sabato 18 aprile 2026

Funerali cattolici, Mons. Lamba firma il decreto: no alla dispersione delle ceneri e ai discorsi dei parenti dall'ambone





17/04/2026
Chiesa cattolica
Diocesi


Diocesi di Udine

Udine - L'arcivescovo Riccardo Lamba, ha firmato due decreti destinati a regolare aspetti concreti e quotidiani della vita delle parrocchie dell'Arcidiocesi. Entrambi i provvedimenti, protocollati lo stesso giorno, entreranno in vigore il 19 aprile 2026, terza domenica di Pasqua.

Le esequie cristiane: fede, non fatto privato

Il primo decreto (Prot. 0516/Can/26) stabilisce le norme che regolano la celebrazione delle esequie. Il documento parte da un principio ecclesiologico molto chiaro ma spesso sconosciuto a chi pratica poco la fede cattolica: il funerale cattolico non è un affare di famiglia, ma «un segno di fede ed espressione della comunione ecclesiale», come si legge nel testo. I familiari del defunto sono pertanto tenuti a contattare il parroco prima di qualsiasi altro adempimento - compreso il semplice suono delle campane che annuncia il decesso - per concordare orari, luogo e modalità della celebrazione. Le forme ammesse restano esclusivamente quelle previste dal Rituale: la Messa esequiale oppure la celebrazione nella Liturgia della Parola. In caso di rifiuto della famiglia verso entrambe le opzioni, il parroco o un diacono da lui incaricato potrà presenziare a un momento di preghiera prima della chiusura della bara, ma il decreto è esplicito: ciò «non equivale in alcun modo a un funerale cattolico».

Il decreto entra anche nei dettagli pratici: la fotografia del defunto è ammessa, ma deve restare laterale, in modo da non disturbare la celebrazione; le musiche e i testi estranei alla liturgia sono vietati. E poi c'è il nodo del saluto dei familiari, forse il punto più atteso e più coraggioso dell'intero provvedimento.

Il testo è chiaro: «Al termine dell'ultima raccomandazione e commiato, si autorizza che sia letto - non dall'ambone - un saluto da parte dei familiari per ricordare il defunto, concordando il testo con chi presiede la celebrazione». Per le personalità pubbliche, eventuali rappresentanti della comunità potranno intervenire, ma solo dopo la conclusione della liturgia, mai durante. Non dall'ambone. Tre parole che valgono più di un trattato. L'ambone non è un palco, non è un microfono aperto alle emozioni del momento: è il luogo da cui risuona la Parola di Dio. Riportarlo alla sua funzione è un atto di rispetto verso ciò che la celebrazione esequiale è davvero: non una cerimonia di commiato, non un tributo al defunto, ma la proclamazione della fede nella risurrezione. Ed è proprio questo il cuore di ciò che l'arcivescovo Lamba sta cercando di fare con questo decreto: restituire le esequie al loro significato reale. Troppo spesso il funerale cattolico è diventato uno spazio ibrido, in cui la liturgia fa da cornice a qualcosa d'altro: un momento privato, sentimentale, vissuto "per tradizione" da chi con la fede ha un rapporto intermittente e con la comunità ecclesiale nessuno. Il risultato è una cerimonia svuotata, in cui l'assemblea assiste invece di pregare, e l'altare rischia di diventare un teatro.

Lamba prova a invertire questa deriva. Lo fa con fermezza, ma anche con la pazienza del pastore: non sbatte le porte in faccia a nessuno, prevede spazi per la famiglia, per il saluto, per il ricordo. Ma tiene il centro. E il centro, in un funerale cattolico, è Cristo risorto, non il defunto, non i suoi meriti, non il dolore di chi resta.

Ceneri in cimitero: la Chiesa ribadisce una posizione già consolidata

Una sezione del decreto riguarda la cremazione, tema su cui l'arcivescovo Lamba non introduce novità, ma ribadisce con forza quanto già stabilito dai documenti ufficiali della Chiesa. Il riferimento esplicito è all'istruzione Ad resurgendum cum Christo della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 15 agosto 2016: le ceneri devono essere deposte nei cimiteri. Non è consentito conservarle in casa, spargerle in aria, in terra o in acqua, né trasformarle in oggetti commemorativi. Il decreto precisa inoltre che, qualora il defunto abbia scelto la cremazione «perché non riconosce la dignità del corpo in vista della risurrezione», o abbia disposto la dispersione delle ceneri intendendo la morte come «annullamento totale e definitivo della persona», queste scelte escludono la celebrazione del funerale cattolico. Si tratta, anche in questo caso, di una fedele applicazione di quanto già stabilito al numero 8 dell'istruzione della Santa Sede del 2016.

La posizione della Chiesa, in sostanza, non è contraria alla cremazione in sé - che viene tollerata - ma esige che essa non contraddica la fede nella risurrezione della carne, cardine del Credo cristiano.

Le campane: tradizione tutelata, con regole precise

Il secondo decreto (Prot. 0515/Can/26) aggiorna le norme sul suono delle campane, sostituendo il precedente provvedimento risalente al 22 dicembre 1995, firmato dall'allora arcivescovo mons. Alfredo Battisti.

Il testo muove da una premessa importante: il suono delle campane è espressione della libertà religiosa garantita dall'art. 19 della Costituzione italiana e dagli accordi tra la Santa Sede e lo Stato, ai sensi dell'art. 7 Cost. L'obiettivo dichiarato è proteggere questa tradizione, evitando che conflitti con i vicini possano portare a contenziosi legali o al silenzio dei campanili. In concreto: le campane non possono suonare prima delle 7.00 e dopo le 21.00 in tutte le chiese dell'Arcidiocesi, con un limite più restrittivo (dalle 7.30) la domenica e nei giorni festivi civili per le chiese nei centri con oltre 5.000 abitanti. Fanno eccezione per tradizione consolidata quattro chiese storiche: Santa Maria in Castello a Udine, la Pieve di Castello a San Daniele del Friuli, il Duomo di Cividale del Friuli e la Pieve di San Pietro in Carnia, dove il suono è ammesso fino alle 22.00.

Silenzio assoluto, invece, dal Gloria della Messa in Cena Domini fino al Gloria della Veglia Pasquale: nei giorni del Venerdì Santo e del Sabato Santo le campane tacciono, secondo l'antica e veneranda tradizione. Le norme si applicano anche ai sistemi meccanici ed elettronici, e la responsabilità della loro osservanza ricade sui parroci, «legali rappresentanti» delle campane delle rispettive chiese.

d.R.M.
Silere non possum






L'eresia del "sacerdozio universale" e il momento del Padre Nostro




a cura di Veronica Cireneo 
17 aprile 2026

Se i fedeli in chiesa tenessero le mani al loro posto, cioè giunte dall'inizio alla fine della celebrazione eucaristica - in chiesa si va per pregare e quando si prega bisogna tenere le mani giunte - tanti problemi irrituali e sacrileghi decadrebbero da sé: come il prendersi per mano al Padre nostro, spalancarle verso il Cielo, stringerle per la pace a destra e a manca e soprattutto afferrare l'Ostia con le mani. Tanto premesso approfondiremo in questa sede cosa si intenda con l'affermazione, sempre più ricorrente: "Siamo tutti sacerdoti" e quale sia appunto il modo più virtuoso di tenere le mani al momento della recita del Padre Nostro. Argomenti interessanti, affrontati dall'amico Mauro Bonaita in questa quarta puntata della Rubrica: "Il catechismo del buon esempio" . Buona lettura, stampa e diffusione del volantino in PDF in calce.

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" SACERDOZIO DELL’ORDINE E SACERDOZIO COMUNE: IL MOMENTO DEL PADRE NOSTRO"

Il catechismo del buon esempio 
 

Mauro Bonaita, Alleati di Reggio Emilia

17 aprile a.D. 2026


La lex orandi non si può scostare dalla lex credendi. Assieme si manifestano nella lex vivendi.

• La gestualità del corpo è espressione e immagine della nostra fede; è quindi di grande importanza assimilare la corretta gestualità durante la preghiera e la liturgia per educarci alla vera fede cattolica che ci invita a coltivare quell’amore divino che si distingue da quello puramente umano e filantropico: la Caritas e non il Philia, la Carità e non la fratellanza umana.




Tra i vari momenti dove è richiesta una particolare gestualità, vi è il momento del Padre Nostro. Nella sezione “Precisazioni” del Messale Romano, circa la recita del Padre Nostro, è scritto:

“escludendo gesti non rispondenti all’orientamento specifico della preghiera rivolta a Dio Padre, si possono tenere le braccia allargate”.

Oltre a gesti non previsti e non consoni alla preghiera rivolta a Dio Padre, che sono da abolire, in una lettura intellettualmente onesta si capisce che: le braccia allargate “si possono” tenere, non sta scritto “si devono” (...)

Pur non essendo esplicitamente proibite, le mani allargate non corrispondono a una verace partecipazione liturgica.

I fedeli non devono ripetere: né con le parole, né con le azioni ciò che dice e fa il sacerdote, la cui “singolare” funzione è reiterare il Sacrificio incruento in Nome e per Cristo Unico Salvatore applicando all’umanità intera i frutti dell’unico Sacrificio cruento. Il Messale infatti scrive e ripete:
“il sacerdote, con le braccia allargate (…)” e ancora “solo il sacerdote, con le mani allargate:(…)”. [2]
Le braccia allargate sarebbero più adatte in una preghiera privata, ma non nell’occasione della Messa dove siamo chiamati ad esprimere sentimenti di “filiale” comunione, in uno stato che anticipa la “Comunione dei Santi” col Corpo Mistico: la Chiesa gerarchica, in comunione con gli Angeli, i Santi, i diaconi, col presbitero, il Vescovo e il Papa, che fra le altre cose vengono nominati nella celebrazione per esprimere maggiormente una unione personale e intima con loro; quindi, una preghiera “verticalizzata” verso l’alto, che tende a Cristo.

Sono certamente da aborrire anche alcuni atteggiamenti di preghiera “orizzontale”, come le “catene umane”, mano nella mano, che sono gesti camerateschi che nulla hanno a che fare col Sacrificio del Calvario (...).

Purtroppo, però è da constatare che spesso in alcune parrocchie anche questo momento diventa espressione di una fede protestantizzata: protestantesimo che ha tra i capisaldi l’eresia del “sacerdozio universale” attraverso cui ogni fedele avrebbe accesso diretto a Dio senza necessità di alcun intermediario, come invece lo è necessariamente il sacerdote.

Noi cattolici ci discostiamo nettamente da questo concetto riconoscendo la distinzione che c'è tra: “sacerdozio comune dei battezzati” e “sacerdozio dell’ordine”.

Il primo, il sacerdozio dei battezzati, è accessibile col sacramento del battesimo, il secondo, quello dei consacrati, è distintivo dei soli sacerdoti e si assume attraverso il Sacramento dell’Ordine.




Fu Sant’Agostino a formulare la celebre espressione:
“Per voi infatti sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome (Vescovo – ndr) è segno dell'incarico ricevuto, questo (cristiano – ndr) della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza.” [3]
È necessario comprendere bene cosa volesse dire Sant’Agostino riferendosi al suo essere Vescovo. Egli, infatti, sentiva il peso del suo incarico messo a servizio dei fedeli, disponendo loro i Sacramenti di Cristo per la salvezza eterna. A llo stesso tempo definiva il suo essere cristiano uno stato di grazia per la salvezza che anch’egli aveva ricevuto col Battesimo, al pari dei fedeli a lui affidati.

È in questo sentire e vivere il nostro “sacerdozio comune” dei battezzati e il “sacerdozio dell’ordine” dei nostri Pastori che si dovrebbero differire le posture dei fedeli e dei Sacerdoti:

- i primi con le mani giunte in segno di affidamento ai Pastori e

- i secondi con le braccia allargate in segno di offerta a Dio Padre delle preghiere e delle sofferenze del popolo che si uniscono al Sacrificio dell’Unico Pastore che è il Figlio: Cristo Gesù.




Non importa quanto giudichiamo buono o cattivo il tal celebrante.

La Messa è un rito soprannaturale dove Cristo è Sommo Sacerdote e il Sacramento agisce, tecnicamente parlando, “ex opere operato”, cioè “per il fatto stesso di aver fatto la cosa”.

Non a caso tale tecnicismo fu definito durante il Concilio di Trento (1547) per combattere le eresie Luterane che avevano in odio la gerarchia ecclesiastica.



Guardiamo allora e imitiamo Maria SS., nostra Maestra di Vita, che durante le orazioni teneva sempre le Sue Mani umilmente giunte.





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LINK AL PDF:
https://drive.google.com/file/d/1PnIvnsPmgLSEYcGg0oVzKPmTDhUED1eR/view?usp=sharing


Per approfondire, consultare i seguenti documenti:
[1] – “Messale Romano” [precisazioni - 8.]
[2] – Ibidem [Terza parte: Santa Comunione]
[3] – Discorso 340 – Sant’Agostino







venerdì 17 aprile 2026

Vescovo Schneider: “La Chiesa tedesca è una vile collaboratrice dell’ideologia di sinistra”




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da jungefreiheit.de un'intervista di mons. Schneider sul tradimento della cultura europea da parte della Chiesa. 



pubblicato il 17 aprile 2026


Moritz Schwarz, 5 aprile 2026

La Chiesa tradisce la fede cristiana e la cultura europea? È proprio questo che le rimprovera Athanasius Schneider. A Pasqua, il vescovo ausiliare cattolico residente in Kazakistan invita gli europei a salvare la loro cultura dal totalitarismo woke e dall’immigrazione di massa.

Eccellenza Reverendissima, lei invita a creare un “nuovo movimento nella cultura, nella politica e nella vita pubblica per rafforzare i nostri valori europei”.

Athanasius Schneider: Sì, perché proprio la Pasqua dovrebbe ricordarci che la nostra Europa è stata costruita sul cristianesimo.

Perché “proprio la Pasqua”?

Schneider: Perché nessuna festa rappresenta di più la fede cristiana: con la resurrezione di Gesù Cristo dopo le tenebre della Sua passione, con il trionfo sulla morte e la redenzione del mondo. È su questo che si fonda la Chiesa e, su di essa, a sua volta, l’Europa. E ciò non soltanto in senso religioso, ma – cosa che oggi dimentichiamo volentieri – in senso complessivo.

Per esempio?


Schneider: Tutti i valori europei derivano in ultima analisi dal cristianesimo, anche quelli che oggi consideriamo laici. Per esempio l’idea dell’individualità e della libertà del singolo. Oppure prenda la cultura occidentale: furono i monasteri a conservare il patrimonio del sapere antico, a rielaborarlo e a renderlo accessibile all’Occidente. Furono per lungo tempo i centri del sapere europeo, finché non sorsero le università, che tuttavia sono state anch’esse create dalla Chiesa, risalendo fino ai Padri della Chiesa dell’antichità.

Lo stesso vale, per esempio, per l’ospedale, che fu inventato dal cristianesimo, spinto dallo spirito del Vangelo, dall’amore per i più poveri. Si pensi al Basileion del IV secolo, fondato dal Padre della Chiesa Basilio il Grande in Asia Minore, dove malati e bisognosi venivano assistiti in gran numero. Anche più tardi, nel Medioevo, l’assistenza ai malati è stata compito della Chiesa: lo Stato non faceva nulla in questo campo. Già il termine ‘infermiera’: da dove viene? Dal fatto che originariamente erano le suore a curare i malati. [In tedesco, il termine ‘infermiera’ è Krankenschwester, letteralmente ‘sorella (Schwester) dei malati’, N.d.T.]

Oppure consideri il nostro diritto processuale, che in parte risale alla famigerata Inquisizione, con la sua idea moderna che un processo corretto richieda prove e una difesa. Questi sono solo alcuni esempi di quanto profondamente il cristianesimo abbia plasmato la nostra cultura europea.

“Ciò che è di sinistra è buono, ciò che è di destra è cattivo: questo è il trucco”

Ma in che modo questa impronta sarebbe oggi in pericolo, al punto da richiedere di essere ribadita?

Schneider: Chi oggi osserva criticamente la società riconosce lo sforzo di negare e respingere l’influenza del cristianesimo, affinché possano diffondersi altre influenze.

Concretamente?

Schneider: Oggi soprattutto l’ideologia di sinistra, che in ultima analisi deriva dal marxismo e che viene diffusa con il trucco di affermare che ciò che è di sinistra è di per sé buono e ciò che è di destra è di per sé cattivo. Si tratta però di un’attribuzione completamente arbitraria, che non regge a un’analisi critica, per esempio se si esamina storicamente ciò che idee, partiti e politiche di sinistra hanno prodotto. Tra queste cose rientra, per inciso, anche il nazionalsocialismo, che non a caso reca la parola ‘socialismo’ nel nome.

Naturalmente non si deve escludere la destra, le cui idee talvolta hanno anch’esse prodotto ingiustizie. Dobbiamo quindi rafforzare i valori della nostra cultura europea contro tutti coloro che cercano di soppiantarli, indipendentemente dalla direzione da cui provengano.

Quali sono esattamente questi valori europei?


Schneider: Sono quelli che rispettano la vera libertà dell’uomo: la ragione, l’umanità, la famiglia, il diritto naturale e così via. Tutto ciò che l’ideologia woke di oggi attacca e vuole dissolvere, per rendere le persone prive di sostegno e di orientamento. Tale ideologia dichiara nemico chiunque le si opponga, un nemico da eliminare.

“Un totalitarismo abilmente camuffato minaccia di distruggere la cultura e la libertà dell’Occidente”

Lei è cresciuto in parte nell’Unione Sovietica. Vede dei paralleli?

Schneider: Assolutamente sì. I miei genitori hanno sofferto molto sotto la dittatura comunista: come cristiani clandestini sono stati più volte vittime della repressione. Anch’io l’ho sperimentato a scuola: se qualcuno aveva un’opinione diversa da quella dell’ideologia comunista, veniva definito un nemico, un nemico del popolo, oppure un odiatore, un odiatore del popolo. Allora si parlava di ‘odiatore del popolo’, oggi di hate speech: vede quanto è impressionante la somiglianza?

Spero che ora comprenda anche l’urgenza del mio appello. Non si tratta semplicemente di rafforzare in generale i nostri valori, ma di farlo in un momento storico in cui forze neocomuniste stanno cercando di distruggerli. Non possiamo limitarci a guardare e aspettare.

Dobbiamo creare in Germania, in Europa, forse anche in America, un nuovo movimento che coinvolga la società e la guidi alla resistenza contro questa distruzione. Altrimenti rischiamo di sacrificare la nostra cultura occidentale e l’idea di libertà a un movimento totalitario abilmente camuffato.

Tra questi valori rientra anche, come lei sottolinea, il matrimonio. Bene, ma cosa ha il matrimonio tradizionale a che fare con la libertà dell’uomo e la resistenza alle ideologie totalitarie?


Schneider: Anzitutto: lei parla di ‘matrimonio tradizionale’ – lo trovo sbagliato e devo contraddirla. Non esiste un matrimonio tradizionale, ma solo ‘il’ matrimonio, quello naturale. Il matrimonio è qualcosa che ci dà la natura, non la tradizione. È un fatto, un’evidenza rivelata dal buon senso. È stato creato da Dio ed è il legame migliore e più bello che un uomo e una donna, che si completano e si amano, possano contrarre.

Su questo fondamento poggia tutta la nostra società: su di esso abbiamo costruito la nostra civiltà e la cultura europea con la sua umanità. Per questo dobbiamo difendere il matrimonio, insistendo sulla sua specificità e aiutando i giovani a riscoprirne il valore e la bellezza.

Dal matrimonio nascono poi i nostri figli, che sono il nostro futuro – e al tempo stesso le vittime più vulnerabili della distruzione del matrimonio. Vediamo infatti crescere una generazione senza punti di riferimento, esposta indifesa all’ideologia woke.

Questo è il metodo della sinistra: prima si crea un vuoto di senso, che poi si sfrutta per sedurre le persone. E queste non si accorgono di perdere la loro naturalezza, la loro libertà e la loro umanità, e spesso anche la gioia di vivere.

Tuttavia il pericolo non proviene soltanto dalla wokeness, come lei dice.

Schneider: È vero. Ho già detto che dobbiamo difendere i nostri valori europei dagli attacchi provenienti da tutte le direzioni. Un altro grande pericolo è la freddezza dell’amministrazione e della tecnica: nella società di massa l’uomo rischia di essere considerato un oggetto. Lo si vede in modo inquietante, per esempio, negli ospedali moderni e nelle case di cura. Spesso manca il calore, il vero calore umano, che il cristianesimo ha portato.

“È inquietante ciò che sta accadendo oggi in Germania”.
Ci si chiede perché questo appello alla difesa dei valori cristiano-occidentali venga da un vescovo dell’Asia centrale e non dai nostri vescovi tedeschi.

Schneider: Non dimentichi: io sono tedesco – per passaporto, di nascita, per discendenza, per formazione culturale e per identità mi sento al cento per cento tedesco. Conosco i miei antenati, sia paterni sia materni, fino a duecento anni fa, ed erano tutti tedeschi.

E hanno sofferto sotto i comunisti. Mio nonno Sebastian Schneider, per esempio, fu fucilato nel 1937 a soli 27 anni: mia nonna, di due anni più giovane, rimase vedova, e mio padre, ancora bambino, divenne orfano di padre. Ucciso da un’ideologia che, come alcune ideologie di sinistra odierne, si presentava come bella e liberatrice.

Come è arrivato, da tedesco, alla carica di vescovo ausiliare ad Astana?

Schneider: La Chiesa romana è una Chiesa universale. Dopo dieci anni a Roma, nel 2001 sono stato inviato a Karaganda, la quinta città del Kazakistan, per la formazione dei sacerdoti. Nel 2006 Papa Benedetto mi ha nominato vescovo ausiliare per sostenere il vescovo diocesano, data l’estensione della diocesi.

Ma anche qui ad Astana non viviamo affatto fuori dal mondo: sappiamo bene cosa accade e osservo con grande preoccupazione come si stanno sviluppando l’Europa e l’Occidente. Seguo anche i media tedeschi, compresi quelli pubblici, che mi ricordano sempre più i media di Stato dell’Unione Sovietica con la loro propaganda governativa comunista.

Si veda, per esempio, il modo ostinato con cui viene difesa la politica del governo. Nell’Unione Sovietica i cittadini venivano lodati dai superiori se si esprimevano in accordo con l’ideologia ufficiale: anche questo è qualcosa che, purtroppo, osservo nei media pubblici in Germania. È inquietante vedere come tutto ciò si stia verificando anche in Germania, senza una protesta generalizzata.

“La Chiesa tedesca è allineata: ha tradito il cristianesimo e il cattolicesimo”.
Papa Leone XIV ha avvertito all’inizio dell’anno che in Occidente abbiamo già adottato una “neolingua in stile orwelliano”, che nel tentativo di essere sempre più inclusiva finisce per escludere chi non si adegua alle ideologie che la guidano.


Schneider: È esattamente ciò che intendo. Ed è incoraggiante che il Santo Padre abbia il coraggio di dirlo. Questo rafforza il mio appello a tutte le forze sane della società affinché costruiscano un’alleanza per salvare la libertà dell’Europa.

Non esiste già un movimento con questo compito, cioè la Chiesa stessa?

Schneider: Assolutamente sì, ma purtroppo soprattutto la Chiesa in Germania è ormai completamente allineata con lo spirito del tempo, con il mainstream e con l’ideologia dei partiti di governo – tradendo ciò che è autenticamente cristiano e cattolico.

È triste, ma purtroppo la Chiesa in Germania è diventata una vile – sottolineo: vile! – collaboratrice dell’ideologia di sinistra. Sono certo che ciò entrerà nella storia come una grande vergogna, e che un giorno si leggeranno con imbarazzo i nomi dei vescovi che hanno guidato tutto questo come vili collaboratori.

Parole piuttosto dure.

Schneider: Direi piuttosto parole chiaramente necessarie.

Non ha timore di esprimersi così apertamente? Di solito tra “colleghi” si è più diplomatici.

Schneider: No, bisogna dire la verità con chiarezza. I miei genitori mi hanno educato a difendere le mie convinzioni. E poi, cosa ho da perdere, se ho una convinzione?

Qualche anno fa, a Washington, una signora, cattolica convinta, mi chiese se non avessi paura, perché avevo firmato, insieme ad altri vescovi, una dichiarazione critica nei confronti di Papa Francesco, chiedendo chiarezza sulla morale matrimoniale.

Le risposi: non ho nulla da perdere. E lei replicò: “Eccellenza, esatto: perché perderà tutto se non lo farà”. Che affermazione meravigliosa!

“La migrazione di massa è uno strumento per l’infiltrazione dell’Europa”.
Ha mai avuto occasione di dire queste critiche direttamente ai vescovi tedeschi?

Schneider: No, e non lo farò, perché non ha alcun senso: non ha senso parlare con degli ideologi.

Non si rende le cose più semplici?

Schneider: No, mi creda, non serve a nulla. Probabilmente non mi prenderebbero nemmeno sul serio: chi sarebbe mai questo vescovo ausiliare proveniente dalla periferia che vuole insegnare a noi in Germania?

Lei si azzarda anche a criticare l’immigrazione di massa, che è diventata uno dei progetti ideologici centrali delle chiese tedesche.

Schneider: La critico perché è evidentemente un’azione politica orchestrata. Un’azione con l’obiettivo di soppiantare l’identità occidentale, in particolare quella cristiana dell’Europa, soprattutto con l’introduzione di immigrati musulmani. È quindi un errore pensare che la migrazione avvenga semplicemente in modo spontaneo, come reazione naturale a guerre o povertà. È anche uno strumento per infiltrare l’Europa e marginalizzare il cristianesimo.

Questa strategia si inserisce nel progetto di dissolvere l’identità europea per creare una nuova cultura woke e una popolazione mista a maggioranza asiatico-musulmana. Di recente, in Tirolo, ho appreso che già la metà dei bambini nati nel luogo in cui andavo sempre in vacanza ha genitori musulmani – non a Parigi, Berlino o Londra, ma in Tirolo! È solo questione di tempo prima che la situazione cambi radicalmente.

A maggior ragione è importante che nasca un movimento come quello che propongo, per salvare l’Europa. E sono fiducioso che prima o poi accadrà. Alcuni temono che allora sarà troppo tardi. Ma da cristiano ho sempre speranza: è questo il messaggio che ci insegna la Pasqua.



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Il dott. Athanasius Schneider è vescovo ausiliare di Karaganda, nell’arcidiocesi cattolica romana della Santissima Vergine Maria ad Astana, capitale del Kazakistan. È nato nel 1961 in Kirghizistan da genitori tedeschi deportati dall’Unione Sovietica.
Dopo che la famiglia è riuscita a emigrare nel 1973, è cresciuto a partire dai 12 anni a Rottweil, in Svevia. Nel 1990 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale, nel 1997 ha conseguito il dottorato in patristica e nel 2001 è stato inviato in Kazakistan, dove nel 2006 è stato nominato vescovo.





Liturgia: un crescente divario tra pastori e fedeli



Traduzione a cura di MiL della lettera 1358 pubblicata da Paix Liturgique il 15 aprile, in cui Christian Marquant, Presidente dell’associazione Oremus-Paix Liturgique (contact@veilleurs-paris.fr), prosegue l’analisi del messaggio che Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo) (QUI; QUI su MiL).

Lorenzo V.




16 aprile 2026

Le sentinelle proseguono, per la 238ª settimana, le loro preghiere a difesa della Santa Messa tradizionale davanti all’Arcivescovado di Parigi (in rue du Cloître-Notre-Dame 10), dal lunedì al venerdì dalle ore 13:00 alle ore 13:30.

Cari amici, in controtendenza, come sempre da mezzo secolo, è l’atteggiamento delle autorità della Chiesa nei confronti della liturgia tradizionale.

La Lettre di Paix Liturgique n. 1353 del 7 aprile 2026 analizzava il messaggio inviato il 18 marzo, a nome del Papa, dal card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ai Vescovi di Francia riuniti per l’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France, tenutasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Tutto indica che Papa Leone XIV sia fortemente infastidito da questa situazione di persistente rifiuto della nuova liturgia da parte di una parte dei Cattolici e di un numero consistente di giovani chierici. Per lui si tratta di una «dolorosa ferita».

Inoltre, come riconosceva il messaggio del card. Pietro Parolin, ci si trova «nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo». Essendo la Francia storicamente il primo focolaio di questa mancata accettazione, il messaggio del Segretario di Stato ai Vescovi chiedeva, a nome del Papa, ai nostri Vescovi di trovare «soluzioni concrete» per disegnare, in sostanza, un cerchio quadrato: «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo», non in modo puro e semplice, ma «nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia»…

Un articolo del quotidiano La Croix intitolato Messe tridentine: la France va-t-elle trouver la solution à la «question tradi» dans l’Église? [Messa tridentina: la Francia troverà la soluzione alla «questione tradi» nella Chiesa?: N.d.T.], del 31 marzo, firmato dagli esperti dell’argomento su questo giornale, Céline Hoyeau, Gonzague de Pontac e Matthieu Lasserre, dava un’idea abbastanza precisa dei dibattiti episcopali sulla questione [QUI: N.d.T.]. Erano guidati da mons. Olivier de Cagny, Vescovo di Évreux, l’attuale «monsignore Liturgia» della Conférence des évêques de France.

Tutti i Vescovi, sottolineava il quotidiano La Croix, affermano che «dietro la liturgia ci sono problemi di dottrina ed ecclesiologia, la questione dell’accettazione del Concilio Vaticano II». Nulla di nuovo in questa constatazione. Sono state espresse due posizioni (una terza avrebbe potuto esserci, quella dei Vescovi più «classici», ma, essendo oggi una minoranza, si sono astenuti dal dare il loro parere): alcuni Vescovi hanno chiesto l’applicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II in tutta la sua rigorosità. Sono del resto infastiditi dal fatto che la Fraternità sacerdotale di San Pietro abbia ottenuto una sorta di deroga – peraltro non molto chiara – da parte di papa Francesco, che secondo alcune voci Papa Leone XIV continuerebbe sotto forma di una struttura particolare.

Gli altri Vescovi, che costituiscono la maggioranza, si sono mostrati favorevoli ad alcuni adeguamenti, ma a condizioni piuttosto draconiane: adozione del nuovo Lezionario e del nuovo calendario liturgico (come ho detto nella mia ultima lettera, questa era una delle proposte di dom Geoffroy Kemlin O.S.B., Abate di Saint-Pierre di Solesmes, mentre dom Jean Pateau O.S.B., Abate di Notre-Dame di Fontgombault, riteneva invece che associare il nuovo Lezionario al Missale Romanum tradizionale sarebbe stato incoerente (QUI) [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]; celebrazione degli altri Sacramenti – Battesimo, Matrimonio, Cresima – secondo il nuovo rito (possibilmente in latino); e, soprattutto, fine dell’«esclusivismo», ovvero del rifiuto categorico di celebrare secondo il nuovo Missale Romanum, giudicato «inaccettabile» dai Vescovi.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi: si è disposti a «includere generosamente» gli utenti della liturgia tradizionale, ma a condizione che si sottomettano alle regole della nuova. Concretamente, oggi si è disposti a concedere loro la Santa Messa tradizionale a piccole dosi, ma con il nuovo Lezionario, con i nuovi Sacramenti e con l’obbligo di celebrare anche secondo il nuovo Ordo. I nostri pastori sembrano quindi non riuscire a uscire dai vecchi schemi.

E la Conférence des évêques de France del card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia e suo Presidente, dopo questi dibattiti, rimanda la risoluzione del problema a Papa Leone XIV. In realtà, la liturgia tradizionale si è imposta sul campo e le decisioni romane, dopo averla inutilmente ostacolata, l’hanno poco a poco legittimata nel 1984, 1988, 2007. Prima di un ritorno al punto di partenza di San Paolo VI con papa Francesco e la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes nel 2021. E ritorno alle ricette degli anni di piombo: restrizioni, limitazioni, condizioni.

Solo che oggi il contesto è completamente diverso: chiese che continuano a svuotarsi inesorabilmente; consacrazioni annunciate dalla Fraternità sacerdotale di San Pio X, le cui argomentazioni a giustificazione di esse si trovano così potentemente rafforzate; giovani convertiti, nuovi battezzati, che «amano la Messa in latino»; comunità, scuole, opere, pellegrinaggi tradizionalisti che crescono in una gioventù sfrontata. Ostacolata, perseguitata, la celebrazione della liturgia tradizionale – di tutta la liturgia tradizionale, Messa e Sacramenti – continua e continuerà a prosperare. I pellegrinaggi, il Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres) a maggio, la Peregrinatio ad Petri Sedem (Roma) a ottobre, lo dimostreranno [QUI e QUI: N.d.T.].

C’è un crescente divario tra i pastori e il loro popolo. Se i primi conducessero un’indagine sinodale onesta presso i secondi, sentirebbero rispondere da gran parte del popolo dei fedeli che non chiederebbe di meglio che poter assistere alla Santa Messa tradizionale nelle proprie Parrocchie, e che in ogni caso si dovrebbe lasciare piena libertà ai sacerdoti che la celebrano e ai fedeli che vi assistono.

Le sentinelle parigine ricevono costantemente conferma di questo stato d’animo dei Cattolici, attraverso gli incoraggiamenti che ricevono quando recitano il Rosario sul selciato, in rue du Cloître-Notre-Dame 10, dal lunedì al venerdì, dalle ore 13:00 alle ore 13:30, nella Église Saint-Georges di La Villette (avenue Simon Bolivar, 114, nel XIX arrondissement), il mercoledì e il venerdì alle ore 17:00, davanti alla Église Notre-Dame-du-Travail (nel XIV arrondissement), la domenica alle 18:15.

In unione di preghiera e di amicizia.






Dialogo interreligioso e San Lorenzo da Brindisi





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by Aldo Maria Valli 17 apr 2026



L’imam va in parrocchia e fa catechismo (islamico) alla presenza del vescovo

Un imam ha tenuto una presentazione sulla fede islamica all’interno di una chiesa parrocchiale cattolica. È successo a Brindisi, con la partecipazione del vescovo locale.

Il 15 aprile, la parrocchia di San Lorenzo ha ospitato un evento dal titolo “Conosci l’Islam? Esploriamo insieme i pilastri, il significato della vita e le celebrazioni della fede islamica”, durante il quale l’imam Khaled Bouchelaghem della comunità islamica locale ha tenuto un discorso all’interno della parrocchia, alla presenza dell’arcivescovo Giovanni Intini di Brindisi-Ostuni, che ha pronunciato il discorso conclusivo. L’iniziativa è stata attivamente promossa dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso con l’obiettivo dichiarato di favorire la comprensione reciproca.

Andrea Zambrano ha riportato la notizia qui. Secondo la comunicazione diocesana, l’iniziativa si ispira al principio in base al quale conoscere veramente l’altro significa amarlo. Il titolo stesso, formulato come una domanda, indica che l’incontro si proponeva di introdurre o approfondire la conoscenza dei principi islamici tra i cattolici. Zambrano ha descritto l’evento come un vero e proprio “catechismo islamico”.

L’evento è in linea con gli sforzi del cosiddetto dialogo interreligioso, e lo slogan associato all’iniziativa – attribuito a Marco Impagliazzo della Comunità di Sant’Egidio – è già stato utilizzato in contesti simili per promuovere il confronto tra diverse tradizioni religiose.

L’imam Bouchelaghem aveva già partecipato in precedenza ad altre iniziative in ambito cattolico a Brindisi, come l’anno scorso nella parrocchia di San Carlo, dove i membri della comunità musulmana locale organizzarono un iftar per celebrare la fine del ramadan. L’incontro, aperto sia a musulmani sia a non musulmani, si tenne all’interno della chiesa e fu concepito come occasione di conoscenza e ospitalità.

Ironia della sorte, il nuovo evento si è svolto in una parrocchia dedicata a san Lorenzo da Brindisi (da non confondere con l’omonimo martire cristiano dei primi secoli), frate cappuccino canonizzato nel 1881 e proclamato dottore della Chiesa da Papa Giovanni XXIII nel 1959. Documenti storici indicano che nel 1601 prestò servizio come cappellano delle forze cattoliche durante le campagne militari nell’Europa centrale, offrendo assistenza spirituale alle truppe impegnate nel conflitto contro l’esercito ottomano musulmano.

lifesitenews





giovedì 16 aprile 2026

Perché a Roma non suonano più le campane? (Se non in rari casi…)






di Benedetta De Vito, 16 aprile 2026

Io mi ricordo, bambina, che alla domenica mi svegliavo al suono giocondo delle campane. Mi ricordo, nel piantare i due piedi a terra, che il buio della notte, oscuro come in gola, si apriva all’aria e alla vita nel fresco rintocco delle campane che baciava il cielo. Io mi ricordo che la nonna Lisetta per farci addormentare aveva una sola ninna nanna ed era, fatta con la voce: il suono delle campane: din don don, cantilenava, din don don e ancora din don don e noi, tutti ce lo ricordiamo fratelli, dormivamo nel Signore. E mi ricordo che a Cala Girgolu, al levar del sole, spettinata nel biondo, udivo lontane le campanine delle vacche e delle pecore al pascolo e mi pareva che il mondo sorridesse, leggero, con me e nella gloria. Perché, mi chiedo e lo chiedo al Santo Padre, le campane non suonano più nella nuova Gerusalemme che è Roma? 

E se non suonano a Roma dove, chiedo, dove dovrebbero suonare? Al Rione Monti, cuore dell’Urbe, ad esempio, mai, e ripeto mai, sento le campane suonare! Tutto è muto, triste, silente nell’unico brusio dei turisti che oramai sciamano per le strade rionali a bocca aperta, senza capire di Roma un bel nulla, contenti solo di farsi una foto con vista Colosseo. Oh ora che ci penso. Sì, al mattino presto, alla Scala Santa, lì, sì, suonano le campane del mattino e io, in ginocchio sui gradini che furono dell’agonia di Gesù, mi beo del tintinnio solenne, maestoso, in cui l’anima, pur prostrata nel dolore della Passione, ritrova il senso dell’unione con Dio e della Resurrezione.

Ricordo, a Jesolo, un dolce ragazzo, giovane giovane, che era nel tempo libero campanaro, e mi spiegava con amore, con ardore tanto come si svolgeva il suo lavoro e quanto i campanari, come lui, amassero salir sulle torri e comporre la musica celeste che tutti chiama ad adorare il Signore. Perché, e ripeto, perché le campane tacciono? E mentre mi faccio questa domanda (e non è la prima volta che la pongo) ho subito la risposta. Ma certo, i diavoli, quelli che oramai la fanno da padrone nel nostro povero mondo al contrario, odiano, detestano, aborrono il suono delle campane che, lieto, annuncia la Buona Novella!

Essi, i diavoli legione le hanno messe a tacere per tenere l’anima degli uomini imprigionata nella loro turpe e bieca miseria. Incatenati alla terra e alla carne senza più neppure conoscere l’indirizzo del cielo. Sì, sì, sì. E’ questa la risposta! E allora, cari parroci, vescovi, monsignori, prelati e tutto il clero possibile e immaginabile, che cosa aspettate, suonate, suonate le vostre campane per scacciare, senza troppa fatica, quei cattivacci che fanno affogare nel fango l’umanità! Suonate le campane, risollevate la bandiera celeste tintinnante di sole e di luce!

Oh, intanto, la guerra, così sembra, è finita, ma il “Maga” (cioè l’orrido incantesimo in cui è immersa l’America e chi pensa che sia l’acronimo di cui dice il tramp, cioè il vagabondo, si sbaglia di grosso) è ancora lì, insensibile al diluvio degli epsteinfiles che, in realtà, travolgono tutti, giornalisti, scrittori, presidente in carica, ex presidenti, produttori. Nessuno si salva in quell’abominio di sangue, crimine, falsa spiritualità luciferina ed è forse per questo che non c’è neanche un giudice a Berlino, come si suol dire. Tutti zitti e mosca perché lo scandalo americano è di tutti i potenti e anche se ci sono prove, riscontri, foto video, denunce, non c’è neanche il rivolo di un processo.

E, non illudiamoci, dall’altra parte dell’Atlantico, cioè qui in Europa, è tale e quale. Credete forse che l’unico “cattivone” sia il fratello del (falso) re? Ma dai, non scherziamo. Basta pensare che il finto re fece baronetto un super-grandissimo pedofilo che era anche un presentatore televisivo e lo indicò alla povera Diana come “consulente coniugale”. Ridere per non piangere. E, purtroppo, quel medesimo “baronetto” pedofilo ebbe un’onorificenza vaticana (fu insignito, infatti, dell’Ordine di San Leone Magno) da Giovanni Paolo II. Perché? E perché, come appare in una foto, il Pontefice polacco, ha incontrato Epstein e la lady M? Bisogna ubbidire alla legge di Dio non a quella degli uomini anche se sono potenti.









Il Papa “benedice” il sincretismo?




Un’analisi critica delle parole del Papa su Algeria, dialogo e rischio di indifferentismo religioso.




di Corrado Gnerre, 15-04-2026

Noi dobbiamo amare il Papa, dobbiamo amare il Papato come istituzione, dobbiamo amare ogni Papa. Dobbiamo amare particolarmente il Papa regnante in quanto, indegnamente, ci definiamo cattolici, e dobbiamo amare la Chiesa, la Chiesa cattolica. Inoltre, dobbiamo avere un atteggiamento sempre di riverenza nei confronti di quelle che sono le legittime autorità della Chiesa e quindi, in particolar modo, la massima autorità che vi è nella Chiesa, che è appunto il Santo Padre, il Vicario di Cristo.

Inoltre, dobbiamo sempre tentare di giustificare le intenzioni, perché questo ci è dovuto. Teniamo presente che il nostro Signore e la vera spiritualità ci, tra virgolette, costringe sempre giustamente a giustificare qualsiasi tipo di intenzione, nel senso di dire che è possibile che, a livello intenzionale, possano avvenire determinate cose che speriamo possano anche giustificare alcuni errori. Questo è un atteggiamento che dobbiamo fare continuamente nostro, perché noi per primi siamo bisognosi della misericordia di Dio e quindi non possiamo affatto lesinare alcun atteggiamento di misericordia nei confronti degli altri.

Fatta questa premessa, però, è altrettanto doveroso, per chi si sforza di conservare il seme della fede e soprattutto per chi, in maniera indegna, in maniera modestissima, come noi cerchiamo di fare apostolato e quindi, nello stesso tempo, di rendere un servizio di carità intellettuale, soprattutto per quanto riguarda le opere di misericordia spirituale nei confronti del prossimo, sottolineare che ciò che oggettivamente viene detto, eventualmente, non venisse detto in maniera corretta. Dobbiamo sottolinearlo proprio per evitare qualsiasi tipo di scandalo e per far capire quello che invece è l’impostazione corretta del vero.

Ebbene, il Santo Padre Leone XIV, [...] nel suo viaggio in Algeria ha pronunciato queste parole: "un popolo che ama Dio possiede", teniamo presente che il popolo algerino è per il 98% musulmano. Bene, Leone XIV dice: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti, così di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi e figli dell’unico Dio».

Allora, analizziamo un po’ queste parole, che utilizziamo in un certo senso come paradigma, come modello di un certo tipo di impostazione teologica. Qui Leone XIV loda il popolo algerino, ma il popolo algerino, come abbiamo detto, è al 98% fatto di musulmani. E gli dice: «Il nostro mondo ha bisogno di credenti così». Poi ancora: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera». Ma l’Islam non è una religione vera. E allora perché pubblicamente affermare queste cose? Poniamoci questo interrogativo. Ma chi sente queste cose che cosa deve pensare? Deve pensare che fondamentalmente o si è cristiani o si è musulmani, alla fine poi è la stessa cosa, perché anche l’essere musulmani farebbe rientrare, farebbe esprimere una vera ricchezza e addirittura una sorta di gemma, una sorta di tesoro. E quindi il mondo avrebbe bisogno anche di fedeli che scelgono di essere musulmani.

Qui ovviamente non si tratta di non tenere in considerazione quelli che devono essere i rapporti di pacifica convivenza. Non si tratta di non tenere in considerazione quelli che possono essere tutti gli elementi che, da un punto di vista naturale, quindi di ragione naturale, in positivo, si possono trovare nelle altre culture. E qui a un certo punto si fa riferimento proprio alla dimensione religiosa, e questo, ahimè, è doloroso da dirlo: sono parole che invitano, ovviamente non in maniera diretta, non in maniera intenzionale, ma invitano a una sorta di indifferentismo religioso.

Inoltre il Papa dice: «Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza, di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi». Anche qui questo discorso dell’essere fratelli tra noi è un discorso che teologicamente è abbastanza problematico, perché è evidente che tutti gli uomini sono creature di Dio, che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini. Questo è assolutamente assodato. Però, di fatto, chi è il vero figlio pienamente figlio di Dio? È colui che riceve l’adozione filiale attraverso la grazia e quindi i battezzati. Ecco, questi sono elementi teologici fondamentali proprio che servono a farci capire che essere cristiani o essere non cristiani non è proprio la stessa cosa.

E poi il Papa dice: «Fratelli tra noi e figli dell’unico Dio». E qui c’è un altro problema, perché al limite, anche se può sembrare una sorta di sofisma, possiamo dire che i cristiani, gli ebrei e i musulmani credono nel Dio unico, nel senso che sono comunque tre religioni monoteiste, ma non credono nell’unico Dio, non hanno l’unico Dio come padre, perché l’elemento trinitario non è un elemento aggiuntivo alla natura di Dio, è un elemento costitutivo; per cui, se si elimina l’elemento trinitario, non è che rimane qualcos’altro di Dio. Non c’è più Dio, è un’altra idea di Dio. È un Dio falso, non è un Dio vero.

E allora vedete, arriviamo a conclusione, cari pellegrini. È evidente che qui ci troviamo dinanzi a un pontefice che ha avuto, ha ricevuto una sua ben precisa formazione. Io l’ho detto anche in altri contesti. Vedete che la generazione che va dagli attuali ottantacinquenni, diciamo così, forse anche un po’ di più, fino ai sessantenni, è la generazione che, da un punto di vista ecclesiastico, tra virgolette, è la peggiore, perché è la generazione che ha vissuto anche con un certo tipo di entusiasmo determinati cambiamenti che poi si sono rivelati dei veri e propri fallimenti e anche dei veri e propri tradimenti.

E quindi la formazione che ha questa generazione è una formazione veramente molto problematica, e io sono convinto che, a meno che la Provvidenza non voglia realizzare qualcosa di eclatante, alla fine sarà il tempo stesso che farà sì che la Provvidenza determinerà il cambiamento, perché poi, francamente, questo tipo di impostazione, anche se non a livello intenzionale, dicevamo, però di fatto facilita l’indifferentismo religioso: è un’impostazione che porterà a vocazioni zero, che porterà a una sorta di suicidio da parte della Chiesa. Però la Provvidenza agisce, e sappiamo benissimo che ci sono tante altre realtà che invece suscitano vocazioni e, non a caso, sono quelle realtà in cui si è maggiormente fedeli all’insegnamento di sempre della Chiesa, alla vera autentica teologia cattolica.

Ed ecco perché è molto importante, e qui torniamo su un altro punto, è molto importante pensare alla formazione sacerdotale. È molto importante formare sacerdoti secondo quella che è l’autentica verità cattolica, perché poi saranno questi sacerdoti, saranno questi giovani sacerdoti, a far sì che si realizzi una vera e propria restaurazione nella Chiesa.