sabato 14 marzo 2026

Dom P. Gueranger: Quando i cattolici divennero “moderni”






Pubblicato 14 marzo 2026

Dom Prosper Guéranger, circa 150 anni fa, individuò profeticamente le radici del modernismo, definito da San Pio X come la “cloaca di tutte le eresie”. Secondo Guéranger, la crisi della Chiesa non scaturisce da improvvise negazioni dogmatiche, ma ha origine quando i cattolici iniziano a pensare e giudicare secondo i criteri del mondo. Questo processo di “corrosione mentale” porta a marginalizzare il soprannaturale, riducendo la fede a una mera esperienza soggettiva o a un sentimento.

Il modernista agisce come un “filosofo” che, pur praticando in privato, prescinde dalla Rivelazione nella vita pubblica, adottando linguaggi ambigui e omissioni sistematiche per non scontentare la mentalità dominante... In questo modo, la figura di Cristo viene ridotta a un semplice maestro di morale o filantropo, oscurando la sua divinità e regalità sociale. La lezione di Guéranger è un monito attuale: per superare la confusione, i fedeli devono recuperare il coraggio di una fede integrale, tornando a giudicare la realtà alla luce della Chiesa e non viceversa.








Protesta contro l'adorazione, campana a morto per la libertà di culto



La campana per i bimbi non nati, che suona anche a Imperia, manda fuori di testa i collettivi che mostrano la loro natura satanica. Contro l'adorazione eucaristica organizzata dai gruppi pro life, chiesto e ottenuto dalla Questura il permesso per una contro adorazione transfemminista. Ma la legge a tutela della religione vale anche per i cristiani o no?

Imperia

Libertà religiosa?


Maria Bigazzi, 14-03-2026

Fare adorazione eucaristica offende la libertà di espressione. Succede a Imperia, città del ponente ligure, dove il comitato studentesco “Spiraglio imperiese” ha organizzato un presidio persistente contro gli incontri di preghiera e la campana per la vita che suonerà per tutta la Quaresima presso la chiesa ex convento dei padri cappuccini.

Il parroco del duomo di Imperia, sotto la cui giurisdizione rientra anche la chiesa in questione, ha infatti voluto aderire alla proposta del vescovo della diocesi limitrofa di San Remo, mons. Antonio Suetta, facendo suonare ogni giorno alle ore 20 alcuni rintocchi in memoria dei bambini non nati.

Dal mese di febbraio oltre alla campana sono state organizzate alcune serate di adorazione a favore della vita, in cui si prega per il rispetto e la difesa della vita nascente, meditando sui brani dell’Evangelium Vitae.

A quanto pare però, c’è chi non condivide l’iniziativa e si sente in dovere di organizzare una “contro adorazione” in concomitanza con l’adorazione in chiesa per contrastare – a detta loro – ogni pretesa di controllo sui corpi e sull’esercizio del proprio diritto all’autodeterminazione, ostacolando la sempre più diffusa “ideologia marcia di patriarcato”.

Così, improvvisamente e senza alcuna autorizzazione, è successo che mentre i fedeli pregavano in modo del tutto lecito e pacifico, si sono presentati davanti alla porta della chiesa gruppuscoli di ragazzi, armati di megafono, bandiere e striscioni con il solo scopo di disturbare la preghiera.

Lo stesso comitato si era già presentato a Sanremo con l’intento di opporsi alla campana dei bimbi non nati, organizzando una manifestazione definita con il titolo blasfemo di “Messa transfemminista”. I prossimi appuntamenti, invece, sono presentati con il nome di “Adorazione transfemminista Pro-choice” con tanto di croce rovesciata che ne evidenzia il carattere satanico.

Già a inizio gennaio lo stesso comitato si era prodigato a far girare una locandina con un rosario a forma di utero accompagnato dalla scritta “Ma quale stato? Ma quale dio? (appositamente minuscolo, ndr) sul mio corpo decido io”, sempre in risposta all’iniziativa pro-vita di Sanremo.

Deciso a non arretrare neanche di un passo, il collettivo pubblica anche un comunicato in cui viene dichiarata la ferma volontà di opporsi al “modello Sanremo”, il quale - si legge - «dimostra l’intenzione di espandersi come una malattia per i territori che abitiamo, di far risuonare le sue vomitevoli campane in ogni chiesa del ponente».

Pieni di odio e incitando alla rivolta con tanto di emoticon esplosivo, il gruppo ha preannunciato su Instagram la propria presenza alle adorazioni del 20 e 25 marzo e del 1° aprile prossimo.

Un atteggiamento di profonda illiberalità in un Paese in cui, a dir loro, il rispetto dovrebbe rappresentare una nuova divinità da adorare, cosa che in questo caso sembra non avere nessuna importanza, dato che ci si ritrova a manifestare in modo del tutto illegittimo contro una preghiera e contro il Magistero della Chiesa letto all’interno della chiesa stessa. Come a dire, in casa tua non puoi mangiare perché così offendi chi si rifiuta di prendere cibo.

Ma poi, ci chiediamo, la libertà di culto dov’è finita? Il comitato si giustifica dicendo che la libertà di espressione e di culto trovano muro dove si vogliono ritagliare spazi troppo grandi rispetto alla libertà altrui e alla decisione sulla propria vita, quella per cui “sul mio corpo decido io”.

A preoccupare sono le modalità in cui si svolgeranno tali manifestazioni. C’è chi ha domandato alla Questura di Imperia se fosse al corrente del fatto, scoprendo che i prossimi presidi sono già stati autorizzati dall’autorità locale con la clausola per i manifestanti di rimanere sulla piazza antistante alla chiesa. Visto quanto successo le scorse volte, non sembra molto plausibile il fatto che questi non si avvicinino disturbando così il momento di preghiera e i fedeli.

Pregare quindi, è diventato motivo di contesa e di attacco, in questo caso legittimato. Eppure, a noi risulta essere ancora in vigore l’articolo 19 della Costituzione Italiana, il quale prevede il «diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato e in pubblico il culto». A quanto pare invece, vengono autorizzate proteste contro un diritto che dovrebbe essere tutelato, violando così la libertà religiosa e anche la sicurezza stessa dei fedeli lasciati alla mercé dei contestatori.

Inoltre, offendere pubblicamente una confessione religiosa, mediante vilipendio verso chi la professa, costituisce una violazione dell’articolo 403 del Codice penale. A questo punto ci sia lecito domandare se ciò vale anche per le altre forme di religione o se a dover ingoiare il boccone amaro devono essere sempre i cristiani.

Tale atteggiamento dimostra un sempre più diffuso sentimento di cristianofobia che si insinua neanche troppo lentamente tra le pieghe di una società sempre più assuefatta alle ideologie, al punto da permettere nella più totale indifferenza offese gravi in nome di una falsa libertà di espressione dove a pagare sono sempre gli stessi.






Arciv. Cordileone: "Il rinnovamento della civiltà occidentale inizia dal rinnovamento della Messa"



LifeSiteNews. L'arcivescovo Cordileone celebra la Messa tradizionale pontificale in Croazia, dopo più di 50 anni in occasione della conferenza "Cristo è Re", dove ha sottolineato come i giovani anelino a un'"autentica" eredità spirituale. C'è da esser grati per il suo esempio pastorale.

14 marzo 2026


Lo scorso fine settimana l'arcivescovo Salvatore Cordileone, arcivescovo di San Francisco, California, ha celebrato la prima messa pontificale tradizionale in Croazia dopo oltre mezzo secolo durante la conferenza "Cristo è Re".

La Messa del 7 marzo, celebrata presso la Chiesa di San Biagio durante la terza conferenza annuale "Cristo è Re", è stata in particolare la prima Messa solenne pontificale celebrata in latino nel paese dell'Europa centrale in oltre 50 anni. Durante una conferenza prima della Messa, Cordileone ha sottolineato che il ritorno alla bellezza delle antiche pratiche liturgiche della Messa tridentina è la chiave per l'evangelizzazione e, in ultima analisi, per riportare la civiltà occidentale a Cristo.

"Il rinnovamento della civiltà occidentale inizia, quindi, con il rinnovamento della Messa... La Messa è veramente il cuore e il fondamento di quella civiltà. Inoltre, ci offre un'opportunità unica nel tempo in cui viviamo", ha affermato l'arcivescovo nel discorso pronunciato prima della Messa.

"Si può obiettare: 'Tu hai la tua verità, io ho la mia', ma quando si tratta di bellezza, le discussioni si fermano. La bellezza tocca una persona in modo intuitivo, scavalcando argomenti logici – o, più spesso, illogicità – e prepara così il terreno dell'anima umana al seme della verità", ha aggiunto. "Si può deliberatamente chiudere gli occhi su tutto il bene che la Chiesa fa per il mondo, ma è difficile negare la bellezza quando è davanti a noi".

Cordileone, citando recenti rapporti che dimostrano come i giovani siano sempre più attratti dal cattolicesimo per le sue tradizionali pratiche liturgiche, artistiche e spirituali, ha sottolineato che invece di cercare un “nuovo linguaggio” per raggiungere le generazioni più giovani, la Chiesa non dovrebbe guardare oltre la sua antica lingua [vedi].

"La bellezza del nostro autentico patrimonio liturgico, artistico e spirituale cattolico attrae le persone, soprattutto i giovani, verso la Chiesa", ha affermato Sua Eccellenza. "Si dice spesso che dobbiamo trovare un nuovo linguaggio per raggiungere i giovani che si stanno sempre più allontanando dalla Chiesa. Quel linguaggio lo abbiamo già: è quello antico. O, più precisamente, quello classico, il linguaggio senza tempo. E non funziona solo a livello estetico: favorisce anche la conversione morale".

Cordileone è stato uno dei principali relatori della conferenza "Cristo è Re", insieme al caporedattore di LifeSiteNews, John-Henry Westen, e ad altri. Durante la conferenza, centinaia di fedeli hanno recitato il Santo Rosario per i nascituri in piazza Zagabria, mentre i manifestanti pro-aborto cercavano di soffocare le loro preghiere.

L'arcivescovo di San Francisco è da decenni una delle voci più schiette a favore della vita [qui - qui] e conservatrici nella Chiesa americana [qui - qui - qui]. Ha partecipato e celebrato spesso la Messa in occasione di eventi pro-life come la Walk for Life West Coast di San Francisco.

Cordileone ha ripetutamente denunciato Nancy Pelosi [vedi], che rappresenta la città al Congresso, per la sua posizione pro-aborto, e ha fatto notizia a livello nazionale nel 2022 quando le ha impedito di ricevere la Santa Comunione nella sua arcidiocesi.

Più di recente, Cordileone si è schierato a fianco del vescovo Kevin Rhoades e di molti altri vescovi nella loro denuncia della promozione di una professoressa fortemente pro-aborto, Susan Ostermann, a direttrice degli studi asiatici presso l'Università di Notre Dame nell'Indiana.

L'arcivescovo è stato anche un convinto difensore della Messa antiquior [qui - qui - qui - qui] e delle pratiche liturgiche rispettose, tra cui ricevere la Santa Comunione in bocca e in ginocchio. La scorsa estate, ha concelebrato una Messa solenne pontificale con il cardinale Raymond Burke presso il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe, nel Wisconsin [qui].






venerdì 13 marzo 2026

Papa Leone XIV sta cercando una soluzione per la Santa Messa tradizionale?




Nella traduzione di Messa in Latino, l’articolo pubblicato sul sito Infovaticana il 6 marzo.




Dall’estate scorsa, in Vaticano si è configurata una serie di udienze che difficilmente può essere considerata casuale. Da agosto 2025, Papa Leone XIV ha ricevuto diverse figure rappresentative dell’ala tradizionale della Chiesa: il card. Raymond Leo Burke, Patrono emerito del Sovrano Militare Ordine di Malta, il card. Robert Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e il card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede; mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana; il card. Joseph Zen Ze-kiun S.D.B., Vescovo emerito di Hong Kong; e mons. Fernando Arêas Rifan, Amministratore apostolico dell’Amministrazione apostolica personale San Giovanni Maria Vianney (Campos, Brasile), una delle strutture canoniche che mantiene la liturgia tradizionale in piena comunione con Roma.

Il registro nel Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede mostra quasi un’udienza al mese:
22 agosto 2025: Em.mo Card. Raymond Leo Burke [QUI: N.d.T.];
22 settembre 2025: Em.mo Card. Robert Sarah [QUI: N.d.T.];
15 novembre 2025: S.E. Mons. Fernando Arêas Rifan, Vescovo tit. di Cedamusa, Amministratore Apostolico dell’Amministrazione Apostolica Personale di São João Maria Vianney (Brasile) [QUI: N.d.T.];
18 dicembre 2025: S.E. Mons. Athanasius Schneider, Vescovo tit. di Celerina, Ausiliare di Maria Santissima in Astana (Kazakhstan) [QUI: N.d.T.];
7 gennaio 2026: Em.mo Card. Joseph Zen Ze-kiun, S.D.B., Vescovo emerito di Hong Kong (Cina) [QUI: N.d.T.];
29 gennaio 2026: Em.mo Card. Gerhard Ludwig Müller [QUI: N.d.T.].

Presi singolarmente, questi incontri potrebbero sembrare parte normale dell’agenda di qualsiasi Pontefice. Ma considerati nel loro insieme – e nel contesto della crisi liturgica che la Chiesa sta vivendo dalla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II – invitano almeno a una riflessione: Papa Leone XIV sta cercando una soluzione stabile per le comunità legate al Vetus Ordo?

Forse siamo ingenui a riproporci la domanda.

Un dibattito che il Concistoro non ha risolto

Il Concistoro di gennaio aveva suscitato grandi aspettative in questo senso. Per settimane si è ipotizzato che la questione liturgica potesse trovare lì uno spazio di riflessione collegiale tra i cardinali. Anche padre Louis-Marie de Blignières FSVF, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrier, ha inviato una lettera a diversi Cardinali proponendo di esplorare soluzioni canoniche concrete per le comunità legate al rito antico [QUIQUI su MiL: N.d.T.].

Alla fine non è successo nulla di tutto ciò. Il Concistoro – che ha deciso di concentrarsi su questioni come la sinodalità e l’evangelizzazione – non ha affrontato pubblicamente il problema. L’atmosfera si è ulteriormente irrigidita dopo la pubblicazione del documento del card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, interpretato da molti come una riaffermazione della linea restrittiva stabilita dalla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes [QUI in esclusiva su MiL: N.d.T.].

Il tempo stringe verso Écône 1 luglio

A questa situazione si è aggiunto un nuovo elemento di pressione. All’inizio di febbraio, la Fraternità sacerdotale di San Pio X ha annunciato la sua intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali il prossimo 1º luglio a Écône, con o senza l’autorizzazione di Roma.

Come spiegato dalla stessa Fraternità, la decisione è stata presa «dopo un lungo processo di riflessione, preghiera e consultazioni interne, e dopo aver chiesto esplicitamente alla Santa Sede una soluzione che garantisse la continuità del ministero episcopale all’interno della Fraternità».

L’annuncio ha inevitabilmente riacceso il ricordo della crisi del 1988. Nessuno desidera una ripetizione di quell’episodio, ma non si può nemmeno ignorare che la questione liturgica rimane aperta e che migliaia di fedeli vivono oggi questa situazione con incertezza: sia all’interno della Fraternità sacerdotale di San Pio X che nelle comunità tradizionali che sono in piena comunione con Roma.

Da allora, il dibattito è continuato attraverso lettere, dichiarazioni e commenti che si incrociano tra i diversi protagonisti del mondo ecclesiale.

Una proposta sul tavolo

In questo contesto hanno cominciato ad apparire proposte che cercano di superare il confronto che ha segnato il dibattito liturgico per decenni. In una recente intervista concessa al settimanale Famille Chrétienne, padre Louis-Marie de Blignières ha insistito sulla necessità di abbandonare gli approcci radicali [QUIQUI su MiL: N.d.T.].

«Data l’importanza e la durata della crisi, bisogna essere ragionevoli e abbandonare le logiche totalitarie», afferma. Il sacerdote rifiuta sia l’idea di sopprimere la liturgia tradizionale sia quella di imporre universalmente il ritorno al rito antico: «Non desidero che venga fatto agli altri ciò che è stato fatto a noi dal 1969».

La sua proposta, già presentata prima del Concistoro di gennaio, consiste nell’esplorare la creazione di un Ordinariato per i fedeli legati alla liturgia tradizionale, ispirato alle strutture già esistenti nella Chiesa. Secondo padre Louis-Marie de Blignières, questo quadro consentirebbe di garantire un accesso stabile all’antico rito e alla pedagogia spirituale ad esso associata, mantenendo al contempo la piena comunione con le diocesi e con la Chiesa universale.

L’Ordinariato – secondo la sua proposta – offrirebbe uno strumento giuridico flessibile per rispondere alle esigenze pastorali di molti fedeli che oggi vivono questa questione con incertezza.

Ma perché questa proposta potrebbe essere una di quelle prese in considerazione da Papa Leone XIV?

Udienze che invitano alla riflessione

Le udienze tenutesi nei primi giorni di marzo aggiungono nuovi elementi a questa situazione.
2 marzo 2026: S.E. Mons. David Arthur Waller, Ordinario dell’Ordinariato Personale di Our Lady of Walsingham; S.E. Mons. Steven Joseph Lopes, Ordinario dell’Ordinariato Personale di The Chair of Saint Peter [QUI: N.d.T.];
5 marzo 2026: Il Professor Stephen Bullivant, con il Professor Stephen Cranney [QUI: N.d.T.].

Lunedì 2 marzo, Papa Leone XIV ha ricevuto i responsabili di due degli Ordinariati personali istituiti per i fedeli provenienti dall’Anglicanesimo: l’Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham (Regno Unito) e l’Ordinariato personale della Cattedra di San Pietro (Stati Uniti d’America e Canada).

Queste strutture, create da Papa Benedetto XVI con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus circa l’istituzione di ordinariati personali per Anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa cattolica, mostrano come la Chiesa possa integrare tradizioni liturgiche particolari nella piena comunione ecclesiale.

Dopo l’udienza con Papa Leone XIV, i responsabili degli Ordinariati hanno anche avuto un incontro con il Dicastero per la dottrina della fede, guidato dal card. Víctor Manuel Fernández, dove hanno condiviso informazioni sulla vita delle loro comunità e riflettuto su diversi aspetti della trasmissione della fede.

Giovedì 5 marzo, Papa Leone XIV ha ricevuto anche i ricercatori Stephen Bullivant e Stephen Cranney, noti per i loro studi sociologici sul Cattolicesimo contemporaneo e sugli atteggiamenti dei fedeli nei confronti delle diverse forme del rito romano.

L’udienza è particolarmente significativa perché entrambi stanno preparando una ricerca dedicata specificamente ai Cattolici che frequentano la Santa Messa tradizionale. Lo studio, intitolato Trads: Latin Mass Catholics in the United States, sarà pubblicato nel novembre 2026 [QUI: N.d.T.].

In un’anteprima pubblicata nel 2023, i risultati preliminari mostrano che il 98 per cento dei partecipanti – fedeli che frequentano la Santa Messa tradizionale – affermava di credere nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, contro il 69 per cento dei Cattolici in generale che la considerano un simbolo. Allo stesso modo, una larga maggioranza ha dichiarato di accettare l’autorità del Papa e molti hanno anche espresso la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, pur distinguendo tra i testi conciliari e alcune interpretazioni successive.

Gli autori concludono che la realtà di queste comunità è più ricca e pienamente ecclesiale di quanto spesso suggeriscano certi stereotipi, e che i dati non supportano l’idea che si tratti di ambiti caratterizzati da atteggiamenti scismatici o da un rifiuto sistematico del Magistero.

Il metodo di Papa Leone XIV


Forse è ancora presto per sapere se Papa Leone XIV stia preparando un’iniziativa concreta. Ma la successione di udienze degli ultimi mesi conferma almeno un atteggiamento che lo stesso Papa ha annunciato in un’intervista concessa a Elise Ann Allen: «Non ho avuto la possibilità di sedermi davvero con un gruppo di persone che sostengono il rito tridentino. Presto ci sarà un’occasione e sono sicuro che ci saranno altre opportunità per farlo» [QUI; QUI su MiL: N.d.T.].

Non è necessario interpretare ogni udienza come un segnale politico. Ma non sembra nemmeno ragionevole ignorare il contesto in cui si svolgono.

La speranza – virtù profondamente cristiana – invita a pensare che Roma possa ancora trovare una parola in grado di aprire quella strada.






giovedì 12 marzo 2026

Mentre i progressisti, in Germania e altrove, accelerano il passo, sorge una nuova generazione che comincia a camminare in senso opposto




Pubblicato il 12 marzo 2026


Julio Loredo

Negli ultimi mesi molti osservatori hanno l’impressione che la Chiesa in Germania stia camminando dritta verso uno scisma, soprattutto alla luce degli sviluppi legati al cosiddetto “cammino sinodale”. L’approvazione, da parte della Conferenza episcopale tedesca, degli statuti della nuova “conferenza sinodale” e l’elezione a presidente di monsignor Heiner Wilmer, figura di spicco dell’ala progressista, sembrano confermare questa deriva.

Non sono mancati gesti simbolici eloquenti. Monsignor Wilmer, per esempio, si è presentato con un ciondolo a forma di cuore al posto della tradizionale croce pettorale episcopale. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che interroga: la croce non è un semplice ornamento, bensì il simbolo stesso della fede cristiana. Rinunciarvi, almeno sul piano visibile, è un segnale forte su che cosa si voglia comunicare.

Eppure, nonostante questa impressione di corsa verso la rottura, la situazione è più sfumata. Accanto alla spinta progressista, emergono resistenze interne, dubbi e perfino una rinascita religiosa, soprattutto tra i giovani, che non si lasciano facilmente ingabbiare nelle narrazioni ideologiche dominanti.

Le crepe interne all’episcopato tedesco


Già da tempo varie fonti, sia locali sia vaticane, indicano che l’appoggio al cammino sinodale non è affatto unanime in Germania. Tra il clero più giovane, in particolare, cresce una reazione sempre più consistente contro il “Sinodaler Weg”, percepito come un processo che ha perso la bussola.

Il blog cattolico Catholiced descrive così questo momento: «Il Sinodaler Weg tedesco ha raggiunto un punto che non è più adeguatamente descritto come una fase di tensione o controversia. È ormai chiaro che si tratta di un processo che ha completamente perso ogni coerenza, autorevolezza e credibilità». Parole pesanti, che fotografano un malessere profondo.

Le crepe non riguardano solo i parroci o i giovani sacerdoti, ma anche l’episcopato. Un cardinale e i vescovi di Ratisbona, Eichstätt, Passau e Colonia si sono ufficialmente dissociati dal cammino sinodale, e diverse diocesi hanno già annunciato che non contribuiranno finanziariamente alla nuova struttura sinodale. Questo dissenso tocca il cuore stesso del progetto.

Anche la recente assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca ha messo in luce divisioni significative. Secondo la rivista “Communio”, il voto sugli statuti della futura conferenza sinodale ha evidenziato che il sostegno al nuovo organismo è tutt’altro che unanime: la maggioranza è stata raggiunta con un margine molto risicato, segno che molti vescovi nutrono serie riserve sull’opportunità e sulla legittimità dell’iniziativa.

La spaccatura si è vista anche nell’elezione del nuovo presidente. Monsignor Wilmer è stato eletto solo alla terza votazione, e non con una larga maggioranza, ma con una maggioranza semplice, e non con i classici due terzi che indicano un consenso ampio e forte. Tutto questo mette nelle mani del Vaticano una leva importante nella gestione del confronto con l’episcopato progressista tedesco: Roma può contare su una minoranza non irrilevante di vescovi per frenare eventuali fughe in avanti.

Vecchi sessantottini e giovani in fuga verso la tradizione

Chi spinge dunque per accelerare il cammino sinodale? Una risposta interessante viene dallo stesso ambiente progressista. Qualche mese fa, una dirigente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, vera “fucina” del Sinodaler Weg, ha dichiarato che occorre correre perché “il loro tempo si sta esaurendo”. Il Comitato è infatti formato in larga parte da esponenti della generazione del ’68. Anagraficamente, questa è probabilmente la loro ultima occasione per tentare un ribaltamento radicale della Chiesa.

Il problema, però, è che le nuove generazioni stanno prendendo tutt’altra direzione. Proprio a monsignor Stefan Oster, vescovo di Passau e uno dei presuli che si sono dissociati dal cammino sinodale, l’agenzia “Katholisch Deutschland” ha chiesto di commentare il crescente interesse dei giovani per la fede. La sua risposta è illuminante: «Il fenomeno esiste. Si tratta spesso di giovani che cercano la liturgia, la tradizione e soprattutto un’identità di fede in Cristo».

Il vescovo si augura che da questo nuovo influsso possa nascere «un vero slancio di rinnovamento». È molto significativo che, ai suoi occhi, il vero rinnovamento non venga da ulteriori sperimentazioni, ma da un ritorno alla tradizione. Molti di questi giovani non si sentono affatto attratti dalle parrocchie segnate dal modello di pratica religiosa nato negli anni Sessanta, spesso orizzontale e desacralizzato; preferiscono ambienti dove si respira tradizione, dove la liturgia è solenne, dove la dottrina è chiara e non continuamente negoziata.

Monsignor Oster osserva con realismo: «Probabilmente questi giovani non si sentiranno a proprio agio nelle normali comunità parrocchiali. Dobbiamo riflettere su questo aspetto, dobbiamo aprire spazi e avere referenti in grado di gestire la situazione». È un invito a cambiare approccio, riconoscendo che il modello dominante degli ultimi decenni non ha prodotto i frutti sperati.

La crisi della narrativa progressista

Nel suo discorso di congedo dalla presidenza della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Bätzing, grande promotore della sinodalità, ha dovuto ammettere che la situazione si sta mettendo molto male per i progressisti. Secondo lui, «la vecchia narrativa del progresso si è esaurita ed è stata sostituita dalla paura della perdita, dalla stanchezza e dal sovraccarico».

Questa constatazione è eloquente: per decenni si è puntato su un discorso di “apertura”, “aggiornamento”, “riforma”, nella convinzione che proprio questo avrebbe attirato i lontani e soprattutto i giovani. Oggi, invece, le chiese che hanno inseguito fino in fondo questa logica sono spesso vuote, mentre gli spazi dove si recuperano la tradizione e la chiarezza dottrinale si riempiono.

Bätzing interpreta la reazione conservatrice come una deriva “populista”, che offrirebbe certezze semplici, identificherebbe colpevoli e prometterebbe soluzioni radicali. Ma la realtà sembra più complessa: molti giovani non cercano slogan, bensì radici, identità, una verità che non cambi a ogni stagione culturale.

Non stupisce, dunque, che di fronte alla fuga dei giovani verso la tradizione alcuni progressisti reagiscano in modo scomposto. Emblematica è la decisione dell’arcivescovo Carlos Alberto Brüse Pereira, in Brasile, che ha minacciato la scomunica per chi frequenta le Messe in rito tradizionale. Una misura canonicamente discutibile e, sul piano pastorale, quasi grottesca. Il fatto che le Messe parrocchiali si svuotino mentre quelle tradizionali si riempiono dovrebbe spingere a interrogarsi sulle ragioni di questo fenomeno, non a ricorrere alla forza delle sanzioni.

Notre Dame: una vittoria per l’identità cattolica

La rinascita di una fede più consapevole non riguarda solo la Germania. Negli Stati Uniti, l’Università cattolica di Notre Dame è stata recentemente al centro di un caso significativo. Le autorità accademiche avevano annunciato la nomina della professoressa Susan Ostermann, nota per le sue posizioni abortiste, a direttrice del Liu Institute for Asia and Asian Studies. La notizia ha provocato una reazione immediata tra gli studenti, preoccupati per la coerenza dell’ateneo con la sua identità cattolica.

I giovani hanno organizzato incontri di preghiera e momenti pubblici di protesta, culminati in un Rosario di riparazione presso la grotta di Lourdes nel campus, con la partecipazione di centinaia di studenti. Si trattava, nelle intenzioni iniziali, di una marcia di contestazione (“March on the Dome”), che si è trasformata in una grande veglia di preghiera e ringraziamento quando si è saputo che la professoressa aveva rinunciato all’incarico.

Secondo testimonianze raccolte da Catholic World Report, il rettore, padre Robert Dowd, sarebbe rimasto sorpreso dalla forza e dalla compattezza della reazione studentesca. Molti, forse, davano per scontato che i giovani avrebbero accolto passivamente la nomina, in nome di un generico pluralismo. Invece, hanno difeso pubblicamente la missione pro‑life e cattolica dell’università. Lo studente Max McNiff ha definito l’esito della vicenda «una grande vittoria nella battaglia per l’identità cattolica di Notre Dame».

Giovani in cerca di identità cattolica

L’impressione, guardando questi episodi, è che negli ultimi decenni si sia progressivamente smarrita l’identità cattolica, diluita in correnti teologiche che hanno privilegiato l’adattamento al mondo rispetto alla fedeltà alla Tradizione. Questo ha provocato in molti giovani una vera e propria crisi di identità: cresciuti in ambienti ecclesiali spesso incerti sulla dottrina, frammentati sul piano liturgico e timorosi di proclamare la verità cattolica, essi non trovano più punti fermi.

La reazione che oggi vediamo — il ritorno alla liturgia tradizionale, la richiesta di catechesi solide, l’impegno pubblico in difesa della vita e della famiglia — è il segno di una generazione che non si accontenta di un cristianesimo annacquato. I giovani cercano una fede che impegni tutta la loro esistenza, che dia loro certezze dottrinali e una appartenenza ecclesiale compatta.

La giornalista Niwa Limbu, sul Catholic Herald, sintetizza con lucidità questa situazione: per decenni, molti ambienti progressisti hanno attaccato l’autorità gerarchica, il celibato sacerdotale e l’insegnamento morale della Chiesa. Perché stupirsi, allora, se i giovani si mostrano riluttanti a donare la loro vita a una realtà i cui fondamenti teologici sono continuamente messi in discussione dagli stessi pastori?

Un compito urgente: pregare e ricominciare dalla Tradizione

Di fronte a questi scenari — la crisi del cammino sinodale tedesco, la rinascita di interesse per la tradizione, le battaglie per l’identità cattolica in università prestigiose — appare chiaro che siamo davanti a un bivio. Da una parte, prosegue il tentativo di adattare la Chiesa allo spirito del tempo, nella speranza di risultare più “accogliente” e “moderna”. Dall’altra, nasce, spesso dal basso e soprattutto tra i giovani, una domanda di autenticità, di sacralità, di dottrina chiara.

C’è molto per cui pregare. Ma ci sono anche molti segni di speranza: una nuova generazione che non ha paura di andare controcorrente, che riscopre la bellezza della liturgia tradizionale, che si mobilita per difendere la vita e la fede cattolica nella sfera pubblica. È forse da qui, da questa fedeltà semplice e radicale, che può partire un vero rinnovamento della Chiesa.









Card. Sarah: “L’Occidente è stato ferito da un orgoglio particolare: quello di credersi così maturo da non aver più bisogno di Dio”


Card. Robert Sarah (foto via Napa Institute)

L’articolo pubblicato su InfoCatólica, nella traduzione da curata da Sabino Paciolla (12 marzo 2026). 





Il cardinale Robert Sarah ha risposto alle critiche mosse dal quotidiano francese La Croix al suo ultimo libro, 2050, in un’intervista pubblicata sul Journal du Dimanche (JDD) [estratto da Le Salon Beige]. Non essendo stato interpellato dal quotidiano che lo aveva criticato, il cardinale guineano ha scelto questo settimanale per esporre il suo pensiero sui grandi temi affrontati nell’opera: la centralità di Dio nel discorso ecclesiale, la permanenza della morale cristiana e le differenze di sensibilità religiosa tra l’Africa e l’Occidente.

Lei afferma che «le grandi linee della teologia, i fondamenti della fede, non devono scomparire di fronte alle mode passeggere o alle opinioni del momento», e sono proprio queste grandi linee che affronta nel suo libro. Allora, quale posto devono occupare «il clima, le migrazioni e le esclusioni», come si chiede La Croix: «Non come temi politici, ma come luoghi teologici»?

Queste realtà sono gravi. Riguardano vite umane, quindi riguardano il cuore della Chiesa. Ma diventano problematiche quando oscurano la centralità di Dio e il discorso ecclesiale sembra non avere altro orizzonte che l’agenda temporale. Sì, si può parlare di «luoghi teologici», a una condizione: che questi luoghi siano illuminati dalla fede e non siano usati come sostituti della fede. Il povero non è solo un caso sociale: è il volto di Cristo. Lo straniero non è prima di tutto un espediente politico: è un fratello che Dio affida alla nostra carità. Il creato non è un idolo verde: è un dono, affidato all’uomo perché lo conservi con gratitudine. Ma se si parla del clima senza parlare del Creatore, se si parla di migrazioni senza parlare della dignità soprannaturale dell’uomo, se si parla di esclusioni senza parlare del peccato e della redenzione, allora si trasforma la Chiesa in un’agenzia morale. La Chiesa non è mai più utile al mondo che quando si dona completamente a Dio.

Nel suo libro ricorda che «la verità del Vangelo non è relativa né adattabile ai costumi dell’epoca». Come spiega che alcuni desiderino che la Chiesa evolva, in particolare per quanto riguarda la morale cristiana?

L’uomo moderno teme la verità quando questa lo obbliga. Preferisce una morale «fluida», senza confini, in cui la coscienza diventa la misura ultima. Ma la coscienza non è un dio: deve essere formata dalla verità. La morale cristiana non è un catalogo di divieti. È la traduzione concreta di un mistero: Dio ha creato l’uomo; Dio lo ha redento; Dio lo chiama alla santità. La complementarità tra uomo e donna non è una costruzione culturale: è inscritta nella creazione ed elevata dal sacramento. Il rispetto per la vita, dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, non è un’opinione: è il riconoscimento che la vita è un dono. Il celibato sacerdotale, nella Chiesa latina, non è una tecnica di gestione: è un segno escatologico, una disponibilità totale, un amore indiviso. Coloro che vogliono adattare il Vangelo ai costumi dell’epoca confondono la misericordia con la rinuncia. La misericordia solleva il peccatore, non rinomina il peccato.

Questa tentazione di «modellare la Chiesa su misura delle contingenze storiche» è più significativa in Occidente, scrive lei, a differenza del continente africano, che si riconosce più umilmente come erede del deposito della fede da trasmettere. Come comprendere queste diverse posizioni?

L’Occidente è stato ferito da un orgoglio particolare: quello di credersi così maturo da non aver più bisogno di Dio. Ha sostituito l’eredità con la sfiducia, la tradizione con il sospetto, l’autorità con la contestazione permanente. Vuole reinventare ciò che ha ricevuto. In Africa, nonostante le debolezze e le difficoltà, spesso rimane una coscienza più semplice: siamo eredi. Abbiamo ricevuto la fede come un tesoro. Un tesoro non si «modernizza»: si custodisce, si trasmette, lo si fa fruttificare. La vera umiltà consiste nell’accettare che la verità ci precede. Ciò non significa che l’Africa sia immune dalle tentazioni. Ma l’atteggiamento fondamentale è diverso: in Occidente si vuole negoziare con la fede; in Africa la si riceve.






Unione europea, birra, salsicce e leggi del cavolo





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by Aldo Maria Valli 12 mar 2026



di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

“birra e salcicce” chiedeva il maggiordomo Antonio nel tentativo di arruolarsi nella legione straniera. Avendo sbagliato locale, il povero cameriere continuava a portargli birre e salsicce fino a quando il tavolo si è riempito di una montagna di insaccati e bottiglie.

Avranno forse pensato al buon Totò i solerti rappresentanti del Parlamento, della Commissione e del Consiglio dell’Unione europea che, verosimilmente preoccupati del livello di trigliceridi, hanno finalmente trovato un accordo per tutelare i termini “manzo, vitello, maiale, pollame, pollo, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino, caprino, filetto, controfiletto, fianco, lombo, bistecca, costine, spalla, stinco, braciola, ala, petto, fegato, coscia, costata, T-bone, scamone e pancetta”, che possono essere usati solo per prodotti contenenti carne animale. È libero, invece, l’uso di termini come “salsiccia, burger, nuggets”, che possono essere associati anche a prodotti contenenti ingredienti vegetali.

Non c’è che dire: in Europa sanno quali sono le vere priorità. Il conflitto russo-ucraino? Il conflitto israelo-palestinese? Il conflitto statunitense-iraniano? Quisquiglie, pinzillacchere, direbbe sempre il buon Totò. È il “meat sounding” la vera emergenza, per non parlare dell’emergenza climatica (per la verità negli ultimi tempi in ribasso) e del linguaggio inclusivo (sempre in voga).

Così finalmente non si potrà più dire bistecca di zucchine ma in compenso si potrà parlare di burger di carote o di salsiccia di asparagi.

Nulla sfugge alla disciplina europea, attenta a ogni dettaglio.

Mi chiedo, tuttavia, perché in passato non vi fosse necessità alcuna di regolamentare ogni aspetto della nostra esistenza. Forse perché un tempo il buon senso (oggi merce rara) era ancora presente e verosimilmente se qualcuno avesse deciso di commercializzare una braciola di peperoni sarebbe stato preso in giro dal mondo intero e il prodotto sarebbe marcito nei supermercati.

Mi chiedo ancora: saranno riusciti i rappresentanti europei a catalogare tutte le possibili varianti dei tagli di carne presenti sul mercato? Non si potrà più dire fegato di melanzane, ma si potrà forse dire trippa di piselli?

Chissà. Nel frattempo saremo liberi di mangiare salsicce di finocchio e bere birra analcolica, con trigliceridi, colesterolo e tasso alcolemico sotto controllo, e saremo tutelati dalle lenticchie che pretendono di essere riconosciute come bistecche (per lo meno finché qualcuno non si accorgerà che in realtà viene così violata la libertà dei legumi di riconoscersi in un genere diverso); ma soprattutto saremo grati all’Unione europea per le leggi del cavolo che ogni giorno ci regala.