venerdì 29 maggio 2026

La dottrina della guerra giusta è superata?




Articolo scritto da Phil Lawler, pubblicato su Catholic Culture, nella traduzione curata da Sabino Paciolla (29 maggio 2026).


No, la dottrina della guerra giusta non è «superata». Riflessione sull’enciclica Magnifica Humanitas


Phil Lawler

Sebbene in linea di massima avessi apprezzato la prima enciclica di Papa Leone, sono rimasto sconcertato nel leggere, al paragrafo 192:
Oggi più che mai, fatto salvo il diritto all’autodifesa nel senso più stretto del termine, è importante ribadire che la teoria della «guerra giusta», che troppo spesso è stata utilizzata per giustificare qualsiasi tipo di guerra, è ormai superata.

Papa Leone non è il primo Pontefice ad affermare che la teoria della guerra giusta è superata. Papa Francesco ha detto la stessa cosa. Persino Papa Pio XII, che non può essere classificato come pacifista, disse nel suo messaggio di Natale del 1948: «La teoria della guerra come mezzo idoneo e proporzionato per risolvere i conflitti internazionali è ormai superata».

Ma Pio XII, parlando all’indomani della Seconda guerra mondiale, non abbandonò la teoria della guerra giusta, nemmeno con l’avvento della bomba atomica che minacciava nuovi livelli di distruzione di massa. Nessuno, a parte il dottor Stranamore, penserebbe che la guerra nucleare sia «un mezzo adeguato e proporzionato» per risolvere i conflitti. Una guerra giusta è sempre l’ultima risorsa, quando i metodi preferibili hanno fallito.

Papa Leone esprime il suo giudizio «senza pregiudicare il diritto all’autodifesa». Ma nella tradizione della guerra giusta, una guerra può essere considerata giusta solo se combattuta per autodifesa o in difesa di altri.

Se una nazione può essere moralmente giustificata nel difendersi, come possiamo distinguere tra quali tipi di azioni militari sono giustificate e quali no? Questo è proprio lo scopo della teoria della guerra giusta: fare tali distinzioni. E infatti Papa Leone usa i principi del ragionamento della guerra giusta quando discute dei pericoli delle armi autonome.

Più avanti nell’enciclica, il Papa parla di nuovo in modo impreciso quando dice: «Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una strada pericolosa…» Il conflitto è una realtà delle interazioni umane, una conseguenza del peccato originale, che nessun sistema morale è in grado di eliminare. Le nazioni, come gli individui, hanno desideri e bisogni diversi; a volte entreranno in conflitto. La questione chiave, negli affari internazionali, è come tali conflitti saranno risolti, e naturalmente i negoziati pacifici sono il metodo preferito.

Clausewitz ha notoriamente definito la guerra come «la continuazione della diplomazia con altri mezzi». Papa Leone ha certamente ragione a preferire mezzi di risoluzione dei conflitti diplomatici che non ricorrano alla guerra. Ma, ancora una volta, se tutti gli altri mezzi falliscono e se le conseguenze di una pace ingiusta sono ancora più gravi degli orrori della guerra, la Chiesa ha tradizionalmente insegnato che l’azione militare può essere giustificata – e in alcuni casi può essere necessaria. Sicuramente il Santo Padre, da fedele figlio di sant’Agostino, deve comprendere l’argomentazione di quel grande santo secondo cui l’unico scopo di una guerra giusta è garantire una pace giusta.

Ora, se Papa Leone avesse suggerito che la teoria della guerra giusta deve essere aggiornata, potrei essere pienamente d’accordo. In Magnifica Humanitas egli delinea alcune delle ragioni per cui la tradizione della guerra giusta deve essere adeguata alle realtà del XXI secolo.

Nel discutere il pericolo delle armi autonome – sistemi militari guidati dall’intelligenza artificiale, senza supervisione umana immediata – il Pontefice invoca i principi del ragionamento sulla guerra giusta quando afferma che «il giudizio morale non può essere ridotto a un calcolo, poiché coinvolge la coscienza, la responsabilità personale e il riconoscimento dell’altro come persona». Prosegue, nel paragrafo successivo (n. 199), fornendo un esempio più esteso di analisi della guerra giusta:
Non basta invocare un tipo generico di etica. Occorre stabilire criteri concreti di discernimento. Il primo di questi criteri riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire diventa automatizzata o opaca, aumenta il rischio di abdicare alla responsabilità. Per questo motivo, la catena di responsabilità deve essere identificabile e verificabile; coloro che progettano, addestrano, autorizzano e impiegano la tecnologia devono essere ritenuti responsabili delle loro decisioni. Il secondo criterio riguarda il quadro temporale morale per formulare i giudizi. Sebbene l’IA tenda ad accelerare i processi decisionali, la velocità e l’efficienza non dovrebbero mai essere la forza motivante suprema per le decisioni irreversibili prese nel contesto della guerra. Il terzo criterio è l’identificazione e la protezione dei civili. Qualsiasi tecnologia che faciliti gli attacchi senza vedere il volto degli esseri umani abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione degli obiettivi e l’uso della forza non devono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese.

All’inizio dell’enciclica il Papa ha menzionato altre forme di aggressione non militari che potrebbero essere utilizzate, alla maniera di Clausewitz, per costringere un avversario diplomatico alla sottomissione: «Accanto alla guerra convenzionale, esistono forme ibride quali gli attacchi informatici, la manipolazione delle informazioni, le campagne di influenza e l’automazione delle decisioni strategiche». Per fare solo un esempio, l’uso di un’arma EMP (impulso elettromagnetico), che paralizza la rete energetica, potrebbe causare più devastazione e, in ultima analisi, più morti di una campagna di bombardamenti. Più vicine al tema dell’enciclica papale, le campagne di disinformazione – rese molto più potenti dalle capacità dell’intelligenza artificiale – possono devastare il processo democratico. Si tratta di forme di aggressione, equivalenti alla guerra. Un attacco informatico di portata sufficiente potrebbe persino essere considerato un classico esempio di casus belli.

Questi sviluppi, che il Papa menziona nella sua enciclica, meritano maggiore attenzione da parte dei moralisti della guerra giusta. Si potrebbe aggiungere la necessità di una discussione più approfondita sulla guerra preventiva, in un’epoca in cui l’esitazione potrebbe significare la distruzione nazionale. E anche il ruolo sempre più prominente svolto da attori non statali – come i gruppi terroristici, che spesso agiscono con il sostegno malcelato dei governi – merita un maggiore discernimento morale. Come può una nazione, agendo giustamente, rispondere a questi nuovi pericoli? La sfida per i moralisti cristiani oggi è quella di aggiornare, non di abbandonare, la tradizione della guerra giusta.





Tutti si inchinano, lui no





La scelta di un boy scout in moschea (video)

Ultimissime 29 Mag 2026


La Redazione UCCR

Il video di un giovane boy scout che non si prostra durante la visita ad una moschea in Scozia. Cosa ci insegna.

Quando un bambino insegna il rispetto meglio degli adulti.

Un breve video girato in Scozia (qui sotto) durante una visita in moschea di un gruppo di giovani scout offre alcuni spunti di riflessione.

Al centro della vicenda c’è un giovane di circa 7 o 8 anni che, mentre il resto del gruppo partecipava ai gesti della preghiera islamica guidata da un imam, è rimasto semplicemente in piedi.

Niente inchini, prostrazioni, né genuflessioni richieste dal momento rituale.

L’unico che non si inchina: il video

Il bambino è membro del gruppo “Beaver Scouts” e la visita si è svolta presso il Central Scotland Islamic Centre di Stirling.

Durante l’incontro, i membri della moschea hanno invitato i bambini a seguire i movimenti della preghiera islamica.

Nel video si vede che tutti aderiscono, compreso il responsabile del gruppo. Soltanto il piccolo scout ha scelto di partecipare restando però fermo al suo posto, in silenzio.

E’ l’unico tra i bambini, tra l’altro, a non aver indossato nemmeno i tipici copricapi.

Il gesto non è stato accompagnato da proteste o dichiarazioni ed è proprio questa compostezza a sorprendere.

Potrebbe essere dovuta ad un segno di coraggio e fedeltà alla propria identità cristiana oppure una semplice forma di disagio di fronte a un momento eccessivamente sincretista all’interno di in un contesto interreligioso.

La preghiera non è un gesto neutrale

La vicenda tocca comunque un punto delicato delle società pluraliste contemporanee: come conciliare il rispetto per le religioni altrui con la libertà di coscienza e la propria identità?

Non riteniamo affatto sbagliato che i gruppi di giovani cristiani conoscano e incontrino realtà religiose differenti ma l’adesione esplicita ai rituali supera il confine tra rispetto interreligioso e sincretismo.

La preghiera non è un gesto neutrale o culturale, è un atto di culto.

E’ vero che il documento Nostra Aetate afferma che «la Chiesa guarda con stima anche ai musulmani che adorano l’unico Dio», ma allo stesso tempo non considera equivalenti le forme di culto delle diverse religioni.

Per i cristiani, la preghiera esprime una fede specifica e una relazione sacramentale con Dio in Cristo.

Non serve partecipare o imitare riti estranei alla propria fede per mostrare rispetto. La conoscenza reciproca, il confronto, il dialogo e la condivisione di opere sociali o di carità sono già sufficienti per vivere un autentico dialogo interreligioso.

Papa Francesco: identità per dialogare

In questo senso vale la pena richiamare le parole di Papa Francesco su come intraprendere un dialogo con le altre religioni.

L’unico modo, spiegò nel 2014, «la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani». Non esiste vero dialogo «se non siamo consapevoli della nostra identità».

Per rispettare davvero i fedeli di altre religioni, proseguì Papa Bergoglio, «dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo, ciò che Dio ha fatto per noi e ciò che Egli richiede da noi».

«Qual è stato il primo comandamento di Dio ad Abramo?», ha chiesto Francesco. «“Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”», la risposta.

Il boy scout ha mostrato rispetto

Quel giovane boy scout, qualunque siano state le sue motivazioni, è l’unico che in quella moschea ha davvero rispettato se stesso, l’imam e i fedeli islamici.

E’ stato l’unico a rimanere irreprensibile nella sua identità e non ha finto, non ha simulato devozione, non ha banalizzato la fede e la preghiera.

Né la sua, né quella dei responsabili della moschea.



Fonte






giovedì 28 maggio 2026

“Magnifica humanitas”: il problema metafisico soggiacente




Chiesa cattolica | CR 1952


di Roberto de Mattei 27 Maggio 2026 

La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, è stata presentata all’opinione pubblica mondiale il 25 maggio nell’aula nuova del Sinodo. Il Papa ha voluto dare all’evento un tono solenne, partecipando in persona alla presentazione, fiancheggiato da tre cardinali, due teologhe (una inglese e l’altra congolese) e da Christopher Olah il cofondatore (ateo) dell’azienda di intelligenza artificiale Anthropic.

Magnifica humanitas è uscita il 25 maggio, ma porta la data del 15 maggio, lo stesso giorno in cui Leone XIII, pubblicò nel 1891 l’enciclica Rerum Novarum. Papa Gioacchino Pecci, 135 anni fa, dedicò la sua enciclica sociale alla rivoluzione industriale del suo tempo. Leone XIV ha voluto porre al centro della riflessione della Chiesa la rivoluzione digitale della nostra epoca, con particolare riguardo all’intelligenza artificiale (IA).

Il ritorno della dottrina sociale della Chiesa, accantonata negli anni successivi al Concilio Vaticano II con l’eccezione della Centesimus Annus (1991) di Giovanni Paolo II, va certamente salutato con soddisfazione. Va ricordato però che la dottrina sociale della Chiesa è una parte integrante della teologia morale cattolica e questa, a sua volta, possiede un fondamento metafisico, poiché la morale si radica nell’ordine dell’essere. Come insegna san Tommaso d’Aquino, agere sequitur esse: l’agire deriva dall’essere; di conseguenza, l’ordine morale e sociale non può essere compreso indipendentemente dalla natura dell’uomo e dal suo fine ultimo (Summa Theologiae, I-II, q. 94, a. 2). Per questo il padre Réginald Garrigou-Lagrange precisa che «i veri diritti dell’uomo derivano dai suoi doveri verso Dio» (Doctor Communis, 2-3 (1949), p. 158), sottolineando il principio metafisico della dottrina sociale della Chiesa.

La Rerum Novarum di Leone XIII fu preceduta dall’enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879, con la quale, un anno dopo la sua elezione, il Pontefice volle determinare la linea filosofica da seguire nelle scuole cattoliche, proponendo san Tommaso d’Aquino come l’unico Maestro intellettuale della Chiesa. Leone XIII era convinto, infatti, che la restaurazione del pensiero attraverso la filosofia di san Tommaso dovesse precedere e fondare quella della società. Eminenti studiosi cattolici, come Étienne Gilson (1885-1978) e Augusto Del Noce (1910-1989), suggeriscono di leggere tutte le maggiori encicliche di Leone XIII in questo orizzonte metafisico. Nella Aeterni Patris, il Papa condensa il proprio programma culturale; nelle encicliche successive, tra le quali la Libertas praestantissimum sulla libertà umana (1888), l’Arcanum divinae sapientiae sul matrimonio cristiano (1880), la Humanum genus sulla massoneria (1884), l’Immortale Dei sulla costituzione cristiana degli Stati (1885), la Sapientiae christianae sui doveri del cristiano nella vita pubblica (1890) egli ne applica i principi ai diversi ambiti della vita individuale e sociale.

Leone XIV è certamente mosso da nobili intenzioni e da un sincero amore per la verità, tuttavia il suo documento, a differenza di quelli di Leone XIII, rivela la mancanza di una solida fondazione metafisica che rischia di impedire la comprensione adeguata di problemi complessi, come quello dell’intelligenza artificiale.

Il Papa, dopo aver giustamente affermato che «occorre evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” (IA) a quella umana»imposta così il problema: «Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana (…) E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. (…) non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. (…) Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore (n. 99)».

Il Papa ha ragione a sollevare il problema, ma la sua risposta non chiarisce perché l’equiparazione tra intelligenza umana e artificiale sia impossibile. Per la filosofia tomista, il motivo non consiste principalmente nel fatto che l’IA non prova emozioni, non ha relazioni o non possiede memoria incarnata, ma nel fatto che essa manca di un’anima razionale spirituale, principio intrinseco delle operazioni intellettive. L’enciclica formula invece la distinzione fra uomo e IA in termini puramente fenomenologici, sul piano dell’esperienza, dell’affettività e della relazionalità, dimenticando o ignorando che la distinzione decisiva è ontologica.

Secondo san Tommaso d’Aquino, l’uomo non è riducibile a una somma di processi materiali, perché il principio stesso del conoscere umano è un principio incorporeo e sussistente (Summa Theologiae, I, q. 75, a. 1). L’intelletto umano non si limita a elaborare informazioni o riconoscere schemi, ma conosce l’universale (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 6) ed è capace di astrarre dalle immagini sensibili concetti immateriali come il bene, la giustizia, Dio stesso. Analogamente, la volontà non è un meccanismo di selezione programmata, ma è un appetito razionale capace di deliberazione e libertà (Summa Theologiae, I, q. 82, a. 1; ST, I, q. 83, a. 1).

L’intelligenza artificiale, invece, non possiede un principio intrinseco di conoscenza e di volontà, ma agisce in forza dell’intelligenza umana che l’ha progettata. Perciò la differenza tra uomo e macchina non è quantitativa ma ontologica: l’uomo conosce perché possiede un intelletto spirituale e vuole perché possiede una volontà libera; la macchina invece produce risultati perché è stata costruita per farlo. Anche l’intelligenza artificiale più avanzata, dunque, non potrà mai essere veramente umana, perché le manca ciò che, per san Tommaso, costituisce il principio stesso del conoscere e del volere autenticamente umani: l’anima razionale spirituale.

Queste osservazioni possono sembrare astrattamente filosofiche, ma hanno importanti conseguenze anche sul piano morale e sociale. La fondazione metafisica della dottrina sociale della Chiesa rinvia infatti alla concezione cristiana dell’ordine dell’essere, che comprende la storia umana alla luce della creazione, della caduta e della redenzione. In tale prospettiva, la nozione di peccato, che è sostanzialmente assente dall’enciclica, non è riducibile a ingiustizia sociologica, ma costituisce una violazione della legge divina, implica una colpa, merita una pena ed esige il pentimento e la conversione. Il Papa, con una bella espressione, afferma che «se il mistero di Dio-Amore è la sorgente della Dottrina sociale, il suo volto più concreto lo contempliamo in Gesù Cristo, Verbo incarnato» (n. 49). Però Gesù Cristo non si è incarnato per confermare un ideale umanitario, né per promuovere una generica fraternità universale, ma per restaurare l’ordine infranto dal peccato mediante la redenzione dell’uomo e la sua reintegrazione nell’ordine soprannaturale (Summa Theologiae, III, q. 1, a. 2). Quando questo orizzonte metafisico e soprannaturale viene oscurato, il cristianesimo tende inevitabilmente a secolarizzarsi e ridursi a una religione puramente orizzontale e filantropica, il cui scopo non è più la salvezza delle anime e la restaurazione dell’ordine cristiano, ma la semplice gestione umanitaria dei problemi del mondo.

Magnifica humanitas è ricca di spunti e va considerata come un’espressione autorevole del Magistero di Leone XIV, ma alcuni punti della filosofia e della dottrina sociale della Chiesa che l’enciclica affronta meritano di essere discussi, con il dovuto amore e rispetto per la persona del Romano Pontefice e l’istituzione del Papato.







La sinodalità inquina anche il ritorno della Dottrina sociale



Cosa è cambiato tra Leone XIV e Leone XIII, ma anche rispetto al più recente san Giovanni Paolo II? Fra il magistero sociale dell'uno e degli altri c'è di mezzo il nuovo paradigma sinodale che impone il passaggio da "corpus dottrinale" a "discernimento comunitario".

Magnifica humanitas

Editoriali


Stefano Fontana, 28-05-2026

La ripresentazione organica del quadro complessivo della Dottrina sociale della Chiesa da parte di Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas va apprezzata, come notavamo in un precedente articolo. Va anche però analizzata in modo più approfondito che non sia una visione sintetica d’insieme. Le sfumature sono importanti. I punti da esaminare sono soprattutto due: il rapporto con Leone XIII, dato il legame esplicito dell’enciclica nei suoi confronti, e poi se ci siano delle novità rispetto agli insegnamenti più recenti, soprattutto di Giovanni Paolo II, che aveva definito con precisione e, secondo qualcuno, in via definitiva la natura della Dottrina sociale della Chiesa.

In un articolo immediatamente successivo al primo discorso da pontefice di Leone XIV ci si chiedeva cosa di preciso egli avesse ripreso dal suo predecessore di cui aveva scelto il nome. Ora possiamo rifarci quella domanda e cercare la risposta nella nuova enciclica. Per Leone XIII il bene comune era la società cristiana che egli dipinse nella Immortale Dei. Egli non considerava le “cose nuove” per trarne spunti per riconsiderare il cristianesimo e renderlo più comunicativo con le esigenze della modernità, ma le condannava, assieme alla libertà dei moderni, la democrazia che rende il popolo arbitro di se stesso, e confermava il principio che l’autorità viene da Dio. Il vero ed unico problema era per lui il ritorno a garantire a Dio non solo un “diritto di cittadinanza” alla pari degli dèi, ma una unicità assoluta di primato pubblico.

Queste dimensioni non sono presenti nella ripresa di Leone XIII da parte dell’attuale Leone. Su tutti questi aspetti la Chiesa ha cambiato impostazione, ritenendole dimensioni periferiche legate ai tempi e non relative al “nocciolo” della proposta cristiana. Però Joseph Ratzinger faceva notare – nel suo libro Dogma e predicazione - che non è sempre chiaro fin dove arrivi l’affermazione di fede e dove la sua strumentalizzazione determinata dal tempo, quanto rientri nel nocciolo e quanto no. Questo è un problema ermeneutico molto insidioso.

Che Leone XIII non venisse recuperato per intero dalla Magnifica humanitas era cosa scontata e quindi non fa certo notizia. Oggi può essere considerata di maggiore interesse la questione di eventuali novità rispetto a Giovanni Paolo II. A nostro parere le novità ci sono e possono essere riassunte nel passaggio da “corpus dottrinale” a “discernimento comunitario”. Papa Wojtyla aveva detto nella Centesimus annus (1991) che la Chiesa stabilisce un «paradigma permanente … formula una vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti» (n. 5). La stessa espressione «corpus dottrinale» era stata adoperata nella Sollicitudo rei socialis (1987) al n. 1, mentre ancora nella Centesimus annus aveva parlato di «forma sistematica» (n. 53). Si tratta di definizioni forti, in quanto si assegna alla Dottrina sociale il carattere di una vera e propria disciplina capace di conoscenza e di giudizio alla luce del proprio sapere. La Chiesa, come Chiesa, formula, analizza, si pronuncia, indica…

L’enciclica Magnifica humanitas dedica due capitoli alla presentazione della Dottrina sociale. Per il nostro discorso sono importanti i paragrafi dal 19 al 27 che contengono la definizione della sua natura come «discernimento comunitario», che sembra piuttosto diversa dalla precedente. L’espressione porta con sé alcune caratteristiche della nuova teologia morale e della nuova sinodalità. In questo quadro per discernimento non si intende più la decisione prudenziale di come agire in coscienza alla luce dei principi primi (che rimangono immobili nella loro forma sistematica), ma il rinnovamento degli stessi principi alla luce delle esigenze delle situazioni nuove che la storia ci propone.

Discernere non è più applicare, seppure con creatività, ma produrre una norma aggiornata, nella apertura a quanto il Signore sta già facendo nella storia: «il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto» (n. 22). La norma fa tutt’uno con la vita. L’aggettivo “comunitario” completa poi il quadro, indicando che la verità si cerca insieme in un unico processo da non limitarsi alla Chiesa, ma in comunione con le altre religioni e con l’umanità intera. La Chiesa, quindi, non formula, non analizza, non si pronuncia, non indica… ma compartecipa ad un processo.

Nel paragrafo 25 si dice che la verità non è un «possesso da rivendicare ma un dono da condividere» e che la Chiesa «non vuole alzare la bandiera della verità». Questa pretesa viene condannata perché trasformerebbe la fede in un «potere». La Dottrina sociale «non è un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario»; «La Chiesa – insieme alle altre confessioni cristiane e ai credenti di altre religioni – deve far udire la sua voce non per dominare, ma per servire la comunione».

Sembrano espressioni già ampiamente sentite, soprattutto nel quadro della ”nuova sinodalità”, per il quale la comunione produce la verità anziché il contrario, comunione che in questo caso rischia la riduzione a consenso.

La Dottrina sociale come «sostegno al discernimento comune» (n. 24) presenta esigenze sicuramente diverse dalla sua definizione come «corpus dottrinale».








NEURALINK E LA MENTE COME MERCE. Per inquadrare Magnifica humanitas


Di Andrea Mondinelli 28 mag 2026

Una data e un minuto


Il 28 giugno 2025, al Neuralink Summer Update, Elon Musk ha dichiarato al minuto 11:29 del video ufficiale:1

«So I think it’s actually very important for us to address that input-output bandwidth constraint in order for the collective will of humanity to match the will of artificial intelligence. That’s my intuition, at least.»

«Ritengo quindi che sia davvero molto importante affrontare questo vincolo di banda di ingresso e uscita affinché la volontà collettiva dell’umanità coincida con la volontà dell’intelligenza artificiale. È questa, almeno, la mia intuizione.»

Non è un incidente verbale. È il programma operativo di Neuralink dichiarato dal suo fondatore in sedici parole precise: non che l’IA si allinei alla volontà umana, ma che la volontà umana venga modificata strutturalmente per coincidere con quella dell’intelligenza artificiale. Il vincolo da eliminare non è tecnico: è antropologico. È la larghezza di banda della corteccia cerebrale umana, insufficiente rispetto alla velocità del sistema artificiale. La soluzione è l’impianto neurochirurgico N1 di Neuralink, progettato per elevare la banda passante del cervello biologico al livello del digitale.

Chi ha seguito la serie L’idolo nel silicio pubblicata su questo Osservatorio nell’aprile 20262 riconosce immediatamente la struttura: è il secondo isomorfismo della Pascendi Dominici Gregis di san Pio X, l’inversione causale dell’immanenza vitale, nella sua formulazione operativa più esplicita. Non «come possiamo costruire IA che serva l’uomo», ma «come possiamo modificare l’uomo perché serva l’IA». L’enciclica del 1907 aveva identificato questa inversione causale come errore strutturale del modernismo. Musk la formula come programma ingegneristico nel 2025.

La qualificazione finale, «That’s my intuition, at least», non attenua ma rivela: Musk sa di non sapere se è vero, ma procede come se lo fosse. È la struttura della congettura del documento Dartmouth del 1955, già analizzata nella serie citata: si avanza per intuizione dichiarata, assumendone l’inevitabilità come premessa di lavoro invece che come conclusione da dimostrare. Settant’anni separano i due documenti. La struttura logica è identica.

La risposta della neuroetica

Ciò che è interessante, e che questo articolo intende documentare, è che la comunità scientifica biomedica internazionale ha risposto a questa stessa deriva con una proposta che converge, da un piano completamente diverso, con la diagnosi della Pascendi.

Nel luglio 2025, sei ricercatori di cinque università europee — Amburgo, Ottawa, Heidelberg, Berlino, Friburgo — hanno pubblicato su Neuroethics, rivista peer-reviewed di Springer Nature, un articolo dal titolo: A Moratorium on Implantable Non-Medical Neurotech Until Effects on the Mind are Properly Understood.3 Il documento propone tre misure concrete: una Valutazione obbligatoria dell’Impatto Mentale da sviluppare prima di qualsiasi immissione sul mercato di neurotecnologie non mediche impiantabili; una moratoria su tali dispositivi fino a quando questa valutazione non sia sviluppata e i problemi etici risolti; un divieto assoluto di neurodispositivi non medici impiantabili per i minori.

Lo stesso mese, Jackson Tyler Boonstra della Vrije Universiteit Amsterdam e dell’Amsterdam University Medical Center pubblicava su IBRO Neuroscience Reports, rivista dell’International Brain Research Organization indicizzata su PubMed Central, un saggio intitolato Ethical Imperatives in the Commercialization of Brain-Computer Interfaces.4 La tesi centrale è che la rapida commercializzazione delle BCI — acronimo dell’inglese Brain-Computer Interface, le interfacce cervello-computer che stabiliscono una connessione diretta tra il cervello umano e un sistema informatico esterno senza l’intermediazione di movimenti corporei — ha superato lo sviluppo di quadri etici adeguati e rischia di privilegiare gli interessi di mercato sul benessere del paziente.

Due paper biomedici peer-reviewed, due metodi diversi, stessa diagnosi: il progetto di Neuralink non è medico. È filosofico e commerciale, con una veste medica.

La narrazione medica e il programma reale

Il 5 gennaio 2026, STAT News, la principale testata giornalistica del settore biomedico americano, titolava: What does Neuralink want — to help people with paralysis, or prepare for a war with AI?5 La risposta dell’inchiesta era precisa: la retorica pubblica dei vertici di Neuralink sulla simbiosi uomo-macchina diverge nettamente dal lavoro clinico dell’azienda che aiuta persone con SLA e quadriplegia a controllare un computer con la mente.

I dati clinici esistono e sono reali. Al settembre 2025 Neuralink aveva impiantato il dispositivo in 12 pazienti con paralisi grave in diversi paesi, tutti con risultati funzionali. Il primo paziente, Noland Arbaugh, paralizzato dalle spalle in giù da un incidente nel 2016, gioca a scacchi, naviga sul web e usa il telefono solo con il pensiero. Sono risultati medici concreti che meritano rispetto.

Ma il documento PRIME rivela con precisione inusuale la struttura del programma. L’obiettivo finale dichiarato non è aiutare i tetraplegici: è «creare una piattaforma di input/output generalizzata in grado di interfacciarsi con ogni aspetto del cervello umano.» E subito dopo: «Per raggiungere questo obiettivo a lungo termine, negli ultimi anni ci siamo dedicati alla realizzazione di un dispositivo progettato per interfacciarsi con diverse regioni del cervello al fine di risolvere patologie debilitanti.»6 La sequenza è esplicita: prima il fine universale, poi il mezzo medico. I tetraplegici non sono l’obiettivo: sono il percorso verso l’obiettivo.

Bublitz et al. identificano questa struttura con il nome di «ottimismo coercitivo».3 Il fenomeno per cui la promessa travolgente di benefici medici rivoluzionari influenza indebitamente le popolazioni vulnerabili, come i pazienti con paralisi grave, ad accettare rischi procedurali, minando un consenso realmente autonomo. Non è manipolazione deliberata: è la struttura del meccanismo. Il paziente disperato è la condizione al contorno che determina l’accettazione di rischi che, in condizioni diverse, non sarebbero accettabili.

Piscis gaudet quando hamum non videns escam devorat. Il pesce gioisce quando, non vedendo l’amo, divora l’esca.

I rischi tecnici che le narrazioni commerciali oscurano


Il paper di Boonstra è prezioso perché documenta con precisione ciò che le dichiarazioni pubbliche di Musk sistematicamente omettono.

Gli elettrodi impiantati nel cervello generano una risposta immunitaria: cicatrizzazione gliale e infiammazione cronica che degrada progressivamente il segnale. Gli Utah array esistenti mantengono registrazioni di alta qualità per circa due anni in media. Per il dispositivo N1 di Neuralink mancano completamente dati a lungo termine sottoposti a revisione paritaria che ne verifichino la durabilità negli esseri umani. Le affermazioni sulla maggiore longevità e biocompatibilità rimangono non dimostrate nella letteratura scientifica.

Il problema del «thread retraction» — i fili elettrodo che si ritraggono nel cervello — è reale e documentato. Nel primo paziente, una percentuale significativa dei fili si è staccata. Neuralink ha risolto la questione con aggiornamenti software, non con un nuovo intervento chirurgico: soluzione funzionale nell’immediato, ma che lascia aperte domande strutturali sulla durabilità del sistema.

Boonstra documenta anche la storia animale: quasi 1.500 animali, tra cui scimmie, maiali e pecore, sono morti durante i test di sviluppo del dispositivo. Il Physicians Committee for Responsible Medicine ha depositato un esposto alla SEC nel dicembre 2025 su queste questioni.

Infine, c’è il problema dei dati neurali. Quelli generati da un impianto Neuralink non sono dati sanitari ordinari: hanno il potenziale per ricostruire esperienze interne, approssimare pensieri o percezioni visive, identificare orientamenti politici e stati di salute mentale dai pattern neurali. Boonstra introduce la definizione di «commodificazione neurale»: il processo per cui i dati neurali vengono trasformati in un bene economico da acquistare, vendere o sfruttare a scopo di lucro. Synchron, azienda concorrente di Neuralink in partnership con Apple, ha già dichiarato esplicitamente di puntare alla «raccolta di dati neurali a livello di popolazione» per addestrare sistemi di intelligenza artificiale.7

La moratoria e i suoi argomenti

Bublitz et al. formulano la proposta di moratoria con argomenti che meritano attenzione precisa, perché rivelano la struttura del problema.

Il primo argomento è epistemologico: gli effetti a medio e lungo termine della stimolazione cerebrale non medica ricorrente sulla mente sono largamente sconosciuti. L’assenza di prove di effetti dannosi non è prova della loro assenza. Procedere senza questa conoscenza, come Neuralink sta facendo, è esattamente la struttura del documento Dartmouth del 1955, già analizzata nella serie citata: si avanza per congettura assumendone l’inevitabilità come premessa.

Il secondo argomento è il paragone con lo smartphone. Anche dopo molti anni, gli effetti deleteri di specifiche applicazioni sulle funzioni cognitive degli adolescenti sono insufficientemente compresi. I ricercatori propongono di non ripetere questo errore con una tecnologia incomparabilmente più invasiva: le BCI non aumentano solo la quantità di input e output, ma aprono canali nuovi per stimoli che bypassano i sensi e i meccanismi con cui vengono normalmente elaborati. Le persone hanno considerevolmente meno controllo sugli stimoli in entrata attraverso un impianto cerebrale rispetto a quelli che arrivano attraverso uno schermo.8

Il terzo argomento riguarda la proprietà della mente. Se il dispositivo impiantato diventa parte del corpo, i produttori possono mantenere diritti di proprietà intellettuale su di esso? Bublitz et al. citano la possibilità di «app store per il cervello» e abbonamenti mensili per «sbloccare il potenziale umano». La risposta giuridica tradizionale, radicata nell’abolizione della schiavitù, è che il corpo e le sue parti non possono essere posseduti da altri. Questo principio deve essere esplicitamente applicato alle neurotecnologie impiantabili prima che i modelli di business siano consolidati.

Il quarto argomento è geopolitico: la grande maggioranza della popolazione mondiale non ha visioni transumaniste. L’Unione Europea ha già regolato restrittivamente le neurotecnologie non invasive non mediche. La Cina ha emesso linee guida etiche per la ricerca BCI. L’OAS ha adottato nel 2025 un principio di «applicazione esclusivamente terapeutica» per il potenziamento cognitivo. I 194 stati membri dell’UNESCO hanno concordato una Raccomandazione che punta a «guidare la neurotecnologia in una direzione responsabile».

Il transumanesimo operativo di Musk non è un fenomeno isolato: è la manifestazione più esplicita di un programma che, come abbiamo documentato nella serie pubblicata su questo Osservatorio, attraversa istituzioni governative, fondazioni filantropiche e agenzie scientifiche da decenni. La National Science Foundation americana ha formalizzato nel 2002 il programma NBIC — Nanotecnologia, Biotecnologia, Informatica e Scienze Cognitive — come piano ufficiale di «convergenza per il miglioramento della performance umana», reiterato nel 2013 con aggiustamenti di linguaggio ma identici obiettivi.9

La diagnosi del magistero e i suoi limiti

Il 25 maggio 2026, mentre stavo scrivendo questo articolo, Papa Leone XIV ha presentato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Tre metodi radicalmente diversi convergono dunque sulla stessa diagnosi: la neuroetica scientifica di Bublitz e Boonstra, il magistero e la Pascendi del 1907 che avevamo analizzato nella serie di questo Osservatorio. Vale la pena notare, però, dove la convergenza si ferma.

L’enciclica descrive il transumanesimo come correnti che «costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico» (n. 115) e che «modificano l’immaginario collettivo e, di conseguenza, orientano le scelte sociali, economiche e politiche» (n. 116). Quei «centri di potere tecnologico» hanno un nome, una data e un bilancio pubblico. La National Science Foundation americana ha formalizzato nel 2002 il programma NBIC come piano ufficiale di «convergenza per il miglioramento della performance umana»: non ideologia speculativa che orienta l’immaginario, ma politica pubblica finanziata con fondi statali, reiterata nel 2013. La DARPA americana, tra il 2018 e il 2019, ha finanziato sei istituti per sviluppare interfacce cervello-macchina bidirezionali ad alta risoluzione per militari in servizio attivo. Il suo direttore di programma Al Emondi ha dichiarato: «DARPA si sta preparando per un futuro in cui una combinazione di sistemi senza pilota, intelligenza artificiale e operazioni cyber potrebbe far sì che i conflitti si svolgano su scale temporali troppo brevi perché gli esseri umani possano gestirli efficacemente con la sola tecnologia attuale.»10 Il documento Human Augmentation — The Dawn of a New Paradigm, prodotto nel maggio 2021 congiuntamente dal Ministero della Difesa britannico e dall’omologo tedesco, con il supporto di tre ulteriori agenzie di difesa scandinave e britanniche, lo dice con una franchezza che nessun comunicato aziendale si permetterebbe: «La necessità di utilizzare il potenziamento umano potrebbe in ultima analisi essere dettata dall’interesse nazionale. I paesi potrebbero dover sviluppare e utilizzare il potenziamento umano o rischiare di cedere influenza, prosperità e sicurezza a chi lo farà. Il futuro del potenziamento umano non dovrebbe, tuttavia, essere deciso da eticisti o dall’opinione pubblica.»11 La Cina, con il China Brain Project approvato nel 2016 come parte del 13° Piano Quinquennale, persegue obiettivi diversi: ricerca neuroscientifica di base, diagnosi precoce delle malattie cerebrali e intelligenza artificiale ispirata al cervello, senza la componente esplicita di potenziamento militare.12 La distinzione è rilevante: non tutto ciò che riguarda il cervello è transumanesimo operativo. Ma il quadro complessivo mostra che non siamo di fronte all’iniziativa privata di un miliardario eccentrico: Musk porta alle sue conseguenze commerciali un programma che governi democratici finanziano da decenni con denaro pubblico, e che quegli stessi governi dichiarano sottratto al giudizio degli eticisti.

Non un hardware da ottimizzare, ma un mistero da affrontare con riverenza

La conclusione del paper di Boonstra merita di essere citata integralmente perché è la risposta biomedica alla dichiarazione di Musk al minuto 11:29:

«Il cervello non è una frontiera da conquistare, ma un mistero da affrontare con riverenza. Solo attraverso una scienza rigorosa, un’etica ponderata e una responsabilità incrollabile la neurotecnologia potrà onorare questa complessità.»

La riverenza. Un ricercatore della Vrije Universiteit Amsterdam che conclude un paper biomedico con la parola riverenza. Musk al minuto 11:29 descrive il cervello come hardware con collo di bottiglia da eliminare. Boonstra, con il rigore di chi ha analizzato le evidenze scientifiche disponibili, risponde che si tratta di un mistero da affrontare con riverenza. Non è una risposta religiosa: è una risposta epistemologica. Riverenza come riconoscimento dei limiti della nostra comprensione di fronte a qualcosa che trascende le categorie con cui lo stiamo cercando di misurare.

Il percorso che ha condotto a questa serie di articoli è cominciato dal primo contributo su McLuhan e De Corte pubblicato su questo Osservatorio nell’aprile 2024.13 McLuhan aveva già visto: «Il principe di questo mondo è un grande ingegnere elettronico.» De Corte aveva già diagnosticato: l’intelligenza in pericolo di morte. Neuralink porta questa diagnosi al piano del corpo. Non più la mente che delega funzioni cognitive al sistema digitale attraverso uno schermo, ma il sistema digitale che entra fisicamente nel cervello per eliminare il collo di bottiglia che rende l’uomo «troppo lento» rispetto all’intelligenza artificiale.

I ricercatori di Neuroethics propongono una moratoria motivata dal principio di precauzione. Boonstra chiude con la parola riverenza. Entrambi vedono che il problema è reale e urgente. Ma la domanda che la neuroetica laica non può rispondere è: riverenza verso cosa? Verso quale criterio normativo? Se tutto è processo ottimizzabile, se non esiste natura normativa fissa, se l’uomo è, come proclamava la strategia Osborn analizzata nella serie di questo Osservatorio,14 materiale plastico da riorganizzare secondo i parametri del sistema, la riverenza non ha fondamento. È un sentimento soggettivo privo di ancoramento oggettivo.

È esattamente il quinto nodo di autocontraddizione dell’immanentismo: il sistema non può fondare i propri valori senza presupporre ciò che afferma di escludere. La neuroetica laica vede il problema. Non può risolverlo con i propri strumenti.

La risposta non è nella neuroscienza. È nell’intus legere tomista che abbiamo analizzato nella prima puntata di questa serie: l’intelligenza come facoltà dell’anima incarnata che legge dentro le cose per cogliere l’essere. È nell’imago Dei, non come metafora edificante, ma come definizione ontologica di ciò che l’uomo è: immagine del Logos divino nell’atto intellettivo che orienta al vero.

Se questa definizione è vera, allora la proposta di Musk al minuto 11:29 non è un progetto di potenziamento: è un progetto di sostituzione. Non amplifica l’intus legere: lo bypassa, sostituendo il cammino verso il vero con l’ottimizzazione della banda passante verso il sistema immanente. Di conseguenza, la moratoria proposta da Bublitz et al. non è abbastanza: è necessaria ma non sufficiente. Il problema non è rallentare il processo. È identificare il principio che stabilisce perché ci sono cose che non si fanno: non perché siano tecnicamente impossibili, non perché manchino le prove di sicurezza, ma perché trasformare la mente umana in componente ottimizzata di un sistema artificiale è una degradazione che nessuna larghezza di banda compensa.

Weizenbaum lo aveva detto nel 1976:15 «Poiché non disponiamo attualmente di alcun modo per rendere i computer saggi, non dovremmo affidar loro compiti che richiedono saggezza.» Non è una tesi tecnica. È una tesi morale: ci sono compiti che non dovrebbero essere affidati alle macchine non perché queste non possano eseguirli, ma perché il solo fatto di affidarli a loro ci degrada. La stessa struttura vale per Neuralink: non perché l’impianto non funzioni — funziona per alcune indicazioni mediche documentate — ma perché trasformare il cervello umano in hardware da aggiornare per stare al passo con l’IA ci degrada. Indipendentemente dalla larghezza di banda che il dispositivo riesce a garantire.

Il problema è che la riverenza richiede qualcuno verso cui essere riverenti. E quella Presenza la neuroetica, da sola, non la può indicare.



(Foto: Screenshot youtube)

***

Note

1 Elon Musk, Neuralink Update, Summer 2025, Neuralink, 28 giugno 2025, min. 11:29. Video ufficiale: https://youtu.be/FASMejN_5gs. Internet Archive (copia permanente): https://archive.org/details/youtube-FASMejN_5gs.

2 A. Mondinelli, serie L’idolo nel silicio: Perché l’Intelligenza Artificiale interpella la Dottrina Sociale della Chiesa, Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân, 13 aprile 2026; La Pascendi e la scomposizione algoritmica del Logos, 14 aprile 2026; L’idolo nel silicio. Due principi primi, due destini, 20 aprile 2026.

3 C. Bublitz, J. A. Chandler, F. Molnár-Gábor, M. Sosa Navarro, P. Kellmeyer, S. R. Soekadar, «A Moratorium on Implantable Non-Medical Neurotech Until Effects on the Mind are Properly Understood», Neuroethics, vol. 18, n. 3, art. 46, 14 ottobre 2025. DOI: 10.1007/s12152-025-09612-6. PMCID: PMC12521269. Open access: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12521269/

4 J. T. Boonstra, «Ethical Imperatives in the Commercialization of Brain-Computer Interfaces», IBRO Neuroscience Reports, vol. 19, pp. 718-724, 10 ottobre 2025. DOI: 10.1016/j.ibneur.2025.10.004. PMCID: PMC12553070. Open access: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12553070/

5 M. Herper, «What does Neuralink want — to help people with paralysis, or prepare for a war with AI?», STAT News, 5 gennaio 2026. https://www.statnews.com/

6 Neuralink, PRIME Study Progress Update, 12 aprile 2024. https://neuralink.com/updates/prime-study-progress-update/

7 Synchron, Press Release, 19 marzo 2025: Synchron Unveils Chiral™, the World’s First Cognitive AI Brain Foundation Model. https://www.businesswire.com/news/home/20250319964709/en/

8 C. Bublitz et al., «A Moratorium on Implantable Non-Medical Neurotech», cit. (nota 3), sez. 3.2: «The Case Against Non-Medical Implants».

9 National Science Foundation, Converging Technologies for Improving Human Performance, a cura di M. C. Roco e W. S. Bainbridge, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht 2003; Converging Knowledge, Technology, and Society: Beyond Convergence of Nano-Bio-Info-Cognitive Technologies, a cura di M. C. Roco et al., Springer, Dordrecht 2013.

10 Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), Six Paths to the Nonsurgical Future of Brain-Machine Interfaces, 20 maggio 2019. Dichiarazione del direttore di programma Al Emondi: «DARPA is preparing for a future in which a combination of unmanned systems, artificial intelligence, and cyber operations may cause conflicts to play out on timelines that are too short for humans to effectively manage with current technology alone.» Istituti finanziati: Battelle Memorial Institute, Carnegie Mellon University, Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, PARC, Rice University, Teledyne Scientific. https://www.darpa.mil/news/2019/nonsurgical-brain-machine-interfaces

11 UK Ministry of Defence — Development, Concepts and Doctrine Centre, in partnership con Bundeswehr Office for Defence Planning (con il supporto di Swedish Defence Research Agency, Finnish Defence Research Agency e UK Defence Science and Technology Laboratory), Human Augmentation — The Dawn of a New Paradigm, maggio 2021, p. 13: «The need to use human augmentation may ultimately be dictated by national interest. Countries may need to develop and use human augmentation or risk surrendering influence, prosperity and security to those who will. The future of human augmentation should not, however, be decided by ethicists or public opinion.» https://assets.publishing.service.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/986301/Human_Augmentation_SIP_access2.pdf

12 Mu-ming Poo et al., «China Brain Project: Basic Neuroscience, Brain Diseases, and Brain-Inspired Computing», Neuron, vol. 92, n. 3, pp. 591-596, 2 novembre 2016. DOI: 10.1016/j.neuron.2016.10.050.

13 A. Mondinelli, Il potere di Internet secondo McLuhan e De Corte, Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân, 4 aprile 2024. vanthuanobservatory.com/2024/04/04/il-potere-di-internet-secondo-mcluhan-e-de-corte/

14 A. Mondinelli, Dalla selezione della razza alla «scelta» riproduttiva: genealogia dell’ingegneria umana, Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân, 10 novembre 2025. vanthuanobservatory.com/2025/11/10/dalla-selezione-della-razza-alla-scelta-riproduttiva-genealogia-dellingegneria-umana/

15 J. Weizenbaum, Computer Power and Human Reason. From Judgment to Calculation, W.H. Freeman, San Francisco 1976, p. 227.






martedì 26 maggio 2026

“Magnifica Humanitas”, così Papa Leone XIV ci mette in guardia dal transumanesimo



(Imagoeconomica)

Tra IA, tecnocrazia e transumanesimo, nella sua prima enciclica papa Prevost rilancia la centralità della persona e il valore del limite umano.

Magistero


Giulia Bovassi, 26 Maggio 2026 

“La tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”. Così, in uno dei passaggi d’apertura al Capitolo Terzo di Magnifica Humanitas, dedicato alla sfida tecnologica e alle promesse dell’IA, Papa Leone XIV, riprendendo l’espressione “paradigma tecnocratico” coniata da Papa Francesco, ci parla di un fenomeno caratterizzante l’epoca post-moderna: la “mentalità tecnologica”, quella tendenza a dare una lettura di senso, mediante il codice tecnologico, ad ogni elemento dell’uomo e della realtà, finanche quelli costitutivi.

Questo paradigma – come sottolineato dal Pontefice – va diffondendosi contestualmente alle tecnologie convergenti ed emergenti (nanotecnologie, intelligenza artificiale, scienze cognitive, robotica, biotecnologie) dalle quali, pur essendo ragionevole l’aspettativa di ricevere enormi benefici per l’umanità, è altrettanto ragionevole attendere un uso sregolato e moralmente improprio del loro potenziale. L’ambivalenza tecnologica genera criticità etiche, antropologiche, sociali, spirituali profonde. Il potere di questi strumenti induce alla cosiddetta “inerzia tecnologica”, cioè a ritenerli automaticamente e necessariamente migliori. In tal senso, Papa Leone attualizza le parole di Romano Guardini: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza», spostando il peso del potere proprio delle tecnologie all’individuo, attore principale e responsabile di questa trasformazione.

Magnifica Humanitas, nel solco dei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa e del paradigma tecnocratico, tratta in modo ampio e coerente il tema dell’Intelligenza Artificiale richiamando sia le principali sfide etiche messe in campo dall’applicazione capillare ed eterogenea di questo strumento, sia il dovere, preliminare a qualunque discorso sull’IA, di restare fedeli alla verità sulla persona senza scadere in forme di delega alla macchina, di sostituzione uomo-macchina, di equiparazione tra intelligenza umana e artificiale. Conservare e custodire l’umano, evitando ogni forma di riduzionismo tecnomorfo, è lo scheletro su cui reggere la governance politica, la regolamentazione giuridica e l’etica normativa. In un momento storico dove l’IA rischia di diventare mediatore di problemi etici già radicati nel tessuto sociale e nel cuore dell’uomo; di divenire mezzo attrattivo, seduttivo e persuasivo, in grado di plasmare personalità, convinzioni, idee e principi; dove l’IA apre a delicati bilanciamenti tra sicurezza e privacy; libertà e autonomia; dove alcuni usi sostitutivi (non ultimo quello militare ad oggi senza alcuna regolamentazione etica) rendono già preferibile l’algoritmo alla fragilità umana, il problema si rivela in tutta la sua forza come un problema antropologico-filosofico, anziché tecnico.

“Per questo” – afferma il Santo Padre- “il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”. E, ancora: “Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. L’invito del Pontefice a “disarmare l’IA” non significa, banalmente, arrestare la tecnologia, bensì non essere indifferenti all’esigenza globale di una coscienza tecnologica. In altri termini: la tecnologia incorpora e trasmette una visione specifica dell’uomo e dell’umanità futura. Per questa ragione, il pericolo più insidioso è l’illusione che la potenza dell’IA possa prescindere dalle domande antropologiche.

Quest’ultimo punto risulta particolarmente pregnante alla luce del paragrafo successivo, dedicato alle correnti del Trans e Post-umanesimo, due correnti che affondano le loro radici scientifiche, nel primo caso, e teoriche, nel secondo, sull’idea che la natura umana, la dimensione creaturale della persona, siano obsoleti e l’individuo riducibile a puro organismo informazionale, genetico, biologico, neurologico e, in quanto tale, manipolabile. Il fine di queste correnti consiste nel prendere in mano le redini dell’evoluzione in modo diretto, quindi orientandola verso la costruzione dell’uomo nuovo, ibridato e potenziato (Human Enhancement Technologies), fino alla proposta di sradicare la visione antropocentrica per favorire l’ingresso dell’umanità in un tempo segnato da una specie alternativa, nomadica e senza dualismi (si pensi ai movimenti del tecno e cyber-femminismo), prodotto della contaminazione tra tecnologia, individuo e ambiente.

Detto altrimenti: la dimensione ontologica della persona non è più definita dalla sua natura; al contrario, quest’ultima nozione risulta svuotata di senso e ridefinibile in base a quel che il singolo, la società vuole o a ciò che la tecnologia consente. Il poter fare illimitato è un dovere morale sociale, collettivo da perseguire. I principi ispiratori di queste correnti si sviluppano attorno all’ostilità nei confronti del concetto di “limite” e di quel che con esso si identifica, considerato un male intrinseco e non necessario né per l’individuo né per il benessere della società. Al fine di sconfiggere le insidie causate dalla creaturalità umana, dal fatto evidente e invariabile che l’essere umano non può darsi autonomamente la propria vita, al contrario, si trova “costretto” allo stato di dipendenza dovuto al suo essere imperfetto e mortale, affliggendo l’uomo con disabilità, malattia, vecchiaia, morte, prestazioni deboli e decadimento.

Potenziare l’essere umano significa l’alterazione illimitata, qualitativa e quantitativa, di alcuni tratti e/o capacità umane (fisiche, cognitive, genetiche, emotive, comportamentali, morali) per finalità extra-terapeutiche a scopo migliorativo, fino all’ibridazione con la macchina, all’immortalità digitale e l’ipotesi di una società futura in cui le soggettività non saranno solo umane, ma anche non-umane, facendo così cadere la differenza sostanziale tra l’essere umano e gli artefatti. Il mito della cosiddetta “Singolarità” tecnologica, che anima molti visionari, leader mondiali nel campo dell’innovazione. L’umanità, dunque, corpi e individui, vanno riprogrammati in questo senso e acquisiscono valore come risorse di mercato. La dignità della persona sarà condizionata dal grado di perfezione che ella raggiunge.

Non a caso, il Santo Padre si sofferma sul valore del limite quando afferma che “il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. D’altronde, uno dei paradossi dell’epoca attuale è vedere il nostro tempo scisso fra una crescente sensibilizzazione nei confronti della vulnerabilità, in quanto tratto comune a tutti gli uomini, e quella mentalità tecnomorfa e tecnocentrica che si sviluppa anche nella direzione transumanista, dove non vi è spazio per la vulnerabilità.






Una voce fuori dal coro


(Battle of Ideas, YouTube)

Con un discorso tenuto all’Università di Cambridge, la studentessa britannica di letterature Maeve Halligan, 23 anni, è diventata una tra le più autorevoli voci della critica di genere in Gran Bretagna

La denuncia
«Così l’attivismo gender oggi mente ai bambini» (e dimentica pure gay e lesbiche)



Federica Di Vito, 25 Maggio 2026 

La scorsa settimana Maeve Halligan, studentessa 23enne all’Università di Cambridge e presidente della Cambridge University Society of Women - organizzazione che sostiene i diritti delle donne basati sul sesso biologico -, ha sfidato l’attivismo Lgbtq+ in un discorso che oggi appare più che coraggioso. Una voce che dà speranza, visti alcuni sondaggi poco ottimistici che dimostrano come le giovani donne tra i 18 e i 30 anni siano il gruppo demografico più progressista del Regno Unito, dove per “progressismo” si intende sposare la causa transfemminista, ambientalista, e più in generale “woke”.

Nel suo discorso Maeve denuncia il movimento Lgbtq+ per aver spostato la sua attenzione verso l’ideologia trans, anziché proteggere i reali diritti di gay e lesbiche, facendo poi pagare il prezzo più alto ai bambini con procedure mediche irreversibili: «Ci sono oltre 60 Paesi, la maggior parte nel Sud del mondo, dove l'omosessualità è ancora illegale. La lobby LGBTQ+ qui è più interessata ai pronomi». Riferendosi esplicitamente a gruppi come Stonewall - la più grande organizzazione per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender in Europa - Maeve denuncia le continue richieste scandalose basate sulla sua agenda trans: «L’organizzazione che un tempo marciava per la liberazione gay ora tiene seminari su come superare la resistenza delle lesbiche nei confronti degli uomini».

La studentessa contesta la premessa secondo cui l’identità di genere percepita debba prevalere sul sesso biologico, che lei definisce come «reale e immutabile». Critica l’idea che l’auto-rappresentazione soggettiva possa annullare la realtà biologica: «Oltre l’80% dei maschi che si identificano come lesbiche transgender conservano la loro anatomia maschile. La maggioranza sono, secondo qualsiasi definizione precedente, uomini eterosessuali. Il movimento che avrebbe dovuto proteggere le lesbiche sta invece fornendo loro una copertura ideologica per essere costrette ad accettare partner dal corpo maschile, ribattezzati come una questione di inclusività». Maeve denuncia come le donne lesbiche vengano etichettate come «transfobiche» o molestate se rifiutano partner che sono uomini biologici identificatisi come donne, definendo questo atteggiamento come «omofobo e lesbofobo». Halligan nel suo discorso ha sostenuto con forza la necessità di mantenere spazi separati per sesso biologico, come servizi igienici, spogliatoi e competizioni sportive, per garantire la sicurezza, la dignità e la privacy di donne e bambini dichiarando che «i bagni delle donne non sono per gli uomini».

Maeve punta il dito contro una diffusa cultura della paura negli ambienti accademici, dove il dissenso rispetto all'identità di genere percepita può portare all'isolamento sociale o professionale. Vengono inoltre citati i rischi medici per i minori emersi dal Cass report, che ha portato alla chiusura della clinica Tavistock nel Regno Unito - argomento su cui Il Timone ha dedicato un approfondito primo piano intervistando anche Hannah Barnes, giornalista della Bbc che ha scritto un importante libro-inchiesta sull’argomento (qui per abbonarsi). «Prima della disponibilità e della normalizzazione dei bloccanti della pubertà», spiega la studentessa, «ogni studio ha dimostrato che la stragrande maggioranza dei bambini con disforia di genere l'ha superata ben prima dell’età adulta». Un’enorme infrastruttura ideologica ha mentito ai bambini raccontandogli che «le donne trans sono donne; gli uomini trans sono uomini» come un fatto accertato, costringendoli a ripeterlo o, in alternativa, ad affrontare accuse di bullismo transfobico.

Nonostante la pressione ideologica, istituzioni accademiche storiche come la Cambridge Union - il più antico club di dibattito studentesco al mondo, di cui Maeve è una voce autorevole - continuano a fungere da palcoscenico per discorsi critici che sfidano il consenso accademico dominante, attirando l’attenzione dei media nazionali e internazionali. «Sii coraggioso», così si rivolge Maeve agli uditori alla fine del suo discorso, «metti in discussione la versione dei fatti che ti viene propinata. Una “gentilezza” che comporta mentire ai bambini e medicalizzarli, tradire le persone lesbiche e gay, smantellare i diritti conquistati a fatica dalle donne e minacciare chi si oppone non è affatto gentilezza. Quindi no, non condivido questa “gentilezza”. Dirò invece la verità». 

(Battle of Ideas, screenshot YouTube)