venerdì 16 ottobre 2026

Il purgatorio in Spagna è “un modo di pensare del passato”




Un'altra notizia sulla Chiesa in uscita (di testa)



Aldo Maria Valli 

Nei Paesi Baschi, nella chiesa di Santa Maria a Bermeo, un cartello collocato davanti all’altare dedicato alle anime del purgatorio avverte che non si deve credere in “un Dio che fa soffrire le persone” e invita il visitatore a confidare che tutti i propri cari “vivono felici accanto a Dio”.

La preghiera per le anime del purgatorio ha profonde radici storiche a Bermeo. La diocesi di Bilbao conserva nel suo archivio storico statuti e documenti della Confraternita delle Beate Anime del Purgatorio nata due secoli fa proprio nella chiesa di Santa Maria, dove un tempo suffragi e indulgenze facevano parte di una devozione diffusa.

Ma ecco che, con un colpo di spugna, tutto ciò viene definito adesso “un modo di pensare del passato”.

Il cartello è alquanto didascalico. Dice così: “L’immagine che vedi in questo altare corrisponde a un modo di pensare di tempi passati. Sopra c’è il sacerdote che celebra l’Eucaristia. Sotto si vedono persone che soffrono tormenti nel purgatorio. Noi non dobbiamo credere in un Dio che fa soffrire le persone. Non vale la pena credere in un Dio così. Gesù ci ha insegnato che Dio è buono con tutti e vuole solo il nostro bene. Abbi fiducia che tutti i suoi cari vivono felici accanto a Dio. Questo dà speranza, voglia di vivere e di fare il bene. Questa speranza ci aiuta a essere brave persone con tutti”.

Tutto molto bello. Ma c’è un piccolo particolare: è tutto in contrasto con la dottrina cattolica.

Il Catechismo ricorda che “coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati […] soffrono dopo la morte una purificazione”. E aggiunge che la Chiesa chiama purgatorio quella “purificazione finale degli eletti”, dottrina più volte formulata e confermata.

Chi ha messo quell’avviso forse non si è reso conto della contraddizione stridente: la scena superiore mostra un sacerdote che celebra l’Eucaristia proprio perché la messa offerta per i defunti è uno dei principali suffragi per le anime del purgatorio. Il Catechismo insegna che fin dai primi tempi la Chiesa ha offerto per i defunti “in particolare il sacrificio eucaristico” affinché, purificati, possano raggiungere la visione di Dio.

Dio è misericordioso, ma ciò non significa che la salvezza sia automatica. Il cattolico può e deve sperare nella salvezza dei suoi defunti, e proprio per questo deve affidarli alla misericordia divina e pregare per loro. Ciò che non può fare è trasformare tale speranza in un diritto, come se Dio avesse il dovere di perdonare.

Ma per la chiesa accogliente, sinodale e in uscita (di testa) tutto ciò è troppo difficile da digerire. E allora ecco una nuova dottrina. Tanto zuccherosa quanto falsa.







Spagna, nel mirino del governo Sánchez ora c’è una statua di Cristo




screenshot Cinematic Drone Flights BCN/Imagoeconomica

Madrid esamina la richiesta di abbattere la statua di Felanitx, inaugurata nel 1934


CRISTIANOFOBIA


Paola Belletti, 16 ottobre 2026

E pensare che Maiorca è stata una delle tappe più significative della lunghissima Reconquista, un processo di ben 800 anni che ha sottratto alla dominazione islamica, iniziata nel 711, via via sempre più territori per restituirli al regno cristiano. A ben guardare, dunque, la democrazia che la recentissima legge per la memoria democratica si vanta di difendere, deve la sua stessa esistenza all'impresa di Giacomo I d'Aragona e alle migliaia di nobili cristiani che, spesso a costo della vita, hanno respinto gli arabi di Almohade. La cronaca di questi giorni che riguarda un'iniziativa che coinvolge il morituro governo Sanchez, vista in prospettiva storica, assume tutto un altro aspetto, a tratti quasi grottesco.

LA RICHIESTA DI RIMOZIONE DEL CRISTO REY

L'associazione Memoria Historica de Mallorca, con un gruppo di 33 cittadini capeggiati dallo scrittore Bartomeu Mestre Sureda, ha presentato richiesta ufficiale al Ministero della Memoria Democratica spagnolo per inserire anche la statua del Cristo Re di Felanitx nell'indice dei simboli contrari alla Legge sulla Memoria Democratica. Per ora il governo di Madrid ha solo notificato di aver ammesso la domanda, ovvero prenderà in esame il dossier che ha per oggetto la rimozione della Statua. Il Cristo Re di Sant Salvador è un monumento con una storia di quasi un secolo, caro alla devozione dei fedeli cattolici, ma anche alla popolazione dell'isola in generale, che ne riconosce il valore storico e culturale. La data di costruzione della statua è tutt'altro che secondaria: risale al 1928, data di benedizione della prima pietra, ed è stata inaugurata nel 1934, ovvero prima dell'inizio della dittatura franchista. La Legge sulla Memoria Democratica promossa dal governo di Pedro Sánchez si pone l'obiettivo di eliminare i simboli legati al franchismo e alla Guerra Civile e di restituire dignità alle vittime della dittatura.

IN ONORE DI CRISTO RE


La statua, alta in totale 44 metri (37 il basamento e 7 la figura del Cristo) e realizzata in bronzo, è stata eretta sulla cima del Puig de Sant Salvador dove già sorge dal XIV secolo il noto santuario dedicato al Salvatore ed è per questo meta storica di pellegrinaggio e riferimento religioso dell'isola più grande delle Baleari. Finanziata dalle donazioni dei cittadini promosse da religiosi locali, si inserisce in una tradizione diffusa in quegli anni per l'impulso dato dalla istituzione della festa liturgica di Cristo Re da parte di Papa Pio XI. Molte comunità parrocchiali, non solo in Spagna, si impegnarono nella realizzazione di monumenti simili; i successivi abusi ideologici imputabili al franchismo non hanno nulla a che vedere con le intenzioni e gli scopi di chi le ha volute. Le motivazioni della richiesta fanno leva proprio sul fatto che la statua presenterebbe simboli falangisti, ma le autorità locali promettono battaglia. Non ci sono quindi né gli estremi cronologici stabiliti dalla legge né una reale volontà popolare a sostegno della sua rimozione, che non sarebbe altro che un esempio tragicomico e particolarmente rumoroso della modernissima cancel culture.

UNA BRUTTA USCITA DI SCENA

Se il governo Sanchez, che sarà in carica fino alle elezioni anticipate a fine novembre, decidesse di accogliere la proposta e di darvi seguito, lascerebbe la scena politica con un sonoro tonfo: andrebbe contro il diffuso sentimento popolare e il caro vecchio buon senso che riconosce nel monumento un'opera di valore condiviso e non un simbolo degli aspetti più atroci della dittatura fascista. Abbattere un simbolo eretto dal popolo prima ancora che la storia deviasse verso la dittatura non racconterebbe la fine del franchismo e la avvenuta riparazione dei torti inflitti a molti, ma l'inizio dell'amnesia collettiva. Sarebbe uno schiaffo alle radici cristiane, ai cattolici stessi e indirettamente anche alle lezioni lasciate dalla visita di Papa Leone XIV. Un bel paradosso in nome della legge per la memoria. 


(Foto: screenshot Cinematic Drone Flights BCN/Imagoeconomica)




Riforma canonica, l'errore di voler equiparare preti e laici


 

Il commento del canonista al documento sinodale che punta a riformare il Codice per dare più spazio ai laici. Uomini e donne nella Chiesa hanno bisogno della fedeltà al Vangelo, non di venire arruolati in consigli e commissioni o in ruoli di governo che spettano ai pastori.


Intervista a p. Gerald Murray

Cambiare il diritto canonico, se non riscrivere l'intero Codice, per dare più spazio ai laici negli organismi e nei ruoli di governo ecclesiali? Una proposta che presenta «gravi problemi» per padre Gerald Murray, canonista, che in questa intervista a La Bussola commenta la relazione finale della Commissione Canonistica del Sinodo – resa nota il 30 settembre e qui commentata da Stefano Fontana– spiegando che uomini e donne nella Chiesa hanno bisogno della fedeltà al Vangelo, non di essere equiparati ai chierici.

Padre Murray, le proposte di modifica al diritto canonico presentate dalla Commissione Canonistica del Sinodo riguardano aspetti minori o questioni sostanziali?
Si tratta di modifiche sostanziali. Si chiede inoltre una revisione totale del Codice di Diritto Canonico e del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali per conformarli al concetto vago e indefinito di sinodalità.

Per quanto riguarda il ruolo dei laici, quali cambiamenti sono previsti rispetto alla legislazione attuale?
Le principali innovazioni si basano sul presunto significato, secondo le parole dell’Introduzione alla relazione della Commissione Canonistica, della «pari dignità dei fedeli all’interno del Popolo di Dio», ovvero «la capacità dei laici, uomini e donne, ad esercitare nella Chiesa uffici, incarichi e ministeri per i quali risultano idonei e competenti, anche nell’ambito del governo ecclesiastico». La dignità di tutti i battezzati, laici e clero, li rende uguali in quanto cristiani. Ma non li rende uguali in quanto pastori del gregge nella Chiesa. Il rapporto della Commissione propone che l’uguale dignità dei fedeli sia la base per affermare che i laici siano qualificati per esercitare il governo ecclesiastico. Questo non è mai stato l’insegnamento della Chiesa cattolica. Solo l’ordinazione al sacerdozio e all’episcopato qualifica una persona battezzata ad agire come pastore nella Chiesa. Il battesimo non rende nessuno un pastore.

Il documento punta anche ad ampliare la possibilità di delegare ai laici, sia uomini che donne, l'assistenza ai matrimoni, come il diritto già prevede in caso di necessità. Qual è la ratio di questa delega?
Un sacerdote che celebra un matrimonio non amministra il sacramento del matrimonio, ma è piuttosto autorizzato a testimoniare, a nome della Chiesa, la reciproca ricezione del sacramento da parte dei due battezzati che si amministrano il sacramento a vicenda attraverso lo scambio dei voti. Il sacerdote chiede e riceve il consenso a nome della Chiesa. Il sacerdote benedice quindi la coppia di neo-sposi. Il canone 1112 prevede che, in assenza di sacerdoti o diaconi, i laici possano essere delegati dal vescovo diocesano a svolgere il ruolo di assistere ai matrimoni, purché ciò sia stato autorizzato dalla Conferenza Episcopale e dalla Santa Sede (i laici non possono, ovviamente, impartire la benedizione sacerdotale durante un matrimonio.) Tale delega viene concessa per il bene dei fedeli, affinché le coppie di fidanzati possano contrarre validamente matrimonio in luoghi in cui non vi siano membri del clero per lunghi periodi di tempo. Essa conferisce ai laici il compito di compiere un atto eccezionale di governo. Si tratta in gran parte di un ruolo amministrativo volto a verificare che il matrimonio abbia avuto luogo alla presenza dei due testimoni previsti dal canone 1108, a differenza di altri atti di governo che implicano il possesso di un ufficio ecclesiastico stabile e l’adozione di decisioni autorevoli che talvolta comportano l’uso di potere coercitivo per imporre l’obbedienza da parte dei fedeli.

Altre proposte riguardano la nomina di laici come giudici ecclesiastici, o il coinvolgimento dei laici in ruoli di governo, il che tocca una questione più ampia: la giurisdizione può essere separata dagli ordini sacri?
Per giurisdizione si intende il potere di governo che fu affidato da Cristo agli Apostoli e che fu tramandato dagli Apostoli ai loro successori, i vescovi e i sacerdoti. La questione in esame è se tale potere possa essere delegato a, ed esercitato da persone battezzate che non sono sacerdoti o vescovi in virtù della partecipazione di tutti i fedeli al triplice ufficio di Cristo: sacerdotale, profetico e regale. La Chiesa non ha mai insegnato che ciò è possibile, poiché il triplice ufficio di cui godono sacerdoti e vescovi è diverso, non in grado ma in natura, dal triplice ufficio di cui godono i fedeli. I laici sono chiamati a esercitare la triplice funzione offrendo sacrifici spirituali, rendendo testimonianza alla fede e governando la propria vita e quella di coloro di cui sono responsabili, come i membri della famiglia, in accordo con il Vangelo. Essi non hanno il potere di governare nella Chiesa, di insegnare con autorità magisteriale o di santificare i fedeli amministrando quei sacramenti che la Chiesa ha stabilito richiedano l’Ordine Sacro. Isolare il potere di governo dagli altri due poteri sacerdotali di insegnare e santificare non trova alcun fondamento nella Sacra Scrittura né nella Dottrina della Fede.

Il documento chiede «una revisione completa dei due Codici [latino e orientale] che risentano delle richieste teologico-ecclesiologiche emerse» durante il cammino sinodale. Bastano pochi anni di sinodalità per dare origine a una nuova teologia e a una nuova ecclesiologia tali da richiedere di riscrivere da capo i due Codici attualmente in vigore?
No. La sinodalità è un concetto in gran parte sconosciuto che comprende cambiamenti introdotti da Papa Francesco che modificano o vanno oltre la dottrina e la prassi perenne della Chiesa, non trovano alcun fondamento nella dottrina tradizionale della Chiesa e sembrano costituire un tentativo di riconciliare la Chiesa con correnti di ideologia liberale ostili al concetto di religione rivelata e di verità eterna.

Il documento pone inoltre grande enfasi sugli organi partecipativi (a questo proposito, afferma, ad esempio, che «senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza»). Ma gli uomini e le donne rischiano davvero di allontanarsi se non diventano membri di consigli e commissioni ecclesiastiche?

Questo timore è esagerato, poiché la stragrande maggioranza dei cattolici non nutre alcun interesse per il progetto di sinodalità e non considererebbe mai la partecipazione dei laici ai consigli e alle commissioni come importante o necessaria affinché la Chiesa goda di “credibilità”, qualunque cosa ciò significhi. La credibilità della Chiesa si fonda sulla fedeltà al Vangelo.

In sintesi, qual è la sua valutazione della prassi attuale e degli scenari che si intendono “codificare” attraverso queste proposte?
Le proposte canoniche avanzate dalla Commissione Canonistica presentano gravi problemi. Queste idee dovrebbero essere studiate e criticate da canonisti non legati al Sinodo e dovrebbero essere valutate anche da teologi competenti, al fine di determinare se le innovazioni siano sviluppi legittimi o innovazioni eterodosse.






Oltre i pizzi e i merletti: l’illusione del neomodernismo e il cortocircuito di Andrea Grillo


Andrea Grillo (immagine generata con IA di Gemini)


Risposta alle tesi di Andrea Grillo: perché la pretesa di ridefinire il potere nella Chiesa scardina il Concilio Vaticano II e riduce i Sacramenti a quote sociologiche



di Fabio Vessillifero, 16 ottobre 2026

Nel suo recente intervento di risposta, il Professor Andrea Grillo tenta una difesa articolata del proprio impianto teologico, accusando il sottoscritto di “precomprensione distorta”, di “fantasie”, di incapacità di comprendere lo sviluppo storico della Chiesa e, immancabilmente, di essere rimasto chiuso nel “museo tradizionalista” tra “pizzi e merletti” (qui). Ringrazio il professor Grillo per il tempo dedicato a questo confronto. Tuttavia, quando si supera il velo della retorica e degli etichettamenti ideologici, il testo da lui pubblicato mette a nudo una serie di contraddizioni dogmatiche e di capriole ermeneutiche di una certa gravità che meritano di essere esaminate con chiarezza.

Ci tengo a precisare che questo mio intervento non nasce dal desiderio di muovere una critica personale al professor Grillo, del quale riconosco la buona fede e aspetti positivi del suo pensiero. Il mio intento è un altro: offrire ai lettori una chiave di lettura autenticamente cattolica di quanto sta avvenendo nella Sposa di Cristo. La mia intenzione vuole essere un esercizio di discernimento su un argomento di estrema importanza per il credente che avverte oggi un profondo bisogno di chiarezza, poiché tocca da vicino i temi essenziali della vita di fede e del rapporto personale di ciascuno con Dio attraverso la sua Chiesa che il Signore ha voluto come sua Sposa e come mediatrice e sorgente della grazia sacramentale.

Il cantiere della riforma canonica e la realtà del progetto


Per comprendere la portata delle affermazioni del professor Grillo, occorre anzitutto richiamare il contesto normativo e strutturale a cui egli stesso guarda con aperta adesione. Anche quando non usa la parola entusiasmo, il suo atteggiamento traspare in modo manifesto dal linguaggio dei suoi scritti: descrive infatti la stagione di riforme come un’«immaginazione profetica», definisce il processo in atto un «apprendimento necessario e prezioso» e saluta il superamento di quello che bolla come un passato «paternalistico» e persino «totalitario». 

La recente pubblicazione del Rapporto Finale della Commissione Canonistica del Sinodo ha delineato in modo inequivocabile la tabella di marcia per questa ristrutturazione. Nel breve periodo si prospettano modifiche immediate a canoni fondamentali della Chiesa latina per estendere ai laici funzioni di governo e di giudizio monocratico nei tribunali, eliminando il carattere soltanto consultivo del voto laicale nei Concili particolari e introducendo il principio aziendale dell’accountability per i Vescovi, fino a prevedere nel lungo periodo una revisione complessiva dell’intero Codice di Diritto Canonico. Quando il professor Grillo presenta questo processo come un fisiologico sviluppo, sta cercando di far passare per semplice evoluzione quella che è una vera e propria riscrittura dell’assetto costitutivo della Chiesa. Non siamo di fronte a semplici aggiustamenti burocratici, ma al tentativo sistematico di piegare il Diritto Canonico alle istanze del funzionalismo immanente.

Il gioco di prestigio sull’Ordinazione e sul ministero

Nel suo testo di risposta, il professor Grillo mi accusa di aver inventato la sua intenzione di separare il governo dal sacramento dell’Ordine, affermando testualmente che questa è «una invenzione bella e buona: nel mio articolo dico esattamente il contrario. Ossia – afferma Grillo – che proprio custodendo il legame tra governo e ordine sacramentale occorre permettere ai “laici” (maschi sposati, donne nubili e donne sposate) di accedere alla ordinazione».

Per comprendere la gravità di questo passaggio, occorre ricordare cosa sia la giurisdizione ecclesiastica e perché essa sia inscindibile dall’Ordine sacro. La giurisdizione è il potere formale di governare la Chiesa, emanare leggi, adottare decisioni vincolanti e giudicare nei tribunali ecclesiastici. Il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 21) ha insegnato con chiarezza che questo potere di governo non è un’invenzione burocratica o una delega umana, ma sgorga dalla grazia stessa del Sacramento dell’Ordine mediante la successione apostolica: è la consacrazione che conferisce l’autorità di santificare, insegnare e governare la Sposa di Cristo.

Ci troviamo dunque davanti a un evidente gioco di prestigio che nasconde un insanabile vicolo cieco logico. Per difendersi sul piano teorico, il Professor Grillo sostiene di voler mantenere unito il potere di governo al Sacramento, proponendo come soluzione di ordinare presbiteri e diaconi anche i laici sposati e le donne — una contromossa che, per salvare la sua teoria sulla giurisdizione, pretende di abbattere la dottrina sul soggetto dell’Ordinazione Sacra (materia definita in modo definitivo dal Magistero della Chiesa, che riserva l’Ordinazione al solo uomo celibe o sposato in ragione del ministero presbiterale in quanto agisce in persona Christi Capitis et Sponsi di fronte alla Chiesa sua Sposa).

Ma il vero cortocircuito esplode quando dalla teoria si passa alla realtà dei fatti. Se per Grillo l’autorità di governo deve rimanere indissolubilmente legata al Sacramento dell’Ordine, come può poi difendere ed esaltare il fatto che oggi fedeli laici non ordinati votino nei processi deliberativi del Sinodo alla pari con i Vescovi, o che si assegnino loro funzioni giurisdizionali monocratiche nei tribunali? (qui). La contraddizione è clamorosa: se il governo richiede il Sacramento, allora il voto dei laici non ordinati al Sinodo è un abuso contro i Sacramenti; se invece si difende il voto dei laici al Sinodo, si sta attuando nei fatti proprio quella separazione tra governo e Ordine che a parole si dichiara di rifiutare. Di fronte alla diagnosi di una de-sacramentalizzazione della giurisdizione, la sua difesa si rivela un’illusione ottica che non fa che confermare la gravità del problema.

Democrazia sinodale e travisamento della Sacra Potestas


Per giustificare la partecipazione deliberativa e la parificazione del voto dei fedeli laici a quello dei Vescovi nei processi decisionali, il professor Grillo scrive nel suo articolo che «il cuore della questione consiste nella lenta elaborazione di un nuovo modo di esercitare la autorità, che deriva, essenzialmente, da una nuova capacità di riconoscere autorità», aggiungendo che «si entra nel campo di una lex condenda che non è riducibile alla lex condida» e che «altre autorità devono non solo prendere la parola, ma avere riconosciuto un potere». A suo avviso, ritenere che l’autorità femminile «si possa costipare nella vecchia categoria di potestas iurisdictionis e non possa in nessun modo riguardare la potestas ordinis, ciò significa rimanere chiusi in un sistema paternalistico e non poco patriarcale». Per capire cosa si nasconde dietro formule apparentemente colte come lex condida e lex condenda, basta tradurle in termini semplici: la lex condida è la “legge già fatta”, cioè la dottrina e il diritto che la Chiesa ha ricevuto e applica da sempre; la lex condenda, invece, è la “legge ancora da fare”, ossia la pretesa di riscrivere da zero le regole per inventarsi una Chiesa nuova. In parole povere, il Professor Grillo sta dicendo che non dobbiamo più preoccuparci di ciò che il Vangelo, la Tradizione Apostolica e il Vaticano II hanno stabilito una volta per tutte, ma che dobbiamo sentirci liberi di fabbricare nuove leggi su misura per stare al passo con i tempi. Qui si svela l’equivoco di fondo dell’intero impianto neomodernista. Per il Concilio Vaticano II e per la dottrina cattolica, l’autorità nella Chiesa non è una torta sociologica da spartire tra le diverse componenti ecclesiali in ragione di rivendicazioni di categoria o della lotta al patriarcato. L’autorità nella Chiesa non nasce da un’autorevolezza umana o laicale che rivendica una quota di potere formale, ma è una sacra potestà conferita da Cristo Signore per via sacramentale mediante la successione apostolica, come insegna la Lumen Gentium ai numeri 18 e 21. Trasformare l’assemblea sinodale o il governo diocesano in un organo rappresentativo in cui i fedeli laici votano su dottrina, morale e disciplina alla pari con i successori degli Apostoli non è un progresso, ma la riduzione della Chiesa a una democrazia immanentista.

La patente di tradizionalismo e la fuga dal Vaticano II

La mossa retorica più stancante del professor Grillo consiste nel bollare chiunque contesti la sua visione come un tradizionalista che rifiuta la storia, affermando che la mia analisi «è piuttosto ingenua e dimentica la storia» e che «a suo avviso per restare fedeli alla tradizione bisogna restare tridentini», giungendo a proclamare che «muore la tradizione quando non apprende più e si autocelebra come definitiva». Questa accusa sbatte contro un fatto testuale insuperabile: il mio articolo non citava il Concilio di Trento o le consuetudini del Seicento, ma il Capitolo III della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II (qui). È il Concilio Vaticano II che al numero 20 insegna che i Vescovi presiedono in luogo di Dio; è il Vaticano II che al numero 21 stabilisce che la consacrazione episcopale conferisce la pienezza dell’Ordine e l’unità indissolubile degli uffici di santificare, insegnare e governare; è il Vaticano II che al numero 27 dichiara che il Vescovo esercita una potestà propria, ordinaria e immediata quale Vicario di Cristo. Difendere la lettera del Vaticano II non significa essere tridentini. La verità è che per la teologia neomodernista il Concilio Vaticano II è un vessillo da esibire finché fa comodo, ma non appena si dimostra che i testi conciliari smentiscono i progetti di democrazia aziendale e di stravolgimento sacramentale, allora persino il Vaticano II viene liquidato come un impianto superato.

L’equivoco dell’apprendimento e il positivismo sociologico

Nel tentativo di giustificare l’assorbimento delle categorie secolari, il professor Grillo sostiene che «parlare di “apprendimento ecclesiale” è un modo diverso, e legittimo, di parlare dei “segni dei tempi”» e arriva a definire l’«apprendimento ecclesiale» come «una locuzione con cui possiamo tradurre la parola classica “tradizione”». Nel suo articolo egli presenta l’ingresso della donna nello spazio pubblico non come una teoria, ma come «un fatto», affermando che «una Chiesa che sia immune dai fatti è autoreferenziale». In questo passaggio emerge con abbagliante chiarezza l’errore filosofico fondamentale. Nessuno nega il fatto storico dell’emancipazione femminile o delle trasformazioni della società. L’errore devastante consiste nel trasfondere meccanicamente un fatto sociologico del saeculum sul piano ontologico e sacramentale della Chiesa. Se un fatto sociologico potesse creare da solo nuova dottrina e modificare la struttura dei Sacramenti, allora la Rivelazione non sarebbe compiuta, ma dipenderebbe dall’evoluzione dei costumi umani. La Chiesa ha il dovere di ascoltare la storia per annunciare meglio il Vangelo, ma non ha il diritto di farsi evangelizzare dalla storia fino a sostituire il Depositum Fidei con l’agenda della sociologia contemporanea.

La strumentalizzazione di Antonio Rosmini

Infine, il professor Grillo chiama in causa Antonio Rosmini, sostenendo che le mie critiche siano analoghe a quelle che i tradizionalisti dell’Ottocento mossero a Rosmini in nome di San Tommaso. Questo accostamento è del tutto improprio. Antonio Rosmini è stato un gigante del pensiero cattolico perché ha saputo dialogare con la cultura del suo tempo ancorando la sua filosofia all’ontologia dell’essere, alla metafisica e alla natura divina della Chiesa. Rosmini ha combattuto le piaghe della Chiesa per liberarla dalle ingerenze dei poteri secolari e statali in nome della libertas Ecclesiae, non certo per consegnarla alle categorie del funzionalismo sociologico o per trasformare i Sacramenti in concessioni politiche. Usare il nome di Rosmini per giustificare l’assorbimento del pragmatismo e della lex condenda democratica significa tradire profondamente la sua lezione teologica e la sua testimonianza di fede.

La vera Tradizione come Vita di Cristo

Il professor Grillo sostiene che la tradizione muore quando non apprende più. La Tradizione cristiana è certamente un organismo vivo, ma un organismo vive e cresce se rimane fedele al proprio codice genetico, non se muta la propria natura per diventare qualcos’altro. La tentazione neomodernista che traspare in ogni riga dei suoi scritti è quella di scambiare la Riforma della Chiesa con un’opera di ingegneria istituzionale, in cui si inverte la piramide, si redistribuiscono i poteri, si vota ad assemblea e si riduce il Vescovo a un amministratore delegato sottoposto all’accountability dei soci. La vera Riforma della Chiesa, quella insegnata dai Santi e dal Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium, non inverte la piramide per costruire un parlamento umano. Si inginocchia davanti a Cristo Capo e riconosce che l’autorità nella Chiesa è Grazia, è Sacramento ed è Servizio per la salvezza eterna delle anime. Tutto il resto è solo conformismo allo spirito del mondo.

Giunto a questo punto, non intendo proseguire ulteriormente in questo confronto con il professor Grillo: proseguire oltre rischierebbe di trasformare la discussione in uno sterile dialogo tra sordi, in cui ciascuno si limiterebbe a ribadire le proprie posizioni di partenza. Se il professor Grillo giudica la mia interpretazione sbagliata e fuorviante, approfitti dell’occasione per spiegare meglio il suo pensiero a noi comuni mortali. Lascio intanto volentieri ai lettori il giudizio su una questione così decisiva per la vita di fede e per la costituzione divina della Chiesa.

L’omologazione globalista e la tentazione del management ecclesiale

Questo esercizio di discernimento critico si rende necessario di fronte a una società contemporanea in cui il capitalismo predatorio e globalista assume contorni veramente totalitari. Le attuali concentrazioni di capitale e i poteri finanziari non si limitano infatti a condizionare l’economia di interi Paesi o Continenti, ma arrivano a plasmare la cultura, i valori, i centri studi, l’istruzione e gli stili di vita delle persone. È un condizionamento culturale profondo che parte da lontano: quando negli anni ’90 frequentai il Corso Superiore di Scienze Religiose, dovetti sostenere un esame su Karl Popper, mentre non mi fu assegnata da studiare nemmeno una riga di San Tommaso d’Aquino.

Sarebbe un’ingenuità imperdonabile pensare che le forze del capitalismo globalista non abbiano l’interesse a omologare e addomesticare un’istituzione universale come la Chiesa Cattolica. Non è un caso che negli ultimi anni anche all’interno dell’habitat ecclesiale siano risuonate formule ammiccanti come quelle sul “capitalismo inclusivo” (qui), né che si sia giunti ad affermare che la pluralità e la diversità delle religioni siano «volute da Dio sapientemente nel suo disegno» (Dichiarazione di Abu Dhabi qui).

La secolarizzazione e il cedimento al potere mondano del momento hanno da sempre un’intensa presa all’interno della Chiesa: un tempo questa tentazione si manifestava, ad esempio, con la figura dei Principi-Vescovi, mentre oggi si presenta sotto le spoglie dell’assunzione acritica delle categorie del management aziendale. Basta sovrapporre le indicazioni operative e metodologiche del Vademecum del Sinodo con i manuali della gestione aziendale per accorgersi di come esse combacino quasi perfettamente nelle dinamiche di governance, facilitazione e reporting (qui e qui). È sufficiente osservare come sono cambiate negli ultimi anni le strutture e la riorganizzazione delle grandi curie diocesane per rendersi conto di quanto si sia progressivamente abbandonata l’ispirazione teologica e comunionale della Lumen Gentium per abbracciare senza riserve la logica aziendale dell’ottimizzazione delle risorse, dell’efficienza procedurale e del change management (qui). Di fronte a questa spinta verso un conformismo funzionale alle agende del saeculum, la Chiesa non deve adeguarsi alle mode gestionali dell’epoca, ma custodire intatto il Depositum Fidei ricevuto da Cristo Signore.




Parigi, 16 ottobre 1793. La testimonianza di fede e dignità cristiana di Maria Antonietta, l’ultima regina dell’Ancien Régime







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by Aldo Maria Valli 16 ott 2026




di Carlo Foresti

per oltre due secoli la storiografia giacobina e l’iconografia repubblicana ci hanno abituato a considerare la Rivoluzione francese come l’alba radiosa dei diritti umani e della libertà. Eppure, basta rimuovere la patina di retorica ideologica per scorgere la tragica realtà di quel sovvertimento: un regime di terrore, di arbitrio e di inaudita ferocia, la cui vera cifra morale si rivela compiutamente nel modo in cui volle perseguitare, calunniare e infine inviare al patibolo la Regina di Francia, Maria Antonietta.

La figura dell’ultima sovrana dell’Ancien Régime è stata per decenni bersaglio di una spietata campagna denigratoria, alimentata da pamphlet diffamatori e invenzioni ingiuriose concepite per trasformarla nel capro espiatorio di una complessa crisi di Stato.

Tra queste fake news ante litteram, la più celebre è senz’altro l’odiosa frase sulle brioches («Se non hanno pane, che mangino le brioches!»), per secoli rinfacciata alla regina come prova di una presunta e cinica insensibilità verso le miserie del popolo. La verità storica è diametralmente opposta: quella battuta fu scritta da Jean-Jacques Rousseau nelle sue Confessioni con riferimento a un episodio del 1741 – quando Maria Antonietta non era nemmeno nata – ed era una diceria attribuita di volta in volta a varie principesse straniere. Fu la propaganda rivoluzionaria ad appiccicarla ad arte sulle spalle della regina per aizzare l’odio della piazza contro l’Austriaca (così la sovrana veniva denominata dai suoi detrattori).

Se nella prima giovinezza a Versailles la giovane arciduchessa poté concedersi le frivolezze e le imprudenze tipiche dell’età e dell’isolamento di corte, la vera natura dell’anima di Maria Antonietta si rivelò nel crogiuolo della sofferenza. Fu proprio l’uragano rivoluzionario a spogliarla di ogni vanità, facendone emergere la statura morale di donna fiera, moglie devota e madre eroica.

L’ostilità giacobina non risparmiò alla famiglia reale alcuna tortura psicologica. Già nei primi mesi di prigionia alla Torre del Tempio, la regina dovette subire lo strazio dell’atroce fine toccata alla sua più cara e fedele amica, la principessa di Lamballe (Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano). Massacrata barbaramente dalla folla durante le stragi di settembre del 1792, il suo corpo fu profanato e la sua testa, spiccata dal busto e conficcata su una picca, fu condotta in macabro corteo fin sotto le finestre della cella reale per terrorizzare la sovrana, che cadde svenuta per l’orrore.

Pochi mesi dopo giunse il dramma della separazione dal consorte, Luigi XVI. Maria Antonietta dovette patire l’agonia della separazione definitiva la mattina del 21 gennaio 1793, rimanendo reclusa al Tempio in angosciosa attesa finché il rombo dei cannoni e le grida della piazza non le annunciarono che il capo di suo marito era caduto sotto la lama giacobina.

Ma la ferocia dei rivoluzionari non si fermò qui: il Comitato di Salute Pubblica volle strapparle dal petto il figlio prediletto, il piccolo Delfino di soli otto anni (Luigi XVII). Recluso in condizioni disumane e affidato alle grinfie di un calzolaio analfabeta e fanatico di nome Simon, il bambino fu sottoposto a una vera e propria opera di plagio e distruzione psicologica, fino a costringerlo a sottoscrivere un’orribile e mostruosa accusa di incesto contro la sua stessa madre.

Trasferita nell’agosto del 1793 alla Conciergerie – l’anticamera della ghigliottina – Maria Antonietta era una donna fisicamente stremata: colpita da un grave tumore all’utero con continue ed esaustive emorragie, prematuramente incanutita e ridotta all’ombra di sé stessa ad appena trentotto anni. Gli stessi medici e storici concordano sul fatto che la malattia la avrebbe condotta alla morte naturale nel giro di pochissime settimane. Ma i giudici del Terrore non potevano permettersi che la regina morisse nel suo letto di prigione: avevano bisogno dello spettacolo pubblico della ghigliottina, del regicidio rituale per sanzionare ideologicamente il nuovo ordine repubblicano prima che la natura privasse la gogna del suo trofeo.

Sottoposta a un processo farsa gestito dal pubblico accusatore Fouquier-Tinville, Maria Antonietta mantenne un contegno di incrollabile ed eretta dignità. L’apice morale del dibattimento si toccò quando l’agitatore Hébert tirò in ballo la calunnia dell’incesto proveniente dal figlio plagiato.

Di fronte a quell’insulto alla sacralità della maternità, la regina dapprima tacque nell’altissimo disprezzo; poi, incalzata dal presidente del tribunale, si alzò in piedi e pronunciò parole scolpite nella storia: «Se non ho risposto è perché la natura stessa si rifiuta di rispondere a un’accusa simile lanciata contro una madre! Mi appello a tutte le madri che sono presenti!».

Quel grido fece tremare la sala: una corrente di profonda commozione unì le popolane presenti all’imputata, costringendo Robespierre a maledire Hébert per aver regalato alla sovrana il suo ultimo, smagliante trionfo morale di fronte alla storia.

La sua grandezza spirituale e la sua incrollabile fedeltà alla Chiesa di Roma rifulsero in modo commovente nelle sue ultime ore. Nella celebre lettera-testamento indirizzata alla cognata Madame Élisabeth alle quattro del mattino del 16 ottobre 1793, la regina aveva scritto con lucida fermezza che non avrebbe mai accettato i sacramenti da un prete costituzionale (ossia che aveva giurato fedeltà al regime rivoluzionario scismatico anziché al papa), affermando che lo avrebbe trattato come un completo estraneo. E così fu.

Quando l’Abbé Girard, sacerdote costituzionale impostole dalle autorità, salì con lei sulla carretta dei condannati, Maria Antonietta, pur senza perdere la regalità del contegno, non gli rivolse una singola parola né un solo sguardo per l’intero tragitto, lasciando inascoltate le sue esortazioni.

Tuttavia, il Cielo non la lasciò priva del conforto della Grazia: lungo Rue Saint-Honoré, da una finestra un sacerdote refrattario (clandestino e fedele al papa), mimetizzato tra la folla, le impartì da lontano la benedizione e l’assoluzione in extremis. La regina, avvertita segretamente della presenza del sacerdote a un certo punto del tragitto che avrebbe compiuto, giunta sul luogo indicatole, chinò brevemente il capo in un gesto di profonda preghiera interiore, ricevendo il conforto sacramentale prima del martirio.

In Place de la Révolution, la sovrana dovette affrontare i ripidi gradini del patibolo. La struttura in legno della ghigliottina era scivolosa e impregnata del sangue accumulatosi in mesi di quotidiane esecuzioni (le chiamavano “le infornate”, pensate un po’, perché si giungeva a decapitare anche una cinquantina di persone in un sol giorno).

Maria Antonietta, con le mani strettamente legate dietro la schiena, le calzature di fortuna e il corpo indebolito dalle emorragie del tumore, perse leggermente l’equilibrio sulle assi viscide e finì per calpestare inavvertitamente il piede del boia Charles-Henri Sanson. Subito ricomposta nella sua nativa nobiltà d’animo, le sue ultime parole umane furono un gesto di squisita cortesia cristiana: «Pardon, monsieur. Non l’ho fatto apposta».

Demolire l’aura leggendaria della Rivoluzione francese significa rimettere sul piatto della storia la nuda verità dei fatti: da un lato l’ideologia giacobina che non esitò a ricorrere alla calunnia, alla tortura psicologica sui fanciulli e al regicidio di una donna già moribonda; dall’altro la testimonianza d’una regina e madre che, attraverso l’ingiustizia e il martirio, ha saputo difendere fino all’ultimo respiro la propria Fede e la sacra dignità della sua persona. Come giustamente sintetizzò Edmund Burke, con quel regicidio si estinse l’età della cavalleria ed ebbe inizio il dominio dei sofisti e degli ideologi; ma la luce di quel coraggio rimane una condanna inappellabile contro la barbarie di ogni tirannia rivoluzionaria.







La correlazione tra divorzio e denatalità. Uno studio della Bocconi



«I figli adulti provenienti da famiglie divorziate hanno un tasso di fertilità più basso e più spesso non hanno figli». Uno studio unico pubblicato dalla Bocconi dimostra per la prima volta la correlazione tra divorzio e denatalità. E toglie ogni alibi su una delle cause tabù dell'inverno demografico.


Studio della Bocconi

Divorzio e denatalità, la correlazione c’è e toglie ogni alibi


Andrea Zambrano,  16-10-2026

Nel corso degli anni le ricadute del divorzio sono state analizzate sotto molteplici aspetti. La separazione è stata studiata con le lenti di volta in volta della Sociologia, della Psicologia e persino dell’Economia. Sono stati scandagliati gli effetti della fine di un matrimonio nel benessere psicofisico dei figli, nelle condizioni economiche degli ex sposi, nell’aumento di povertà e persino nella capacità di riflettere voglia di vivere.

Ma finora mancava all’appello un’indagine che affermasse che il divorzio è una delle cause primarie anche della denatalità che flagella le coste occidentali. E mancava perché è difficile dimostrare ciò che a grandi linee, almeno secondo una correlazione puramente empirica, è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Del resto, prendiamo per esempio l’Italia: basta guardare il dato, drammaticamente inversamente proporzionale, per cui all’approvazione della legge sul divorzio la curva demografica abbia iniziato ad abbassarsi mentre il numero delle separazioni aumentava vertiginosamente. Una tendenza mai invertita da più di 50 anni a questa parte.

Ma oggi è caduto anche questo ultimo tabù. Ed è caduto grazie ad uno studio innovativo e unico nel suo genere, per mole di dati raccolti e tecniche utilizzate, che mette in relazione stretta le ricadute del divorzio con l’influenza esercitata sui figli nel loro progetto di fertilità. Un’influenza, per stessa ammissione degli autori di questo studio, che è sempre stata poco studiata.

Invece, lo studio intitolato Esiti riproduttivi dei figli adulti con genitori divorziati: risultati emersi dai dati demografici scardina ogni certezza e rimette sul banco degli imputati, come causa primaria della denatalità, proprio il “diritto” più importante, perché il primo che ha dato il via alla stagione del liberi tutti.

Silvia Palmaccio, ricercatrice del Centro di ricerca sulle dinamiche sociali e le politiche pubbliche dell’Università Bocconi di Milano, ha condotto con i colleghi Deni Mazrekaj (Università di Utrecht) e Kristof De Witte (KU Leuven, Belgio) la sfida delle sfide per scovare l’elefante nella stanza: il primo dei nuovi diritti con la prima delle emergenze nazionali. Una correlazione quasi scandalosa che assume i tratti della bestemmia “laica” se insistentemente associata.

Eppure, ce l’hanno fatta. Con un programma che ha coinvolto lo studio di oltre 1,7 milioni di persone dalla nascita fino ai 40 anni nei Paesi Bassi.

Un dataset di dimensioni mastodontiche, ma che da solo non è bastato. A comprovare l’unicità della metodologia utilizzata c’è anche la capacità di distinguere l’effetto del divorzio da quello di altri fattori famigliari invisibili, come conflitti, caratteristiche socioeconomiche o tratti personali ereditari per poter avere un campione raffinato e pulito il più possibile da concause scatenanti che ne avrebbero inquinato il dato.

Il risultato è sorprendente ed è la stessa Bocconi a metterlo nero su bianco sul suo sito, quando ha pubblicato lo studio nell’aprile scorso, peraltro senza una “ripresa” mediatica adeguata alla notizia, ma questa è una ricaduta del generale disinteresse della stampa mainstream a ricercare le vere cause di un fenomeno complesso come è la denatalità, essendo tirato in ballo direttamente il diritto fondamentale dell’uomo nuovo.

«Crescere in una famiglia divorziata è associato a una minore probabilità di avere figli e a una riduzione del numero totale di figli – si legge nell’articolo di presentazione -. Lo studio lo sintetizza chiaramente: “I figli adulti provenienti da famiglie divorziate hanno un tasso di fertilità più basso e più spesso non hanno figli”».

Per spiegare questo risultato, Palmaccio, Mazrekaj e De Witte hanno esplorato diversi possibili meccanismi, «ma è uno in particolare a emergere con forza: la durata delle relazioni. Chi cresce in famiglie divorziate tende, in media, a entrare e uscire dalle relazioni più rapidamente. E questo, a sua volta, si associa a differenze nelle scelte riproduttive».

Quindi, il vero punto di caduta non è tanto nel desiderio di genitorialità o nella sua vocazione, che varia anche per molti altri fattori, quanto in una minore esposizione a relazioni stabili in cui avere figli diventa possibile. Ecco perché la fertilità appare così legata alla stabilità delle unioni e questo è un fenomeno che si trasmette – questa la scoperta sostanziale – di padre in figlio, di madre in figlia.

Lo studio evidenzia dunque un quadro negativo andando a toccare proprio il tasto dolente di questa società: «La crisi demografica non è solo una questione economica o culturale. È anche il risultato di dinamiche familiari che si trasmettono nel tempo, spesso in modo invisibile».

Con buona pace dei soloni che teorizzano la crisi delle culle come un fenomeno ineluttabile o una catastrofe piovuta dal cielo con meccanismi imperscrutabili o peggio ancora andando a cercare soluzioni sostituzioniste. Quando semmai, hanno nomi e cognomi di responsabili che fanno cadere ogni alibi. E la generale assuefazione della politica di fronte al divorzio, unita alla preoccupazione recente per il calo della natalità, non fa altro che non riconoscere il problema, andando a cercare cause e risoluzioni insufficienti o fuori portata.






Pena capitale. Una rottura con il passato?



La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica


16 ottobre 2026


Rev. Leon, 12 ottobre 2026

Il rinnovato rifiuto della pena capitale da parte di Papa Leone XIV solleva un interrogativo che va oltre la giustizia penale: quando un'istituzione religiosa modifica il proprio insegnamento morale, cosa significa affermare che la sua dottrina rimane in continuità con il passato?

Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.

Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?

Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.

Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.

La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].

Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.

Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.

Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.

Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.

Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.

La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.

Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.

La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.

Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.

La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.

La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.

Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.