martedì 19 maggio 2026

Insegnare la bellezza



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da The Catholic Thing un ulteriore esempio di come la nostra arte e la nostra cultura riempiano la mente e il cuore di nostri amici d'oltreoceano e giungano fino a noi.

 19 maggio 2026

Randall Smith

Sono molte le ragioni per cui le persone si avvicinano alla Chiesa cattolica, ma una delle più comuni è l'esperienza della sua bellezza: la bellezza dell'arte, dell'architettura, della musica e della liturgia. Troppo spesso, coloro che hanno come obiettivo l'"evangelizzazione" ignorano la bellezza espressa e incarnata nella tradizione artistica della Chiesa. Perché?

Pochi strumenti sono più efficaci per incoraggiare le persone a prendere sul serio la Chiesa che ascoltare il suono angelico dei Vespri della Beata Vergine di Monteverdi o la Missa Pange Lingua di Josquin des Prez; apprezzare i superbi dipinti di Fra Angelico e Caravaggio; o contemplare la bellezza trascendente della Cattedrale di Chartres e del Duomo di Firenze. Vivere anche solo una di queste esperienze sarebbe un buon primo passo, ma c'è molto di più da fare, tanto che questo passo sarebbe come immergere un piede in un vasto oceano che si estende oltre l'orizzonte.

Insegno teologia. Credo nell'importanza di aiutare i giovani a raggiungere una "comprensione della fede". Ma non posso fare ciò che la grande arte e la grande architettura possono fare per ispirare quel senso di meraviglia che si addice ai misteri trascendenti della nostra fede.

Un mio collega del dipartimento di materie scientifiche non riusciva a capire perché l'università richiedesse così tanti corsi di letteratura. Era un cattolico devoto e si comunicava quotidianamente a Messa, quindi capiva perché avessimo corsi di teologia, ma non perché avessimo così tanti corsi obbligatori di letteratura.

Gli dissi che preferivo che i nostri studenti seguissero più corsi su Dante, Chaucer e la poesia di John Donne, piuttosto che l'ennesimo corso per soddisfare un requisito di teologia. "No, no, no", rispose. "Tutto ciò di cui hanno bisogno è un corso di composizione e scrittura". Non vedeva la necessità di alcuna formazione dell'immaginazione cattolica per suscitare le passioni e riempire i cuori dei nostri studenti con le glorie della tradizione artistica cristiana.

Anche molte istituzioni cattoliche "conservatrici" dedicano pochissimo tempo a far conoscere ai propri studenti i tesori artistici della loro tradizione. "Leggiamo ancora qualche libro" sembra essere il principio guida. Leggere è un'ottima cosa. Ma nelle università, sia i professori che gli studenti, si rischia di "perdersi nei propri pensieri". Abbiamo bisogno di essere "riportati con i piedi per terra", non nel senso di diventare meno idealisti e più "pragmatici". Raramente questo approccio riporta le persone "con i piedi per terra" nel modo giusto.

Una via migliore scaturisce da una più profonda comprensione dell'Incarnazione. E pochi modi sono più efficaci per aiutare gli studenti a comprendere il mistero dell'Incarnazione – di ciò che significa che il Verbo si faccia carne con la sua misteriosa unione tra l'eterno e il materiale – che quello di introdurli alla bellezza incarnata nella migliore arte e architettura cristiana.

Ci chiediamo perché i giovani si allontanino dalla Chiesa. Forse perché non siamo riusciti a connetterli emotivamente e spiritualmente alla sua bellezza? Le giovani coppie tornano nelle belle chiese quando desiderano sposarsi. Viaggiano in tutto il mondo e visitano grandi opere d'arte e splendide chiese.

Quando le università vogliono reclutare nuovi studenti e creare un senso di appartenenza all'istituto, si assicurano di portarli a visitare i bellissimi edifici tradizionali del campus. Sono questi gli edifici che gli studenti torneranno a visitare con orgoglio. Porteranno i loro amici e diranno cose come: "Ho seguito diverse lezioni in quell'edificio", sapendo che i loro amici li considereranno fortunati per aver potuto godere di tanta bellezza.

Che privilegio dev'essere stato ricevere un'istruzione in un campus così bello, con edifici così splendidi! Una bellezza del genere ispira amore.

Insegniamo ai nostri giovani cattolici così poco sulla storia della loro Chiesa. Facciamo così poco per far conoscere loro i suoi grandi tesori artistici. Raramente permettiamo loro di sedersi e contemplare la bellezza di un grande dipinto, scultura o cattedrale cattolica. Quando potranno essere orgogliosi della loro Chiesa, sarà molto più difficile per loro abbandonarla. Dobbiamo mostrare loro cose di cui essere fieri e bellezze di cui gioire.

È ora di smettere di costruire chiese che incarnano un ideale estetico modernista. Sono edifici "ideologici", non edifici costruiti per essere belli. La bellezza attrae le persone. La bruttezza le allontana.

Una volta varcata la soglia della chiesa, le persone hanno bisogno di ascoltare la parola di Dio predicata con solennità e bellezza. Hanno bisogno di partecipare a una Messa solenne e bella, che dimostri chiaramente quanto i fedeli la prendano sul serio, come se ne dipendesse la loro stessa vita. Hanno bisogno di ascoltare una teologia solida e ortodossa, non divagazioni infantili.

Ma cerchiamo di essere anche pratici per un momento (visto che sembra essere ciò che la gente desidera): non attirerete nessuno se il luogo non è bello. Io sono uno di quei teologi accademici un po' rigidi, e me ne rendo conto personalmente. Non dovrebbero capirlo anche coloro che si considerano così "pratici" e "pastorali"?

Raramente si può fare qualcosa di meglio per i poveri, i depressi e gli emarginati che offrire loro la bellezza. Come ha affermato di recente il vescovo Daniel Flores: "I poveri meritano cose belle, e coloro che vivono ai margini della vita meritano un luogo dove celebrare la bellezza della vita". Il resto del loro mondo può anche andare in rovina, ma essere avvolti dalla vera bellezza è come acqua fresca e limpida in un deserto arido e polveroso.

La maggior parte delle persone non saprà come rispondere efficacemente alle critiche all'insegnamento morale della Chiesa. Ma quando sentiranno dire cose come "la Chiesa cattolica è semplicemente stupida", sapranno che non può essere così "stupida" come si afferma se hanno provato orgoglio per la Chiesa e la sua bellezza. Allora potranno onestamente dire: "Andate a visitare la cattedrale di Notre Dame a Parigi; ammirate la Pietà di Michelangelo a San Pietro; o ascoltate il Requiem di Mozart, e mi dite che la Chiesa che ha ispirato tutto ciò è stupida ! Davvero? Mostratemi qualcosa che la modernità secolare abbia prodotto di più profondo o di più impressionante".




Il Mediterraneo e lo scontro di civiltà



[Paolo Piro, Mediterraneo: l’ombra del jihad sulla lunga terra, Cantagalli, Siena 2026, Collana “Quaderni dell’Osservatorio” diretta da Stefano Fontana].

QUI per ordinare il libro

L’ombra del Jihad. Capire l’Islam con il libro di Paolo Piro


Di Alessandro Mellozzini 19 mag 2026

Il saggio “Mediterraneo: l’ombra del Jihad sulla Lunga Terra” si apre con un monito inquietante che funge da bussola per l’intera opera: “Quello che è successo qui verrà da te”. Attraverso una ricostruzione storica meticolosa, l’autore ci conduce nel cuore del VII secolo d.C., momento in cui l’unità del Mare Nostrum romano — un tempo spazio di diritto, commercio e sintesi culturale — si frantuma sotto la pressione di una nuova, travolgente forza geopolitica e religiosa. Non si tratta di una semplice cronaca del passato, ma di un’analisi lucida sulla nascita di una frontiera invalicabile: quella tra la Cristianità medievale e l’avanzata dell’Islam. Citando la tesi classica di Henri Pirenne, il testo delinea con vigore come la trasformazione del Mediterraneo in un “lago musulmano” abbia segnato non solo il tramonto di un’era, ma il sorgere di una lacerazione identitaria che, secondo la prospettiva dell’opera, continua a proiettare la sua ombra sul destino dell’Italia e dell’Europa intera.

Il crollo di un ordine e l’ascesa dell’Ummah

L’autore non si limita a una lettura puramente teologica, ma contestualizza la fine del dominio romano attraverso una serie di eventi cataclismatici — dal tracollo economico al declino demografico, fino a citare l’oscuramento solare del 536 d.C. e la peste bubbonica. In questo scenario di estrema fragilità, dove il “capolinea del progresso” sembrava ormai raggiunto, si inserisce la straordinaria ascesa di Maometto. Il testo descrive con precisione come il Profeta sia riuscito in un vero e proprio “miracolo politico-religioso”: unificare le tribù arabe, storicamente frammentate e arretrate, sotto l’unica bandiera dell’Ummah.

Questa nuova nazione a vocazione universalista viene presentata come un soggetto politico guidato da uno spirito di conquista intrinseco, necessario per l’espansione del Dar al-Islam. Il passaggio cruciale della narrazione risiede proprio in questa metamorfosi identitaria: l’idea di essere la “migliore comunità suscitata per gli uomini” infonde nei musulmani un senso di superiorità e una determinazione che trasformerà rapidamente il Mediterraneo. Quello che era stato il centro della cristianità diventa così una frontiera di guerra, dove il diritto romano e la filosofia greca si scontrano con una visione del mondo radicalmente diversa e inarrestabile, capace di estendersi in pochi decenni da Gibilterra a Samarcanda.

Una sfida identitaria tra passato e presente

In conclusione, “Mediterraneo: l’ombra del Jihad sulla Lunga Terra” non si limita a essere un’esegesi storica, ma si configura come un monito sull’attualità. La tesi dell’autore è chiara: la “lacerazione” iniziata nel VII secolo non è mai stata ricucita del tutto e le dinamiche identitarie nate con la prima espansione islamica continuano a influenzare gli equilibri geopolitici odierni. Attraverso il richiamo costante alla Fede Cristiana, al diritto romano e alla filosofia greca, il testo invita il lettore a riscoprire le radici di quella “nuova primavera” medievale che permise all’Europa di rifiorire dopo il collasso del mondo antico. È un libro consigliato a chi desidera approfondire le origini storiche dello scontro di civiltà, offrendo una chiave di lettura tanto rigorosa quanto provocatoria su quel Mare Nostrum che, oggi come allora, resta il confine inquieto tra due mondi.


(Immagine: Di Unidentified painter – National Maritime Museum (BHC0261), Pubblico dominio, Wikicommons)




Roma o la Tradizione? Falso dilemma



Alcuni si chiedono: dobbiamo rompere con Roma per conservare la Tradizione? La domanda vera non è “Roma o la Tradizione?”. La domanda vera è: come restare pienamente cattolici dentro una delle più grandi crisi ecclesiali degli ultimi secoli?

Pubblicato 17 Maggio 2026

di Julio Loredo

Continua a crescere lo scandalo provocato dal rapporto finale del gruppo di studio 9 del Sinodo sulla sinodalità, che apre ostensivamente al peccato di omosessualità, tanto che la stessa segreteria del Sinodo ha provato a mettere le mani avanti. La grande domanda è: che cosa farà adesso la Santa Sede?

In un interessante articolo, la vaticanista Diane Montagna rivela un aspetto molto inquietante del rapporto sinodale. Si è scoperto che i due testimoni citati dal rapporto sono intimamente legati a padre James Martin, il gesuita sostenitore della lobby LGBT. Ora è chiaro che la mente dietro il rapporto sia proprio lui, commenta Diane Montagna.

Le rivelazioni minano ulteriormente la credibilità del Sinodo sulla sinodalità, a lungo presentato dal Vaticano come un esercizio di ascolto di tutta la Chiesa. Adesso, commento io, è chiaro che non ascoltano tutta la Chiesa, ma solo alcuni attivisti radicali scelti da loro stessi perché portano acqua al loro mulino. Allora, perché continuano a parlare di sinodo, di sinodalità e di ascolto di tutto il popolo di Dio?

Il rapporto, ricordiamo, propone un cambio di paradigma, ossia una rivoluzione nelle stesse fondamenta della Chiesa. Lo conferma adesso il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo. Questo rapporto, dice, tocca il cuore stesso della vita ecclesiale.

E qui rispondo a una domanda che mi viene spesso fatta nei commenti ai miei video: perché si parla tanto di omosessualità? Senza fare un’analisi profonda, va detto che ogni rivoluzione ha le sue idee guida e i suoi slogan. In concreto, il tema dell’omosessualità viene usato oggi come grimaldello per scardinare tutto l’edificio dottrinale e morale della Chiesa. Dicono di voler difendere i diritti delle minoranze emarginate. In realtà vogliono distruggere la Chiesa così come è stata fondata da Gesù Cristo per farne una diversa, come poco fa ipotizzò il cardinale Müller.

Il rapporto del gruppo 9 ha sollevato autorevoli reazioni. Il rapporto recentemente pubblicato dal gruppo di studio sinodale 9 rappresenta un preoccupante allontanamento dalla dottrina morale della Chiesa cattolica, scrive il cardinale Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, nei Paesi Bassi.

E continua: la metodologia e la struttura del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la propria dottrina morale. Non si tratta di una semplice carenza tecnica, bensì di una contraddizione fondamentale con l’insegnamento cattolico. Questo esige una risposta decisa.

Toccando il cuore del rapporto sinodale, il prelato olandese afferma: il problema più profondo risiede nell’intero quadro metodologico del rapporto. Gli autori subordinano tutto alla descrizione di un processo sinodale. Sostengono che, per giungere alla conoscenza morale, sia necessario un lungo processo sinodale di ascolto tra culture ed esperienze diverse. Questo è semplicemente falso. La morale della Chiesa cattolica è una verità universale stabilita una volta per tutte.

Il cardinale Eijk conclude: l’insegnamento della Chiesa non è soggetto a revisioni attraverso processi sinodali. È la verità che ci rende liberi.

Scrivendo sulla rivista The Catholic Thing, il noto intellettuale cattolico Robert Royal dice: si è spesso detto che il diavolo sa citare le Scritture a proprio vantaggio. Non c’è dubbio che le persone che hanno scritto il rapporto finale del gruppo di studio del Sinodo fossero impegnate in un abuso seriale delle Scritture.

Interessante questa espressione, continua Royal. Certo, non sono soli. Gran parte dell’attuale esegesi nella Chiesa sembra il lavoro di un avvocato alla ricerca di scappatoie legali a favore dei soliti soggetti emergenti: LGBT, ordinazione femminile e via dicendo.

Royal critica fortemente il modo stravagante, così palesemente insensato, in cui il recente rapporto tratta la Scrittura e la Tradizione. E poi tocca un punto interessante: il rapporto presenta l’omosessualità, il sacerdozio femminile e altri errori come “emergenti”, cioè introdotti dalla modernità.

Royal si domanda: ma che cosa hanno di moderno queste cose, così diffuse nell’antichità pagana? Perché non emersero nella Chiesa primitiva? E la risposta, ovviamente, è che la Chiesa primitiva rimase fedele alla parola di Dio, non come adesso.

Conclude Robert Royal: abbiamo adesso il rapporto di un gruppo di studio sinodale secondo cui è necessario un cambio di paradigma a causa dell’esperienza vissuta della comunità LGBT. Un tempo anche i non cattolici dicevano: almeno i cattolici sanno in cosa credono. È ancora così?

Solo papa Leone è in grado di fare chiarezza in questa diabolica confusione che non può ignorare.

Uno dei punti più controversi del rapporto del gruppo 9 è l’attacco frontale alle associazioni cattoliche che portano avanti un vero apostolato con le persone con attrazione omosessuale. Specialmente presa di mira dal rapporto sinodale è l’associazione Courage International, fondata nel 1980 da padre John Harvey, che dal 1955 si occupava della cura spirituale delle persone con tendenze omosessuali.

Lo scopo dell’associazione, leggiamo nel loro sito, è aiutare uomini e donne con attrazioni omosessuali a vivere una vita casta, nella fraternità, nella verità e nell’amore. Va detto che si tratta di un’associazione canonicamente riconosciuta, cioè ufficiale della Chiesa. Eppure il rapporto del gruppo sinodale 9 muove forti critiche al modo in cui svolge il suo apostolato, evidentemente perché non accetta la moralità dell’atto omosessuale.

Lo scorso 8 maggio, Courage ha emesso un comunicato stampa nel quale accusa il rapporto sinodale di calunniare l’organizzazione e i suoi membri. Il rapporto sinodale, dice il comunicato, è fondamentalmente ingiusto nel modo in cui presenta il nostro apostolato.

Il rapporto sinodale è intellettualmente disonesto e ferisce la Chiesa stessa, afferma padre Brian Gannon, attuale direttore di Courage, e continua: presentare l’atto omosessuale come un dono di Dio contraddice duemila anni di insegnamento morale cattolico. Inoltre, visto che nessun membro di Courage è stato consultato per la stesura del rapporto sinodale, io mi domando: ma quale sinodalità praticano questi signori?

La reazione contro lo scandaloso documento è stata talmente forte che, un paio di giorni fa, un portavoce del Sinodo ha tentato di mettere le mani avanti: i rapporti non possono essere attribuiti alla segreteria generale, i gruppi di studio lavorano in modo autonomo. In fondo si tratta soltanto di strumenti di lavoro.

A me sembra voler coprire il sole con un dito.

Finisco sollevando un quesito centrale, il fulcro di tutto il dramma spirituale personale che voi ed io stiamo vivendo. Reagendo al mio ultimo video sul rapporto sinodale, e anche ad altri video in cui tratto aspetti della terribile crisi che colpisce Santa Madre Chiesa, molti ascoltatori si dicono tentati dalla disperazione.

Da una parte non possono accettare gli indirizzi che alcuni ambienti ecclesiastici hanno intrapreso, perché palesemente contrari alla tradizione. Dall’altra non vogliono rompere con la Chiesa, che è l’unica arca di salvezza. Che fare?

Proprio in questi giorni, sul blog del noto vaticanista Aldo Maria Valli, è apparso un articolo di Giulio Ferri che, a mio parere, tratta la questione in modo molto equilibrato. E cito:

“La domanda vera non è: Roma o la tradizione? La domanda vera è: come restare pienamente cattolici dentro una delle più grandi crisi ecclesiali degli ultimi secoli? Ed è qui che serve evitare due tentazioni opposte. La prima è il progressismo ecclesiale, che relativizza la tradizione in nome dell’adattamento al mondo. La seconda è la tentazione di costruire una contro-Chiesa parallela, convinta di incarnare da sola la purezza della fede. Entrambi, in modi diversi, finiscono per ferire l’unità della Chiesa cattolica.

La vera fedeltà oggi è molto più difficile e dolorosa. Consiste nel custodire integralmente la tradizione senza spezzare il vincolo ecclesiale. Consiste nel resistere alle ambiguità senza trasformare la resistenza in autosufficienza. È una posizione scomoda, meno eroica in apparenza, molto più faticosa nella realtà, perché obbliga a vivere una tensione.

Amare Roma anche quando si soffre, difendere la tradizione senza trasformarla in ideologia, rimanere nella Chiesa senza smettere di vedere le ferite della Chiesa. Il grande errore contemporaneo è pensare che la purezza possa salvare separandosi. Ma la storia della Chiesa insegna qualcosa di diverso: i santi più grandi hanno sofferto le crisi dall’interno, non costruendo una Chiesa alternativa, ma restando fedeli nel cuore stesso della tempesta. Ed è probabilmente questa la strada più difficile, ma anche la più cattolica.”

Ecco la posizione che io vorrei che tutti i carissimi ascoltatori di questo canale assumessero: fedeltà in mezzo alla tempesta. Abbiamo appena celebrato la festa della Madonna di Fatima, che ha promesso: “Infine il mio Cuore Immacolato trionferà”.





lunedì 18 maggio 2026

Due Papi alla Sapienza: un confronto






Di Stefano Fontana, 18 mag 2026

Giovedì 14 maggio, papa Leone XIV ha fatto visita all’Università La Sapienza di Roma ove ha tenuto un discorso davanti agli studenti. Il 17 gennaio 2008, papa Benedetto XVI avrebbe dovuto visitare l’ateneo romano ma fu impedito. Il testo del suo discorso mai pronunciato fu reso pubblico in seguito. La stampa ha fatto la cronaca della visita, illustrando anche i punti principali del discorso del papa e sottolineato la diversità tra la contestazione del 2005 e l’accoglienza del 2026. Forse può essere anche utile estendere il discorso ad un confronto contenutistico tra i due discorsi per capire se qualcosa sia cambiato non solo nel contesto ma anche nel “testo”.

Va osservato innanzitutto che Benedetto XVI, come da programma, avrebbe dovuto inaugurare l’anno accademico. Per Papa Leone, invece, è stato fin da subito chiarito che si sarebbe trattato solo di una visita pastorale. La differenza è importante. Il pastore accompagna, ma non entra nello specifico dei compiti di una università, non interviene sul quadro del sapere, non si misura con le discipline. In altre parole, non fa un discorso “scientifico”, o epistemico come sarebbe meglio dire. Ed infatti Leone ha parlato soprattutto agli studenti, ha dipinto l’università come un ambito di crescita e maturazione personale, ha descritto le fatiche e i premi dello studio, ha anche messo in evidenza come molti giovani studenti siano oggi in difficoltà, segnalando alcuni ambiti di impegno sociale a servizio degli altri.

Dovendo inaugurare l’anno accademico, Benedetto XVI invece non si è fermato a questo livello, ma ha tenuto una vera e propria “lezione” , sul tipo di quella pronunciata a Regensburg nel 2005, anche se alla Sapienza egli non era mai stato professore come invece era accaduto in Baviera. Non ha potuto fare riferimenti a proprie esperienze personali, ma si è comunque sentito in dovere di parlare del sapere, della sua struttura, e del posto che in esso occupano la teologia e la fede. Sia a Regensburg che alla Sapienza Benedetto aveva parlato a dei “colleghi”, si era rivolto ad una “comunità accademica”, ponendosi sul loro stesso piano scientifico, sia nei contenuti che nel linguaggio.

È bene sottolineare questi aspetti perché nel caso di Benedetto era stato posto il tema delle esigenze epistemiche, ossia relative al sapere come “scienza”, della fede cristiana e della teologia, mentre nel discorso di Leone questo tema è stato toccato solo di striscio. Benedetto era convinto che solo se la rivelazione cristiana portasse in sé un appello alla ragione scientifica, ci sarebbe stato per essa uno spazio strutturale nell’università. Viceversa, essa si sarebbe ridotta ad una posizione personale di qualche professore ma non le si sarebbe riconosciuto un ruolo proprio nell’universo del sapere. La sua presenza in università sarebbe stata solo accidentale. Solo se la fede nella rivelazione pone alla ragione scientifica delle richieste proprie, anche esse scientifiche a loro modo, solo se interpella la ragione sul piano specifico della verità intesa in senso analogico, solo se esprime in se stessa un unico suo modo veritativo di intendere la verità della ragione stessa … , solo allora nell’università essa sarebbe stata “di casa”.

Nel discorso di Benedetto alla Sapienza emerge l’invito della fede cristiana affinché la ragione non diventi una ragione positivista: “esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo”. Da Socrate – scriveva – è emerso il distacco della ragione dalla religione mitica per arrivare al Dio vero, in questo percorso la ragione ha incontrato le esigenze della fede cristiana. Quest’ultima aiuta la ragione a non perdere la fiducia nelle proprie possibilità. Una concezione sbagliata della “laicità” del sapere [laicità epistemica, possiamo dire] secondo cui esso si auto-costruirebbe solo “in base al cerchio delle sue argomentazioni” comporterebbe la sua frantumazione. La fede è impegnata a salvare non qualsiasi ragione, ma la ragione vera, difendendola da quelle false, e possiede dentro di sé i criteri per farlo, ossia una propria epistemologia implicita.

Benedetto era stato esigente nel porre alcune condizioni all’università a partire dalla fede e dalla sua pretesa non solo di accompagnare pastoralmente il popolo dell’università ma anche di contribuire a fondare lo tesso statuto del sapere che nella università si cerca e si insegna. Nel discorso di Papa Leone si trova solo qualche spunto in questo senso, avendo egli scelto di fare un discorso pastorale e non scientifico. Ha invitato i giovani a lavorare per la pace, a proteggere l’ambiente, a non cedere al consumismo, a coltivare nella propria coscienza il senso della giustizia e si è detto contento della collaborazione tra l’Università e la diocesi di Roma per aprire un corridoio umanitario per gli aiuti a Gaza.

Questa diversità di impostazione, infine, può anche spiegare la diversa accoglienza riservata ai due Pontefici. Benedetto metteva in questione una certa università, Leone molto meno.







sabato 16 maggio 2026

Il Cardinale Eijk contesta il rapporto del Sinodo


Cardinale Willem Eijk

Articolo scritto dal Cardinale Willem Eijk, pubblicato su National Catholic Register, nella traduzione  curata da Sabino Paciolla 16 maggio 2026.


Cardinale Eijk: il rapporto del Sinodo sulle unioni omosessuali deve essere confutato con forza


Cardinale Willem Eijk*

Il rapporto recentemente pubblicato dal Gruppo di studio n. 9 del Sinodo (qui in italiano, ndr) rappresenta un preoccupante allontanamento dal costante insegnamento morale della Chiesa cattolica. Sebbene gli autori affermino di non possedere «la competenza o, soprattutto, la necessaria autorizzazione ecclesiastica» per affrontare in modo definitivo singole questioni morali, la metodologia e l’impostazione del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la propria dottrina morale. Non si tratta semplicemente di una carenza tecnica, ma di una contraddizione fondamentale dell’insegnamento cattolico che richiede una risposta decisa.

La preoccupazione più immediata riguarda il modo in cui il rapporto tratta le relazioni omosessuali. Il documento presenta testimonianze di persone con attrazioni omosessuali senza fornire il quadro morale della Chiesa per comprendere queste esperienze. Il rapporto afferma che un testimone «rende testimonianza della scoperta che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (dello stesso sesso), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione». Gli autori del rapporto riproducono questa affermazione senza correzioni o chiarimenti.

Il ragionamento di questo testimone è fondamentalmente errato. Gli atti omosessuali sono intrinsecamente malvagi: questa è dottrina cattolica consolidata. Un cristiano credente che compie tali atti viene certamente meno alla fede, nella misura in cui non riesce a confidare nella grazia di Dio, che gli permette di evitare il peccato. Ma questo non significa che il peccato risieda principalmente nella mancanza di fede piuttosto che nell’atto stesso, come suggerisce il testimone. Il fatto che gli autori non chiariscano questo punto crea una pericolosa ambiguità.

Una seconda testimonianza è ancora più problematica. Questo testimone ha inizialmente cercato aiuto presso Courage International, l’apostolato cattolico che insegna alle persone che provano attrazione per lo stesso sesso a vivere in accordo con l’insegnamento della Chiesa sulla castità. Il rapporto dipinge Courage in modo negativo, suggerendo che “separa fede e sessualità” e affermando falsamente che offre terapie di conversione. Il testimone alla fine trova rifugio in comunità cristiane e presso sacerdoti che accolgono “persone che vengono rifiutate per appartenere alla comunità LGBT”. L’implicazione evidente è che questo secondo testimone, che vive in una relazione omosessuale, lo fa con il sostegno e l’approvazione di questi sacerdoti e comunità. Elevando tali testimonianze senza commenti dottrinali, il rapporto normalizza di fatto le relazioni omosessuali all’interno di un contesto ecclesiale. Ciò rappresenta un chiaro tentativo di indebolire la proclamazione dell’insegnamento morale cattolico.

Il problema più profondo risiede nell’intero quadro metodologico del rapporto. Gli autori subordinano tutto alla descrizione di un “processo sinodale” incentrato sulle pratiche e sulle esperienze delle persone. Rifiutano esplicitamente ciò che definiscono “la proclamazione astratta e l’applicazione deduttiva di principi enunciati in modo immutabile e rigido”. Al contrario, sostengono il mantenimento di una “tensione feconda tra ciò che è stato stabilito nella dottrina della Chiesa e la Sua pratica pastorale e le pratiche di vita”.

Questo linguaggio suona pastorale e incentrato su Cristo, ma nasconde un radicale allontanamento dalla teologia morale cattolica. Gli autori invocano l’affermazione di Gesù secondo cui «il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato» per suggerire che le norme morali non possono essere assolute — che devono esserci eccezioni basate sulle circostanze e sulle esperienze individuali. Si tratta di un’interpretazione fondamentalmente errata della Scrittura.

L’insegnamento di Gesù sul sabato riguardava la legge positiva divina — norme rivelate nella Scrittura che non sono intrinsecamente assolute a meno che non coincidano con la legge naturale. Le leggi liturgiche ebraiche sono effettivamente cadute in disuso nel Nuovo Testamento. Ma la legge morale riguardante il matrimonio e la sessualità ha un carattere del tutto diverso. Queste norme derivano dalla legge naturale, che riflette i propositi di Dio nel creare gli esseri umani, il matrimonio e la sessualità stessa. Dio ha creato il matrimonio come donazione totale e reciproca tra un uomo e una donna, attraverso la quale essi possono trasmettere la vita umana. La differenziazione sessuale e l’apertura alla vita sono elementi essenziali di questo dono totale. Gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso non possono costituire un tale dono totale perché sono chiusi alla trasmissione della vita per loro stessa natura. Qualsiasi atto che violi le intenzioni creative di Dio per il matrimonio e la sessualità è sempre inammissibile, senza eccezioni. Queste sono norme assolute della legge naturale, stabilite per proteggere valori non negoziabili.

Il rapporto crea un’ambiguità deliberata proprio su questo punto. Gli autori scrivono che «la verità universale dell’umano, nella sua espressione storica, non può quindi essere determinata una volta per tutte, ma si trova nelle forme concrete delle diverse culture, in un dialogo incessante». Suggeriscono che giungere alla conoscenza morale richieda un processo sinodale a lungo termine di ascolto tra culture ed esperienze.

Questo è semplicemente falso. Le intenzioni con cui Dio ha creato la persona umana nel contesto del matrimonio e della sessualità sono verità universali, stabilite una volta per tutte, che gli esseri umani possono conoscere spontaneamente attraverso la legge morale naturale e che si trovano nella Sacra Scrittura. San Paolo insegna che quando i gentili «fanno istintivamente ciò che la legge richiede, essi, pur non avendo la legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che ciò che la legge richiede è scritto nei loro cuori» (Romani 2,14-15).

Il rifiuto da parte del rapporto di applicare verità morali universali ad azioni specifiche diventa ancora più chiaro nel suo principio di «pastorale». Questo principio guida il «discernimento delle questioni emergenti» all’interno del processo sinodale. La commissione preferisce l’espressione «questioni emergenti» a «questioni controverse» perché «la logica dell’emergenza sottolinea la capacità dell’intero Popolo di Dio di “rimanere con il problema”» piuttosto che risolvere i problemi. In pratica, ciò significa evitare «una prospettiva di risoluzione dei problemi, o quella di chi presume di dedurre l’azione dalla semplice applicazione delle norme». La commissione non cerca «una soluzione generalizzabile», ma piuttosto «modi concreti per avviare un processo sotto forma di ascolto». Ciò rappresenta «il superamento del modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”». In altre parole, il rapporto mette da parte l’applicazione della dottrina della Chiesa e della teologia morale classica nella cura pastorale e nella confessione.

Ciò deriva da un persistente malinteso che affligge la teologia pastorale sin dagli anni ’60: l’idea che la cura pastorale consista nel trovare compromessi tra l’insegnamento morale della Chiesa e la realtà concreta della vita delle persone. Questo approccio presuppone che la verità morale abbia un duplice status — verità dottrinale astratta da un lato, verità esistenziale concreta dall’altro — con priorità data a quest’ultima per creare spazio per eccezioni alle norme universali.

Papa Giovanni Paolo II ha respinto con forza questo approccio in Veritatis Splendor: «Su questa base si cerca di legittimare soluzioni cosiddette “pastorali” contrarie all’insegnamento del Magistero e di giustificare un’ermeneutica “creativa” secondo la quale la coscienza morale non è in alcun modo obbligata, in ogni caso, da un particolare precetto negativo».

La vera cura pastorale non cerca compromessi con la verità morale. Il pastore conduce le persone alla verità, che si trova in ultima analisi nella Persona di Gesù Cristo. Egli deve incoraggiare coloro che sono affidati alle sue cure ad allineare le loro azioni alla verità, come stabilita nelle norme morali. Non c’è autentica carità pastorale nell’oscurare la verità morale o nel suggerire che le norme universali ammettano eccezioni basate sulle circostanze individuali. Il rapporto del Gruppo di studio 9 contraddice fondamentalmente l’insegnamento morale cattolico e ne mina completamente l’applicazione alla condotta morale. Esso relativizza la dottrina morale della Chiesa, con conseguenze che si estendono ben oltre le questioni di sessualità fino alla protezione della vita umana stessa. Questo rapporto deve essere confutato con forza.

Nel frattempo, i fedeli possono essere certi che numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero romano.

L’insegnamento della Chiesa non è oscuro, né è soggetto a revisione attraverso processi sinodali. È la verità che ci rende liberi.





*Il cardinale Willem Eijk è arcivescovo di Utrecht, in Olanda. Ex medico, dal 2004 è membro della Pontificia Accademia per la Vita. È autore del libro del 2025, The Bond of Love: Catholic Teaching on Marriage and Sexual Ethics, pubblicato da Emmaus Academic.





venerdì 15 maggio 2026

Dieci punti inquietanti emersi dall’inchiesta dell’Istituto Lepanto sull’alleanza tra Vaticano e marxisti





Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli, 15 mag 2026

La crisi nella Chiesa non si limita più all’ambiguità dottrinale o agli abusi liturgici. È in atto una trasformazione ideologica più profonda.



di Riaan Van Zyl

Il rapporto pubblicato il 12 maggio dall’Istituto Lepanto sull’Incontro mondiale dei movimenti popolari patrocinato dal Vaticano costituisce una delle critiche più severe che siano state rivolte alla Chiesa sinodale post-conciliare emerse negli ultimi anni.

Intitolato “Camminare insieme ai rivoluzionari: l’incontro di papa Leone del 2025 con i movimenti popolari marxisti”, il rapporto documenta la relazione sempre più stretta del Vaticano con organizzazioni che abbracciano apertamente il socialismo, il comunismo, l’attivismo a favore dell’aborto e l’ideologia LGBTQ.

Dall’analisi dettagliata contenuta nel rapporto emerge un quadro desolante del collasso istituzionale e spirituale del Vaticano.

Ecco le dieci rivelazioni più inquietanti.

Leone XIV ha detto pubblicamente “Io sono con voi” a gruppi le cui ideologie sono denunciate dalla dottrina cattolica e dalle Scritture.

Forse il punto più scandaloso è il discorso di papa Leone ai movimenti attivisti. Rivolgendosi direttamente ai gruppi identificati nel rapporto come marxisti e rivoluzionari, il Papa ha dichiarato: “Io sono qui. Io sono con voi!”.

Non è stata cortesia diplomatica nei confronti dei leader laici, bensì un’esplicita affermazione rivolta alle organizzazioni che promuovono apertamente la rivoluzione socialista e l’agitazione di sinistra.

Il Vaticano continua a promuovere lo slogan socialista “terra, casa e lavoro”

La frase “terra, casa e lavoro” ricorre ripetutamente nel corso dell’Incontro mondiale dei movimenti popolari ed è di fatto diventata il suo motto ideologico. Prevost li ha definiti “diritti sacri”.

Gli osservatori avranno notato che questo slogan è comparso regolarmente nei discorsi di Prevost, in una forma o nell’altra.

Il problema non è la preoccupazione per i poveri – che è sempre stata parte integrante dell’insegnamento cattolico – ma il fatto che questo slogan trae origine da movimenti radicati nell’ideologia marxista della lotta di classe piuttosto che nella dottrina sociale cattolica.

Un evento vaticano si è tenuto presso un centro sociale apertamente marxista

L’incontro del 2025 si è tenuto presso lo Spin Time Labs di Roma, descritto nel rapporto come un centro sociale urbano di ispirazione apertamente marxista e “transfemminista”.

Secondo l’Istituto Lepanto, il luogo ha ospitato eventi politici comunisti, attivismo a favore dell’aborto, festival queer e spettacoli volgari con nudità in pubblico. Eppure papa Leone lo ha elogiato esplicitamente, affermando che i partecipanti avevano camminato “da un centro sociale – Spin Time – fino al Vaticano”.

Il simbolismo è impossibile da ignorare.

Il Vaticano ha accolto con favore il movimento rivoluzionario brasiliano MST

Una delle principali organizzazioni presenti era il Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (MST) brasiliano, movimento rivoluzionario per la terra caratterizzato da espliciti principi socialisti.

Il rapporto cita la leader dell’MST, Ayala Ferreira: “Non ci vergogniamo di affermare il socialismo”.

L’organizzazione ha celebrato Marx, promosso una retorica rivoluzionaria e attaccato apertamente il capitalismo come sistema oppressivo che necessita di essere sostituito.

La stessa organizzazione promuove in modo aggressivo l’aborto

Il rapporto dimostra che MST non è semplicemente socialista, ma profondamente impegnato nell’attivismo a favore dell’aborto. Una dichiarazione citata da Lepanto afferma: “La depenalizzazione dell’aborto è più di una semplice questione femminista”.

Un altro slogan promosso da MST recita: “Legalizziamo l’aborto, il diritto al nostro corpo!”

Che un’organizzazione satanica di questo tipo potesse ricevere la legittimità vaticana sarebbe stato inimmaginabile sotto i pontificati preconciliari.

L’ideologia LGBTQ è pienamente radicata in questi movimenti

Il rapporto documenta anche il coinvolgimento di MST nell’attivismo transgender e LGBTQ. L’organizzazione ha celebrato la “Giornata della visibilità trans” e ha dichiarato: “Se c’è sessismo e omofobia, non c’è riforma agraria”.

Secondo alcune fonti, altri gruppi partecipanti all’incontro mondiale avrebbero promosso l’attivismo omosessuale e cause di “liberazione queer” palesemente incompatibili con la dottrina morale cattolica.

Il passato rivoluzionario marxista di Luca Casarini è stato ignorato dal Vaticano

Il rapporto dedica notevole attenzione all’attivista italiano Luca Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans e figura di spicco del movimento.

Secondo alcune fonti, Casarini avrebbe partecipato ad attività politiche autonomiste radicali, dichiarato “guerra” al vertice del G8 di Genova e affermato pubblicamente che “Karl Marx aveva ragione”.

Nonostante questo passato, ha goduto di un accesso straordinario al Vaticano e ha persino ricevuto incoraggiamenti personali dall’eretico Bergoglio.

A Leone è stata presentata un’immagine pagana

Un episodio particolarmente inquietante si è verificato quando i rappresentanti dell’MST hanno presentato a Leone XIV un arazzo raffigurante Ossanha, una divinità pagana afro-brasiliana associata alla magia e alle piante rituali.

Per i fedeli preoccupati dal sincretismo e dall’erosione del Primo Comandamento, l’episodio ha richiamato alla mente lo scandalo della Pachamama durante il pontificato di Francesco: un altro momento in cui la simbologia pagana è stata accettata all’interno degli ambienti cattolici.

Le strutture ecclesiastiche locali vengono integrate in questi movimenti

Il rapporto cita comunicati stampa vaticani secondo i quali rappresentanti diocesani e membri delle commissioni Giustizia e Pace hanno accompagnato le delegazioni di attivisti.

Questo è forse lo sviluppo più pericoloso di tutti, perché suggerisce che questi movimenti rivoluzionari non sono più gruppi di pressione esterni, ma si stanno intrecciando direttamente con la vita istituzionale della Chiesa attraverso il linguaggio della “sinodalità” e dell'”accompagnamento”.

Il rapporto avverte che il marxismo si sta diffondendo all’interno delle comunità cattoliche

La conclusione finale del rapporto è devastante. Pur evitando accuratamente l’accusa che lo stesso papa Leone XIV sia un comunista, l’Istituto Lepanto sostiene che l’Incontro mondiale dei movimenti popolari funziona come veicolo di infiltrazione ideologica.

L’avvertimento è crudo e riassume in modo conciso la tragica situazione della Chiesa sinodale: “L’Incontro mondiale dei movimenti popolari… è concepito specificamente per la diffusione delle ideologie marxiste all’interno delle comunità cattoliche locali”.

Tutto sommato, questo rapporto conferma ciò che molti cattolici consapevoli sanno da tempo: la crisi nella Chiesa non si limita più all’ambiguità dottrinale o agli abusi liturgici. È in atto una trasformazione ideologica più profonda: i movimenti politici rivoluzionari vengono sempre più considerati alleati, mentre i cattolici tradizionalisti sono emarginati in quanto ostacoli sulla strada della nuova Chiesa “sinodale”.

La tragedia sta nel fatto che la Chiesa cattolica ha trascorso più di un secolo a condannare il socialismo e il comunismo come fondamentalmente incompatibili con il cristianesimo. I papi hanno ripetutamente avvertito che il marxismo avrebbe distrutto la religione, la vita familiare, la proprietà privata e l’ordine sociale.

Milioni di cattolici hanno subito persecuzioni e martirio sotto i regimi comunisti nel corso del ventesimo secolo. Eppure oggi, secondo le prove raccolte dall’Istituto Lepanto, organizzazioni che celebrano apertamente quelle stesse ideologie vengono accolte persino in Vaticano, e la falsa chiesa, mascherata da Chiesa cattolica, promuove attivamente questi errori diabolici.

Proprio quando pensavamo che la Chiesa sinodale non potesse allontanarsi ulteriormente dalla redenzione, ci hanno dimostrato il contrario.

integritymagazine





Pillole abortive via posta, nuova triste conferma dalla Corte Suprema



Confermata di nuovo la norma introdotta dall’amministrazione Biden che consente di spedire via posta il mifepristone. Dissentono i giudici Alito e Thomas con argomentazioni stringenti. Il caso continua comunque nelle corti inferiori.

STATI UNITI

Vita e bioetica


Ermes Dovico, 15-05-2026

Sulle pillole abortive è arrivata una nuova delusione per il movimento pro vita americano e per chiunque ha a cuore i bambini nel grembo materno. Ieri, giovedì 14 maggio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato ancora una volta la norma introdotta dall’amministrazione Biden che consente di spedire via posta – senza il requisito minimo della visita di persona – il mifepristone, una delle due sostanze usate per l’aborto farmacologico. Una conferma che tecnicamente è arrivata senza offrire motivazioni, attraverso la proroga della sospensione del divieto al mifepristone via posta che era stato emesso lo scorso 1 maggio dalla Corte d’Appello del Quinto Circuito. Nel caso di specie, che nasce dall’azione legale avviata dallo Stato della Louisiana, la sospensione del divieto era stata richiesta con un ricorso d’emergenza presentato il 2 maggio da Danco Laboratories e GenBioPro, due aziende produttrici del mifepristone.

La decisione della maggioranza della Corte Suprema ha visto dissentire i giudici Samuel Alito e Clarence Thomas. Quest’ultimo, nella sua opinione dissenziente, avallando la linea argomentativa della Louisiana, ha sottolineato che «la spedizione di mifepristone per uso abortivo costituisce un reato penale. Il Comstock Act vieta l’uso della “posta” per spedire qualsiasi “farmaco [...] destinato a provocare l’aborto”». Thomas ha ricordato che questa violazione della legge, attraverso la spedizione del mifepristone, causa quasi mille aborti al mese in Louisiana, aggirando le normative pro vita dello Stato. E poi lo stesso giudice, con parole stringenti, ha messo in luce l’assurdità di appoggiare il ricorso dei produttori del mifepristone: «I ricorrenti non hanno diritto alla sospensione di un’ordinanza giudiziaria sfavorevole sulla base del mancato guadagno derivante dalla loro attività criminale. Essi non possono, in alcun senso giuridicamente rilevante, subire un danno irreparabile a causa di un’ordinanza giudiziaria che renda loro più difficile commettere reati». L’interesse pubblico, spiega Thomas richiamando un precedente giurisprudenziale (Zedner vs Stati Uniti), è di ridurre la possibilità dei ricorrenti di commettere reati, mentre una proroga va nel senso opposto.

Degno di nota anche quanto scritto dal giudice Alito, che nella sua opinione dissenziente ha affermato che il mifepristone per corrispondenza rientra in «un piano volto a minare la nostra decisione nel caso Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization», cioè la sentenza del giugno 2022 che ha annullato la Roe contro Wade e restituito ai singoli Stati federati il diritto di regolamentare l’aborto. «Alcuni Stati hanno risposto alla sentenza Dobbs rendendo ancora più facile ottenere un aborto rispetto a prima, e questa è una loro prerogativa. Altri Stati, tra cui la Louisiana, hanno reso l’aborto illegale tranne che in circostanze limitate. [...] Ma gli sforzi della Louisiana sono stati vanificati da alcuni operatori sanitari, organizzazioni private e Stati che detestano leggi come quella della Louisiana e cercano di minarne l’applicazione», ha scritto Alito. La Louisiana, come gli altri Stati a guida repubblicana, caratterizzati da normative più attente al diritto alla vita dei nascituri, è quindi danneggiata nella sua sovranità.

Già nel giugno 2024 la Corte Suprema aveva mantenuto intatte le norme sul mifepristone, allora sfidate dall’Alleanza per la Medicina Ippocratica e altri ricorrenti, i quali, secondo i giudici (in quel caso all’unanimità), non avevano i requisiti per agire in giudizio in quanto non erano riusciti a dimostrare di aver subìto un danno personale concreto dalle regole introdotte dalla Food and Drug Administration. Invece la Louisiana, così come l’altra ricorrente, Rosalie Markezich, una donna costretta ad abortire dal suo fidanzato attraverso pillole che lui stesso si era fatto spedire, hanno le carte in regola anche da questo punto di vista, tant’è che la Corte d’Appello del Quinto Circuito aveva concesso loro la sospensione della norma introdotta sotto Biden (il mifepristone via posta, appunto) sulla base delle buone probabilità di vincere nel merito. È arrivata la doccia fredda della Corte Suprema, ma l’esame del caso continuerà nelle corti inferiori.