martedì 22 settembre 2026

CONVEGNO DI STUDI SU SAN FRANCESCO D'ASSISI A PISTOIA



In occasione dell'ottavo centenario della morte di san Francesco d'Assisi, la Brigata del Leoncino invita a partecipare al Convegno di studi che si terrà Domenica 27 Settembre alle ore 16 nell'auditorium dell'Antico Palazzo dei Vescovi, a Pistoia. 

I professori Niccolò Mochi, Nicolò Bindi e Giampaolo Francesconi esamineranno i diversi aspetti, storico, letterario e filosofico, della figura di Francesco, per ricostruire la sua personalità e il suo pensiero, oltre le definizioni a volte banali della sua figura.







 

Pellegrinaggio a Montenero del 26 settembre 2026

 









Il problema della liturgia e della musica sacra è anche il problema dei Seminari








Aurelio Porfiri, 21 settembre 2026

Io sono impegnato nel campo della musica sacra da oltre 40 anni. Purtroppo devo constatare che la crisi che cominciai a conoscere nella mia adolescenza non è certo risolta ora che mi trovo negli anni della piena maturità. Ci sono varie cause a questo stato di cause ma una di queste mi è sempre apparsa molto chiara: l’inadeguata conoscenza di gran parte del clero riguardo il ruolo della musica nella liturgia e la loro, diciamolo chiaro, ingnoranza musicale e liturgica. Certo ci sono eccezioni ma sono, appunto, solo delle eccezioni.

La vita di un musicista liturgico si riassume nelle continue lotte con sacerdoti che non hanno strumenti per comprendere l’importanza della musica nella liturgia. Certo, ci sono anche musicisti di chiesa inadeguati, ma anch’essi sono il prodotto di un clero che non da alla liturgia l’importanza che meriterebbe.

Mi ha fatto sorridere guardare un video del grande organista francese Jean Langlais (1907-1991) che raccontava i suoi incontri con altri grandi organisti francesi. Ad un certo punto, parlando di Louis Vierne (1870-1937), organista di Notre Dame a Parigi, raccontava di come quest’ultimo avesse espresso il desiderio che alla sua morte la sua salma non fosse benedetta dai sacerdoti di Notre Dame. Non che Vierne fosse una persona semplice, tutt’altro, ma è vero che spesso i sacerdoti non aiutano i musicisti a sviluppare il loro potenziale per il bene della liturgia, ma ne costituiscono un impedimento.

Il problema certamente risiede in una società che valuta pochissimo l’educazione musicale, ma anche nell’educazione scarsa che gli attuali sacerdoti ricevono nei Seminari. Almeno in quegli anni formativi dovrebbero essere esposti alla tradizione musicale della Chiesa in modo da educare il proprio gusto musicale ma, molto spesso, così non è. Gli si insegna qualche pseudo musica liturgica che è il prodotto mal digerito dell’atmosfera degli anni ‘70. E si continua, comunque, a non voler vedere il problema, si pretende una riforma della liturgia senza fornire a coloro che la dovrebbero attuare gli strumenti per non degradare la liturgia e la musica sacra.

Il problema è che non si difende il bene della liturgia, ma un approccio ideologico alla stessa che si impone come la volontà del Concilio quando invece tradisce lo stesso Concilio in molti aspetti. Io immagino che le parole di Leone XIV in una udienza di qualche settimana fa in cui parlava del sesto capitolo della Sacrosanctum Concilium, quello sulla musica sacra, agli orecchi di tanti sacerdoti e di persone a cui viene permesso di essere responsabili della musica nella liturgia senza competenza, saranno risuonati come una lingua sconosciuta risuona alle nostre orecchie: incomprensibili. Canto gregoriano? Organo? Polifonia? Patrimonio musicale della Chiesa? Certo, a questo punto ci vorrebbe veramente il coraggio di andare a fondo a questa questione ma, se mi guardo attorno, non mi sembra vedere persone con la volontà di andare oltre il mito per guardare in faccia la realtà di cosa è diventata la liturgia nella Chiesa cattolica.







La Chiesa in crisi e come non dobbiamo salvarla





Dodici questioni, verità scomode e una via cattolica per il futuro



Mons. Robert Mutsaerts*, 19-09-2026

Ho buone e cattive notizie per voi. La cattiva notizia è che la Chiesa cattolica è in crisi. La buona notizia è che ci è già passata. In effetti, chiunque abbia anche solo una conoscenza superficiale della storia della Chiesa a volte ha l’impressione che la crisi sia una delle poche crisi veramente durature della Chiesa cattolica.

Tradizioni religiose

Abbiamo avuto papi corrotti, vescovi mondani, eresie, scismi, rivoluzioni, persecuzioni e comitati liturgici. Eppure eccoci qui. Quest’ultimo fatto mi sembra soprattutto la prova dell’origine divina della Chiesa. Un’organizzazione puramente umana, governata nel modo in cui la Chiesa è stata talvolta governata, sarebbe probabilmente fallita intorno al IV secolo. Eppure la situazione è grave. Non perché la Chiesa non sia sufficientemente popolare. Non perché la sua quota di mercato sia in calo. Non perché non riesca a entrare in sintonia con il consumatore moderno.

La crisi è grave perché all’interno della Chiesa esiste incertezza proprio su quelle questioni su cui essa dovrebbe dare certezza: Che cos’è la verità? Che cos’è il peccato? Che cos’è il matrimonio? Che cos’è il sacerdozio? Che cos’è la liturgia? Che cos’è l’obbedienza? Che cosa significa misericordia? Che cosa ha effettivamente affidato Cristo alla sua Chiesa? E forse, ancor più fondamentalmente: Crediamo davvero ancora che la Chiesa abbia ricevuto da Cristo qualcosa che non può alterare? Questo è il punto cruciale.

1. La prima riforma necessaria: smettiamola di fingere che tutto debba essere riformato.

Viviamo in una cultura in cui il cambiamento viene considerato quasi automaticamente equivalente a un miglioramento. Un telefono del 2019 è vecchio. Un computer del 2012 è un pezzo d’antiquariato. E così, a volte, inconsciamente, diamo per scontato che una formulazione dottrinale dell’anno 325 abbia urgente bisogno di un aggiornamento software. Ma la rivelazione non è un iPhone. Il cristianesimo non è un prodotto che richiede un nuovo modello ogni anno. Il compito della Chiesa non è quello di produrre una nuova religione a intervalli regolari. Il suo compito è: ricevere, custodire, approfondire e proclamare ciò che ha ricevuto da Cristo.

Ciò non significa che nulla possa mai cambiare. I metodi pastorali possono cambiare. Le discipline canoniche possono cambiare. Le forme di governo possono cambiare. Le discipline liturgiche possono cambiare. Ma la verità non può essere vera oggi e falsa domani.

Un vescovo dovrebbe porsi una semplice domanda di fronte a ogni innovazione ecclesiale: “Questo aiuta il mio popolo a crescere nella santità?”. Non: “È innovativo?”. Non: “È formulato in modo inclusivo?”. Non: “Possiamo formare un gruppo di lavoro su questo?”. Ma: “Questo avvicina le persone a Cristo, ai sacramenti e alla vita eterna?”. Questo potrebbe accorciare parecchi incontri. E questo stesso potrebbe costituire una modesta riforma ecclesiale.

2. Sinodalità: strumento utile, direzione inadeguata

Non c’è nulla di anticattolico nei sinodi. La Chiesa li conosce da secoli. Il rischio sorge quando la sinodalità smette di essere un metodo per diventare un ideale teologico quasi autonomo. Il cristianesimo non è nato con: “Dove due o tre si riuniscono in dialogo, la verità emergerà spontaneamente”. Agli Apostoli fu affidata una fede. Dopodiché, fu loro permesso di discuterne. Quest’ordine è fondamentale.

L’ascolto è un’ottima cosa, ma i cattolici a volte devono osare porsi la domanda scomoda: chi stiamo ascoltando? La cultura? I sondaggi d’opinione? I gruppi di interesse? Noi stessi? O Cristo? Perché quando il risultato di un processo di ascolto ecclesiale si rivela prevedibilmente identico ai desideri della cultura secolare moderna, ci si può almeno chiedere se abbiamo veramente ascoltato lo Spirito Santo o forse soprattutto lo spirito del tempo.

Lo Spirito Santo ha una caratteristica peculiare: parla in continuità con ciò che ha detto negli ultimi venti secoli con una frequenza sorprendente. Una piccola osservazione per i miei confratelli vescovi: usate la sinodalità, ma siate vescovi. Un vescovo non è stato eletto per fare da facilitatore permanente dei processi di gruppo. È un successore degli Apostoli. Questo significa: insegnare, santificare, governare e, a volte, dire: “No. Questo non possiamo cambiarlo”. La parola “no” ha una cattiva reputazione di questi tempi. Ma i genitori lo sanno: chi non dice mai di no non ama i propri figli più profondamente.

3. Ripristinare la distinzione tra misericordia e affermazione

Nessuno ha bisogno di una Chiesa severa. Ma nessuno ha nemmeno bisogno di una Chiesa che osa nominare il peccato solo nei documenti storici. Cristo è stato infinitamente misericordioso. Ma la sua misericordia non è mai consistita nel considerare la conversione superflua. Al peccatore Cristo dice: “Vieni”. Ma anche: “Seguimi”. E seguire significa necessariamente non rimanere esattamente dove eravamo.

Sembra semplice. Ma oggi è rivoluzionario. La tentazione pastorale a volte è: non vogliamo ferire nessuno, quindi non parliamo più di peccato. Il problema è che così anche il perdono perde di significato. Chi non si ammala mai non ha bisogno di un medico. Chi non pecca mai non ha bisogno di un Salvatore. E improvvisamente scopriamo perché Cristo, in un simile sistema teologico, si ritrova ad avere sempre meno da fare.

Un consiglio per i miei confratelli sacerdoti: predicate ancora una volta il peccato, la grazia, il paradiso, l’inferno, la confessione, la virtù, la castità, la preghiera, il sacrificio e la conversione. Non tutti questi temi contemporaneamente ogni domenica: i fedeli devono pur tornare a casa per pranzo. Ma fate sapere alla gente che il cristianesimo ha davvero un significato.

4. Salvare la liturgia sia dagli esperimenti che dalle ideologie

La liturgia è una delle questioni più delicate all’interno della Chiesa. Il che è comprensibile. Lex orandi, lex credendi. Come preghiamo, così impariamo a credere. La lotta sulla liturgia non è quindi mai meramente estetica. In definitiva, riguarda Dio.

La Messa cattolica non è principalmente un incontro in cui la comunità celebra il proprio senso di unità. È il sacrificio di Cristo reso sacramentalmente presente. Non è un pasto sotto forma di sacrificio, ma un sacrificio sotto forma di pasto. Questo cambia tutto. Quando si crede veramente in questo, ciò che segue è naturale: riverenza, inginocchiarsi, silenzio, bellezza, cura, musica sacra e un sacerdote che non presume che la liturgia migliori con l’inserimento spontaneo di un aneddoto divertente. Lo Spirito Santo ha molti doni. L’improvvisazione teatrale all’altare non è, a mia conoscenza, tra i sette.

Un consiglio per i miei confratelli vescovi: non considerate automaticamente l’attaccamento alla liturgia tradizionale come una condizione psichiatrica. Non tutti i giovani cattolici che amano il latino sono agenti segreti del 1957. Quando i giovani sono attratti dal canto gregoriano, dal silenzio, dall’incenso, dall’inginocchiarsi, dalla celebrazione ad orientem e dalla spiritualità classica, non chiedetevi subito: “Cosa c’è che non va?”. Chiedetevi piuttosto: “Cosa cercano qui che non possono trovare altrove?”.
E un pensiero anche per i cattolici tradizionalisti, perché anche loro devono essere disposti ad ascoltare. La liturgia tradizionale può santificare. Ma un rito antico non rende automaticamente santo qualcuno. Si può assistere alla Messa più devota che si possa immaginare e poi, nel parcheggio, maledire tre vescovi e l’intero Vaticano. Liturgicamente, questo può essere tradizionale; spiritualmente, è decisamente meno consigliabile. La tradizione senza carità diventa archeologia con un carattere irascibile.

5. Smettetela di trattare i giovani credenti come se fossero porcellane religiose


Secondo certi modelli pastorali, i giovani avrebbero bisogno principalmente di: poche soglie di accesso, poche pretese, celebrazioni brevi, testi accessibili, un ampio apporto e, soprattutto, nulla che suoni come un obbligo. C’è solo un problema. Questo modello non sembra funzionare particolarmente bene. Molti giovani che scoprono la fede cercano proprio l’opposto: verità, ordine, ascetismo, identità, confessione, adorazione, i sacramenti, profondità intellettuale e una comunità che chieda loro qualcosa in cambio.

Abbiamo sottovalutato i giovani. Abbiamo offerto loro succo di frutta quando cercavano vino. Abbiamo proposto slogan quando volevano leggere Tommaso d’Aquino. Abbiamo dato per scontato che il canto gregoriano li avrebbe allontanati. Alcuni di loro ora lo scaricano volontariamente su Spotify.
Un consiglio ai miei confratelli sacerdoti: abbiate il coraggio di trattare i giovani come adulti. Insegnate loro il Catechismo. Insegnate loro a pregare. Insegnate loro a digiunare. Insegnate loro perché la Chiesa insegna ciò che insegna. Non offrite un cristianesimo annacquato. Nessuno è mai stato martirizzato per un vago senso di appartenenza.

6. Vocazioni: chi chiede ancora un sacrificio?

Parliamo a lungo della carenza di sacerdoti. È comprensibile. Ma la discussione tende rapidamente a concentrarsi su: fusioni, modelli amministrativi, celebranti laici, ristrutturazioni e, naturalmente, il celibato. Tutti argomenti validi. Ma forse dovremmo prima porci una domanda più semplice: perché un giovane dovrebbe voler diventare sacerdote?

Se gli sentisse dire: “Dovrai gestire otto parrocchie, la tua agenda sarà piena di riunioni, dovrai soprattutto non offendere nessuno e dopo vent’anni potresti ricevere un piano strategico per la gestione sostenibile del patrimonio immobiliare”, allora sarebbe sorprendente che qualcuno si presentasse. Ma digli invece: “Consacra la tua vita a Cristo. Celebra quotidianamente il sacrificio della Messa. Perdona i peccati. Battezza i bambini. Sii presente con i morenti. Proclama il Vangelo. Diventa un padre spirituale. Guida le anime all’eternità”. Questo, improvvisamente, suona completamente diverso.
Un consiglio per i miei confratelli vescovi: non cercate candidati che siano principalmente abili manager. Cercate uomini di preghiera. Un amministratore mediocre può essere aiutato da un responsabile finanziario competente. Un sacerdote che non prega non può essere salvato da nessun corso di management.

7. Il vescovo deve diventare di nuovo padre

Un vescovo moderno può facilmente diventare una sorta di direttore generale dei servizi religiosi. Ha a disposizione: riunioni, avvocati, consulenti per la comunicazione, questioni patrimoniali, richieste della stampa, questioni relative al personale, protocolli e commissioni. Tutto ciò è necessario. Ma quando i suoi sacerdoti lo conoscono a malapena e i fedeli lo vedono solo sulle cartoline di Natale, qualcosa non va.

Un vescovo è innanzitutto un padre e un pastore. Deve quindi conoscere i suoi sacerdoti, i suoi seminaristi, visitare le parrocchie, sovrintendere all’educazione religiosa, proteggere la liturgia, combattere gli abusi, proclamare la fede. E di tanto in tanto, dire pubblicamente qualcosa che tutti comprendano immediatamente: “Ah, sì. Quest’uomo crede veramente che la fede cattolica sia vera”. Sarebbe una boccata d’aria fresca.

Mi permetto di offrire un suggerimento concreto. Ogni vescovo potrebbe riservare un numero significativo di giorni all’anno in cui non partecipi a riunioni, ma si dedichi invece a: visitare il seminario, incontrare individualmente i sacerdoti, incontrare i catecumeni, visitare le scuole, ascoltare le confessioni, incontrare i giovani e visitare le parrocchie. Questo gli permetterebbe di avere una visione chiara di ciò di cui la sua diocesi ha realmente bisogno.

8. Sacerdoti: siate sacerdoti, non oratori

Un sacerdote non ha bisogno di essere l’uomo più popolare della parrocchia. Per fortuna. Altrimenti la Chiesa cattolica si troverebbe ad affrontare seri problemi di personale. Né ha bisogno di essere perennemente “rilevante”. La sua rilevanza non deriva dalla sua personalità, ma da Cristo. Quando un sacerdote unge gli infermi, è rilevante. Quando assolve, è rilevante. Quando celebra l’Eucaristia, è rilevante. Quando accompagna i morenti, è più rilevante di tutti i talk show trasmessi quella sera.

Non è difficile individuare le priorità concrete per un sacerdote. Recitare fedelmente il Breviario ogni giorno. Riservare del tempo ogni giorno alla preghiera silenziosa. Celebrare la Messa degnamente. Offrire generose opportunità di confessione. Essere disponibili per gli ammalati. Impartire una vera istruzione catechetica. Predicare in modo sostanziale. Evitare la creatività liturgica. Leggere regolarmente testi teologici. Vivere con semplicità. Ed essere paterni. Quest’ultimo punto è fondamentale. Un sacerdote non è semplicemente un amministratore sacramentale. È un padre spirituale.

9. Laici: smettetela di aspettare che Roma risolva tutto


A volte i cattolici hanno una strana abitudine. Ci lamentiamo che la gerarchia detenga troppo potere. E poi ci aspettiamo che la gerarchia risolva tutto. Queste due cose sono incompatibili. Quando la cultura ha bisogno di essere rievangelizzata, ciò avviene in gran parte attraverso i laici: nelle famiglie, nelle scuole, nelle università, nelle imprese, nei media, nelle arti, nella politica, nella scienza e nelle comunità locali. Almeno, questo sarebbe l’ideale. I primi cristiani non avevano una conferenza episcopale con un ufficio di comunicazione professionale. Eppure evangelizzarono l’Impero Romano. Questo ridimensiona un po’ le nostre scuse.

Il programma di catechesi più importante rimane la famiglia. Un consiglio per i genitori: pregate con i vostri figli. Portateli a Messa. Confessatevi voi stessi. Parlate della fede in casa. Presentate loro i santi. Insegnate loro che la domenica è veramente domenica. E non stupitevi se un figlio non rimane cattolico dopo aver osservato per diciotto anni che essere cattolico non ha fatto praticamente alcuna differenza per i suoi genitori.

Agli intellettuali cattolici offro questo: scrivete, insegnate, dibattete, fondate, organizzate, siate presenti nella cultura. L’ortodossia cattolica non deve diventare un hobby per intellettuali che conversano esclusivamente tra di loro. Tommaso d’Aquino non scriveva per una chat di gruppo chiusa.

10. Combattere la guerra culturale senza diventare un guerriero culturale

Esistono conflitti reali tra la morale cattolica e la cultura moderna. Questo è innegabile. Ma i cattolici tradizionalisti a volte corrono un pericolo particolare: che la lotta contro l’errore diventi gradualmente più importante dell’amore per la verità. Questa distinzione è sottile ma cruciale. Si può finire per dedicare così tanto tempo a combattere il modernismo che Cristo diventa quasi secondario. Si può leggere ogni giorno di tutto ciò che va storto a Roma e quasi mai aprire il Vangelo. Si può ricevere la notizia dell’ultima calamità in un dicastero nel giro di dieci minuti e non sapere quale festa di santo cade in quel giorno.

Questa non è una vittoria per la tradizione. Questa è una distrazione spirituale. Una regola pratica: leggete più Agostino che Twitter ecclesiastico. Leggete più Benedetto XVI che blog pieni di rabbia. Pregate più a lungo per il vostro vescovo di quanto non dedichiate a lamentarvi di lui. Quest’ultima cosa è particolarmente difficile. Ed è probabilmente per questo che fa bene all’anima.

11. Abuso: niente romanticismo sulla reputazione istituzionale

Qui non c’è spazio per l’umorismo. Gli abusi e la cultura dell’occultamento che li circonda hanno causato danni enormi. Il cattolico tradizionalista non deve mai pensare che difendere la Chiesa significhi dare priorità alla reputazione istituzionale rispetto alla verità e alla giustizia. L’ortodossia cattolica, per sua natura, esige: giustizia, amore per la verità, protezione dei vulnerabili e responsabilità da parte di chi detiene il potere. Un vescovo che protegge un abusatore per “evitare lo scandalo” è proprio ciò che causa lo scandalo. La Chiesa non si difende nascondendo il peccato. La Chiesa si difende combattendo il peccato.

In pratica: proteggere prima le vittime. Indagare seriamente. Collaborare legalmente con le autorità civili. Essere trasparenti laddove ciò sia responsabilmente possibile. E riconoscere che la reputazione della Chiesa appartiene in ultima analisi a Cristo. Egli può resistere alla verità meglio che alla menzogna.

12. Fermare l’eterno complesso di inferiorità prima che il mondo moderno


Ormai da diversi decenni, una parte dell’establishment ecclesiastico sembra quasi terrorizzata dall’idea di essere considerata antiquata dal mondo moderno. Ma possiamo stare tranquilli. Il mondo moderno, in effetti, ci considera antiquati. Il cristianesimo insegna, dopotutto, che la castità è una virtù, che il matrimonio ha un significato oggettivo, che i figli sono doni, che la verità esiste, che la sofferenza può avere un senso, che i beni materiali creano obblighi, che il perdono è più importante della vendetta, che l’umiltà è un bene, che l’uomo non è artefice di se stesso e che Dio è in definitiva più importante dell’autonomia – e sì, anche più importante dell’economia.

Niente di tutto ciò diventerà mai completamente di moda. Né è necessario che lo sia. Il cristianesimo non è sopravvissuto per duemila anni perché ha riscritto il suo messaggio ogni vent’anni. È sopravvissuto perché il messaggio si è dimostrato più forte di qualsiasi moda.

Cosa bisogna fare concretamente?

Permettetemi di concludere con un programma semplice: non un altro nuovo comitato, ma qualcosa per ciascuno di noi.

Ai vescovi:

(1) Proclamare la fede chiaramente, non solo quando non ci sono controversie, ma proprio quando farlo è impopolare. (2) Formare buoni sacerdoti: intellettualmente ortodossi, spiritualmente profondi, umanamente maturi, liturgicamente formati. (3) Dare priorità ai seminari ortodossi. Una diocesi senza vocazioni dovrebbe chiedersi non solo perché i giovani non vengono, ma anche cosa trovano quando vengono. (4) Ristabilire la pace liturgica. Non trattare i cattolici fedeli che desiderano la liturgia tradizionale come casi problematici. (5) Promuovere la confessione e l’adorazione. Il rinnovamento della Chiesa non inizia con la gestione. (6) Proteggere l’educazione cattolica. Una scuola che si definisce cattolica ma non osa più insegnare la comprensione cattolica della persona umana ha principalmente un logo storico. (7) Essere visibili come pastori. Andare dal proprio popolo.

Ai sacerdoti:

(1) Prega. Sembra quasi di una semplicità offensiva. Ma molte crisi iniziano proprio lì. (2) Celebra l’Eucaristia ogni giorno, e celebrala con riverenza. I fedeli alla Messa non vengono per incontrare la personalità del sacerdote. Vengono per incontrare Cristo. (3) Predica la verità completa: con amore, con intelligenza, con umorismo quando opportuno, ma senza vergogna. (4) Ascolta le confessioni. Offri generose opportunità di confessione. Suonare il campanello della canonica non conta come tale. (5) Cerca i giovani, non per essere alla moda con loro. Quella è una causa persa. Un sacerdote sessantenne che cerca di parlare come un sedicenne è uno dei più forti argomenti a favore del voto monastico di silenzio. Sii un padre. Questo è sufficiente. (6) Mantieni la fraternità sacerdotale. Un sacerdote isolato diventa vulnerabile. (7) Ama il tuo popolo, anche quando è difficile. Soprattutto in quei momenti.

Ai laici:

(1) Diventate santi voi stessi. È più difficile che essere arrabbiati con Roma, ma in definitiva molto più efficace. (2) Costruite famiglie cattoliche. (3) Date ai vostri figli una vera formazione catechetica. (4) Sostenete i buoni sacerdoti, non mettendoli su un piedistallo, ma aiutandoli a rimanere sacerdoti. (5) Fondate iniziative cattoliche: scuole, case editrici, gruppi studenteschi, gruppi di preghiera, istituzioni culturali, buoni media. (6) Conoscete la vostra fede. Un cattolico che non conosce il Catechismo ma discute quotidianamente di politica ecclesiastica assomiglia a un analista di calcio che non sa se un pallone contiene aria o sabbia. (7) Siate gioiosi. Questo potrebbe essere più importante di quanto pensiamo. L’amarezza non converte nessuno.

Permettetemi di dire qualcosa che potrebbe non essere gradito a un pubblico tradizionalista. La tradizione stessa può trasformarsi in un’ideologia. Si può essere così convinti di difendere la verità da dimenticare che la verità è una Persona. Possiamo: avere ragione ed essere privi di amore, essere ortodossi ed essere orgogliosi, essere liturgicamente corretti ed essere spiritualmente freddi, essere teologicamente acuti ed essere umanamente insopportabili. Sarebbe una vittoria piuttosto singolare.

Il movimento tradizionalista sarà veramente fecondo quando si distinguerà per santità, famiglie numerose, vocazioni, vita intellettuale, bellezza, carità, gioia e zelo missionario, e non principalmente per la critica. Un albero si riconosce in definitiva dai suoi frutti, non dall’acutezza dei suoi cinguettii.

Dove inizia la vera riforma?

Forse non a Roma. Forse non a un sinodo. Forse non a una conferenza episcopale. Forse inizia domani mattina. Quando un sacerdote prega mezz’ora in più prima di colazione. Quando un padre recita il rosario con i suoi figli. Quando un giovane si confessa per la prima volta dopo dieci anni. Quando un vescovo decide di spiegare con calma una verità impopolare. Quando un seminarista sceglie la santità al posto della carriera. Quando una parrocchia riprende l’adorazione eucaristica. Quando un insegnante cattolico si rifiuta di ridurre la sua fede a un vago umanesimo. Quando una coppia sposata vive veramente il proprio matrimonio come vocazione.

È così che la Chiesa si è sempre rinnovata: non principalmente attraverso i programmi, ma attraverso i santi.

Quindi: niente panico. Possiamo prendere sul serio la crisi. Non c’è bisogno di drammatizzarla più di quanto non sia. Perché il futuro della Chiesa, in definitiva, non dipende dalla competenza della sua burocrazia. Grazie a Dio. Questo è forse l’insegnamento più consolante di questo saggio.

Cristo non ha detto: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò il mio piano strategico pluriennale”. Ha detto: “Edificherò la mia Chiesa”. Questo non ci esime dalla nostra responsabilità. La colloca al suo giusto posto. Non abbiamo bisogno di reinventare la Chiesa. Non abbiamo bisogno di salvarla, come se Cristo, dopo la sua Ascensione, avesse dimenticato come funziona la sua stessa Chiesa. Dobbiamo fare qualcosa di più semplice: preservare la fede, annunciare la verità, ricevere i sacramenti, educare i nostri figli, servire i poveri, formare i sacerdoti, promuovere le vocazioni, celebrare la liturgia degnamente, amare i nostri nemici e amare Cristo più della nostra fazione ecclesiastica. Quest’ultima cosa potrebbe essere la più difficile di tutte. Perché in fin dei conti non esistono santi tradizionali e santi progressisti. Esistono solo santi.

E forse è proprio questa la riforma di cui la Chiesa ha bisogno ora. Non un altro nuovo programma cattolico. Ma cattolici che prendano il Vangelo così seriamente che gli altri comincino a chiedersi: “Cosa hanno scoperto loro che a noi manca?”. Quando questa domanda verrà posta di nuovo, la nuova evangelizzazione avrà veramente inizio. E forse la Chiesa riscoprirà allora qualcosa che ha sempre saputo nei suoi momenti migliori: che il mondo non si converte perché noi diventiamo sempre più simili a lui, ma perché vede qualcosa di Cristo in noi.



* † Vescovo Rob Mutsaerts, Ausiliario di ‘s-Hertogenbosch, Olanda, 16 settembre 2026

[ Fonte , in olandese]
Da New Catholic il 19/09/2026






L’ospedale, un’altra invenzione del Medioevo cattolico






di Francesco Agnoli*


da La grande storia della carità, Cantagalli 2013

Tutti i popoli hanno una medicina: c’è la medicina indiana, la medicina cinese, la medicina africana…Si tratta, per lo più, di mescolanze tra credenze superstizione e magiche, visioni cosmologiche di vario tipo e conoscenze empiriche, nate da una qualche osservazione della realtà. Scrive Michelangelo Peláez: «Le pratiche mediche più antiche erano una mescolanza di interventi empirici, di cui si ignorava la reale causa della efficacia o inefficacia, e di magia, che attribuiva il motivo del dolore e della malattia a forze esterne misteriose, dominabili con procedure enigmatiche riservate ad alcuni membri della tribù i quali, dovutamente iniziati, godevano di speciali poteri curativi».

La medicina come la conosce l’Occidente, nasce nel mondo greco, con Ippocrate e la sua scuola, in intima connessione con la filosofia greca: il «rifiuto ippocratico di un intervento divino nel processo della malattia, e di conseguenza il rifiuto di ogni terapeutica magica mirante a calmare la collera divina, coesiste con il dichiarato rispetto della divinità. Il medico ippocratico sostituisce ad una giustizia divina, più o meno oscura, un ordine dell’universo, divino e naturale, che rende conto di tutte le malattie, compreso il male detto “sacro” (l’epilessia), considerato dai contemporanei più divino degli altri. In Ippocrate si osserva un adeguamento del divino al naturale, nel senso che il divino si manifesta nella regolarità stessa delle leggi naturali» (Pelàez). Il cristianesimo erediterà e porterà a compimento questa visione del mondo, sia in nome del Dio Logos, che ha creato un corpo che obbedisce, come l’universo, a leggi ben precise, sia grazie alla sua valorizzazione del singolo individuo (indipendentemente dalla sua origine o ricchezza), dell’amore e del dolore (che sono cifre proprie della tradizione cristiana e non presenti nella cultura greca). Così a salvare e rilanciare in Italia ed Europa il patrimonio antico della medicina greca saranno il monaco Cassiodoro e la sua scuola: di qui una tradizione continua di studi che ha prodotto, per esempio, l’anatomia, a partire dal Medioevo (Mondino de Liuzzi), e poi via via una sempre maggior comprensione della “macchina” del corpo umano.

Una cosa è la medicina, però, un’altra è l’ospedale: se la proprietà della medicina moderna, figlia di quella greca e di quella cristiana, è l’essere fondata sulla ricerca razionale e sulla riduzione degli scopi (il medico deve cercare di curare il corpo, senza però dimenticare che oltre ad esso, ed insieme ad esso, c’è l’anima), la novità più grande dell’apporto cristiano sta nell’istituzione di un luogo in cui poveri, malati, emarginati, pellegrini, orfani ecc. trovino assistenza e aiuto. In nome di Cristo, che era stato, secondo un modo di dire comune nel medioevo, infirmus et patiens (infermo e sofferente).

C’erano strutture ospedaliere in cui praticare la medicina nel mondo antico, pre-cristiano? No. In buona parte del mondo animista, ancora oggi, la cura è affidata allo stregone, che spesso, dietro un pagamento, offre pratiche magiche di allontanamento del malocchio o simili… Il malato, però, è di norma un maledetto: accade non di rado che molte patologie, come la lebbra, portino non alla cura, ma all’emarginazione, e alla cacciata dalla comunità. Nel mondo induista, l’idea stessa di ospedale non può affermarsi per una serie di credenze ostative: gli uomini non sono tutti “uguali” (esistenza delle caste); il corpo e la materia non sono realtà positive; il malato altro non fa che scontare, giustamente, le colpe delle vite precedenti (concetto di reincarnazione)… Così né l’Africa, né l’America, né l’Asia… hanno prodotto l’ospedale.

Il discorso si fa più complesso, ma solo apparentemente, se ci spostiamo in Grecia o a Roma. Ci sono alcune strutture latamente ospedaliere in queste culture? Sì, ma in termini molto vaghi. Gli storici affermano che le strutture “ospedaliere” greche erano: poche, per lo più a pagamento (tipo delle cliniche private), limitate (per esempio Platone insegnava che erano degni di cura soltanto i cittadini liberi -non certo gli schiavi- e soprattutto coloro che potevano guarire sicuramente). Per questo lo storico dell’ospedale Ray Porter, come tanti altri, arriva a concludere: «Nella Grecia classica non vi erano ospedali…». Altri, come Scarano, Cosmacini, Sironi, Krug… ribadiscono che l’ospedale come lo intendiamo noi, come ospitalità a 360 gradi, nasce solo con il cristianesimo.

Quanto a Roma antica, comincia così uno studio di Alberto Arcioni sul tema: «Sia nella Roma repubblicana che in quella imperiale una vera ospedalità, almeno come la intendiamo noi oggi, non si ebbe mai», in quanto «l’attenzione alla salute, in tutte le sue forme, veniva considerato come un fatto utilitario e non come un impulso caritatevole a chi soffriva»; «queste deficienze nell’assistenza sanitaria nell’antica Roma, fanno invero contrasto con la grande cura che invece i romani mettevano, anche attraverso saggi ordinamenti, nel trattamento dell’igiene personale, nell’uso delle acque, nella vigilanza annonaria, nella diffusione dell’esercizio fisico». Vi erano anche, è vero, delle strutture che potremmo definire impropriamente ospedali, ma erano luoghi per la “riparazione” degli schiavi, luoghi a pagamento, luoghi sacri, in cui però mancava «lo spirito di aiuto per i sofferenti» che sarebbe stato portato, conclude l’Arcioni, «con l’avvento e il diffondersi del cristianesimo» (Alberto Arcioni, L’ospedalità nella Roma antica, in “Lazio ieri e oggi. La rivista di Roma e della sua regione”, aprile 2013).

Giorgio Cosmacini, docente di Storia della medicina presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e l’Università degli Studi di Milano, scrive: «il valore dell’ospitalità era solo marginalmente noto nel mondo classico. Era il Medioevo cristiano a dare fondamento etico alla hospitalitas: questo stesso nome, conosciuto sì dagli antichi, ma solo come attitudine od opzione individuale e come obbligo giuridico nei confronti dell’ospite, si affermava nella bassa latinità come comandamento condiviso, come servizio reso al bisognoso e al sofferente nell’ambito di un cristianesimo che si proclamava religione dei poveri […]. Tali opere ricevevano una loro organizzazione da parte della Chiesa primitiva: i diaconi erano “ministri” delegati dai vescovi ad amministrare la distribuzione di viveri ed elemosine, l’assistenza a vedove ed orfani, l’alloggio a poveri e ammalati. Le prime “case ospitali” o domus episcopi, sorte accanto alle residenze vescovili, erano gli archetipi delle istituzioni ospitaliere […]. Sotto l’autorità di un vescovo nascevano case ospitali urbane, sotto l’autorità di un abate, stanze ospitali venivano allestite nei monasteri» (G. Cosmacini, L’arte lunga. La storia della medicina dall’antichità a oggi, Laterza 2009, pp. 118,120).

Fino a fare di Roma, capitale della Cristianità, il luogo dei primi ospedali dell’Occidente, con Agnese, Fabiola, Marcella; e poi la patria, dopo il Mille, di «meravigliosi ospedali che per grandiosità, qualità di assistenza medica, aspetto e funzionalità architettonica, primeggiarono in tutto il mondo» (Arcioni). Per secoli, gli ospedali sono opera di volontariato, luoghi in cui migliaia di persone immolano la loro vita, rinunciando ad una vita esterna, sovente anche ad una propria famiglia, per stare con i sofferenti, con i più miseri, visti come “altri Cristi”, notte e giorno. Luoghi in cui la carità stimola la ricerca, e la pratica permette lo sviluppo della medicina. Lo Stato, in Europa, comincerà a gestire gli ospedali, pagando il personale, molto tardi: dopo che san Giovanni di Dio, san Camillo de Lellis, san Vincenzo de Paoli e tanti altri santi e sante avranno sparso i semi della loro carità per ogni luogo. Dopo che l’abate Charles-Michel de l’Épée, nel Settecento, sulla scia di religiosi a lui precedenti, avrà inventato la lingua dei segni e il metodo educativo per i sordomuti, dando vita a quegli istituti per sordomuti che saranno gestiti, sino al Novecento, dalla Chiesa cattolica.

Anche in epoca più recente, sarà la carità cristiana prima a spingere Florence Nightingale a creare la figura dell’infermiera moderna, dopo aver imparato alla scuola delle Figlie della Carità di san Vincenzo, poi a venire incontro a tutti quei nuovi bisogni che gli Stati non sono capaci, né motivati, ad incontrare: pensiamo al primo ricovero per malati di Aids, fondato a New York nel 1982 dalle suore di madre Teresa (perché non si trovava nessun altro, neppure a pagamento, disponibile a rischiare il contagio per accompagnare alla morte persone consumate dal male); alle comunità di recupero per tossicodipendenti, nate quasi sempre dall’opera volontaria e gratuita di sacerdoti o di laici con una forte spinta religiosa; oppure, per fare un altro esempio, ai Cottolenghi di San Giuseppe Cottolengo e di don Orione, aperti ad accogliere i malati più gravi, quelli cronici, quelli a cui gli ospedali di Stato non sanno assicurare le necessaria assistenza. L’ospedale, figlio, come l’università, della civiltà medievale, viene esportato anche fuori dalla Cristianità, attraverso i missionari: uomini che partono per portare la fede, e che come Cristo che sfama i suoi discepoli, e guarisce i malati, portano con sé anche medicina e strutture di carità. E’ san Daniele Comboni, per fare un solo esempio, colui che più di ogni altro ha insegnato all’Africa educazione, istruzione, sanità…

Quanto all’oggi, si contano nel mondo 121.564 strutture sanitarie cattoliche e di assistenza di vario genere: «la punta di diamante è rappresentata dai 5.305 ospedali della Chiesa (basti pensare che la sanità statunitense ne ha 5.700) dove dentro c’è un po’ di tutto: dalla struttura all’avanguardia – in Italia basta citare il polo pediatrico di Roma Bambino Gesù o la Casa del Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo – al piccolo centro di frontiera in Africa che fornisce l’assistenza di base. I numeri della sanità vaticana (aggettivo usato dall’articolista impropriamente, ndr) si dividono abbastanza equamente tra i principali continenti: in America sono 1.694 gli ospedali, in Africa 1.150, in Asia 1126, in Europa 1.145 dove l’Italia fa la parte del leone con 129 strutture sanitarie. Ma la realtà delle cure cattoliche è anche molto più ricca: con 18.179 strutture cosiddette ambulatoriali (oltre 10mila divise tra Africa e Americhe) che danno assistenza ai più svantaggiati e ben 17.223 strutture residenziali e assistenziali destinate alla terza età o ai disabili. Di quest’ultime ben 8mila sono concentrate in Europa e quasi 1.600 solo nel nostro Paese. Completano l’elenco del welfare vaticano quasi 10mila orfanotrofi, oltre 11mila asili per i più piccoli, 15mila consultori familiari e quasi altre 60mila strutture che forniscono assistenza sociale e prestazioni di vario tipo» (Il Sole 24 ore, 15/2/2013).





L’ospedale del Vaticano tra i migliori al mondo (primo in Europa)



La nuova classifica di “Newsweek” colloca il “Bambino Gesù” tra i migliori ospedali pediatrici del mondo. Un’eccellenza della Santa Sede.


Ultimissime


Redazione UCCR 21 set 2026

Il quarto ospedale pediatrico al mondo.

A certificarlo è la nuova classifica realizzata dalla rivista statunitense “Newsweek” in collaborazione con la piattaforma di dati Statista.

L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, istituzione della Santa Sede, è stato decretato tra i migliori ospedali pediatrici del mondo e il primo in Europa.

Ha così guadagnato due posizioni rispetto all’edizione precedente, davanti a lui si trovano tre strutture d’eccellenza nordamericane.


La classifica e l’ospedale del Vaticano

L’Ospedale è di proprietà della Santa Sede e risponde direttamente ad essa, che ne esercita vigilanza e indirizzo.

Fu costituito nel 1924 con un Chirografo di Papa Pio XI ed è oggi una delle istituzioni sanitarie attraverso cui la Santa Sede svolge la propria attività nel campo della cura e della ricerca pediatrica.

La struttura opera nel sistema sanitario italiano ed eroga prestazioni anche in regime di Servizio sanitario nazionale.

La classifica Newsweek prende in considerazione circa 800 strutture in 35 Paesi, selezionandone 250 per la graduatoria mondiale della pediatria.





Eccellenza in oncologia e neonatologia


Il Bambino Gesù è tra l’altro l’unico ospedale italiano presente tra i primi 25 al mondo per questa specialità.

La valutazione considera soprattutto le raccomandazioni di medici e professionisti sanitari, insieme ad altri indicatori relativi alla qualità dell’assistenza e all’esperienza dei pazienti.

L’Ospedale del Vaticano ha inoltre ottenuto il massimo riconoscimento previsto per l’utilizzo degli strumenti che raccolgono direttamente dai pazienti informazioni sullo stato di salute e sul recupero dopo le cure.

Tra le specialità segnalate quest’anno figurano oncologia e neonatologia, quest’ultima indicata per la prima volta tra le aree di particolare eccellenza dell’ospedale.


Un’obiezione frequente

Una notizia che fa tornare in mente un’obiezione frequente scaricata sul mondo cattolico quando ci si occupa di suicidio assistito o di interruzione di gravidanza.

Alla Chiesa, dicono gli oppositori, interesserebbe solo ciò che sta all’inizio e alla fine della vita, fregandosene di ciò che si trova in mezzo.

Un rovesciamento storico colossale che ignora volutamente come la società occidentale sia sorta proprio sotto le ali del papato.


La nascita degli ospedali


La nascita degli ospedali è un esempio tra i più pertinenti, segno dell’interesse della Chiesa per la vita umana in generale.

Il più importante storico della medicina italiano, Giorgio Cosmacini (Università Vita-Salute San Raffaele e Università degli Studi di Milano), ha ben chiarito lo scarso contributo della medicina araba, «il cui principale, se non unico, merito è quello di aver trasmesso la medicina antica e bizantina»1.

Ha quindi rilevato che «è dal Medioevo non pagano, ma cristiano, che vennero emergendo concetti e valori di grande rilevanza per la medicina» (p.117), soprattutto per quanto riguarda il concetto di ospedale, «noto solo marginalmente nel mondo classico»2.

Al contrario, scrive Cosmacini nella sua celebre opera, «fu il Medioevo cristiano a dare fondamento etico alla hospitalitas», da cui appunto presero il nome gli ospedali, che inizialmente si chiamavano domus episcopi poiché «sorgevano accanto alle residenze vescovili, erano gli archetipi delle istituzioni ospitaliere»3.




lunedì 21 settembre 2026

Fulton Sheen: il venerabile vescovo americano sarà beatificato giovedì



Fulton SheenImmagine generata con AI

Il venerabile vescovo americano sarà beatificato giovedì. Siamo ancora in tempo per conoscerlo più da vicino

Chiesa

7 cose da sapere su Fulton Sheen


Federica Di Vito, 21 settembre 2026 

Il 24 settembre si terrà la solenne cerimonia di beatificazione dell'arcivescovo Fulton John Sheen (1895-1979), celebrata dal cardinale Luis Antonio Tagle in rappresentanza del Papa. La Chiesa eleva agli altari uno dei volti più celebri e amati del cattolicesimo americano del Novecento, già vescovo ausiliare di New York e successivamente vescovo di Rochester.

Il miracolo approvato per la beatificazione è avvenuto proprio nella sua diocesi natale di Peoria, in Illinois. L’evento si è verificato il 16 settembre 2010 all’OSF St. Francis Medical Center, a meno di un miglio dalla Cattedrale di Santa Maria dell’Immacolata Concezione, dove Sheen servì come chierichetto, fu ordinato sacerdote e dove riposano le sue spoglie mortali. Il prodigio riguarda il piccolo James Fulton Engstrom, nato privo di battito cardiaco e di segni vitali. Dopo le accorate preghiere della famiglia rivolte all’arcivescovo Sheen, il cuore del neonato ha ripreso improvvisamente a battere in modo del tutto inspiegabile dopo ben 61 minuti, consentendogli poi di crescere in perfetta salute.

Per prepararsi al grande appuntamento della beatificazione, vi proponiamo sette curiosità della vita di Fulton Sheen anticipandovi che sul numero di ottobre del Timone (qui per abbonarsi) vi aspettano contenuti speciali su questo grande maestro di fede.

1. Un pioniere assoluto dei media (con un premio Emmy in bacheca): Nel 1940 apparve nella prima trasmissione televisiva di una funzione religiosa cattolica. Dopo 22 anni alla guida del programma radiofonico The Catholic Hour, nel 1952 lanciò lo show televisivo Life Is Worth Living, che arrivò a radunare circa 30 milioni di telespettatori a settimana. Nel 1953 vinse l’Emmy Award come miglior personaggio televisivo e, nel ritirare il premio, ringraziò con la sua nota ironia i suoi quattro “sceneggiatori”: Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

2. Un Beato in prime time: Il 21 ottobre 1956, l’allora vescovo apparve come “ospite misterioso” nel famosissimo game show della CBS What’s My Line?, seguito in diretta da circa 11 milioni di famiglie. Il format dello show prevedeva che un panel di celebrità cercasse di indovinare la professione o l’identità dell’ospite ponendo esclusivamente domande a risposta chiusa (“sì” o “no”). Per dissimulare la propria voce e rendere più difficile l’identificazione, Sheen decise di rispondere alle domande in francese. La giornalista Dorothy Kilgallen gli chiese se lavorasse per un’organizzazione no-profit e Sheen rispose «Oui». L’attore David Niven gli domandò se apparisse settimanalmente in televisione e Sheen confermò nuovamente con un «Oui». A quel punto, l’attrice Arlene Francis commentò incredula l’abbinamento tra tv settimanale e no-profit, esclamando: «Certo che hai proprio uno sponsor matto!» («Oh, boy, have you got a crazy sponsor»), suscitando le risate del pubblico. La battuta fece scattare l’intuizione in Arlene Francis, che gli chiese se fosse una figura religiosa. Sheen rispose con autoironia «J'espère» (“Lo spero”). Subito dopo, il saggista Bennett Cerf ne pronunciò direttamente il nome, «Bishop Sheen», concludendo il gioco tra gli applausi generali.

3. La fedeltà all’Ora Santa e l’episodio del carbone: Il centro della sua vita fu l’Adorazione eucaristica quotidiana - l’Ora Santa -, promessa mantenuta dal giorno dell’ordinazione sacerdotale fino all’ultimo respiro. Mantenere quella fedeltà richiedeva talvolta un prezzo alto. Nella sua autobiografia Tesoro in argilla, Sheen racconta i grandi sacrifici compiuti per non mancare all’appuntamento quotidiano con il Signore - persino nei momenti di aridità spirituale -, arrivando a ricordare quella volta in cui, rimasto chiuso per caso in una chiesa a Chicago, dovette arrampicarsi su una finestra e finì dritto nel deposito del carbone. Emblematico poi è che il Signore gli concesse di morire il 9 dicembre 1979 proprio nella sua cappella privata a New York durante l’Ora Santa.

4. La lezione dello spazzino di Roma durante il Concilio Vaticano II: Raccontava spesso la storia di uno spazzino incontrato a Roma durante il Concilio Vaticano II, - al quale partecipò in tutte le sessioni dal 1962 al 1965 lavorando a stretto contatto con il giovane futuro papa Benedetto XVI -, che gli ricordò che svolgere un lavoro semplice per amore di Dio è più prezioso di qualsiasi incarico “importante” svolto per altri fini.

5. Uno straordinario convertitore di anime: Attraverso le sue trasmissioni e i colloqui personali accompagnò moltissime persone alla conversione o al ritorno alla fede cattolica. È impossibile stimare quante persone si siano convertite alla fede cattolica attraverso la predicazione di Sheen. Molti gli scrivevano, dicendogli che si erano convertiti o che ci erano tornati tramite qualcosa che aveva detto o fatto. Tra i volti noti che guidò alla Chiesa figurano la parlamentare e ambasciatrice Clare Boothe Luce, l’attivista comunista Bella Dodd,il violinista Fritz Kreisler e l’attrice hollywoodiana Virginia Mayo.

6. Oltre 30 ore di preparazione per la TV: Nonostante la sua grande naturalezza comunicativa, dedicava più di 30 ore di studio e prove alla preparazione di ciascun episodio televisivo, esercitandosi nella recitazione persino in diverse lingue.

7. Strappava i suoi appunti universitari: Sheen si dedicava alle sue attività con enorme disciplina, arrivando a lavorare fino a 19 ore al giorno. Come docente universitario, alla fine di ogni trimestre strappava i suoi appunti di lezione per riscriverli da capo il semestre successivo, così da insegnare sempre con la mente libera da preconcetti. Dedicava oltre 30 ore di preparazione a ogni singola puntata televisiva, esercitandosi nella recitazione in diverse lingue.


(Foto: Screenshot Educational Video Group, YouTube)