mercoledì 25 marzo 2026

Papa: «Generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo»



Papa Leone XIV - imagoeconomica

Leone XIV invita a ricucire le divisioni sulla liturgia promuovendo una “generosa inclusione” dei fedeli legati al Vetus Ordo, nel solco del Concilio Vaticano II e dopo le tensioni tra Summorum Pontificum e Traditionis Custodes


Messa in latino


Lorenzo Bertocchi, 25 Marzo 2026

Nel solco di una linea che punta esplicitamente alla ricomposizione delle tensioni interne alla Chiesa, Papa Leone XIV interviene sulla delicata questione liturgica, invitando a una “generosa inclusione” dei fedeli legati alla forma tradizionale della Messa. Il passaggio, contenuto in un messaggio ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes (24-27 marzo 2026) e firmato dal cardinale Pietro Parolin, rappresenta uno dei segnali più chiari del nuovo pontificato.

Una “ferita” nella Chiesa

Il Papa non nasconde la preoccupazione: “È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità”. Una diagnosi netta, che riconosce come il tema liturgico sia diventato negli ultimi anni un punto di frattura tra sensibilità ecclesiali diverse.

Il riferimento esplicito è alla crescita delle comunità legate al Vetus Ordo, cioè alla liturgia precedente alla riforma del Concilio Vaticano II. Di fronte a questa realtà, Leone XIV non propone né una chiusura né un ritorno indistinto al passato, ma un cambio di sguardo: maggiore comprensione reciproca e accoglienza “nella carità e nell’unità della fede”.

Dal Summorum Pontificum a Traditionis Custodes

Per comprendere la portata dell’intervento, è necessario collocarlo nel contesto degli ultimi due decenni.

Nel 2007, Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum aveva liberalizzato l’uso della liturgia tridentina, definendola “forma straordinaria” del rito romano. L’intento era favorire la riconciliazione interna alla Chiesa e offrire spazio a sensibilità diverse, senza mettere in discussione la riforma conciliare.

Questa apertura è stata significativamente ridimensionata nel 2021 da Papa Francesco con il motu proprio Traditionis Custodes, che ha riportato sotto un controllo più stretto l’uso del rito preconciliare, affidandone la regolamentazione ai vescovi e sottolineando l’unicità della lex orandi espressa dal rito riformato.

Il provvedimento di Francesco nasceva dalla preoccupazione che l’uso del Vetus Ordo fosse talvolta accompagnato da atteggiamenti di rifiuto del Concilio Vaticano II. Tuttavia, in diversi contesti ecclesiali, ha anche contribuito ad acuire tensioni e incomprensioni.

Il tentativo di Leone XIV

È in questo scenario che si inserisce la posizione di Leone XIV. Il Papa non mette in discussione il quadro normativo ereditato, né le “linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”, ma invita a un’applicazione pastorale che eviti esclusioni e contrapposizioni.

La richiesta di “soluzioni concrete” che consentano una “generosa inclusione” appare come un tentativo di superare una stagione segnata da polarizzazioni, senza tornare semplicemente indietro. Piuttosto, si tratta di ricucire il tessuto ecclesiale, riconoscendo che la diversità liturgica, se vissuta nella comunione, può essere una ricchezza e non una minaccia.

Un pontificato orientato all’unità

Il passaggio si inserisce coerentemente nella linea che sembra caratterizzare l’inizio del pontificato di Leone XIV, eletto nel conclave del maggio 2025: una forte attenzione all’unità della Chiesa, intesa non come uniformità, ma come comunione riconciliata.

Non a caso, il Papa parla della Messa come “sacramento stesso dell’unità”, indicando implicitamente che proprio sul terreno liturgico si gioca una delle sfide più delicate per la Chiesa contemporanea.

Il messaggio ai vescovi francesi, dunque, non è solo un intervento circoscritto a una situazione nazionale segnata da tensioni sul tema della liturgia tridentina, ma assume un valore più ampio: è un invito a tutta la Chiesa a uscire da logiche contrappositive e a ritrovare, anche nella pluralità delle forme, una comune appartenenza ecclesiale.

In questo senso, la “generosa inclusione” evocata dal Papa si configura come una possibile chiave per riaprire un dialogo che negli ultimi anni si era progressivamente irrigidito.




Vita religiosa: in Germania è ormai quasi scomparsa





Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 25 mar 2026



In Germania la vita religiosa è sull’orlo della scomparsa. Negli ultimi ventitré anni il numero di persone consacrate si è gradualmente ridotto quasi a zero, senza contare che metà dei monaci e l’80% delle suore hanno più di 65 anni.

Il declino della vita religiosa sembra irreversibile. Alla fine del 2025, in un paese di 85 milioni di abitanti, si contavano poco più di diecimila membri di ordini e congregazioni religiose.

Al 31 dicembre 2025, in Germania risiedevano 11.797 religiosi e religiose, 831 in meno (6,6%) rispetto all’anno precedente (12.628), secondo i dati recentemente pubblicati dalla Conferenza dei superiori maggiori tedeschi.

Il numero di religiose è in forte calo: 7,4% in un solo anno, tra il 2024 e il 2025, passando da 9.467 a 8.770, mentre il numero di religiosi è diminuito del 4,2%, raggiungendo quota 3.027 (rispetto ai 3.161 del 2024).

Di conseguenza, il numero di religiose è diminuito del 70% dal 2002: 20.203 unità, rispetto alle 28.973 di fine 2002. Questa tendenza è proseguita negli ultimi anni e non sembra destinata a rallentare.

Inoltre, se confrontiamo i dati attuali con quelli della metà del XX secolo, il declino è ancora più significativo. Nel 1965 in Germania c’erano circa centomila suore di vari ordini e congregazioni. Negli ultimi sessant’anni, il numero di suore tedesche è diminuito di oltre il 90%.

A questo crollo numerico si aggiunge il notevole invecchiamento di coloro che rimangono. Tra i religiosi maschi, circa la metà ha più di 65 anni (48,6%). Alla fine del 2025, in Germania c’erano 3.027 religiosi maschi, di cui 2.313 sacerdoti, 21 diaconi e 54 studenti di teologia.

I benedettini contavano il maggior numero di religiosi maschi (467), seguiti da francescani (416) e gesuiti (183).

L’81% delle suore tedesche ha più di 65 anni. Alla fine del 2025 erano distribuite in 795 comunità monastiche (rispetto alle 883 del 2024). I gruppi più numerosi erano gli ordini religiosi benedettini, francescani e vincenziani.

In poco più di un decennio la vita religiosa sarà praticamente scomparsa in Germania. Ma questi dati non sembrano impressionare i vescovi tedeschi, determinati a proseguire sulla via sinodale, che non farà altro che accelerare e completare la totale scomparsa della vita religiosa.

fsspx.new






Il libro sulla Messa tradizionale che ha interessato il Papa





Chiesa cattolica | CR 1943



di Giulio Ginnetti 25 Marzo 2026

Il 5 marzo 2026, Papa Leone XIV ha concesso un’udienza privata a due autori di un importante studio di un fenomeno che ha attirato crescente attenzione sia mediatica sia accademica: la presenza e la vitalità dei fedeli legati alla liturgia tradizionale in latino: il volume di Stephen Bullivant e Stephen Cranney, Trads: Latin Mass Catholics in the United States (Tradizionalisti: la messa in latino cattolica negli Stati Uniti), che sarà pubblicato il prossimo novembre dalla prestigiosa Oxford University Press e che il Papa ha probabilmente avuto il privilegio di leggere in anteprima.

L’opera si fonda su un’ampia indagine empirica che combina dati quantitativi e qualitativi, con l’obiettivo di delineare il profilo dei cattolici che frequentano la Traditional Latin Mass (TLM), Rito Romano antico. Fin dalle prime pagine, i due autori chiariscono l’intento del loro lavoro: «Questo libro nasce dall’esigenza di comprendere, con strumenti empirici, chi siano i cattolici che partecipano alla Messa in latino negli Stati Uniti, andando oltre impressioni aneddotiche e rappresentazioni mediatiche» (pp. 2-3), cioè offrire un’analisi fondata su evidenze piuttosto che su impressioni. Bullivant e Cranney aggiungono un punto metodologico decisivo: «Finora, gran parte delle discussioni sulla Messa tradizionale si è svolta senza dati affidabili; il nostro obiettivo è colmare questa lacuna» (p. 3). Un altro passaggio importante riguarda la sorpresa iniziale dei ricercatori: «Molti dei risultati che presentiamo mettono in discussione le aspettative comuni, in particolare per quanto riguarda l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso dei partecipanti» (p. 5).

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda proprio questo «l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso» (p. 5) di questo gruppo di fedeli. Contrariamente al diffuso cliché di un ambiente nostalgico e anziano, lo studio mostra che i partecipanti alla Messa tradizionale sono mediamente più giovani rispetto ai cattolici praticanti nel rito ordinario. Gli autori osservano infatti che «le congregazioni della Messa in latino sono in modo sproporzionato composte da giovani, con una notevole presenza di famiglie numerose» (p. 21). Questo dato si inserisce in una dinamica più ampia: come evidenziato anche da recenti studi sul cattolicesimo globale, la crescita della Chiesa oggi è trainata soprattutto da comunità giovani, dinamiche e fortemente praticanti.

Accanto alla giovane età, emerge infatti un elevato livello di impegno religioso. I fedeli della TLM partecipano alla Messa con maggiore frequenza, si confessano più regolarmente e mostrano una pratica religiosa intensa. «I loro livelli di impegno religioso superano di gran lunga quelli del cattolico medio negli Stati Uniti» (p. 34). Questo tratto li avvicina ad altre aree di crescita del cattolicesimo contemporaneo, dove la fede non è semplicemente un’identità culturale, ma una scelta vissuta con convinzione.

Le motivazioni che spingono questi fedeli verso la liturgia tradizionale costituiscono un altro punto centrale dell’analisi. Esse non sono riducibili a fattori ideologici, ma affondano le radici in un’esperienza spirituale profonda. «Gli intervistati descrivono frequentemente la Messa tradizionale come più riverente, più trascendente e più centrata su Dio» (p. 47). Il senso del sacro, la bellezza rituale e il silenzio diventano elementi decisivi in un contesto culturale spesso percepito come frammentato e secolarizzato.

A questo si aggiunge il valore della continuità storica. La liturgia tradizionale appare come un ponte tra passato e presente, capace di offrire stabilità in un’epoca segnata dal cambiamento rapido. In questo senso, essa risponde a un bisogno più generale che attraversa la Chiesa globale: quello di radicamento e identità.

Dal punto di vista delle convinzioni religiose, i cattolici della Messa in latino tendono a esprimere posizioni più tradizionali. «I partecipanti alla Messa in latino hanno una probabilità significativamente maggiore di sostenere visioni ortodosse in materia di dottrina e morale» (p. 62). Tuttavia, il gruppo non è monolitico: esistono differenze interne e percorsi personali diversificati, che riflettono la complessità del cattolicesimo contemporaneo.

Un elemento decisivo è la dimensione comunitaria. Le comunità legate alla TLM si configurano spesso come reti coese, caratterizzate da forte partecipazione e sostegno reciproco. «Queste comunità funzionano spesso come reti molto coese di credenze e pratiche condivise» (p. 78). Tale vitalità richiama quanto osservato in altri contesti di crescita ecclesiale: là dove la fede è vissuta comunitariamente e con intensità, essa tende a generare stabilità e continuità. Il rapporto con la gerarchia ecclesiastica resta invece articolato. «Pur identificandosi fortemente come cattolici, alcuni intervistati esprimono preoccupazione per gli sviluppi recenti nella Chiesa» (p. 91). Questa tensione non indica necessariamente rottura, ma piuttosto un coinvolgimento serio e consapevole nella vita ecclesiale.

In prospettiva più ampia, il fenomeno dei cattolici della Messa tradizionale può essere letto alla luce delle trasformazioni globali del cattolicesimo. Studi recenti mostrano che la crescita della Chiesa avviene soprattutto in contesti dove la fede è proposta in modo esigente e chiaramente identitario. In questo senso, anche le comunità tradizionali negli Stati Uniti partecipano di una dinamica più vasta: quella di una “ricomposizione” del cattolicesimo in forme più intenzionali e meno puramente culturali.

Nella parte finale del libro, gli autori tirano le fila dell’analisi collegandola al contesto più ampio del cattolicesimo contemporaneo: «Le comunità della Messa in latino, pur rimanendo numericamente minoritarie, rappresentano una componente vivace e in alcuni casi in crescita del cattolicesimo statunitense» (p. 103). Bullivant e Cranney sottolineano poi il significato sociologico delle comunità tradizionali: «Esse illustrano una forma di appartenenza religiosa più intenzionale, caratteristica delle religioni in contesti secolarizzati» (p. 104). E infine offrono una riflessione più generale sul futuro: «Comprendere questi cattolici non significa semplicemente studiare un fenomeno marginale, ma cogliere alcune dinamiche più ampie che stanno ridefinendo la vita religiosa nel XXI secolo» (p. 105).

Come osservano gli autori, «la crescita delle comunità della Messa in latino può riflettere dinamiche più ampie di differenziazione religiosa in un’epoca secolarizzata» (p. 105). In altre parole, in un contesto in cui la religione non è più socialmente scontata, emergono gruppi più piccoli ma più convinti, capaci di vivere la fede con maggiore intensità.

In definitiva, attraverso un’analisi rigorosa, Stephen Bullivant e Stephen Cranney mostrano come la liturgia tradizionale non sia un semplice ritorno al passato, ma una delle più efficaci forme attraverso cui la fede cattolica si rinnova nel presente.







25 aprile: Annunciazione




Tra gli strumenti di un cammino vi è la borraccia con cui portarsi dietro dell’acqua per idratarsi. Fuor di metafora, ne Il Cammino dei Tre Sentieri la “Borraccia” è la meditazione. I vari “sorsi” sono i punti della meditazione.



L’ACQUA

Affresco “Annunciazione” del Beato Angelico (1387-1455) su un muro di una cella del Monastero di San Marco a Firenze. L’opera risale al periodo tra il 1441 e il 1443.

I SORSI


1. Cari pellegrini, in questa borraccia, l’acqua non è fatta di parole, ma da un’immagine. Si tratta di un’opera del famoso beato Angelico (1395-1455) che ritrae l’avvenimento dell’Annunciazione. Episodio da lui dipinto anche in altre raffigurazioni. In questa opera ci sono tre personaggi: l’arcangelo Gabriele, la Vergine e un frate domenicano (il Beato Angelico era anch’egli frate domenicano) il quale osserva la scena. Si tratta di san Pietro martire (1205-1252), predicatore di Verona ucciso dagli eretici. Tre personaggi, ma se se ne può scorgere anche un quarto, un personaggio che occupa tutto lo spazio: il Verbo incarnato.

2. Se si fa attenzione, si nota che tra l’Angelo e la Vergine c’è una distanza che è sproporzionata alla grandezza dell’intero affresco. Tant’è che se questa distanza fosse stata inferiore, la figura di san Pietro martire si mostrerebbe per intero, cosa che non è. Si può notare, inoltre, che il vuoto tra l’Angelo e la Vergine non solo è il centro ottico dell’affresco (nel senso che lo sguardo dell’osservatore cade prima di tutto lì), ma costituisce un’attrazione anche concettuale. Eppure è un vuoto. E’ un luogo spoglio. Sembra non essere un caso che il Beato Angelico non abbia voluto dipingere neppure una suppellettile sullo sfondo. Al vuoto tra l’Angelo e la Vergine corrisponde il vuoto della parete.

3. A questa dimensione spaziale (il vuoto) si accompagna una dimensione temporale (l’attesa). Il volto dei tre personaggi, pur esprimendo tre stati d’animo diversi (l’Angelo contempla la Vergine, Questa ha lo sguardo basso in segno di umiltà e di consenso e san Pietro contempla la scena), sono tutti e tre accomunati da un senso di tranquilla e serena attesa. In quest’opera ci sono tre punti su cui fondare il nostro esistere: la pienezza, l’attesa e la lotta.

4. Il primo (la pienezza) è capire che la nostra vita non si spiega né si risolve da sé. La vita ha bisogno di una pienezza che la renda ragionevole, giusta e piena di senso. Questa pienezza non può che essere la presenza del Signore in essa. Il Beato Angelico descrive il vuoto tra l’Angelo e la Vergine come già “pieno” del Verbo incarnato. Tant’è che i due sembrano prefigurare la scena della Natività con la Vergine e San Giuseppe ai lati e al centro la mangiatoia con il Divino Bambino.

5. Il secondo (l’attesa) è capire che la nostra vita ha bisogno di essere orientata. Di essere orientata -appunto- nell’attesa. Cioè che tutto il nostro agire, pensare e programmare acquistano significato solo nell’andare verso il completamento dell’Eterno. E il Beato Angelico fa dell’attesa il tratto comune dei tre personaggi.

6. Il terzo (la lotta) è capire che per questa pienezza e per questa attesa bisogna lottare, cioè bisogna essere disposti a tutto, anche a dare la vita. Il Beato Angelico disegna san Pietro da Verona che fu ucciso per annunciare e difendere la Verità della Fede.

Al Signore Gesù

Signore, Tu sei la mia Pienezza.

Tu sei l’unico senso del mio attendere.

Fa che viva e lotti per Te e che per Te possa dare tutto, anche la vita.

Alla Regina dello Splendore

Madre, Tu sei Donna della Pienezza: hai generato l’Infinito.

Tu sei Donna dell’Attesa: nel tuo grembo si è realizzata la Storia.

Pertanto solo con Te si può gustare questa Bellezza.

E, solo al tuo fianco, potrò lottare per difendere questa Bellezza.

Madre, accompagnami nel cammino di questo giorno.







martedì 24 marzo 2026

Cuba sempre al buio. Più che l'embargo, il danno lo fa il comunismo













Cuba è di nuovo, continuamente, al buio. Tre blackout dall’inizio del mese. Rabbia popolare contro il regime comunista. Il governo reprime, ma tratta con gli Usa. E in suo appoggio parte una nuova flottiglia.

COMUNISMO LATINO

Esteri


Stefano Magni, 24-03-2026

Cuba è di nuovo, continuamente, al buio. Tre blackout dall’inizio del mese e il conto non è ancora finito. C’è chi ne fa un ritratto romantico, soprattutto fra gli ammiratori tardivi del castrismo, come Daniel Lambert, ex diplomatico irlandese delle Nazioni Unite che, in visita all’isola rimasta senza corrente scrive su X: “Con L'Avana immersa nell'oscurità totale, c'è una strana bellezza e resilienza nel poter vedere tutte le stelle brillare”. Per i cubani, al contrario, la prospettiva cambia. Non c’è nulla di romantico nel vedere le stelle al buio e mentre il regime addossa la colpa all’embargo Usa e invita alla “resilienza”, la rabbia è indirizzata contro il Partito comunista al potere.

Martedì scorso, 17 marzo, le autorità hanno dichiarato che la causa dell’ultimo blackout che ha colpito l'isola e che interessava i suoi 9 milioni di abitanti fosse ancora sconosciuta: nessuna segnalazione di guasti alle centrali elettriche in funzione. Dal punto di vista del regime comunista guidato da Diaz Canel, il successore dei Castro, la colpa va attribuita unicamente al blocco petrolifero imposto dall’amministrazione Trump, a partire dalla deposizione del dittatore venezuelano Maduro, il principale fornitore straniero di greggio. Circa il 90% del sistema di produzione di energia elettrica di Cuba dipende dal petrolio, e Cuba produce solo il 40% del proprio fabbisogno totale.

La popolazione inizia a non credere più alla versione ufficiale. Lo scorso fine settimana, centinaia di manifestanti, al grido di “Libertà! Libertà!” hanno sfidato la polizia e marciato sul commissariato di Morón, una città di circa 70mila abitanti, nella regione nord-orientale di Cuba, dopo più di 30 ore di blackout. I manifestanti hanno poi marciato verso le sedi del Partito Comunista al potere, secondo quanto riportato dal governo cubano e confermato da alcuni video circolati sui social media. I residenti hanno lanciato pietre contro l'edificio e hanno tentato di incendiarlo. Altri si sono arrampicati sul secondo piano e hanno gettato in strada carte e mobili, che poi hanno dato alle fiamme.

Secondo Cubalex, un'organizzazione statunitense per i diritti umani, le proteste politiche sono aumentate da 31 a gennaio a 60 a febbraio e a 130 nella prima metà di marzo. Inutile il tentativo di regime di censurare la protesta. Yoani Sanchez, una delle più note blogger dissidenti cubane, è riuscita comunque a diffondere le immagini. Per questo, da una settimana, è sotto stretta sorveglianza, praticamente condannata agli arresti domiciliari, con un agente della polizia politica che staziona davanti alla porta del suo condominio.

Ha ragione il regime a parlare di crisi causata dal blocco americano? O hanno ragione i dissidenti a dar la colpa al regime comunista stesso? La storia recente dà ragione ai dissidenti. Gli abitanti dell'isola sono infatti costretti a sopportare lunghe interruzioni di corrente da anni, da ben prima del blocco petrolifero imposto da Trump. I lunghi blackout sono causati dall'obsolescenza della rete elettrica cubana, dovuta alla mancanza di investimenti. La maggior parte delle centrali elettriche a Cuba è in funzione da circa quarant'anni senza un'adeguata manutenzione e senza investimenti. Le autorità cubane si stanno ora concentrando sul funzionamento di piccole centrali elettriche non collegate alla rete nazionale, che forniscono energia elettrica direttamente ai cosiddetti "centri vitali" come ospedali, impianti di trasformazione alimentare e infrastrutture di telecomunicazione.

Sicuramente il blocco di Trump e soprattutto la fine dei rifornimenti petroliferi dal Venezuela hanno sensibilmente peggiorato la situazione. Da quando è iniziata l’attuale crisi petrolifera, le lezioni universitarie sono state sospese e il trasporto pubblico drasticamente ridotto. La maggior parte del turismo si è fermata, con le compagnie aeree che hanno sospeso i voli per mancanza di carburante per aerei. Gli ospedali hanno sospeso tutti gli interventi chirurgici tranne quelli di emergenza e gli agricoltori hanno faticato a portare al mercato le loro colture.

La classe dirigente cubana reprime la protesta e invita alla resilienza, all’interno. Ma all’estero dialoga con gli Usa. Colloqui riservati con l’amministrazione Trump sarebbero in corso nell’isola caraibica di St. Kitts. Díaz-Canel ha avviato il rilascio di un gruppo di 51 prigionieri cubani, molti dei quali attivisti e manifestanti incarcerati, come segno di buona volontà.

Dall’altra parte della barricata, invece, è l'estrema sinistra americana (ed un pezzo di quella europea) che solidarizza con il regime, dimostrandosi più realista del re. Come per Gaza, è salpata una nuova flottiglia di barche, con aiuti umanitari a bordo: la “Nuestra America convoy”, salpata dal Messico lo scorso 20 marzo. Paradossalmente ad animare la flottiglia e a solidarizzare con l’isola caraibica rimasta priva di petrolio è proprio Greta Thunberg. La stessa che aveva dedicato una vita a lottare contro i combustibili fossili. Almeno, in un momento di realismo, si deve essere resa conto che senza petrolio si muore.






domenica 22 marzo 2026

Teofantasie vaticane sulla questione femminile





by Aldo Maria Valli, 21 mar 2026


A proposito di un documento del Dicastero per la dottrina della fede


di Martin Grichting

Con l’approvazione di papa Leone XIV, il 10 marzo 2026 la Santa Sede ha pubblicato un documento inquietante dal titolo «La partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa». Il documento è a cura del Dicastero per la dottrina della fede.

Non si tratta di stabilire se i laici possano esercitare la potestà di governo nella Chiesa. Come già indica il titolo, questo tema viene piuttosto considerato dal punto di vista della possibilità che le donne possano esercitare la potestà di governo. Non si cerca quindi un approfondimento teologico riguardante la missione dei laici. Si tratta piuttosto dell’intenzione di concedere alle donne una presunta «giustizia di genere». Ciò dimostra già che l’interesse non è teologico, ma ideologico. Un criterio estraneo alla questione è la motivazione del tentativo di modificare la dottrina della Chiesa.

Il documento non è solo sconcertante, ma è anche rivelatore. Infatti, in passato è stato più volte affermato che la nomina di una «prefetta» del Dicastero per i religiosi costituisse un caso eccezionale. Il papa, in quanto detentore della suprema autorità primaziale, le avrebbe conferito tale incarico in modo unico. Questo procedimento non sarebbe quindi applicabile alle diocesi e alle parrocchie. Ora, nel documento si sottolinea più volte che l’operato del papa costituisce un «modello» per la Chiesa universale (Seconda Parte, II, nn. 20, 25 e 28 b.). Si tratterebbe di attuare qualcosa di simile nelle Chiese particolari, ad esempio attraverso «delegati» episcopali equivalenti al vicario generale. La rassicurazione secondo cui si tratterebbe solo del caso speciale della Curia romana è stata quindi una fake news.

Il verdetto è inequivocabile: il Dicastero per la dottrina della fede prende le distanze dal Concilio Vaticano II e fa un passo indietro rispetto ad esso. L’ultimo Concilio ha risolto la questione, già in sospeso sin dal Concilio di Trento, relativa alla natura teologica della consacrazione episcopale. E con ciò ha chiarito nella sua funzione di Magistero anche la questione della possibilità di conferire la potestà di governo ai laici. Secondo il chiarimento fornito dall’ultimo Concilio, il vescovo non è il sacerdote giuridicamente perfezionato, poiché questi avrebbe già ricevuto la pienezza del sacramento dell’ordine. È invece la consacrazione episcopale stessa a conferire la pienezza del sacramento dell’ordine. E con l’ufficio di santificare essa trasmette anche gli uffici di insegnare e di governare («Lumen gentium», n. 21). Il sacramento dell’ordine conferisce quindi una «ontologica partecipazione» ai sacri uffici. Papa Paolo VI lo ha chiarito nella «Nota explicativa praevia», che è parte integrante della LG (n. 2). Il governo della Chiesa trova quindi il suo fondamento nel sacramento e viene concretizzato in un secondo momento dal diritto, in quanto il papa assegna a un vescovo, e il vescovo a un sacerdote, tramite strumenti giuridici, un compito concreto in cui essi esercitano il loro dono sacramentale, compreso quello del governo. Ai laici, e non solo alle donne, manca quindi il presupposto decisivo per esercitare la potestà di governo.

Se si esamina ora il documento del Dicastero per la dottrina della fede, la situazione diventa bizzarra. La sua pubblicazione avviene nel contesto di un «Sinodo dei vescovi». La forma più alta di sinodalità è tuttavia un concilio ecumenico, ma il Concilio Vaticano II non viene nemmeno citato dal Dicastero nel testo principale relativo alla questione della «Potestas sacra» (Seconda Parte, II). Ciò avviene solo nell’Appendice V. Ma ciò non ha alcuna ripercussione sul discorso del Dicastero. Anzi, la dottrina del Concilio viene definita dal Dicastero come «linea di pensiero» e come «punto di vista» degli autori (Appendice V, nn. 18‒20). Il Concilio Vaticano II si trova quindi, secondo il Dicastero per la dottrina della fede, allo stesso livello delle opinioni delle scuole teologiche.

Dopo che il magistero del Concilio Vaticano II è stato di fatto dichiarato in questo modo non più vincolante, si pone la questione di come si possa giustificare il fatto che i laici possano esercitare la potestà di governo. Contrariamente al Concilio Vaticano II, il Dicastero per la dottrina della fede non vede più l’abilitazione a farlo esclusivamente nel sacramento dell’ordine, ma anche nel battesimo e nei carismi dello Spirito Santo.

Si sostiene che già il battesimo crei una «capacitas» per esercitare la potestà di governo (Seconda Parte, II, n. 23 e Appendice V, n. 20). Attraverso l’incarico giuridico conferito dall’autorità, i laici avrebbero poi ricevuto la «habilitas» per l’esercizio di un ufficio. La stessa «habilitas» veniva conferita ai chierici attraverso il sacramento dell’ordine. Questi giochi di parole non possono nemmeno essere definiti distinzioni sofistiche. Si tratta di pura teofantasia. Infatti, l’affermazione secondo cui già il battesimo creerebbe il fondamento per ricevere la potestà di governo è un’invenzione «ex nihilo», per la quale non vi è alcun punto di appoggio nella dottrina della Chiesa.

Per il Dicastero per la dottrina della fede, il fondamento dell’argomentazione non è più la dottrina della Chiesa, ma il protestantesimo. Lo adatta per giungere al risultato desiderato. Già Martin Lutero, nel suo scritto «An den christlichen Adel deutscher Nation» (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca) del 1520, aveva dichiarato: «Chiunque sia uscito dal battesimo può vantarsi di essere già stato ordinato sacerdote, vescovo e papa, anche se non è dato a chiunque esercitare tale ministero» («D. Martin Luthers Werke», Weimar 1888, vol. 6, p. 408). In effetti, secondo la «logica» del Dicastero per la dottrina della fede, un laico potrebbe esercitare l’ufficio del parroco, del vicario generale, del vescovo, del prefetto di curia e del papa, semplicemente tramite un incarico giuridico. E se si vuole o si deve sostenere che, in base all’«Ordinatio sacerdotalis» (1994), alle donne continui ad essere impedito il ricevimento del sacramento dell’ordine, esse potrebbero avvalersi di un vicario o di un vescovo ausiliare per far svolgere i compiti cultuali del loro ufficio. Ciò non cambierebbe nulla alla loro autorità di governo. Infatti, il Dicastero per la dottrina della fede ha chiarito – come esposto – che la «potestas sacra» è una sola e ovunque la stessa, sia per il Papa che per il vescovo diocesano. Anche la distinzione della «potestas sacra» in «propria» e «vicaria» è una mera distinzione di diritto canonico. Esiste una sola «potestas sacra». E non si dovrebbe dire, tra l’altro, che non abbiamo già avuto tutto questo. 

Nel Medioevo, come è noto, si verificò il grave abuso per cui numerosi vescovi esercitavano la potestà di governo senza essere stati ordinati sacerdoti o vescovi. Il Dicastero per la dottrina della fede sembra rimpiangere quei tempi in cui la dottrina sull’ufficio episcopale non era ancora stata sufficientemente chiarita. L’unica novità sarebbe solamente che, in base al parere del Dicastero, ora potrebbero esserci anche vescovi laici donne, in extremis persino una papessa laica. Non sarebbe una piccola ironia se un monaco agostiniano del XXI secolo completasse in questo senso l’opera di un monaco agostiniano del XVI secolo.

Non meno assurda è la seconda variante proposta dal Dicastero per la dottrina della fede: i carismi sarebbero il fondamento che consente ai laici di esercitare la potestà di governo: «Accanto alla via sacramentale e distinta da quest’ultima, vi è la via carismatica che può essere percorsa in modo fruttuoso per aprire nuovi spazi di partecipazione per i fedeli laici, e per le donne in particolare». I laici possono quindi esercitare la potestà di governo sulla base dei doni dello Spirito Santo (Seconda Parte, II, n. 25). Il carisma dello Spirito Santo conferisce loro questa capacità, indipendentemente dal sacramento dell’Ordine.

Questo tema apre un ampio campo che si estende fino alla teologia trinitaria. Se si prende ancora sul serio il «Filioque» del Credo, è chiaro che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e non agisce accanto a quest’ultimo né indipendentemente da esso. La Congregazione per la dottrina della fede ha quindi ricordato alcuni fatti elementari nel documento «Iuvenescit Ecclesia» del 2016: «In realtà, ogni dono del Padre implica il riferimento all’azione congiunta e differenziata delle missioni divine: ogni dono viene dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. (…). Per questo lo Spirito Santo non può in alcun modo inaugurare una economia diversa rispetto a quella del Logos divino incarnato, crocifisso e risorto. Infatti, tutta l’economia sacramentale della Chiesa è la realizzazione pneumatologica dell’Incarnazione. (…). Il legame originario tra i doni gerarchici, conferiti con la grazia sacramentale dell’Ordine, e i doni carismatici, liberamente distribuiti dallo Spirito Santo, ha pertanto la sua radice ultima nella relazione tra il Logos divino incarnato e lo Spirito Santo, che è sempre Spirito del Padre e del Figlio. Proprio per evitare visioni teologiche equivoche che postulerebbero una “Chiesa dello Spirito”, diversa e separata dalla Chiesa gerarchica-istituzionale, occorre ribadire come le due missioni divine si implichino vicendevolmente in ogni dono elargito alla Chiesa. In realtà, la missione di Gesù Cristo implica, già al suo interno, l’azione dello Spirito» (n. 11).

Non esiste quindi una «via carismatica» «accanto» e «distinta» dalla «via sacramentale», per quanto riguarda l’essenza della Chiesa, il Corpo di Cristo, e il suo governo radicato nel sacramento. Con la sua affermazione contraria, il Dicastero per la dottrina della fede contraddice sé stesso. Ciò che propone di recente è pura teofantasia.

La negazione della dottrina della Chiesa secondo cui il governo nella Chiesa è trasmesso sacramentalmente e solo in secondo luogo richiede una più precisa definizione giuridica non è nuova. Ciò si riflette negli scritti di Joseph Ratzinger degli anni Settanta del XX secolo. Ma è chiaro che coloro che considerano il Concilio Vaticano II solo come un’espressione di opinione non vincolante provano una vera e propria repulsione fisica nel recepire il futuro papa Benedetto XVI. Si può quindi cercare di venir loro incontro in un altro modo. Alla seconda edizione del «Lexikon für Theologie und Kirche» sono stati aggiunti, dopo il Concilio, tre volumi supplementari contenenti i testi conciliari. Si è colta l’occasione per coinvolgere come commentatori alcuni dei principali consultori del Concilio Vaticano II. La LG 21 è stata commentata da Karl Rahner. Egli ha definito il fatto che con il sacramento dell’ordine viene conferito anche l’ufficio di governare come un «progresso teologico (…) rispetto alla teologia delle usuali scuole teologiche». E proseguì: «La legittima distinzione tra potestas ordinis e potestas iurisdictionis veniva infatti comunemente interpretata nel senso che la potestas ordinis fosse conferita mediante l’ordinazione sacramentale, mentre la potestas iurisdictionis fosse conferita originariamente ed esclusivamente tramite la missio canonica da parte del papa o di altri detentori del potere sovrano. L’unità intrinseca dei due poteri e, di conseguenza, l’ultima comunanza della loro essenza non risultavano così evidenti. La Costituzione [LG. n. 21] afferma ora (utilizzando lo schema dei tre uffici) che tutti e tre i munera (sanctificandi, docendi, regendi [= governo]) sono conferiti dalla stessa ordinazione». E Rahner riassumeva: «È quindi chiara l’unità di tutte le potestà ministeriali nella Chiesa, il radicamento sacramentale e la natura pneumatica di tutte le potestà (quindi anche di quelle giuridiche!). Anche la dottrina e il diritto sono “spirituali” e hanno nella Chiesa il loro fondamento nella grazia, che si manifesta sacramentalmente» («Lexikon für Theologie und Kirche», 2ª ed., Friburgo – Basilea – Vienna 1966, volume supplementare I, pp. 219 sgg., sottolineatura nell’originale).

Chi invece rifiuta il Concilio Vaticano II trasforma la Chiesa in una macchina giuridicamente ordinata, che funziona come un’impresa industriale e come lo Stato. Essa possiede inoltre una dimensione cultuale. Per questo motivo esistono due ordini di governo nella Chiesa. Gli uni agiscono in nome del gerarca che li ha legalmente incaricati. Gli altri agiscono in virtù del sacramento dell’ordine «in persona Christi». Fatti che dividono la Chiesa in questo senso, la desacralizzano, la riducono a ente giuridico e la secolarizzano, sono stati creati sotto papa Francesco, analogamente ai gravi abusi del Medioevo che sfociarono nella Riforma. Allora come oggi si tratta quindi della stessa cosa: quando si sopprime la natura sacramentale della Chiesa, la si secolarizza. Come possono le persone vedere ancora l’opera divina in una Chiesa secolarizzata? I credenti tra loro la cercheranno anche oggi altrove.

La suprema autorità della Chiesa sta già segando il ramo su cui è seduta in questo senso. Ma non è tutto. Infatti, alla luce delle manipolazioni fondamentali descritte, la dottrina della fede appare come una pasta modellabile che può essere plasmata secondo le esigenze del momento. Le conseguenze finali non sono la giuridicizzazione, la desacralizzazione e la secolarizzazione della Chiesa. Ma si invia il seguente segnale: siamo noi i padroni sulla vostra fede (2 Cor 1,24). La dottrina deve servire a scopi estranei alla Chiesa, come la «giustizia di genere». A tal fine viene modellata. Herbert Haag ha scritto un libro: «Addio al diavolo. Meditazioni teologiche». Il governo supremo della Chiesa sta attualmente scrivendo un’opera molto più fondamentale: «Addio a Dio. Manipolazioni genderiste». Perché se la Chiesa si contraddice su questioni centrali della fede, tutto è in discussione. E lo spirito tanto invocato è ormai solo lo spirito dei padroni.

Il Dicastero per la dottrina della fede ha confermato la validità della tesi di Carl Schmitt: «È sovrano chi decide sullo stato di emergenza». Infatti, l’immagine del papa delineata dal Dicastero corrisponde a questo: egli può fare e non fare ciò che vuole. È il sovrano incontrastato, a cui non importa nemmeno la dottrina di un concilio ecumenico. Il diritto del più forte trionfa sulla fede. «Si veut le roi, si veut la loi» (Se lo vuole il re, lo vuole la legge). Così il giurista Antoine Loysel (1536-1617) ha sintetizzato l’assolutismo monarchico francese. Questo principio dovrebbe ora essere anche la nuova forma suprema di sinodalità.






Domenica di Passione ("Iúdica me")


Domenica di Passione



domenica 22 marzo 2026



Oggi, se udirete la voce del Signore, non indurite i vostri cuori.

Intróitus

Ps. 42, 1-2 - Iúdica me, Deus, et discérne cáusam meam de gente non sancta: ab hómine iníquo et dolóso éripe me: quia tu es Deus meus, et fortitúdo mea. Ps. 42, 3 - Emítte lucem tuam et veritátem tuam: ipsa me deduxérunt, et adduxérunt in montem sanctum tuum, et in tabernácula tua.
(Omíttitur: Glória Patri…)
Ps. 42, 1-2 - Iúdica me, Deus … Introito
Sal. 42, 1-2 - Fammi giustizia, o Dio, e difendi la mia causa da gente malvagia: liberami dall’uomo iniquo e fraudolento: poiché tu sei il mio Dio e la mia forza. Sal. 42, 3 - Manda la tua luce e la tua verità: esse mi guidino al tuo santo monte e ai tuoi tabernacoli.
(Si omette il: Gloria al Padre…)
Sal. 42, - Fammi giustizia, o Dio

L’insegnamento della Liturgia

La santa Chiesa comincia oggi il Mattutino con queste gravi parole del Re Profeta. Una volta i fedeli si facevano un dovere d’assistere all’ufficiatura notturna, per lo meno le Domeniche e le Feste, perché ci tenevano a non perdere nessun insegnamento della Liturgia. Ma dopo tanti secoli la casa di Dio non fu più frequentata con quell’assiduità che formava la gioia dei nostri padri; e un po’ alla volta anche il clero cessò di celebrare pubblicamente gli uffici che non erano più seguiti. All’infuori dei Capitoli e dei Monasteri, non si sente più risuonare il coro così armonioso della lode divina, e le meraviglie della Liturgia non sono più conosciute dal popolo cristiano che in una maniera imperfetta.

Lamento del Signore

Questo è un motivo per noi di presentare all’attenzione dei lettori alcuni tratti dell’Ufficio, che altrimenti sarebbero per loro come se non esistessero. Che cosa c’è oggi di più adatto a commuoverli dell’avvertimento che la Chiesa prende da David per rivolgerlo a noi, e che ripeterà ogni mattina fino al giorno della Cena del Signore? Peccatori, ci dice, oggi che cominciate a sentire la voce gemebonda del Redentore, non siate così nemici di voi stessi da lasciare i vostri cuori nell’ostinazione. Il Figlio di Dio sta per darvi l’ultima e più viva dimostrazione di quell’amore che lo portò dal cielo sulla terra; s’avvicina la sua morte; è pronto il legno per l’immolazione del nuovo Isacco; rientrate in voi stessi e non permettete che il vostro cuore, emozionato forse per un istante, ritorni alla sua consueta durezza. Sarebbe il più grande pericolo. Questi anniversari hanno l’efficacia di rinnovare le anime, le quali cooperano con la loro fedeltà alla grazia che ricevono; ma aumentano l’insensibilità di coloro che li lasciano passare senza convertirsi. “Se oggi dunque udrete la voce del Signore non indurite i vostri cuori” (Sal. 94, 8).

Ultimi giorni della vita pubblica di Gesù

Durante le precedenti settimane abbiamo visto crescere ogni giorno più la malizia dei nemici del Salvatore. Li irrita la sua presenza e la sua stessa vista; si ha quasi la sensazione che l’odio ch’essi comprimono nei loro cuori non aspetti che il momento per esplodere. La bontà e la dolcezza di Gesù continuano ad avvicinare a lui le anime semplici e rette; mentre l’umiltà della sua vita e l’inflessibile purezza della sua dottrina allontanano sempre più il Giudeo superbo che sogna un Messia conquistatore, ed il Fariseo che non teme di travisare la legge per farla strumento delle sue passioni. Tuttavia Gesù continua l’opera dei miracoli; i suoi discorsi sono impressi di nuova forza; con le profezie minaccia la città ed il famoso tempio del quale non rimarrà pietra su pietra. I dottori della legge, almeno, potrebbero riflettere, esaminare queste opere meravigliose che rendono testimonianza al Figlio di David, e rileggere tanti oracoli divini che si compirono in lui fino a questo momento con la massima fedeltà. Ahimé! anche questi oracoli stanno per compiersi fino all’ultimo iota. David ed Isaia non predissero un apice delle umiliazioni e dei dolori del Messia, che questi uomini accecati non s’affrettassero a realizzare.

Ostinazione della sinagoga e del peccatore

In essi dunque si compì il detto: “Chi avrà sparlato contro il Figlio dell’Uomo sarà perdonato, ma chi avrà sparlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questa vita né in quella futura” (Mt. 12, 32). La sinagoga corre verso la maledizione. Ostinata nel suo errore, non vuole ascoltare né vedere più niente; ha falsificato a suo piacimento la propria sentenza, ha spento in sé la luce dello Spirito Santo; e la vedremo scendere, di gradino in gradino, sulla china dell’aberrazione, fino all’abisso. Triste spettacolo al quale assistiamo spesso, anche ai nostri giorni, nei peccatori che, a forza di resistere alla luce di Dio, finiscono per assopirsi nelle tenebre! E non ci stupisce di ravvisare in altri uomini i tratti che osserviamo negli autori del dramma che sta per compiersi. La storia della Passione del Figlio, di Dio ci fornirà più d’una lezione sui segreti del cuore umano e delle sue passioni. Né potrebbe essere altrimenti: perché ciò che avviene a Gerusalemme si rinnova nel cuore dell’uomo peccatore. Questo cuore è un Calvario, sul quale, secondo l’espressione dell’Apostolo, Gesù Cristo è molte volte crocifisso. La stessa ingratitudine, lo stesso acciecamento, la stessa follia; con la differenza che il peccatore, quando è schiarito dai lumi della fede, sa chi mette in croce; mentre i Giudei, come dice anche San Paolo, non conoscevano come noi questo Re di gloria (I Cor. 2, 8) che fu confitto in croce. Seguendo perciò la narrazione dei fatti evangelici che giorno per giorno ci verranno messi sotto gli occhi, la nostra indignazione contro i Giudei si rivolga anche contro noi stessi e i nostri peccati. Piangiamo sui dolori della vittima, noi, che con le nostre colpe abbiamo reso necessario un tal sacrificio.

Il ritiro di Gesù

In questo momento, tutto c’invita alla tristezza. Perfino la croce sull’altare è nascosta dietro un velo, e le immagini dei Santi sono coperte; “la Chiesa è in attesa della più grande sciagura. Non attira più la nostra attenzione sulla penitenza dell’Uomo-Dio; solo trema al pensiero dei pericoli che lo circondano. Leggeremo fra poco nel Vangelo che il Figlio di Dio stava per essere lapidato come un bestemmiatore; ma non essendo ancora giunta l’ora sua, dovette fuggire e nascondersi. Un Dio nascondersi, per evitare la collera degli uomini! Quale capovolgimento! È forse debolezza, o timore della morte? Sarebbe una bestemmia il solo pensarlo, mentre presto lo vedremo manifestarsi apertamente dinanzi ai suoi nemici. Si sottrasse in quel momento alla rabbia dei Giudei, perché non s’era ancora adempiuto in lui tutto ciò ch’era stato predetto. Del resto, non è sotto una pioggia di pietre ch’egli dovrà spirare, ma sull’albero della maledizione, che d’ora in poi diventerà l’albero della vita.

Adamo e Gesù

Umiliamoci nel vedere il Creatore del cielo e della terra sottrarsi alla vista degli uomini per non incorrere nella loro rabbia. Pensiamo al giorno del primo peccato, quando Adamo ed Eva colpevoli pure si nascosero nel vedersi nudi. Gesù è venuto per garantire loro il perdono; ed ecco che anche lui si nasconde, non perché sia nudo, Lui che per i Santi è la veste della santità e dell’immortalità, ma perché s’è fatto debole, per dare a noi la forza. I nostri progenitori si sottrassero agli sguardi di Dio; Gesù si nasconde agli occhi degli uomini; ma non sarà sempre così. Verrà il giorno in cui i peccatori, nel vedere chi oggi sembra fuggire, rivolgeranno le loro implorazioni alle rocce e alle montagne e le supplicheranno di cadere sopra di loro per scomparire dalla sua vista; ma questa loro brama rimarrà sterile, e loro malgrado “vedranno il Figlio dell’uomo venir sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria” (Mt. 24, 30).
Questa Domenica è chiamata Domenica di Passione, perché oggi la Chiesa comincia ad occuparsi espressamente dei patimenti del Redentore. È detta anche Domenica Judica, dalla prima parola dell’Introito della Messa; e infine della Neomenia, cioè della nuova luna, perché la Pasqua cade sempre dopo la luna nuova, la quale serve a fissare tale festa.

Nella Chiesa greca questa Domenica non ha altro nome che quello di Quinta Domenica dei santi digiuni.
La Stazione, a Roma, è nella Basilica di S. Pietro. L’importanza di tale Domenica, che non cedeva a nessuna festa, per quanto solenne, esigeva che la funzione avesse luogo nel più augusto tempio della città eterna.

Messa

EPISTOLA (Ebr. 9, 11-15). 

Fratelli; Cristo venuto come pontefice dei beni futuri, attraversando un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè non di questa creazione, non col sangue dei capri e dei vitelli, ma col proprio sangue entrò una volta per sempre nel Santuario, dopo aver ottenuta la redenzione eterna. Or se il sangue dei capri e dei tori e la cenere di vacca, aspergendo gl’immondi, li santifica quanto alla purità della carne, quanto più il sangue di Cristo che per lo Spirito Santo ha offerto se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo? E per questo Egli è mediatore d’una nuova alleanza, affinché, interposta la sua morte per redimere le prevaricazioni avvenute sotto la prima alleanza, i chiamati ricevano la promessa dell’eterna eredità di Gesù Cristo nostro Signore.

La salvezza nel sangue d’un Dio

Solo col sangue l’uomo può essere riscattato. La divina maestà offesa non si placherà che per lo sterminio della creatura ribelle, il cui sangue sparso sulla terra con la propria vita renderà testimonianza del suo pentimento della sua profonda umiliazione dinanzi a colui contro il quale s’è ribellata. Altrimenti la giustizia di Dio dovrà essere compensata con l’eterno supplizio del peccatore. Tutti i popoli lo hanno compreso, dal sangue degli agnelli di Abele fino a quello che colava a fiotti nelle ecatombi della Grecia e nelle innumerevoli immolazioni con le quali Salomone inaugurò la dedicazione del suo tempio. Nondimeno Dio disse: “Ascolta, o popolo mio, che vo', parlarti, o Israele, che ti ho da avvertire: Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti rimprovererò per i tuoi sacrifici: i tuoi olocausti mi stan sempre davanti. Non ho bisogno di prendere i vitelli della tua casa, né dal tuo gregge i capri, perché mie son le fiere dei boschi, il bestiame che pascola sui monti e i bovi. Conosco tutti gli uccelli dell’aria, e la bellezza dei campi è la mia disposizione. Dato che avessi fame, non verrei a dirlo a te, perché mio è l’universo e tutto ciò che contiene. Mangerò forse carni di tori e berrò sangue di capri?” (Sal. 49, 7-13). Così Dio ordina sacrifici cruenti, ma dichiara che non sono niente ai suoi occhi. Vi è forse una contraddizione? No: Dio vuole che l’uomo comprenda che non può essere riscattato che col sangue, e che nello stesso tempo il sangue degli animali è troppo grossolano per operare un tale riscatto. Sarà allora il sangue dell’uomo a placare la divina giustizia? Non basta: perché il sangue dell’uomo è impuro e macchiato; ed anche se fosse puro, sarebbe impotente a risarcire l’oltraggio fatto a un Dio. Occorre il sangue d’un Dio; e Gesù viene a spargere il suo.

In lui sta per realizzarsi la più grande figura dell’antica legge. Una volta l’anno, infatti, il pontefice entrava nel Santo dei Santi ad intercedere per il popolo. Penetrava oltre il velo, e si trovava al cospetto dell’Arca santa; ma gli era concesso tale favore solo a condizione d’entrare in quel sacro asilo recando fra le mani il sangue della vittima da lui immolata. In questi giorni il Figlio di Dio, il Pontefice per eccellenza, sta per fare ingresso in cielo, e noi pure vi entreremo dietro a lui; ma per far questo dovrà presentarsi col sangue nelle mani, e questo sangue non può essere che il suo. Così lo vedremo adempiere questa divina volontà. Apriamo dunque le nostre anime, affinché questo sangue, come ci ha detto l’Apostolo, “purifichi la nostra coscienza dalle opere di morte, per servire a Dio vivo”.

VANGELO (Gv. 8, 46-59). 

In quel tempo: Gesù diceva alla turba dei Giudei: Chi di voi mi potrà convincere di peccato? Se io dico la verità perché non mi credete? Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio. Per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. Replicarono i Giudei: Non diciamo con ragione che tu sei un Samaritano e indemoniato? Gesù rispose: Io non sono indemoniato, ma onoro il Padre mio e voi mi vituperate. Ma io non cerco la mia gloria, c’è chi ne prende cura e ne giudica. In verità, vi dico: chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno. Gli dissero allora i Giudei: Ora vediamo bene che tu sei posseduto da un demonio. Abramo è morto, così pure tutti i profeti e tu dici: Chi osserva i miei comandamenti non vedrà morte in eterno.

Sei forse tu da più del padre nostro Abramo, il quale è morto? Ed anche i Profeti sono morti. Chi credi mai tu di essere? Gesù rispose: Se io glorifico me stesso, la mia gloria è nulla: vi è a glorificarmi il Padre mio, il quale voi dite che è il vostro Dio; ma non lo avete conosciuto. Io sì che lo conosco, e se dicessi che non lo conosco, sarei, come voi, bugiardo. Ma io lo conosco ed osservo le sue parole. Abramo, vostro padre, sospirò di vedere il mio giorno: lo vide e ne tripudiò. Gli opposero i Giudei: Non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo? Gesù rispose loro: In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono. Dettero allora di piglio alle pietre per tirarle contro di lui, ma Gesù si nascose, ed uscì dal tempio.Indurimento dei Giudei.

Come si vede, la rabbia dei Giudei è giunta al colmo, e Gesù è costretto a dileguarsi davanti a loro. Fra poco lo faranno morire; ma come è differente la loro sorte dalla sua! Per obbedienza ai decreti del Padre celeste, e per amore degli uomini, egli si darà nelle loro mani, ed essi lo metteranno a morte; ma uscirà vittorioso dalla tomba, salirà al cielo e andrà a sedersi alla destra del Padre. Essi invece, sfogata la loro rabbia, s’addormenteranno senza rimorso fino al terribile risveglio che sarà loro preparato. Naturalmente è fatale la condanna di questi uomini. Guardate con quale severità parla loro Gesù: “Voi non ascoltate la parola di Dio, perché non siete da Dio”. Ma vi fu un tempo ch’essi erano da Dio: perché il Signore dà a tutti la sua grazia; ma essi frustrarono questa grazia, ed ora si agitano fra le tenebre, e non vedranno più la luce che hanno disprezzata.

“Voi dite che il Padre è vostro Dio; ma non lo avete conosciuto”. Misconoscendo il Messia, la sinagoga è arrivata al punto di non conoscere più lo stesso Dio unico e sovrano, del cui culto andava così fiera; se infatti conoscesse il Padre, non rigetterebbe il Figlio. Mosè, i Salmi, i Profeti sono per lei lettera morta; perciò questi libri divini passeranno presto nelle mani d’altri popoli, che sapranno leggerli e comprenderli. “Se dicessi di non conoscere il Padre, sarei, come voi, bugiardo”. Nella durezza del linguaggio di Gesù s’intravide già l’ira del giudice che verrà nell’ultimo giorno a fracassare a terra la testa dei peccatori. Gerusalemme non ha conosciuto il tempo della sua visita; il Figlio di Dio è venuto da lei, ed essa osa dirlo “posseduto dal demonio”. Rinfaccia al Figlio di Dio, al Verbo eterno che dimostra la sua origine divina coi più strepitosi miracoli, che Abramo ed i Profeti sono da più di lui. Incredibile accecamento che proviene dalla superbia e dalla durezza del cuore! Venuta la Pasqua, questi uomini mangeranno religiosamente l’agnello figurativo; e sanno che quest’agnello è simbolo che si deve realizzare. Il vero agnello sarà immolato proprio dalle loro mani sacrileghe, e non lo riconosceranno; il sangue sparso per loro perciò non li salverà. La loro sventura ci porta col pensiero a tanti peccatori induriti, per i quali la Pasqua di quest’anno sarà sterile di conversione come quella degli anni precedenti. Raddoppiarne le nostre preghiere per loro e domandiamo che il sangue divino ch’essi mettono sotto i piedi non gridi un giorno contro di loro dinanzi al trono del Padre celeste.

Preghiamo

Riguarda propizio, o Dio onnipotente, la tua famiglia; affinché sia sostenuta nel corpo per tua bontà e sia custodita nell’anima per la tua grazia.



(da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. - I. Avvento. Natale. Quaresima. Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 638-644.)