martedì 27 ottobre 2026

Il documento “Venite ad me”, la Chiesa e il mondo. Opportunità e rischi





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by Aldo Maria Valli




di Vincenzo Rizza, 27 ott 2026

le “Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”, pubblicate dal Dicastero per la dottrina della fede con il titolo “Venite ad me”, offrono lo spunto per una riflessione su un rischio sempre più evidente nella pastorale contemporanea: il pericolo che l’attenzione alla dimensione personale della fede finisca per mettere in secondo piano l’annuncio della Verità.

Il documento, al punto 8, formula una doverosa premessa: “Il suo scopo … è principalmente quello di stimolare la riflessione ecclesiale e l’impegno pastorale attorno alla trasmissione della fede. Per questo, si prende in esame nel testo una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi. Ciò significa che queste Considerazioni non si caratterizzano, come altri testi del Dicastero per la Dottrina della Fede, per la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione, ma ammettono uno stile più discorsivo, come emerge soprattutto nella citata sezione dedicata alle testimonianze”.

Non che altri documenti emanati negli ultimi anni dal Dicastero brillino per “la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione”; almeno questa volta, tuttavia, gli estensori mettono le mani avanti e non pretendono di “chiudere la questione”.

Il documento insiste sulla necessità di trovare linguaggi capaci di raggiungere l’uomo di oggi. È un’esigenza legittima e condivisibile: la fede non è un’arida raccolta di formule e precetti, ma l’incontro con una Persona, Gesù Cristo.

Il problema nasce, tuttavia, quando per “risvegliare la fede in chi non la pratica più da tempo (…) o per promuovere un’esperienza di fede (fides qua) in chi non ha ancora conosciuto Cristo”, si lascia sullo sfondo il “lavoro specifico della catechesi e della formazione dei credenti, entrambe chiamate ad offrire anche un’ordinata e graduale introduzione alla dottrina della Chiesa (fides quae)” e la “trasmissione del depositum fidei” (punto 5).

La distinzione tra fides qua, l’atto con cui si crede, e fides quae, il contenuto della fede, è certamente utile. Non deve però trasformarsi in una gerarchia implicita, nella quale l’esperienza personale e la relazione occupano il centro, mentre la Verità da credere viene relegata ai margini. Non basta che il fedele si senta accolto: occorre che gli sia annunciato integralmente ciò in cui è chiamato a credere. La fede e il suo contenuto non possono essere separati.

Quando ci si preoccupa soprattutto di non ferire la sensibilità dell’interlocutore, di non apparire severi, di non suscitare resistenze, di assecondare il fedele, si rischia di attenuare proprio gli aspetti del Vangelo che maggiormente mettono in discussione l’uomo e le sue convinzioni.

Così il peccato diventa una parola da usare con cautela, la conversione un’esigenza da non sottolineare troppo, la rinuncia a sé stessi un tema poco adatto alla comunicazione contemporanea. Si preferisce parlare di accoglienza, accompagnamento e cammino, evitando di ricordare che quel cammino ha una direzione e una meta, e che seguire Cristo comporta anche cambiare vita.

Naturalmente non si tratta di contrapporre la Verità alla misericordia, come se annunciare la prima significasse rinunciare alla seconda. È esattamente il contrario: la misericordia cristiana non consiste nel tacere la Verità per risparmiare a qualcuno il disagio di ascoltarla. Consiste nell’annunciarla con carità, senza umiliare chi sbaglia, ma senza nascondere il messaggio di Cristo e senza fingere che l’errore non esista. Gesù accoglie i peccatori, ma li chiama anche alla conversione e indica una strada da percorrere.

Altrimenti il rischio è che, per compiacere il fedele, si finisca per nascondergli proprio ciò di cui avrebbe più bisogno. Il rischio è di confondere l’accoglienza con l’approvazione, la vicinanza con l’assenza di giudizio morale, la capacità di ascoltare con la rinuncia a insegnare. Sennonché una Chiesa che si preoccupa soprattutto di non disturbare e di adeguarsi allo spirito del mondo, finisce per tacere la Verità e diventa irrilevante. Non perché il mondo non abbia più bisogno del Vangelo, ma perché si ritrova davanti un messaggio che si limita a ripetere ciò in cui la cultura dominante già crede.

Forse anche qui si trova una delle ragioni per cui la fede fatica a essere trasmessa. Non basta interrogarsi sui metodi, sui linguaggi e sulla capacità di raggiungere le nuove generazioni. Bisogna chiedersi anche che cosa venga loro effettivamente consegnato. Una fede non si trasmette se si smette di annunciarne il contenuto; e non si può trasmettere un messaggio che, per paura di risultare sgradito, è stato progressivamente svuotato delle sue verità più esigenti.

Il Vangelo non ha bisogno di essere reso innocuo per essere annunciato. Ha bisogno di essere comunicato con intelligenza, pazienza e carità, ma nella sua interezza. La Chiesa deve certamente parlare all’uomo del proprio tempo; non può però assumere le sue aspettative come criterio per decidere quali verità annunciare e quali, invece, lasciare in ombra o dimenticare. Perché se per non scontentare il mondo finisce per parlare la sua stessa lingua e condividerne le stesse idee, rischia di essere accettata (se e quando viene accettata) proprio perché non ha più nulla da dire.



Fonte



Un pregiudizio di un altro colore non serve alla Verità






UN PREGIUDIZIO DI UN ALTRO COLORE – Le schede della CEI per conoscere l’Islam



Di Paolo Piro, 27 ttobre 2026

Il 21 ottobre scorso, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato “Le Schede per La Conoscenza dell’Islam“, pubblicazione ad uso di insegnanti di Religione Cattolica e studenti. Al fianco di Zuppi, fra gli altri, il Presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche Italiane) Dott. YASSINE Baradai, organizzazione con sensibilità affini al progetto di reislamizzazione della Fratellanza Musulmana. Per inciso, l’UCOII non ha mai condannato la Fratellanza Musulmana, messa fuorilegge a causa della sua matrice terroristica da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Bharein, Siria, Emirati Arabi, tanto meno ha preso le distanze da Hamas. Le “Schede“, sono un progetto della CEI realizzato in collaborazione con eminenti studiosi. L’obiettivo è offrire una conoscenza dell’Islam e smentire i diffusi pregiudizi negativi sulla fede dei musulmani perché, afferma il presidente della CEI, “Tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani (…) siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell’islam”. 

Il documento (96 pagine), premette frequentemente: “secondo l’Islam”, “secondo il famoso Hadit”, “Secondo la visione sciita”, “secondo la Tradizione sciita maggioritaria”, “secondo la visione sunnita”. Posta la natura plurale dell’Islam e l’assenza di un magistero universalmente riconosciuto ci si potrebbe chiedere: quale Islam descrivono le schede? In questo senso, il testo è carente di distinguo chiari e di letture critiche. Ad esempio a pag. 67 si legge: “È scritto nel Corano: Chiunque ucciderà una persona senza che questa ne abbia ucciso un’altra o abbia corrotto la terra, è come se avesse ucciso l’intera umanità» (Cor. 5,32)”, l’affermazione appare nobile e affascinante, se non fosse che per i musulmani è l’infedele in quanto tale, cioè chi musulmano non è, che sparge la corruzione sulla terra, una condizione che mette in pericolo la sua vita oppure la sua dignità di membro di una società (dhimmitudine), ma di tale critica non c’è traccia. E’ paradossale affermare (pag. 73): “In questa scheda sono considerati quasi esclusivamente l’Islam “ortodosso” sunnita e il Cattolicesimo romano” come se l’islam mondiale potesse vantare un magistero unico ed universale, quindi una ortodossia. 

L’Islam vive una costante lotta interna per la leadership e per una ortoprassi condivisa, non c’è traccia di una dottrina unica, quindi non può esserci una ortodossia come la s’intende nel Cattolicesimo romano. Non esite al mondo nulla di più variegato, contraddittorio, plurale, magmatico e conflittuale delle interpretazioni sulla fede islamica. A parte la grande e storica divisione tra Sunniti e Sciiti, fonte di odi sanguinari, nell’Islam sussistono e convivono, per lo più conflittualmente, innumerevoli scuole giuridiche, di pensiero ed esegetiche: sufi, jazariti, , kharagiti, hanafiti, hambaliti, malikiti, athariti, ashariti, maturiditi, ahbashi, usiliti, akhbariti, jafariti, duodecimani e settimani, alewiti e usuliti, ibaditi, salafiti e wahabiti, Fratelli Musulmani, jamaat, etc. etc. etc., quale islam descrivono le schede e quale magistero islamico unico può rispondere a tale domanda?

Il Card. Zuppi ha ragione quando afferma che conosciamo poco l’Islam nonostante sia la seconda religione del Paese ma, chiedo se sia più preoccupante il fatto che conosciamo poco Cristo e la sua Chiesa, se non per pregiudizi e luoghi comuni, medioevo, crociate, inquisizione, Galileo, oscurantismo, pedofilia, simonia, etc… Nel tentativo di smontare il pregiudizio negativo sull’Islam, la lettura delle schede finisce con il costituire un notevole ed autorevole pregiudizio positivo sull’Islam stesso. Secondo il Cardinale le undici schede permettono una «conoscenza condivisa” che è “il contrario dello scontro di civiltà», un’idea che fomenta guerre ed il cui carattere sarebbe pericoloso ed “islamofobo”. Questo significa che la pubblicazione offre una visione parziale dell’Islam tutta tesa ad “evitare lo scontro”. Una visione parziale non può che chiamarsi “ideologica”, perché pretende di esaurire il tema in un quadro ristretto.

L’indiscutibile autorevolezza dei redattori viene posta a servizio di una lettura pregiudizialmente positiva e rasserenante dell’Islam. Il testo è un prodotto esemplare di un metodo con il quale, utilizzando informazioni vere, si tesse una narrazione falsa perché soggettiva, quella di chi l’ha condivisa. L’Islam della CEI è ricca di “compagni che sbagliano” e di pii musulmani che sono nostri correligionari, posto che abbiamo lo stesso Dio e la stessa attesa eterna. Il testo non lesina approssimazioni come questa: “La memoria storica dell’Andalusia e della Sicilia, che fungevano da ponti di scambio culturale tra le due sponde del Mediterraneo. In questo modo, la cultura e la civiltà islamiche hanno potuto contribuire allo sviluppo della civiltà europea“. 

Dimenticando gli stermini, le razzie, i rapimenti, lo schiavismo, che imperversarono dal secolo VIII al XVIII, sulle coste del Mediterraneo, di cui furono protagonisti i saraceni prima e gli ottomani poi. Si dimenticano i Padri Trinitari, i Religiosi Mercedari e le migliaia di religiosi e confrati che si diedero in schiavitù per liberare tantissimi poveri infelici che marcivano nei Bagni del Maghreb, ai remi delle galee o, ancora, negli harem dei sultani. Abbiamo dimenticato le donne, le fanciulle, i fanciulli oggetto del più perverso schiavismo? Si può sottacere che in 34 dei 50 Paesi islamici, i cristiani sono sistematicamente perseguitati? Se è vero che l’islam è di sua natura plurale, ma non pluralista, com’è possibile fotografarlo con una istantanea? 

Non poteva mancare l’usurato “mea culpa” per il colonialismo europeo (pag. 23), dimenticando che fu grazie ad esso che le nostre coste si liberarono dalla tratta schiavista ottomana, fu con esso che i paesi musulmani stessi, poterono accedere ai benefici della scienza, della medicina, della tecnologia e della cultura occidentale, il concetto di repubblica non esiste nell’Islam eppure, oggi, esistono repubbliche islamiche. Fu allora che cessò, per i musulmani, il divieto, pena la morte, di stampare, detenere e leggere libri. Un divieto lungo trecento anni. 

In estrema sintesi il testo disarma chi cerca un vero dialogo con i musulmani, fra un Io e un Tu ben identificati. Il testo nega una realtà fondamentale, non è lo stesso Dio, non è lo stesso uomo, non è lo stesso mondo, non è la stessa speranza, che hanno i cristiani, eppure si tende a fare passare l’idea esattamente opposta. Se si vuole incoraggiare il dialogo, non è con un pregiudizio di segno contrario a quello corrente che ciò e realizzabile. Si può affermare che esistono tanti Islam quanti sono i musulmani nel mondo, per questo il dialogo è possibile e necessario ma, occorrono realismo e speranza, senza il primo la seconda è illusione, un’illusione molto pericolosa! Liberarsi dai pregiudizi è possibile, ma è la Verità che fa liberi, non un pregiudizio di un altro colore!




Autore del libro MEDITERRANEO: L’OMBRA DEL JIHAD SULLA LUNGA TERRA, Quaderni dell’Osservatorio 19, Edizioni Cantagalli, Siena 2026 VEDI QUI

(Fonte: https://www.societadomani.org – Immagine: Sito web CEI)





lunedì 26 ottobre 2026

San Pietro negata a cattolici. Il sacrificio del cattolicesimo "consummatum est"




Riflessioni sul divieto vaticano ai pellegrini di Summorum Pontificum di celebrare messa a San Pietro, e di entrarvi in processione.




Benedetta De Vito, 26 ottobre 2026

Il sacrificio del cattolicesimo è consumato. Ieri, ventiquattro ottobre 2026, la Basilica di San Pietro ha chiuso la porta in faccia ai pellegrini del Summorum pontificum. Quindi, secondo Prevost, sulla tomba dell’Apostolo possono pregare mussulmani, omosessualisti, pachamanisti, può strimpellare alla chitarra un cantante pop, ma i cattolici no.

Via le pie devote con velo, via i sacerdoti che amano la liturgia tradizionale, via, via, via. E loro, ubbidienti, commoventi, dopo aver recitato il Credo all’obelisco, si sono incamminati verso Santa Maria Maggiore per la Santa Messa pontificale. Ieri, la Fraternità San Pio X è stata scomunicata. Oggi il tradizionale pellegrinaggio romano viene trattato a pesci in faccia e domani chissà che cosa accadrà. Viene da piangere se non fosse che il Signore ci richiama alla pace del cuore. E così sia. Il martirio è sugo della nostra fede.

Resta l’amarezza: è una vera impresa restare fedeli senza fedeli pastori. La delusione è continua. Si accoglie a braccia aperte una “mullally” (notate il diavoliano islamico…) protestante, si permette ai mussulmani di pregare in San Pietro, si lasciano entrare pachamame, arcobaleni, persone che scambiano per gabinetto il santissimo altare e si vieta l’entrata ai cattolici. E non li chiamo apposta tradizionalisti perché mi sono stancata di questa stupida etichetta. Noi siamo cattolici. Punto. Sì, un’impresa nel pianto. Gli ostacoli, gli inciampi, le buche sono qui, lì, ovunque. Lo scoramento è una tentazione feroce che a me paralizza il cuore. Mi ritrovo poi in slancio immersa nella preghiera e i sassolini delle mie orazioni mi portano di nuovo a Lui. Respiro, sbadiglio (sì per cacciare il mal consiglio…), vivo. Mi rifugio nel Sacro Cuore di Gesù.

Duro, difficile, il cammino, il restar saldi nella Fede, nella Speranza, nella Carità, tra le tante insidie della nuova chiesa sinodale e pazza. Ogni giorno ce n’è una da raccontare sul nuovo sciagurato corso, pan-umanista, affratellato in una nuova torre babelica, che vuole vivere nel mondo e che del mondo al contrario accetta le regole. Prevost ha difeso la laicità dello Stato mentre per noi Cristo è Re e regnerà ora e sempre: Viva Cristo Re. E che dire dell’ecumenismo che procede minaccioso. A Milano, nell’arcidiocesi che fu di Sant’Ambrogio, si studia il buddismo, la Cei stampa schede islamiche da usare durante le ore di religione e nella curia leonina prosperano i sinodalisti, con look protestante, pro-sacerdozio femminile. E in giro per il mondo se ne vedono di cotte e crude: cerimonie maya, buddiste, mostre orrifiche, preti che celebrano Messa in maglia da terzino, sul monopattino, con la bandana…

Vabbè, oramai è quasi inutile rincorrere l’abominio, infruttuoso, come dice mio marito (e molti altri), scagliare dardi e fuoco e fiamme, quindi mi limito a osservare i fatti e ad elencarli così tanto per tenere deste le coscienze già appannate dalla coltre satanica che tutto oramai ricopre. Teniamo a mente la successione dei fatti, ben desti nella memoria siano i passi verso l’abisso dove ci conducono i falsi pastori, il cui lume è spento. Accesa, però, ancora oggi, dopo secoli, è l’antica Torre degli Specchi. Sì nel potente nome del Convento di Santa Francesca Romana che si visita solo nel giorno del transito di Ceccolella (il 9 marzo) e che ci ricorda che, nonostante tutto – passano Papi, giorni, secoli – il Lume Eterno (la Torre dove anticamente ardeva un fuoco e che conteneva il magico specchio dove si studiava la situazione dell’impero) mai si spegne.

Il mio cuore è con i pellegrini del Summorum pontificum e di certo da lassù il grande Benedetto XVI, il mio amatissimo, li guarda con affetto e li benedice. Intanto la piccola, adorabile Santa di Fatima, la dolcissima Giacinta Marto, mi parla, nel silenzio sofferto della mia notte insonne, del terzo segreto che non è stato rivelato per intero, come ha detto anche Papa Ratzinger. E lo credo bene! E capisco perché Malachi Martin dichiarò che se fosse stato rivelato confessionali e chiese si sarebbero riempiti… Prego, il sonno mi vince e nel sonno ritrovo fortezza e respiro. Santa Giacinta, piccolo fiore vivo, prega per noi. Era solo una bambina, fu tutto in Dio. Sì: vivat Jesus in cordibus nostris semper.








Le anime del Purgatorio non possono fare nulla per se stesse, ma noi molto per loro




"PREGATE PER NOI!" 

IL SEGRETO DELLE ANIME DEL PURGATORIO SECONDO IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA E MARIA SIMMA

Non solo il Purgatorio esiste, ma è pieno di anime - magari proprio dei nostri defunti - che attendono le nostre preghiere per essere liberate. Questa verità è ribadita dal Catechismo della Chiesa Cattolica e compare nelle Sacre Scritture. Ma ci sono anche una schiera di santi e mistici che con le "anime sante" ci hanno parlato per davvero, come Maria Simma, che ha offerto la vita per mandarne il più possibile in Paradiso. E che, proprio sui defunti, ci ha svelato un importante segreto...

Solo Dio può sapere con certezza dove si trovi l’anima di un defunto, se in Paradiso, in Purgatorio o all’Inferno. A noi uomini non è dato saperlo in alcun modo. Abbiamo però sulle stesse anime un potere davvero enorme. Possiamo infatti scegliere se mandare un’"anima santa" velocemente in Paradiso, oppure farla attendere a lungo tra terribili patimenti. Non solo. Fare ciò è per noi di una facilità disarmante: basta pregare. Ebbene, se ancora non conoscete l’incredibile segreto delle anime del Purgatorio, leggete quanto segue perché potrebbe cambiare le vostra prospettiva sulla vita.


IL PURGATORIO ESISTE

Prima di addentrarci in questa particolare dimensione della Vita eterna, è fondamentale una precisazione: il Purgatorio, con buona pace dei negazionisti, esiste. Esattamente come esistono il Paradiso e l’Inferno. Chi lo dice? Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1030-1032) definisce l’esistenza della “dottrina della fede relativa al Purgatorio”, così come formulata principalmente nei Concili di Firenze e di Trento. Inoltre, le Sacre Scritture sono ricche di rimandi che ne giustificano l’esistenza. Per esempio, nel Vangelo di Matteo (Mt 12,32) si parla di «fuoco purificatore» per le cosiddette «colpe leggere», in contrapposizione alla «bestemmia contro lo Spirito Santo, che non sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro». Ancora. Nel Secondo Libro dei Maccabei si legge del «sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2 Mac 12,45). Il Catechismo rievoca poi la Tradizione della Chiesa, ove il «sacrificio eucaristico», ma anche «le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza» sono vivamente raccomandati, «affinché i defunti, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio».

Detto questo, l’infinita bontà di Dio, che tutto compie per la nostra Salvezza, ci ha regalato una sfilza di santi e mistici che in Purgatorio ci sono stati per davvero e che, con le anime del Purgatorio, hanno avuto visioni e colloqui rivelatori. A riguardo si potrebbero citare, per esempio, Santa Geltrude, Santa Caterina da Genova, Santa Margherita Maria Alacoque, il Santo Curato d’Ars, San Giovanni Bosco, San Pio da Pietrelcina, Santa Gemma Galagani…. Ma è la mistica austriaca Maria Simma che più di tutti ci illumina sull’argomento, avendo offerto la vita intera unicamente per trascinare le anime dei defunti in Paradiso.


«IN PURGATORIO NON TI MANDA DIO»

Nata a Sonntag (Austria) il 5 febbraio 1915, in una famiglia assai numerosa e altrettanto povera, Maria sente presto il desiderio di consacrarsi a Dio. Per via della sua debole salute, ben tre conventi la rifiutano sicché, dalla morte del padre, inizia a vivere da sola nella casa paterna, facendo voto di verginità alla Madonna e offrendosi a Dio con il voto di “anima vittima” d’Amore ed Espiazione. Evidentemente il Signore la prese subito sul serio, dal momento che dal 1940, sino alla sua morte, nel 2004, le anime dei defunti le fecero visita ininterrottamente, al fine di essere liberate dalle sofferenze del Purgatorio ed andare così in Paradiso.

«La prima volta – racconta la veggente – mi svegliai perché qualcuno stava camminando su e giù per la mia stanza. Dissi: “Ehi! Chi sei?”. Nessuna risposta. Allora saltai fuori dal letto, corsi verso di lui e cercai di afferrarlo, ma mi trovai con nulla in mano». La Simma racconta che, nella stessa notte, un simile episodio si ripete una seconda volta. Sarà dunque il suo confessore a darle il giusto suggerimento: «Se ti dovesse capitare di nuovo, non chiedere: “Chi sei?”, ma piuttosto: “Che cosa vuoi da me?”. Potrebbe essere un’anima del Purgatorio». E così fu: l’uomo rispose di far celebrare tre Sante Messe in suo favore, «poi sarò libero».

Ma che cos’è il Purgatorio? «Il Purgatorio - dice Maria - è un luogo ed una condizione che ogni anima vive quando ha ancora bisogno di espiare e riparare i peccati che ha commesso durante la sua vita, prima che essa possa raggiungere Gesù in Paradiso. (…) Di solito si dice che il Purgatorio è una condizione. Ciò è vero solo a metà perché è decisamente anche un luogo. È anche un tempo di attesa in cui le anime anelano a Dio, e questo desiderio inappagato è la loro sofferenza maggiore». La mistica continua spiegando che ci sono diversi livelli di sofferenza in Purgatorio, ad esempio: solo nei livelli più bassi Satana può attaccare le anime, che sono invece protette nei livelli più alti. Un’altra verità fondamentale che ci rivela, riguarda la collocazione delle anime: «Non è Dio a mandare le anime in Purgatorio. Ma sono le anime stesse a giudicarsi e collocarsi al livello appropriato. Sono loro che desiderano purificarsi prima di giungere a Dio!».

Vi è di più: nonostante le durissime sofferenze cui sono sottoposte, nessuna anima del Purgatorio vuole abbandonare la propria condizione per tornare nelle tenebre della terra. Anzi, sono pazienti e vogliono soffrire, perché sanno che così possono purificarsi per arrivare totalmente luminose davanti a Dio. Questo è motivato dal fatto che la visione seppur parziale di Dio che hanno le anime in Purgatorio, è bastevole ad infondergli la Luce della Verità.


PERCHE’ SI VA IN PURGATORIO?

I peccati che fanno andare con più frequenza le anime in Purgatorio, secondo la Simma, sono quelli «contro la carità, contro l’amore del prossimo, la durezza del cuore, l’ostilità e la calunnia. So che la maldicenza e la calunnia - dice Maria - sono tra le colpe più gravi che necessitano di una lunga purificazione». A tal proposito ella racconta di una vicenda relativa ad un uomo e una donna. Con grande meraviglia di coloro che li avevano conosciuti, la donna era già in Paradiso, mentre l’uomo in Purgatorio. Quella donna era morta dopo aver fatto un aborto, l’uomo invece andava spesso in chiesa e faceva una vita apparentemente assai dignitosa e pia. I due erano morti contemporaneamente, ma la donna si era pentita con sincerità per ciò che aveva fatto, ed era stata molto umile; l’uomo, al contrario, pur essendo religioso, si lamentava sempre, sparlava della gente e criticava. Ecco perché il suo Purgatorio è stato molto lungo. Altri peccati contro la carità sono certamente il rifiuto di fare pace e i vari rancori che si portano nel cuore: la Simma fa molti esempi di anime che sono in Purgatorio proprio per aver ostinatamente negato il proprio perdono.

Per quanto riguarda i sacerdoti, invece, la mistica riferisce che i primi motivi che le vengono in mente, per cui essi devono scontare il Purgatorio, sono: «la disobbedienza al Santo Padre, il poco amore per la Santa Messa, per la preghiera e per il digiuno, la mancata lettura dell’Ufficio e la distribuzione della Comunione in mano». Su quest’ultimo punto la veggente riporta numerosissimi casi da lei assistiti e, soprattutto, riferisce la gravità del comportamento dei sacerdoti che «non hanno aiutato ad avere rispetto per l’Eucaristia, poiché così tutta la fede ne soffre».


PER AIUTARCI AD ANDARE IN PARADISO

«Il modo più efficace per facilitare la liberazione di un’anima dal Purgatorio - dice la Simma - è la Santa Messa. Perché è Cristo stesso che si offre per amore nostro. È l’offerta di Cristo stesso a Dio, la più bella delle offerte». Poi aggiunge che «se noi in vita ci rendessimo conto del valore di una sola Messa per l’eternità, le chiese sarebbero piene anche nei giorni feriali». Il perché è presto detto: «Nell’ora della morte le Messe che avremo ascoltato saranno il nostro maggior tesoro, esse hanno per noi più valore delle Messe che sono celebrate per noi dopo la morte».

Altri mezzi molto efficaci per aiutare le anime del Purgatorio sono le offerte a Dio delle nostre sofferenze: quelle volontarie, come il digiuno, le privazioni etc… e quelle involontarie, come le malattie, le umiliazioni, i lutti, gli abbandoni etc…

Ebbene, tutto questo dà un significato straordinario alla sofferenza e ai sacrifici che la vita chiede a ciascuno di noi: se li accettiamo con umiltà, se li offriamo e se li viviamo con pazienza, questi possono avere una potenza incredibile per aiutare i nostri cari defunti e tutte le "anime sante" (ma anche le anime in vita). «Le sofferenze sono la prova più grande dell’amore di Dio e se si offrono bene possono guadagnare molte anime”. La cosa importante – continua la Simma – è di unire le nostre sofferenze a quelle di Gesù e di deporle nelle mani della Sua Madre che saprà come meglio utilizzarle».

A tal proposito, occorre dire che le anime hanno raccontato che quando la Madonna arriva in Purgatorio porta una ventata di aria fresca e tanta, tanta consolazione. Infatti, è la stessa Madre di Dio che scende in Purgatorio a liberare le anime ed è per questo che loro la chiamano “Madre di Misericordia”. Inutile dire, dunque, che una preghiera efficacissima per scontare il Purgatorio è il Rosario recitato per i defunti. Così anche le Indulgenze e più in generale qualsiasi forma di preghiera a loro dedicata.

Vi sarebbero moltissime altre cose interessanti da dire, ma in conclusione occorre svelare un segreto, che ci può legare alle anime del Purgatorio in modo davvero potente. Le anime del Purgatorio non possono fare nulla per se stesse: sono totalmente impotenti e, se i vivi non pregano per loro, sono del tutto abbandonate. Perciò il nostro potere nei loro confronti è immenso. D'altra parte, però: se queste sono interdette a pregare per loro stesse, possono invece intercedere per noi, e lo fanno, favorendoci numerosissime grazie e avvicinandoci al nostro Paradiso! Ecco perché, allora, la fede nel Purgatorio è davvero fondamentale: perchè - come dice Maria Simma - «aiuta ad amare Dio con tutta la nostra forza ed in Lui il nostro prossimo».

[Per saperne di più: "Fateci uscire da qui!!", Maria Simma Parla con Nicky Eltz (Edizioni Segno)] - [ Il meraviglioso segreto delle anime del Purgatorio, di suor Emmanuel Maillard] - Fonte: Costanza Signorelli - lanuovabq.it


CHI ERA MARIA SIMMA

Maria Agata Simma, meglio conosciuta come Maria Simma, nacque il 5 febbraio 1915 a Sonntag, in Austria, da Giuseppe Antonio e Aloisa Rinderer. Le umili condizioni della famiglia la portarono a lavorare come bambinaia e domestica. Molto religiosa, frequentò assiduamente i corsi di religione del suo curato, Kari Fritz; tentò anche di farsi suora, ma dovette rinunciare, dopo essere stata rimandata a casa per tre volte a causa della gracile costituzione. Visse successivamente in casa del padre, accudendolo fino a quando egli morì, nel 1947. In seguito visse da sola, in disagiate condizioni economiche, occupandosi dell'orto e accettando anche gli aiuti di gente caritatevole.

Formatasi spiritualmente durante i soggiorni in convento, si consacrò alla Madonna, impegnandosi a intercedere per le anime del purgatorio mediante la preghiera, i sacrifici e l'apostolato. Aiutava anche i bambini a prepararsi alla Prima Comunione, dimostrandosi all'altezza del compito. All'età di venticinque anni, nel 1940, avrebbe cominciato a entrare in contatto con le anime del purgatorio; all'inizio pochi casi all'anno, ma dal 1954 contatti pressoché continui, sia di giorno che di notte. La sua esperienza, descritta successivamente in diversi libri, la rese nota in Austria e all'estero; innumerevoli furono le conferenze da lei tenute, per sensibilizzare la gente sulle richieste di preghiera delle anime del purgatorio. Morì a ottantanove anni il 16 marzo del 2004.

PREGHIERA A MARIA

O amorosissima Consolatrice degli afflitti, o Madre di tutti i fedeli vivi come defunti, volgi lo sguardo misericordioso sulle povere Anime del Purgatorio, che sono così meritevoli della comune pietà perché incapaci di aiutarsi da se medesime.

Presenta, o Madre, al trono dell’Altissimo, a soccorso di quelle Anime, la vita, la Passione, la morte, il sangue preziosissimo e i meriti infiniti del tuo Gesù; unisci i meriti tuoi e quelli dei Santi del Cielo e dei giusti della terra; offri infine i sacrifici, le preghiere, le buone opere di quanti vivono nella grazia e sono graditi a Dio.

Possano tutti questi meriti, uniti a quelli del Redentore e del tuo Cuore addolorato, soddisfare compiutamente la Divina Giustizia, così che le Anime del Purgatorio siano sollevate all’eterno gaudio e, davanti a Dio, intercedere per me e per tutta la Chiesa pellegrina sulla terra. Amen

— Salve Regina, Ave Maria, Gloria





Fonte web 


domenica 25 ottobre 2026

La Messa antica è lo specchio dell’Eternità: e la bellezza che salva









16-10-2026, di A. di J




Carissimi amici e lettori,

c’è un interrogativo che affiora immancabilmente quando un giovane varca per la prima volta la soglia di una chiesa in cui si celebra la Santa Messa tridentina spingendolo a esclamare: «Perché è così bella?». Non si domanda se sia valida, né si interroga su quanto sia antica; la sua anima coglie e formula esattamente la categoria della “bellezza”. E ha perfettamente ragione. La bellezza del rito tradizionale non scaturisce da un orpello esteriore estemporaneo, né si riduce al successo di una regia umana più o meno indovinata; non ci troviamo dinanzi a un concerto sacro o a un’operazione nostalgica dal sapore retrò.

Quello splendore è la manifestazione visibile di una realtà dogmatica immutabile. Come insegna magistralmente San Leone Magno: «Ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa». Questa lapidaria sentenza racchiude il mistero dell’economia sacramentale: i gesti, lo sguardo, la maestà e la potenza redentrice che i contemporanei potevano contemplare nel Verbo Incarnato lungo le strade della Giudea non sono svaniti con l’Ascensione, ma si sono mirabilmente riversati nei santi misteri. La Messa antica è bella precisamente perché si fa specchio terso di questa transizione divina: scompare l’uomo, scompare l’attore e si ritrae il celebrante, affinché sotto il velo dei sacri riti si stagli l’unico ed eterno Sacerdote. La bellezza liturgica non è dunque una decorazione superflua, ma lo splendore della Verità di Cristo che squarcia il tempo e si offre all’adorazione del fedele. Quanto più nella celebrazione si percepiscono la contemplazione, l’adorazione, la gratuità e il rendimento di grazie, tanto più il Salvatore diventa visibile.

Ecco tre pilastri insostituibili di questa bellezza che il mondo moderno e la riforma liturgica hanno colpevolmente dimenticato.

Il valore del silenzio: il linguaggio di Dio

Nella liturgia moderna si assiste a un profluvio ininterrotto di parole: si spiega, si commenta, si saluta e si dialoga orizzontalmente. Il silenzio genera paura, percepito come un vuoto angosciante da riempire a ogni costo. Nella Messa antica, al contrario, il silenzio è pieno, denso di significato soprannaturale.
Si pensi al Canone, il cuore pulsante del Sacrificio, il momento solenne in cui il pane e il vino si transustanziano nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Il sacerdote abbassa la voce e recita le preghiere sottovoce, secreto, rivolgendosi esclusivamente all’Altissimo. Per la mentalità immanentista dell’uomo moderno questo è uno scandalo e obietta: «Non si sente!». Ma il punto focale è precisamente questo: quel silenzio non esclude affatto il fedele, lo invita a entrare nel mistero. Lo costringe a smettere i panni dello spettatore per rivestire quelli del contemplativo. Mentre fuori il mondo urla, dentro la chiesa si spalanca un rifugio inespugnabile. Il sacerdote intercede faccia a faccia con Dio, come Mosè nella tenda dell’Alleanza, e il popolo, in ginocchio, viene ammesso a questo colloquio intimo. In quel sacro silenzio impariamo che Dio non si incontra nel frastuono, ma nel sussurro della brezza leggera, proprio come accadde al profeta Elia sull’Oreb. Chi ha vissuto il silenzio del Canone non lo dimentica più: è l’unico istante della settimana in cui il secolo non avanza pretese e l’anima può adorare.

Il canto gregoriano: la Parola che diventa eternità

La Chiesa, attraverso pronunciamenti magisteriali solenni, ha sempre ribadito che il canto proprio della liturgia romana è il canto gregoriano. Esso non rappresenta un’opzione facoltativa tra le altre: è la voce stessa della Chiesa.

Il gregoriano compie un’operazione unica: sposa in modo indissolubile la parola sacra alla melodia, senza limitarsi ad apporre una musica accattivante su un testo sacro, ma facendo cantare il testo medesimo. Le sue note fluttuano libere, prive del ritmo rigido e incalzante delle composizioni moderne che sollecitano la reazione fisica del corpo. Il gregoriano si colloca fuori dal tempo. Quando un Introito sale verso le navate di pietra, con le sue lunghe emissioni vocali e un andamento che riecheggia il deserto dei Padri, il fedele comprende che non sta cantando a titolo personale: è la Chiesa che canta da secoli per mezzo della sua voce. Si tratta di una preghiera cantata che rifiuta ogni sentimentalismo e non mira a emozionare l’uomo, ma a condurlo al cospetto di Dio. È un canto virile e dolcissimo al contempo. Laddove la canzonetta moderna proclama «guardate come mi sento io», il gregoriano grida «guardate quanto è grande Iddio».

Il suono dell’organo: la voce dell’Infinito

Se il gregoriano rappresenta la voce dell’uomo che prega, l’organo a canne si costituisce come la voce della Chiesa stessa in preghiera. Con la sua maestosa potenza e l’infinita varietà dei suoi timbri, l’organo sostiene le voci senza mai coprirle, riempie gli spazi sacri come un respiro vitale e commenta i passaggi più solenni quando il linguaggio umano si arresta. Esso si fa interprete dell’inesprimibile: All’Offertorio, mentre il sacerdote eleva l’ostia e il calice, l’organo medita al posto nostro, elevando l’anima al cielo.
Al Sanctus, esplode in una gioia solenne che le parole non riescono a contenere.

All’Elevazione, si zittisce di colpo, lasciando spazio unicamente al suono della campanella, poiché davanti a Dio incarnato ogni musica umana deve tacere e svanire.

L’uso dell’organo alternato al silenzio costituisce la più alta pedagogia del sacro: insegna alle anime quando è tempo di parlare e quando di tacere, quando è il momento di esultare e quando quello di mettersi in ginocchio ad adorare.

Non è nostalgia: è il futuro immortale della Fede

Molti esponenti del modernismo ecclesiale — gli stessi che hanno ridotto le nostre liturgie a assemblee sociologiche e i nostri altari a tavoli da mensa — ci accusano di essere dei nostalgici. Ci descrivono come inguaribili romantici, amanti del folklore, dell’oro, dei merletti e di un passato polveroso che non esiste più. Dimostrano, con questa cecità intellettuale, di non aver compreso nulla dell’essenza profonda della nostra battaglia. Noi non amiamo la Messa antica perché è semplicemente vecchia; noi la amiamo, la difendiamo e la pretendiamo perché essa è oggettivamente vera. Non è una questione di cronologia, ma di ontologia. In un mondo saturo di rumori assordanti e di notifiche digitali, essa ci dona l’abbraccio del silenzio di Dio; in un mondo di canzonette profane e di chitarre scordate nei presbiteri, ci offre il canto eterno del gregoriano; in una società asfissiata da parole vuote, da slogan politici e da prediche antropocentriche, ci restituisce l’unica Voce che riempie l’universo.

Questa sfolgorante bellezza non è un mero orpello decorativo, né un lusso estetico per anime raffinate: essa si costituisce come lo strumento primario ed essenziale dell’evangelizzazione. La rivoluzione pastorale post-conciliare ha preteso di spiegare tutto, di demistificare tutto, di abbassare tutto a livello della comprensione razionale dell’uomo della strada, e il risultato è stato lo svuotamento catastrofico dei seminari e delle parrocchie. La Messa di sempre agisce in modo opposto: non spiega il mistero, lo adora. 

Un giovane che oggi varca la soglia di una chiesa in cui si celebra secondo il rito tradizionale non necessita di lunghe e tediose lezioni teologiche, né di sussidi pastorali distribuiti all’ingresso. Egli comprende immediatamente, attraverso una pedagogia immediata che parla agli occhi, al cuore e soprattutto alle ginocchia, che sopra quel blocco di pietra si sta compiendo un atto tremendo, soprannaturale, maestoso e santo: il medesimo Sacrificio del Calvario che si rende incruentamente presente nel tempo.

E quando l’anima, spogliata dalle sovrastrutture del secolo, comprende che Dio è realmente lì — velato sotto le specie eucaristiche ma maestosamente presente — crolla ogni barriera culturale e ideologica. L’unica reazione umana e divina possibile è quella di piegare l’orgoglio, cadere in ginocchio e adorare Cristo Re. Questa bellezza non appartiene al passato: è l’unico futuro possibile per una Chiesa che voglia tornare a essere cattolica. È la bellezza dell’Eternità che non passa, la roccia immutabile contro cui i marosi della rivoluzione sinodale andranno a infrangersi e a svanire. Davanti a questa gloria, noi non indietreggiamo di un solo pollice.




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Ultima Domenica di ottobre: Festa di Cristo Re






Domenica 25 ottobre 2026



Intróitus
Ap. 5, 12; 1, 6 - Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in saécula saeculórum.
Ps. 71, 1 - Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio regis. Glória Patri…
Ap. 5, 12; 1, 6 - Dignus est Agnus,… Introito
Ap. 5, 12; 1, 6 - L’Agnello che è stato ucciso è degno di ricevere la potenza, la divinità, la sapienza, la fortezza e l’onore. A Lui la glória e il potere nei sécoli dei sécoli. Sal. 71, 1 - O Dio, dà il tuo potere al Re: e la tua giustizia al tuo Figlio regale. Gloria al Padre… Ap. 5, 12; 1, 6 - L’Agnello che è stato ucciso è degno…


Due feste della regalità di Cristo

Trovammo già all'inizio dell'Anno Liturgico una festa della Regalità di Cristo: l'Epifania. Gesù, nato da poco, si manifestava ai Re dell'Oriente e al popolo d'Israele come "il Signore, che tiene nella sua mano il regno, la potenza, l'impero" (Introito della Messa dell'Epifania). Accogliemmo allora "il Salvatore, che veniva a regnare su di noi" (ibid.) e con i Magi gli offrimmo i nostri doni, fede e amore.
Perché la Chiesa al declinare dell'Anno Liturgico ci fa celebrare un'altra festa della Regalità di Cristo, della sua regalità sociale e universale?
Il giorno dell'Epifania noi abbiamo conosciuto la natura della regalità, non meno della dignità del neonato Bambino. Ma, forse, ci siamo lasciati affascinare dalla stella che, brillando nel cielo di Betlemme, ci recava la luce della fede e ci faceva sperare più vivo splendore per l'eternità. Cantammo allora la venuta dei gentili alla fede nella persona dei Magi, giunti dal lontano Oriente ai piedi del Re dei Giudei.


Il laicismo

Oggi la Chiesa ci fa riflettere sulle conseguenze della chiamata universale alla fede in Cristo. Le nazioni si sono convertite nel complesso al Signore, che con le conoscenze soprannaturali ha portato loro i benefici di una civiltà sempre ignorata dal mondo antico. Purtroppo, ormai da due secoli, un errore perniciosissimo tutte le rovina e in modo particolare rovina la Francia: il Laicismo. Consiste nella negazione dei diritti di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo sulla società umana, sia privata e familiare che sociale e politica. Gli apostoli della nuova eresia hanno ripreso il grido dei Giudei deicidi: Non vogliamo che costui regni sopra di noi. Con l'abilità, la tenacia e l'audacia dei figli delle tenebre si sono sforzati di cacciare Cristo da ogni luogo, hanno dichiarata immorale la vita religiosa, hanno espulso i religiosi, hanno tentato, sebbene invano, di imporre una costituzione scismatica alla Chiesa, hanno separato la Chiesa dallo Stato, negato alla società civile il dovere di aiutare gli uomini a conquistare i beni eterni, scardinato la famiglia con la legge del divorzio, tolto il crocifisso dai tribunali, dagli ospedali, dalle scuole e hanno infine dichiarato intangibili le loro leggi, facendo dello Stato un Dio.

Scopo della festa

Di fronte a "questa peste dei nostri tempi", i Papi hanno alzata la loro voce. Ma continuando la marea a crescere, Pio XI approfittò dell'anno giubilare, per ricordare in modo solenne al mondo, con l'enciclica Quas primas del giorno 11 dicembre 1925, il pieno e totale potere di Cristo, Figlio di Dio, Re immortale dei secoli, su tutti gli uomini e tutti i popoli, in tutti i tempi. Perché l'insegnamento tanto necessario non fosse troppo presto dimenticato il Papa istituì, in onore della universale regalità di Cristo, una festa liturgica, che fu ad un tempo solenne ammonimento e riparazione per l'apostasia delle nazioni e degli individui, che all'insegna del laicismo tende a manifestarsi nella dottrina e nella vita. In tale festa, per disposizione del Sommo Pontefice, si rinnova la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore.
I fedeli trovano nel Breviario o, in modo più semplice, nel Messale l'insegnamento della Chiesa sulla regalità sociale di Cristo, insieme ad incomparabili formule di preghiera, di lode, di riparazione e di domanda da usarsi nella festa. Ma l'enciclica del Papa espone l'insegnamento in tutta la sua ampiezza e noi la riassumeremo, invitando a leggere il testo integrale, affinché, conosciuti i diritti del Signore, si respinga il veleno del laicismo e si vada con confidenza al Cuore di Gesù, che nella sua regalità è soltanto amore e misericordia.

La triplice regalità

I fedeli potranno vedere nella enciclica come Cristo è Re delle intelligenze, dei cuori e delle volontà; chi sono i sudditi di questo Re; il triplice potere che la regalità comporta e la natura spirituale della regalità stessa.

In senso metaforico si è stabilito da molto tempo l'uso di attribuire a Cristo il titolo di Re, per l'eccellenza ed eminenza delle sue singolari perfezioni, per le quali sorpassa tutte le creature. Ci si esprime così, per dire che egli è il Re delle intelligenze umane, non tanto per la penetrazione della sua intelligenza umana e della vastità della sua scienza, ma piuttosto perché è la Verità stessa e gli uomini devono cercare in lui la verità e da lui riceverla con sottomissione. Egli poi è detto Re delle volontà non solo perché alla santità assoluta della divina volontà corrisponde l'integrità e la sottomissione perfetta della sua volontà umana, ma anche perché, attraverso la mozione e l'ispirazione della grazia, sottomette la nostra libera volontà, facendo sì che il nostro ardore si infiammi per le azioni più nobili. Infine Cristo è Re dei cuori, a causa della sua carità, che sorpassa qualsiasi immaginazione, nonché della dolcezza e della bontà, che attirano le anime. Di fatto, nessun uomo fu mai amato, né lo sarà mai, come Cristo Gesù da tutto il genere umano.

Regalità, conseguenza dell'unione ipostatica


"Ma, per addentrarci di più nell'argomento, tutti possono vedere che il nome e il potere di Re spettano a Cristo nel senso proprio del termine. È nella qualità d'uomo che Cristo ha ricevuto dal Padre la potenza, l'onore, la regalità, perché il Verbo di Dio, che è consostanziale al Padre, tutto possiede in comune col Padre e, per conseguenza il potere sovrano e assoluto su tutte le cose... La Regalità di Cristo poggia sopra l'unione mirabile che vien detta unione ipostatica. Ciò posto, gli angeli e gli uomini devono adorare Cristo in quanto è Dio, ma devono obbedire a lui e manifestargli sottomissione anche in quanto uomo, cioè, per il solo motivo dell'unione ipostatica Cristo ha avuto potere su tutte le creature... ".

Il triplice potere

"La regalità di Cristo comporta un triplice potere: legislativo, giudiziario, esecutivo. Senza questi poteri non si concepisce alcuna regalità. I Vangeli non solo ci assicurano che Cristo ha confermato delle leggi, ma ce lo presentano mentre stabilisce delle leggi... Gesù dichiara inoltre che il Padre gli ha concesso un potere giudiziario... e il potere giudiziario implica il diritto di decretare per gli uomini pene e ricompense anche in questa vita. Il potere esecutivo deve poi essere attribuito a Cristo, perché l'obbligo di obbedire ai suoi ordini è per tutti necessario, avendo egli stabilito pene alle quali nessuno che sia colpevole potrà sottrarsi".

Carattere della Regalità di Cristo

"Che la Regalità di Cristo sia spirituale e si riferisca soprattutto alle cose spirituali... il modo stesso di agire di Cristo l'ha confermato... Davanti a Pilato Gesù dichiarò che il suo regno non è di questo mondo e, nel Vangelo, questo regno ci è presentato come un regno nel quale ci si prepara ad entrare con la penitenza e si entra soltanto per la fede e per il battesimo. Il Salvatore inoltre oppone il suo regno soltanto al regno di Satana e alla potenza delle tenebre; chiede ai suoi discepoli non solo di distaccarsi dalle ricchezze e da tutti i beni della terra, di praticare la dolcezza, di aver fame e sete di giustizia, ma anche di essere pronti alle rinunce e di portare la croce. Se Cristo Redentore si è comprata la Chiesa a prezzo del suo sangue e Cristo Sacerdote si offre perpetuamente vittima per i peccati degli uomini, chi non vede che la sua dignità regale deve avere il carattere spirituale di queste due funzioni di Sacerdote e di Redentore?

Sarebbe tuttavia errore negare che la regalità di Cristo si estenda alle cose civili, perché egli ha ricevuto dal padre un dominio assoluto, tale che si estende a tutte le cose create, le quali tutte sono sottomesse al suo dominio".

Messa

Mentre in cielo gli Angeli e i Santi adorano l'Agnello immolato proclamandolo Re, noi ci raccogliamo nella Chiesa, per rinnovare il mistero della immolazione di questo Agnello e per proclamare anche noi la sua universale regalità nella vita individuale, familiare, sociale e politica, in terra e nell'eternità.
L'Epistola è un cantico vero e proprio in cui l'Apostolo san Paolo, rapito, proclama che cosa è Cristo per Dio, per la creazione e per la Chiesa. Il Padre è invisibile, abita in una luce, in una inaccessibile regione; ma ecco appare in mezzo a noi, perché si fa uomo come noi, versa il suo sangue per noi, Colui che è sua immagine, che è nato da Lui, che è Dio come Lui.

Dio: La creazione è opera sua, tutto per Lui sussiste, in Lui noi abbiamo vita, il movimento e l'essere, tutto esiste per Lui.

Capo della creazione, è capo ancora della Chiesa, che è il suo corpo, la sua Sposa. Tra essi vi è unità di vita e la vita egli l'ha nella pienezza e la pienezza si dispensa senza esaurirsi. Viene da Lui ogni bellezza, viene da Lui ogni santità, come dalla sua sorgente.Il Padre lo volle così, nel suo disegno volto a ricondurre tutte le cose all'unità primitiva e a pacificare, nel sangue del suo Figlio, tutto quanto esiste in cielo e in terra.

EPISTOLA (Col. 1, 12-20). - Fratelli: Ringraziamo Dio Padre, il quale ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, e, liberandoci dall'impero delle tenebre, ci ha trasportati nel regno del suo diletto Figliolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione e la remissione dei peccati. Egli è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di tutte le creature, perché in lui sono state fatte tutte le cose, in cielo e in terra, visibili e invisibili, i Troni, le Dominazioni, i Principati, le Potestà; tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è avanti a tutte le cose e tutto sussiste in lui. Egli è il capo del corpo della Chiesa, lui che è il principio e il primogenito tra i morti, in ogni cosa, affinché sia il primo. Infatti piacque (al Padre) che in lui abitasse ogni pienezza (della divinità) e, facendo la pace mediante il sangue della sua croce, per mezzo di lui ha voluto riconciliare con sé tutte le cose, quelle che sono sulla terra e quelle che sono in cielo, in Gesù Cristo, Nostro Signore.

VANGELO (Gv. 18, 33-37). - In quel tempo: Pilato domandò a Gesù: Sei tu il Re dei Giudei? Gesù rispose: dici questo da te stesso, oppure altri te l'hanno detto di me? Disse Pilato: Sono forse Giudeo? La tua nazione e i grandi sacerdoti ti han messo nelle mie mani: che hai fatto? Rispose Gesù: Il mio regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo il mio regno, i miei ministri, certo, avrebbero combattuto perché non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma il regno mio non è di quaggiù. Dunque tu sei Re? gli chiese allora Pilato. Gesù rispose: Tu lo dici, io sono Re. Sono nato per questo, e per questo sono venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chi è per la Verità ascolta la mia voce.

Il dialogo tra Gesù e Pilato ci rivela il carattere spirituale e universale della Regalità del Messia, la sua origine e il suo fine: "Io sono nato e sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità: chi è per la verità ascolta la mia voce". Commentando questo testo, sant'Agostino ci rivela il disinteresse e la bontà del nostro Re: "Che cosa era per il Signore essere re d'Israele? Era forse qualcosa di grande per il Re dei secoli diventare re degli uomini? Cristo non è re d'Israele per esigere tributi, per armare di ferro dei battaglioni e per domare visibilmente i suoi nemici, ma è re d'Israele per governare le anime, per vegliare su di esse nell'eternità, per condurre al regno dei cieli quelli che credono, che sperano, che amano".
Facciamo dunque vedere che siamo suoi sudditi dando a lui l'omaggio della nostra fede, della nostra confidenza e del nostro amore.

Meglio che nelle altre preghiere del santo sacrificio, nel Prefazio è proposta alla fede e alla pietà dei credenti l'esatta nozione teologica della regalità di Cristo. Come Figlio unico del Padre, al quale è coeterno e consostanziale, il Verbo incarnato comunica alla sua santa umanità, in virtù dell'unione ipostatica, la doppia unzione divina del Sacerdozio e della Regalità. In virtù del sacrificio redentore sull'altare della Croce, come per la nascita eterna, egli sottomette al suo indistruttibile imperio tutte le creature in un regno di Verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore, di pace" (P. de la Brière, Études, t. 186, p. 358).

Prefazio

È cosa davvero degna e giusta, equa e salutare renderti grazie in ogni tempo e in ogni luogo, o Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno, che ungesti con l'olio della letizia il tuo unico Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, Sacerdote eterno e Re dell'Universo, perché immolando se stesso sull'altare della Croce, ostia immacolata e pacifica, compì il mistero sacro della redenzione dell'uomo e, sottomesse al suo impero tutte le creature, procurò alla tua immensa maestà un regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santificazione e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Per questo...
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Vere dignum et iustum est, aéquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus: Qui Unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Iesum Christum, Sacerdótem aetérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara Crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánae sacraménta perágeret: et, suo subiéctis império ómnibus creatúris, aetérnum et universále regnum imménsae tuae tráderet maiestáti: regnum veritátis et vitae; regnum sanctitátis et grátiae; regnum iustítiae, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus, cumque omni milítia coeléstis exércitus, hymnum glóriae tuae cánimus, sine fine dicéntes

Preghiamo

O Dio onnipotente ed eterno che volesti restaurare ogni cosa nel tuo diletto Figliolo, Re dell'universo, fa' che tutte le famiglie del mondo, disgregate a causa del peccato, si sottomettano alla sua soavissima autorità.



da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 1210-1215.






sabato 24 ottobre 2026

In Umbria arriva il suicidio assistito. I vescovi: «Non tutto ciò che è legale è morale»



(Imagoeconomica)

Salgono così a cinque le regioni che hanno aperto alla “dolce morte”. Ma la voce della Chiesa, citando Papa Leone, risuona con forza



Manuela Antonacci, 24 ottobre 2026 

Il 22 ottobre 2026 l'Assemblea legislativa dell'Umbria ha approvato la legge sul suicidio medicalmente assistito. L'Umbria è già la quinta regione che legifera su questo tema. Le altre 5 sono: Toscana ( nel febbraio del 2025); Sardegna (nel settembre del 2025); Emilia-Romagna (nel luglio del 2026); Veneto ( il 2 settembre del 2026); Umbria ( il 22 ottobre 2026).

Anche la Puglia e il Piemonte si stanno adoperando, seppure senza una legge: in particolare la Puglia con una delibera nel 2023 e il Piemonte con una circolare alle ASL nel febbraio 2026. La Lombardia, invece, sebbene non abbia varato una legge ha elaborato delle linee guida operative e organizzative.

Il recente provvedimento legislativo dell’Umbria ha, tuttavia, riaperto una spaccatura sul piano politico e su quello etico. Un voto, quello in terra umbra, che ha visto il centrodestra dividersi con 3 consiglieri favorevoli e 5 contrari (Romizi di Forza Italia, Tesi della Lega e tre esponenti di Fratelli d’Italia) e che pone seri interrogativi sul futuro dell'assistenza ai più fragili.

La legge trae origine dall’iniziativa popolare "Liberi Subito" dell'Associazione Luca Coscioni, sostenuta da circa 4.800 firme. Il testo è dedicato alla memoria di Laura Santi, la giornalista perugina con sclerosi multipla morta nel luglio 2025.

Il provvedimento recepisce i requisiti fissati dalla Corte costituzionale: patologia irreversibile; sofferenze fisiche o psicologiche ritenute insopportabili; dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; volontà libera e consapevole. Per dare attuazione a questi principi ogni ASL ha l’obbligo di istituire una commissione multidisciplinare permanente composta da uno psichiatra, un anestesista, uno psicologo, un medico legale, un infermiere e un esperto di cure palliative, più eventualmente uno specialista della patologia. Il procedimento si svolge al massimo in 30 giorni dalla presentazione della domanda, divisi in passaggi precisi: nomina della commissione entro 4 giorni; accertamenti in 10 giorni; comunicazione della decisione entro 3 giorni dal parere del comitato etico; protocollo operativo entro 5 giorni; farmaco e assistenza garantiti entro 7 giorni. La procedura è gratuita, in quanto a carico del Servizio sanitario regionale e l’obiezione di coscienza è garantita per il personale sanitario.

Tuttavia, le cose non filano esattamente lisce come l’olio. Un precedente significativo sul dissidio generale che questi provvedimenti regionali stanno generando riguarda la Toscana: il testo regionale impugnato dal governo è stato in parte bocciato dalla Corte Costituzionale che con la sentenza 204/2025 ha dichiarato illegittime alcune sue norme, tra cui quelle sui tempi. Ha però confermato che le Regioni possono decidere sugli aspetti organizzativi.

Il 24 settembre il governo ha impugnato anche la legge dell'Emilia-Romagna. Secondo l'esecutivo, infatti, lascia alle linee guida regionali alcuni requisiti chiave e non garantisce abbastanza le cure palliative.

Per ora la norma dell’Umbria non ha subito rilievi all’esecutivo e ciò che lascia perplessi è che sotto il profilo politico, l'Umbria è la quarta regione di centrosinistra a legiferare.

​Contro l’impostazione della legge umbra e il contesto socio-sanitario regionale si è scagliato il network “Ditelo sui Tetti”, che attraverso le voci di Elena Fruganti e Domenico Menorello ha sollevato una forte critica sia nel merito che nel metodo seguito dalle istituzioni regionali.

​«La libertà non è abbandonare chi soffre. Una società civile cura e accompagna, non trasforma la morte in una risposta alla fragilità», hanno affermato con fermezza Menorello e Fruganti, sottolineando la contraddizione di base di questa legge.

​Secondo i rappresentanti del network, la stessa presidente Stefania Proietti aveva richiesto un maggior confronto e un potenziamento di cure palliative, hospice e assistenza domiciliare — ambiti nei quali la Giunta non si era ancora impegnata con fatti concreti.

​«Non basta riconoscere le criticità se poi si va avanti senza aver sciolto i nodi fondamentali», hanno sottolineato i due esponenti. «Prima di disciplinare una procedura di morte, la Regione dovrebbe garantire cure tempestive e accessibili, sostegno psicologico e assistenza domiciliare adeguata. Nessuno dovrebbe arrivare a desiderare la morte perché non trova sollievo al dolore o risposte concrete ai propri bisogni».

​Il nodo principale della critica riguarda le ripercussioni culturali che una simile normativa esercita sulla collettività. Le leggi, ricordano “Ditelo sui Tetti", non sono semplici dispositivi tecnici, ma riflettono il concetto di bene comune della società.

​Legittimare il suicidio assistito rischia così di incrinare la percezione del valore della vita umana, proprio nelle sue fasi di maggiore vulnerabilità. La dignità umana, sostengono, non è legata all'efficienza, alla salute o all'autonomia, ma resta inviolabile in ogni sua condizione.

La sfida che si apre ora per l'Umbria riguarda il modello di civiltà che intende costruire: «La vera civiltà si misura dalla capacità di prendersi cura di chi è fragile, non dalla rapidità con cui si predispone una procedura per morire», concludono Menorello e Fruganti.

«Amarezza e delusione» l’hanno espressa, inoltre, i vescovi dell’ Umbria. «Di fronte a una disposizione legislativa che, anziché promuovere e difendere la vita come dono inestimabile, intende legalizzarne la soppressione» i vescovi umbri «ripetono con Papa Leone XIV che la tutela della vita – dal suo concepimento fino al suo termine naturale – è il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto», affermazione ribadita ancora una volta dal Pontefice nell’udienza generale di mercoledì, citando le stesse parole del Concilio. «La risposta umana e cristiana alle esigenze delle persone anziane, malate e sole – aggiunge l’episcopato umbro – è l'accompagnamento e la prossimità solidale. I Vescovi riaffermano altresì la necessità che si dia piena attuazione alla legge che ha introdotto le cure palliative».

Nel ribadire l’impegno delle comunità ecclesiali sul territorio i vescovi chiosano: «Le Chiese che sono in Umbria continueranno con tutte le forze a servire la vita e a prendersene cura, assicurando vicinanza e sostegno a tutte le forme di fragilità. “La tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. Ciò che è legale non è necessariamente morale».