quindici secoli», ha sottolineato. «È semplicemente bellissima e i fedeli sono stati nutriti spiritualmente da questa forma del rito latino. Dovrebbe essere consentita liberamente».

«È stato un grande arricchimento per me come sacerdote e vescovo», ha affermato. «La maggior parte dei fedeli sono cattolici devoti che cercano di vivere la propria fede nel modo più intenso possibile e di trasmetterla. Una delle caratteristiche della comunità tradizionale della Messa in latino è la presenza di molti bambini, e i genitori sono molto attenti a trasmettere loro la fede cattolica».

Come possibile soluzione, ha auspicato l’istituzione di un organismo vaticano dedicato al sostegno dei cattolici aderenti alla forma più antica del rito romano. “Abbiamo bisogno di un dicastero”, ha affermato, affinché i cattolici che desiderano celebrare secondo la forma straordinaria “possano ricevere tutti i sacramenti” secondo le forme liturgiche precedenti.

Pur criticando la sinodalità e il concistoro, il cardinale Burke ha concluso con una nota di cauto ottimismo, esprimendo fiducia nella Divina Provvidenza e nella costante guida di Cristo sulla Chiesa.

«Il nostro Signore è sempre il capo della Sua Chiesa. Noi restiamo con Lui. Non ci allontaniamo da Lui perché siamo insoddisfatti di come vanno le cose nella Chiesa», ha affermato. «Dobbiamo, prima di tutto, applicare la saggezza alla situazione e poi avere il coraggio di parlare di queste questioni e arrivare alla verità».








Il cardinal Sarah denuncia il ricatto UE all'Africa



Invitato dal gruppo europarlamentare ECR il cardinale non gira intorno alle parole, anzi ne smaschera l'uso distorto per veicolare e imporre anche fuori dall'Europa una visione antropologica contraria alla fede e alla ragione, artificiosamente creata nei «corridoi di Bruxelles». Un discorso che parla anche all'interno della Chiesa stessa.


La sfida
Gender e nuovi diritti 


Stefano Fontana,  15-07-2026 

«Ebbene, onorevoli parlamentari, io chiedo, con rispetto, ma con altrettanta fermezza, che le parole uomo, donna, matrimonio, famiglia non siano ridotte a costrutti sociali modificabili a piacimento dalle mode ideologiche del momento, ma custodite come dati ontologici della realtà». Queste le parole centrali del coraggioso discorso del cardinale Robert Sarah ad un evento svolto presso il parlamento dell’Unione Europea, che riprende la linea dei grandi discorsi di Benedetto XVI a Berlino, Parigi e Londra, e che costituisce una condanna solenne per come l’Unione Europea gestisca un «sistema» di imposizione alle persone e ai popoli di una visione antropologica artificiosamente creata nei «corridoi di Bruxelles» contraria alla ragione e alla loro fede. Si tratta di un discorso “duro”, con critiche documentate allo sfruttamento ricattatorio dell’Unione Europea rispetto ai Paesi africani sui piani normativo, giuridico e finanziario, che potrà stupire quanti erano abituati a sentire dal Cardinale soprattutto parole di spiritualità e di liturgia, ma anche per questo molto efficace e penetrante. L’evento si è tenuto il 15 luglio al Parlamento europeo a Bruxelles ed è stato organizzato dal gruppo ECR, Conservatori e riformisti europei, con il titolo Europe and Africa. In conversation with Cardinal Robert Sarah.

Il discorso ripropone lo schema di pensiero di Benedetto XVI al quale è dedicato un paragrafo specifico dal titolo: «Benedetto XVI e il primato del logos». Qui il cardinale riprende il significato profondo dei famosi tra grandi discorsi di Papa Benedetto a Berlino, a Londra e a Parigi. In molti passaggi sembra che parli lui, anche se si nota l’impegno del cardinale a mostrare una continuità con Francesco, e la sua espressione «colonialismo culturale», e con Leone XIV, che nel Discorso al Corpo Diplomatico ha espresso la grande urgenza che «le parole esprimano realtà certe». Proprio la parola è al centro dell’intero discorso, fatta levitare fino a collegarsi con il Logos, il Verbo di Dio incarnato, che nella sua Sapienza ha creato le cose secondo un ordine e vuole che le nostre parole siano vere, ossia rispettino questo ordine. Da qui l’uso contino nel discorso del termine «ontologia» e dell’aggettivo «ontologico», ossia relativo all’essere delle cose e non a invenzioni umane. Non è sufficiente l’assiologia – chiarisce il cardinale – perché i valori che meritano rispetto possono essere tanti e scelti dopo essere stati misurati tra loro, bisogna ripartire dall’ontologia, da ciò che le cose sono e che le parole devono esprimere secondo verità.

La parola rispecchia un ordine e questo ordine rimanda ad una Sapienza ordinatrice, «Ne segue una conseguenza che vorrei sottolineare con forza dinanzi a questa assemblea: una ragione che, di fronte al divino, si fa sorda e relega la religione nell'ambito delle sottoculture private, diventa essa stessa incapace – sono ancora parole di Benedetto – di inserirsi nel dialogo delle culture». La ragione, anche quella politica, ha bisogno della religio vera del Logos, il cristianesimo, altrimenti deforma le parole di cui si serve e le trasforma in strumenti di violenza. Riprendendo quanto detto da Ratzinger nel 2011 al parlamento federale tedesco, Sarah dimostra l’irrazionalità del razionalismo politico che vuole escludere la religione vera in quanto la suppone irrazionale: «la legislazione europea che pretenda di essere "neutrale" verso ogni visione antropologica, ma che di fatto impone in tutto il mondo – tramite trattati, aiuti, condizionalità commerciali – una specifica e contestabile visione dell'uomo, non sta forse scivolando proprio in quell'irrazionalità contro la quale Papa Benedetto XVI ci metteva in guardia?».

Il cardinale denuncia che «nel rapporto fra l'Unione Europea e l'Africa, le parole siano oggi usate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per rovesciarla. Si parla di "salute sessuale e riproduttiva" e si intende, in molti casi, l'accesso all'aborto. Si parla di "uguaglianza di genere" e si intende, talvolta, la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna iscritta nel corpo dell’essere umano. Si parla di "diritti umani" per Paesi africani, e si intende l'imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica… Come può l'Africa fidarsi di un'Europa che parla con parole equivoche, a doppio senso?».

L’aborto o il gender, così come sono proposti e imposti dall’Unione Europea, sono «rovesciamenti del logos», sono «contro il Logos della creazione» e vengono come tali sistematicamente imposti ai Paesi africani – e non solo a loro – i quali cercano di mantenersi fedeli al legame tra la dignità della persona e la difesa della vita come testimoniano le costituzioni di molti Paesi, dal Kenya all’Uganda. Nei rapporti con i Paesi africani l’Unione Europea applica la linea della condizionalità su gender e sull’aborto: «Se non firmi ci saranno conseguenze». In questo modo le parole usate non sono solo una questione accademica ma diventano un fatto politico perché «chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l'esito del negoziato, senza che l'altra parte se ne accorga».

Il discorso è molto analitico, vengono esaminati specifici trattati e casi particolari di imposizione ricattatoria come quello dell’Uganda. Vengono anche toccati due temi di grande interesse: l’autodeterminazione dei popoli, a partire da quelli africani, e il principio di sussidiarietà. Circa il primo, il cardinale Sarah precisa che «il rispetto della storia religiosa e culturale di un popolo – tanto più lodevole quanto più essa tutela la famiglia, la vita, la trasmissione della fede – non è un ostacolo allo sviluppo, come talvolta si insinua nei corridoi di Bruxelles, ma un requisito elementare di giustizia».

Molto pertinente anche l’applicazione al caso UE-Africa del principio di sussidiarietà: «Applicato alle relazioni internazionali, questo principio ci dice che l'Unione Europea, per quanto animata da buone intenzioni, non ha il compito di riscrivere dall'esterno il diritto di famiglia, il diritto penale, i sistemi educativi degli Stati africani sovrani: ha piuttosto il compito di sostenerli, quando essi lo richiedano, nel raggiungimento dei propri fini legittimi».

Nel suo discorso il cardinale Sarah non parla solo ai parlamentari europei, ma intende parlare anche alla Chiesa stessa, e non si tratta – a nostro parere – di un aspetto marginale: «la crisi della Chiesa in Occidente e la crisi dell'Occidente stesso sono, in fondo, la stessa crisi. È perché la Chiesa in molte nazioni europee ha smarrito la propria identità, la propria voce profetica, che l'Occidente stesso ha smarrito il senso della propria civiltà … Siate disposti a ricevere dall'Africa ciò che essa può ancora offrire all'Occidente stanco: la testimonianza di una fede viva e di un senso della famiglia, che possono aiutare l'Europa stessa a ritrovare il proprio logos».






Francia, passa la legge su eutanasia e suicidio assistito



Con 291 voti favorevoli e 241 contrari, l’Assemblea Nazionale ha approvato la legge sul fine vita. Il testo sarà sottoposto all’esame del Consiglio costituzionale, ma il via libera di quest’ultimo appare scontato. Il monito dei vescovi ai politici cattolici.

Sì definitivo

Vita e bioetica


Luca Volontè,  16-07-2026

Dopo l’aborto in Costituzione nel marzo 2024, ovvero il “diritto” all’omicidio dei concepiti, ora la Francia ha esteso il “diritto” alla morte con l’eutanasia e il suicidio assistito. Lo ha fatto a seguito del voto di ieri, 15 luglio 2026, all’Assemblea Nazionale (291 favorevoli, 241 contrari), sostanzialmente nella stessa forma delle tremende previsioni già approvate il 25 febbraio e il 30 giugno 2026, nonostante le sonore bocciature da parte del Senato della Repubblica. Si tratta di una delle più gravi normative per l’eutanasia dell’Occidente, inclusi i nuovi divieti e i vincoli per l’obiezione di coscienza e gli obblighi per gli istituti sanitari di ispirazione religiosa. Morte ai nascituri, agli inadatti e ai “terminali”: questa la tragica sintesi del decennio di “progresso” guidato dal presidente francese Emmanuel Macron, in realtà un ulteriore passo verso la barbarie.

Macron aveva promesso una legge sul suicidio assistito durante la campagna elettorale per il suo secondo mandato all’Eliseo nel 2022. Questo cambiamento normativo, insieme a quello dell’aborto in Costituzione, è uno dei più distruttivi nella storia recente della Francia, che si aggiunge alla legalizzazione del “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, avvenuta nel 2012, sotto la presidenza del socialista François Hollande e con il medesimo sostegno dei frammassoni d’oltralpe.

L’Assemblea Nazionale, ovvero la camera bassa del parlamento francese, ha votato a favore della legge pro eutanasia nonostante le forti critiche degli oppositori, la contrarietà più volte espressa dalla maggioranza del Senato, gli appelli della società civile e della Chiesa cattolica. Tuttavia, il voto di ieri non segna la fine dell’iter di questa legge, poiché il primo ministro Sébastien Lecornu ha chiesto al Consiglio costituzionale, la massima autorità costituzionale francese, di esaminare la legge dopo la sua approvazione. L'ufficio di Lecornu ha dichiarato che il Consiglio costituzionale è stato convocato dopo che la mancanza di dibattito in Senato, soprattutto la sua ripetuta contrarietà, ha fatto sì che il testo non raggiungesse un livello tale da «soddisfare sia le aspirazioni dei suoi sostenitori sia le preoccupazioni di coloro che temono per la sua attuazione». In realtà, il primo ministro tenta di superare le polemiche sull’approvazione della norma, voluta di fatto solo dalla maggioranza dei deputati liberal-socialisti e dalle sinistre, con l’escamotage di una scontata approvazione dei giudici del Consiglio costituzionale, in gran parte nominati da Macron e dai ‘suoi’ presidenti dei due rami del parlamento.

Anche stavolta, nei giorni precedenti al voto, la Chiesa cattolica non ha fatto mancare i suoi richiami e le sue preoccupazioni, avvertendo i deputati cattolici che se avessero votato a favore della normativa non avrebbero potuto ricevere la Santa Comunione. Il vescovo di Bayonne, Lescar e Oloron, monsignor Marc Aillet, ha rivolto un serio avvertimento ai parlamentari cattolici che sostengono l'iniziativa. In un'intervista rilasciata a France Catholique, il vescovo ha affermato che un voto favorevole a una legge che autorizza la morte volontaria costituisce una grave contraddizione con la fede cattolica e comporta conseguenze spirituali. Infatti, un parlamentare che si dichiari cattolico e al tempo stesso appoggi una legge che consente l'uccisione di un malato «si pone oggettivamente in contrasto con un insegnamento costante della Chiesa». Richiami simili a privilegiare la cura e il rispetto per la dignità umana sono venuti anche dai vescovi di Saint Denis, mons. Étienne Guillet, e da quello di Montpellier, mons. Norbert Turini. Degno di nota il fatto occorso 10 giorni or sono, quando, durante la Messa domenicale del 5 luglio nella chiesa della Madeleine, il parroco di Châteaudun, padre François Yambressinga, ha condannato la proposta di legge sul suicidio alla presenza del deputato e sindaco di Châteaudun, Philippe Vigier, deputato del gruppo centrista dei Democratici (Groupe Les Démocrates), che è il relatore generale della legge stessa. Il deputato si è sentito «attaccato personalmente» e ha «chiarito apertamente» la questione con il sacerdote, che è sostenuto dal vescovo di Chartres, mons. Philippe Christory. «Non si ha cura della vita dando la morte», ha sottolineato padre Yambressinga prima di invitare i fedeli a «pregare per la vita» e a «pregare per i parlamentari affinché non approvino norme contro di essa».





Sangue di Cristo, sollievo degli afflitti





16 Luglio. Il Sangue che consola chi piange

Qui le Litanie del Preziosissimo Sangue.

Una delle lodi più belle al Sangue di Gesù è l’appellativo di sollievo degli afflitti.

L’afflizione appartiene alla vita di tutti. Può avere il volto della malattia, del lutto, della solitudine, della fatica familiare, della preoccupazione per una persona amata, della prova spirituale, della stanchezza che si accumula senza clamore. Non tutte le afflizioni si vedono. Alcune persone sorridono, lavorano, rispondono con gentilezza, e dentro portano pesi che nessuno conosce. Il cuore umano è spesso un piccolo santuario di dolori nascosti, e naturalmente il mondo preferisce accorgersene quando ormai è tardi, perché la delicatezza preventiva costa troppo.

Il Sangue di Cristo è sollievo degli afflitti perché Gesù non consola da lontano. Ha conosciuto la sofferenza dall’interno. Ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. Ha provato tristezza e angoscia nel Getsemani. Ha sperimentato il tradimento, l’abbandono, la violenza, la sete, la morte. Il suo Sangue versato non è un discorso sul dolore. È Dio che entra nel dolore dell’uomo e lo apre alla speranza.

La consolazione cristiana non consiste nel negare la sofferenza. Non dice frasi leggere davanti alle lacrime. Non offre risposte rapide, di quelle che sembrano pie e invece feriscono, perché trattano il dolore altrui come un problema da sistemare in fretta. La consolazione cristiana nasce dalla presenza. Cristo è con noi nella prova. Il suo Sangue ci ricorda che nessuna afflizione vissuta in Lui è abbandonata al nulla.

Questo non significa che la fede tolga sempre il peso. A volte il Signore consola dando forza per portarlo. A volte apre una via dove noi vedevamo solo chiusura. A volte manda una persona, una parola, una preghiera, un silenzio buono. A volte ci lascia restare sotto la croce, come Maria e Giovanni, e proprio lì ci insegna una comunione più profonda. Il sollievo di Cristo non è sempre immediato, e raramente segue i nostri programmi. Evidentemente il cielo non ha ancora adottato il nostro efficientissimo modello di gestione ansie.

Il Sangue di Cristo consola perché dà senso. Il dolore senza senso schiaccia. Il dolore unito a Cristo non diventa automaticamente facile, eppure non è più solo. Può diventare offerta, intercessione, purificazione, partecipazione al mistero della croce. Questa è una parola da usare con rispetto, soprattutto davanti alle sofferenze grandi. Non si può imporre a chi piange una teologia del dolore come si consegna un opuscolo. Si può però testimoniare che Cristo non lascia sprecata nessuna lacrima affidata a Lui.

Questa invocazione ci educa anche alla compassione. Chi contempla il Sangue di Cristo come sollievo degli afflitti non può restare indifferente davanti al dolore altrui. A volte il sollievo passa attraverso gesti semplici: ascoltare senza interrompere, visitare chi è solo, portare un aiuto concreto, pregare con discrezione, non giudicare chi soffre in modo diverso da come noi immaginiamo. La carità vera ha mani attente e parole misurate.

La pratica spirituale può essere un atto di consolazione. Pensiamo a una persona afflitta e raggiungiamola con un gesto reale. Una telefonata fatta con calma, un messaggio non banale, una visita, una preghiera promessa e poi davvero fatta, dettaglio rivoluzionario nell’epoca delle promesse pie evaporate. Se siamo noi gli afflitti, proviamo a metterci davanti al Crocifisso senza recitare una parte. Presentiamo al Signore il nostro peso così com’è. Il Sangue di Cristo non ha bisogno di anime truccate da forti.

Il Sangue del Signore non elimina magicamente tutte le notti dell’uomo. Le attraversa. Le illumina dall’interno. Le consegna al Padre. Per questo la Chiesa può pregare con fiducia: Sangue di Cristo, sollievo degli afflitti, salvaci. Salvaci dalla disperazione. Salvaci dalla durezza. Salvaci dall’isolamento. Salvaci dalla tentazione di credere che il nostro dolore sia inutile.

Chi si lascia consolare da Cristo diventa lentamente capace di consolare. Non con parole perfette, che spesso non esistono. Con una presenza umile, con una fede che resta accanto, con una carità che non scappa davanti alle lacrime. Il Sangue di Cristo ci renda così: uomini e donne che, avendo trovato sollievo nella croce, sanno portare un po’ di luce nelle afflizioni degli altri.

Alla scuola di santa Maria De Mattias

La Fondatrice contemplava la Croce bagnata dal Preziosissimo Sangue. In questa luce, l’afflizione non viene negata né idealizzata: viene portata sotto la Croce, perché il Sangue del Signore la trasformi in preghiera, offerta e consolazione. (cfr. S. Maria De Mattias, Lettera 297, 7 settembre 1846, a Maddalena Capone, Lettere, vol. II, p. 14.)

Preghiera

Signore Gesù, sollievo degli afflitti, entra nelle lacrime mie e in quelle di chi oggi soffre accanto a me. Rendimi capace di consolare senza parole vuote, di ascoltare senza fretta, di restare accanto senza giudicare. Il tuo Sangue attraversi ogni dolore e lo renda luogo di speranza, di offerta e di comunione con te.

Giaculatoria

Sanguis Christi, in fletu solácium, salva nos. 
Sangue di Cristo, sollievo degli afflitti, salvaci.




mercoledì 15 luglio 2026

La debole speranza di disarmare l’Intelligenza artificiale




mercoledì 15 luglio 2026

. La debole speranza di disarmare l’Intelligenza artificiale





Il nuovo documento di Leone XIV sull'Intelligenza artificiale suscita molti e variegati commenti. Di seguito riprendiamo quello di Marcello Veneziani.



Marcello Veneziani

Doverosa e prevedibile la prima enciclica di Papa Leone XIV, necessaria e vana. Ma sacrosanta. Propone di disarmare l’Intelligenza artificiale ma la Chiesa a sua volta è disarmata, non ha il potere di frenare e guidare la tecnica, esorta, predica e non può fare altro. Eppure se non lo fa la Chiesa, il Papa, quale altra autorità morale e spirituale è in grado di esprimere questa onesta preoccupazione, di salvaguardare l’uomo nel nome della sua ispirazione divina? Parla all’umanità intera e nel nome di quei due miliardi di uomini che in vario modo vivono nella cristianità. Non ce ne sono altre.

Ho letto l’intera enciclica, non mi sono accontentato dei sunti, dei passi e dei titoli e non l’ho fatto perché pignolo e precisino ma perché reputavo che il tema, la fonte, le questioni che solleva meritassero l’attenzione. Così è stato, anche nei passi in cui era facile precedere il testo. Ora vi propongo una sintesi commentata.

Per cominciare, l’opposizione da cui si parte

Magnifica Humanitas è tra Babele, con la sua torre della potenza e della superbia e la Città di Dio, l’agostinana civitas dei, l’ideale cristiano. Ogni epoca, dice il Papa, rischia il disumano; vero, ma questa è la prima epoca in cui abbiamo i mezzi, senza averne la coscienza, per sostituire l’umano, il divino e la natura, con la tecnica, l’androide e l’artificiale. Siamo vicini al punto di non ritorno, rischiamo di atrofizzare le nostre elementari facoltà umane per capirlo. Non più solo disumano ma siamo incamminati oltre l’umano.

Leone XIV richiama l’intera tradizione della Chiesa, a partire da Agostino e Tommaso. E nel nostro tempo parte dalla Rerum Novarum del suo predecessore Leone XIII, che affrontò le novità del suo tempo e fondò la dottrina sociale della Chiesa. Ma poi avvolge nel suo sguardo tutta la storia che ne è seguita, i suoi papi, le loro encicliche, il concilio. Leone XIV è il papa della continuità con Ratzinger, con Francesco e con la Chiesa intera.

Il criterio a cui si ispira è il “sano realismo”: partire dalla realtà, considerare i nostri limiti, le nostre fragilità. Lo scopo è il bene dell’umanità ispirato da Dio, e dunque “costruire un mondo in cui tutti possono fiorire”. Bellissima espressione, magnifica speranza, ma se siamo realisti assai ardua ad attuarsi. Il sottinteso è la destinazione universale dei beni, rispetto a cui sono subordinati tutti i beni individuali, inclusa la proprietà privata. Ciò vuol dire, spiega, che anche i brevetti, le piattaforme, la tecnologia e gli algoritmi non sono privilegio di pochi, ma devono essere per tutti. Ossia “sviluppo integrale” per tutto l’uomo e per ogni uomo. Anche qui, giusto ma difficile. Il tema che ne deriva è la giustizia sociale, la solidarietà e la sussidiarietà, insomma, il bene comune, nel pieno della tradizione cristiana. Ma Leone XIV non si rivolge solo ai cristiani ma a tutti i “compagni di cammino” cioè coloro che “cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza”.

L’Intelligenza Artificiale non sostituisce l’intelligenza umana, non può farlo, nota; anzi mi spingerei a dire che non dovremmo chiamarla intelligenza ma cervellone artificiale, perché come nota giustamente l’enciclica, imita solo alcune funzioni dell’intelligenza, non condivide gli affetti, le ispirazioni, la creatività, l’amore e la sensibilità dell’intelligenza umana. Corre troppo veloce e la usiamo senza conoscerla, dice il Papa, è un aiuto prezioso ma va guidata e vanno responsabilizzati tutti i passaggi; il Papa americano usa l’espressione “accountability” per dire che deve rendere conto dei suoi esiti e processi. Sarebbe pericoloso se pochi decidessero a quale etica o morale deve ubbidire l’IA, e aggiunge: “Serve una politica più presente”. Giusto, la politica è piccola, distratta, tardiva, presa dalla quotidianità e dalla propria autoaffermazione.

E qui il Papa usa l’espressione disarmare l’IA, cioè “rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”; sottrarla ai monopoli, agli usi bellici e distruttivi e alle oligarchie, farla diventare la casa comune. Bel progetto ma ogni sapere, e ogni scoperta, è sempre stata frutto dell’opera di pochi ed è sempre stata in fondo veicolata dai pochi; non esiste scienza o tecnologia democratica; l’effetto può riguardare tutti ma la nascita, lo sviluppo e la direzione è sempre ad opera di pochi. Il problema, insolvibile, è che i pochi siano vere aristocrazie e non prepotenti oligarchie, e che siano governate da pochi ma nell’interesse di molti, e non nell’interesse di pochi. Qui andrebbe esplicitata una critica all’intreccio tra capitalismo e tecnica, sotto l’egida di un liberismo pernicioso. 

Ma Prevost è di Chicago, non viene da Cracovia o dal Sud America… Bisogna combattere la deriva antiumana della tecnica, non assolutizzare l’intelligenza, ci sono affetti, volontà, legami, dedizioni e bisogna opporre alla potenza la cura; cioè curarsi degli altri e di sé. Pericoloso secondo il Papa è lo sfondo ideologico e oltreumano del transumano e del postumano, l’ibridazione dell’uomo con la macchina, in una specie di centauro tecno-umanoide. Ma in seguito riconosce che è umana l’aspirazione da cui nascono il transumano e il postumano, di una vita più piena, meno fragile, meno carica di sofferenze. L’umano, dice l’Enciclica, non è materiale da perfezionare; e il più che umano non è prerogativa solo della tecnica; anche la fede cristiana si sporge oltre l’umano, ispirata dallo Spirito Santo (che la Tecnica sostituisce con l’algoritmo). Il progetto dell’Enciclica è un nuovo umanesimo cristiano, grato alla scienza e alla tecnica ma teso a custodire la verità, il diritto al lavoro, la libertà, messi a repentaglio dalla tecnologia e dall’IA. Aggiungerei l’intelligenza critica. Il Papa propone “un’alleanza educativa” per l’era digitale, un’ecologia della comunicazione. La famiglia, dice, è un bene sociale fragile, da tutelare.

E ribadisce la sua critica alla finanza senza scrupoli, al culto del profitto e della performance a ogni costo. Dobbiamo difenderci dalla dipendenza e dalla mercificazione, dai rischi della manipolazione e del controllo, dalle nuove schiavitù e dai nuovi colonialismi indotti dalla potenza tecnica. Opporre alla cultura della potenza la civiltà dell’amore. Sacrosanto, ma l’amore è inerme rispetto alla potenza che usa la forza…

Leone XIV respinge il ricorso alla guerra e la sua “normalizzazione” dei nostri giorni e qui risuonano i suoi vani, reiterati appelli, profeta inascoltato come i suoi predecessori. Sostiene il multilateralismo e la via dei negoziati e critica il falso realismo che è paravento della forza, dice che dobbiamo disarmare anche le parole, cercare la pace nella giustizia, “assumere lo sguardo delle vittime”. Cita curiosamente Tolkien in tema di salvezza della terra, esorta a pregare, riconoscendo nel volto di Cristo, ”una magnifica umanità” e affidandosi infine a Maria e al Magnificat, impegnandoci ad essere “tessitori di speranza”.

Che dire? Una lezione di amore per l’umanità e per la dignità umana, di difesa della civiltà e della giustizia sociale, di vera ispirazione cristiana. Il suo appello alla speranza cade in una società che vive ormai da tempo una disperazione piena di comfort. La speranza è troppo rispetto alla realtà del mondo, ma è anche troppo poco per salvarlo. Forse dovremmo partire dalla disperazione, ovvero considerare la disperazione non come approdo ma come punto di partenza e poi metterci tutta la buona volontà. Dopo tanta sfiducia fino alle cose penultime, nutrire fiducia nelle cose ultime. Alla fine Qualcuno ci salverà.




La Verità – 29 maggio 2026





L'algoritmo mette a rischio il pluralismo informativo



L'impatto dell'IA nella circolazione delle notizie, al centro della relazione annuale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Uno scenario che rende ancora più urgente il binomio tra innovazione e giornalismo di qualità per non cedere a disinformazione e manipolazioni.


Evoluzione
Politica 

Agcom


Ruben Razzante, 15-07-2026

Ogni anno la Relazione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) offre una fotografia aggiornata dello stato delle comunicazioni nel nostro Paese. Quella presentata quest’anno, però, non racconta soltanto l’evoluzione di un settore, ma mette in luce una trasformazione ormai strutturale. A essere coinvolto in modo particolare è il mondo dell’editoria, attraversato da cambiamenti profondi nelle modalità con cui i cittadini si informano, negli equilibri economici, nella raccolta pubblicitaria e nelle abitudini dei lettori.

Dietro i dati emerge una questione ancora più ampia, ossia il futuro stesso dell’informazione e del giornalismo italiano. La crisi dell’editoria non può essere letta soltanto come una conseguenza inevitabile della rivoluzione digitale. Internet, smartphone, social network e motori di ricerca hanno modificato radicalmente il modo in cui le persone cercano e consumano le notizie, ma non hanno eliminato il bisogno di un’informazione autorevole. Al contrario, hanno reso ancora più importante la capacità del giornalismo di selezionare, verificare e interpretare i fatti.

Il problema non è la tecnologia in sé, ma riuscire a costruire delle regole capaci di accompagnare l’innovazione senza compromettere il valore di chi ogni giorno produce informazione di qualità. Il giornalismo non è soltanto un’attività economica, ma un presidio della vita democratica: quando l’editoria professionale si indebolisce, aumenta il rischio di disinformazione, semplificazioni e manipolazioni.

La Relazione annuale Agcom, presentata ieri, 14 luglio, alla Camera dei Deputati dal Presidente Giacomo Lasorella, evidenzia una profonda trasformazione del mercato, ossia che gli editori continuano a sostenere i costi della produzione giornalistica, mentre una parte crescente del valore generato dalla circolazione delle notizie viene intercettata dalle grandi piattaforme digitali. Una dinamica che riguarda non solo gli equilibri economici, ma anche il pluralismo dell’informazione. Ovviamente la qualità delle notizie ha un costo: raccontare territori, verificare fonti, seguire istituzioni e realizzare inchieste richiede tempo, competenze e investimenti. Se il sistema non riesce più a sostenere questo lavoro, il rischio non è soltanto avere meno giornali, ma un’informazione più povera e condizionata dalla velocità e dalle logiche degli algoritmi.

La rivoluzione tecnologica apre oggi una nuova fase con l’Intelligenza Artificiale. Gli strumenti di AI possono rendere più semplice e immediato l’accesso alla conoscenza, ma introducono interrogativi decisivi sul futuro del rapporto tra cittadini, fonti e produttori di contenuti. Uno dei temi centrali riguarda il diritto d’autore: i sistemi intelligenti utilizzano grandi quantità di dati per elaborare risposte e servizi innovativi, compresi contenuti editoriali prodotti da giornalisti ed editori. Per questo motivo diventa necessario garantire che l’innovazione avvenga nel rispetto dei diritti di chi crea informazione. La possibilità di utilizzare contenuti giornalistici non può prescindere dal riconoscimento del loro valore economico e professionale.

La tutela del copyright non riguarda soltanto la remunerazione degli editori, ma anche la trasparenza dell’intero ecosistema digitale. Se gli assistenti virtuali diventeranno sempre più spesso il principale punto di accesso alle notizie, sarà fondamentale assicurare il riconoscimento delle fonti, regole chiare sull’utilizzo dei contenuti e un equilibrio tra sviluppo tecnologico e sostenibilità dell’informazione.
L’Europa ha già avviato un percorso con il Digital Services Act, il Digital Markets Act e l’AI Act, ma il quadro normativo dovrà continuare ad aggiornarsi per evitare nuove concentrazioni di potere e garantire condizioni di concorrenza equilibrate.

La sfida non è contrapporre tecnologia ed editoria, ma creare un ecosistema in cui innovazione e giornalismo di qualità possano crescere insieme. La stessa Agcom richiama la necessità di strumenti capaci di riequilibrare il rapporto tra chi produce informazione e chi ne gestisce sempre più spesso la distribuzione. Questo equilibrio riguarda anche il modo in cui i contenuti vengono utilizzati dai sistemi di Intelligenza Artificiale: l’innovazione deve potersi sviluppare senza disperdere il valore del lavoro giornalistico.
Inoltre, la tutela dei cittadini passa anche da interventi concreti nel settore delle comunicazioni, come il contrasto al telemarketing aggressivo e alle frodi telefoniche. Il blocco delle chiamate estere che utilizzano illegalmente numerazioni italiane rappresenta un passo importante per rafforzare la fiducia degli utenti.

Editoria, telecomunicazioni e nuove tecnologie fanno parte dello stesso ecosistema. Quando diminuisce la qualità dell’informazione, aumenta la concentrazione del potere digitale o gli strumenti tecnologici vengono utilizzati per manipolare e ingannare gli utenti. Non è in gioco soltanto un settore economico, ma la capacità dei cittadini di partecipare consapevolmente alla vita democratica.
La crisi dell’editoria, quindi, riguarda l’intera società. Una democrazia ha bisogno di un’informazione indipendente, autorevole e sostenibile. Governare la trasformazione digitale senza perdere questi principi sarà una delle sfide decisive dei prossimi anni.