sabato 25 luglio 2026

Quella “svolta costantiniana”, che non cessa di far discutere






Di Stefano Fontana, 25 lug 2026

La discussione sulla “svolta costantiniana” seguita all’editto di Milano del 313 dC non cessa di interessare. Molti vorrebbero cancellare la “cristianità” durata da quell’anno fino al Concilio Vaticano II.

Una interessante interpretazione era stata quella di Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella occasione egli disse che i cambiamenti liberali della modernità circa il rapporto tra cristianesimo e politica – cambiamenti secondo lui iniziati con la rivoluzione americana – in fondo riportavano i cristiani alla Chiesa delle origini e al rifiuto di adorare l’imperatore, pur continuando a vivere come cittadini dell’Impero. Con quel rifiuto – dice Benedetto – i cristiani posero già allora le basi della libertà religiosa dichiarata poi dal Vaticano II. In questo modo l’Editto di Milano verrebbe inteso come in contrasto con l’Editto di Tessalonica con cui Teodosio dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. Quello di Milano avrebbe sancito la libertà religiosa, quello di Tessalonica la cristianità.

Tra i tanti problemi suscitati da questa interpretazione che qui non si possono esaminare, emerge una semplice domanda: perché escludere che, invece, il rifiuto di adorare l’imperatore avesse come scopo di richiedere proprio una società cristiana, ossa una relazione organica tra il potere politico e la religio vera? In altre parole, perché escludere che in quei comportamenti pubblici dei cristiani fosse presente la richiesta di una società fondata sul Dio unico e vero e non sugli dei pagani?

Ora, nell’ultimo numero della rivista “Instaurare” viene pubblicato un articolo di Danilo Castellano dal titolo “Libertà religiosa o della Chiesa?” in cui si torna a parlare di Costantino. L’autore ricorda che un libro di Vincenzo Arangio Ruiz del 1964 considerava l’Editto di Milano una apertura alla politica di Teodosio propedeutico al riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero.

Castellano continua poi ricordando che “Le decisioni prese da Costantino negli anni successivi all’Editto di Milano sono criteri per l’interpretazione dello stesso Editto”. L’imperatore, infatti, rese sacra la domenica, proibì alcuni riti pagani, proibì l’adulterio e il concubinato, per cui “L’Editto di Milano non può essere “letto” come riconoscimento dell’indifferenza religiosa e morale come si potrebbe fare se esso fosse frutto ante litteram del liberalismo moderno”.

Questo era in fondo il punto non chiarito da Benedetto XVI nel suo discorso del 2025. Certamente parlando di libertà religiosa egli non intendeva riferirsi in pieno all’indifferentismo religioso di tipo liberale, però in quel discorso il punto non era chiarito e, anzi, il riferimento alla rivoluzione americana quantomeno permetteva di stabilire questo nesso improprio.

Tra le novità legislative di Costantino va anche ricordata, dopo il concilio di Nicea (325 dC), la definizione del concetto di eresia per farne una figura di reato penale, la qual cosa conferma che già Costantino si era incamminato sulla strada che porta a Tessalonica. Questa interessante iniziativa di Costantino viene ricordata da Alberto Barzanò nel suo studio su “Mito e realtà dell’imperatore Costantino” pubblicato sulla Rivista Teologica di Lugano 1/2025. Barzanò spiega anche che “Costantino si era convertito al cristianesimo secondo la mentalità di un Romano, tradizionalista e patriottico. Cristo era per lui in primo luogo il Dio che gli aveva dato la vittoria sui suoi nemici; allora il suo dovere di imperatore era mostrarsi pio verso l’Onnipotente per guadagnarne la benevolenza nei confronti dell’impero: alla pax deorum si sostituiva la pax dei”.

Come si vede Costantino continua a ritornare. ma la sua interpretazione moderna e liberaleggiante non convince.




(Costantino la madre Elena e la Vera Croce, Di Brosen – Opera propria, CC BY 2.5, Wikicommons)




L’Universo attendeva la vita, e non è un caso: l’intervista al filosofo


Il fine tuning dell’Universo richiede una spiegazione non casuale: è la tesi di Roberto Fumagalli (King’s College London), intervistato da UCCR.

Ultimissime



Redazione UCCR, 25 Lug 2026

Torniamo a parlare dell’incredibile calibrazione dell’Universo.

Il cosiddetto “fine-tuning” è una scoperta della fisica moderna: diverse costanti fondamentali della natura sembrano essere state perfettamente sincronizzate per permettere la comparsa della vita intelligente.

Non esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un universo casuale e caotico ma, piuttosto, è ciò che probabilmente ci si attenderebbe se fosse il prodotto di una progettualità.

Ne abbiamo parlato in un recente articolo ed è stata l’occasione per entrare in contatto con uno degli studiosi citati.

Si tratta di Roberto Fumagalli, filosofo della scienza e docente presso il King’s College London, nonché autore di un recente studio sul fine-tuning dell’universo.

Fumagalli ha concluso che la calibrazione fine dell’Universo rappresenta un dato di fatto che richiede necessariamente una spiegazione filosoficamente adeguata, senza la possibilità di poterla liquidare come “fatto bruto”.

Abbiamo rivolto al filosofo alcune domande di approfondimento.

L’intervista sul fine-tuning

DOMANDA – Prof. Fumagalli, alcuni fisici sostengono che il fine tuning non richiede spiegazioni. Cosa ne pensa?

RISPOSTA – Grazie per l’interesse mostrato nei confronti del mio articolo e per questa stimolante domanda.

La mia tesi è che, nel caso specifico del fine tuning dell’universo per la vita intelligente, considerarlo come un fatto bruto non costituisce una posizione epistemicamente soddisfacente.

DOMANDA – Su cosa si basa la sua tesi?

RISPOSTA- Secondo le migliori teorie fisiche attualmente disponibili, soltanto un intervallo straordinariamente ristretto di valori dei parametri fondamentali consente l’esistenza della vita intelligente, e i valori dei parametri fondamentali del nostro universo ricadono precisamente all’interno di questo intervallo.

Questa corrispondenza è eccezionalmente precisa e – per quanto oggi sappiamo – estremamente improbabile, qualora si assuma l’ipotesi del caso.

E’ proprio questa estrema improbabilità a esercitare una forte pressione epistemica verso la ricerca di una spiegazione più profonda, piuttosto che accontentarsi di appellarsi a un fatto bruto.

Tanto nella scienza quanto nella filosofia, infatti, esiste una consolidata metodologia volta a evitare di assumere coincidenze altamente improbabili come punti d’arresto definitivi dell’indagine, ogniqualvolta sia ipotizzabile una spiegazione più profonda e plausibile.

I fraintendimenti sul fine-tuning

DOMANDA – Uno dei temi centrali del suo articolo riguarda i criteri in base ai quali giudichiamo una spiegazione soddisfacente. Quali sono, a suo avviso, i fraintendimenti più diffusi circa l’affermazione secondo la quale il fine tuning dell’universo richiede una spiegazione?

RISPOSTA – La ringrazio per invitarmi a chiarire questo aspetto, che considero particolarmente importante. Individuerei tre fraintendimenti ricorrenti.

Il primo consiste nel confondere l’affermazione secondo la quale il fine tuning richiede una spiegazione con l’affermazione, molto più stringente, secondo la quale il fine tuning è spiegato da una specifica ipotesi. Il mio articolo difende esclusivamente la prima affermazione.

In particolare, sostengo che le principali critiche rivolte agli argomenti del fine tuning non riescano a confutare la conclusione che richieda effettivamente una spiegazione non casuale.

DOMANDA – Il secondo fraintendimento?

RISPOSTA – Consiste nell’interpretare l’affermazione che il fine tuning richiede una spiegazione come la mera espressione di uno stato psicologico quale la sorpresa o il desiderio di trovare una risposta.

Un fenomeno non richiede una spiegazione semplicemente perché ci appare enigmatico, né una richiesta di spiegazione è giustificata soltanto perché desideriamo trovare una risposta.

La tesi che difendo è di natura epistemica, non psicologica: poiché la probabilità del fine tuning sembra essere significativamente maggiore assumendo ipotesi non casuali rispetto a quanto sia assumendo l’ipotesi del caso, risulta insoddisfacente ritenere che il caso, da solo, costituisca una spiegazione adeguata.

DOMANDA – Infine, il terzo fraintendimento…

RISPOSTA – Sì, consiste nel ritenere che difendere gli argomenti del fine tuning richieda necessariamente l’assegnazione di probabilità quantitativamente precise ai valori dei parametri fondamentali dell’universo oppure l’applicazione del principio d’indifferenza su uno spazio parametrico illimitato.

A mio avviso, nessuna di queste assunzioni è indispensabile. Gli argomenti del fine tuning formulano infatti una tesi comparativa: la probabilità è significativamente più elevata assumendo ipotesi non casuali di quanto sia assumendo l’ipotesi del caso.

Questione scientifica, filosofica o soprannaturale?

DOMANDA – Ritiene che il dibattito sul fine tuning sia più una questione scientifica o filosofica? Oppure coinvolga entrambe le discipline?

RISPOSTA – Domanda eccellente.

A mio avviso, il dibattito sul fine tuning coinvolge inevitabilmente sia considerazioni scientifiche che filosofiche.

Il contributo della scienza è imprescindibile. È infatti la fisica – non la filosofia – a dirci quali siano i parametri fondamentali dell’universo, quali intervalli di valori tali parametri possano plausibilmente assumere e quanto sensibilmente la complessità chimica necessaria alla vita intelligente (almeno per come la conosciamo) dipenda da tali valori.

Il contributo della filosofia, tuttavia, è altrettanto indispensabile.

Domande quali se il fine tuning richieda realmente una spiegazione non casuale, che cosa renda una spiegazione soddisfacente e in quali circostanze sia giustificato considerare un fenomeno come un fatto bruto appartengono all’epistemologia della spiegazione. Si tratta di questioni che non possono essere risolte esclusivamente mediante l’evidenza empirica.

Vorrei però aggiungere un’osservazione ulteriore di carattere metodologico…

DOMANDA – Prego…

RISPOSTA – L’approccio naturalistico metodologico, che sospende la considerazione di spiegazioni soprannaturali nell’ambito della ricerca scientifica, costituisce un principio operativo pienamente legittimo per la fisica.

Tuttavia, esso rappresenta un vincolo metodologico interno alla pratica scientifica e, di per sé, non risolve la questione filosofica se il fine tuning dell’universo richieda o meno una spiegazione non casuale.

Cosa spiega il fine tuning dell’Universo?

DOMANDA – Dopo aver analizzato le principali spiegazioni proposte per il fine tuning dell’universo, quale ritiene abbia oggi il maggiore potere esplicativo?

RISPOSTA – Questa è una domanda da un milione di dollari!

La mia difesa degli argomenti del fine tuning è deliberatamente compatibile con valutazioni molto diverse circa il merito delle principali ipotesi non casuali, ossia le ipotesi del multiverso, del designer cosmico e il ricorso a teorie fisiche future.

Nel mio articolo raggruppo tali ipotesi nella più ampia categoria delle ipotesi non casuali non perché le ritenga ugualmente plausibili, ma perché tutte rifiutano l’idea che i valori dei parametri fondamentali siano ricaduti nell’intervallo estremamente ristretto compatibile con la vita intelligente semplicemente per caso.

Di conseguenza, il mio articolo non prende posizione in merito a quale ipotesi non casuale sia la più convincente o la più verosimile.

DOMANDA – Ma se dovesse scegliere…

RISPOSTA – A mio avviso, ciascuna delle principali ipotesi non casuali incontra serie (e tuttora irrisolte) difficoltà riguardo alla propria testabilità empirica.

Infatti, le principali ipotesi del multiverso assumono che le diverse regioni spazio-temporali che compongono un eventuale multiverso sono causalmente isolate tra loro. Ma molti filosofi e fisici ritengono che tali ipotesi non siano (allo stato attuale) testabili empiricamente.

Per quanto riguarda invece l’ipotesi del designer cosmico, numerosi autori dubitano che siamo in grado di stabilire con quale probabilità un designer cosmico contribuirebbe all’attualizzazione di un universo finemente (anziché non finemente) calibrato.

Quanto, infine, al ricorso a teorie fisiche future, rimane difficile comprendere quale evidenza empirica potrebbe oggi consentirci di valutare affermazioni concernenti leggi o meccanismi fisici che non abbiamo ancora neppure concepito.

Vorrei essere chiaro su un punto. Queste difficoltà di testabilità empirica non confutano nessuna delle principali ipotesi non casuali.

DOMANDA – Cioè?

RISPOSTA – Intendo che affermare che un’ipotesi non sia stata confutata è cosa ben diversa dall’affermare che essa sia stata corroborata o che costituisca la migliore spiegazione disponibile.

Per questa ragione, il mio articolo non mira a stabilire quale ipotesi non casuale possieda il maggiore potere esplicativo.

Piuttosto, si propone di dimostrare il punto preliminare da cui tale confronto valutativo dipende: che il fine tuning dell’universo per la vita intelligente richiede effettivamente una spiegazione non casuale, che tale richiesta di spiegazione è epistemicamente legittima e che le principali ipotesi non casuali meritano di essere prese seriamente in considerazione.

Quale, tra queste ipotesi, possa rivelarsi infine corretta è una questione ulteriore, che il mio articolo lascia volutamente aperta.







venerdì 24 luglio 2026

Covadonga, da dove iniziò la Reconquista



Questo sabato inizia il pellegrinaggio dei fedeli legati alla liturgia tradizionale e che va da Oviedo a Covadonga. La meta è il luogo dove si combatté la prima battaglia della Reconquista, ossia di quel lungo processo storico che ha un incoraggiante insegnamento anche per noi cristiani di oggi.

La lezione

Ecclesia


Federico Catani,  24-07-2026

Con inizio nel fine settimana più vicino alla festa dell’apostolo san Giacomo il Maggiore — quest’anno dal 25 al 27 luglio — si svolge in Spagna il pellegrinaggio Nuestra Señora de la Cristiandad da Oviedo a Covadonga. Giunto alla sua sesta edizione, si ispira al celebre pellegrinaggio Parigi-Chartres. L’iniziativa richiama giovani spagnoli e provenienti da ogni parte del mondo, accomunati dall’attaccamento alla liturgia tradizionale: lo scorso anno i partecipanti hanno superato abbondantemente il migliaio. Anche dall’Italia partecipa una folta delegazione.

La meta del cammino non è casuale. Covadonga, nel cuore dei monti asturiani, è infatti il luogo dove si combatté la prima battaglia della Reconquista, ovvero quel lungo processo che, iniziato nel 722, ebbe come scopo la ricostituzione di una Spagna unita e cattolica, obiettivo concluso pienamente solo nel 1492, con la liberazione di Granada. Furono otto secoli di lotta motivata da una duplice ragione. Da un lato la finalità religiosa, perché si trattò di una autentica crociata contro l’islam. Dall’altro non mancarono le motivazioni politiche, perché negli spagnoli vi era il grande ideale di recupero del regno visigoto, venuto meno proprio con l’invasione araba.

Pur a distanza di tanti secoli, la Reconquista trasmette un grande e incoraggiante insegnamento anche per noi, cristiani del XXI secolo: con la grazia divina, una minoranza decisa e motivata può vincere sia contro i traditori interni sia contro una maggioranza apparentemente invincibile. Questo vale nella sfera temporale, ma anche in quella spirituale. Nella storia niente è irreversibile. E il ritorno di molti giovani alla Tradizione cattolica lo dimostra.

L’occupazione araba della Penisola iberica, nel 711, venne favorita dalle divisioni interne al regno visigoto e da aiuti provenienti tanto dalla comunità ebraica quanto addirittura da un vescovo cattolico, il celebre Oppas. Il quale rappresenta bene il modello di una certa idea di Chiesa, accomodante con i suoi nemici, sempre in cerca di compromessi e di adattamenti, anche quando ciò significa mettere tra parentesi i dogmi della fede. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire… Ma se da una parte vi furono i traditori e i collaborazionisti, dall’altra si staglia luminosa la figura di Don Pelayo, il nobile asturiano che, insieme a un pugno di soli trecento uomini, proprio dalle rocce di Covadonga e grazie all’intercessione della Madonna – ancora oggi lì venerata con il soprannome affettuoso di La Santina –, diede il via alla Reconquista, nel 722.

Prima della battaglia, i musulmani incaricarono proprio il vescovo Oppas di convincere Pelayo dell’inutilità della resistenza e della lotta. Il dialogo tra i due è esemplare per avere in mente due diverse concezioni della vita cristiana. Secondo le cronache, Oppas mise in guardia Pelayo: «Fatichi invano. Sai bene come tutto l’esercito visigoto sia stato incapace di resistere alla forza degli ismaeliti. Come potrai tu solo resistere in quella cova? Ascolta il mio consiglio e ritirati a godere dei tuoi beni, nella pace che ti concederanno gli arabi». Al che Pelayo rispose netto: «Non voglio amicizia con i saraceni né assoggettarmi al loro comando. Non sai tu che la Chiesa di Dio si compara alla luna, che, una volta eclissata, torna poi alla sua pienezza? Confidiamo nella misericordia di Dio, che da questo monte farà uscire la salvezza della Spagna. Tu e i tuoi fratelli, ministri di Satana, avete deciso di consegnare a quella gente il regno visigoto; ma noi, avendo Nostro Signore Gesù Cristo per avvocato davanti a Dio Padre, disprezziamo quella moltitudine di pagani». Di fronte a tanta forza di spirito, Oppas disse agli islamici: «Preparatevi a lottare, perché non avrete un accordo con lui finché non lo vincerete con la spada».

Sappiamo a chi Dio diede la vittoria, nonostante l’enorme sproporzione di forze. Fu una vittoria umanamente impossibile. Don Pelayo e i suoi si trovavano in una situazione tragica, disperata. Avrebbero avuto tutto l’interesse a piegarsi all’occupante, come fecero molti altri. Ma non cedettero: scelsero piuttosto di resistere. E diedero battaglia, contro tutto e tutti. Per la fede. Per la Spagna. Cos’è questa se non una grande lezione per noi oggi?

Ma nell’ambito della Reconquista, solo alcuni decenni dopo la morte di Pelayo, vi fu un altro fatto degno di attenzione, questa volta più intra-ecclesiale. Il vescovo Elipando di Toledo sosteneva l’eresia adozionista, secondo la quale Gesù non era Dio, ma un uomo adottato da Dio quale suo figlio. L’adozionismo in fondo era un modo per “dialogare” con i musulmani, per essere accettati, per professare un cristianesimo più accondiscendente verso i nuovi dominatori (per l’islam, infatti, Gesù è un uomo, un profeta, non certo Dio).

Tali tesi suscitarono un aspro dibattito in tutta Europa. Tra i grandi oppositori dell’eresia, vi fu un umile monaco che viveva in un convento nei pressi di Oviedo, Beato di Liébana. I due si scontrarono duramente. Elipando definì Beato «fetidissimo». Ma Beato, che detestava con tutto il cuore la sottomissione e il collaborazionismo con gli arabi, non si fece problemi a definire il vescovo eretico «testicolo dell’Anticristo». Il caso giunse sino a Roma e alla corte di Carlo Magno. Tanto il Papa come l’imperatore, supportati dal celebre monaco Alcuino, condannarono l’eresia adozionista, ed Elipando venne destituito da vescovo di Toledo.

Alla fine, a spuntarla furono quanti si mantennero fedeli alla retta dottrina e alla patria, non i collaborazionisti. Don Pelayo e Beato di Liébana non formarono un’altra Chiesa, né gettarono fango sull’istituzione, ma anzi guardarono al di là dei peccati e delle infedeltà di singoli membri (Oppas o Elipando) e difesero la verità. Coloro che scelsero di combattere invocando la protezione dell’apostolo san Giacomo, patrono di Spagna (il grido di battaglia era «¡Santiago y cierra, España!»), nonostante alterne vicende e tante contraddizioni, riuscirono a ricostituire una Spagna cattolica, quella stessa Spagna che con i Re cattolici Isabella e Ferdinando avrebbe poi portato il Vangelo a un nuovo continente, cambiando per sempre il corso della storia.

E tutto ebbe origine dalla tenacia e dalla fede di quel pugno di uomini, che gli arabi definivano sprezzantemente «asini selvaggi», nella remota e sconosciuta Covadonga. Quando tutto sembra perduto e non si intravede nemmeno una luce all’orizzonte, bisogna pensare alla Reconquista. Bisogna pensare a Covadonga.






giovedì 23 luglio 2026

Gli uomini di cui abbiamo bisogno






Società | CR 1960



di Roberto de Mattei, 22 luglio 2026

Prima della confusione delle strutture, la confusione delle intelligenze. È questa la chiave con cui occorre leggere il momento storico che stiamo vivendo. La crisi che investe oggi il mondo cattolico non è anzitutto una crisi organizzativa o strategica: è una crisi spirituale e culturale, che investe il modo stesso di pensare, di giudicare e di reagire agli avvenimenti.

Per molti decenni il progressismo politico e culturale ha esercitato un dominio quasi incontrastato sull’Occidente, controllando i partiti politici, i grandi organi di informazione, le case editrici, il mondo universitario, l’industria dell’intrattenimento e, infine, una parte significativa delle stesse strutture ecclesiastiche. L’obiettivo era quello di costruire un nuovo ordine mondiale fondato sull’abolizione delle identità naturali e religiose, sulla dissoluzione di ogni autorità tradizionale e sulla sostituzione dell’ordine cristiano con una nuova religione secolare.

Questa egemonia appariva, fino a pochi anni fa, pressoché irreversibile. Chiunque si opponesse veniva marginalizzato, censurato o semplicemente ignorato. Eppure ogni costruzione artificiale contiene in sé i germi della propria dissoluzione. L’inizio del XXI secolo ha segnato infatti l’emergere di una crisi profonda di questo sistema. Molti attribuiscono tale cambiamento alla diffusione di Internet e dei social media. Sarebbe però un errore confondere lo strumento con la causa.

Internet non ha creato la reazione; l’ha semplicemente portata alla luce, rendendola efficace. La Provvidenza si serve spesso di mezzi inattesi per favorire i propri disegni. La rete ha permesso di aggirare il monopolio dell’informazione, di far circolare idee censurate, di mettere in comunicazione persone che fino ad allora erano rimaste isolate. Ma la causa vera e profonda della reazione sta nell’ordine naturale, che precede ogni costruzione ideologica. Quando questo ordine viene sistematicamente violato, la realtà stessa reagisce. La natura dell’uomo possiede una forza di resistenza che nessuna propaganda può eliminare definitivamente. Si può oscurare la verità, ma non si può cancellare completamente quella legge naturale che Dio ha inscritto nel cuore di ogni uomo.

Questa capacità di reazione negli ultimi venticinque anni è emersa con particolare evidenza, soprattutto nel mondo cattolico. Molti fedeli hanno intuito che qualcosa di essenziale veniva smarrito e hanno cercato di recuperare la liturgia tradizionale, il catechismo di sempre, la filosofia realista, la teologia classica, il patrimonio spirituale della Chiesa. Ma proprio quando sembrava delinearsi una possibile convergenza di queste energie, si è manifestato quello che può essere definito il colpo di coda del processo rivoluzionario.

Negli ultimi anni si è succeduta una serie di eventi che hanno profondamente destabilizzato il mondo cattolico. La pandemia del 2020-2021 ha introdotto un clima di paura collettiva e di sospetto reciproco. La guerra russo-ucraina, esplosa nel 2022, ha ulteriormente confuso e polarizzato gli animi. Le vicende interne della Chiesa, nel passaggio dal pontificato di Francesco a quello di Leone XIV, hanno accentuato entusiasmi e scoraggiamenti, spesso sproporzionati rispetto alla reale portata degli avvenimenti. Quest’atmosfera psicologica è stata utilizzata come strumento per impedire ogni possibile ricomposizione del mondo cattolico legato alla Tradizione, provocando una frammentazione che forse non ha precedenti nella storia.

L’effetto più grave di questa situazione non è organizzativo, ma intellettuale. Plinio Corrêa de Oliveira, in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ha più volte denunciato l’atrofia dell’intelligenza come uno dei fenomeni caratteristici del mondo moderno; Marcel De Corte ha dedicato a questo tema un libro penetrante, L’intelligenza in pericolo di morte. Lo sviluppo tecnologico ha accelerato questo processo. L’uomo contemporaneo vive immerso in un flusso continuo di informazioni, immagini, emozioni e polemiche. I social media – Facebook, Instagram, TikTok e le piattaforme che continuamente nascono – non si limitano a trasmettere notizie: il loro stesso funzionamento è concepito per indebolire l’esercizio dell’intelligenza. Essi sollecitano reazioni immediate, privilegiano l’emozione rispetto al giudizio, la velocità rispetto alla profondità. Non si cerca più la verità, ma la rapidità della risposta.

Questo fenomeno ha investito anche ambienti che si definiscono tradizionalisti e che, proprio per la loro formazione, dovrebbero esserne i più immuni. Si rischia così un paradosso: possedere princìpi dottrinali solidi e, nello stesso tempo, vivere psicologicamente secondo le categorie della cultura rivoluzionaria. Si passa da un’indignazione all’altra, da un entusiasmo a una delusione, da una polemica alla successiva, senza conservare quella pace interiore che sola rende possibile un autentico giudizio soprannaturale.

Le grandi crisi della Chiesa sono sempre state affrontate da uomini che erano, nel senso più autentico del termine, contemplativi nell’azione. Sant’Atanasio, san Gregorio VII, san Pio V, san Pio X non furono travolti dagli eventi: li dominarono, perché seppero giudicarli alla luce di princìpi superiori. La loro forza nasceva dalla preghiera, dalla disciplina intellettuale, dall’abitudine a subordinare i fatti ai princìpi e non i princìpi ai fatti. Ogni autentica restaurazione comincia sempre con una restaurazione delle facoltà dell’anima.

Lo studio, la riflessione, il primato della contemplazione sull’azione sono le condizioni indispensabili per lo sviluppo della vita interiore e per la formazione di uomini capaci di giudicare rettamente gli eventi del nostro tempo.

Dom Jean-Baptiste Chautard, nel suo celebre L’anima di ogni apostolato, ricordava che l’eresia dell’azione consiste nel sostituire l’attività alla vita interiore. Oggi potremmo aggiungere che esiste anche una nuova forma di attivismo: l’attivismo digitale. È una continua agitazione che dà l’illusione dell’impegno mentre consuma lentamente le energie spirituali. La ricerca del sensazionale sostituisce la fedeltà quotidiana; l’eccezionale appare più attraente dell’ordinario. Eppure è proprio nella fedeltà alle piccole cose che si forma il carattere cristiano. Talvolta occorre un eroismo maggiore per compiere il proprio dovere quotidiano che per affrontare un’occasione straordinaria. Come osserva mons. Pier Carlo Landucci, l’umile consapevolezza della propria pochezza può far prevedere un piccolo posto nella gloria dei santi; ma tutti sono chiamati alla santità eroica, perché, come insegna san Paolo, «questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1 Ts 4, 3).

Vi è infine un’ultima tentazione, particolarmente insidiosa. Di fronte alle difficoltà presenti nella Chiesa, alcuni sono tentati di cercare rifugio fuori di essa. Combattere all’esterno sembra più semplice che sopportare le sofferenze provocate dalle crisi interne. È più facile immaginare comunità perfette che rimanere fedeli nella prova. Ma questa strada conduce inevitabilmente ad un vicolo cieco.

La Chiesa rimane il Corpo Mistico di Cristo anche quando è attraversata da profonde crisi. I suoi membri possono essere infedeli; i suoi pastori possono commettere errori e perfino favorire gravi confusioni; in determinate circostanze la resistenza può essere legittima e perfino doverosa. Tuttavia, non esiste una via autenticamente cattolica al di fuori delle istituzioni della Chiesa, né una restaurazione che possa realizzarsi contrapponendosi in modo stabile e permanente a coloro che ne esercitano legittimamente l’autorità.

La storia insegna che tutte le grandi restaurazioni cattoliche sono nate da uomini che hanno saputo unire una ferma resistenza all’errore con un amore incrollabile per la Chiesa visibile e gerarchica.

Per questo la battaglia decisiva dei nostri tempi non consiste anzitutto nell’alzare la voce, accusare il prossimo, moltiplicare iniziative o campagne mediatiche. Essa consiste nel ricostruire uomini interiormente ordinati, capaci di studio, di preghiera, di sacrificio e soprattutto di equilibrio.








martedì 21 luglio 2026

Una “pax liturgica” per la Chiesa






Pubblicato 20 luglio 2026


Mentre un vescovo italiano, mons. Erio Castellucci, propone la “co-presidenza” di una donna nella celebrazione della Messa, uno spiraglio sembra aprirsi per i fedeli tradizionalisti dopo le sanzioni canoniche del Vaticano.

1. La proposta shock di Monsignor Erio Castellucci
La “copresidenza” liturgica [00:34]: Monsignor Erio Castellucci (vescovo di Modena-Nonantola e di Carpi) ha proposto una formula di “presidenza condivisa” dell’Eucaristia. La proposta prevede che una donna presieda la liturgia della parola, mentre un sacerdote presieda la liturgia eucaristica.

Critiche del conduttore [00:57]: Loredo evidenzia come tale formula sia sconosciuta alla tradizione liturgica, al diritto canonico e al magistero della Chiesa. Inoltre, sottolinea che la liturgia viene “celebrata” (e non “presieduta”) unicamente da un ministro consacrato, ricordando anche i recenti documenti vaticani che vietano alle donne di predicare durante la messa [02:09].

Precedenti e reazioni [01:07]: Viene ricordata la polemica del 2024 legata alla mostra Gratia Plena ospitata a Carpi, poi chiusa anzitempo a seguito delle proteste. Loredo nota che al momento né il Dicastero per la Dottrina della Fede né quello per il Culto Divino hanno espresso commenti [02:32], complice la pausa estiva delle attività vaticane.

2. Il movimento per la revoca delle restrizioni alla Messa Tradizionale
Un numero crescente di presuli a favore [03:21]: Un numero sempre maggiore di vescovi e cardinali sta chiedendo di rimuovere le sanzioni e le restrizioni per consentire la libera celebrazione della messa in rito antico (in forma straordinaria), in piena comunione con Roma.

I cardinali coinvolti [03:54]: L’agenzia Zenit ha censito 13 prelati favorevoli a questa “pax liturgica”. Tra questi figura il cardinale Antonio María Rouco Varela (arcivescovo emerito di Madrid), aggiuntosi ai cardinali Müller, Burke, Koch e Bagnasco.

Approccio pastorale (Salus animarum) [04:27]: Prevale una linea di carattere pastorale: l’obiettivo è evitare che i fedeli tradizionalisti abbandonino o si allontanino dalla Chiesa a causa delle restrizioni introdotte dal motu proprio Traditionis custodes [05:12].

Dichiarazioni di rilievo [05:40]: Mons. Georg Gänswein [05:40]: Definisce questo momento un kairòs (tempo di grazia) per superare i divieti e gli ostacoli della Traditionis custodes.
Mons. William Sean McKnight [05:58]: (Kansas City, USA) Rivolge un appello alla riconciliazione e al rispetto per i fedeli tradizionalisti.

Mons. Bernard Anthony Hebda [06:31]: (St. Paul e Minneapolis, USA) Ricorda la presenza di sei luoghi di celebrazione nella propria arcidiocesi per accogliere questi fedeli.

3. Il caso della diocesi di Fréjus-Toulon in Francia
Cambio di rotta pastorale [07:09]: Loredo cita l’evoluzione della diocesi francese guidata in passato da mons. Dominique Rey (noto per l’accoglienza di gruppi conservatori e tradizionalisti) e ora da mons. François Touvet [08:01].

Riconoscimento del modello [08:12]: Come riportato da La Nuova Bussola Quotidiana, mons. Touvet ha evidenziato il forte numero di candidati nel proprio seminario (4 nuovi candidati locali), rilanciando l’ambiente e le strutture del seminario diocesano come modello formativo positivo per l’intera Francia [08:43].

4. Il rischio di “normalizzazione” e le prospettive futureInquietudine dei fedeli tradizionalisti [10:10]: Loredo riporta la preoccupazione di una spettatrice: l’eventuale concessione della libertà liturgica potrebbe appagare il mondo tradizionalista, portandolo a disinteressarsi dei cambiamenti dottrinali o pastorali promossi su altri fronti (es. la sinodalità) [10:33].

Speranza nel “Rinascimento Religioso” [11:10]: Loredo concorda sul pericolo ma sottolinea che il movimento di riscoperta e conversione (specialmente giovanile) non cerca solo la forma liturgica, ma una vera e propria radicalità e autenticità di fede nei valori non negoziabili [11:32], prefigurando una possibile ripresa della vita cristiana [12:07].












 

lunedì 20 luglio 2026

Eutanasia, ecco i punti principali della nuova legge francese



La legge approvata in Francia lo scorso 15 luglio riconosce un vero e proprio diritto soggettivo ad uccidersi o a farsi uccidere, omicidio del consenziente incluso. L’obiezione di coscienza è riconosciuta solo in parte. Un provvedimento radicale che aveva le sue premesse nella legge Claeys-Leonetti.

L’analisi

Vita e bioetica

Ritorniamo a parlare della legge sul suicidio assistito approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 15 luglio 2026. Analizziamo gli articoli più rilevanti della legge. Partiamo dall’art. 2: «Il diritto al suicidio assistito è il diritto di una persona che abbia espresso la richiesta di essere autorizzata all'uso di una sostanza letale e che sia accompagnata, […] affinché possa somministrarsela da sola o, quando non è fisicamente in grado di farlo, farsela somministrare da un medico o da un infermiere». Primo rilievo: a differenza della scelta di alcuni ordinamenti giuridici, il legislatore francese non ha optato per la depenalizzazione del suicidio assistito, bensì ha riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad uccidersi o a farsi uccidere. In Francia quindi sia l’aborto, sia il suicidio assistito sia l’eutanasia sono diritti soggettivi.

Secondo rilievo ancora più importante: il Parlamento non ha “solo” legalizzato il suicidio assistito, ma anche l’eutanasia. Infatti, qualora il paziente non riesca da sé ad assumere il preparato letale, questo potrà, anzi dovrà essere somministrato dal medico. Quindi si tratta di un vero e proprio omicidio del consenziente. Il medico non solo aiuta una persona a suicidarsi, ma anche uccide direttamente, stravolgendo la natura del suo munus e così capovolgendo le finalità della sua professione: da aiutare a vivere ad aiutare a morire.

L’art. 4 indica i criteri di accesso al suicidio assistito e all’eutanasia, criteri che ricordano quelli indicati dalla nostra Corte Costituzionale: aver compiuto 18 anni; «poter esprimere la propria volontà liberamente e in piena consapevolezza»; essere cittadino francese o risiedere stabilmente in Francia; essere affetto da una patologia irreversibile e soffrire di una condizione così grave e incurabile che mette a rischio la vita del paziente e che mina la qualità della sua vita o che addirittura fa entrare il paziente in uno stadio terminale. In quest’ultimo criterio rientrano non solo le patologie ad esito infausto, ma anche patologie curabili – come alcuni tumori – o croniche – ad esempio il diabete, alcune patologie cardiache – o patologie neurodegenerative al loro esordio (la persona, lo ricordiamo, deve essere capace di intendere e volere per poter accedere al suicidio assistito o all’eutanasia). Ultimo criterio: il paziente deve essere affetto da una sofferenza fisica insopportabile. Da notare che il giudizio di insopportabilità è demandato esclusivamente al diretto interessato e non è sindacabile. Inoltre, l’insopportabilità può derivare sia dalla natura refrattaria del dolore ai trattamenti, sia dal rifiuto di qualsiasi cura da parte del paziente, anche di quelle cure che potrebbero eliminare o alleviare la sofferenza (nella legge le cure palliative sono facoltative, non rappresentano un iter obbligatorio e previo alla richiesta di morire). Ciò è stato voluto perché altrimenti il paziente sarebbe stato costretto a curarsi: una violenza inaccettabile secondo gli estensori ultraliberisti della legge.

Gli articoli 5 e 6 ci informano che la persona che vuole morire sceglie il medico responsabile di tutto l’iter, il quale costituisce un comitato multiprofessionale composto da lui e da almeno altri due professionisti. Il comitato dovrà verificare la sussistenza di tutti i requisiti di cui sopra. Entro 15 giorni deve pronunciarsi sulla richiesta presentata. Proseguiamo: si può decidere di morire a casa o in ospedale (art. 7); l’art. 9 obbliga il medico ad un’ultima verifica della volontà di morire da parte del paziente prima di procedere alla sua soppressione, ma questo articolo non chiarisce come comportarsi nel caso in cui il paziente non sia in grado di esprimersi, ad esempio a motivo della progressione della patologia (pensiamo alla SLA). L’interpretazione più letterale imporrebbe al medico di non procedere, proprio perché manca la volontà attuale del paziente di voler procedere, mancanza data dall’impossibilità di esprimersi. Dunque, le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) in questi casi non potrebbero parlare al posto del paziente.

L’art. 14 disciplina la clausola di coscienza che copre medici e infermieri, ma non i farmacisti che devono preparare la sostanza letale, né i direttori sanitari degli ospedali scelti eventualmente per morire, i quali direttori devono mettere a disposizione una stanza e sono obbligati a far accedere nella struttura i medici che aiuteranno nel suicidio o che uccideranno loro stessi il paziente. Oltre alla copertura solo parziale dell’obiezione di coscienza, c’è anche un altro grosso problema morale e giuridico: il medico che è stato scelto dal paziente per ucciderlo, ma che si è rifiutato di farlo, deve comunque «fornire i nomi dei professionisti sanitari disposti a partecipare all'attuazione di tali procedure». Insomma, io medico mi rifiuto di uccidere, però devo indicare i nomi dei killer disposti a farlo. Si tratta di una collaborazione materiale illecita al male che, dal punto di vista morale, obbliga il professionista a non fornire nessuna indicazione.

Un’ultima nota, quasi una curiosità, ma non troppo. L’art. 19 così recita: «L'assicurazione sulla vita copre il decesso derivante dall'attuazione del suicidio assistito» e della pratica eutanasica, una indicazione che ricorda in parte l’art. 1927 del nostro Codice civile. Dunque, l’assicurazione sulla vita copre anche la morte del suicida. Una eccezione alla norma che regola i contratti assicurativi. L'assicurazione, infatti, si fonda sull'alea: l'evento deve essere incerto e non deliberatamente provocato dall'assicurato allo scopo di ottenere la prestazione. Perché dunque questa eccezione? Perché il legislatore non voleva discriminare i suicidi, non voleva che ci fossero morti di serie A meritorie d’indennizzo e morti di serie B non meritorie d’indennizzo. Infatti, se l’assicurazione non avesse coperto il suicidio del paziente, quest’ultimo, per ipotesi, sarebbe stato costretto a vivere finché non fosse morto per cause naturali, altrimenti i congiunti non avrebbero potuto ottenere l’indennizzo. Insomma, il legislatore toglie ogni possibile ostacolo al suicidio e all’eutanasia e sottolinea, anche in questo articolo, che il suicidio e l’eutanasia sono due forme legittime di morire, tanto legittime che meritano copertura assicurativa.

C’è infine da ricordare che questa legge è figlia della legge Claeys-Leonetti del 2016, norma che già legittima il suicidio e l’eutanasia. Infatti in essa il paziente ha il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario anche salvavita, da iniziare o già iniziato. Quindi può suicidarsi rifiutando cure da iniziare o chiedere che gli venga praticata l’eutanasia tramite lo stacco della ventilazione, idratazione e alimentazione assistita. Un’altra forma di eutanasia permessa dalla legge Leonetti si sostanzia nell’interrompere quei trattamenti il cui «unico effetto sia il prolungamento artificiale della vita» (art. 2): quindi, tutte quelle persone affette dalla sindrome a-responsiva (imprecisamente definite “in stato vegetativo”), possono essere uccise. Infine, un’altra modalità eutanasica che si nasconde nelle pieghe della legge è la possibilità di ricevere la sedazione profonda continuativa. Tale sedazione può avere finalità terapeutiche sul dolore, ma anche finalità eutanasiche: basta eccedere nella dose. In breve, la legge sul suicidio assistito approvata il 15 luglio scorso aveva già le sue premesse mortifere nella legge Claeys-Leonetti.






Eutanasia, la resistenza dei vescovi francesi è una lezione per la Cei



Da anni l’episcopato francese motiva il suo “no” alla legge su eutanasia e suicidio assistito e, ora che è stata approvata, la condanna è netta. Alcuni vescovi hanno anche avvertito i parlamentari pro-eutanasia che non potranno accostarsi alla Comunione. Una linea molto diversa da quella della Cei, favorevole a una legge “democratica”.

Il confronto

Vita e bioetica



Stefano Fontana,  20-07-2026


Lo scorso mercoledì 15 luglio l’Assemblea nazionale francese ha approvato la legge eutanasica sul “diritto di uccidersi o di essere uccisi” di cui la Bussola si è prontamente occupata. Oltre al merito della grave questione, vale la pena fare qualche osservazione sulla posizione assunta dai vescovi francesi di fronte ad una scelta traumatica di questo genere. Per i quattro anni precedenti il voto in parlamento l’episcopato aveva partecipato al dibattito nazionale, esponendo le motivazioni della ragione e della fede. Subito dopo la notizia dell’approvazione, i vertici della Conferenza episcopale, con a capo l’arcivescovo di Marsiglia, il cardinale Jean-Marc Aveline, hanno emesso un comunicato che esprime la loro condanna dell’accaduto e annuncia un futuro impegno perché la battaglia sulla vita non può finire.

Il tono del comunicato dei vescovi francesi è solenne, duro, impegnato e la condanna della scelta politica fatta è espressa con un linguaggio non paludato: «Questo 15 luglio 2026 segna una grave frattura nella storia del nostro Paese. (…) i deputati hanno iscritto nella legge francese la possibilità di provocare la morte. Questa scelta rompe con la lunga tradizione di assistenza il cui scopo è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua vita».

Secondo l’episcopato francese le posizioni ideologiche e gli interessi politici hanno avuto la meglio sul confronto serio e approfondito; questa accusa sembra rivolta anche al presidente Emmanuel Macron che si era impegnato a garantire proprio quanto invece non è avvenuto. Le gravi conseguenze – dice il comunicato – si possono già immaginare: cambierà il rapporto con la vulnerabilità, verranno degradati i legami tra le generazioni e i legami sociali di fiducia tra chi si prende cura e i pazienti, mentre i poveri potranno sentirsi spinti a morire. Chiara anche la volontà di «un rinnovato impegno, insieme a famiglie, operatori sanitari, volontari, familiari, associazioni e cappellani», con l’invito alle strutture sanitarie cattoliche ad essere «fedeli testimoni dei principi etici essenziali e del rispetto dei valori umani fondamentali». Ancora, i cattolici sono «animati dalla ferma speranza donata loro dal Vangelo (…). Perché il Cristo in cui credono è venuto perché il mondo abbia la vita».

I vescovi francesi non hanno parlato con cautela istituzionale, hanno fatto capire che anche in politica ci sono i momenti del sì o del no, non considerano la Repubblica come superiore al bene, non hanno temuto e non temono lo scontro nella vita sociale e continueranno la lotta anche in futuro, confidano nei valori naturali ma ancor più nel Vangelo di Cristo.

C’è poi un altro aspetto importante da considerare. Alcuni vescovi nelle loro diocesi hanno sì adoperato argomenti di ragione per condannare l’approvazione della legge iniqua, ma si sono affidati espressamente anche e soprattutto alla dottrina della Chiesa e al Vangelo. La Chiesa non è una lobby politica a sostegno di una qualche proposta di legge o contro un’altra, essa serve la Verità di Cristo che illumina poi anche il retto pensare in modo da avere leggi giuste. In questo quadro è stato molto significativo che alcuni vescovi abbiano dichiarato la loro opposizione alla nuova legge nell’omelia durante la celebrazione eucaristica e non in un freddo comunicato curiale, senza il timore di “dividere” la propria comunità. Ancora più importante è che alcuni di essi abbiano avvertito prima del voto che i parlamentari cattolici che avessero votato a favore della legge non avrebbero potuto accostarsi al sacramento della Comunione. La verità della fede ha delle esigenze di coerenza anche nella vita pubblica. Si sa che anche l’episcopato francese conosce divisioni interne, ma in questa occasione dalla Francia è giunto qualche segnale combattivo nuovo e positivo.

Risulta abbastanza facile notare la differenza tra questa linea e la posizione assunta dall’episcopato italiano nei confronti dell’iter di una legge dello stesso tipo (anzi, su certi aspetti anche peggiore), per fortuna al momento congelata in Parlamento. Il 19 febbraio 2025 la presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) aveva reso pubblica una nota in cui non si opponeva alla discussione in Parlamento di un disegno di legge che prevedeva il suicidio assistito nel perimetro di alcuni limiti stabiliti dalla Corte costituzionale, che invitava un intervento legislativo del Parlamento sulla questione. In questo modo la Cei, pur dichiarando nella sua nota che «la dignità non finisce con la malattia», accettava che il Parlamento, legiferando sul “diritto alla morte”, riconoscesse quel diritto. A questo scopo i vescovi hanno anche invitato i parlamentari ad un «ampio confronto che rappresenti il Paese e le reali necessità dei suoi cittadini», prefigurando così che, se la legge sul suicidio assistito fosse stata approvata dopo una rispettosa discussione non divisiva, sarebbe stata accettabile. La democrazia partecipativa e integrativa più che la legge naturale e il Vangelo, mai citati nel documento della Cei, i bisogni dei cittadini più che la legge divina, sarebbero il valore da salvaguardare nel rispetto della democrazia.

Dobbiamo anche ricordare che in molte occasioni il quotidiano Avvenire, di proprietà della Cei, come a suo tempo segnalato da molti articoli pubblicati sulla Bussola, ha ospitato numerosi pareri favorevoli a recepire completamente quanto richiesto dalla Corte costituzionale e a discutere del tema in Parlamento, esplicitamente scegliendo per un sì ad una eventuale legge. L’unità che i vescovi volevano fosse rispettata per il bene della democrazia veniva trasformata in divisione dentro il mondo cattolico.

Si tratta di due linee molto diverse tra loro.