lunedì 22 giugno 2026

La Sindone di Torino: nuove prove genetiche ne confermano il percorso mediorientale







di Sabino Paciolla

La Sindone di Torino torna al centro dell’attenzione scientifica grazie a una ricerca condotta dall’Università di Padova che ha analizzato il DNA presente sul celebre telo funerario, aggiungendo nuovi elementi a sostegno della sua autenticità e tracciandone il percorso storico dal Medio Oriente fino all’Europa.

Lo riporta Gary Isbell in un suo articolo pubblicato su Tradizione, Proprietà e famiglia.

Lo studio, guidato dal dottor Gianni Barcaccia, professore di Genetica e Genomica, ha rilevato sulla Sindone una straordinaria varietà di materiale genetico proveniente da tutto il mondo. I risultati mostrano che oltre il 55 per cento del DNA identificato proviene dal Vicino Oriente, circa il 38 per cento dall’India e meno del 5 per cento dall’Europa. Non stupisce che il telo rechi tracce di così tante origini diverse, considerando le innumerevoli mani che lo hanno toccato nel corso dei secoli. Tuttavia, la predominanza mediorientale risulta particolarmente significativa.

Tra i dati più rilevanti, i ricercatori hanno confermato la presenza del DNA appartenente all’aplogruppo H33, un marcatore genetico comune tra i drusi — gruppo etnoreligioso di lingua araba presente in Siria, Libano e Israele — e più in generale tra le popolazioni levantine, inclusi palestinesi, ciprioti ed ebrei. Questa impronta genetica colloca inequivocabilmente la Sindone in un contesto geografico mediorientale.

Altrettanto interessante è la spiegazione proposta per la forte componente indiana. Gli autori dello studio osservano che «la presenza di circa il 38% di discendenze etniche indiane potrebbe derivare da interazioni storiche o dall’importazione da parte dei Romani di lino proveniente da regioni vicine alla Valle dell’Indo». Non a caso, il termine greco “Sindôn”, da cui deriva la parola “Sindone” e che significa lino pregiato, sembra linguisticamente connesso al Sindh, regione storicamente rinomata per i suoi tessuti di alta qualità. Il lino del telo potrebbe dunque essere stato filato in India, transitato per il Tempio di Gerusalemme — dove veniva impiegato per le vesti del Sommo Sacerdote — e infine giunto in Europa.

A completare il quadro, l’analisi del microbioma ha rivelato la presenza di archei alofili, microrganismi che prosperano in ambienti ad alta salinità. Questo dato «indica chiaramente che il telo è stato un tempo conservato in prossimità di un corpo idrico altamente salino, come il Mar Morto», rafforzando ulteriormente il legame con la Terra Santa.

Ma è la natura dell’immagine impressa sulla Sindone a sfidare ogni spiegazione razionale. L’immagine appare esclusivamente sulle fibre più superficiali del tessuto, escludendo l’ipotesi di reazioni chimiche. È presente sia sul fronte che sul retro, ma assente al centro. Mostra dettagli interni del corpo con un effetto simile a una radiografia. Soprattutto, non vi è alcuna traccia di disturbo meccanico: nessuna fibra strappata, nessuna macchia sbavata. Il telo appare come se il corpo vi fosse semplicemente svanito.

Per spiegare questo fenomeno, alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che il cadavere abbia emesso un’intensa esplosione di radiazioni che ne ha impresso l’immagine nel lino, probabilmente mentre levitava, diventando — dal punto di vista clinico — «meccanicamente trasparente» rispetto al proprio lenzuolo funerario.

L’autore dell’articolo, Gary Isbell, conclude con una riflessione che sintetizza la portata spirituale e scientifica della reliquia: «Nessun processo terreno attualmente noto all’umanità può spiegare come la Sindone sfidi le leggi del mondo naturale». Per la fede cattolica, ciò che la scienza chiama “smaterializzazione” corrisponde a quello che la teologia definisce corpo glorioso della Risurrezione. Un enigma che, a duemila anni di distanza, continua a interrogare credenti e scettici con la stessa, inesauribile forza.





La “Guerra giusta” e il prossimo concistoro




Chiesa cattolica | CR 1955



di Roberto de Mattei 17 Giugno 2026 

Uno dei temi al centro del prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV dal 26 al 29 giugno prossimi nell’Aula Paolo VI e Aula del Sinodo del Vaticano, sarà quello della “guerra giusta”. Alcuni dei partecipanti al vertice ecclesiastico ritengono superata la dottrina tradizionale della Chiesa formulata da sant’Agostino e da san Tommaso d’Aquino, in nome di un neo-pacifismo cattolico. Ma una puntuale critica di questo ultra-pacifismo giunge da due corposi contributi che meriterebbero di essere considerati dal Collegio cardinalizio, anche perché non provengono da autori di estrazione tradizionalista o conservatrice.

Il primo contributo è di Luca Diotallevi, professore di sociologia a RomaTre, autore di un saggio sulla rivista Il Regno, dal titolo Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica, che è stato fatto conoscere a un più ampio pubblico dal vaticanista Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 22 maggio scorso.

Scrive dunque Diotallevi: «Immaginiamo che un gruppo di turisti proveniente da Marte si fosse trovato qualche tempo fa a passare per piazza San Pietro. Molto probabilmente avrebbe potuto sentir parlare di «martoriata Ucraina». Freschi di un corso di lingua italiana, probabilmente quei turisti avrebbero capito che in Ucraina si era verificato un gravissimo terremoto. Che impressione farebbe a questi marziani scoprire che in Ucraina non c’è stato alcun terremoto, ma che lì da 4 anni è in corso un’invasione da parte della Russia di Putin e che, per di più, a essere presi di mira sistematicamente sono anche civili inermi che vivono a centinaia di chilometri dal fronte e non partecipano in alcun modo agli scontri?»

«E allora, – continua – come quei marziani interpreterebbero il ricorso sistematico alla espressione «martoriata Ucraina» con la quale piuttosto vagamente si indica la gravità degli effetti, mentre scrupolosamente si tace degli autori di quei medesimi effetti?» «Per chi come noi vive invece su questo pianeta, e magari si trova anche a essere cattolico, la domanda che sorge è un’altra. Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista?»

Diotallevi si chiede se il linguaggio ecclesiale attuale riesca ancora a distinguere la “parresia” cristiana (la franchezza evangelica) dalla semplice retorica pacifista e ricorda, a titolo di esempio, come il 27 febbraio 2022, mentre gli ucraini resistevano all’assalto portato contro l’aeroporto della capitale di Kiev da parte dei paracadutisti e delle forze corazzate di Putin, assalto che sarebbe stato poi fermato e respinto, la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea Riccardi presentavano pubblicamente a Putin e Zelensky la richiesta di proclamare Kiev “città aperta”.«Nel testo non solo non veniva fatta nessuna differenza tra aggressore e aggredito, non solo non s’invitavano le persone di buona volontà e la comunità internazionale a soccorrere e sostenere l’aggredito, ma si proponeva di sottrarre al legittimo potere politico ucraino il controllo fisico dei propri centri di Governo e di consegnare una sorta di vittoria a tavolino a Putin il quale esplicitamente si riprometteva di cancellare la libertà e la autonomia di Kiev».

Diotallevi ricorda a questo punto le parole conle quali il 4 giugno 2004 il cardinale Joseph Ratzinger, da vescovo e da tedesco, ha commemorato lo sbarco alleato in Normandia.In quel discorso, citato anche da Antonio Socci in un lucido commento al viaggio di Leone XIV in Spagna (Libero del 12 giugno 2026), il futuro Benedetto XVI diceva:«Se mai nella storia si è verificato un bellum iustum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui paese era condotta la guerra».

E Diotallevi commenta: «Non abbiamo paura che un giorno qualcuno rinfacci alla Chiesa la cura con la quale (giustamente) ha chiesto e ottenuto che le forze armate e le forze di polizia italiane proteggessero armi in pugno le funzioni e le processioni dell’ultimo giubileo, mentre di analoga protezione armata a vantaggio di ucraini e ucraine aggrediti dalla Russia di Putin (e simili) la stessa Chiesa non faceva richiesta altrettanto efficace e pubblica? Non cogliamo il rischio che nell’esercizio ecclesiale del munus docendi quella che potrebbe essere scambiata per retorica pacifista involontariamente oscuri e silenzi la parresia cristiana, l’essenziale realismo del cristianesimo?»

Veniamo ora al secondo articolo, dal titolo Il pacifismo come feticcio metafisico, apparso sulla rivista di estrema sinistra MicroMega del 26 maggio 2026. L’autore, Marco Noris. esordisce ricordando una frase che Gandhi scrisse nel 1920 su Young India, ma che i suoi epigoni preferiscono non citare: «Where there is only a choice between cowardice and violence, I would advise violence» («Dove non c’è scelta tra codardia e violenza, io consiglierei la violenza»).

Il senso, scrive Noris, non lascia spazio a equivoci: «La nonviolenza gandhiana non era una resa travestita da principio. Era una scelta attiva, coraggiosa, esigente, l’opposto esatto della passività. Chi subisce l’oppressione senza reagire per paura, per ignavia o per calcolo non pratica la nonviolenza: pratica la codardia. E la codardia, per Gandhi, era moralmente più bassa della violenza stessa».

Secondo Noris, una parte della sinistra contemporanea ha fatto esattamente l’opposto: ha trasformato la codardia in virtù, l’ignavia in principio, la resa in postura etica. Lo ha fatto attraverso l’elevazione del pacifismo a “feticcio metafisico”, cioè a un sistema di credenze chiuse su sé stesse e impermeabili a qualsiasi istanza esterna che le contraddica.

«Il pacifismo metafisico non ragiona a partire dai fatti – chi aggredisce chi, con quali mezzi, con quali obiettivi, con quali conseguenze sui corpi e sulle vite delle popolazioni coinvolte. Ragiona invece a partire da un principio astratto – la pace è sempre preferibile alla guerra, le armi alimentano sempre il conflitto, il negoziato è sempre possibile – e da quel principio deduce le proprie conclusioni indipendentemente da ciò che accade. È una forma di idealismo nel senso più preciso del termine: la realtà deve conformarsi all’idea, non l’idea alla realtà. Quando i fatti smentiscono il principio, non è il principio a essere rivisto; sono i fatti a essere reinterpretati, minimizzati o inseriti in una cornice che li neutralizzi».

Il paradosso, secondo Noris, è devastante: «Il pacifismo astratto non si limita a non fermare la violenza, la alimenta. Ogni sistema difensivo negato in nome della pace è benzina concreta per la violenza dell’aggressore; è un missile in più che arriva a destinazione, una città in più senza luce, un civile in più che non sopravvive all’alba. L’astrazione che rifiuta il reale si trasforma in carburante materiale per la violenza concreta».

Eppure, lamenta Noris, tutta la tradizione della sinistra è stata costruita attorno al principio che non esiste neutralità di fronte all’oppressione; il pensiero che non si misura con la realtà è sempre un pensiero al servizio di qualcuno. Una parte della sinistra contemporanea, ha preso il vocabolario dell’emancipazione – pace, dialogo, antimilitarismo – e lo ha separato dalla realtà che avrebbe dovuto trasformare, fino a farlo funzionare come un sistema autosufficiente e impermeabile. Ma un pacifismo che chiede all’aggredito di cedere e all’aggressore di vincere non produce pace: produce la pace dei sepolcri, quella che Tacito attribuiva ai Romani nelle province conquistate: «ubi solitudinem faciunt, pacem appellant» (“Fanno il deserto e lo chiamano pace”). L’immagine tacitiana, conclude Noris, non è retorica, ma la descrizione più precisa di ciò che il feticismo pacifista contemporaneo offre a chi ha la sventura di subire un’aggressione e, aggiungiamo noi, di rinunciare a combattere una guerra giusta.

Quanto sarebbe desiderabile che le parole di Tacito, accanto all’insegnamento di sant’Agostino e di san Tommaso, risuonassero, nel Concistoro, che si terrà nei prossimi giorni in Vaticano!







La morte del cardinal Ruini, interprete dell'epoca wojtyliana



Presidente della Cei, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana, il cardinale Camillo Ruini ha accompagnato fedelmente il pontificato di Giovanni Paolo II chiudendo con la "scelta religiosa" e spingendo la Chiesa italiana a un ruolo più attivo nella società.

CHIESA



Stefano Fontana  17-06-2026

Lo storico Guido Formigoni, sul numero attualmente in distribuzione della rivista Il Mulino, ha parlato dell’”epoca Wojtyla-Ruini” come di un tutto unitario, caratterizzato da precise dinamiche di politica ecclesiastica e da una visione su come guidare in modo indiretto la politica.

Alla morte, avvenuta ieri, del Cardinale Camillo Ruini, possiamo dire che questo schema interpretativo sia valido. Dal punto di vista cronologico i conti tornano perfettamente e parlare di un’”epoca Wojtyla-Ruini” è fondato. Dal 1991 fino alla morte di Giovanni Paolo II, il cardinale Ruini è stato Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, Presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e del Lazio, e presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana. A dire il vero, in queste vesti, ha anche accompagnato per alcuni anni Benedetto XVI, sicuro di continuare a percorrere la medesima strada. L’espressione di Formigoni è condivisibile non solo per le coincidenze delle date, ma anche per i contenuti.

Gli anni Novanta del secolo scorso furono caratterizzati da due macrofenomeni di cambiamento che avevano interessato sia la Chiesa che la società italiana e, naturalmente, anche i loro rapporti reciproci. Dal lato della Chiesa, giungeva a maturazione il progetto di Giovanni Paolo II di rilanciare la Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto con l’enciclica Centesimus annus (1991) dedicata alla svolta storica del crollo del comunismo nell’Europa orientale. Per quanto riguarda la Chiesa italiana questo rilancio era stato preparato dalla svolta manifestata da Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985: la Chiesa aveva qualcosa di proprio da dare alla società italiana anche dal punto di vista culturale e politico, con il che veniva superata la precedente linea di una “scelta religiosa” non più impegnata nel campo del giudizio sulla realtà.

Mentre avveniva questo nella Chiesa, nella società italiana scoppiava la crisi del sistema dei partiti, la fine della Democrazia cristiana come collettore dei voti cattolici, l’aumento della dispersione politica dei cattolici, la rinascita del Partito Popolare e la sua emarginazione. Serviva un quadro nuovo da pensarsi in collegamento con le encicliche wojtylane che tendevano a ridare compattezza alla missione evangelizzante della Chiesa anche nella forma di una sua presenza pubblica. Di quest’epoca, così complessa, fu esponente principale il cardinale Ruini, che cercò di organizzare questa nuova presenza sulla linea concettuale e programmatica del papa polacco, senza però produrre eccessivi sconvolgimenti, anzi mantenendo l’unità. Egli sapeva bene che le frange contestatrici erano molte, sia dentro la Chiesa che tra i politici cattolici di area democratica.

Nel 1991 il Cardinale Ruini firma la prefazione al Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” che, per struttura e contenuti era pienamente wojtyliano. Il Direttorio dava precise indicazioni su come ogni componente della Chiesa, dal vescovo al laico, dovesse agire per servire la Dottrina sociale della Chiesa: una cosa pressoché impensabile ai nostri giorni. Sulla scia di questo nuovo entusiasmo di fronte alle nuove sfide, la Chiesa italiana finanziò presso l’Università cattolica di Milano il Centro di studio sulla Dottrina sociale della Chiesa, promosse in ogni diocesi le SFISP, Scuole di formazione all’impegno sociale e politico, spinse per la formazione di nuove aggregazioni laicali attive anche nell’azione di lobby come il Forum nazionale delle associazioni familiari guidato per molto tempo da Luisa Santolini, e poi, presieduto dallo stesso Cardinale Ruini, istituì e finanziò il Progetto culturale della Chiesa italiana. Come si vede, rilancio della Dottrina sociale e convinzione che la Chiesa dovesse svolgere un ruolo non di semplice animazione ispirarono quell’epoca ruiniana, pur nelle prevedibili difficoltà.

Tra queste ricordiamo quanti aderivano alla linea alternativa guidata dal cardinale Martini, oppure quanti accusavano questa nuova “presenza” di aver abbandonato lo spirito del Concilio come per esempio padre Bartolomeo Sorge, quanti nonostante i nuovi insegnamenti, continuavano a considerare ideologica la pretesa di una compatta dottrina cattolica che doveva guidare la pastorale e non viceversa. Si deve riconoscere al cardinale Ruini di aver guidato la nave nella burrasca, di aver condiviso la prospettiva di Giovanni Paolo II e di aver lottato per metterla in atto nel nostro Paese. Forse avrebbe potuto evitare di voler mantenere l’unità con tutti. Se osserviamo la organizzazione dei numerosi Convegni del Progetto pastorale o le iniziative da esso promosse, scopriamo che non tutte andavano coerentemente secondo la linea del Cardinale.

Sul piano dei rapporti con la politica il cardinale Ruini giocò molte sue carte. Egli aveva il progetto di influire indirettamente sulla politica tramite politici cattolici presenti in tutti i partiti. Uomini dalle diverse visioni politiche ma uniti su quanto in seguito saranno chiamati i “principi non negoziabili”. In sé l’idea bene si collegava con il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa, ma la formazione avveniva ancora in modo disomogeneo, permanevano molte resistenze sotterranee e la presenza in tutti i partiti favoriva la dispersione anche sui valori da difendere. L’ultimo suo tentativo su questo punto fu il suo invito a disertare le urne in occasione del referendum sulla fecondazione artificiale del 2004. Ebbe successo nell’immediato, ma il cardinale fu anche accusato di aver passato i limiti concessi ad un ecclesiastico. L’evento, comunque, bene testimoniò l’idea che egli aveva di una presenza cattolica indiretta.

Il cardinale Ruini si trovò a proprio agio anche con Benedetto XVI, ne sposò la linea e con il Progetto culturale organizzò il convegno, poi diventato libro, “Con Dio o senza Dio tutto cambia”, un percorso questo che interessò anche molti pensatori laici – allora spregiativamente detti “devoti” – interessati ad un rinnovato discorso sulla verità.

Non sembra invece che il nostro cardinale – ormai “pensionato” - si sia sentito a proprio agio durante il pontificato di Francesco. Alla sua morte, nella primavera del 2025, egli espresse quattro condizioni che il nuovo Papa avrebbe dovuto avere: dottrina salda, attitudine di governo, spirito di comunione, consolidamento della fede. Non pochi videro in questi auspici delle esigenze contrarie a quelle incarnate nel pontificato allora appena finito.







mercoledì 17 giugno 2026

Francia: Dora Moutot condannata per aver parlato di sesso biologico e sicurezza delle donne



Uno dei tanti attentati alla libertà di parola in Francia.



 16 giugno 2026


A Parigi, il 20 maggio 2026, la 17ª camera correzionale del Tribunale giudiziario di Parigi ha dichiarato la giornalista e attivista femminista Dora Moutot colpevole di “ingiuria pubblica” verso le persone transgender.

Il caso nasce da una puntata del programma “Quelle époque!”, trasmesso su France 2 il 15 ottobre 2022 e condotto da Léa Salamé, durante un dibattito con Marie Cau, all’epoca sindaca di Tilloy-lez-Marchiennes, nel dipartimento del Nord, in Francia, e nota come prima sindaca transgender eletta nel Paese. Durante quel confronto, Moutot aveva parlato di identità di genere, sport femminile, carceri femminili e sicurezza delle donne, citando anche esempi legati a California, Stati Uniti e Inghilterra. La frase contestata riguardava il fatto che, come donne, sia legittimo essere prudenti davanti a persone biologicamente maschili negli spazi femminili.

Il tribunale ha stabilito che quelle parole non costituivano incitamento alla violenza, alla discriminazione o all’odio, ma le ha comunque considerate un’ingiuria pubblica perché ritenute offensive nei confronti delle donne transgender.

Dora Moutot è stata condannata a pagare 1.000 euro di multa, più 500 euro di risarcimento a ciascuna delle tre associazioni parte civile — Mousse, STOP Homophobie e Adhéos — oltre a 2.000 euro di spese legali, per un totale di 4.500 euro.

Che si sia d’accordo o no con Dora Moutot, il punto è enorme: se una donna non può discutere pubblicamente di sicurezza femminile, sport, carceri, privacy e spazi separati per sesso senza rischiare una condanna penale, allora non siamo più davanti a un semplice dibattito.
Siamo davanti a un precedente pericoloso per la libertà di parola.






Siamo negli ultimi tempi? L’apostasia dilagante e la nostra fede






Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 17 giu 2026




di Giulio Ferri

In una recente intervista a padre James Altman, il sacerdote statunitense, noto per le sue posizioni fortemente critiche verso molti sviluppi ecclesiali contemporanei, ha sostenuto che staremmo vivendo una fase storica riconducibile a quella che la tradizione cristiana chiama la “grande apostasia”, preludio all’apparizione dell’Anticristo e agli eventi ultimi della storia della salvezza. L’intervista, dall’eloquente titolo “We are in the end times: the great apostasy, the dawning of the Antichrist”, non è soltanto una denuncia delle crisi attuali della Chiesa e del mondo, ma una vera interpretazione teologica del nostro tempo.

Padre Altman parte da una convinzione fondamentale: la crisi contemporanea non sarebbe principalmente politica, culturale o economica. Alla radice vi sarebbe una crisi spirituale senza precedenti, caratterizzata da un progressivo abbandono della fede cristiana da parte di intere nazioni un tempo profondamente evangelizzate. L’apostasia, nel linguaggio biblico, non è semplicemente la diminuzione della pratica religiosa. È il rifiuto consapevole della verità rivelata dopo averla conosciuta. Secondo il sacerdote americano, questo fenomeno starebbe assumendo dimensioni globali.

Nel corso dell’intervista, Altman richiama esplicitamente il passo della seconda lettera ai Tessalonicesi nel quale san Paolo parla di una grande apostasia che precederà la manifestazione dell’«uomo dell’iniquità». A suo giudizio, molti segni descritti dalla Scrittura sembrerebbero oggi manifestarsi sotto i nostri occhi: il relativismo morale, l’abbandono della legge naturale, la dissoluzione della famiglia, la normalizzazione del peccato, la perdita del senso del sacro e perfino la crescente confusione dottrinale all’interno della stessa Chiesa.

Particolarmente significativo è il modo in cui Altman interpreta la situazione ecclesiale. Egli non concentra la propria attenzione su singoli errori disciplinari o pastorali, ma su una trasformazione più profonda. Secondo la sua lettura, il problema principale sarebbe la progressiva sostituzione del linguaggio tradizionale della fede con categorie sempre più influenzate dalla cultura contemporanea. In questa prospettiva, parole come conversione, peccato, penitenza, sacrificio e giudizio sarebbero state progressivamente marginalizzate a favore di termini come inclusione, accompagnamento, dialogo e accoglienza.

L’intervista affronta anche il tema dell’Anticristo. Qui padre Altman invita alla prudenza. Non identifica una persona specifica né pretende di indicare date o eventi precisi. Tuttavia sostiene che molte dinamiche contemporanee sembrerebbero preparare il terreno a una figura futura capace di offrire soluzioni globali a problemi globali, presentandosi come portatrice di pace, unità e sicurezza, ma al prezzo della subordinazione della verità religiosa a un nuovo ordine ideologico.

Secondo il sacerdote, uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo sarebbe proprio la crescente disponibilità delle società moderne a sacrificare libertà fondamentali in cambio di stabilità e sicurezza. Questo fenomeno verrebbe favorito dalle nuove tecnologie, dai sistemi di controllo digitale e dalla concentrazione di potere nelle mani di grandi strutture economiche e politiche sovranazionali. Altman vede in questi processi non necessariamente l’Anticristo stesso, ma possibili condizioni preparatorie per la sua futura manifestazione.

Un altro punto centrale dell’intervista riguarda il ruolo della sofferenza. Padre Altman ritiene che molti cristiani occidentali abbiano perso la capacità di comprendere il significato redentivo della croce. In una cultura che esalta il benessere, il comfort e l’autorealizzazione individuale, il cristianesimo rischierebbe di essere ridotto a una semplice proposta etica o psicologica. Ma il Vangelo, ricorda il sacerdote, parla di combattimento spirituale, di perseveranza e di fedeltà anche nelle persecuzioni.

Non manca infine un forte richiamo alla speranza. Sebbene il quadro delineato sia estremamente severo, Altman insiste sul fatto che i cristiani non devono vivere nella paura. Se la storia è davvero avviata verso eventi drammatici, essa resta comunque nelle mani della Provvidenza. L’ultima parola non appartiene all’Anticristo, ma a Cristo. Non appartiene all’apostasia, ma alla vittoria definitiva del Regno di Dio.

Che cosa pensare di queste affermazioni?

La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto la possibilità di una grande apostasia finale. Non si tratta di una teoria marginale, ma di una dottrina radicata nella Scrittura e sviluppata da molti Padri della Chiesa. Allo stesso tempo, la Chiesa è sempre stata estremamente prudente nell’identificare eventi storici specifici con le profezie escatologiche.

Ogni generazione cristiana ha avuto motivi per pensare di vivere tempi eccezionali. Guerre mondiali, persecuzioni, rivoluzioni, eresie e crolli morali hanno spesso alimentato interpretazioni apocalittiche. Per questo motivo il discernimento è indispensabile.

Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare la profondità della crisi contemporanea.

Per la prima volta nella storia, intere civiltà nate dal cristianesimo sembrano rinnegare sistematicamente le proprie radici spirituali. Per la prima volta, il potere tecnologico dell’uomo raggiunge livelli che consentono forme di controllo e manipolazione prima impensabili. Per la prima volta, la stessa idea di natura umana viene rimessa radicalmente in discussione.

Non sappiamo se questi siano gli ultimi tempi nel senso stretto della parola. Nessuno lo sa se non Dio solo! Ma sappiamo che esistono caratteristiche della nostra epoca che rendono la domanda meno fantasiosa di quanto molti credano. La questione decisiva, tuttavia, non è stabilire se l’Anticristo sia vicino. La questione decisiva è un’altra. Se davvero viviamo in un’epoca di apostasia crescente, la risposta cristiana non consiste nell’ossessione per i segni dei tempi, ma nel rafforzamento della fede, della preghiera, dei sacramenti e della fedeltà a Cristo. Perché il Nuovo Testamento non ci chiede di indovinare il calendario degli eventi ultimi. Ci chiede di essere pronti. Sempre.

__________________

Nell’immagine: Luca Signorelli, “Predica e punizione dell’Anticristo” (1499-1504), Duomo di Orvieto (particolare).







martedì 16 giugno 2026

Belgio, dopo 456 anni i gesuiti se ne vanno (ma la fede cattolica resta e cresce)



AI

Dietro la scelta mancanza di membri e invecchiamento. Nel però Paese crescono le conversioni e i battesimi adulti


Segni dei tempi


Paola Belletti, 16 Giugno 2026 

Liegi, la città ardente, fiera nel difendere i propri confini e le proprie libertà lungo la storia, non ha resistito all'assedio più subdolo, quello della secolarizzazione. Se ne va, dopo quasi cinque secoli di permanenza feconda e costruttiva, la compagnia di Gesù. Ad accompagnarli, in un'oasi di commozione e gratitudine in mezzo all'indifferenza pressoché generale di un Paese, la celebrazione della messa di ringraziamento presieduta dal vescovo Jean-Pierre Delville il 13 giugno. Così finisce una storia di presenza ininterrotta durata 456 anni. Come racconta il sito cattolico tribune chrétienne « quasi 600 persone hanno gremito la chiesa di Saint-Christophe: (...) sacerdoti, monaci, suore, ex allievi, insegnanti e parrocchiani si sono riuniti per rendere omaggio a un'opera che ha profondamente plasmato la vita spirituale, intellettuale ed educativa della regione.»

La Compagnia di Gesù era stata fondata da meno di trent'anni quando, nel 1569, alcuni Gesuiti si stabilirono nella città di Liegi. Per quasi cinque secoli hanno servito la città e il bene del popolo compiendo la loro missione dedicandosi soprattutto all'educazione dei giovani. La loro azione è stata profonda e incisiva e ha contribuito a delineare i tratti spirituali di un'intera regione. Tra i primi giunti in città ci fu san Pietro Canisio, uno dei membri pionieri della Compagnia.

La notizia è senza dubbio epocale e non può che rattristare, anche se non deve diventare il filtro opaco attraverso cui leggere l'intera condizione della fede cattolica in Belgio. Siamo sicuramente in uno stato avanzatissimo di scristianizzazione, ma i segni di vitalità, per quanto germinale, non mancano. Ci guidi la certezza che Cristo non abbandona mai la sua Chiesa, e che i piccoli numeri non sono mai stati un'obiezione. Due sono i segni che, anche statisticamente, inducono a sperare.

Il primo, la crescita dei battesimi tra gli adulti, un fenomeno che si registra anche in altri paesi europei, campioni di secolarizzazione, e di cui abbiamo dato conto sulle nostre pagine. I Paesi Bassi, per esempio, vicini geograficamente e culturalmente al Belgio, hanno registrato un aumento del 40% dei battesimi tra gli adulti; e ancora, in Francia, nel 2025 si è registrata un crescita significativa tra i nuovi battezzati adolescenti e adulti: 7.400 i primi e 10.300 i secondi battezzati la notte di Pasqua dell'anno scorso.

Il secondo fattore è il dato lieve ma innegabile dell'aumento delle presenze a Messa. Occorre guardare il fenomeno per quello che è, ovvero non ancora una vera e propria rinascita o per lo meno non secondo le dinamiche del passato, e questo dato è particolarmente interessante. Ecco cosa scrive Sandro Magister- riportando le parole del sacerdote francese Marco Gallo, direttore dell'Istituto Superiore di Liturgia in Francia, ospitato sul sito belga diakonos.be: «C’è chi è tentato di vedere in questo risveglio un “renouveau catholique” analogo a quelli che si verificarono in Francia e in altri paesi europei nella prima metà dell’Ottocento e più ancora a fine secolo e nel primo Novecento. Ma l’attuale fenomeno non è paragonabile ai precedenti. Non è ancora consolidato, manca di figure trainanti e non pochi neofiti, circa un quarto del totale, sembrano disertare le comunità e non andare più a messa già nell’anno successivo al battesimo. Piuttosto, la vera novità di questi battesimi è che nascono da una trasmissione orizzontale della fede, ad opera di amici e compagni: “Non è più la struttura ecclesiastica che genera il primo annuncio, ma le relazioni umane che lo precedono e lo rendono credibile. Il garante del neofita è spesso un coetaneo, un amico di università, un collega».

Una dinamica nuova ma in realtà ancora più originaria perché simile allo stile di propagazione della fede dei primissimi tempi cristiani, quando i convertiti raccontavano la propria fede al vicino, al cliente, al "collega" artigiano. I battesimi tra gli adulti, quasi triplicati in Belgio in un decennio, sono dunque da un lato effetto della caduta libera del modello di trasmissione verticale della fede degli ultimi secoli, dall'altro segno della invicibile vitalità dell'annuncio del Vangelo.

L'incendio della secolarizzazione c'è stato, gli alberi ad alto fusto (ordini religiosi storici, per esempio) che coprivano il sottobosco, garantivano frescura e spargevano semi sono diventati cenere. Ma come dopo un rogo e una pioggia ristoratrice si scorgono nuovi germogli bucare la crosta, così potrebbe essere per la chiesa del Belgio e la condizione della fede in tutta le vecchia Europa. D'altra parte è noto, per restare nella stessa famiglia di metafore "ardenti", che Cristo non è uso soffiare su stoppini fumiganti. 






La misericordia senza forma e la persona senza natura







Di Daniele Trabucco, 16 giugno 2026

Quando si parla dell’approccio della Chiesa cattolica alle persone LGBT, occorre anzitutto evitare che la questione venga consegnata al linguaggio immediato dell’emozione, della rivendicazione o della pura gestione pastorale. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, intitolato Lievito di pace e di speranza e talora richiamato in forma abbreviata come Lievito di speranza, prevede percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione per persone che vivono situazioni affettive o familiari differenti dalla forma sacramentale del matrimonio, menziona il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender già presenti nella comunità cristiana, insieme con i loro genitori, e propone cammini formativi sulla corporeità, sull’affettività e sulla sessualità che tengano conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Proprio per questo l’incipit del discorso deve essere netto: il problema non è che la Chiesa ascolti, accolga, accompagni o sostenga, poiché una comunità che non sapesse farsi prossima alle persone concrete negherebbe nella prassi la carità che confessa nella dottrina. Il problema è quale idea di uomo, di corpo, di libertà e di bene venga assunta quando tale ascolto viene formulato con categorie nate dentro la modernità dell’autodeterminazione e dei diritti soggettivi intesi come pretesa di riconoscimento dell’autodefinizione individuale.

Il Documento non può essere letto come atto di Magistero dottrinale in senso proprio e tecnico. Esso nasce da un processo sinodale, raccoglie istanze, esperienze, proposte e linee operative, viene approvato come documento di sintesi e viene poi ricevuto dalla CEI come materiale offerto al discernimento dei Pastori e delle comunità. La successiva elaborazione attuativa della Conferenza Episcopale Italiana conferma questa natura di indirizzo pastorale, poiché parla di linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi e non di nuova definizione dottrinale sull’antropologia cristiana, sul matrimonio, sulla sessualità o sull’ordine morale. Ne deriva una conseguenza decisiva: il testo può sollecitare prassi, proporre priorità e indicare percorsi di cura, tuttavia non può fungere da principio di revisione implicita della dottrina cattolica sull’uomo. Ogni sua espressione deve restare subordinata alla verità ricevuta, alla struttura sacramentale della Chiesa, alla legge morale naturale e alla concezione della persona come essere dato, non come progetto autoposto.

La distinzione è essenziale, perché nella vita ecclesiale contemporanea non sempre gli spostamenti dottrinali avvengono per negazione frontale. Più spesso si producono mediante una lenta trasformazione delle parole operative. Una formula pastorale, quando non viene metafisicamente chiarita, può diventare più efficace di una proposizione dogmatica, poiché entra nelle prassi, nelle catechesi, nei percorsi formativi, nei criteri di discernimento e nell’immaginario comune. Termini come inclusione, riconoscimento, identità di genere, orientamento sessuale, accompagnamento e non discriminazione non sono semplici strumenti descrittivi. Portano con sé una genealogia filosofica, una teoria implicita della persona e una determinata idea della libertà. Se vengono accolti senza giudizio, essi non traducono soltanto il Vangelo in una lingua nuova, introducono nella pastorale una grammatica antropologica che rischia di subordinare il Vangelo al lessico dominante.

Il punto teoretico più profondo riguarda la sostituzione dell’essere con l’autocoscienza. La modernità avanzata tende a pensare la persona come soggetto che si possiede nel proprio atto di dirsi, che riceve consistenza pubblica dal riconoscimento altrui e che pretende tutela giuridica non soltanto contro l’ingiustizia subita, bensì anche a favore della propria autointerpretazione. In questa prospettiva, il diritto non è più la misura del giusto nell’ordine dei rapporti, diviene il linguaggio con cui il desiderio domanda protezione, il sentimento domanda statuto, l’identità narrata domanda validazione. La dignità, separata dalla natura e dal fine, si trasforma in un titolo vuoto che ogni soggetto riempie con il contenuto della propria esperienza. La persona viene proclamata sovrana proprio nel momento in cui viene privata del suo fondamento, perché ciò che essa è non precede più ciò che essa sente, dichiara o rivendica.

Una tale impostazione è filosoficamente fragile, perché confonde la profondità del soggetto con la sua origine. La persona non vale perché riesce a rappresentarsi, a narrarsi o a imporsi come identità riconosciuta. Vale perché è un soggetto sostanziale dotato di natura razionale, corporeità significante, apertura alla verità, capacità di bene e ordinazione a un compimento che non dipende dal consenso sociale. La coscienza è altissima proprio perché è chiamata a giudicare il vero, non perché possa produrlo. La libertà è grande perché può aderire al bene, non perché possa inventare la propria misura. Il desiderio è umano perché può essere educato dalla ragione e orientato al fine, non perché ogni sua configurazione meriti di diventare diritto. Quando questi nessi vengono recisi, la pastorale rischia di chiamare rispetto ciò che è resa dinanzi all’autopercezione e di chiamare cura ciò che è abbandono del soggetto alla propria indeterminatezza.
“La modernità avanzata tende a pensare la persona come soggetto che si possiede nel proprio atto di dirsi, che riceve consistenza pubblica dal riconoscimento altrui e che pretende tutela giuridica non soltanto contro l’ingiustizia subita, bensì anche a favore della propria autointerpretazione.” – Daniele Trabucco
Il corpo costituisce il luogo in cui questa crisi si manifesta con maggiore evidenza. L’antropologia contemporanea tende a ridurlo a materiale disponibile, a dato biologico da reinterpretare, a superficie su cui l’io inscrive il significato scelto, a limite da correggere attraverso il linguaggio, la tecnica o il riconoscimento istituzionale. In realtà il corpo non è una cosa posseduta dalla persona, è la persona stessa nel suo modo vivente, sensibile, relazionale e storico. Non vi è un io puro che abiti accidentalmente una materia priva di senso. Vi è una unità sostanziale nella quale l’interiorità non precede il corpo come sovrana esterna, bensì si esprime corporalmente e riceve dalla corporeità una forma originaria. La differenza sessuale appartiene a questa struttura: non è stereotipo culturale, non è imposizione sociale, non è accidente privo di rilievo personale, è polarità ordinata alla relazione, alla reciprocità, alla generazione e al dono.

Da qui deriva il carattere equivoco di ogni pastorale che assuma l’identità di genere come categoria non problematizzata. L’espressione può apparire descrittiva, eppure presuppone spesso che il nucleo personale sia separabile dal sesso corporeo e che la verità della persona debba essere ricavata dall’esperienza interiore più che dalla sua forma naturale. Questo dualismo, presentato come liberazione dalla biologia, è in realtà una nuova subordinazione del corpo alla volontà interpretante. L’uomo viene invitato a prodursi come significato, e il corpo viene costretto a inseguire l’autocoscienza. La potenza viene sciolta dalla forma, il desiderio viene sciolto dal fine, la libertà viene sciolta dal bene. Il risultato non è la pienezza della persona, è la sua esposizione al compito impossibile di essere causa di sé.

In questo quadro si comprende anche la critica alla civiltà contemporanea dei diritti. Il diritto, quando resta radicato nell’ordine della giustizia, tutela ciò che è dovuto alla persona in ragione del suo essere e della sua vocazione al bene comune. Quando viene separato dalla verità dell’uomo, diviene il dispositivo con cui ogni soggettività pretende immunità dal giudizio e riconoscimento della propria autodefinizione. Il linguaggio dei diritti, applicato senza fondazione metafisica alla sessualità e all’identità, non protegge soltanto la persona dalla violenza o dall’umiliazione, cosa certamente doverosa. Finisce per chiedere che la società, e talvolta la stessa comunità ecclesiale, considerino giuridicamente e moralmente equivalente ciò che equivalente non è. A quel punto la non discriminazione smette di significare giustizia verso la persona e diventa interdizione del giudizio sull’atto, sulla forma della relazione e sulla verità del desiderio.

La critica ad alcune letture personaliste contemporanee si inserisce precisamente qui. Esse hanno voluto difendere la persona contro il collettivismo, il materialismo e il funzionalismo, e in ciò hanno avuto un merito reale. Eppure, quando la persona viene pensata prevalentemente come autocoscienza storica, relazione costitutiva, apertura indefinita, autotrascendimento o soggettività chiamata a realizzarsi nella storia, la natura rischia di diventare materia da assumere, interpretare o superare, invece di restare principio interno di intelligibilità e misura dell’agire. La persona viene elevata nel linguaggio, poi resa instabile nel fondamento. La sua dignità viene proclamata inviolabile, tuttavia l’inviolabilità non poggia più sulla forma oggettiva dell’umano, bensì sull’esperienza vissuta e sul riconoscimento intersoggettivo. È una nobiltà senza radice, una solennità antropologica che può essere facilmente catturata dalla cultura dell’autodeterminazione.

Talune eredità rahneriane accentuano questo rischio quando interpretano l’uomo soprattutto come soggetto trascendentale, apertura illimitata al mistero, evento di autocomprensione storica e luogo in cui la rivelazione viene recepita entro la profondità dell’esperienza. Non si tratta di negare la grandezza della domanda interiore né l’apertura dell’uomo al soprannaturale. Il punto critico sta nel possibile spostamento del baricentro: l’ordine dell’essere può venire letto attraverso la struttura dell’esperienza, e la verità può apparire sempre più come ciò che accade nella coscienza storica del soggetto. Trasposto nella questione affettiva e sessuale, tale schema favorisce una pastorale in cui il vissuto domanda di precedere la forma, la sincerità del percorso tende a sostituire il giudizio sul fine e il discernimento rischia di accompagnare il movimento dell’autocomprensione senza ricondurlo alla misura della natura e della grazia.
“Non occorre negare esplicitamente la dottrina cattolica perché essa venga indebolita. Basta assumere un linguaggio nel quale la norma appare estrinseca alla persona, la verità appare astratta rispetto alla biografia” – Daniele Trabucco
Un esito diverso, eppure convergente, si incontra in certe ricezioni maritainiane, specialmente quando la dignità della persona viene tradotta nella grammatica della democrazia personalista e dei diritti umani fino a risultare più facilmente spendibile sul piano politico che fondata sul piano metafisico. In Maritain rimane presente una struttura classica che impedisce di ridurlo a teorico dell’autodeterminazione soggettiva. Alcune sue posterità, però, hanno privilegiato il registro del consenso, del riconoscimento, della convivenza pluralistica e della mediazione storica, fino a lasciare in ombra il rapporto tra persona, natura, fine e bene oggettivo. Quando ciò accade, la categoria di persona diventa compatibile con un diritto pensato come neutralizzazione del giudizio morale, e la pastorale può essere tentata di assumere il riconoscimento pubblico come se fosse già una forma di giustizia integrale. L’uomo viene così difeso come portatore di diritti, mentre viene meno la domanda sul bene che rende quei diritti intelligibili e giusti.

La convergenza di queste derive consiste nello spostamento dal fine alla procedura, dalla forma alla relazione, dalla natura alla storia, dall’ordine del bene alla sincerità dell’esperienza. Non occorre negare esplicitamente la dottrina cattolica perché essa venga indebolita. Basta assumere un linguaggio nel quale la norma appare estrinseca alla persona, la verità appare astratta rispetto alla biografia, la natura appare muta davanti alla coscienza, il corpo appare disponibile alla narrazione identitaria e il diritto appare destinato a proteggere ogni autodefinizione. La dottrina resta formalmente intatta, mentre la prassi viene orientata da un’antropologia diversa. L’esito è sottile: si continua a parlare di accompagnamento cristiano, eppure l’accompagnamento rischia di non condurre più verso una forma di vita buona, perché la meta viene taciuta per non ferire il punto di partenza.

Occorre allora distinguere con cura. Riconoscere una persona significa affermare che essa non può essere umiliata, insultata, esclusa ingiustamente, ridotta alla propria inclinazione o abbandonata alla solitudine. Significa anche sostenere i genitori che vivono situazioni complesse, educare le comunità a un linguaggio non violento e impedire che la dottrina venga usata come strumento di durezza. Tutto questo appartiene alla giustizia, alla prudenza e alla carità. Riconoscere, però, non può significare conferire valore normativo all’autodefinizione affettiva o di genere in quanto tale. In quel caso non si riconosce più la persona nella sua dignità ontologica, si riconosce la rappresentazione che essa produce di sé. Non si apre un cammino, si stabilizza una situazione. Non si ama il soggetto nella sua verità, si consacra la sua narrazione come misura della realtà.

L’ascolto cristiano, per questo, deve essere più profondo del semplice ascolto psicologico e più rigoroso del semplice ascolto sociologico. Non registra soltanto ciò che una persona prova, cerca il bene capace di ordinare, guarire ed elevare ciò che essa prova. Non trasforma la ferita in identità, non confonde il desiderio con il diritto, non scambia la sincerità con la verità. Una pastorale che ascolta davvero non lascia la libertà nella pura potenza. La conduce, con pazienza e misericordia, verso l’atto del suo compimento. Dove il fine scompare, l’accompagnamento diventa prossimità senza direzione. Dove la natura viene oscurata, la grazia non trova più ciò che deve sanare ed elevare. Dove il giudizio viene temuto come violenza, la carità perde la sua forma sapienziale e diventa conferma affettiva dell’esistente.

La coscienza deve essere rispettata perché è il luogo nel quale la persona è chiamata a riconoscere il bene e a compierlo liberamente. Il rispetto non coincide con la sua assolutizzazione. La coscienza non istituisce il vero, ne è obbligata. Non crea il bene, lo deve riconoscere nella concretezza dell’atto. Proprio per questo va formata, illuminata, purificata, sostenuta. Una pastorale che evita ogni giudizio per non ferire la coscienza finisce per lasciarla sola davanti alla forza delle proprie emozioni e alla pressione del contesto culturale. L’autentica misericordia non schiaccia la persona sotto una norma astratta, e nello stesso tempo non dissolve la norma nel dramma biografico. Essa tiene insieme la pazienza del cammino e la chiarezza della meta, poiché una verità senza carità ferisce e una carità senza verità inganna.

La non discriminazione, analogamente, va ricondotta alla sua giusta misura. È ingiusto discriminare una persona perché vive una determinata fragilità, una inclinazione disordinata, una fatica identitaria o una situazione affettiva moralmente problematica. È ingiusto ridurla a quella condizione, respingerla prima di incontrarla, negarle rispetto, parola, cura e possibilità di conversione. Non discriminare, tuttavia, non significa equiparare tutti gli atti, tutte le relazioni e tutte le forme del desiderio. La giustizia distingue. Distingue la persona dall’atto, la dignità dalla condotta, l’inclinazione dalla scelta, la ferita dalla sua eventuale rivendicazione ideologica, il punto di partenza dal termine del cammino. Quando tale distinzione viene meno, la misericordia si muta in indistinzione e ogni giudizio morale appare automaticamente come esclusione.
“La Chiesa non tradisce la persona quando le ricorda che essa non coincide con la propria autopercezione. La tradirebbe, invece, se per timore di apparire giudicante le negasse la verità della sua forma, del suo corpo, del suo fine e della sua vocazione alla santità.” – Daniele Trabucco
Il limite del Documento, dunque, non è l’intenzione di accogliere le persone LGBT né la volontà di evitare prassi ecclesiali dure, superficiali o umilianti. Il limite sta nella non sufficiente chiarificazione metafisica delle categorie adottate. Parlare di identità di genere, orientamento sessuale, riconoscimento e inclusione senza una previa purificazione concettuale significa collocare parole nate dentro un’antropologia dell’autodeterminazione in un contesto ecclesiale che dovrebbe invece misurare ogni parola sulla verità dell’uomo creato, ferito e chiamato alla redenzione. L’accompagnamento pastorale non è una tecnica di inclusione. È un atto prudenziale mediante il quale la Chiesa prende sul serio una persona concreta e la orienta verso il bene che la compie. Perciò non basta dire che si cammina con qualcuno. Occorre dire verso quale verità si cammina.

La sinodalità stessa, se vuole restare ecclesiale, non può ridursi a metodo di ascolto diffuso o a procedura di elaborazione del consenso. Ascoltare molti, raccogliere narrazioni, votare documenti, formulare sintesi e individuare priorità può essere utile alla vita della Chiesa. Non basta a fondare un giudizio vero. L’esperienza è materia del discernimento, non sua norma ultima. Il margine è luogo privilegiato della carità, non punto da cui riscrivere l’antropologia. La ferita invoca cura, non produce dottrina. La Chiesa ascolta per discernere, discerne per convertire, converte per condurre a Cristo. Quando il metodo prende il posto della verità, la sinodalità diventa specchio del tempo. Quando la verità governa il metodo, l’ascolto diventa atto ecclesiale e non semplice registrazione del vissuto.

Per questa ragione Lievito di pace e di speranza va letto con rispetto ecclesiale e con libertà critica. Va accolto là dove richiama le comunità a non ferire, a non respingere, a non abbandonare persone e famiglie che vivono situazioni dolorose. Va interrogato là dove il suo linguaggio pare assumere, senza adeguata chiarificazione, categorie provenienti dalla modernità dei diritti come autodeterminazione e dall’antropologia del soggetto come autore del proprio senso. La Chiesa non tradisce la persona quando le ricorda che essa non coincide con la propria autopercezione. La tradirebbe, invece, se per timore di apparire giudicante le negasse la verità della sua forma, del suo corpo, del suo fine e della sua vocazione alla santità.

La vera accoglienza non è la ratifica del punto in cui una persona si trova, è l’apertura di una soglia verso il bene che essa può ancora diventare. Una porta aperta su una casa senza forma non salva. Una casa ordinata senza porta aperta non evangelizza. Il compito della Chiesa è tenere insieme soglia e forma, prossimità e giudizio, pazienza e verità. Amare una persona significa volerla più grande della sua ferita, più libera del suo desiderio, più vera della sua narrazione, più alta della rivendicazione con cui il tempo presente tenta di chiuderla dentro un’identità. L’ascolto cristiano diventa allora autentico solo quando non consegna l’uomo alla modernità del diritto come autodeterminazione, bensì lo restituisce alla realtà del bene come compimento, alla verità del corpo come forma vivente e alla misericordia come luce che non umilia, non conferma l’errore e non rinuncia mai a chiamare l’uomo alla pienezza del suo essere.