domenica 5 luglio 2026

Le consacrazioni episcopali di sant’Atanasio





Chiesa cattolica | CR 1957


di Roberto de Mattei, 1 luglio 2026 

Nei sessant’anni trascorsi tra il Concilio di Nicea (325) e il Concilio di Costantinopoli (381) la Chiesa conobbe, con la crisi ariana, uno dei momenti più difficili della sua storia. Fu un’epoca di defezione della fede in cui spiccarono figure di strenui difensori dell’ortodossia come sant’Atanasio di Alessandria e sant’Ilario di Poitiers. Sant’Atanasio, in particolare, è divenuto il simbolo della lotta contro l’arianesimo, penetrato fino ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche.

Nella attuale discussione sulle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, il nome di sant’Atanasio viene talvolta evocato come esempio di un vescovo che avrebbe consacrato nuovi vescovi al di fuori delle ordinarie norme disciplinari. Un esame rigoroso delle fonti storiche conduce tuttavia a conclusioni assai diverse.

Per comprendere correttamente l’attività di Atanasio occorre anzitutto richiamare il quadro canonico del IV secolo. Nei primi secoli non esisteva la procedura giuridica di un mandato pontificio necessario per ogni consacrazione episcopale. Esisteva tuttavia una prassi consolidata, che il primo Concilio di Nicea codificò al canone 4. Questa prassi stabiliva che ogni nuovo vescovo dovesse essere consacrato da tutti i vescovi della provincia ecclesiastica o, qualora ciò non fosse possibile, almeno da tre vescovi, con la conferma finale del metropolita, che era il vescovo principale di una provincia ecclesiastica. Il metropolita possedeva una giurisdizione ordinaria sulla propria provincia. Il Papa esercitava invece un primato universale sulla Chiesa.

Atanasio divenuto vescovo della sede metropolitana di Alessandria l’8 giugno 328, aveva la responsabilità di una delle più vaste circoscrizioni ecclesiastiche dell’Oriente cristiano. Il canone 6 di Nicea stabiliva infatti: «L’antica consuetudine vigente in Egitto, Libia e Pentapoli rimanga in vigore, così che il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste regioni».

L’opposizione ariana alla nomina di Atanasio si manifestò immediatamente. Il sinodo di Tiro del 335 depose irregolarmente Atanasio, mentre l’imperatore Costantino ne decretava il primo esilio a Treviri. La conseguenza di tali vicende fu la continua alternanza, nelle diocesi egiziane, di vescovi fedeli a Nicea e di candidati sostenuti dal partito eusebiano. L’attività di sant’Atanasio non si limitò alla difesa dottrinale del simbolo niceno, ma comportò anche un’intensa opera di ricostruzione della gerarchia ecclesiastica nelle province soggette alla sua giurisdizione. Dopo ogni ritorno dall’esilio, il vescovo di Alessandria trovava infatti numerose sedi occupate da vescovi filoariani insediati con l’appoggio dell’autorità imperiale. Il suo primo compito fu quello di deporli e sostituirli con pastori fedeli alla professione di Nicea.

Lo studio fondamentale di Annick Martin ha ricostruito con precisione questa attività, dimostrando che le nomine operate da Atanasio riguardavano sedi appartenenti all’Egitto, alla Libia o alla Pentapoli, cioè territori sottoposti alla sua giurisdizione canonica (Athanase d’Alexandrie et l’Église d’Égypte au IVe siècle (328-373), École française de Rome, Rome 1996).

Un’analoga conclusione emerge dalla ricostruzione del prof. Manlio Simonetti. Analizzando il ritorno di Atanasio nel 346 e quello definitivo del 362, Simonetti sottolinea come il patriarca procedesse alla restaurazione della gerarchia nicena nelle Chiese egiziane senza mai oltrepassare l’ambito della propria competenza ecclesiastica (La crisi ariana nel IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975.) L’attività di Atanasio era assolutamente conforme alla disciplina giuridica dell’epoca, perché costituiva il naturale esercizio dell’autorità metropolitana di Alessandria. Le numerose ordinazioni episcopali attribuite ad Atanasio non furono mai considerate abusive dalla Chiesa del suo tempo, proprio perché avvenivano all’interno del territorio soggetto alla sua competenza canonica.

Le consacrazioni compiute dal patriarca di Alessandria avvennero in circostanze eccezionali, ma non furono mai effettuate contro il Papa o in opposizione alla Santa Sede. Anzi, il riconoscimento romano costituì uno degli elementi essenziali della azione pastorale di Atanasio. Durante tutta la crisi ariana il vescovo di Alessandria cercò costantemente il sostegno dei Pontefici romani e ne riconobbe l’autorità.

Dopo la deposizione decretata dai sinodi orientali, Atanasio si recò a Roma, dove fu accolto da papa san Giulio I. Il sinodo romano del 341 dichiarò invalide le accuse formulate contro il patriarca alessandrino e ne riconobbe pienamente la legittimità. Nella celebre lettera indirizzata ai vescovi orientali, Giulio rimproverava loro di aver proceduto senza consultare la Chiesa romana, ricordando che le questioni di tale importanza dovevano essere sottoposte al giudizio della Sede apostolica.

Negli anni successivi Atanasio mantenne rapporti costanti anche con papa Liberio. La temporanea debolezza mostrata da quest’ultimo durante l’esilio non modificò mai l’atteggiamento del patriarca egiziano, che continuò a considerare Roma come il centro della comunione ecclesiale. Ancora più stretta fu poi la collaborazione con papa san Damaso, il quale sostenne pienamente il ristabilimento dell’ortodossia nicena e confermò il prestigio della sede alessandrina.

Il cardinale John Henry Newman nel suo libro su Gli Ariani del IV secolo (tr. it. Jaca Book, Milano 1981), ha ben chiarito il significato ecclesiologico della vicenda. Atanasio resistette agli imperatori, ai concili filoariani e alle pressioni politiche, ma non si oppose mai al principio del primato romano. La sua lotta era rivolta contro i vescovi eterodossi e contro l’interferenza del potere civile, non contro la costituzione gerarchica della Chiesa. Tutta la sua azione pastorale appare costantemente inserita nell’esercizio della legittima giurisdizione della sede alessandrina e nella ricerca della comunione con la Sede romana.

Le consacrazioni episcopali promosse da Atanasio rappresentavano un atto ordinario di governo ecclesiastico, reso straordinario soltanto dalle condizioni eccezionali create dall’intervento dell’autorità imperiale nelle controversie dottrinali. Atanasio era il legittimo patriarca di Alessandria; le sue consacrazioni avvenivano nell’ambito della sua giurisdizione patriarcale; egli cercò costantemente il sostegno dei Romani Pontefici. Per questo l’’esempio di sant’Atanasio rimane uno dei più alti modelli di fedeltà alla Tradizione nei momenti di crisi ecclesiale e non può essere in alcun modo invocato come esempio di disobbedienza alla autorità del Sommo Pontefice, senza contraddire la verità dei fatti e cadere così nella condanna della storia.





venerdì 3 luglio 2026

La Santa Comunione fonte di tesori di grazie divine






SULLA SANTA COMUNIONE SANT'ALFONSO MARIA DE LIGUORI

Non c'è niente da cui possiamo trarre tanti frutti come dalla Santa Comunione.
San Dionigi insegna che il santissimo sacramento ha maggiore efficacia per santificare le anime di tutti gli altri mezzi spirituali.

San Vincenzo Ferrer dice che un'anima trae più profitto da una comunione che dal digiuno di una settimana a pane e acqua. L'Eucaristia è, secondo il santo Concilio di Trento, una medicina che ci libera dai peccati veniali e ci preserva dai peccati mortali.

Ne La vita devota, scrive san Francesco di Sales: Due specie di persone devono comunicarsi spesso: le perfette, per conservare la perfezione; e l’imperfetto, per arrivare alla perfezione”. Non si può dubitare che chi si vuole comunicare debba prepararsi con grande diligenza per potersi comunicare bene.

Due cose sono necessarie per trarre grandi frutti dalla preparazione alla Comunione e dal rendimento di grazie dopo la Comunione. Quanto alla preparazione, è certo che i santi traevano grande profitto dalle loro comunioni, solo perché erano attenti a prepararsi bene a ricevere la santa Eucaristia. È facile allora comprendere perché tante anime rimangono soggette alle stesse imperfezioni, dopo tutte le loro comunioni.

Gesù una volta disse a Santa Matilde: "Quando ti comunichi, desidera tutto l'amore che qualunque anima abbia mai avuto per me, e io accetterò il tuo amore in proporzione al fervore con cui lo desideri".
La preghiera che facciamo dopo la Comunione è la più gradita a Dio e la più vantaggiosa per noi. Dopo la comunione l'anima deve impegnarsi negli affetti e nelle suppliche. Gli affetti dovrebbero consistere non solo in atti di ringraziamento, ma anche in atti di umiltà, di amore e di oblazione di noi stessi a Dio. Umiliamoci allora il più possibile alla vista di un Dio fatto nostro cibo dopo che lo avevamo offeso.
Il tempo dopo la comunione è un tempo in cui possiamo acquisire tesori di grazie divine.
Ora che mi possiedi in te, chiedimi delle grazie: sono sceso dal cielo apposta per dispensartele; chiedi quello che desideri e lo otterrai.

Oh quante grazie perdono coloro che dopo la comunione dedicano poco tempo alla preghiera!
Rivolgiamoci anche noi al Padre Eterno e, tenendo presente la promessa di Gesù Cristo: “In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel nome mio, egli ve lo darà” (Gv. xvi, 23). ) diciamogli: Dio mio, per amore di questo tuo Figlio, che ho nel cuore, dammi il tuo amore; rendimi tutto tuo.



Fonte web: Sacro Cuore Ecclesiastico di Gesù





Dialogo con la Latin Mass Society: rito antico, scisma e Traditionis custodes





Interviste


La redazione UCCR 03 lug 2026

Cosa pensa la Latin Mass Society dello scisma della Fraternità San Pio X? E qual è la situazione della Messa in latino nella Chiesa oggi?

Tradizionalisti in comunione

Davanti alle consacrazioni illecite della Fraternità San Pio X, l’errore più grande è ricondurre ogni tradizionalista cattolico a una posizione scismatica.

Oppure convincersi che il problema sia la Messa in latino e non, invece, coloro che la strumentalizzano per alimentare divisioni identitarie nella comunità dei fedeli.

Diventa importante ampliare lo sguardo e ci ha aiutati a farlo Joseph Shaw, filosofo inglese e presidente della Latin Mass Society, una delle più grandi associazioni al mondo dedite alla diffusione del rito liturgico tridentino della Chiesa cattolica.

Shaw e l’associazione che presiede sono e sono stati molto critici verso l’esortazione apostolica “Amoris laetitia” e il motu proprio “Traditionis custodes”, eppure ciò non ha mai significato una rottura con la comunità ecclesiale.

UCCR ha voluto confrontarsi con loro per capire la loro posizione.

La Latin Mass Society e i lefebvriani

DOMANDA – Prof. Shaw, qual è la valutazione della Latin Mass Society riguardo alle consacrazioni episcopali illecite della Fraternità Sacerdotale San Pio X?

RISPOSTA – Pur condividendo con loro l’amore per l’antica liturgia cattolica, non possiamo approvare la violazione del diritto canonico rappresentata da queste consacrazioni.

DOMANDA – Lei sa che i lefebvriani si giustificano invocando uno “stato di necessità”, cioè uno stato di confusione totale a livello dottrinale e liturgico. Cosa ne pensa?

RISPOSTA – Ho affrontato questo tema in un intervento recente alla nostra Assemblea Generale Annuale.

Pur riconoscendo che nella Chiesa esistano dei problemi, non riteniamo che essi giustifichino le azioni intraprese dalla Fraternità San Pio X.

DOMANDA – Eppure molte loro battaglie sono anche le vostre e certamente, come ricorda, avete la stessa sensibilità rispetto alla liturgia.

RISPOSTA – Sì, da sessant’anni – quindi da più tempo di quanto esista la Fraternità San Pio X – ci rivolgiamo ai vescovi e alla Santa Sede chiedendo che venga riconosciuto uno spazio per la Messa tradizionale nella vita della Chiesa.

È stato un percorso difficile, ma oggi questa forma della Messa è ampiamente disponibile in molti Paesi, tra cui Inghilterra e Galles, e ha prodotto molti frutti spirituali nella vita dei fedeli.

A cinque anni da “Traditionis custodes”

DOMANDA – Come vede la situazione attuale della Messa in rito tridentino a cinque anni da “Traditionis Custodes”? È ottimista riguardo al suo futuro?

RISPOSTA – “Traditionis Custodes” ha rappresentato un duro colpo per la nostra causa, ma restiamo ottimisti.

Oggi, in Inghilterra e Galles, non si è registrata alcuna diminuzione significativa del numero complessivo delle Messe tradizionali celebrate pubblicamente a causa di questa normativa. Alcune celebrazioni sono cessate, mentre altre sono iniziate.

Inoltre, la pandemia di COVID-19 aveva determinato un notevole aumento del loro numero nei mesi precedenti alla promulgazione di “Traditionis Custodes”, per consentire una riduzione della partecipazione numerica alle singole celebrazioni.

DOMANDA – Lo scenario sembra molto più roseo di quanto viene abitualmente descritto dai tradizionalisti in Italia.

RISPOSTA – Tenga conto che sono state inoltre concesse alcune attenuanti nell’applicazione di “Traditionis Custodes”.

Il Nunzio Apostolico in Inghilterra ha comunicato ai vescovi che le loro richieste di proroga delle autorizzazioni per la celebrazione della Messa tradizionale nelle parrocchie saranno accolte.

Inoltre, gli Istituti sacerdotali tradizionalisti hanno continuato ad ampliare il proprio apostolato e ad assumere nuove responsabilità pastorali, come nel caso dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (ICKSP), che nel 2021 ha avviato una nuova presenza a Torquay.

La disponibilità dei vescovi

DOMANDA – Alcuni critici descrivono le organizzazioni che promuovono la Messa tradizionale come realtà in conflitto con la gerarchia della Chiesa. E’ questa la vostra posizione?

RISPOSTA – Nel corso dei decenni abbiamo avuto esperienze molto diverse con i vari vescovi.

Attualmente tutti, noi compresi, siamo in attesa di vedere se vi saranno cambiamenti nella politica ufficiale.

L’anno scorso abbiamo celebrato il nostro 60° anniversario e siamo riusciti a organizzare Messe pontificali tradizionali celebrate da due vescovi ospiti, Athanasius Schneider e Marian Eleganti, in cinque diverse diocesi (Northampton, Birmingham, Portsmouth, Shrewsbury e Southwark).

Questo dimostra la disponibilità dei vescovi non solo a consentire il minimo indispensabile previsto, ma anche a permettere eventi speciali che valorizzano l’antica liturgia nella sua forma più solenne.

L’unità al Papa precede tutto


DOMANDA – Per pura ipotesi, se in futuro la celebrazione della Messa tradizionale in latino venisse completamente proibita, la Latin Mass Society potrebbe intraprendere un percorso di separazione dalla Chiesa cattolica?

RISPOSTA – Non potremmo mai abbandonare la comunione con la Santa Sede. D’altra parte, se la Santa Sede emanasse disposizioni oggettivamente ingiuste, esse non sarebbero vincolanti in coscienza: questo è un principio ben consolidato della teologia cattolica.

DOMANDA – Ma anche la Fraternità San Pio X sostiene di non aver rotto la comunione, solo di aver ignorato ordini che considera ingiusti.

RISPOSTA – Sì, ma spetta alla Santa Sede l’autorità di stabilire quali forme di disobbedienza costituiscano uno scisma, e la sua risposta a queste consacrazioni è del tutto conforme alla tradizione.

Pertanto, la sua domanda si riduce sostanzialmente a questo: saremmo mai disposti ad aderire a una sorta di gerarchia parallela separata dal Papa, con vescovi consacrati senza mandato pontificio (e successivamente non riconciliati)?

La risposta è: certamente no!

Dovremmo sopportare ogni genere di sofferenza e di ingiustizia piuttosto che separarci dal successore di San Pietro, anche se la Santa Sede fosse occupata da una persona del tutto indegna dell’ufficio che ricopre.







Il genocidio vandeano sfata il mito della Rivoluzione francese




Intervista / Reynald Secher
Cultura


Stefano Chiappalone,  03-07-2026

A colloquio con lo storico francese che portò alla luce l'orrore scatenato nella Francia rivoluzionaria contro la popolazione della Vandea, colpevole di essere insorta contro i nuovi principi. "Vendicata" fu ribattezzata dopo la repressione. E poi dimenticata.

Vendée-Vengé: in francese è più immediato il triste gioco di parole con cui la Francia rivoluzionaria mutò il nome della Vandea, dipartimento che divenne epicentro della ribellione ai “nuovi principi”, ribattezzandola (non con l’acqua ma col sangue) “Vendicata”. E poi dimenticata, per non scalfire il mito della Rivoluzione del 1789. Vicenda riportata alla luce da Reynald Secher, che nel 1986 pubblicò Le genocide franco-français: la Vendeé-Vengé, con la prefazione di Jean Meyer e una presentazione di Pierre Chaunu. La ricerca gli costò cara in termini di “carriera”, ma da allora Secher non ha più smesso di studiare e far conoscere anche al grande pubblico quello che ha definito «genocidio» e «memoricidio». A fine giugno è tornato in Italia, invitato da Alleanza Cattolica - Foedus Catholicum di Modena e altre realtà presenti in Emilia Romagna, a tenere un tour di conferenze a San Giovanni in Persiceto, Piacenza, Pavullo nel Frignano e infine a Ravenna.

Abbiamo incontrato Secher a Modena, in una giornata di “tregua” fra una tappa e l’altra, beneficiando di una conferenza “a tu per tu”: Secher non si limita al rapido botta e risposta di un’intervista, ma articola le varie dimensioni della vicenda avvenuta tra il 1793 e il 1796, espone dati e numeri che ha potuto mettere a fuoco anche grazie alla formazione giuridica ed economica: «ho un approccio polivalente, laddove gli “storici puri” hanno fallito». E parte da lontano, dal dopoguerra, con «la presa di coscienza collettiva sui crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio» e la constatazione che «i regimi totalitari del Novecento facevano riferimento allo stesso sistema politico, quello giacobino, che passava attraverso il Terrore». Ma in quel caso «l’orrore è stato sublimato poiché la Rivoluzione è un mito nazionale e mondiale, mentre tutto ciò che era controrivoluzionario non era oggetto di studio e comunque, si diceva, non si poteva approfondire per mancanza di fonti». E anche perché la gauche che dominava il clima culturale non gradiva che si scalfisse il mito della Rivoluzione. Fu Meyer a imbattersi casualmente nella “Vandea militare” nel corso di una ricerca sulla nobiltà bretone. Giunto nei luoghi interessati, percepì un trauma tramandato oralmente: «Vivevamo tranquilli a casa nostra, ci vennero imposte leggi inique e la popolazione, in nome della libertà, in particolare quella religiosa, si è ribellata, subendo un vero e proprio martirio».

Negli anni Ottanta Meyer chiese all’allievo Secher di cercare fonti di prima mano, partendo da un’operazione di «carotaggio» in un comune, il suo, La Chapelle-Basse-Mer, dove ebbe accesso a documentazione rimasta preclusa a Meyer: «conoscevo tutti e tutti conoscevano me, perché discendo da una delle famiglie che hanno plasmato l’identità del luogo». Scoprì che le fonti confermavano quel trauma ancestrale e che, contrariamente alla vulgata, «la gente non si era ribellata su pressione della nobiltà o del clero» (anzi, «non ho trovato nessun prete che abbia spontaneamente incoraggiato l’insurrezione»). Semmai il clero aveva istruito questo popolo contadino, che era a suo modo «colto e consapevole della propria identità e indipendenza. E alcuni di loro hanno trasmesso il ricordo che un giorno l’esercito francese venne a fare terra bruciata».

La prima fonte a parlare è il registro di un prete refrattario (cioè rimasto fedele al Papa, rifiutando di prestare giuramento al governo rivoluzionario) che aveva annotato 600 vittime, spingendo Secher a un confronto tra la popolazione prima e durante la Rivoluzione: «emerse un deficit di 900 persone (su un totale di 3850). Dal registro del prete risulta che l’80% delle vittime sono bambini, donne e anziani e meno uomini adulti». La seconda è ancora più inattesa: «Gli elenchi redatti per ordine di Napoleone, che nel 1808 rimase sbalordito dalla desolazione della Vandea e stabilì sovvenzioni per la ricostruzione delle case: 365 case distrutte, ma qual era il totale? Essendo il discendente del notaio ho accesso al catasto dell’epoca e posso stimare il totale e anche il valore: 365 su 1000, un terzo degli alloggi che rappresenta il 51% del valore».

Le tre province coinvolte «non hanno un’identità comune, se non di natura religiosa». Però c’è un fatto comune: a La Chapelle-Basse-Mer come in tutto il territorio, Secher si trova di fronte a una «insurrezione rurale» in cui «nessun nobile, si tratti di Charette o di La Rochejacqueline, si è messo spontaneamente alla guida degli insorti. Tutti sono stati costretti ad assumere quel ruolo. C’è invece un un uomo del popolo acclamato a “suffragio universale”, Cathilineau». E comune è l’opposizione alla Rivoluzione, che «voleva creare “l’uomo nuovo” giacobino». L’alternativa è «libertà o morte».

La repressione non è l’episodio di una guerra civile, «né è la decisione isolata di un militare o di un deputato, ma del ministro della Guerra», che a sua volta – Secher ricostruisce la «catena di comando» – riceveva ordini precisi dal Comitato di Salute Pubblica, i cui membri avevano «ideato, approvato e messo in atto un sistema di sterminio». Tre leggi in tutto, leggi dell’Assemblea nazionale. Vi è dunque una «pianificazione» estesa nell’arco di 18 mesi e con un obiettivo molto preciso: «eliminare tutti i vandeani, preferibilmente le donne perché generatrici di vita, i bambini perché futuri “briganti” e gli anziani perché testimoni ed educatori».

Nel secolo dei Lumi anche l’innovazione concorre allo scopo, almeno per tentativi, ma i primi esperimenti di asfissia chimica e avvelenamento di massa falliscono e si ricorre a una “gasatura” rudimentale quando la popolazione si rifugia in una grotta «che i rivoluzionari sigillarono e affumicarono bruciando foglie umide». Secher parla di una «proto-industrializzazione» della repressione, come l’idea di sfruttare automatismi per decapitare più persone contemporaneamente – una sola ghigliottina non basta. E comunque si sfrutta qualsiasi cosa: «Tutti hanno sentito parlare degli annegamenti di massa sulle imbarcazioni a Nantes, ma ovunque ci sia acqua la si usa per annegare i ribelli». Scene raccapriccianti descritte da testimoni oculari di entrambe le parti, da sopravvissuti, nonché nei rapporti dei militari. E poi gli incendi, le fucilazioni, i crani spaccati, per uccidere il “vecchio mondo” con i suoi abitanti... Qualsiasi mezzo è buono pur di creare una Vandea senza vandeani, appunto non più Vendée, bensì Vengé. Ma l’eredità giacobina è stata raccolta dalla gauche, che non ha perso il vizio di voler sradicare il cristianesimo e far fuori l'«uomo vecchio» – anche con aborto ed eutanasia – per creare l'uomo nuovo, come a dire: «se la popolazione non cambia, cambieremo la popolazione... come in Vandea», sospira Secher.







giovedì 2 luglio 2026

L’impossibile aggiornamento del Compendio con le encicliche di Francesco







Di Stefano Fontana, 2 lug 2026

Marco Invernizzi, in un suo recente saggio, ha auspicato che il Compendio della dottrina sociale della Chiesa venga aggiornato con il magistero sociale di Benedetto XVI e Francesco; «Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa è del 2004. Esso raccoglie tutto il Magistero sociale e lo espone per temi. Certo, andrebbe aggiornato alle ultime encicliche sociali dei pontificati di Benedetto XVI (Caritas in veritate, del 2009) e di Francesco (Laudato si’, del 2015 e Fratelli tutti, del 2020) ed è singolare che ciò ancora non sia avvenuto dopo oltre vent’anni» [M. Invernizzi, “La dottrina sociale della Chiesa tra rivoluzione e contro-rivoluzione”, in O. Sanguinetti, La dottrina sociale della Chiesa oggi-una lettura “forte”, Ares, Milano 2026, pp. 53-54].

Questo auspicio, però, è di difficile, o addirittura impossibile, realizzazione. A questo proposito si possono fare due osservazioni. La prima ci invita a ricordare che Giovanni Paolo II aveva chiesto la redazione di un Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, che aveva addirittura chiamato “catechismo”, in vista del grande giubileo del 2000. Il suo desiderio e il suo progetto erano di lasciare in eredità alla Chiesa del terzo millennio il prezioso patrimonio della sua Dottrina sociale. Alle spalle c’era quindi una convinzione forte dell’importanza della Dottrina sociale della Chiesa, della necessità di compendiarla come un corpus dottrinale unitario, e di fare in modo che essa potesse continuare a produrre i suoi benefici nel tempo, addirittura attraverso i millenni. Il Compendio era figlio di questa convinzione, che in seguito, però, venne meno. Non tanto con Benedetto che, a suo modo, vi rimase fedele, ma con Francesco.

Così entriamo nella seconda osservazione. Niente era più lontano dalla visione di Francesco dell’idea di un Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Le sue due encicliche considerate sociali sono in realtà molto distoniche rispetto al magistero sociale precedente e con difficoltà si potrebbero inserire in esso mediante un aggiornamento del Compendio. Lo stesso Oscar Sanguinetti alle pagine 235 e 236 del libro ricordato sopra che contiene il saggio di Invernizzi muove varie critiche alla Laudato si’: per aver sposato «opinioni scientifiche in realtà spesso ancora da verificare», per aver avanzato «ipotesi di responsabilità piuttosto ardite e di sapore complottardo», per aver fornito terapie «di cui non si valuta tuttavia l’attuabilità, né si discerne fra chi vi dà applicazione corretta… e chi invece vi specula», per la sua benevolenza [di Francesco] «verso soggetti di azione sociale… in maggioranza dottrinalmente ambigui, quando non esplicitamente ostili alla dottrina sociale della Chiesa tradizionale, sia al cristianesimo in quanto tale». Sanguinetti è intervenuto con i guanti di velluto, perché altri elementi di questa enciclica potrebbero essere criticati, come per esempio i concetti di “ecologia integrale” e di “conversione ecologica”. Della Fratelli tutti, poi, Sanguinetti non parla nemmeno.

Il motivo più profondo della difficoltà ad aggiornare il Compendio al pontificato di Francesco è anche più ampio dei difetti di queste due encicliche. Possiamo fare un solo esempio tra i tanti. La Dottrina sociale della Chiesa è parte della teologia morale, e questo è ben ribadito dal Compendio. Ma Francesco si è dato molto da fare per trasfigurare la teologia morale cattolica, sia con Amoris laetitia, sia con la trasformazione dell’Istituto Giovanni Paolo II, sia con la nuova sinodalità.




Fonte


Consacrazioni episcopali dei lefebvriani, decretata la scomunica


La celebrazione a Ecône per la consacrazione di quattro nuovi vescovi 
della Fraternità Sacerdotale San Pio X


Un documento a firma del cardinale prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede definisce “atto di natura scismatica” il rito celebrato il 1° luglio. In una nota esplicativa i dettagli della grave sanzione canonica



Vatican News

I vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay (rispettivamente consacrante principale e co-consacrante) e i vescovi neo-consacrati Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi “ipso facto” nella scomunica “latae sententiae” riservata alla Sede Apostolica per aver compiuto “un atto di natura scismatica”, la “consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice”. È quanto si legge nel decreto firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e controfirmato dai due segretari dello stesso Dicastero. È la conclusione, purtroppo annunciata, che giunge ventiquattr’ore dopo la solenne cerimonia celebrata ad Écône, in Svizzera, la mattina del 1° luglio 2026.

Il decreto di scomunica e la nota esplicativa del Dicastero per la Dottrina della Fede


Il decreto dell’ex Sant’Uffizio sancisce che nell’atto di compiere la consacrazione sia i consacranti che i consacrati sono incorsi nella scomunica prevista. È il doloroso epilogo, conseguenza della decisione presa dai lefebvriani contro la volontà più volte espressa da Leone XIV. La scomunica rigetta nella separazione dalla Chiesa di Roma sia i vescovi che i sacerdoti appartenenti alla Fraternità San Pio X. Per quanto riguarda i fedeli laici, sono da ritenersi scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità. Maggiori dettagli sono contenuti in una “Nota esplicativa”, pubblicata dal Dicastero contemporaneamente al decreto di scomunica, che riportiamo integralmente di seguito.


La Nota del Dicastero

Dai tempi di San Paolo VI fino agli ultimi colloqui, svoltisi recentemente presso questo Dicastero, i molteplici tentativi di ricondurre gli aderenti al movimento iniziato da Mons. Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati vani. Tale situazione si è ulteriormente aggravata a causa delle recenti consacrazioni episcopali celebrate senza mandato pontificio, contro la volontà del Santo Padre, in aperta violazione del diritto canonico. Pertanto, questo Dicastero, nel fedele esercizio delle funzioni ad esso affidate, ritiene necessario rilevare che tale atto ha configurato il delitto di scisma, con le conseguenze canoniche per i ministri sacri e per i fedeli laici coinvolti. Infatti, come già dichiarato nel 1988, “tale disobbedienza - che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano - costituisce un atto scismatico” (cfr. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Ecclesia Dei, 3).


01/07/2026


A tale riguardo, d’ora in poi:

1. I ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici (cfr. Ecclesia Dei, 5 c; Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre, 24.08.1996, 5-6), risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto (can. 1364 § 1 CJC).

2. Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), ancora vigente, che questo Dicastero fa propria.

3. Si avverte, infine, il santo Popolo di Dio che i ministri sacri della Fraternità Sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi.

La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione. I Nunzi Apostolici disporranno delle procedure che gli Ordinari potranno utilizzare nei diversi casi.

Si esortano, infine, tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i Vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa (cfr. Lumen Gentium, 22; can. 751 C/C), e ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e attività promosse dalla suddetta Fraternità Sacerdotale San Pio X.






Fraternità San Pio X, nella disobbedienza non c’è verità



(Ansa)

L’obbedienza al Vicario di Cristo non è negoziabile. Rinunciare a questo principio significherebbe cadere nell’errore denunciato

Chiesa


Samuele Pinna, 01 Luglio 2026 

In attesa delle annunciate ordinazioni di quattro vescovi senza mandato pontificio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, previste per questa mattina, pubblichiamo, come ulteriore occasione di riflessione e approfondimento – dopo quello del dottor Andrea Sandri di ieri – questo intervento di don Samuele Pinna, sacerdote ambrosiano e docente invitato e collaboratore presso la Cattedra di Alti Studi Medievali Marco Arosio dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Diamo in questo modo continuità al dibattito dopo che ieri, con una apposita lettera, è intervenuto anche direttamente Papa Leone XIV, chiedendo alla Fraternità San Pio X, con una lettera, di «tornare sui suoi passi» considerando «attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». (La Redazione de Il Timone)

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La riflessione teologica pare aver perso peso non solo in una società ormai distante dal Cristianesimo, ma perfino all’interno delle comunità credenti. Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo scollamento: ciò che un tempo era riconosciuto come un sapere indispensabile alla fede è oggi percepito sempre più come un ambito impegnativo e riservato a pochi specialisti – che sovente si raccontano cose “inutili” –, fino a diventare estraneo alla maggior parte dei battezzati. La crisi della teologia – materia ormai percepita come marginale nel nostro contesto culturale, mentre era la “regina delle scienze” quando furono fondate le università – procede di pari passo con l’indebolimento della metafisica, rendendo vano l’impegno di quelle correnti teologiche che, investendo energie preziose, avevano sperato di instaurare un dialogo con le filosofie più celebrate così da misurarsi alla pari con il pensiero dominante.

L’esito è stato opposto alle attese: dall’indifferenza si è scivolati verso l’irrilevanza. Non solo, si accolgono ormai senza discernimento teorie tra loro inconciliabili, vengono meno le basi dell’annuncio esposto in modo coerente e, al loro posto, proliferano costruzioni concettuali sofisticate ma incapaci di rendere ragione della fede, relegata nella nostra società a fatto privato e intimistico. Le posizioni si irrigidiscono, gli scontri si moltiplicano, e a farne le spese non è solo la verità, ma anche il semplice buon senso. Neppure i teologi più celebrati – e i nomi oggi, significativamente, non affiorano – sembrano in grado di contrastare questa deriva; talvolta, anzi, finiscono per legittimarla. L’aspetto forse più inquietante è il disinteresse crescente verso uno studio – impossibile da ottenere con qualche lettura sul web – serio, approfondito e fedele a duemila anni di Tradizione, che né il progressismo né il tradizionalismo riescono a garantire, perché non sono altro che due facce della stessa medaglia. Se c’è poi una differenza tra chi è teologo e chi è pastore, esiste anche un dato comune: entrambi esercitano un ministero inteso come servizio alla Chiesa.

La distinzione è che il pastore deve preservare il gregge da ogni errore e persino dai piccoli equivoci, mentre il teologo deve avventurarsi anche nei luoghi più reconditi per indagare ovunque il Mistero di Dio. A questo proposito è illuminante una considerazione di Giacomo Biffi, che sintetizza efficacemente la distinzione: il teologo esplora liberamente i confini della fede e i dubbi, spingendosi ai margini estremi. Il pastore, invece, deve rimanere cauto e non avventurarsi troppo vicino al baratro, per evitare che le “pecore” vi cadano. Eppure il teologo non è un libero battitore, ma un ricercatore che sa che il suo approfondimento è teso esclusivamente ad aiutare la comprensione della Rivelazione. Quando comprende che le sue speculazioni sono esatte o erronee? Quando il Magistero solenne stabilisce alcune verità come incontrovertibili. Lungi dall’essere limitato nella sua indagine, il teologo ne gioirà, perché sa di essere nel solco della verità che non ha fabbricato lui, ma che ha ricevuto in dono da Qualcun altro. Il suo compito sarà allora quello di scavare ancora più a fondo nel tracciato indicato dalla Chiesa per la salvezza di tutti.

Forse il problema odierno è che si studiano troppo le riflessioni dei teologi e troppo poco le quaestiones teologiche: ci si limita a ripetere pedissequamente il pensiero di questo o di quell’autore, discutendo senza fine l’esatta interpretazione, senza andare a fondo delle cose. Ciò è evidente nel campo ecclesiologico, dove la confusione dei nostri tempi è allarmante, tanto che ognuno ha in mente una certa immagine di Chiesa per cui lottare, come se la sua costituzione dipendesse dalla capacità di imporre una determinata corrente di pensiero. Il principio base – che è quasi umiliante mettere nero su bianco sia per chi scrive sia per chi legge – è però un altro: a costituire la Chiesa è Gesù Cristo e a condurla nel tempo è lo Spirito Santo. Questi concetti, noti a tutti – anche a chi ha vissuto con noia il catechismo da bambino – rischiano di essere ridotti a frasi fatte senza senso, soprattutto laddove manchi una fede robusta.

Dire che la Chiesa è di Gesù Cristo significa esattamente dire che è di Gesù Cristo: non ha altri padroni. Cristo ha poi affidato la sua Sposa immacolata alle cure di uomini scelti e consacrati mediante lo Spirito di Dio per questo scopo: Pietro, gli Apostoli e i loro successori, ovvero il Papa e i Vescovi in comunione con il Pontefice. Questo aspetto può non piacere, non essere gradito, non soddisfare qualcuno, perché nella storia ci sono stati Papi e Vescovi che non sono piaciuti, non sono stati graditi e non hanno soddisfatto le attese. Ma le regole – imposte da Nostro Signore – non possono essere mutate, a meno di mutilare lo stesso messaggio divino. Questo vuol dire che tutto deve essere accettato supinamente? La risposta è no: è necessaria una rivoluzione che – come la definiva papa Benedetto XVI – è la rivoluzione dell’amore. E in cosa consiste? Nel non adottare i criteri del mondo quando si agisce all’interno della Chiesa.

A questo punto è illuminante una precisazione che ho imparato dal mio amico Franco Nembrini: è la differenza tra l’eretico e il santo: «Un santo – spiega il noto pedagogista –, quanto più vede bisognosa la Chiesa, cioè la casa dove abita, la famiglia a cui appartiene, tanto più la ama, e tanto più offre la vita per lei. L’eretico presuntuosamente si chiama fuori dalla casa che crolla e punta il dito dicendo: “Che schifo, la casa crolla, ne faccio un’altra, più bella”». Mi pare un ottimo esempio per capire che non siamo chiamati a puntare il dito o ad affiggere tesi su portali di qualche chiesa, ma a riparare la Chiesa – con la “C” maiuscola, per intenderci – dall’interno mediante parole ispirate (il che vuol dire che non vengono principalmente da noi) e con la coerenza della vita. Rimango stupito dall’uso dei social che fanno alcuni cattolici, ossia i commenti anonimi lasciati sotto le notizie, che mi sembrano una delle azioni più anticristiane possibili, frutto di una superficialità che riesce a convincere di essere esperti anche coloro che non lo sono affatto. Ognuno, davanti a ciò che ritiene ingiusto, deve doverosamente impegnarsi a cambiarlo attraverso il proprio esempio di santità. E la santità è obbedire – con concrete scelte di carità – alla verità che Dio ha condiviso. Il resto, sono chiacchiere da bar.

L’eresia in fondo, consiste nell’assolutizzare una singola verità sacrificando le altre. Essere cattolici significa invece custodirle in un’armonia integrale, sapendo che se anche una sola viene meno l’intero edificio spirituale e dottrinale si incrina e si sfalda. In questa prospettiva, l’Ordinazione di Vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X senza il mandato della Santa Sede non può trovare alcuna giustificazione, se non scadendo nel machiavellismo, dove il fine pretende di giustificare i mezzi. Le accorate parole di papa Leone XIV nella Lettera al Superiore Generale ricordano che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Né può sostenersi la motivazione di agire in vista della salus animarum, poiché il Papa – ancora nella sua missiva – esorta «a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli»: l’atto scismatico che si compirebbe, infatti, li priverebbe «della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».

L’obbedienza al Vicario di Cristo non è, pertanto, negoziabile. Rinunciare a questo principio, difatti, significherebbe cadere nell’errore denunciato, perché si finirebbe per invocare la Tradizione dimenticandone proprio una delle sue componenti essenziali: la comunione con il Successore di Pietro. In altre parole, ci si appellerebbe alla Tradizione per difenderla, ma la si tradirebbe nel momento stesso in cui si ignora quel legame gerarchico e sacramentale che la costituisce. La fedeltà alla Tradizione non può essere selettiva: non è possibile valorizzarne gli aspetti che si ritengono più puri o più consoni alla propria sensibilità e, al tempo stesso, scartare ciò che appare meno gradito. La Tradizione è un organismo vivente, non un supermercato da cui prelevare solo ciò che piace. Per questo, il principio «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» di ambrosiana memoria non è un ornamento spirituale, ma la struttura portante della cattolicità: senza Pietro, la Tradizione perde il suo criterio di unità, e senza l’obbedienza ecclesiale, ciò che si pretende di custodire si frantuma in interpretazioni soggettive. In fin dei conti, si può asserire che sì, si può essere in disaccordo anche con la Gerarchia; ma che no, non si può minimamente pensare che nella disobbedienza ci sia la verità.