lunedì 7 settembre 2026

«Escludere Dio significa escludere la realtà tutta intera»


Attraverso la riflessione di don Divo Barsotti scopriamo perché mettere Dio «tra parentesi» ci impedisce di conoscere il mondo. Esiste un solo punto in cui l’uomo incontra davvero Dio e gli altri: una verità che cambia tutto il tuo modo di vedere la vita


Ritorno al reale

Don Divo Barsotti (1914-2006)


Samuele Pinna, 07 settembre 2026

A vent’anni dalla morte di Divo Barsotti (1914-2006), nella vastità del suo patrimonio spirituale, la sua riflessione continua a parlare al nostro tempo. Una meditazione in particolare - pronunciata al Meeting di Rimini il 23 agosto 1989 - mi ha colpito per la lucidità con cui richiama la necessità - se non l’urgenza - di recuperare un autentico realismo quale lente filosofica per rileggere tutta quanta la realtà.

La nostra epoca, infatti, rischia di considerare attendibile - sulla scia dell’Illuminismo e del Positivismo - soltanto ciò che viene costruito in modo razionalistico, trasformando così il pensiero in ideologia, persino all’interno della Chiesa. Il ritorno al reale può sembrare, a prima vista, un esercizio teorico, arduo e distante dall’esperienza concreta; in verità rappresenta un passaggio decisivo per riconoscere ciò che dà peso e direzione all’esistenza. Don Divo, perciò, si domandava: «Possiamo raggiungere la realtà? Possiamo entrare in comunione col reale? Ci appare del tutto impossibile. […] Ma può avere allora l’uomo un suo rapporto con gli uomini? Certo, ma in questo caso entra veramente in un rapporto di comunione perfetta con gli altri, o il rapporto che noi stabiliamo con gli altri fratelli rimane più o meno superficiale? […] Vi è uno sposo che conosca fino in fondo la sposa? Anche se l’uomo vuol comunicarsi totalmente, trova nella sua stessa natura un impedimento a questa comunione perfetta, rimane chiuso in se stesso, prigioniero di sé; non solo, ma l’uomo stesso non si conosce, siamo mistero a noi medesimi».

Eppure l’uomo è stato creato per amare, per la comunione, che può essere cercata mediante tre aspetti con i quali si stabilisce un rapporto con la realtà: la conoscenza sensibile, quella razionale e, infine, quella spirituale. La prima è una conoscenza superficiale, perché nei suoi sensi il soggetto è impressionato dalla realtà fisica, ma questa rimane sempre estranea a fondare la sua vita interiore. Dalla conoscenza sensibile l’uomo può passare a quella razionale, dove l’oggetto è concettualizzato attraverso l’intelletto attivo e passivo: «La conoscenza razionale», spiega Barsotti, «spoglia l’oggetto della sua individualità, della sua concretezza, per arrivare ad un’idea che è universale ed anche in questo caso il rapporto vero dell’uomo con le cose in qualche modo viene ad essere limitato».

Sicché, come si fa entrare in rapporto con la realtà? Anzitutto - osserva il monaco - occorre comprendere con esattezza il significato autentico del termine “realtà”. Allora cos’è questa realtà con la quale la persona deve entrare in contatto? Per chi è credente la risposta non può che essere univoca: «La realtà ultima, definitiva», afferma don Divo Barsotti, «la realtà suprema è Dio solo, ed è in Dio che le cose hanno una loro realtà». E aggiunge: «Scisse da Dio, le cose che da lui sono create precipiterebbero di nuovo nel nulla. È lui il sostegno dell’essere, è in lui il fondamento dell’essere creato. È impossibile dunque, già per principio, riconoscere la realtà umana e mondana se rifiutiamo Dio. Mettere tra parentesi Dio vuol dire mettersi nella condizione di non accedere mai al mistero delle cose, di non raggiungere mai il mistero di un’altra anima che tuttavia noi si può amare». La realtà è, dunque, conosciuta nella sua ultima sostanza mediante la fede: «L’uomo naturale non comprende le cose dello spirito di Dio, esse sono follia per lui, non è capace di intenderle perché si possono giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 2,14-15).

Ciò significa che, di là da questo Spirito di Dio, l’uomo non conosce ed è fatalmente estromesso dalla realtà vera: «Ora noi», prosegue il religioso, «dobbiamo domandarci: in che modo però l’uomo può conoscere Dio se Dio di per sé è inaccessibile, in che modo l’uomo può entrare in comunione con l’uomo se per il peccato l’uomo è diviso dagli altri e gli altri sono divisi da Lui? La risposta per noi cristiani è assai facile: Colui per mezzo del quale ogni cosa è stata creata, Egli tutto ha ripreso, e nella sua unità Egli è divenuto Colui nel quale l’uomo si incontra con Dio e si incontra con gli altri: Cristo Gesù. È Cristo Gesù veramente la via, è Cristo Gesù veramente la verità, è Gesù Cristo veramente la vita. Senza di Lui l’uomo brancola nelle tenebre, senza di Lui l’uomo si accosta agli altri uomini come vivendo nella nebbia, non raggiunge mai l’altro fino in fondo. […] Nel Cristo, io sono uno con tutti, nel Cristo io sono uno con Dio».

Pertanto – è ancora don Divo a parlare –, «non si raggiunge Dio, non si raggiunge il prossimo, ma si raggiunge un Dio che si è fatto accessibile a noi nell’uomo Gesù. Se io voglio conoscere Dio lo conoscerò solo nel Cristo, ma se anche voglio amare gli uomini, li posso amare soltanto nel Cristo», dove l’amore del prossimo diviene l’unione con il Figlio. «E Gesù non moltiplica gli esseri», prosegue il religioso, «Gesù non è un altro tra noi, ma è Colui che tutti ci unisce in solo corpo, tutti ci unisce in un medesimo Spirito, tutti ci unisce in un medesimo amore. È Cristo Gesù solo la via per condurci alla realtà, e solo in Lui, anzi, la realtà ultima è vera, perché Colui che ha creato il tutto dal nulla, proprio mediante la sua incarnazione e la sua morte di croce tutta quanta la creazione ha riassunto in sé per portarla in Dio. Ed è in Cristo, perciò – come dice Paolo nella lettera ai Colossesi – che tutte le cose sussistono: “Omnia in ipso constant”».







Come cambiare la dottrina senza dirlo




[Intervento 1 di 3, segue]



La legge senza regolamento


Di Andrea Mondinelli, 7 set 2026

Il punto di partenza

Affronto con metodo severo una domanda che riguarda da vicino la trasmissione della fede. Non scrivo un pamphlet e non muovo un atto d’accusa contro persone: ricostruisco con pazienza una figura ricorrente, che chiamo legge senza regolamento, e che intendo esibire, testi alla mano e con le date, per mostrare come la dottrina cattolica possa essere di fatto diminuita senza che una sola verità venga apertamente negata.

In questa prima puntata espongo il fondamento dell’argomentazione e la chiave di lettura che regge tutto: lo sguardo da cui parto, la definizione di fede su cui ogni cosa poggia, l’immagine della legge conservata e del regolamento taciuto, e la sua ricomparsa identica su cinque piani diversi della dottrina. Nella seconda puntata scenderò alla radice soteriologica e alla crisi in atto oggi; nella terza mostrerò dove tutto questo conduce, e perché la via d’uscita, sul piano umano, si riveli un vicolo cieco, la cui sola chiave non è in mano nostra.

Lo sguardo del padre

Conviene che dica subito da dove parto, perché il punto di osservazione conta quanto le cose osservate. Non sono canonista né storico: sono un padre, con il dovere di stato di consegnare la fede cattolica a tre figlie.[1] È un titolo che nel dibattito degli studiosi conta meno di una cattedra, ma che nella Chiesa viene prima, e non per modestia bensì per ordine. Il diritto e la dottrina, con tutto il loro edificio di distinzioni, esistono in ultima istanza per rendere possibile una cosa semplicissima: che un padre possa dare ai propri figli la fede che egli stesso ha ricevuto, integra, per la via comune, senza doversi fare né teologo né eroe. Quando questa possibilità si incrina, non si è guastato un dettaglio marginale: si è toccato il fine per cui l’intero apparato è stato costruito.

Il vantaggio di questo sguardo sta nella sua bassezza. Chi osserva dall’alto di una competenza possiede gli strumenti per rammendare da sé ogni strappo, e così, senza avvedersene, non lo sente più come strappo. Chi osserva dal basso, con in mano nient’altro che il compito di trasmettere, avverte lo strappo per intero, perché non ha di che ripararlo. È lo stesso motivo per cui una crepa nel muro la nota prima l’inquilino che ci vive che non l’architetto che passa.

La via per cui un bambino impara la fede ha un nome preciso, ed è fatta di tre cose ordinarie: un catechismo chiaro, che dica il vero senza doppi sensi; una Messa che esprima ciò che crede, così che pregando si impari a credere; un magistero che distingua con nettezza il vero dal falso, il lecito dall’illecito. Su questa provvista comune il piccolo si forma, perché non dispone di altro. Non ha biblioteche da consultare, né la memoria di un tempo migliore da cui attingere per confronto: riceve ciò che il presente gli porge, e null’altro. È la condizione normale dell’infanzia, e la Chiesa l’ha sempre saputo; per questo, lungo i secoli, ha costruito con cura proprio gli strumenti destinati ai semplici e ai fanciulli, mettendo in mano a chiunque formule sicure, brevi, verificate.[2] Quella limpidezza non era povertà di pensiero, ma carità verso i deboli.

Qui si tocca la differenza che decide tutto.[3] Un adulto formato, davanti a un testo ambiguo, sa cavarsela: riconosce il non detto, ricostruisce da sé il confine che manca, e passa oltre senza danno. Il bambino non ha nulla di tutto questo: riceve ciò che gli viene dato, e se ciò che gli viene dato è ambiguo, riceve l’ambiguità, senza sospettare che lo sia. Ne discende un banco di prova che vale più di ogni disputa fra adulti. Gli studiosi possono discutere all’infinito se una formula sia ancora ortodossa purché letta con le dovute cautele; ma il bambino quelle cautele non le possiede, e riceverà la formula così come suona. La domanda giusta, allora, non è che cosa un testo permetta di pensare a chi sa già, ma che cosa consegni di fatto a chi non sa ancora nulla. Non occorre alcun errore esplicito perché il danno accada: basta che si taccia qualcosa di vero, o lo si collochi in ombra. Il silenzio, per chi apprende, non è una sfumatura in meno: è una porzione di verità che non nasce.

«Ma tanti conservano la fede»

A questo punto sorge l’obiezione più seria, e va presa nella sua forma più forte. Nonostante tutto, tantissimi sacerdoti e fedeli laici, immersi nelle medesime condizioni, conservano oggi la fede intera restando pienamente uniti alla Chiesa: se davvero la provvista ordinaria fosse guasta, come spiegare che la fede sopravviva così diffusamente?

Rispondo che quell’obiezione, guardata in controluce, descrive esattamente il fenomeno che vorrebbe negare. Chi conserva oggi la fede integra, di regola, lo fa attingendo a qualcosa che la provvista comune non gli offre più: i vecchi catechismi ritrovati e studiati per conto proprio, la lettura personale delle fonti sicure, una famiglia che tiene contro corrente, un sacerdote che supplisce ciò che il resto non dà. In una parola, lo fa supplendo: va a cercare altrove il confine che il canale ordinario non gli traccia più. Se per conservare la fede intatta occorre procurarsi da sé ciò che la struttura ordinaria dovrebbe fornire, allora la struttura ordinaria non funziona; e la sua avaria non è smentita da chi vi supplisce, è documentata proprio da loro. La sopravvivenza della fede, in questi casi, non è la prova che la nave regga: è la prova che alcuni sanno nuotare.[4] A ciò si aggiunge il carattere fragile di questi rimedi, che sono per natura isole: il sacerdote fedele può essere trasferito, la famiglia salda può sfaldarsi in una generazione, e non tutti nascono accanto a un’isola. Ciò che si affida all’eccezione si affida a qualcosa che domani potrebbe non esserci.

La famiglia non è la Chiesa, l’eroismo non è la regola

Sotto molte risposte correnti alla crisi si nasconde un presupposto mai enunciato e teologicamente falso: che la famiglia possa supplire alla Chiesa. Quando si rassicura il padre inquieto dicendogli che basteranno la casa, la preghiera domestica e il buon esempio, gli si sta dicendo, senza avvedersene, che il focolare può fare le veci di ciò che solo la Chiesa può dare. La famiglia, nell’insegnamento cattolico, è società naturale e cellula prima del corpo sociale, con una dignità altissima e diritti che nessuno può usurpare; ma resta, con termine tecnico, società imperfetta,[5] perché non possiede in se stessa né il proprio fine ultimo né la pienezza dei mezzi per raggiungerlo. Prepara, e non perfeziona; avvia, e non compie. La famiglia trasmette i primi rudimenti, e la Chiesa custodisce il deposito; la famiglia educa alla preghiera, e la Chiesa celebra il sacrificio e amministra i sacramenti. Ne segue che il bambino, per salvarsi, ha bisogno di più della sua casa, per santa che sia: gli occorre la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.[6] La risposta implicita offerta oggi a tanti genitori — la casa, l’eroismo personale, la fiducia — non è un programma pastorale, ma la confessione involontaria che la provvista ordinaria non c’è più, perché si consiglia di supplire in casa solo là dove si dà per scontato che fuori non si trovi più ciò che un tempo si trovava.

Allo stesso modo, molte difese dello stato presente poggiano sull’esempio di chi, resistendo, conserva la fede. Ma l’ammirazione non deve annebbiare la ragione: può l’eroismo essere la condizione ordinaria perché un bambino di sette anni impari il Credo? La risposta, alla luce della dottrina di sempre, è no. I mezzi ordinari della grazia — dottrina chiara, sacramenti, predicazione fedele — sono dati per tutti, e precisamente perché non tutti sono eroi. La Chiesa li ha disposti come pane, non come corona.[7] Fare dell’eroismo la regola significa abolire la nozione stessa di via ordinaria: ciò che dovrebbe essere assicurato a tutti diventa privilegio di alcuni, e la fede dei piccoli resta appesa a un’eccezione.

La domanda che regge tutto


Tutto converge in una sola domanda, da cui muovo: se la crisi della Chiesa è ormai riconosciuta da tutti come evidente, come possono i più piccoli conservare la fede intera dentro una struttura che, su un punto dopo l’altro, l’ha resa ambigua? La domanda contiene già il suo metodo. Non chiede di stabilire chi abbia voluto la crisi, né con quali intenzioni; chiede di guardare che cosa, di fatto, arriva a chi non può che ricevere. Perciò non giudico i cuori, ma leggo i testi: ciò che dicono e, non meno, ciò che tacciono.[8] Il centro, dal principio alla fine, resta il volto di un bambino che riceve ciò che gli viene dato.

Che cos’è la fede

Prima di domandarsi se ciò che il bambino riceve sia ancora la fede intera, occorre sapere che cosa la fede sia. Chi ignora che cosa sia l’oro non si accorge quando gli si dà ottone. La definizione più limpida è quella del Catechismo Romano, composto perché i parroci potessero istruire i semplici con parole sicure: la fede è la disposizione per cui prestiamo pieno assenso alle verità che Dio ha rivelato.[9] Due parole reggono l’intero peso: assenso e rivelate. La prima dice che la fede è un atto della mente, non un umore dell’animo; la seconda dice che il suo oggetto viene dall’alto, non dal basso. Sottrarre la prima riduce la fede a emozione; sottrarre la seconda la riduce a opinione.

La domanda decisiva, però, non è che cosa si crede, ma perché lo si crede. Il motivo proprio della fede non è l’evidenza, perché le verità rivelate superano la ragione; non è l’esperienza, perché molte non si toccano con mano; e non è la rispondenza ai propri gusti. Il motivo è uno solo: che Dio le ha rivelate, e Dio non può ingannarsi né ingannare.[10] Si crede per l’autorità di Colui che parla, non per la forza di ciò che dice. È questo che separa la fede dall’opinione. Due uomini possono affermare la medesima verità: il primo perché gli pare ragionevole, il secondo perché Dio l’ha rivelata. Solo il secondo ha la fede; il primo ha un’opinione, che oggi coincide con la dottrina e domani, mutato il suo giudizio, potrà discostarsene senza scandalo. E poiché il motivo per cui si crede è uno e indivisibile — l’autorità di Dio —, anche l’assenso che ne nasce è uno e indivisibile.

Dalla definizione discendono tre proprietà, che saranno le tre note insidiate, punto dopo punto. La fede è completa: si crede a tutta la verità rivelata, non a una porzione scelta, perché il motivo è indivisibile. La fede è ricevuta: viene dall’alto, per il tramite della Chiesa, e non sgorga dall’uomo, che la accoglie come dono e la custodisce come deposito. La fede è distinta: possiede una soglia che separa chi la tiene da chi non la tiene, e il Simbolo degli Apostoli fu composto anche come un contrassegno, atto a distinguere i veri fedeli dagli estranei.[11] Non è una nebbia senza margini, ma una casa con una porta. Le tre proprietà stanno o cadono insieme, perché nascono dalla stessa radice; e la crisi, come si mostrerà, non le negherà mai apertamente: le eroderà, sfumando ora l’una ora l’altra, sempre lasciando in piedi le parole.

Perché la fede non ammette gradi nel suo oggetto

Si giunge così al cuore, e alla verità da cui dipende tutto il resto: la fede non ammette gradi nel suo oggetto, cioè nel suo contenuto, perché la sua causa è indivisibile. Non si crede a più o a meno verità restando nella fede: o si crede a tutta la rivelazione sull’autorità di Dio, o si è già usciti dalla fede, per quanto molte cose si continuino ad affermare. Si immagini un uomo che creda al novantanove per cento delle verità rivelate e ne sospenda una sola, perché quell’unica non lo convince. Verrebbe da dire che ha una fede quasi intera. Ma non è così: costui non ha creduto un poco di meno, ha cambiato la ragione per cui crede tutto il resto. Se rifiuta quell’una in nome del proprio giudizio, allora anche il novantanove che trattiene lo trattiene in forza dello stesso giudizio, perché quelle verità hanno superato il suo esame. Il suo assenso non poggia più sull’autorità di Dio, ma sul proprio mi pare; e un assenso che poggia sul mi pare è opinione, non fede.

È la dottrina costante della Chiesa. Chi nega un solo articolo, insegna san Tommaso, non conserva la fede sugli altri, perché non li tiene più per il motivo proprio della fede, ma per scelta propria;[12] e la Chiesa ha respinto la pretesa di distinguere articoli fondamentali, da tenere, e articoli secondari, da poter lasciare andare, perché il motivo che regge la fede è uno solo per tutte le verità.[13] Due immagini fissano la cosa: una catena d’oro rotta a un solo anello non è una catena quasi intera, è una catena rotta; una sinfonia eseguita alla perfezione salvo una nota stonata non è quasi perfetta, perché quella nota rivela che l’orecchio che la guida non è più quello del compositore. Non è che il resto perda valore: è che il tutto ha cambiato natura.

Occorre però una distinzione capitale, ed è precisamente quella che il sistema ambiguo confonde. La fede non ammette gradi nell’oggetto, ma li ammette, e come, nel soggetto.[14] I gradi appartengono al soggetto quando riguardano l’intensità con cui si aderisce: il fervore, la fermezza, la devozione. Sotto questo aspetto la fede può crescere, farsi più ardente, ed è anzi il fine della vita spirituale. I gradi non appartengono invece al contenuto: là non c’è manopola da girare. Il fervore varia; la lista delle verità no. La confusione fra i due piani ha conseguenze pastorali gravi. Un’anima semplice che dica «la mia fede è debole» parla quasi sempre del soggetto — lamenta scarsità di fervore — e spesso convive con una fede perfettamente intera nel contenuto: teme di aver poco, e ha tutto. Un altro può possedere, senza saperlo, una fede graduata nell’oggetto, perché ha messo tacitamente da parte una verità, e tuttavia non avverte alcuna debolezza: si crede a posto, e ha già perduto l’essenziale. Il sistema ambiguo, sfumando il confine fra fervore e contenuto, consola il primo e rassicura il secondo. Per questo, quando si misurerà la crisi, non si misurerà il fervore, noto a Dio solo, ma il contenuto e il suo confine, che si possono osservare.

Resta da annodare la catena. Senza la fede è impossibile piacere a Dio, e dunque salvarsi: essa è l’inizio dell’umana salvezza, il fondamento e la radice di ogni giustificazione.[15] Non c’è fede senza assenso completo prestato sull’autorità di Dio. Dunque ciò che converte la fede in gradi nel suo contenuto non mette a rischio una disciplina o un rito, cose pur importanti ma seconde: mette a rischio la salvezza stessa. Qui non si discute di gusti liturgici o di equilibri di governo, ma del fine eterno dell’anima. È questa la ragione per cui la diagnosi che seguirà è grave, e non può essere liquidata come una lite fra tradizionalisti.

La chiave: una legge senza regolamento

Resta la domanda più insidiosa: se nessuna verità viene apertamente negata, come può la fede essere di fatto ridotta? Per rispondere occorre una chiave, un’immagine semplice che riveli il meccanismo. La offre un’esperienza che chiunque conosce, anche senza aver mai aperto un codice. Accade spesso che venga promulgata una legge, magari giusta e attesa, e che poi non produca alcun effetto perché manca il regolamento attuativo, cioè quell’insieme di disposizioni pratiche che stabiliscono come, quando e a quali condizioni la legge si applichi. Il principio è lì, solenne; ma nessun ufficio sa che cosa farne, nessun cittadino può invocarlo con frutto. La legge esiste e non funziona, insieme.[16] Non è stata abrogata — chi volesse dire che non vige mentirebbe — e però non vincola nessuno, perché le manca il confine che traduce il principio in obbligo concreto. È vigente e inapplicabile a un tempo, ed è appunto questa doppiezza a renderla temibile.

La mia tesi è che da oltre sessant’anni, su un piano della fede dopo l’altro, si sia prodotta esattamente questa figura. Ogni verità cattolica possiede due strati. Il primo è il principio, la legge: l’affermazione di ciò che è vero — per esempio che la Messa è sacrificio, che la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica, che l’uomo è ordinato a Dio come al proprio fine. Il secondo è l’insegnamento delle condizioni che rendono quel principio operante, il regolamento: il confine che dice fin dove si estende il lecito, quali conseguenze il principio comporta, che cosa esso esclude.[17] Un esempio piano: affermare che la Messa è sacrificio è la legge; insegnare che, essendo sacrificio, essa placa Dio, ripara l’offesa del peccato e si offre per i vivi e per i defunti, è il regolamento. Finché entrambi gli strati vengono trasmessi, il fedele possiede una fede intera. Tolto il secondo strato, gli resta una parola — «sacrificio» — ormai priva di ciò che la riempiva. La dottrina è stata conservata come legge, ripetuta, mai smentita; e il suo regolamento è stato lasciato cadere. Non negato, che sarebbe un errore visibile e correggibile in un giorno: taciuto, che è cosa assai più sottile, perché non offre nulla da confutare e tuttavia svuota.

Un caso che si può verificare parola per parola

Il lettore ha diritto a un caso che possa controllare da sé, e un caso simile esiste, verificabile parola per parola. All’apertura del Concilio fu pronunciata una frase divenuta celebre: altro è il deposito della fede, altro il modo con cui viene annunciato. Presa così, la frase autorizza un cambiamento amplissimo, perché sembra separare nettamente la sostanza, intangibile, dalla forma, liberamente riformabile. Ma la frase, nel testo originale, non finisce lì: prosegue e si chiude con una clausola che ne è il vero cuore — sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione.[18] Ecco il regolamento, apposto da chi la pronunciò nell’atto stesso di enunciare la legge. La prima parte autorizza a mutare il modo dell’annuncio; la clausola finale lega quel mutamento a conservare identico il senso. Senza di essa la distinzione è una porta spalancata su ogni cambiamento; con essa, è una porta provvista di soglia. E non è una postilla qualunque: quelle parole sono l’antica formula con cui la Chiesa ha sempre distinto lo sviluppo legittimo della dottrina, che cresce restando la stessa, dalla mutazione, che la altera fingendo di spiegarla.

Ebbene, un’esortazione degli ultimi anni riprende quella celebre frase a sostegno della necessità di riformulare il linguaggio della fede, ma la cita fermandosi prima della clausola: riporta la distinzione fra il deposito e il modo, e tace il vincolo che quella distinzione governava. La legge separata dal suo regolamento, sulla pagina, per pura omissione.[19] Si osservi la cura del metodo: non sostengo che chi ha ripreso quella frase abbia voluto ingannare, non leggo nel suo animo. Constato soltanto, mettendo l’una accanto all’altra, che la frase originaria ha il confine e la citazione che la riprende no. Chiunque può prendere i due testi e verificare l’accostamento in un minuto. È un dato oggettivo, non un’interpretazione.

Il metodo e la regola di lettura

Dal caso di scuola discende il metodo che seguo, che quattro regole compongono. La prima: si guarda ciò che un testo fa, non ciò che dichiara di essere; ogni documento premette di voler custodire la fede di sempre, ma ciò che conta è l’effetto oggettivo della struttura. La seconda: non si giudicano le intenzioni di nessuno, perché appartengono ai cuori, che Dio solo scruta; si legge ciò che il testo dice e ciò che tace, e ci si ferma lì.[20] La terza: il peso della dimostrazione poggia sul dimostrabile, cioè sui fatti verificabili — testi, date, confronti, omissioni — così che, tolta ogni riga illustrativa, la dimostrazione resti in piedi. La quarta: si cercano attivamente i contro-esempi, i luoghi del magistero in cui il confine, invece di dissolversi, viene tracciato; se se ne trovano, il criterio seleziona davvero e non vede difetti dovunque.[21] Messe insieme, queste regole rendono il metodo insieme severo e mite: severo perché non concede nulla alle dichiarazioni di facciata, mite perché non accusa nessuno.

Ne segue una regola di lettura da tenere a mente. Quando in uno stesso testo si incontrano la dottrina di sempre fedelmente ripetuta e, poche righe più oltre, l’argine che la rendeva operante lasciato in bianco, quell’accostamento va lasciato visibile: non lo si medii, non lo si appiani, non lo si completi in silenzio con ciò che il testo non dice. La tentazione, in un lettore benevolo e ben formato, è precisamente questa: incontrare la legge senza regolamento e, per istinto caritatevole, aggiungervi da sé il regolamento mancante, concludendo che in fondo tutto torna. Ma così facendo egli non legge il testo: legge se stesso. Il fedele semplice non compie questa operazione, perché non ne ha i mezzi; e proprio per questo il metro del giudizio non può essere il lettore colto che rammenda, ma il lettore indifeso che riceve.

La stessa firma su ogni piano

Un caso isolato prova poco: potrebbe essere una svista. La tesi è invece più forte, e va sottoposta a prova: che la figura della legge senza regolamento non sia un episodio, ma una firma, cioè un modo di procedere che ricorre identico su terreni lontanissimi tra loro. Per verificarlo percorro cinque piani della dottrina, scelti perché centrali e diversissimi.

Il primo è l’uomo. Un testo conciliare molto citato afferma che l’uomo è in terra la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa.[22] La frase ammette una lettura pienamente ortodossa: Dio ama la persona per se stessa, cioè non la usa come semplice mezzo, ma la vuole come termine del proprio amore, e questo è altissimo. Eppure si osservi la struttura. Il fine dell’uomo, cioè Dio, è affermato poche righe più sopra nello stesso passo; ma quella legge non viene messa a governare la frase che ne avrebbe bisogno, e quando poi la proposizione viaggia da sola, citata isolatamente nei catechismi, si stacca dal contesto e perde ogni riferimento al termine che la ordinerebbe. Non una negazione, dunque, ma un’inversione d’ordine: ciò che era subordinato passa in primo piano, ciò che era fondante scivola sullo sfondo, presente ma non operante.

Il secondo è la Chiesa. La dottrina costante la diceva con il verbo essere: la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica, un’identità piena, senza residui; ancora pochi anni prima del Concilio il magistero ripeteva che il Corpo mistico di Cristo e la Chiesa cattolica romana sono una sola e identica cosa.[23] Un testo conciliare sostituisce quell’«è» con un «sussiste in»: la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, mentre fuori della sua compagine si trovano parecchi elementi di santificazione e di verità.[24] Il verbo essere affermava un’identità e chiudeva la questione; il sussistere apre uno spazio, perché consente di pensare che elementi della Chiesa di Cristo si trovino anche fuori della cattolica. La soglia netta tende a farsi rampa: più dentro, meno dentro, quasi dentro.

Il terzo è l’unità dei cristiani, e qui la firma si coglie in un solo vocabolo. La tradizione diceva i cristiani non cattolici fratelli separati: parola affettuosa nel primo termine e precisa nel secondo, perché la separazione nomina il fatto reale, la frattura da sanare. Un documento registra che a quell’espressione l’uso tende a sostituire vocaboli come altri cristiani, e chiama questa sostituzione un ampliamento del lessico.[25] Ma il termine che cade — «separati» — è precisamente quello che porta il confine; i termini che subentrano non lo portano. E l’operazione, presentata come un’aggiunta, è di fatto una sottrazione: si toglie dal linguaggio la parola che segnalava la separazione, e la si toglie chiamando il gesto con il nome del suo contrario. Con il vocabolo si ritira il concetto, e con il concetto il senso del dovere di ricondurre all’unità chi ne è fuori.

Il quarto è la libertà religiosa, il più delicato. Il testo conciliare afferma che la persona umana ha il diritto di non essere costretta in materia religiosa, e fonda tale diritto nella dignità della persona. Ma lo stesso documento contiene, al suo interno, sia la legge sia il regolamento. La legge è l’affermazione, posta in apertura, che il testo lascia integra la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale degli uomini e delle società verso la vera religione. Il regolamento è duplice: il diritto non è illimitato, va esercitato entro i debiti limiti, determinati mediante il giusto ordine pubblico.[26] Si osservi la struttura: il dovere verso la verità è affermato una volta, in apertura, e poi non viene più messo a governare la trattazione; il diritto soggettivo a non essere costretti passa in primo piano, e il confine del diritto viene ricondotto, all’atto pratico, al solo ordine pubblico. Ne segue la solita inversione: ciò che nella dottrina di sempre veniva prima viene ora dopo, dichiarato ma non operante. Il fedele semplice apprende che ciascuno ha diritto di seguire la propria convinzione, ma non apprende, perché non gli viene più insegnato con forza operante, che esiste un dovere di aderire alla verità una volta conosciuta.

Il quinto è la liturgia, dove la firma si imprime non su una frase, ma su ciò che il fedele compie e prega ogni domenica. La dottrina di sempre insegnava che la sacra liturgia è anzitutto opera di Cristo, sommo sacerdote, in cui il popolo partecipa unito a Lui ma non è la sorgente dell’atto.[27] Nella riforma del culto e, più ancora, nella prassi che l’ha accompagnata, il soggetto tende a spostarsi dall’opera di Cristo verso l’opera del popolo, l’assemblea che celebra se stessa come comunità; e insieme arretrano i fini della Messa che suppongono un’offesa da riparare — il propiziatorio e l’impetratorio. Non vengono negati, mai: escono a poco a poco dall’esposizione, ridotti prima a formula, poi a citazione, infine al silenzio. E poiché il fedele impara la fede assai più da ciò che prega che da ciò che studia, la sottrazione nella preghiera diventa, in una generazione, sottrazione nella fede.[28]

Non una proposizione, ma un ordine

Percorsi i cinque piani, si comprende perché la crisi sia insieme reale e quasi invisibile. Chi cerca l’errore tra le proposizioni non lo trova, e conclude in buona fede che tutto è in ordine: nessun dogma è stato negato, l’uomo resta ordinato a Dio, la Chiesa resta la Chiesa di Cristo, la Messa è sacrificio. Tutte le affermazioni ci sono. A mutare non è nessuna singola proposizione, ma l’ordine fra le proposizioni: la gerarchia, il rilievo, il primo piano e lo sfondo. In ogni piano si è visto lo stesso movimento — ciò che era fondante scivola sullo sfondo, ciò che era subordinato passa in primo piano, e il confine che teneva ferma la gerarchia viene taciuto. Una gerarchia non è una proposizione, ma il rapporto fra le proposizioni; perciò non la si trova cercando affermazioni false, così come non si scopre una stonatura elencando le note, che una per una sono giuste, ma ascoltando il loro ordine. Ecco perché il difetto sfugge ai più, e perché smascherarlo richiede non l’elenco degli errori, che non ci sono, ma l’esibizione dell’ordine, che è mutato.

Resta la domanda più profonda: che cosa spinge, sempre nella stessa direzione, a conservare la legge e a lasciar cadere il regolamento? Deve esserci una radice comune, più in basso di ogni singolo piano. Quella radice non è liturgica né disciplinare: è la dottrina stessa della redenzione, il modo di intendere come Cristo salva le anime. È lì che scende la seconda puntata, per mostrare, sui testi e con le date, che la fessura più grande è proprio questa, e che da essa gli altri piani prendono la loro piega.



(Foto di Peter H da Pixabay)


[1]Codice di Diritto Canonico (1983), can. 226 § 2: i genitori «hanno il gravissimo dovere e il diritto primario di curare secondo le loro forze l’educazione della prole sia fisica, sociale e culturale, sia morale e religiosa»; e can. 774 § 2: «I genitori, più degli altri, sono tenuti a formare i figli nella fede e nella pratica della vita cristiana con la parola e con l’esempio». La necessità della fede alla salvezza è affermata in Ebrei 11, 6.

[2]Il Catechismo Romano (1566) fu redatto perché i parroci potessero istruire con uniformità e chiarezza soprattutto i semplici e i fanciulli. Sulla gravità dell’obbligo di insegnare la dottrina cristiana e sul danno dell’ignoranza religiosa si veda san Pio X, Acerbo nimis (15 aprile 1905).

[3]È la distinzione elementare fra chi insegna e chi apprende: la Chiesa docente propone, il fedele discente riceve. Il bambino appartiene tutto alla seconda condizione, e non possiede ancora gli strumenti critici per correggere da sé ciò che gli viene consegnato in forma difettosa.

[4]Che alcuni conservino un bene non prova che il canale ordinario di quel bene funzioni: prova soltanto che esistono vie supplementari. In termini logici, l’esistenza dell’eccezione presuppone il venir meno della regola, non lo smentisce.

[5]Pio XI, Divini illius magistri (31 dicembre 1929): la famiglia è «società imperfetta, perché non ha in sé tutti i mezzi per il proprio perfezionamento», ordinata alla Chiesa e alla società civile, che sono società perfette. Sulla distinzione fra società perfetta e imperfetta si vedano anche Leone XIII, Immortale Dei (1° novembre 1885) e Sapientiae christianae (10 gennaio 1890).

[6]Divini illius magistri: alla Chiesa spetta per diritto proprio e sovrannaturale l’educazione alla fede, che la famiglia prepara ma non sostituisce. Il fedele, per la salvezza, ha bisogno della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, del magistero, della liturgia e dei sacramenti: cf. Catechismo Romano, Parte prima, sull’articolo «la santa Chiesa cattolica».

[7]L’eroismo appartiene all’ordine dei consigli e delle circostanze straordinarie, non a quello dei mezzi ordinari della grazia, che la Chiesa dispensa per tutti e non per i soli forti. Esigere da tutti l’eroico equivale a sopprimere la nozione stessa di via ordinaria.

[8]Il metodo di lettura qui seguito: si guarda ciò che un testo fa e ciò che tace, senza giudicare le intenzioni di alcuno, appoggiando il peso della dimostrazione su dati verificabili.

[9]Catechismo Romano (1566), Parte prima, § 9. La necessità della fede alla salvezza è affermata in Ebrei 11, 6: «senza la fede è impossibile piacere a Dio».

[10]Concilio Vaticano I, costituzione dogmatica Dei Filius (1870), cap. 3 (Denz.-H. 3008): crediamo «per l’autorità di Dio stesso che rivela, il quale non può né ingannarsi né ingannare». Ripreso dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 156.

[11]Catechismo Romano, Parte prima, § 10: gli Apostoli composero il Simbolo perché fosse «quasi tessera e contrassegno» atto a distinguere i veri fedeli dagli estranei. Che la fede sia dono ricevuto per il tramite della Chiesa, e non prodotto dall’uomo, è insegnato dalla stessa Dei Filius, cap. 3.

[12]San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 5, a. 3: l’eretico che nega un solo articolo di fede «non ha l’abito della fede», perché non aderisce più al resto per il motivo formale proprio della fede, ma per proprio giudizio.

[13]Pio XI, Mortalium animos (6 gennaio 1928): condanna la distinzione fra articoli fondamentali e non fondamentali, poiché il motivo formale della fede, l’autorità di Dio che rivela, è uno e indivisibile; negarne uno significa venir meno al fondamento di tutti.

[14]San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 5, a. 4: quanto alla cosa creduta, la fede non è maggiore in uno che in un altro, perché tutti devono credere tutto; ma quanto all’intensità dell’assenso e alla devozione può essere maggiore in uno che in un altro. Gli Apostoli stessi chiesero: «Signore, accresci in noi la fede» (Luca 17, 5).

[15]Concilio di Trento, sessione VI (1547), cap. 8 (Denz.-H. 1532): la fede è «inizio dell’umana salvezza, fondamento e radice di ogni giustificazione». Cf. Ebrei 11, 6 e Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 161.

[16]L’immagine ha un preciso antecedente nel diritto romano, la lex imperfecta: una norma che proibiva un atto senza però annullarlo né punirlo. Affermava il precetto e ne taceva la sanzione, cioè la parte che lo avrebbe reso operante. Restava scritta, e non mordeva.

[17]San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 95, a. 2: la legge umana deriva dalla legge naturale «per modo di determinazione», cioè precisando in concreto ciò che il principio generale lascia indeterminato. Senza tale determinazione il principio resta vero ma inoperante: è la funzione che qui si chiama regolamento.

[18]Giovanni XXIII, allocuzione Gaudet Mater Ecclesia nella solenne apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962: «Est enim aliud ipsum depositum Fidei… aliud modus, quo eaedem enuntiantur, eodem tamen sensu eademque sententia», altro è il deposito della fede, altro il modo con cui viene espresso, conservando però lo stesso senso e la stessa accezione. La clausola finale riprende san Vincenzo di Lerino, Commonitorium, ed era stata incorporata dal Concilio Vaticano I nella Dei Filius (cap. 4), ripresa da san Pio X nella Pascendi (1907) e recepita nel Giuramento antimodernista, in vigore fino al 1967.

[19]Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 41, con la relativa nota, riprende la distinzione fra il deposito e il modo di esprimerlo a sostegno della necessità di riformulare il linguaggio; la citazione, però, si arresta prima della clausola «eodem sensu eademque sententia». Il rilievo è di fatto: basta accostare la frase originale per intero e la sua ripresa.

[20]Che una proposizione dottrinale obblighi secondo il senso oggettivo delle sue parole, e non secondo le intenzioni di chi la scrisse, è principio costante della teologia: le antiche censure valutavano gli enunciati prout iacent, così come stanno, nel senso che ne ricava chi legge. È la ragione per cui il metodo qui adottato guarda la struttura del testo e non l’animo dell’autore.

[21]Si veda, nella seconda puntata, il caso del «per molti»: la Congregazione per il Culto Divino (2006) e Benedetto XVI (2012) ne indicarono la correzione e ne diedero la ragione, chiedendone il ripristino, sia pure senza imporlo. È il contro-esempio, in forma debole, che rende falsificabile la tesi: dove il confine è tracciato, il criterio lo riconosce.

[22]Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 24: «homo, qui in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit». Il pronome seipsam, femminile, concorda con creatura: alla lettera, «l’uomo è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa», cioè per il bene della creatura medesima. Il medesimo n. 24 afferma però che tutti gli uomini «sono chiamati a un solo e medesimo fine, che è Dio stesso». La formula è ereditata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 356. La proposizione ammette una lettura ortodossa, Dio ama la persona per se stessa e non come mezzo, e resta esposta ad ambiguità quando viene separata dalla clausola che ordina l’uomo a Dio come fine.

[23]Pio XII, Mystici Corporis Christi (1943) e Humani generis (1950), n. 27, identificano senza residui il Corpo mistico di Cristo con la Chiesa cattolica romana.

[24]Lumen gentium (1964), n. 8. La trattazione estesa, con Ratzinger e Dominus Iesus, è nella seconda puntata.

[25]Giovanni Paolo II, Ut unum sint (25 maggio 1995), n. 42: all’espressione «fratelli separati» l’uso «tende a sostituire oggi vocaboli più atti ad evocare la profondità della comunione», e il testo qualifica la cosa come «ampliamento del lessico».

[26]Dignitatis humanae (7 dicembre 1965): al n. 1 dichiara di lasciare «integram» (integra) la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale degli uomini e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo; al n. 2 fonda nella dignità della persona il diritto a non essere costretti in materia religiosa «intra debitos limites», entro i debiti limiti; al n. 7 determina quei limiti mediante il «iustus ordo publicus», il giusto ordine pubblico. Il dovere verso la verità, affermato al n. 1, è la legge; la riduzione operativa del limite al solo ordine pubblico ne lascia implicito il regolamento.

[27]Pio XII, Mediator Dei (20 novembre 1947), n. 20: la sacra liturgia è «il culto pubblico integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, del Capo e delle sue membra», ed è anzitutto opera di Cristo sacerdote. Che la Messa sia vero e proprio sacrificio propiziatorio, offerto per i vivi e per i defunti, è definito dal Concilio di Trento, sessione XXII (1562), can. 3.

[28]L’antico principio lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera fonda la legge del credere, risale a Prospero d’Aquitania. Sacrosanctum Concilium (1963), n. 48, chiede che i fedeli partecipino consapevolmente e attivamente al rito. Il censimento documentale della retrocessione dei fini propiziatorio e impetratorio è svolto per esteso nella terza puntata.







domenica 6 settembre 2026

Smettete di spostare il tabernacolo! La presenza reale di Cristo e lo spazio della Chiesa


(Immagine generata con IA di Gemini)





di Giuseppe Russo, 6 settembre 2026

«Smettete di spostare il tabernacolo!». È il titolo, volutamente provocatorio, di una riflessione di Michael Sean Winters apparsa sul National Catholic Reporter, a proposito dei lavori di ristrutturazione della Cattedrale di San Patrizio a Norwich, nel Connecticut. Il motivo della sua protesta è abbastanza singolare: nella ristrutturazione il tabernacolo è stato riportato al centro dell’antico altare, sull’asse principale della cattedrale. Winters vede in questa scelta una sorta di regressione rispetto a quella che, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è diventata una prassi abbastanza diffusa: distinguere il luogo della celebrazione eucaristica da quello della custodia del Santissimo Sacramento.

La questione, però, è più seria di quanto possa sembrare. E non perché sia necessario stabilire una volta per tutte che il tabernacolo debba stare al centro del presbiterio. La normativa liturgica attuale non lo richiede e, anzi, distingue opportunamente l’altare della celebrazione dal luogo della custodia eucaristica. Il problema è un altro: che cosa dice una chiesa quando il luogo nel quale è custodito il Santissimo Sacramento viene progressivamente sottratto allo sguardo, marginalizzato o collocato in uno spazio quasi secondario?

È una domanda che non riguarda semplicemente l’architettura. Riguarda la fede.

Perché il tabernacolo non custodisce un simbolo dell’assenza di Cristo, ma il Sacramento della sua presenza reale. E questa affermazione, che appartiene al cuore stesso della fede cattolica, non può essere relativizzata in nome di una concezione della liturgia che rischia talvolta di ridurre l’Eucaristia al solo momento della celebrazione.

L’Eucaristia celebrata e l’Eucaristia custodita


È certamente vero che l’Eucaristia deve essere compresa anzitutto nella sua dimensione celebrativa. Il Concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum Concilium, ha ricordato che la liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua energia». E l’Eucaristia è il centro della vita della Chiesa.

Ma dire che la Messa è il centro della vita cristiana non significa affermare che, terminata la celebrazione, la presenza eucaristica perda la sua rilevanza. La Chiesa cattolica non ha mai pensato l’Eucaristia come una realtà la cui consistenza dipenda dalla durata dell’azione liturgica. La presenza reale di Cristo permane nel Sacramento anche dopo la celebrazione, ed è proprio per questo che la Chiesa conserva le specie consacrate nel tabernacolo e rende al Santissimo Sacramento il culto di adorazione.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo afferma senza ambiguità: «la presenza di Cristo nel tabernacolo deve essere onorata con il culto di adorazione». Non siamo, dunque, davanti a due Eucaristie: quella «vera», che si celebrerebbe sull’altare, e quella «devozionale», custodita nel tabernacolo. È sempre lo stesso mistero eucaristico, considerato sotto aspetti differenti.

L’altare è il luogo nel quale la Chiesa celebra sacramentalmente il Sacrificio di Cristo; il tabernacolo è il luogo nel quale viene custodito il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore. La distinzione è reale e va rispettata. Ma trasformare la distinzione in contrapposizione sarebbe teologicamente assai discutibile.

Una presenza che continua

La tradizione cattolica ha sempre avuto la consapevolezza che l’Eucaristia non è semplicemente qualcosa che «accade» durante la Messa.

San Tommaso d’Aquino, nella sua teologia eucaristica, arriva al cuore della questione quando riconosce nel Sacramento la presenza vera del Cristo: hoc est corpus meum, questo è il mio corpo. Non una rappresentazione, non una metafora, non una semplice memoria psicologica della Cena del Signore.

Il Concilio di Trento, di fronte alla negazione della presenza reale propria della Riforma protestante, ribadirà con particolare forza la dottrina della presenza di Cristo «vere, realiter et substantialiter» nell’Eucaristia.

È importante ricordarlo perché, talvolta, sembra quasi che la devozione eucaristica sviluppatasi nei secoli successivi sia stata una sovrastruttura medievale della quale la Chiesa avrebbe dovuto liberarsi per recuperare una presunta purezza originaria.

Qui entra in gioco una questione più ampia, che riguarda il modo stesso di concepire la Tradizione.

Il problema dell’archeologismo liturgico


Il Concilio Vaticano II ha certamente invitato la Chiesa a ritornare alle fonti. Ma il ressourcement non può essere confuso con l’archeologismo. Tornare alle fonti significa recuperare la ricchezza della Tradizione nella sua origine, non immaginare che tutto ciò che si è sviluppato successivamente sia per ciò stesso una deformazione.

È questo, a mio avviso, uno dei problemi di una certa interpretazione del movimento liturgico del Novecento: l’aver assunto talvolta la Chiesa dei primi secoli come una sorta di paradigma normativo assoluto, quasi che lo sviluppo successivo della liturgia fosse stato principalmente un processo di stratificazione e di corruzione.

Ma una simile concezione della Tradizione non è propriamente cattolica.

La Tradizione non è la semplice ripetizione materiale di ciò che è stato fatto all’inizio. È la trasmissione vivente della fede della Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo non ha assistito la Chiesa soltanto nei primi secoli per poi abbandonarla al suo destino fino al XX secolo. Era presente nella Chiesa dei Padri, ma anche in quella medievale; nella grande scolastica, ma anche nella Riforma cattolica; nel Concilio di Trento e nella spiritualità eucaristica dei santi.

Naturalmente, questo non significa canonizzare ogni sviluppo storico. La storia della Chiesa conosce anche deviazioni, squilibri e forme di decadenza. Ma il criterio per giudicare uno sviluppo non può essere semplicemente la sua collocazione cronologica.

Ciò che è venuto dopo non è necessariamente meno autentico di ciò che è venuto prima.


Dal Viatico all’adorazione

È vero che nella Chiesa antica la conservazione dell’Eucaristia era legata soprattutto alla possibilità di portare la Comunione agli infermi e a coloro che non potevano partecipare alla celebrazione. È altrettanto vero che la forma assunta nei secoli successivi dalla devozione al Santissimo Sacramento si è sviluppata progressivamente.

Ma perché considerare questo sviluppo come un problema?

La Chiesa ha progressivamente approfondito la consapevolezza di ciò che essa stessa celebrava. La fede nella presenza reale ha generato forme nuove di culto: la custodia eucaristica, la visita al Santissimo, l’adorazione, le processioni, l’esposizione e la benedizione eucaristica.

Non si tratta semplicemente di pratiche devozionali aggiunte dall’esterno alla liturgia. Sono manifestazioni storiche di una fede che ha progressivamente esplicitato le conseguenze di ciò che crede.

È questo, in fondo, ciò che significa sviluppo della dottrina e della vita ecclesiale: quando la Chiesa comprende più profondamente un mistero, quella comprensione produce anche forme nuove di espressione.

Perciò sarebbe curioso sostenere, da una parte, che la Chiesa dei primi secoli costituisca il criterio normativo assoluto e, dall’altra, utilizzare la straordinaria devozione eucaristica sviluppatasi nel Medioevo come argomento per relativizzare la centralità del tabernacolo.

La questione, in realtà, è più profonda.

Lo spazio liturgico educa alla fede

Una chiesa non è soltanto un contenitore nel quale avvengono delle celebrazioni. Anche lo spazio è teologia. Anche l’architettura ecclesiale comunica una determinata comprensione della fede.

È inevitabile.

Un’immagine collocata in un luogo centrale attira lo sguardo. Un elemento relegato in un angolo viene percepito come marginale. Questo non significa che la posizione fisica determini automaticamente la fede del credente, ma significa che i segni possiedono una forza pedagogica.

Ed è proprio qui che la questione del tabernacolo diventa interessante.

Se il fedele entra in una chiesa e non riesce nemmeno a capire dove sia custodito il Santissimo Sacramento, qualcosa nella grammatica dello spazio liturgico merita di essere interrogato.

Non sto dicendo che il tabernacolo debba necessariamente essere collocato dietro l’altare o esattamente al centro del presbiterio. La Chiesa stessa, nella sua disciplina attuale, prevede diverse possibilità e chiede che il luogo della custodia sia «assai dignitoso, insigne, ben visibile, ornato decorosamente e adatto alla preghiera».

Proprio queste parole dovrebbero far riflettere: ben visibile, insigne, adatto alla preghiera.

Non invisibile. Non marginale. Non semplicemente funzionale alla custodia delle specie consacrate.

Non è forse questo il punto che rischiamo di perdere quando la questione viene ridotta a una disputa sull’architettura?

Il tabernacolo non è un concorrente dell’altare

Si potrebbe obiettare che una collocazione centrale del tabernacolo rischia di confondere il significato dell’altare. L’obiezione ha una sua ragionevolezza. L’altare è il luogo della celebrazione eucaristica e la sua centralità sacramentale non deve essere oscurata.

Ma da qui a parlare di «competizione» tra altare e tabernacolo c’è una distanza.

Il tabernacolo non è un oggetto che compete con l’altare per attirare lo sguardo dei fedeli. L’altare e il tabernacolo appartengono alla medesima economia sacramentale, pur esprimendone momenti differenti.

La Messa non si esaurisce, quanto al suo significato, nell’istante in cui termina la celebrazione. E la presenza sacramentale che permane non è un residuo della Messa, quasi ciò che rimane quando l’azione liturgica è finita.

È Cristo stesso che rimane.

È questa la ragione per cui la tradizione cattolica ha sempre considerato la visita al Santissimo Sacramento una pratica spirituale di grande valore. Non si va davanti al tabernacolo per ricordare che Cristo è stato presente. Ci si va perché si crede che Cristo è presente.

Questa è la differenza decisiva.

Il rischio di una liturgia troppo centrata sul ministro

La questione del tabernacolo conduce, infine, a un problema più generale che riguarda il modo in cui celebriamo.

Una delle intuizioni più interessanti della provocazione di Grondelski riguarda infatti la posizione del celebrante e, in particolare, quella del vescovo.

Il vescovo possiede nella Chiesa locale una funzione propria e la sua cattedra esprime il ministero episcopale. Non c’è dunque nulla di strano nel riconoscere simbolicamente il suo ruolo.

Ma la liturgia non è celebrazione della personalità del vescovo e neppure del sacerdote.

Il ministro presiede in persona Christi. Proprio per questo non dovrebbe mai diventare egli stesso il centro della celebrazione.

Qui si apre una questione che riguarda anche il modo concreto in cui il rito romano riformato è stato recepito. Non credo sia corretto attribuire al Novus Ordo in quanto tale ogni forma di protagonismo clericale che abbiamo conosciuto in questi decenni. Sarebbe una semplificazione ideologica.

Ma è altrettanto difficile negare che, in alcune esperienze celebrative, il sacerdote sia diventato troppo visibile, troppo parlante, troppo determinante, fino al punto che la liturgia sembra assumere il carattere personale di chi la presiede.

Il problema, allora, non è semplicemente il rito, ma il modo di celebrarlo.

Il sacerdote deve essere presente, ma non deve occupare il posto di Cristo. Il vescovo deve presiedere, ma non è il Signore della liturgia. La comunità deve partecipare, ma non è essa stessa l’oggetto ultimo della celebrazione.

La liturgia è della Chiesa perché è, prima ancora, azione di Cristo.

Non una restaurazione nostalgica

Non farei, dunque, del tabernacolo una nuova bandiera nella guerra tra «tradizionalisti» e «progressisti».

Non penso che tutto ciò che è stato fatto prima del Concilio debba essere automaticamente ripristinato, né che tutto ciò che è stato fatto dopo il Concilio debba essere difeso per il solo fatto di essere successivo. Questa logica appartiene più alla polemica ideologica che alla Tradizione cattolica.

La domanda dovrebbe essere un’altra: la forma concreta che diamo alle nostre chiese aiuta o ostacola la fede che professiamo?

Se crediamo nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, questa fede deve avere anche una grammatica visibile.

Non basta affermare verbalmente che il Santissimo Sacramento è Cristo. Anche il modo in cui costruiamo una chiesa, organizziamo un presbiterio e collochiamo il tabernacolo dovrebbe essere coerente con ciò che professiamo.

In fondo, la lex orandi non riguarda soltanto i testi del Messale e i gesti rituali. Riguarda anche lo spazio nel quale la Chiesa celebra.

Perché anche lo spazio, a suo modo, prega.

E allora la questione non è semplicemente se il tabernacolo debba stare al centro oppure lateralmente.

La questione è se, entrando in una chiesa cattolica, sia ancora possibile percepire immediatamente che lì c’è Qualcuno.

Non qualcosa.

Non un simbolo.

Non la memoria di un evento passato.

Qualcuno.

Il Cristo realmente presente.

Ed è forse proprio questo che dovremmo recuperare: non una nostalgia architettonica del passato, ma quella consapevolezza cattolica per la quale il silenzio davanti al tabernacolo non è un’interruzione della liturgia.

È già liturgia della fede.

Perché davanti al Santissimo Sacramento la Chiesa non ha bisogno di molte parole.

Le basta sapere che il Signore è lì.








sabato 5 settembre 2026

In un documento sui "cambiamenti climatici", il Vaticano afferma che la Messa è una "scuola ecologica"




Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Lifesitenews. In un nuovo documento pubblicato il 2 settembre, la Commissione Teologica Internazionale Vaticana ha affermato che l'Eucaristia può condurre alla "conversione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno come famiglia umana". Leone, ecologico tanto quanto Bergoglio. Non a caso la sua intenzione di preghiera di questo mese è per la 'cura dell'acqua' [qui]. Richiamo l'attenzione sulle glosse e sulla nota. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica. Qui l'indice sulla liturgia ai tempi di Leone. 

5 settembre 2026


Un lungo documento pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale, intitolato “Prendersi cura della nostra casa comune – Una risposta responsabile e fraterna al Dio Trino”, si riferisce al Santo Sacrificio della Messa come a una “scuola ecologica”.

Nel documento del 2 settembre incentrato sull'ambiente, sulla "conversione ecologica" e sui cosiddetti "cambiamenti climatici", la Commissione Teologica ha dedicato un intero paragrafo (Capitolo 2, sezione 108) a descrivere la Messa e la Santa Eucaristia come una "scuola ecologica". Sebbene questo paragrafo riconosca che la Messa ha lo scopo di glorificare Dio, sembra sminuire la Messa e il Santissimo Sacramento come mezzo per "prendersi cura del creato".

Il documento afferma: «Dall'Eucaristia scaturisce una spiritualità capace di sostenere e incoraggiare la conversione ecologica di cui abbiamo urgente bisogno come famiglia umana». «In essa riconosciamo i doni di Dio nella natura. Il nostro intelletto si apre alla trasparenza di Dio nel creato».

Sebbene i fedeli possano offrire preghiere per il bene dell'ambiente, lo scopo della Messa non è la nostra "conversione ecologica".

Al contrario, la Chiesa cattolica insegna che lo scopo del Santo Sacrificio della Messa è adorare Dio, rendere grazie per le numerose grazie che abbiamo ricevuto da Lui, implorare le sue grazie per noi stessi e per gli altri, ed espiare i peccati che abbiamo commesso contro di Lui.

Il documento prosegue: «Nell'Eucaristia, come comunità di fratelli e sorelle, riconosciamo il fine della creazione e della storia: dare gloria a Dio attraverso l'offerta – trasfigurata dal suo Spirito – dei doni che abbiamo ricevuto da lui, unendoci alla vita di donazione del Signore Gesù». E aggiunge: «Per questo motivo, l'Eucaristia ci parla della trasformazione necessaria per vincere il peccato; della responsabilità che deriva dal dono della salvezza, quella di condurre il creato e l'umanità al loro compimento escatologico; ci insegna a dare il giusto valore a tutto il creato; ci mostra il nostro posto personale nel cosmo».

Qui, mentre il vero scopo della Messa viene vagamente affermato, la Commissione Teologica inquadra il rinnovamento incruento del Sacrificio del Calvario come un servizio al creato di Dio piuttosto che come un'offerta delle nostre preghiere a Dio Onnipotente [o, piuttosto la nostra partecipazione al Sacrificio del Signore a gloria del Padre e per la nostra redenzione, in profonda adorazione, unendo alla Sua la nostra personale offerta, nutrendoci di Lui Sacramentato per la nostra trasformazione e crescita spirituale -ndT]

Fin dall'inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha ripetutamente sottolineato l'importanza delle tematiche ambientali, autorizzando la “Messa per la cura del creato” [qui] a pochi mesi dalla sua elezione.

Durante la prima Messa dedicata alla “Cura del Creato”, Leone XIV ha affermato che “il mondo sta bruciando” e sottolineato la presunta necessità di “conversione” tra coloro che ancora non considerano “l’urgenza di prendersi cura della nostra casa comune”. Questa settimana, ha inaugurato il secondo “Tempo del Creato” del suo pontificato celebrando un’altra Messa dedicata alla “Cura del Creato”.



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Nota di Chiesa e post-concilio
 
Quando il Magistero si avventura su terreni scientifici o presunti tali, il rischio di analisi erronee, previsioni sbagliate, errori “tecnici” è assai elevato. Lo dimostrano i precedenti della Laudato Si’ [qui - qui] e della successiva Laudate Deum [qui - qui], veri manifesti bergogliani di un ecologismo estremo dagli aspetti anche oscuri (do you remember Pachamama?) basato su premesse antiscientifiche e non poche vere e proprie falsità, come quello di un indimostrato riscaldamento globale di origine antropica. Lo documentarono molto bene i professori Franco Battaglia e Uberto Crescenti, dimostrando e denunciando la “pletora di errori contenuti in entrambi gli interventi”. La denuncia dei coraggiosi scienziati la si può leggere qui.





Il suicidio assistito può fare «pressioni» sui disabili. Parola del governo inglese


Immagine generata con AI


Altro che «liberi fino alla fine»: la morte di Stato è un vento culturale. Che colpisce i più fragili


Fine vita


Giuliano Guzzo, 05 settembre 2026

La morte di Stato, una volta legalizzata, può esercitare «pressioni sottili» a danno delle persone con disabilità affinché, per così dire, tolgano il disturbo. La sconvolgente ammissione arriva da un’analisi di impatto pubblicata dal governo del Regno Unito su uno degli aspetti più delicati e controversi della proposta di legge sul suicidio assistito. Questo documento, inevitabilmente destinato a far discutere, è stato pubblicato giovedì dal Dipartimento della Salute e dell'Assistenza Sociale (Dhsc) e dal Ministero della Giustizia (MoJ). A diffondere l’esistenza di questo rapporto è la testata specializzata Disability News Service, che ha analizzato la documentazione ministeriale - oggettivamente esplosiva.

Nel testo ufficiale infatti l’esecutivo ammette apertamente come il condizionamento non derivi necessariamente da coercizioni dirette o dall'azione esplicita di terzi. La pressione, al contrario, rischia di esercitarsi attraverso «barriere culturali, la mancanza di assistenza e servizi adeguati» o il radicato timore dei soggetti più vulnerabili di trasformarsi in un «peso» economico e assistenziale per i propri familiari e per il sistema sanitario. Non è finita. La valutazione governativa ha richiamato anche pressioni strutturali come la povertà, l'isolamento sociale e le carenze nell'accesso alle cure palliative.

Tutti fattori che – in un combinato disposto con l’emarginazione, i tassi più elevati di violenza domestica o le dinamiche familiari complesse - rischiano, secondo questa valutazione, di spingere sproporzionatamente le persone disabili e le minoranze verso la scelta del suicidio assistito, vissuto non come un atto di libera autonomia, ma come l'unica via d'uscita praticabile. Com’è inevitabile, queste rivelazioni hanno subito riacceso la protesta dei movimenti per i diritti dei disabili e di diversi parlamentari. Va per completezza precisato che non si tratta di una novità. Già da anni, infatti, le associazioni di persone disabili sono in prima linea contro la morte di Stato.

Per dire, lo Stato di New York ha legalizzato il suicidio assistito lo scorso agosto ma già nel 2018, in audizione contro una simile legge, sfilavano figure come Anita Cameron per conto dell'associazione Not Dead Yet, «Non ancora morto» Donna di colore, colpita da disabilità multiple (sclerosi multipla, atassia cerebellare congenita e diabete) e appartenente alla comunità Lgbt, la Cameron ha tutti i requisiti di una perfetta rappresentante delle minoranze. E già anni fa attaccava duramente il suicidio assistito con queste parole: «La mia prima ragione di opposizione a questo disegno di legge e ad altri simili è che esso costituisce una minaccia per le persone disabili, di colore e del ceto popolare».

Parole, quelle di Anita Cameron, oggi inverate nella valutazione d’impatto del suicidio assistito del governo inglese e che, a dirla tutta, si sono già tragicamente tradotte nei fatti. Dove? Per esempio in Canada, Roger Foley, affetto da atassia cerebellare, ha prodotto ben due audio nei quali si sente il personale ospedaliero che cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Ecco che allora le «pressioni» sui disabili conseguenti ad una legge sul suicidio assistito possono, a volte, essere anche molto più che «sottili». Perché una legge - ogni legge - fa sempre cultura; e la cultura che si porta dietro e che veicola una legge sulla morte assistita è sempre e solo una: la convinzione che esistano «vite indegne di essere vissute».

Di tutto questo è consapevole, ad onore del vero, anche la Corte Costituzionale italiana che, con la sentenza n. 152 del 24 luglio 2026, ha apertamente parlato del rischio che si generi «pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte». Domanda: abbiamo i timori della nostra Consulta, abbiamo la valutazione d'impatto del governo inglese, abbiamo denunce e testimonianze agghiaccianti persone vulnerabili a cui la morte è stata proposta con insistenza e più di una volta; di che cosa abbiamo ancora bisogno, esattamente, per comprendere i pericoli della morte di Stato?





La legge Zaia-Cappato e il suicidio a Venezia


(Immagine: SereMas79, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)



Di Stefano Fontana, 4 set 2026

Solitamente il nostro Osservatorio non interviene su questioni direttamente politiche, sui partiti e sulle loro tattiche. L’approvazione della proposta di legge sul suicidio assistito da parte del Consiglio regionale del Veneto mercoledì 2 settembre ha però delle caratteristiche che legittimano una eccezione a questa regola, per cui ci concediamo alcune osservazioni.

La prima riguarda la fine del partito della Lega. L’evento al palazzo Ferro Fini ha in questo senso un valore simbolico. La Lega potrà ancora tirare avanti in qualche modo, puntare su temi economici o sociali in grado di allontanare il declino, ma su piano dei principi alla guida del partito l’evento in laguna ha segnato la parola fine. Si pensi solo ai seguenti aspetti.

Da ora in poi il nome di Luca Zaia sarà sempre associato nella mente degli elettori a quello di Marco Cappato. La legge approvata mercoledì scorso verrà chiamata la legge Cappato-Zaia. Per tutta la Lega sarà un marchio indelebile. La Lega, nata dal popolo per il popolo, radicata in una terra e nella tradizione, attenta alla storia e ai valori della propria gente, diventa come il partito Radicale, fondato sull’azzeramento di ogni valore sull’altare della autodeterminazione individuale. La Lega, pronta a votare leggi anche molto restrittive per difendere i cittadini dalle violenze e dalla insicurezza, accetta una legge che amplia il fai-da-te alla stessa vita. La tattica dell’Associazione Luca Coscioni, che ha presentato il disegno di legge in Veneto, dopo averlo fatto in altre regioni, è nota ormai da molto tempo: vuole piantare delle bandierine sul terreno nemico da conquistare, anche in assenza di un intervento legislativo del Parlamento e sapendo di incorrere nei possibili ricorsi del Governo o nelle accuse di incostituzionalità, proprio per influire sulla legislazione parlamentare. Zaia e La Lega si è prestata a questo gioco noto a tutti.

Leggendo i nomi dei votanti per il “sì” in Consiglio regionale, si rimane colpiti nel leggere solo nomi della Lega e del Partito democratico. Anche tra i “no” c’è qualche leghista, ma si tratta o di chi è già passato a Futuro Nazionale mentre la burocrazia lo elenca ancora sotto l’etichetta del vecchio partito, o di una minima opposizione interna senza voce in capitolo. Anche il giovane presidente Alberto Stefani ha deciso di votare con il Partito democratico e secondo criteri da partito Radicale. Troppo, agli occhi di qualsiasi leghista doc.

Si potrebbe pensare che si sia trattato di un fulmine a ciel sereno e ricordare che una rondine non fa primavera, ma così non è. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, della Lega, ha permesso all’assessore alla sanità di praticare un suicidio assistito. Il 25 agosto scorso si è verificato in quella regione il primo caso di suicidio assistito gestito completamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Tralasciamo altri casi incresciosi verificatisi sullo stesso fronte.

A Venezia si è consumato il suicidio simbolico della Lega, ma anche quello di Forza Italia. I consiglieri di questo partito hanno votato per il “si” o si sono astenuti. Del resto, è nota da tempo la posizione pilatesca di Forza Italia sulle grandi questioni di etica sociale: irremovibile sull’Unione Europea centralistica e armata, alquanto permissiva sulla vita e sulla morte e sulle altre questioni morali di frontiera. Pilatesca perché se la cava lasciando libertà di coscienza ai propri consiglierei e deputati, e così facendo attesta la incompetenza etica della politica, cosa grave perché a quel punto ad essa non rimane che ridursi a tecnica.

I consiglieri di Fratelli d’Italia hanno votato tutti per il “no”, ciononostante si è assistito a Venezia ad una profonda crisi di tutto il centro-destra. La spinta impressa da Marina Berlusconi a Forza Italia verso una visione liberal della politica, unita alla spinta impressa alla Lega da Zaia e Alberti rompe il quadro, anche semplicemente nominale, dei valori di riferimento del centro-destra e la cosa è destinata a ripetersi. Non si può dire se Fratelli d’Italia abbia la forza interna per governare una situazione così scompaginata.

Da queste vicende politiche emerge per noi la conferma di tenerci fermi sulla difesa dei “principi non negoziabili”, nell’ottica della Dottrina sociale della Chiesa, nonostante le numerose delusioni a cui si è sottoposti su questo fronte. Siamo consapevoli di non poter contare granché sulla Chiesa ufficiale, compresa quella del Veneto, oltre ad esprimere “rammarico” davanti ad un fallimento di queste proporzioni. Siamo pure consapevoli che anche tra i cattolici, i loro movimenti e le loro associazioni, ci sono visioni ampiamente diverse su questi problemi, e certo il quotidiano Avvenire non aiuta. In questa situazione confusa, altro non resta da fare che battere altre strade dal basso e mantenersi fedeli alle verità di sempre.









CULTURA WOKE. IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE







Di Paolo Piro, 3 set 2026

Il Woke al centro del dibattito politico. Chi lo rinnega e chi lo difende.

E’ davvero curioso rilevare una singolare convergenza tra il concetto anglosassone woke (dal verbo inglese wake, “sveglio”) e quello arabo-musulmano di nahda (risveglio). Il primo auspica il risveglio ideologico della sinistra che faccia crescere una forte consapevolezza verso i problemi sociali, le disuguaglianze, le discriminazioni, il razzismo, il sessismo, i diritti della comunità LGBTQ+, il gender. Nato nel contesto della comunità afroamericana, il wokeè la bandiera dei movimenti di sinistra e progressisti di tutto il mondo. Il secondo, la nahda è un movimento di risveglio culturale e, soprattutto, politico dell’islam. Nato con la fine dell’impero ottomano è stato espresso dalla Fratellanza Musulmana egiziana e, quindi, diffuso nei paesi del Maghreb. Anche l’islam della regione indiana ha formulato la sua nahda attraverso Jamaat e-Islami, una miriade di partiti politici che, come la Fratellanza, sono fioriti tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Intellettuali come Hasan al_Banna, Sayyid Qutb, in Egitto e Abu A’la Maududi in Bangladesh insieme ad altri teologi e pensatori musulmani, hanno rilanciato l’islam e curato le diaspore musulmane in occidente per rinvigorire la fede nel destino dell’islam cioè “la conquista del mondo”.

Cos’hanno in comune? Il woke e la nahda dividono l’umanità su base manichea, ci sono gli oppressi e gli oppressori. Non è data altra possibilità di collocazione. Secondo il woke lo schiavismo, il razzismo, il colonialismo delle democrazie occidentali vanno ripudiati e rinnegati, inginocchiandosi a chiedere perdono per i crimini del passato, diffondendo una sorta di ansia di espiazione religiosa per i peccati commessi contro neri, indigeni, diversi, indios, donne, l’ambiente. La modernità occidentale, si è sviluppata basandosi sul principio di immanenza, che non è un principio razionale perché si fonda sull’assioma indimostrato che la realtà della vita sia tutta qui, nessun cielo sopra di noi, nessun inferno sotto di noi, nessun futuro oltre il tempo, nessuna speranza ultraterrena. Una tale visione ha prodotto l’ideologia woke che individua i nemici da annientare, per creare un mondo perfetto, nei maschi, bianchi, eterosessuali, cristiani, colonizzatori, prestando fede ai luoghi comuni della leggenda nera sulla Chiesa Cattolica, elaborata dall’illuminismo. La natura dell’occidente progredito è imperiale e violenta, i paesi poveri del Sud non possono che porre in essere la reazione dell’oppresso. Il woke deve espiare, abbatte le statue di Cristo, quelle di Cristoforo Colombo, corregge le opere di William Shakespeare, fa Gesù Bambino nero etc…. il woke è una guerra di liberazione. Anche l’islamismo è manicheo, afferma lo scrittore Pier Luigi Petrillo “l’Ayatollah Khomeini divide la società in due classi contrapposte: i mostazafin, gli oppressi, contro i mostakberin, gli oppressori. Come i Sans-culottes giacobini…, i mostazafin di Khomeini diventano i principali destinatari della rivoluzione islamica”. La lotta di liberazione della Palestina incarna questo manicheismo, per cui i palestinesi sono, innanzitutto, il simbolo della lotta contro “l’Impero”. Il wokismo progressista converge, per il momento, con il nahdismo islamista, sulla loro strada incrociano lo stesso nemico, l’occidente crociato, causa di tutti i mali della storia e della terra.

Un Testo fondamentale. I nostri atenei universitari, primi fra tutti i più blasonati ed esclusivi fra quelli USA, si sono nutriti del verbo di Franz Fanon che nel suo celebre “I Dannati della Terra” (1961) descrive un mondo diviso tra oppressi e oppressori, tra il bene e il male, “il colonizzatore è l’elemento corrosivo che distrugge tutto ciò che gli si avvicina“, la violenza è la reazione naturale contro i colonialisti. Fanon è il riferimento dei sostenitori di Hamas, dei pro-pal e dei rivoluzionari islamici, dei pasdaran iraniani, della sinistra woke mondiale che iscrive Hamas e Pasdaran fra gli oppressi e ne giustifica la violenza ed il sangue che provocano. Il wokismo si identifica nell’introduzione che Jean Paul Sartre fa al libro di Fanon: “Abbattere un europeo significa prendere due piccioni con una fava. Restano un uomo morto ed un uomo libero“. Gli fa eco Fanon “la vita può sorgere solo dal cadavere in decomposizione di un colono“. La visione manichea che fluisce da questa ideologia, è similare per il woke e per la nahda, per cui i paesi poveri sono buoni per principio e quelli ricchi intrinsecamente perversi per vocazione. Sono ammesse solo due categorie, oppresso-oppressore, liberazione-repressione, debole-potente, povero-ricco. Da questo crogiuolo ideologico nasce la teoria di una ribellione permanente che generi il brodo culturale idoneo a trasformare il mondo, scrive Gilles Kepel “Il conflitto israelo-palestinese materializza ed esacerba la frattura fra quelle due entità – Israele è identificato con il Nord e la Palestina con il Sud” non si tratterebbe quindi di un conflitto regionale ma dello scontro tra il Nord opulento e oppressore, e il Sud globale povero e oppresso.

Conclusione. Il woke odierno sembra essere in crisi. Alcuni paladini di ieri negano la sua esistenza, come accaduto per il gender, altri affermano che non è un elemento fondamentale del pensiero progressista. Secondo lo scrittore algerino Boualem Sansal, il wokismo occidentale è una forma di suicidio: “L’autoflagellazione sta guadagnando terreno in tutto l’Occidente e sta diventando un pericolo. Non capisco perché i governi non siano preoccupati per questa epidemia galoppante e non stiano intraprendendo alcuna azione per prevenire i disastri che alla fine causerà. Possiamo cominciare a credere che l’Occidente si stia suicidando e nel modo più divertente. Buon affare per i Brics e gli islamisti che sognano una grande sostituzione. Siamo sopraffatti dalla paura. E la paura provoca nell’uomo come negli animali l’una o l’altra reazione, o anche entrambe allo stesso tempo: il soggetto diventa violento e attacca o si sottomette alla paura e arriva a mutilarsi per mostrare la propria sottomissione. L’autoflagellazione e il wokismo sono atti di automutilazione simbolica, esprimono espiazione, sottomissione, preparazione al suicidio liberatorio”. L’islamismo della nahda plaude alla deriva morale e spirituale dell’occidente, e considera gli occidentali degli smidollati così come i saraceni, nell’VIII-X secolo, consideravano i “rumi” (i romani bizantini) dei rammolliti. Il punto di convergenza tra woke e nahda si chiama islamo-gauchisme (islamogoscismo), nato nel 1979 e consacrato nel 1994 dall’edizione del libro “The Prophet and the Proletariat” del trotskista Chris Harman.

Dopo che Donald Trump ha tagliato i fondi federali ai programmi di Diversità, Equità e Inclusione con il “Cuts to Woke Programs“, anche in Italia il wokismo è andato in crisi. Certi sinistri negano di averlo mai incontrato e conosciuto, per indifferenza al principio di non contraddizione, gli islamisti invece negano, in virtù della taqiyya, l’arte della menzogna e della dissimulazione, che esista qualcosa che somigli all’islamo-goscismo (incontro tra islamismo e sinistra woke). Cosa volete farci è l’era della post-verità.



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