mercoledì 15 luglio 2026

La debole speranza di disarmare l’Intelligenza artificiale




mercoledì 15 luglio 2026

. La debole speranza di disarmare l’Intelligenza artificiale





Il nuovo documento di Leone XIV sull'Intelligenza artificiale suscita molti e variegati commenti. Di seguito riprendiamo quello di Marcello Veneziani.



Marcello Veneziani

Doverosa e prevedibile la prima enciclica di Papa Leone XIV, necessaria e vana. Ma sacrosanta. Propone di disarmare l’Intelligenza artificiale ma la Chiesa a sua volta è disarmata, non ha il potere di frenare e guidare la tecnica, esorta, predica e non può fare altro. Eppure se non lo fa la Chiesa, il Papa, quale altra autorità morale e spirituale è in grado di esprimere questa onesta preoccupazione, di salvaguardare l’uomo nel nome della sua ispirazione divina? Parla all’umanità intera e nel nome di quei due miliardi di uomini che in vario modo vivono nella cristianità. Non ce ne sono altre.

Ho letto l’intera enciclica, non mi sono accontentato dei sunti, dei passi e dei titoli e non l’ho fatto perché pignolo e precisino ma perché reputavo che il tema, la fonte, le questioni che solleva meritassero l’attenzione. Così è stato, anche nei passi in cui era facile precedere il testo. Ora vi propongo una sintesi commentata.

Per cominciare, l’opposizione da cui si parte

Magnifica Humanitas è tra Babele, con la sua torre della potenza e della superbia e la Città di Dio, l’agostinana civitas dei, l’ideale cristiano. Ogni epoca, dice il Papa, rischia il disumano; vero, ma questa è la prima epoca in cui abbiamo i mezzi, senza averne la coscienza, per sostituire l’umano, il divino e la natura, con la tecnica, l’androide e l’artificiale. Siamo vicini al punto di non ritorno, rischiamo di atrofizzare le nostre elementari facoltà umane per capirlo. Non più solo disumano ma siamo incamminati oltre l’umano.

Leone XIV richiama l’intera tradizione della Chiesa, a partire da Agostino e Tommaso. E nel nostro tempo parte dalla Rerum Novarum del suo predecessore Leone XIII, che affrontò le novità del suo tempo e fondò la dottrina sociale della Chiesa. Ma poi avvolge nel suo sguardo tutta la storia che ne è seguita, i suoi papi, le loro encicliche, il concilio. Leone XIV è il papa della continuità con Ratzinger, con Francesco e con la Chiesa intera.

Il criterio a cui si ispira è il “sano realismo”: partire dalla realtà, considerare i nostri limiti, le nostre fragilità. Lo scopo è il bene dell’umanità ispirato da Dio, e dunque “costruire un mondo in cui tutti possono fiorire”. Bellissima espressione, magnifica speranza, ma se siamo realisti assai ardua ad attuarsi. Il sottinteso è la destinazione universale dei beni, rispetto a cui sono subordinati tutti i beni individuali, inclusa la proprietà privata. Ciò vuol dire, spiega, che anche i brevetti, le piattaforme, la tecnologia e gli algoritmi non sono privilegio di pochi, ma devono essere per tutti. Ossia “sviluppo integrale” per tutto l’uomo e per ogni uomo. Anche qui, giusto ma difficile. Il tema che ne deriva è la giustizia sociale, la solidarietà e la sussidiarietà, insomma, il bene comune, nel pieno della tradizione cristiana. Ma Leone XIV non si rivolge solo ai cristiani ma a tutti i “compagni di cammino” cioè coloro che “cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza”.

L’Intelligenza Artificiale non sostituisce l’intelligenza umana, non può farlo, nota; anzi mi spingerei a dire che non dovremmo chiamarla intelligenza ma cervellone artificiale, perché come nota giustamente l’enciclica, imita solo alcune funzioni dell’intelligenza, non condivide gli affetti, le ispirazioni, la creatività, l’amore e la sensibilità dell’intelligenza umana. Corre troppo veloce e la usiamo senza conoscerla, dice il Papa, è un aiuto prezioso ma va guidata e vanno responsabilizzati tutti i passaggi; il Papa americano usa l’espressione “accountability” per dire che deve rendere conto dei suoi esiti e processi. Sarebbe pericoloso se pochi decidessero a quale etica o morale deve ubbidire l’IA, e aggiunge: “Serve una politica più presente”. Giusto, la politica è piccola, distratta, tardiva, presa dalla quotidianità e dalla propria autoaffermazione.

E qui il Papa usa l’espressione disarmare l’IA, cioè “rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”; sottrarla ai monopoli, agli usi bellici e distruttivi e alle oligarchie, farla diventare la casa comune. Bel progetto ma ogni sapere, e ogni scoperta, è sempre stata frutto dell’opera di pochi ed è sempre stata in fondo veicolata dai pochi; non esiste scienza o tecnologia democratica; l’effetto può riguardare tutti ma la nascita, lo sviluppo e la direzione è sempre ad opera di pochi. Il problema, insolvibile, è che i pochi siano vere aristocrazie e non prepotenti oligarchie, e che siano governate da pochi ma nell’interesse di molti, e non nell’interesse di pochi. Qui andrebbe esplicitata una critica all’intreccio tra capitalismo e tecnica, sotto l’egida di un liberismo pernicioso. 

Ma Prevost è di Chicago, non viene da Cracovia o dal Sud America… Bisogna combattere la deriva antiumana della tecnica, non assolutizzare l’intelligenza, ci sono affetti, volontà, legami, dedizioni e bisogna opporre alla potenza la cura; cioè curarsi degli altri e di sé. Pericoloso secondo il Papa è lo sfondo ideologico e oltreumano del transumano e del postumano, l’ibridazione dell’uomo con la macchina, in una specie di centauro tecno-umanoide. Ma in seguito riconosce che è umana l’aspirazione da cui nascono il transumano e il postumano, di una vita più piena, meno fragile, meno carica di sofferenze. L’umano, dice l’Enciclica, non è materiale da perfezionare; e il più che umano non è prerogativa solo della tecnica; anche la fede cristiana si sporge oltre l’umano, ispirata dallo Spirito Santo (che la Tecnica sostituisce con l’algoritmo). Il progetto dell’Enciclica è un nuovo umanesimo cristiano, grato alla scienza e alla tecnica ma teso a custodire la verità, il diritto al lavoro, la libertà, messi a repentaglio dalla tecnologia e dall’IA. Aggiungerei l’intelligenza critica. Il Papa propone “un’alleanza educativa” per l’era digitale, un’ecologia della comunicazione. La famiglia, dice, è un bene sociale fragile, da tutelare.

E ribadisce la sua critica alla finanza senza scrupoli, al culto del profitto e della performance a ogni costo. Dobbiamo difenderci dalla dipendenza e dalla mercificazione, dai rischi della manipolazione e del controllo, dalle nuove schiavitù e dai nuovi colonialismi indotti dalla potenza tecnica. Opporre alla cultura della potenza la civiltà dell’amore. Sacrosanto, ma l’amore è inerme rispetto alla potenza che usa la forza…

Leone XIV respinge il ricorso alla guerra e la sua “normalizzazione” dei nostri giorni e qui risuonano i suoi vani, reiterati appelli, profeta inascoltato come i suoi predecessori. Sostiene il multilateralismo e la via dei negoziati e critica il falso realismo che è paravento della forza, dice che dobbiamo disarmare anche le parole, cercare la pace nella giustizia, “assumere lo sguardo delle vittime”. Cita curiosamente Tolkien in tema di salvezza della terra, esorta a pregare, riconoscendo nel volto di Cristo, ”una magnifica umanità” e affidandosi infine a Maria e al Magnificat, impegnandoci ad essere “tessitori di speranza”.

Che dire? Una lezione di amore per l’umanità e per la dignità umana, di difesa della civiltà e della giustizia sociale, di vera ispirazione cristiana. Il suo appello alla speranza cade in una società che vive ormai da tempo una disperazione piena di comfort. La speranza è troppo rispetto alla realtà del mondo, ma è anche troppo poco per salvarlo. Forse dovremmo partire dalla disperazione, ovvero considerare la disperazione non come approdo ma come punto di partenza e poi metterci tutta la buona volontà. Dopo tanta sfiducia fino alle cose penultime, nutrire fiducia nelle cose ultime. Alla fine Qualcuno ci salverà.




La Verità – 29 maggio 2026





L'algoritmo mette a rischio il pluralismo informativo



L'impatto dell'IA nella circolazione delle notizie, al centro della relazione annuale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Uno scenario che rende ancora più urgente il binomio tra innovazione e giornalismo di qualità per non cedere a disinformazione e manipolazioni.


Evoluzione
Politica 

Agcom


Ruben Razzante, 15-07-2026

Ogni anno la Relazione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) offre una fotografia aggiornata dello stato delle comunicazioni nel nostro Paese. Quella presentata quest’anno, però, non racconta soltanto l’evoluzione di un settore, ma mette in luce una trasformazione ormai strutturale. A essere coinvolto in modo particolare è il mondo dell’editoria, attraversato da cambiamenti profondi nelle modalità con cui i cittadini si informano, negli equilibri economici, nella raccolta pubblicitaria e nelle abitudini dei lettori.

Dietro i dati emerge una questione ancora più ampia, ossia il futuro stesso dell’informazione e del giornalismo italiano. La crisi dell’editoria non può essere letta soltanto come una conseguenza inevitabile della rivoluzione digitale. Internet, smartphone, social network e motori di ricerca hanno modificato radicalmente il modo in cui le persone cercano e consumano le notizie, ma non hanno eliminato il bisogno di un’informazione autorevole. Al contrario, hanno reso ancora più importante la capacità del giornalismo di selezionare, verificare e interpretare i fatti.

Il problema non è la tecnologia in sé, ma riuscire a costruire delle regole capaci di accompagnare l’innovazione senza compromettere il valore di chi ogni giorno produce informazione di qualità. Il giornalismo non è soltanto un’attività economica, ma un presidio della vita democratica: quando l’editoria professionale si indebolisce, aumenta il rischio di disinformazione, semplificazioni e manipolazioni.

La Relazione annuale Agcom, presentata ieri, 14 luglio, alla Camera dei Deputati dal Presidente Giacomo Lasorella, evidenzia una profonda trasformazione del mercato, ossia che gli editori continuano a sostenere i costi della produzione giornalistica, mentre una parte crescente del valore generato dalla circolazione delle notizie viene intercettata dalle grandi piattaforme digitali. Una dinamica che riguarda non solo gli equilibri economici, ma anche il pluralismo dell’informazione. Ovviamente la qualità delle notizie ha un costo: raccontare territori, verificare fonti, seguire istituzioni e realizzare inchieste richiede tempo, competenze e investimenti. Se il sistema non riesce più a sostenere questo lavoro, il rischio non è soltanto avere meno giornali, ma un’informazione più povera e condizionata dalla velocità e dalle logiche degli algoritmi.

La rivoluzione tecnologica apre oggi una nuova fase con l’Intelligenza Artificiale. Gli strumenti di AI possono rendere più semplice e immediato l’accesso alla conoscenza, ma introducono interrogativi decisivi sul futuro del rapporto tra cittadini, fonti e produttori di contenuti. Uno dei temi centrali riguarda il diritto d’autore: i sistemi intelligenti utilizzano grandi quantità di dati per elaborare risposte e servizi innovativi, compresi contenuti editoriali prodotti da giornalisti ed editori. Per questo motivo diventa necessario garantire che l’innovazione avvenga nel rispetto dei diritti di chi crea informazione. La possibilità di utilizzare contenuti giornalistici non può prescindere dal riconoscimento del loro valore economico e professionale.

La tutela del copyright non riguarda soltanto la remunerazione degli editori, ma anche la trasparenza dell’intero ecosistema digitale. Se gli assistenti virtuali diventeranno sempre più spesso il principale punto di accesso alle notizie, sarà fondamentale assicurare il riconoscimento delle fonti, regole chiare sull’utilizzo dei contenuti e un equilibrio tra sviluppo tecnologico e sostenibilità dell’informazione.
L’Europa ha già avviato un percorso con il Digital Services Act, il Digital Markets Act e l’AI Act, ma il quadro normativo dovrà continuare ad aggiornarsi per evitare nuove concentrazioni di potere e garantire condizioni di concorrenza equilibrate.

La sfida non è contrapporre tecnologia ed editoria, ma creare un ecosistema in cui innovazione e giornalismo di qualità possano crescere insieme. La stessa Agcom richiama la necessità di strumenti capaci di riequilibrare il rapporto tra chi produce informazione e chi ne gestisce sempre più spesso la distribuzione. Questo equilibrio riguarda anche il modo in cui i contenuti vengono utilizzati dai sistemi di Intelligenza Artificiale: l’innovazione deve potersi sviluppare senza disperdere il valore del lavoro giornalistico.
Inoltre, la tutela dei cittadini passa anche da interventi concreti nel settore delle comunicazioni, come il contrasto al telemarketing aggressivo e alle frodi telefoniche. Il blocco delle chiamate estere che utilizzano illegalmente numerazioni italiane rappresenta un passo importante per rafforzare la fiducia degli utenti.

Editoria, telecomunicazioni e nuove tecnologie fanno parte dello stesso ecosistema. Quando diminuisce la qualità dell’informazione, aumenta la concentrazione del potere digitale o gli strumenti tecnologici vengono utilizzati per manipolare e ingannare gli utenti. Non è in gioco soltanto un settore economico, ma la capacità dei cittadini di partecipare consapevolmente alla vita democratica.
La crisi dell’editoria, quindi, riguarda l’intera società. Una democrazia ha bisogno di un’informazione indipendente, autorevole e sostenibile. Governare la trasformazione digitale senza perdere questi principi sarà una delle sfide decisive dei prossimi anni.





martedì 14 luglio 2026

Oggi la Francia festeggia la laicità imposta con la ghigliottina




Il 14 luglio 1789 iniziò il primo tentativo di instaurazione violenta della laicità di Stato. In 17 mesi oltre 100 mila vittime.


Ultimissime
14 Lug 2026


Redazione UCCR

«L’ultimo re sia strangolato con gli intestini dell’ultimo prete».

Lo scrisse Denis Diderot celebrando uno strano concetto di libertà, di uguaglianza e di fraternità. E’ quello che si festeggia oggi, 14 luglio, in Francia.

Parate militari, fuochi d’artificio e celebrazioni pubbliche ricordano l’inizio della Rivoluzione francese con la presa della Bastiglia del 1789.
 
17 mesi di Terrore laico


Dopo soli quattro anni iniziò anche il periodo del Terrore e nei diciassette mesi successivi si registrò un numero di vittime stimato generalmente dagli storici come centomila, una media di quasi 200 morti al giorno.

«In poco tempo», ha scritto lo storico tedesco Michael Hesemann, «furono ammazzate più persone di quante morirono nella crociata contro i catari, nei “secoli bui” del Medioevo e delle vittime dell’Inquisizione nei suoi cinquecento anni di storia in Europa»1.

La repressione, in nome della fraternité, colpì soprattutto i credenti, laici e religiosi.

Dopo l’inizio della Rivoluzione, i beni ecclesiastici furono infatti confiscati, gli ordini religiosi soppressi e, con la Costituzione civile del clero del 1790, vescovi e sacerdoti vennero posti sotto il controllo dello Stato.

Papa Pio VI condannò il provvedimento e migliaia di sacerdoti rifiutarono di prestare giuramento alla nuova autorità rivoluzionaria. Da quel momento furono considerati “refrattari” e divennero bersaglio di arresti, deportazioni ed esecuzioni.





I massacri e i martiri della Rivoluzione

Una feroce campagna di scristianizzazione che portò alla chiusura di molte chiese o alla loro trasformazione in magazzini e templi dedicati al Culto della Ragione, mentre croci, statue e reliquie vennero distrutte.

Nello stesso periodo il calendario cristiano fu sostituito da quello repubblicano e il culto cattolico, in molte regioni, fu costretto alla clandestinità.

Tra gli episodi più drammatici figurano il massacro dei Carmelitani di Parigi del settembre 1792, in cui 191 sacerdoti e religiosi vennero uccisi per la loro fedeltà alla Chiesa.

E poi le deportazioni dei sacerdoti a Rochefort, gli annegamenti di Nantes e le stragi della Vandea, ancora oggi oggetto di studi e dibattiti storici per l’entità delle vittime.

I martiri carmelitani furono beatificati da Pio XI nel 1926 mentre 16 carmelitane sono state canonizzate da Papa Francesco nel 2022.



I “Giordano Bruno” del laicismo

I “Giordano Bruno” della rivoluzione laicista francese furono centinaia, tra i tanti ricordiamo il fondatore della chimica moderna, Antoine-Laurent Lavoisier, il quale chiese un rinvio dell’esecuzione per concludere un esperimento.

Gli fu risposto: «La Repubblica non ha bisogno di scienziati».

Si trattò del primo esperimento comunista, del primo tentativo di culto dello Stato, della prima instaurazione violenta della religione laica.

Oggi si festeggia orgogliosamente tutto questo in Francia.

Come ha affermato l’eminente filosofo francese Remì Brague, «c’è una certa ironia nel fatto che i sostenitori francesi di una “laicità militante”, dunque guerriera, vogliano mettere in imbarazzo i credenti rievocando le violenze passate», risalenti alle Crociate medievali.






La messa in latino e i novissimi


Immagine generata mediante ChatGPT

Articolo scritto da Robert Royal, pubblicato su The Catholic Thing, nella traduzione curata da Sabino Paciolla| 14 luglio 2026.
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Robert Royal

Recentemente ho partecipato al funerale di un giovane morto tragicamente. Si è trattato di una solenne Messa in latino di rito tradizionale, del tutto lecita e avallata dalla presenza del nostro vescovo locale, del suo predecessore in pensione e di un paio di dozzine di sacerdoti. Quella liturgia, tuttavia, era – a prescindere da ogni considerazione estranea – decisamente non qualcosa da ridurre alle controversie che circondano le recenti consacrazioni della Fraternità San Pio X, al botta e risposta su Traditionis custodes (la drastica limitazione della Messa in latino da parte di Papa Francesco) o alle ripercussioni a breve e lungo termine di Sacrosanctum Concilium (il documento del Concilio Vaticano II sulla liturgia). Tutto era incentrato sulla preghiera per la sorte eterna dell’anima del giovane e delle anime di tutti noi, che – purtroppo – sembrano ricevere scarsa attenzione nella Chiesa di oggi, persino ai funerali.

È stata un’esperienza profondamente commovente, che in seguito mi ha fatto riflettere sul motivo per cui i funerali moderni così spesso non lo sono. Nella Chiesa si è verificato un enorme cambiamento verso quelle che spesso vengono definite – persino ai funerali cattolici – «celebrazioni della vita» di chi è venuto a mancare. E sembra esserci una corrente sottintesa che, nonostante tutti gli avvertimenti di Nostro Signore sulla strettezza della porta, suggerisca che tutti finiscano in Paradiso.

(A proposito, non serve a nulla incolpare Hans Urs von Balthasar o, più recentemente, qualcuno come il vescovo Robert Barron, tra gli altri, per aver incoraggiato questo atteggiamento. Ho notato durante il Rosario prima della Messa che la preghiera di Fatima contiene la formula: «E porta tutte le anime in Paradiso, specialmente quelle che hanno più bisogno della tua misericordia.» Certo. La preghiera non dice che tutti siano salvati, né tantomeno che molti lo siano. E in verità, a giudicare dalle Scritture, non tutti lo siamo. Ma esprime certamente quella speranza, che tutti dovremmo nutrire.)

Tuttavia, la facile supposizione che tutti o quasi tutti siano salvati non è solo una questione teologica. Dobbiamo riconoscere che essa, in sostanza, mette fuori gioco l’intera vita cristiana, che è almeno un dramma e spesso una battaglia spirituale. Se così non fosse, perché, allora, Gesù ha dovuto morire sulla croce per salvarci? Perché, addirittura, deve dirci di lasciare tutto e seguirlo?

Sappiamo che anche l’opera missionaria (ora sostituita dal termine più raffinato ma più vago di «evangelizzazione») si è affievolita negli ultimi anni. È troppo pensare che i missionari siano ormai solo un’altra vittima del «dialogo» e del «rispetto» per le altre religioni (e per chi non ne professa alcuna), un approccio morbido e stereotipato che sembra aver soppiantato il comando di predicare il Vangelo a tutte le nazioni?

E anche questa è solo un’altra conseguenza dell’attuale mentalità secondo cui praticamente tutti stanno eternamente bene, qualunque cosa credano o, abbastanza spesso, anche qualunque cosa facciano?

C’era un tempo in cui a tutti nella Chiesa, persino ai bambini delle scuole (nel mio caso), venivano insegnate le «Quattro Cose Ultime» (i novissimi, ndr): Morte, Giudizio, Paradiso e Inferno. Non c’era alcun imbarazzo nel parlare di tali questioni fondamentali – ma questo era prima dell’avvento dei «fiocchi di neve» cristiani. Tutto ciò è ancora presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (paragrafi 1020-1060). Ma c’è ancora qualcuno che predica tali verità o le prende sul serio? E quanto tempo passerà prima che, senza una rinnovata attenzione alle cose essenziali, scompaiano del tutto dalla catechesi?

Nel Catechismo ci sono persino insegnamenti, insegnamenti cattolici, sul Purgatorio. C’è stato un dibattito di lunga data tra cattolici e protestanti sul fatto che il Purgatorio sia menzionato nella Bibbia. Se si accetta il testo dell’Antico Testamento utilizzato dalla Chiesa primitiva, che includeva preghiere offerte per i defunti (Maccabei), il Purgatorio ne è la conseguenza logica. Non lo è, se si sceglie il canone più ristretto delle Scritture ebraiche, come fanno alcuni protestanti, che ha avuto una storia complessa ma è stato probabilmente definito alcuni secoli più tardi dal giudaismo rabbinico dopo la distruzione di Gerusalemme e la dispersione degli ebrei.

Se ci si riflette un attimo, a meno che il Purgatorio non esista, non ha senso pregare per le anime dei defunti. Le famiglie e gli amici dei defunti possono riunirsi per piangere la loro perdita e ricordarli, naturalmente. Ma senza il Purgatorio, non c’è da stupirsi che pregare per i defunti – anche molto tempo dopo la loro dipartita – o le messe funebri abbiano perso la profondità che la vecchia Messa Tridentina (TLM) continua a conferire loro.

Ciò è in netto contrasto con l’intero passato cristiano, quando il passaggio da questa vita all’altra era la cosa principale, letteralmente una questione di vita eterna e di morte.

Ci sono ancora alcuni luoghi in cui queste verità vengono comprese. E dove si comprende anche che quella prospettiva sull’eternità ha conseguenze anche in questo mondo.

In un recente podcast di “Faith under Siege” (qui), ho parlato con l’arcivescovo Bashar Warda, arcivescovo cattolico caldeo di Irbil, in Iraq, dove il cristianesimo è presente ininterrottamente fin dal 100 d.C. circa. Tra le altre cose sorprendenti che ha detto, ha parlato in modo eloquente – non l’avevamo pianificato in anticipo – di come la Chiesa locale si trovi ad affrontare una realtà difficile, al di là delle consuete tensioni mediorientali.

Si rivolgono a loro musulmani che hanno sognato Gesù e vogliono saperne di più su di Lui (il vero Gesù, non la versione islamica storicamente errata). Questo è pericoloso, come egli dice con franchezza a chi cerca la verità – sia per loro che per la Chiesa, perché l’apostasia dall’Islam può portare alla morte di tutte le persone coinvolte.

Il buon arcivescovo gestisce queste situazioni al meglio delle sue possibilità, ma ha confessato di temere di trovarsi un giorno al cospetto di San Pietro e di dover rendere conto di come ha trattato le persone che si sono rivolte a lui in cerca di Gesù Cristo. E si sentono storie simili di musulmani nell’Europa occidentale e persino in Iran.

È una cosa buona, ma relativamente più facile, cercare la pace con le altre religioni, tra le nazioni, persino con il Creato.

Ma quanti di noi che leggono queste righe – compreso chi scrive – corrono i rischi maggiori per proclamare la Verità? Lo si fa solo se si riesce a vedere oltre le cose presenti, che passeranno, e a comprendere che le Cose Ultime sono le uniche che alla fine rimangono.








lunedì 13 luglio 2026

La Francia festeggia il proprio suicidio


Manifestazione a Parigi contro l'approvazione della legge sull'eutanasia, che 
avverrà mercoledì all'Assemblea Nazionale. Una donna tiene un cartello dove si legge: 
"La legge tutela i deboli, non autorizza a ucciderli" (foto Ansa)

L'ultimo 14 luglio di Macron precede di un giorno l'approvazione definitiva della legge sul fine vita. Houellebecq attacca: «La Francia chiede la propria eutanasia»



Di Leone Grotti, 13 luglio 2026

Tutto è pronto per la Festa nazionale, per la celebrazione della grandeur della Francia, per la rivisitazione degli antichi fasti e per l’anticipazione onirica di quelli futuri. Emmanuel Macron, ripudiato in ogni modo dai francesi come presidente e quindi impegnato come Donald Trump a “passare alla storia”, per il suo ultimo 14 luglio alla guida del paese ha apparecchiato uno spettacolo grandioso.

La parata militare di Macron

A partire dalle 10.30 del mattino, 6.686 soldati, 299 veicoli armati, 90 aerei, 32 elicotteri e 193 cavalli sfileranno lungo gli Champs-Élysées per la grande parata militare. Sergio Mattarella, come altri presidenti e capi di Stato europei, sarà presente per partecipare a quello che lo stesso Macron ha definito «il risveglio strategico dell’Europa».

Pompa e ambizione, anche se non corrispondono più alla realtà di un paese sfiduciato e in crisi, sono la cifra distintiva della Francia. Così come gli antichi valori di libertà, uguaglianza e fraternità che domani saranno richiamati e festeggiati insieme ad altri, secondo l’aggiornamento moderno della triade: “Diritti umani, sicurezza e clima”.

«La Francia chiede la propria eutanasia»

C’è però qualcosa di oscuro, greve e angosciante che aleggia nel paese, qualcosa che neanche i fuochi d’artificio e l’artificiale gaiezza del ricordo della presa della Bastiglia possono nascondere: «Chiedendo per i suoi cittadini l’accesso all’eutanasia, è la propria eutanasia che la Francia sta chiedendo». Chiunque sporcasse il giorno di festa con un giudizio così negativo sarebbe subito trascinato a Place de la Concorde e ghigliottinato – almeno mediaticamente – «nel nome della fraternità». Ma a Michel Houellebecq tutto è permesso e le prese di posizione a favore della vita di uno scrittore così pessimista incuriosiscono ancora la società francese ed europea.

In un saggio pubblicato dal Figaro, l’autore di Sottomissione e Serotonina fa suonare l’ultimo campanello d’allarme prima che mercoledì, quando ancora la Francia starà smaltendo i postumi della festa nazionale, i deputati dell’Assemblea nazionale approvino in via definitiva la legge su eutanasia e suicidio assistito, chiamata diabolicamente da Macron: «Legge di fraternità».

Lo scrittore francese Michel Houellebecq si scaglia da anni 
contro l’eutanasia (foto Ansa)

La critica di Houellebecq

Lo scrittore ribadisce, come già fatto in passato, che la legge sull’eutanasia non è un passo avanti di civiltà, ma l’ultimo chiodo che sigilla la bara dell’Occidente e non solo: «È proprio l’intera modernità che si autodistrugge sotto i nostri occhi incapaci di comprendere», scrive. E aggiunge: «Non sono sicuro di aver voglia di appartenere a una società che legalizza l’eutanasia; difendere l’Occidente va bene, a patto che meriti di essere difeso».

Houellebecq condanna come «disgustosa» la visione «pragmatica» che hanno dell’uomo gli araldi dell’eutanasia, i quali considerano una vita degna di essere vissuta solo quando è “utile”. Spiega lo scrittore:

«Non siamo, è penoso a dirsi, forse più del tutto umani. Dopo una deviazione di diversi millenni, l’Occidente sembra proprio essere tornato a quell’antica saggezza animale che spinge, nella quasi totalità delle specie sociali, l’animale malato ad allontanarsi dalla tribù per morire da solo – ben sapendo di non aver alcuna compassione da aspettarsi dai suoi simili, e rischiando piuttosto di essere, come gli uccelli di Thomas Mann nella Montagna incantata, liquidato a colpi di becco».

Il presidente della Francia, Emmanuel Macron, ha fortemente voluto 
l’approvazione dell’eutanasia (foto Ansa)


Il macabro festino del governo francese

Non tutti in Francia comprendono le ragioni dell’angoscia che traspare dall’articolo di Houellebecq. Per Macron e il governo francese, l’approvazione della legge sull’eutanasia il 15 luglio non è altro che un prolungamento della festa.

Per questo il ministro incaricato di tenere i rapporti con il Parlamento, Laurent Panifous, ha addirittura organizzato per mercoledì alle 20 un ricevimento per festeggiare l’approvazione dell’eutanasia. Tra gli invitati ci sono non soltanto i dipendenti del suo ministero, ma anche tutti i membri della Convenzione cittadina sul fine vita, ai quali verrà pagato il trasporto al ministero e anche l’alloggio per la notte, in modo tale che «un più grande numero di persone possa partecipare a questo evento».

Il macabro festino, che i giornali francesi, chissà perché, definiscono «controverso», conferma la profondità delle parole di Houellebecq: «Non posso fare a meno di pensare che chiedendo per i suoi cittadini l’accesso all’eutanasia, sia la propria eutanasia che la Francia sta chiedendo. (…) Entriamo in un mondo in cui sarà più facile morire; avrei preferito un mondo in cui si potesse vivere».





domenica 12 luglio 2026

La crisi degli Organismi internazionali




Pubblichiamo l’articolo “La crisi degli organismi internazionali” di Paolo Piro contenuto nel numero 2/2026 del Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa dedicato a “Un De profundis per il Diritto internazionale?”


Vedi qui il sommario del Bollettino


Di Paolo Piro, 9 lug 2026

Le organizzazioni internazionali sono associazioni di Stati fondati su trattati firmati dai contraenti i quali condividono premesse, fini e mezzi da utilizzare per raggiungere obiettivi comuni come pace, sicurezza, salute pubblica, sviluppo economico, promozione dei diritti umani, tutela dei patrimoni considerati di valore internazionale o mondiale. Tali enti si dotano di apparati istituzionali permanenti e di personalità giuridica. Nel 2025 sono stati celebrati due anniversari, l’ottantesimo (1945) della costituzione dell’ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite, e il settantesimo (1955) dell’ingresso dell’Italia nello stesso organismo.

Premessa storica

Nel 1815, al Congresso di Vienna, Klemens von Metternich, principe dell’Impero austriaco, fu una figura chiave della Restaurazione dell’ordine politico europeo che era stato scompaginato dalla Rivoluzione francese esportata in tutta Europa dalle truppe di Napoleone. La sua visione girava intorno ad un’idea: “la forza nel diritto”. I protagonisti della restaurazione dell’ordine europeo furono lo Zar Alessandro e due Principi, uno austriaco, Metternich appunto, ed uno francese Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, che più aristocratico e, al contempo, più rivoluzionario non si sarebbe potuto.

Il Congresso approvò una serie di regole che avrebbero dovuto avere al loro servizio anche una forza militare in grado di farle rispettare. In quel contesto lo Zar Alessandro, che rappresentava la massima potenza europea, riflettendo sulla necessità di costituire un ordine mondiale e di salvaguardarlo ebbe a dire «non esistono più una politica inglese, una politica francese, russa, prussiana o austriaca; ora c’è soltanto una politica comune, che, per il benessere di tutti, dovrebbe essere adottata congiuntamente da tutti gli Stati e da tutti i popoli»[1].

Lo Zar era uomo dalle profonde convinzioni cristiane che vedeva nella sconfitta di Napoleone la possibilità di un nuovo orizzonte proiettato verso il Regno di Cristo, era un uomo che riteneva se stesso uno strumento della volontà divina. Secondo Henry Kissinger «l’ordine stabilito al Congresso di Vienna segnò il punto più vicino al governo universale cui l’Europa sia giunta dal momento del crollo dell’Impero di Carlo Magno. Si formò un ampio consenso sul fatto che evoluzioni pacifiche nell’ambito dell’ordine esistente fossero preferibili alle alternative; che la conservazione del sistema fosse più importante di qualunque singola disputa potesse insorgere al suo interno; e che le controversie dovessero essere composte mediante consultazione piuttosto che mediante la guerra»[2]. In effetti il periodo tra il 1815 ed il 1900 fu, nonostante le guerre di Crimea, franco-prussiana, austro prussiana e del Regno di Sardegna contro gli stati italiani, uno tra i più pacifici della storia europea.

L’ordine del Congresso di Vienna durò, bene o male, fino al 1920 quando durante la Conferenza per la Pace di Parigi, dopo la Prima guerra mondiale, l’Europa si diede un nuovo assetto. Un anno prima, nel 1919, il Presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson aveva ispirato la “Società delle Nazioni”, organismo con il quale il presidente USA[3] voleva stabilire un nuovo ordine mondiale per garantire il rispetto di un diritto internazionale il più possibile condiviso. L’organismo subirà l’egemonia franco-inglese, mostrando in varie occasioni – non ultima l’aggressione italiana all’Etiopia (1935) – la sua incapacità d’azione. Secondo lo storico René Abrecht-Carrié, la Società «poteva intraprendere qualsiasi azione ritenesse consigliabile, ma per così dire, non aveva denti»[4], cioè non era capace di influenzare concretamente le relazioni internazionali. L’ultimo atto di cui si conserva memoria è l’espulsione dell’URSS nel 1939 per l’attacco alla Finlandia, un provvedimento di nessuna incidenza su quanto stava accadendo e sarebbe accaduto in quegli anni.

Nascita dell’ONU

La Seconda guerra mondiale sconvolse ogni equilibrio precedente e pose fine all’esperimento della Società delle Nazioni. Nel febbraio del 1945, a Yalta, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Josif Stalin, rappresentanti le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, prima ancora di sancirne la fine si spartirono in mondo in aree di influenza, stabilendo un nuovo ordine mondiale. È interessante notare che nel 1920, a Parigi, era stato siglato un trattato di pace tra i vincitori e gli sconfitti della I Guerra Mondiale, compresa la Germania. Alla fine della Seconda guerra mondiale gli sconfitti non firmarono alcun trattato di pace, ci fu solo una spartizione del mondo. La Germania firmerà la pace il 12 settembre 1990 a Mosca, dopo il crollo del muro di Berlino, ristabilendo la piena sovranità tedesca sul suo territorio.

Il Presidente USA Roosevelt, che era stato partigiano della “Società delle Nazioni”, fu l’ispiratore delle “Nazioni Unite” di cui non vide la nascita perché morì il 12 aprile 1945 sette mesi prima della Conferenza di San Francisco (24 ottobre) che statuì la nascita dell’ONU. La Conferenza ha un suo antefatto nella Carta Atlantica concordata da Roosevelt e Churchill già nel 1941. Le Nazioni Unite «dovevano assumere un carattere di vera universalità, una robusta autonomia istituzionale e un potenziale di intervento per mantenere la cosiddetta ‘sicurezza collettiva’ che non avevano precedenti nel passato»[5], senza che tali intenti venissero scambiati per l’idea di un “governo del mondo”, dizione che, a San Francisco, fu accuratamente evitata perché l’ONU tutto voleva essere meno che un governo sovranazionale.

Il nuovo organismo assunse il profilo delineato da Roosevelt nel 1943 alla Conferenza di Teheran, l’ONU avrebbe avuto un Consiglio Esecutivo, composto dalle potenze vincitrici del conflitto, un Consiglio Consultivo dei grandi più altri Paesi di peso mondiale, e un’Assemblea Generale della quale avrebbero fatto parte tutti gli altri Paesi richiedenti. Le tre potenze che stesero la Carta delle Nazioni Unite furono: USA, URSS e Gran Bretagna, una Carta che abbandonava il pacifismo della Società delle Nazioni e prevedeva esplicitamente l’uso della forza per imporre le decisioni dell’ONU. La Carta dichiara di voler salvare le future generazioni dal flagello della guerra e riaffermare la fede nei diritti umani, la dignità della persona umana, l’eguaglianza e la non discriminazione, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, l’indipendenza delle nazioni, la cooperazione internazionale, l’assistenza finanziaria all’ONU, l’obbligo di risolvere le controversie pacificamente, il divieto di ricorrere alla forza nelle relazioni internazionali.

Di fatto l’ONU, pur non parlando di “governo del mondo”, assunse una struttura simile a quella di un qualunque Stato, con la classica distinzione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Il Consiglio di Sicurezza simile ad un esecutivo, l’Assemblea Generale simile ad un parlamento, il Segretario Generale, una sorta di presidente dell’Assemblea. Infine, per l’aspetto giurisdizionale, si ricorse alla costituzione della CIG – Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia[6]. La CIG risolve controversie tra Stati basandosi sul consenso delle parti e fornisce pareri consultivi. A latere dell’ONU nacquero enti, agenzie, organizzazioni che operano e collaborano con l’ONU specializzate in ambiti specifici: salute, emergenze umanitarie, agricoltura, finanza, cultura etc…. Dagli anni ’60 questo ambito è diventato un vero “universo” costellato dal moltiplicarsi delle ONG[7], Organizzazioni Non Governative.

Sin dal suo sorgere l’ONU cercò di diffondere la sua dottrina espressa da nuovi concetti inseriti nella Carta come quello di sicurezza collettiva. Con esso si auspicava la cooperazione tra tutti gli Stati membri per mantenere la pace, impegnandosi a prevenire o reprimere atti di aggressione contro uno qualsiasi di loro con l’uso della forza. La gestione di tali interventi è demandata al Consiglio di Sicurezza, che per statuto può adottare misure sanzionatorie o militari per ripristinare la pace internazionale. Tale logica non si rivelò molto efficace, di fatto nell’ultimo dopoguerra l’ente che più di tutti ha concorso a mantenere la pace è stata la NATO «il Trattato del Nord Atlantico non è diretto contro nessuno; è diretto esclusivamente contro l’aggressione. Esso cerca non di influenzare un qualsiasi mutevole equilibrio di potere ma di rafforzare l’equilibrio di principio»[8]. La NATO fu presentata come un’applicazione concreta del principio onusiano di sicurezza collettiva, mentre l’ONU manifestava i suoi limiti d’intervento già all’inizio della Guerra Fredda.

Le Contraddizioni del Sistema

Alla fine della Seconda guerra mondiale le Nazioni Unite accetteranno la resa incondizionata di Germania e Giappone e, una volta trasformate nell’ONU, a cui aderiranno 51 Paesi, stabiliranno l’egemonia delle potenze vincitrici che comporranno il Consiglio di Sicurezza del nuovo organismo. Durante i primi decenni dalla sua nascita l’ONU acquistò un prestigio diffuso sia per le speranze che suscitava, sia per la figura “mitica” che i media impressero al Palazzo di Vetro, ai Caschi blu, alla figura del Segretario Generale frequentemente citato in TV, all’Assemblea Generale che sembrava essere il “Mondo Riunito”. I Paesi rappresentati, da 51 iniziali diventeranno 193 più la Santa Sede, in qualità di Osservatore permanente.

Presto, però, sono affiorate le contraddizioni interne al sistema:il Consiglio di Sicurezza costituito dai cinque grandi USA, Russia, Regno Unito, Francia e Cina delibera all’unanimità. Le grandi potenze, non volendo vincolare le loro politiche egemoniche, faranno del “diritto di veto” una prassi. Ad oggi i veti sono stati più di 250; il Segretario Generale dell’ONU non ha strumenti per imporre qualunque indirizzo ai cinque grandi; nell’Assemblea Generale il voto della Cina vale quanto quello del Lussemburgo, con tutte le perplessità che questo suscita; dal 1945 la storia sarà segnata da una molteplicità di guerre e interventi armati che hanno dissipato le speranze iniziali. Sorvolando sulle conseguenze della risoluzione 801 del 1947 sulla Palestina che meriterebbe una trattazione a parte, visto che Israele, pur rappresentando lo 0,11% della popolazione mondiale è al centro del 40% delle votazioni dell’Assemblea Generale, è bene ricordare che l’Onu sarà irrilevante in Corea (1950) e Vietnam (1955), non alzerà un dito durante l’invasione dell’URSS in Ungheria (1956), in Cecoslovacchia (1968) e Afghanistan (1979), e poi in Iraq (1991), Balcani (1992), nel genocidio del Ruanda (1milione di morti nel 1994), l’invasione russa dell’Ucraina (2022), il conflitto infinito in Medio Oriente per la vita o la morte di Israele, con l’ultimo episodio degli attacchi mirati statunitensi contro il regime degli Ayatollah; il ricorrente ordine affidato ai Caschi blu di “non andare oltre il mandato dell’ONU”, troppo spesso ha rappresentato una coerenza burocratica affidata a uomini ai quali si intima di rimanere inerti mentre, sotto i loro occhi, si compiono stragi efferate; il ruolo delle Commissioni ONU, organi sussidiari dell’Assemblea Generale che affrontano specifiche questioni globali in modo approfondito prima del voto in plenaria. Non di rado commissioni che si occupano di diritti umani, disarmo, economia, decolonizzazione, sono affidate a rappresentanti di Paesi che violano sistematicamente diritti e comportamenti che si vorrebbero additare e sanzionare. Episodi che coinvolgono anche gli enti a latere dell’ONU. Per esempio, il 2 novembre 2023 l’Iran assunse la presidenza del “Forum sui Diritti Umani delle Nazioni Unite”, palesando una contraddizione eclatante.

Fatte le debite eccezioni, le contraddizioni espresse nell’appartato si esplicano presso gli innumerevoli organismi internazionali autonomi ma legati all’ONU: OMS, FAO, UNESCO, Banca Mondiale, FMI, ILO, IFAD, UNICEF, UNFPA, i vari enti dedicati ai diritti umani, etc… A questo variegato mondo va sommato l’universo delle migliaia[9] di ONG che operano per i più svariati fini e che finiscono per produrre un’azione di influenza politica a livello globale. Le ONG sono enti creati da privati per affrontare problemi legati ad emergenze, sanità, assistenza, ambiente, diritti umani, etc… Alcuni di essi operano per realizzare interessi di alcuni Stati a discapito di altri, quale può essere l’indebolimento di un certo governo, finendo con lo svolgere funzione di soft power.

Una nuova visione del mondo


L’ONU non voleva essere “il governo del mondo”, non lo è e non lo è stato, in questi ottant’anni ha mostrato la sua impotenza ricollegabile anche alla indeterminatezza dei fini elencati dalla Carta, grandi ideali che tali rimangono senza strumenti giuridici e strutturali per farli rispettare e senza un’adeguata tessitura nei rapporti tra i 193 Stati membri. La Carta, pur riaffermando la fede nella “dignità e nel valore della persona umana”, non cita la vita umana come inviolabile, ma si sofferma più volte sul “tenore di vita”, che è altra cosa.

Se è vero che la Società delle Nazioni “non aveva denti” l’ONU ha, invece, acquisito di fatto la leadership di un movimento ideologico che esprime «una nuova visione del mondo e del posto che l’uomo vi occupa. In base a questa visione ‘olistica’ si ritiene che il mondo costituisca un tutto, e che, come tale, possieda più realtà di quanto non ne abbiano le singole parti che lo compongono. In questo tutto, l’apparizione dell’uomo non è altro che un elemento accidentale nell’evoluzione della materia»[10].

Una ontologia ed una antropologia che non si ferma sul piano teoretico, ma si è trasformata in una linea politica seguita dagli Organismi internazionali. Dal 1950 l’ONU lanciò una campagna mondiale antinatalista che usava finanziamenti e risorse ingenti, in collaborazione con altri associazioni ed enti. Negli anni ‘70 tale attenzione fu volta alla pianificazione familiare diretta da IPPF – Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare. In Italia nel 1968 il Club Di Roma fece da volano a tali iniziative. Il Club promosse un “Rapporto sui Limiti dello Sviluppo” che, in parole povere, levava il grido di allarme: “siamo troppi”. Un allarme sulla sovrappopolazione arricchito dalla catastrofica previsione secondo cui dopo l’anno 2000 l’umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali. All’uopo si promosse la diffusione del condom a livello planetario soprattutto presso i Paesi poveri che forse avrebbero avuto bisogno di ben altro. Lo sviluppo demografico mondiale che oggi tende al negativo e la vitalità delle scoperte scientifico-tecnologiche, hanno smentito quelle teorie che trovarono diffusione negli ambienti più snob ed esclusivi per poi ricadere come luogo comune nella cultura dominante occidentale, influenzando decisamente le politiche familiari e, in particolare, la diffusione dell’aborto, la sua legalizzazione e, oggi, la pretesa di elevarlo a “diritto costituzionale”. Le Nazioni Unite hanno promosso l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), posta nell’alveo dei diritti umani, della salute sessuale e riproduttiva e della parità di genere, questo attivismo è indirizzato a limitare e rimuovere gli ostacoli legali e pratici all’aborto sicuro.

In questo cotesto merita una citazione a parte l’UNESCO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. A parte alcune ricadute negative delle sue politiche, come la commercializzazione dei siti elevati a patrimonio dell’umanità con la c.d. turistificazione, è stata rilevata l’efficacia limitata delle sue iniziative tese a tutelare i beni ritenuti patrimonio dell’umanità. Spesso tale azione finisce con deresponsabilizzare le autorità locali con l’effetto che il bene culturale, appartenendo a tutti finisce con il non appartenere a nessuno, infine la politicizzazione delle nomine ai vertici, fenomeno che riguarda molti enti internazionali.

La storia iniziale dell’UNESCO suscita curiosità perché segna un indirizzo culturale seguito da varie realtà internazionali. Fondatore e primo direttore dell’UNESCO è stato Julian Huxley, nipote di Thomas Huxley[11] e fratello di Aldous autore del celebre romanzo distopico “Il Mondo Nuovo”. Casa Huxley era frequentata dai più grandi scienziati ed intellettuali del tempo. La nota opera di Aldous Huxley non è mera fantasia, egli scrive ispirandosi a quanto aveva appreso ed ascoltato nel salotto buono e altolocato della sua famiglia. Il “Mondo Nuovo” raccoglie quanto le menti più eccelse e gli uomini più potenti della seconda metà dell’Ottocento, progettavano di realizzare. In questa chiave si comprendono alcune linee operative poste in essere da tante organizzazioni e dall’ONU in particolare. Ad esempio, l’ONU sostenne la Cina nella politica del figlio unico, riconoscendola come basata sull’assenso volontario dei cittadini e non soggetta a coercizione. Sulla stessa linea la Planned Parenthood che realizza campagne antinataliste attraverso la sterilizzazione delle donne, soprattutto nei Paesi più poveri chiamata, in senso riduzionista, “Band Aid surgery” chirurgia da cerotto, una politica giocata sul corpo delle donne. L’ONU si mostra poco efficacie nel difendere la vita umana sin dal concepimento mentre è solerte nel promuovere aborto e sterilizzazione, si nota “una sproporzione evidente, nelle politiche internazionali sulla salute riproduttiva, tra l’intensità dell’intervento per il controllo delle nascite, e quello per la tutela della maternità. Mentre ormai in tutto il mondo il tasso di fertilità continua a scendere, quello di mortalità da parto rimane sostanzialmente invariato”[12].

L’ONU è attualmente impegnata nel sensibilizzare l’opinione pubblica promuovendo azioni concrete e mobilitazione di risorse su questioni come l’Agenda 2030 per lo sviluppo globale, incentrata su obiettivi che mirano a sradicare la povertà, proteggere il pianeta e garantire prosperità per tutti, con le sue 5P: Persone, Prosperità, Pace, Partnership, Pianeta, il tutto letto in chiave progressista e ambientalista. Si potrebbe dire che l’ONU non vuole “governare il mondo” ma “vuole cambiarlo”, oppure che taluni vogliono rivoluzionarlo attraverso le sue strutture, le sue risorse e le organizzazioni a latere dell’ONU stesso. Se è così, l’obiettivo di lavorare per la pace tra le nazioni finisce con l’assumere un rilievo marginale.

La temperie rivoluzionaria assunta dalle organizzazioni internazionali costituisce il cuore del loro fallimento, l’ideologia progressista è la frequenza sulla quale è modulato il dialogo e la collaborazione che questi enti tessono con i Paesi di tutto Mondo. La moltiplicazione e l’attivismo di certe ONG ha messo in rilievo tale interesse rivoluzionario, basti pensare alla relazione tra la Carta della Terra e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Quest’ultima riconosce l’uguaglianza tra tutti gli uomini e il loro diritto alla vita dal quale scaturiscono tutti gli altri diritti. Nel 2000 la Carta della Terra traccia i principi etici fondamentali per promuovere una società globale sostenibile, giusta e pacifica nel XXI secolo, la Carta contraddice l’antropocentrismo cristiano insito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo «stiamo entrando in una nuova rivoluzione culturale. Infatti l’ONU sta ideando una nuova concezione del diritto (…) secondo questa concezione del diritto, non vi è alcuna verità sull’uomo che sia valida in modo assoluto: a ciascuno la propria opinione. I diritti dell’uomo non vengono più riconosciuti come verità, ma diventano oggetto di procedure, di decisioni consensuali. Si avanza per negoziazioni»[13].

Conclusione


C’è chi ama diffondere notizie sugli scandali e i casi di corruzione verificatisi nelle stanze del Palazzo di Vetro, come se questo fenomeno fosse il cuore della crisi dell’ONU.

Il principe di Metternich riconduceva il fondamento del suo lavoro al Congresso di Vienna alla “forza nel diritto”, ma quale diritto? Come può un l’ONU acquisire autorevolezza senza una norma di fondo che lo renda riconoscibile a livello globale. Un riconoscimento che abbia carattere morale universale che preveda l’avallo e il sostegno, anche economico, delle grandi potenze e degli altri Paesi? Quale spazio può avere un organismo del genere in un mondo che sembra vocato alla multipolarità? Come riacquistare peso dopo decenni di insuccessi, assenze, irrilevanze e deriva ideologica? Acquistare autorevolezza è la premessa per essere credibile nel proporre delle regole condivise. Ma dove trovare una fonte in grado di dare tale forza per tale ufficio?

Ancor prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale Papa PIO XII, nell’Enciclica Summi Pontificatus (20 ottobre 1939), affermava che la radice profonda e ultima dei mali risiede nella «negazione di una norma morale universale», in grado di essere fondamento morale per la vita sociale delle persone e nelle relazioni internazionali fra Stati. Un male conseguenza del «misconoscimento» e del «l’oblio della legge naturale». Nello stesso documento il Pontefice affermava: «Il nuovo ordine del mondo, la vita nazionale e internazionale, una volta cessate le amarezze e le crudeli lotte presenti, non dovrà più riposare sulla infida sabbia di norme mutabili ed effimere, lasciate all’arbitrio dell’egoismo collettivo e individuale. Esse devono piuttosto appoggiarsi sull’inconcusso fondamento, sulla roccia incrollabile del diritto naturale e della divina rivelazione». Fondare la legittimità di un organismo internazionale su di patto fra contraenti si mostra chiaramente insufficiente. La legittimità si può fondare sull’impegno codificato di farsi garante, promotore e protettore del diritto naturale, cioè su un ordine morale che trascende le parti in campo e in cui tali parti si possono riconoscere. Assurgere a portatori di ordine e di pace senza legittimità, non porta pace ma solo rivoluzione. Qualunque potere fonda la sua legittimità su due consensi, il primo dall’alto, il secondo dal basso, nel riconoscimento di coloro che questo potere vogliono riconoscere per l’utilità universale. Il richiamo a una norma internazionale condivisa va fondata su una norma naturale indisponibile, non negoziabile, che l’uomo riconosce come propria a prescindere dalla patria cui si appartiene.

Legittimare l’aborto, addirittura come diritto costituzionale, mina alla base la legittimità di un governo e delle istituzioni di uno stato, è il tradimento della Legge Naturale. Santa Teresa di Calcutta meriterebbe la laurea in diritto internazionale quando afferma “Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro?”. Negli ultimi ottant’anni si è sviluppata una fitta rete di trattati, tribunali, organizzazioni multilaterali, regimi di controllo degli armamenti, senza che ciò impedisse il proliferare di guerre, annessioni territoriali o interventi militari ingiustificati. Se manca la “forza del diritto” ogni riferimento a norme universali è illusorio e la forza domina la scena pubblica. Papa Leone XIV, fin dall’inizio del suo pontificato, ha affrontato spesso il problema della pace, ricordando giustamente che «la guerra non risolve i problemi, ma piuttosto li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli che richiedono generazioni per guarire» (Angelus del 23 giugno 2025) ed in seguito: “Duole constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”. (Leone XIV al Corpo Diplomatico 03/02/2026).

La natura della crisi degli organismi internazionali è di ordine morale, non si può fondare un ordine su se stesso, ancor più quando quest’ordine pretende di fondare rapporti pacifici globali che fuori dalla Legge Naturale non possono che evolvere in un disordine dalle caratteristiche babiloniche esattamente ciò che costituisce l’attuale “Disordine Mondiale”.



Collegio degli Autori dell’Osservatorio

Associazione Città Domani, Palermo


[1] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Mondadori, Milano 2025, p. 59.

[2] Ibidem.

[3] Paradossalmente gli Stati Uniti d’America non entrarono mai a far parte della Società delle Nazioni.

[4] R. Albrecht-Carrié, Storia diplomatica d’Europa. 1815-1968, Laterza, Roma-Bari, 1978, p.423.

[5] A. Polsi, Storia dell’ONU, Laterza, Roma-Bari 2006, Posiz. 127.

[6] Non va confusa con la CPI – Corte Penale Internazionale (1998) che non gode di riconoscimento universale.

[7] Le “Organizzazioni Non Governative” sono previste dall’art.71 della Carta ONU, che consente al Consiglio economico e sociale (ECOSOC) di consultare organizzazioni private.

[8] H. Kissinger, Ordine Mondiale cit., p. 263.

[9] Secondo la WANGO, Association of Non-Governmental Organizations, nel 2018 erano 53.215 in tutto il mondo. Vds., M. Graziano, Geopolitica. Orientarsi nel grande disordine internazionale, il Mulino, Bologna 2019, p. 215.

[10] M. Schooyans, Conversazioni sugli idoli della modernità, ESD, Bologna 2010, p. 46.

[11] Thomas Huxley (1825-1895) noto come il “mastino di Darwin” perché diffuse il darwinismo e, in un certo senso lo creò interpretandolo come base scientifica a garanzia della bontà del sistema ultra liberista inglese.

[12] E Roccella, L’ideologia dei “diritti riproduttivi” secondo le Nazioni Unite, in, Il Foglio quotidiano, 22 giugno 2005.

[13] M. Schooyans, Conversazioni sugli idoli della modernità cit, p. 48.







Gli alieni non mettono in crisi il cristianesimo



Il celebre regista apre il dibattito tra alieni e difficoltà del cristianesimo. Ma sono secoli che i cattolici se ne occupano, senza il minimo timore.

Caro Spielberg, gli alieni non mettono in crisi il cristianesimo


Redazione UCCR, 12 lug 2026

L’uscita di “Disclosure Day” riaccende un interessante dibattito.

Il nuovo film di fantascienza di Steven Spielberg ruota attorno all’ipotesi di una “rivelazione” pubblica sull’esistenza degli extraterrestri: cosa accadrebbe se all’improvviso ricevessimo prove definitive che non siamo soli nell’universo?

Alieni e cristianesimo: le parole di Spielberg

Ma ciò che ha innescato il confronto è l’intervista rilasciata dal celebre regista alla CBS, in cui avrebbe sostenuto che un’eventuale conferma dell’esistenza degli alieni distruggerebbe il cristianesimo.

In realtà, le sue parole sono state semplificate ed estrapolate.

Spielberg ha piuttosto spiegato che il suo film immagina la diffusione improvvisa di tutte le presunte prove sugli UFO accumulate negli ultimi ottant’anni, riflettendo anche su cosa farebbe la Chiesa.

Si è quindi domandato «che cosa farebbe questo alle convinzioni fondamentali di molti di noi? Dio è il nostro Dio soltanto su questo pianeta?». Non c’è traccia di affermazioni sul crollo del cristianesimo di fronte agli alieni, ma altri media hanno riportato così.

Del resto Spielberg non nasconde di credere personalmente che forme di vita extraterrestre abbiano visitato la Terra, precisando però che ciò nasce da documentari, testimonianze e racconti raccolti nel corso della vita, non certo da conoscenze riservate o prove dirette.

L’idea che la scoperta di altre civiltà intelligenti potrebbe mettere in crisi il cristianesimo è comunque decisamente da respingere.

I medievali e la vita extraterrestre

Sono stati proprio i grandi cristiani i primi a riflettere su questi temi.

Mentre Keplero si dilettò a descrivere gli abitanti della Luna1, Sant’Alberto Magno affermò: «Esistono molti mondi o c’è un unico mondo? Questa è una delle questioni più nobili e più esaltanti dello studio della natura»2.

Nessuna paura per l’ignoto, per la vita extraterrestre. Anzi!

Nel XV secolo, il cardinale tedesco Niccolò Cusano ipotizzò che la creatività di Dio avesse reso probabile l’esistenza di vita intelligente su altri pianeti.

Mentre il vescovo Nicola d’Oresme, altro maestro medioevale, disse: «Il Dio cristiano è infinito nella sua immensità», scrisse, «e se infiniti mondi esistessero nessuno di essi potrebbe essere al di fuori di lui e del suo potere»3.

Nulla, cioè, sarebbe al di fuori dello sguardo, dell’abbraccio e della preferenza di Dio.

I teologi contemporanei su vita aliena

Una posizione che coincide con un astronomo e teologo contemporaneo, Giuseppe Tanzella Nitti (Pontificia Università della Santa Croce): «In una famiglia numerosa», ha spiegato tramite un’analogia, «la madre vuole bene a tutti i figli e la preferenza non è messa in discussione dalla presenza di altri fratelli o di altri pianeti nel caso della terra. Soprattutto se ama suo figlio come fosse il suo figlio unico».

Per questo, ha aggiunto, «la preferenza e l’unicità vanno lette nel senso dell’irripetibilità non nel senso della solitudine o dell’individualismo».

Molto interessante quando Tanzella-Nitti ricorda anche che «l’ultima parola sulla vita extraterrestre non spetta alla teologia, ma alla scienza» e che l’esistenza di vita intelligente su altri pianeti «non viene né richiesta né esclusa da alcun argomento teologico».

Infatti, «non vi sono argomenti pregiudiziali contro la presenza di vita extra terrestre», né «la soluzione classica sull’unicità dell’essere umano va classificata come ingenua o anti-scientifica».

Altra riflessione è l’errore dell’idea che il contatto con gli alieni chiarirebbe la verità circa Dio Creatore: «Un’opinione assai ingenua aspettare che qualcuno venga a darci le grandi risposte definitive», ha osservato il teologo-scienziato, «la maggior parte dei temi religioso-esistenziali che caratterizzano la nostra specie manterrebbero infatti inalterato tutto il loro significato».

Un’altra sottolineatura che facciamo nostra è quella pronunciata qualche anno fa da padre Raniero Cantalamessa, allora predicatore della Casa Pontificia: «Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte».

E allora, che fine fa l’Incarnazione?

Qualcuno potrebbe obiettare citando la singolarità dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo.

Ma anche su questo i teologi riflettono da decenni e non paiono affatto in difficoltà.

Armin Kreiner, ad esempio, docente emerito di Teologia fondamentale presso l’Università Ludwig Maximilian di Monaco ne ha parlato a lungo nel suo “Gesù, gli Ufo e gli alieni. L’intelligenza extraterrestre come sfida alla teologia cristiana” (Queriniana 2012).

Seguendo alcuni teologi medievali come san Bonaventura e Duns Scoto, propone di concepire l’incarnazione come il compimento del rapporto tra Dio e il mondo e non e necessariamente collegata alla contingenza del peccato umano. Così, spiega, diviene plausibile pensare che una manifestazione di Sé, come quella avvenuta in Gesù Cristo, possa realizzarsi da Dio anche in altri luoghi rispetto alla Terra.

Una tesi discutibile ovviamente, ma certamente banale o elusiva.

Altri colleghi invece, come il già citato Tanzella-Nitti, preferiscono sospendere qualunque risposta in assenza di evidenze e informazioni.

«La teologia non può rispondere perché non ha informazioni», ha chiarito il teologo, non certo «per evitare dei grattacapi. Non si può dare risposte se non ci sono dei dati, sarebbero ipotesi senza consistenza».

Il nostro, ha concluso, «è un Dio cristiano, non un Dio platonico dal quale tutto dedurre, alcune cose appartengono alla libertà di Dio e ai suoi piani salvifici».

Gli scienziati cattolici e gli extraterrestri

Sulle reali possibilità dell’esistenza di extraterrestri il mondo scientifico cattolico è formalmente diviso.

C’è chi, come il celebre astronomo di Harvard Owen Gingerich, ha difeso nel suo “Cercando Dio nell’Universo” (Lindau 2007) vari argomenti a favore della vita aliena.

Tre, in particolare: antichità (molto tempo per l’emergere di varie forme di vita), abbondanza (numero infinito di ambienti abitabili), ubiquità (dappertutto valgono le medesime leggi scientifiche).

Al contrario, il fisico Elio Sindoni (Università degli Studi di Milano) ha optato per una risposta negativa nel suo “Siamo soli nell’Universo?” (San Raffaele 2011).

Le motivazioni: le condizioni inedite del pianeta terra, l’estrema improbabilità della comparsa della vita, le ricerche senza esito di vita extraterrestre, l’assenza di un solo pianeta neanche lontanamente simile al nostro tra i cinquecento pianeti extrasolari finora individuati e la mancata colonizzazione nonostante la terra sia più giovane dell’universo (paradosso di Fermi).

L’astronomo gesuita Guy Consolmagno ha scritto il libro “Battezzereste un extraterrestre?” (Penguin 2014) assieme a padre Paul Mueller, formulando una serie di domande e risposte proprio su questo tema.

Padre José Gabriel Funes, ex direttore della Specola Vaticana, ha sottolineato l’assenza di «contrasto con la fede» nella presenza di vita extraterrestre, osservando che «così come esiste una molteplicità di creature sulla Terra, possono esistere altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio».

Alieni e filosofi cattolici

Oltre agli scienziati e ai teologi, anche i filosofi cattolici indagano il tema extraterrestre.

Christopher Baglow (Università di Notre Dame) non trova difficile pensare che anche gli extraterrestri possano avere «la capacità di una relazione speciale con Dio, in cui riconoscerlo e rispondergli con libertà e amore». Perciò, «Dio li amerebbe e condividerebbe la sua vita con loro».

Tra i tanti ci riconosciamo in particolare nella posizione espressa di Costantino Esposito (Università di Bari), secondo cui sia l’esistenza che la non esistenza degli alieni non intaccherebbe il contenuto della fede cristiana.

Nel caso di esistenza di forme extraterrestri, ha spiegato, «la divina umanità di Cristo, sancita al Concilio di Nicea» non potrà che «essere ampliata ad una sfera cosmica, che tenga dentro anche in maniera critica il senso del tutto».

D’altra parte, ha ricordato Costantino, la nota immagine medievale del Cristo Pantocratore dice proprio questo, «il regno sulla totalità del cosmo intero».

Però, ha aggiunto il filosofo, «è anche vero che non sarebbe meno cristiano ritenere che il metro di Dio sia una preferenza secca. E quindi non sarebbe contro il suo dominio sul cosmo pensare che questo granello insignificante possa racchiudere il senso del tutto».

Insomma, se il film di Spielberg riuscirà a riaccendere il fascino per il mistero degli UFO, è assai più difficile sostenere che un eventuale incontro con forme di vita extraterrestre possa mai mettere in crisi il cristianesimo.

La fede cristiana ha già attraversato rivoluzioni scientifiche ben più impegnative senza perdere il proprio fondamento.