giovedì 9 aprile 2026

Stati Uniti, +38% di conversioni adulte durante il fine settimana di Pasqua



(Ai)

Il boom è trainato dai ventenni. Lo rivela un'analisi dei dati provenienti da 140 delle 175 diocesi del Paese

Fede viva

Giuliano Guzzo, 09 Aprile 2026 

Il risveglio del cattolicesimo americano non solo è confermato, ma appare sempre più vigoroso. Secondo un'analisi dei dati provenienti da 140 delle 175 diocesi del Paese, infatti, la Chiesa cattolica statunitense durante il fine settimana di Pasqua ha registrato un aumento stimato del 38% di conversioni tra gli adulti. Lo si può affermare dopo che Hallow – una app cattolica di preghiera e meditazione con oltre 15 milioni di utenti registrati e delle cui iniziative il Timone ha peraltro già scritto - ha analizzato i dati aggregati delle diocesi.

Ebbene, analizzato tali dati si è osservata una crescita costante delle conversioni adulte. Com’è inevitabile che sia, tale crescita è disomogenea. In testa, per esempio, troviamo l’Arcidiocesi di Los Angeles dove l’aumento delle conversioni al cattolicesimo con battesimo e cresima è risultato addirittura del 139%; a seguire, Chicago ha visto un aumento del 52% e New York City una crescita del 36%. Nel dare conto di tali rilevazioni, il Washington Times ha raccolto il parere del sociologo Brad Wilcox, docente all’Università della Virginia.

Secondo Wilcox - raffinato studioso in particolare del tema della famiglia, che ha già rilasciato interviste anche al nostro mensile (qui per abbonarsi) - tale crescita è per lo più alimentata da quei giovani che, prima durante il Covid e poi con l’ascesa della cancel culture, «si sono sentiti esclusi» iniziando a cercare altrove una nuova area di riferimento e, «una delle poche istituzioni che li accoglie a braccia aperte è la Chiesa cattolica». Parole che hanno un sicuramente un fondamento di verità, anche se forse il fenomeno delle conversioni adulte è più complesso.

Allo stesso modo, va fatta chiarezza su un punto: più conversioni adulte non significa automaticamente crescita di una determinata confessione religiosa, in questo caso il Cattolicesimo. Per poter parlare di crescita, infatti, bisognerebbe sempre tener presente un altro dato: quello degli abbandoni della fede, che restano elevati proprio in età adulta. Questa però non rappresenta una buona ragione per non rallegrarsi di dati e statistiche che certamente costituiscono un elemento di speranza. Anche perché, va detto anche questo, i segnali di riscoperta della fede cristiana tra i giovani iniziano davvero ad essere molti.

Inoltre, che una effettiva crescita della fede cristiana possa esserci risulta indirettamente suggerito anche da altri dati. Per esempio, secondo il Cooperative Election Study dell'Università di Harvard, la percentuale di adulti che dichiarano di non avere «alcuna affiliazione religiosa» è diminuita costantemente per tre anni. Il numero di questi cosiddetti «non affiliati» è sceso dal 36,2% nel 2022 al 31,8% lo scorso anno, invertendo una tendenza di crescita decennale. Certo, non essere «non affiliati» non significa essere cattolici; ma una primavera della fede passa inevitabilmente, inutile negarlo, anche da questi dati.






mercoledì 8 aprile 2026

Messori non era un apologeta, la sciocchezza di Avvenire



In un commento sulla figura dello scrittore morto il Venerdì Santo, Avvenire elogia Messori mettendolo in contrapposizione con l'apologetica, giudicata negativamente. Un'operazione fuori dalla realtà.

IL CASO

 
Riccardo Cascioli, 07-04-2026

Tanti in questi giorni stanno scrivendo sui giornali e sui social ricordi personali e testimonianze che dicono non solo della grande popolarità di Vittorio Messori - lo scrittore cattolico morto il Venerdì Santo - ma anche di quanto bene abbia seminato nella sua vita. E, per quanto possibile, in questi giorni anche noi apriamo queste pagine a quanti vogliono aggiungere un ricordo o una riflessione sulla vita e l’opera di Messori.

Non sorprende che davanti a un personaggio di tale statura si leggano anche commenti stonati e critiche impietose, ma ciò che non ci aspettavamo di leggere è il commento apparso su Avvenire a firma di Francesco Ognibene. Per poter fare l’elogio di Messori, Ognibene nega che possa essere definito un “apologeta”. Citando soprattutto la rubrica Vivaio, che il giornalista e scrittore tenne su Avvenire dal 1987 al 1992 (ma che poi traslocò, non a caso, sul mensile Il Timone di Gianpaolo Barra), Ognibene ricorre a un presunto «metodo-Messori» che sarebbe «oltre l’apologetica». Ci spiega infatti Ognibene che «parlare di apologetica nella società delle contrapposizioni insanabili oggi però suona come screditamento pregiudiziale dell’altro, mentre di Messori ricordiamo certo la fermezza nel sostenere le sue ragioni ma con lo stile di chi argomenta convinzioni proprie più che voler dimostrare i torti altrui».

Dunque Messori non sarebbe un apologeta, ma «qualcosa di diverso e più ampio, ambizioso, positivo» perché «la ragione del cristiano in cerca della verità dentro il mondo non scende in guerra contro nessuno».

Scopriamo dunque da Ognibene che l’apologetica, che ha accompagnato la storia della Chiesa fin dalle origini e che è stata accantonata solo in tempi recenti, è una cosa cattiva. Perché scredita l’altro in modo pregiudiziale, una sorta di guerra contro chi nega le verità della fede cattolica. Stupidi noi a pensare che l’apologetica fosse invece un’esigenza ineludibile della fede, sintetizzata nelle parole di San Pietro che invita i cristiani «a rendere ragione della speranza» che è in loro (1Pt 3,15).

In realtà l’apologetica non è mai servita a scendere in guerra o a screditare qualcuno, ma è una testimonianza della ragionevolezza della fede, che risponde alle sfide della cultura in cui si è immersi, ed è quindi ovvio che si confronti con gli attacchi alla Chiesa, con gli errori e le eresie. In genere è proprio l’annuncio della Verità che genera reazioni violente da parte di chi serve la menzogna. L’idea che l’annuncio della fede cattolica - se ben fatto - sia accolto con serenità dal mondo e non provochi «contrapposizioni insanabili» è un’utopia, è fuori dalla realtà. Fosse davvero così Gesù non sarebbe stato messo a morte in croce. O forse anche lui era un po’ intemperante e screditava pregiudizialmente i farisei e i dottori del tempio?

Tornando a Messori, in tanti anni di frequentazione mai lo abbiamo sentito parlare di un suo metodo originale o della necessità di andare «oltre l’apologetica». Tutt’altro, insisteva sempre sulla necessità del ritorno all’apologetica classica, concentrandosi sui “tre cerchi”: Dio, Cristo, la Chiesa. È stato anche tra i fondatori dell’Istituto di Apologetica – nato attorno all’esperienza de Il Timone (nato allora proprio come «mensile di apologetica popolare») - e negli ultimi anni si rammaricava casomai della sempre più scarsa popolarità dell’apologetica fra i cattolici, a cominciare dai pastori. Anche il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger – Rapporto sulla fede (1985) – è una grande opera di apologetica e altrettanto il libro-intervista con Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza (1994).

La verità è che Vittorio Messori ha fatto rinascere l’apologetica dopo decenni di censura ecclesiastica, che oggi vediamo ancora in attività ad Avvenire.





La Continenza (Celibato) della Chiesa delle Origini



 Il Concilio di Elvira


di Cinzia Notaro

Nel Sinodo di Elvira, che si tenne intorno al 306, il canone 33 di Elvira, infatti, stabiliva che vescovi, sacerdoti e diaconi sposati dovessero vivere in continenza perfetta, pena l’espulsione dal clero, rafforzando la pratica della continenza. Tuttavia, questo non rappresentava l’introduzione del celibato clericale come obbligo universale, bensì una conferma di norme già esistenti in alcune comunità. La continenza era considerata un segno di dedizione totale a Dio e all’opera della Chiesa.

Il Concilio di Cartagine nel 390 d.C. ribadì la stessa norma, sottolineando che coloro che servivano Dio dovevano condurre una vita di castità. Questi concili dimostrano che la Chiesa primitiva considerava l’astensione sessuale come un elemento essenziale per i chierici.

Un altro punto di riferimento importante è il pontificato di Papa Siricio (384-399 d.C.). In particolare, nel 385 d.C., Siricio scrisse una lettera a Imerio, vescovo di Tarragona, conosciuta come “Directa ad decessorem”. In questo documento, il Papa confermava l’obbligo di continenza per il clero e affermava che questa regola era già in vigore dai tempi apostolici. Siricio sosteneva che la pratica della castità clericale non fosse una novità, ma una tradizione antica che doveva essere rispettata e preservata.

Anche i papi successivi, come Papa Damaso I e Papa Innocenzo I, proseguirono su questa linea, confermando l’importanza dell’astensione sessuale per il clero attraverso i loro decreti. Questi interventi pontifici dimostrano quanto la Chiesa, già nel IV secolo, considerasse la continenza clericale come una parte imprescindibile della vita sacerdotale, ritenendola una tradizione immutabile e risalente agli apostoli stessi.

Le affermazioni dei Padri della Chiesa in Occidente, come Ambrogio, Girolamo e Agostino, concordano ampiamente sull’importanza della continenza per coloro che svolgono un ministero ecclesiastico, inclusi i diaconi, e vedono questa pratica come una tradizione antica e non come un’innovazione. Diverse fonti patristiche mostrano che la continenza clericale, inclusa la verginità e il celibato, era ritenuta parte della tradizione primitiva della Chiesa. Ecco alcune citazioni che supportano questa visione.

Sant’Ambrogio (339-397)

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, è stato uno dei primi a difendere con vigore la continenza per il clero. In più occasioni ha ribadito che questa pratica risale alla tradizione apostolica. Lettera 63 (Indirizzata al vescovo Costanzo): Ambrogio afferma chiaramente che i chierici, compresi i diaconi, devono mantenere una vita di continenza. Secondo Ambrogio, questa non è una nuova prescrizione ma una conferma della tradizione ecclesiastica. “Conviene che coloro che sono al servizio degli altari si astengano dalle necessità coniugali.”De officiis ministrorum 1, 50: “È richiesta continenza perfetta da coloro che amministrano i sacramenti, affinché servano al Signore senza impedimento.”

San Girolamo (347-420)


San Girolamo, noto per la sua traduzione della Bibbia in latino (la Vulgata), è stato un forte sostenitore della continenza clericale, sostenendo che i chierici dovessero vivere in castità come segno di dedizione totale a Dio.Lettera 48, 21 (a Pammachio): Girolamo sottolinea come l’astinenza sessuale per i chierici sia una consuetudine fin dall’epoca apostolica. “Anche nei tempi antichi, i vescovi e i presbiteri sono stati scelti tra i vergini o tra coloro che una volta sposati non vivevano più con le mogli.”Adversus Jovinianum I, 34: Girolamo difende la superiorità della verginità e l’astinenza sessuale come vocazione per il clero. “Essi (i sacerdoti e i diaconi) devono vivere nella continenza perfetta per essere in grado di presentare un sacrificio degno a Dio.”

Sant’Agostino (354-430)


Sant’Agostino, vescovo di Ippona, ha anch’egli affermato chiaramente la necessità della continenza per il clero, inclusi i diaconi, vedendo questa pratica come una parte della tradizione apostolica. De bono coniugali 20, 23: Agostino difende la scelta della continenza per i chierici e afferma che ciò fa parte dell’antica tradizione della Chiesa. “Coloro che sono al servizio del sacramento devono vivere continenti affinché preghino senza ostacoli.”Lettera 211 (Ad Aurelio): Agostino ribadisce che la continenza è stata praticata dai chierici fin dall’inizio. “Tutti coloro che esercitano un servizio divino, dal giorno della loro ordinazione, sono obbligati a vivere in continenza.”

Testimonianza di Alfons Maria Stickler

Il cardinale Alfons Maria Stickler, noto storico della Chiesa, ha scritto molto sulla disciplina del celibato e della continenza nella Chiesa primitiva. Egli sottolinea che, anche nei documenti più antichi, non esistono riferimenti a un’innovazione riguardante il celibato clericale, ma piuttosto è presentato come una prassi costante della Chiesa primitiva. La continenza perfetta, specialmente per sacerdoti e diaconi, era vista come parte integrante della tradizione apostolica, e non un’innovazione tardiva.

Purtroppo, ci sono studiosi, anche di rilievo, che ripropongono spesso la vecchia propaganda luterana e calvinista, secondo cui la continenza clericale sarebbe stata introdotta solo nel 1139, con il Secondo Concilio del Laterano. In realtà, il canone 7 del concilio stabilisce: “Stabiliamo che nessun chierico, dall’ordine suddiaconale in su, osi contrarre matrimonio. Se lo fa, dobbiamo considerare tale unione nulla.”

Quindi, i matrimoni contratti dai membri del clero non erano solo illeciti, ma anche invalidi, cioè nulli, come se non fossero mai avvenuti. Stickler osserva: «Questa severa sanzione è un’ulteriore conferma dell’obbligo alla continenza che esiste da sempre».

E le Chiese d’Oriente?

E le Chiese d’Oriente, dove solo i monaci e i vescovi sono tenuti alla continenza assoluta, mentre preti e diaconi possono vivere il matrimonio, a patto che sia il primo e unico, e sia stato contratto prima dell’ordinazione? Tutti i documenti indicano chiaramente che per molti secoli anche in quelle comunità l’astensione praticata in Occidente era la norma. Le eccezioni spesso citate derivano in realtà da fonti falsificate.

Nella Chiesa orientale convocato dall’imperatore bizantino, al Concilio Trullano, ufficialmente noto come Concilio di Costantinopoli IV, si tenne nel 691-692 d.C. a Costantinopoli, venne stabilita la disciplina ancora oggi vigente tra gli ortodossi. Tuttavia, si trattò di una vera e propria resa: la Chiesa d’Oriente, priva di una struttura gerarchica solida come quella d’Occidente, non aveva gli strumenti per contrastare efficacemente gli abusi, che erano sempre più diffusi. Infatti, il Canone 13 del Concilio Trullano afferma: “Poiché abbiamo appreso che in alcune zone d’Oriente e d’Occidente i presbiteri e i diaconi, dopo aver ricevuto l’ordinazione, si separano dalle proprie mogli… noi dichiariamo che… sia sufficiente che si astengano dall’unione coniugale nel periodo in cui servono l’altare”.

Inoltre, la Chiesa orientale, sottomessa all’Imperatore bizantino, cedette alle pressioni politiche: i governanti trovavano più facile controllare un clero che “teneva famiglia”. Si tentò comunque di salvaguardare il principio della continenza, imponendo l’astinenza sessuale almeno durante il servizio all’altare e riservando la castità assoluta a vescovi e monaci. Una situazione forzata, ben lontana dall’ideale, come lamentarono molti in Oriente, e come ancora oggi molti lamentano. È curioso notare come alcuni, ora, vedano in questa prassi un modello auspicabile anche per l’Occidente.





Che significato va attribuito alla lettera del card. Parolin ai Vescovi francesi? «Signori Vescovi, liberate il Vetus Ordo dalla precarietà



Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera 1353 pubblicata da Paix Liturgique il 7 aprile, in cui si commenta il messaggio che Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo) (QUIQUI su MiL).

Dopo tali belle (seppur ambigue) parole, ora «sono soprattutto gli atti che ci si aspetta», con l’obiettivo di «far uscire i Sacramenti tradizionali dalla precarietà in cui si trovano», affinché i fedeli possano «accedere serenamente ai beni di prima necessità che offre loro questa vita liturgica tradizionale».

Lorenzo V.




In occasione dell’assemblea plenaria primaverile della Conférence des Évêques de France, tenutasi recentemente a Lourdes, il suo presidente, il card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia, aveva chiesto a Sua Santità Papa Leone XIV un messaggio. È stato il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, a svolgere questo compito inviando una lettera a nome del Santo Padre a tutti i Vescovi di Francia [QUIQUI su MiL: N.d.T.].

Un anno fa, nella nostra Lettre 1168 [QUIQUI su MiL: N.d.T.], ci siamo soffermati sulle convinzioni del card. Pietro Parolin. Falso moderato e vero progressista, il card. Parolin ha svolto un ruolo chiave nell’elaborazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II. I corridoi del Vaticano gli attribuiscono questa affermazione: «Dobbiamo porre fine a questa Messa per sempre!», mentre il Cardinale Segretario di Stato evocava il destino della Messa di San Pio V, giocando sulla sua denominazione di «Messa di sempre» nei circoli tradizionali.

Se, da allora, il card. Pietro Parolin ricopre ancora oggi la stessa carica, è stato tuttavia eletto un nuovo Papa e, per quanto riguarda la forma, Papa Leone XIV non è papa Francesco. E per quanto riguarda il contenuto? Possiamo almeno affermare che sotto il pontificato precedente il card. Parolin non avrebbe mai scritto le seguenti parole, quelle che costituiscono il quarto paragrafo della sua lettera – redatta da lui ma quindi scritta a nome del Papa – e che affronta

il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre è particolarmente attento, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo.

Soffermiamoci quindi su queste righe.

È preoccupante che continui ad aprirsi nella Chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità.

In una frase, il cardinale si trova costretto ad ammettere il fallimento della pedagogia della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. La strategia liturgica per la quale ha operato e che ambiva a chiarire per pacificare non ha fatto altro che polarizzare ulteriormente «il delicato tema della liturgia». Una conseguenza è stata senza dubbio troppo sottovalutata fino ad ora: ha reso impopolare papa Francesco, il quale, come ormai si sa, non ha gradito il procedimento che gli era stato suggerito. La lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes si è inserita in totale contraddizione con ciò che il suo pontificato pretendeva di essere: un’indagine nascosta contro la trasparenza, misure vessatorie contro l’inclusione, una decisione arbitraria contro la sinodalità.
Per sanarla, è certamente necessario un nuovo sguardo di ciascuno verso l’altro, in una maggiore comprensione della sua sensibilità; uno sguardo che possa permettere a fratelli ricchi della loro diversità di accogliersi reciprocamente, nella carità e nell’unità della fede.
Un nuovo sguardo? Accogliersi reciprocamente? Il card. Pietro Parolin non è certo nuovo alle battute! Sa meglio di chiunque altro, essendo stato il principale artefice negli ultimi cinque anni, del muro che si è eretto a Roma contro il clero e i fedeli legati alla liturgia tradizionale. Tutti i tentativi di dialogo e le mani tese dal mondo tradizionale sono infatti rimasti lettera morta. Si sa, infatti, che i tentativi di contatto da parte di don Davide Pagliarani, Superiore della Fraternità sacerdotale di San Pio X, hanno ricevuto un rifiuto categorico. Questo silenzio romano non ha potuto che contribuire all’imbarazzante scenario che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Si sa inoltre che, subito dopo la pubblicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, il cui effetto devastante è stato innegabile nel clero tradizionale, i superiori delle comunità ex-Ecclesia Dei hanno inviato una lettera alle autorità romane chiedendo un dialogo franco e benevolo. Anche in questo caso, la risposta è stata il silenzio. Si noti inoltre che le madri dei sacerdoti, che nel 2022 hanno compiuto una lunga marcia a piedi da Parigi a Roma sotto il nome dell’associazione La Voie Romaine, aspiravano ad essere ascoltate dal Papa o da uno dei suoi rappresentanti, con l’obiettivo di consegnargli le migliaia di lettere redatte dai fedeli che imploravano la pace liturgica [QUI: N.d.T.]. Al termine del loro pellegrinaggio, una volta giunte nella Città Eterna, queste coraggiose madri di sacerdoti hanno ricevuto un’accoglienza a dir poco minimalista, per non dire gelida. Infine, lo scioglimento della Pontificia Commissione Ecclesia Dei a seguito della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes ha precisamente annientato ogni possibilità per i fedeli tradizionali di esprimere la loro diversità e le gravi difficoltà che potevano incontrare, dovendo affrontare l’ostinata incomprensione di alcuni Vescovi. Il loro sincero attaccamento alla forma liturgica tradizionale è stato accolto con indifferenza, se non addirittura con disprezzo. 

«È certamente necessario […] una maggiore comprensione della sua sensibilità», ci dice il card. Parolin. Dio abbia pietà di questo linguaggio di bosso [espressione gergale francese che indica il linguaggio burocratico ecclesialese: N.d.T.] quando chi redige queste parole ha la responsabilità del destino di migliaia di sacerdoti che celebrano la Santa Messa tradizionale, diocesani o di comunità tradizionali, sottoposti all’arbitrio o alla relegazione clericale in seguito alla pubblicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes.
Possa lo Spirito Santo suggerirvi soluzioni concrete che consentano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia.
Dopo aver seminato zizzania, il card. Pietro Parolin si affretta, con il pretesto della volontà pacificatrice di Papa Leone XIV, a scaricare la patata bollente sui Vescovi di Francia dopo aver egli stesso maliziosamente soffiato sulle braci e contribuito al caos della situazione attuale…

Ci rallegreremo naturalmente di questa nuova situazione, di questo progetto di cambiamento di paradigma e di questo invito a «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo». Ci si permetterà tuttavia di essere particolarmente vigili, per non dire diffidenti! L’«ampia e generosa» accoglienza dei fedeli tradizionali a cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Ecclesia Dei di San Giovanni Paolo II con cui viene istituita una Commissione incaricata di favorire la piena comunione ecclesiale della Fraternità sacerdotale di San Pio X, dei suoi membri o di coloro che vi sono associati invitava i Vescovi di tutto il mondo nel 1988 si è rivelata ristretta e sospettosa. La famosa frase di Papa Benedetto XVI nella sua lettera che accompagnava la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della fora antica del Rito Romano del 2007, che ricordava che
Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso.
è stata smantellata pezzo per pezzo dalla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. Poco tempo fa, in occasione dell’ultimo Concistoro dello scorso gennaio, il card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, si è impegnato a celebrare le restrizioni liturgiche che ha messo in atto con il card. Pietro Parolin, sostenendo, in modo spudorato, che la liturgia tradizionale aveva beneficiato solo di un regime di concessione e che andava benissimo così [QUI in esclusiva su MiL: N.d.T.]!

Si comprendono così meglio le ragioni della grande vigilanza della corrente tradizionale quando le si sussurrano belle parole e le si fanno gli occhi dolci. Se questo atteggiamento ha il suo fascino, soprattutto in un momento in cui i colpi di bastone sono più all’ordine del giorno, sono soprattutto gli atti che ci si aspetta. La fiducia non si decreta, si merita e senza fiducia non esiste autorità riconosciuta. Non è di amore che hanno bisogno i fedeli tradizionali, ma di prove d’amore.

Questa prova principale consisterà in una linea chiara e precisa: far uscire i Sacramenti tradizionali dalla precarietà in cui si trovano. Una precarietà a due livelli. Precaria dal punto di vista della stabilità: ribadire la piena legittimità dell’uso del Missale Romanum e del Rituale Romanum tradizionali al fine di spegnere risolutamente ogni minaccia di messa in discussione. Ma la precarietà si dice anche della situazione di un gruppo di persone che mancano di risorse per accedere ai beni di prima necessità. Ora, questa precarietà imposta a numerosi fedeli è di per sé scandalosa: «le persone sinceramente legate al Vetus Ordo» devono infatti poter accedere serenamente ai beni di prima necessità che offre loro questa vita liturgica tradizionale.

Far uscire dalla precarietà i poveri della Chiesa: questo è l’auspicio che formuleranno i fedeli che marceranno attraverso la Beauce [regione naturale di Chartres: N.d.T.] in occasione della prossima Pentecoste. A questo proposito, le iscrizioni sono aperte [QUI: N.d.T.]!






martedì 7 aprile 2026

La tattica modernista non cambia mai. “Spirito Santo” e “segni dei tempi” usati per giustificare la rivoluzione





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by Aldo Maria Valli 07apr 2026



di Radical Fidelity

Chiunque abbia studiato per almeno due secondi il disastro post-conciliare avrà notato che una delle tattiche preferite dei nemici modernisti di Cristo è quella di introdurre di soppiatto le eresie più abominevoli in nome dello Spirito Santo, oppure semplicemente sotto l’etichetta di “Spirito”. Gran parte della deplorevole religione sinodale si basa sul “sentire le ispirazioni dello Spirito”, sull'”ascoltare insieme ciò che lo Spirito dice” e altre sciocchezze simili. In realtà sono solo esseri umani che si ribellano a Dio e alla sua Chiesa, mentre stanno seduti a contemplare il proprio ombelico finché le loro menti marce e peccaminose e i loro spiriti decaduti non li convincono che qualsiasi atrocità abbiano escogitato provenga “dallo Spirito Santo”.

Prima di scatenarvi contro di me sulla tastiera, vi prego di credermi: non intendo mancare di rispetto alla Terza Persona della Trinità, che non è lo stesso spirito anticristo a cui queste persone si riferiscono. È impossibile che lo Spirito Santo, come lo intendiamo noi, sia lo stesso spirito che ha guidato il Concilio Vaticano II e la falsa religione che ne è scaturita, e per una semplice ragione: Dio non si contraddice né cambia idea. La Scrittura ce lo ripete continuamente, e questo è uno dei principi cardine su cui si fonda il magistero: la dottrina non può essere inventata o formulata in contraddizione con la dottrina precedente.

In Malachia 3:6 leggiamo: «Poiché io sono il Signore, e non cambio; e voi, figli di Giacobbe, non siete stati annientati». In Giacomo 1:17: «Ogni dono migliore e ogni dono perfetto viene dall’alto, discende dal Padre delle luci, presso il quale non c’è mutamento né ombra di variazione». In Numeri 23:19: «Dio non è un uomo da potersi smentire, non è un figlio dell’uomo da potersi pentire. Forse Egli dice e poi non fa? Promette una cosa che poi non adempie?». E in Ebrei 13:8: «Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre».

Come sappiamo, i sinodalisti non attribuiscono molto valore, se non addirittura nessun valore, a ciò che Dio ha rivelato di Sé, né agli insegnamenti della Chiesa cattolica, perché il sinodalismo è una nuova falsa religione con un proprio falso dio. Semplice.

Diamo dunque un’occhiata all’ultimo esempio di membro della gerarchia sinodale che sfiora la bestemmia cercando di convincerci che le assurdità anticattoliche che vuole attuare provengono “dallo Spirito Santo”.

Nelle scorse settimane, le dichiarazioni dell’arcivescovo sinodale di Vienna, Josef Grünwidl, hanno fornito un chiaro esempio di questa assurdità modernista. L’arcivescovo, intervenendo nel contesto dei dibattiti contemporanei su sinodalità, ruolo delle donne e riforma ecclesiale, ha inizialmente affermato che “ciò che proviene dallo Spirito Santo non può essere fermato dal diritto canonico”. E la formulazione, che contrappone l’azione divina alla struttura giuridica della Chiesa, ha suscitato perplessità in molti, che giustamente l’hanno interpretata come un’implicita relativizzazione dell’ordinamento giuridico e dottrinale della Chiesa.

In risposta alle critiche che ne sono seguite, Grünwidl ha cercato di chiarire le sue affermazioni in un’intervista al quotidiano austriaco “Der Sonntag”. Tuttavia, lungi dal ritrattare il principio di fondo, lo ha riaffermato in termini leggermente modificati, dichiarando che se qualcosa “viene dallo Spirito Santo, prevarrà”. In altre parole, ha rincarato la dose. Ma cos’altro ci si può aspettare da un “prelato” sinodale? Sono maestri di sofisma ed esperti nel distorcere il linguaggio.

Sebbene la riformulazione possa apparire più cauta, conserva comunque la stessa idea essenziale: che certi sviluppi all’interno della Chiesa – siano essi dottrinali, disciplinari o strutturali – possono legittimamente trascendere le norme esistenti se giudicati come derivanti da un impulso divino.

La questione teologica fondamentale è il rapporto tra lo Spirito Santo e la costituzione visibile, giuridica e dottrinale della Chiesa. Secondo la Chiesa cattolica (da non confondere con la Chiesa sinodale che opera sotto il nome di cattolica), lo Spirito Santo, promesso da Nostro Signore per guidare la sua Chiesa nella verità, non opera in opposizione alle strutture della Chiesa, ma attraverso di esse. Il magistero, i sacramenti e persino il diritto canonico stesso non sono costrutti umani arbitrari, ma strumenti plasmati dalla divina provvidenza per salvaguardare il deposito della Fede. Che questo arcivescovo suggerisca ora, sebbene implicitamente, che lo Spirito possa agire in modi che prevalgono o aggirano quest’ordine stabilito è una contraddizione diretta dell’ecclesiologia cattolica.

Le osservazioni di Grünwidl vanno comprese anche nel più ampio contesto degli sviluppi post-conciliari, in particolare dell’enfasi sulla sinodalità come caratteristica distintiva della vita ecclesiale sinodale. Nell’intervista, l’arcivescovo collega esplicitamente le riflessioni sulla sua interpretazione dello Spirito Santo ai processi sinodali in corso, indicando che le loro conclusioni dovrebbero portare a cambiamenti concreti nelle strutture ecclesiali. E tra gli esempi che fornisce figurano le proposte di ampliare la partecipazione agli organi consultivi, soprattutto attraverso l’inclusione di laici e donne in ruoli tradizionalmente riservati al clero o strettamente legati alla governance gerarchica.

Grünwidl finge di pensare che le sue osservazioni riguardino semplicemente la pastorale e l’inclusività, mentre minano completamente la concezione cattolica della gerarchia, che non è meramente funzionale o amministrativa, bensì sacramentale e di istituzione divina.

Egli tenta di giustificare queste riforme strutturali appellandosi allo Spirito Santo e ai “segni dei tempi”, ma senza alcun chiaro riferimento ai limiti imposti dalla divina Rivelazione e dalla Tradizione.

L’invocazione dei “segni dei tempi” è un tratto distintivo del discorso teologico moderno ed è collaudato strumento di abuso. Peggio ancora, queste affermazioni implicano che lo Spirito Santo possa “commettere errori”, “cambiare idea” o in qualche modo “adattarsi ai tempi”. Una vera e propria bestemmia.

Il fatto che Grünwidl colleghi potenziali sviluppi, come un ruolo più ampio per le donne, sia allo Spirito Santo sia ai “segni dei tempi” dimostra che la sua religione non ha nulla a che vedere con il cattolicesimo. Potrà anche indossare il vestito da prete, usare il linguaggio e invocare uno spirito che lui definisce Spirito Santo, ma ormai sappiamo tutti che uomini come lui rappresentano la “scimmia della Chiesa”.

Chiamiamo le cose con il loro nome: tutto ciò non è opera dello Spirito Santo, ma opera di uomini che hanno perso la Fede e mascherano la loro ribellione con un linguaggio pio. Nessun discorso sullo “Spirito” o sui “segni dei tempi” può nascondere il fatto che ciò che viene proposto è una religione contraffatta, costruita sulla contraddizione, sostenuta dalla sofistica e apertamente ostile all’immutabile verità rivelata da Dio.

radicalfidelity



L’eresia: una catastrofe anche sociale


(Immagine: Battaglia di Muret, Di an6nimous, Pubblico dominio, wikicommons)




Di Stefano Fontana, 7 apr 2026

Le eresie, come scriveva Jean Guitton in Il Cristo dilacerato, sono lacerazioni di Cristo ed è quindi impossibile che non siano anche lacerazioni dell’uomo e di tutti gli aspetti della sua vita, compresi quelli sociali e politici. L’ordine naturale non è autonomo e autosufficiente. Per poter conseguire i suoi stessi fini naturali ha bisogno dell’ordine soprannaturale. Da qui il principio secondo il quale alla vita sociale politica non basta la morale, ma occorre anche la religione vera. Del resto, la morale si fonda sull’ordine naturale che è frutto del Creatore, il quale non è un Dio diverso dal Salvatore. Uno solo è il Legislatore, Colui che legifera attraverso la lingua della legge naturale, e Colui che legifera comunicandoci la legge nuova del Vangelo. I giochi sociali e politici non si svolgono solo sulla terra ma anche in Cielo. L’eresia sconvolge l’ordine soprannaturale e così non può evitare di produrre ripercussioni laceranti anche in quello naturale. Per questo motivo possiamo riscontrare che le eresie, anche se in modi diversi, disarticolano la visione della persona, corrompono le relazioni familiari, distruggono i legami sociali, sovvertono l’ordine gerarchico della società, assegnano valore assoluto a elementi secondari della vita umana, producono dissidi e guerre, hanno carattere rivoluzionario. Dalle eresie sono nati il razionalismo, il millenarismo, l’utopismo, il pauperismo, il purismo e il lassismo che tanti danni hanno prodotto alla vita sociale, oltre che a quella ecclesiale.

Nella teologia di oggi si nota una certa difficoltà ad ammettere questa dimensione dell’eresia. Passando da una impostazione naturale ad una storica ed esistenziale, certa teologia di oggi assume una visione dialettica e processuale della vita della Chiesa. Per questo motivo l’eresia è vista come un momento interno al processo, il momento negativo della contraddizione che, pur nella sua negatività, permette di smobilitare la tesi per farla evolvere in una sintesi superiore. Le eresie possono essere così considerate delle opportunità per fa sì che l’autocomprensione della Chiesa si approfondisca. Intese come molle per la purificazione della comprensione della fede, esse non vengono ritenute responsabili di danni alle anime e, ancora meno, sulle condizioni storiche della vita umana in società.

La formulazione dei dogmi, sia nei grandi Concili dell’antichità, sia da parte del supremo Magistero, ha sempre avuto anche effetti di pacificazione sociale e di recupero delle nazioni alla “tranquillitas ordinis”. Al contrario, le eresie hanno sempre sconvolto la convivenza pubblica. Un caso tra i più esemplari è quello dei Catari, o Albigesi, contro i quali predicò san Bernardo e che furono subito condannati nel 1163 dal Concilio di Arras. I Catari negavano tutti i sacramenti, sostituiti dal rito del “consolamento” che avrebbe purificato l’anima. Essi condannavano il matrimonio e la procreazione, l’uccisione di qualsiasi animale, ogni forma di guerra. Si trattava di una eresia anti-sociale dato che esprimeva un odio verso l’uomo e verso il creato, con la conseguente negazione di ogni responsabilità morale e ogni durevole forma di vita associata. Nel loro dualismo manicheo tra un Dio buono e uno cattivo, essi disprezzavano la materia per cui bisognava rinunciare alla terra, alla carne e alla vita stessa, anche con il “suicidio mistico”. Questi effetti eversivi e rivoluzionari anche sul piano sociale e politico richiesero non solo la predicazione di san Domenico per “riconquistare” i molti prelati che nel sud della Francia erano passati con gli eretici, non solo le pubbliche assemblee organizzate dai Cistercensi, ma anche che quando i feudatari passati agli Albigesi si organizzarono militarmente, il Papa Innocenzo III spingesse perché fosse organizzata una crociata. La complessa vicenda bellica si concluse con la vittoria di Simone di Montfort a Muret il 13 settembre 1213. Questa battaglia, ad alto prezzo, salvò non solo la Chiesa ma anche l’umanità dalla propria autodistruzione.

Anche nella nostra epoca si può anche parlare a ragion veduta di un “neo-catarismo”, data la guerra alla natalità, la promozione di una sessualità non procreativa, l’uso strumentale e narcisistico del corpo umano, il disprezzo per il matrimonio, l’ideologia gender, l’odio per l’ordine del Creato e l’idea di poter essere “puri” anche nella lascivia.

Un altro caso fortemente significativo per il nostro discorso è la Riforma luterana. Sono noti i soprusi, le violenze, gli abusi e le guerre immediatamente successivi alla Riforma. La strage dei contadini nel 1525, la rivolta dei Cavalieri, la chiusura dei conventi, le costrizioni all’abbandono della vita religiosa, le profanazioni, la lotta tra i Principi quando Lutero ricorse ad essi e soprattutto a Filippo d’Assia per strutturare la Riforma. Sono note anche le persecuzioni non solo nei confronti dei cattolici ma anche degli zwingliani e soprattutto degli anabattisti. Questi ultimi, del resto, produssero pure situazioni politiche di grande violenza e di pura irrazionalità, come quanto successo a Münster tra 1535 e 1536 da parte del “governo di fanatici millenaristi” (C. Dawson). Questa tragica esperienza sociale e politica durò un anno e mezzo. La volontà era di riordinare la vita sociale dalle fondamenta per restaurare il “regno della nuova Sion”. Proibizione della proprietà privata, abolizione del denaro, obbligo di tenere le porte delle case sempre aperte, tutti i libri bruciati in piazza tranne la Bibbia, lussuria sfrenata, poligamia obbligatoria, eliminazione fisica delle “bocche inutili” quando sopraggiunse la crisi produttiva e la fame, esecuzioni sommarie. In altre parole, un folle e apocalittico esperimento sociale molto ben documentato da Friedrich Rech-Malleczewen nel suo famoso libro pubblicato nel 1937 e in seguito rieditato con il titolo “Il re degli anabattisti. Storia di una rivoluzione moderna”.

Si può pensare che simili fatti siano stati presenti anche in altri eventi di segno diverso, e siano una specie di inevitabile prezzo da pagare per ogni cambiamento storico. Così pensando, si finisce per emanciparli dal peso dell’eresia di cui sono invece espressione. Nel caso della Riforma, del resto, non si tratta solo di questo, perché in questo caso non solo nasce per la prima volta una vera e propria “guerra civile europea”, come aveva fatto notare Ernst Nolte, anticipatrice di molte altre successive, ma anche perché un quadro di civiltà veniva meno e nacquero i moderni Stati assoluti, sempre in guerra tra loro, come avrebbe sostenuto Hobbes nel secolo successivo. La Riforma fece crollare la civiltà cristiana e, nella Dieta di Augusta prima (1555) e con la pace di Westfalia dopo (1648), si venne a creare un sistema politico artificiale e non più a fondamento naturale, violento e conflittuale di per se stesso e non per motivi contingenti. La dissociazione tra ragione e fede e tra natura e soprannatura, interna all’eresia luterana, toglieva al potere politico il dovere di perseguire il bene comune e lo trasformava in una pura forza necessaria per tenere sotto controllo le inevitabili esuberanze dei cittadini, gravati da una natura corrotta: “L’asino ha bisogno di botte e il popolo deve essere retto con la forza”.

Nelle righe precedenti abbiamo avuto la possibilità di fare due esempi molto significativi, ma non va dimenticato che danni alla vita sociale e politica sono derivati da tutte le eresie e non solo da queste due. A determinare ultimamente questi dannosi effetti sociali è la “super-eresia” della gnosi, della quale risentono tutte le altre eresie. La gnosi consiste nel ritenere che la salvezza dipenda da una nostra conoscenza o da una nostra azione. Essa è un atto di superbia che riprende la logica perversa del peccato delle origini. L’autonomia del soggetto, l’originarietà ed esclusività della propria coscienza, la sostituzione della salvezza cristiana con la prassi politica, il Cristo per me piuttosto che il Cristo in sé, la secolarizzazione della vita sociale e politica, il disprezzo per la materia, la creazione e la legge morale naturale, le spinte rivoluzionarie, le tendenze a ripristinare un visionario ordine originario oppure a conseguire un Eden futuro, il rifiuto di un ordine nella realtà e una gerarchia nella società, l’idea di una società di “puri” o di “migliori” in grado di rimanere tali anche nell’immoralità, le idee politiche estremiste e irrealiste, il rifiuto del buon senso naturale in politica … ecco alcuni esempi di imbarbarimento della vita sociale a seguito di questa grande, multiforme, sempre risorgente eresia quale è appunto la gnosi.

Stefano Fontana

[Originariamente pubblicato su “La Bussola Mensile”, febbraio 2026].




lunedì 6 aprile 2026

La Pasqua secondo le Visioni di Anna Katharina Emmerick







di Matteo Castagna

“Das bittere Leiden unseres Herrn Jesus Christus. Nach den Betrachtungen der gottseligen Anna Katharina Emmerick” (1833), dalle opere religiose di Clemens Brentano: “Sämtliche Werke und Briefe” (opere e lettere), Frankfurt a. M. 1952-1980. Questa è l’opera originale sulle visioni della Passione di Cristo di suor Anna Katharina Emmerick (1774-1824), che ispirò Mel Gibson nella realizzazione del kolossal The Passion (2004).

Da bambina faceva la pastorella e in questo periodo avvertì la vocazione a farsi religiosa, ma incontrando l’opposizione del padre; durante la sua giovinezza Dio la colmò di grandi doni, come fenomeni di estasi e visioni. Ma questo non le giovò, in quanto fu rifiutata da varie comunità; nel 1802 a 28 anni, grazie all’interessamento dell’amica Clara Soentgen ottenne alla fine di entrare nel monastero delle Canonichesse Regolari di S. Agostino di Agnetenberg presso Dülmen.

Negli ultimi giorni di dicembre 1812 ricevette le stigmate; per due mesi riuscì a tenerle nascoste, ma il 28 febbraio 1813 non poté lasciare più il letto, che diventò il suo strumento di espiazione per i peccati degli uomini, unendo le sue sofferenze a quelle della Passione di Gesù. Fu sottoposta ad un’indagine sulle stigmate, sulle sofferenze della Passione e sui fenomeni mistici che si manifestavano in lei, indagine che confermò la sua assoluta innocenza e il carattere soprannaturale dei fenomeni.

Divenne una delle Serve di Dio più conosciute d’Europa, lasciando una testimonianza diretta della Pasqua di Gesù Cristo, che provoca una forte emozione, stimolando la riflessione in chi crede e chi non crede. Per questo motivo ne vorrei riportare alcuni passaggi.

Il Vangelo racconta che “dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve” (Mt 28,1-3). “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,9).

Racconta la mistica tedesca: “Vidi la santa anima del Signore, circondata da numerose figure luminose, scendere attraverso la roccia del sepolcro e posarsi sulle sue santissime spoglie, fino a confondersi con esse. Le sue membra subito si mossero. Allora il corpo vivo e splendente di Gesù, unito alla sua anima e alla sua divinità, uscì fuori dal sudario da un lato rimasto socchiuso, come se uscisse fuori dalla piaga del costato. Mi ricordai di Eva uscita dal fianco di Adamo. L’interno della grotta fu inondato di luce radiosa. Nello stesso momento vidi uscire dalle profondità del sottosuolo, al di sotto della tomba, un orribile mostro con la coda di serpente e la testa di drago; se ben ricordo, aveva anche una testa umana. Il mostro flagellava con la coda furiosamente il terreno, volgendo contro il Signore la testa di drago.

Vidi nelle mani del Risorto un candido e sottile bastone, alla cui estremità sventolava una minuscola bandierina. Gesù schiacciò la testa del drago e percosse col bastone tre volte la sua coda; ad ogni colpo la bestia si ripiegava su se stessa e rimpiccioliva, finché scomparve nell’abisso da dove era venuta. Solo la testa d’uomo, ricadendo col corpo nell’abisso, continuava a guardare verso l’alto. Spesso nelle visioni del concepimento di Gesù ho visto un simile serpente; così era anche quello del paradiso, ma questo, uscito dall’abisso del sepolcro, era più orribile. Penso che tale visione faccia riferimento alla profezia che dice: «Il piede della donna schiaccerà la testa del serpente». Nella visione del drago con la testa schiacciata si era manifestata la vittoria di Cristo sulla morte.

Vidi Gesù, sfolgorante di luce, levarsi attraverso la roccia. La terra tremò e un angelo luminoso, simile a un guerriero, scese dal cielo come un lampo, rovesciò la pietra del sepolcro a destra e vi si sedette sopra. Vidi in lontananza la fievole luce delle lanterne accanto al sepolcro e l’orizzonte schiarirsi sopra Gerusalemme. Sorgeva l’alba della risurrezione.

Constatando il diffondersi del cristianesimo, i sommi sacerdoti divennero meno arroganti e furono colti dalla pazzia. Al tempo del diaconato di Stefano tutta Ofele e la parte orientale di Sion erano state cristianizzate. Le tende e le baracche della comunità cristiana si estendevano nella valle di Cedron e fino alla città di Betania. Vidi Anna posseduto dal demonio; impazzì completamente e fu rinchiuso in una segreta. Caifa subì una sorte piuttosto simile.

Dopo la risurrezione di Gesù vidi per la prima volta gli apostoli recitare la santa Messa. La mattina presto le pie donne, i discepoli e gli apostoli erano già riuniti nel Cenacolo. Vidi, tra gli altri, Pietro, Giovanni e Andrea. Essi entrarono nel Sancta Sanctorum, accesero la lampada del sacrificio e vi portarono il tavolo della cena, quindi collocarono il vaso contenente la santa Ostia e celebrarono l’Ufficio divino; consumarono gli ultimi resti del pane consacrato da Gesù. Vidi che ognuno degli apostoli si comunicò da sé. Poiché il vino consacrato da Gesù era molto poco, prima di berlo vi aggiunsero altro vino e dell’acqua. Alla fine recitarono alcuni salmi e le preghiere liturgiche.

Al capitolo 63 dei Discorsi ascetici, Cento capitoli sulla perfezione cristiana, tratto da: Diadoco di Fotica, Gespür für Gott, Johannes Verlag, Einsiedeln 1982, p. 85, sta scritto: «Colui che partecipa alla santa conoscenza e ha gustato la dolcezza di Dio non deve mai sedere in giudizio né fare causa contro qualcuno, anche se uno gli portasse via i vestiti che lo coprono. Questo perché la giustizia dei principi di questo mondo è assolutamente inferiore alla giustizia di Dio, o piuttosto non è nulla di fronte al diritto di Dio.

Altrimenti quale differenza ci sarebbe fra i figli di Dio e gli uomini di questo secolo, se il diritto di questi non apparisse inferiore alla giustizia di quelli? Per cui, da una parte si parla di diritto umano e dall’altra di giustizia divina. Così dunque il nostro Signore, ingiuriato non rispondeva con ingiurie, né soffrendo minacciava (1Pt 2,23), ma sopportò in silenzio anche che gli togliessero la veste, e soffriva per la nostra salvezza; e quel che è più grande, pregava il Padre per i malfattori (Lc 23,34)». Un insegnamento davvero controcorrente. I veri cristiani di oggi sono veri antagonisti, ossia coloro che agiscono contrariamente a come gira il mondo.