giovedì 11 giugno 2026

Manifestazione per la Vita, a Roma contro aborto ed eutanasia



Sabato pomeriggio, nella capitale, il corteo per difendere la vita dal concepimento alla morte naturale. Più di cento le associazioni aderenti, migliaia i partecipanti previsti. Un evento che si svolgerà nel segno delle incoraggianti parole di Leone XIV sui principi non negoziabili.

L’evento

Vita e bioetica 


Ermes Dovico, 11-06-2026

Manca poco al grande appuntamento annuale della Manifestazione nazionale per la Vita, che si terrà questo sabato, 13 giugno, a Roma. Più di cento le associazioni che aderiscono all’iniziativa per la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale. Prevista la partecipazione di migliaia di persone: l’evento avrà inizio alle 14.30 da Piazza della Repubblica e si concluderà, dopo un corteo, nella piazza antistante la basilica di San Giovanni in Laterano.

Tanti i fronti su cui chi condivide i fini della Manifestazione si trova a combattere anche quest’anno. Prima di tutto, la battaglia contro l’aborto, la cui legalizzazione nel 1978 ha rappresentato il primo passo dell’attacco sistematico – con il sigillo dello Stato italiano – alla vita umana. Gli ultimi dati del Ministero della Salute, relativi al 2023, parlano di 65.746 aborti ufficiali. Una cifra già di per sé enorme, corrispondente a una città di provincia di medie dimensioni, che andrebbe peraltro aggiustata al rialzo tenendo conto non solo degli aborti clandestini – che la legge 194, diversamente da quanto sostenevano i suoi promotori, non ha fatto scomparire – ma degli innumerevoli cripto-aborti ottenuti attraverso i cosiddetti contraccettivi d’emergenza. Va ricordato infatti che le varie “pillole del giorno dopo” (o dei tre-cinque giorni dopo) non hanno solo un effetto antiovulatorio, come oggi affermano i relativi bugiardini, ma possono avere – laddove avvenga il concepimento – anche un effetto abortivo, impedendo l’annidamento dell’embrione.

Altro fronte – che riguarda sempre la dignità dell’embrione nonché il significato dell’atto sessuale – è quello della fecondazione artificiale, che comporta il sacrificio e il congelamento di diverse migliaia di embrioni all’anno. Ventidue anni di legge 40, insieme alle sentenze della Corte costituzionale che hanno demolito diversi “paletti” e allargato le maglie della stessa legge, hanno contribuito a normalizzare nell’opinione pubblica quella che eufemisticamente è detta procreazione medicalmente assistita (Pma), ma che in realtà implica la degradazione dell’essere umano, usato come mezzo.

C’è poi il fronte oggi più politicamente caldo, quello del suicidio assistito. Il 3 giugno è ripreso l’iter del relativo disegno di legge, o meglio, dei due disegni di legge attualmente allo studio del Senato. Il Ddl Bazoli, voluto dal Pd, è stato rispedito in commissione il 3 giugno stesso (88 voti favorevoli, 59 contrari alla questione sospensiva presentata da Fratelli d’Italia). Ma rimane il pericolo più concreto del testo sostenuto dalla maggioranza di centrodestra, il Ddl Zanettin-Zullo, che Forza Italia vuole a tutti i costi approvare. Il partito che fu di Silvio Berlusconi ha presentato degli emendamenti, con cui cerca tra l’altro di coinvolgere i medici di base e quelli ospedalieri nell’assistenza al suicidio e chiede che il Consiglio Nazionale delle Ricerche reperisca gli strumenti utili a uccidersi. Un evidente tradimento, quello di Forza Italia, della linea seguita dal proprio fondatore sul tema e, prima ancora, di quello che è il fine della medicina: curare e salvare vite, non certo abbandonare e dare la morte.

A ricordare ai parlamentari, in primo luogo cattolici, quale deve essere l’atteggiamento verso leggi e progetti di legge che attaccano la vita umana ci ha pensato provvidenzialmente Leone XIV lo scorso 8 giugno, proprio all’inizio di questa settimana, per di più in un contesto politico: il Congresso dei Deputati della Spagna. «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?». Interrogativi, quelli del Santo Padre, che scuotono la coscienza e ai quali lui stesso dà delle risposte chiare: «Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità», ha aggiunto papa Prevost rivolgendosi ai parlamentari spagnoli in un discorso in cui ha difeso anche la famiglia e la libertà di educazione.

Parole che non possono che incoraggiare gli organizzatori della Manifestazione per la Vita e, in generale, tutto il mondo pro life. Incoraggiano tanto più in un’epoca storica come la nostra, in cui la stessa possibilità di difendere i nascituri e le persone più fragili è messa in discussione, vedi le censure di manifesti, gli assalti a sedi di organizzazioni pro vita, le minacce di morte, le risposte blasfeme a semplici campane, la proibizione perfino dei volantinaggi e della preghiera silenziosa presso le strutture abortive: tutti fatti che, tra l’Italia e l’estero, si stanno via via radicando fino a diventare routine.

E nel nostro Paese c’è chi vorrebbe impedire la stessa manifestazione di sabato. A denunciarlo è Pro Vita & Famiglia: «Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, centri sociali, ANPI, CGIL e decine di altre organizzazioni hanno scritto una lettera ufficiale al sindaco Gualtieri e al prefetto di Roma chiedendo di vietare i cortei definiti “anti-costituzionali” del 13 giugno». Uno di questi cortei oggetto delle mire censorie della sinistra è proprio quello per la vita, l’altro è quello sulla remigrazione in programma lo stesso giorno nella capitale: i due cortei non sono collegati l’uno all’altro, ma fanno parte della medesima propaganda liberticida proveniente da politici e media di sinistra. Ma a dispetto di questa propaganda contraria, la Manifestazione per la Vita è confermata.







mercoledì 10 giugno 2026

USA e Sacro Cuore, una consacrazione che ha effetti politici



A 250 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza i vescovi americani consacreranno il Paese al Sacro Cuore. Un gesto controcorrente perché non si rivolge solo ai singoli, ma richiama l'intera nazione all'unità tra fede e vita e al riconoscimento della regalità di Cristo su tutte le dimensioni dell'uomo, politica inclusa.

Dottrina sociale

Editoriali


Stefano Fontana, 10-06-2026

Il prossimo 11 giugno i vescovi americani consacreranno la nazione al Sacro Cuore di Gesù durante una messa a Orlando, in Florida. La data coincide con il 250mo anniversario della nascita degli Stati Uniti, avvenuta con l’approvazione della Dichiarazione d’indipendenza (1776). È significativo che durante la messa saranno presenti anche le reliquie di Santa Margherita Maria Alacoque, la suora di Paray-le-Monial, in Francia, che ebbe visioni rivelatrici e da cui è partita la devozione al Sacro Cuore. La consacrazione americana intende collegarsi a tutta questa tradizione. Non si tratta di una novità assoluta. Anche di recente ci sono stati atti di politici che hanno consacrato il proprio governo e la loro nazione e sulla scia di Fatima abbiamo assistito a molte consacrazioni al Cuore Immacolato di Maria. La consacrazione dei vescovi americani assume comunque una particolare rilevanza perché sarà l’atto di un intero episcopato, perché si tratta dell’America e, infine, perché il riferimento al Sacro Cuore di Gesù è denso di contenuti che possono fare scalpore di fronte alla mentalità di oggi, contenuti anche politici.

Il senso della prossima consacrazione è prima di tutto spirituale e pastorale. Intende far riscoprire la presenza amorevole di Gesù Cristo nella vita degli americani, sostegno nelle loro tribolazioni, animazione di speranza. Questo sembra essere il senso principale che emerge dalle prime riflessioni promosse dalla Conferenza episcopale che ha invitato i fedeli ad arrivare all’evento dopo aver approfondito il suo significato, e numerosi vescovi si stanno già adoperando in questo senso fornendo meditazioni e riflessioni. Consacrare il Paese al Sacro Cuore significa riscoprire di essere affidati alla sua Grazia e comprendere come «Gesù Cristo ci offre pazientemente il suo Sacro Cuore nelle ferite e nelle difficoltà dei nostri matrimoni, delle nostre famiglie e delle nostra amicizie, tra preoccupazioni finanziarie o malattie, e nelle nostre battaglie contro la dipendenza o la solitudine». Così, per esempio, si è espresso l’arcivescovo Shelton Fabre di Louisville.

Intesa in questo modo la consacrazione non assume significato politico, riguarda le anime, la vita spirituale, l’affidamento a Gesù nei casi della vita, nella fiducia della sua presenza d’amore tra di noi.

Tuttavia, la consacrazione americana riguarderà anche la nazione e non solo i singoli fedeli, verrà fatta ricordando la nascita politica degli Stati Uniti, richiederà di riscoprire la presenza del Sacro Cuore in tutte le dimensioni dell’umano, comprese quelle relative alla vita pubblica. Il Cuore di Gesù è il Cuore di Cristo e l’amore divino invade e trasforma completamente il cuore umano, vale a dire l’intera umanità dell’uomo. La consacrazione al Sacro Cuore di Gesù riguarda la devozione personale e comunitaria, ma anche le istituzioni della vita pubblica, le leggi, le politiche. È una guida per le autorità civili, per gli organi di governo, per le società naturali come la famiglia, le comunità locali o le nazioni. Non si può separare la consacrazione di una nazione al Sacro Cuore dalla Regalità sociale di Cristo. Infatti, la storia della devozione al Sacro Cuore ha sempre avuto anche questa dimensione politica. Non ci è dato di sapere se i vescovi americani intendano insistere su questo aspetto di quanto stanno per fare, ma in ogni atto c’è anche una oggettività di senso indipendente dalle intenzioni. Cristo è Re comunque. La consacrazione esprimerà, almeno implicitamente, la necessità di riconoscere alla fede cattolica un ruolo pubblico unico in quanto religio vera.

Da un lato è possibile che all’evento si dia un significato solamente di coscienza e di fede personale, continuando a ricondurre le vicende della vita politica alle sole prassi democratiche e negando di fatto un ruolo pubblico vero e proprio della Chiesa e della fede cattolica. Dall’altro, la consacrazione potrà essere riprovata da chi difende la laicità liberale e che parlerà di una deriva integralista. Queste due posizioni, pur nella loro diversità, tendono a sostenersi a vicenda ed è proprio questo schematismo che la consacrazione dovrebbe superare, dato che la vita è sintesi. Riscoprire il Sacro Cuore di Gesù e la sua divina presenza personale e comunitaria anche in senso politico comporta di rendere possibile la coerenza e l’unità tra la fede e la vita, tra il personale e il pubblico.

Questa coerenza non è data solo dalla morale naturale, perché in questo caso basterebbe il solo cuore umano senza bisogno del Cuore di Cristo, Dio Creatore e Salvatore. L’etica personale e comunitaria è importante e la regalità di Cristo la conferma, ma non riesce a salvarsi e a salvarci da sola e completamente. Non si identifica con la fede come la vita pubblica non si identifica con la Chiesa, e quindi fa salva la legittima e autentica laicità, ma sa anche molto bene di aver bisogno della presenza in pubblico della religione vera, con un suo ruolo proprio e diverso dalle altre religioni.
Sarà interessante vedere fino a che punto i vescovi americani trarranno le conseguenze della coraggiosa consacrazione del prossimo 11 giugno.






martedì 9 giugno 2026

Canada, è top secret come si addestrano i medici a praticare la morte assistita



(Ai)

La Canadian Association of MAiD Assessors and Providers (Camap) ha rifiutato di spiegare al Parlamento come lavora

Segreti inquietanti


Giuliano Guzzo, 09 Giugno 2026

Il suicidio assistito sta progressivamente tornando al centro del dibattito politico italiano. Il Parlamento è tornato ad occuparsene – anche se il testo in discussione è stato per il momento rispedito in commissione -, mentre in Emilia Romagna la maggioranza ha deciso di tornare su questo tema, con i gruppi consiliari di Pd, Avs, M5S e Civici che hanno depositato un nuovo pdl – intitolato Modalità organizzative per l’attuazione delle sentenze della Corte costituzionale 242/2019 e 135/2024 in materia di suicidio medicalmente assistito – per disciplinare la morte on demand. Ieri Papa Leone XIV ha tenuto un formidabile discorso al Parlamento spagnolo ribadendo la centralità della tutela della vita umana «dal concepimento fino al naturale tramonto», ma c’è da escludere che il discorso del pontefice, purtroppo, possa portare a chissà quali ravvedimenti i tifosi nostrani della “dolce morte”.

Ed è un peccato, anche perché le ombre su questa pratica sono numerose, come prova – su tutti – l’esempio del Canada, che ha riconosciuto la morte assistita solo dieci anni fa e che ne è diventato, nel giro di poco, patria internazionale - con tutto ciò che di inquietante ciò comporta. Parlano chiaramente i dati - dai 1.018 casi del 2016 si è balzati ai 16.499 del 2024, con un’impennata di morti superiore al 1500% -, i casi inquietanti emersi pubblicamente sui media – come quello di un prete cattolico ricoverato per una frattura all’anca cui la morte è stata proposta ben due volte -, ma parla anche la strana condotta dei medici che somministrano la morte e che, a quanto pare, non intendono raccontare a nessuno esattamente come lavorano. Esagerazioni? Niente affatto: cronaca, semplice cronaca. A riferire questa notizia è Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell’Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition.

In breve, Schadenberg ha raccontato che la Canadian Association of MAiD Assessors and Providers (Camap) ha rifiutato di condividere con la competente Commissione parlamentare il proprio programma di addestramento al personale medico per praticare la morte assistita. Un fatto assai grave, se si considera che la Camap non è indipendente ma riceve dal governo federale la bellezza di 3 milioni di dollari all'anno proprio per sviluppare il suo programma di preparazione alla “dolce morte”. Tutto ciò appare ancor più sconvolgente visto che la citata Commissione sta ragionando su come autorizzare l’eutanasia sulla base della sola malattia mentale a partire dal marzo 2027. Ma niente, la Camap ha bocche cucite. E in una email quasi piccata ha fatto presente che lo scopo del proprio programma «non è la promozione o l'educazione del pubblico; piuttosto, esiste per supportare gli operatori sanitari nella comprensione e nell'applicazione del quadro legislativo e clinico esistente nella loro pratica».

Peccato che una Commissione parlamentare non sia esattamente un gruppo estraneo o di impiccioni, ma una istituzione democratica. Come mai allora si vuole nascondere come si formano i medici pro “dolce morte”? Secondo quanto riporta ancora Schadenberg in seno all'associazione si consumano da tempo accesi scontri, con più voci levatesi contro i moduli e i protocolli criticati per non tenere conto di quei profili vulnerabilità – come la mancanza di fissa dimora o la solitudine – che possono spingere qualcuno a chiedere la morte assistita; pare perfino che si formino gli operatori sanitari a considerare non solo difficile, ma pressoché invivibile l’esistenza delle persone con disabilità. Insomma, quella della quale non si vuol condividere il modus operandi sarebbe una vera e propria scuola di morte insensibile, come se non bastasse, alle difficoltà sociali che possono spingere la gente a chiedere di morire.

Quel che è peggio è che quest'insensibilità ormai si sta radicando nella globalità della popolazione canadese. Non si spiegherebbe, altrimenti, come sia stato possibile che già nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti e, molto probabilmente, non lo sono neppure i membri della Canadian Association of MAiD Assessors and Providers. Semplicemente, una volta che passa l’idea che esistano vite indegne di essere vissute, quest’idea tende a dilatarsi: in un tragico inveramento di quello che i bioeticisti chiamano «pendio scivoloso», si inizia con alcuni casi limite e si finisce con innumerevoli casi, senza più limiti. In effetti, l’impennata di morti assistite – + 1500%, repetita iuvant, in appena otto anni – racconta esattamente questa storia.






Il canto popolare NON È la stessa cosa del canto liturgico







Aurelio Porfiri, 09-06-2026

Una grande confusione ha abitato il cielo degli ultimi decenni. Una confusione che ci piacerebbe pensare possa avere un termine ma, purtroppo, così non è.

Passa a una versione a pagamento. Sembra oramai che una piega triste sia stata presa e non è così facile poter tornare indietro. Uno degli elementi di questa situazione è il confondere il canto popolare con il canto liturgico.

Il canto liturgico è il canto ufficiale della Chiesa, diremmo che rappresenta la dimensione oggettiva della liturgia. Esso è di solito basato sui testi ufficiali del Messale e nella Messa tradizionale questi testi sono in Latino, mentre quelli del canto popolare sono nella lingua vernacolare.

Proprio questa importante differenza ci fa capire che, mentre nel canto liturgico dovrebbe essere forte l’elemento oggettivo, in quello popolare predomina quello soggettivo.

Non si intende dire che la devozione popolare non sia importante. Essa è certamente molto importante, come ci dice il Direttorio su pietà popolare e liturgia: “La realtà indicata con la locuzione “religiosità popolare” riguarda un’esperienza universale: nel cuore di ogni persona, come nella cultura di ogni popolo e nelle sue manifestazioni collettive, è sempre presente una dimensione religiosa. Ogni popolo infatti tende ad esprimere la sua visione totalizzante della trascendenza e la sua concezione della natura, della società e della storia attraverso mediazioni cultuali, in una sintesi caratteristica di grande significato umano e spirituale. La religiosità popolare non si rapporta necessariamente alla rivelazione cristiana. Ma in molte regioni, esprimendosi in una società impregnata in vario modo di elementi cristiani, dà luogo ad una sorta di “cattolicesimo popolare”, in cui coesistono, più o meno armonicamente, elementi provenienti dal senso religioso della vita, dalla cultura propria di un popolo, dalla rivelazione cristiana”.

Lo stesso documento, poco più avanti, affronta il tema del canto e della musica: “Anche il canto, espressione naturale dell’anima di un popolo, occupa una funzione di rilievo nella pietà popolare. La cura nel conservare l’eredità di canti ricevuti dalla tradizione deve coniugarsi con il sentire biblico ed ecclesiale, aperta alla necessità di revisioni o di nuove composizioni. Il canto si associa istintivamente presso alcuni popoli col battito delle mani, il movimento ritmico del corpo e passi di danza. Tali forme di esprimere il sentire interiore fanno parte delle tradizioni popolari, specie in occasione delle feste dei santi Patroni; è chiaro che devono essere manifestazioni di vera preghiera comune e non semplicemente spettacolo. Il fatto che siano abituali in determinati luoghi non significa che si debba incoraggiare la loro estensione ad altri luoghi, nei quali non sarebbero connaturali”. Come vediamo, il documento cerca di separare l’elemento soggettivo dell’espressione popolare, che è diverso a secondo del luogo in cui ci si trova, da quello liturgico che dovrebbe essere più o meno comune a tutti.

Purtroppo, negli ultimi decenni si sono totalmente confusi questi due piani diversi, facendo sembrare che il canto popolare equivalga al canto liturgico, ma così non è. Quante volte io ho ascoltato sacerdoti che esprimevano il desiderio che nella Messa si eseguissero “canti popolari”? Stranamente ben poche volte ho potuto testimoniare la richiesta di canti liturgici, come sarebbe giusto e appropriato.






Scomunicati da una Chiesa che non scomunica più nessuno?



Dal Concilio Vaticano II non si viene più scomunicati. Ora non si è più "in piena comunione".




Padre Alain Lorans, 8 giugno 2026

In effetti, all'apertura del Concilio nel 1962, Giovanni XXIII espresse il suo desiderio di una Chiesa nuova, libera da condanne e anatemi. Solo i canonisti che non hanno colto appieno lo spirito del Vaticano II – e i giornalisti che prediligono espressioni semplicistiche – possono ancora brandire la scomunica come un assoluto preconciliare, un'ukase tridentino.

Va riconosciuto che la nozione di "comunione parziale", che mira alla generosità, solleva delle vere difficoltà. Si può essere in comunione solo a metà o a tre quarti del percorso? In tal caso, si è per metà scomunicati e per metà in comunione, oppure per tre quarti scomunicati e per un quarto in comunione? Di fatto, la scomunica diventa un concetto relativo, una scomunica dalla geometria variabile.

Oggi la Chiesa non esclude nessuno: "Tutti, tutti, tutti; ognuno ha il suo posto nella Chiesa", ha ripetuto Francesco. I divorziati risposati possono ricevere la comunione caso per caso, a partire da Amoris Laetitia (19 marzo 2016); le coppie dello stesso sesso possono essere benedette, a partire da Fiducia Suplicans (18 dicembre 2023); un cubetto di ghiaccio della Groenlandia può essere benedetto dal Papa (1° ottobre 2025); Sarah Mullally, l'"arcivescova" anglicana, può benedire i cardinali in Vaticano (25 aprile 2026)...

La Chiesa oggi è "inclusiva" e misericordiosa verso tutti, tranne che con i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione bimillenaria, che esclude senza pietà. Perché questo contrasto, in palese opposizione allo spirito del Concilio Vaticano II? Proprio perché coloro che sono legati alla Tradizione si oppongono a questo spirito conciliare "inclusivo", che in sostanza non è altro che un allineamento alle ideologie e ai costumi contemporanei.

«Niente libertà per i nemici della libertà!» gridavano i rivoluzionari. «Niente inclusione per i nemici dell'inclusione!» ripetono le autorità conciliari. La Tradizione immutabile deve essere diluita dalla storia contemporanea, relativizzata secondo l'evoluzione delle idee e dei costumi. Chi non accetta questa inclusione dissolvibile deve essere punito con l'esclusione. Scomunicato da una Chiesa che scomunica la Tradizione.

Cosa accadrà dopo le consacrazioni del 1° luglio 2026? Cosa accadde esattamente nel 1988? La tradizione attrarrà tutti coloro che sono turbati da una Chiesa in ritardo rispetto alle idee e alla morale liberali, tutti quei sacerdoti e fedeli legittimamente preoccupati per il vertiginoso calo delle vocazioni, la graduale chiusura dei seminari, la diffusa vendita dei conventi, il drammatico declino della pratica religiosa…

Essi attenderanno con fiducia che la Tradizione riacquisti il ​​suo giusto posto nella Chiesa, perché sanno che «le porte dell'inferno non prevarranno» (Mt 16,18), dato che Nostro Signore è con la sua Chiesa «fino alla fine dei tempi» (Mt 28,20). Ai loro occhi, tutto il resto è fuffa giornalistica e assurdità canonica. La legge è al servizio della Fede eterna, non di ideologie obsolete, inevitabilmente destinate a diventare superate.





(Fonte: News of Christendom n. 219 - FSSPX News)


lunedì 8 giugno 2026

Il Papa sfida Sánchez in Parlamento: «E’ incivile non difendere la vita»



Leone XIV parla a Pedro Sanchez e al Parlamento spagnolo: «Ingiusto lasciare nell’ombra il bambino non nato». Focus anche su famiglia e diritto a non emigrare.



Ultimissime 08 Giu 2026


Papa Leone non le ha mandate a dire.

Nel corso del suo intervento di poche ore fa al Parlamento spagnolo, nell’ambito della visita apostolica in corso a Madrid, il Santo Padre ha rivolto un messaggio di forte impatto politico al governo guidato da Pedro Sánchez.

In perfetto spagnolo e primo pontefice nella storia a parlare nell’aula de Las Cortes, è intervenuto a gamba tesa su alcuni dei nodi più sensibili del dibattito pubblico: aborto, famiglia, fine vita, educazione e migrazioni.

Il discorso è stato molto più ampio e vale la pena leggerlo integralmente, qui estrapoliamo solo alcuni passaggi.




“Il bambino non ancora nato”

Il riferimento più diretto al contesto politico è legato alla recente riforma promossa dall’esecutivo Sánchez, che punta a portare il “diritto di aborto” fin nella Costituzione.

In questo quadro, soffermandosi sulla «dignità inviolabile della persona umana», il Papa ha comunicato ai parlamentari spagnoli che «difendere la vita umana è una meta di civiltà» e spiegando che «non è una questione di interesse particolare né confessionale».

Citando Papa Francesco, Leone ha proseguito indicando che la convivenza sociale è minacciata proprio dalla “cultura dello scarto”, perciò «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza».

Ha quindi fatto appello «a coloro che hanno la grave responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale» perché la vita non cessi «di essere riconosciuta come un valore fondamentale».

A Sánchez e al suo esecutivo ha quindi lasciato questa domanda: «Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».

Famiglia fondamento società


Il discorso non si è però limitato al tema dell’inizio della vita.

Il Pontefice ha infatti affrontato anche il ruolo della famiglia come cellula fondamentale della società.

In particolare ha invitato a rispettare «il diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose».




Diritto a non emigrare

Un terzo asse centrale dell’intervento è stato quello migratorio.

Papa Leone XIV ha richiamato la responsabilità dell’Europa nel garantire vie legali e sicure per i migranti, senza tuttavia ignorare un altro principio: il diritto a non essere costretti a migrare.

In questa prospettiva, il Pontefice ha insistito contro la discriminazione «etnica, religiosa o linguistica» chiedendo che il dibattito «vada oltre la semplice gestione di flussi».

L’indicazione del Pontefice è quella di «offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione e promuovere il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose».

Un appello che aveva già pronunciato il mese scorso nel suo viaggio in Camerun.








Cristo è Re, indipendentemente da chi lo affermi o no





di John Horvat

Si è scatenato in America un acceso dibattito su alcune espressioni cristiane che circolano tra i conservatori. I critici liberal sostengono che gli estremisti di destra abbiano strumentalizzato determinate frasi cristiane, che tutti dovrebbero quindi evitare. La frase ora sotto i riflettori nazionali è «Cristo è Re!». I media liberal sostengono che la semplice menzione di questa espressione sia indice di simpatie nazionaliste cristiane, qualcosa che sostiene i provocatori della rete o coloro con inclinazioni antisioniste.


ABUSO DELLA FRASE «CRISTO È RE»


Non ci vuole molto per scatenare queste etichette. Chi sostiene che l’America sia una nazione cristiana e debba fedeltà a Cristo viene bollato come estremista di destra. Quando i membri del Congresso inseriscono la frase «Cristo è Re» nei loro discorsi e sui social media, i liberal insinuano che si tratti di un passo verso una teocrazia di destra. Altri sostengono che qualsiasi affermazione della regalità di Cristo nasconda un desiderio di morte per lo Stato di Israele.

Alcune figure di destra difatti abusano dell’espressione «Cristo è Re» in modi che provocano deliberatamente queste interpretazioni. Altri trattano il termine come un mero indicatore d’identità culturale, pur non nutrendo alcuna vera fedeltà a Cristo come Re e persino vivendo come se i Dieci Comandamenti non esistessero.

In effetti, alcuni “cristiani culturali” vogliono l’identità cristiana ma nessuno degli obblighi di seguire la legge morale di Dio che derivano dalla Sua regalità. Tuttavia, queste persone che non vivono come cristiani non possiedono il diritto di appropriarsi della frase. Comunque, abusus non tollit usum. L’abuso di qualcosa non è un argomento valido contro il suo uso corretto.

Coloro che sventolano con schiettezza e a ragione lo stendardo di «Cristo Re» non devono tirarsi indietro di fronte a chi, a destra, ne fa un uso improprio, né a chi, a sinistra, diffama chi entusiasta lo proclama. Tuttavia, nell’attuale clima, in gran parte ignorante e tossico, questi coraggiosi cristiani devono spiegare cosa significa tale espressione e perché è importante.


I VERI COLPEVOLI


Coloro che abusano maggiormente del motto «Cristo Re» sono i liberal che lo attaccano, non i cristiani. Questi progressisti distorcono il dibattito snaturando il concetto di regalità. Insistono affinché tale concetto venga ridotto a un mero rapporto personale con Cristo, scollegato dalla sfera pubblica o dal mondo reale. Etichettano qualsiasi tentativo di estendere il regno di Cristo oltre la sfera privata come un tentativo di imporre la religione e instaurare una teocrazia.

Per i progressisti, l'espressione è considerata una questione culturale, o meglio, una questione subculturale che relega i cristiani in spazi non pubblici, privi di qualsiasi proiezione sociale. Tali liberal sono i meno qualificati per esprimersi su Cristo e sulla Sua regalità. Eppure, insistono nel costruire una narrazione ufficiale e laica che spiega la religione come un comportamento personale sentimentale, non come culto pubblico.


DETRONIZZARE CRISTO


Una tale caratterizzazione detronizza di fatto Cristo come Re. Egli viene ridotto a un monarca in esilio, privo di influenza sui Suoi sudditi ribelli nella società civile. Gli è concesso solo un regno molto circoscritto sui cuori individuali, inibiti e rinchiusi su sé stessi.

Questa comprensione mutilata della regalità di Cristo è falsa. I veri cristiani interpretano l’espressione nel senso che Cristo è veramente Re su tutta la società, indipendentemente da ciò che credono gli altri. Il fatto che alcuni ignorino o neghino la Sua regalità non cambia nulla. Come dice il proverbio, «alla luna non importa se il cane le abbaia contro». Ciò che pensano i non credenti non cambia la realtà che Cristo regna su tutto.

Questo regno non è un dominio imposto, ma è guidato dall’amore di Dio . Il re non è un tiranno, ma un Padre amorevole che desidera il meglio per i Suoi figli. Il Suo governo non esige nulla di contrario alla natura umana, ma propone una legge morale che assicura la massima felicità possibile in questa valle di lacrime. Affermando che Cristo è Re, i cristiani esprimono il miglior esito possibile per gli individui e le nazioni. La regalità di Cristo li libera dalle catene della loro intemperanza e delle loro passioni disordinate.


PERCHÉ È RE. LA REGALITÀ SOCIALE DI CRISTO

Per questo motivo, la Chiesa cattolica ha istituito la Festa di Cristo Re per celebrare questo grande beneficio per l’umanità. L’immagine di Cristo Re è da tempo popolare nelle devozioni e nelle invocazioni cattoliche. I cattolici non hanno mai nascosto il loro riconoscimento di Cristo come vero Re, specialmente nei tempi moderni.

Nel 1925, Pio XI pubblicò la sua enciclica Quas primas per opporsi alla tirannia del secolarismo moderno e all'ascesa di regimi anticristiani. Il documento rileva le molte ragioni per cui Cristo è Re. Quattro di queste meritano una menzione speciale.

La prima è il riconoscimento che Cristo è Re perché è Dio. Tutte le cose sono state create da Lui e per Lui. La Sua natura divina esige che Egli sia giustamente onorato e che tutti agiscano in conformità con la Sua volontà. Così, Pio XI scrive: «Egli regna anche nelle volontà degli uomini, poiché in Lui la volontà era perfettamente e interamente obbediente alla Santa Volontà di Dio, e inoltre, con la Sua grazia e ispirazione, Egli soggioga il nostro libero arbitrio in modo tale da incitarci alle imprese più nobili».

In secondo luogo, Cristo è Re perché ha redento l’umanità, che Gli appartiene per mezzo del Suo sacrificio. Non si tratta di un diritto figurato, ma di un diritto effettivo di conquista. Di conseguenza, l’umanità Gli deve gratitudine, lode e adorazione per questo grande favore.

In terzo luogo, poiché Cristo è Re, gli individui e le nazioni Lo ignorano a loro danno e pericolo. Pio XI osserva che «finché gli individui e gli Stati rifiuteranno di sottomettersi al dominio di Cristo, non ci sarà pace duratura tra le nazioni».

Infine, Pio XI insegnò che Cristo esercita una regalità sociale che si estende dai cuori dei singoli individui alla vita pubblica, alla politica e agli ordinamenti giuridici delle nazioni. Il suo regno si irradia necessariamente verso l’esterno, in ogni aspetto della società umana, compresa la famiglia, la cultura e persino le questioni politiche.

Il pontefice lamenta che il mondo moderno segua una strada opposta. «Mentre le nazioni oltraggano l’amato nome del nostro Redentore sopprimendone ogni menzione nelle loro conferenze e nei loro parlamenti, noi dobbiamo proclamare a gran voce la Sua dignità regale e la Sua potenza, e affermare in modo ancora più universale i Suoi diritti».


UN MESSAGGIO TANTO NECESSARIO


Il messaggio centrale dell’enciclica proclama Cristo non solo Re dei cuori, ma anche Re delle nazioni. La Sua legge morale dovrebbe guidare la vita politica ed economica, perché è la via più perfetta verso l’ordine e la pace.

I cattolici dovrebbero essere orgogliosi di trasmettere questo messaggio al mondo postmoderno, che vi si oppone con tanta veemenza. Dovrebbero denunciare coloro che abusano di questa espressione per i propri interessi personali.

Cristo è Re, indipendentemente da chi lo affermi o meno. A prescindere dalle opinioni che le persone possono avere, la verità è e sarà sempre: «Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat!» La Chiesa ha sempre insegnato che «Cristo vince, Cristo regna, Cristo comanda!»



Fonte: TFP Student Action – Europe, Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.