martedì 3 marzo 2026

Chiesa Cattolica: quando l’errore è tollerato e la Tradizione è punita



Nell'immagine: Giovanni di Paolo, Creazione del mondo
 e cacciata dal Paradiso terrestre, 1445

Padre Maggi può negare il peccato originale e continuare a amministrare il battesimo senza conseguenze, mentre la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che difende la Tradizione, rischia la scomunica se consacrerà nuovi vescovi senza mandato papale: non un’equiparazione tra errori di natura diversa, ma la constatazione di una asimmetria che interroga la credibilità dell’autorità ecclesiale e non favorisce il dialogo.


Domenico Condito, 2 marzo 2026

L’inizio del pontificato di Papa Leone XIV ha suscitato in molti fedeli un sentimento di sincera gratitudine. Il suo stile sobrio, la sua attenzione alla liturgia, la sua volontà di ricomporre fratture interne e di restituire centralità alla Tradizione hanno riacceso speranze che sembravano sopite. In un tempo di grande confusione dottrinale, il suo desiderio di riportare la Chiesa a un linguaggio più chiaro e a una pastorale più radicata nella fede di sempre è stato accolto come un segno di provvidenza.

Proprio per questo, però, desta non poca perplessità la gestione affidata al cardinale Víctor Manuel Fernández, soprattutto quando si tratta di questioni dottrinali delicate o di rapporti con realtà ecclesiali complesse. La sua azione appare spesso ambigua, oscillante tra aperture improvvise e irrigidimenti selettivi, con un’applicazione della disciplina che sembra variare a seconda dell’interlocutore. È un’ambiguità che rischia di indebolire proprio quella chiarezza che papa Leone sembra voler ristabilire.

È in questo contesto che emerge con forza la questione dei sacerdoti che negano pubblicamente verità dogmatiche fondamentali, come il peccato originale, continuando tuttavia ad amministrare i sacramenti senza che venga loro richiesto alcun chiarimento dottrinale. Il caso di padre Alberto Maggi è emblematico. In un intervento pubblico ampiamente diffuso, egli afferma che la dottrina del peccato originale sarebbe «qualcosa di perverso che soltanto una mente perversa […] può concepire» e che nessuno potrebbe avere il coraggio di dire che un bambino porta in sé un peccato, arrivando a dichiarare che, durante il battesimo, «il bambino potrebbe anche non esserci che tanto non gli succede niente».

Queste affermazioni non rappresentano una semplice opinione teologica, ma una negazione esplicita di un dogma definito, radicato nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero costante. Il peccato originale non è un dettaglio marginale della fede cattolica: è il presupposto stesso della redenzione, della grazia, della necessità del battesimo e della missione salvifica di Cristo. Negarlo significa alterare la comprensione ontologica del sacramento, riducendolo a un rito di impegno comunitario o a un simbolo etico, svuotandolo della sua efficacia soprannaturale.

La Chiesa ha sempre insegnato che il battesimo è la remissione dei peccati e la rigenerazione dell’uomo decaduto. Se si nega la realtà del peccato originale, il sacramento viene privato del suo significato salvifico. È dunque legittimo chiedersi come possa un sacerdote avere l’intenzione di “fare ciò che fa la Chiesa” quando celebra un sacramento il cui significato egli contraddice apertamente. La validità del sacramento non dipende dalla fede personale del ministro, ma l’intenzione sacramentale non è un automatismo: è un atto umano che presuppone almeno la volontà di compiere ciò che la Chiesa compie. Quando questa volontà è negata pubblicamente, la questione non è più solo teologica, ma pastorale ed ecclesiologica.

Eppure, in questi casi, non si vedono interventi, richiami, ammonizioni. Non si vedono comunicati della diocesi, né chiarimenti dottrinali, né provvedimenti disciplinari. Il sacerdote continua a esercitare il ministero, a predicare, a insegnare, a battezzare. La comunità dei fedeli rimane esposta allo scandalo e alla confusione, mentre la dottrina viene relativizzata come se fosse un’opinione tra le altre. È difficile non vedere in questa inerzia una forma di tolleranza verso l’errore dottrinale, come se la verità della fede fosse negoziabile, mentre la disciplina ecclesiastica non lo fosse.


Jan van Scorel, Ordinazione episcopale di Sant'Agostino 
nel ciclo sulla sua vita raffigurato nella Chiesa di Santo Stefano
(Pala d’altare) a Gerusalemme nel 1520.

Su un piano completamente diverso, ma teologicamente connesso, si colloca la situazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). La Santa Sede ha avviato un dialogo con la Fraternità, ma lo ha fatto in un contesto segnato da condizioni molto stringenti e da una pressione crescente legata all’annuncio di nuove consacrazioni episcopali previste a luglio. La lettera di don Davide Pagliarani al cardinale Fernández, resa pubblica il 19 febbraio 2026, mostra con chiarezza la posizione della Fraternità: essa non rifiuta il dialogo, anzi lo aveva richiesto già nel 2019; ma non può accettare che il dialogo sia subordinato all’accettazione integrale del Concilio Vaticano II e del post-Concilio, senza possibilità di discutere le rotture dottrinali e pastorali che essa ritiene reali e gravi. Pagliarani sottolinea che la proposta di dialogo giunge solo nel momento in cui si evocano le consacrazioni episcopali, e dunque appare come uno strumento dilatorio, accompagnato dalla minaccia di sanzioni canoniche e dall’accusa di scisma. La Fraternità, dal canto suo, ribadisce che non intende compiere alcun atto scismatico, poiché ritiene che una consacrazione episcopale senza mandato pontificio, se non accompagnata da intenzione scismatica né da conferimento di giurisdizione, non costituisce una rottura della comunione ecclesiale, ma questa linea, bisogna dirlo, non è condivisa da Roma.

Tuttavia, la tensione diventa evidente: mentre un sacerdote può negare un dogma senza che la sua comunione ecclesiale venga messa in discussione, una comunità che professa integralmente la fede cattolica rischia la scomunica per un atto disciplinare compiuto, secondo la FSSPX, in stato di necessità. La domanda che molti fedeli si pongono è inevitabile: perché tanta tolleranza verso l’errore dottrinale e tanta severità verso la disobbedienza disciplinare? Perché la dottrina sembra trattata come un ambito fluido, mentre la disciplina appare come un assoluto intangibile? Perché chi mette in discussione la fede cattolica continua a esercitare il ministero, mentre chi difende la Tradizione viene minacciato di esclusione? La questione non è politica né ideologica: è teologica. La Chiesa non è un’istituzione puramente giuridica, ma un corpo vivente fondato sulla verità rivelata. La comunione ecclesiale non è un fatto sociologico, ma un vincolo sacramentale e dottrinale. Ma se la dottrina viene relativizzata, la comunione perde il suo fondamento. Allo stesso modo, se la disciplina viene applicata senza riferimento alla verità, diventa inevitabilmente arbitrio. In questi casi, la Tradizione e la carità dovrebbero essere i criteri per costruire il dialogo. Tuttavia, la carità pastorale non può essere disgiunta dalla verità della fede senza diventare sentimentalismo, e la verità senza carità diventa durezza.

La lettera di Pagliarani richiama proprio questo punto: l’unico terreno possibile di incontro, in assenza di un accordo dottrinale, è la carità verso le anime e verso la Chiesa. Tuttavia, pur comprendendo alcune delle ragioni che la Fraternità Sacerdotale San Pio X porta avanti da decenni, e pur riconoscendo che molte delle sue critiche trovano eco in una parte non marginale del mondo cattolico, è necessario ribadire che una consacrazione episcopale senza mandato pontificio rimane un atto gravissimo. La Chiesa lo considera tale non per ragioni politiche o disciplinari, ma perché tocca la struttura stessa della comunione ecclesiale. Per questo motivo auspico sinceramente che le ordinazioni annunciate non avvengano senza l’autorizzazione necessaria. La questione dottrinale, per quanto seria, non può essere affrontata attraverso gesti che rischiano di produrre una frattura ancora più profonda.

Il punto che intendo sollevare, dunque, è la constatazione di una percezione diffusa: mentre chi mette in discussione elementi centrali della fede continua a esercitare il ministero senza richiami, chi difende la Tradizione viene trattato con una severità che molti faticano a comprendere. È questa asimmetria, più che le singole vicende, a interrogare la credibilità dell’autorità ecclesiale nel suo insieme.

La carità non può essere selettiva. Non può essere invocata per comprendere situazioni irregolari e negata a chi chiede solo di continuare a servire le anime secondo la Tradizione. Non può essere usata per giustificare deviazioni dottrinali e allo stesso tempo per condannare chi difende la fede ricevuta. La carità, per essere autentica, deve essere ordinata alla verità. Indubbiamente, questo atteggiamento non ha favorito il dialogo con la FSSPX.

In questo contesto, la percezione di “due pesi e due misure” non è un giudizio affrettato, ma il sintomo di una crisi più profonda: la crisi dell’autorità come servizio alla verità. Una Chiesa che non corregge l’errore dottrinale ma punisce la disobbedienza disciplinare rischia di trasmettere un messaggio devastante. Vorrebbe dire che la verità è negoziabile, mentre l’obbedienza non lo è. Ma l’obbedienza cristiana non è cieca sottomissione, ma adesione alla verità rivelata. Quando la verità viene oscurata, anche l’obbedienza perde il suo fondamento; anche se questa asserzione, bisogna dirlo, rischia di aprire un crinale davvero pericoloso, e in gioco sono l’unità della Chiesa e la salvezza delle anime. Servono davvero prudenza e santo discernimento in tutti i soggetti coinvolti.

La domanda che emerge, a questo punto, è semplice e radicale: quale immagine di Chiesa stiamo costruendo? Una Chiesa che tollera la negazione dei dogmi ma non tollera la difesa della Tradizione? Una Chiesa che considera irrilevante la fede del ministro ma intollerabile la sua disobbedienza disciplinare? Una Chiesa che parla di ascolto e di misericordia, ma non ascolta chi chiede solo di rimanere fedele alla fede di sempre? La crisi attuale non si risolverà con provvedimenti disciplinari né con dichiarazioni di principio. Si risolverà solo quando la Chiesa tornerà a riconoscere che la sua unità non si fonda sulla gestione, la diplomazia e la tolleranza dell’errore, ma sulla Verità, la Fede e la custodia della Tradizione. Solo allora potrà davvero essere madre per tutti, senza contraddizioni e senza favoritismi.










lunedì 2 marzo 2026

Aborto in Costituzione, così Sánchez maschera la sua débâcle



Blindare l'interruzione di gravidanza con una modifica costituzionale: è l'obiettivo del leader spagnolo per distrarre da sconfitte e scandali personali e di partito. Con un escamotage per evitare elezioni anticipate.

Spagna

Esteri


Luca Volontè,  02-03-2026

Costituzionalizzare l'aborto è l’ultima terribile scommessa del socialista Sánchez in Spagna per distrarre l'opinione pubblica dal suo catastrofico fine mandato, fatto di continue divisioni nella maggioranza parlamentare e bocciature di decreti, scandali familiari e di partito e sconfitte elettorali. Di tutto ciò, incredibilmente, alla narrativa massmediatica internazionale interessa solo esaltare la costituzionalizzazione dell’omicidio dell’innocente in Spagna, come splendida vittoria del progresso, della libertà e autodeterminazione femminile. La Spagna, dopo la Francia (4 marzo 2024), sarebbe la seconda nazione nel mondo ad avere l’aborto nella propria Costituzione. Segno di un'Europa che ha spento la luce della ragione, dopo quella della fede.

Lo scorso ottobre il Consiglio dei Ministri spagnolo aveva approvato il progetto preliminare di riforma dell'articolo 43 della Costituzione per proteggere l'aborto e ha deciso di richiedere una relazione al Consiglio di Stato in merito. La giustificazione, come spiegato allora dal ministro per la Parità, Ana Redondo, era quella di «fare un ulteriore passo avanti nella garanzia e nel riconoscimento dei diritti delle donne». Perciò si voleva aggiungere un nuovo comma quarto all'attuale articolo 43 con la seguente formulazione: «Si riconosce il diritto delle donne all'interruzione volontaria di gravidanza. L'esercizio di tale diritto sarà in ogni caso garantito dai poteri pubblici, assicurandone la prestazione in condizioni di effettiva parità, nonché la tutela dei diritti fondamentali delle donne».

Giovedì scorso il Consiglio di Stato, massimo organo consultivo del Governo, si è espresso a favore dell'inserimento di questa pratica nella Costituzione, ma il voto è stato «serrato e critico», così come riferito da alcuni organi di stampa, tra cui El Debate. Tuttavia, lo stesso organismo, secondo El Mundo, ha informato l’esecutivo che occorrerebbe introdurre l'interruzione volontaria di gravidanza nel capitolo dei diritti fondamentali della Costituzione all’articolo 15, il che porterebbe però allo scioglimento delle Cortes, mentre l’esecutivo desidera inserirlo nel capitolo terzo, nel quale si affrontano i principi della politica sociale ed economica. La scelta di Sanchez era e continua ad essere quella dell’art.43, perchè è l’unica che, seppur con difficoltà, gli potrebbe consentire la riforma costituzionale con maggioranza ordinaria e non qualificata. Per una riforma ordinaria, secondo quanto stabilito dall'articolo 167 della Costituzione stessa, «i progetti di riforma devono essere approvati da una maggioranza di tre quinti di ciascuna delle Camere», ovvero dal sostegno di almeno 210 deputati, ovvero sarebbe necessario il sostegno del Partito Popolare, al momento improbabile. Se il Congresso approvasse il testo, questo dovrebbe passare al Senato, dove ci sono due possibilità: che venga approvato senza modifiche con i tre quinti o che vengano introdotte delle modifiche. In tal caso, sarebbe necessario costituire una commissione mista affinché il Congresso e il Senato concordino un testo comune. Se il testo della commissione mista venisse approvato e ottenesse il voto favorevole della maggioranza assoluta del Senato, «il Congresso, a maggioranza dei due terzi, potrà approvare la riforma», cioè l’inarrivabile quota di 234 deputati.

Se il Governo considerasse l'aborto come un diritto fondamentale a se stante, da introdurre nell'articolo 15 invece che nel 43, con maggioranza qualificata, secondo l’articolo 168 della Costituzione, l’approvazione dovrebbe avvenire da parte dei 2/3 dei parlamentari del Congresso e del Senato e comporterebbe il contemporaneo scioglimento del Parlamento e convocazione delle elezioni. Pericoli che Sánchez vuole evitare a tutti i costi, per sè per il proprio partito e perchè, a seguito della nuove elezioni, le Camere neoelette dovrebbero ratificare la decisione e procedere allo studio del nuovo testo costituzionale, che richiederebbe nuovamente una maggioranza di due terzi sia al Congresso che al Senato prima di indire un referendum. Di qui la cocciutaggine di Sánchez e del suo manipolo di sodali sinistri del governo e del partito nel proseguire, proprio per evitare elezioni anticipate e maggioranze impossibili, al di là del parere del Consiglio di Stato, con la propria scelta di riforma “ordinaria”.

Di qui le sonore proteste delle associazioni pro-life di tutto il Paese. Esperti ed associazioni presenti al XXVIII Congresso pro vita terminato ieri alla Università CEU di Madrid, hanno smontato tutte le proposte e menzogne del governo Sánchez, come nei giorni precedenti sia la Federazione delle Associazioni per la Vita, Libertà e Dignità spagnole, sia la Fondazione Neos, guidata dal sempre verde Jaime Mayor Oreja, avevano protstato duramente e denunciato l’«offensiva ideologica» del governo di Pedro Sánchez, i suo uso strumentale della magistratura ed il tentativo costituzionalizzare l’aborto come cortina fumogena per coprire la «corruzione» e le successive sconfitte elettorali del PSOE nelle elezioni regionali (PSOE che ha subito unadura sconfitta in Estremadura lo scorso dicembre, una débâcle totale in Aragona ad inizio febbraio e non va bene nei sondaggi per le elezioni del prossimo 15 marzo in Castiglia-Leon).






Amore, promessa, Dio. Tre parole che oggi suonano rivoluzionarie solo perché sono vere




Non ho sentito la canzone; ma ho letto molte impressioni positive sul suo significato e condivido con voi quella che segue. Amore, promessa, Dio. 



don Mario Proietti, 2 marzo 2026

Cari amici, il tempo quaresimale non mi ha permesso di sostare davanti al Festival della canzone. Una distrazione evitabile. Eppure, nel tempo minimo concesso ai social, mi sono accorto di un fatto: più silenzio, meno clamore. Segno interessante, perché il Festival, spesso letto come un laboratorio di linguaggio e di costume, sembra aver avuto un tono più normale.

Anche questa mattina, scorrendo il risultato finale, ho ritrovato la stessa impressione. Ha vinto una canzone più melodica, più “classica”, con un colore napoletano dichiarato, e soprattutto con un immaginario affettivo semplice: un amore tra uomo e donna, una promessa che guarda in alto, la parola “Dio” che non entra in scena come provocazione, entra come orizzonte. La canzone non predica, promette: una parola data, “davanti a Dio”, e un futuro costruito insieme.

In un tempo in cui tutto viene incorniciato, spiegato, corretto, autorizzato, questa semplicità appare persino dirompente. Non perché sia aggressiva. Non perché voglia fare guerra culturale. Proprio perché non chiede permesso ai codici del momento.

C’è un punto che merita attenzione. Negli ultimi anni la trasgressione è diventata una specie di meta obbligata. Non nel senso della libertà creativa, che resta preziosa, nel senso del rituale: la trasgressione attesa, prevista, programmata, con un vocabolario fisso e indignazioni a orario. Una trasgressione così smette di essere trasgressione. Diventa conformismo. Diventa uniforme.

Quando questo accade, la gente non diventa improvvisamente “reazionaria”. La gente si stanca. Si stanca di essere educata a colpi di slogan. Si stanca di sentirsi sempre sotto esame. Si stanca del tribunale permanente. E allora cerca aria. Cerca una forma riconoscibile. Cerca una voce che porti una melodia. Cerca qualcosa che non suoni come un comunicato.

E qui arriva il punto interessante: la normalità, quando viene vissuta senza complessi, può diventare una contestazione più forte di mille polemiche. Una canzone che racconta un legame, una promessa, un desiderio di bene, un riferimento a Dio, svuota di forza la liturgia ideologica senza nemmeno nominarla. Non entra nel ring. Non concede l’onore della battaglia. Fa una cosa più spiazzante: parla dell’umano.

C’è un equivoco da evitare. Non ogni “classico” è vero. Non ogni “tradizionale” è buono. La Tradizione non è nostalgia, è vita che passa di mano, come il pane. Una canzone può essere classica e vuota, può essere moderna e autentica. Il punto non è lo stile. Il punto è la verità umana che regge anche quando si spengono le luci del palco.

E allora la domanda è questa: stiamo assistendo a un cambio di stagione? Forse. Si intravede un desiderio diffuso di uscire dal linguaggio obbligatorio, di tornare a una bellezza accessibile, di respirare un po’ di realtà. La realtà è fatta di differenze, di radici, di appartenenze, di legami, di promesse, di un “per sempre” che appare utopico e insieme necessario, perché attraente. La realtà è fatta anche di Dio, quando l’uomo è onesto con la propria sete.

Una cultura che vive soltanto di “trasgressione” finisce per consumarsi, perché non costruisce. Una cultura che ricompone il cuore dell’uomo, che riconosce il bene possibile, che torna a dire “io ti scelgo” senza vergognarsi, quella costruisce. Anche quando lo fa con una canzone.

Qui entra una considerazione spirituale, semplice. L’amore tra uomo e donna, quando è vissuto come promessa, non è soltanto sentimento. È un linguaggio morale. Dice al mondo che la libertà non è soltanto scegliere, è anche restare. Dice che il desiderio non è soltanto consumo, è anche fedeltà. Dice che la persona non è un progetto da aggiornare ogni mese, è una vocazione da custodire. In questo senso la normalità può diventare profetica.

Se davvero questa vittoria sembra segnare un ritorno di normalità, o almeno un inizio, vale la pena rifletterci. Chissà se le tante parole inseguite per moda rischiano di diventare presto note stonate. Come diceva il poeta: ai posteri l’ardua sentenza.





sabato 28 febbraio 2026

«Dobbiamo sapere dove stiamo andando»: intervista al vescovo Erik Varden


Mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim, Norvegia.

Il vescovo Erik Varden dal 22 al 27 febbraio ha guidato gli esercizi spirituali quaresimali per la Curia romana in Vaticano. Alcune delle meditazioni le abbiamo rilanciate su questo blog e le potete leggere quiquiqui e qui.

Il vescovo Erik Varden è nato in Norvegia nel 1974 in una famiglia luterana non praticante ed è entrato nella Chiesa cattolica nel giugno 1993. Nel 2002, dopo dieci anni di studi all’Università di Cambridge, è entrato nell’Abbazia di Mount Saint Bernard nella foresta di Charnwood. Nel 2002 è stato ammesso all’Abbazia di Mount St Bernard, un monastero trappista nel Leicestershire, in Inghilterra. Ha conseguito la licenza in Teologia Sacra presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma ed è stato ordinato sacerdote nel luglio 2011. Papa Francesco lo ha nominato vescovo di Trondheim nel 2019.

Il vescovo Varden è autore di numerosi saggi e diversi libri, tra cui The Shattering of Loneliness: On Christian Remembrance e Chastity: Reconciliation of the Senses. Recentemente ha scritto una lettera in cui parla della conversione, del cattolicesimo in Norvegia e negli Stati Uniti, della castità, della sinodalità e di altro ancora.

Catholic World Report (CWR) ha rilanciato una intervista pubblicata sulla rivista on line qualche mese prima, della quale pubblico stralci. L’intervista integrale rilasciata a Carl E. Olson, editor of Catholic World Report e Ignatius Insight, potete leggerla qui.

Di Sabino Paciolla, 28 febbraio 2026



“CWR: In The Shattering of Loneliness: On Christian Remembrance, lei scrive: «Il mistero di Dio mi è stato rivelato in modo velato, densamente incarnato. Ho vissuto il mio percorso passando da una fase di consapevolezza all’altra». Tenendo presente questo, può raccontarci qualcosa della sua conversione e del suo percorso verso la Chiesa cattolica? Quali sono stati i momenti, le intuizioni e le decisioni fondamentali?

Vescovo Varden: Una conversione è necessariamente un processo incompiuto. Sto ancora pregando affinché la mia possa iniziare sul serio.

L’apertura alla fede è avvenuta attraverso un’esperienza di trascendenza mediata dalla musica. Il mio percorso verso la Chiesa cattolica è proseguito gradualmente durante la mia tarda adolescenza. Alcuni punti di riferimento importanti sono stati i libri, altri i credenti credibili.

La scoperta della liturgia della Chiesa è stata essenzialmente importante. Sono rimasto colpito dalla pura oggettività del mistero celebrato e sollevato nel scoprire che c’era una pedagogia della preghiera da seguire. Ho comprato il mio primo breviario a diciotto anni. Mi ha riempito di gioia, come ancora oggi.

La decisione di chiedere di essere accolto nella Chiesa è venuta in modo del tutto naturale. Non l’ho mai percepita come una rottura; è stata una questione di ritrovare me stesso, in tutti i sensi dell’espressione, pur essendo consapevole, allo stesso tempo, di incontrare un’alterità totale che mi invitava con ospitalità. Ripenso a questo processo con gratitudine.

CWR: Nel suo libro sulla conversione, Entering the Twofold Mystery, lei descrive la conversione come un volgersi a Dio, «per fare la sua volontà e sforzarsi di vivere alla sua presenza. In quanto tale, è un processo con implicazioni etiche». Nella sua esperienza e dalle sue riflessioni sul mondo di oggi, quali sono gli ostacoli più significativi alla conversione? E quali sono alcune delle implicazioni etiche e morali più difficili che devono affrontare i convertiti del XXI secolo in Occidente?

Vescovo Varden: Una conversione è fondamentalmente un “cambiamento di rotta”. Inizia con l’interrogarsi su se stessi e con l’intima sensazione che da qualche parte, in qualche modo, io sia chiamato a più, a vivere in modo diverso.

L’ostacolo principale a tale svolta è l’autoaffermazione che impedisce al mio orecchio interiore di ascoltare qualsiasi voce che non sia quella che mi conferma in ciò che sono. È significativo che il nostro discorso culturale e politico, e in una certa misura anche quello ecclesiastico, diventi facilmente una cassa di risonanza di tali voci. Pensiamo ai vari modi in cui ci aspettiamo di essere “celebrati”, una parola ormai onnipresente, che non ricorre affatto solo in contesti secolari.

Rimanendo intrappolato in me stesso, chiuso agli altri, coltivando una visione soggettiva del mondo, spengo il ricevitore e mi limito a trasmettere, sia che si tratti di monologhi interiori o di tristi post sui social media.

I gadget digitali ci hanno dotato in modo straordinario di ciò che i francesi chiamano un dialogue de sourds, un dialogo di persone sorde che parlano incessantemente senza ascoltarsi. Il risultato? La costruzione di muri divisori e l’incendio di ponti.

Ecco perché mi piace insistere sulla missione pontificia, cioè di costruzione di ponti, dei cattolici. La narrazione biblica, e più tardi la storia della Chiesa, è il racconto della nascita di un popolo da individui sparsi, orientati dalla coscienza e dalla grazia verso un obiettivo comune, infinitamente attraente. Il perseguimento di tale obiettivo presuppone il superamento di sé stessi; allo stesso tempo, consente l’ingresso nella comunione.

Direi che la principale sfida etica e morale per i convertiti, recenti o di lunga data, sta proprio qui. Una cosa è riconoscere a livello teorico un ideale elevato; un’altra è ordinare le mie relazioni e le mie scelte concrete in modo tale che corrispondano a quell’ideale e mi aiutino ad avvicinarmi ad esso.”

A questo punto, l’intervistatore chiede di parlare della zona e della situazione in cui vive in Norvegia. Mons. Varden spiega che la Chiesa cattolica a Trondheim (Norvegia) è numericamente piccola (meno del 2% della popolazione), ma vivace, giovane e molto variegata, con fedeli provenienti da 130 nazioni diverse: una vera espressione di cattolicità in una diaspora estrema. La situazione sta cambiando: per decenni è stata marginale (come un “frigorifero per frutta esotica”), ma con la secolarizzazione radicale e l’indebolimento delle altre comunità religiose, la Chiesa cattolica si è risvegliata al suo ruolo di testimonianza cristiana e annuncio del Vangelo in una società che ha dimenticato la fede in poco più di una generazione e mezzo. Oggi l’ignoranza del cristianesimo non è più motivo di imbarazzo: negli anni ’80 la gente pensava ancora di conoscerlo, ora non più. Le sfide principali sono proprio questa profonda secolarizzazione e la necessità di ridiventare testimoni credibili in un contesto post-cristiano.”

E poi mons. Varden prosegue:

“Si tratta di una perdita culturale. Allo stesso tempo, è un vantaggio per l’evangelizzazione. Ora è possibile presentare il Vangelo nella sua novità e farlo percepire come nuovo, fresco. Abbiamo un grande compito da svolgere, un compito impegnativo e gioioso. Ha diversi aspetti che devono essere sviluppati contemporaneamente. Dobbiamo trovare il modo di comunicare l’autentico insegnamento cattolico; dobbiamo insegnare alle persone a pregare, facendo loro scoprire le ricchezze della liturgia; dobbiamo mostrare che i cattolici hanno contributi costruttivi e attraenti da dare alla politica e alla cultura; e dobbiamo rendere concreta la nostra fede nell’opera caritativa, perché anche se la Norvegia è un Paese ricco, non mancano le persone bisognose.”

A questo punto, l’intervistatore gli chiede un commento sulla Chiesa degli Stati Uniti, caratterizzata disaccordi riguardanti la liturgia, le questioni relative alla vita, l’immigrazione e l’istruzione, tra le altre cose.

Ed il vescovo Varden continua nella sua risposta:

“Naturalmente, vivere intensamente all’interno della Chiesa significa confrontarsi con una serie di sensibilità e convinzioni diverse. Queste possono essere impegnative e faticose, ma possiamo affrontarle finché siamo radicati insieme nell’essenziale. Ecco perché penso che sia fondamentale continuare ad affermare questi elementi essenziali. Lo faremo in modo efficace seguendo il grande motto del Concilio Vaticano II, «Ritorno alle fonti!», leggendo le Scritture con perseveranza, comprensione e umiltà; studiando il Catechismo della Chiesa, uno straordinario scrigno di tesori; prestando attenzione alla testimonianza dei santi; e mettendo alla prova ogni nostra intuizione con l’intenzione dichiarata da Cristo la notte prima della sua passione: «Che tutti siano uno».”

E quindi arriva una domanda molto interessante da parte dell’intervistatore:

“CWR: La sinodalità è stata un tema importante nella Chiesa negli ultimi anni, con il recente incontro di un mese a Roma dedicato a questo argomento. Qual è la sua comprensione della sinodalità? Cosa ne pensa di questa continua attenzione alla sinodalità e quali potrebbero essere i risultati?

Vescovo Varden: Oserei dire che forse siamo tutti un po’ stanchi di sentire la parola “sinodalità”. Qualsiasi termine usato ripetutamente per un periodo di tempo prolungato rischia di suonare vuoto.

Un synodos è letteralmente «una via percorsa insieme». Indica la comunione nel cammino verso un obiettivo condiviso. Non c’è alcuna virtù particolare nel semplice fatto di essere in cammino; esso deve condurre da qualche parte.

Dobbiamo sapere dove stiamo andando. Per noi cristiani, l’umile parola quotidiana «Via» ha ricche risonanze. I primi discepoli di Gesù parlavano della Chiesa semplicemente come ‘la Via’. Anche gli altri parlavano di loro in questo modo. Verso la fine degli Atti, quando San Paolo presenta un breve curriculum vitae alla folla riunita a Gerusalemme, confessa che, prima di incontrare il Cristo risorto, ‘perseguitava questa Via fino alla morte, legando uomini e donne e mettendoli in prigione’. I cristiani erano percepiti come un gruppo compatto che seguiva un itinerario diverso da quello della maggior parte delle altre persone. Questo era considerato una provocazione pericolosa.

Ora che il sinodo formale sembra essere giunto alla conclusione, possiamo guardare indietro ai suoi risultati e chiederci: sono rafforzato nella mia determinazione a seguire con tutto il cuore la via di Cristo? Se sì, la metterò in pratica impegnandomi più pienamente nella mia parrocchia o comunità? La nostra via è chiaramente distinta da quella del mondo? Lo seguiamo secondo i termini di Cristo, cioè camminando come lui ha camminato, prendendo la nostra croce?”

CWR: Ho apprezzato tutti i suoi libri, ma penso che il suo ultimo, sulla castità, sia particolarmente perspicace e stimolante. È corretto affermare che l’attuale crisi riguardante la sessualità è sia antropologica che escatologica? In che modo un approccio cristocentrico alla sessualità è così vitale sia a livello personale che in ambito sociale/culturale?

Vescovo Varden: Sì, penso che sia corretto. La crisi relativa alla sessualità è sintomatica di una crisi più profonda, relativa al significato dell’essere umano; e questa deriva da una perplessità più fondamentale riguardo alla finalità dell’esistenza umana e della realtà in quanto tale.

Pertanto, penso che una risposta cattolica all’attuale dibattito sulla sessualità debba andare oltre il semplice esprimere giudizi morali o indulgere nell’indignazione. Avremo qualcosa di buono da dire se baseremo la nostra argomentazione sulla solidità e sulla ricchezza della nostra eredità, chiedendoci: «Chi siamo? Da dove veniamo e dove stiamo andando?». La mia esperienza mi dice che queste domande risuonano profondamente nel nostro tempo e che, ponendole, possiamo coinvolgere i nostri contemporanei, anche se atei, in una conversazione autentica, mostrando l’intelligibilità e l’attrattiva della posizione cristiana.

Un approccio cristocentrico alla sessualità è consapevole di Cristo come Alfa e Omega della condizione umana. Ricorderà che siamo stati creati a immagine di Dio per diventare simili a Dio; che i nostri desideri immediati, incarnati, sensuali e affettivi sono scintille di una fiamma più essenziale che ci attira verso la comunione con la Luce increata, verso «il fuoco ardente della piena divinità», come ha scritto Elizabeth Barrett Browning in una poesia appassionata.

Nessun’altra categoria è sufficiente a spiegare l’intensità del desiderio che abita gli uomini e le donne che aspirano a vivere pienamente.

Il nostro establishment secolare non ha accesso a queste categorie. Pertanto, noi cristiani abbiamo la responsabilità di rappresentarle in modo responsabile e adeguato.”

Saltando la penultima domanda e risposta, arriviamo all’ultima considerazione fatta dal vescovo Varden:

“Vescovo Varden: Recentemente mi sono occupato molto dell’eredità del beato Jurgis Matulaitis, un grande confessore lituano morto nel 1927. Nel suo diario scrisse: «Signore, fammi essere uno straccio nella tua Chiesa, adatto a pulire lo sporco e poi ad essere gettato in un angolo buio. Voglio essere usato e consumato in questo modo, affinché la tua casa possa essere un po’ più pulita e luminosa».

In questi giorni, in cui la tendenza mondana vorrebbe riformulare la vocazione cristiana in termini trionfalistici di guerre culturali, abbiamo bisogno di questa prospettiva. Ci sfida a dedicarci fedelmente all’opera salvifica di Cristo, a lasciarci usare dove c’è bisogno di noi, senza preoccuparci di essere visti e lodati, perseguendo il bene perché è bene, amandolo perché è amabile, condividendolo perché vogliamo che gli altri siano sinceramente felici.

È così che avviene il vero rinnovamento della Chiesa. È così che, poco a poco, il volto della terra viene rinnovato.”






Gli italiani, cattolici per cultura e storia. Ancora oggi








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by Aldo Maria Valli, 28 feb 2026



L’Italia continua a essere un Paese profondamente segnato dalla cultura cattolica, ben oltre la pratica religiosa. I dati dell’ultimo Radar Swg mostrano infatti come solo il 26% degli italiani dichiari di non sentirsi rappresentato dai valori della Chiesa, mentre il 22% vi si riconosce completamente e il 52% almeno in parte. Significa che tre italiani su quattro mantengono comunque un legame con quell’universo simbolico e morale che ha attraversato la storia nazionale fin dalla nascita dello Stato. La distribuzione politica non ribalta il quadro: se nel centrodestra cresce la quota di chi si sente pienamente rappresentato, perfino nel centrosinistra la maggioranza mantiene un rapporto – seppur più debole – con la cultura cattolica.

Identità prima che fede

La presenza della religione emerge con forza nella vita quotidiana. Due italiani su tre (65%) espongono in casa un simbolo religioso visibile, come un crocifisso o un’icona. Tra i cattolici ferventi si arriva al 90%, mentre tra i non praticanti resta comunque molto alta (77%). Solo tra non credenti e appartenenti ad altre religioni la quota scende al 26%. È un dato che racconta più di una semplice pratica religiosa: spesso questi oggetti rappresentano tradizione familiare, memoria e identità culturale, più che adesione spirituale attiva.

Religione e politica

Il terreno si fa più scivoloso quando i simboli religiosi entrano nello spazio pubblico. La proposta di legge che prevede l’obbligo di esporre il crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici come simbolo dell’identità italiana trova il consenso del 57% degli italiani (33% molto d’accordo e 24% abbastanza), contro il 43% contrario. Il sostegno cresce tra i cattolici – 80% tra i ferventi e 73% tra i non praticanti – e raggiunge l’82% tra gli elettori di centrodestra, mentre scende al 35% nel centrosinistra. Il simbolo religioso diventa così una linea di frattura politica: ciò che culturalmente unisce, elettoralmente divide.

Prima la bandiera, poi il crocifisso

Ancora più indicativa è la gerarchia dei simboli nazionali. Se chiamati a scegliere cosa esporre negli edifici pubblici per rappresentare l’identità italiana, gli intervistati indicano prima di tutto la bandiera tricolore (52%). Solo dopo arrivano il crocifisso (36%) e la foto del presidente della Repubblica (28%), mentre è marginale la quota di chi ritiene non si debba esporre nulla (14%). Anche tra chi è favorevole all’obbligo del crocifisso, la bandiera resta il simbolo principale: segno che l’identità nazionale viene percepita prima come civica e solo in seconda battuta come religiosa.

Una lunga storia che cambia forma

La ricerca colloca questi risultati dentro una prospettiva storica più ampia. La serie 1997-2025 sulla centralità dei valori cattolici mostra oscillazioni ma non crolli strutturali: negli anni si passa da picchi attorno al 65% a livelli più recenti intorno al 58%. Non si tratta quindi di una perdita radicale di peso, quanto piuttosto di una trasformazione nel modo in cui questi valori vengono vissuti e tradotti nella vita pubblica.

La conclusione è quasi paradossale, ma solo in apparenza. La fede cattolica resta un pilastro della cultura personale di molti italiani, però quando si tratta di rappresentare l’identità collettiva prevalgono simboli civili, a partire dal tricolore. L’esposizione istituzionale del crocifisso appare generalmente accettata, ma non centrale e soprattutto politicamente divisiva. Il cattolicesimo rimane dunque una lingua comune della società italiana, ma non più l’unico alfabeto dell’identità nazionale.






venerdì 27 febbraio 2026

Francia, la legge sul suicidio assistito che banalizza la morte



In Francia passa all'Assemblea Nazionale la legge sul suicidio assistito, in realtà una legge sull'eutanasia con ben pochi limiti, dove il medico prende la decisione finale, i parenti non hanno voce e i malati di mente non sono risparmiati.

FINE VITA

Vita e bioetica 



Luca Volontè, 27-02-2026

Macron spinge la Francia nell’era della morte medicalmente assistita per tutti. Dopo numerosi rinvii e riscritture da parte di entrambe le Camere, la versione votata lo scorso 25 febbraio dall'Assemblea Nazionale, riflette quella che è forse la visione più omicida mai proposta sull'importante questione del suicidio assistito. L'illiberalismo di Macron e della sua coalizione di liberal-socialisti e sinistre, sostenuti dalla massoneria francese, vogliono imporre un cambio antropologico totale alla società francese, arrestando anche chi si oppone silenziosamente.

Tutti gli sforzi dei parlamentari di destra e di centro per cercare introdurre misure di salvaguardia contro questa corsa mortale che farà precipitare malati, anziani e inadatti al camposanto, sono stati bocciati dalla maggioranza di macroniani e sinistre unite. L'ultima versione del testo, approvata il 25 febbraio (a favore 299, contrari: 226, astenuti 37), conferma l'adozione del “principio del suicidio assistito” come riferimento, anziché dell'eutanasia in senso stretto, ma dal testo complessivo si capisce che si tratta di un semplice gioco di parole. Infatti, l'emendamento presentato dall'ex ministro della Salute Frédéric Valletoux, che fa dell'autosomministrazione della sostanza letale, la regola e dell'assistenza di una terza persona, quando la persona non è in grado di farlo, l'eccezione, è stato adottato a larga maggioranza.

Piccola consolazione è un emendamento governativo, volto a escludere la «sola sofferenza psicologica» dall’ambito di applicazione della legge sul suicidio assistito che è stato approvato con 159 voti favorevoli e 130 contrari, mentre un altro emendamento per l’introduzione del reato di «incitamento al suicidio assistito» è stato adottato alla quasi unanimità. La bocciatura, lo scorso fine gennaio, di un disegno di legge emendato dai senatori in senso “pro-life”, da noi commentato, ha avuto l’effetto di rilanciare paradossalmente le versioni più omicide ed infatti, nei lavori delle commissioni parlamentari della scorsa settimana, la maggioranza di sinistra e macroniani aveva respinto categoricamente una prima serie di 150 emendamenti volti a regolamentare il "suicidio assistito".

In seguito, il 20 febbraio, le discussioni si sono concentrate su alcune tipologie di patologie ammissibili al suicidio assistito. Il tentativo di escludere dal programma pazienti psichiatrici, affetti da malattie neurodegenerative, schizofrenia o disabilità intellettive non ha purtroppo avuto successo, con il relatore del disegno di legge, il deputato socialista Olivier Falorni, che si è dichiarato contrario alle «liste di esclusione generalizzate». 

Il 23 febbraio ben 42 deputati di tutti i partiti politici, con un editoriale pubblicato da Le Figaro si erano già detti allarmati dal sistematico rigetto di tutti gli emendamenti migliorativi che ponevano limiti alle azioni letali e garanzie per i pazienti. «Non si tratta di una legge sulla fine della vita, ma di una legge che banalizza la morte provocata. Il titolo e la comunicazione del governo hanno creato confusione: questa legge non riguarda solo le persone agli ultimi giorni della loro esistenza. I criteri adottati non si limitano alle situazioni terminali… L'eliminazione del riferimento che esclude solo la sofferenza psicologica ne amplia ulteriormente la portata. Una persona potrà richiedere assistenza al suicidio anche senza essere in fin di vita… Non si tratta di una legge eccezionale, ma di una legge con criteri di ammissibilità molto ampi», così i firmatari.

Inoltre la norma prevede che la decisione finale sulla procedura di eutanasia sarà presa da un singolo medico; il parere del secondo medico potrà essere espresso a distanza, senza visita medica del paziente. Non è prevista alcuna convalida indipendente preventiva. I familiari saranno esclusi dal diritto di appello. L'atto potrà essere eseguito in un'ampia varietà di luoghi e i minori potranno essere presenti. Ogni controllo avverrà solo a posteriori, una volta deceduto il paziente.

Allucinante deriva di Macron verso l’autoritarismo illiberale e statalista. Persino le condizioni per l'esercizio della clausola di coscienza, diritto umano fondamentale, da parte dei medici è garantita solo sulla carta mentre le istituzioni, incluse quelle religiose, dovranno garantire in ogni modo che l'uccisione venga compiuta, anche nelle case di riposo. Una tragedia, nonostante la nuova legge a favore delle cure palliative sia stata approvata all’unanimità dalla Assemblea Nazionale lo stesso 25 febbraio. Una riedizione della ricetta di Robespierre e i suoi sodali, una “ghigliottina moderna” per dissenzienti, diversamente abili, malati e adatti in genere. Oltre al Consiglio nazionale dell'Ordine dei medici di Francia, le associazioni cattoliche e cristiane che si occupano di famiglia e vita, “Syndicat de la famille” di Ludovine de La Rochère, “Via”, “AFC” (associazione delle famiglie cattoliche), si sono tutte schierate contro la norma, sarà battaglia nel prossimo passaggio del Senato.

In ultimo, a conferma dello sbandamento illiberale che sta operando Macron, martedì sera 24 febbraio, i manifestanti dei “Les Velleurs”, pacifici giovani che si erano già mobilitati contro il matrimonio e adozioni gay nel 2013 (legge sostenuta apertamente dalla massoneria francese e appravata dal governo Hollande e dal ministro Toubirà), si erano radunati davanti all'Assemblea Nazionale per protestare, al lume di candela e con un libro in mano, contro la legge sul fine vita (eutanasia). Ebbene, tutti sono stati identificati dalla polizia e dei circa 50 partecipanti, 37 sono stati arrestati e portati in custodia cautelare in quattro commissariati di polizia di Parigi. Che dire di più?






Regno Unito, ti tolgono le cure e la chiamano morte naturale



Il caso di R.B.: contro il volere della famiglia e senza passare dal tribunale, i medici sospendono la dialisi a un paziente colpito da ictus, condannandolo a morte certa e rapida, giustificandola come "decisione clinica". R.B. è morto durante la notte, prima che il giudice decidesse oggi sulla legittimità di questa nuova prassi.

FINE VITA

Vita e bioetica 



Patricia Gooding-Williams, 27-02-2026

Aggiornamento ore 9.30: R.B. è morto durante la notte. L'udienza davanti alla Corte di Protezione rimane confermata, almeno per togliere il divieto di rivelare il nome del paziente e l'ospedale dove è avvenuta questa morte procurata.

Un nuovo caso di fine vita nel Regno Unito rivela come sia stata oltrepassata un’altra soglia critica medica, tale che i medici si sentono in diritto di causare la morte di un paziente, indipendentemente dalla volontà della famiglia e senza un'ordinanza del tribunale, giustificando la sospensione dei supporti vitali come “decisione clinica” di loro competenza.

Il caso senza precedenti riguarda la vita di un uomo di 68 anni, cristiano di origine africana, che per un’ordinanza del tribunale può essere indicato soltanto con le sue iniziali, R.B.. Come i lettori della Bussola sanno, in Gran Bretagna finora nei casi controversi di fine vita la procedura è la seguente: i medici vogliono staccare la spina al paziente; la famiglia contesta la loro decisione; il NHS (National Health Service) Trust porta la famiglia in tribunale; e i giudici concordano invariabilmente con i medici nel porre fine alla vita del paziente.

Nel caso di R.B., tuttavia, i medici hanno sospeso i supporti vitali contro la volontà della famiglia e senza passare dal tribunale. Ciò ha lasciato alla famiglia il difficile compito di avviare un procedimento giudiziario. La controversia legale verte quindi sulla possibilità che i medici introducano una nuova procedura in base alla quale una “decisione clinica” è sufficiente per interrompere il trattamento e prevalere sulla volontà della famiglia senza la necessità di ricorrere a un giudice.

Nell'aprile 2025, R.B., affetto da diabete e sottoposto a dialisi due volte alla settimana, è stato ricoverato in un reparto di terapia intensiva di un ospedale a Londra a causa di un grave ictus. Nonostante avesse subito un grave danno cerebrale, le sue condizioni neurologiche sono migliorate nei mesi successivi e in estate è stato staccato con successo dal ventilatore. Era in grado di aprire gli occhi e muovere la testa.

Tuttavia, i medici hanno informato la famiglia che, data la gravità della lesione cerebrale, era nel suo “miglior interesse” interrompere le cure di sostegno vitale. A un certo punto, secondo quanto riferito dai familiari, uno dei sanitari avrebbe anche detto alla famiglia: «Mi dispiace di averlo tenuto in vita all'inizio».

A partire dall'estate del 2025, inizia quindi un copione già visto: la famiglia ha ripetutamente richiesto invano l'accesso alle cartelle cliniche e alle immagini diagnostiche per ottenere un parere neurologico indipendente che confermasse o contestasse la valutazione dei medici. Queste richieste sono state respinte per mesi. Tutti i tentativi della famiglia di organizzare il trasferimento del paziente a casa, in una struttura di cura, in un'unità di neuroriabilitazione o dal reparto di terapia intensiva a un reparto specialistico di nefrologia sono stati respinti.

Entrambe le parti avevano alla fine accettato di ricorrere a una mediazione per verificare la possibilità di accordarsi sul trattamento del paziente. Tuttavia, mentre si stava ancora definendo la data della mediazione, la famiglia è stata improvvisamente convocata in ospedale. Così il 18 febbraio i medici hanno informato la famiglia di aver preso la «decisione clinica» di interrompere la dialisi di R.B. e di fornirgli cure palliative fino alla sua morte, definita «naturale». I medici che avevano in cura R.B. hanno giustificato la loro decisione affermando che ritenevano che il paziente non avrebbe più potuto recuperare una qualità di vita accettabile. Da quel momento a R.B. è stata negata la dialisi, con ovvie conseguenze letali per la sua precaria salute.

Di fronte alla prospettiva di una morte certa e rapida, la famiglia ha deciso di ricorrere d’urgenza in tribunale sperando in una ordinanza che obbligasse i medici a riprendere le cure. L'udienza della Corte d'appello si è tenuta lunedì 23 febbraio, ma i giudici, anziché richiamare i medici ai loro obblighi legali, hanno rinviato il caso alla Corte di Protezione, che è quella che si occupa di questi casi controversi e che quindi avrebbe dovuto essere coinvolta fin dall'inizio. Fatto ancora più rilevante, i giudici, pur sapendo che il tempo gioca contro R.B., non hanno ordinato all'ospedale di riprendere nel frattempo le cure in attesa della decisione definitiva. In questo modo hanno favorito di fatto i medici. L'udienza della Corte di Protezione è prevista per oggi, venerdì 27 febbraio, ma il tempo per R.B. sta per scadere.

Sostenuti da Christian Concern, gli avvocati della famiglia sostengono che la decisione dell'ospedale sia «illegale», poiché c’era già una mediazione programmata a breve per decidere sul “migliore interesse” di R.B.. In casi simili, dicono gli avvocati, l'ospedale è tenuto a rivolgersi alla Corte di Protezione per determinare quale delle parti abbia ragione, ma ciò non è stato fatto. Per cui il supporto vitale non può essere interrotto fino a quando il tribunale non si pronuncerà in merito.

I sanitari hanno ovviamente un’opinione diversa: la situazione di R.B. non rientrerebbe nella giurisdizione della Corte di Protezione, per cui la decisione di interrompere la dialisi è giustificata. Decisione questa che è stata sostenuta da un secondo parere di tre medici esterni.

Andrea Williams, amministratore delegato del Christian Legal Centre, che sostiene la famiglia, ha dichiarato: «I medici non hanno il potere di porre fine alla vita di un paziente interrompendo le cure semplicemente perché preferiscono il proprio punto di vista a quello della famiglia. Il controllo giudiziario su tali decisioni di vita o di morte è l'unica garanzia legale rimasta - per quanto debole e inadeguata sia attualmente - per il principio della sacralità della vita e per proteggere i diritti delle famiglie da decisioni irreversibili dettate dalla cultura del ‘diritto di morire’».

Il caso di R.B. evidenzia ancora una volta la tensione continua tra il giudizio medico e la volontà delle famiglie. Ma soprattutto mostra che seppure una prassi consolidata vorrebbe che la decisione sui supporti vitali venisse presa dalla Corte di Protezione (che di solito però concorda con i medici) e pur non essendoci una legge nel Regno Unito che autorizzi l'eutanasia, i medici sono già un passo avanti nell'accelerare la morte dei loro pazienti. E se oggi la Corte di Protezione approverà la legittimità della “decisione clinica”, il Regno Unito farà un altro passo avanti nella promozione della “cultura della morte”.