sabato 9 maggio 2026

Disabili, nelle parole di Giannini la logica delle leggi eugenetiche



Massimo Giannini fa un paragone definendo «inutile» la vita di una persona inchiodata sulla sedia a rotelle da molti anni. E viene giustamente criticato. Ma il suo giudizio eugenetico è lo stesso alla base delle leggi su aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia.


Il caso

Editoriali


Tommaso Scandroglio,  09-05-2026

«Se un essere umano […] passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla è inutile che è [sic] vissuto così tanto». A dirlo è il giornalista Massimo Giannini alla trasmissione di Martedì in onda su La7 martedì scorso. Giannini stava facendo un paragone: il governo della Meloni è longevo, ma, se non ha fatto nulla finora, questa longevità non serve a niente, al pari di una persona che è inchiodata su una carrozzina da molti anni, la cui vita risulterebbe dunque inutile.

Giuste critiche sono piovute da ogni dove. Il ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli, così commenta: «Vergogna. Persone che parlano in questo modo, per le quali è naturale e spontaneo dire che una persona con disabilità, o anziana, in carrozzina debba morire prima del tempo dimostrano tutto il loro disprezzo e la loro ignoranza. Calpestano la dignità delle persone, le mortificano». Le fa eco il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci: «Le parole pronunciate dal giornalista, che per attaccare il governo ha strumentalizzato e stigmatizzato indegnamente la condizione di disabilità e degli anziani non autosufficienti, manifestano un cinismo inaudito». Infine, ma il catalogo delle esternazioni potrebbe continuare a lungo, è intervenuta anche la Fish-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie: «Nel pieno del dibattito, la condizione di disabilità è stata utilizzata come metafora degradante e svilente della vita umana, alimentando una narrazione offensiva nei confronti di milioni di persone con disabilità. Un messaggio inaccettabile, che non solo ferisce profondamente le persone direttamente coinvolte e le loro famiglie, ma contribuisce ad alimentare stereotipi discriminatori e una cultura abilista che dovrebbe essere contrastata con fermezza». Com’era prevedibile, Giannini ha poi replicato alle critiche affermando che sono solo strumentali e infine si è scusato.

Un paio di riflessioni. A chi rispetta profondamente la dignità di ogni persona, disabili compresi, non verrebbe mai in mente di articolare un esempio come quello proposto da Giannini. Dovrebbe farsi violenza per riuscirci. Sarebbe impensabile. Questo prova che l’uscita infelice del giornalista mette ben in evidenza che l’anticultura dello scarto è diffusa, capillare e ha infettato le radici del nostro pensare e sentire. Basta poco per farla emergere, ad esempio un dibattito in TV. Il “Tu vali se produci, se sei efficiente e sano” è un orientamento morale sempre più comune. Giannini in questo senso ha dato espressione ad una sensibilità sociale nemmeno poi tanto occulta.

E qui veniamo alla seconda riflessione. Il giudizio eugenetico di Giannini è il medesimo che struttura intimamente le leggi italiane su aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia. L’“inutilità” di un embrione malformato o di un paziente malato terminale o di un paziente disabile legittima la morte per aborto o per eutanasia o per riduzione embrionaria durante la Fivet. Ma in questi casi non solo nessuno protesta, ma quasi tutti difendono queste leggi. Leggi il cui contenuto è ben più grave sotto il profilo morale di quello espresso da Giannini perché elevato a categoria giuridica, perché l’eliminazione dell’inutile – ipotesi nemmeno ventilata dal giornalista – assume le vesti addirittura di un diritto. Giustamente politici, giornalisti, operatori del sociale hanno stigmatizzato le parole di Giannini, ma allora perché non rivolgere le medesime critiche a leggi che hanno la stessa ratio dell’affermazione del giornalista? Perché due pesi e due misure?

La risposta è la seguente: per Giannini tutti i disabili sono inutili, per il popolino non tutti. Ma entrambi hanno fatto proprie le medesime categorie di giudizio. E quindi, se vogliamo, Giannini è purtroppo più coerente del popolino. Quest’ultimo non è ipocrita nei confronti del primo, bensì solo cieco. Spieghiamoci meglio. Nella coscienza collettiva non tutti gli esseri umani hanno la dignità di chiamarsi persone e questo avviene proprio per le idee espresse da Giannini. Si vede bene che è in atto una erosione del concetto di persona legata, appunto, ai criteri di salute, di efficienza e di qualità della vita. Questi criteri pian piano escludono sempre di più i fragili dal novero delle persone, e il cerchio entro cui si riconosce dignità all’essere umano nel tempo si sta stringendo. La persona non vale di per sé, ma per come è – malata o sana – e per quello che fa – capace o meno di comunicare, di aver coscienza di sé e del mondo, di essere autonoma, etc. Questo è quello che ha scandalizzato delle parole di Giannini, ma è questo che pensano tutti coloro che sono a favore di aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia.

Infatti, nel percepito collettivo il nascituro è persona solo se voluto dalla madre; il paziente terminale o il disabile è persona se lui stesso ritiene che la sua vita è ancora degna di essere vissuta. Di contro il disabile che vuole vivere è persona e invece Giannini gli ha tolto tale titolo. Questo è stato giudicato inaccettabile. Ma in realtà il giornalista ha solo preconizzato uno sviluppo coerente delle premesse già implicite nel senso comune: il criterio dell’utilità per uccidere una persona sarà applicato a prescindere dal consenso della persona stessa di voler essere uccisa. In realtà già accade con il figlio in grembo, dato che decide della sua vita la madre e non certo lui. Accade con l’eutanasia in alcune parti del mondo dove si uccidono disabili incapaci di intendere e volere.

In breve Giannini ha espresso un principio che è il DNA delle leggi su aborto ed eutanasia e che verrà in futuro applicato a tutti i disabili, ciò a dire che un domani sarà normale considerare inutile vegetare su una carrozzina o in un letto di ospedale, come oggi è accettato dai più uccidere un figlio disabile in grembo o il nonno malato di Alzheimer. Insomma, se critichi Giannini devi anche criticare le leggi mortifere del nostro Paese. Se non le critichi, per coerenza non puoi che essere d’accordo con lui.






Irlanda del Nord: pastore protestante in pensione condannato per aver predicato nei pressi di una clinica che pratica aborti





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by Aldo Maria Valli, 09 mag 2026




da lifesitenews

In Irlanda del Nord un pastore protestante in pensione, Clive Johnston, è stato condannato ai sensi dell’Abortion Services Act per il reato di aver predicato un versetto di Giovanni (3:16) ai margini di una zona cuscinetto di fronte all’ospedale Causeway di Coleraine, dove si praticano aborti. Johnston ha definito l’accaduto «un giorno buio per la libertà cristiana».

Ricordiamo il contenuto di Giovanni 3:16: «Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna». Nessun riferimento diretto all’aborto, eppure il 7 maggio un giudice distrettuale del tribunale di Coleraine ha dichiarato Johnston, ex presidente dell’Associazione delle Chiese Battiste in Irlanda, colpevole perché con il suo sermone avrebbe ostacolato, influenzato e causato molestie, allarme o disagio alle persone entro un raggio di 100-150 metri dalla clinica che pratica aborti.

Il Christian Institute, che sostiene il pastore, fa notare che Johnston «ora rischia di avere la fedina penale macchiata e una multa di 450 sterline» e probabilmente presenterà ricorso contro la condanna.

Johnston, un nonno di 78 anni, tenne il suo sermone all’aperto nel luglio del 2025. Nel messaggio, incentrato esclusivamente sul Vangelo, non fece alcun cenno all’aborto. Inoltre durante l’evento, alla presenza di una dozzina di persone, non c’erano cartelli pro-vita.

«Abbiamo celebrato una piccola funzione religiosa domenicale all’aperto vicino all’ospedale», ha dichiarato Johnston dopo la condanna. «Non abbiamo fatto alcun riferimento alla questione dell’aborto. Eppure la legge sulle zone cuscinetto è così ampia che celebrare una funzione religiosa domenicale è stato considerato un reato. E così a 78 anni mi ritrovo, per la prima volta, condannato per un crimine».

«Non stavo aggredendo nessuno» ha spiegato il pastore. «Lo dimostra il video della polizia e lo dicono tutti i presenti. Ora discuteremo con il nostro team legale su come procedere».

Nel Regno Unito si sono già verificati numerosi arresti per presunte violazioni delle zone cuscinetto, tra cui quello, nel settembre dell’anno scorso, di Rose Docherty, una nonna di 75 anni.

«Nonostante le rassicurazioni contrarie fornite durante la fase di esame di questa legge, ora constatiamo che una normativa già controversa e profondamente ingiusta è stata applicata in modo selettivo per criminalizzare la predicazione del Vangelo», ha dichiarato Ciarán Kelly, direttore del Christian Institute. «Si tratta di una censura strisciante. Se la sentenza a carico del pastore Johnston verrà confermata, rappresenterà una nuova e sconvolgente restrizione alla libertà di religione e di parola».







venerdì 8 maggio 2026

8 maggio: ricordiamoci di recitare alle 12 la Supplica alla Madonna di Pompei







Il Cammino dei Tre Sentieri, 7 Maggio 2025

Questa Supplica, approvata dalla Sacra Congregazione dei Riti, fu arricchita da Leone XIII con l’indulgenza di sette anni e sette quarantene, a chi, con il cuore almeno pentito e devoto, la recita l’8 maggio e la prima Domenica di ottobre (Rescritto dell’8 giugno 1887).

Indulgenza confermata in perpetuo da San Pio X e resa applicabile alle anime del Purgatorio (Rescritto del 28 novembre 1903).

Pio XI, con Breve Apostolico del 20 luglio 1925, ha confermato la detta indulgenza e ha concesso in più l’indulgenza plenaria a coloro che reciteranno la Supplica, confessati e comunicati.

Questa Supplica, col nome di Atto d’amore alla Vergine, venne composta nel 1883 dal Beato Bartolo Longo, che sollecitava i fedeli a recitare un Ave Maria alla fine delle preghiere da lui composte: si aggiunga una preghiera di suffragio per la sua anima benedetta.



I

O augusta Regina delle Vittorie, o Vergine Sovrana del Paradiso,
al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi,
o Regina gloriosa del Santissimo Rosario,
noi tutti, fortunati figli vostri,
che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi,
in questo giorno solennissimo della festa
dei novelli vostri trionfi sulla terra degl’idoli e dei demoni,
effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore,
e con la confidenza di figli Vi esponiamo le nostre miserie.

Deh! da questo trono di clemenza dove sedete Regina,
volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi,
su tutte le nostre famiglie, sull’Italia, sull’Europa, su tutta la Chiesa;
e Vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo
e dei travagli che ci amareggiano la vita.
Vedete, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo ci circondano:
quante calamità ed afflizioni ci costringono!
O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato
e vincete con la clemenza il cuore dei peccatori:
sono pur nostri fratelli e figli vostri,
che costarono sangue al dolce Gesù,
e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore.
Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.
Salve Regina…

II

È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli,
coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù,
e trafiggiamo nuovamente il vostro Cuore.
Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli.
Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota
raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino
e l’ultimo testamento del Redentore moribondo.
E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio,
Vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.
Voi, dunque, come nostra Madre,
siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza.
E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!

Pietà Vi prenda, o Madre buona,
pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie,
dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti,
e soprattutto dei nostri nemici,
e di tanti che si dicono Cristiani,
e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo.
Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate,
per tutta l’Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al Cuor vostro.
Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.
Salve Regina…

III

Che Vi costa, o Maria, l’esaudirci? Che Vi costa il salvarci?
Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori
delle Sue grazie e delle Sue misericordie?
Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo,
redimita di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli.
Il vostro dominio si estende per quanto sono estesi i Cieli,
e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette.
Il vostro dominio si estende fino all’inferno,
e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.

Voi siete l’onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci.
Che se dite di non volerci aiutare,
perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione,
diteci almeno a chi altri mai dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.
Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti.
Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia,
e la mistica corona che miriamo nella vostra mano,
c’ispirano fiducia che saremo esauditi.
E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi,
ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri,
e oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.

Salve Regina.

CHIEDIAMO LA BENEDIZIONE A MARIA

Un’ultima grazia noi ora Vi chiediamo, o Regina,
che non potete negarci in questo giorno solennissimo.
Concedete a tutti noi l’amore vostro costante,
e in modo speciale la vostra materna benedizione.
No, non ci leveremo dai vostri piedi,
non ci staccheremo dalle vostre ginocchia,
finché non ci avrete benedetti.

Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice.
Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario,
onde siete chiamata Regina delle vittorie,
deh! aggiungete ancor questo, o Madre:
concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società.
Benedite il nostro Vescovo,
i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del vostro Santuario.
Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei,
e quanti coltivano e promuovono la devozione al vostro Santo Rosario.

O Rosario benedetto di Maria;
Catena dolce che ci riannodi a Dio;
Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli;
Torre di salvezza negli assalti d’inferno;
Porto sicuro nel comune naufragio,
noi non Vi lasceremo mai più.
Voi ci sarete conforto nell’ora di agonia;
a Voi l’ultimo bacio della vita che si spegne.
E l’ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave,
o Regina del Rosario della Valle di Pompei,
o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori,
o sovrana Consolatrice dei mesti.
Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo.
Così sia.

Ave Maria








La conquista pacifica di Vienna



Un mix di liberalsocialismo e sussidi apre all'islam le porte della capitale austriaca, dove la memoria di Sobieski è censurata e gli insegnanti faticano a farsi capire da bambini che non parlano in tedesco. Il trend è in crescita, come mostrano i dati del quotidiano Die Presse.

L'avanzata

Mezza Vienna musulmana, il prezzo delle politiche migratorie

Editoriali 


Luca Volontè, 08-05-2026

Vienna conquistata dai musulmani, senza colpo ferire, con buona pace della memoria d’esser stata il cuore del cattolicesimo e d’aver difeso la cristianità europea proprio dai tentativi di conquista ottomani nel 1529 e nel 1683. Gli ultimi dati dell'autorità scolastica cittadina, pubblicati in questi giorni dal quotidiano Die Presse, mostrano l’avanzata dei musulmani che rappresentano ormai il 42% dei 114.000 alunni delle scuole statali di Vienna, mentre gli altri gruppi principali sono formati da bimbi “senza affiliazione religiosa” (23%), dai cattolici (17%) e dai cristiani ortodossi (14%).

Il trend è costante ed in crescita dello 0,8% all’anno da diversi anni, come mostrano i dati dell’aprile 2025, dove già si rilevava che il 41,2% dei bambini delle scuole primarie e secondarie della capitale austriaca era di religione musulmana, segnando una crescita rispetto al 2024, quando i bimbi musulmani erano il 39,4%. Crescono i bimbi musulmani della città e diminuiscono negli stessi anni, di mezzo punto percentuale ciascuno, i gruppi di bimbi che si identificano come cattolici o cristiani – e meno male che nell’ultimo decennio ci hanno raccontato delle crescenti conversioni e battesimi di musulmani in Austria!

Nelle scuole pubbliche, medie e politecniche, ovvero istituti tecnici e professionali, quasi la metà degli studenti (49%) professa la religione islamica. Nelle scuole primarie pubbliche per bambini dai sei ai dieci anni, i musulmani rappresentano il 39% di tutti gli alunni. Mentre in passato la maggior parte dei musulmani in Austria era di origine turca, la recente ondata migratoria ha portato a un cambiamento, con una maggiore presenza di musulmani di origine araba, un islam più omogeneo, più focalizzato sul Corano e, di conseguenza, più rigido e radicale. Questo avrà un impatto anche sul modo in cui l'islam viene praticato dagli studenti a Vienna, non a caso sui giornali e nelle trasmissioni televisive sono emersi anche recentemente, diversi casi di studenti non musulmani vittime di bullismo e insulti da parte di compagni islamisti, in alcuni casi le ragazze sono costrette ad indossare il niqab per sfuggire alle vessazioni.

Le politiche amministrative del Comune di Vienna attraggono gli immigrati dai Paesi musulmani con generose politiche di welfare sociale e familiare: nel solo 2025 la città di Vienna ha speso più di 1,2 miliardi di euro in sussidi sociali, la maggior parte dei quali (il 67%) è stata erogata a cittadini non austriaci. Nel maggio dello scorso anno, il caso di una famiglia siriana di 13 persone a Vienna che riceveva 9.000 euro al mese di sussidi (esentasse) suscitò un'ondata di indignazione, poiché una normale famiglia austriaca con genitori lavoratori e 11 figli non avrebbe mai potuto ricevere una somma paragonabile. Chi governa Vienna? Vienna è governata da una coalizione liberalsocialista, tra il Partito Socialdemocratico (SPÖ) e il partito liberale NEOS, guidata dal sindaco e governatore Michael Ludwig (SPÖ), in carica dal 2018.

La situazione è tale che ad inizio 2026, il quotidiano exxpress sottolineava l’incomprensione della lingua tedesca nelle scuole elementari della capitale, nonostante molti di questi alunni fossero nati in Austria e abbiano frequentato gli asili nel Paese per più di due anni, denunciando così l’esistenza di culture “straniere” in crescita all’interno del Paese, visto che l’apprendimento della lingua nazionale è sempre meno considerato una priorità e l’arabo sempre più tollerato. Il quotidiano ricorda anche le dichiarazioni di Harald Zierfuß, portavoce per l’istruzione del partito di centrodestra al governo nazionale ÖVP (Partito Popolare), che a sua volta rimarcava come in alcune aree urbane i risultati indicano che «in una classe media di 22 bambini, spesso solo cinque capiscono davvero l’insegnante». Il partito democristiano sta dunque chiedendo che vengano introdotte valutazioni obbligatorie delle competenze linguistiche per tutti i bambini a partire dai tre anni.

L’eurodeputata dell’FPÖ, partito di destra, Petra Steger evidenziava invece come i dati dimostrassero «il fallimento della politica migratoria». In questo contesto inquietante, ma conseguente a scelte politiche precise a favore della sostituzione etnico-culturale-religiosa del Paese, si inserisce la decisione del Comune di Vienna del gennaio scorso che, dopo anni di discussione, ha deciso di non erigere una statua che onorasse il re polacco Giovanni III Sobieski, perché non apparisse islamofobica. La liberalsocialista Vienna dunque non onora colui che il 12 settembre 1683 guidò la coalizione cristiana che sconfisse i turchi alle porte di Vienna, salvando così la cristianità. «Venimus, vidimus, Deus vicit», scriveva Sobieski in una lettera a papa Innocenzo XI, ma oggi gli unici veri vincitori, a causa del tradimento e della complicità dei politici liberal-socialisti al potere, sono i musulmani conquistatori.







Alle radici della crisi liturgica: la perdita del senso di Dio



La Lettera di Paix liturgique n.1368 del 7 Maggio 2026. Problemi già noti esaminati e ripresi da punti di vista diversi: utile per i nuovi approcci ma anche per possibili approfondimenti. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.


 8 maggio 2026


Il magistero della Chiesa [vedi], sotto la guida del Sommo Pontefice, offre ai vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i fedeli diversi testi pensati per aiutarli ad acquisire una migliore comprensione di Dio, della fede e delle varie questioni legate alla condizione umana. Ogni uomo è infatti chiamato, quaggiù, a fare il bene ed evitare il male per poter raggiungere il Paradiso al termine della propria vita.

Se i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno affrontato il tema dell’Eucaristia (Mysterium Fidei nel 1965 per il primo; Ecclesia de Eucharistia nel 2003, per il secondo), una sola lettera enciclica è stata invece dedicata specificamente alla santa liturgia. Si tratta della Mediator Dei, redatta da papa Pio XII nel 1947. Questo testo fondamentale rimane il documento più completo dedicato al culto divino nel suo insieme ed è naturale che vi si trovi una chiara definizione di cosa sia la liturgia in sé. Secondo la Santa Chiesa, «La sacra liturgia è quindi il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa; è anche il culto reso dalla comunità dei fedeli al suo Capo e, attraverso di lui, al Padre eterno: è, in una parola, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra».

Questa riflessione di papa Pio XII riveste un’importanza fondamentale per chiunque voglia comprendere il caos liturgico in cui versa oggi la Chiesa. È di fondamentale importanza anche per chi voglia riflettere su come risolverlo. La crisi liturgica si spiega infatti, da oltre sessant’anni, con una progressiva perdita del senso di Dio: la realtà cultuale non è più in sintonia con ciò che normalmente dovrebbe definirla. Rifiutando al culto la rotta che gli è stata fissata, i ministri del culto maltrattano le loro pecore. Senza una direzione precisa, noi, pellegrini dell’eternità, corriamo il rischio di perdere l’orientamento.

Intendiamoci bene, prendendoci il tempo di tornare sulla definizione di liturgia citata sopra. La liturgia, ci dice Pio XII, è un culto reso a Dio. Questo culto è reso degnamente a Dio perché è compiuto da Cristo, rivolto al Padre in suo nome. Questo culto è degno per una semplice ragione: la proporzionalità tra il sacrificatore (Cristo) e colui al quale è rivolto il sacrificio (Dio). La liturgia conserva tutta la sua convenienza, «vere dignum et justum est», in quanto è quindi offerta a Dio dallo stesso Cristo Sacerdote. E dalla comunità dei fedeli attraverso i loro sacerdoti, i quali rendono culto a Dio agendo «in persona Christi», secondo la formula consacrata.

In altre parole, la liturgia è innanzitutto un atto di religione, cioè un atto di pietà filiale, di riconoscimento e di ringraziamento per la bontà di Dio e il suo amore verso di noi. Non è un’autocelebrazione dell’uomo, né tantomeno una celebrazione rivolta innanzitutto agli uomini. È un culto reso a Dio. In questo senso, la liturgia non è principalmente un atto missionario, ma un’opera di giustizia: restituire a Dio ciò che gli è dovuto.

Guardiamoci quindi dall’analizzare principalmente la santa liturgia attraverso la lente del rendimento numerico o del risultato contabile. Con un simile approccio, non si dovrebbe forse credere che le messe dei giovani del Frat’ o le messe tradizionali dei pellegrinaggi a Chartres facciano parte dello stesso programma? Eppure, bisogna constatare che due spiriti liturgici chiaramente diversi animano questi raduni. L’ufficio divino recitato da due chierici nella loro piccola chiesa di campagna, «con dignità, attenzione e devozione / digne, attente et devote», come recita la preghiera prima dell’ufficio del breviario tradizionale, o ancora la liturgia celebrata nel segreto dei chiostri dai monaci al mattino presto, hanno lo stesso valore di una messa solenne celebrata, con il sole allo zenit, davanti a una grande folla, in occasione di un pellegrinaggio di Pentecoste. Ciascuna di queste liturgie, in quanto tradizionali e ispirate all’insegnamento dell’enciclica Mediator Dei, è animata dallo stesso spirito: il culto divino è rivolto a Dio e si realizza a beneficio della Chiesa universale. Del peso spirituale di questo culto divino sulla bilancia eterna potremo renderci conto solo una volta passati nell’aldilà.

Detto questo, «poiché il bene è di per sé diffusivo», come spiega san Tommaso d’Aquino, l’opera di giustizia compiuta dalla santa liturgia porta con sé la sua parte di benefici per le anime. La liturgia, purché sia celebrata degnamente e nel rispetto del culto che ha il compito di rendere a Dio, porta inevitabili frutti. Basterebbe citare i frutti missionari dell’incomparabile pastorale liturgica del santo curato d’Ars, sempre pronto ad abbellire la sua Chiesa e a mettere in atto quella convinzione intima che dovrebbe abitare ogni discepolo di Cristo (a cominciare dai suoi ministri!): «Nulla è troppo bello per Dio».

«Signore Dio, primo servito», ripeteva Santa Giovanna d’Arco! Il culto divino, quando mette Dio al primo posto (e non il microfono!), si realizza a beneficio della Chiesa universale. Vedremo quindi in una prossima lettera la realtà missionaria della Messa tradizionale. Una realtà secondaria, e non primaria, in una certa comprensione. Ma una realtà non secondaria, come si vede fin troppo spesso.








giovedì 7 maggio 2026

La verità è componibile nel Rapporto “dottrinale” del Sinodo



L'insegnamento della Chiesa messo a tacere per dar voce alle istanze dei militanti omosessualisti. E niente giudizi definitivi, raccomanda il gruppo di studio 9. È il metodo della nuova sinodalità, che innesca processi orientandoli verso le conclusioni dettate dall'agenda.

Nuovo paradigma

Ecclesia 


Stefano Fontana, 07-05-2026

Il 5 maggio scorso il segretario generale del Sinodo, cardinale Mario Grech, ha reso noti i Rapporti finali dei gruppi di studio 7, sulla selezione dei vescovi, e 9, sui Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Dai lavori di quest’ultimo gruppo (tralasciamo qui il gruppo 7 perché la sua Relazione non è stata resa nota per intero) ove sono state anche ascoltate alcune esperienze di persone omosessuali credenti, sono emerse posizioni nuove – un “nuovo paradigma” – rispetto al giudizio da dare alla relazione omosessuale: una revisione del suo essere un “peccato”, la condanna delle “terapie riparative” tese a recuperare l’eterosessualità attraverso la castità, la possibilità di aprire il matrimonio alle coppie omosex.

Il criterio principale che ha guidato i lavori del gruppo è che la verità dell’essere umano non è determinabile una volta per tutte, perché quando ci si rapporta con una persona occorre sempre tenere in conto anche di quanto lo Spirito sta già operando in essa. Da qui la necessità di non dare indicazioni dottrinali né mai giudizi definitivi, ma di intraprendere un percorso di discernimento della complessità. Ciò dovrebbero fare, secondo questo Rapporto, le Chiese locali.

Quanto emerge dal Rapporto del gruppo 9 conferma le previsioni della Bussola a proposito della legittimazione progressiva dell’omosessualità (si può vedere QUI, QUI, QUI e QUI) in stretto collegamento con il nuovo criterio cosiddetto pastorale del Sinodo fatto apposta per ottenere quei risultati.
È bene ricordare che la nuova sinodalità è intesa come un modo di fare, un metodo per camminare insieme, da cui dovrebbe emergere un modo di essere, piuttosto che il contrario. Il suo metodo consiste in un ritrovarsi assembleare, un discutere divisi in gruppi e poi tutti insieme, uno scambiarsi le proprie opinioni personali o di gruppo, un ascoltare esperienze, un portare istanze e proposte, un interpretare da più punti di vista le novità che la storia propone e poi votare un qualche rapporto finale. Tutto questo da parte di un gruppo di persone non gerarchizzate, poste sullo stesso piano come accade appunto in una assemblea sociologica, sommate insieme ed aventi tutte la stessa autorità per essere ascoltate, siano esse dei vescovi, dei religiosi consacrati o dei fedeli laici, tutti caratteri questi ultimi che in questo caso vengono come annullati.

L’intero processo assembleare è governato da una Segreteria scelta appositamente come funzionale al metodo e desiderosa che il processo conduca ad alcune conclusioni già previste. A questo scopo viene predisposta un’agenda volutamente orientata, si inseriscono tra i partecipanti persone e gruppi adatti a far emergere alcune prese di posizione nuove che poi verranno chiamate “svolte storiche”. In questo modo il metodo induce a cambiamenti significativi di dottrina, sia in campo ecclesiale che morale, che sono posti tramite l’autorità del metodo stesso, ossia dall’averli posti camminando insieme. Le conclusioni inserite dall’assemblea nella relazione finale sono verità vissute dall’assemblea stessa.

Le due filosofie che guidano dal di dentro il processo della nuova sinodalità sono l’esistenzialismo e lo storicismo. La prospettiva assume l’esistenza (l’esserci) e la storia (il tempo) come luoghi in cui si sperimenta l’azione dello Spirito tramite le “questioni emergenti”, anche nel contrasto dialettico tra le posizioni. Il percorso è inteso come esperienza, nel senso di una comunità che è dentro i processi che sta esaminando e che da essi è investita nel momento stesso in cui se li pone. Le questioni che l’assemblea sinodale deve esaminare non sono davanti ad essa e non vanno inquadrate con la luce precedente della tradizione e della dottrina, ma sono dentro di essa ed essa è dentro di esse. L’assemblea è immanente alla storia di cui si sta interrogando, non la guarda da davanti o dal di sopra come se avesse una sapienza da adoperare.

Se esaminiamo le conclusioni del Sinodo a proposito dell’omosessualità che abbiamo sinteticamente esposto all’inizio, troviamo ampia conferma di queste caratteristiche di un metodo che diventa sostanza, escludendo altra sostanza oltre se stesso. Il Sinodo, anziché parlare dell’omosessualità alla luce della dottrina della Chiesa, ha fatto parlare l’omosessualità tramite singoli e gruppi di cristiani militanti su questo fronte. L’omosessualità è stata così accreditata come un’esigenza della storia e una esperienza non estranea alla Chiesa. Questo era fin dall’inizio l’obiettivo dell’apparato che ha organizzato il Sinodo, ma doveva essere raggiunto tramite il metodo della nuova sinodalità, ossia dall’interno della prassi esistenziale dell’assemblea sinodale e lungo il tempo storico degli eventi sinodali. I “documenti” oggi si scrivono così, non come inizio di un percorso che si vuole indirizzare, ma come suo esito finale.

Durante l’attività dei sinodali, dall’esterno si sono verificati molti altri avvenimenti che avevano a che fare con questo argomento dell’omosessualità. Basti ricordare le varie iniziative di padre Martin a questo proposito o la partecipazione al giubileo di gruppi LGBT organizzati. Esistenziale e storico il Sinodo lo è anche per questo motivo: le sue discussioni entrano dentro una prassi più ampia che le condiziona secondo un progetto. La relazione finale del lavoro di gruppo, come quella comunicata dal segretario Grech, poteva anche non esprimere una maggioranza a favore delle novità rivoluzionarie. Bastava solo che comunque quelle istanze fossero entrate nella prassi ecclesiale, nel suo modo di fare, che a questo punto avrebbe coinciso con il suo modo di essere. La prospettiva, come torniamo a dire, è esistenziale, vitalistica e storica: il processo è già l’esito.

Una volta comunicato l’esito del voto, ecco il silenzio dei molti e la grancassa dei pochi. Ma i contrari sono veramente molti? E i pochi sono veramente pochi? Nella prospettiva del camminare insieme, i processi avviati non cessano uscendo dalle aule assembleari, ma continuano e vanno anche oltre qualche documento ufficiale del Magistero che volesse ad un certo punto cercare di chiarire le cose.







martedì 5 maggio 2026

Se cambi il modo in cui le persone pregano, cambierai ciò in cui credono. Il cambio dell'Offertorio nella Messa




Ne abbiamo già parlato più volte (esempio qui e link inseriti nel testo); ma giova riprendere gli argomenti per chi leggesse solo ora e per tener desta l'attenzione in un tempo di grande confusione. È la trascrizione di un filmato; per cui si nota il linguaggio colloquiale.

5 maggio 2026

Offertorio riscritto


E se vi dicessi che una delle parti più importanti della Messa è stata deliberatamente cambiata non a caso, non organicamente, ma perché la comprensione del peccato e del sacrificio sulla Croce da parte della Chiesa veniva nuovamente sottolineata in modo completamente diverso? Basta guardare attentamente le parole cambiate nell'Offertorio, dalla Messa latina Tradizionale al Novus Ordo.

Vi spiegherò le parole esatte così potrete capire perché questo è un problema. Una volta che vedrete non solo quali parole sono state cancellate e aggiunte, ma perché queste sacre parole sono state cambiate, vedrete l'Offertorio come non mai.

Per avere il quadro generale, dobbiamo tornare allo "spirito del Vaticano II. ” Negli anni precedenti il concilio, iniziò a prendere piede un nuovo movimento teologico che ha sottolineato l'amore sul peccato, la misericordia sul giudizio, la resurrezione sulla Croce. Nessuna di queste cose è sbagliata in sé. Ma si può vedere nel nostro mondo moderno che la nozione di peccato è stata messa da parte. Perché concentrarsi sulla Croce quando puoi concentrarti sulla Resurrezione? Ecco qual è la tendenza.

Il nuovo movimento teologico voleva de-enfatizzare l'espiazione e promuovere una nozione più esaustiva, o più ecumenica, che, secondo me, denigra Cristo appeso alla Croce. In pratica, ciò ha portato a passare dal sacrificio propiziatorio alla più ampia struttura del Mistero Pasquale [vedi].

Lasciate che vi spieghi questo. Sacrificio propiziatorio, questa è una parola dura per noi della Chiesa postconciliare. "Propizio" significa favorevole. Quindi un sacrificio propiziatorio è quello che Dio vede come favorevole o accettabile. Noi gli offriamo un sacrificio ed Egli lo accetta favorevolmente. L'enfasi è che il nostro peccato ci ha tolto il favore di Dio, e questo sacrificio propiziatorio ripristina il nostro rapporto con Lui.

Questa è una parola davvero importante. Perché? Perché la nuova Messa ha completamente eliminato la nozione di sacrificio propiziatorio, a cui torneremo momentaneamente.

Così, per sostituire le parole e le nozioni di sacrificio propiziatorio, che erano state fortemente sottolineate al Concilio di Trento e precedentemente, i nuovi teologi degli anni '60 sottolinearono un termine che tutti avete sentito: il Mistero pasquale, che è l'opera unitaria della Passione, morte e Resurrezione di Cristo.

Lasciate che ve lo dica chiaramente. L'enfasi è diventata: sottolineiamo la totalità dell'opera di Cristo, specialmente la Resurrezione, per non essere costretti a soffermarci sulla parte a cui resiste il mondo moderno. La Croce, la sofferenza, l'idea del sacrificio per il peccato. Dopotutto, secondo il loro modo di pensare, perché un Dio amorevole dovrebbe chiedere che suo figlio venga torturato come un animale? Questo Dio assomiglia troppo a un Dio del Vecchio Testamento assetato di sangue, e noi non vogliamo questo.

Ora ovviamente generalizzo il sentimento, ma credo che questo racchiuda l'essenza del loro pensiero. I teologi modernisti non possono davvero negare la Croce, quindi la seppelliscono in un concetto più ampio, più allegro, meno sanguinoso e più accogliente del Mistero pasquale.

Per essere chiari, il mistero pasquale è qualcosa di antico e qualcosa di bello, ma non dovrebbe sostituire il sacrificio propiziatorio.

Così ora arriviamo alla fine degli anni '60 quando questo "spirito del Vaticano II" voleva creare una nuova Messa. Invece di concentrarsi sul peccato, sul sacrificio e sull'espiazione, l'enfasi si è spostata verso il Mistero pasquale, verso la partecipazione, verso un'espressione più comune e accessibile. E c'era anche un altro obiettivo, l'ecumenismo.

I riformatori volevano una messa meno offensiva, meno estranea ai protestanti. Perché se c'è una cosa che i protestanti hanno respinto, è l'idea che la Messa sia un sacrificio propiziatorio.

Martin Lutero ha detto che doveva sparire. A proposito, cosa ha detto Martin Lutero sul sacrificio? È sorprendente. Ecco citazioni della sua Prigionia babilonese della Chiesa (1520):
"C'è una pietra d'inciampo nella Messa che va rimossa, e questa è molto più grande e pericolosa di tutte: è la credenza comune che la Messa sia un sacrificio che viene offerto a Dio. Anche le parole del Canone sembrano insinuare questo, quando parlano di questi doni, di questi doni, di questi sacrifici santi, e più avanti, di questa offerta. ”
La messa, per Martin Lutero, non è stata categoricamente un sacrificio. Infatti, dice, tenetevi forte:
"Il sacerdote offre la sua Messa come se fosse un sacrificio che è l'apice della perversità.”
Questa, amici miei, è quella che chiamate blasfemia. Perversità?

Così nella messa tedesca del 1526 Lutero eliminò le tradizionali preghiere dell'Offertorio. Ed è questo che voleva Martin Lutero.

Quindi cosa hanno fatto i riformatori? Non hanno negato definitivamente il sacrificio. Hanno fatto qualcosa di più sottile. Hanno rimosso il linguaggio che lo rendeva inconfondibile. L'hanno ammorbidito. L'hanno incorporato. Hanno spostato l'enfasi.

Nella Messa latina Tradizionale l'Offertorio prepara il sacrificio, ma nel Novus Ordo viene sostituito con altro. Una benedizione della tavola ebraica chiamata Berakhah. Questo è il tipo di preghiera che un padre ebreo direbbe davanti a pane e vino a un pasto:
"Benedetto sei tu, Signore, Re dell'universo... ”
È una benedizione sui doni, non un sacrificio, ed è questo il cambiamento chiave: dall'offrire un sacrificio alla presentazione dei doni.

Ora guardate le parole relative fianco a fianco.


Prima guardiamo la Messa Latina Tradizionale. Voglio che ascoltiate le parole sul peccato e sul sacrificio [qui per approfondire ancor più la formula]:
Súscipe, sancte Pater, onnipotens aeterne Deus, hanc immaculátam hostiam, quam ego indignus fámulus tuus óffero tibi, Deo meo vivo et vero, pro innumerabílibus peccátis, et offensiónibus, et negligentiis meis, et pro ómnibus circumstántibus, sed et pro ómnibus fidélibus Christiánis vivis atque defunctis: ut mihi, et illis proficiat ad salútem in vitam aeternam. Amen.
“Accetta, o Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, questa vittima immacolata che io tuo servo indegno offro a te o mio Dio vivo e vero per espiare i numerosi peccati, offese e negligenze mie e per tutti i presenti e allo stesso modo per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti affinché possa giovare a me e a loro come mezzo di salvezza per la vita eterna. Amen. ”
Quindi abbiamo una vittima immacolata, che offriamo a Te, per espiare numerosi peccati, offese e negligenze. Se questo sacrificio è accettabile, se è propiziatorio, allora ci gioverà come mezzo di salvezza. Abbastanza chiaro qual è l'enfasi.

Ora confrontate con il Novus Ordo. Assicuratevi di ascoltare la nozione di peccato e sacrificio:
"Benedetto sei tu, Signore Dio dell'universo perché attraverso la tua bontà abbiamo ricevuto il pane che ti offriamo: frutto della terra e opera del lavoro dell'uomo diventerà per noi pane della vita. ”
E dov'è il peccato? Dov'è il sacrificio? Infatti tutto quello che vediamo è una benedizione ebraica sul pane. L'accento è sul lavoro umano la nostra cooperazione con il dono di Dio nella creazione, ma non sul peccato e sull'espiazione.


Ora passiamo al vino.

Nella messa latina: [qui per approfondire ancor più la formula]
Offérimus tibi, Dómine, cálicem salutáris, tuam deprecantes clementiam: ut in conspectu divínae majestátis tuae, pro nostra et totíus mundi salúte, cum odóre suavitátis ascendat. Amen.

"Ti offriamo, o Signore, il calice della salvezza, supplicando la tua clemenza, affinché esso salga in profumo gradito [con odore di soavità] alla presenza della tua divina maestà, per la nostra salvezza e per quella del mondo intero. Amen."
Avete sentito: implorare la tua misericordia per la nostra salvezza. La Messa è parlata come un sacrificio propiziatorio.

Ora ascoltate cosa l'ha sostituito:
"Benedetto sei tu, Signore Dio dell'universo perché attraverso la tua bontà abbiamo ricevuto il vino che ti offriamo: frutto della vite e del lavoro dell'uomo diventerà per noi la nostra bevanda spirituale. ”
E non c'è misericordia perché il peccato e il sacrificio non sono il punto. Non c'è alcun riferimento a questo fatto per la nostra salvezza perché ancora una volta l'enfasi è ora il ringraziamento piuttosto che il sacrificio per il peccato.

Allora perché rimuovere quel linguaggio? Perché eliminare il peccato, l'espiazione, il sacrificio e la misericordia nel senso del perdono del peccato?

Perché i riformatori credevano che questa enfasi fosse troppo pesante, troppo negativa, troppo concentrata sul peccato, troppo concentrata sulla Croce. Volevano riequilibrare la Messa verso il pasto, la comunità, il dono e la Resurrezione.

I riformatori non hanno citato Lutero, ma hanno rimosso la lingua stessa a cui Lutero si opponeva.

Forse questo è il risultato dei nuovi teologi che hanno creato la Messa. O forse è per la presenza di partecipanti protestanti al Consilium che hanno ideato la Messa. Non so, forse entrambi.

In ogni caso, questa è la chiave: il problema non è solo ciò che manca, è che l'intera categoria è cambiata dall'offerta di sacrificio per il peccato alla presentazione di doni per un pasto.

Ora i difensori diranno che un sacrificio c'è ancora, e tecnicamente, dottrinalmente, è vero. Ma ecco il problema: se togli il linguaggio del sacrificio, se togli il linguaggio del peccato, se togli il linguaggio dell'espiazione, allora per la maggior parte delle persone, la realtà stessa inizia a svanire.

Nella Messa Tradizionale latina, quando l'Offertorio inizia con quelle belle parole latine, "Suscipe, Sancte Pater", il sacerdote inizia un sacrificio.

Nel Novus Ordo si preparano i doni.

E quel passaggio dal sacrificio al dono, dal peccato alla festa, dall'altare alla tavola non è stato casuale. È stato intenzionale.

E una volta che quel cambiamento avviene nelle parole, inevitabilmente accade nella mente dei fedeli perché lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera è la legge del credo.

Se cambi il modo in cui le persone pregano, cambierai ciò in cui credono.

Guardatevi intorno. Statisticamente parlando, la fedeltà cattolica è al minimo storico. Ma alla Messa Latina Tradizionale tutte queste sciocchezze scompaiono. Si può vivere la Messa nel modo in cui la Chiesa la intende da secoli.

La prossima volta che siete a Messa sia alla Messa tradizionale che alla nuova vi incoraggio a seguirci in qualsiasi libro a vostra disposizione e a prestare molta attenzione all'Offertorio.

Nella Messa Tradizionale vedrete la giusta venerazione per la Passione di Cristo sulla Croce. E se siete alla nuova Messa speriamo vedrete, forse per la prima volta, una cospicua assenza di peccato e sacrificio.

E forse concluderete: il Padre merita più della nostra gratitudine e del nostro dono di pane e vino. Merita il padrone di casa immacolato o si potrebbe dire la vittima Immacolata.

Il Padre merita l'offerta del suo amato Figlio e niente meno.






Guarda il video completo qui: https://youtu.be/6ho8JCl0VcQ?si=ulb0nzaO46Mh9uuq