(Immagine generata con IA di Gemini)
di Giuseppe Russo, 6 settembre 2026
«Smettete di spostare il tabernacolo!». È il titolo, volutamente provocatorio, di una riflessione di Michael Sean Winters apparsa sul National Catholic Reporter, a proposito dei lavori di ristrutturazione della Cattedrale di San Patrizio a Norwich, nel Connecticut. Il motivo della sua protesta è abbastanza singolare: nella ristrutturazione il tabernacolo è stato riportato al centro dell’antico altare, sull’asse principale della cattedrale. Winters vede in questa scelta una sorta di regressione rispetto a quella che, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è diventata una prassi abbastanza diffusa: distinguere il luogo della celebrazione eucaristica da quello della custodia del Santissimo Sacramento.
La questione, però, è più seria di quanto possa sembrare. E non perché sia necessario stabilire una volta per tutte che il tabernacolo debba stare al centro del presbiterio. La normativa liturgica attuale non lo richiede e, anzi, distingue opportunamente l’altare della celebrazione dal luogo della custodia eucaristica. Il problema è un altro: che cosa dice una chiesa quando il luogo nel quale è custodito il Santissimo Sacramento viene progressivamente sottratto allo sguardo, marginalizzato o collocato in uno spazio quasi secondario?
È una domanda che non riguarda semplicemente l’architettura. Riguarda la fede.
Perché il tabernacolo non custodisce un simbolo dell’assenza di Cristo, ma il Sacramento della sua presenza reale. E questa affermazione, che appartiene al cuore stesso della fede cattolica, non può essere relativizzata in nome di una concezione della liturgia che rischia talvolta di ridurre l’Eucaristia al solo momento della celebrazione.
L’Eucaristia celebrata e l’Eucaristia custodita
È certamente vero che l’Eucaristia deve essere compresa anzitutto nella sua dimensione celebrativa. Il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium, ha ricordato che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energia». E l’Eucaristia è il centro della vita della Chiesa.
Ma dire che la Messa è il centro della vita cristiana non significa affermare che, terminata la celebrazione, la presenza eucaristica perda la sua rilevanza. La Chiesa cattolica non ha mai pensato l’Eucaristia come una realtà la cui consistenza dipenda dalla durata dell’azione liturgica. La presenza reale di Cristo permane nel Sacramento anche dopo la celebrazione, ed è proprio per questo che la Chiesa conserva le specie consacrate nel tabernacolo e rende al Santissimo Sacramento il culto di adorazione.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo afferma senza ambiguità: «la presenza di Cristo nel tabernacolo deve essere onorata con il culto di adorazione». Non siamo, dunque, davanti a due Eucaristie: quella «vera», che si celebrerebbe sull’altare, e quella «devozionale», custodita nel tabernacolo. È sempre lo stesso mistero eucaristico, considerato sotto aspetti differenti.
L’altare è il luogo nel quale la Chiesa celebra sacramentalmente il Sacrificio di Cristo; il tabernacolo è il luogo nel quale viene custodito il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore. La distinzione è reale e va rispettata. Ma trasformare la distinzione in contrapposizione sarebbe teologicamente assai discutibile.
Una presenza che continua
La tradizione cattolica ha sempre avuto la consapevolezza che l’Eucaristia non è semplicemente qualcosa che «accade» durante la Messa.
San Tommaso d’Aquino, nella sua teologia eucaristica, arriva al cuore della questione quando riconosce nel Sacramento la presenza vera del Cristo: hoc est corpus meum, questo è il mio corpo. Non una rappresentazione, non una metafora, non una semplice memoria psicologica della Cena del Signore.
Il Concilio di Trento, di fronte alla negazione della presenza reale propria della Riforma protestante, ribadirà con particolare forza la dottrina della presenza di Cristo «vere, realiter et substantialiter» nell’Eucaristia.
È importante ricordarlo perché, talvolta, sembra quasi che la devozione eucaristica sviluppatasi nei secoli successivi sia stata una sovrastruttura medievale della quale la Chiesa avrebbe dovuto liberarsi per recuperare una presunta purezza originaria.
Qui entra in gioco una questione più ampia, che riguarda il modo stesso di concepire la Tradizione.
Il problema dell’archeologismo liturgico
Il Concilio Vaticano II ha certamente invitato la Chiesa a ritornare alle fonti. Ma il ressourcement non può essere confuso con l’archeologismo. Tornare alle fonti significa recuperare la ricchezza della Tradizione nella sua origine, non immaginare che tutto ciò che si è sviluppato successivamente sia per ciò stesso una deformazione.
È questo, a mio avviso, uno dei problemi di una certa interpretazione del movimento liturgico del Novecento: l’aver assunto talvolta la Chiesa dei primi secoli come una sorta di paradigma normativo assoluto, quasi che lo sviluppo successivo della liturgia fosse stato principalmente un processo di stratificazione e di corruzione.
Ma una simile concezione della Tradizione non è propriamente cattolica.
La Tradizione non è la semplice ripetizione materiale di ciò che è stato fatto all’inizio. È la trasmissione vivente della fede della Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo non ha assistito la Chiesa soltanto nei primi secoli per poi abbandonarla al suo destino fino al XX secolo. Era presente nella Chiesa dei Padri, ma anche in quella medievale; nella grande scolastica, ma anche nella Riforma cattolica; nel Concilio di Trento e nella spiritualità eucaristica dei santi.
Naturalmente, questo non significa canonizzare ogni sviluppo storico. La storia della Chiesa conosce anche deviazioni, squilibri e forme di decadenza. Ma il criterio per giudicare uno sviluppo non può essere semplicemente la sua collocazione cronologica.
Ciò che è venuto dopo non è necessariamente meno autentico di ciò che è venuto prima.
Dal Viatico all’adorazione
È vero che nella Chiesa antica la conservazione dell’Eucaristia era legata soprattutto alla possibilità di portare la Comunione agli infermi e a coloro che non potevano partecipare alla celebrazione. È altrettanto vero che la forma assunta nei secoli successivi dalla devozione al Santissimo Sacramento si è sviluppata progressivamente.
Ma perché considerare questo sviluppo come un problema?
La Chiesa ha progressivamente approfondito la consapevolezza di ciò che essa stessa celebrava. La fede nella presenza reale ha generato forme nuove di culto: la custodia eucaristica, la visita al Santissimo, l’adorazione, le processioni, l’esposizione e la benedizione eucaristica.
Non si tratta semplicemente di pratiche devozionali aggiunte dall’esterno alla liturgia. Sono manifestazioni storiche di una fede che ha progressivamente esplicitato le conseguenze di ciò che crede.
È questo, in fondo, ciò che significa sviluppo della dottrina e della vita ecclesiale: quando la Chiesa comprende più profondamente un mistero, quella comprensione produce anche forme nuove di espressione.
Perciò sarebbe curioso sostenere, da una parte, che la Chiesa dei primi secoli costituisca il criterio normativo assoluto e, dall’altra, utilizzare la straordinaria devozione eucaristica sviluppatasi nel Medioevo come argomento per relativizzare la centralità del tabernacolo.
La questione, in realtà, è più profonda.
Lo spazio liturgico educa alla fede
Una chiesa non è soltanto un contenitore nel quale avvengono delle celebrazioni. Anche lo spazio è teologia. Anche l’architettura ecclesiale comunica una determinata comprensione della fede.
È inevitabile.
Un’immagine collocata in un luogo centrale attira lo sguardo. Un elemento relegato in un angolo viene percepito come marginale. Questo non significa che la posizione fisica determini automaticamente la fede del credente, ma significa che i segni possiedono una forza pedagogica.
Ed è proprio qui che la questione del tabernacolo diventa interessante.
Se il fedele entra in una chiesa e non riesce nemmeno a capire dove sia custodito il Santissimo Sacramento, qualcosa nella grammatica dello spazio liturgico merita di essere interrogato.
Non sto dicendo che il tabernacolo debba necessariamente essere collocato dietro l’altare o esattamente al centro del presbiterio. La Chiesa stessa, nella sua disciplina attuale, prevede diverse possibilità e chiede che il luogo della custodia sia «assai dignitoso, insigne, ben visibile, ornato decorosamente e adatto alla preghiera».
Proprio queste parole dovrebbero far riflettere: ben visibile, insigne, adatto alla preghiera.
Non invisibile. Non marginale. Non semplicemente funzionale alla custodia delle specie consacrate.
Non è forse questo il punto che rischiamo di perdere quando la questione viene ridotta a una disputa sull’architettura?
Il tabernacolo non è un concorrente dell’altare
Si potrebbe obiettare che una collocazione centrale del tabernacolo rischia di confondere il significato dell’altare. L’obiezione ha una sua ragionevolezza. L’altare è il luogo della celebrazione eucaristica e la sua centralità sacramentale non deve essere oscurata.
Ma da qui a parlare di «competizione» tra altare e tabernacolo c’è una distanza.
Il tabernacolo non è un oggetto che compete con l’altare per attirare lo sguardo dei fedeli. L’altare e il tabernacolo appartengono alla medesima economia sacramentale, pur esprimendone momenti differenti.
La Messa non si esaurisce, quanto al suo significato, nell’istante in cui termina la celebrazione. E la presenza sacramentale che permane non è un residuo della Messa, quasi ciò che rimane quando l’azione liturgica è finita.
È Cristo stesso che rimane.
È questa la ragione per cui la tradizione cattolica ha sempre considerato la visita al Santissimo Sacramento una pratica spirituale di grande valore. Non si va davanti al tabernacolo per ricordare che Cristo è stato presente. Ci si va perché si crede che Cristo è presente.
Questa è la differenza decisiva.
Il rischio di una liturgia troppo centrata sul ministro
La questione del tabernacolo conduce, infine, a un problema più generale che riguarda il modo in cui celebriamo.
Una delle intuizioni più interessanti della provocazione di Grondelski riguarda infatti la posizione del celebrante e, in particolare, quella del vescovo.
Il vescovo possiede nella Chiesa locale una funzione propria e la sua cattedra esprime il ministero episcopale. Non c’è dunque nulla di strano nel riconoscere simbolicamente il suo ruolo.
Ma la liturgia non è celebrazione della personalità del vescovo e neppure del sacerdote.
Il ministro presiede in persona Christi. Proprio per questo non dovrebbe mai diventare egli stesso il centro della celebrazione.
Qui si apre una questione che riguarda anche il modo concreto in cui il rito romano riformato è stato recepito. Non credo sia corretto attribuire al Novus Ordo in quanto tale ogni forma di protagonismo clericale che abbiamo conosciuto in questi decenni. Sarebbe una semplificazione ideologica.
Ma è altrettanto difficile negare che, in alcune esperienze celebrative, il sacerdote sia diventato troppo visibile, troppo parlante, troppo determinante, fino al punto che la liturgia sembra assumere il carattere personale di chi la presiede.
Il problema, allora, non è semplicemente il rito, ma il modo di celebrarlo.
Il sacerdote deve essere presente, ma non deve occupare il posto di Cristo. Il vescovo deve presiedere, ma non è il Signore della liturgia. La comunità deve partecipare, ma non è essa stessa l’oggetto ultimo della celebrazione.
La liturgia è della Chiesa perché è, prima ancora, azione di Cristo.
Non una restaurazione nostalgica
Non farei, dunque, del tabernacolo una nuova bandiera nella guerra tra «tradizionalisti» e «progressisti».
Non penso che tutto ciò che è stato fatto prima del Concilio debba essere automaticamente ripristinato, né che tutto ciò che è stato fatto dopo il Concilio debba essere difeso per il solo fatto di essere successivo. Questa logica appartiene più alla polemica ideologica che alla Tradizione cattolica.
La domanda dovrebbe essere un’altra: la forma concreta che diamo alle nostre chiese aiuta o ostacola la fede che professiamo?
Se crediamo nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, questa fede deve avere anche una grammatica visibile.
Non basta affermare verbalmente che il Santissimo Sacramento è Cristo. Anche il modo in cui costruiamo una chiesa, organizziamo un presbiterio e collochiamo il tabernacolo dovrebbe essere coerente con ciò che professiamo.
In fondo, la lex orandi non riguarda soltanto i testi del Messale e i gesti rituali. Riguarda anche lo spazio nel quale la Chiesa celebra.
Perché anche lo spazio, a suo modo, prega.
E allora la questione non è semplicemente se il tabernacolo debba stare al centro oppure lateralmente.
La questione è se, entrando in una chiesa cattolica, sia ancora possibile percepire immediatamente che lì c’è Qualcuno.
Non qualcosa.
Non un simbolo.
Non la memoria di un evento passato.
Qualcuno.
Il Cristo realmente presente.
Ed è forse proprio questo che dovremmo recuperare: non una nostalgia architettonica del passato, ma quella consapevolezza cattolica per la quale il silenzio davanti al tabernacolo non è un’interruzione della liturgia.
È già liturgia della fede.
Perché davanti al Santissimo Sacramento la Chiesa non ha bisogno di molte parole.
Le basta sapere che il Signore è lì.






