venerdì 8 maggio 2026

8 maggio: ricordiamoci di recitare alle 12 la Supplica alla Madonna di Pompei







Il Cammino dei Tre Sentieri, 7 Maggio 2025

Questa Supplica, approvata dalla Sacra Congregazione dei Riti, fu arricchita da Leone XIII con l’indulgenza di sette anni e sette quarantene, a chi, con il cuore almeno pentito e devoto, la recita l’8 maggio e la prima Domenica di ottobre (Rescritto dell’8 giugno 1887).

Indulgenza confermata in perpetuo da San Pio X e resa applicabile alle anime del Purgatorio (Rescritto del 28 novembre 1903).

Pio XI, con Breve Apostolico del 20 luglio 1925, ha confermato la detta indulgenza e ha concesso in più l’indulgenza plenaria a coloro che reciteranno la Supplica, confessati e comunicati.

Questa Supplica, col nome di Atto d’amore alla Vergine, venne composta nel 1883 dal Beato Bartolo Longo, che sollecitava i fedeli a recitare un Ave Maria alla fine delle preghiere da lui composte: si aggiunga una preghiera di suffragio per la sua anima benedetta.



I

O augusta Regina delle Vittorie, o Vergine Sovrana del Paradiso,
al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi,
o Regina gloriosa del Santissimo Rosario,
noi tutti, fortunati figli vostri,
che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi,
in questo giorno solennissimo della festa
dei novelli vostri trionfi sulla terra degl’idoli e dei demoni,
effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore,
e con la confidenza di figli Vi esponiamo le nostre miserie.

Deh! da questo trono di clemenza dove sedete Regina,
volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi,
su tutte le nostre famiglie, sull’Italia, sull’Europa, su tutta la Chiesa;
e Vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo
e dei travagli che ci amareggiano la vita.
Vedete, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo ci circondano:
quante calamità ed afflizioni ci costringono!
O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato
e vincete con la clemenza il cuore dei peccatori:
sono pur nostri fratelli e figli vostri,
che costarono sangue al dolce Gesù,
e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore.
Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.
Salve Regina…

II

È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli,
coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù,
e trafiggiamo nuovamente il vostro Cuore.
Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli.
Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota
raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino
e l’ultimo testamento del Redentore moribondo.
E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio,
Vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.
Voi, dunque, come nostra Madre,
siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza.
E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!

Pietà Vi prenda, o Madre buona,
pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie,
dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti,
e soprattutto dei nostri nemici,
e di tanti che si dicono Cristiani,
e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo.
Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate,
per tutta l’Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al Cuor vostro.
Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.
Salve Regina…

III

Che Vi costa, o Maria, l’esaudirci? Che Vi costa il salvarci?
Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori
delle Sue grazie e delle Sue misericordie?
Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo,
redimita di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli.
Il vostro dominio si estende per quanto sono estesi i Cieli,
e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette.
Il vostro dominio si estende fino all’inferno,
e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.

Voi siete l’onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci.
Che se dite di non volerci aiutare,
perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione,
diteci almeno a chi altri mai dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.
Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti.
Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia,
e la mistica corona che miriamo nella vostra mano,
c’ispirano fiducia che saremo esauditi.
E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi,
ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri,
e oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.

Salve Regina.

CHIEDIAMO LA BENEDIZIONE A MARIA

Un’ultima grazia noi ora Vi chiediamo, o Regina,
che non potete negarci in questo giorno solennissimo.
Concedete a tutti noi l’amore vostro costante,
e in modo speciale la vostra materna benedizione.
No, non ci leveremo dai vostri piedi,
non ci staccheremo dalle vostre ginocchia,
finché non ci avrete benedetti.

Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice.
Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario,
onde siete chiamata Regina delle vittorie,
deh! aggiungete ancor questo, o Madre:
concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società.
Benedite il nostro Vescovo,
i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del vostro Santuario.
Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei,
e quanti coltivano e promuovono la devozione al vostro Santo Rosario.

O Rosario benedetto di Maria;
Catena dolce che ci riannodi a Dio;
Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli;
Torre di salvezza negli assalti d’inferno;
Porto sicuro nel comune naufragio,
noi non Vi lasceremo mai più.
Voi ci sarete conforto nell’ora di agonia;
a Voi l’ultimo bacio della vita che si spegne.
E l’ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave,
o Regina del Rosario della Valle di Pompei,
o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori,
o sovrana Consolatrice dei mesti.
Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo.
Così sia.

Ave Maria








La conquista pacifica di Vienna



Un mix di liberalsocialismo e sussidi apre all'islam le porte della capitale austriaca, dove la memoria di Sobieski è censurata e gli insegnanti faticano a farsi capire da bambini che non parlano in tedesco. Il trend è in crescita, come mostrano i dati del quotidiano Die Presse.

L'avanzata

Mezza Vienna musulmana, il prezzo delle politiche migratorie

Editoriali 


Luca Volontè, 08-05-2026

Vienna conquistata dai musulmani, senza colpo ferire, con buona pace della memoria d’esser stata il cuore del cattolicesimo e d’aver difeso la cristianità europea proprio dai tentativi di conquista ottomani nel 1529 e nel 1683. Gli ultimi dati dell'autorità scolastica cittadina, pubblicati in questi giorni dal quotidiano Die Presse, mostrano l’avanzata dei musulmani che rappresentano ormai il 42% dei 114.000 alunni delle scuole statali di Vienna, mentre gli altri gruppi principali sono formati da bimbi “senza affiliazione religiosa” (23%), dai cattolici (17%) e dai cristiani ortodossi (14%).

Il trend è costante ed in crescita dello 0,8% all’anno da diversi anni, come mostrano i dati dell’aprile 2025, dove già si rilevava che il 41,2% dei bambini delle scuole primarie e secondarie della capitale austriaca era di religione musulmana, segnando una crescita rispetto al 2024, quando i bimbi musulmani erano il 39,4%. Crescono i bimbi musulmani della città e diminuiscono negli stessi anni, di mezzo punto percentuale ciascuno, i gruppi di bimbi che si identificano come cattolici o cristiani – e meno male che nell’ultimo decennio ci hanno raccontato delle crescenti conversioni e battesimi di musulmani in Austria!

Nelle scuole pubbliche, medie e politecniche, ovvero istituti tecnici e professionali, quasi la metà degli studenti (49%) professa la religione islamica. Nelle scuole primarie pubbliche per bambini dai sei ai dieci anni, i musulmani rappresentano il 39% di tutti gli alunni. Mentre in passato la maggior parte dei musulmani in Austria era di origine turca, la recente ondata migratoria ha portato a un cambiamento, con una maggiore presenza di musulmani di origine araba, un islam più omogeneo, più focalizzato sul Corano e, di conseguenza, più rigido e radicale. Questo avrà un impatto anche sul modo in cui l'islam viene praticato dagli studenti a Vienna, non a caso sui giornali e nelle trasmissioni televisive sono emersi anche recentemente, diversi casi di studenti non musulmani vittime di bullismo e insulti da parte di compagni islamisti, in alcuni casi le ragazze sono costrette ad indossare il niqab per sfuggire alle vessazioni.

Le politiche amministrative del Comune di Vienna attraggono gli immigrati dai Paesi musulmani con generose politiche di welfare sociale e familiare: nel solo 2025 la città di Vienna ha speso più di 1,2 miliardi di euro in sussidi sociali, la maggior parte dei quali (il 67%) è stata erogata a cittadini non austriaci. Nel maggio dello scorso anno, il caso di una famiglia siriana di 13 persone a Vienna che riceveva 9.000 euro al mese di sussidi (esentasse) suscitò un'ondata di indignazione, poiché una normale famiglia austriaca con genitori lavoratori e 11 figli non avrebbe mai potuto ricevere una somma paragonabile. Chi governa Vienna? Vienna è governata da una coalizione liberalsocialista, tra il Partito Socialdemocratico (SPÖ) e il partito liberale NEOS, guidata dal sindaco e governatore Michael Ludwig (SPÖ), in carica dal 2018.

La situazione è tale che ad inizio 2026, il quotidiano exxpress sottolineava l’incomprensione della lingua tedesca nelle scuole elementari della capitale, nonostante molti di questi alunni fossero nati in Austria e abbiano frequentato gli asili nel Paese per più di due anni, denunciando così l’esistenza di culture “straniere” in crescita all’interno del Paese, visto che l’apprendimento della lingua nazionale è sempre meno considerato una priorità e l’arabo sempre più tollerato. Il quotidiano ricorda anche le dichiarazioni di Harald Zierfuß, portavoce per l’istruzione del partito di centrodestra al governo nazionale ÖVP (Partito Popolare), che a sua volta rimarcava come in alcune aree urbane i risultati indicano che «in una classe media di 22 bambini, spesso solo cinque capiscono davvero l’insegnante». Il partito democristiano sta dunque chiedendo che vengano introdotte valutazioni obbligatorie delle competenze linguistiche per tutti i bambini a partire dai tre anni.

L’eurodeputata dell’FPÖ, partito di destra, Petra Steger evidenziava invece come i dati dimostrassero «il fallimento della politica migratoria». In questo contesto inquietante, ma conseguente a scelte politiche precise a favore della sostituzione etnico-culturale-religiosa del Paese, si inserisce la decisione del Comune di Vienna del gennaio scorso che, dopo anni di discussione, ha deciso di non erigere una statua che onorasse il re polacco Giovanni III Sobieski, perché non apparisse islamofobica. La liberalsocialista Vienna dunque non onora colui che il 12 settembre 1683 guidò la coalizione cristiana che sconfisse i turchi alle porte di Vienna, salvando così la cristianità. «Venimus, vidimus, Deus vicit», scriveva Sobieski in una lettera a papa Innocenzo XI, ma oggi gli unici veri vincitori, a causa del tradimento e della complicità dei politici liberal-socialisti al potere, sono i musulmani conquistatori.







Alle radici della crisi liturgica: la perdita del senso di Dio



La Lettera di Paix liturgique n.1368 del 7 Maggio 2026. Problemi già noti esaminati e ripresi da punti di vista diversi: utile per i nuovi approcci ma anche per possibili approfondimenti. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.


 8 maggio 2026


Il magistero della Chiesa [vedi], sotto la guida del Sommo Pontefice, offre ai vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i fedeli diversi testi pensati per aiutarli ad acquisire una migliore comprensione di Dio, della fede e delle varie questioni legate alla condizione umana. Ogni uomo è infatti chiamato, quaggiù, a fare il bene ed evitare il male per poter raggiungere il Paradiso al termine della propria vita.

Se i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno affrontato il tema dell’Eucaristia (Mysterium Fidei nel 1965 per il primo; Ecclesia de Eucharistia nel 2003, per il secondo), una sola lettera enciclica è stata invece dedicata specificamente alla santa liturgia. Si tratta della Mediator Dei, redatta da papa Pio XII nel 1947. Questo testo fondamentale rimane il documento più completo dedicato al culto divino nel suo insieme ed è naturale che vi si trovi una chiara definizione di cosa sia la liturgia in sé. Secondo la Santa Chiesa, «La sacra liturgia è quindi il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa; è anche il culto reso dalla comunità dei fedeli al suo Capo e, attraverso di lui, al Padre eterno: è, in una parola, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra».

Questa riflessione di papa Pio XII riveste un’importanza fondamentale per chiunque voglia comprendere il caos liturgico in cui versa oggi la Chiesa. È di fondamentale importanza anche per chi voglia riflettere su come risolverlo. La crisi liturgica si spiega infatti, da oltre sessant’anni, con una progressiva perdita del senso di Dio: la realtà cultuale non è più in sintonia con ciò che normalmente dovrebbe definirla. Rifiutando al culto la rotta che gli è stata fissata, i ministri del culto maltrattano le loro pecore. Senza una direzione precisa, noi, pellegrini dell’eternità, corriamo il rischio di perdere l’orientamento.

Intendiamoci bene, prendendoci il tempo di tornare sulla definizione di liturgia citata sopra. La liturgia, ci dice Pio XII, è un culto reso a Dio. Questo culto è reso degnamente a Dio perché è compiuto da Cristo, rivolto al Padre in suo nome. Questo culto è degno per una semplice ragione: la proporzionalità tra il sacrificatore (Cristo) e colui al quale è rivolto il sacrificio (Dio). La liturgia conserva tutta la sua convenienza, «vere dignum et justum est», in quanto è quindi offerta a Dio dallo stesso Cristo Sacerdote. E dalla comunità dei fedeli attraverso i loro sacerdoti, i quali rendono culto a Dio agendo «in persona Christi», secondo la formula consacrata.

In altre parole, la liturgia è innanzitutto un atto di religione, cioè un atto di pietà filiale, di riconoscimento e di ringraziamento per la bontà di Dio e il suo amore verso di noi. Non è un’autocelebrazione dell’uomo, né tantomeno una celebrazione rivolta innanzitutto agli uomini. È un culto reso a Dio. In questo senso, la liturgia non è principalmente un atto missionario, ma un’opera di giustizia: restituire a Dio ciò che gli è dovuto.

Guardiamoci quindi dall’analizzare principalmente la santa liturgia attraverso la lente del rendimento numerico o del risultato contabile. Con un simile approccio, non si dovrebbe forse credere che le messe dei giovani del Frat’ o le messe tradizionali dei pellegrinaggi a Chartres facciano parte dello stesso programma? Eppure, bisogna constatare che due spiriti liturgici chiaramente diversi animano questi raduni. L’ufficio divino recitato da due chierici nella loro piccola chiesa di campagna, «con dignità, attenzione e devozione / digne, attente et devote», come recita la preghiera prima dell’ufficio del breviario tradizionale, o ancora la liturgia celebrata nel segreto dei chiostri dai monaci al mattino presto, hanno lo stesso valore di una messa solenne celebrata, con il sole allo zenit, davanti a una grande folla, in occasione di un pellegrinaggio di Pentecoste. Ciascuna di queste liturgie, in quanto tradizionali e ispirate all’insegnamento dell’enciclica Mediator Dei, è animata dallo stesso spirito: il culto divino è rivolto a Dio e si realizza a beneficio della Chiesa universale. Del peso spirituale di questo culto divino sulla bilancia eterna potremo renderci conto solo una volta passati nell’aldilà.

Detto questo, «poiché il bene è di per sé diffusivo», come spiega san Tommaso d’Aquino, l’opera di giustizia compiuta dalla santa liturgia porta con sé la sua parte di benefici per le anime. La liturgia, purché sia celebrata degnamente e nel rispetto del culto che ha il compito di rendere a Dio, porta inevitabili frutti. Basterebbe citare i frutti missionari dell’incomparabile pastorale liturgica del santo curato d’Ars, sempre pronto ad abbellire la sua Chiesa e a mettere in atto quella convinzione intima che dovrebbe abitare ogni discepolo di Cristo (a cominciare dai suoi ministri!): «Nulla è troppo bello per Dio».

«Signore Dio, primo servito», ripeteva Santa Giovanna d’Arco! Il culto divino, quando mette Dio al primo posto (e non il microfono!), si realizza a beneficio della Chiesa universale. Vedremo quindi in una prossima lettera la realtà missionaria della Messa tradizionale. Una realtà secondaria, e non primaria, in una certa comprensione. Ma una realtà non secondaria, come si vede fin troppo spesso.








giovedì 7 maggio 2026

La verità è componibile nel Rapporto “dottrinale” del Sinodo



L'insegnamento della Chiesa messo a tacere per dar voce alle istanze dei militanti omosessualisti. E niente giudizi definitivi, raccomanda il gruppo di studio 9. È il metodo della nuova sinodalità, che innesca processi orientandoli verso le conclusioni dettate dall'agenda.

Nuovo paradigma

Ecclesia 


Stefano Fontana, 07-05-2026

Il 5 maggio scorso il segretario generale del Sinodo, cardinale Mario Grech, ha reso noti i Rapporti finali dei gruppi di studio 7, sulla selezione dei vescovi, e 9, sui Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Dai lavori di quest’ultimo gruppo (tralasciamo qui il gruppo 7 perché la sua Relazione non è stata resa nota per intero) ove sono state anche ascoltate alcune esperienze di persone omosessuali credenti, sono emerse posizioni nuove – un “nuovo paradigma” – rispetto al giudizio da dare alla relazione omosessuale: una revisione del suo essere un “peccato”, la condanna delle “terapie riparative” tese a recuperare l’eterosessualità attraverso la castità, la possibilità di aprire il matrimonio alle coppie omosex.

Il criterio principale che ha guidato i lavori del gruppo è che la verità dell’essere umano non è determinabile una volta per tutte, perché quando ci si rapporta con una persona occorre sempre tenere in conto anche di quanto lo Spirito sta già operando in essa. Da qui la necessità di non dare indicazioni dottrinali né mai giudizi definitivi, ma di intraprendere un percorso di discernimento della complessità. Ciò dovrebbero fare, secondo questo Rapporto, le Chiese locali.

Quanto emerge dal Rapporto del gruppo 9 conferma le previsioni della Bussola a proposito della legittimazione progressiva dell’omosessualità (si può vedere QUI, QUI, QUI e QUI) in stretto collegamento con il nuovo criterio cosiddetto pastorale del Sinodo fatto apposta per ottenere quei risultati.
È bene ricordare che la nuova sinodalità è intesa come un modo di fare, un metodo per camminare insieme, da cui dovrebbe emergere un modo di essere, piuttosto che il contrario. Il suo metodo consiste in un ritrovarsi assembleare, un discutere divisi in gruppi e poi tutti insieme, uno scambiarsi le proprie opinioni personali o di gruppo, un ascoltare esperienze, un portare istanze e proposte, un interpretare da più punti di vista le novità che la storia propone e poi votare un qualche rapporto finale. Tutto questo da parte di un gruppo di persone non gerarchizzate, poste sullo stesso piano come accade appunto in una assemblea sociologica, sommate insieme ed aventi tutte la stessa autorità per essere ascoltate, siano esse dei vescovi, dei religiosi consacrati o dei fedeli laici, tutti caratteri questi ultimi che in questo caso vengono come annullati.

L’intero processo assembleare è governato da una Segreteria scelta appositamente come funzionale al metodo e desiderosa che il processo conduca ad alcune conclusioni già previste. A questo scopo viene predisposta un’agenda volutamente orientata, si inseriscono tra i partecipanti persone e gruppi adatti a far emergere alcune prese di posizione nuove che poi verranno chiamate “svolte storiche”. In questo modo il metodo induce a cambiamenti significativi di dottrina, sia in campo ecclesiale che morale, che sono posti tramite l’autorità del metodo stesso, ossia dall’averli posti camminando insieme. Le conclusioni inserite dall’assemblea nella relazione finale sono verità vissute dall’assemblea stessa.

Le due filosofie che guidano dal di dentro il processo della nuova sinodalità sono l’esistenzialismo e lo storicismo. La prospettiva assume l’esistenza (l’esserci) e la storia (il tempo) come luoghi in cui si sperimenta l’azione dello Spirito tramite le “questioni emergenti”, anche nel contrasto dialettico tra le posizioni. Il percorso è inteso come esperienza, nel senso di una comunità che è dentro i processi che sta esaminando e che da essi è investita nel momento stesso in cui se li pone. Le questioni che l’assemblea sinodale deve esaminare non sono davanti ad essa e non vanno inquadrate con la luce precedente della tradizione e della dottrina, ma sono dentro di essa ed essa è dentro di esse. L’assemblea è immanente alla storia di cui si sta interrogando, non la guarda da davanti o dal di sopra come se avesse una sapienza da adoperare.

Se esaminiamo le conclusioni del Sinodo a proposito dell’omosessualità che abbiamo sinteticamente esposto all’inizio, troviamo ampia conferma di queste caratteristiche di un metodo che diventa sostanza, escludendo altra sostanza oltre se stesso. Il Sinodo, anziché parlare dell’omosessualità alla luce della dottrina della Chiesa, ha fatto parlare l’omosessualità tramite singoli e gruppi di cristiani militanti su questo fronte. L’omosessualità è stata così accreditata come un’esigenza della storia e una esperienza non estranea alla Chiesa. Questo era fin dall’inizio l’obiettivo dell’apparato che ha organizzato il Sinodo, ma doveva essere raggiunto tramite il metodo della nuova sinodalità, ossia dall’interno della prassi esistenziale dell’assemblea sinodale e lungo il tempo storico degli eventi sinodali. I “documenti” oggi si scrivono così, non come inizio di un percorso che si vuole indirizzare, ma come suo esito finale.

Durante l’attività dei sinodali, dall’esterno si sono verificati molti altri avvenimenti che avevano a che fare con questo argomento dell’omosessualità. Basti ricordare le varie iniziative di padre Martin a questo proposito o la partecipazione al giubileo di gruppi LGBT organizzati. Esistenziale e storico il Sinodo lo è anche per questo motivo: le sue discussioni entrano dentro una prassi più ampia che le condiziona secondo un progetto. La relazione finale del lavoro di gruppo, come quella comunicata dal segretario Grech, poteva anche non esprimere una maggioranza a favore delle novità rivoluzionarie. Bastava solo che comunque quelle istanze fossero entrate nella prassi ecclesiale, nel suo modo di fare, che a questo punto avrebbe coinciso con il suo modo di essere. La prospettiva, come torniamo a dire, è esistenziale, vitalistica e storica: il processo è già l’esito.

Una volta comunicato l’esito del voto, ecco il silenzio dei molti e la grancassa dei pochi. Ma i contrari sono veramente molti? E i pochi sono veramente pochi? Nella prospettiva del camminare insieme, i processi avviati non cessano uscendo dalle aule assembleari, ma continuano e vanno anche oltre qualche documento ufficiale del Magistero che volesse ad un certo punto cercare di chiarire le cose.







martedì 5 maggio 2026

Se cambi il modo in cui le persone pregano, cambierai ciò in cui credono. Il cambio dell'Offertorio nella Messa




Ne abbiamo già parlato più volte (esempio qui e link inseriti nel testo); ma giova riprendere gli argomenti per chi leggesse solo ora e per tener desta l'attenzione in un tempo di grande confusione. È la trascrizione di un filmato; per cui si nota il linguaggio colloquiale.

5 maggio 2026

Offertorio riscritto


E se vi dicessi che una delle parti più importanti della Messa è stata deliberatamente cambiata non a caso, non organicamente, ma perché la comprensione del peccato e del sacrificio sulla Croce da parte della Chiesa veniva nuovamente sottolineata in modo completamente diverso? Basta guardare attentamente le parole cambiate nell'Offertorio, dalla Messa latina Tradizionale al Novus Ordo.

Vi spiegherò le parole esatte così potrete capire perché questo è un problema. Una volta che vedrete non solo quali parole sono state cancellate e aggiunte, ma perché queste sacre parole sono state cambiate, vedrete l'Offertorio come non mai.

Per avere il quadro generale, dobbiamo tornare allo "spirito del Vaticano II. ” Negli anni precedenti il concilio, iniziò a prendere piede un nuovo movimento teologico che ha sottolineato l'amore sul peccato, la misericordia sul giudizio, la resurrezione sulla Croce. Nessuna di queste cose è sbagliata in sé. Ma si può vedere nel nostro mondo moderno che la nozione di peccato è stata messa da parte. Perché concentrarsi sulla Croce quando puoi concentrarti sulla Resurrezione? Ecco qual è la tendenza.

Il nuovo movimento teologico voleva de-enfatizzare l'espiazione e promuovere una nozione più esaustiva, o più ecumenica, che, secondo me, denigra Cristo appeso alla Croce. In pratica, ciò ha portato a passare dal sacrificio propiziatorio alla più ampia struttura del Mistero Pasquale [vedi].

Lasciate che vi spieghi questo. Sacrificio propiziatorio, questa è una parola dura per noi della Chiesa postconciliare. "Propizio" significa favorevole. Quindi un sacrificio propiziatorio è quello che Dio vede come favorevole o accettabile. Noi gli offriamo un sacrificio ed Egli lo accetta favorevolmente. L'enfasi è che il nostro peccato ci ha tolto il favore di Dio, e questo sacrificio propiziatorio ripristina il nostro rapporto con Lui.

Questa è una parola davvero importante. Perché? Perché la nuova Messa ha completamente eliminato la nozione di sacrificio propiziatorio, a cui torneremo momentaneamente.

Così, per sostituire le parole e le nozioni di sacrificio propiziatorio, che erano state fortemente sottolineate al Concilio di Trento e precedentemente, i nuovi teologi degli anni '60 sottolinearono un termine che tutti avete sentito: il Mistero pasquale, che è l'opera unitaria della Passione, morte e Resurrezione di Cristo.

Lasciate che ve lo dica chiaramente. L'enfasi è diventata: sottolineiamo la totalità dell'opera di Cristo, specialmente la Resurrezione, per non essere costretti a soffermarci sulla parte a cui resiste il mondo moderno. La Croce, la sofferenza, l'idea del sacrificio per il peccato. Dopotutto, secondo il loro modo di pensare, perché un Dio amorevole dovrebbe chiedere che suo figlio venga torturato come un animale? Questo Dio assomiglia troppo a un Dio del Vecchio Testamento assetato di sangue, e noi non vogliamo questo.

Ora ovviamente generalizzo il sentimento, ma credo che questo racchiuda l'essenza del loro pensiero. I teologi modernisti non possono davvero negare la Croce, quindi la seppelliscono in un concetto più ampio, più allegro, meno sanguinoso e più accogliente del Mistero pasquale.

Per essere chiari, il mistero pasquale è qualcosa di antico e qualcosa di bello, ma non dovrebbe sostituire il sacrificio propiziatorio.

Così ora arriviamo alla fine degli anni '60 quando questo "spirito del Vaticano II" voleva creare una nuova Messa. Invece di concentrarsi sul peccato, sul sacrificio e sull'espiazione, l'enfasi si è spostata verso il Mistero pasquale, verso la partecipazione, verso un'espressione più comune e accessibile. E c'era anche un altro obiettivo, l'ecumenismo.

I riformatori volevano una messa meno offensiva, meno estranea ai protestanti. Perché se c'è una cosa che i protestanti hanno respinto, è l'idea che la Messa sia un sacrificio propiziatorio.

Martin Lutero ha detto che doveva sparire. A proposito, cosa ha detto Martin Lutero sul sacrificio? È sorprendente. Ecco citazioni della sua Prigionia babilonese della Chiesa (1520):
"C'è una pietra d'inciampo nella Messa che va rimossa, e questa è molto più grande e pericolosa di tutte: è la credenza comune che la Messa sia un sacrificio che viene offerto a Dio. Anche le parole del Canone sembrano insinuare questo, quando parlano di questi doni, di questi doni, di questi sacrifici santi, e più avanti, di questa offerta. ”
La messa, per Martin Lutero, non è stata categoricamente un sacrificio. Infatti, dice, tenetevi forte:
"Il sacerdote offre la sua Messa come se fosse un sacrificio che è l'apice della perversità.”
Questa, amici miei, è quella che chiamate blasfemia. Perversità?

Così nella messa tedesca del 1526 Lutero eliminò le tradizionali preghiere dell'Offertorio. Ed è questo che voleva Martin Lutero.

Quindi cosa hanno fatto i riformatori? Non hanno negato definitivamente il sacrificio. Hanno fatto qualcosa di più sottile. Hanno rimosso il linguaggio che lo rendeva inconfondibile. L'hanno ammorbidito. L'hanno incorporato. Hanno spostato l'enfasi.

Nella Messa latina Tradizionale l'Offertorio prepara il sacrificio, ma nel Novus Ordo viene sostituito con altro. Una benedizione della tavola ebraica chiamata Berakhah. Questo è il tipo di preghiera che un padre ebreo direbbe davanti a pane e vino a un pasto:
"Benedetto sei tu, Signore, Re dell'universo... ”
È una benedizione sui doni, non un sacrificio, ed è questo il cambiamento chiave: dall'offrire un sacrificio alla presentazione dei doni.

Ora guardate le parole relative fianco a fianco.


Prima guardiamo la Messa Latina Tradizionale. Voglio che ascoltiate le parole sul peccato e sul sacrificio [qui per approfondire ancor più la formula]:
Súscipe, sancte Pater, onnipotens aeterne Deus, hanc immaculátam hostiam, quam ego indignus fámulus tuus óffero tibi, Deo meo vivo et vero, pro innumerabílibus peccátis, et offensiónibus, et negligentiis meis, et pro ómnibus circumstántibus, sed et pro ómnibus fidélibus Christiánis vivis atque defunctis: ut mihi, et illis proficiat ad salútem in vitam aeternam. Amen.
“Accetta, o Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, questa vittima immacolata che io tuo servo indegno offro a te o mio Dio vivo e vero per espiare i numerosi peccati, offese e negligenze mie e per tutti i presenti e allo stesso modo per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti affinché possa giovare a me e a loro come mezzo di salvezza per la vita eterna. Amen. ”
Quindi abbiamo una vittima immacolata, che offriamo a Te, per espiare numerosi peccati, offese e negligenze. Se questo sacrificio è accettabile, se è propiziatorio, allora ci gioverà come mezzo di salvezza. Abbastanza chiaro qual è l'enfasi.

Ora confrontate con il Novus Ordo. Assicuratevi di ascoltare la nozione di peccato e sacrificio:
"Benedetto sei tu, Signore Dio dell'universo perché attraverso la tua bontà abbiamo ricevuto il pane che ti offriamo: frutto della terra e opera del lavoro dell'uomo diventerà per noi pane della vita. ”
E dov'è il peccato? Dov'è il sacrificio? Infatti tutto quello che vediamo è una benedizione ebraica sul pane. L'accento è sul lavoro umano la nostra cooperazione con il dono di Dio nella creazione, ma non sul peccato e sull'espiazione.


Ora passiamo al vino.

Nella messa latina: [qui per approfondire ancor più la formula]
Offérimus tibi, Dómine, cálicem salutáris, tuam deprecantes clementiam: ut in conspectu divínae majestátis tuae, pro nostra et totíus mundi salúte, cum odóre suavitátis ascendat. Amen.

"Ti offriamo, o Signore, il calice della salvezza, supplicando la tua clemenza, affinché esso salga in profumo gradito [con odore di soavità] alla presenza della tua divina maestà, per la nostra salvezza e per quella del mondo intero. Amen."
Avete sentito: implorare la tua misericordia per la nostra salvezza. La Messa è parlata come un sacrificio propiziatorio.

Ora ascoltate cosa l'ha sostituito:
"Benedetto sei tu, Signore Dio dell'universo perché attraverso la tua bontà abbiamo ricevuto il vino che ti offriamo: frutto della vite e del lavoro dell'uomo diventerà per noi la nostra bevanda spirituale. ”
E non c'è misericordia perché il peccato e il sacrificio non sono il punto. Non c'è alcun riferimento a questo fatto per la nostra salvezza perché ancora una volta l'enfasi è ora il ringraziamento piuttosto che il sacrificio per il peccato.

Allora perché rimuovere quel linguaggio? Perché eliminare il peccato, l'espiazione, il sacrificio e la misericordia nel senso del perdono del peccato?

Perché i riformatori credevano che questa enfasi fosse troppo pesante, troppo negativa, troppo concentrata sul peccato, troppo concentrata sulla Croce. Volevano riequilibrare la Messa verso il pasto, la comunità, il dono e la Resurrezione.

I riformatori non hanno citato Lutero, ma hanno rimosso la lingua stessa a cui Lutero si opponeva.

Forse questo è il risultato dei nuovi teologi che hanno creato la Messa. O forse è per la presenza di partecipanti protestanti al Consilium che hanno ideato la Messa. Non so, forse entrambi.

In ogni caso, questa è la chiave: il problema non è solo ciò che manca, è che l'intera categoria è cambiata dall'offerta di sacrificio per il peccato alla presentazione di doni per un pasto.

Ora i difensori diranno che un sacrificio c'è ancora, e tecnicamente, dottrinalmente, è vero. Ma ecco il problema: se togli il linguaggio del sacrificio, se togli il linguaggio del peccato, se togli il linguaggio dell'espiazione, allora per la maggior parte delle persone, la realtà stessa inizia a svanire.

Nella Messa Tradizionale latina, quando l'Offertorio inizia con quelle belle parole latine, "Suscipe, Sancte Pater", il sacerdote inizia un sacrificio.

Nel Novus Ordo si preparano i doni.

E quel passaggio dal sacrificio al dono, dal peccato alla festa, dall'altare alla tavola non è stato casuale. È stato intenzionale.

E una volta che quel cambiamento avviene nelle parole, inevitabilmente accade nella mente dei fedeli perché lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera è la legge del credo.

Se cambi il modo in cui le persone pregano, cambierai ciò in cui credono.

Guardatevi intorno. Statisticamente parlando, la fedeltà cattolica è al minimo storico. Ma alla Messa Latina Tradizionale tutte queste sciocchezze scompaiono. Si può vivere la Messa nel modo in cui la Chiesa la intende da secoli.

La prossima volta che siete a Messa sia alla Messa tradizionale che alla nuova vi incoraggio a seguirci in qualsiasi libro a vostra disposizione e a prestare molta attenzione all'Offertorio.

Nella Messa Tradizionale vedrete la giusta venerazione per la Passione di Cristo sulla Croce. E se siete alla nuova Messa speriamo vedrete, forse per la prima volta, una cospicua assenza di peccato e sacrificio.

E forse concluderete: il Padre merita più della nostra gratitudine e del nostro dono di pane e vino. Merita il padrone di casa immacolato o si potrebbe dire la vittima Immacolata.

Il Padre merita l'offerta del suo amato Figlio e niente meno.






Guarda il video completo qui: https://youtu.be/6ho8JCl0VcQ?si=ulb0nzaO46Mh9uuq



Una petizione per difendere la scuola da una sottomissione culturale estranea alla nostra identità



Vogliamo l’islamizzazione dei nostri figli?
Luigi C.



Nelle scuole è allarme proselitismo islamico


29 aprile 2026, Pro Italia Cristiana

Cosa capiterebbe se un insegnante portasse i propri alunni in visita ad una chiesa?

Già ce lo immaginiamo: Sinistre in rivolta, qualche docente e genitore pronti a reclamare l’”autonomia” della Scuola italiana, magari un’interrogazione in Parlamento…

Se invece si portano sessanta scolari delle elementari milanesi nel centro culturale islamico di Saronno, tutti zitti. Improvvisamente per i “pasdaran” del laicismo va tutto bene.

È capitato nei giorni scorsi. Eppure questi piccoli sono stati indottrinati ai fondamenti dell’islam, a loro sono stati presentati corsi di Corano e lingua araba. Come mai nessuno protesta?

In questi casi improvvisamente la Scuola non è più “aconfessionale”? Quel che viene spacciato come “inclusione”, in realtà è islamizzazione.

Perché mai dovremmo eliminare le nostre radici, le nostre tradizioni e rimpiazzarle con queste iniziative, che non appartengono alla nostra Storia, alla nostra cultura, alla nostra fede?

Ci fa male constatare come ogni anno si cerchi di eliminare il presepe dalle aule, di modificare i canti natalizi troppo “cristiani” e di impedire al prete di venire in classe per la benedizione pasquale.

Ed ancor più è mortificante vedere come, allo stesso tempo, si intruppino gli allievi per far loro conoscere le principali pratiche dell’islam e festeggiare il Ramadan.

Si tratta di pratiche totalmente estranee alla nostra identità, di tradizioni spirituali appartenenti ad una religione che non è la nostra, né quella dei nostri padri, né quella in cui sono nati e cresciuti!

Chi pretende che la scuola sia “laica”, deve essere egualmente intransigente verso tutti, musulmani compresi, per una questione di coerenza.

Noi crediamo che debbano avere assoluta priorità nell’insegnamento i nostri costumi, i nostri riti e le nostre abitudini, perché queste ci appartengono e non altre!

Che senso avrebbe sapere tutto dell’iftar e dell’Eid al-Fitr, se poi non si conosce il significato del Natale e della Pasqua?

Ed, ancor più, come spiegare il Natale senza parlare di Gesù Bambino, come spiegare la Pasqua senza parlare di Cristo Crocifisso e Risorto?

Il nostro compito è esattamente quello di trasmettere ai nostri figli il preciso significato religioso, storico e culturale dei periodi forti dell’anno.

È talmente evidente il tentativo di islamizzazione in corso nel nostro Paese da non richiedere nemmeno spiegazioni! E noi non ci stiamo!

Affinché la nostra protesta abbia forza e sia davvero incisiva, chiediamo anche a te di darci una mano, perché sappiamo che hai già condiviso tante battaglie importanti.

Sottoscrivi subito, se non lo hai ancora fatto, la petizione «Basta islamizzazione a scuola!», promossa da Pro Italia Cristiana.

È indirizzata al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché intervenga al più presto per fermare tale deriva e per tutelare la nostra identità nazionale.

Perché tale iniziativa abbia successo, però, è necessario supportarla, promuovendo una vasta campagna di sensibilizzazione sui social, che consentono di arrivare a tanti in poco tempo.

Quest’operazione ha un costo, di cui da soli non potremmo farcene carico. Per questo ti chiediamo di darci una mano!

È urgente, poiché l’indottrinamento dei nostri ragazzi si trova già in una fase di attuazione sin troppo avanzata…

Facci caso: la realtà islamica di Saronno, pur essendo ufficialmente solo un centro culturale, si autodefinisce come “moschea”.

Il che non stupisce: solo chi non conosce il mondo musulmano ignora come tra le due cose non sussista alcuna vera differenza.

Il loro obiettivo è ben preciso: quello di fare proselitismo, di convertire all’islam. Ecco perché nei propri comunicati invitano scuole, università e gruppi a raggiungerli in “moschea”.

L’europarlamentare della Lega Silvia Sardone ha però fatto notare come tali visite avvengano «in totale assenza di un’intesa formale tra lo Stato italiano e le comunità musulmane».

Non v’è insomma «alcuna base giuridica» che le regoli e le giustifichi, né che normi le “lezioni” tenute dagli imam a bambini ed adolescenti.

E questo rappresenta un punto delicatissimo, un vulnus cruciale nel nostro sistema, cui occorre porre al più presto rimedio.

Educhiamo i giovani alla sequela di Cristo, non alla sharia!








La repubblica di El Salvador dimostra che si può vincere la battaglia per la vita





Il piccolo El Salvador e le sue politiche nataliste di avanguardia




[Estratto dal 17mo Rapporto dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân dal titolo generale “La guerra demografica. Ci vogliono estinti?”, Cantagalli, Siena 2025, pp. 213-224 – VEDI QUI)





Di Gianfranco Amato, 5 mag 2026

El Salvador è il più piccolo Paese dell’America Centrale. Per questo è chiamato “El Pulgarcito de América”, il Pollicino d’America. Con i suoi 21.000 chilometri quadrati è più piccolo della Sicilia, ma è anche il Paese centroamericano più densamente popolato. Il vero primato di questo minuscolo stato, però, è un altro.

El Salvador è l’unica nazione al mondo che nella propria Costituzione riconosce lo status giuridico di “persona umana” all’embrione umano fin dall’istante della fecondazione. Condizione che, peraltro, impedisce non solo l’aborto volontario ma anche la fecondazione artificiale, la barbara pratica dell’utero in affitto, la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione, la clonazione, la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa, la produzione di ibridi o di chimere, e qualunque altra manipolazione genetica.

Questo significativo riconoscimento si trova già nel primo articolo della Carta fondamentale salvadoregna.

È davvero interessante l’articolo 1 di quella Costituzione. Il primo comma sembra preso tout court dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Recita, infatti, così: «El Salvador riconosce la persona umana come l’origine e il fine dell’attività dello Stato, che è organizzato per il perseguimento della giustizia, del principio di legalità e del bene comune».

Il secondo comma stabilisce il principio che rende un unicum la Costituzione salvadoregna: «Parimenti, riconosce come persona umana ogni essere umano fin dall’istante del concepimento».

Questo inciso particolarmente significativo è stato introdotto nel testo costituzionale a febbraio del 1999, grazie all’iniziativa di un grande giurista pro-vita salvadoregno: Ricardo Enrique Posada Magaña, della cui amicizia mi onoro. L’ho conosciuto durante un ciclo di conferenze che ho dato a San Salvador e che hanno rappresentato una provvidenziale occasione per creare un cordiale e proficuo rapporto amicale.

Oggi, sulla scorta di questo principio costituzionale, El Salvador è uno tra i Paesi ispano-americani con una legislazione davvero avanzata – probabilmente la più avanzata – in materia di tutela e valorizzazione della vita, della natalità e della famiglia.

Questo grazie soprattutto all’opera svolta dalla First Lady salvadoregna, Gabriela de Bukele, particolarmente attenta al tema e molto attiva dal punto di vista della promozione normativa.

Due, in particolare, sono le leggi a che si devono alla sua iniziativa. La prima è la “Ley nacer con cariño” (Legge nascere con affetto) per «un parto dignitoso e una cura affettuosa e sensibile per il neonato», approvata dall’Assemblea legislativa salvadoregna il 17 agosto 2021. La seconda è la ”Ley Crecer Juntos” (Legge Crescere Insieme), per «la protezione integrale della prima infanzia, dell’infanzia e della adolescenza», approvata dall’Assemblea legislativa salvadoregna il 22 giugno del 2022.

Analizziamole entrambe.

Ley nacer con cariño

La “Ley nacer con cariño”, che inizia proprio richiamando l’articolo 1 della Costituzione, stabilisce, tra le varie cose, anche i seguenti quattro interessanti principi: principio di supremazia della dignità umana: in ogni singolo atto compiuto in applicazione della Ley nacer con cariño, dovrà essere rispettata la dignità della donna, del nascituro e del neonato;
- principio dell’interesse superiore del bambino: in ogni situazione che coinvolga bambini non ancora nati e neonati, saranno sempre adottate le misure e le decisioni che meglio promuovono il loro sviluppo fisico, spirituale, psicologico, morale e sociale;
- principio della necessità di una formazione educativa preconcezionale, prenatale e del parto: in tutte le azioni intraprese ai sensi della Ley nacer con cariño, devono essere fornite tutte le informazioni pertinenti e necessarie per la preparazione e lo svolgimento della gravidanza, del parto e per la cura del nascituro e del neonato.
- principio di completezza: l’assistenza fornita ai sensi della Ley nacer con cariño deve tenere conto di un approccio olistico, ovvero che riconosca gli aspetti fisici, mentali, emotivi e sociali che caratterizzano ogni persona.

L’art. 5 della legge stabilisce, poi, i diritti della donna in stato di gravidanza.

Sancisce, infatti, tale disposizione normativa: «Ogni donna, in relazione alla gravidanza, al travaglio, al parto e al post-partum, ha i seguenti diritti: a) essere trattata con calore umano, rispetto e in modo individuale e personalizzato, garantendo la privacy e creando un ambiente rilassato e sicuro per la coppia madre-bambino durante tutto il processo di assistenza; b) essere informata in modo affettuoso e rispettoso sull’andamento del parto, sullo stato di salute del figlio o della figlia, sulle procedure da eseguire, nonché su ogni notizia relativa alla diagnosi, al trattamento o all’esito, in termini semplici e facilmente comprensibili; c) avere accesso a un parto rispettoso e sicuro; d) non essere sottoposta ad alcun esame o intervento a fini di ricerca, a meno che non venga fornito il consenso scritto secondo un protocollo approvato dal Comitato Etico Nazionale per la Ricerca Sanitaria; e) ricevere un’adeguata assistenza prenatale ed essere accompagnata da una persona di sua scelta e di fiducia durante il travaglio, il parto e il post-partum; f) rimanere insieme al neonato nella stessa stanza 24 ore su 24, durante tutto il periodo di degenza in ospedale, ad eccezione dei momenti dedicati alle cure mediche; g) essere informata, fin dalla gravidanza, sui benefici dell’allattamento al seno e ricevere supporto per l’’allattamento; h) ricevere consigli e informazioni sulla cura di sé e del proprio bambino; i) essere specificamente informata sugli effetti avversi di tabacco, alcol e droghe sul bambino e su se stessa; j) ricevere informazioni sul normale decorso della gravidanza e del parto, nonché sui eventuali sintomi di emergenza e sui rischi ostetrici, nel caso dovessero insorgere; k) ricevere cure dignitose e di qualità che rispettino la sua autonomia; l) avere un’adeguata assunzione di liquidi e una corretta alimentazione durante il travaglio; m) non essere sottoposta a procedure non necessarie o ingiustificate, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, le seguenti: 1) esami vaginali; 2) tricotomia; 3) clisteri; 4) restrizione dei liquidi; 5) venipunture non necessarie; 6) dilatazione non necessaria del perineo e della cervice; 7) restrizione del movimento; 8) amniotomia; 9) dilatazione manuale del perineo; 10) episiotomie; 11) esame manuale del perineo; 12) manovra di Kristeller; 13) separazione manuale delle membrane all’interno dell’utero materno; 14) taglio precoce del cordone ombelicale; n) libertà di movimento durante il travaglio e il parto e scelta di posizioni più comode che contribuiscano a un esito soddisfacente del travaglio; o) gestione naturale del dolore durante il travaglio; p) scelta della posizione per il parto al momento del parto; q) contatto pelle a pelle, attaccamento sicuro, taglio ritardato del cordone ombelicale, allattamento al seno, rooming-in, mantenimento del contatto fisico in ogni momento per favorire il legame, prevedendo espressamente l’obbligo di registrare nella cartella clinica della madre gli eventuali motivi per cui non sia stato possibile adottare queste procedure; r) ricevere un’adeguata educazione prenatale».

Non manca, ovviamente la previsione di diritti anche a favore dei bebè. A tale scopo provvede l’art. 6 della legge: «Ogni neonato maschio e femmina ha il diritto: a) a ricevere un trattamento affettuoso, rispettoso e dignitoso; b) ad essere identificato inequivocabilmente; c) a non essere sottoposto ad alcun esame o intervento a fini di ricerca o insegnamento, a meno che non vi sia il consenso scritto dei propri rappresentanti legali, secondo un protocollo approvato dal Comitato Etico Nazionale per la Ricerca Sanitaria; d) a far sì che i genitori ricevano un’adeguata consulenza e informazioni sulle cure per la loro crescita e il loro sviluppo, nonché sul loro calendario vaccinale; e) ad un attaccamento immediato alla madre attraverso il contatto pelle a pelle subito dopo la nascita, consentendo l’allattamento al seno e la possibilità di essere tenuto in braccio, tranne nei casi in cui la salute della madre e/o del neonato non lo consenta; se la madre non può avere il contatto pelle a pelle a causa di una condizione medica, le sarà consentito di farlo con un accompagnatore o con chiunque scelga; f) a tenere il neonato al proprio fianco in un alloggio condiviso, entrambi nella stessa stanza per facilitare l’allattamento al seno; g) a ricevere immediatamente un certificato di nascita o di morte quando il parto viene assistito in ospedali o cliniche pubbliche o private».

Nel caso in cui ci dovessero essere problemi per il neonato, l’art.7 della legge prevede espressi diritti per entrambi i genitori, ovvero sia per la madre che per il padre: «La madre e il padre di un neonato a rischio hanno i seguenti diritti: a) ricevere informazioni comprensibili, sufficienti e continue, in un contesto appropriato, sui progressi o l’evoluzione della salute del loro bambino, inclusi diagnosi, prognosi e trattamento; b) avere accesso continuo al proprio bambino finché la situazione clinica lo consente, nonché a partecipare alle sue cure e alle decisioni relative alle sue cure; c) fornire il consenso scritto per eventuali esami o interventi a cui il bambino potrebbe sottoporsi a fini di ricerca, secondo un protocollo approvato dal Comitato Etico Nazionale per la Ricerca Sanitaria; d) far sì che l’allattamento al seno del neonato sia facilitato; e) garantire ai genitori ed agli accompagnatori la possibilità di ricevere una spiegazione, in termini semplici, che consenta loro di adottare la marsupioterapia come strategia che offre importanti benefici per la salute del neonato; f) ricevere, in caso di morte del neonato, un adeguato supporto psicologico ed avere a loro disposizione un ambiente intimo in cui elaborare il relativo processo di lutto».

La legge, composta da diciotto articoli, prevede inoltre una serie di misure volte a realizzare la ratio che la sottende, tra cui, all’art. 14, un “Piano Strategico Nazionale per un parto rispettoso e un’assistenza amorevole e sensibile al neonato». L’obiettivo di tale Piano è il seguente: stabilire le linee guida strategiche che i dipartimenti del Servizio Nazionale Integrato di Salute devono seguire ai diversi livelli di gestione e fornitura, nonché le istituzioni del settore sanitario e altri enti governativi e non governativi, per l’implementazione di un parto e di un’assistenza rispettosi e attenti alla sensibilità neonatale;
- disporre di uno strumento di riferimento che consenta il coinvolgimento di altre istituzioni e organizzazioni collaboranti (approccio intersettoriale) sia all’interno che all’esterno del settore sanitario, al fine di creare partnership sostenibili che garantiscano l’implementazione di un parto e di un’assistenza rispettosi e attenti alla sensibilità neonatale.
- fornire una guida per la progettazione, l’implementazione, la valutazione e il monitoraggio dei piani operativi locali per un parto e di un’assistenza rispettosi e attenti alla sensibilità neonatale, coinvolgendo tutti gli enti pubblici e privati, le organizzazioni no-profit e private che compongono il settore sanitario.

Ley Crecer Juntos

Anche la seconda legge, la “Ley Crecer Juntos” (Legge Crescere Insieme), per «la protezione integrale della prima infanzia, della preadolescenza e della adolescenza», approvata, come abbiamo visto, dall’Assemblea legislativa salvadoregna il 22 giugno del 2022, inizia citando l’art.1 della Costituzione.

Lo scopo della Legge è quello di «garantire il pieno esercizio e godimento dei diritti di ogni bambino e adolescente e facilitare l’adempimento dei loro doveri, indipendentemente dalla loro nazionalità». A tal fine, «viene istituito un Sistema Nazionale per la Protezione Integrale della Prima Infanzia, dell’Infanzia e dell’Adolescenza, con la partecipazione della famiglia, della società e dello Stato, basato sulla Costituzione della Repubblica e sui trattati internazionali sui diritti umani in vigore a El Salvador, in particolare la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia».

Si tratta di un corpo normativo monumentale, composto da ben trecento otto articoli.

Essendo impossibile, per motivi di spazio, analizzarli tutti, possiamo concentrarci sul Titolo I della legge «Diritti di crescita e sviluppo integrali», ed in particolare nel Capitolo I del detto titolo, ovvero quello relativo al «Diritto alla vita».

Iniziamo dall’art.16, il quale espressamente prevede quanto segue: «Il diritto alla vita è riconosciuto fin dall’istante del concepimento. La famiglia, la società e lo Stato hanno l’obbligo di garantire ai bambini e agli adolescenti una vita dignitosa, una crescita ottimale e uno sviluppo completo, inclusivo e non discriminatorio nelle sfere fisica, mentale, spirituale e sociale».

Il successivo articolo 17, intitolato «Condizioni per garantire il diritto alla vita», sancisce quanto segue: «Lo Stato deve attuare politiche, programmi, progetti e servizi con accesso e copertura universali e inclusivi che garantiscano assistenza preconcezionale, prenatale, perinatale, postpartum, neonatale, pediatrica e adolescenziale; nonché attuare interventi che promuovano la salute, prevengano le malattie e riducano la morbilità e la mortalità materna, infantile, infantile e adolescenziale. Ogni persona ha il diritto di nascere e vivere in condizioni familiari, ambientali e di altro tipo che le consentano di raggiungere il proprio pieno e adeguato sviluppo biopsicosociale».

Segue l’articolo 18, «diritto alla protezione dei nascituri», il quale prevede che «la protezione dei nascituri sarà esercitata attraverso l’assistenza sanitaria, l’educazione e le cure prenatali, nonché la creazione di altre condizioni che garantiscano il benessere della donna incinta e della sua famiglia, dal momento del concepimento fino alla nascita». Per garantire la protezione dei nascituri, lo stesso articolo 18 sancisce che «è responsabilità dello Stato assicurare le condizioni per un’assistenza completa e gratuita alle donne e alle famiglie durante la fase preconcezionale, prenatale e perinatale».

L’articolo 19, poi, prevede «Misure per la salvaguardia del diritto alla vita in situazioni di emergenza», mentre l’articolo 20 sancisce un espresso divieto a «sperimentazione e pratiche che minacciano la vita, la dignità e l’integrità». Dispone infatti tale norma: «È vietata qualsiasi attività che minacci la vita, la dignità o l’integrità fisica, mentale o morale dei bambini e degli adolescenti, come: a) sperimentazione medica o scientifica; b) sperimentazione genetica; c) pratiche etniche, culturali o sociali crudeli, inumane o degradanti; d) trattamenti, terapie o pratiche crudeli, inumane o degradanti, per qualsiasi motivo o circostanza. Chiunque venga a conoscenza delle sperimentazioni o delle pratiche di cui al comma precedente è tenuto a segnalarle ai sensi del diritto penale».

Chiude il Capitolo I «Diritto alla vita» l’articolo 21 intitolato «Diritto a una vita dignitosa», sancendo quanto segue: «Tutti i bambini e gli adolescenti hanno il diritto di godere di un tenore di vita adeguato, in condizioni di dignità, di uno sviluppo integrale, del godimento e dell’esercizio dei loro diritti e della soddisfazione dei loro bisogni fondamentali. Tale diritto include, tra le altre condizioni: a) alimentazione e nutrizione equilibrate e sufficienti per una crescita e uno sviluppo ottimali; b) sicurezza alimentare; c) alloggi dignitosi, sicuri e igienici; d) acqua potabile, elettricità, fognature e tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e) igiene ambientale; f) servizi sanitari, educativi e di protezione completi. g) abbigliamento pulito e adeguato al clima; h) cultura, attività ricreative e tempo libero sano; i) programmi sociali». Aggiunge, infine, un inciso interessante: «La priorità nel garantire questo diritto spetta alla madre, al padre, alla famiglia allargata, agli adulti responsabili o ai rappresentanti, secondo le proprie possibilità. Lo Stato garantisce misure appropriate per garantire che le famiglie o le persone responsabili possano esercitare questo diritto e, se necessario, fornisce assistenza materiale e programmi di sostegno. Adotta inoltre tutte le misure necessarie per garantire il rispetto di tali obblighi da parte dei genitori o di altre persone con responsabilità finanziaria, residenti nel Paese o all’estero».

IL Presidente Nayib Bukele

Il 6 novembre 2024 ho avuto l’opportunità di conversare amabilmente per quasi due ore con il presidente della Repubblica di El Salvador Nayib Bukele. Un personaggio davvero interessante e alquanto raro nel panorama politico internazionale. A cominciare dalla difesa ad oltranza della vita, della famiglia e della libertà di educazione dei genitori. Quelli che Benedetto XVI definiva “principi non negoziabili”.

Bukele, infatti, è il Capo di Stato più pro-life del pianeta. È l’unico dei suoi colleghi che, per esempio, non si limita a definire l’aborto come un omicidio – questo lo fanno anche altri – ma lo chiama col suo vero nome: «genocidio». A chi gli facesse notare che forse esagera un tantino, Bukele si limita a snocciolare i dati ufficiali dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, spiegando che ogni anno nel mondo si praticano 73 milioni di aborti, 200.000 al giorno, e che nel 2022 l’aborto è stata la prima causa di morte a livello planetario. Poi chiede se l’entità di questo fenomeno si possa ridurre al concetto di semplice assassinio o se non sia più adeguata la definizione di genocidio.

Difronte al tentativo di modifica dell’art. 1, secondo comma, della Costituzione salvadoregna, – quello che, come abbiamo visto, riconosce l’embrione come persona umana dall’instante del concepimento – Nayib Bukele è stato irremovibile e il principio è rimasto saldamente al suo posto.

Dialogando sull’eutanasia, il presidente salvadoregno liquida la questione senza mezzi termini: in un Paese civile l’omicidio non può mai essere legalizzato. Punto.

Bukele è anche il capo di Stato più pro-family del mondo. Rivendica, infatti, con orgoglio e convinzione il principio secondo cui la famiglia non è nient’altro che l’unione basata sul matrimonio tra un uomo e una donna, un elemento di natura, che non ha inventato nessun sistema giuridico, politico, filosofico, o nessuna religione, e che deve essere valorizzato e tutelato dallo Stato attraverso apposite politiche, come abbiamo visto con l’esempio delle due leggi sopra esaminate.

Bukele è anche il Capo di Stato che maggiormente difende il diritto dei genitori a educare i propri figli. Quando ha deciso di bonificare le scuole dall’indottrinamento dell’ideologia gender – da lui espressamente definita «contraria alla natura e a Dio» – è stato accusato da parte della lobby ideologica che sostiene a livello mondiale tale indottrinamento, di violare i diritti fondamentali dei transessuali. In realtà lui non ha fatto nient’altro che tutelare il sacrosanto diritto dei genitori previsto dall’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione universale dell’uomo, il quale sancisce, appunto, che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di educazione da impartire ai loro figli». Si tratta di un diritto fondamentale dell’uomo.

Durante il nostro lungo colloquio il presidente Bukele mi ha poi proposto di dare una conferenza a tutti i membri del governo salvadoregno. Io ho accettato, e così un mercoledì pomeriggio, il 27 novembre 2024 per la precisione, mi sono trovato in un grande auditorio davanti a tutti i ministri, viceministri e Capi di Gabinetto dell’esecutivo, con i rispettivi coniugi. Sì, perché, come ho scoperto, il presidente aveva chiesto a tutti loro di essere obbligatoriamente presenti con relative mogli e relativi mariti, perché nella conferenza si sarebbe parlato anche di famiglia. Sono rimasti ad ascoltarmi con assoluta attenzione per tre ore, dalle cinque del pomeriggio alle otto di sera, e soprattutto senza mai sbirciare una sola volta il telefono cellulare. Cosa impensabile per i politici italiani. Nel ricevimento previsto dopo la conferenza ho avuto modo di conoscere personalmente i membri dell’esecutivo ed è stato davvero interessante. Per noi è alquanto inusuale pensare, per esempio, che possa esistere un ministro della salute, come Francisco Alabi, e i suoi due viceministri, che siano tutti convintissimi pro-life e devoti cristiani al cento per cento. O che possa esistere un ministro dell’Educazione, come Mauricio Pineda, che ha definitivamente espulso da tutte le scuole di ogni ordine e grado, comprese università, l’ideologia gender, ponendo ufficialmente come sanzione il licenziamento in tronco per i dirigenti che si azzardassero a reintrodurre anche surrettiziamente tale ideologia.

Nayib Bukele gode di un ampissimo consenso popolare, perché è riuscito a compiere il miracolo di trasformare El Salvador da Paese più violento e insicuro del mondo, a Paese tra i più pacifici e sicuri del pianeta, estirpando il tumore delle cosche malavitose organizzate che si erano infiltrate dappertutto. È come se – fatte le debite proporzioni – negli anni Ottanta in Italia si fossero contemporaneamente estirpate la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra.

El Salvador è un piccolo Stato dell’America centrale, che però può assumere un alto valore simbolico. È la prova vivente che le battaglia in difesa della vita, della famiglia, e della libertà educativa non sono battaglie di retroguardia, sconfitte dalla storia e dal progresso, inutili e già perse, come tentano di far credere in Europa i soloni del politicamente corretto e i pretoriani dell’agenda globalista. No, sono battaglie che si possono e si devono combattere, perché i principi in gioco possono essere riconosciuti a livello normativo anche nel XXI secolo. Come dimostra la repubblica di El Salvador, che è guidata, peraltro, da un giovane presidente di 43 anni, che potrebbe essere mio figlio.



(Foto di Ricardo Ardon su Unsplash)