martedì 28 aprile 2026

I bambini sono tutelati meno degli animali




GEOPOLITICA

Apr 28, 2026




UN’ALTRA DECISIONE FOLLE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA


di Attilio Negrini

La Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Ungheria in merito al provvedimento del 2021 che vieta di mostrare ai bambini contenuti che ritraggono l’omosessualità.

La legge sulla protezione dei minori, che ha tanto indignato le sinistre litigiose che riescono ad andare d’accordo solo quando qualcuno tocca il loro psico progetto distopico, non va bene.

Perché? È molto semplice: perché “ha l’effetto di vietare o limitare l’accesso a contenuti il cui elemento determinante è la rappresentazione o la promozione della divergenza rispetto all’identità personale corrispondente al sesso alla nascita, del cambiamento di sesso o dell’omosessualità”.

Una ventina di anni fa dicevamo “ormai siamo alle comiche”, oggi è molto più difficile definire questo chiaro deragliamento dell’Europa dai binari sognati e tracciati dai sempre tanto citati a vanvera padri fondatori.

Non c’è più niente da ridere. Se Alcide De Gasperi tornasse in vita e leggesse una idiozia del genere che cosa direbbe?

Ma c’è dell’altro. Innanzitutto la procedura di infrazione venne aperta il 15 luglio 2021, il che, al di là del merito della questione, la dice lunga sulla tempistica dell’U.E.

LUngheria si difese in nome della “tutela dello sviluppo sano dei minori”, cioè di una ovvietà solare.

Una volta lo capiva chiunque avesse a cuore il futuro del Paese, in buona sostanza tutti. Oggi no.

Secondo l’accusa invece vietare la rappresentazione della vita quotidiana delle persone cosiddette lgbtq ecc. significa equiparare l’omosessualità alla pornografia.

Se tutelare i minori non è più considerato un bene, anzi, lo è ma ribaltando il significato di bene e male, ciò per paradosso non accade con gli animali.

È ormai consuetudine, forse un obbligo, che nei titoli di coda dei film compaia la frase “durante le riprese del film non sono stati maltrattati gli animali”.

I bambini sono tutelati meno degli animali. Tornando all’Ungheria, questo è il vero motivo per cui Viktor Orban è stato attaccato irrazionalmente per anni dal mainstream, al punto tale che i suoi acerrimi nemici hanno esultato per la vittoria di Madjar, malgrado oggi nel Parlamento Ungherese esistano ben tre partiti di destra e la sinistra sia invece scomparsa. Il tutto si spiega con l’odio viscerale, direi satanico (di questo si tratta) della sinistra verso chiunque si batta per la famiglia e per i bambini, cioè per il genere umano. Come è possibile che molti non l’abbiano ancora compreso?






San Giorgio patrono delle vittorie cristiane








di Roberto de Mattei, 22 Aprile 2026


Nel suo libro Fisionomie di santi, lo scrittore francese Ernest Hello dedica un profilo a San Giorgio, definendolo «uno dei santi più illustri e dimenticati; illustri ieri, dimenticati oggi». Hello scriveva il suo libro nel 1879; oggi San Giorgio non è solo dimenticato, ma nella Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, la sua memoria è stata addirittura retrocessa a festa liturgica facoltativa, forse perché san Giorgio è il santo guerriero per eccellenza, antitetico al modello del cattolico pacifista oggi dominante.

San Giorgio nacque probabilmente in Cappadocia tra il 275 e il 285, e morì martire a Nicomedia intorno al 303. I suoi genitori erano cristiani: il padre Geronzio, di origine persiana, e la madre Policromia, cappadoce. Educato nella fede, crebbe nella disciplina e nel timore di Dio. A diciassette anni abbracciò la carriera militare sotto l’imperatore Diocleziano. Si distinse per coraggio e rettitudine, divenendo tribunus militum, cioè un ufficiale di alto grado dell’esercito romano.

Nel 303, l’anno in cui più infuriava la persecuzione di Diocleziano, Giorgio si presentò all’imperatore e ardì rimproverarlo, confessando di essere cristiano. Fu torturato in tutti i modi possibili, ma continuò a professare la sua fede. Lo fustigarono fino a mettere le ossa allo scoperto, lo gettarono in una fossa ardente, gli applicarono stivaletti roventi ai piedi, ma Giorgio continuava a soffrire senza arrendersi. Più volte dato per morto, Giorgio risorse miracolosamente, convertendo testimoni e soldati, tra cui il comandante Anatolio. Persino l’imperatrice Alessandra, colpita dalla sua fede, abbracciò il cristianesimo e subì il martirio. Alla fine l’ufficiale cristiano chiese di essere condotto davanti al tempio dove si adoravano gli dei. Diocleziano pensò di averlo finalmente piegato. Ma Giorgio, rivolgendosi all’idolo, dopo aver fatto il segno della croce gli chiese: «Vuoi che ti faccia sacrifici come a Dio?». Allora il demonio, forzato alla confessione rispose: «Non sono Dio. Non c’è altro Dio al di fuori di quello che tu predichi». Poi gli idoli del tempio caddero in polvere. A questo punto l’imperatore ordinò di decapitare il milite cristiano. In quel tempo ciò accadde a molti martiri: il Signore li fece sopravvivere ad inauditi tormenti, permettendo che morissero solo per mezzo della decapitazione.

San Giorgio è entrato nella storia, come “Megalomartire”, cioè grande testimone della fede, ed è venerato soprattutto in Oriente. Ma egli è celebre per un altro episodio, tramandatoci dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, che è una raccolta medioevale non di leggende, ma di testimonianze storiche. Nei dintorni della città di Silena, in Libia, un mostro terribile, che viveva in un lago, terrorizzava la popolazione, precipitandosi su animali o su uomini. Si cercò di placarlo dandogli ogni giorno due pecore, ma presto i greggi finirono e si consultò l’oracolo. Questi rispose che, per sfamarlo, bisognava servire al dragone, vittime umane da tirare a sorte. Questa storia non è inverosimile. Gli oracoli pagani, ispirati dal demonio, chiedevano spesso sacrifici umani per placare gli dei e solo il Cristianesimo interruppe questa pratica infernale. La sorte designò un giorno come vittima la figlia del Re. Il sovrano rifiutò di concedere la figlia, ma il popolo iniziò a rivoltarsi, circondando il palazzo e minacciando la famiglia reale. A questo punto il Re cedette e consegnò la figlia alla folla, per immolarla al drago. La giovane attendeva la sua sorte sulle rive del lago, quando le apparve un soldato cristiano, che la rassicurò, invitandola ad avere fiducia nel nome di Cristo. Quando il drago emerse, Giorgio, salito a cavallo, lo affrontò nel nome del Signore, e lo trafisse da parte a parte con la sua lancia. Poi condusse il mostro ferito fino alla città e promise di ucciderlo, a condizione della conversione del popolo. Il Re fu battezzato e ventimila uomini con lui, senza contare le donne e i bambini. Giorgio rifiutò ogni ricompensa e andò verso il suo destino, che sarebbe stato il martirio.

Il dato più antico e più solido della memoria cristiana di san Giorgio è la sua morte sotto Diocleziano. Eppure, l’immagine di san Giorgio che domina ovunque – dalle icone bizantine agli affreschi medievali, fino alla pittura rinascimentale – è quella del cavaliere che trafigge il drago. Questa scena, al di là della sua storicità, ha un valore simbolico. Il drago ci ricorda che esistono nemici, non solo dei singoli individui, ma delle collettività umane. Sotto le sembianze del drago potremmo raffigurare la Rivoluzione anticristiana che da secoli aggredisce la Civiltà cristiana. San Giorgio è il cristiano, o il gruppo di cristiani che, armati di fede, combattono e annientano il nemico.

Se la lotta di san Giorgio contro il drago può essere messa in dubbio dalla critica storica, non può esserlo un altro episodio, tramandato da testimoni. Il 15 luglio 1099, nel corso della Prima Crociata bandita dal Papa beato Urbano II, quando i crociati giunsero alle porte di Gerusalemme, san Giorgio apparve rivestito di una bianca armatura su cui risplendeva, rossa, la croce e fece segno ai combattenti di seguirlo senza timore fino alla vittoria. Lo stesso accadde nella battaglia di Antiochia. Da allora san Giorgio è il patrono non solo della lotta, ma del trionfo sul nemico, e come tale è stato invocato nei secoli.

Particolarmente forte fu la devozione nella Repubblica di Genova, il cui vessillo – croce rossa in campo bianco – divenne simbolo del santo. Il grido “Genova e San Giorgio!” accompagnava i combattenti in battaglia. Anche Venezia lo venerò, dopo san Marco, come suo speciale protettore. Ma nessuna provincia del mondo cattolico sorpassò l’Inghilterra nell’ossequio reso a questo santo, venerato fin dal IX e X secolo. Un concilio nazionale, tenuto ad Oxford nel 1222, ordinò che la festa del grande Martire fosse di precetto in tutta l’Inghilterra per onorarlo quale protettore del popolo inglese. In Italia, le città e i comuni di cui san Giorgio è patrono sono più di cento. Il suo cranio, portato a Roma dall’Oriente, nell’VIII secolo, è custodito a Roma nella chiesa di San Giorgio al Velabro.

La memoria liturgica di san Giorgio si celebra il 23 aprile, giorno della sua nascita al cielo. In Georgia, terra che porta il suo nome, il santo è venerato con particolare solennità anche il 23 novembre.

Oggi abbiamo bisogno della protezione di san Giorgio, e dobbiamo invocarlo perché infonda spirito combattivo e conduca alla vittoria tutti coloro che hanno la responsabilità, o la vocazione, di difendere il popolo cristiano dai suoi nemici.






Don Bux sulla “benedizione” della “vescovessa” anglicana in San Pietro




Riceviamo da don Nicola Bux, che ringraziamo, una breve nota sul pessimo episodio accaduto in basilica di S. Pietro della “benedizione” dell’arcivescovo di Canterbury Sarah Mullally, con presente mons. Flavio Pace, Segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani.QUI MiL sulla vicenda: “L’imbarazzante (e forse un po’ sacrilego) programma della sé dicente «arcivescova» di Canterbury in Vaticano“.
Luigi Casalini





Don Nicola Bux, 27-04-2026

C’è contraddizione fra tanti pastori anglicani diventati sacerdoti della Chiesa Cattolica e incardinati negli Ordinariati istituiti ad hoc da Benedetto XVI e il messaggio augurale del Papa portato dal card. Koch a Sara Mullaly che non solo non è vescovo perché donna, ma nemmeno primate di Canterbury, visto che due terzi della Comunione Anglicana non la riconosce tale.

E che dire del segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, mons. Flavio Pace, che si segna col segno di croce mentre la “vescovessa” anglicana imparte la benedizione nella Cappella Clementina presso la tomba di S. Pietro?

Koch e Pace non si sono accorti della falsità dei loro atti?

Ignoranza o malafede che siano, scandalizzano e confondono tanti cattolici e richiedono un chiarimento dal Vaticano.









lunedì 27 aprile 2026

Il tè al posto della Messa: se la diplomazia annega il Dogma


Intronizzazione dell’arcivescovo di Canterbury
 (PA Wire/PA Images) via Vatican News



Oggi, 27 aprile 2026, Sarah Mullally in Vaticano da papa Leone



di Fabio Vessillifero

L’accoglienza in Vaticano di Sarah Mullally – insediatasi ufficialmente come Arcivescovo di Canterbury lo scorso 25 marzo – può essere letta come un semplice gesto di cortesia, o si inserisce in una precisa strategia di pressione ideologica?

Lo storicismo progressista vorrebbe dipingere la sua ascesa come un destino ineluttabile per la Chiesa Cattolica, una sorta di “anticipazione necessaria” dei tempi moderni. Tuttavia, questa visione tradisce una matrice gnostica che disprezza la concretezza dell’Incarnazione: se il segno sacramentale — il corpo, la materia, il sesso del ministro — diventa manipolabile e fluido, la fede si dissolve in un’astrazione intellettuale. Elevare a interlocutore spirituale chi sostiene l’aborto o il matrimonio egualitario significa avallare un cristianesimo annacquato che ha barattato il dogma con il consenso.

Il mistero nuziale e il primato di Maria

La riserva del ministero ordinato agli uomini non nasce, come più volte è stato spiegato, da una forma di disprezzo verso la donna, ma dalla custodia di un mistero d’amore nuziale. In Maria, la Chiesa riconosce la creatura più perfetta, la “Tutta Santa”, pienamente divinizzata e superiore per dignità a qualsiasi apostolo o vescovo. Tuttavia, il sacerdozio ministeriale non è un premio alla perfezione morale, ma un segno sacramentale: il sacerdote è chiamato a rendere visibile Cristo come Sposo della Chiesa. Solo l’uomo può incarnare questo segno sacramentale di Colui che, come Sposo, ha offerto se stesso sulla Croce per la sua Sposa, la Chiesa. Alterare questo segno significa oscurare l’intero simbolismo dell’unione tra Dio e l’umanità, riducendo il sacramento a una mera funzione burocratica o sociale.

Il cavallo di Troia della religione civile britannica

La Chiesa anglicana non si presenta a Roma semplicemente come una libera comunità di credenti, ma anche come un’istituzione civile strutturalmente sottomessa alla Corona e, di riflesso, agli interessi delle dinastie finanziarie e dei circoli globalisti che influenzano, o potrebbero influenzare, la monarchia britannica.

In questo contesto, alcuni osservano che la figura di Sarah Mullally potrebbe fungere — sia pure inconsapevolmente — da “cavallo di Troia” per esportare un modello di Chiesa democratica e sinodale, in cui la verità non è più ricevuta da Dio, ma votata a maggioranza o decretata dai governi. Si rivelerebbe così il tentativo di trasformare il Corpo Mistico di Cristo in un’agenzia etica sussidiaria alla globalizzazione, eliminando ogni “scandalo” della fede per renderla compatibile con l’egemonia culturale dominante e con le logiche massoniche di unificazione universale senza Verità.

La roccia di Leone XIV contro la fluidità del mondo

Nonostante le ambiguità della diplomazia, la voce del magistero torna a rimettere ordine nel caos delle interpretazioni. Proprio il 25 marzo 2026, giorno dell’insediamento della Mullally a Canterbury, Papa Leone XIV ha scelto l’udienza generale del mercoledì per ribadire solennemente che il sacerdozio ministeriale è riservato esclusivamente agli uomini. Affermando che la Chiesa non è una costruzione umana ma un organismo soprannaturale, il Pontefice ha alzato un argine contro il funzionalismo ecclesiastico. La successione apostolica non è una delega di potere civile, ma una trasmissione di grazia che resta vincolata alla volontà di Cristo, rendendo ontologicamente impossibile ogni tentativo di “femminilizzazione” o “democratizzazione” del ministero ordinato.

L’esodo verso la Verità: Anglicanorum Coetibus e il trionfo della Tradizione

La prova definitiva che la fedeltà alla Tradizione Apostolica non è un ripiegamento nel passato, ma una forza viva e attrattiva, è rappresentata dallo storico e costante esodo di fedeli e clero anglicani verso la Chiesa Cattolica. Circa un terzo dei sacerdoti anglicani, feriti e disorientati dalle derive secolariste di Canterbury, ha scelto di tornare alla comunione con Roma grazie alla Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus di Benedetto XVI (2009). Questo documento, lungi dall’essere una concessione diplomatica, è stato il riconoscimento che la vera identità cristiana può rifiorire solo all’interno dell’alveo della successione apostolica e del magistero petrino. Mentre la sede di Canterbury si svuota nel tentativo di compiacere il mondo, la Chiesa Cattolica si arricchisce di coloro che cercano la solidità del dogma.

Il resto di Israele e la resistenza allo spirito del tempo

Come l’antico popolo di Israele ha dovuto combattere per non soccombere all’idolatria dei popoli confinanti, così la Chiesa odierna è chiamata a una prova di purificazione contro la mondanizzazione. La spaccatura interna alla Comunione Anglicana, con il Global South [1] che rifiuta l’apostasia di Canterbury, è il segno evidente che l’omologazione alle mode secolari non porta unità, ma frammentazione e svuotamento. La Chiesa Cattolica, abitata dallo Spirito Santo, possiede la promessa dell’indefettibilità: essa saprà resistere alle pressioni delle élite globaliste che vorrebbero ridurla a un simulacro dei loro valori. L’identità della Chiesa si tempra proprio nel momento in cui la pressione per l’idolatria è più forte, dimostrando che la vera unità non si costruisce sulla sabbia del relativismo morale, ma sulla roccia della Tradizione.

L’illusione del dialogo senza Verità e il primato della Grazia

L’intero edificio dell’ecumenismo contemporaneo rischia di crollare se si ignora il monito della Unitatis Redintegratio, che esorta a un’azione ecumenica «pienamente e sinceramente cattolica, cioè fedele alla verità che abbiamo ricevuto dagli apostoli e dai Padri». Il Concilio è netto nel rifiutare quel “falso irenismo” che altera la purezza della dottrina, ricordando che l’unità non è un progetto di ingegneria umana, ma un mistero che ha il suo supremo modello nell’unità della Trinità. L’accoglienza diplomatica non deve oscurare la consapevolezza che il proposito di riconciliare tutti i cristiani «supera le forze e le doti umane». Per questo la Chiesa non confida nelle strategie umane, ma «ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo», affinché il cammino verso l’unione non sia un tradimento della fede, ma un dono che scende dall’Alto.

(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)






Il vero problema dell’insegnamento della Religione Cattolica






Di Stefano Fontana, 27 apr 2026

Sabato scorso 25 aprile Papa Leone ha parlato agli insegnanti di Religione Cattolica in occasione del Meeeting a loro dedicato organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si tratta di un bel discorso ricco di osservazioni educative e spirituali. Chi vi ha partecipato e gli insegnanti che lo leggeranno ne troveranno nutrimento. Tuttavia, se si vuole andare alle fonti delle problematiche e delle necessità dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nelle scuole statali occorre considerare il quadro strutturale, che viene prima (e condiziona) le singole esperienze portate avanti dagli insegnanti di questa materia. Bene, quindi, dare loro sostegno e conforto, ma senza dimenticare il contesto in cui questo insegnamento avviene.

L’attenzione a questo insegnamento non dovrebbe nascondere la realtà per cui sembra che la Chiesa cattolica abbia ormai abbandonato l’impegno ad educare, rendendosi ormai convinta che il compito educativo nella scuola spetti definitivamente allo Stato. Tutt’al più essa può collaborare con il proprio IRC, ma dentro il progetto dello Stato e non più in proprio. Le scuole cattoliche paritarie, di solito gestite da ordini religiosi, chiudono alla grande, ma non c’è un progetto per mantenerle in vita, mentre di fatto la Chiesa non vuole che nascano scuole cattoliche parentali. Non entro qui nel tema se l’insegnamento nelle paritarie cattoliche sia veramente cattolico o meno, mi fermo all’aspetto strutturale del tema. Trovare una scuola cattolica è sempre più difficile.

L’enfasi posta sull’IRC dai Vescovi e, in questo discorso, anche dal Papa, significa l’accettazione dello status quo e la sua condivisione non come stato di necessità ma come cosa giusta e conveniente. Se ci si prendesse cura dell’IRC, come si fa con questo discorso del Pontefice, ma considerandola una situazione necessaria in questo momento ma non ottimale, una realtà da mantenere e sviluppare ma anche da sostituire nel lungo tempo perché troppo carente di identità e troppo condizionata dall’apparato statale, allora la cosa non preoccuperebbe. A preoccupare è invece pensare che vada bene così e che sia giusto che la Chiesa non abbia più le proprie scuole, ma partecipi – in un clima di laicità e di pluralismo – all’educazione dentro le strutture e le direttive statali. Questa visione delle cose comporta di ritenere che le forme di presenza della Chiesa nell’educazione e nell’istruzione nel passato vengano intese come una supplenza data la impreparazione dello Stato a svolgere quel compito, ma giustamente destinate a finire man mano che lo Stato laico e pluralista si fosse adeguatamente strutturato. Oppure si pensa che le scuole cattoliche del passato erano tipiche di una società sacrale e che con la fine della Cristianità fosse giusto che esaurissero la loro esperienza.

L’IRC viene svolto in molti modi diversi dai vari insegnanti. La casistica è molto diversificata e l’ora di lezione viene svolta in modo assai variegato, quando non addirittura opposto. In molti cari gli esiti sono positivi, in altri negativi. Non è di questo, però, che qui intendo parlare. Dal punto di vista strutturale è evidente che l‘IRC avviene all’interno del sistema di istruzione statale dal quale è fortemente condizionato nei suoi contenuti e nei suoi metodi. Se ad un Preside un certo insegnante di RC non va a genio, può chiederne la sostituzione. Gli insegnanti sono spinti a defilarsi, a non prendere posizioni antagoniste rispetto ai contenuti condivisi dai colleghi in altre materie o dalla scuola. Il carattere “cattolico” dell’insegnamento si riduce a vantaggio di altri aspetti meno compromettenti, come per esempio le tematiche eticheggianti o gli argomenti di moda come gli obiettivi ONU o l’ecologismo. Se l’insegnante di IRC partecipa a qualche progetto comune con le altre discipline sarà spinto a smussare alcune visioni cattoliche dei problemi per non entrare in conflitto su argomenti scottanti sui quali nella scuola italiana non è ammesso pluralismo. 

L’insegnamento della RC parla di Dio, ma di Dio non si parla in nessuna altra materia, anzi spesso si insegnano idee che non permettono di pensarlo. Quell’ora di lezione è decontestualizzata dal punto di vista delle discipline, indipendentemente dal fatto che il docente sia simpatico e leghi con i colleghi. L’alunno sente solo lì delle cose mentre nelle altre ore di lezione sente o l’incongruo o l’opposto. L’insegnamento della RC avrebbe bisogno di un contesto disciplinare consono, di un coerente “universo del sapere”, invece è da sola perché il quadro epistemico delle altre discipline è diverso o opposto. L’insegnante di RC è quindi o ignorato e combattuto. Quello che lui insegna alla prima ora del lunedì, viene negato oppure semplicemente trascurato come se non esistesse nella seconda ora. Ciò non capita, ovviamente, quando l’insegnante di RC la pensa come la maggioranza dominante nella scuola italiana, con tutti i suoi dogmi.

Bene, quindi, che la Chiesa si dimostri vicina agli insegnanti di RC, male che essa ritenga che questa situazione sia fruttuosa, ottimale, conveniente, consona con le esigenze della religione cattolica, e addirittura da essa stessa richiesta.



(Immagine: Canva)



Sull'uso della lingua latina e sui suoi significati




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da OnePeterFive. Riflessione interessante che non dice cose per noi nuove; ma giova riprenderle per chi ci legge solo ora. Noto che è fondata sulla Veterum Sapientia, tuttavia ben presto superata dal fatidico concilio (vedi nota aggiunta). Chi è interessato potrà trovare molti approfondimenti in questo indice degli articoli sul latino. 


Pubblicato il 27 aprile 2026



L'emarginazione del latino nel mondo cattolico non è un fenomeno recente. Nonostante la costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II affermasse che «l'uso della lingua latina deve essere conservato nei riti latini» (art. 36, §1), di fatto il latino è stato eliminato. Ciò è avvenuto principalmente con l'abbandono del latino come lingua di studio nelle università cattoliche, dove un tempo corsi, master e dottorati si tenevano nella lingua di San Girolamo. Sottolineo che per uso della lingua latina non intendo solo la lettura durante le celebrazioni religiose, ma il suo pieno utilizzo e un buon livello di competenza: lettura, conversazione e scrittura. Un tale livello di conoscenza della lingua latina è oggi un'eccezione tra il clero cattolico, non – come un tempo – la regola.

Prima che questo triste abbandono si diffondesse a livello generale, uno degli eventi più significativi fu il tentativo di Papa Giovanni XXIII di impedirlo, attraverso la pubblicazione di un documento di altissima autorità pontificia: la Costituzione Apostolica Veterum Sapientia: sulla promozione dello studio del latino. Pubblicata il 22 febbraio 1962, si potrebbe dire che questo testo pontificio rappresenti il ​​canto del cigno di quell'atteggiamento che ha sostenuto la straordinaria continuità della lingua latina all'interno della Chiesa cattolica romana e del mondo occidentale. Senza alcuna esitazione, il documento non solo difendeva la necessità del latino, ma individuava anche alcuni degli errori che avevano portato al suo abbandono. In questo articolo presenterò le argomentazioni di Papa Giovanni XXIII in difesa del latino, aggiungendo alcuni miei commenti.

La Veterum Sapientia menziona fin dall'inizio l'assioma che sottende la conservazione del greco e del latino come tesori inestimabili della Chiesa. Questo assioma si riferisce non solo alle lingue stesse, ma anche al corpus di letteratura che ha costituito il contesto socio-culturale in cui il Vangelo è stato annunciato. La conservazione e la cristianizzazione di tutto ciò che era prezioso nelle culture passate è un impegno assunto dalla Chiesa fin dalle sue origini.

L'avvento del cristianesimo non ha comportato la cancellazione delle conquiste passate dell'uomo. Nulla è andato perduto che fosse in alcun modo vero, giusto, nobile e bello. [1]

Questo spiega perché gli autori cristiani più importanti siano stati – e rimangano per sempre – i Padri della Chiesa greca e latina. Sono loro che hanno "filtrato" e preservato tutto ciò che di valido c'era nelle culture del passato. Senza di loro, i Dottori del Medioevo non sarebbero esistiti. Allo stesso tempo, non è stata perpetuata solo la cultura secolare e i suoi valori, ma soprattutto il tesoro liturgico creato in queste due lingue.

Sebbene il documento parli fin dall'inizio sia del greco che del latino, Giovanni XXIII prosegue sottolineando lo status unico di quest'ultimo. Al latino fu concesso “un posto primario”, derivante dal fatto che la lingua degli antichi abitanti del Lazio divenne la lingua dell'Impero Romano, quell'entità politica, sociale e culturale che rese possibile la diffusione del Vangelo. Ciò che è notevole è che Giovanni XXIII sottolinea come questo primato del latino non sia un mero caso storico, ma un fatto provvidenziale che dovrebbe essere sempre oggetto della nostra riflessione:
Poiché, per speciale Provvidenza di Dio, questa lingua unì così tante nazioni sotto l'autorità dell'Impero Romano — e per così tanti secoli — divenne anche la lingua legittima della Sede Apostolica. Conservata per i posteri, si dimostrò un vincolo di unità per i popoli cristiani d'Europa.
La conclusione del brano sopra riportato offre implicitamente una prospettiva critica sulle ragioni più profonde che portarono all'abbandono del latino. Tale abbandono è infatti la diretta conseguenza della dissoluzione dell'unità spirituale – iniziata con la Riforma protestante – dei popoli cristiani d'Europa. Rimasto inalterato sotto i regni e gli imperi occidentali, il latino fu distrutto con l'avvento di uno dei mostri più terribili del mondo moderno: il nazionalismo. Il latino, non appartenendo a nessuna nazione, esigeva umiltà da chiunque lo apprendesse. Al contrario, l'accettazione delle lingue nazionali significava accettare la frammentazione e la confusione derivante dall'orgoglio nazionale. Il latino, tuttavia, era – per così dire – una “lingua altruistica”:
Non favorisce alcuna nazione, ma si presenta con uguale imparzialità a tutte ed è ugualmente accettabile per tutte.
Inoltre, possiede qualità notevoli: concisione, armonia stilistica, maestosità, dignità e chiarezza. Per questo Dio stesso, nella sua provvidenza, ha ispirato una passione per il latino in tutta la sua Chiesa. Come ha sottolineato anche Papa Pio XI, esso è stato utilizzato per trasmettere in modo perfetto e coerente il sacro tesoro della fede, fungendo da "splendido abito della sua dottrina celeste e delle sue sacre leggi". Anche Giovanni XXIII sottolinea che le ragioni principali per la conservazione del latino non sono primariemente culturali, ma religiose. Egli ne elenca quindi le qualità più importanti, che ora presenterò.

L'universalità del latino

La Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo è al contempo universale e locale. Di struttura gerarchica e monarchica, è organizzata attorno e sotto l'autorità del Santo Padre e della Chiesa Romana, alla quale sono ordinate tutte le Chiese locali, specialmente quelle di rito romano.

Il latino si rivela dunque lo strumento perfetto e provvidenziale al servizio di questa struttura gerarchica e monarchica. Giovanni XXIII, invocandone il prestigio eccezionale, afferma che il latino, in quanto lingua universale, «è una voce materna gradita a innumerevoli nazioni».

Ancora una volta, dobbiamo sottolineare l'impatto dei nazionalismi moderni. Animati dall'"orgoglio nazionale", gli stati che rovesciarono le monarchie cattoliche tradizionali aprirono il vaso di Pandora. I conflitti più sanguinosi, comprese entrambe le guerre mondiali, furono generati da varie forme di nazionalismo. Privati ​​dell'unità un tempo favorita dalla lingua latina, i popoli europei divennero nuovamente prigionieri non solo della confusione linguistica, ma anche di rivendicazioni nazionaliste che alimentarono un odio distruttivo. Tutti conosciamo le conseguenze.

Rendendosi conto del pericolo, alcune delle menti più brillanti dell'epoca moderna tentarono, con nostalgia, di promuovere il ripristino dell'unità politica, sociale e culturale attorno al Santo Padre e alla Chiesa cattolica. Tra questi vi erano il poeta e scrittore tedesco Novalis [2] e l'eminente filosofo russo Vladimir Solovyov. [3] Sfortunatamente, prevalse il “sentimento anti-romano” e il nazionalismo – oggi gradualmente sostituito dal globalismo – completò la sua missione distruttiva.

L'immutabilità del latino

A differenza delle lingue vernacolari, usate quotidianamente come strumenti di comunicazione, il latino è – per così dire – sovrastorico. Non è soggetto alle rapide trasformazioni subite dalle lingue “vive”. Pur non essendo una lingua “morta” in senso stretto, il latino è stabile, governato da regole e principi conservati con notevole continuità. Conosce solo un'evoluzione lessicale minima rispetto alle lingue parlate. Questo è un altro aspetto evidenziato da Giovanni XXIII:
È un concetto fisso e immutabile. Da tempo non risente più di quelle alterazioni di significato che sono la normale conseguenza dell'uso quotidiano e popolare.
Questa stabilità deriva anche dall'immutabilità del cuore liturgico latino, conservato senza alterazioni nella liturgia apostolico-gregoriana-tridentina fin dai tempi dei santi Pietro e Paolo.

Non vernacolare

Il latino non è una lingua “popolare”. Non è parlato ovunque, da tutti, in ogni momento. A prima vista, potrebbe non essere facile percepire i benefici spirituali e morali di questo fatto. Un solo esempio eloquente: il latino non contiene il registro volgare delle lingue parlate. Sebbene gli antichi Romani possedessero certamente espressioni licenziose, il latino adottato dalla Chiesa non le ha conservate. Così Giovanni XXIII afferma che la Chiesa di Cristo necessitava di una lingua “nobile, maestosa e non volgare”. Ancora una volta, Veterum Sapientia sottolinea l’intervento divino nella scelta della lingua della Chiesa. La conclusione di questa sezione contiene l’argomentazione più preziosa fondata sulla Tradizione:
È inoltre un legame efficacissimo, che unisce la Chiesa di oggi a quella del passato e del futuro in una meravigliosa continuità.
Sì, il latino è il veicolo della Sacra Tradizione. Per millenni, la scienza sacra, la teologia e il deposito stesso della fede (thesaurum fidei) sono stati conservati e trasmessi in latino. Ciò ha garantito una straordinaria unità e continuità. Qualsiasi sforzo in questa direzione è pertanto nobile e degno di considerazione.

Nella sua costituzione, Giovanni XXIII ha delineato tutte le misure istituzionali necessarie. Ha persino fatto riferimento al ripristino del curriculum tradizionale e degli antichi metodi pedagogici, volti a insegnare il latino come lingua viva e parlata, non come lingua "morta". Per la Chiesa di Cristo, il latino non è mai stato e non sarà mai morto.

Né il Santo Padre ha omesso di menzionare i frutti spirituali derivanti dall'ascesi studio del latino:
Non vi è dubbio sul valore formativo ed educativo sia della lingua dei Romani sia della grande letteratura in generale. Essa rappresenta un allenamento estremamente efficace per le menti ancora malleabili dei giovani. Esercita, matura e perfeziona le principali facoltà della mente e dello spirito. Affina l'ingegno e dona acutezza di giudizio. Aiuta la giovane mente a comprendere le cose con precisione e a sviluppare un autentico senso dei valori. È inoltre un mezzo per insegnare il pensiero e il linguaggio altamente intelligenti.
Quando si leggono parole del genere, l'azione è l'unica risposta possibile. Cosa ci frena?

Infine, come ho accennato all'inizio, aggiungerò un ultimo attributo simbolico. Forse implicitamente menzionato dal Santo Padre quando parlò dell'unità e dell'universalità della lingua latina. In questo senso, il latino può essere considerato un vero e proprio veicolo linguistico che simboleggia l'unificazione operata dallo Spirito Santo a Pentecoste. Come in quel giorno tutti compresero gli Apostoli pur appartenendo a una diversa comunità linguistica, così il latino ha permesso la comprensione tra i popoli cristianizzati per millenni. E questo, non dimentichiamolo, è stato reso possibile dalla Sapienza divina alla quale noi, come i nostri antenati, dobbiamo rimanere fedeli.




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[1] Cito la versione inglese del documento valida qui: https://www.papalencyclicals.net/john23/j23veterum.htm [Accesso: 27 novembre 2025].
[2] Vedi il mio articolo “La visione cattolica di Novalis”: https://onepeterfive.com/the-catholic-vision-of-novalis/ [Consultato il 27 novembre 2025].
[3] Vedi il mio articolo “Il più grande apologeta orientale dell’autorità pontificia: Vladimir Solovyov:” https://onepeterfive.com/the-greatest-eastern-apologist-for-pontifical-authority-vladimir-solovyov/ [Consultato il 27 novembre 2025].

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Nota di Chiesa e post-concilio

Si dà il caso che: Dies nigro notanda lapillo, il 7 marzo 1965 Paolo VI celebrava la prima messa in italiano, su un tavolino ed in faccia al popolo (anche se quella definitiva vedrà la luce nel 1969 qui). All'Angelus dichiarò con estrema lucidità e senza mezzi termini: "La Chiesa ha ritenuto doveroso questo provvedimento - il Concilio lo ha suggerito e deliberato - e questo per rendere intelligibile e far capire la sua preghiera. Il bene del popolo esige questa premura, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. È un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l'unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti".






sabato 25 aprile 2026

Regno Unito, affonda la legge sul suicidio assistito: la davano per certa



Non c’è più tempo per approvare il suicidio assistito nel Regno Unito, il disegno di legge naufraga. Intanto in Slovenia la Corte Suprema ne conferma la bocciatura.


Ultimissime
25 Apr 2026


La Redazione di UCCR

Si è arenato definitivamente!

Parliamo del disegno di legge sul suicidio assistito nel Regno Unito che non diventerà legge. Almeno per ora.

Per molti osservatori veniva descritta come una riforma ormai “inevitabile” e invece, nel corso del tempo, numerosi parlamentari hanno cambiato idea rispetto al “Terminally Ill Adults (End of Life) Bill”, arrivando ad opporvisi.

Nel frattempo il ddl è decaduto per mancanza di tempo durante l’esame alla Camera dei Lord.


Regno Unito resta libero dal suicidio assistito

La proposta prevedeva la possibilità, per adulti malati terminali con meno di sei mesi di vita, di richiedere il suicidio assistito con l’approvazione di medici e di una commissione indipendente.

Dopo essere stata approvata dalla Camera dei Comuni, sembrava avviata verso l’approvazione certa. Tuttavia, gli oltre 1.200 emendamenti presentati dai membri della Camera alta hanno di fatto rallentato il processo fino alla scadenza della sessione parlamentare.

Nessun ostruzionismo ma una necessaria revisione per evidenziare lacune e rischi, in particolare per le persone più vulnerabili, esposte a possibili pressioni o coercizioni.

 
Slovenia e Scozia affondano il suicidio assistito

In realtà le notizie sono due.

La Corte Suprema della Slovenia ha infatti appena confermato la validità del referendum popolare svoltosi nel novembre scorso che aveva respinto la legalizzazione del suicidio assistito, consolidando il risultato contrario espresso dagli elettori.

Come abbiamo documentato allora, il 53% dei votanti si era opposto, contro il il 47%.

Segnali importanti ai quali va aggiunta la bocciatura del suicidio assistito da parte parlamento in Scozia, avvenuta il mese scorso.

Anche in quel caso la misura aveva superato una prima votazione con 70 voti favorevoli e 56 contrari e sembrava destinata verso l’approvazione definitiva, ma l’intervento delle associazioni civili e di quelle mediche ha aperto gli occhi a molti parlamentari.

Tre segnali che indicano una resistenza minoritaria, ma crescente, in Europa verso la morte di Stato.