mercoledì 4 novembre 2026

Se tutti si possono salvare (senza Cristo), la Chiesa a cosa serve?








Agostino Nobile, 3 novembre 2026

Non riportiamo la lista dei fatti, diciamo, poco evangelici, delle contraddizioni e delle frasi uscite dalla bocca di chi dovrebbe diffondere il Vangelo. L’ultima, è relativa alla notizia data da Vatican news “Contro i muri del pregiudizio, CEI e Pisai presentano le Schede per conoscere l’islam.”

La dichiarazione Nostra Aetate, promulgata da Paolo VI il 28 ottobre 1965 durante il Concilio Vaticano II, tra l’altro afferma: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.» Vediamo perché questa affermazione è ambigua. Non esiste ideologia o filosofia che si sia diffusa senza contenere una parte di verità. Marx, per esempio, aveva ragione da vendere nella sua denuncia dello sfruttamento dei lavoratori. Peccato che l’alternativa da lui proposta abbia prodotto i risultati più nefasti della storia occidentale. In ogni teoria, ideologia o filosofia si può trovare un frammento di verità, altrimenti non riuscirebbe a conquistare consensi e a diffondersi. Il “trucco” del loro successo sta proprio qui: mescolare una dose di verità a una quantità di menzogne, talvolta così devastanti da poter annichilire intere società.

Dal presupposto di Nostra Aetate, siamo arrivati alle “schede per conoscere l’islam” e le altre religioni. Nel frattempo un numero incalcolabile di religiosi non conosce il cattolicesimo degli ultimi duemila anni, perché oscurato e vilipeso dai vaticanesi. Non meraviglia, dunque, che il numero di missionari sia diminuito drasticamente. Che senso ha convertire a Cristo se tutti i fedeli delle altre religioni si possono salvare con quel “vero e santo” che posseggono? Nei paesi musulmani ho conosciuto più di un religioso che mi ha confermato a che punto è arrivato il “vero e santo”. Non ricordo i commenti letterali, ma il significato non lascia dubbi: non serve più far conoscere Gesù perché in tutte le culture si possono salvare.

Domandamoci. Che senso ha confessarsi e accogliere il Corpo di Cristo, se nel protestantesimo non è contemplato e nelle altre religioni non sanno nemmeno cosa sia? Perchè un cristiano pecca se fa sesso prima e fuori dal matrimonio, mentre nell’islam è permesso lo schiavismo e la violenza sulle donne delle altre comunità? Perché un cristiano pecca se divorzia mentre il pio musulmano può sposare anche quattro donne salvandosi con quel “vero e santo”? Perché gli ebrei possono definirsi popolo eletto (come sottolinea Nostra Aetate) quando per Gesù Cristo tutti i popoli sono creature di Dio e davanti a Lui non esistono persone di serie A e di serie B? Tra l’altro, cosa da non trascurare, diversi storici ebrei, tra i quali Louis Finkelstein (1895-1991) studioso del Talmud, esperto di diritto ebraico e figura di spicco del Jewish Theological Seminary of America e dell’ebraismo conservatore, nella sua ricerca The Pharisees dice chiaramente che il giudaismo di oggi sono i farisei di ieri. Si, l’unica comunità presente nei vangeli che Gesù tratta a muso duro, per la loro ipocrisia e la profonda contraddizione di chi mostra una facciata esteriore perfetta e virtuosa, ma nasconde dentro di sé falsità, egoismo e corruzione morale, definendoli “sepolcri imbiancati”.

Il fatto che tanti cattolici abbiano progressivamente abbandonato le chiese, a quanto pare è considerato un problema marginale. Eppure, i numeri parlano chiaro: nel 1970, in Italia, i praticanti settimanali erano circa il 55% della popolazione; nel 2025, la percentuale è scesa a circa il 17%. E cosa fa la CEI di fronte a questo progressivo allontanamento dei fedeli? Si preoccupa di promuovere la conoscenza dell’islam e delle altre religioni, ovviamente edulcorate e mascherando i versetti più compromettenti. La motivazione, ripetuta ormai come un mantra, è sempre la stessa: Pace, pace, pace! Non alzare muri, costruire ponti, accoglienza, dialogo, inclusione… e così ad libitum.

Ma i vaticanesi sanno cos’è la pace? Gv 14,27: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» Gesù promette una pace interiore, non sembra che parli della pace a 360º. La pace, o perlomeno il rispetto, può essere raggiunto solo attraverso il messaggio evangelico, cambiando i cuori. Chi pensa di fare diversamente è un povero illuso o in malafede. I compromessi possono avere risultati positivi in politica, ma quando si baratta la fede le conseguenze possono raggiungere livelli raccapriccianti.

Fatti. Dopo anni di compromessi la violenza contro i cristiani non è diminuita, anzi, continua ad aggravarsi, anno dopo anno, assumendo proporzioni inaudite. Secondo gli ultimi dati diffusi da Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), 413 milioni di cristiani vivono in Paesi in cui si registrano gravi violazioni della libertà religiosa; di questi, circa 220 milioni sono direttamente esposti alla persecuzione. Guarda caso nella lista dei paesi che maggiormante perseguitano i cristiani per la loro fede, oltre ai paesi indù e comunisti, primeggiano i paesi musulmani. Secondo il rapporto World Watch List, il numero dei cristiani perseguitati ha registrato un’impennata negli ultimi decenni, e possiamo dunque affermare che gli incontri di Assisi e una Chiesa sempre più rinunciataria rispetto all’insegnamento del Vangelo, hanno peggiorato i rapporti con le altre religioni.

Solo tra il 2025 e il 2026, migliaia di cristiani sono stati massacrati, spesso in modo atroce in Nigeria, Etiopia, Sudan, Etiopia e Mozambico. Dietro queste persecuzioni sembra esserci una regia ben precisa. Eppure, in Vaticano si tende a ricondurre le cause di queste violenze a conflitti tribali ed etnici, ridimensionandone o negandone la matrice religiosa.

I vaticanesi non hanno mai pensato che sarebbe più evangelico cercare di spiegare, almeno ai musulmani immigrati, la verità cristiana? Dalle conversioni avvenute, sappiamo che i musulmani, perennemente ingannati sul messaggio coranico e cristiano, quando finalmente conoscono la verità evangelica molti si convertono. Ed è forse per questo motivo che i vaticanesi hanno alzato le barricate: per limitare le conversioni a questi bizzarri musulmani, negli ultimi anni hanno iniziato a strizzare l’occhio a quell’omosessismo ripudiato in tutte le altre culture.

I prelati ci assicurano che l’islam è una religione di pace e che gli estremisti non sono altro che schegge impazzite. Peccato che, a voler fare un piccolo esercizio di lettura, basterebbe aprire il Corano e gli Hadith per mettere seriamente in difficoltà le loro rassicuranti certezze. Perché mentono sapendo di mentire? Evidentemente, non credono all’unicità salvifica di Cristo.

A parte il cinismo insopportabile, c’è qualcosa che lor signori hanno volutamente cancellato dalla memoria. Nel Vangelo troviamo commenti che, se confrontati con la Chiesa di oggi, dovrebbero suscitare ben più di qualche perplessità, sollevando interrogativi tutt’altro che trascurabili. Tra i tanti passi evangelici, ne ricordiamo un altro che indignerà i vaticanesi. Mt 10,32-34: «Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.»

Dopo una sequenza di paradossi, fatti e commenti – per usare un eufemismo – decisamente eterodossi, i soliti noti, che da almeno sessant’anni si alternano alla guida della Chiesa in Vaticano, sembrano evitare come la peste persino la parola Salvezza. Perché ne parlano così poco, o addirittura non ne parlano affatto? Comprendo che, dopo anni di “mea culpa”, di affermazioni come “Dio non è cattolico” e Pachamama in Vaticano pronunciare la parola Salvezza possa provocare a lor signori una fastidiosa orticaria. Ma sappiano che nessuno li trattiene: andandosene, renderebbero un immenso favore a Dio e ai cattolici. Il cristianesimo non è, come lor signori possono pensare, una favola per bambini dementi, ma la dimensione più vitale dell’esistenza. E non sopportiamo più le bacchettate sui cattolici e le sparate profondamente disturbanti, sia per la fede che per il buon senso.

Non possono smontare il Vangelo pezzo dopo pezzo, adattandolo alle loro fisime con la ridicola scusa del “mondo che cambia”. «In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto» (Mt 5,18). Tra l’altro, i vaticanesi che auspicano una Chiesa non più maestra, ma adattata al mondo, sanno bene che le società non cambiano spontaneamente. I cambiamenti nei costumi e nel modo di pensare vengono indotti e imposti attraverso mirate campagne mediatiche. Detto terra, terra: i poteri finanziari impongono i cambiamenti e la Chiesa deve adattarsi. Chiaro?

Tutti sappiamo, come suppongo lor signori, che un cristianesimo privato della Salvezza è un cristianesimo destinato a perdere la propria ragion d’essere. Viene allora il sospetto che l’obiettivo sia proprio quello di destrutturare progressivamente la Chiesa, fino a svuotarla della missione che Gesù affidò agli apostoli. Essi, sanno benissimo che mettendo da parte la Salvezza cristiana, crollano duemila anni di storia per far posto alla barbarie. O forse non ci hanno mai pensato? Beh, data la loro debordante arguzia, non è da escludere.

E chissà che i signori delle grandi ammucchiate non abbiano già predisposto il loro progetto per il futuro: un Vaticano trasformato in una sorta di condominio interreligioso, con tutti i capi delle religioni comodamente rappresentati, inclusi i sacerdoti adoratori di Pachamama. Tutti dentro, naturalmente, tranne gli “sgranarosari”. Non penso che nella Chiesa si sia mai vista tanta miseria spirituale e intellettuale.



Fonte


Natalità sempre più giù: perché il figlio è visto come accessorio




L’anno scorso il nostro Osservatorio ha pubblicato il suo 17mo Rapporto dedicato alla denatalità con il titolo “La guerra demografica – Ci vogliono estinti!”. Come si vede da questo articolo di Tommaso Scandroglio avevamo visto giusto.

Per il Rapporto 17 VEDI QUI – per il Rapporto 18 VEDI QUI



DiTommaso Scandroglio, 4 novembre 2026

Il Generale Inverno Demografico non molla la presa. Lo confermano i dati dell’Istat sulla natalità pubblicati il 21 ottobre scorso: nel 2025 sono nati 355.772 bambini, il 4% in meno rispetto al 2024. Un decremento costante negli anni. Una fredda coerenza al ribasso. Scende anche il tasso di fecondità: 1,14 figli per donna, sempre più distante dalla soglia del 2,1 indispensabile affinché una nazione non muoia. Sale invece l’età media del primo parto: 32,7 anni. Una delle concause della denatalità: più tardi cerchi un figlio più sarà difficile trovarlo. Le donne straniere figliano più di noi – 1,74 figli a donna, il 53% in più delle colleghe italiche – ma anche loro nel tempo mettono al mondo sempre meno bambini. L’aria mefitica della cultura occidentale sta infettando anche i loro uteri.

Potremmo sciorinare le solite e comunque corrette litanie sulle cause dell’estinzione del popolo italico a favore della sostituzione etnica degli stranieri: l’individualismo, la sovrastima dell’ostacolo economico, l’orientamento anti-vita, la paura del futuro, la mancanza di fede che schiaccia la progettualità a terra, all’immanente, verso una prospettiva senza speranza trascendente, il ricorso all’aborto che ci toglie all’anno circa il 20% della popolazione nascente e così via.

Tutto vero, anzi verissimo. Ma forse alla base di queste cause c’è un minimo comun denominatore, magari non il più importante, però è un fattore che certamente ha un suo peso specifico: per noi, oggi, i figli non sono necessari. È necessario avere un lavoro, trovare – non ci azzardiamo a dire un coniuge – almeno un compagno di vita, avere una casa, stare in salute, fare le vacanze, essere apprezzati, stimati e molto altro. Ma il figlio non è necessario. Non rientra in modo obbligatorio in quel progetto esistenziale che si chiama vita. È certamente bellissimo avere un figlio, ti completa, è appagante, ti cambia la vita, ma rimane un accessorio, una cornice ad un quadro in cui sono dipinti altri soggetti, ma non lui. È un evento accidentale cercato, ma non essenziale. Si può vivere anche senza.

Di contro, nella cultura di una volta e in quella, ancora odierna, ad esempio africana e mediorientale è impensabile non avere figli (ecco perché è impensabile l’omosessualità), perché è impensabile che ci siano cose più importanti della prole. In Occidente la realizzazione personale passa per altre strade, anzi il figlio è una deviazione del percorso, un rallentamento. Bene quindi averlo, il figlio, solo quando ormai sei giunto alla meta: hai conquistato la tua posizione economica e affettiva, hai solide basi che il figlio, almeno così speri, non potrà intaccare più di tanto. Il figlio non è necessario, perché siamo necessari solo noi. La centratura esistenziale è sull’Io e l’altro, figlio compreso, o mi valorizza ed è funzionale a me oppure è il nemico che mi porto in casa. L’espansione dell’ego non tollera limiti, compresi quelli proletari. Quindi, se va bene, il figlio arreda, completa, rifinisce esistenze che hanno già una loro sostanza, un loro significato compiuto. Aggiunge una pagina ad un diario che narrava una storia che aveva già una sua più che dignitosa trama.

Il figlio, poi, non è necessario perché il termine temporale della propria esperienza umana scade con la propria morte. La proiezione dell’esistenza per l’uomo contemporaneo si arresta in modo inevitabile alle soglie temporali del suo ultimo giorno qui sulla Terra. Nel figlio sopravvivrà, semmai e solo, il ricordo dei genitori, ma nulla più. Non interessa più perpetuare se stessi nei cuori dei figli. In passato invece, e nemmeno in un passato troppo remoto, nel figlio scorreva il sangue dei genitori, il figlio era l’estensione temporale delle loro biografie, il figlio era erede di visioni, costumi, spirito dei padri da perpetuare, vincendo così la morte dei propri genitori ed eternandoli, anche se ormai deceduti. La miopia contemporanea invece non riesce a spingere lo sguardo oltre il limitare del camposanto. Dunque se tutto finisce con me, con la mia morte, perché cercare la vita?



(Foto di Kelly Sikkema su Unsplash)




Ritorna lo slogan della Chiesa che non converte



Accostarsi alle altre religioni senza voler convertire nessuno: le dichiarazioni dell'arcivescovo di Algeri vanno inserite nella progressiva tendenza ecclesiale ad andare incontro al mondo senza che il mondo incontri Cristo. Pur di non fare proselitismo si preferisce non fare nulla.

La polemica

Nel caso Vesco 

Editoriali 


Stefano Fontana, 04-11-2026

Sulle dichiarazioni del cardinale Jean-Paul Vesco, vescovo di Algeri, rilasciate al media cattolico belga CathoBel, si è sviluppato nei giorni scorsi un interessante dibattito. Egli aveva affermato che «una delle sfide, fin dall'indipendenza dell'Algeria, è quella di essere, il più possibile una Chiesa cittadina, che si inserisce nella vita del Paese... Non dobbiamo assolutamente essere una comunità chiusa in se stessa. Non sarebbe la Chiesa. Noi siamo la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselitista, non una Chiesa che sta lì per convertire, bensì una Chiesa che aspira a essere una delle componenti di questo popolo».

Successivamente ha aggiunto: «I cristiani dovrebbero accostarsi alle altre religioni con spirito di fratellanza, anziché cercare di ottenere conversioni». Ha quindi concluso dicendo che «i cristiani hanno un'altra carta da giocare, che non è quella di ristabilire un regime di cristianità. Certo, per farlo occorrono dei partner, ma a mio avviso la scommessa da compiere è quella della fraternità. Nei monoteismi, il proselitismo è un veleno, perché implica considerare falsa la religione dell'altro».
In seguito ci sono state delle critiche, soprattutto da parte del vescovo americano Barron, quindi le precisazioni dello staff di CathoBel per chiarire che le citazioni non erano state precise e complete, infine la replica del vescovo di Algeri che ha chiarito, difeso e ribadito le sue affermazioni centrali (si veda qui un riassunto della querelle).

Dal nostro punto di vista l’intera questione va inserita nella progressiva accettazione nella Chiesa del processo di secolarizzazione, che comporta, nei diversi campi e non solo in quello delle relazioni con le altre religioni, una Chiesa che si faccia sempre più invisibile, che ci sia sì ma senza mostrarsi, che parli ma in silenzio, che incontri ma senza essere incontrata, che convinca ma solo “per attrazione”, anche se è impossibile essere attratti da ciò che non si vede.

Il cardinale Vesco ha ragione nel ricordare come una simile posizione sia condivisa oggi dal magistero. Per non andare troppo indietro nel tempo, anche il recente documento vaticano Un cammino di speranza ha invitato i cristiani a dialogare con le altre religioni ma senza fare opera di proselitismo, senza tentare di conquistarli al Vangelo, nemmeno con la semplice proposta. Il dialogo viene privato della missione e in esso la Chiesa dovrebbe semplicemente far parte di una comunità di dialoganti: presente ma nella forma dell’assenza, porsi senza proporsi.

Si tratta di una tendenza generalizzata, di cui abbiamo avuto un prova – anche se in altro contesto – durante il periodo Covid, quando la Chiesa si era nascosta e dimostrata inutile. Non si trattava, in quel caso, di nascondersi nelle relazioni interreligiose, ma di manifestare l’assenza di Dio nella pubblica piazza. Nei due casi l’idea è la stessa: la Chiesa non ha qualcosa di proprio e unico da annunciare sempre e comunque, ma ha davanti a sé delle realtà degne di essere lasciate quali sono. La chiusura dei santuari dedicati alla Madonna della Salute durante il Covid voleva significare che la Chiesa si fermava davanti alla scienza e alla politica, ritenendo offensiva la pretesa di aver qualcosa da dire e da dare nei loro confronti. Nelle varie situazioni di relazione con altre religioni avviene lo stesso: la Chiesa si ferma perché pensa che testimoniare a viso aperto e proclamare davanti a loro il “Dio di Abramo Isacco e Giacobbe”, che è anche il “Dio dei filosofi”, sia irrispettoso, presuntuoso e impositivo.

Nel caso del Covid si pensava che la Chiesa fosse stata costretta dalle circostanze a sparire, mentre era stata essa ad approfittare delle circostanze per fare quanto da tempo la nuova teologia aveva in mente di fare. Nel caso dei rapporti con le altre religioni si pensa che la Chiesa sia costretta a sparire a causa di una situazione che non le permette di essere se stessa – in questo caso quella dell’Algeria islamica – mentre è essa che approfitta delle circostanze per fare quanto la nuova teologia da tempo suggerisce di fare.

Lo scopo che la nuova teologia propone da molto tempo è di accettare fino in fondo la secolarizzazione, vale a dire un mondo maturo, plurale, bastante a se stesso, da accettare così come è, senza più pretese di conversione. Questa tendenza la si nota oggi da molti sintomi, e non solo dalle parole del cardinale Vesco: l’integrazione di tutti secondo lo spirito della nuova sinodalità, lo schiacciamento dell’etica cristiana senza riserve nel contesto delle situazioni di vita, la tendenza a parlare sempre dell’uomo e del mondo e non di Dio, la estroversione di una Chiesa chiamata sempre e solo a guardare al di fuori. La Chiesa non deve conquistare il mondo – si dice – ma servirlo … fino a rendersi assente e inutile se il mondo secolarizzato non ne ha più bisogno.

A ben vedere si tratta di convinzioni che vengono da lontano. Già nel 1965 Harvey Cox scriveva che «in Gesù Dio insegna all’uomo a procedere senza di lui, a divenire maturo, libero dalle esigenze infantili, pienamente umano». Prima di lui ci aveva pensato Dietrich Bonhoeffer: «Il nostro diventare adulti ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio: vivere come persone che senza Dio fanno fronte alla vita. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona». Nel 1967 Karl Rahner scriveva che la Chiesa «deve vedere il mondo profano come un interlocutore libero in un dialogo aperto, imparare anzi a vedere se stessa come una parte genuina di tale mondo, che collabora dall’interno della sua storia – che Dio solo guida – senza essere per questo semplicemente la rappresentante di Dio nel suo seno».

La strada della Chiesa assente è stata tracciata da decenni. Da questi presupposti tanti atteggiamenti di oggi: la religione del silenzio, l’insofferenza per la rigidità della dottrina, un cristianesimo problematico e non più dogmatico, la indistinzione tra sacro e profano, la Chiesa per gli altri, in uscita, per il mondo. La Chiesa della rinuncia.





martedì 3 novembre 2026

«Contro-Sillabo»? Occorre una riflessione...



Una riflessione sempre attuale di Mons. Brunero Gherardini. Precedenti sulla Gaudium et spes qui - su Dignitatis humanæ qui. Una visione più generale qui.


3 novembre 2026



Mons. Brunero Gherardini

10 - Che documenti quali la Gaudium et spes e la Dignitatis humanæ abbian sollecitato l'autorevole giudizio di «contro-Sillabo», sembra a me un motivo più che sufficiente per una proporzionata riflessione. 

«Contro Sillabo» signífica che il famoso o documento del beato Pio IX è dialetticamente superato, ossia controbattuto e almeno intenzionalmente annullato. Un fatto nuovo lo scalza dal suo píedístallo dogmatícamente víncolante e gli dà l'ostracismo, collocandosi al suo posto. La forza di quel «contro» mette in irriducibile antitesi l'insegnamento nel quale il beato Pio IX aveva raccolto la Tradizíone di sempre, e l'insegnamento nel quale, sia pur dichiarando d'aderir alla medesima Tradizione, il Vaticano II ribalta e contrappone le posizioni. Va pure notato che si tratta non di pur sempre gravi «decisioni storiche», ma di due contrapposte trasmissioni dottrinali d'un contenuto tradizionale che vien frantumato da antitetiche interpretazioni. 

II risultato di tale antitesi è la Chiesa-contro-se-stessa. Non una ragione storica, infatti, bensì la Fede nella divina Rivelazione aveva guidato Pio IX fin alla decisione di proscrivere, tra l'altro, l'indifferentismo e il latitudinarismo in materia religiosa; non è più la medesima Fede - oggettivamente parlando e al di fuori d'ogni soggettiva convinzione - quella che porta la Dignitatis humanæ su posizioni radicalmente diverse". So bene che, in forma diretta ed esplicita, la Dignitatis humanæ è ben lungi dal contraddire alla condanna della seguente proposizione: «Gli uomini posson trovare nel culto d'ogni religione la via dell'eterna salvezza e conseguirla», Ma quando, in forma assoluta, perentoria e di principio, dichiara che «l'uomo non dev'esser impedito d'agire secondo coscienza, soprattutto in materia religiosa», indirettamente e implicitamente lascia intendere che la condanna di Pio IX, pur avendo il suo valore in astratto, lo perde nel sacrario della libertà individuale.

11 - Si tratta, dunque, di due dottrine che, anche là dove dan l'impressione d'incontrarsi - la divina Rivelazione e la sua Tradizione - percorrono strade diverse ed esse stesse diventan due diverse dottrine. È allora inutile un'ulteriore esemplificazione. Sembra, invece, preferibile tentar una parola conclusiva.

I tre livelli qui già rilevati avrebbero dovuto guidare la lettura del Vaticano II verso la tripartizione della sua validità. Fermo restando che quello del Vaticano II è senz'ombra di dubbio magistero conciliare con tutte le sue conseguenze e i suoi limiti, va ripetuto che non ogni magistero conciliare è necessariamente dogmatico. Dogmatica infatti è la carateristica di quei Concili che, appellandosi alle fonti della divina Rivelazione scritta e orale, solennemente ed esplicitamente definiscono una determinata dottrina come in qualche modo contenuta nelle fonti stesse, «scritte e non scritte», della Fede. Una tale caratteristica è pure del Vaticano II limitatamente alle dottrine precedentemente definite, ch'esso fa proprile. Nel farle proprie, il Vaticano II si rivela Voce autentica della Tradizione ecclesiastica.

C'è una parte del Vaticano II che, senza riproporre dottrine già definite, segnala posizioni o dottrinali pastorali che potrebbero aver un indiretto e implicito riferimento alle fonti della Rivelazione. Soprattutto sul piano pastorale s'esprime il più - non so se anche e sempre il meglio – del Vaticano II. Il valore formalmente dogmatico è assente da codeste posizioni, le quali son peraltro teologia del Vaticano II e potrebbero, almen in quei casi che si ricollegassero oggettivamente alle fonti della Rivelazione, assurgere a validità dogmatica in seguito alla loro proposizione conciliare. E un'ipotesi da verificare. Se fondata, vale a dire se c'è e ha «il senso che la Chiesa le ha sempre dato e tuttora le dà», anche in questo caso la Tradizione risuonerebbe nella voce del Vaticano II.

C'è poi quel terzo livello che presenta non poche innovazioni, dottrinali o no, che nessun gioco di prestigio è in grado di ricondurre alla Tradizione divina, divino-apostolica, ecclesiastica e via dicendo. Mi pare che, proprio per questo, l'attenzione al terzo livello dovrebbe cambiar registro. Aveva tentato di farlo, nel 1985, R. Amerio; ci tentò pure il card. Siri; fra i filosofi-teologi, fu un americano, Ralf McInerny, ad aprire le speranze con un titolo mozzafiato: Che cosa andò storto al Vaticano II? Speranze da lui stesso deluse per aver ridotto tutto alla contestata accettazione dell'Humanæ vitæ di Paolo VI. Ultimamente e con l'insipienza di cui in 2Cor 11,17, mi ci son provato anch'io.

È difficile dire con quali esiti. Il «post hoc» non sempre sottintende il «propter hoc». Qualcosa è avvenuto: edizioni a brevissima distanza l'una dall'altra, traduzioni in varie lingue, discorsi, dibattiti. Non è avvenuto - e probabilmente non avverrà – quel che chiedevo: o una presa di posizione ufficiale o un incontro fra specialisti di tutt'il mondo. Ma acque si son mosse. Secondo il mio modestissimo giudizio, alcune volte nella giusta direzione, altre no.

Io stesso ho partecipato a qualche incontro su continuita o discontinuità; ma un'alternativa del genere disorienta i fedeli ed entusiasti seguaci del Vaticano II. Già l'aprirla è un attacco al Vaticano II. Per John O'Malley l'attuale orientamento è quello che, partendo dalle risposte inadeguate della Chiesa preconciliare alle sfide (?) della modernità illuminista, trova la sua giusta direzione nelle parole-chiave (aggiornamento, sviluppo, ritorno alle fonti) del Vaticano II. «L'Osservatore Romano» dell'8 aprile 2010 pubblicò la prolusione poco prima tenuta dall'Ecc.mo Segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica all'Università del Sacro Cuore su Il Vaticano II dinanzi a noi: un ditirambo. Pregiudizi finalmente caduti e ponti finalmente innalzati; comprensione più profonda delle relazioni tra Scrittura e Tradizione, della natura della Chiesa, del battesimo e dell'eucaristia; un'etica dei diritti umani che ha fecondato la coscienza delle nazioni, e via di questo passo. Mi chiedo se la vecchiaia ottunda a tal punto i miei sensi e la mia intelligenza da chiudermi ermeticamente a un ditirambo del genere: ma mi chiedo pure se ottusa non sia l'altrui intelligenza. M'è difficile perfino capire come mai non si veda che ditirambi del genere sovverton il bianco in nero; e come mai l'evidenza delle strade storte e dei non pochi trabocchetti renda sempre più spedito e disinvolto il passo verso il pericolo mortale?

12 - Poco tempo fa, la Pontificia Commissione Biblica si riunì nella sua annuale assemblea plenaria per metter a fuoco il delicato problema dell'ispirazione e dell'inerranza biblica. Non so come sian andate le cose; ma il solo ritorno al tema dell'ispirazione e dell'inerranza appare già una sorta di resipiscenza. Certo è che le acque si son mosse davvero, anche se non tutte nel senso che a me - e non soltanto a me - parrebbe giusto. Qualcuno tenta d'incanalarle nella fiumana dell'esaltazione acritica che dura da ben cinquant'anni: «Una cosa viva, in parte ancora da capire e da applicare [...] una formidabile esperienza di dialogo della Chiesa col mondo e della Chiesa al suo stesso interno». 

Semnbra che s'abbia paura d'un cambiamento di rotta e debba esser finalmente corretta la superficiale dichiarazione, diventata luogo comune, secondo la quale dopo il Vaticano II «la Chiesa non fu più la stessa». Si fa di tutto perché ciò possa dirsi ancora: «Jesus», nel numero di novembre 2009, annunciava che per nove mesi consecutivi alla rivista si sarebbe aggiunto un volume sul Vaticano II: una vera collana per leggerlo e capirlo. Ovviamente nell'ottica di chi ha staccato il Vaticano Il dalla Tradizione e vorrebbe oggi impedirgli di ricuperarla. L'ottica, per esempio, di quella «Cattedra del dialogo», fondata qualche tempo fa a Milano, dalla quale scende il verbo dei grandi «maîtres-à-penser» dell'avanguardismo postconciliare: il card. Martini, membri di San Fedele e di Sant'Egidio, filosofi, sociologi, giornalisti, tra i quali addirittura Gad Lerner. L'ottica, dico, di chi, per difendere il Vaticano II dalle «ossessioni dottrinarie e centralistiche della Curia Romana», inneggia all'era nuova inaugurata dall'ultimo Concilio, alla liberazione dall'ingombrante centralismo romano, all'emancipazione dall'incomunicabilità col pluralismo odierno, alla perfetta armonizzazione fra Chiesa e mondo, Fede e cultura, pratica religiosa e libertà «laica».

Una proposta come la mia, per codesto sfrenato avanguardismo, è quasi blasfema. Perciò tanto il resisterle quanto il suo rifiuto non mi sorprendono: eran già nel preventivo. Mi sorprendon invece le dichiarazioni d'assenso: numerose e, in qualche caso, autorevoli. E mi conforta la costatazione che il rifiuto del luogo comune e dell'ufficialità di comodo son più diffusi di quanto pensassi. Ciò significa che, nonostante cinquant'anni di spostamento sempre più pronunciato dalla li nea maestra della Tradizione di sempre, è vivo il desiderio d'una Chiesa fortemente ancorata al senso della propria inconfondibile identità: d'una Chiesa, pertanto, che non chiude gli occhi per convincersi che la Tradizione è contenuta interamente nei documenti dell'ultimo Concilio, ma li apre per verificare dove in esso la continuità sʻinterrompe e in che direzione volger i propri passi per il ricupero del «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est».

(Quæcumque dixero vobis, ed.Lindau, 2011, pp.187-192)




Estinzione delle suore e calo del tasso di natalità. C’è un collegamento tra conventi vuoti e culle vuote





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by Aldo Maria Valli, 03 nov 2026

Studio 


Scuole, ospedali, case di riposo. Per decenni, migliaia di suore in Europa hanno mantenuto una rete che ha ridotto i costi delle famiglie per l’educazione dei figli. E la sua scomparsa ha un impatto significativo sui tassi di natalità.


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Quando un ordine religioso chiude una scuola o cede una casa di riposo, non si perdono solo luoghi, edifici, tradizioni. Una ricerca suggerisce che in Europa la graduale scomparsa della rete di assistenza gestita per decenni dalle suore potrebbe aver aumentato il costo dell’educazione dei figli e quindi aver dato un contribuito al calo del tasso di natalità.

L’ipotesi trae origine da uno studio del 2018 pubblicato sul «Journal of Demographic Economics», di cui ha parlato «El Economista». Intitolato «From Empty Pews to Empty Cradles: Fertility Decline Among European Catholics» («Dalle chiese vuote alle culle vuote: il declino della fertilità tra i cattolici europei»), lo studio è stato realizzato dagli economisti Eli Berman, Laurence R. Iannaccone e Giuseppe Ragusa, che hanno analizzato i dati di tredici paesi europei tra il 1960 e il 2000.

La loro conclusione più sorprendente è che la perdita dei servizi forniti dagli ordini religiosi potrebbe aver influenzato significativamente i tassi di natalità a causa dell’aumento del costo effettivo dell’educazione dei figli determinato dalla scomparsa di reti di scuole, ospedali e servizi sociali che prima erano gestite da suore.

Poiché le congregazioni femminili fornivano gran parte del personale di scuole, ospedali e altre opere della Chiesa, per misurare il peso di queste istituzioni i ricercatori hanno utilizzato come indicatore il numero di suore ogni diecimila cattolici.

In Spagna il numero di suore ogni diecimila cattolici è sceso da 21 nel 1960 a 15 nel 2000. In Italia è calato da 31 a 20, in Francia da 30 a 10 e nei Paesi Bassi da 77 a 18. In Portogallo è rimasto fermo a sette per tutto il periodo.

Sulla base delle differenze tra i paesi, gli autori hanno stimato, in termini di calo della fertilità, un effetto di circa 300 – 400 figli per ogni suora.

In Spagna il calo delle vocazioni sta riducendo drasticamente la capacità di alcune congregazioni religiose di sostenere la propria opera. Secondo i dati storici della Chiesa, il paese è passato da quasi 88 mila suore professe nel 1969 a circa 58 mila nel 1987, e nel 2024 le statistiche vaticane ne hanno registrate 32.996.

La mancanza di personale e l’invecchiamento delle comunità stanno portando alla chiusura di residenze, scuole, case di riposo. Già nel 2020 la società di consulenza Alimarket aveva segnalato questa tendenza nel settore geriatrico. A Bilbao, le Piccole Sorelle dei Poveri, per mancanza di suore che la gestissero, hanno chiuso una residenza nel 2024 dopo aver assistito gli anziani per quasi quarant’anni. A Caravaca de la Cruz, nel gennaio 2025 le Suore degli Abbandonati hanno lasciato la casa di riposo che gestivano dal 1883, poi rilevata da una società privata.

Nel settore dell’istruzione, secondo i dati della Conferenza episcopale spagnola, il numero di scuole cattoliche è diminuito da 2635 nell’anno accademico 2010-2011 a 2536 nel 2023-2024. Nello stesso periodo, il numero di scuole private sovvenzionate dallo Stato è calato da 2445 a 2402. In quest’ultimo anno, il 97% del personale docente era laico e solo il 3% religioso.

Questa sostituzione modifica la struttura dei costi. Gli ordini religiosi fornivano personale la cui dedizione non si configurava come un tradizionale rapporto di lavoro retribuito. Assumere professionisti implica invece il pagamento di stipendi e contributi previdenziali. Se tale spesa ricada in ultima analisi sulle famiglie o venga assorbita da istituzioni e agenzie governative dipende dal modello di finanziamento di ciascun centro.

La chiusura di un’istituzione religiosa non implica necessariamente la scomparsa del servizio, ma solleva interrogativi su tariffe, condizioni di accesso e finanziamenti.

I dati della Conferenza episcopale riflettono in ogni caso una rapida contrazione della rete di assistenza sociale della Chiesa. Il numero dei beneficiari è sceso da 4,7 milioni nel 2017 a poco più di 3,8 milioni nel 2024, con una diminuzione di circa il 20% in sette anni.


infocatolica



«In Norvegia la Chiesa si rafforza grazie alle conversioni»



(Processione prima della consacrazione del vescovo norvegese mons. Hansen - Ansa)

Lo ha dichiarato Ragnhild Aadland Høen, responsabile delle pubbliche relazioni della Conferenza episcopale norvegese. E i numeri gli danno ragione

Fede viva


Manuela Antonacci, 03 novembre 2026 

«La Chiesa sta guadagnando forza grazie a un aumento delle conversioni al cattolicesimo. Dove prima c'era un clima anti-cattolico, i pregiudizi, ora, sono notevolmente diminuiti. I giovani si riuniscono nelle parrocchie di tutto il paese, mentre altri mostrano un interesse positivo che non abbiamo mai sperimentato prima». Lo ha dichiarato da Ragnhild Aadland Høen, responsabile delle relazioni pubbliche della Conferenza Episcopale Norvegese, al portale cattolico statunitense OSV News. Le dichiarazioni di Høen non giungono isolate, ma vanno a confermare quanto già emerso dalla testimonianza dei pastori sul campo. Inoltre c’è una netta continuità con le parole del vescovo di cui avevamo già dato conto il quale evidenziava con convinzione una presenza sempre più forte e partecipe di giovani convertiti e catecumeni pronti ad abbracciare i sacramenti.

Non parliamo, inoltre, di conversioni spinte semplicemente da un’ondata di entusiasmo, perché, come sottolinea, al contrario, Høen, molti giovani sono arrivati alla fede dopo aver avuto "esperienze terrificanti" con pratiche pagane o New Age. Se rivolgiamo, invece, uno sguardo più allargato ai paesi scandinavi «La crescita qui non è così marcata come in Norvegia e Svezia», secondo Nik Bredholt, presidente del consiglio parrocchiale della Cattedrale di St. Ansgar a Copenaghen. «Ma molti stanno scoprendo la Chiesa cattolica tramite internet e partecipando alle nostre Messe in una vera ricerca di Dio», ha sottolineato Bredholt, «sta chiaramente succedendo qualcosa di significativo». Perché viene vista quasi come una sfida, oggi, quella della rinascita della chiesa cattolica nei paesi scandinavi?

Indubbiamente per la severa repressione subita dai cattolici in tutta la Scandinavia post-Riforma, quando le chiese luterane predominanti ottennero lo status ufficiale di denominazione. Oggi la situazione è un po’ diversa: sebbene la Costituzione norvegese, modificata nel 2014, dichiari ancora la Chiesa luterana come "ufficiale", non richiede più che i ministri del governo siano membri praticanti e afferma che le altre comunità di fede devono essere "sostenute a condizioni pari." D’altronde, come avevamo già notato, i numeri parlano chiaro: se nel 1993 i fedeli cattolici registrati nel Paese scandinavo erano appena 28.000, nel 2019, il loro numero è schizzato a circa 160.000. Parliamo di un incremento del 470%. Anche se alcuni dati li stimano in 150.000, tuttavia, siamo ugualmente di fronte ad una crescita esponenziale.

Ad oggi, con 406.000 membri, inclusi 419 sacerdoti e 349 suore, secondo i dati del 2025, la Chiesa cattolica ha sette diocesi in Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, rappresentando circa il 2,9% della popolazione complessiva scandinava di 28 milioni di abitanti. Tuttavia, la sua rapida crescita riportata nell'ultimo decennio, è sostenuta da un afflusso di cattolici provenienti dalla Polonia e da altri paesi, e da una successione di convertiti di alto profilo. Tra le “conversioni eccellenti” si annovera quella del Premio Nobel per la letteratura del 2023, Jon Fosse ma anche l’ex luterano, oggi carmelitano scalzo Lars Anders Arborelius, primo cardinale svedese nel 2017, votato "Svedese dell'Anno" nel 2021 dalla rivista Fokus, ampiamente indicato come candidato al papato, nel 2025.

Nella sua intervista Aadland Høen ha sottolineato, a questo proposito, che l'alto status culturale dei "convertiti celebri", come Fosse, ha reso la Chiesa visibile e interessante, mentre i numerosi antichi luoghi di pellegrinaggio scandinavi avevano anche agito «come calamita per i cercatori di verità religiosa». L’esperienza norvegese dimostra così che la fede cattolica ha ancora molto da dire, persino nelle società più secolarizzate del mondo. La spinta attuale impressa dai catecumeni e da personalità di spicco del mondo culturale indica, infatti, un cambiamento profondo: una riscoperta del sacro che parte dalla ricerca personale, sfida pregiudizi e luoghi comuni e riapre decisamente la partita del futuro cristiano in Scandinavia (Ansa).





lunedì 2 novembre 2026

In Novembre il ricordo dei santi e dei defunti









Daniela De Rosa 

I primi due giorni di novembre sono uno dei più cari momenti di festa della Cristianità, che si rivolge con rinnovata fiducia all’intercessione dei Santi del Paradiso e commemora il dolce ricordo dei cari defunti.
La “conquista del Pantheon”

Il mese di novembre è caratterizzato da due antiche festività che risalgono entrambe all’Alto Medioevo: Ognissanti e la commemorazione dei defunti.

Fin dal IV secolo le diverse Chiese orientali erano solite celebrare una festa dedicata a tutti i martiri collettivamente. L’istituzione in Occidente di tale ricorrenza si fa risalire di solito al pontificato di Bonifacio IV (608-615), il quale ottenne dall’Imperatore Foca, come pegno dei buoni rapporti allora ristabiliti fra il Papato e Costantinopoli, il dono per la comunità cristiana del Pantheon, da lungo tempo abbandonato e chiuso.

Il 13 maggio di un anno che probabilmente va identificato nel 609 il Papa riunì il clero e il popolo romani di fronte al vetusto edificio e fece affiggere una croce ai battenti guarniti di rame, ordinando poi che le porte fossero spalancate: «Nell’alta Rotonda – scrive lo storico tedesco della Roma medievale Ferdinand Gregorovius – si intonarono per la prima volta i canti dei preti cristiani che sfilavano in processione, mentre il papa aspergeva d’acqua santa le spoglie pareti marmoree, prive ormai di ogni traccia di paganesimo», dopo che il pontefice aveva fatto seppellire interi carri di reliquie provenienti dalle catacombe sotto la Confessione della nuova chiesa, «e alle note del Gloria, che la grande volta restituiva in echi sonori, la fantasia dei Romani vide alzarsi in volo schiere di demonî atterriti, che cercavano di uscire nell’aria libera attraverso l’apertura della cupola. E quei diavoli erano tanti, quante erano state le divinità pagane che avevano abitato nel tempio, considerato fin d’allora dai Romani una vera e propria sede infernale».

La madre degli dei Cibele, cui prima era dedicato il tempio, fu dunque scacciata da Maria, Madre di Dio, ed il tempio di “tutti gli dei” divenne un nuovo Pantheon cristiano, consacrato alla Vergine e a “tutti i martiri”, con il titolo di Sancta Maria ad Martyres, simbolo del culto tributato alla fede cristiana nella città che accoglieva tra le sue mura i santi di ogni Paese.

Nell’Antichità, la festa della dedicazione era considerata come quella del titolare e da allora in poi ogni 13 maggio si celebrò a Roma la festa di tutti i martiri.

Alla fine del secolo VIII tale ricorrenza, ora estesa anche a tutti i confessori e definita di omnes sancti, sembra essere stata celebrata in varie parti d’Europa non il 13 maggio, ma nel giorno che in seguito doveva divenire tradizionale. Al sinodo di Riesbach nel 798, infatti, l’arcivescovo di Salisburgo, Arnone (785-821), compilò un elenco delle festività non lavorative, fra cui anche quella d’Ognissanti stabilita per il 1° novembre; pare che tale data fosse stata scelta d’accordo con Alcuino di York (730 ca.-804), il più famoso ed autorevole dei dotti che facevano parte della corte di Carlo Magno.

La festa figura, infatti, in quello stesso giorno, nei sacramentari dell’abbazia di S. Martino di Tours, della quale Alcuino fu abate dal 796 all’804.
L’inganno di Halloween

È stato ipotizzato e spesso ripetuto che l’uso di celebrare la ricorrenza d’Ognissanti il 1° novembre derivi dalla cristianizzazione della festività celtica di Samhain, che segnava la fine dell’anno e ricorreva appunto il 1° novembre e la notte precedente.

Questo spazio di tempo era considerato un periodo pieno di pericoli e di incertezze, durante il quale il confine fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti si dissolveva, ed era perciò necessario controllare le divinità d’oltretomba con specifici riti.

Sappiamo, tuttavia, da fonte sicura che nell’VIII secolo gli irlandesi celebravano la festa di tutti i martiri del mondo il 17 aprile ed il 20 quella di tutti i martiri e vergini d’Irlanda, di Britannia e d’Europa. La decisione di celebrare Ognissanti il 1° novembre non può, dunque, derivare, almeno direttamente, da una tradizione pagana celtica che gli stessi irlandesi cristiani, a quanto pare, non avevano accolto; più in generale si può pensare che tale scelta dipenda dal desiderio di porre sotto l’egida dei santi il passaggio da un ciclo agricolo e pastorale all’altro.

Nel Medioevo la ricorrenza venne poi chiamata, in lingua inglese, “All Hallow(s)” e la sua vigilia “All Hallow eve”, da cui la forma contratta “Halloween”, ma soltanto nel XIX secolo, in piena epoca romantica e “gotica”, tale celebrazione assunse i connotati carnevaleschi e pagani che oggi la caratterizzano nei Paesi anglosassoni. È pertanto giusto affermare, come è stato fatto, che una festa cristiana sia divenuta pagana e non il contrario.

La festa d’Ognissanti celebrata il 1° novembre si impose alla Chiesa universale nel IX secolo. Adone (m. nell’875), nel suo martirologio, precisa che la celebrazione era stata prescritta in Francia dall’Imperatore Ludovico il Pio (814-840), su richiesta di Papa Gregorio IV (827-844), sebbene a Roma si continuasse ad osservare anche la festività del 13 maggio, che, secondo Sicardo di Cremona (m. nel 1215), fu soppressa soltanto da Papa Gregorio VII, mentre si mantenne quella del 1° novembre.

Novembre e la commemorazione dei defunti

Alla festività d’Ognissanti è strettamente associata la commemorazione dei defunti, celebrata il 2 novembre, che fu istituita dall’abate Odilone di Cluny nel 998, laddove in precedenza ogni monastero riservava un giorno particolare al ricordo dei confratelli e dei benefattori defunti.

Ciò non appare casuale, in quanto l’abbazia borgognona fondata nel 909 da Guglielmo d’Aquitania era dedita in modo speciale ai suffragi per i defunti, a cui riservava la prima delle due Messe conventuali. Tale commemorazione venne poi sancita in modo ufficiale anche a Roma nel 1311.

I primi indizi di una preghiera cristiana per i morti risalgono al II secolo e secondo S. Agostino (m. nel 430), i trapassati che lo hanno meritato possono beneficiare delle suppliche fatte dai vivi allorché questi pregano, celebrano l’Eucarestia o offrono un’elemosina. Preghiere, messe ed elemosine costituirono nel Medioevo i tre principali tipi di suffragio per le anime dei defunti e come tali vennero riconosciute dalla Chiesa.

L’usanza di intercedere per le anime dei morti si fonda su un passo del secondo libro dei Maccabei (Mac. XII, 39-46) nell’Antico Testamento, su un accenno alla possibilità di un perdono delle colpe nella vita dopo la morte, contenuto nel Vangelo di S. Matteo (XII, 31), e sulla prima lettera ai Corinzi di S. Paolo, dove si allude ad un’espiazione delle colpe nell’oltretomba, «come attraverso il fuoco» (III, 13-15).

In base a questi passi fin dai primi tempi della Chiesa alcuni Padri pensarono che, nel periodo intercorrente fra il giudizio particolare ed il Giudizio finale, i colpevoli di peccati veniali (da venia, perdono) potessero salvarsi mediante una purificazione nell’aldilà e l’aiuto dei suffragi dei vivi.

In occasione della ricorrenza del 2 novembre ogni sacerdote può celebrare tre Messe per le anime dei defunti; tale privilegio, prima accordato alla sola Spagna nel 1748, è stato esteso alla Chiesa universale da Benedetto XV nel 1915.



FONTE: Radici Cristiane n. 9