venerdì 21 agosto 2026

La Chiesa senza Sacramento. Quando la Sinodalità si fa «Parlamento»


Sinodo sulla sinodalità (foto di GettyImages) ottobre 2023





di Fabio Vessillifero, 21 agosto 2026

Quando la sinodalità diventa mito mediatico

Nel dibattito mediatico e pubblicistico attorno al tema della sinodalità, emergono sempre più frequentemente interpretazioni che rischiano di travisare la natura profonda della Chiesa, sovrapponendovi categorie secolari, sociologiche o esplicitamente politiche. Quando la sinodalità viene sganciata dal suo inscindibile fondamento dogmatico e dalla Tradizione, si generano equivoci che entrano in aperto contrasto con la fede cattolica genuina. La prima e più pervasiva deviazione è la parlamentarizzazione del corpo ecclesiale, la quale non si traduce nemmeno in un autentico scontro dialettico tra posizioni diverse, bensì nella stanca riproposizione del politicamente corretto. Esattamente come avviene nelle democrazie parlamentari contemporanee — dove la contrapposizione tra partiti è spesso una finzione teatrale che non osa mai mettere in discussione i veri poteri forti e le direttrici ideologiche dominanti —, così il modello sinodale secolarizzato rischia di ridursi a una cassa di risonanza dell’omologazione culturale. A questo conformismo si affianca il riduzionismo demagogico del sensus fidei, che scambia il sentire profondo dei battezzati radicato nella grazia con i semplici sondaggi d’opinione o con le tendenze culturali egemoni. Vi è poi la distorsione che intende la sinodalità come uno strumento per esautorare l’autorità episcopale e il primato petrino. Non meno insidioso è il funzionalismo burocratico, che soffoca la spinta evangelizzatrice in un’infinita macchina organizzativa di commissioni e verbali, per giungere infine al relativismo dogmatico, che ipotizza una mutazione sostanziale della verità. La fede cattolica, al contrario, riconosce nella Chiesa un corpo mistico e sacramentale, la cui struttura gerarchica e la cui continuità dottrinale non possono essere modificate né da dinamiche parlamentari né dall’obbedienza al pensiero unico.

Il discernimento ecclesiale contro le deviazioni assembleari

Per spazzare via le equivoche interpretazioni e offrire una definizione rigorosa, la Commissione Teologica Internazionale ha pubblicato nel 2018 il documento «La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa» (qui), in cui chiarisce che la sinodalità non costituisce una concessione allo spirito democratico moderno, bensì la forma costitutiva della Chiesa in quanto popolo di Dio in cammino. Il Documento ribadisce che un processo sinodale si compie non nell’aritmetica di una maggioranza, ma unicamente con l’atto di decisione da parte dell’autorità gerarchica. Tuttavia, ad un’analisi critica e decostruttiva dei testi sinodali, emerge come le categorie di pensiero sottese a questa architettura rispondano al calco perfetto della corporate governance e della teoria delle decisioni. Sebbene i documenti evitino di usare esplicitamente il gergo manageriale, essi pensano e strutturano la vita della Chiesa sdoppiandola secondo il modello aziendale che separa la fase dell’istruttoria e della consultazione (decision-making) dal momento della delibera e dell’approvazione finale (decision-taking). Svelare questa matrice di pensiero è fondamentale: dimostra come, dietro la dizione del “discernimento”, si sia insinuata una forma mentis tecnocratica che concepisce la grazia e l’ascolto dello Spirito Santo secondo le dinamiche procedurali di un consiglio di amministrazione.

La finzione del voto e la tenuta delle norme canoniche

Il Codice di Diritto Canonico del 1983 recepisce l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II traducendo in rigorose norme giuridiche la distinzione tra la cooperazione di tutti i fedeli e la responsabilità deliberativa dei Pastori. Nella struttura canonica, la partecipazione dei laici ha per natura una valenza consultiva, mentre la funzione deliberativa appartiene a chi è rivestito della potestas d’ordine e di giurisdizione. A livello di Chiesa universale, i canoni dal 342 al 348 definiscono il Sinodo come un’assemblea di Vescovi le cui conclusioni hanno valore di voto consultivo offerto al Papa, il quale rimane l’unico legislatore, anche laddove siano ammesse presenze laicali. A livello di Chiesa locale, il canone 466 sancisce perentoriamente che nel Sinodo diocesano l’unico legislatore è il Vescovo, mentre gli altri membri, compresi i laici, godono soltanto di voto consultivo nella formulazione delle proposte. Analogamente, nei Consigli pastorali diocesani e parrocchiali, regolati dai canoni 514 e 536, il suffragio dei laici mantiene una natura prettamente consultiva, volta all’esame e alla proposta delle attività pastorali sotto la presidenza del Pastore. Tuttavia, il concetto canonico di “voto consultivo” non equivale a una mera formalità priva di valore: esso rappresenta un grave obbligo morale per il Pastore, chiamato ad ascoltare attentamente il proprio popolo secondo il canone 127. La tecnica giuridica della Chiesa dimostra così che la consultazione coinvolge l’intero popolo di Dio per identificare il bene, mentre la decisione rimane ancorata alla responsabilità personale dell’ordinato di fronte a Dio.

Il cortocircuito del suffragio: quando il laico vota al posto del Vescovo

Un’attenta disamina della prassi introdotta durante l’ultimo Sinodo mondiale sulla Sinodalità rivela profonde aporie nate dalla scelta di concedere ai laici un voto formalmente parificato a quello dei Vescovi nell’approvazione del Documento Finale. Sebbene dal punto di vista strettamente formale tale voto rimanga di natura consultiva rispetto alle decisioni finali riservate al Pontefice, l’equiparazione numerica del suffragio di un laico a quello di un successore degli Apostoli all’interno di un’assise denominata Sinodo dei Vescovi crea un’incongruenza sostanziale. La costituzione dogmatica Lumen Gentium insegna che il munus gubernandi e l’autorità di giudizio nella Chiesa sono intrinsecamente legati alla consacrazione episcopale, che configura il Vescovo a Cristo Capo. Consentire a un battezzato non-ordinato di esprimere un voto con il medesimo peso aritmetico di un Vescovo all’interno di un corpo giudicante scinde nei fatti l’esercizio del discernimento pastorale dal Sacramento dell’Ordine. Sebbene questa scelta sia stata motivata dal primato della dignità battesimale e del sensus fidei, si è finiti per sovrapporre la fase della testimonianza e dell’ascolto con quella del giudizio magistrale. L’incongruenza istituzionale ed epistemologica che ne deriva svuota di significato la rappresentanza apostolica del Vescovo, riducendo il suffragio ecclesiale a un conteggio indifferenziato che prescinde dalla struttura sacramentale della Chiesa.

Bergoglio, il Papa re e la burocrazia: la strana riforma della Curia

La riforma della Curia Romana attuata con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium e il passaggio dalle storiche Congregazioni ai Dicasteri mettono in luce una vistosa tensione con il concetto autentico di sinodalità. Nel Proemio del testo si afferma la possibilità per qualsiasi fedele laico di presiedere un Dicastero, teorizzando che la potestas regendi non derivi dal Sacramento dell’Ordine, ma dalla sola missio canonica, ossia dalla delega vicaria conferita dal Papa. Questa impostazione teologico-giuridica determina una frattura con la teologia del Vaticano II, la quale aveva solennemente affermato l’unità inscindibile del sacramento e del potere. Sostenere che il governo della Chiesa possa prescindere dall’Episcopato significa regredire a una concezione positivista e pre-conciliare, in cui il Papa diventa la fonte originaria ed esclusiva di ogni giurisdizione, trasformando tutti gli altri governanti in suoi meri delegati. Inoltre, la sostituzione delle Congregazioni — tradizionalmente strutturate come collegi episcopali chiamati a dibattere le questioni dottrinali e disciplinari — con i Dicasteri accentua la trasformazione della Curia da corpo collegiale-episcopale a struttura burocratico-funzionale al servizio diretto dell’esecutivo dell’autorità centrale. Si consuma così un netto paradosso: sotto la narrazione della decentralizzazione e della valorizzazione del laicato, si attua una centralizzazione vicaria e un iper-papismo senza recenti precedenti storici.

Il disegno supremo: l’autorità centrale al servizio della de-sacralizzazione

Rileggendo in modo coordinato l’ammissione dei laici al voto sinodale e la riorganizzazione della Curia in Dicasteri, emerge con nitidezza un disegno teologico e di governo estremamente coerente e strutturato da parte di papa Bergoglio. Non si tratta di decisioni estemporanee, ma di una strategia di politica ecclesiologica che pretenderebbe di smantellare il clericalismo attraverso la desacralizzazione del potere di governo. Per disarticolare l’identificazione tra casta sacerdotale e autorità, Bergoglio ha deliberatamente separato la giurisdizione dal Sacramento dell’Ordine: nei Dicasteri la guida è affidata alla delega pontificia, mentre nel Sinodo il voto viene radicato nel Battesimo. Tuttavia, il perno che rende possibile questa operazione di apparente democratizzazione è l’affermazione assoluta e totalizzante della plenitudo potestatis del Romano Pontefice. Soltanto un ricorso illimitato al primato petrino permette infatti di scavalcare la prassi canonica tradizionale, imponendo ai Vescovi di condividere il voto con i laici e di accettare la giurisdizione curiale di non-ordinati. Questo progetto subordina le forme giuridiche e le garanzie sacramentali all’efficacia dell’azione missionaria e pastorale del momento. In questo quadro, la decentralizzazione periferica viene attuata mediante la massima centralizzazione del potere papale, creando una sinodalità promossa “dall’alto” che usa l’autorità monarchica per decostruire la gerarchia intermedia.

Il dogma infranto: la rottura insanabile con la Lumen Gentium

L’impianto riformatore della governance ecclesiale entra in diretto e stridente contrasto con le definizioni dogmatiche della Lumen Gentium, in particolare con il numero 21 (qui). Il Concilio Vaticano II aveva superato la secolare separazione tra potere di santificare e potere di governare, insegnando che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, la quale reca in sé in modo unitario i tre munera di insegnare, santificare e governare. La giurisdizione non è dunque un mandato amministrativo apposto dall’esterno, ma l’attivazione pastorale di una grazia ontologica ricevuta dallo Spirito Santo. Affermare, come fa Praedicate Evangelium, che la giurisdizione nasce dalla missio canonica e che quindi i laici possono governare la Chiesa in virtù di una delega pontificia, significa smembrare l’architettura sacramentale del Concilio. Le conseguenze teologiche di questo corto circuito sono devastanti: se la potestas regendi e il giudizio sui Vescovi possono essere esercitati a prescindere dal Sacramento, l’Ordine sacro viene svuotato della sua dimensione pastorale e ridotto a una funzione meramente rituale e liturgica. Si produce così la figura assurda di laici che, agendo in nome del Papa, esercitano un’autorità di governo e di vigilanza su Vescovi consacrati, sovvertendo la gerarchia sacramentale voluta da Cristo e ripristinando una concezione volutamente giurisdizionalista della Chiesa.

Perché non si è voluto riproporre la corretta comprensione del ministero

Di fronte al vizio reale del clericalismo, inteso come deriva mondana dell’autorità sacerdotale, la Chiesa possedeva nella sua Tradizione una risposta squisitamente evangelica: ricondurre l’autorità alla sua radice di servitium e di lavanda dei piedi, ricordando al ministro di farsi minus, ossia servitore di tutti. Ci si deve chiedere allora per quale motivo la leadership ecclesiale abbia preferito la via delle ingegnerie giuridiche e della separazione del potere dal Sacramento. La risposta risiede anzitutto nell’adozione inconscia di categorie analitiche mutuate dalla sociologia politica secolare. La cultura moderna concepisce il potere come una quantità finita da redistribuire o democratizzare; anziché purificare la natura dell’autorità sacerdotale trasformandola in dono di sé, si è preferito accettare la logica del potere come dominio, scegliendo di “spartirlo” o assegnarne quote ai laici per via amministrativa. Inoltre, la riforma delle strutture e il cambio delle norme rappresentano una scorciatoia immediata e mediaticamente visibile rispetto alla faticosa e lenta opera di conversione spirituale, ascetica e formativa del clero. Infine, l’influsso del funzionalismo contemporaneo ha spinto verso la secolarizzazione del ministero: una volta ridotta l’autorità a mera funzione organizzativa, l’efficienza manageriale e la parità di genere diventano i criteri primari di gestione della macchina ecclesiale, preferiti al mistero del Sacramentum.

La lezione dei Padri: quando l’autorità era soltanto lavanda dei piedi

Per i Padri della Chiesa, quali Sant’Agostino e San Gregorio Magno, il rapporto tra l’autorità episcopale (auctoritas) e il servizio (servitium) non costituiva un problema di bilanciamento di poteri, poiché le due realtà coincidevano perfettamente. L’autorità episcopale trovava la sua unica verità ontologica nell’essere un servizio speso fino all’annientamento per il bene del gregge, vissuto come un carico spaventoso (onus) anziché come un privilegio (honos). Sant’Agostino ricordava continuamente a se stesso e ai suoi fedeli che la funzione di stare alla testa del popolo (praeesse) non possedeva alcun valore se non si traduceva in un beneficio effettivo per le anime (prodesse), dichiarando di essere Vescovo per il popolo ma cristiano con il popolo. San Gregorio Magno, nel definire la figura del Pastore nella sua Regula Pastoralis, coniava il titolo di Servus Servorum Dei, avvertendo che la guida delle anime è l’arte delle arti e che il Vescovo deve considerarsi per natura uguale a tutti gli altri uomini, distinguendosi solo per una maggiore santità. Nella prospettiva patristica, l’autorità non era mai dominium o potestas giurisdizionale staccata dal Sacro, ma caritas, compassio e paternità spirituale. Per i Padri, la risposta alla tentazione del potere non consisteva nel desacralizzare il ministero o nel separare la giurisdizione dal Sacramento, poiché qualsiasi uso mondano dell’autorità era considerato un sacrilegio: la vera riforma esigeva che il Pastore si spogliasse di ogni logica di dominio per farsi servo della Sposa di Cristo.

L’inganno ideologico: il cavallo di Troia contro la Sposa di Cristo

La sintesi di questo percorso analitico conduce alla consapevolezza che esiste il rischio concreto di trasformare la sinodalità da dimensione spirituale della Chiesa a una vera e propria ideologia incompatibile con la fede cattolica. L’ideologia sinodale agisce come un vero e proprio “cavallo di Troia”: si serve di un concetto nobile, tradizionale e desiderabile — la comunione, l’ascolto, il camminare insieme — per far penetrare all’interno della cittadella ecclesiale trasformazioni strutturali che distruggono la forma sacramentale della Chiesa. Questo inganno si articola anzitutto attraverso la strategia del “contenitore vuoto”, ovvero l’uso di un termine fluido e polisemico entro cui le correnti progressiste possono far passare le proprie agende riformatrici. In secondo luogo, opera mediante il primato della prassi sulla dottrina, alterando prima le consuetudini e le composizioni delle assemblee per poi costringere la teologia a giustificare a posteriori i fatti compiuti. Si assiste inoltre a una profonda secolarizzazione del linguaggio, dove le categorie tradizionali della grazia e della salvezza delle anime vengono sostituite da termini presi a prestito dalla sociologia e dalla politica, quali inclusione, governance e redistribuzione del potere. Infine, si attua un ricatto morale che identifica arbitrariamente le decisioni delle commissioni con la voce dello Spirito Santo, bollando come “rigido” o “nemico dello Spirito” chiunque richiami la fedeltà al Depositum Fidei. Quando la sinodalità viene piegata a queste dinamiche, essa cessa di essere un servizio alla verità e si rivela per ciò che è: un’operazione di conformità ideologica – più o meno consapevole – al capitalismo predatorio, destinata ad infrangersi contro la natura intima e sacramentale della Chiesa di Cristo.

La bancarotta del neomodernismo: la fedeltà al Vaticano II come pietra di paragone della fede

Giunti al termine di questa disamina, si impone una constatazione filosofica tragico-comica: la deriva ideologica in atto non rispetta nemmeno la classica legge hegeliana dello sviluppo storicista, la quale esigerebbe che ogni avanzamento conservi e innalzi la verità espressa nelle tappe precedenti. Tra la prassi sinodale odierna e l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II non vi è alcuna continuità omogenea, bensì una palese e sfrontata discontinuità. Il continuo e sbandierato richiamo al Concilio da parte dell’ala neomodernista si rivela un artificio fittizio, una copertura retorica utilizzata finché faceva comodo per smantellare la disciplina tridentina. Oggi, la costituzione dogmatica Lumen Gentium rappresenta per gli ideologi del progressismo un vero e proprio ostacolo dottrinale che essi cercano palesemente di smontare, poiché afferma l’origine sacramentale della giurisdizione e la struttura gerarchica della Chiesa. Si assiste così a una singolare ed eterogenesi dei fini: da un lato, il tradizionalismo radicale svaluta il Vaticano II liquidandolo come un evento “meramente pastorale” o ambiguo; dall’altro, il progressismo secolarizzato lo considera ormai obsoleto e superato dallo “spirito del tempo”. Proprio in questo doppio attacco, il Concilio Vaticano II dimostra intatta tutta la sua profetica validità, rivelandosi per ciò che è veramente: un frutto autentico dello Spirito Santo.

Nella genuina, integrale e tutt’altro che “sinodale” adesione al magistero conciliare si gioca oggi la reale appartenenza alla Chiesa di Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza.






Lavori in corso a Lourdes, arriva il Papa e scompare Rupnik



Quei mosaici controversi avrebbero costituito uno sfondo imbarazzante per la visita papale di settembre, che invece sarà l'occasione per portare a compimento i passi già intrapresi dal vescovo Micas, dopo la parziale copertura avvenuta durante il giubileo. Ora saranno coperti definitivamente e lo resteranno anche dopo la partenza di Leone XIV.

Abusi


Stefano Chiappalone,  21-08-2026

I mosaici di Marko Ivan Rupnik ancora parzialmente visibili nel santuario di Lourdes, sulla facciata della basilica di Nostra Signora del Rosario, saranno coperti integralmente per la visita di Leone XIV a settembre e lo resteranno anche dopo. Per toglierci ogni dubbio abbiamo chiesto e ricevuto telefonicamente conferma all'ufficio stampa del santuario dopo aver letto l’annuncio del vescovo Jean-Marc Micas dato in esclusiva ieri, 20 agosto, a La Dépêche du Midi, quotidiano regionale francese. La decisione porta a compimento i passi precedentemente compiuti in questa direzione dal presule, personalmente convinto dell’opportunità di rimuoverli, come dichiarò nel luglio 2024 quando, scontratosi con una dura opposizione alla sua proposta nella commissione creata ad hoc l’anno precedente, scelse di non illuminarli più durante il Rosario serale. Lo definì un «primo passo» in attesa che la riflessione maturasse, per non alimentare con decisioni isolate una situazione già incandescente, seguito nell'anno giubilare dalla copertura delle porte.

Per superare lo stallo ci voleva il Papa a Lourdes: «è l’occasione per fare un passo in avanti», ha detto il vescovo a La Dépêche du Midi, annunciando che «tutte le opere presenti sulla facciata saranno coperte, quindi decorate a tema con il viaggio apostolico di Leone XIV». A conferma che non sarà solo un maquillage temporaneo, giusto per evitare imbarazzi papali, Micas ha precisato che «i mosaici resteranno coperti dopo il pellegrinaggio del Santo Padre, al termine del quale si avvierà una nuova riflessione. La commissione attuale sarà ampliata, includendo in particolare artisti e teologi, al fine di riflettere sul futuro della facciata della basilica». Infine sottolinea «la dimensione simbolica del messaggio di Lourdes in relazione alle vittime di violenze sessuali», per cui, malgrado le opere del sacerdote-mosaicista siano sparse in tutto il mondo e ce ne siano anche di più grandi, il santuario pirenaico è costantemente sotto i riflettori.

Sin da quando aveva istituito la commissione mons. Micas non è rimasto indifferente al problema posto da quelle opere in seguito alle accuse di abusi a carico del loro autore – opere la cui visione, in seguito all’esplosione del “caso”, avrebbe finito per ferire ulteriormente quei pellegrini reduci da situazioni di abuso e proprio in un luogo dove si va a cercare guarigione, fisica e spirituale, come evidenziato dal presule, intervistato dalla rivista cristiana La Vie nel marzo 2023, citando non solo Lourdes ma anche «un altro luogo di guarigione, ovvero la tomba di Padre Pio da Pietrelcina». All’“oscuramento” decretato nel 2024 fece seguito la copertura parziale l’anno seguente: dal 31 marzo 2025 vennero posti dei pannelli sulle “porte mosaicate” al centro della facciata, affinché nessuno rinunciasse a varcarle nell’anno giubilare.

Più di recente a Lourdes è stato protagonista un altro mosaico, non di Rupnik questa volta, bensì di una delle sue accusatrici, suor Samuelle, autrice di un’opera “totale” intitolata Renaissance. La Symphonie des tesselles che include la realizzazione di un «mosaico di riparazione» in omaggio alle vittime di abusi, composto da 200 frammenti (destinati, dopo l’esposizione, a venire smembrati e collocati in numerosi luoghi di culto), da una sinfonia di Baptiste Capitanio, e da un docufilm del regista Quentin Delcourt che uscirà nel 2027. Le ultime tessere del mosaico sono state poste da suor Samuelle il 30 giugno scorso a Lourdes, dove saranno poi custoditi i frammenti 1 e 200.

La mano di Rupnik restava però ancora ben visibile sul resto della facciata della basilica, malgrado la copertura delle porte centrali. Uno sfondo decisamente ingombrante per la visita papale, specialmente dopo il comunicato vaticano del 7 agosto: «Durante il suo prossimo viaggio apostolico in Francia, papa Leone XIV incontrerà in forma privata, alcune persone vittime di abusi nella Chiesa. Le stesse vittime saranno coinvolte nella preparazione di tale momento. Ulteriori dettagli saranno eventualmente forniti successivamente». L’appuntamento non è ancora inserito nel programma del viaggio presente sul sito della Santa Sede ma appare già in quello pur sempre ufficiale dei vescovi francesi con orario e modalità da definire, nel pomeriggio di domenica 27 settembre, dopo l’incontro privato con le religiose del Carmelo di Lourdes. Sarebbe stato alquanto stridente l’incontro del Papa con le vittime di abusi all’ombra di opere associate proprio a quella piaga.

Vale altresì la pena di ricordare che una implicita anticipazione si era già vista in Quaresima: col pontificato di Leone XIV il ritorno degli esercizi spirituali in Vaticano alla presenza del Papa, non è avvenuto nella sede precedente, la cappella Redemptoris Mater che consacrò la fama artistica dell’ex gesuita, bensì nella più “neutra” cappella Paolina. Ma vale anche la pena di osservare che oggi non staremmo a chiederci cosa fare delle controverse opere se, a suo tempo, ci si fosse posti un’altra domanda, sulla necessità di mosaicare Lourdes, la Redemptoris Mater e infiniti altri luoghi, per esempio la tomba di san Pio da Pietrelcina, menzionata da mons. Micas. Se Lourdes può fare da apripista e sbloccare le reticenze sulla copertura dei mosaici, a San Giovanni Rotondo ci sarebbe paradossalmente una soluzione più semplice “dal basso” almeno per dare un segnale: andarci solo nei mesi freddi, quando, per ragioni logistiche e meteorologiche, dalla nuova chiesa il santo viene riportato nella vicina cripta di Santa Maria delle Grazie. Lo si potrà pregare in santa pace senza incrociare lo sguardo dei caratteristici personaggi dagli invadenti occhioni neri.





Usa, i vescovi si mobilitano contro l’aborto via posta


(Imagoeconomica/Usccb.org)

Mons. Coakley e Thomas chiedono invocazioni a San Giuseppe e lanciano una campagna nazionale contro le pillole abortive ordinate per corrispondenza

A difesa della vita


Manuela Antonacci, 21 agosto 2026 

La distribuzione di massa dei farmaci abortivi tramite corrispondenza è diventato uno dei principali fronti della battaglia pro-life negli Stati Uniti. Parliamo, infatti, di un fenomeno che copre oltre il 60% delle interruzioni di gravidanza del paese. Per questo, la Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB) ha lanciato un'iniziativa nazionale che unisce preghiera, educazione e mobilitazione civica per fermare quella che i prelati definiscono una "industria dell'aborto per posta" attraverso l’impiego di mifepristone e misoprostolo.

La campagna, annunciata il 18 agosto, dall'arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della USCCB, e dal vescovo Daniel E. Thomas, durerà fino al 31 ottobre, ricomprendendo il mese in cui la Chiesa negli Stati Uniti commemora il cosiddetto Mese del Rispetto alla Vita. L’iniziativa mira a contrastare una pratica che, secondo i prelati, isola le donne e aumenta i rischi per la loro salute perché le priva di qualunque supervisione medica. «Ogni aborto comporta la morte di un bambino». «Ogni aborto comporta la morte di un bambino e un danno alla madre», questi sono gli slogan inseriti dai due vescovi nella lettera che accompagnava il lancio dell'iniziativa. I dati a riguardo, in realtà, supportano l'allarme episcopale.

Secondo una stima del Guttmacher Institute, un'organizzazione legata all'industria dell'aborto, negli Stati Uniti, sono stati effettuati 1,12 milioni di aborti nel 2025, con un aumento del 21% rispetto al 2020, l'ultimo anno per cui erano disponibili stime nazionali. E tutto questo, nonostante la storica sentenza Dobbs v. Jackson Women's Health Organization del 2022 ha stabilito che la Costituzione USA non garantisce un diritto all'aborto. Lo stesso istituto, infatti, ha avvertito che la cifra reale potrebbe essere ancora più alta, poiché molte persone acquistano le pillole abortive tramite canali diversi dalle cliniche. Non solo, uno studio (JAMA, 2026) ha analizzato come vengono evase le prescrizioni di mifepristone: negli Stati Usa dove aborto e telehealth (assistenza medica digitale) sono permessi, solo il 2% delle prescrizioni è stato ritirato in una farmacia fisica, mentre il restante 97–98% è stato evaso tramite farmacie per corrispondenza (ordinato per mail), con le pillole inviate direttamente a casa.

I prelati, inoltre, sottolineano che è stata la Food and Drug Administration (FDA) a rendere possibile espandere questa pratica permettendo che i farmaci abortivi vengano prescritti tramite le consulenze online e venduti sia nelle farmacie di quartiere sia via internet, aggirando le leggi statali che proteggono la vita dei non nati. In realtà la situazione attuale è frutto di un percorso piuttosto articolato. Tra il 2017 e il 2019 il tasso di aborti ha raggiunto il minimo storico, con poco più di 862.000 casi, per poi riprendersi durante la prima amministrazione Trump, con l’approvazione del primo farmaco generico di mifepristone

In seguito, l'amministrazione Biden ha autorizzato la distribuzione di mifepristone per posta, una politica che anche la seconda amministrazione Trump ha mantenuto. Nel 2025, questa stessa amministrazione ha anche approvato un secondo farmaco generico di mifepristone, con grande sorpresa dei gruppi pro-life. L’aborto, insomma, si sta sempre più privatizzando, entrando direttamente nelle case delle donne. Entro dicembre 2025, circa il 29% di tutti gli aborti negli Stati Uniti risultava fornito tramite telehealth (visita remota più invio per posta di mifepristone e misoprostolo). Un trend che si è rivelato in crescita: se dal 5% nell’aprile 2022 si è passati al 25% del dicembre 2024, fino al 29% del dicembre 2025. In totale, nel 2025 sono stati oltre 300.000 gli aborti forniti via telehealth. Con il risultato, sottolineano i vescovi, che la prescrizione online delle pillole abortive finisce, di fatto, per aggirare le restrizioni anche negli stati con leggi a favore della vita.

Questa situazione lascia le donne totalmente «vulnerabili nel momento in cui vivono un aborto, a casa, da sole, senza alcuna supervisione medica» e «genera ulteriori opportunità di sfruttamento da parte di partner violenti o reti di traffico di esseri umani». La USCCB ha chiesto, allora, ai fedeli di invocare l'intercessione di San Giuseppe, Difensore della Vita, durante le settimane della loro campagna pro life. Inoltre, ha incoraggiato i partecipanti ad informarsi sui rischi dei farmaci abortivi e a inviare messaggi di protesta a farmacie, distributori e aziende farmaceutiche coinvolte in questo business. Infine, i vesscovi stanno preparando materiali didattici che spiegano la differenza clinica ed etica tra l’assistenza sanitaria in caso di aborto spontaneo e l’interruzione volontaria di gravidanza, una distinzione che i vescovi considerano essenziale. 


(Foto: Imagoeconomica/Usccb.org)



Fonte


giovedì 20 agosto 2026

Don Biancalani rimosso, fine dell'utopia sinistra dell'ospedale da campo



La Santa Sede rimuove da Vicofaro e Ramini don Biancalani. Il prete ha trascurato i suoi doveri di parroco per riempire chiesa e canonica di clandestini. Finisce una vicenda inaccettabile, che ha costretto due comunità ferite a fuggire e ha creato a Pistoia una sacca di irregolarità, tra spaccio, stupri e accoltellamenti. Con la benedizione della Sinistra toscana e dell'ideologia della “Chiesa-ospedale da campo”.

Pistoia

Attualità


Andrea Zambrano, 20-08-2026

Il responso del Prefetto del Dicastero per il clero You Heung-sik non lascia spazio ad interpretazioni: don Massimo Biancalani, il sacerdote noto per l'accoglienza ai migranti nella sua canonica e in chiesa, è stato rimosso dal servizio pastorale nelle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, in diocesi di Pistoia.

Finisce così, con il pronunciamento della Santa Sede, una vicenda penosa che ha tenuto banco nelle cronache non solo locali per quasi dieci anni e che ha visto due parrocchie completamente svuotate dall’attività fuori controllo del sacerdote. Un sacerdote completamente imbevuto di ideologia immigrazionista, che si ispirava direttamente alla “Chiesa come ospedale da campo” di Papa Francesco, che non solo ha occupato chiese e parrocchie a sua disposizione con centinaia di clandestini e richiedenti asilo, ma ha favorito la creazione di vere e proprie sacche di irregolarità sociale partendo proprio dalle due parrocchie di Vicofaro prima e di Ramini poi.

Il procedimento canonico nei suoi confronti, infatti, portato avanti prima dal vescovo, oggi emerito di Pistoia, Fausto Tardelli e confermato dal suo successore Augusto Mascagna si era reso necessario non solo a causa della situazione di profonda irregolarità venutasi a creare nelle due parrocchie, ma anche da una valutazione di opportunità pastorale: don Biancalani, infatti, aveva completamente smesso di fare il parroco, costringendo i fedeli delle parrocchie a vagare in altre comunità alla ricerca dei più elementari servizi pastorali come la Messa domenicale, le confessioni e i funerali.

E questo è confermato alla Bussola anche da Matteo Pomposi, consigliere comunale di Fratelli d’Italia e a capo del comitato di Ramini per la rimozione del sacerdote, il quale ha scritto a Papa Leone XIV e al prefetto per il Dicastero del clero: «Più di una lettera, per la verità – ci spiega -. A Ramini si stavano creando le stesse condizioni che avevano portato all’esplosione di Vicofaro, culminate con lo sgombero fatto dalla Polizia nel 2025».

I punti fondamentali della decisione della Santa Sede, infatti, sono due: l’accoglienza incontrollata, anarchica ed esplosiva operata da Biancalani e la fuga dei fedeli dalle due comunità, perché completamente privati dell’assistenza pastorale da parte del loro parroco.

«Un’idea di accoglienza che ha travolto tutto ciò che ha incontrato – ha spiegato Pomposi -: Biancalani andava verso Firenze per cercare persone da portare in canonica, infastidendo i residenti, in una spirale che prima a Vicofaro e poi a Ramini è diventata ben presto di grande disagio sociale: difficoltà di integrazione, spaccio di stupefacenti, persino un accoltellamento e un caso di stupro».


A Vicofaro resta ancora celebre la vicenda della signora Rita, una donna di 80 anni che vive dietro alla canonica e che si era ritrovata una piazza di spaccio davanti a casa, con i clandestini che le entravano in giardino e la molestavano. Tutti episodi che don Biancalani, complice anche il fatto che “l’ospitalità” era cresciuta fino al punto da diventare incontrollabile con oltre 200 clandestini e richiedenti asilo, non riusciva a gestire creando una pericolosa sacca di disagio sociale.

«Addirittura, i migranti pagavano per avere posti letto nella chiesa, che nel frattempo era diventata un bivacco permanente di clandestini e sbandati, mentre la mafia nigeriana si era impossessata ben presto delle piazze di spaccio, che nascevano all’ombra del campanile».

Inaccettabile.

Però, la gestione anarcoide e ingovernabile di Biancalani, ha creato il secondo grave problema di questa storia: la fuga dei fedeli: «Il prete ha tralasciato completamente le sue funzioni religiose e pastorali – prosegue Pomposi -. A Vicofaro se ne sono andati tutti altrove, tanto che ormai teneva Messa con cinque o sei persone, che ancora lo seguivano, mentre a Ramini è stato distrutto tutto, anche il coro parrocchiale che era considerato un fiore all’occhiello in diocesi. Tutto cancellato: cresime, prime comunioni, attività pastorali. La comunità si è trasferita in blocco nella vicina parrocchia di San Pierino».

E ancora resterà “in trasferta” per qualche tempo dato che, mentre a Vicofaro oggi pomeriggio alle 18 in Santa Maria Maggiore il vescovo presiederà la Messa con il nuovo parroco «per accompagnare la ripartenza del cammino pastorale», a Ramini la situazione necessiterà ancora di qualche tempo prima di tornare alla piena normalità: «Perché Biancalani è ancora qui in canonica con un numero di clandestini che varia tra i 40 registrati dalla Questura tre mesi fa e gli oltre sessanta già conteggiati dai fedeli in questi giorni. Ma comunque dovrà andarsene presto». E non è escluso che, come già accadde per Vicofaro, per andarsene e mandare via gli occupanti non sia necessario l’intervento degli agenti in tenuta anti sommossa.

Prima a Vicofaro e poi a Ramini, la vicenda di Biancalani era stata accompagnata da uno scontro politico acceso, che ha visto in prima linea la Lega pistoiese, con la capogruppo Cinzia Cerdini e Fratelli d’Italia con Pomposi. Ma bisogna ricordare che il personaggio Biancalani era stato vezzeggiato dalla Sinistra che governa in Toscana. La sua prima apparizione nella sua veste di prete di strada che accoglieva in parrocchia i clandestini risale al 2018, anno in cui al Mandela Forum di Firenze, Biancalani venne chiamato dai vertici della Regione per parlare al pubblico del Meeting dei diritti umani.

Oggi Biancalani dovrà dunque sgomberare al più presto anche dall’ultima canonica che sta praticamente occupando, incerto se presentare un nuovo ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura apostolica (avrebbe sessanta giorni di tempo) o se accettare l’incarico all’Ufficio missionario della diocesi che già gli aveva proposto il precedente vescovo e che lui aveva rifiutato.

Sempre con in testa la sua idea di accoglienza e facendosi scudo con Papa Francesco: «La decisione del Vaticano è un problema – ha dichiarato ieri a La Presse -. Qui si parla di comunità che accolgono, che hanno seguito un'idea pastorale di Papa Francesco. Comunità esposte su un tema delicato come quello dell'immigrazione. Questo provvedimento non ci agevola, ci mette in difficoltà. Anche perché io non sono più parroco. C'è dispiacere».

Finisce dunque con due comunità ferite, spaccate, private dei beni che la Chiesa deve dare loro, una lunga vicenda che, tra clamore mediatico e ideologia, ha travolto tutto ciò che ha incontrato sul suo cammino, con il sacerdote che «se n’è sempre fregato di quello che succedeva perché il suo obiettivo era quello di accogliere lo straniero», ha concluso Pomposi.

Un “mandato”, che, così come è stato portato avanti da questo sacerdote, è andato ben oltre il dettato evangelico originario, per diventare un elemento di profonda disobbedienza ecclesiastica e di pericolosità sociale, il contrario del bene comune che la Chiesa storicamente, con le sue strutture e le sue opere, sa da sempre costruire e offrire alle comunità.

Ma anche una vicenda che è stata alimentata dalla malintesa idea di accoglienza che per anni buona parte di Chiesa ha portato avanti, spesso in spregio alle più comuni regole del buon vivere civile. Don Biancalani si faceva forte, ad esempio, del sostegno pubblico che Papa Francesco gli concesse nel 2020 quando addirittura gli fece arrivare tramite l’allora elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski, ben 20mila euro per il suo centro. Frutto di un sostegno che Papa Bergoglio già nel 2018 gli aveva accordato, invitandolo ad andare avanti con la sua idea di accoglienza. Oggi, di quell’idea di ospedale da campo, portata avanti con la pretesa e la violenza di calpestare persino i diritti dei fedeli, non resta granché, se non le macerie di una ferita che andrà ricucita sapientemente dal vescovo e dai nuovi parroci.





La bellezza delle cattedrali risolleva lo spirito annichilito dal materialismo


“Il materialismo ateo ha schiacciato lo spirito umano”. Da qui l’idea di un documentario sulle cattedrali gotiche, la cui bellezza parla al cuore umano.


Ultimissime



Redazione UCCR 20 ago 2026

Come risollevare un’epoca segnata dal materialismo ateo?

E’ questa la sfida ambiziosa dietro un nuovo documentario che arriverà nei cinema statunitensi il prossimo settembre.

Al centro la bellezza delle grandi cattedrali gotiche per sfidare la perdita del senso del trascendente: qui il trailer ufficiale.


Il documentario sulle cattedrali


Il titolo sarà “Heaven in Stone and Glass” e l’idea è di mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester e senza dubbio il sacerdote cattolico più “seguito” online nel mondo dopo il Papa.

Il film, realizzato da Spirit Juice Studios, accompagna lo spettatore attraverso cinque capolavori dell’architettura francese: Notre-Dame di Parigi, Chartres, Reims, Amiens e Saint-Denis.

Mons. Barron non si limita a mostrarne la monumentalità: interpreta architettura, vetrate, sculture, gargoyle e labirinti come un linguaggio attraverso il quale la cultura cristiana medievale esprimeva una particolare concezione dell’uomo, del mondo e di Dio.

«Le cattedrali mi sembrano l’espressione più ricca e complessa del pensiero cattolico in forma artistica», ha confessato il vescovo. D’altra parte, «erano destinate a “cristianizzare” coloro che le attraversavano».


“Il materialismo ha schiacciato lo spirito umano”

L’idea nasce anche da una domanda resa particolarmente evidente dall’incendio di Notre-Dame del 2019. Perché la distruzione di una chiesa suscita una reazione tanto intensa anche tra persone lontane dalla fede?

Per il vescovo americano, la risposta sta nel fatto che queste costruzioni intercettano una dimensione umana che il semplice materialismo fatica a spiegare.

«Materialismo, ateismo e naturalismo ideologico hanno schiacciato lo spirito umano», ha dichiarato infatti, sostenendo che le cattedrali continuano a rivolgersi a quella inquietudine interiore (quel “cuore inquieto”) che sant’Agostino descriveva come desiderio di Dio.

Non è un tema nuovo per mons. Barron: già nel 2000 aveva pubblicato un libro dedicato all’architettura delle grandi cattedrali.

Il nuovo documentario riprende ora quella intuizione trasferendola sul grande schermo e proponendo la bellezza non semplicemente come ornamento, ma come possibile via per riaprire una domanda sul significato dell’esistenza.



Guarda qui sotto il trailer ufficiale



Fonte

mercoledì 19 agosto 2026

Il vero antidoto al declino demografico? La restaurazione della famiglia!





Società | CR 1964



di Fabio Fuiano, 19 agosto 2026

Anche quest’anno si rinnovano i terribili dati dell’ISTAT sulla natalità in Italia. Secondo l’ultimo rapporto del 2025, risultano 355 mila i nati, ulteriore peggioramento rispetto al 2024. Inoltre, «prosegue in Italia il calo della fecondità, comune a molti Paesi europei: nel 2025 scende a 1,14 figli per donna». Ad oggi, «oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%), […]. Le famiglie composte da almeno un nucleo, in cui cioè è presente almeno una relazione di coppia o di tipo genitore-figlio, sono il 60,4%. Queste famiglie sono principalmente costituite da coppie con figli (28,4%), per molti anni il modello prevalente di famiglia, ma anche quello interessato dalla diminuzione più consistente».

Alcuni analisti cercano di spiegare il perché di questo fenomeno, confondendo però spesso le cause con gli effetti: il fattore economico può certamente influire, ma è a sua volta influenzato dalla regressione demografica, giacché la capacità produttiva e, dunque, la ricchezza futura di un paese dipendono necessariamente dal popolo che lo compone.

In un recente articolo, il prof. Giuseppe Brienza suggeriva come soluzione a questa crisi il «riportare il matrimonio e la famiglia al centro del nostro ordinamento». Molto si è scritto sull’argomento (qui), ma si può rafforzare ulteriormente la giusta considerazione, prendendo spunto dalle parole di mons. Henri Delassus (1836-1921) nel suo capolavoro Lo spirito famigliare nella società e nello Stato (Edizioni Fiducia, Roma, 2024). Egli individua nella Rivoluzione la causa della disgregazione sociale, ricordando come la famiglia è, per ogni Stato, «l’elemento costitutivo, a tal punto che la società regolare, quale esiste, finché non si è opposta alle leggi della natura, come ha fatto la nostra Francia mediante la Rivoluzione, si compone non d’individui, ma di famiglie. Oggi, contano solo gli individui, lo Stato non riconosce che cittadini dispersi; ciò è contrario all’ordine naturale». Un tempo, «l’enumerazione della popolazione si contava sempre, non dalle persone, ma dai fuochi, cioè dai focolari; ogni focolare era reputato centro d’una famiglia, ed ogni famiglia era nello Stato un’unità politica e giuridica come economica» (p. 27).

Il politico francese, Fernand Buisson (1841-1932), ministro dell’educazione nella Terza Repubblica, disse un giorno, alla Camera: «Il dovere della Rivoluzione è di emancipare l’individuo, la persona umana, cellula elementare organica della società». È questo, ricorda Delassus, «il compito che la Rivoluzione si è imposto, ma questo compito non si riduce a niente meno che a disorganizzare la società ed a dissolverla. L’individuo non è che un elemento della cellula organica della società. Questa cellula è la famiglia; separarne gli elementi, far dell’individualismo vuol dire distruggerne la vita, renderla impotente a compiere il suo ufficio nella costituzione dell’essere sociale, come farebbe nell’essere vivente la dissociazione degli elementi della cellula vegetale e animale» (p. 28).

Rievocando le parole del giurista francese Geoffroi Jacques Flach (1846-1919), Delassus ricordava come in Francia, nell’alto Medioevo, non v’era posto per l’uomo isolato e «se una famiglia vien a decadere, o a dissolversi, gli elementi che la compongono devono aggregarsi ad un’altra. Non trovare un simile asilo, è la morte. Dunque, la famiglia, nelle buone epoche della storia dei popoli, è ciò che in mezzo a noi, per nostra sciagura, ha fatto la democrazia diventare l’individuo: l’unità sociale».

Lo scrittore Louis de Bonald (1754-1840), osservando che anche le formiche e le api hanno delle leggi, si domandava giustamente come si possa concepire che lo stesso non valga per la società degli uomini. Eppure, «Rousseau ha pensato questo. Egli cercò di formulare per gli Stati altre leggi fuori da quelle poste dal Creatore; ed i democratici, suoi discepoli, sforzandosi, secondo le sue istruzioni, di stabilire gli Stati nell’eguaglianza in opposizione alla gerarchia, nella libertà in opposizione all’autorità, e nella reciproca indipendenza in opposizione all’unione, non possono che distruggerle, e distruggerle fin dalla base» (p. 29).

Parimenti, affermò Leone XIII nell’enciclica Sapientiae christinae (1890): «La famiglia è la culla della società civile, ed è nel recinto del focolare domestico che si prepara in gran parte il destino degli Stati». E in Quod multum (1886): «La società domestica contiene e fortifica i principii e, per così dire, i migliori elementi della vita sociale; perciò, è da questo che dipende in gran parte la condizione tranquilla e prospera delle nazioni».

È essenziale ricordare che gli uomini, presi singolarmente, non possono far nulla: solo moltiplicandosi e conservando fra loro l’unione hanno potuto «sottomettere al loro impero la terra, cioè il suolo e le forze della natura, le piante e gli animali». L’associazione tra uomini «ha prodotto tutte le ricchezze che la civiltà possiede attualmente. Tutto è prodotto dal lavoro degli uomini associati nello spazio e nel tempo. Senza unione non vi è associazione, o se l’associazione cerca di costituirsi, non tarda però a disciogliersi. È l’unione la quale fa che un insieme sia solido e formi un tutto. Dal momento che essa è spezzata, la società va in rovina» (p. 45). Parole che descrivono la realtà odierna!

L’unione però, ricorda Delassus, «procede dall’amore. L’amore è dunque la prima legge del mondo morale, come il suo correlativo, l’attrazione, è la prima legge del mondo fisico. L’una e l’altra producono l’unità nell’infinita varietà delle cose. “Come gli astri gravitano nelle loro orbite per la forza di gravità – disse Funck-Brentano, come conclusione dei suoi studi sulla civiltà e le sue leggi – così l’uomo vive in società perché è intelligenza ed amore”». L’amore – prosegue l’autore – «comincia ad unire lo sposo alla sposa, i genitori ai figli. Ma successivamente allarga la cerchia della sua azione. Mediante i matrimoni che i figli contraggono, la parentela si estende, e v’introduce l’affinità, la quale non si accontenta più di unire le persone, ma unisce le famiglie stesse».

Egli cita poi il filosofo Jean Bodin (1529-1596): «la sacra fiamma dell’amicizia mostra il suo primo ardore fra il marito e la moglie, poi fra i padri ed i figli, quindi tra i fratelli, e da questi si diffonde nei prossimi parenti, e dai più prossimi parenti nei congiunti». Ed è continuando ad espandersi fuori dal suo focolare che «la stessa fiamma crea quelle unità superiori che vedemmo prendere il nome di Phratrie, Gens, Mesnie, Patrie, tutti nomi che ricordano, come queste entità sociali abbiano avuto il loro principio nella famiglia». La suprema entità sociale, la nazione, è veramente viva e vigorosa finché conserva ed alimenta nel suo seno questo sacro fuoco.

Tuttavia, la Rivoluzione, conchiude Delassus, «lo ha estinto sopprimendone il focolare: voglio dire la famiglia reale. Al posto dell’amore e dell’unione non vi è più fra noi che antagonismo» (p. 46).

La soluzione è consegnata alle parole dell’abate Augustin Lémann (1839-1909): «perseveranza nella preghiera. Ricorso alla penitenza. Ritorno all’unità. Tali sono, secondo la Bibbia e nel dominio dell’ordine morale, le tre condizioni indicate da Dio per la guarigione delle nazioni» (p. 49).

Nell’enciclica Rerum novarum, Leone XIII ricordò che «la quotidiana esperienza che fa l’uomo della piccolezza delle proprie forze lo impegna e sprona a procacciarsi un’estranea cooperazione. Nelle sacre Lettere, si legge questa massima: “È meglio che due siano insieme che esser soli, poiché allora essi traggono vantaggio dalla loro società. Se uno cade, l’altro lo sostiene. Guai all’uomo solo! poiché se egli sarà caduto, non avrà alcuno che lo risollevi!” E quell’altra: “Il fratello che è soccorso dal proprio fratello, rassomiglia ad una città fortificata”. Da questa naturale propensione derivano le società».

Solo recuperando tale propensione potremo sperare di invertire il terribile declino demografico.






I castighi di Dio nel tempo dell’incredulità


 




Chiesa cattolica | CR 1964



di Cristina Siccardi, 19 agosto 2026

Era mezzogiorno di sabato (giorno mariano) 13 ottobre 1917 quando migliaia di persone, radunate alla Cova d’Iria, in Portogallo, videro il Sole cambiare colore, dimensione e posizione per circa dieci minuti, per poi avvicinarsi progressivamente alla Terra come se stesse per precipitarvi, ma non precipitò. Preannuncio di possibili castighi futuri?

Fu un atto squisitamente divino, nel quale l’uomo non ebbe alcuna incidenza, voluto da Dio stesso per suggellare le apparizioni di Nostra Signora di Fatima, venuta a lanciare un appello di conversione e ad invitare ai sacrifici, alla preghiera, al rosario per i peccatori, ricordando lo stato dell’inferno, destinato ai dannati. Oggi la vulgata è quella in cui si dice che siamo responsabili dei cambiamenti climatici e che si possano, quindi, governare; questa paranoia si chiama Übermensch: il Super uomo nietzschiano, che sorpassa la morale tradizionale, accetta la morte di Dio e si sente in grado di mutare le forze dell’universo, compreso il clima. Quel sorpasso, però, lo conduce a sbattere contro il muro della realtà, che non è solo orizzontale, ma anche verticale. L’uomo incredulo, saccente, colmo di presunzione e credente nel solo potere della scienza senza Sapienza, che va oltre il diritto di natura e il diritto divino, si è così tanto montato la testa da non ammettere più che esistano i castighi di Dio, una realtà ragionevole, depositata nel pensiero cattolico, quello libero da contaminazioni ideologiche spurie.

Finora il tragico Novecento, in cui Satana si è scatenato e la Madonna ha avvertito l’umanità del rischio di gravi castighi globali se gli uomini non si fossero convertiti, è il secolo nel quale ci sono state più vittime di guerra e di ideologie di tutta la storia: rivoluzione bolscevica, prima e seconda guerra mondiale, il conflitto in Vietnam, il massacro degli armeni, quello perpetrato in Cambogia, le macabre persecuzioni e gli eccidi nazisti, sovietici, maoisti. A causa della complessità dei calcoli, della distruzione dei registri o delle diverse interpretazioni storiografiche (soprattutto riguardo alle carestie indotte dai regimi comunisti), le cifre precise rimangono oggetto di dibattito fra gli studiosi, perciò, sommando i dati storici più accreditati, il totale stimato oscilla complessivamente fra un minimo di 140 e oltre 210 milioni di morti.

Eredi del nefasto secolo scorso, nel quale si è consumata anche la rivoluzione culturale del ’68, che ha distrutto i cardini della solidità del nucleo familiare, viviamo nel tempo di grandi rivolgimenti e catastrofi: dalla pandemia Covid alle guerre estese nel mondo (al momento sono 56 i conflitti armati, suddivisi fra Medio Oriente, Europa, Africa, Asia e Americhe); dalla siccità, dovuta al caldo torrido, «caldo infernale» lo ha definito l’Agi, che ha causato incendi impressionanti, ai terremoti (Venezuela, Colombia, Indonesia). La “morte di Dio” nelle società occidentali sta portando sempre più violenza nelle strade e nelle case e in Europa una persona su sei, circa 140 milioni di cittadini, soffre di disturbi mentali. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’OCSE evidenziano che i disturbi neuropsichiatrici, fra giovani e meno giovani, rappresentano la terza causa principale di mortalità nel continente. È come dire: l’individuo si autodistrugge. Quando non si sta più sotto lo sguardo di Nostro Signore, l’anima smarrisce la via reale.

Il concetto di castigo terrorizza i laicisti, tuttavia non per questo i castighi sono spariti dalla faccia della Terra. Nel clima di apostasia diffuso, purtroppo, anche la maggior parte del clero e dei religiosi non credono più al fatto che Dio possa punire gli uomini in vita e dopo la morte, benché vecchio e nuovo Testamento ne diano certezza.

Le iniziative che attualmente vengono prese nella Chiesa sono a dir poco impressionanti, tanto che il vescovo Rob Mutsaerts, Vescovo ausiliare della Diocesi olandese di ‘s-Hertogenbosch ha voluto scrivere un lungo, accorato appello al Papa, nel quale afferma: «La Chiesa non esiste in primo luogo per confermare le persone in ciò che già sono. Esiste per condurle a Cristo. Le prime parole della predicazione pubblica di Gesù non sono: “Ditemi prima come vi sentite rispetto alle attuali strutture ecclesiali”. Ma: “Convertitevi e credete al Vangelo” […]. Le grandi riforme cattoliche non sono quasi mai iniziate dalle strutture [in questo caso il Vescovo fa riferimento al processo sinodale ndr]. Sono iniziate dai santi. Dopo periodi di corruzione sono arrivati i riformatori. Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Teresa d’Ávila, Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Teresa di Lisieux, Massimiliano Kolbe […]. La messe è molta. Gli operai sono pochi. Le chiese dell’Occidente si stanno svuotando, mentre allo stesso tempo le nuove generazioni sembrano cercare nuovamente la verità e la trascendenza. Proprio ora non abbiamo bisogno di una Chiesa esitante, ma di una Chiesa missionaria che sappia qual è il suo tesoro e che non abbia paura di mostrarlo al mondo. […]

Per questo prego affinché il Suo pontificato possa essere caratterizzato da una rinnovata concentrazione su ciò che, in definitiva, costituisce il cuore di ogni vera riforma ecclesiale: Cristo, la conversione, la santità, l’Eucaristia, l’evangelizzazione e la salvezza delle anime. Perché, una volta che tutti i sinodi saranno terminati, tutti i documenti saranno stati redatti, tutte le commissioni saranno state sciolte e i nostri nomi saranno stati dimenticati, rimarrà solo la domanda che conta davvero: abbiamo avvicinato a Gesù Cristo le persone che ci erano state affidate?».

Nulla si fa davvero per rinnovare le coscienze e condurle, come fece il santo Curato d’Ars, alle mete celesti, lanciando una vera e propria battaglia contro i peccati delle anime che aveva in cura. I peccati sono presenti anche nella Chiesa, soprattutto attraverso i cattivi maestri, ai quali tutto viene permesso, senza alcuna correzione, perché il tutto rientra nella parola d’ordine del nostro tempo, «inclusività», anche dell’errore e di chi lo propaga. Qualche recente esempio: papa Leone, lo scorso 31 luglio, ha ricevuto con onore Patti Smith (classe 1946), l’artista di Chicago pro-aborto, conosciuta come la «sacerdotessa maudite del rock», che cantò «Gesù morì per i peccati di qualcuno, ma non per i miei»; il vescovo di Modena, monsignor Erio Castellucci, ha proposto di far presiedere a una donna la prima parte della Messa; il vescovo di Bruxelles, monsignor Luc Terlinden, a nome dei vescovi del Belgio, spinge per arrivare ai preti sposati che, secondo lui, arricchirebbero la Chiesa; padre James Martin Sj, chiede che gli omosessuali siano ordinati sacerdoti; il cardinale Timothy Radcliffe ha tenuto una celebrazione per l’anniversario di una coppia omosessuale; a Los Angeles si è celebrata una “Messa azteca” con danze tribali pagane; la cattedrale di San Diego, in California, ha ospitato una Messa a tema «Lgbt»; a Eichstätt, in Germania, il nuovo vescovo, monsignor Christian Würtz, è apertamente favorevole alle benedizioni in chiesa delle coppie omosessuali; per adempiere all’istanza della Chiesa «in uscita», don Nico Passero, parroco della chiesa di San Giuseppe a Grimsby, in Canada, ha partecipato al matrimonio del fratello con il suo compagno, definendo l’evento «epico e straordinario».

Il tema dei castighi di Dio (al quale è associato il perché Nostro Signore permette il male nel mondo), che rientra nella disciplina della teodicea, una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male, è parte integrante della tradizione della Chiesa e ciò è ricordato nell’Atto di dolore, preghiera immancabile per il sacramento della confessione: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi…».

Questo argomento, alcuni anni fa, era stato al centro dell’attenzione culturale, grazie alle riflessioni dello storico Roberto de Mattei, sorte in seguito al terremoto del 2011 in Giappone; esse fecero emergere discussioni e ampie polemiche, poi raccolte nel libro Il mistero del male e i castighi di Dio, pubblicato da Fede & Cultura nel novembre dello stesso anno, per essere in seguito riproposto nel 2020 con il titolo Dio castiga il mondo? La fede di fronte al mistero del male, dove sono presenti anche interventi di altri esponenti cattolici. Un testo importante, sempre valido, senza idee alla moda.

Il concetto di castigo, come abbiamo detto, fa paura. Sebbene la mentalità umana sia diventata molto cinica e avvezza a cercare adrenalina in prodotti cinematografici di carattere catastrofico o di violenza inaudita, ma il tema del castigo divino è bandito, in quanto questo mondo contemporaneo, dove l’Onnipotente e l’Onnisciente è stato irragionevolmente e barbaramente eliminato, è divenuto così deisticamente razionale da non considerare più gli elementi imponderabili e soprannaturali.

Il profeta Sofonia parla di castighi e lo fa in maniera esplicita, non per spaventare, ma per avvertire – come ha fatto Maria Santissima a Fatima e in altre apparizioni – dei pericoli a cui l’iniquità umana può condurre se dimentica il timore di Dio (amore reverenziale e consapevolezza della grandezza divina), settimo dono dello Spirito Santo. Vero terrore dovrebbe fare il peccato mortale, perdurante causa di tutti i mali, che quei castighi può provocare.

I pontefici della nostra epoca si affannano in continui appelli per la pace nel mondo, ma senza alcun risultato concreto, il perché è evidente: come chiedere la pace a Nostro Signore, il Dio degli eserciti (in lingua sacra Deus Sabaoth, definizione modernisticamente modificata in lingua corrente con «Signore Dio dell’universo») e della Giustizia (titoli spariti dal vocabolario clericale a vantaggio unicamente del Dio della Misericordia, senza contare che non esiste vera Misericordia senza vera Giustizia), quando il mondo ex cristiano, con “uomini di cattiva volontà”, vive pervicacemente di vizi e di orrendi peccati, introdotti, promossi e legalizzati su vasta scala, che gridano al Suo cospetto e vanno sotto il nome di diritti civili?

L’arcivescovo e teologo statunitense Fulton John Scheen (1895-1979) ci lascia un insegnamento incontrovertibile: «Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un Salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. […] L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio.

La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto […]. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime» (La vita merita di essere vissuta. La luce della fede nelle tenebre del mondo, Fede & Cultura, Verona 2018).

Da tempo le alte gerarchie ecclesiali hanno deciso di porre la massima attenzione sulle questioni sociologiche e politiche piuttosto che sulle realtà soprannaturali, per questo motivo viene richiesta adesso la «conversione ecologica» e non la conversione dai peccati, stabilendo così una religione perlopiù antropocentrica, protestantizzante e neopagana che ci porta i castighi – risultato plastico delle ormai incontenibili offese al Creatore – di una vita svolta come se Dio («Io sono colui che sono!», Es 3, 14) non esistesse.

Ma Dio, a dispetto di ogni possibile opinione umana, esiste! È come se stessimo davanti all’eclisse di Dio… dietro il disco nero, posto da false e ingannevoli idee, il Sole c’è.