sabato 4 aprile 2026

I segnali di Papa Leone riguardanti la Messa Tradizionale




Nella traduzione a cura di Chiesa e post-concilio da El Wanderer, l'ennesima riflessione sugli ultimi messaggi riguardanti la Messa antiquior, che acquista rilevanza in virtù dell'autore, Joseph Shaw, presidente della Federazione Internazionale Una Voce. 

sabato 4 aprile 2026


di Joseph Shaw* 


Il 18 marzo, il cardinale Parolin si è rivolto a una riunione plenaria dei vescovi francesi con una lettera contenente un messaggio – o una serie di messaggi – di Papa Leone. La lettera esortava i vescovi a difendere le scuole cattoliche e a non trascurare l'attenzione da dedicare ai sacerdoti colpevoli di abusi, e affrontava anche la questione della Messa tradizionale in latino.

«Cari fratelli, intendete affrontare il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre dedica particolare attenzione, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo. È preoccupante che nella Chiesa persista una ferita dolorosa riguardo alla celebrazione della Messa, sacramento stesso dell'unità. La sua guarigione richiede una rinnovata apertura reciproca, con una più profonda comprensione delle sensibilità altrui: una prospettiva che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell'unità della fede. Che lo Spirito Santo vi ispiri soluzioni concrete che includano generosamente coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo, in armonia con le linee guida del Concilio Vaticano II sulla liturgia».

Siamo stati piuttosto a corto di indicazioni concrete sull'atteggiamento di Papa Leone nei confronti della Messa tradizionale (se ha optato per il termine Vetus Ordo, per me va bene) e questa lettera ha suscitato molti commenti.

La prima cosa da notare è il modo in cui Papa Leone ha scelto di contribuire al dibattito tra i vescovi francesi: con una lettera che non è sua, bensì del suo Segretario di Stato. In tal modo, agisce attraverso i canali formali e si astiene dal creare quello che potrebbe essere considerato un testo magisteriale ufficiale.

Inoltre, il Papa non ha espresso il suo parere tramite il Nunzio Apostolico in Francia, l'Arcivescovo Migliore. L'intervento del Cardinale Parolin, il più alto funzionario della Curia, gli conferisce maggiore peso, e le modalità con cui è stato pronunciato ne hanno garantito la natura pubblica. Tutto ciò sembra essere stato orchestrato con molta cura. È interessante notare che Parolin non è noto per essere un amico del Vetus Ordo; il messaggio conciliante da lui trasmesso appare particolarmente incisivo, e non vi è dubbio che le idee contenute nella lettera provengano direttamente dal Santo Padre.

Il testo è scritto con cura. Papa Leone esprime la speranza che lo Spirito Santo suggerisca ai vescovi "soluzioni pratiche"; lui stesso non ne propone alcuna. Ma offre loro un'idea di come potrebbero essere delle buone soluzioni.

Innanzitutto, si tratterà di soluzioni "pratiche", in contrapposizione a quelle ideologiche o teologiche. Il problema non è meramente pratico, ma i vescovi dovrebbero affrontarlo con l'obiettivo di trovare una soluzione concreta, che "includa generosamente" coloro che aderiscono al Vetus Ordo. Ciò implica un qualche tipo di adattamento pratico, che non può che significare consentire un maggior numero di celebrazioni dell'antica liturgia.

Questo adattamento è a beneficio di coloro che sono "sinceramente" legati alla Vecchia Messa. "Sinceramente" suggerisce un contrasto con coloro il cui attaccamento è strumentale: coloro che vogliono usare il Vetus Ordo per qualche scopo nascosto. La loro esistenza non viene negata, e forse possono essere incolpati delle vecchie dinamiche politiche, ma è chiaro che ora sono meno importanti della stragrande maggioranza di coloro che partecipano alla Messa, che la apprezzano perché la trovano spiritualmente appagante. Se così fosse, non sarebbero necessarie ulteriori motivazioni.

L'importanza e l'adeguatezza di questo tipo di soluzione diventano ancora più evidenti. È importante perché la situazione attuale rappresenta una “ferita dolorosa”. Nessuno è da biasimare per questa ferita; forse è meglio vederla semplicemente come la sfortunata conseguenza della storia, compresa la storia più recente. A una lettura superficiale, la metafora della “ferita” potrebbe sembrare riferirsi alla divisione insita nella semplice esistenza di due riti liturgici rivali, ma se Papa Leone è preoccupato di una soluzione pratica per aiutare coloro che si sentono legati alla forma più antica, non può essere questo il suo intento. La ferita che preoccupa il Santo Padre è una ferita che può essere sanata attraverso l'inclusione “generosa” di coloro che si sentono vincolati al Vetus Ordo, il che suggerisce che avesse in mente la loro profonda infelicità nel sentirsi esclusi dalla cura pastorale della Chiesa. Papa Leone chiede ai vescovi di comprendere la sensibilità di coloro che si sentono legati al Vetus Ordo e, una volta raggiunta tale comprensione, di rispondere a tale sensibilità adottando misure per la celebrazione di questa liturgia.

Alcuni potrebbero sostenere che coloro che aderiscono al Vetus Ordo abbiano una maggiore comprensione dell'altra parte nel dibattito, ma ovviamente questa lettera non è indirizzata a un incontro di tradizionalisti, bensì a un incontro di vescovi. In realtà, per quanto riguarda la comprensione, la situazione non è simmetrica. La stragrande maggioranza dei cattolici legati alla Messa Antica ha molta familiarità con la Messa Riformata e con le persone che la frequentano, avendo vissuto per decenni con il Novus Ordo e avendo scoperto il Vetus Ordo solo in età adulta. È l'ambiente tradizionale che, comprensibilmente, rimane un mistero per coloro – sacerdoti e vescovi – che non ne hanno mai avuto molti contatti.

L'idoneità di un adattamento per il Vetus Ordo è suggerita dal fatto che esso scaturisce da «una prospettiva che permette ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell'unità della fede». È di fondamentale importanza che il Vetus Ordo possa essere descritto come parte della «diversità» in senso positivo. Ciò significa che Papa Leone lo intende come qualcosa che ha qualcosa da offrire alla Chiesa, qualcosa che «arricchisce» il tutto, e che è in grado di farlo nella carità e nell'unità della fede. Coloro che si sentono vincolati al Vetus Ordo, come tutti i cattolici, sono chiamati all'unità della fede, e questa è una chiamata a cui i tradizionalisti rispondono con gioia. È fondamentale sottolineare che l'antica liturgia non deve essere considerata di per sé un ostacolo all'unità della fede. Questa idea è stata la giustificazione addotta da Papa Francesco nella Traditionis Custodes per l'abolizione della Messa antica: la diversità liturgica mina l'unità della Chiesa. Tale argomentazione è stata ribadita dal Cardinale Arthur Roche all'ultimo concistoro, nel breve documento distribuito ai cardinali.

Questa lettera segna indubbiamente la fine di tale argomentazione. Il problema, tuttavia, persiste, poiché la Traditionis custodes rimane legge ecclesiastica, ostacolando seriamente i vescovi in Francia e altrove nell'attuazione delle soluzioni pratiche che Papa Leone ora auspica. I vescovi non possono autorizzare le celebrazioni del Vetus Ordo nelle chiese parrocchiali; non possono creare nuove parrocchie personali; e non possono permettere ai sacerdoti ordinati secondo la Traditionis custodes di celebrarlo. Tutte queste misure sono state esplicitamente concepite per contribuire all'eliminazione della vecchia liturgia e per stabilire l'unità liturgica (nelle parole di Papa Francesco) "in tutta la Chiesa di rito romano". Se Papa Leone respinge le critiche alla diversità liturgica e desidera soluzioni pratiche per un'altra ferita nella Chiesa, creata dall'emarginazione dei cattolici legati al Vetus Ordo, deve rivedere queste norme.


Fonte: The Catholic Herald


* Presidente della Federazione Internazionale Una Voce








In memoria di Vittorio Messori





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by Aldo Maria Valli 04 apr 2026



È morto ieri sera, nel venerdì santo, Vittorio Messori, il giornalista e scrittore autore del best seller «Ipotesi su Gesù» e di tanti altri. Era nato a Sassuolo il 16 aprile 1941.

Per ricordare Messori ripubblico un mio articolo del 17 dicembre 2017, nel quale mi occupavo della bella intervista concessa dallo scrittore all’amico Aurelio Porfiri. Messori toccava tanti temi, ma soprattutto parlava della morte (tema al quale dedicò il libro «Scommessa sulla morte»).

Ho avuto la possibilità di intervistare più volte Messori e conservo il ricordo della sua gentilezza e disponibilità. Conversare con lui era un piacere e un privilegio.





di Aldo Maria Valli

«Ormai, anche per tanti credenti divenuti incerti sulla verità dell’Aldilà cristiano, potrà sembrare strano quanto sto per dire: ma il progetto che domina su tutti è di chiudere “bene” la mia avventura terrena. Insomma, per dirla chiara: vorrei innanzitutto morire “bene”, nel senso evangelico».

Sapete di chi sono queste parole così inusuali? Non di un cardinale, non di un vescovo, di un parroco, di un religioso o di un teologo. Sono in realtà di un laico cattolico, ma non di uno qualunque: Vittorio Messori.

La riflessione si trova nella bella intervista fatta a Messori da Aurelio Porfiri alla fine del libro «Et-Et. Ipotesi su Vittorio Messori» (edizioni ChoraBooks), nel quale l’esperienza umana, spirituale, religiosa e professionale dello scrittore, autore del celeberrimo «Ipotesi su Gesù» e di numerosi altri successi editoriali, è ripercorsa con senso di partecipazione e aperta simpatia.

L’amico Porfiri, uomo poliedrico, dalle mille iniziative e capacità culturali (giornalista, scrittore, editore, compositore di musica sacra e direttore di coro) mi perdonerà se mi concentrerò soltanto sull’intervista. Del resto chi ama Messori conosce la sua vicenda, e chi non lo conosce spero sarà invogliato da queste poche righe a conoscerlo meglio, specialmente attraverso la lettura dei suoi libri. Mi concentro sull’intervista perché mi sembra che Messori, uomo riservato, in questo caso, certamente aiutato dall’umanità e dalla premura dell’intervistatore, si sia lasciato andare ed abbia aperto veramente il suo cuore.

È dunque la morte il pensiero dominante per lo scrittore in questo frangente della sua vita, e Messori lo dice senza giri di parole, con naturalezza. «Cerchiamo di capirci, senza le ipocrisie dell’ideologia oggi egemone: the political correctness, il politicamente corretto, questo capolavoro di ipocrisia e di rimozione grottesca di tutto ciò che è sgradevole. Io ad aprile ho compiuto settantasei anni, l’età in cui sono già in pensione persino i vescovi. La mia speranza di vita è tra i sei e i sette anni, stando alle statistiche, che non è affatto detto che riesca a rispettare. Comunque, il salmo 90 lo ricorda chiaramente: “Settanta sono gli anni dell’uomo. Ottanta solo per i più robusti”. Dunque, com’è giusto, mi preparo a passare dall’altra parte».

Ecco. Con il suo stile giornalistico, che lo ha reso famoso in tutto il mondo, Messori dice pane al pane e vino al vino. Niente di speciale, pensandoci bene. Eppure sono affermazioni straordinarie in una cultura come la nostra, all’interno della quale anche la Chiesa, per non fare dispiacere al mondo e non apparire retrograda, ha smesso da tempo di parlare della morte e delle cose ultime, compreso il giudizio di Dio.

Per Messori, invece, quel momento del giudizio è importante. Anzi, è l’unica cosa che conta. Per questo si sta preparando a morire. Per questo, insieme a sua moglie Rosanna, ha richiesto e ricevuto quella che una volta si chiamava estrema unzione e adesso, dopo il Concilio, è diventata unzione degli infermi. Una richiesta, spiega, giusta e opportuna, dato che la vecchiaia stessa è una malattia.

Messori, insomma, si sta preparando, da cristiano e da cattolico, al futuro, «quello con la F maiuscola», ovvero «quello che non terminerà mai». Il che, in ogni caso, non gli impedisce di stare ancora sul pezzo, come si dice in gergo, e di starci da par suo.

Sentite questa: «È triste constatarlo, ma si ha l’impressione che la gerarchia attuale faccia una riverenza solo formale allo straordinario insegnamento di Giovanni Paolo II. Pur senza dirlo, molti credono che le sue grandi encicliche siano “superate”. Si ha l’impressione che all’interno della Chiesa stessa si cerchi in qualche modo di smorzare il ricordo di quella che è stata certamente una ventata di Spirito Santo nella Chiesa».

Messori è stato amico di papa Wojtyła e l’ha intervistato in quel best-seller mondiale che è «Varcare la soglia della speranza». Ma nel suo giudizio non c’è solo una comprensibile nostalgia. C’è tutta l’amarezza di chi vede, nella Chiesa d’oggi, il tentativo di superare l’insegnamento di Giovanni Paolo II (pensiamo solo alla «Veritatis splendor»), e di altri maestri e pastori, in nome di un vago aggiornamento fondato per lo più sull’ambiguità e sul desiderio di mostrarsi amici del mondo, anche a prezzo di offuscare, se non di tradire, le eterne verità divine.

Messori sa bene che oggi, fra cattolici, è quasi vietato parlare del giudizio di Dio. La consegna è limitarsi alla misericordia, senza approfondire. Ma lui non ci sta e lo dice: «Per la logica dell’et-et, non bisogna dimenticare che noi saremo giudicati non con un solo criterio, ma con due. Cristo ci giudicherà secondo misericordia e secondo giustizia: il giudizio non può essere ingiusto, così come il giudizio non può essere spietato. Ci sarà sicuramente misericordia, ma ci sarà anche giustizia. Per fare due soli nomi tra gli infiniti possibili, anche per l’infinita misericordia del Dio di Cristo, Stalin non è, che so, don Bosco. L’accentuazione unilaterale di uno solo degli aspetti divini, la misericordia, porta a un cristianesimo monco che tralascia un aspetto essenziale del Vangelo: la doverosa severità del Cristo, pur accanto alla sua commovente tenerezza. Le terribili (seppure bellissime) parole del “Dies irae” sono squilibrate da una parte, dimenticando l’altra parte. Ma non possiamo, per negazione, immaginare il Giudice celeste come il vecchio zio che l’età ha reso sentimentale se non rammollito e che è pronto a perdonare tutto, ma proprio tutto, ai nipotini, anche a quelli riottosi sino all’ultimo».

Messori è stato anche il grande intervistatore di Joseph Ratzinger (il best-seller internazionale in questo caso è «Rapporto sulla fede», del 1985) e da parte dello scrittore non poteva mancare un pensiero su Benedetto XVI: «Io non solo l’ho sempre stimato come studioso, ma ho molto amato l’uomo, il cristiano Ratzinger. Chi lo conosce davvero, standogli vicino (come è capitato, per fortuna, a me) sa che è una delle persone più buone, più miti, più comprensive, oltre che più colte. In lui si uniscono il rigore dell’ortodossia e, nello stesso tempo, la misericordia, la tolleranza, l’apertura. L’ho visto anche di recente, nel suo ritiro nella villetta nei giardini vaticani che era un monastero di monache di clausura: è stato un incontro molto bello e per me anche commovente, trovandolo lucido come sempre ma assai smagrito, appoggiato a un girello anche per muovere pochi passi. Proprio perché gli volevo e gli voglio bene mi sono amareggiato quando è stato eletto Papa. Anche per lui è stata una sorpresa che si augurava non gli capitasse. È anzitutto uno studioso, un docente, uno scrittore di cose teologiche. In fondo, questa è la sua maggior grandezza morale: ha sacrificato alla Chiesa la sua natura e la sua vocazione, che è quella della tranquillità, delle biblioteche, del cerchio degli studenti, dei colloqui a tu per tu, delle dotte relazioni ai congressi specializzati. Ha sempre obbedito alla Chiesa, accettando il sacrificio, prima quando è stato strappato da Paolo VI alla sua università bavarese per fare l’arcivescovo di Monaco di Baviera, poi quando è stato chiamato da Giovanni Paolo II a fare il prefetto dell’ex Sant’Uffizio e alla fine quando è stato “obbligato” al papato. A settantotto anni, quando sperava di poter tornare, per il tempo che gli restava, ai suoi studi prediletti».

Quanto a Francesco, da tempo Messori ha deciso di tenere la bocca chiusa (i suoi papi, dice, sono stati Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e «adesso tocca ad altri misurarsi con altri pontificati»). Rispetteremo questa sua scelta, limitandoci a ricordare le perplessità da lui espresse sul «Corriere della sera» nel 2013 e ribadite tre anni dopo, in un’intervista a Bruno Volpe per lafedequotidiana.it, quando disse fra l’altro: «Questo Papa ha fatto una scelta unilaterale per la misericordia e mi domando: che dovremo fare, strappare tante pagine del Vangelo nelle quali Gesù è severo e persino duro? … Tante cose in questo momento mi lasciano perplesso e per questo motivo e per senso di responsabilità sto zitto. Certamente come cattolico sono allarmato e preoccupato, ma la mia scelta è diversa da quella di qualche altro autorevole collega e giornalista. In fondo mi domando chi sono io per giudicare il Papa. Però sono convinto e lo ripeto, che a Francesco la dottrina interessi molto poco».

Interessante è in ogni caso la distinzione che Messori fa tra il papa e il papato. Da quando, grazie alle tecnologie della comunicazione, il papa è di venuto una figura centralissima sulla ribalta mondiale, tutta l’attenzione è concentrata su di lui, ma secondo Messori ha poco senso interessarsi al papa in quanto persona. «A me – spiega – non interessa se il papa è antipatico o simpatico, non mi interessa se è nero o bianco o rosso, non mi interessano i suoi tic, le sue manie, le sue prospettive private; mi interessa il fatto che, misteriosamente, per indicazione dello Spirito Santo, quell’uomo sia il successore di Pietro, dunque sia anche il vicario di Cristo in terra. Per cui ripeto: ciò che a me interessa, ma credo dovrebbe interessare a tutti, è l’istituzione papale, il fatto che ci è stato fatto questo dono, perché il papato in una prospettiva di fede è un dono. Il resto è solo motivo di una curiosità che può anche non esserci».

Prima di chiudere, un’ultima frase di Messori sul mondo cattolico attuale: «Quel che resta del mondo cattolico pensa che il suo solo dovere sia l’affannarsi il più possibile per le opere sociali, per ogni tipo di bisogno materiale. È giusto ed è bello, pur non dimenticando che, per questo, non occorre la fede: il mondo è pieno di volontariato, spesso ammirevole, di agnostici e di atei. Nel loro affanno sociale i credenti “adulti” hanno dimenticato che la più alta delle “opere di carità” è il suffragio per i defunti, questo aspetto centrale della splendida realtà che la Tradizione chiama “la comunione dei Santi”: i vivi aiutano i morti ricordandoli alla misericordia divina e i morti intercedono presso Dio per i vivi. Che c’è di più “sociale”? E che c’è di più dimenticato?».

Circa la preparazione di Messori al grande passo nell’Aldilà, nell’affettuosa prefazione Marco Tosatti scrive: «Preparati come vuoi, ma non in silenzio; e, per favore, non tirare i remi in barca. In una Chiesa in cui ci si tirano addosso gli aut-aut ogni cinque minuti, c’è proprio bisogno che la tua penna ci ricordi ancora, e di frequente, la ricchezza dell’et-et, lo splendore e la grandezza di ciò che ha significato per Roma. C’è più che mai bisogno di te, e della tua razionalità, quella che ha convinto così tante persone che credere è la cosa più logica, nel momento in cui il preposito generale della Compagnia di Gesù afferma che non sappiamo bene che cosa Gesù ha detto perché non c’erano i registratori… E tu vorresti calare le vele proprio ora? Ma ti pare?».

Sottoscrivo.







venerdì 3 aprile 2026

Siamo qui davanti alla tua Croce, o Cristo, e guardiamo il tuo volto e il tuo corpo crocifisso


Ecce Homo – Andrea Mantegna, 1500 circa, 
dipinto tempera a colla e oro su tela montata su tavola (54×42 cm), 
conservato nel Museo Jacquemart-André di Parigi.


Di Redazione Blog di Sabino Paciolla 3 aprile 2026



Venerdì Santo – 3 aprile 2026

Is 52,13-53,12; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42



di don Ambrogio Clavadei

N.B. Il Venerdì Santo il Rito Romano, dopo le prime due letture, prevede la lettura di tutto il Vangelo della Passione secondo Giovanni e normalmente non c’è la predica. Ciò che qui propongo sono dunque solo alcuni spunti meditativi per cogliere il valore di questo giorno che sta al cuore del Mistero della Salvezza.

Siamo qui davanti alla tua Croce, o Cristo, e guardiamo il tuo volto e il tuo corpo crocifisso. Ma come si fa a stare di fronte a questa Croce, a questa tua Croce di cui tu hai detto: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32)?

Nessuno dei tanti protagonisti importanti o marginali di cui narrano i Vangeli della tua Passione ha saputo stare davanti alla tua Croce. Nessuno di loro ha avuto il cuore di voler o di poter resistere. Nessuno ha avuto non solo un amore sufficiente, ma nemmeno un dolore sufficiente, che scaturisse dal dolore che ti era inflitto proprio per l’amore che stavi dimostrando per loro come per tutti noi.

Si sono tirati tutti indietro, schifati, o indifferenti, beffeggianti o impauriti, insultanti o intimiditi, tutti almeno con un ultimo ritegno o con un pregiudiziale sdegno. E noi oggi, ma poco o tanto sempre, siamo un po’ come loro. Certo non schifati, beffeggianti o insultanti, questo no, ma tutti ci portiamo dentro un ultimo variegato, magari anche solo esile, ritegno.

Eppure, almeno oggi, proprio in questi giorni in cui tu più esplicitamente ci attiri a te, dovremmo avere non dico un amore sufficiente, ma almeno un dolore senza tergiversazioni, senza aggiramenti, senza contorcimenti. Dovremmo avere un po’ di quel dolore puro che è l’altra faccia dell’amore puro; la faccia meno luminosa dell’amore, ma che, come l’altra faccia della luna, appartiene comunque alla stessa realtà di un unico pianeta. Dovremmo avere almeno il dolore dell’amore, un dolore che nasce dal coraggio di guardare in faccia il tuo dolore d’amore per noi. Ma il tuo volto è sfigurato proprio dal nostro mancato dolore, dalla nostra incapacità di addolorarci del nostro peccato. Per questo non siamo capaci del tutto di guardarti in faccia.

E così, come i protagonisti di allora della tua Passione, ma sarebbe meglio dire teatranti, noi ci disponiamo attorno alla tua Croce come cerchi concentrici che più o meno si distanziano da te che sei il Centro in cui tutto consiste. Ogni uomo ha il suo cerchio, più o meno ampio, lo ebbero i tuoi apostoli, lo ebbero tutti, tutti ti stettero lontani.

E anche noi ti stiamo poco o tanto lontani. Siamo qui formalmente davanti e vicini a Te, ma col cuore siamo lontani, rinchiusi dentro il particolare cerchio egoistico del nostro dolore interessato che scaturisce dall’inevitabile delusione e lamentazione della pretesa. Guardiamo alle nostre croci, ci facciamo attirare dalle nostre croci – e oggi ce ne sono purtroppo più che mai – ma non le guardiamo a partire dalla tua Croce, e così ci lamentiamo di noi stessi, senza lamentarci di te e per te.

E così ogni nostro mancato dolore diventa parte di quanto un tempo ti hanno fatto. Ogni nostro “no” è ancora una volta uno sputo, uno schiaffo e una spina, ogni “no” un colpo di flagello, ogni “no” un chiodo che segna le tue carni. Siamo stati noi – ieri – a ridurti così col nostro oggi. Ma tu, Cristo – oggi come ieri – continui a prendere su di te con mitezza tutti i nostri mancati dolori e amori che ti segnano, che ti sfigurano. Tu non ti opponi, ma sempre ti proponi: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 5-6).

Eri e sarai e sei per sempre il più bello tra i figli dell’uomo e noi continuiamo a ridurti senza apparenza né bellezza; eppure proprio il tuo disfacimento da parte nostra è stato e rimane la tua e nostra vittoria:


“Ecco, il mio servo avrà successo,

sarà onorato, esaltato e molto innalzato.

Come molti si stupirono di lui

– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –

così si meraviglieranno di lui molte genti;

i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,

poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato

e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?

A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per provare in lui diletto.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà la loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha consegnato se stesso alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i peccatori” (Is 52, 13 – 53, 12).


Ma anche se la tua vittoria s’innalza dalla nostra sconfitta, quella sconfitta che è stato il cercare di abbatterti con la nostra tracotanza, nulla toglie al fatto della nostra colpa nell’averti ridotto così. La felix culpa non è che ci renda proprio felici! È infatti la nostra triste colpa quella che vediamo sul tuo corpo e sul tuo volto e di cui abbiamo schifo; è la colpa di ognuno di noi qui presenti che hai preso su di te, perché chi dicesse di essere senza peccato farebbe di te, di te che sei Somma Verità, un bugiardo (cfr. 1 Gv 1, 10).

Ma la colpa più grave, quella che ti ha ferito e ferisce di più, è che noi ti dimentichiamo, accusando te di dimenticanza, così da non aver bisogno del tuo perdono: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato” (Is 49,14). Il nostro cerchio ha dentro il suo perimetro qualche segmento del cerchio ultimo del traditore, quella sorta di girone infernale in cui viveva Giuda, che rifiutò anche solo l’idea di poter essere perdonato, e così divenne imperdonabile, perché pensare di essere imperdonabile è imperdonabile, perché è la fuga ultima e vigliacca dal dolore del tuo amore per noi, per ogni uomo, per quell’uomo che ti fu nemico, ma al quale tu dicesti “amico” (Mt 26, 50). È l’inizio dell’odio: non voler dipendere dal tuo perdono, non voler entrare nel vortice del tuo amore che perdona, là dove chi si perde si trova (cfr. Mc 8, 35). Così ci si perde davvero.

Riconosciamolo, allora! Noi non sappiamo stare di fronte alla tua Croce. Nessuno di noi. Nessun uomo. Solo un punto umano è coinciso perfettamente e totalmente col tuo amore e col tuo dolore, mediante il perfetto amore e dolore del suo cuore umano, del suo cuore di donna e di madre che ti ha partorito. Solo la Madonna: “Stabat Mater dolorosa juxta Crucem”. Solo la Madonna.

Giovanni e le pie donne erano già un passo indietro, un piccolo cerchio, ma comunque cerchio. Solo lei è stata lì davanti a te, dritta in piedi, assolutamente non ripiegata su un dolore furbescamente interessato, ma totalmente abbracciata a te, centro sul Centro, una cosa sola amorosa e dolorosa con te che eri tutto dolore perché tutto amore, così che solo lei è stata veramente dolorosa, perché totalmente interessata di un dolore non suo – lei che era l’Immacolata – ma nostro. E veramente dolorosa perché veramente amorosa. E veramente e totalmente amorosa di quel dolore, perché veramente e totalmente desiderosa di partecipare al perdono, all’assoluzione di quel peccato nostro e che non era suo. È il tuo braccio inchiodato sulla Croce che assolve, ma dentro c’è il suo cuore a te fissato. Desiderosa di partecipare col suo figlio al dolore del Figlio del Padre, corredentrice dei nostri peccati. Solo lei, insieme con te, anche se non alla pari, ha provato, proprio perché senza colpa, cosa sia il dolore puro, il dolore schietto dell’amore, il dolore acuto di chi abbraccia le spine del peccato altrui: “juxta Crucem lacrimosa dum pendebat Filius”.

Solo il dolore vero della Madonna ha saputo stare, ha saputo resistere impavido, dire il sì definitivo, il sì amoroso per unirlo al tuo sì amoroso e crocifisso: due sì congiunti in un comune distinto sacrificio. Un sì che allora è stato tanto nuziale e fecondo quanto verginale e apparentemente infecondo. Verginale perché proferito dentro il reciproco distacco dell’abbandono: tu abbandonato dal Padre, lei abbandonata da te. Un distacco lacerante e trafiggente. Trafitti tu e lei. Tu dalla lancia della morte, lei dalla spada della tua morte: “pertransivit gladius”. Ma nuziale perché dal vincolo d’amore di questo distacco, segnato dal comune sacrificio dell’abbandono, è nata la tua Chiesa. Sangue tuo mescolato all’acqua dello Spirito e riversati dentro il grembo del cuore della Madonna scavato dalla spada del dolore, per la genesi, per il parto e la nascita del mondo nuovo. Lì è nata la grande compagnia di cui lei è Madre, e che è il nostro possesso di te, il tuo non abbandono di noi dentro il nostro continuo abbandono smemorato di te: “Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece – io con mia Madre, memoria vivente della Chiesa – non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho inciso sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me” (Is 49,14-16).

È con queste incisioni che tu non ci dimentichi, o Cristo. Che tu non ci dimentichi. Fa’ che anche noi non ci dimentichiamo e, per intercessione della tua Madre dolorosa, donaci la grazia che il cerchio con cui contorniamo la Croce della tua salvezza si restringa sempre di più nella misura in cui ci lasciamo attirare da te. Si restringa il cerchio mentre si dilata il cuore.






Messa e sacerdozio



L'arcivescovo di Colonia ribadisce l'imprescindibilità dell'Eucaristia e dell'ordine sacro tra laici che predicano, preti che non celebrano e liturgie della Parola senza necessità. Derive diffuse nella Germania sinodale come in alcune diocesi italiane.


Il monito di Woelki vale anche in Italia

Editoriali 

Controcorrente

Luisella Scrosati, 03-04-2026

È un’omelia da incorniciare quella pronunciata dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo metropolita di Colonia, il 30 marzo scorso, in occasione della Messa crismale. Nella ineffabile cornice architettonica del Duomo di Colonia, è la grandezza della chiamata al ministero sacerdotale a risuonare, nella sua esigenza di «celebrare i misteri di Cristo secondo la Tradizione della Chiesa con fedele riverenza, a lode di Dio, per la salvezza del suo popolo».

I misteri di Cristo si rendono presenti nella Chiesa ogni volta che i sacramenti vengono celebrati ed amministrati, ed in particolare nell’Eucaristia. Ma all’Eucaristia, fin dai primissimi tempi della Chiesa, sono strettamente uniti anche l’annuncio della Parola di Dio e le opere di carità, nel soccorso del prossimo. Il cardinale ha ricordato l’insegnamento del Concilio Vaticano II: «i presbiteri, nella loro qualità di cooperatori dei vescovi, hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum Ordinis, 4), così che il ministro cui spetta di presiedere l’Eucaristia è lo stesso che deve anche annunciare la Parola di Dio nell’omelia.

«Perciò, cari confratelli, di fronte ai tentativi di oggi di separare l’annuncio della Parola di Dio nell’omelia dalla presidenza della celebrazione eucaristica, facciamo attenzione a custodire questo importante legame teologico e non sottoponiamolo a una visione meramente funzionalistica». L’esortazione del cardinale ha chiaramente davanti agli occhi i numerosi abusi, che avvengono nelle chiese in Germania, di affidare l’omelia ad un laico, talvolta nemmeno cattolico, in nome di una errata concezione del sacerdozio battesimale di tutti i fedeli. Abusi che non si limitano ai confini della diocesi di Colonia, né alle sole diocesi tedesche, ma che si sono diffusi un po’ ovunque, inclusa l’Italia.

L’insegnamento della Chiesa è chiaro, ed è stato riassunto e riproposto in modo autorevole dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004), che ricorda come «l’omelia, che si tiene nel corso della celebrazione della santa Messa» fa parte «della stessa Liturgia» e «di solito è tenuta dallo stesso Sacerdote celebrante o da lui affidata a un Sacerdote concelebrante, o talvolta, secondo l’opportunità, anche al Diacono, mai però a un laico» (n. 64). Una eventuale prassi di affidare ad un laico l’omelia «è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine» (n. 65). Questo «divieto di ammissione dei laici alla predicazione durante la celebrazione della Messa» si estende a tutti coloro che non hanno ricevuto almeno l’ordine sacro del Diaconato, e dunque vale anche «per i seminaristi, per gli studenti di discipline teologiche, per quanti abbiano ricevuto l’incarico di “assistenti pastorali”, e per qualsiasi altro genere, gruppo, comunità o associazione di laici» (n. 66). Ai laici possono essere affidate altre forme di predicazione diverse dall’omelia, in chiesa o in un oratorio, «se in particolari circostanze la necessità lo richiede o in specifici casi l’utilità lo esige», sempre però al di fuori della Messa, e prestando sempre attenzione ad alcune precise condizioni: 1. che non si muti «da caso di assoluta eccezionalità a fatto ordinario»; 2. che non avvenga come espressione di una pretesa «autentica promozione del laicato»; 3. che tale facoltà sia conferita dall’Ordinario del luogo (n. 161).

Il cardinale Woelki ha voluto altresì ricordare con particolare enfasi che «la Chiesa consiglia con insistenza soprattutto a noi sacerdoti, la celebrazione quotidiana della Santa Messa». Non è un obbligo, ma resta il fatto che la celebrazione quotidiana è «costitutiva del nostro essere e del nostro agire da sacerdoti», ed è «di vitale importanza» anche per tutti i fedeli. «Non priviamoci, cari confratelli, di questo dono di grazia che il Signore ci fa con l’Eucaristia e non disabituiamo, attraverso la prassi personale, ancora di più i fedeli dalla possibilità di partecipare quotidianamente alla santa Messa». Anche in questo caso, l’arcivescovo di Colonia colpisce nel segno: purtroppo non sono pochi i sacerdoti che non celebrano quotidianamente la Messa, né mancano le diocesi che concedono ai propri presbiteri un “giorno libero”, nel quale il sacerdote omette la celebrazione eucaristica, privando così se stesso, i fedeli e la Chiesa tutta di questo immenso dono di grazia.

Ancora più accorato è il richiamo del cardinale Woelki a non sostituire la santa Messa con la Liturgia della Parola, anche se è prevista la distribuzione della santa Comunione: «In modo persistente e con forza desidero condividere ancora una volta con voi, la mia grande preoccupazione: attraverso una tale prassi siamo sempre più a rischio di perdere la nostra identità cattolica». La piaga che ferisce la diocesi di Colonia è estremamente diffusa in tutta Europa, anche laddove il calo delle vocazioni sacerdotali, seppur significativo, non è ancora così grave da impedire di trovare una chiesa in cui si celebra l’Eucaristia nel raggio di qualche chilometro.

«Dove questa prassi è già in uso», constata Woelki, «sento dire che alcuni fedeli, la domenica, si spostano per andare dove viene celebrata la santa Messa. E grazie a Dio che è così. Altri invece semplicemente non vengono ed altri ancora ritengono che una celebrazione della Parola basta loro e non hanno bisogno di qualcosa di più. Sì, sembra addirittura che ci siano ormai luoghi in cui si afferma apertamente di voler fare quanto possibile per rendersi in futuro indipendenti dal sacerdote, così da non aver più bisogno di lui, né del suo ministero». Ed ammonisce: «Questo, cari confratelli, care sorelle e fratelli, questo semplicemente non è più cattolico. E vi chiedo con insistenza di contrastare tutto questo fin da principio».

Questa mentalità non cattolica è sempre più diffusa, anche in Italia; avevamo avuto modo di denunciare (qui e qui) come nella diocesi del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, e in quella del vicepresidente per l’Italia Settentrionale, mons. Erio Castellucci, la Messa sia stata sostituita dalla Liturgia della Parola per ragioni non accettabili. Il cardinale Woelki chiede che, laddove non sia possibile avere un sacerdote per la Messa, anziché moltiplicare queste liturgie, si provveda a radunare più comunità in una chiesa dove vi sia la celebrazione eucaristica.

Come ricordava San Giovanni Paolo II, «dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s’impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l’effettiva possibilità di soddisfare al precetto» (Dies Domini, 49). I fedeli che non hanno gravi impedimenti sono tenuti a cercare e recarsi in una chiesa ove sia celebrata la santa Messa domenicale, non a rimanere nella chiesa più vicina dove non c’è la Messa, o addirittura a casa, magari con la scusa di seguirla in televisione. Al dovere dei fedeli corrisponde però il dovere dei Pastori di offrire questi luoghi, perché i fedeli vi si possano recare, ricordando che la partecipazione alla Liturgia della Parola non assolve il precetto (cf. Notitiæ 248, marzo 1987, 169).







Quel versetto che Gesù cantò e parla di sua Madre (ma nessuno te lo ha mai detto)





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by Aldo Maria Valli 03apr 2026




di Investigatore Biblico

Nella notte in cui consegnò sé stesso, Gesù non compì soltanto dei gesti: interpretò la propria morte imminente dentro la preghiera di Israele. I Sinottici ricordano che, terminata la cena, “dopo aver cantato l’inno” uscirono verso il monte degli Ulivi; nel contesto pasquale giudaico questo rimanda tradizionalmente all’Hallel, cioè ai Salmi 113–118, che la Mishnah collega precisamente al seder pasquale. Per questo il Salmo 116 non è un semplice sfondo devozionale dell’Ultima Cena, ma una delle chiavi più alte per entrare nella coscienza filiale e sacerdotale di Cristo nel momento in cui si offre al Padre.

Il versetto decisivo è Sal 116,16, nel testo ebraico: ʾānnāh YHWH kî-ʾănî ʿabdeka, ʾănî ʿabdeka, ben-ʾămāteka; pittaḥtā lemoserāy. Tradotto con rigore: “Ti prego, Signore, poiché io sono il tuo servo, io sono il tuo servo, figlio della tua ancella; tu hai sciolto i miei legami”. Le parole vanno pesate una a una: ʿeved (עֶבֶד) significa servo, schiavo, appartenente: non semplicemente un collaboratore religioso, ma uno che è totalmente del suo signore, ʾāmāh (אֲמָה) significa ancella, serva, donna appartenente alla casa. E l’espressione ben-ʾămāteka (בֶּן־אֲמָתֶךָ), “figlio della tua ancella”, non è un ornamento poetico: è una formula di appartenenza radicale, che designa il servo nato nella casa, il servo per origine, non soltanto per funzione. L’ultima espressione, pittaḥtā lemoserāy (פִּתַּחְתָּ לְמוֹסֵרָי), indica lo sciogliere i vincoli, spezzare i legami, liberare da una costrizione reale. Il testo ebraico tiene dunque insieme tre elementi: appartenenza, origine materna e liberazione.

La Settanta, che costituisce l’ambiente linguistico in cui il cristianesimo nascente ha letto i Salmi, traduce il versetto così (la numerazione è diversa da quella ebraica cfr. Sal 115,7 LXX): ō kyrie, egō doulos sos, egō doulos sos kai huios tēs paidiskēs sou; dierrēxas tous desmous mou, “O Signore, io sono tuo servo, io sono tuo servo e figlio della tua ancella; hai spezzato i miei legami”. Qui la corrispondenza è teologicamente preziosa: l’ebraico ʿeved diventa doulos (δοῦλος), mentre ʾāmāh diventa paidiskē (παιδίσκη), termine che indica la giovane serva o ancella domestica. La LXX accentua così il dato relazionale e familiare: il soggetto non è soltanto “servo”, ma “figlio dell’ancella”, cioè nato dentro la casa di Dio e dentro una storia di appartenenza.

È precisamente qui che il testo si apre al suo compimento cristologico e mariano. In Luca 1,38 Maria risponde all’angelo: idou hē doulē Kyriou; genoito moi kata to rhēma sou, “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola”. Il greco di Luca non ripete il termine della Settanta del Salmo, paidiskē, ma usa doulē (δούλη), il femminile di doulos. Questa differenza lessicale è importantissima e non va banalizzata. Luca non sceglie un termine più debole o sentimentale: sceglie il vocabolo più forte dell’appartenenza. Maria non si presenta come una figura devota nel senso generico del termine; si definisce come colei che appartiene interamente al Kyrios. È il lessico dell’obbedienza piena, dell’alleanza, della disponibilità assoluta. Proprio per questo il parallelismo con il Salmo non si indebolisce, ma si approfondisce: il Salmo offre la formula genealogica, “figlio della tua ancella”; Luca offre la persona storica dell’ancella, Maria, che dice liberamente il proprio fiat.

Qui si comprende il punto decisivo: quando Gesù canta il Salmo 116 nella Pasqua, le parole “io sono tuo servo… figlio della tua ancella” non restano semplicemente la voce del salmista antico; diventano, nella lettura cristiana, autorivelazione. Cristo è il vero ʿeved YHWH, il Servo del Signore, non in senso metaforico ma in senso pieno. Isaia aveva parlato del Servo di YHWH che sarà “innalzato”, ma passando attraverso l’umiliazione, colui che “ha versato sé stesso fino alla morte” e “ha portato il peccato di molti”. Il Nuovo Testamento legge la missione di Gesù precisamente in questa forma di obbedienza servile e filiale: Filippesi 2,7 dice che egli ha assunto “forma di servo”, e Ebrei 10,5-7 interpreta la sua venuta nel mondo come un “eccomi” orientato totalmente al compimento della volontà del Padre. Dunque il “servo” del Salmo 116, il Servo di Isaia e il Cristo dell’Ultima Cena convergono in un unico mistero: l’obbedienza del Figlio che si consegna.

Ma proprio qui emerge il dato mariano, e emerge non come appendice devozionale, bensì come necessità interna del testo. Se Cristo pronuncia davvero in pienezza huios tēs paidiskēs sou, “figlio della tua ancella”, allora la sua preghiera rimanda concretamente a colei nella quale egli ha assunto la carne. Il legame con Maria non è un artificio retorico; è la conseguenza dell’Incarnazione. Il Figlio eterno del Padre, entrando nella storia, ha voluto essere veramente figlio di una donna che si è definita doulē Kyriou. La mariologia qui nasce dalla cristologia stessa: il Servo incarnato può dire al Padre “sono figlio della tua ancella” perché ha voluto venire al mondo mediante il sì dell’Ancella. Il versetto del Salmo, sulle labbra di Gesù, acquista così una densità che nessuna lettura puramente storica riesce a esaurire.

Per questo i Padri della Chiesa hanno letto il passaggio in una direzione fortemente ecclesiale e cristologica. Agostino, commentando il Salmo, insiste sulla formula “Io sono tuo servo e figlio della tua ancella”, e collega “ancella” alla Gerusalemme celeste e alla vera appartenenza alla Chiesa; ma proprio in questa logica la tradizione cristiana ha visto che il vertice personale di tale appartenenza è Cristo stesso, il Servo perfetto, e che la sua verità incarnata apre inevitabilmente al mistero di Maria. In Agostino, inoltre, il seguito del versetto – “hai spezzato le mie catene” – viene interpretato in rapporto alla liberazione e all’offerta di lode: il servo è liberato non per sottrarsi al Signore, ma per appartenere più profondamente a Lui. Questo è esattamente il movimento pasquale di Gesù: l’obbedienza fino alla morte non è servitù cieca, ma libertà filiale consumata nell’amore.

Filologicamente, dunque, il rapporto tra Sal 116,16 e Lc 1,38 va formulato con precisione. Non si deve dire ingenuamente che Luca cita il Salmo: non lo cita verbatim. La LXX del Salmo usa paidiskē, Luca usa doulē. Ma proprio qui sta la finezza dell’ispirazione biblica. La connessione non è di mera ripetizione lessicale, bensì di concentrazione teologica. Paidiskē mette in evidenza la condizione domestica e genealogica dell’ancella; doulē mette in evidenza l’appartenenza assoluta al Signore. Maria raccoglie in sé entrambe le dimensioni: è l’Ancella in senso biblico forte, non una figura servile abbassata, ma la donna dell’alleanza, la donna totalmente disponibile a Dio, colei nella quale l’antica servitù dei giusti diventa il luogo nuovo dell’Incarnazione. In lei l’Antico Testamento non viene semplicemente ricordato: viene portato alla soglia del suo compimento.

Si deve allora osare una formulazione più radicale. Quando Gesù, nella notte del tradimento, canta il Salmo 116, non canta solo la propria obbedienza; canta anche la storia umana attraverso cui il Padre l’ha introdotto nel mondo. Canta la sua missione di Servo e, implicitamente, il grembo credente da cui questa missione ha preso carne. Canta come Figlio eterno che sta per offrirsi, ma canta anche come figlio di Maria, la doulē, l’Ancella. In questo senso il versetto ben-ʾămāteka / huios tēs paidiskēs sou diventa uno dei punti in cui la Scrittura lascia intravedere, con sobrietà e potenza, l’unità inscindibile tra il mistero di Cristo e il mistero di sua Madre. Non una fusione, non una confusione, ma un’unità ordinata: tutto in Maria rimanda a Cristo, e in Cristo si illumina definitivamente il senso del sì di Maria.

E si comprende anche l’ultima frase del versetto: “Tu hai sciolto i miei legami”. Qui il Salmo raggiunge un’altezza quasi vertiginosa se lo si ascolta nella bocca di Gesù. Colui che va incontro alla passione come Servo obbediente non è schiacciato da una necessità cieca: entra liberamente nell’ora voluta dal Padre. I suoi “legami” non sono spezzati per sottrarlo alla Pasqua, ma perché la sua obbedienza sia pienamente libera, totalmente filiale, assolutamente redentrice. La libertà di Cristo non è il contrario del servizio; è il servizio portato alla sua perfezione divina. E Maria, l’Ancella, non è estranea a questa libertà: è il primo luogo umano in cui essa è stata accolta con un fiat. Perciò il parallelismo tra il Servo di YHWH, il Servo del Salmo e l’Ancella dell’Annunciazione non è una costruzione devota secondaria; è una costellazione teologica di rara compattezza.

In conclusione, il Salmo 116, letto nella sua lettera ebraica, nella sua ricezione greca e nel suo compimento cristologico, conduce a una verità di straordinaria forza. L’ʿeved del Signore trova il suo volto definitivo in Gesù, il vero Servo di YHWH; il ben-ʾămāteka, il “figlio della tua ancella”, trova il suo riverbero storico e personale nel Figlio nato da Maria; il doulē Kyriou dell’Annunciazione manifesta la forma umana concreta attraverso cui il Servo è entrato nel mondo; e il canto dell’Hallel all’Ultima Cena rivela che Gesù va alla passione non come vittima travolta, ma come Figlio obbediente, Servo regale, Figlio dell’Ancella. Qui la filologia non spegne il fuoco della fede: lo purifica. E la teologia, quando è veramente rigorosa, non indebolisce il mistero: lo rende più tagliente, più limpido, più inevitabile.



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Belgio: numero record di morti tramite suicidio assistito





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by Aldo Maria Valli, 03 apr 2026


Closeup of patient’s arm with IV drip in a hospital bed

Nel corso del 2025 in Belgio il 4% di tutti i decessi è stato causato da suicidio assistito, un dato record in forte aumento rispetto all’anno precedente.

Le persone morte tramite suicidio assistito sono state quasi cinquemila, per l’esattezza 4486, con un aumento del 12,4% rispetto all’anno precedente. Quasi un quarto di queste persone non era destinato a morire a breve termine per cause naturali.

Right to Life ha riassunto i dati diffusi dal governo, che mostrano come il 2025 sia stato l’anno con il maggior numero di decessi per eutanasia da quando la pratica è stata legalizzata nel 2003. Nel primo anno successivo alla legalizzazione, furono 235 i decessi per suicidio assistito, cifra poi aumentata costantemente nel corso degli anni.

Come detto, quasi il 25% delle persone decedute tramite suicidio assistito non era destinato a morire per cause naturali nel breve periodo, ovvero nei mesi successivi. Si tratta di persone che soffrivano di depressione, disturbi da stress post-traumatici, cecità e altre patologie, ma non erano malati terminali.

Nel 2025 sono stati 151 i decessi per suicidio assistito tra coloro che presentavano “disturbi cognitivi” o “disturbi psichiatrici” come condizione di base, con un aumento del 36% rispetto all’anno precedente. Oltre il 92% di queste persone con disturbi cognitivi o psichiatrici non aveva malattie tali da determinare una morte imminente. I dati dicono che ogni anno, a partire dal 2018, oltre il 90% delle persone affette da questo tipo di disturbi, e decedute tramite suicidio assistito, non era malato terminale.

A partire dalla legalizzazione nel 2003, oltre 42 mila persone sono morte per suicidio assistito in Belgio, dove la legge non richiede che coloro che richiedono il “morte assistita” siano prossimi alla fine.

Dal 2014 i limiti di età sono stati rimossi, consentendo anche ai minori “con capacità di discernimento” di porre fine legalmente alla propria vita. Nel 2025 un minore è morto in questo modo.

Catherine Robinson, portavoce di Right to Life, commenta: “È straziante apprendere del crescente numero di persone che in Belgio si tolgono la vita ricorrendo al suicidio assistito o all’eutanasia. È particolarmente doloroso apprendere che molte di queste persone non sono morte in circostanze ragionevolmente prevedibili a breve termine e che diverse di esse hanno posto fine alla propria vita a causa di disturbi cognitivi o patologie psichiatriche. Le persone che soffrono di problemi fisici o psicologici meritano di ricevere le cure e il sostegno necessari per alleviare la loro sofferenza, consentendo loro al contempo di continuare a vivere. Lo Stato non dovrebbe favorire il loro suicidio”.






giovedì 2 aprile 2026

Un ritorno alla tradizione il Giovedì Santo: Papa Leone XIV laverà i piedi a dodici sacerdoti



Nella traduzione di MiL, l’articolo della vaticanista Diane Montagna, pubblicato sulla sua pagina Substack il 1º aprile, in cui commenta la notizia secondo la quale Papà Leone XIV tornerà a celebrare la Messa del Giovedì Santo nella Basilica di San Giovanni in Laterano e laverà i piedi a dodici sacerdoti della Diocesi di Roma: l’ultima volta che un Papa ha lavato i piedi a dodici sacerdoti durante la Messa del Giovedì Santo è stato nel 2012.



Diane Montagna, 1 aprile 2026

Papa Leone XIV celebrerà la sua prima Messa del Giovedì Santo come Papa nella Basilica di San Giovanni in Laterano, lavando i piedi a dodici sacerdoti romani — un netto contrasto con papa Francesco, che durante il suo pontificato ha celebrato il rito con detenuti, migranti e donne, tra cui musulmani e altri non cattolici.

La notizia è stata diffusa oggi in un comunicato stampa del Vicariato di Roma che ha reso note le identità dei dodici sacerdoti (QUI). Undici sono stati ordinati lo scorso anno da Papa Leone XIV, mentre il dodicesimo, don Renzo Chiesa, ricopre il ruolo di direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore. L’elenco completo comprende don Andrea Alessi, don Gabriele Di Menno Di Bucchianico, don Renzo Chiesa, don Francesco Melone, don Clody Merfalen, don Federico Pelosio, don Marco Petrolo, don Pietro Hieu Nguyen Huai, don Matteo Renzi, don Giuseppe Terranova, don Simone Troilo e don Enrico Maria Trusiani.

L’ultima volta che un Papa ha lavato i piedi ai sacerdoti durante la Messa del Giovedì Santo è stato il 5 aprile 2012, quando Papa Benedetto XVI ha celebrato il tradizionale rito con dodici sacerdoti della Diocesi di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

La scelta di Papa Leone XIV rappresenta quindi un approccio decisamente più tradizionale rispetto a quello del suo immediato predecessore, le cui liturgie del Giovedì Santo si svolgevano spesso al di fuori delle Basiliche romane e coinvolgevano persone ai margini della società.

Dopo la sua elezione nel 2013, papa Francesco ha celebrato per lo più la Messa della Cena del Signore nelle carceri e in altre strutture di detenzione. Nel suo primo anno ha presieduto la funzione presso l’Istituto penale per minorenni Casal del Marmo a Roma, e negli anni successivi ha celebrato la Messa e compiuto la lavanda dei piedi in diversi luoghi a Roma e oltre, tra cui la Casa circondariale di Rebibbia e la Casa circondariale di Velletri. Nel 2024 ha celebrato la Messa del Giovedì Santo nel reparto femminile della Casa circondariale di Rebibbia, lavando i piedi a dodici detenute.

La liturgia del Giovedì Santo commemora l’Ultima Cena e la lavanda dei piedi degli Apostoli da parte di Cristo. Al termine della celebrazione, il 2 aprile, Papa Leone XIV porterà il Santissimo Sacramento in processione all’altare della reposazione nella Cappella di San Francesco della Basilica di San Giovanni in Laterano.

Di seguito è riportato il comunicato stampa del Vicariato di Roma [QUI: N.d.T.].