di Corrado Gnerre
Cari pellegrini, leggo dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 28, versetti 16-20.
In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono davanti a lui; alcuni però dubitarono. E Gesù, avvicinatosi, disse loro:
«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
In questo brano vediamo tre verità che vanno tenute ben presenti, soprattutto in questo tempo in cui, purtroppo, esse vengono spesso disconosciute anche all’interno della Chiesa.
La prima verità emerge quando Gesù dà questo imperativo agli apostoli:
«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Gesù, quindi, non solo autorizza, ma di fatto ordina quello che oggi viene chiamato “proselitismo”. Fare proselitismo significa semplicemente fare discepoli: «fate discepoli tutti i popoli». E sappiamo bene che negli ultimi anni perfino il proselitismo è stato spesso criticato o attaccato all’interno della stessa Chiesa cattolica. Eppure qui Gesù comanda chiaramente agli apostoli di fare discepoli tutti i popoli.
La seconda verità si trova alla fine del brano, quando il Signore dice:
«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Qui si manifesta il mistero della Chiesa. La Chiesa è governata sulla terra da uomini, ma il suo vero capo è il nostro Signore Gesù Cristo. È Cristo che ha fondato la Chiesa affinché essa custodisca il deposito della sua verità. Questa verità non cambia, non muta. E proprio per questo il Signore può dire: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Cristo è stato, è e sarà sempre presente nella sua Chiesa e nella sua verità immutabile.
Tra queste due affermazioni si trova una terza verità, sulla quale vale la pena soffermarsi un po’ di più. Gesù dice infatti:
«Fate discepoli tutti i popoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Dunque Gesù non parla solo di fare discepoli, ma anche di insegnare. Insegnare la dottrina.
Negli ultimi decenni si è diffusa una certa riduzione “esperienziale” del cristianesimo. Spesso sentiamo affermazioni di questo tipo: il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona; il cristianesimo è un incontro, e così via.
Di per sé, queste affermazioni contengono una verità. Certamente il cristianesimo è incontro con il nostro Signore Gesù Cristo; è appartenenza a lui, è vivere sotto la sua signoria.
Tuttavia si dimentica un punto fondamentale: da un punto di vista ontologico, la persona di Cristo e la dottrina di Cristo non possono essere separate.
Come si definisce Gesù stesso? Nel Vangelo di Giovanni, capitolo 14, dice:
«Io sono la via, la verità e la vita».
In Cristo, dunque, la persona e la verità coincidono. Cristo non “decide” di essere vero: Cristo è la verità, perché è il Dio incarnato.
Allo stesso modo, la verità, la bontà e la bellezza — quelle che la filosofia chiama proprietà trascendentali dell’essere — appartengono in modo costitutivo a Dio. Dio non decide di essere vero, buono o bello: Dio è vero, è buono, è bello.
Per questo dire che “il cristianesimo non è una dottrina, ma una persona” è un’affermazione incompleta e, in un certo senso, sbagliata. Sarebbe più corretto dire: il cristianesimo è una persona, Cristo, e Cristo è anche la verità e quindi la dottrina.
Se diciamo che il cristianesimo è seguire Cristo, non sbagliamo: i cristiani, infatti, sono i seguaci di Cristo. Tuttavia l’errore nascosto in quella formula sta nel voler separare la persona di Cristo dalla sua verità.
Ed è proprio qui che nasce quella riduzione puramente esperienziale del cristianesimo, che rappresenta una deformazione del neomodernismo teologico, a sua volta influenzato da una certa atmosfera di tipo neoprotestante.






