domenica 25 ottobre 2026

La Messa antica è lo specchio dell’Eternità: e la bellezza che salva









16-10-2026, di A. di J




Carissimi amici e lettori,

c’è un interrogativo che affiora immancabilmente quando un giovane varca per la prima volta la soglia di una chiesa in cui si celebra la Santa Messa tridentina spingendolo a esclamare: «Perché è così bella?». Non si domanda se sia valida, né si interroga su quanto sia antica; la sua anima coglie e formula esattamente la categoria della “bellezza”. E ha perfettamente ragione. La bellezza del rito tradizionale non scaturisce da un orpello esteriore estemporaneo, né si riduce al successo di una regia umana più o meno indovinata; non ci troviamo dinanzi a un concerto sacro o a un’operazione nostalgica dal sapore retrò.

Quello splendore è la manifestazione visibile di una realtà dogmatica immutabile. Come insegna magistralmente San Leone Magno: «Ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa». Questa lapidaria sentenza racchiude il mistero dell’economia sacramentale: i gesti, lo sguardo, la maestà e la potenza redentrice che i contemporanei potevano contemplare nel Verbo Incarnato lungo le strade della Giudea non sono svaniti con l’Ascensione, ma si sono mirabilmente riversati nei santi misteri. La Messa antica è bella precisamente perché si fa specchio terso di questa transizione divina: scompare l’uomo, scompare l’attore e si ritrae il celebrante, affinché sotto il velo dei sacri riti si stagli l’unico ed eterno Sacerdote. La bellezza liturgica non è dunque una decorazione superflua, ma lo splendore della Verità di Cristo che squarcia il tempo e si offre all’adorazione del fedele. Quanto più nella celebrazione si percepiscono la contemplazione, l’adorazione, la gratuità e il rendimento di grazie, tanto più il Salvatore diventa visibile.

Ecco tre pilastri insostituibili di questa bellezza che il mondo moderno e la riforma liturgica hanno colpevolmente dimenticato.

Il valore del silenzio: il linguaggio di Dio

Nella liturgia moderna si assiste a un profluvio ininterrotto di parole: si spiega, si commenta, si saluta e si dialoga orizzontalmente. Il silenzio genera paura, percepito come un vuoto angosciante da riempire a ogni costo. Nella Messa antica, al contrario, il silenzio è pieno, denso di significato soprannaturale.
Si pensi al Canone, il cuore pulsante del Sacrificio, il momento solenne in cui il pane e il vino si transustanziano nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Il sacerdote abbassa la voce e recita le preghiere sottovoce, secreto, rivolgendosi esclusivamente all’Altissimo. Per la mentalità immanentista dell’uomo moderno questo è uno scandalo e obietta: «Non si sente!». Ma il punto focale è precisamente questo: quel silenzio non esclude affatto il fedele, lo invita a entrare nel mistero. Lo costringe a smettere i panni dello spettatore per rivestire quelli del contemplativo. Mentre fuori il mondo urla, dentro la chiesa si spalanca un rifugio inespugnabile. Il sacerdote intercede faccia a faccia con Dio, come Mosè nella tenda dell’Alleanza, e il popolo, in ginocchio, viene ammesso a questo colloquio intimo. In quel sacro silenzio impariamo che Dio non si incontra nel frastuono, ma nel sussurro della brezza leggera, proprio come accadde al profeta Elia sull’Oreb. Chi ha vissuto il silenzio del Canone non lo dimentica più: è l’unico istante della settimana in cui il secolo non avanza pretese e l’anima può adorare.

Il canto gregoriano: la Parola che diventa eternità

La Chiesa, attraverso pronunciamenti magisteriali solenni, ha sempre ribadito che il canto proprio della liturgia romana è il canto gregoriano. Esso non rappresenta un’opzione facoltativa tra le altre: è la voce stessa della Chiesa.

Il gregoriano compie un’operazione unica: sposa in modo indissolubile la parola sacra alla melodia, senza limitarsi ad apporre una musica accattivante su un testo sacro, ma facendo cantare il testo medesimo. Le sue note fluttuano libere, prive del ritmo rigido e incalzante delle composizioni moderne che sollecitano la reazione fisica del corpo. Il gregoriano si colloca fuori dal tempo. Quando un Introito sale verso le navate di pietra, con le sue lunghe emissioni vocali e un andamento che riecheggia il deserto dei Padri, il fedele comprende che non sta cantando a titolo personale: è la Chiesa che canta da secoli per mezzo della sua voce. Si tratta di una preghiera cantata che rifiuta ogni sentimentalismo e non mira a emozionare l’uomo, ma a condurlo al cospetto di Dio. È un canto virile e dolcissimo al contempo. Laddove la canzonetta moderna proclama «guardate come mi sento io», il gregoriano grida «guardate quanto è grande Iddio».

Il suono dell’organo: la voce dell’Infinito

Se il gregoriano rappresenta la voce dell’uomo che prega, l’organo a canne si costituisce come la voce della Chiesa stessa in preghiera. Con la sua maestosa potenza e l’infinita varietà dei suoi timbri, l’organo sostiene le voci senza mai coprirle, riempie gli spazi sacri come un respiro vitale e commenta i passaggi più solenni quando il linguaggio umano si arresta. Esso si fa interprete dell’inesprimibile: All’Offertorio, mentre il sacerdote eleva l’ostia e il calice, l’organo medita al posto nostro, elevando l’anima al cielo.
Al Sanctus, esplode in una gioia solenne che le parole non riescono a contenere.

All’Elevazione, si zittisce di colpo, lasciando spazio unicamente al suono della campanella, poiché davanti a Dio incarnato ogni musica umana deve tacere e svanire.

L’uso dell’organo alternato al silenzio costituisce la più alta pedagogia del sacro: insegna alle anime quando è tempo di parlare e quando di tacere, quando è il momento di esultare e quando quello di mettersi in ginocchio ad adorare.

Non è nostalgia: è il futuro immortale della Fede

Molti esponenti del modernismo ecclesiale — gli stessi che hanno ridotto le nostre liturgie a assemblee sociologiche e i nostri altari a tavoli da mensa — ci accusano di essere dei nostalgici. Ci descrivono come inguaribili romantici, amanti del folklore, dell’oro, dei merletti e di un passato polveroso che non esiste più. Dimostrano, con questa cecità intellettuale, di non aver compreso nulla dell’essenza profonda della nostra battaglia. Noi non amiamo la Messa antica perché è semplicemente vecchia; noi la amiamo, la difendiamo e la pretendiamo perché essa è oggettivamente vera. Non è una questione di cronologia, ma di ontologia. In un mondo saturo di rumori assordanti e di notifiche digitali, essa ci dona l’abbraccio del silenzio di Dio; in un mondo di canzonette profane e di chitarre scordate nei presbiteri, ci offre il canto eterno del gregoriano; in una società asfissiata da parole vuote, da slogan politici e da prediche antropocentriche, ci restituisce l’unica Voce che riempie l’universo.

Questa sfolgorante bellezza non è un mero orpello decorativo, né un lusso estetico per anime raffinate: essa si costituisce come lo strumento primario ed essenziale dell’evangelizzazione. La rivoluzione pastorale post-conciliare ha preteso di spiegare tutto, di demistificare tutto, di abbassare tutto a livello della comprensione razionale dell’uomo della strada, e il risultato è stato lo svuotamento catastrofico dei seminari e delle parrocchie. La Messa di sempre agisce in modo opposto: non spiega il mistero, lo adora. 

Un giovane che oggi varca la soglia di una chiesa in cui si celebra secondo il rito tradizionale non necessita di lunghe e tediose lezioni teologiche, né di sussidi pastorali distribuiti all’ingresso. Egli comprende immediatamente, attraverso una pedagogia immediata che parla agli occhi, al cuore e soprattutto alle ginocchia, che sopra quel blocco di pietra si sta compiendo un atto tremendo, soprannaturale, maestoso e santo: il medesimo Sacrificio del Calvario che si rende incruentamente presente nel tempo.

E quando l’anima, spogliata dalle sovrastrutture del secolo, comprende che Dio è realmente lì — velato sotto le specie eucaristiche ma maestosamente presente — crolla ogni barriera culturale e ideologica. L’unica reazione umana e divina possibile è quella di piegare l’orgoglio, cadere in ginocchio e adorare Cristo Re. Questa bellezza non appartiene al passato: è l’unico futuro possibile per una Chiesa che voglia tornare a essere cattolica. È la bellezza dell’Eternità che non passa, la roccia immutabile contro cui i marosi della rivoluzione sinodale andranno a infrangersi e a svanire. Davanti a questa gloria, noi non indietreggiamo di un solo pollice.




Fonte





Ultima Domenica di ottobre: Festa di Cristo Re






Domenica 25 ottobre 2026



Intróitus
Ap. 5, 12; 1, 6 - Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in saécula saeculórum.
Ps. 71, 1 - Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio regis. Glória Patri…
Ap. 5, 12; 1, 6 - Dignus est Agnus,… Introito
Ap. 5, 12; 1, 6 - L’Agnello che è stato ucciso è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore. A Lui la glória e il potere nei sécoli dei sécoli. Sal. 71, 1 - O Dio, dà il tuo potere al Re: e la tua giustizia al tuo Figlio regale. Gloria al Padre… Ap. 5, 12; 1, 6 - L’Agnello che è stato ucciso è degno…


Due feste della regalità di Cristo

Trovammo già all'inizio dell'Anno Liturgico una festa della Regalità di Cristo: l'Epifania. Gesù, nato da poco, si manifestava ai Re dell'Oriente e al popolo d'Israele come "il Signore, che tiene nella sua mano il regno, la potenza, l'impero" (Introito della Messa dell'Epifania). Accogliemmo allora "il Salvatore, che veniva a regnare su di noi" (ibid.) e con i Magi gli offrimmo i nostri doni, fede e amore.
Perché la Chiesa al declinare dell'Anno Liturgico ci fa celebrare un'altra festa della Regalità di Cristo, della sua regalità sociale e universale?
Il giorno dell'Epifania noi abbiamo conosciuto la natura della regalità, non meno della dignità del neonato Bambino. Ma, forse, ci siamo lasciati affascinare dalla stella che, brillando nel cielo di Betlemme, ci recava la luce della fede e ci faceva sperare più vivo splendore per l'eternità. Cantammo allora la venuta dei gentili alla fede nella persona dei Magi, giunti dal lontano Oriente ai piedi del Re dei Giudei.


Il laicismo

Oggi la Chiesa ci fa riflettere sulle conseguenze della chiamata universale alla fede in Cristo. Le nazioni si sono convertite nel complesso al Signore, che con le conoscenze soprannaturali ha portato loro i benefici di una civiltà sempre ignorata dal mondo antico. Purtroppo, ormai da due secoli, un errore perniciosissimo tutte le rovina e in modo particolare rovina la Francia: il Laicismo. Consiste nella negazione dei diritti di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo sulla società umana, sia privata e familiare che sociale e politica. Gli apostoli della nuova eresia hanno ripreso il grido dei Giudei deicidi: Non vogliamo che costui regni sopra di noi. Con l'abilità, la tenacia e l'audacia dei figli delle tenebre si sono sforzati di cacciare Cristo da ogni luogo, hanno dichiarata immorale la vita religiosa, hanno espulso i religiosi, hanno tentato, sebbene invano, di imporre una costituzione scismatica alla Chiesa, hanno separato la Chiesa dallo Stato, negato alla società civile il dovere di aiutare gli uomini a conquistare i beni eterni, scardinato la famiglia con la legge del divorzio, tolto il crocifisso dai tribunali, dagli ospedali, dalle scuole e hanno infine dichiarato intangibili le loro leggi, facendo dello Stato un Dio.

Scopo della festa

Di fronte a "questa peste dei nostri tempi", i Papi hanno alzata la loro voce. Ma continuando la marea a crescere, Pio XI approfittò dell'anno giubilare, per ricordare in modo solenne al mondo, con l'enciclica Quas primas del giorno 11 dicembre 1925, il pieno e totale potere di Cristo, Figlio di Dio, Re immortale dei secoli, su tutti gli uomini e tutti i popoli, in tutti i tempi. Perché l'insegnamento tanto necessario non fosse troppo presto dimenticato il Papa istituì, in onore della universale regalità di Cristo, una festa liturgica, che fu ad un tempo solenne ammonimento e riparazione per l'apostasia delle nazioni e degli individui, che all'insegna del laicismo tende a manifestarsi nella dottrina e nella vita. In tale festa, per disposizione del Sommo Pontefice, si rinnova la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore.
I fedeli trovano nel Breviario o, in modo più semplice, nel Messale l'insegnamento della Chiesa sulla regalità sociale di Cristo, insieme ad incomparabili formule di preghiera, di lode, di riparazione e di domanda da usarsi nella festa. Ma l'enciclica del Papa espone l'insegnamento in tutta la sua ampiezza e noi la riassumeremo, invitando a leggere il testo integrale, affinché, conosciuti i diritti del Signore, si respinga il veleno del laicismo e si vada con confidenza al Cuore di Gesù, che nella sua regalità è soltanto amore e misericordia.

La triplice regalità

I fedeli potranno vedere nella enciclica come Cristo è Re delle intelligenze, dei cuori e delle volontà; chi sono i sudditi di questo Re; il triplice potere che la regalità comporta e la natura spirituale della regalità stessa.

In senso metaforico si è stabilito da molto tempo l'uso di attribuire a Cristo il titolo di Re, per l'eccellenza ed eminenza delle sue singolari perfezioni, per le quali sorpassa tutte le creature. Ci si esprime così, per dire che egli è il Re delle intelligenze umane, non tanto per la penetrazione della sua intelligenza umana e della vastità della sua scienza, ma piuttosto perché è la Verità stessa e gli uomini devono cercare in lui la verità e da lui riceverla con sottomissione. Egli poi è detto Re delle volontà non solo perché alla santità assoluta della divina volontà corrisponde l'integrità e la sottomissione perfetta della sua volontà umana, ma anche perché, attraverso la mozione e l'ispirazione della grazia, sottomette la nostra libera volontà, facendo sì che il nostro ardore si infiammi per le azioni più nobili. Infine Cristo è Re dei cuori, a causa della sua carità, che sorpassa qualsiasi immaginazione, nonché della dolcezza e della bontà, che attirano le anime. Di fatto, nessun uomo fu mai amato, né lo sarà mai, come Cristo Gesù da tutto il genere umano.

Regalità, conseguenza dell'unione ipostatica


"Ma, per addentrarci di più nell'argomento, tutti possono vedere che il nome e il potere di Re spettano a Cristo nel senso proprio del termine. È nella qualità d'uomo che Cristo ha ricevuto dal Padre la potenza, l'onore, la regalità, perché il Verbo di Dio, che è consostanziale al Padre, tutto possiede in comune col Padre e, per conseguenza il potere sovrano e assoluto su tutte le cose... La Regalità di Cristo poggia sopra l'unione mirabile che vien detta unione ipostatica. Ciò posto, gli angeli e gli uomini devono adorare Cristo in quanto è Dio, ma devono obbedire a lui e manifestargli sottomissione anche in quanto uomo, cioè, per il solo motivo dell'unione ipostatica Cristo ha avuto potere su tutte le creature... ".

Il triplice potere

"La regalità di Cristo comporta un triplice potere: legislativo, giudiziario, esecutivo. Senza questi poteri non si concepisce alcuna regalità. I Vangeli non solo ci assicurano che Cristo ha confermato delle leggi, ma ce lo presentano mentre stabilisce delle leggi... Gesù dichiara inoltre che il Padre gli ha concesso un potere giudiziario... e il potere giudiziario implica il diritto di decretare per gli uomini pene e ricompense anche in questa vita. Il potere esecutivo deve poi essere attribuito a Cristo, perché l'obbligo di obbedire ai suoi ordini è per tutti necessario, avendo egli stabilito pene alle quali nessuno che sia colpevole potrà sottrarsi".

Carattere della Regalità di Cristo

"Che la Regalità di Cristo sia spirituale e si riferisca soprattutto alle cose spirituali... il modo stesso di agire di Cristo l'ha confermato... Davanti a Pilato Gesù dichiarò che il suo regno non è di questo mondo e, nel Vangelo, questo regno ci è presentato come un regno nel quale ci si prepara ad entrare con la penitenza e si entra soltanto per la fede e per il battesimo. Il Salvatore inoltre oppone il suo regno soltanto al regno di Satana e alla potenza delle tenebre; chiede ai suoi discepoli non solo di distaccarsi dalle ricchezze e da tutti i beni della terra, di praticare la dolcezza, di aver fame e sete di giustizia, ma anche di essere pronti alle rinunce e di portare la croce. Se Cristo Redentore si è comprata la Chiesa a prezzo del suo sangue e Cristo Sacerdote si offre perpetuamente vittima per i peccati degli uomini, chi non vede che la sua dignità regale deve avere il carattere spirituale di queste due funzioni di Sacerdote e di Redentore?

Sarebbe tuttavia errore negare che la regalità di Cristo si estenda alle cose civili, perché egli ha ricevuto dal padre un dominio assoluto, tale che si estende a tutte le cose create, le quali tutte sono sottomesse al suo dominio".

Messa

Mentre in cielo gli Angeli e i Santi adorano l'Agnello immolato proclamandolo Re, noi ci raccogliamo nella Chiesa, per rinnovare il mistero della immolazione di questo Agnello e per proclamare anche noi la sua universale regalità nella vita individuale, familiare, sociale e politica, in terra e nell'eternità.
L'Epistola è un cantico vero e proprio in cui l'Apostolo san Paolo, rapito, proclama che cosa è Cristo per Dio, per la creazione e per la Chiesa. Il Padre è invisibile, abita in una luce, in una inaccessibile regione; ma ecco appare in mezzo a noi, perché si fa uomo come noi, versa il suo sangue per noi, Colui che è sua immagine, che è nato da Lui, che è Dio come Lui.

Dio: La creazione è opera sua, tutto per Lui sussiste, in Lui noi abbiamo vita, il movimento e l'essere, tutto esiste per Lui.

Capo della creazione, è capo ancora della Chiesa, che è il suo corpo, la sua Sposa. Tra essi vi è unità di vita e la vita egli l'ha nella pienezza e la pienezza si dispensa senza esaurirsi. Viene da Lui ogni bellezza, viene da Lui ogni santità, come dalla sua sorgente.Il Padre lo volle così, nel suo disegno volto a ricondurre tutte le cose all'unità primitiva e a pacificare, nel sangue del suo Figlio, tutto quanto esiste in cielo e in terra.

EPISTOLA (Col. 1, 12-20). - Fratelli: Ringraziamo Dio Padre, il quale ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, e, liberandoci dall'impero delle tenebre, ci ha trasportati nel regno del suo diletto Figliolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati. Egli è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di tutte le creature, perché in lui sono state fatte tutte le cose, in cielo e in terra, visibili e invisibili, i Troni, le Dominazioni, i Principati, le Potestà; tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è avanti a tutte le cose e tutto sussiste in lui. Egli è il capo del corpo della Chiesa, lui che è il principio e il primogenito tra i morti, in ogni cosa, affinché sia il primo. Infatti piacque (al Padre) che in lui abitasse ogni pienezza (della divinità) e, facendo la pace mediante il sangue della sua croce, per mezzo di lui ha voluto riconciliare con sé tutte le cose, quelle che sono sulla terra e quelle che sono in cielo, in Gesù Cristo, Nostro Signore.

VANGELO (Gv. 18, 33-37). - In quel tempo: Pilato domandò a Gesù: Sei tu il Re dei Giudei? Gesù rispose: dici questo da te stesso, oppure altri te l'hanno detto di me? Disse Pilato: Sono forse Giudeo? La tua nazione e i grandi sacerdoti ti han messo nelle mie mani: che hai fatto? Rispose Gesù: Il mio regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, avrebbero combattuto perché non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma il regno mio non è di quaggiù. Dunque tu sei Re? gli chiese allora Pilato. Gesù rispose: Tu lo dici, io sono Re. Sono nato per questo, e per questo sono venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chi è per la Verità ascolta la mia voce.

Il dialogo tra Gesù e Pilato ci rivela il carattere spirituale e universale della Regalità del Messia, la sua origine e il suo fine: "Io sono nato e sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità: chi è per la verità ascolta la mia voce". Commentando questo testo, sant'Agostino ci rivela il disinteresse e la bontà del nostro Re: "Che cosa era per il Signore essere re d'Israele? Era forse qualcosa di grande per il Re dei secoli diventare re degli uomini? Cristo non è re d'Israele per esigere tributi, per armare di ferro dei battaglioni e per domare visibilmente i suoi nemici, ma è re d'Israele per governare le anime, per vegliare su di esse nell'eternità, per condurre al regno dei cieli quelli che credono, che sperano, che amano".
Facciamo dunque vedere che siamo suoi sudditi dando a lui l'omaggio della nostra fede, della nostra confidenza e del nostro amore.

Meglio che nelle altre preghiere del santo sacrificio, nel Prefazio è proposta alla fede e alla pietà dei credenti l'esatta nozione teologica della regalità di Cristo. Come Figlio unico del Padre, al quale è coeterno e consostanziale, il Verbo incarnato comunica alla sua santa umanità, in virtù dell'unione ipostatica, la doppia unzione divina del Sacerdozio e della Regalità. In virtù del sacrificio redentore sull'altare della Croce, come per la nascita eterna, egli sottomette al suo indistruttibile imperio tutte le creature in un regno di Verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore, di pace" (P. de la Brière, Études, t. 186, p. 358).

Prefazio

È cosa davvero degna e giusta, equa e salutare renderti grazie in ogni tempo e in ogni luogo, o Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno, che ungesti con l'olio della letizia il tuo unico Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, Sacerdote eterno e Re dell'Universo, perché immolando se stesso sull'altare della Croce, ostia immacolata e pacifica, compì il mistero sacro della redenzione dell'uomo e, sottomesse al suo impero tutte le creature, procurò alla tua immensa maestà un regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santificazione e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Per questo...
/
Vere dignum et iustum est, aéquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus: Qui Unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Iesum Christum, Sacerdótem aetérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara Crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánae sacraménta perágeret: et, suo subiéctis império ómnibus creatúris, aetérnum et universále regnum imménsae tuae tráderet maiestáti: regnum veritátis et vitae; regnum sanctitátis et grátiae; regnum iustítiae, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus, cumque omni milítia coeléstis exércitus, hymnum glóriae tuae cánimus, sine fine dicéntes

Preghiamo

O Dio onnipotente ed eterno che volesti restaurare ogni cosa nel tuo diletto Figliolo, Re dell'universo, fa' che tutte le famiglie del mondo, disgregate a causa del peccato, si sottomettano alla sua soavissima autorità.



da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1210-1215.






sabato 24 ottobre 2026

In Umbria arriva il suicidio assistito. I vescovi: «Non tutto ciò che è legale è morale»



(Imagoeconomica)

Salgono così a cinque le regioni che hanno aperto alla “dolce morte”. Ma la voce della Chiesa, citando Papa Leone, risuona con forza



Manuela Antonacci, 24 ottobre 2026 

Il 22 ottobre 2026 l'Assemblea legislativa dell'Umbria ha approvato la legge sul suicidio medicalmente assistito. L'Umbria è già la quinta regione che legifera su questo tema. Le altre 5 sono: Toscana ( nel febbraio del 2025); Sardegna (nel settembre del 2025); Emilia-Romagna (nel luglio del 2026); Veneto ( il 2 settembre del 2026); Umbria ( il 22 ottobre 2026).

Anche la Puglia e il Piemonte si stanno adoperando, seppure senza una legge: in particolare la Puglia con una delibera nel 2023 e il Piemonte con una circolare alle ASL nel febbraio 2026. La Lombardia, invece, sebbene non abbia varato una legge ha elaborato delle linee guida operative e organizzative.

Il recente provvedimento legislativo dell’Umbria ha, tuttavia, riaperto una spaccatura sul piano politico e su quello etico. Un voto, quello in terra umbra, che ha visto il centrodestra dividersi con 3 consiglieri favorevoli e 5 contrari (Romizi di Forza Italia, Tesi della Lega e tre esponenti di Fratelli d’Italia) e che pone seri interrogativi sul futuro dell'assistenza ai più fragili.

La legge trae origine dall’iniziativa popolare "Liberi Subito" dell'Associazione Luca Coscioni, sostenuta da circa 4.800 firme. Il testo è dedicato alla memoria di Laura Santi, la giornalista perugina con sclerosi multipla morta nel luglio 2025.

Il provvedimento recepisce i requisiti fissati dalla Corte costituzionale: patologia irreversibile; sofferenze fisiche o psicologiche ritenute insopportabili; dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; volontà libera e consapevole. Per dare attuazione a questi principi ogni ASL ha l’obbligo di istituire una commissione multidisciplinare permanente composta da uno psichiatra, un anestesista, uno psicologo, un medico legale, un infermiere e un esperto di cure palliative, più eventualmente uno specialista della patologia. Il procedimento si svolge al massimo in 30 giorni dalla presentazione della domanda, divisi in passaggi precisi: nomina della commissione entro 4 giorni; accertamenti in 10 giorni; comunicazione della decisione entro 3 giorni dal parere del comitato etico; protocollo operativo entro 5 giorni; farmaco e assistenza garantiti entro 7 giorni. La procedura è gratuita, in quanto a carico del Servizio sanitario regionale e l’obiezione di coscienza è garantita per il personale sanitario.

Tuttavia, le cose non filano esattamente lisce come l’olio. Un precedente significativo sul dissidio generale che questi provvedimenti regionali stanno generando riguarda la Toscana: il testo regionale impugnato dal governo è stato in parte bocciato dalla Corte Costituzionale che con la sentenza 204/2025 ha dichiarato illegittime alcune sue norme, tra cui quelle sui tempi. Ha però confermato che le Regioni possono decidere sugli aspetti organizzativi.

Il 24 settembre il governo ha impugnato anche la legge dell'Emilia-Romagna. Secondo l'esecutivo, infatti, lascia alle linee guida regionali alcuni requisiti chiave e non garantisce abbastanza le cure palliative.

Per ora la norma dell’Umbria non ha subito rilievi all’esecutivo e ciò che lascia perplessi è che sotto il profilo politico, l'Umbria è la quarta regione di centrosinistra a legiferare.

​Contro l’impostazione della legge umbra e il contesto socio-sanitario regionale si è scagliato il network “Ditelo sui Tetti”, che attraverso le voci di Elena Fruganti e Domenico Menorello ha sollevato una forte critica sia nel merito che nel metodo seguito dalle istituzioni regionali.

​«La libertà non è abbandonare chi soffre. Una società civile cura e accompagna, non trasforma la morte in una risposta alla fragilità», hanno affermato con fermezza Menorello e Fruganti, sottolineando la contraddizione di base di questa legge.

​Secondo i rappresentanti del network, la stessa presidente Stefania Proietti aveva richiesto un maggior confronto e un potenziamento di cure palliative, hospice e assistenza domiciliare — ambiti nei quali la Giunta non si era ancora impegnata con fatti concreti.

​«Non basta riconoscere le criticità se poi si va avanti senza aver sciolto i nodi fondamentali», hanno sottolineato i due esponenti. «Prima di disciplinare una procedura di morte, la Regione dovrebbe garantire cure tempestive e accessibili, sostegno psicologico e assistenza domiciliare adeguata. Nessuno dovrebbe arrivare a desiderare la morte perché non trova sollievo al dolore o risposte concrete ai propri bisogni».

​Il nodo principale della critica riguarda le ripercussioni culturali che una simile normativa esercita sulla collettività. Le leggi, ricordano “Ditelo sui Tetti", non sono semplici dispositivi tecnici, ma riflettono il concetto di bene comune della società.

​Legittimare il suicidio assistito rischia così di incrinare la percezione del valore della vita umana, proprio nelle sue fasi di maggiore vulnerabilità. La dignità umana, sostengono, non è legata all'efficienza, alla salute o all'autonomia, ma resta inviolabile in ogni sua condizione.

La sfida che si apre ora per l'Umbria riguarda il modello di civiltà che intende costruire: «La vera civiltà si misura dalla capacità di prendersi cura di chi è fragile, non dalla rapidità con cui si predispone una procedura per morire», concludono Menorello e Fruganti.

«Amarezza e delusione» l’hanno espressa, inoltre, i vescovi dell’ Umbria. «Di fronte a una disposizione legislativa che, anziché promuovere e difendere la vita come dono inestimabile, intende legalizzarne la soppressione» i vescovi umbri «ripetono con Papa Leone XIV che la tutela della vita – dal suo concepimento fino al suo termine naturale – è il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto», affermazione ribadita ancora una volta dal Pontefice nell’udienza generale di mercoledì, citando le stesse parole del Concilio. «La risposta umana e cristiana alle esigenze delle persone anziane, malate e sole – aggiunge l’episcopato umbro – è l'accompagnamento e la prossimità solidale. I Vescovi riaffermano altresì la necessità che si dia piena attuazione alla legge che ha introdotto le cure palliative».

Nel ribadire l’impegno delle comunità ecclesiali sul territorio i vescovi chiosano: «Le Chiese che sono in Umbria continueranno con tutte le forze a servire la vita e a prendersene cura, assicurando vicinanza e sostegno a tutte le forme di fragilità. “La tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. Ciò che è legale non è necessariamente morale».






Scontri e devastazioni: è l'esito della distruzione della famiglia




Non ci si può stupire oggi della violenza dilagante, dei giovani e non solo, quando si è voluto sistematicamente distruggere il nucleo fondante della società, a partire dall'introduzione della legge sul divorzio. L'ordine sociale si può fondare soltanto su un qualcosa di oggettivo che precede lo Stato, ovvero la legge naturale. Sulle violenze giovanili della scorsa settimana e sulle reazioni di stampa e politica, il Venerdì della Bussola con Stefano Fontana e Francesca Romana Poleggi.


 24-10-2026

Non ci si può stupire oggi della violenza dilagante, dei giovani e non solo, quando si è voluto sistematicamente distruggere il nucleo fondante della società, a partire dall'introduzione della legge sul divorzio. Quaranta anni fa erano pochi i bambini a scuola che venivano da genitori separati, e non a caso erano considerati i bambini più problematici; oggi il rapporto si è invertito, è difficile trovare bambini con genitori regolarmente sposati.

I dibattiti e le polemiche di questi giorni mettono in evidenza che nel nostro Paese non c'è una visione condivisa del bene comune, ma solo visioni ideologiche contrapposte su ordine e disordine. L'ordine sociale si può fondare soltanto su un qualcosa di oggettivo che precede lo Stato, ovvero la legge naturale.

Alla scuola oggi si chiede di tutto meno quello che è fondamentale: insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Ma è anche importante insegnare il sacrificio, la fatica per raggiungere un obiettivo. Per questo è assurdo e diseducativo evitare le bocciature, i brutti voti. Le punizioni sono importanti, perché così i ragazzi capiscono la responsabilità e le conseguenze logiche che hanno le azioni.

Anche la Chiesa oggi non è di aiuto perché pensa solo a non essere divisiva, a non scomodare, a non fare proselitismo. E finché rimarranno questi vertici nella Chiesa italiana non c'è certo speranza che si inverta la rotta.

Oggi l'unica risposta possibile è la decisione e la responsabilità di ogni persona, di ciascuno di noi, laddove siamo, ad affermare la verità, a costruire il bene.

Sulle violenze giovanili della scorsa settimana e sulle reazioni di stampa e politica, il Venerdì della Bussola con Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, e Francesca Romana Poleggi, insegnante e membro della direzione di Pro Vita & Famiglia.

Per approfondire il tema, acquista il videocorso di Dottrina sociale organizzato da Bussola e Osservatorio Van Thuan e intitolato "Ordine e disordine sociale: alle radici dell'insicurezza".







Vaticano, vietato l’ingresso nella Basilica di San Pietro ai tradizionalisti della Messa in latino: tensione per la processione di domani




Articolo della vaticanista Franca Giansoldati, pubblicato poco fa sul quotidiano Il Messaggero.



Franca Giansoldati, 24-10-2026

Rischia di trasformarsi in un braccio di ferro con le autorità vaticane l’annuale pellegrinaggio dei Cattolici tradizionalisti legati alla Santa Messa tradizionale celebrata secondo il Missale Romanum del 1962, l’ultima edizione promulgata da San Giovanni XXIII prima della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II. Domani mattina alcune centinaia di fedeli, arrivati a Roma da diversi Paesi, dovrebbero raggiungere in processione la Basilica di San Pietro in Vaticano per venerare le reliquie di San Pietro apostolo. Ma questa volta, secondo quanto riferito dagli organizzatori, la Segreteria di Stato avrebbe comunicato il divieto assoluto di ingresso in Vaticano, provocando sconcerto e aprendo interrogativi su quanto potrebbe accadere all’arrivo del corteo.

La decisione appare ancora più difficile da comprendere agli occhi dei promotori perché, meno di tre mesi fa, l’allora Arciprete della Basilica di San Pietro in Vaticano, il card. Mauro Gambetti O.F.M.Conv., aveva autorizzato con una lettera una breve celebrazione presso uno degli altari laterali.

Un permesso che sembrava garantire, come negli anni passati, il regolare svolgimento di un appuntamento organizzato da quindici anni e che ora, improvvisamente, sembrerebbe stato superato da disposizioni di segno opposto.

«Siamo scioccati da questo divieto», hanno ripetuto gli organizzatori durante il convegno svoltosi oggi pomeriggio al Pontificio Istituto Patristico Augustinianum, dove per ore si è cercato di comprendere le ragioni della decisione e soprattutto di stabilire come comportarsi domani.

Il programma prevede alle ore 10 la recita del Rosario e la partenza della processione (autorizzata dalla Questura) dalla Chiesa dei Santi Celso e Giuliano in Banchi, con arrivo previsto in piazza San Pietro intorno alle ore 11. Resta però da capire se il corteo potrà avvicinarsi alla Basilica di San Pietro in Vaticano, se interverrà la Gendarmeria vaticana sul confine vaticano e quali disposizioni saranno concretamente applicate. «È possibile che qualcuno voglia entrare almeno sul sagrato ugualmente», osservano alcuni partecipanti, senza nascondere il rischio di momenti di tensione.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è anche la distinzione, rivendicata con forza dagli organizzatori, tra i fedeli legati alla liturgia tradizionale e la Fraternità sacerdotale di San Pio X, fondata dall’Arcivescovo Marcel Lefebvre. I promotori sottolineano di non appartenere alla Fraternità e di non avere alcun coinvolgimento nelle Consacrazioni episcopali senza mandato pontificio avvenute quest’estate a Écône, che hanno ulteriormente aggravato la frattura con Roma. «Noi non siamo scomunicati. Noi siamo cum Petro et sub Petro», ripetono, rivendicando la piena comunione con il Romano Pontefice e respingendo qualsiasi assimilazione ai gruppi che contestano l’autorità della Santa Sede. Il loro interrogativo è soprattutto ecclesiale: perché impedire l’accesso alla Basilica di San Pietro in Vaticano a fedeli cattolici che intendono pregare sulla tomba di San Pietro?

Il malessere è emerso con particolare evidenza nell’intervento di Christian Marquant, presidente dell’associazione francese Oremus-Paix Liturgique, arrivato a Roma per partecipare all’incontro. Secondo Marquant, all’origine delle incomprensioni ci sarebbe una conoscenza insufficiente del mondo tradizionalista da parte delle autorità ecclesiastiche.

«È ben triste essere ignorati dalla gerarchia della Chiesa. Ignorati nel senso letterale: non sanno chi siamo, che cosa facciamo. Non conoscono altro che la Fraternità sacerdotale di San Pio X, e anche quella assai male», ha denunciato.

Christian Marquant ha inoltre raccontato di un tentativo di far conoscere direttamente a Papa Leone XIV la situazione dei fedeli legati alla liturgia antica, attraverso mons. Athanasius Schneider O.R.C., ricevuto in udienza nel dicembre scorso. Secondo la ricostruzione riferita dal presidente dell’associazione Oremus-Paix Liturgique, durante quel colloquio Papa Leone XIV avrebbe commentato la celebrazione dell’anno precedente nella Basilica di San Pietro in Vaticano con una frase destinata ad alimentare ulteriori interrogativi: «Quella Messa è stata strumentalizzata».

La vicenda riporta al centro una questione che continua ad attraversare il pontificato di Leone XIV: quale spazio riconoscere ai cattolici legati alla liturgia precedente alla riforma conciliare e come distinguere la sensibilità tradizionale, vissuta all’interno della comunione ecclesiale, dalle posizioni di aperta contestazione dell’autorità pontificia. Per il momento resta soprattutto l’incertezza su quanto accadrà domani mattina. Dopo quindici anni di pellegrinaggi, i fedeli della Santa Messa tradizionale potrebbero trovarsi davanti a un limite mai incontrato prima: non poter raggiungere la Basilica di San Pietro in Vaticano per pregare sulla tomba dell’Apostolo al quale dichiarano di voler restare fedeli.







venerdì 23 ottobre 2026

Perché il Rosario fa raggiungere le vette della vita cristiana?






1. San Luigi Grignon de Montfort afferma che il Rosario è perfettamente compatibile con la contemplazione. Tanti santi che sono stati devoti al Rosario hanno raggiunto il più alto livello della contemplazione.

2. Così scrive il Monfort: “Molte persone di talento e grandi dottori, ma spiriti forti ed orgogliosi, non vi consiglieranno molto il Santo Rosario; vi porteranno piuttosto a recitare i sette salmi penitenziali o qualche altra preghiera di quel tipo. Se qualche buon confessore ti ha dato come penitenza un Rosario da dire durante quindici giorni o un mese, non hai che da andare a confessarti da quacuno di questi signori perché la tua penitenza sia cambiata in qualche altra preghiera, in digiuni, messe o elemosine. Se anche consulti qualche persona di preghiera, come ne esistono al mondo, che non conosca affatto per sua esperienza l’eccellenza del Rsario, non soltanto non lo consiglierà a nessuno, ma ne distoglierà altri per indirizzarli alla contemplazione, come se il Rosario e la contemplazione fossero incompatibili, come se tanti santi, che sono stati devoti al Rosario, non avessero raggiunto il grado più alto della contemplazione” (Il segreto ammirabile del Santo Rosario, n.149).

3. D’altronde il Rosario è prevalentemente contemplazione. La recita delle Ave è funzionale al “guardare” i Misteri rappresentati. Da questo punto di vista si potrebbe dire che quella del Rosario è una contemplazione non lasciata a se stessa, non contornata dal semplice silenzio, bensì sostenuta dal tono della preghiera orante.

4. Papa Giovanni Paolo II, nel Rosarium Virginis Mariae (n. 12, 16 ottobre 2002), dice: “Il Rosario, proprio a partire dall’esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa”. E nel Direttorio su pietà popolare e liturgia (n.197, 2002), della Congregazione perr il culto divino e la disciplina dei sacramenti, troviamo scritto: “Il Rosario è una preghiera essenzialmente contemplativa”.



Zuppi firma la resa dei vescovi italiani (indovinate a cosa)



Il presidente dei vescovi italiani ha presentato le "schede per la conoscenza dell'islam", progetto della CEI realizzato in collaborazione con studiosi musulmani e destinato a insegnanti di religione e studenti. Schede che non fanno i conti con la realtà islamica, ma che soprattutto rovesciano il dovere di integrazione e stravolgono l'insegnamento della religione cattolica.


SCUOLA

Resa all'islam


Riccardo Cascioli, 23-10-2026

Cosa vuol dire conoscere l’islam? Ed è il compito della Chiesa italiana promuovere l’islam? Sono le prime domande che sorgono spontanee dopo aver assistito alla «Presentazione delle schede per la conoscenza dell’islam», avvenuta il 21 ottobre nei locali dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Promotrice dell’iniziativa è proprio la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) - presente il suo presidente, cardinale Matteo Zuppi (nella foto insieme al presidente dell'UCOII, Yassine Baradai) - in collaborazione con il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI), e con la partecipazione dei rappresentanti delle principali sigle islamiche in Italia (vedi locandina nella foto).




Promotori e collaboratori di gran peso, dunque, e significativa anche la sede dell’incontro che indica un coinvolgimento ai massimi livelli nel progetto, soprattutto in un momento in cui alcune sigle dell’islam in Italia stanno spingendo per il riconoscimento ufficiale dello Stato italiano.

Molto ambizioso anche il progetto, destinato agli insegnanti e agli studenti dell’Ora di religione cattolica, chiamati a formarsi su queste schede, che – dipendesse dal cardinale Zuppi – tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani – dice sempre il presidente della CEI – siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell’islam.

Il progetto consiste in 11 schede che intendono presentare sinteticamente i principali aspetti della religione islamica, la sua storia, la sua teologia, “convergenze e divergenze con il cristianesimo”, la sua presenza in Italia. Non è tutto l’islam, come è stato spiegato dai curatori, ma certamente «l’islam autentico», garantito dalla serietà e dalla competenza di chi ha redatto queste schede, un gruppo di lavoro paritetico di studiosi cattolici e islamici (e anche questo è un aspetto da tenere presente su cui torneremo). Per completezza c’è da aggiungere che per il cardinale Zuppi questa «conoscenza condivisa è il contrario dello scontro di civiltà», contro cui si scaglia tirando in ballo anche alcuni giornali i cui titoli – dice con forza il presidente della CEI - «sono pericolosi, da islamofobia».

In realtà, ad essere pericolosa e sconsiderata è questa operazione della CEI. E per svariati motivi, a cominciare dal contenuto stesso delle schede. Non si mette in discussione l’autorevolezza dei redattori e l’esattezza delle informazioni, ma già a una prima lettura appare evidente che c’è un pregiudizio positivo che tace o minimizza gli aspetti più problematici dell’islam. Evidente quando si parla di fondamentalismo: chi si accostasse per la prima volta alla religione islamica leggendo queste schede avrebbe l’impressione che il fondamentalismo sia un aspetto marginale, rifiutato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, una riedizione in chiave religiosa della vecchia giustificazione sui “compagni che sbagliano”.

Ma se così è, come spiega il cardinale Zuppi che non c’è un solo Paese islamico al mondo dove ci sia una vera libertà religiosa? E che tutti i rapporti internazionali confermino di anno in anno che i regimi islamici sono la prima causa di sofferenza per i cristiani, con ben 34 Paesi islamici tra i primi 50 per la persecuzione anticristiana? E per stare all’Italia, come spiegherebbe il presidente della CEI il moltiplicarsi nelle nostre strade di donne completamente coperte fino agli occhi, segnale evidente di quale islam si stia affermando? In un recente Venerdì della Bussola, l’on. Souad Sbai, presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia, ha testimoniato delle violenze quotidiane contro le donne di cui è testimone, ha ricordato le donne musulmane uccise in Italia, convertite al cristianesimo o meno; e ancora, abbiamo visto proprio in queste settimane la costituzione di una Camera arbitrale islamica, un tentativo di imporre una giustizia parallela a quella dello Stato italiano.

E si potrebbe continuare a lungo sulle “amnesie” di queste schede. Conoscere l’islam significa anche fare i conti con la realtà. In questo senso un predecessore di Zuppi alla guida dell’arcidiocesi di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, si dimostrò molto più lungimirante nella famosa Lettera pastorale alla Chiesa di Bologna del settembre 2000.

Ma anche se le schede fossero assolutamente corrette, il progetto CEI – che come ha tenuto a precisare lo stesso Zuppi è un “processo”, quindi si arricchirà di altri capitoli – sarebbe comunque sciagurato.

Essenzialmente per due motivi: anzitutto perché se il tema è l’integrazione, il dialogo invece che lo scontro, sono le comunità islamiche chiamate a integrarsi nella cultura italiana e non viceversa. Dovrebbero essere i centri culturali islamici a organizzare incontri e sussidi per spiegare ai fedeli musulmani cosa è il cattolicesimo, ma di questo non c’è traccia. Come mai ai responsabili delle organizzazioni islamiche presenti mercoledì all’ambasciata non è mai venuta un’idea del genere (e mai verrà)? Conoscere l’islam è cosa opportuna ma che gli immigrati di altre religioni imparino cos’è il cattolicesimo dovrebbe essere obbligatorio.

E qui veniamo al secondo motivo, il più importante visto che parliamo della CEI: l’ora di religione cattolica a scuola potrebbe davvero essere un’occasione anche per gli studenti che provengono da altre religioni; invece la CEI vuole rendere obbligatorio per insegnanti di religione cattolica e rispettivi studenti lo studio dell’islam e anche delle altre religioni (le schede sono state già preparate per l’ebraismo e seguirà il resto). In questo modo, oltre al resto, si sta subdolamente cercando di trasformare l’ora di insegnamento della religione cattolica in una sorta di Storia delle religioni, una proposta che da almeno venti anni anni torna periodicamente di attualità grazie a iniziative del mondo politico, della scuola e, ahinoi, anche dall’interno della Chiesa. Due anni fa era stato addirittura il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, presidente della Commissione CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo, a chiedere questa riforma, motivandola con il solito ritornello del “cambiamento d’epoca” che avrebbe trasformato l’Italia in una società multiculturale e multireligiosa.

Finora tali proposte si sono scontrate con il fatto che sarebbe necessario rimettere mano al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, ma evidentemente i vertici della CEI hanno pensato di aggirare l’ostacolo procedendo a cambiamenti di fatto. Già oggi l’ora di religione prevede che si parli delle altre confessioni, ma proprio perché l’ora scolastica riguarda l’insegnamento della religione cattolica, questa è anche il criterio con cui accostarsi alle altre religioni. Non per creare pregiudizi, al contrario, per conoscerle sotto una luce vera. Da questo punto di vista è significativo, nel senso di un cambiamento che si vuole imprimere, che le schede proposte ora dalla CEI siano redatte in collaborazione con teologi islamici. E infatti, come abbiamo accennato, hanno gravi carenze.

A suo tempo il cardinale Biffi disse «che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana». Il suo successore, il cardinale Zuppi, ha fatto la sua scelta: gioca per l’islam.