domenica 3 maggio 2026

Abbandonato Dio, l’europeo non si riproduce più



Foto: Halfpoint/iStock

Nel 2025, il numero di nascite in Germania ha raggiunto il livello più basso dal 1946. I decessi sono stati nettamente superiori al numero di nascite. L’Ufficio federale di statistica afferma che si tratta del “maggior deficit di nascite del dopoguerra”. Quali sono le ragioni di questo calo del tasso di natalità?


Quali sono le cause del “maggior deficit di nascite del dopoguerra” in Germania?



Tom Goeller, 30 aprile 2026

Nel 2025, in Germania sono nati 654.300 bambini. Come annunciato dall’Ufficio federale di statistica (StBA) in un comunicato stampa del 28 aprile a Wiesbaden, si tratta di un numero inferiore del 3,4% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, le nascite registrate erano state 677.117. Le cifre includono tutti i bambini nati in Germania, indipendentemente dalla nazionalità o dal permesso di soggiorno della madre.

Dopo un drastico calo del tasso di natalità immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, nel 1950 in Germania furono registrate ben oltre un milione di nascite: 1.117.700.

Il tasso di natalità è sceso sotto il milione solo nel 1972, quando sono nati 965.700 bambini. Da allora, anche la popolazione complessiva è in calo, poiché i decessi hanno superato le nascite dal 1972 ad oggi. Il divario tra nascite e decessi si è accentuato in modo particolare a partire dal 2020, con una tendenza in forte aumento, come rivela un grafico recentemente pubblicato dall’Ufficio federale di statistica (StBA).
Solo Amburgo ha registrato un aumento dello 0,5%.

Come negli anni precedenti, il tasso di natalità negli stati della Germania orientale è diminuito in modo più marcato, con una media del 4,5%, rispetto alla Germania occidentale, dove si è registrato un calo del 3,2%. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha subito la flessione maggiore, pari all’8,4%. Solo la città anseatica di Amburgo ha riportato un lieve aumento dello 0,5%.

“Il più grande deficit di nascite del dopoguerra”

Lo scorso anno, il numero dei decessi, pari a 1,01 milioni, ha superato quello delle nascite di 352.000 unità. “Si è trattato del più grande deficit di nascite dal dopoguerra”, ha annunciato l’Ufficio federale di statistica (StBA). Due sono le ragioni addotte per spiegare questo fenomeno. In primo luogo, le coorti di nascita degli anni ’90, la cui quota femminile è ora in età fertile, presentavano già un basso tasso di natalità. Tuttavia, trarre conclusioni su un attuale calo dei tassi di natalità basandosi su questi dati appare poco convincente.

L’Ufficio federale di statistica (StBA) offre un’altra spiegazione: dal 2022 si registra un “tasso di fecondità totale in calo”. Cosa significa? Il “tasso di fecondità totale” indica quanti figli una donna potrebbe teoricamente avere in media nel corso della sua vita se il tasso di natalità di un determinato anno rimanesse costante durante i suoi anni riproduttivi (dai 15 ai 49 anni). Gli statistici utilizzano il “tasso di fecondità totale” come indicatore del livello attuale del tasso di natalità.

Crisi multiple

Tuttavia, esistono altre ragioni e fattori di fondo che spiegano il calo dei tassi di natalità in Germania. Un comunicato stampa del marzo 2024, che annunciava uno studio dell’Istituto federale per la ricerca demografica, cita “molteplici crisi come possibili cause”.

Secondo il professor Martin Bujard, coautore dello studio, “la guerra in Ucraina, l’inflazione crescente e l’avanzare dei cambiamenti climatici” hanno ulteriormente destabilizzato la popolazione giovanile, oltre alla pandemia di COVID-19. “In un periodo di crisi multiple come questo, molti rinunciano al desiderio di avere figli”, ne è convinto Bujard.

“La carriera è la priorità.”

Alexander Donabauer, amministratore delegato e cofondatore dell’azienda di articoli per neonati e bambini “baby&family” di Ingolstadt, ha esaminato anche le ragioni del calo demografico. Nella sua analisi pubblicata sul sito web dell’azienda, cita i seguenti motivi: “alto costo della vita e carenza di alloggi”, la priorità data alla carriera rispetto al desiderio di figli per le donne laureate, la mancanza di servizi di assistenza all’infanzia, in parte dovuta alla scarsità di scuole a tempo pieno, e la scelta sempre più consapevole da parte delle giovani coppie di non avere figli.

Donabauer sottolinea in particolare che la scarsità di alloggi nelle città tedesche fa sì che il 40% dei giovani sotto i 25 anni non possa permettersi un appartamento. Inoltre, negli ultimi due decenni si è registrata una tendenza: quasi una laureata su quattro non ha figli.

Il numero medio di figli per le donne altamente qualificate è di circa 1,3, mentre per le donne senza formazione accademica è di 1,6. Poiché in Germania non ci sono abbastanza posti disponibili negli asili nido, molte giovani donne temono di avere meno opportunità di carriera se desiderano avere figli.

“A livello nazionale, mancano 300.000 posti negli asili nido per i bambini sotto i tre anni”, ha scritto Donabauer. Inoltre, il diritto legale all’assistenza a tempo pieno per i bambini delle scuole primarie entrerà in vigore solo il 1° agosto 2026 e inizialmente si applicherà solo ai bambini della prima elementare.

Anche altri paesi dell’UE sono interessati

L’Ufficio federale di statistica sottolinea che anche altri paesi dell’UE, tra cui Francia, Austria, Italia e Svezia, registreranno un calo dei tassi di natalità nel 2025. Al contrario, Spagna, Paesi Bassi e Finlandia mostrano segnali di stabilizzazione dei tassi di natalità.

L’ Istituto economico tedesco (iwd) ha osservato in uno studio del 2025: “La Bulgaria è uno dei pochi Paesi in cui nel 2023 sono nati più bambini rispetto all’anno precedente. Tuttavia, con un tasso di natalità di 1,8, la Bulgaria non può mantenere la sua popolazione senza l’immigrazione.”

Inoltre: “Per mantenere costante la dimensione della popolazione senza migrazioni, ogni donna dovrebbe partorire 2,1 figli nel corso della sua vita. Questo non accade in nessun Paese dell’UE.”

Esistono differenze anche per quanto riguarda l’età in cui le donne nell’UE partoriscono il loro primo figlio. “La media UE per questa età nel 2023 era di 29,8 anni. Le donne erano più giovani al momento della nascita del primo figlio in Bulgaria, con un’età media di 26,9 anni, seguita dalla Romania con 27,1 anni. Le madri di primogeniti sono in media quasi cinque anni più anziane in Italia (31,8 anni) e in Irlanda (31,6 anni)”, secondo l’iwd.






sabato 2 maggio 2026

Aboliamo il matrimonio: il solito vecchio nichilismo comunista




Aboliamo il matrimonio. È solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato. La proposta dei giovani socialisti tedeschi non è altro che una riproposizione di un bisogno comunista. Con punte nichiliste moderne.


Germania

Famiglia 



Aboliamo il matrimonio. È solo una sovrastruttura borghese inventata per sfruttare le donne a beneficio del patriarcato. Al suo posto mettiamo un patto che può essere stretto tra chi ha una relazione romantica o tra amici, parenti, colleghi, conoscenti e in un numero che va da due all’infinito. Questa è la proposta della sezione giovanile del Partito Socialdemocratico (SPD) di Berlino inserita in una mozione dal titolo eloquente: Abbasso il patriarcato, anche se sembra romantico: abolire il matrimonio civile, istituire le unioni di responsabilità.

Secondo i giovani socialisti (Jusos) la storia del matrimonio è una «storia millenaria di oppressione delle donne […] da parte degli uomini cisgender». Cisgender nell’esperanto arcobaleno sta per eterosessuale: un modo per impossessarsi dell’unico orientamento sessuale naturale e snaturarlo. Ma proseguiamo: il matrimonio serve «allo stato-nazione maschilista e capitalista come strumento per imporre politiche misogine, omofobe, classiste e razziste» e chi più ne ha più ne metta. Insomma il matrimonio è il vaso di Pandora che deve andare distrutto. I Jusos poi ricordano che «molte di queste norme oppressive sono state abolite o indebolite negli ultimi decenni», vedi l’indissolubilità e la differenza sessuale per potersi sposare. Ma nonostante questo «le strutture di potere e violenza patriarcali continuano a operare, in particolare all'interno della sfera domestica». Ciò che brucia a questi giovani è soprattutto il seguente punto: le donne con il matrimonio sono costrette «a passare da un impiego retribuito a un lavoro di cura non retribuito o a un lavoro part-time (involontario)». Ne discende che le donne si impoveriscono e dipendono dal loro maschio patriarcale. E pensare che vi sono invece alcune donne che non vedono l’ora di essere mantenute oppure – e l’ipotesi è di ben altra natura – di rimanere a casa ad accudire i figli.

Vero è, aggiungono i Jusos, che il matrimonio può offrire una serie di sicurezze sociali ed economiche per le donne, ma l’abolizione del matrimonio comporterà che questi diritti verranno trasferiti solo in un’altra struttura sociale, meno vincolante, più libera: la comunità di responsabilità. Si tratta di una sorta di coppia di fatto allargata a parenti, ad amici e a chi vogliamo, in numero variabile e senza distinzioni di sesso naturalmente. Nella comunità di responsabilità verranno regolate tutte le questioni ora regolate nel matrimonio: diritti e doveri reciproci, la successione, la residenza, l’assistenza, l’educazione della prole, etc.

Voi direte: ma non facciamo prima a tenerci il matrimonio così com’è? Chi parla così non è idealista. L’idealista la vede facile e non si accorge di tutte le conseguenze pratiche delle sue proposte: tipico esempio è il comunismo che non ha mai fatto i conti con il peccato originale. Infatti c’è da notare che la mozione è stata vergata e sottoscritta da chi, in buona parte, non è sposato. E dunque queste anime belle pensano che bastino quattro regolette scritte dal Parlamento e il gioco sarà fatto. In modo analogo la nascita e la morte della comunità di responsabilità dovranno essere regolate solo da un minimum burocratico: una firma all’anagrafe per costituirla e un’altra firma nel caso di recesso «senza il consenso degli altri membri dell'accordo di responsabilità congiunta», perché ognun per sé e basta.

Se si vuole, si può fare anche un periodo di prova, mimando ciò che già accade con la convivenza, che in realtà è solo una prova protratta nel tempo. Quindi fai un test, come quando provi un’auto prima di acquistarla, poi se ti convince la vita a due o a tre, firmi, con la garanzia che te ne puoi andare il giorno dopo. Bontà loro gli attuali matrimoni rimarrebbero validi. Unica nota di speranza che è anche la più importante: è molto improbabile che la mozione non solo passerà alla conferenza regionale del partito a Berlino che si terrà l'8 e il 9 maggio, ma anche che verrà messa ai voti.

Questi giovani socialisti non sono né giovani né socialisti, ma sono vecchi comunisti. Infatti leggete qui cosa scrivevano nel 1848 Karl Marx e Friedrich Engels ne Il Manifesto del Partito Comunista: «Abolizione della famiglia! […] Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione […]. Si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione». Sono i medesimi concetti espressi dai nipotini di Marx ed Engels: aboliamo il matrimonio perché strumento di sfruttamento della donna. I mariti le sfruttano dal punto di vista economico perché le tengono a casa senza retribuirle per il loro lavoro domestico e le sfruttano sessualmente. Nel Manifesto infatti si definisce il rapporto coniugale come prostituzione ufficiale: tu, donna, ti mantengo e in cambio mi soddisfi a letto.

Dietro alla proposta di Marx, Engels e dei Jusos c’è l’eterno principio di liquefazione di ogni identità. Il matrimonio è un istituto di diritto naturale ed ha una sua struttura, ossia una sua natura, una sua forma. Le parole “struttura” e “natura” provocano shock anafilattici ai rossi (anche se poi sono rimasti insuperati nel costruire immense e complicate strutture burocratiche per gestire il potere). Ogni struttura è a forma di gabbia e quindi bisogna evadere da essa. Occorre distruggere la gabbia e quindi destrutturare tutto, ossia liquefare tutto, mischiare tutto, rendere indistinto tutto e quindi uguale tutto: ecco il concetto, non di uguaglianza, ma di egualitarismo. Ogni identità è tale perché ha suoi confini, limiti precisi che la individuano. Se volete disegnare su un foglio un triangolo occorre che ne disegniate i contorni, quei tratti di penna che da una parte lo individuano e lo fanno venire ad esistenza e dall’altra lo differenziano dagli altri oggetti che potreste disegnare sulla carta. Ma il limite viene vissuto con rabbia dai progressisti, perché pare a loro essere una barriera, un muro che per l’appunto limita la libertà, quando invece è dentro il limite, ossia dentro all’identità personale che possiamo davvero essere liberi perché pienamente noi stessi. Il triangolo per essere pienamente triangolo deve essere composto da tre lati. Se gli togliete anche un solo lato non diventerà qualunque cosa – questa è l’utopia libertaria dei rossi – ma due insignificanti segmenti.

E quindi, la volontà di cancellare il matrimonio alla fine si ispira alla lotta contro qualsiasi identità, contro qualsiasi forma. Destrutturiamo il matrimonio, de-formiamolo e sostituiamolo con un istituto più soft, più liquido tanto che ci possono finire dentro anche tre amici di calcetto. Niente più differenze perché niente più identità.

La mozione presentata dai socialisti in erba, che sembra così bizzarra, in realtà si sta già attuando de facto e de iure da tempo. Le convivenze che nei Paesi occidentali stanno per superare o hanno già superato per numero i matrimoni, attestano come questo processo di liquefazione della natura del matrimonio sia già in corso. Lo stesso istituto del divorzio serve per sciogliere, liquefare ciò che è per sua natura indissolubile, ossia non solubile, non scioglibile. Aprire le porte ai “matrimoni” omosessuali è un altro tentativo di liquefare il matrimonio perché, come nel triangolo, gli si toglie un lato, ossia una proprietà fondante: la differenza sessuale.

Togli un lato qui, togli un lato là e il triangolo non c’è più. E cosa rimane al suo posto? Nulla. La proposta di questi giovani socialisti prima di essere una proposta politica, è una proposta nichilista.





La liturgia deve grande o sdolcinata?




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da Substack.com

La filosofia della dolcezza, con l'aiuto della Dott.ssa Sianne Ngai



Non mi piacciono le liturgie 'attraenti' [ossia sdolcinate]


Robert Keim, 26 aprile 2026

Ultimamente abbiamo esplorato argomenti legati direttamente o indirettamente al culto religioso pubblico: la vera natura di una festa, la storia delle festività cristiane qui i banchetti nella liturgia medievale qui e le campane come strumenti liturgici qui nell'Antica e nella Nuova Alleanza. Tutte queste discussioni indicano, in un modo o nell'altro, una qualità fondamentale della liturgia, così come è stata intesa e praticata per secoli nella Chiesa occidentale e orientale. Questa qualità si rifà a concetti come bellezza, solennità, formalità, trascendenza, sublimità, ma non è equivalente a nessuno di questi. Esiste una singola parola con cui possiamo esprimere la qualità che ho in mente? Credo di sì, anche se dobbiamo accettare che sia imperfetta per il suo scopo e dobbiamo anche tenere vivi nella nostra mente i suoi vari significati. La parola è "grande". Gli atti liturgici della Chiesa erano, nel senso migliore del termine, grandi.

Possiamo cominciare dall'aspetto fisico. Le grandi cattedrali europee non lasciano dubbi sul fatto che i nostri antenati considerassero strutture immense e spazi vasti come complementi appropriati alle realtà metafisiche della sacra liturgia. L'effetto sul fedele, come molti di noi sanno per esperienza personale, è irresistibile: ci meravigliamo della grandezza di Dio, dell'universo che Egli ha creato e delle promesse che rinnova attraverso i sacramenti; ci umiliamo di fronte alla potenza dell'amore divino, delle forze cosmiche, della bellezza celeste. Confrontandoci sia con la vastità dello spazio interno sia con la mole fisica collettiva dei ministri e degli accoliti, ricordiamo quanto siano piccoli gli esseri umani – dal porcaro all'imperatore, dal povero al presidente – che percorrono il loro fugace cammino sulla terra.




Ma non tutte le chiese sono grandi cattedrali. Le liturgie celebrate da un solo ecclesiastico in un'umile cappella possono nondimeno apparire imponenti, perché la parola, in un senso non fisico, significa "ampio per portata o estensione, esteso, completo". Un atto liturgico ordinato a perfezioni trascendenti e verità immutabili; che esprime attraverso la parola e il gesto l'inviolabile sacralità della Divinità; che rispetta la capacità di un simbolo di rivelare qualcosa di ben più grande di sé; che abbraccia i significati sfuggenti e le espressioni illimitate del linguaggio poetico; che sceglie l'eternità delle belle arti rispetto all'effimero del comico o del banale – una tale liturgia, dico, sarà immensa. Il suo raggio d'azione non sarà semplicemente ampio, ma infinito, come è infinita la vita del Dio vivente. Non si estenderà da questo luogo a quello o da un momento all'altro, ma da e verso un punto di mistica quiete il cui inizio è la sua fine. Sarà un'esperienza completa, perché ci comprenderà, ci avvolgerà, ci racchiuderà in un mondo soprannaturale creato da lei stessa, un mondo in cui anche la più piccola cappella può lasciare l'anima libera, ovvero in uno stato di santa libertà. Tale stato, per il fedele laico, riflette la libertà interiore di cui gode il ministro liturgico che si sottomette, con gioia, preghiera e poesia, al Rito che ha ricevuto.

Infine, la liturgia storica è ampia nel senso da cui deriva la parola "generosità": generosa, persino prodiga, nel donare. Non si abbrevia per la comodità dei volubili e dei mondani; non cancella i dettagli più raffinati della sua arte per il bene degli spiritualmente miopi; non annacqua la fede per compiacere gli increduli; non oscura il suo splendore dorato per far apparire più luminosi i cuori di piombo; non rinuncia alla santità per consolare gli empi; non flirta con il peccato per attirare i poveri peccatori. No, invece di tutto ciò, cerca di essere grande quanto Dio stesso, che ha donato a noi – una manciata di esseri umani, che viviamo solo sulla terra ma amiamo volgere lo sguardo verso il cielo – un cosmo di immensità inconcepibile, di incommensurabile diversità e di incomparabile bellezza.

Sembra che ci siamo allontanati dalle orme dei nostri antenati: oggigiorno molte liturgie non sono grandi. Suppongo che potremmo definirle piccole, ma in una discussione specificamente liturgica, ho un contrario migliore di "grande": "simpatico". Se esitate a introdurre una parola come "attraente" in una discussione rigorosa su questioni importanti, lo capisco: il termine ricorre spesso al giorno d'oggi, in vari contesti e con diversi significati e sfumature di significato. A volte sembra poco più di un termine piacevolemente connotato, come "simpatico".




Ma mi permetto di teorizzare la liturgia in termini di "attraente" perché Sianne Ngai, studiosa di letteratura all'Università di Chicago, mi ha aiutato a capire cosa sia veramente l'attraente. L'opera in questione è "Our Aesthetic Categories", un libro in cui Ngai sostiene che l'esperienza estetica postmoderna è caratterizzata soprattutto da ciò che è carino, da ciò che è bizzarro e da ciò che è interessante. È una valutazione desolante per coloro che credono che le categorie estetiche dell'Occidente premoderno – eleganza, armonia, unità, gravità, integrità morale, fedeltà alla tradizione, rappresentazione mimetica o trasfigurazione della Realtà – fossero un mezzo indispensabile per formare la mente e santificare l'anima, contribuendo al contempo a soddisfare l'incessante bisogno umano di piacere sensoriale. Ma questa è la vita. Se ci guardiamo intorno, osservando i prodotti in vendita, i film prodotti, le opinioni forti, i post sui blog e gli articoli di notizie pubblicati su Internet, è difficile negare che siamo circondati dal carino, dal bizzarro e dall'interessante. Se questo ti innervosisce, beh, è perfettamente normale essere nervosi quando si è circondati da forze ostili.

È altrettanto innegabile che queste categorie estetiche postmoderne si siano infiltrate nel cristianesimo postmoderno. E tra le tre, quella che più mi preoccupa è la "carineria". Alcuni, tra i laici e il clero, chiedono più "carineria" nel culto pubblico della Chiesa, sebbene ben pochi userebbero effettivamente questo termine quando parlano o pensano ai paramenti indossati dal celebrante, alle decorazioni della chiesa, al linguaggio delle preghiere, ai movimenti rituali dei ministri o agli inni artefatti che scendono, come flagelli, dal coro.

Ma credo che dovremmo usare questo termine, perché è proprio quello che queste persone stanno facendo: rendere la sacra liturgia più sdolcinata. Questo accade in modo disastroso nel rito romano modernizzato, certo, ma anche il rito bizantino e il rito romano tradizionale non ne sono stati risparmiati. Ho visto tutti e tre afflitti dalla sdolcinatezza; il fatto è che qualsiasi rito può essere viziato dalla sdolcinatezza. Ai cristiani medievali non piacevano le liturgie sdolcinate. A me non piacciono le liturgie sdolcinate. E sono pronto ad affermare che a nessuno dovrebbero piacere le liturgie sdolcinate, perché la sdolcinatezza non ha posto nel tempio dell'Altissimo Dio.

Ngai definisce la tenerezza come una categoria estetica che implica varie risposte emotive – tenerezza, affetto, nostalgia, pietà, disprezzo, persino aggressività – verso "beni apparentemente subordinati e innocui". Basandosi sulle intuizioni della celebre filosofa del XX secolo Hannah Arendt, Ngai osserva inoltre che la tenerezza è stranamente contagiosa, trasmettendo le sue caratteristiche dall'oggetto alla persona che lo ammira per la sua tenerezza: "chi ammira il cucciolo o il bambino carino spesso finisce per emulare inconsciamente le qualità infantili di quell'oggetto nel linguaggio della sua valutazione estetica"; altrove Ngai descrive tale linguaggio come un discorso sdolcinato composto da "mormorii e gorgheggi".

Per Arendt, la “piccola felicità” del carino è dunque parte di un fenomeno culturale più ampio, l’espansione del carismatico “irrilevante”, che ella collega al declino di una cultura autenticamente pubblica: “Ciò che la sfera pubblica considera irrilevante può avere un fascino così straordinario e contagioso che un intero popolo può adottarlo come proprio stile di vita”.

Devo ammettere, con rammarico, che a volte sembra che ampie fasce della società liturgica postmoderna abbiano adottato la "carineria" come stile di vita.

Ho suggerito in precedenza che "carino" funziona come antonimo di "grande" in senso liturgico, ed è quindi significativo che Ngai associ il carino alla piccolezza fisica. Descrivendo la dolcezza come un'esaltazione estetica dell'impotenza, riconosce che essa evoca "tenerezza per le 'piccole cose'" (non sempre negativa) "ma anche, a volte, il desiderio di sminuirle o ridurle ulteriormente". La dolcezza, quindi, può diventare un circolo vizioso, un circolo vizioso e rovinoso, quando l'oggetto che viene ulteriormente sminuito è la sacra liturgia, che, in quanto culto pubblico dovuto a un Dio infinito e onnipotente, dovrebbe essere grande, e poi ancora più grande, man mano che le nostre anime si espandono per accoglierla.

Non so se Ngai abbia mai considerato la dolcezza in relazione alla liturgia, ma penso che sarebbe d'accordo con la mia affermazione che la dolcezza è fondamentalmente incompatibile con gli atti rituali e religiosi il cui oggetto è la relazione tra Dio e l'uomo, e il cui scopo è quello di unire cielo e terra. Dopo aver affermato che la dolcezza è "innegabilmente banale", osserva,
In contrasto con le risonanze morali e teologiche del bello e del sublime, …ciascuna di queste esperienze estetiche ruota attorno a una sorta di irrilevanza: …piccolezza fisica e vulnerabilità, nel caso del carino (attraente -ndT).
In un passaggio che risulta davvero notevole per la sua rilevanza nell'esperienza liturgica, l'autrice si spinge oltre:
In quanto categorie estetiche che drammatizzano in modo bizzarro la propria frivolezza o inefficacia, il carino, il bizzarro e l'interessante sono fondamentalmente non teologici, incapaci di suscitare timore reverenziale religioso e disaccoppiando l'esperienza artistica dal discorso della trascendenza spirituale. Al contrario, il sentimento del sublime non perde mai questa dimensione teologica.
Provate a mettervi alla prova quando siete in chiesa. C'è qualcosa che vedete, o qualcosa che accade durante la funzione, che suscita in voi una reazione emotiva che vi ricorda la tenerezza? Il chierichetto di sette anni, forse, troppo piccolo per la sua cotta, che potrebbe addormentarsi durante il sermone? Che carino! Le decorazioni kitsch che vengono tirate fuori per certe festività? Quelle deliziose battute che arrivano, tramite microfono e altoparlante, dal pulpito alla navata? I paramenti sacri che sembrano disegnati da bambini di terza elementare per un progetto di arte e artigianato? Le coriste che non sanno cantare e non hanno ancora imparato a leggere la musica, ma sono adorabili nei loro lunghi veli!

Non mi piacciono le liturgie sdolcinate. Non dovete per forza essere d'accordo con me, ma penso che dovreste, perché la sdolcinatezza è antitetica all'autentica adorazione di un Dio che ci ama profondamente ma che nelle Scritture viene descritto come "grande", "onnipotente", "geloso", "terribile", "re della gloria", "potente in battaglia", "uomo di guerra". Una liturgia sdolcinata proietta la sua sdolcinatezza su Dio stesso; un Dio sdolcinato è facilmente banalizzato, ignorato, dimenticato; e un Dio dimenticato – poiché gli esseri umani per natura desiderano adorare qualcosa – avrà presto qualche idolo al suo posto.



[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]



Esiste davvero una Liturgia senza problemi di dottrina e di ecclesiologia




sabato 2 maggio 2026






Lettera 1363 del 27 Aprile 2026 di Paix Liturgique. Affronta le discussioni attuali. Precedente qui. Il vero problema è permettere ai fedeli di conoscere la Liturgia dei secoli. Qui l'indice degli articoli sulla liturgia ai tempi di Leone.



La Liturgia tradizionale

Nella nostra lettera n. 1358 del 15 aprile 2026, avevamo sottolineato quanto riportato da La Croix in merito alle discussioni dei vescovi durante la loro ultima assemblea plenaria a Lourdes, tenutasi dal 24 al 27 marzo. Secondo il quotidiano ufficiale dell’episcopato francese, tutti concordavano nell’affermare che: «Dietro la liturgia, ci sono problemi di dottrina ed ecclesiologia».

È tuttavia necessario mettere in discussione questa constatazione degna del Maresciallo de La Palice. Se infatti i vescovi di Francia ritengono che dietro la liturgia emergano «problemi di dottrina ed ecclesiologia» (il che di per sé è già un’enormità, dato che la liturgia dovrebbe essere normalmente quel linguaggio chiaro e distinto che offre un culto a Dio senza difetti e avvicina i fedeli al Cielo con sicurezza e precisione), di quale liturgia parlano allora? Della liturgia riformata, composta in condizioni brutali e in un’ermeneutica di discontinuità? O della liturgia tradizionale, celebrata per secoli e che partecipa attivamente in tutta la Chiesa alla sua unità dottrinale, disciplinare e di preghiera?

Se si dubita dei problemi posti dalla liturgia riformata, basterebbe ricordare le famose memorie del liturgista Louis Bouyer, che evocano in particolare come la Preghiera Eucaristica n. II sia stata redatta in fretta, con lo spirito del Concilio in pieno fermento, su un tavolo di un caffè di Trastevere (Mémoires, Louis Bouyer, Le Cerf, 2014): «Ci si potrà fare un’idea delle condizioni deplorevoli in cui fu messa in atto questa riforma affrettata, quando avrò spiegato come fu messa insieme la seconda preghiera eucaristica. Tra fanatici che facevano archeologia a casaccio, che avrebbero voluto bandire dalla preghiera eucaristica il Sanctus e le intercessioni, prendendo così com’era l’Eucaristia di Ippolito, e altri, che se ne fregavano della sua presunta Tradizione apostolica, ma che volevano solo una messa raffazzonata, don Botte ed io ci siamo trovati incaricati di rattoppare il suo testo, in modo da introdurvi questi elementi, certamente più antichi, per il giorno dopo! Per fortuna ho scoperto, in uno scritto se non di Ippolito stesso, almeno nel suo stile, una formula felice sullo Spirito Santo, che poteva fare da transizione, del tipo Vere sanctus, verso la breve epiclesi. Botte, dal canto suo, inventò un'intercessione più degna di Paul Reboux e del suo “A la manière de …” che della sua stessa erudizione. Ma non posso rileggere questa incredibile composizione senza ripensare alla terrazza del bistrot del Trastevere dove dovemmo rifinire il nostro compito, per poterci presentare con lui alla Porta di Bronzo all'ora fissata dai nostri reggenti! »

Padre Louis Bouyer, ex pastore protestante diventato sacerdote cattolico, teologo e liturgista di fiducia di papa Paolo VI, ha partecipato direttamente, su espressa richiesta di Paolo VI, alla riforma liturgica stessa. Le condizioni in cui è stata elaborata la Messa, che la Chiesa ha sempre considerato «la fonte e il culmine della vita cristiana», illustrano il carattere gravemente affrettato e improvvisato dell’intero processo.

Padre Louis Bouyer smentisce di essere stato «uno dei primi responsabili di quelle misere sciocchezze che oggi vengono decorate con il nome di “nuova liturgia”» e sostiene, al contrario, di essere stato uno dei primi a opporsi ad esse, «perfettamente invano, naturalmente!», scrive. Secondo lui, è stato un intero contesto a favorire «problemi di dottrina ed ecclesiologia», per riprendere la formula dei vescovi di Francia. «Un fatale errore di giudizio affidò la direzione teorica di questo comitato nelle mani di un uomo generoso e coraggioso, ma poco istruito, il cardinale Lercaro. Egli fu del tutto incapace di resistere alle manovre del mellifluo scellerato che non tardò a rivelarsi nella persona del lazarista napoletano, privo tanto di cultura quanto di semplice onestà, che era Bugnini».

È noto quanto la questione della quasi totale assenza dell’offertorio [qui] nella nuova liturgia costituisca, tra le altre cose, una lacuna dottrinale e una discontinuità decisamente problematica. Del nuovo offertorio, una pietra d’inciampo gettata in quello che avrebbe dovuto essere lo sviluppo organico della sacra liturgia, Louis Bouyer ne descriverà l’incuria dottrinale. A proposito dei lavori della riforma liturgica, egli riporta un episodio poco lusinghiero: «Il peggio fu un incredibile offertorio, in stile Azione Cattolica sentimentalo-operaista, opera dell’abate Cellier, che manipolò con argomenti alla sua portata il spregevole Bugnini, in modo da far passare il suo prodotto nonostante un’opposizione quasi unanime». Che atmosfera!

Inoltre, quando i vescovi di Francia [reiterando le affermazioni di Roche e Vaticane -ndr] ritengono che «dietro la liturgia ci siano problemi di dottrina ed ecclesiologia», senza riferirsi alla riforma liturgica, come si è ben compreso, ma puntando il dito contro il 1Vetus Ordo, ci sia permesso, con tutto il rispetto, di richiamarli a un po’ più di lucidità storico-critica su sessant’anni di riforme liturgiche. Esiste una liturgia senza problemi e essa porta con sé generazioni sempre più entusiaste di abbracciarla: è la liturgia tradizionale. Ma è necessario che i fedeli abbiano la possibilità di incontrarla senza difficoltà. Ed è proprio questo il problema da risolvere.




giovedì 30 aprile 2026

L’Eucaristia divisa con i cani a Zurigo e il Vescovo minimizza






Di Redazione Blog di Sabino Paciolla|Aprile 30th, 2026



Caro Vescovo, l’ignoranza non è grazia se il Pane degli Angeli diventa cibo per animali



di Fabio Vessillifero

Il fatto: l’Eucaristia divisa con i cani a Zurigo

Il post di Marco Tosatti su Stilum Curiae (qui) riporta un evento accaduto a Zurigo nella parrocchia del Buon Pastore, dove durante una celebrazione eucaristica che includeva la benedizione degli animali, tre fedeli hanno condiviso il Pane consacrato con i propri cani. L’indagine diocesana condotta dal Vescovo di Coira Joseph Bonnemain (Zurigo rientra nel territorio della Diocesi di Coira) ha concluso che, nonostante il fatto sia “profondamente deplorevole”, non si può parlare di sacrilegio canonico né di scomunica poiché agli individui mancava l’intento malevolo, essendo essi mossi da una sorta di ignoranza o ingenuità devozionale. Questa risoluzione ha provocato la reazione dei laici locali, che hanno organizzato rosari di riparazione per quello che percepiscono come un gravissimo oltraggio al Sacramento Eucaristico.

La spia di un collasso teologico e pedagogico

Questa vicenda non può essere archiviata come un isolato incidente di cronaca, poiché agisce da spia luminosa di un collasso teologico e pedagogico che parte proprio dai vertici della gerarchia. Quando si assiste alla distribuzione del Corpo di Cristo agli animali, ci si trova davanti alla prova plastica che il senso della Presenza Reale nel popolo di Dio è stato quasi del tutto eroso da decenni di catechesi orizzontale e celebrazioni sciatte. Il fatto che un vescovo minimizzi l’accaduto appellandosi alla mancanza di dolo dei protagonisti evidenzia una crisi di autorità: il Pastore, anziché difendere l’integrità del Mistero e utilizzare la sanzione come strumento medicinale per risvegliare le coscienze, sembra preferire un approccio burocratico che finisce per giustificare l’ignoranza colpevole.

La chiarezza del Diritto Canonico sul sacrilegio

A tal proposito, il dettato del diritto canonico è di una chiarezza cristallina e non lascia spazio a interpretazioni relativiste. Il Canone 1367 del Codice di Diritto Canonico recita infatti testualmente: «Chi profana le specie consacrate, oppure le asporta o le conserva a scopo sacrilego, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica; il chierico inoltre può essere punito con altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale».

Il tradimento della missione episcopale

Il cuore del problema risiede nel tradimento della missione episcopale di formare i formatori. Se i vescovi stessi perdono di vista la dimensione soprannaturale, riducendo la vita di grazia a un vago sentimento di inclusione e la liturgia a una messinscena della comunità, è inevitabile che i fedeli perdano la percezione di trovarsi di fronte al Dio Vivo. La scomparsa dell’orizzonte escatologico — della consapevolezza che ogni atto liturgico ha un peso per la vita eterna — trasforma il Sacramento in un oggetto banale, privo di quel “timore e tremore” (Filippesi 2,12) che deve caratterizzare la devozione cattolica. Come ricordava San Tommaso (S. Th. III, q. 80, a. 3, ad 3), l’Eucaristia richiede la ragione e la fede per essere ricevuta; trattarla come cibo comune per creature irrazionali non è solo un errore liturgico, ma un’offesa oggettiva alla Maestà divina che prescinde dalle intenzioni soggettive.

Il dovere di istruire e vigilare: i Canoni 386

A tal proposito, il diritto canonico definisce con estrema precisione il dovere del Vescovo di istruire il popolo di Dio per evitare simili derive. Il Canone 386 §1 recita: «Il Vescovo diocesano è tenuto a proporre e a spiegare ai fedeli le verità di fede che si devono credere e applicare nei costumi, predicando personalmente con frequenza; abbia anche cura che si osservino fedelmente le disposizioni e i canoni che riguardano il ministero della parola, soprattutto l’omelia e la formazione catechetica, in modo che a tutti venga trasmessa l’intera dottrina cristiana.» Inoltre, il Canone 386 §2 specifica un dovere di vigilanza attiva: «Difenda con fermezza, usando i mezzi più adatti, l’integrità e l’unità della fede che si deve professare, riconoscendo tuttavia la giusta libertà nell’ulteriore approfondimento delle verità».

L’eclissi della distinzione ontologica tra uomo e animale

Un elemento determinante in questa deriva è la perdita del senso ontologico della distinzione tra l’uomo e il resto del creato. Mentre l’uomo è un soggetto di natura razionale e volitiva, capace di “intus-leggere” — ovvero leggere dentro l’essenza delle cose grazie allo spirito razionale di cui è dotato — l’animale rimane un essere totalmente immerso nella materia, determinato in ogni sua azione dall’istinto. Confondere questi due piani significa negare l’unicità dell’essere umano come immagine di Dio (Imago Dei). Se non si riconosce più che l’uomo, a differenza dell’animale, possiede un’anima spirituale capace di trascendere il dato fisico per aprirsi al divino, l’Eucaristia smette di essere il nutrimento dell’intelletto e della volontà e viene degradata a un gesto istintuale di affetto verso la natura. Questa “animalizzazione” dell’uomo e, di riflesso, “umanizzazione” dell’animale, rende i fedeli incapaci di cogliere il valore infinito del Sacramento, riducendolo a un gioco di simboli privo di sostanza spirituale.

La voce della Tradizione: la sequenza Lauda Sion

La riflessione teologica su questo sacrilegio trova riferimenti precisi nella Tradizione e nelle Scritture. San Tommaso d’Aquino, nella celebre sequenza Lauda Sion Salvatorem, scrive chiaramente: “Ecce panis angelorum… vere panis filiorum, non mittendus canibus” (Ecco il pane degli angeli… vero pane dei figli, da non gettare ai cani). Questo monito non è una mancanza di rispetto per la creazione, ma una difesa della natura del Sacramento, che richiede ragione e fede per essere ricevuto. Trattare l’Eucaristia come cibo per creature irrazionali è una violazione frontale di una verità che la Chiesa canta da sempre e che affonda le radici nel comando di Cristo stesso.

Il monito evangelico sulle perle e i cani

In Matteo 7,6, Gesù avverte: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci”. Questo invito al discernimento spirituale insegna che la Verità e la Grazia sono perle preziose che non vanno esposte alla banalizzazione o al calpestamento. Gettare la “perla” eucaristica a chi non può riconoscerla significa rinunciare alla prudenza e alla riverenza, esponendo il sacro al disprezzo. Una diocesi allo sbando è quella dove il sentimentalismo ha preso il posto della dottrina: se il pane non è più “dei figli”, ma viene distribuito senza discernimento, si perde ogni autorevolezza e si trasforma il Sacrificio dell’altare in un gesto privato privo di senso.

Conclusione: la responsabilità di fronte alla Giustizia divina


Ciò che emerge da questa analisi è la descrizione di una diocesi, e forse di un sistema ecclesiale più ampio, allo sbando, dove il “piccolo gregge” dei laici è rimasto l’ultimo baluardo a difesa del sacro, costretto a riparare con la preghiera ciò che i propri pastori non sanno più proteggere con la dottrina. In questa inversione di ruoli, la responsabilità morale ricade con forza su chi, avendo ricevuto il mandato di vigilare, ha permesso la banalizzazione del Mistero, trasformando il Sacrificio dell’altare in un gesto privato privo di riverenza. La Giustizia di Dio, che non può essere elusa da una nota diocesana, resta il monito finale per una Chiesa che sembra aver dimenticato la sua stessa natura sacramentale.








Mons. Strickland: Dichiarazione pastorale sui recenti eventi alla Basilica di San Pietro e sull’integrità del Sacerdozio







Di Mons. Joseph E. Strickland, 30 apr 2026

Nell’ottica del mero approfondimento dei fatti e di un sereno confronto, di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori la riflessione scritta da Mons. Joseph E. Strickland, vescovo emerito, pubblicato sul suo blog (https://pillarsoffaith.net). Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. (Sabino Paciolla)

Circolano immagini e resoconti che mostrano una donna “vescovo” anglicana mentre compie un gesto di benedizione all’interno della Basilica di San Pietro. Per molti fedeli, questo non è stato un momento di unità, ma fonte di profonda confusione e dolore.

In qualità di successore degli Apostoli, mi sento in dovere di intervenire – non con durezza, ma con la chiarezza che nasce dalla carità.

Il sacerdozio cattolico non è una creazione umana. È un dono divino istituito da Nostro Signore Gesù Cristo, affidato alla Chiesa e custodito nel corso dei secoli con fedeltà e sacrificio. Il sacerdote, mediante l’ordinazione sacramentale, è configurato a Cristo in modo unico e insostituibile, agendo in persona Christi Capitis, soprattutto nell’offerta del Santo Sacrificio della Messa.

Per questo motivo, la Chiesa ha insegnato in modo definitivo di non avere l’autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Questo insegnamento non è una questione aperta a cambiamenti, adattamenti o reinterpretazioni. Appartiene al deposito della fede.

Poiché l’Eucaristia è la vera rappresentazione del Sacrificio del Calvario, il sacerdote sta nella persona di Cristo Sposo, che offre Se stesso per la Sua Sposa, la Chiesa. Questo mistero nuziale non è simbolico: è sacramentale e reale. Qualsiasi gesto che oscuri questa verità, o offuschi la distinzione tra gli Ordini Sacri validi e quelle comunità che non li possiedono, rischia di indebolire la comprensione dei fedeli dell’Eucaristia stessa.

Per questo motivo, la Chiesa ha sempre custodito con la massima cura sia il sacerdozio che le parole sacre dell’Eucaristia. Il sacerdote non parla all’altare come mero rappresentante della comunità, ma in persona Christi Capitis – nella persona stessa di Cristo Capo – così che quando dice: «Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue», è Cristo stesso che parla e agisce. Se questa realtà venisse oscurata, o se la forma del sacramento fosse alterata in modo tale da non esprimere più chiaramente Cristo che agisce attraverso il sacerdote, i fedeli potrebbero essere indotti in grave confusione e l’integrità del sacramento stesso potrebbe essere messa in discussione. Per questo motivo, la Chiesa DEVE custodire con riverenza e fedeltà sia la realtà del sacerdozio sia la forma sacra affidatale da Cristo.

Si potrebbe dire che in questo caso non ha avuto luogo alcuna celebrazione eucaristica e che ciò che è avvenuto è stato semplicemente un gesto di benedizione. Tuttavia, nemmeno questo può essere considerato con leggerezza. I gesti pubblici all’interno degli spazi sacri hanno un significato reale. Quando una persona che non possiede validi Ordini Sacri viene accolta in un modo che sembra affermare o onorare un ruolo ministeriale che non può ricoprire, si rischia di dare l’impressione che tali ordini siano riconosciuti o intercambiabili con il sacerdozio cattolico.

Questa è fonte di confusione per i fedeli e motivo di legittima preoccupazione. La vera carità richiede chiarezza. Il rispetto per le persone non deve mai oscurare la verità sulla realtà sacramentale degli Ordini Sacri, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo e non ha l’autorità di alterare.

Per questo motivo, esorto i fedeli non solo a rimanere saldi, ma a rispondere con la preghiera e la riparazione. Quando la confusione tocca ciò che è più sacro – quando il sacerdozio e l’Eucaristia vengono oscurati – la risposta adeguata dei fedeli non è il silenzio, ma l’amore espresso attraverso il sacrificio.

Vi chiedo, quindi:Di dedicare del tempo all’adorazione eucaristica
Di recitare il Santo Rosario con rinnovato fervore
Di offrire atti di penitenza e riparazione al Sacro Cuore di Gesù
Intercedere per i sacerdoti, affinché siano fedeli alla loro sacra identità
E pregare per la Chiesa, affinché sia purificata e rafforzata nella verità

Cristo non ha abbandonato la Sua Chiesa.

Anche nei momenti di prova, Egli rimane presente nell’Eucaristia – lo stesso ieri, oggi e per sempre. La verità del sacerdozio rimane intatta, non per forza umana, ma perché è radicata in Lui.

Rispondiamo, quindi, non con la disperazione, ma con la fedeltà. Aggrappiamoci a Cristo, amiamo la Sua Chiesa e preghiamo per la sua purificazione e il suo rinnovamento.

Possa la Beata Vergine Maria, Madre dell’Eterno Sommo Sacerdote, intercedere per noi, affinché il sacerdozio possa essere rinnovato nella santità e l’Eucaristia possa essere sempre adorata con la riverenza che merita.

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo Emerito

(Di Interestmedia – Opera propria, CC BY-SA 4.0)






Gran finale a Roma della «arcivescova» di Canterbury con benedizione assieme al Vescovo (vero)






Lorenzo V., 30 aprile 2026

Quattro giorni fa avevamo lasciato la signora Sarah Mullally – falsa «arcivescova» di Canterbury, già di professione infermiera, filo-abortista (ora non più infermiera, ma ancora convintamente filo-abortista) e capa religiosa della scismatica Comunità Anglicana – nella Cappella Clementina intenta a (falsamente) benedire i presenti, tra i quali mons. Flavio Pace, Segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, che si è inchinato e si segnato come se stesse ricevendo una vera benedizione, anziché essere in presenza di un gesto sacrilego ed oltraggioso (QUI).

Ma, dalla lettura del dettagliato programma del tour romano della signora Mullally, sapevamo – purtroppo – che le brutte sorprese non sarebbero finite accanto alla Tomba di San Pietro Apostolo.

Ed infatti lunedì sera la suddetta signora era presente nella (cattolica) Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, nella quale ha nominato il signor Anthony James Ball (con il quale condivide il titolo di «finto vescovo») suo rappresentante presso la Santa Sede.




Al termine della cerimonia molto «ecumenica» (la «vescova» ha presieduto, nella Chiesa cattolica, i vespri, presumiamo in rito anglicano, predicati dal card. Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione), le fotografie pubblicate sulla pagina Facebook ufficiale della Anglican Communion (QUI e QUI) ed un video pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale dell’Archbishop of Canterbury (QUI dal minuto 0:50) mostrano la signora Sarah Mullally – ripetiamo, laica e capa religiosa della scismatica Comunità Anglicana – portarsi dietro l’altare al centro del presbiterio della (cattolica) Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio e benedire i presenti, tra i quali almeno due (veri) Cardinali e alcuni (veri) Vescovi.



Ciò che, però, ci ha lasciati sbalorditi è che accanto alla (finta) «vescova» signora Sarah Mullally era presente un (vero) Vescovo che si è unito al gesto della benedizione: questa volta nulla di blasfemo, sia chiaro, ma quantomeno molto molto inopportuno.



E, infine, ci permettiamo di chiederci: perché tutta questa pompa per la visita di una signora che ha il 70 per cento dei fedeli e dei Vescovi anglicani che non ne riconosce l’autorità? Nostre fonti romane in altissimo loco ci suggeriscono una relazione con la ricerca di un atteggiamento positivo del Governo di Sua Maestà sulla vicenda del palazzo in Sloane Avenue…