domenica 19 aprile 2026

I Martiri di Gorcum. Impiccati dai protestanti per non aver abiurato la fede



In Olanda, nel XVI secolo, 19 religiosi furono giustiziati dai protestanti per non aver rinnegato la propria fede.




Antonello Cannarozzo

Quando oggi si sente parlare di ecumenismo, incontro, cammino sinodale, adeguamento della Chiesa cattolica verso un dialogo con le altre confessioni, barattando così la Verità in cambio del nulla, il ricordo corre ai tanti martiri che nei secoli preferirono morire piuttosto che arrendersi ed abiurare alla dottrina cattolica.

In una Chiesa soffrente, afflitta da tanti mali, dove dottrina, liturgia e autorevolezza sono ormai ricordi di un tempo che fu, va aggiunta la sua progressiva accondiscendenza verso un ecumenismo che la impoverisce sempre più nei suoi valori e con ciò che rimane della sua storia millenaria; una situazione che ricorda tristemente le parole sempre più attuali di Gesù: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dalla gente" e così, dimenticando la sua santità e volendo piacere a questo mondo malato, la Chiesa oblia oltre alla sua Fede anche i suoi martiri che l’hanno resa grande agli occhi di Dio.

I lettori ricorderanno il commovente "Dialogo delle Carmelitane", scritto da George Bernanos, e tratto dalla storia vera di 16 suore di clausura che furono sacrificate sull’altare della mai abbastanza deprecata Rivoluzione Francese, per rimanere fedeli alla Chiesa, ma non è stata certo la prima volta, circa duecento anni prima in Olanda, adagiata su canali fluviali, sorgeva la piccola e fiorente cittadina di Gorcum, oggi Gorinchem, nel sud dell’Olanda, dove, furono arrestati in odium fidei decine di religiosi e religiose, come nel resto del Paese, colpevoli solo di essere cattolici. La storia che raccontiamo riguarda 19 di loro impiccati poi nella vicina città di Brielle nel 1572, confessando la loro appartenenza alla Chiesa di Roma e, dunque, a Cristo.

Dal 1477 i Paesi Bassi appartenevano alla potente casa regnante cattolica degli Asburgo che, nonostante gli sforzi dei re Carlo V e poi Filippo II, non riuscirono a fermare il virus del protestantesimo che si propagò velocemente in tutto il Nord Europa.

A sostegno del proselitismo dei seguaci di Lutero, insieme a persone di fede che credevano onestamente nella nuova Riforma, vi erano anche delle bande armate che andavano per le varie contrade a convertire, più che con la Bibbia, con la violenza, erano chiamati gueux, cioè pitocchi, per la loro vita disordinata fatta di furti e violenze di ogni tipo ovunque andassero e, a farne le spese in quegli anni, furono, specialmente, i cattolici, nonostante le assicurazioni fatte da questi “portatori di libertà” nei territori conquistati dalla tirannia della Chiesa(sic), ma da veri ‘liberatori’, proibirono fin da subito la religione cattolica con l’accusa di essere una setta idolatra per sostituirla con il nulla dottrinale dei riformati.

La guerra di religione

QIn questi anni tumultuosi furono vissuti a Gorcum, come in altri centri, con trepidazione e paura per le continue lotte interne. Ancora agli inizi della guerra di religione, nella cittadina si contrapponevano due schieramenti: quello cattolico, allora più numeroso, e quello protestante.

Purtroppo, nulla di nuovo sotto il sole e anche allora tra i cattolici molti lo erano solo di nome, pronti, per il quieto vivere, a cambiare bandiera e andare con il vincitore, così, quando venne conquista dai protestanti la vicina città di Dordrecht, molti a Gorcum capirono che il vento stava cambiando e cominciarono a guardare con favore la presenza dei protestanti con le loro eresie dottrinali.

Nella cittadina si ergeva un convento tenuto dai frati cappuccini apprezzati per la loro serietà e testimonianza di fede, tanto da essere considerato il cuore pulsante del cattolicesimo nell’intera provincia, ma la situazione ormai stava precipitando e molti buoni cittadini implorarono i frati di lasciare il convento per rifugiarsi in luoghi più sicuri e non essere un facile bersaglio come simbolo del cattolicesimo per la vendetta dei protestanti.

La risposta dei frati fu però negativa, il padre superiore, dando prova di grande coraggio, affermò che Dio dava certamente le prove, ma anche la forza di sopportarle e poi, dal punto di vista pastorale, che segnale sarebbe stato assistere alla loro fuga per i cattolici che restavano?

E allora piuttosto la morte che rinnegare la Verità

Purtroppo i presentimenti si rivelarono fondati. Il 25 giugno del 1572 sbarcarono a Gorcum, attraverso i canali, circa 150 pitocchi protestanti provenienti da Dordrecht, appena conquistata, e ben presto furono padroni della città anche per l’arrendevolezza dei suoi abitanti convinti dalle loro promesse di libertà politica e religiosa anche per i papisti.

Poco fuori dal centro abitato si ergeva una fortezza che fu scelta come rifugio da quei pochi cattolici che non credevano alle promesse dei protestanti insieme ai frati cappuccini e alcuni sacerdoti delle parrocchie vicine, per resistere ad un eventuale attacco dei protestanti in attesa, di lì a qualche giorno, dell’arrivo promesso delle truppe del governatore asburgico per liberare la città, ma questi aiuti non arrivarono mai, lasciando i suoi abitanti alla mercé dei protestanti.

La Cittadella, così veniva chiamata la fortezza, non era certa in grado di poter resistere contro 150 facinorosi opponendo poche armi e solo una ventina di persone in grado di usarle, insomma il destino era tragicamente segnato per loro.

Verso sera cominciò l’assalto alla fortificazione, ma ad ogni colpo di cannone la vecchia struttura cadeva a pezzi e ben presto il panico si impadronì dei suoi difensori che, volendo credere alla sincerità dei protestanti, pur di aver salva la vita, si arresero quasi senza combattere.

Le bugie dei “liberatori”

Mentre accadevano questi fatti all’ interno di ciò che rimaneva della costruzione, i frati, sicuri in cuor loro di una prossima morte per mano dei nuovi ‘liberatori’, si confessarono l’un l’altro per ricevere così la santa Comunione e prepararsi all’ultima dura battaglie che di lì a poco avrebbero dovuto affrontare.

Questo atteggiamento così pessimistico dei frati strideva con l’atteggiamento fiducioso dei cittadini rifugiatisi nella Cittadella i quali credevano che con l’accordo appena stipulato tutti, ma proprio tutti, avrebbero avuto salva la vita una volta consegnatisi al nemico, frati compresi e così, finalmente, la pace sarebbe tornata in città.

Peccato che una volta accettato di consegnare le armi, il comandante dei protestanti, un certo Marin Brant, fece radunare costoro in una sala del castello e senza alcun indugio dette ordine alla soldataglia di gettarsi su questi poveri disgraziati per derubarli di ogni avere che avessero indosso, il tutto tra ingiurie e percosse di ogni genere, ma non contenti di tanta viltà li minacciarono, una volta rilasciati, di pagare un riscatto per la loro libertà. Questa era la situazione in quei giorni, ma andò peggio ai francescani i quali, non possedendo proprio nulla, per questo furono insultati con bestemmie, picchiati duramente e rinchiusi nei sotterranei di ciò che rimaneva della fortezza.

Inutile, fu da parte dei cittadini ricordare a Brant le promesse fatte, ma il gioco era ormai scoperto e qualcuno ricordò l’antico motto latino pronunciato dal re Brenno dopo la vittoria contro i romani “Vaie Victis” – guai ai vinti – e così fu pure per i cattolici olandesi.

Purtroppo, in questo frangente così drammatico, alcuni cittadini, con il coraggio proprio dei vigliacchi, si recarono alla porta della prigione, dove erano rinchiusi i frati, per ingiuriarli e, quando potevano, colpirli anche con violenza, azioni miserabili solo per ingraziarsi i protestanti. Quest’azione rattristò non poco i religiosi che tra questi avevano scorto alcuni cittadini che solo poco tempo prima erano cattolici ed ora abiuravano, nella maniera più torbida, ciò che era stata la loro fede, ma i problemi per i religiosi di li a poco sarebbero stato ben altri.

Il calvario degli interrogatori

La Via Crucis dei prigionieri cominciò il 27 giugno quando i futuri martiri vennero interrogati, oltraggiati, scherniti, malmenati e infine, per fiaccarne lo spirito, furono organizzate per loro anche delle finte impiccagioni. Tanta crudeltà era dovuta anche alla convinzione che i frati nascondevano un tesoro nel convento e volevano sapere dove lo avevano occultato. Alla risposta negativa del padre superiore che spiegò loro che avendo fatto voto di povertà i cappuccini non possedevano assolutamente nulla, questa risposta indispettì maggiormente i carcerieri che si sentirono presi in giro e colmi di ira colpirono rabbiosamente il pover’uomo con calci e pugni, sciaguratamente questa era l’unica legge che conoscevano, infliggendogli lo stesso trattamento della finta morte, con tutte le crudeli conseguenze.

Tra questi ricordiamo anche l’episodio di padre Nicolas Poppel, parroco della città di Gorcum e noto per aver combattuto dal pulpito della sua chiesa l’eresia protestante. Come al solito gli venne intimato di rinnegare la sua Fede, il Papa e ciò che aveva predicato fino ad allora per aver salva la vita e, per rendere più realistica la minaccia, gli puntarono una pistola tra gli occhi, ma il buon padre con grande calma disse solo di essere pronto a morire piuttosto che tradire la Verità e messosi in ginocchio con le braccia alzate a voce alta pronunciò la propria confessione di Fede pronunciata da Gesù sulla croce prima di morire: “In manibus tuas, Domine,commendo spiritum meum”.

Furiosi, i suoi carcerieri presero una corda e la fecero passare sopra una trave, poi, messogli il cappio intorno al collo, lo sollevarono e strattonandolo lo lasciarono cadere di peso a terra per abbandonarlo tra le dolorose ferite e non vedendo alcun gesto pensarono fosse morto, ma il buon padre in realtà era solo svenuto per il dolore.

Assistito dai suoi confratelli, per quanto era possibile in quelle condizioni, purtroppo, come vedremo, i tormenti per il pover’ uomo non erano ancora finiti.

Era uso tra questi uomini di fare a pezzi il corpo di un prigioniero morto ed esporre a futura memoria le sue membra a brandelli al popolo, così quando entrarono nella cella dei frati pensavano di trovare il cadavere di padre Poppel per attuare così il loro macabro disegno, si accorsero che era ancora vivo, nonostante lo stato penoso in cui si trovava. A quel punto, presi dalla collera lo colpirono ancora con calci e pugni aggiungendo bestemmie e improperi. Uno schema che sarà tragicamente ripetuto anche per gli altri religiosi che subirono la stessa sorte insieme, come vedremo, nel processo farsa che ne seguì nella vicina città di Brielle.

Il primo luglio arrivò a Gorcum un certo Giovanni d’Omal, un ex prete, convertitosi al protestantesimo, e nominato ministro della giustizia nei territori.

Uomo pieno di odio per i suoi ex confratelli tanto che, appena giunto in città, li andò subito a trovarli in prigione comunicandogli di prepararsi per l’indomani mattina presto quando sarebbero partiti per Brielle ed essere giustiziati per le loro malefatte.

Così l’indomani, alle prime luci dell’alba, iniziò il viaggio verso la morte dei poveri religiosi. Il tragitto fu assai doloroso: senza mangiare ormai da giorni con il freddo che entrava nelle ossa, come se ciò non bastasse ovunque si fermavano lungo il tragitto, molti popolani venivano aizzati per dileggiarli tra improperi e violenze di ogni tipo e, vista la gente sempre più numerosa, i gueux arrivarono addirittura a far pagare un pedaggio a chi voleva offenderli.

Il martirio


Una volta giunti a destinazione, i futuri martiri furono reclusi nei sotterranei del carcere, un ambiente malsano dove scorreva anche una cloaca e dove erano già stipati altri sacerdoti vittime anch’essi di retate.

Gli arrestati di Gorcum vennero presto interrogati dal Conte della Marca, Guglielmo Lumnaye, governatore protestante, subendo una serie di maltrattamenti sopportati tutto con grande pazienza per amore di Dio e pregando sempre per i loro aguzzini.

Molte furono le sessioni degli interrogatori che ovviamente vertevano sulla loro appartenenza alla Chiesa cattolica con tutto quello che questo rappresentava per i protestanti cioè “un insieme di nefandezze”.

In uno di questi interrogatori, il sacerdote Leonard Vèchel uomo di grande cultura, ma soprattutto di fede, domandò ai suoi accusatori dopo accuse di ogni genere alla Chiesa di Roma, dove la essa non era più la quella voluta da Gesù e la risposta non si fece attendere: “È solo nella Bibbia -dissero- che si trova la parola di Dio”. “Certamente – rispose il sacerdote –ma grazie all’assistenza di chi noi riteniamo le sante Scritture per vere?” mettendo in difficoltà i suoi inquisitori.

Infatti, molti di loro erano ex cattolici e addirittura religiosi dunque conoscevano assai bene la frase di sant’Agostino, figura stimata nel mondo dei riformati e non per nulla Lutero era un ex agostiniano, che affermava “Non crederei al vangelo, se l’autorità della Chiesa non mi ordinasse di credere”. Vèchel, comprendendo che ben sapevano a cosa si riferiva, aggiunse “Noi crediamo alla Scrittura perché la Chiesa lo comanda, ed è necessario che Essa, assistita dallo Spirito Santo, la interpreti per darci l’esatto significato della parola divina”.

Subito, tra i suoi accusatori si levarono grida di protesta per essere stati colpiti nel vivo, tanto che lo stesso giudice, il Conte della Marca, assai indispettito urlò:” Non vedete che questi seduttori cercano di farci ammettere che crediamo nelle scritture perché lo dice il Papa?” e un altro aggiunse” Che bisogno abbiamo di altre prove, impiccateli, non ci guadagnerete nulla da questa gente! Alla forca i papisti”, una frase che ne ricordava tristemente un’altra scena drammatica:” Che bisogno abbiamo ancora di testimoni (Matteo 24, 65) Crucifige eum”.

La sera seguente, dopo una lauta cena e generoso vino, ancora rabbioso per le affermazioni di Vachel, il Conte della Marca decise di farla finita con quei papisti e, pur essendo già notte, fece eseguire la pena di morte.

La storia di questa esecuzione la ritroviamo nello storico contemporaneo ai fatti, Guillaume van Est, conosciuto come Estius, il quale narra come i futuri martiri avviandosi al patibolo, due travi ricavata in un vecchio mulino in disuso, si confessassero vicendevolmente e arrivati sotto lo strumento di morte si misero in fila aspettando solo la loro fine. Il primo a salire la scala per il patibolo fu il padre superiore dei frati, padre Nicolò Picchi, che incoraggiò con l’esempio al martirio in nome di Cristo e, fino a che non venne strozzato dal cappio continuò a infondere coraggio a coloro che di li a poco sarebbero ascesi al Paradiso. Ma la morte non tutti ebbero la forza di accettarla e alcuni, soprattutto i più giovani, lusingati anche dai protestanti non ebbero la forza di accettare il martirio e si allontanarono dal luogo delle esecuzioni tra la soddisfazione degli eretici.

Ad aumentare le sofferenze dei nostri martiri fu, tra l’altro, la mala esecuzione dell’impiccagione fatta senza alcuna attenzione da uomini ubriachi. Scrive ancora Estius, c’era, tra i frati, chi aveva la corda che gli saliva al mento, chi posta male intorno al collo o chi aveva un cappio allentato, allungando tragicamente di molto la loro agonia, tanto che per alcuni la morte giunse solo alle prime ore del mattino.

Rimasero pendenti dalle forche undici cappuccini, più il frate Giacomo Lacops il quale venne impiccato sulla cima di una scala perché non c’era più posto sulle travi, insieme a un padre domenicano, due canonici e quattro sacerdoti secolari.

Curiosamente tutti coloro che ebbero un ruolo nel martirio dei religiosi, fecero tutti una pessima fine e coloro che avevano abiurato per salvarsi la vita morirono poco dopo un anno dai tragici fatti.

Narrando questa storia non vogliamo assolutamente negare o, peggio, giustificare le violenze anche da parte cattolica verso i riformati che si ebbero in quegli anni travagliati, sarebbe un offesa alla storia e un offesa a chi morì innocente, ognuno sceglie la parte con la quale immedesimarsi, ma ciò che deve far riflettere, almeno per noi cattolici, che la Chiesa è grande anche per i suoi martiri sacrificatisi per la nostra Fede e aprire in modo avventato, come purtroppo si continua a fare dalla fine del Concilio Vatican II, alla ricerca di assurde convergenze dottrinali offendendo la memoria di chi si è battuto per non cedere davanti alla Verità di Cristo e, permetteteci di aggiungere, per la salvezza di tante anime.








I conservatori sono più felici dei progressisti






di Roberto Pecchioli,  13 aprile 2026

Ho sempre diffidato delle statistiche. Il poeta romanesco Trilussa scrisse che se mangiamo in media un pollo all’anno e qualcuno è rimasto digiuno, rientra comunque nella statistica “perchè c’è n’antro che ne magna due”. Tuttavia, le analisi matematiche serie spesso attestano con la forza dei numeri ciò che la saggezza popolare già sapeva. Il paradosso di Easterlin sulla felicità, enunciato nel 1974, dimostrò con eleganti formule matematiche che al di sopra della soglia di reddito necessaria per soddisfare le esigenze primarie, la felicità non aumenta con la ricchezza. Ogni anno statistiche e grafici individuano con dovizia di indicatori in quali città italiane si vive meglio. Sempre, la spuntano le aree alpine e gli ultimi posti toccano al sud. Amo il profondo nord, ma so che a Catanzaro non sono più infelici che a Bolzano e che i salernitani non se la passano peggio dei friulani.

Insomma, la statistica va presa con giudizio, anche quando dà ragione ai nostri convincimenti. Numerosi studi affermano unanimemente che i conservatori sono più felici dei progressisti. La conclusione è supportata da indagini condotte con diversi approcci metodologici, dal tentativo di definire la felicità all’attribuzione di senso alla vita, all’analisi di disturbi quali la depressione e le malattie mentali. La prima obiezione riguarda la validità e l’opportunità della divisione tra conservatori e progressisti, ma è opportuno attenersi ai significati comunemente accettati. Ad essere pignoli, dovremmo mettere in discussione le categorie di destra e sinistra, non troppo dissimili dal dualismo conservatori-progressisti.

La distinzione proposta da Norberto Bobbio riguardava l’opposto atteggiamento nei confronti dell’idea di uguaglianza. C’è del vero, ma il criterio non è universale. Esiste una frattura più sottile e veritiera, teorizzata dal sociologo afroamericano Thomas Sowell nel saggio A conflict of visions (Un conflitto di visioni), che affronta le divisioni tra i tipi umani che chiamiamo (con alquanta approssimazione) conservatori e progressisti in termini esistenziali e prepolitici. Dal conflitto permanente tra visioni della vita che attraversa luoghi, tempi, civiltà, sorgono due atteggiamenti opposti da cui dipendono le differenze politiche. Da un lato ci sono coloro che sostengono una visione “vincolata” –constrained– della natura umana, nel senso di immutabile. Dall’altro quelli la cui visione è non vincolata –unconstrained– convinti che gli individui possano essere modellati, cambiati, riconfigurati. Se è vera l’intuizione di Sowell –conservatore– la possibilità che la felicità inclini maggiormente a destra non è peregrina.

La mentalità conservatrice, infatti, è portata ad accettare ed apprezzare i limiti, i propri e quelli imposti dalla realtà. La principale frattura tra ciò che definiamo, in senso lato, destra e sinistra, risiede nel rapporto con la realtà. Se l’umanità è malleabile e possiamo trasformarla, se consideriamo ingiusta la società, dobbiamo farlo. Di qui l’inesausto attivismo, l’utopismo, la volontà di distruggere l’esistente della mente progressista, simile alle promesse degli amanti: più di ieri, meno di domani. Se invece la natura umana è immutabile, va accettata, pur consapevoli della sua imperfezione. Le istituzioni saranno radicate in quella natura e cercheranno di governare miserie e virtù umane nel modo più tollerabile. La realtà sociale ha un significato anche se non siamo in grado di comprenderlo pienamente; la mente conservatrice ne prende atto e si comporta sulla base di principi e valori permanenti. È più probabile essere felici accettando la realtà che vivere in lotta costante contro di essa.

Non si tratta di stabilire se gli uni o gli altri abbiano ragione o torto. Di certo il cambiamento continuo –che unisce il capitalismo e la mentalità progressista– rende insoddisfatti, ansiosi, priva di punti di riferimento, costringe a una vita costantemente in bilico. Se ogni cambiamento è chiamato progresso, i suoi adepti sono più mobili ma anche più portati alle delusioni, alla demoralizzazione, al senso di sconfitta esistenziale, al rancore. Ne è convinto lo psicologo Jordan Peterson, il quale intuì che le differenze ideologiche non affondano le radici in questioni puramente politiche, come la scelta di valori, obiettivi sociali, concezioni sul funzionamento della società, ma sono manifestazioni di differenze psicologiche che si trasformano in divergenze politiche.

Le statistiche confermano che il sentimento, lo stato d’animo conservatore è più favorevole a una vita felice o almeno serena. I ricercatori ammettono che la vita familiare, l’adesione a usi e costumi della comunità di appartenenza e la pratica religiosa contribuiscono fortemente al benessere personale. Valori stabili, forti, tesi al radicamento, tutt’altro che progressisti. Tutte le indagini concordano sul fatto che i conservatori mostrano livelli significativamente più elevati di soddisfazione e attribuzione di senso alla vita rispetto ai progressisti, i quali hanno molte più probabilità di manifestare ansia, depressione e altre forme di disagio psicologico. Il dato è uniforme per paese, classi di età, reddito, livello di istruzione, stato civile. Quale differenza psicologica –se esiste– determina questa differenza?

Le risposte sono contrastanti. Alcuni ribaltano la questione: le persone con maggiore stabilità emotiva e minore tendenza alla nevrosi avrebbero una maggiore predisposizione al conservatorismo. Di qui la probabilità che siano più felici. Lo stesso vale per coloro che hanno goduto di una migliore salute fisica e mentale durante l’infanzia. I soggetti più ansiosi tenderebbero a trovare più attraenti le idee di sinistra. Altre spiegazioni rimandano alla socializzazione: la fede religiosa, la vita familiare, l’integrazione personale e valoriale nella comunità –modalità esistenziali conservatrici– sono associate a una maggiore serenità e stabilità. La religione, in particolare, conferisce il significato più profondo alla vita, maggiori opportunità di integrarsi in comunità, efficaci strumenti morali e spirituali per affrontare le sfide dell’esistenza.

Secondo altri, poiché i conservatori sono più propensi ad accettare la realtà com’è, sono meno soggetti alla frustrazione, alla persistente sensazione di insoddisfazione ed ingiustizia di chi si colloca a sinistra. La loro prospettiva attribuisce grande importanza all’ordine –sociale, civile, esistenziale– e determina una minore ambiguità morale. Queste predisposizioni inclinano all’ottimismo, un sentimento che induce felicità. Inoltre, i conservatori sono portati ad accettare i limiti personali e quelli legati alla possibilità di agire sulla realtà. L’idea progressista di dover costantemente cambiare la società ha gravi costi psicologici. Le distanze si sono accentuate negli ultimi vent’anni. La narrazione apocalittica sul clima, le isterie identitarie, l’ansia di individuare, proclamare e stabilire “diritti” sempre nuovi martellano la coscienza. I conservatori cercano di costruire un ordine personale che offre la piacevole sensazione di perseguire uno scopo, riflesso nell’organizzazione sociale. Tendono inoltre a vedere le cose attraverso un codice morale rigido, a differenza dei progressisti, più problematici, instabili. Distinzioni prepolitiche, come la più marcata capacità della mente conservatrice di adattarsi all’ ambiente sociale e alla natura, attivare un pensiero conseguente, pur con prospettive critiche.

Sin qui le statistiche. Poi ci sono i dati di fatto. La mente progressista –proprio per la sua insoddisfazione permanente– inclina pericolosamente al rancore. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, l’abbigliamento, l’attitudine, una certa fascinazione per il brutto, persino la postura, fanno riconoscere l’idealtipo progressista prima che apra bocca. Non pochi sono il ritratto di una insoddisfazione esistenziale esibita nell’aggressività verbale, nella provocazione elevata ad attitudine, nel moralismo invertito, nello sguardo ostile, accigliato. Impressiona l’odio per la normalità ostentato come una bandiera, la scelta simbolica di colori come il viola che rappresentano la rabbia. La distanza tra il conservatore e il progressista –al netto delle mille sfumature della benedetta complessità umana– è innanzitutto esistenziale. Non stupisce affatto che la nuda statistica testimoni la maggiore stabilità di chi sa accogliere la realtà, la natura delle cose, il destino, la dimensione trascendente dell’esistenza.

Un ulteriore elemento è il fastidio conservatore per la vita amministrata, l’eccesso di controllo che uccide la dimensione privata, intima, unito all’attaccamento per il caleidoscopio, la varietà, per ciò che si è e ci definisce, individualmente e comunitariamente. Infine, la propensione per quello che gli antichi chiamavano amor fati, l’atteggiamento di chi accetta il destino poiché è egli stesso l’unico in grado di realizzarlo compiutamente. Diventa ciò che sei, è l’esortazione di Nietzsche. Diventa ciò che vuoi, risponde il progressista collettivo. Forse è questa la chiave, la distanza tra essere e voler essere, serenità e moto perpetuo, serenità e livore. Che non dà felicità ma invidia personale e sociale, desiderio di abbassare sé stessi e gli altri, il progresso del granchio.










sabato 18 aprile 2026

Funerali cattolici, Mons. Lamba firma il decreto: no alla dispersione delle ceneri e ai discorsi dei parenti dall'ambone





17/04/2026
Chiesa cattolica
Diocesi


Diocesi di Udine

Udine - L'arcivescovo Riccardo Lamba, ha firmato due decreti destinati a regolare aspetti concreti e quotidiani della vita delle parrocchie dell'Arcidiocesi. Entrambi i provvedimenti, protocollati lo stesso giorno, entreranno in vigore il 19 aprile 2026, terza domenica di Pasqua.

Le esequie cristiane: fede, non fatto privato

Il primo decreto (Prot. 0516/Can/26) stabilisce le norme che regolano la celebrazione delle esequie. Il documento parte da un principio ecclesiologico molto chiaro ma spesso sconosciuto a chi pratica poco la fede cattolica: il funerale cattolico non è un affare di famiglia, ma «un segno di fede ed espressione della comunione ecclesiale», come si legge nel testo. I familiari del defunto sono pertanto tenuti a contattare il parroco prima di qualsiasi altro adempimento - compreso il semplice suono delle campane che annuncia il decesso - per concordare orari, luogo e modalità della celebrazione. Le forme ammesse restano esclusivamente quelle previste dal Rituale: la Messa esequiale oppure la celebrazione nella Liturgia della Parola. In caso di rifiuto della famiglia verso entrambe le opzioni, il parroco o un diacono da lui incaricato potrà presenziare a un momento di preghiera prima della chiusura della bara, ma il decreto è esplicito: ciò «non equivale in alcun modo a un funerale cattolico».

Il decreto entra anche nei dettagli pratici: la fotografia del defunto è ammessa, ma deve restare laterale, in modo da non disturbare la celebrazione; le musiche e i testi estranei alla liturgia sono vietati. E poi c'è il nodo del saluto dei familiari, forse il punto più atteso e più coraggioso dell'intero provvedimento.

Il testo è chiaro: «Al termine dell'ultima raccomandazione e commiato, si autorizza che sia letto - non dall'ambone - un saluto da parte dei familiari per ricordare il defunto, concordando il testo con chi presiede la celebrazione». Per le personalità pubbliche, eventuali rappresentanti della comunità potranno intervenire, ma solo dopo la conclusione della liturgia, mai durante. Non dall'ambone. Tre parole che valgono più di un trattato. L'ambone non è un palco, non è un microfono aperto alle emozioni del momento: è il luogo da cui risuona la Parola di Dio. Riportarlo alla sua funzione è un atto di rispetto verso ciò che la celebrazione esequiale è davvero: non una cerimonia di commiato, non un tributo al defunto, ma la proclamazione della fede nella risurrezione. Ed è proprio questo il cuore di ciò che l'arcivescovo Lamba sta cercando di fare con questo decreto: restituire le esequie al loro significato reale. Troppo spesso il funerale cattolico è diventato uno spazio ibrido, in cui la liturgia fa da cornice a qualcosa d'altro: un momento privato, sentimentale, vissuto "per tradizione" da chi con la fede ha un rapporto intermittente e con la comunità ecclesiale nessuno. Il risultato è una cerimonia svuotata, in cui l'assemblea assiste invece di pregare, e l'altare rischia di diventare un teatro.

Lamba prova a invertire questa deriva. Lo fa con fermezza, ma anche con la pazienza del pastore: non sbatte le porte in faccia a nessuno, prevede spazi per la famiglia, per il saluto, per il ricordo. Ma tiene il centro. E il centro, in un funerale cattolico, è Cristo risorto, non il defunto, non i suoi meriti, non il dolore di chi resta.

Ceneri in cimitero: la Chiesa ribadisce una posizione già consolidata

Una sezione del decreto riguarda la cremazione, tema su cui l'arcivescovo Lamba non introduce novità, ma ribadisce con forza quanto già stabilito dai documenti ufficiali della Chiesa. Il riferimento esplicito è all'istruzione Ad resurgendum cum Christo della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 15 agosto 2016: le ceneri devono essere deposte nei cimiteri. Non è consentito conservarle in casa, spargerle in aria, in terra o in acqua, né trasformarle in oggetti commemorativi. Il decreto precisa inoltre che, qualora il defunto abbia scelto la cremazione «perché non riconosce la dignità del corpo in vista della risurrezione», o abbia disposto la dispersione delle ceneri intendendo la morte come «annullamento totale e definitivo della persona», queste scelte escludono la celebrazione del funerale cattolico. Si tratta, anche in questo caso, di una fedele applicazione di quanto già stabilito al numero 8 dell'istruzione della Santa Sede del 2016.

La posizione della Chiesa, in sostanza, non è contraria alla cremazione in sé - che viene tollerata - ma esige che essa non contraddica la fede nella risurrezione della carne, cardine del Credo cristiano.

Le campane: tradizione tutelata, con regole precise

Il secondo decreto (Prot. 0515/Can/26) aggiorna le norme sul suono delle campane, sostituendo il precedente provvedimento risalente al 22 dicembre 1995, firmato dall'allora arcivescovo mons. Alfredo Battisti.

Il testo muove da una premessa importante: il suono delle campane è espressione della libertà religiosa garantita dall'art. 19 della Costituzione italiana e dagli accordi tra la Santa Sede e lo Stato, ai sensi dell'art. 7 Cost. L'obiettivo dichiarato è proteggere questa tradizione, evitando che conflitti con i vicini possano portare a contenziosi legali o al silenzio dei campanili. In concreto: le campane non possono suonare prima delle 7.00 e dopo le 21.00 in tutte le chiese dell'Arcidiocesi, con un limite più restrittivo (dalle 7.30) la domenica e nei giorni festivi civili per le chiese nei centri con oltre 5.000 abitanti. Fanno eccezione per tradizione consolidata quattro chiese storiche: Santa Maria in Castello a Udine, la Pieve di Castello a San Daniele del Friuli, il Duomo di Cividale del Friuli e la Pieve di San Pietro in Carnia, dove il suono è ammesso fino alle 22.00.

Silenzio assoluto, invece, dal Gloria della Messa in Cena Domini fino al Gloria della Veglia Pasquale: nei giorni del Venerdì Santo e del Sabato Santo le campane tacciono, secondo l'antica e veneranda tradizione. Le norme si applicano anche ai sistemi meccanici ed elettronici, e la responsabilità della loro osservanza ricade sui parroci, «legali rappresentanti» delle campane delle rispettive chiese.

d.R.M.
Silere non possum






L'eresia del "sacerdozio universale" e il momento del Padre Nostro




a cura di Veronica Cireneo 
17 aprile 2026

Se i fedeli in chiesa tenessero le mani al loro posto, cioè giunte dall'inizio alla fine della celebrazione eucaristica - in chiesa si va per pregare e quando si prega bisogna tenere le mani giunte - tanti problemi irrituali e sacrileghi decadrebbero da sé: come il prendersi per mano al Padre nostro, spalancarle verso il Cielo, stringerle per la pace a destra e a manca e soprattutto afferrare l'Ostia con le mani. Tanto premesso approfondiremo in questa sede cosa si intenda con l'affermazione, sempre più ricorrente: "Siamo tutti sacerdoti" e quale sia appunto il modo più virtuoso di tenere le mani al momento della recita del Padre Nostro. Argomenti interessanti, affrontati dall'amico Mauro Bonaita in questa quarta puntata della Rubrica: "Il catechismo del buon esempio" . Buona lettura, stampa e diffusione del volantino in PDF in calce.

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" SACERDOZIO DELL’ORDINE E SACERDOZIO COMUNE: IL MOMENTO DEL PADRE NOSTRO"

Il catechismo del buon esempio 
 

Mauro Bonaita, Alleati di Reggio Emilia

17 aprile a.D. 2026


La lex orandi non si può scostare dalla lex credendi. Assieme si manifestano nella lex vivendi.

• La gestualità del corpo è espressione e immagine della nostra fede; è quindi di grande importanza assimilare la corretta gestualità durante la preghiera e la liturgia per educarci alla vera fede cattolica che ci invita a coltivare quell’amore divino che si distingue da quello puramente umano e filantropico: la Caritas e non il Philia, la Carità e non la fratellanza umana.




Tra i vari momenti dove è richiesta una particolare gestualità, vi è il momento del Padre Nostro. Nella sezione “Precisazioni” del Messale Romano, circa la recita del Padre Nostro, è scritto:

“escludendo gesti non rispondenti all’orientamento specifico della preghiera rivolta a Dio Padre, si possono tenere le braccia allargate”.

Oltre a gesti non previsti e non consoni alla preghiera rivolta a Dio Padre, che sono da abolire, in una lettura intellettualmente onesta si capisce che: le braccia allargate “si possono” tenere, non sta scritto “si devono” (...)

Pur non essendo esplicitamente proibite, le mani allargate non corrispondono a una verace partecipazione liturgica.

I fedeli non devono ripetere: né con le parole, né con le azioni ciò che dice e fa il sacerdote, la cui “singolare” funzione è reiterare il Sacrificio incruento in Nome e per Cristo Unico Salvatore applicando all’umanità intera i frutti dell’unico Sacrificio cruento. Il Messale infatti scrive e ripete:
“il sacerdote, con le braccia allargate (…)” e ancora “solo il sacerdote, con le mani allargate:(…)”. [2]
Le braccia allargate sarebbero più adatte in una preghiera privata, ma non nell’occasione della Messa dove siamo chiamati ad esprimere sentimenti di “filiale” comunione, in uno stato che anticipa la “Comunione dei Santi” col Corpo Mistico: la Chiesa gerarchica, in comunione con gli Angeli, i Santi, i diaconi, col presbitero, il Vescovo e il Papa, che fra le altre cose vengono nominati nella celebrazione per esprimere maggiormente una unione personale e intima con loro; quindi, una preghiera “verticalizzata” verso l’alto, che tende a Cristo.

Sono certamente da aborrire anche alcuni atteggiamenti di preghiera “orizzontale”, come le “catene umane”, mano nella mano, che sono gesti camerateschi che nulla hanno a che fare col Sacrificio del Calvario (...).

Purtroppo, però è da constatare che spesso in alcune parrocchie anche questo momento diventa espressione di una fede protestantizzata: protestantesimo che ha tra i capisaldi l’eresia del “sacerdozio universale” attraverso cui ogni fedele avrebbe accesso diretto a Dio senza necessità di alcun intermediario, come invece lo è necessariamente il sacerdote.

Noi cattolici ci discostiamo nettamente da questo concetto riconoscendo la distinzione che c'è tra: “sacerdozio comune dei battezzati” e “sacerdozio dell’ordine”.

Il primo, il sacerdozio dei battezzati, è accessibile col sacramento del battesimo, il secondo, quello dei consacrati, è distintivo dei soli sacerdoti e si assume attraverso il Sacramento dell’Ordine.




Fu Sant’Agostino a formulare la celebre espressione:
“Per voi infatti sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome (Vescovo – ndr) è segno dell'incarico ricevuto, questo (cristiano – ndr) della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza.” [3]
È necessario comprendere bene cosa volesse dire Sant’Agostino riferendosi al suo essere Vescovo. Egli, infatti, sentiva il peso del suo incarico messo a servizio dei fedeli, disponendo loro i Sacramenti di Cristo per la salvezza eterna. A llo stesso tempo definiva il suo essere cristiano uno stato di grazia per la salvezza che anch’egli aveva ricevuto col Battesimo, al pari dei fedeli a lui affidati.

È in questo sentire e vivere il nostro “sacerdozio comune” dei battezzati e il “sacerdozio dell’ordine” dei nostri Pastori che si dovrebbero differire le posture dei fedeli e dei Sacerdoti:

- i primi con le mani giunte in segno di affidamento ai Pastori e

- i secondi con le braccia allargate in segno di offerta a Dio Padre delle preghiere e delle sofferenze del popolo che si uniscono al Sacrificio dell’Unico Pastore che è il Figlio: Cristo Gesù.




Non importa quanto giudichiamo buono o cattivo il tal celebrante.

La Messa è un rito soprannaturale dove Cristo è Sommo Sacerdote e il Sacramento agisce, tecnicamente parlando, “ex opere operato”, cioè “per il fatto stesso di aver fatto la cosa”.

Non a caso tale tecnicismo fu definito durante il Concilio di Trento (1547) per combattere le eresie Luterane che avevano in odio la gerarchia ecclesiastica.



Guardiamo allora e imitiamo Maria SS., nostra Maestra di Vita, che durante le orazioni teneva sempre le Sue Mani umilmente giunte.





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Per approfondire, consultare i seguenti documenti:
[1] – “Messale Romano” [precisazioni - 8.]
[2] – Ibidem [Terza parte: Santa Comunione]
[3] – Discorso 340 – Sant’Agostino







venerdì 17 aprile 2026

Vescovo Schneider: “La Chiesa tedesca è una vile collaboratrice dell’ideologia di sinistra”




Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da jungefreiheit.de un'intervista di mons. Schneider sul tradimento della cultura europea da parte della Chiesa. 



pubblicato il 17 aprile 2026


Moritz Schwarz, 5 aprile 2026

La Chiesa tradisce la fede cristiana e la cultura europea? È proprio questo che le rimprovera Athanasius Schneider. A Pasqua, il vescovo ausiliare cattolico residente in Kazakistan invita gli europei a salvare la loro cultura dal totalitarismo woke e dall’immigrazione di massa.

Eccellenza Reverendissima, lei invita a creare un “nuovo movimento nella cultura, nella politica e nella vita pubblica per rafforzare i nostri valori europei”.

Athanasius Schneider: Sì, perché proprio la Pasqua dovrebbe ricordarci che la nostra Europa è stata costruita sul cristianesimo.

Perché “proprio la Pasqua”?

Schneider: Perché nessuna festa rappresenta di più la fede cristiana: con la resurrezione di Gesù Cristo dopo le tenebre della Sua passione, con il trionfo sulla morte e la redenzione del mondo. È su questo che si fonda la Chiesa e, su di essa, a sua volta, l’Europa. E ciò non soltanto in senso religioso, ma – cosa che oggi dimentichiamo volentieri – in senso complessivo.

Per esempio?


Schneider: Tutti i valori europei derivano in ultima analisi dal cristianesimo, anche quelli che oggi consideriamo laici. Per esempio l’idea dell’individualità e della libertà del singolo. Oppure prenda la cultura occidentale: furono i monasteri a conservare il patrimonio del sapere antico, a rielaborarlo e a renderlo accessibile all’Occidente. Furono per lungo tempo i centri del sapere europeo, finché non sorsero le università, che tuttavia sono state anch’esse create dalla Chiesa, risalendo fino ai Padri della Chiesa dell’antichità.

Lo stesso vale, per esempio, per l’ospedale, che fu inventato dal cristianesimo, spinto dallo spirito del Vangelo, dall’amore per i più poveri. Si pensi al Basileion del IV secolo, fondato dal Padre della Chiesa Basilio il Grande in Asia Minore, dove malati e bisognosi venivano assistiti in gran numero. Anche più tardi, nel Medioevo, l’assistenza ai malati è stata compito della Chiesa: lo Stato non faceva nulla in questo campo. Già il termine ‘infermiera’: da dove viene? Dal fatto che originariamente erano le suore a curare i malati. [In tedesco, il termine ‘infermiera’ è Krankenschwester, letteralmente ‘sorella (Schwester) dei malati’, N.d.T.]

Oppure consideri il nostro diritto processuale, che in parte risale alla famigerata Inquisizione, con la sua idea moderna che un processo corretto richieda prove e una difesa. Questi sono solo alcuni esempi di quanto profondamente il cristianesimo abbia plasmato la nostra cultura europea.

“Ciò che è di sinistra è buono, ciò che è di destra è cattivo: questo è il trucco”

Ma in che modo questa impronta sarebbe oggi in pericolo, al punto da richiedere di essere ribadita?

Schneider: Chi oggi osserva criticamente la società riconosce lo sforzo di negare e respingere l’influenza del cristianesimo, affinché possano diffondersi altre influenze.

Concretamente?

Schneider: Oggi soprattutto l’ideologia di sinistra, che in ultima analisi deriva dal marxismo e che viene diffusa con il trucco di affermare che ciò che è di sinistra è di per sé buono e ciò che è di destra è di per sé cattivo. Si tratta però di un’attribuzione completamente arbitraria, che non regge a un’analisi critica, per esempio se si esamina storicamente ciò che idee, partiti e politiche di sinistra hanno prodotto. Tra queste cose rientra, per inciso, anche il nazionalsocialismo, che non a caso reca la parola ‘socialismo’ nel nome.

Naturalmente non si deve escludere la destra, le cui idee talvolta hanno anch’esse prodotto ingiustizie. Dobbiamo quindi rafforzare i valori della nostra cultura europea contro tutti coloro che cercano di soppiantarli, indipendentemente dalla direzione da cui provengano.

Quali sono esattamente questi valori europei?


Schneider: Sono quelli che rispettano la vera libertà dell’uomo: la ragione, l’umanità, la famiglia, il diritto naturale e così via. Tutto ciò che l’ideologia woke di oggi attacca e vuole dissolvere, per rendere le persone prive di sostegno e di orientamento. Tale ideologia dichiara nemico chiunque le si opponga, un nemico da eliminare.

“Un totalitarismo abilmente camuffato minaccia di distruggere la cultura e la libertà dell’Occidente”

Lei è cresciuto in parte nell’Unione Sovietica. Vede dei paralleli?

Schneider: Assolutamente sì. I miei genitori hanno sofferto molto sotto la dittatura comunista: come cristiani clandestini sono stati più volte vittime della repressione. Anch’io l’ho sperimentato a scuola: se qualcuno aveva un’opinione diversa da quella dell’ideologia comunista, veniva definito un nemico, un nemico del popolo, oppure un odiatore, un odiatore del popolo. Allora si parlava di ‘odiatore del popolo’, oggi di hate speech: vede quanto è impressionante la somiglianza?

Spero che ora comprenda anche l’urgenza del mio appello. Non si tratta semplicemente di rafforzare in generale i nostri valori, ma di farlo in un momento storico in cui forze neocomuniste stanno cercando di distruggerli. Non possiamo limitarci a guardare e aspettare.

Dobbiamo creare in Germania, in Europa, forse anche in America, un nuovo movimento che coinvolga la società e la guidi alla resistenza contro questa distruzione. Altrimenti rischiamo di sacrificare la nostra cultura occidentale e l’idea di libertà a un movimento totalitario abilmente camuffato.

Tra questi valori rientra anche, come lei sottolinea, il matrimonio. Bene, ma cosa ha il matrimonio tradizionale a che fare con la libertà dell’uomo e la resistenza alle ideologie totalitarie?


Schneider: Anzitutto: lei parla di ‘matrimonio tradizionale’ – lo trovo sbagliato e devo contraddirla. Non esiste un matrimonio tradizionale, ma solo ‘il’ matrimonio, quello naturale. Il matrimonio è qualcosa che ci dà la natura, non la tradizione. È un fatto, un’evidenza rivelata dal buon senso. È stato creato da Dio ed è il legame migliore e più bello che un uomo e una donna, che si completano e si amano, possano contrarre.

Su questo fondamento poggia tutta la nostra società: su di esso abbiamo costruito la nostra civiltà e la cultura europea con la sua umanità. Per questo dobbiamo difendere il matrimonio, insistendo sulla sua specificità e aiutando i giovani a riscoprirne il valore e la bellezza.

Dal matrimonio nascono poi i nostri figli, che sono il nostro futuro – e al tempo stesso le vittime più vulnerabili della distruzione del matrimonio. Vediamo infatti crescere una generazione senza punti di riferimento, esposta indifesa all’ideologia woke.

Questo è il metodo della sinistra: prima si crea un vuoto di senso, che poi si sfrutta per sedurre le persone. E queste non si accorgono di perdere la loro naturalezza, la loro libertà e la loro umanità, e spesso anche la gioia di vivere.

Tuttavia il pericolo non proviene soltanto dalla wokeness, come lei dice.

Schneider: È vero. Ho già detto che dobbiamo difendere i nostri valori europei dagli attacchi provenienti da tutte le direzioni. Un altro grande pericolo è la freddezza dell’amministrazione e della tecnica: nella società di massa l’uomo rischia di essere considerato un oggetto. Lo si vede in modo inquietante, per esempio, negli ospedali moderni e nelle case di cura. Spesso manca il calore, il vero calore umano, che il cristianesimo ha portato.

“È inquietante ciò che sta accadendo oggi in Germania”.
Ci si chiede perché questo appello alla difesa dei valori cristiano-occidentali venga da un vescovo dell’Asia centrale e non dai nostri vescovi tedeschi.

Schneider: Non dimentichi: io sono tedesco – per passaporto, di nascita, per discendenza, per formazione culturale e per identità mi sento al cento per cento tedesco. Conosco i miei antenati, sia paterni sia materni, fino a duecento anni fa, ed erano tutti tedeschi.

E hanno sofferto sotto i comunisti. Mio nonno Sebastian Schneider, per esempio, fu fucilato nel 1937 a soli 27 anni: mia nonna, di due anni più giovane, rimase vedova, e mio padre, ancora bambino, divenne orfano di padre. Ucciso da un’ideologia che, come alcune ideologie di sinistra odierne, si presentava come bella e liberatrice.

Come è arrivato, da tedesco, alla carica di vescovo ausiliare ad Astana?

Schneider: La Chiesa romana è una Chiesa universale. Dopo dieci anni a Roma, nel 2001 sono stato inviato a Karaganda, la quinta città del Kazakistan, per la formazione dei sacerdoti. Nel 2006 Papa Benedetto mi ha nominato vescovo ausiliare per sostenere il vescovo diocesano, data l’estensione della diocesi.

Ma anche qui ad Astana non viviamo affatto fuori dal mondo: sappiamo bene cosa accade e osservo con grande preoccupazione come si stanno sviluppando l’Europa e l’Occidente. Seguo anche i media tedeschi, compresi quelli pubblici, che mi ricordano sempre più i media di Stato dell’Unione Sovietica con la loro propaganda governativa comunista.

Si veda, per esempio, il modo ostinato con cui viene difesa la politica del governo. Nell’Unione Sovietica i cittadini venivano lodati dai superiori se si esprimevano in accordo con l’ideologia ufficiale: anche questo è qualcosa che, purtroppo, osservo nei media pubblici in Germania. È inquietante vedere come tutto ciò si stia verificando anche in Germania, senza una protesta generalizzata.

“La Chiesa tedesca è allineata: ha tradito il cristianesimo e il cattolicesimo”.
Papa Leone XIV ha avvertito all’inizio dell’anno che in Occidente abbiamo già adottato una “neolingua in stile orwelliano”, che nel tentativo di essere sempre più inclusiva finisce per escludere chi non si adegua alle ideologie che la guidano.


Schneider: È esattamente ciò che intendo. Ed è incoraggiante che il Santo Padre abbia il coraggio di dirlo. Questo rafforza il mio appello a tutte le forze sane della società affinché costruiscano un’alleanza per salvare la libertà dell’Europa.

Non esiste già un movimento con questo compito, cioè la Chiesa stessa?

Schneider: Assolutamente sì, ma purtroppo soprattutto la Chiesa in Germania è ormai completamente allineata con lo spirito del tempo, con il mainstream e con l’ideologia dei partiti di governo – tradendo ciò che è autenticamente cristiano e cattolico.

È triste, ma purtroppo la Chiesa in Germania è diventata una vile – sottolineo: vile! – collaboratrice dell’ideologia di sinistra. Sono certo che ciò entrerà nella storia come una grande vergogna, e che un giorno si leggeranno con imbarazzo i nomi dei vescovi che hanno guidato tutto questo come vili collaboratori.

Parole piuttosto dure.

Schneider: Direi piuttosto parole chiaramente necessarie.

Non ha timore di esprimersi così apertamente? Di solito tra “colleghi” si è più diplomatici.

Schneider: No, bisogna dire la verità con chiarezza. I miei genitori mi hanno educato a difendere le mie convinzioni. E poi, cosa ho da perdere, se ho una convinzione?

Qualche anno fa, a Washington, una signora, cattolica convinta, mi chiese se non avessi paura, perché avevo firmato, insieme ad altri vescovi, una dichiarazione critica nei confronti di Papa Francesco, chiedendo chiarezza sulla morale matrimoniale.

Le risposi: non ho nulla da perdere. E lei replicò: “Eccellenza, esatto: perché perderà tutto se non lo farà”. Che affermazione meravigliosa!

“La migrazione di massa è uno strumento per l’infiltrazione dell’Europa”.
Ha mai avuto occasione di dire queste critiche direttamente ai vescovi tedeschi?

Schneider: No, e non lo farò, perché non ha alcun senso: non ha senso parlare con degli ideologi.

Non si rende le cose più semplici?

Schneider: No, mi creda, non serve a nulla. Probabilmente non mi prenderebbero nemmeno sul serio: chi sarebbe mai questo vescovo ausiliare proveniente dalla periferia che vuole insegnare a noi in Germania?

Lei si azzarda anche a criticare l’immigrazione di massa, che è diventata uno dei progetti ideologici centrali delle chiese tedesche.

Schneider: La critico perché è evidentemente un’azione politica orchestrata. Un’azione con l’obiettivo di soppiantare l’identità occidentale, in particolare quella cristiana dell’Europa, soprattutto con l’introduzione di immigrati musulmani. È quindi un errore pensare che la migrazione avvenga semplicemente in modo spontaneo, come reazione naturale a guerre o povertà. È anche uno strumento per infiltrare l’Europa e marginalizzare il cristianesimo.

Questa strategia si inserisce nel progetto di dissolvere l’identità europea per creare una nuova cultura woke e una popolazione mista a maggioranza asiatico-musulmana. Di recente, in Tirolo, ho appreso che già la metà dei bambini nati nel luogo in cui andavo sempre in vacanza ha genitori musulmani – non a Parigi, Berlino o Londra, ma in Tirolo! È solo questione di tempo prima che la situazione cambi radicalmente.

A maggior ragione è importante che nasca un movimento come quello che propongo, per salvare l’Europa. E sono fiducioso che prima o poi accadrà. Alcuni temono che allora sarà troppo tardi. Ma da cristiano ho sempre speranza: è questo il messaggio che ci insegna la Pasqua.



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Il dott. Athanasius Schneider è vescovo ausiliare di Karaganda, nell’arcidiocesi cattolica romana della Santissima Vergine Maria ad Astana, capitale del Kazakistan. È nato nel 1961 in Kirghizistan da genitori tedeschi deportati dall’Unione Sovietica.
Dopo che la famiglia è riuscita a emigrare nel 1973, è cresciuto a partire dai 12 anni a Rottweil, in Svevia. Nel 1990 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale, nel 1997 ha conseguito il dottorato in patristica e nel 2001 è stato inviato in Kazakistan, dove nel 2006 è stato nominato vescovo.





Liturgia: un crescente divario tra pastori e fedeli



Traduzione a cura di MiL della lettera 1358 pubblicata da Paix Liturgique il 15 aprile, in cui Christian Marquant, Presidente dell’associazione Oremus-Paix Liturgique (contact@veilleurs-paris.fr), prosegue l’analisi del messaggio che Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo) (QUI; QUI su MiL).

Lorenzo V.




16 aprile 2026

Le sentinelle proseguono, per la 238ª settimana, le loro preghiere a difesa della Santa Messa tradizionale davanti all’Arcivescovado di Parigi (in rue du Cloître-Notre-Dame 10), dal lunedì al venerdì dalle ore 13:00 alle ore 13:30.

Cari amici, in controtendenza, come sempre da mezzo secolo, è l’atteggiamento delle autorità della Chiesa nei confronti della liturgia tradizionale.

La Lettre di Paix Liturgique n. 1353 del 7 aprile 2026 analizzava il messaggio inviato il 18 marzo, a nome del Papa, dal card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ai Vescovi di Francia riuniti per l’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France, tenutasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Tutto indica che Papa Leone XIV sia fortemente infastidito da questa situazione di persistente rifiuto della nuova liturgia da parte di una parte dei Cattolici e di un numero consistente di giovani chierici. Per lui si tratta di una «dolorosa ferita».

Inoltre, come riconosceva il messaggio del card. Pietro Parolin, ci si trova «nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo». Essendo la Francia storicamente il primo focolaio di questa mancata accettazione, il messaggio del Segretario di Stato ai Vescovi chiedeva, a nome del Papa, ai nostri Vescovi di trovare «soluzioni concrete» per disegnare, in sostanza, un cerchio quadrato: «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo», non in modo puro e semplice, ma «nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia»…

Un articolo del quotidiano La Croix intitolato Messe tridentine: la France va-t-elle trouver la solution à la «question tradi» dans l’Église? [Messa tridentina: la Francia troverà la soluzione alla «questione tradi» nella Chiesa?: N.d.T.], del 31 marzo, firmato dagli esperti dell’argomento su questo giornale, Céline Hoyeau, Gonzague de Pontac e Matthieu Lasserre, dava un’idea abbastanza precisa dei dibattiti episcopali sulla questione [QUI: N.d.T.]. Erano guidati da mons. Olivier de Cagny, Vescovo di Évreux, l’attuale «monsignore Liturgia» della Conférence des évêques de France.

Tutti i Vescovi, sottolineava il quotidiano La Croix, affermano che «dietro la liturgia ci sono problemi di dottrina ed ecclesiologia, la questione dell’accettazione del Concilio Vaticano II». Nulla di nuovo in questa constatazione. Sono state espresse due posizioni (una terza avrebbe potuto esserci, quella dei Vescovi più «classici», ma, essendo oggi una minoranza, si sono astenuti dal dare il loro parere): alcuni Vescovi hanno chiesto l’applicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II in tutta la sua rigorosità. Sono del resto infastiditi dal fatto che la Fraternità sacerdotale di San Pietro abbia ottenuto una sorta di deroga – peraltro non molto chiara – da parte di papa Francesco, che secondo alcune voci Papa Leone XIV continuerebbe sotto forma di una struttura particolare.

Gli altri Vescovi, che costituiscono la maggioranza, si sono mostrati favorevoli ad alcuni adeguamenti, ma a condizioni piuttosto draconiane: adozione del nuovo Lezionario e del nuovo calendario liturgico (come ho detto nella mia ultima lettera, questa era una delle proposte di dom Geoffroy Kemlin O.S.B., Abate di Saint-Pierre di Solesmes, mentre dom Jean Pateau O.S.B., Abate di Notre-Dame di Fontgombault, riteneva invece che associare il nuovo Lezionario al Missale Romanum tradizionale sarebbe stato incoerente (QUI) [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]; celebrazione degli altri Sacramenti – Battesimo, Matrimonio, Cresima – secondo il nuovo rito (possibilmente in latino); e, soprattutto, fine dell’«esclusivismo», ovvero del rifiuto categorico di celebrare secondo il nuovo Missale Romanum, giudicato «inaccettabile» dai Vescovi.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi: si è disposti a «includere generosamente» gli utenti della liturgia tradizionale, ma a condizione che si sottomettano alle regole della nuova. Concretamente, oggi si è disposti a concedere loro la Santa Messa tradizionale a piccole dosi, ma con il nuovo Lezionario, con i nuovi Sacramenti e con l’obbligo di celebrare anche secondo il nuovo Ordo. I nostri pastori sembrano quindi non riuscire a uscire dai vecchi schemi.

E la Conférence des évêques de France del card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia e suo Presidente, dopo questi dibattiti, rimanda la risoluzione del problema a Papa Leone XIV. In realtà, la liturgia tradizionale si è imposta sul campo e le decisioni romane, dopo averla inutilmente ostacolata, l’hanno poco a poco legittimata nel 1984, 1988, 2007. Prima di un ritorno al punto di partenza di San Paolo VI con papa Francesco e la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes nel 2021. E ritorno alle ricette degli anni di piombo: restrizioni, limitazioni, condizioni.

Solo che oggi il contesto è completamente diverso: chiese che continuano a svuotarsi inesorabilmente; consacrazioni annunciate dalla Fraternità sacerdotale di San Pio X, le cui argomentazioni a giustificazione di esse si trovano così potentemente rafforzate; giovani convertiti, nuovi battezzati, che «amano la Messa in latino»; comunità, scuole, opere, pellegrinaggi tradizionalisti che crescono in una gioventù sfrontata. Ostacolata, perseguitata, la celebrazione della liturgia tradizionale – di tutta la liturgia tradizionale, Messa e Sacramenti – continua e continuerà a prosperare. I pellegrinaggi, il Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres) a maggio, la Peregrinatio ad Petri Sedem (Roma) a ottobre, lo dimostreranno [QUI e QUI: N.d.T.].

C’è un crescente divario tra i pastori e il loro popolo. Se i primi conducessero un’indagine sinodale onesta presso i secondi, sentirebbero rispondere da gran parte del popolo dei fedeli che non chiederebbe di meglio che poter assistere alla Santa Messa tradizionale nelle proprie Parrocchie, e che in ogni caso si dovrebbe lasciare piena libertà ai sacerdoti che la celebrano e ai fedeli che vi assistono.

Le sentinelle parigine ricevono costantemente conferma di questo stato d’animo dei Cattolici, attraverso gli incoraggiamenti che ricevono quando recitano il Rosario sul selciato, in rue du Cloître-Notre-Dame 10, dal lunedì al venerdì, dalle ore 13:00 alle ore 13:30, nella Église Saint-Georges di La Villette (avenue Simon Bolivar, 114, nel XIX arrondissement), il mercoledì e il venerdì alle ore 17:00, davanti alla Église Notre-Dame-du-Travail (nel XIV arrondissement), la domenica alle 18:15.

In unione di preghiera e di amicizia.






Dialogo interreligioso e San Lorenzo da Brindisi





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by Aldo Maria Valli 17 apr 2026



L’imam va in parrocchia e fa catechismo (islamico) alla presenza del vescovo

Un imam ha tenuto una presentazione sulla fede islamica all’interno di una chiesa parrocchiale cattolica. È successo a Brindisi, con la partecipazione del vescovo locale.

Il 15 aprile, la parrocchia di San Lorenzo ha ospitato un evento dal titolo “Conosci l’Islam? Esploriamo insieme i pilastri, il significato della vita e le celebrazioni della fede islamica”, durante il quale l’imam Khaled Bouchelaghem della comunità islamica locale ha tenuto un discorso all’interno della parrocchia, alla presenza dell’arcivescovo Giovanni Intini di Brindisi-Ostuni, che ha pronunciato il discorso conclusivo. L’iniziativa è stata attivamente promossa dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso con l’obiettivo dichiarato di favorire la comprensione reciproca.

Andrea Zambrano ha riportato la notizia qui. Secondo la comunicazione diocesana, l’iniziativa si ispira al principio in base al quale conoscere veramente l’altro significa amarlo. Il titolo stesso, formulato come una domanda, indica che l’incontro si proponeva di introdurre o approfondire la conoscenza dei principi islamici tra i cattolici. Zambrano ha descritto l’evento come un vero e proprio “catechismo islamico”.

L’evento è in linea con gli sforzi del cosiddetto dialogo interreligioso, e lo slogan associato all’iniziativa – attribuito a Marco Impagliazzo della Comunità di Sant’Egidio – è già stato utilizzato in contesti simili per promuovere il confronto tra diverse tradizioni religiose.

L’imam Bouchelaghem aveva già partecipato in precedenza ad altre iniziative in ambito cattolico a Brindisi, come l’anno scorso nella parrocchia di San Carlo, dove i membri della comunità musulmana locale organizzarono un iftar per celebrare la fine del ramadan. L’incontro, aperto sia a musulmani sia a non musulmani, si tenne all’interno della chiesa e fu concepito come occasione di conoscenza e ospitalità.

Ironia della sorte, il nuovo evento si è svolto in una parrocchia dedicata a san Lorenzo da Brindisi (da non confondere con l’omonimo martire cristiano dei primi secoli), frate cappuccino canonizzato nel 1881 e proclamato dottore della Chiesa da Papa Giovanni XXIII nel 1959. Documenti storici indicano che nel 1601 prestò servizio come cappellano delle forze cattoliche durante le campagne militari nell’Europa centrale, offrendo assistenza spirituale alle truppe impegnate nel conflitto contro l’esercito ottomano musulmano.

lifesitenews