mercoledì 2 settembre 2026

Suicidio assistito, il Veneto del centrodestra vota con la sinistra



Il presidente del Consiglio Regionale del Veneto Luca Zaia
(in alto secondo da sx) e il presidente della Giunta Regionale Alberto Stefani - Ansa


Parte di Lega e Forza Italia votano con la sinistra. Il Patriarca di Venezia: «Si afferma un modello culturale e sanitario che può portare a una deriva difficilmente controllabile».


Leggi di morte


Lorenzo Bertocchi, 02 settembre 2026 

Oggi pomeriggio la prima Regione d’Italia governata dal centrodestra, il Veneto, si è aggiunta alle regioni rosse di Toscana ed Emilia-Romagna nell’approvare una legge sul suicidio assistito. Il Consiglio regionale ha votato con 32 favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, due anni dopo la bocciatura per un solo voto dello stesso testo. Con il centrosinistra hanno votato a favore parte della Lega e Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia si è schierata compattamente contro. La chiamano libertà di coscienza. La chiamano “no fly zone” sui temi etici. La chiamassero come gli pare, resta il fatto che l’unica cosa che deve essere ora garantita alla coscienza è di fare obiezione contro questo festival della libertà di uccidersi. Noi, al di là della fede, con la ragione staremo sempre dalla parte di chi prova a frenare il desiderio di farla finita da parte di un essere umano, consapevoli che siamo in una grande carenza di cura e di carità. Le derive eutanasiche vanno oltre le buone intenzioni, quelle di cui è sempre lastricata la strada per l’inferno. Condividiamo e pubblichiamo di seguito la dichiarazione rilasciata dal Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia. 

(Lorenzo Bertocchi)

*



di Monsignor Francesco Moraglia* 

«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile. La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata.

C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo. Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l'inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.

Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato. L'impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa. L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore. Infine, l'auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari».



*Patriarca di Venezia




Leone XIV convoca i vescovi di tutto il mondo per esaminare e discutere Amoris Laetitia



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Sign of the Cross. Leone invita i vescovi del mondo a Roma per discutere sull'Amoris Laetitia del predecessore [vedi], che apre la porta alla Comunione per i divorzati risposati. Lo considera, nonostante sia altamente controverso, un testo guida per la Chiesa. Sebbene contenga degli elementi eretici, una volta ancora si conferma magna charta di una creatività che si adegua ai tempi. 


 2 settembre 2026

Leone XIV convoca i vescovi di tutto il mondo per consolidare l'eretica Amoris Laetitia


Papa Leone XIV ha invitato i presidenti della Conferenza Episcopale Mondiale a riunirsi a Roma in ottobre per “esaminare e discutere gli insegnamenti di Amoris Laetitia e come annunciare il Vangelo alle famiglie oggi”, secondo quanto riportato da Vatican News.

All'inizio di quest'anno, Papa Leone ha elogiato Amoris Laetitia come testo guida per la Chiesa e ha manifestato l'intenzione di onorare l'esortazione apostolica di Papa Francesco, molto controversa e i cui elementi sono considerati eretici da molti.

A marzo, Papa Leone ha diffuso un messaggio in occasione del decimo anniversario di Amoris Laetitia [qui], nel quale ha descritto l'esortazione apostolica post-sinodale di Francesco come un "luminoso messaggio di speranza" e ne ha confermato il ruolo centrale nell'insegnamento contemporaneo sul matrimonio e sulla famiglia. Ha scritto: «Il 19 marzo 2016, Papa Francesco ha offerto alla Chiesa universale un luminoso messaggio di speranza riguardo all'amore coniugale e alla vita familiare». «In questo decimo anniversario, rendiamo grazie al Signore per lo stimolo che ha incoraggiato la riflessione e la conversione pastorale nella Chiesa, e chiediamo a Dio il coraggio di perseverare su questo cammino».

Nel suo messaggio, il Papa ha esplicitamente accostato Amoris Laetitia alla Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II. «Dal Concilio, le due Esortazioni Apostoliche, Familiaris Consortio – emanata da San Giovanni Paolo II nel 1981 – e Amoris Laetitia, hanno entrambe rafforzato l'impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, delle coppie sposate e delle famiglie».

Contraddicendo Giovanni Paolo II e molti altri, Amoris Laetitia afferma che «non si può più semplicemente dire che tutti coloro che si trovano in una situazione irregolare vivono in stato di peccato mortale e sono privati della grazia santificante. Qui è in gioco qualcosa di più della semplice ignoranza della regola».

Secondo Gaetano Masciullo di LifeSiteNews, questa tesi è innegabilmente eterodossa. L'ammissione da parte di Francesco della possibilità di dare la Comunione ai cattolici divorziati e "risposati" non solo è stata implicitamente suggerita nel documento stesso, ma esplicitamente confermata da Francesco il 5 settembre 2016, in una lettera di risposta ai vescovi della regione pastorale di Buenos Aires [qui - qui]. "Non ci sono altre interpretazioni", ha affermato.

Dopo la pubblicazione dell'esortazione apostolica Amoris Laetitia, quattro cardinali hanno inviato a Bergoglio una lettera storica in cui lo imploravano di fare chiarezza sulla sua controversa esortazione apostolica [qui - qui]. Nella lettera, erano formulate cinque brevi domande a cui si poteva rispondere con un sì o un no, domande che avrebbero chiarito immediatamente il significato del documento, carico di ambiguità [Qui una critica teologica di 45 studiosi -ndT].
Papa Francesco ha scelto di ignorare le loro domande [E tuttavia vedi -ndT].

Firmata dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, la lettera informava il Papa dell'«incertezza, confusione e disorientamento tra molti fedeli» derivanti da Amoris Laetitia. I cardinali spiegavano di sentirsi «costretti in coscienza dalla nostra responsabilità pastorale» a chiedere a Papa Francesco «con profondo rispetto» di dare risposta ai quesiti posti, ricordandogli che, in quanto Papa, è «chiamato dal Risorto a confermare i suoi fratelli nella fede» e a «risolvere le incertezze e portare chiarezza».

In una nota in cui spiegavano ai fedeli la pubblicazione della lettera, i cardinali hanno rivelato che essa traeva origine da una profonda preoccupazione pastorale per il grave disorientamento e la grande confusione di molti fedeli riguardo a questioni di estrema importanza per la vita della Chiesa.

La pubblicazione della lettera è servita a rivelare ai fedeli non solo il grave disorientamento e la confusione causati da Papa Francesco, ma anche la sua consapevolezza della gravità della situazione e la sua scelta di non porvi fine.






IA: quando l’opera si stacca dal fine e l’uomo dal suo Signore





La IA è l’equivoco di Giovanni Salmeri sul Salmo 8





Di Andrea Mondinelli, 2 set 2026

In una recente intervista (qui), il filosofo morale Giovanni Salmeri legge lo sviluppo dell’intelligenza artificiale alla luce del Salmo 8 – «gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» – e vi trova motivo di stupore positivo: la macchina intelligente come «una delle cose più grandi» fatte dall’uomo nella storia. È una lettura generosa e proprio per questo istruttiva: mostra come si possa arrivare fin sulla soglia della diagnosi giusta e poi mancarla.

Il salmo, va detto subito, non canta un potere qualunque: canta il dominio. «Tutto hai posto sotto i suoi piedi» è formula di signoria – l’uomo costituito capo del creato, che gli obbedisce. Ma la signoria vera è controllo: si è signori di ciò che si può ordinare al proprio fine, guidare e, se occorre, fermare. Il potere, in senso proprio, presuppone il dominio; e il dominio presuppone il controllo.

Qui la lode si rovescia. L’intelligenza artificiale è precisamente l’opera delle nostre mani che non dominiamo: non ne padroneggiamo il funzionamento interno – i suoi stessi costruttori ne parlano come di una «scatola nera» dalla causa ignota – non ne prevediamo con sicurezza gli esiti, non sappiamo dire perché produca ciò che produce. È l’unico artefatto della storia che quel dominio l’ha capovolto: non è l’uomo che la tiene sotto i piedi, è la potenza che sfugge sotto i piedi dell’uomo. Citare allora il Salmo 8 in lode dell’idolo è un autogol esegetico: si prende per compimento del salmo ciò che ne è il tradimento.

L’equivoco ha una radice, ed è la stessa che affiora all’inizio dell’intervista, quando si concede senza riserve che una calcolatrice sia «aritmeticamente intelligente». È una concessione che sembra umiltà e invece cede il punto decisivo: riduce l’intelligere – l’apprensione dell’universale, il giudizio come conformità al reale – al semplice ratiocinari, al produrre un risultato simbolico. Chi riduce l’intelligenza al risultato smette di chiedersi a che cosa il risultato sia ordinato, e chi comandi a chi. Così la dimenticanza dell’ordine nella definizione dell’intelligenza e la dimenticanza dell’ordine nella lettura del salmo sono un solo e medesimo punto cieco.

C’è infine la nota che chiude il cerchio, e che il salmo stesso suggerisce: «gli hai dato potere». Il dominio dell’uomo sul creato è un dominio ricevuto e vicario: l’uomo è signore delle cose perché è esso stesso suddito di Dio, e il suo potere è reale solo dentro quell’ordine. Un potere che si emancipa dall’ordine – la macchina che nessuno guida, ammirata anziché governata – non innalza l’uomo: gli sfugge di mano. È la stessa figura dell’autorità che si autofonda, della coscienza sovrana ma non più suddita, della dignità che pretende di darsi da sé: qualcosa che, staccato da ciò che dovrebbe reggerlo, non si eleva – si perde.

Conviene allora scavare la frase, perché vi è racchiusa un’intera teologia dell’ordine. Il Salmo 8 non pone due termini – l’uomo e le cose – ma tre, in gerarchia: Dio sopra l’uomo, l’uomo sopra il creato. «L’hai fatto poco meno degli angeli… tutto hai posto sotto i suoi piedi.» L’uomo non è al vertice: è al centro, cerniera tra Dio che lo supera e le opere che gli sono sottomesse. E la sua signoria sul basso dipende dalla sua sudditanza all’alto: non due fatti giustapposti, ma un solo movimento. L’uomo comanda al creato in quanto riceve da Dio il comando e il fine. Tolto il vertice, il centro non tiene: chi non è più suddito non è più nemmeno signore, perché il suo potere era partecipato, non originario.

Qui si vede che cosa, precisamente, l’idolo rovescia – ed è più radicale del «sfuggire al controllo». L’idolatria non aggiunge un quarto termine: rompe la catena a metà. Recide il legame uomo-Dio, e nell’istante in cui lo recide, il legame uomo-creato si capovolge da sé. L’uomo non resta signore autonomo delle cose – sarebbe la fantasia prometeica; ciò che accade è che, cessando di ricevere l’ordine dall’alto, cessa anche di darlo al basso, e l’opera delle sue mani gli si erge sopra. È la dinamica di ogni idolatria biblica: l’uomo fabbrica un oggetto con le proprie mani – il vitello, la statua, «opera d’artigiano» – e poi si prostra davanti a ciò che ha fatto. Isaia lo deride senza pietà (con metà del legno l’uomo si scalda, con l’altra metà si fa un dio e l’adora); e il salmista: «hanno bocca e non parlano». L’idolo è sempre l’opera delle mani dell’uomo che ha preso il posto del Signore delle mani.

Il perché la rottura si capovolga, invece di semplicemente interrompersi, lo dice il bonum diffusivum sui. Nell’ordine retto il bene e il potere discendono e si diffondono: Dio dona l’essere e la signoria, l’uomo li riceve e li estende ordinatamente al creato – il flusso della bontà che si comunica dall’alto, partecipata a ogni grado. L’idolo inverte il verso del flusso: la potenza non discende più da Dio attraverso l’uomo verso le cose, ma risale dalle cose per imporsi all’uomo. È l’eterogenesi dei fini in forma metafisica: si costruisce lo strumento per servirsene e per aver reciso il fondamento ci si ritrova servi dello strumento. La stessa figura che sul terreno sociale si chiama collettivismo (la potenza che risale dal basso e assorbe la persona) e individualismo (la persona che si autofonda): qui è la techne che si autofonda e assorbe il suo autore. Un solo principio – il bene si diffonde dall’alto, ordinatamente – e ogni suo rovesciamento genera un idolo, che nel caso delle IA pure parla.

C’è infine la parola che il Nuovo Testamento aggiunge al salmo, e che ne è il vertice. La Lettera agli Ebrei cita il Salmo 8 e osserva: «al presente non vediamo ancora che tutto gli sia sottomesso» – l’uomo storico non domina pienamente, l’ordine è ferito. «Però vediamo Gesù»: è in Cristo – l’uomo perfettamente sottomesso al Padre, obbediente fino alla morte – che il Salmo 8 si compie, e a lui «tutto è posto sotto i piedi». La signoria piena dell’uomo sul creato passa per l’obbedienza del Figlio, non per l’emancipazione. È la prova definitiva: si è signori nella misura in cui si è sudditi. E l’idolo è l’anti-Cristo strutturale – non in senso apocalittico, ma logico: dove Cristo è potenza-nell’obbedienza, l’idolo è impotenza-nella-pretesa, la creatura che rivendica il posto senza averne ricevuto il fondamento, e perciò non regna ma tiranneggia.

Non si tratta, si badi, di negare a un filosofo serio la sua competenza. Salmeri vede benissimo i sintomi: l’interiorità che manca alla macchina, la scuola che delega il pensiero, la trasparenza che i sistemi opachi negano. Ma descrive la febbre e non riconosce l’infezione: manca la griglia che legge i fenomeni al livello della struttura e senza di essa anche l’occhio più acuto predice i sintomi senza spiegarli. Così accade che si citi il Salmo 8 in lode dell’idolo. Letto per intero, il salmo non lo consacra: lo giudica. Perché canta una signoria vicaria – potere ricevuto, esercitato nella sudditanza – e l’idolo è il cortocircuito di quella struttura: recisa la dipendenza dall’alto, il dominio sul basso non permane, si inverte; e l’opera delle mani sale a signoreggiare le mani che l’hanno fatta. Non è un incidente storico dell’intelligenza artificiale: è ciò che accade sempre, quando l’opera si stacca dal fine e l’uomo dal suo Signore.



(Foto di Greg Rakozy su Unsplash modificata)



L’abuso come deformazione del Rito. L’Udienza generale di Papa Leone XIV del 26 agosto 2026 e il tema degli abusi liturgici








di Fabio Vessillifero 2 set 2026

Nel suo intervento, il Santo Padre (qui) ha richiamato l’attenzione sugli abusi liturgici, precisando con chiarezza che tali deviazioni non sono in alcun modo riconducibili alla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II e attuata da Paolo VI. La precisazione pontificia si inserisce in una profonda continuità con il magistero dei predecessori — da Paolo VI a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI — confermando che il vero intento conciliare era quello di favorire una partecipazione attiva, consapevole e profonda dei fedeli all’unico mistero di Cristo. Le improvvisazioni dei testi, le secolarizzazioni dello spazio sacro e la riduzione della celebrazione a mero evento sociale rappresentano dunque un tradimento dell’autentica liturgia, la quale esige di custodire la dignità del mistero eucaristico anziché lasciarsi travolgere dalla creatività individuale (per una corretta intepretazione del tema dell’inculturazione nella liturgia si veda qui).

Prima causa: il veleno gnostico e l’eclissi della Carne


Una prima e fondamentale causa alla radice di queste deviazioni è la pervasiva presenza nella società contemporanea di una forma mentis gnostica. Lo gnosticesimo, antico e moderno, si fonda su un dualismo che svaluta la materia, il corpo, la storia e il segno sensibile per esaltare una presunta spiritualità pura o una conoscenza riservata a pochi illuminati. Questa impostazione colpisce al cuore il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio e quindi la stessa logica sacramentale (Caro cardo salutis – la carne è il cardine della salvezza): se la salvezza si gioca nell’intenzione soggettiva o nell’idea astratta, il segno visibile, il gesto rituale e la materia perdono il loro valore di veicoli reali della grazia divina, riducendo l’Eucarestia a un mero simbolo o allegoria. In campo liturgico, lo gnosticesimo genera un radicale soggettivismo che privilegia l’ispirazione individuale del celebrante rispetto all’obbedienza alle norme del Messale e fatica ad accettare che il Sacro si vincoli a formule fisse e gesti precisi, bollati erroneamente come “strutture rigide” anziché riconosciuti come la logica conseguenza di un Dio che continua a farsi carne nei sacramenti.

Le tre spaccature dell’uomo gnostico

Per comprendere appieno l’impatto distruttivo della gnosi sulla liturgia occorre analizzare come essa operi tre rotture antropologiche essenziali. La prima è il rifiuto del limite e della ricettività, per cui l’uomo gnostico non accetta di essere una creatura che riceve la salvezza da un “fuori da sé” attraverso un mezzo sensibile prescritto, ma considera il dato rivelato come una costrizione esterna. La seconda è il dualismo tra Spirito e Forma, dove il rito, codificato nella sua realtà materiale e sensibile, viene visto come una gabbia contrapposta a uno “Spirito” concepito come fluttuante e indeterminato. La terza è la riduzione della Verità a semplice illuminazione intellettuale o emotiva, svalutando l’efficacia oggettiva dell’azione sacramentale (ex opere operato). Sul piano pratico, queste fratture riducono la Messa a una rappresentazione pedagogica o allegorica, sostituiscono l’obbedienza con la creatività selvaggia e provocano l’eclissi del sacro, trasformando la casa di Dio nel laboratorio di un’élite di intellettuali della liturgia.

L’habitat moderno: l’utopia prometeica del virtuale

La ragione per cui la società contemporanea è strutturalmente incline allo gnosticesimo risiede nel modo in cui la modernità ha ridefinito il rapporto tra l’uomo e la realtà. La cultura odierna rifiuta la creazione come dono da accogliere e la riduce a materiale grezzo da modellare secondo il proprio volere, affidandosi alla promessa prometeica della tecnica come strumento di auto-redenzione. A ciò si aggiunge la smaterializzazione esperienziale vissuta nell’iper-virtuale del mondo digitale, che atrofizza la capacità di cogliere il valore spirituale del corpo e del segno sacrale, e un utopismo immanente che trasforma l’attesa del Regno di Dio in un progetto ideologico terreno, svalutando la Tradizione.

L’altra faccia della gnosi: il tradizionalismo scismatico

La tentazione gnostica non colpisce solo il progressismo, ma contagia specularmente anche l’estremismo tradizionalista di stampo lefebvriano. Pur presentando un’apparenza opposta, esso condivide la medesima struttura speculativa: l’amputazione dell’Incarnazione a favore del primato dell’idea e dell’autoreferenzialità.L’elitismo dei “puri”: La pretesa di dividere la Chiesa tra una massa di profani apostati (inclusi Papi e Vescovi) e un “piccolo gregge” di illuminati che soli custodiscono la vera fede, trasformando la fedeltà da dono umile in possesso esclusivo.
Il docetismo storico: Il rifiuto di accettare che Cristo continui ad agire nella carne della storia attraverso il Magistero vivente, congelando l’assistenza dello Spirito Santo al passato per rifugiarsi in un’idea di Chiesa disincarnata.

Il soggettivismo mascherato da tradizione: L’atteggiamento per cui il singolo o il gruppo si erge a giudice supremo di ciò che è ortodosso, riducendo il deposito della fede a un concetto astratto gestito in proprio.
Il rischio del formalismo rituale e giuridico: L’assolutizzazione della forma esteriore e del cavillo normativo, percepiti quasi come garanzie autosufficienti di validità e di grazia, ma disgiunti dalla reale comunione ecclesiale e dall’adesione del cuore.

In definitiva, progressismo selvaggio e tradizionalismo lefebvriano sono le due facce della stessa moneta gnostica: il primo smantella la forma per inseguire il sentimento presente, il secondo rifiuta la Chiesa reale del presente per rifugiarsi in un archetipo ideale del passato. Entrambi sottraggono a Cristo il primato dell’Azione per farsi arbitri e registi della Salvezza.

Seconda causa: la ghigliottina antimetafisica e l’eclissi dell’Ordine dell’Essere

Una seconda causa decisiva degli abusi e delle deformazioni liturgiche è il sistematico rifiuto della metafisica e della categoria di “ordine dell’essere” (ordo entis). La liturgia e la teologia cattolica poggiano sull’idea che la realtà creata possieda una struttura, una misura e una verità intrinseche, stabilite da Dio mediante il Logos. Nella celebrazione sacra, l’ordine dell’essere si manifesta nella sua massima densità ontologica: la materia del rito non è un contenitore neutro ma è legata intrinsecamente all’azione della grazia (nella transustanziazione la sostanza del pane e del vino cessa di esistere per lasciar posto alla sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo), e il presbitero non agisce come delegato dell’assemblea ma in persona Christi Capitis in virtù del carattere ontologico dell’Ordine.

Quando la teologia abdica alla metafisica per abbracciare il modello gnoseologico kantiano e post kantiano, il Sacramento viene deformato. Kant confina la conoscenza al fenomeno dichiarando inaccessibile il noumeno (la cosa in sé) e riducendo la religione entro i limiti della sola ragione pratica. Applicata alla liturgia, questa visione sostituisce la transustanziazione con la transignificazione: il pane consacrato non cambia più nella sua sostanza oggettiva, ma viene reinterpretato come un oggetto che cambia semplicemente funzione simbolica o valore relazionale per la comunità. La Messa cessa di essere l’attualizzazione del Sacrificio Redentivo che trasforma l’essere dell’uomo e viene degradata a lezione morale, veicolo pedagogico o esortazione all’impegno sociale, svuotando i gesti di adorazione e il silenzio sacrale della loro ragion d’essere ontologica (per approfondimenti si veda qui e qui).

Terza causa: il cortocircuito del “pio esercizio” e la deviazionalizzazione della Messa

La terza causa scaturisce da un’errata interpretazione della riforma liturgica, la quale ha compiuto un paradossale passaggio non riuscito: anziché curare l’equivoco pre-conciliare che riduceva la Messa a un atto devozionale, ha finito per proiettare la logica del pio esercizio all’interno dell’azione liturgica, snaturandola dall’interno.

Prima del Concilio, il sacerdote tendeva spesso a concepire la Messa come una devozione personale, mentre i fedeli, estranei alla comprensione della lingua latina e dei testi rituali, vi “assistevano” sovrapponendovi i propri pii esercizi privati (il Rosario, meditazioni personali). La vera sfida della Sacrosanctum Concilium — e lo scopo nativo dell’introduzione della lingua volgare (pur senza abbandonare il latino) — era compiere un salto qualificato: permettere ai fedeli di comprendere i testi affinché potessero unire l’offerta di sé stessi all’unico Sacrificio che Cristo fa di sé al Padre mediante il ministero ordinato. La lingua volgare doveva servire a far varcare al popolo il “Santuario” della liturgia, trasformando la presenza passiva in reale comunione con l’oblazione di Cristo.

Nel passaggio post-conciliare si è invece applicata la struttura del pio esercizio alla Messa comunitaria:Creatività e variazione continua: Si trattano i testi liturgici come un contenitore elastico da inventare o modificare a piacimento in base al momento.
Didascalizzazione e verbosità: La celebrazione viene saturata di monologhi, avvisi e commenti continui, perdendo la fiducia nell’efficacia oggettiva dei segni sacri.
Dall’adorazione alla celebrazione dell’assemblea: Il focus si sposta dall’offerta del Sacrificio di Cristo al Padre (dimensione verticale) all’autosoddisfazione emotiva e sociologica del gruppo (dimensione orizzontale).

Le tre ferite aperte: corpo, tradizione ed escatologia

Un quadro così articolato si completa se si considerano tre ulteriori dimensioni pratiche ed ecclesiologiche, le quali rappresentano le ferite concrete inferte dal rito sfigurato dalla mentalità abusiva.

La prima ferita, collegata direttamente all’influenza della gnosi, riguarda la mutilazione del corpo e del segno. Essa consiste nella svalutazione della postura fisica e della corporalità orante: l’eliminazione o l’attenuazione di gesti millenari — come l’inginocchiarsi alla consacrazione, le inclinazioni del capo, il battere il petto o il mantenere un rigoroso silenzio del corpo — tradisce l’illusione che la preghiera sia un’attività puramente mentale o intellettualistica. Si dimentica così che l’uomo è un’unità d’anima e corpo: il gesto corporeo educa la mente, esprime l’adorazione e protegge la fede dall’esito di un intellettualismo disincarnato e verboso.

La seconda ferita coincide con l’amnesia della Tradizione e la dittatura del presentismo, che colpisce la dimensione temporale della Chiesa. Quando la celebrazione viene piegata ai gusti della comunità locale o del celebrante di turno, si recide il legame con la Tradizione vivente, scivolando in un soffocante isolamento. La Messa cessa di essere la celebrazione della Chiesa universale in comunione con tutti i secoli e con i Santi, per ridursi all’espressione sociologica di un piccolo gruppo chiuso nel proprio tempo.

La terza ferita consiste nel crollo dell’escatologia e nell’immanentizzazione del rito. L’abuso e la secolarizzazione del linguaggio liturgico estinguono la tensione verso la vita eterna e il Regno di Dio. Riducendo l’Eucarestia a una festa orizzontale o a un veicolo di messaggi sociali, si spegne la percezione che la Messa sia l’irruzione dell’Eterno nel tempo, degradandola a uno psicodramma terrestre anziché riconoscerla come anticipazione della Liturgia Celeste.

Il denominatore comune: lo specchio al posto della finestra

Il denominatore comune di tutte queste cause e di queste ferite risiede nella drammatica sostituzione del primato di Dio con il primato dell’uomo e con l’autoreferenzialità. Da un punto di vista pastorale e divulgativo, la radice di ogni abuso liturgico si comprende chiaramente attraverso la metafora del ribaltamento della finestra in uno specchio: la liturgia nasce come una finestra spalancata sul Cielo attraverso cui Cristo agisce e ci attrae a sé, ma quando l’uomo pretende di diventarne il regista, chiude la finestra e vi colloca uno specchio per celebrare unicamente i propri gusti, le proprie idee e le proprie dinamiche di gruppo.

La via d’uscita: riscoprire il Soggetto Ecclesiale

Per evitare che la necessaria partecipazione della Chiesa degenere in un soggettivismo che soffoca l’agire di Cristo, occorre riscoprire che il vero soggetto della liturgia è il Corpo Mistico nella sua totalità ecclesiale e temporale. La dimensione soggettiva del fedele viene purificata ed elevata quando si riscopre l’obbedienza alla forma donata dai libri liturgici — che protegge il popolo dall’umore del celebrante —, la vera participatio actuosa intesa come assimilazione contemplativa ed interiore dei testi e dei segni sacri, e il riscatto del silenzio adorante. Ricucire queste fratture è l’unica via per restituire alla Santa Messa la sua maestà, la sua efficacia e la sua incantevole bellezza di evento divino.







martedì 1 settembre 2026

Addio a Enzo Bianchi, da poco si era avvicinato alla liturgia tradizionale



Il percorso di Enzo Bianchi, da Bose alla liturgia in rito antico. Il suo ultimo richiamo alla pace liturgica nel cattolicesimo.


Ultimissime



Redazione UCCR 01 set 2026

È morto questa mattina, 1° settembre, all’età di 83 anni.

Enzo Bianchi è stato fondatore della Comunità monastica di Bose e, negli ultimi anni, della Fraternità della Madia.

Da qualche tempo era ricoverato all’ospedale Molinette di Torino, dove le sue condizioni di salute si sono aggravate negli ultimi giorni.

La sua è stata una delle voci più riconoscibili del cattolicesimo italiano contemporaneo, soprattutto sui temi della spiritualità, dell’ecumenismo e del dialogo.

Gli ultimi mesi di vita sono stati un emblema di questo, con la costante richiesta della pace liturgica nel cattolicesimo.


Bianchi e il rapporto con Bose

Il rapporto con Bose fu tormentato.

Dopo essersi dimesso da priore nel 2017, Bianchi rimase comunque al centro delle tensioni interne fino all’allontanamento disposto dalla Santa Sede nel 2020, decisione approvata da Papa Francesco.

Pontefice che gli aveva comunque manifestato stima e vicinanza personale, tanto da averlo nominato sei anni prima consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Giuliano Ferrara lo definì addirittura il «prediletto del mondo laico, orientalista e anticlericale».

Nel 2022 il segretario di Stato vaticano, card. Piero Parolin, intervenne verso i vescovi italiani per invitarli a riconsiderare la presenza di Bianchi a iniziative diocesane di formazione e predicazione.

Infatti, scrisse Parolin, l’intervento del Vaticano sul fondatore di Bose fu dettato «in base a motivi ritenuti gravi, comunicati ai diretti interessati», ricordando che anche dopo l’allontanamento «sono giunte alla segreteria di Stato ulteriori testimonianze e documentazioni che hanno consentito di avere un quadro complessivo della gestione dell’autorità e dei comportamenti in vari ambiti di Fr. Enzo Bianchi, ancor più gravi di quanto già verificato in sede di visita apostolica».


Il messale di Pio V: “Inestimabile”

Proprio negli ultimi mesi della sua vita abbiamo assistito ad un aspetto meno scontato del suo percorso.

Pur venendo bollato da sempre come “progressista“, Enzo Bianchi aveva manifestato una crescente apertura verso la liturgia tradizionale e verso i cattolici legati al rito preconciliare.

In realtà, già nel 2007 aveva ricordato con parole affettuose il rito antico.

«Il messale di Pio V», scrisse, «è il messale della mia iniziazione e della mia crescita cristiana», aggiungendo di averlo celebrato ogni giorno dai sei ai ventitré anni e di conoscerlo ancora a memoria. Lo definì inestimabile sacramentum.

Indicò comunque il passaggio al nuovo Messale non come rottura ma come «crescita e progresso».




Il litigio con Andrea Grillo

Quasi vent’anni dopo, proprio nel 2026, questa sensibilità è stata nuovamente manifestata in vari suoi interventi, in particolare prima dello scisma provocato dai lefebvriani.

Bianchi aveva infatti sostenuto la necessità di una «pace liturgica», chiedendo di «non disprezzare il Vetus Ordo e considerare i tradizionalisti come cattolici pieni, a tutti gli effetti, rispettando le loro liturgie e i loro segni».

Confessò infatti di soffrire troppo «per non sperare in un clima di accoglienza e di inclusione».

Le sue posizioni hanno provocato un confronto piuttosto duro con il teologo Andrea Grillo, una diatriba pubblica ripresa e sintetizzata anche su UCCR.

Grillo contestò l’impostazione di Bianchi, definendola troppo legata a una prospettiva monastica e sostenendo che la liturgia non avesse bisogno di una generica «pacificazione».

Bianchi rispose: «Non sono un apologeta del Vetus Ordo, ma cerco di capire questi fratelli e queste sorelle che sono cattolici, appartengono alla nostra stessa chiesa, allo stesso Corpo di Cristo».


La partecipazione al rito antico


Il momento più significativo è arrivato lo scorso 19 luglio.

Bianchi partecipò infatti a Torino a una Messa celebrata secondo il Messale del 1962.

Al termine della liturgia, ribadì la propria adesione al Vaticano II e alla riforma liturgica, ma espresse nuovamente l’auspicio che «i due riti possano camminare insieme».

È forse questo uno degli ultimi capitoli, e dei più sorprendenti, del lungo percorso ecclesiale di Enzo Bianchi. La ricerca nella liturgia di un terreno di riconciliazione.






Un nuovo argomento filosofico a favore di Dio?



Due filosofi sviluppano l’argomento nomologico: il tema è la corrispondenza tra le leggi di natura e le condizioni iniziali dell’universo.


Ultimissime, 01 set 2026



Redazione UCCR

Perché le leggi della natura si applicano proprio all’universo che esiste?

La domanda può sembrare strana. Eppure per due studiosi si tratta di un problema filosofico molto interessante, che potrebbe avere conseguenze anche per il dibattito sull’esistenza di Dio.

Si tratta di Brian Cutter, filosofo della University of Notre Dame e di Bradford Saad, filosofo presso la Utrecht University, e nel loro articolo pubblicato sulla rivista “Noûs” sviluppano quello che definiscono il problema dell’armonia nomologica (o argomento nomologico).

Va detto che si tratta di un problema che si inserisce in un dibattito già avviato dai colleghi Tyler Hildebrand (Dalhousie University) e Thomas Metcalf (Spring Hill College), autori di un precedente argomento nomologico a favore del teismo, incentrato sulla domanda del perché la natura presenti regolarità anziché un comportamento caotico.


L’argomento nomologico su Dio

I filosofi Cutter e Saad spostano però l’attenzione su una questione più specifica.

Perché le leggi fondamentali si accordano proprio con le condizioni iniziali dell’universo in modo tale da produrre un’evoluzione nel tempo.

Facciamo un esempio.

Immaginiamo di avere un regolamento del Monopoli, ma sul tavolo ci siano invece i pezzi degli scacchi. Il regolamento esiste ed è perfettamente coerente, ma non si applica agli oggetti presenti.

Analogamente, in linea di principio, si potrebbe immaginare un universo nel quale le leggi fondamentali riguardassero determinate proprietà fisiche che non compaiono nelle condizioni iniziali.

In quel caso le leggi non produrrebbero alcuna evoluzione: l’universo sarebbe, per così dire, “nato morto”.

Il nostro universo, invece, presenta una piena corrispondenza tra le leggi fondamentali e le sue condizioni iniziali. Per i due filosofi, dunque, non basta osservare che questa corrispondenza esiste: bisogna chiedersi perché esista.


Le varie spiegazioni

Naturalmente, ci sono diverse possibili risposte.

Si potrebbe considerare l’armonia nomologica un semplice fatto necessario senza spiegazione (brutalismo).

Ma è insoddisfacente lasciare senza spiegazione una coincidenza così particolare e, se fosse addirittura necessario che leggi e condizioni iniziali coincidano, questo sposterebbe semplicemente il problema: perché è necessaria proprio questa armonia?

Si potrebbe ricorrere alla spiegazione del Multiverso, sostenendo che, tra un’enorme quantità di universi con leggi e condizioni iniziali differenti, sarebbe inevitabile trovarne alcuni nei quali si verifica una corrispondenza.

Ma questa soluzione solleva a sua volta altri quesiti, oltre a significativi problemi di parsimonia: perché dovremmo aspettarci di trovarci proprio in un universo armonico? Siamo giustificati a postulare un insieme così vasto di universi e proprietà di cui nessuno ha mai dimostrato l’esistenza?

Qualcuno potrebbe richiamare altre spiegazioni, verso le quali Cutter e Saad si mostrano però scettici. Ad esempio, se le leggi derivassero dai poteri causali delle proprietà (prioritarismo dei poteri), perché quei poteri sarebbero a loro volta coordinati in modo da produrre un’evoluzione ordinata?


Un atto volontario


Resta infine la possibilità di un terzo fattore.

Cioè qualcosa che spieghi perché leggi e condizioni iniziali risultino armonizzate. È qui che entra in gioco il teismo.

I due filosofi dichiarano effettivamente che «propendiamo provvisoriamente» per una soluzione basata su questo “terzo fattore”, precisando però che il loro obiettivo principale è introdurre il problema e confrontare le varie soluzioni.

In ogni caso scrivono: «Poiché un universo nato morto plausibilmente precluderebbe la maggior parte dei risultati dotati di valore (vita, coscienza, piacere, amicizia, conoscenza, ecc.), non è particolarmente sorprendente che Dio possa scegliere di creare un universo nomologicamente armonioso».

Cutter e Saad osservano infatti che «la decisione di Dio di creare un universo armonioso ammetterebbe […] una spiegazione intenzionale o basata sulle ragioni, in termini dei risultati dotati di valore che possono essere realizzati soltanto all’interno di un universo armonioso».

Il punto è quindi quello di una spiegazione finalistica.


Il teismo è più plausibile

Il teismo non viene assunto semplicemente come punto di partenza o di conclusione dell’argomento, ma come un’ipotesi esplicativa che, se corretta, renderebbe meno sorprendente l’esistenza dell’armonia nomologica.

Dio vuole realizzare determinati beni → questi beni richiedono un universo capace di evolvere → un universo capace di evolvere richiede armonia tra leggi e condizioni iniziali → dunque Dio avrebbe una ragione per creare un universo nomologicamente armonico.

Se Dio crea con uno scopo e attribuisce valore alla vita, alla coscienza, alla conoscenza e ad altri beni, allora avrebbe una ragione per creare un universo capace di produrli. L’armonia tra le leggi e le condizioni iniziali non sarebbe più una coincidenza inspiegata, ma il risultato di una scelta.

Rispetto alle altre opzioni, quindi, il teismo potrebbe essere la risposta più plausibile perché fornirebbe una ragione per aspettarsi proprio questo tipo di universo.

Tra l’altro, viene osservato che una spiegazione basata sul “terzo fattore” potrebbe potenzialmente spiegare con un unico quadro anche il più noto problema del fine-tuning cosmologico.

La questione rimane quindi aperta, ma il problema sollevato dai due filosofi è tutt’altro che banale.

Non riguarda soltanto il fatto che l’universo abbia determinate leggi, bensì che quelle leggi e quella realtà iniziale risultino effettivamente compatibili tra loro.

E se questa compatibilità richiede una spiegazione, il teismo si propone come una delle ipotesi filosoficamente più interessanti da prendere in considerazione.






Vacilla un certo modello di Chiesa?

 




Pubblicato 31 agosto 2026


Sempre più giovani stanno abbracciando la Chiesa di sempre, e discostandosi da quel modello che è prevalso per quasi sessant’anni.

Nel video del canale “Visto da Roma” intitolato “Vacilla un certo modello di Chiesa?”, il conduttore Jiulio Loredo analizza un fenomeno globale in espansione all’interno della Chiesa Cattolica: il forte ritorno e interesse verso il tradizionalismo, la liturgia antica e la Messa Tridentina, in particolar modo da parte delle nuove generazioni di fedeli, seminaristi e giovani sacerdoti.

Il ritorno ai pellegrinaggi tradizionali: Il video si apre citando la massiccia affluenza a recenti eventi cattolici di stampo tradizionale. Ad esempio, 160.000 fedeli si sono radunati al Santuario Mariano di La Vang in Vietnam [02:32], mentre in Argentina il pellegrinaggio tradizionalista al Santuario di Nostra Signora di Luján ha fatto registrare numeri record [03:23].

Non è solo nostalgia: La crescita del movimento tradizionalista in Vietnam, ad esempio, smentisce l’idea che sia guidato dalla mera nostalgia [01:06]. I fedeli stanno riscoprendo testi catechetici, preghiere e la messa in latino per recuperare un’identità cattolica più profonda [01:41].

La svolta dei giovani sacerdoti: Si osserva sempre più spesso la tendenza tra i giovani sacerdoti e seminaristi a celebrare la messa con solennità, recuperando l’uso del latino, il canto gregoriano, il silenzio, l’orientamento verso l’altare e la comunione in ginocchio [05:00].

Nessun pregiudizio ideologico: Una chiave di lettura interessante offerta dal video è che queste nuove generazioni non hanno vissuto il Concilio Vaticano II o le rivoluzioni culturali degli anni ’60. Il Concilio fa parte dei loro libri di storia, permettendo loro di avvicinarsi alla tradizione del passato liberi dai pregiudizi ideologici dei loro predecessori e attratti dalla bellezza che vi scorgono [06:21], [07:35].

Risveglio nei campus universitari americani: Uno studio di “Hallow” condotto in decine di università statunitensi (come la Texas A&M) mostra un notevole aumento delle conversioni e delle iscrizioni ai corsi di catechismo [08:49]. I giovani, segnati dagli sconvolgimenti sociali e dalla tecnologia, sono alla ricerca di stabilità e significato; i gesti tradizionali della Chiesa offrono una vera e propria alternativa a una cultura dominante che non li soddisfa più [09:50], [10:02].

Seminari e monasteri: vince la tradizione: Loredo sottolinea come le istituzioni di formazione più tradizionali stiano fiorendo. La diocesi di Wichita in Kansas, offrendo un’educazione secondo i canoni classici, vanta un eccezionale tasso di ricambio del clero (195%), a differenza di diocesi moderne come Milano che sono fortemente in negativo [11:12], [11:33]. Similmente, in Francia, i monasteri contemplativi in cui si usa esclusivamente il latino non hanno chiuso e attraggono vocazioni giovani, contro il 34% di chiusure tra quelli che usano solo il francese [12:39], [12:47].

In conclusione, Jiulio Loredo sostiene che il modello di Chiesa post-conciliare, prevalso per oltre 60 anni, stia iniziando a vacillare [13:41]. A prendere vigore è invece il modello di Chiesa millenario, che si dimostra sempre più forte e vitale proprio tra i giovani e il nuovo clero [13:50].


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