Mons. Francesco Moraglia e Luca Zaia (immagini generate con ChatGPT e Grok)
Dalle aule di Venezia alle corsie del Canada: Il drammatico monito del programma MAID dimostra come il diritto positivo e la logica aziendale ospedaliera rischino di trasformare la morte assistita in una routine burocratica.
di Fabio Vessillifero*, 3 agosto 2026
Il dibattito sul fine vita in Italia sta attraversando una fase di profonda transizione, trovando nel Veneto il suo principale terreno di confronto istituzionale. Al centro della discussione vi è il progetto di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, promosso dall’Associazione Luca Coscioni per regolamentare i tempi e le procedure di accesso al suicidio assistito a livello regionale. L’iter legislativo all’interno di Palazzo Ferro Fini ha registrato un rallentamento a ridosso della pausa estiva, rimandando il confronto nel merito al prossimo mese di settembre. È in questo scenario che si è inserito lo scambio di vedute a distanza tra il Patriarca di Venezia, Mons. Francesco Moraglia (qui), e il Presidente del Consiglio regionale, Luca Zaia (qui): un confronto serrato che tocca il cuore dei rapporti tra etica, diritto e istituzioni nell’era contemporanea.
Il caso Veneto: pragmatismo delle risposte e bioetica della persona
La discussione si è accesa a seguito dell’intervento del Patriarca Moraglia sul settimanale diocesano Gente Veneta. Il presule ha richiamato l’attenzione sulla dimensione biopolitica della materia, sostenendo che le decisioni sul fine vita abbiano un impatto educativo sulla coscienza pubblica. Secondo la prospettiva ecclesiale, la risposta centrale alla sofferenza estrema dovrebbe concentrarsi sul potenziamento delle cure palliative, delle reti di hospice e sulla tutela della fragilità, evitando che la regolamentazione normativa possa progressivamente attenuare la percezione del valore della vita umana.
La replica di Luca Zaia ha delineato i contorni di un approccio improntato al realismo istituzionale. Il Presidente del Consiglio regionale ha richiamato una chiara distinzione di ruoli, distinguendo la sfera della cura spirituale dai doveri della politica e dell’amministrazione pubblica. Zaia ha ricordato che la legittimità del suicidio assistito è già stata introdotta nell’ordinamento italiano dalla storica sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. Da questo punto di vista, l’azione della Regione non mira a introdurre un nuovo diritto, bensì a dare certezze procedurali e tempi definiti ai cittadini, offrendo un quadro di regole certe all’interno delle strutture sanitarie pubbliche per colmare l’attuale vuoto legislativo nazionale.
La legittima difesa dell’amministratore: l’obiezione di Zaia al teorema del capitale
Di fronte a letture critiche che collegano le normative sul fine vita alle agende del capitalismo predatorio o a logiche di contabilità tecnocratica, un amministratore come Luca Zaia solleverebbe un’obiezione del tutto legittima e fondata sui fatti della cronaca politica. Dal suo punto di vista, definire la regolamentazione regionale come un tassello funzionale agli interessi della finanza transnazionale rappresenta un’astrazione ideologica, un salto logico privo di riscontri concreti.
Zaia potrebbe giustamente rivendicare tre elementi a difesa della propria assoluta linearità:
- Il mandato di realtà: Il compito di chi presiede un’assemblea legislativa regionale è governare i problemi reali dei cittadini all’interno del perimetro tracciato dalle sentenze della Corte Costituzionale.
- L’eccellenza della Sanità Pubblica: Il Veneto vanta storicamente un sistema sanitario a gestione prevalentemente pubblica, considerato un modello virtuoso a livello nazionale. I dati di bilancio dimostrano che la Regione investe risorse cospicue proprio nelle cure palliative, nella terapia del dolore e nell’accompagnamento dei malati terminali. L’accesso al suicidio assistito non viene dunque concepito come una scorciatoia economica per risparmiare sulle terapie lunghe e costose, ma come una risposta di extrema ratio per casi eccezionali e circoscritti.

- La spinta democratica dal basso: Il testo in discussione a Venezia è una legge di iniziativa popolare, sottoscritta da migliaia di cittadini veneti e sostenuta da movimenti storicamente legati alle battaglie per i diritti civili e le libertà individuali, non un diktat calato dall’alto da élite finanziarie globali.
La buona fede e la trappola dell’eterogenesi dei fini
È proprio partendo dal riconoscimento di questa indiscutibile buona fede che l’analisi strutturale si fa più profonda e stringente. La critica filosofica e macroeconomica non processa le intenzioni soggettive del politico, che possono essere improntate alla compassione verso il dolore dei malati. Il fulcro del problema risiede in quella che le scienze sociali definiscono “eterogenesi dei fini”: il processo per cui azioni intraprese con le migliori intenzioni e per risolvere problemi circoscritti finiscono, una volta inserite in un sistema globale, per produrre effetti macroscopici diametralmente opposti a quelli desiderati.
Quando la politica rinuncia a difendere i confini invalicabili fondati sul diritto naturale — l’idea che la vita umana possieda una dignità intrinseca e indisponibile — e si affida esclusivamente al pragmatismo del diritto positivo, essa crea un precedente normativo e culturale. Un quadro di regole puramente tecniche, pur concepito per tutelare il cittadino, rischia di trasformarsi nel perfetto cavallo di Troia per dinamiche globali che l’amministratore locale non può controllare. La presa di posizione di un politico stimato abbassa le difese immunitarie della società civile, sdoganando come puro “buon senso” una transizione burocratica che, nel lungo periodo, espone la fragilità umana a logiche utilitaristiche.
I grandi flussi dell’informazione e la costruzione del consenso
A livello macroscopico, questa transizione viene significativamente sostenuta e accelerata dalle dinamiche dell’informazione globale. I grandi network editoriali, le emittenti televisive e le piattaforme digitali mainstream, controllati attraverso complessi incroci azionari dai medesimi colossi della gestione patrimoniale che dominano i mercati finanziari, operano come un formidabile megafono culturale per la normalizzazione delle soluzioni procedurali.
La fabbrica del consenso mediale agisce attraverso una sistematica semplificazione dei nodi bioetici, isolando i casi umani più drammatici per generare un costante martellamento emotivo che scavalca la riflessione razionale. In questo processo, il vocabolario viene progressivamente addolcito attraverso una neolingua studiata per anestetizzare la coscienza pubblica: espressioni dirette e radicate nella realtà come “suicidio” o “soppressione della vita” vengono bandite e sostituite da formule rassicuranti e neutre come “trattamento di fine vita”, “dolce morte” o “scelta di dignità”. Questo filtro terminologico abitua gradualmente il pubblico a concepire l’interruzione dell’esistenza fragile come una normale prestazione sanitaria o come un servizio burocratico da ottimizzare, indebolendo la capacità di resistenza dei corpi intermedi e delle visioni ancorate alla sacralità della persona.
Un ruolo decisivo è svolto dai giganti mediatici della Silicon Valley (i cui principali azionisti sono, ancora una volta, i fondi Vanguard, BlackRock e State Street). Attraverso gli algoritmi di Google, Meta e delle principali piattaforme di informazione online, i contenuti che promuovono i “nuovi diritti” e le scelte di autodeterminazione godono di una visibilità organica prioritaria. I media nativi digitali rivolti ai giovani (come Fanpage, Open o Wired) adottano in modo acritico la neolingua anestetizzante del capitale. Tutti questi media, pur apparentemente diversi, condividono la stessa proprietà finanziaria e la stessa visione del mondo. La loro funzione non è informare, ma creare l’ambiente culturale affinché riforme che relativizzano il valore della persona umana vengano percepite dall’opinione pubblica come conquiste di libertà. In questo modo, la transizione verso uno Stato-guscio che amministra burocraticamente la vita e la morte può avanzare senza incontrare resistenza sociale.
Il piano inclinato: il drammatico monito del sacerdote in Canada
Le preoccupazioni circa la fragilità dei confini tracciati dal diritto positivo trovano una drammatica conferma nelle esperienze internazionali, dove la logica del “piano inclinato” ha ormai svelato le sue conseguenze più estreme. L’esempio più allarmante a livello globale è rappresentato dal Canada e dal suo programma MAID (Medical Assistance in Dying), introdotto inizialmente nel 2016 con paletti rigidissimi limitati ai soli malati terminali in condizioni di morte imminente (su questo blog ne abbiamo parlato diffusamente, vedi qui).
Le cronache recenti hanno portato alla luce episodi che evidenziano il totale stravolgimento etico del sistema. Tra questi, ha destato profonda inquietudine il caso di un sacerdote cattolico canadese, ricoverato in una struttura ospedaliera a causa di una semplice frattura ossea — una patologia temporanea, del tutto curabile e priva di qualsiasi carattere di terminalità. Durante la degenza, il personale sanitario ha proposto proattivamente e per ben due volte al religioso l’accesso al protocollo di eutanasia (qui).
Questo fatto dimostra come, una volta accettata l’idea che lo Stato possa legalmente interrompere la vita di una persona in base a parametri di sofferenza soggettiva o efficienza gestionale, la morte assistita cessi di essere un’eccezione drammatica e si trasformi in un’opzione terapeutica di routine inserita nei moduli ospedalieri. In un modello sanitario guidato da logiche aziendali, la soppressione del paziente ha un costo infinitamente inferiore rispetto a lunghe degenze, interventi riabilitativi complessi o cure palliative di alto livello. Il rischio sistemico è che il malato anziano, il disabile o la persona temporaneamente non autosufficiente avvertano la proposta del medico come una sottile forma di pressione sociale e familiare, finendo per convincersi di essere un “peso” economico per la collettività e accettando la fine come un dovere implicito.
Verso una sintesi necessaria
Il confronto avvenuto in Veneto e il tragico specchio che giunge dalle corsie ospedaliere canadesi dimostrano che il dibattito sul fine vita non può essere ridotto a una mera questione di tempistiche, moduli e comitati etici aziendali. Se la politica abdica al suo ruolo di custode dell’essere umano per farsi pura applicazione tecnica e gestione dei flussi procedurali, la legalità formale rischia di spianare la strada a una nuova forma di barbarie burocratica. La vera sfida della governance contemporanea risiede nella capacità di preservare il doveroso pragmatismo amministrativo e l’ascolto della sofferenza senza recidere il legame con il diritto naturale, cioè con il valore non negoziabile della dignità della persona, affinché l’efficienza della macchina pubblica rimanga al servizio dell’uomo e non diventi strumento della sua dissoluzione.
*Professore di liceo, licenziato in Teologia sistematica e agricoltore, Fabio Vessillifero, pur senza saio, segue la regola benedettina dell' « ora et labora et lege ».Da bravo contadino applica un principio chiaro: dà pane al pane e vino al vino. È uno schietto che dice esattamente ciò che pensa; proprio perché questa totale assenza di filtri potrebbe urtare la sensibilità di qualche autorità su lunghezze d'onda diverse — creando magari qualche grattacapo professionale — preferisce affidare le sue riflessioni a uno pseudonimo. Nella parte del « lege », si muove tra i massimi sistemi di S. Agostino, S. Tommaso e del beato Antonio Rosmini. Vi rientra anche un focus sulla liturgia, convinto che la crisi della Chiesa dipenda oggi dalla crisi della liturgia. Per il « labora », smette i panni del teorico e scende tra le vigne e gli ulivi di famiglia, ottimo antidoto alle emicranie intellettuali. Infine, l’« ora » si esprime nel suo radicamento in paese come animatore pastorale e voce del coro liturgico.






