venerdì 20 marzo 2026

La Chiesa dell’Amoris Laetitiae e il mondo della Tradizione


12 marzo 2026: un fulmine ha colpito la Basilica di San Pietro
Ecco il video: https://www.facebook.com/share/r/1NSE9bKXpR/


ARTICOLO TRIARII


di Massimo Viglione, 20-03-2026


Il giorno di san Giuseppe Leone XIV ha reso pubblico un Messaggio di celebrazione per il decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitiae di Francesco.

Questo breve documento è una celebrazione acritica dell’Amoris laetitiae, che viene presentata come un “luminoso esempio”, un “messaggio di speranza”, qualcosa di cui “rendere grazie a Dio”, un “insegnamento prezioso”. Anzi, Leone ha anche convocato per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per progettare la nuova dottrina ecclesiastica – sempre nell’ormai immancabile spirito sinodale, nuova struttura sovversiva dell’attuale Chiesa conciliare – in materia morale alla luce appunto del dettato dell’Amoris laetitiae.

Nel documento di Leone, i passi che aprono alla mutazione della dottrina di sempre e anche al rinnegamento e sovvertimento del Vangelo stesso e quindi dell’insegnamento di Gesù Cristo sull’indissolubilità del matrimonio – indissolubilità che comporta consequenzialmente l’impossibilità all’accesso all’Eucarestia per i divorziati risposati e per le coppie di fatto (di qualsiasi natura e genere siano), non vengono neanche nominati.

E, siccome chi tace acconsente, di fatto vengono accettati come sono. Tradotto: Leone XIV ha fatto propria la rivoluzione a-morale, anti-evangelica e contraria alla legge naturale, di Bergoglio.

Del resto, nello scorso autunno le sue aperture, a dir poco incredibili e sconvolgenti, all’ideologia omosessualista erano già testimonianza inequivocabile della posizione rivoluzionaria di Leone XIV, che solo i finti ciechi che si fanno ciechi potevano fingere di non vedere. Su questo punto specifico, ci permettiamo di far notare come Prevost sia andato oltre Bergoglio.

Il mondo conservatore sta commentando con il solito imbarazzato disappunto questo ultimo documento di Leone XIV, borbottando la solita fraseologia rituale (“inopportuno”, “equivoco”, ecc.), prendendo le distanze, ma alla fine di fatto accettando la realtà per quella che è. Del resto, questo è esattamente il ruolo del mondo conservatore (non solo cattolico): quello di cercare di frenare la Rivoluzione, o di avanzare alcune proteste per la troppa precipitazione, ma al contempo di garantire ogni forma di potere costituito perché possa sempre e comunque portare avanti la Rivoluzione stessa. Quindi, nulla di nuovo sotto al sole: quello che vale nella società, in politica, vale anche nel mondo della Chiesa, fra i cattolici: i conservatori protestano e obbediscono e in questo modo garantiscono la Rivoluzione.

Occorre invece prendere atto che la Rivoluzione del Concilio Vaticano II, con il suo famoso “spirito” della “Nuova Pentecoste” che ha preso il posto del vero unico Spirito Santo, per l’edificazione della “Nouvelle Église” conciliare, procede senza intoppi, sotto la guida dei vari pontefici conciliari che si susseguono. Dopo più di sessant’anni, è impossibile non vederlo.

E se con Bergoglio era più che lecito porsi la questione della legittimità del suo pontificato (per la mai chiarita e pesantissima ambiguità della rinuncia di Benedetto XVI, per i dubbi sulla correttezza dell’elezione di Bergoglio e, soprattutto, per le eresie alla fede da lui pervicacemente insegnate pubblicamente senza alcun ravvedimento nemmeno dinanzi ai Dubia presentati dai cardinali), con Prevost tutto questo, alla luce di quanto ne sappiamo, non può essere fatto valere.

Pertanto, occorre prendere atto che la Cattedra di Pietro celebra e avalla il rinnegamento del Vangelo e della legge naturale. Perché questo è l’Amoris Laetitiae.

Naturalmente, ora si scateneranno i soliti conservatori (e non solo) a distinguere fra insegnamento dogmatico del pontefice e opinione personale del “privato dottore”: senza entrare in queste inveterate discussioni senza soluzione pratica, notiamo solo che, nei fatti, quanto detto nell’Amoris laetitiae è divenuto prassi nella Chiesa conciliare. E ora è pure confermato, e anzi celebrato e programmato per il futuro, anche dal pontefice successore di colui che ha scritto l’Amoris Laetitiae.

Tutto il resto, sono chiacchiere. Questi sono i fatti.

Anzi, possiamo aggiungerne ancora uno, solo per restare al presente immediato. Ormai, dopo che Monsignor Carlo Maria Viganò, sempre il 19 marzo, ha reso noto il suo reiterato tentativo di essere ricevuto da Leone XIV per chiarire la propria posizione, possiamo dirlo: Leone XIV, dopo aver dato all’arcivescovo un appuntamento (con sei mesi di attesa), pochi giorni prima lo ha annullato, senza rinnovare la sua disponibilità all’incontro.

Sulla scia sempre di Bergoglio con il suo “todos, todos, todos”, anche Prevost, che ha ribadito più volte la sua apertura a tutti, intende todos solo per eretici, apostati, sodomiti, genderisti, pagani, esponenti di tutte le altre religioni… ma non certo per i cattolici legati alla Tradizione di sempre. Con loro, non c’è dialogo alcuno.

Anche per quanto concerne le prossime consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X, la cui gerarchie avevano richiesto udienza presso il pontefice, abbiamo visto che è stato loro concessa un’udienza dal Prefetto della Congregazione della Fede, ma senza – come ovvio che fosse – risultato concreto alcuno e sempre sotto la minaccia, apertamente ribadita, della scomunica latae sententiae.

Con il mondo della Tradizione non si dialoga, e se si dialoga, lo si fa pro forma.

A coloro che vivono immersi impenitentemente, e anzi, rivendicandolo come un diritto indiscutibile e pure imponibile al prossimo, nel “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”, si spalancano le porte, perfino gettando la spugna sulla concessione dei sacramenti.

Per coloro che testimoniano la fede di sempre, sforzandosi di vivere seguendo il Vangelo e la legge naturale, che combattono la buona battaglia andando ogni giorno contro il mondo e contro la Rivoluzione anti-umana e pagandone l’alto prezzo, non c’è pietà. Le porte si chiudono, in piena coerenza con il todos bergogliano.

Cosa resta da fare? Inutile litigare su questioni irrisolvibili (“è papa”, “non è papa”, ecc.). Occorre solo seguire il monito lucidissimo dell’ultimo grande santo della Chiesa di sempre: come disse san Pio da Pietrelcina, “quando verranno quei giorni”, resta solo da seguire il Vangelo, la dottrina e il Magistero di sempre, la Tradizione e la legge naturale, frequentando i sacramenti da sacerdoti degni e fedeli, che non sono molti, ma non mancano affatto.

Questo possiamo e dobbiamo fare: restare uniti nella Chiesa di sempre, con la Messa di sempre, seguendo la dottrina di sempre e sostenendo il clero fedele e coerente.

Senza dare spazio ai soliti manipolatori d’anime e divisori interni del mondo della Tradizione, che gettano fango e odio e calunnie per ragioni squisitamente personali (invidie irrisolte, rancori del passato, gelosie, indicibili interessi economici o di carriera, frustrazioni psicologiche), giocando sulla ingenua devozione dei semplici che non riescono a distinguere la verità nella sua pienezza. Tutti costoro risponderanno a Dio del loro operato (e delle loro calunnie e maldicenze, del loro spirito manipolatore e divisorio).

Perché solo Dio può risolvere la immensamente rovinosa e tragica situazione della sua Chiesa. È la “sua” Chiesa, infatti, non appartiene a nessun altro, nemmeno ai papi, che sono i servi del Padrone. E solo il “padrone del campo” può salvare il suo campo, facendo giustizia dei servi infedeli. Noi che siamo gli invitati, dobbiamo andare e restare nella fedeltà all’unico Padrone di sempre e nell’unica Chiesa di sempre, perché “nessun servo è più del suo padrone” (Mt, 10,24), e chi segue il servo infedele, tradisce il Padrone giusto e immutabile nella sua Giustizia e Verità.

Auspichiamo quindi che il mondo della Tradizione, nei giorni sempre più neri (anche nel senso meteorologico del concetto) che viviamo, nella Chiesa come nella società, sappia ritrovare unità di intenti e d’azione, smettendola di “scomunicare” pateticamente e odiosamente gli altri. “Scomuniche” che poi, nella quasi totalità delle volte, si traducono sempre in calunnie o al massimo soggettive e interessate interpretazioni della realtà, che è sempre molto più complessa di come viene descritta.

Questi sono i giorni della fedeltà irriducibile (al Padrone del campo) e della speranza oltre ogni speranza. I giorni che ci richiedono il massimo sforzo per l’unità.

Standoci dentro, in questo mondo, da 35 anni, e conoscendo benissimo gli uomini (chierici e laici) che ne fanno parte (almeno qui in Italia) e le nostre miserie, ridicole pretese e patetiche incostanze, sappiamo perfettamente che questo è solo un pio desiderio irrealizzabile senza la grazia divina. Ma noi lo abbiamo scritto invocando la grazia divina su tutti. Perché ognuno si faccia carico della propria responsabilità nei giorni più terribili della storia della Chiesa e della società umana. A partire da chi scrive.

E perché “nulla è impossibile a Dio”, per l’uomo che ha fede e sinceramente ama e cerca solo la Verità e il Bene. Sono i giorni della speranza eroica in Dio, signore unico della storia e della Chiesa, garante eterno della Verità immutabile e gestore infallibile e onnipotente della sua Chiesa.

Altro che Amoris Laetitiae.



Fonte



Giuseppe, terrore dei diavoli. L’esempio da seguire





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by Aldo Maria Valli, 20 mar 2026



Mira sorte beatior. Omelia nella festa di San Giuseppe, Sposo della B.V.M.


di monsignor Carlo Maria Viganò

In un mondo che cancella la figura del padre e criminalizza la società “patriarcale” per scardinare con essa il riferimento alla Paternità di Dio nella fratellanza in Cristo, la Santa Chiesa celebra oggi lo Sposo castissimo della Beata Semprevergine Maria, Padre putativo di Nostro Signore e discendente della stirpe regale di Davide, proles David inclyta.

La corona di Santità che splende sul capo di San Giuseppe rifulge di tre gemme preziose: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste virtù proprie alla perfezione cristiana costituiscono i Voti di molti Ordini religiosi, e sono il modello di vita per chiunque voglia santificarsi nella sequela Christi.

Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 23). Queste parole della Sapienza Incarnata ci mostrano come San Giuseppe abbia saputo conformarsi alla volontà di Dio, nella povertà, ossia nel distacco dai beni materiali e nel disprezzo del mondo; nella castità, ossia nel rinnegamento di sé e delle proprie concupiscenze; nell’obbedienza, ossia nel rinnegamento del proprio orgoglio e delle seduzioni del Maligno.

Povertà: San Giuseppe ha saputo abbandonare tutto – anche l’attività di carpentiere che aveva a Nazareth – per mettere in salvo il Signore durante la persecuzione di Erode. Castità: egli ha accettato di vivere nella perfetta continenza come castissimo Sposo della Vergine delle vergini, l’Immacolata Madre di Dio. Obbedienza: San Giuseppe ha saputo conformare la propria volontà alla santa Volontà di Dio in ogni istante della sua vita.

Queste virtù sono state infine premiate in terra dall’unicità della Sacra Famiglia, modello di perfezione e di santità per tutti gli sposi cristiani; e in cielo, dalla gloria eterna di cui è coronato e che gli merita il titolo di Patrono della Chiesa universale, che è la famiglia spirituale in cui ogni anima battezzata ha Dio come Padre, Nostro Signore come fratello e la Vergine Santissima come Madre.

Se vogliamo seguire Nostro Signore rinnegando noi stessi e prendendo la nostra croce ogni giorno – quotidie – non possiamo non conformarci al modello di San Giuseppe. Nell’umiltà e nel silenzio egli ha veramente rinnegato se stesso, contrastando e vincendo sul mondo, con la santa Povertà, che non è miseria ma distacco dai beni terreni; sulla carne, con la santa Castità, che è immolazione quotidiana e preparazione alla condizione celeste che attende ciascuno di noi; sul diavolo, con la santa Obbedienza, che non è servilismo ma virile riconoscimento di un ordine gerarchico che pone Nostro Signore al centro di tutto, e che tutto a Lui riconduce, anche l’autorità temporale e spirituale vicarie dell’autorità di Cristo Re.

Gli esempi dell’odierna società ribelle sono l’esatto contrario. La ricchezza e il potere sono oggi l’aspirazione comune: per ottenerli si è disposti a qualsiasi compromesso, a qualsiasi tradimento – tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai (Mt 4, 9). Il mondo intero si prosterna agli idoli del denaro e dei beni materiali. La lussuria e le più innominabili abominazioni sono diventate normalità e vengono inculcate anche nei bambini, imposte dallo Stato nelle scuole con l’indottrinamento alla perversione, introdotte nella vita quotidiana dei giovani per corromperli e farne schiavi dei piaceri più distruttivi e sterili. L’orgoglio – il maledetto orgoglio di Lucifero – si è sostituito all’umiltà e all’obbedienza, traducendosi ora in folle anarchia, ora in sciagurato servilismo.

Anche il corpo ecclesiale, nel quale è stato fatto penetrare lo spirito della Rivoluzione, ha perso il senso di queste sante virtù. Molti sono i sacerdoti e i vescovi che preferiscono gli onori mondani e le ricchezze agli immensi tesori celesti di cui non vogliono più essere amministratori. La lussuria tiene molti di loro legati dalle catene del vizio e della fornicazione, rendendoli ciechi alla Luce della Verità cattolica, sordi alla voce della coscienza e della Grazia. Per essi l’obbedienza non è eroica testimonianza di sottomissione alla Maestà di Dio, ma servile prova di cortigianeria verso i potenti della terra, vile cooperazione con i mercenari e i traditori penetrati nel sacro recinto.

Se vogliamo salvarci e salvare le anime che ci sono affidate, non possiamo non comprendere l’importanza dell’esempio di San Giuseppe. Egli è invocato come terror dæmonum – terrore dei diavoli – perché è proprio nella povertà, nella castità e nell’obbedienza che ogni anima trova i mezzi per sfuggire ai lacci che il Maligno ci tende per corromperci e dannarci. Satana odia e teme la povertà, la castità e l’obbedienza, perché sono difesa inviolabile contro le seduzioni del mondo, della carne e del diavolo. E ciò vale eminentemente per le nostre famiglie, che possono trovare nella Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe l’esempio perfetto di vita semplice, pura e fedele a Dio.

Poniamoci sotto la protezione di San Giuseppe: Tu vivens, Superis par, frueris Deo, mira sorte beatior. Tu, da vivo, fosti simile ai Santi, perché godesti della presenza di Dio, che ti fece beato in terra per sorte mirabile. E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

19 marzo 2026

S.cti Joseph, Sponsi B.M.V.





Leone celebra 10 anni di Amoris laetitia, ma i Dubia restano



Dal Papa un messaggio elogiativo per il decennale del documento più controverso di Francesco, che viene definito «luminoso» sbrigando i punti critici in due battute. Eppure quel testo ha innescato un terremoto. Sarebbe stato meglio non dire nulla.

Anniversario

Editoriali 


Stefano Fontana, 20-03-2026

Ieri, 19 marzo e solennità di san Giuseppe, è stato reso pubblico un Messaggio di Leone XIV nel decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia di Francesco. Si tratta di un testo breve, evasivo delle grandi questioni dottrinali e pastorali da essa suscitate, intento a stabilire un proseguimento di quella stessa linea all’interno del «discernimento sinodale». Alla fine del Messaggio, il Papa informa di aver convocato per il 26 ottobre 2026 «i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».

Della lettura del Messaggio colpisce prima di tutto l’apprezzamento deciso di Amoris laetitia, definita un «luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e famigliare», qualcosa per cui «rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa», un «insegnamento prezioso che dobbiamo continuare ad approfondire oggi», fino a impostare il prossimo lavoro della grande riunione del 26 ottobre prossimo «alla luce di Amoris laetitia».

Una simile frettolosa valutazione dell’Esortazione di Francesco non può essere considerata soddisfacente. Meglio sarebbe stato non dire niente. Amoris laetitia è stato il testo più controverso del magistero di Francesco. Ha lacerato la Chiesa, scandalizzato e colpito molte coscienze, su di essa sono stati scritti libri di contrasto, i teologi moralisti si sono divisi tra loro, l’Istituto Giovanni Paolo II è stato sacrificato, in Vaticano molte nomine eccellenti sono state fatte per garantire la prosecuzione di quella linea. Tutto il sinodo che ha portato ad Amoris laetitia era stato preparato a tavolino, come una vera e propria operazione politica e il testo dell’Esortazione era stato calibrato in modo artificioso.

Sul capitolo VIII, che ora Leone XIV risolve in due battute – «accompagnare, discernere e integrare la fragilità» –, alcuni cardinali avevano richiesto dei chiarimenti (i famosi Dubia), poi riproposti una seconda volta perché inascoltati. Molti cristiani, di fronte alle dichiarazioni dirompenti di Amoris laetitia hanno pronunciato il proprio “non possumus”. Quella esortazione è stata un terremoto nella Chiesa e per questo sembra veramente improprio parlare di un documento «luminoso», dato che per molti è stato tenebroso. Basti ricordare solo un ultimo aspetto: l’Esortazione non diceva mai espressamente che i divorziati risposati potessero accedere alla Comunione eucaristica, ma nello stesso tempo lo faceva dire indirettamente ad alcune note a piè di pagina, il cui contenuto fu poi espresso dai vescovi argentini e confermato per iscritto dal Papa con un atto di formale magistero. Anche dal punto di vista procedurale c’era poco di «luminoso».

Colpisce poi che Leone XIV affermi che «le due Esortazioni apostoliche Familiaris consortio – data da san Giovanni Paolo nel 1981 – e Amoris laetitia ( AL) hanno entrambe stimolato l’impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, dei coniugi e delle famiglie». Ma non è possibile che due affermazioni contraddittorie siano in continuità tra loro. Dire che i divorziati risposati non possono, oppure dire che possono accedere alla Comunione non rispecchia nessuna continuità. Questo accostamento tra i due Papi e le due Esortazioni sembra anche dimenticare che Amoris laetitia ha citato artificiosamente e strumentalmente il paragrafo 84 di Familiaris consortio, nella sostanza prendendosene gioco.

C’è infine un ultimo aspetto che rende questo Messaggio insoddisfacente: il riferimento al contesto in cui si collocava Amoris laetitia – quello della «nuova sinodalità» – e la volontà di continuare a muoversi anche in futuro dentro quello stesso contesto. Dispiace notare nel Messaggio una vena di eccessiva attenzione ai cambiamenti delle situazioni storiche, che è la vera anima della nuova sinodalità versione Francesco, come qualcosa da inseguire come se si trattasse di una chiamata dello Spirito Santo. Amoris laetitia sarebbe nata dalla presa d’atto «dei "cambiamenti antropologico-culturali" (AL, 32), accentuatisi nell’arco di trentacinque anni», così la prossima riunione dei Presidenti delle Conferenze episcopali dovrà operare «prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie». L’interpretazione sinodalista dovrebbe così continuare.

Qualcuno potrà sostenere che Leone XIV, con questo documento, voglia dire che è giunto il momento di dimenticare e voltare pagina. Può essere, ma allora perché commemorare il decennale di Amoris laetitia? Non c’era nessun obbligo di farlo e l’oblio sarebbe stato maggiormente garantito. Qualche altro dirà anche che questo è il “metodo Prevost”: ammorbidire i toni, non rettificare niente in modo ufficiale e nel frattempo promuovere di fatto una linea diversa. Anche questo può essere, ma allora perché impegnarsi anche per il futuro ad attingere alla “luce” di Amoris laetitia? Altri potranno pensare che siamo nel campo della pastorale dove contano i “frutti”, ma quali sarebbero i frutti di Amoris laetitia? Essa ha aperto un processo di revisione non solo pastorale ma anche dottrinale di inaudita portata.

Quel documento non intendeva limitarsi alla pastorale della famiglia, quanto piuttosto cambiare il concetto di matrimonio, apportare delle variazioni alla dottrina cattolica sull’esercizio della sessualità, annullare la dottrina delle azioni intrinsecamente cattive, quindi smobilitare la Veritatis splendor. Nessun accenno nel Messaggio di Leone XIV ai gravi aspetti dottrinali di Amoris laetitia e al fatto che i Dubia dei quattro cardinali sono ancora là, in attesa.




La Camera dei Lord approva l’aborto fino alla nascita



La Camera dei Lord ha bocciato l'emendamento della baronessa Monckton che chiedeva l’abrogazione della clausola 208, con la quale si consente l’aborto fino alla fine della gravidanza. Bocciato anche un emendamento restrittivo sulle pillole abortive. Una pagina nera per il Regno Unito.

Regno Unito


Luca Volontè, 20-03-2026

Mercoledì 18 marzo 2026, con il voto contrario della Camera dei Lord a emendamenti che avrebbero limitato l’aborto, segna il giorno più buio del Regno Unito dalla sua nascita, un vero e proprio ritorno al sacrificio di bambini innocenti. In base alla normativa vigente, è consentito assumere pillole abortive (prescritte) a casa, se la donna è incinta da meno di 10 settimane. Durante il Covid, nel marzo 2020, il governo, allora guidato dai conservatori e dallo pseudo-cattolico Boris Johnson, aveva modificato la normativa per consentire alle donne di ricorrere all'aborto farmacologico a casa, previa consultazione telefonica o video. La modifica, prevista come solo temporanea, era stata poi resa definitiva per volere dello stesso governo nel 2022; pertanto le donne possono da allora assumere le pillole a casa, fino alla nona settimana e sei giorni di gestazione. La situazione era ulteriormente e drammaticamente precipitata nel 2025, quando la deputata laburista Tonia Antoniazzi aveva presentato la clausola che depenalizza l'aborto fino al momento del parto (clausola 208), come emendamento alla normativa di riforma della legge sulla criminalità e le forze dell'ordine. La clausola era stata approvata, con un vero e proprio ‘blitz’, dalla Camera dei Comuni, a giugno, nonostante il dibattito in aula fosse durato solo 46 minuti per la fretta del Governo laburista di approvare velocemente l’intera normativa sulla criminalità.

Il 18 marzo scorso, nelle votazioni alla Camera dei Lord, l'emendamento della baronessa Monckton (n.424) – con cui si chiedeva l’abrogazione della clausola 208 del disegno di legge sulla criminalità e le forze dell'ordine, che consente l'aborto fino al nono mese di gravidanza – è stato respinto con 185 voti, contro 148; un altro importante emendamento, quello della baronessa Stroud (n.425), con il quale si volevano ripristinare le consultazioni con un medico in presenza prima di un aborto “domestico” con pillole, è stato anch'esso respinto con 191 voti, contro 119.

Ad oggi l’aborto nel Regno Unito è consentito sino alla 24^ settimana; tuttavia con l’entrata in vigore della clausola 208, le donne non saranno perseguibili se praticheranno l’aborto in casa sino alla nascita per una qualsiasi ragione. Oggi nel paese si praticano circa 300.000 aborti all'anno. Il limite di tempo per l'aborto in Gran Bretagna è già il doppio di quello più comune tra i Paesi dell'UE. Eppure il Parlamento ha appena votato per ridurre ulteriormente le tutele per le donne e la protezione del nascituro, anche nelle fasi avanzate della gravidanza, sino alla nascita del bambino e per qualsiasi ragione. Siamo indubitabilmente all’infanticidio legalizzato.

Allo stesso tempo, aver lasciato la clausola 208 nel testo di legge permette alle donne di praticare autonomamente l'aborto per qualsiasi motivo, compresi gli aborti selettivi in base al sesso, in qualsiasi momento: fino al parto e durante il parto stesso. Un pericolo di genocidio infantile assoluto che aumenterà significativamente il numero di donne che praticano aborti tardivi a domicilio, mettendo a rischio la vita delle stesse donne. I sondaggi dell’ultimo anno hanno mostrato come l'89% della popolazione generale e il 91% delle donne concordano sul fatto che l'aborto selettivo (in base al sesso) dovrebbe essere esplicitamente vietato dalla legge, mentre solo l'1% delle donne è favorevole all'introduzione dell'aborto fino al nono mese di gravidanza, così come più della metà dell'opinione pubblica inglese concorda sul fatto che una donna debba continuare a considerare illegale l'interruzione di gravidanza di un bambino sano dopo l'attuale limite legale di 24 settimane, fino al momento del parto. Il sondaggio d’opinione promosso dal Telegraph dimostra come ben il 91% dei 28.000 intervistati si sia dichiarato contrario all'estrema modifica legislativa introdotta dalla clausola 208.

Anche per l’emendamento, pur bocciato, della baronessa Stroud, il consenso dell’opinione pubblica è molto ampio, con due terzi delle donne favorevoli al ripristino degli appuntamenti di persona. Al dibattito e alle votazioni di mercoledì hanno partecipato anche molti dei vescovi anglicani che sono parte della Camera dei Lord, a partire dall'arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally, insieme ai vescovi di Chelmsford, Coventry, Chester, Leicester, Southwell e Nottingham, Portsmouth, Sheffield, Chichester, Hereford e Oxford. Tutti hanno sostenuto gli emendamenti contro la clausola 208. Caroline Ansell, direttrice del dipartimento Advocacy and Policy di CARE, organizzazione pro life inglese, ha dichiarato: «Siamo profondamente turbati e addolorati dall’esito di ieri sera alla Camera dei Lord sugli emendamenti relativi all’aborto. Piccole vite andranno perdute prima ancora di aver avuto inizio. Se il segno distintivo di una società giusta è il modo in cui trattiamo i più vulnerabili, cosa dice questo di noi?». A seguito della votazione, Catherine Robinson, portavoce di Right To Life UK, ha denunciato la tragedia di «un cambiamento legislativo così enorme e terribile, che metterà direttamente in pericolo la vita dei bambini non ancora nati ben oltre il punto in cui sarebbero in grado di sopravvivere fuori dall'utero, così come la vita delle loro madri». Per altro verso, Louise McCudden, della multinazionale abortista MSI Reproductive Choices, si è congratulata per questa «riforma moderata della legge sull’aborto… un momento storico». In realtà, a Londra si è compiuta la peggiore regressione della civiltà, perché una società civile non permette mai l'aborto, né tantomeno lo legalizza fino al momento del parto.







giovedì 19 marzo 2026

19 Marzo. “La calma, la coerenza e la logica di San Giuseppe”



Festeggiamo S. Giuseppe nel giorno della sua Festa (I Classe, Bianco).




di Plinio Corrêa de Oliveira, Brani della conferenza del 19 marzo 1976 (*)

L’episodio è molto noto e ci viene raccontato nel Vangelo di S. Matteo.

Quando san Giuseppe scoprì che sua promessa sposa aveva concepito un figlio del quale egli non era il padre, fu messo davanti ad una situazione assurda, poiché la Madonna era evidentemente santa. Egli non poteva assolutamente dubitarne perché la Sua santità risplendeva in ogni modo possibile. Si era creata, quindi, una situazione sconvolgente e con la quale egli non poteva convivere.

Invece di denunciarla, come prescriveva la legge ebraica, egli escogitò l’unica soluzione logica: “Qui c’è uno di troppo. Ma, chi se ne deve andare via non è certo questa Madre, che è Signora e Regina, né tanto meno il Figlio che Ella ha concepito. Qualcuno se ne deve andare, e questo sono io. Abbandonerò la casa e sparirò. Non capisco questo mistero, ma non mi ribelle­rò contro di esso. Finirò i miei giorni lontano da qui, venerando questo mistero che non riesco a penetrare”.

E decise di abbandonare il focolare di notte, lasciando Nostra Signora sola col frutto del Suo grembo.
Di fronte all’incomprensibile, san Giuseppe reagì con una logica lineare. Analizzate la sua calma. E una calma che soltanto gli uomini di logica possono vantare. Egli doveva abban­donare il maggior tesoro della Terra, cioè Maria Santissima, e questo gli procurava una sofferenza immensa, inimmaginabile. Ma egli restava calmo.

Il Vangelo racconta che, mentre dormiva, «ecco un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: “Giusep­pe, figlio di Davide, non temere di pren­dere con te Maria, tua sposa, perché colui che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa darà alla luce un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché sarà lui che sal­verà il popolo suo dai suoi peccati”».

Non so se ci avete fatto caso ma, la sera prima del tremendo atto che stava per compiere, san Giuseppe dormiva beatamente… E anche questo era logico. Egli doveva intraprendere un lungo viaggio, e perciò doveva prima riposarsi. Piegato dall’immane sofferenza, egli tuttavia dormiva. L’angelo gli apparve e sciolse il miste­ro. Ed egli continuò a dormire tranquillamente. All’alba, egli si alzò e riprese la vita quotidiana come se niente fosse. Somma calma, somma coerenza, somma logica! In onore di san Giuseppe, la cui festa oggi celebriamo, ecco questo piccolo commento che vuol essere anche un elogio della logica.




(*) Rivista Tradizione, Famiglia, Proprietà, Roma, Marzo 2010, Anno 16, n. 1, pag. 35.



mercoledì 18 marzo 2026

Aborto per motivi religiosi e indifferentismo ateo





Di Stefano Fontana, 18 mar 2026

Nello Stato americano dell’Indiana un giudice ha emesso una sentenza a favore di due donne che sostenevano il proprio diritto ad abortire per motivi religiosi (si veda qui). Una si era dichiarata ebrea e l’altra si era riferita a motivi religiosi personali. La legislazione dell’Indiana ammette l’aborto in pochi estremi casi e ora il Procuratore generale farà ricorso contro la suddetta sentenza.

Al di là delle questioni strettamente giuridiche il caso invita a riflettere sul tema dell’indifferentismo religioso dello Stato laico. Per laicità dello Stato oggi si intende la sua neutralità rispetto alle religioni, le quali vengono tutte ammesse e lo Stato si riserva nei loro confronti l’unica funzione di garantirne la libera adesione, ossia di evitare le costrizioni. Anche la Chiesa cattolica sembra ormai aver accettato questa visione, chiamata spesso “positiva” o “buona” o “aperta”.

A prima vista potrebbe sembrare che questo atteggiamento dello Stato manifesti un apprezzamento del fatto religioso e che le religioni vengano positivamente considerate utili per la vita civile e politica, parti importanti del confronto sulle idee e gli stili di vita, attori che forniscono alla democrazia i valori di cui essa non sa dotarsi da sola ma di cui ha comunque bisogno.

Nello stesso tempo, però, si può vedere in questo atteggiamento un vero e proprio indifferentismo nei confronti delle religioni, perché viene sospeso il giudizio sulla loro verità, e sulle conseguenze, positive o negative, che esse hanno nei confronti del bene comune. Indifferenza significa che per lo Stato tutte le religioni sono vere, ma ciò comporta nello stesso tempo che tutte siano false. Se non c’è una religione più o meno vera di un’altra, una nebbia avvolge il tutto nella indistinzione.

Leone XIII insegnava che l’indifferentismo è una forma di ateismo: “Ragione e giustizia del pari condannano lo Stato ateo o, ciò che è lo stesso perché porterebbe all’ateismo, indifferente verso i vari culti e largitore degli stessi diritti ad ognuno di essi” (enciclica Libertas, 1888). Se tutte le credenze religiose sono valide e non valide contemporaneamente, Dio non esiste, è un bisogno umano, oppure è una scelta individuale insindacabile, anche irragionevole. Accogliendo nella pubblica piazza tutti indifferentemente gli dei, si nega la presenza in pubblico a Dio. Al massimo la si concede al “divino”, ad un indistinto mondo pseudo-trascendente che mette d’accordo tutti attorno al nulla.

Il caso dell’Indiana mostra che l’indifferentismo di per sé non conosce limiti e arriverebbe, se lasciato a se stesso, ad accettare anche l’aborto per motivi religiosi (e chissà cosa altro …). Però – si dirà – c’è il ricorso del Procuratore generale, il che mostra che un residuo di razionalità e buon senso è rimasto vivo. È vero, però l’indifferentismo tende ad erodere l’uso della ragione applicata al bene comune, perché toglie ad essa la luce, il sostegno e la correzione necessarie e che solo possono derivare da una religione vera, ossia non assimilabile a tutte le altre in un indifferentismo generico. L’indifferentismo religioso indebolisce progressivamente la ragione perché non la interpella più sulla verità o meno delle religioni.






A Firenze la Via Crucis diventa un rito “pacifista e resistenziale”. La fede resta sullo sfondo





Pubblicato 17 marzo 2026

Gesù in corteo, non sul Calvario



di Antonio Socci (15-03-2026)

La Cei del card. Zuppi, com’è noto, si occupa molto di politica. Assai meno di Dio. L’ultima conferma viene da Firenze dove sarà celebrata un’insolita Via Crucis partigiana con l’arcivescovo.

La notizia è uscita sulle pagine fiorentine del Corriere della sera: “il prossimo 27 marzo l’arcivescovo Gambelli terrà la Via Crucis dei giovani dedicata alla pace lungo un percorso che si snoderà attraverso i luoghi della Firenze in guerra. Un momento pensato assieme all’Istituto storico toscano della Resistenza”.

I dettagli curiosamente non si trovano nel sito della Diocesi, ma appunto in quello dell’Istituto Storico della Resistenza: “Il prossimo 27 marzo alle ore 20.30 si terrà la tradizionale Via Crucis dei giovani dell’Arcidiocesi di Firenze che quest’anno è realizzata in collaborazione con il nostro Istituto. Il tema della Via Crucis, dedicata alla pace, ha favorito questa originale ed eccezionale sinergia che si concretizzerà nelle brevi introduzioni storiche preparate dal nostro direttore, Matteo Mazzoni per le varie Stazioni. Pace e guerra non saranno termini astratti ma realtà concrete vissute nel ricordo e nella conoscenza dell’impatto dell’ultimo conflitto mondiale sulla nostra città, attraversando alcuni dei luoghi che furono teatro delle distruzioni del conflitto e della lotta di Liberazione. Il percorso inizierà dal Duomo e ogni stazione vedrà gli interventi degli studenti delle scuole fiorentine preparati dai loro docenti. La cerimonia sarà presieduta dal vescovo Gherardo”.

La locandina dell’evento porta queste insolite firme: Centro diocesano di pastorale giovanile, Arcidiocesi di Firenze e Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea.

Una tale sovrapposizione di politica e fede, alla vigilia della Settimana santa, sconcerta perché la passione e la morte di Gesù, che per i credenti è l’evento fondamentale della storia da cui viene la salvezza dell’umanità, va vissuta e meditata di per sé, per il suo significato e il suo valore assoluto. Come hanno sempre insegnato, oltre ai Pontefici, i santi e i mistici (si narra che san Francesco, alla Verna, piangesse davanti al crocifisso gridando: “l’Amore non è amato!”).

È ovvio, durante la Via Crucis, ricordare tutti i drammi del presente (tutti, non uno solo). Ma ben altra cosa è prendere Gesù come pretesto per parlare d’altro. Cioè di politica.

È quello da cui mettevano in guardia il card. Giacomo Biffi e una grande personalità della Chiesa fiorentina, don Divo Barsotti di cui è in corso il processo di beatificazione.

C’è poi una contraddizione in questa iniziativa. Il tema della Via Crucis è “la pace”: ma cosa si vuole dire con questa scelta?

Se s’intende predicare un pacifismo assoluto, cioè una scelta evangelica di non-violenza, anche di fronte a chi minaccia, aggredisce e uccide, è incomprensibile il legame simbolico con la Resistenza che fu invece una guerra combattuta con le armi contro l’occupante tedesco (a cui era legata la Repubblica di Salò).

Se invece, richiamandosi alla Resistenza, si intende affermare che, per la libertà, è lecito anche prendere le armi (per questo si parla di “lotta di Liberazione”) allora vale pure oggi e si dovrebbe spiegare che “pace” non è solo l’assenza di eserciti e “guerra” non è solo il conflitto armato.

Per esempio: si può considerare pace l’arbitrio di un regime, non disturbato da nessuna Onu, che da mezzo secolo opprime il proprio popolo (ne ha ammazzati a migliaia, inermi, in gennaio, in due giorni), un regime accusato di alimentare il terrorismo e che minaccia altri popoli costruendo l’atomica? Lasciarlo fare si può definire “pace”? O è già una guerra da cui difendere le popolazioni civili?

Il richiamarsi alla “lotta di Liberazione” induce a pensare che la Chiesa fiorentina, con questa Via Crucis, abbia fatto una scelta “combattente”. Ma hanno davvero le idee chiare? Qual è il senso della “liturgia politica” celebrata il 27 marzo?

Del resto quando si dice “Resistenza” si parla di un fenomeno complesso, con tante divisioni interne. Molti combatterono per la libertà. Ma, com’è noto (lo ha documentato Giampaolo Pansa), ci fu anche chi, durante e dopo la guerra, si macchiò di crimini (perfino verso altri partigiani). Ne furono vittime pure tanti sacerdoti (a loro ha dedicato un bel libro Roberto Beretta).

Infine l’itinerario della Via Crucis. Se proprio la Curia fiorentina avesse voluto porre al centro la tragedia delle guerre e la “lotta di Liberazione” sarebbe stato doveroso fare una stazione anche (o anzitutto) al grande cimitero americano che si trova proprio alle porte di Firenze (vedi QUI) Vi sono sepolti 4.402 soldati americani della Quinta Armata che morirono per liberare il nostro Paese: è una distesa di tombe, sul prato verde, contrassegnate da croci bianche o stelle di Davide per i soldati di religione ebraica.

Ma non risulta che la Via Crucis della Diocesi di Firenze vada a meditare e pregare dove sono sepolti quei giovani americani a cui noi (e anche la Chiesa) dobbiamo la libertà.

By Lo Straniero)