venerdì 9 ottobre 2026

Dio sfrattato dal matrimonio


(immagine generata con IA di ChatGPT)



Quando la Chiesa preferisce il manager al Salvatore. Senza Grazia siamo solo soci: l’illusione del consumo affettivo



di Fabio Vessillifero, 9 ottobre 2026

Quando la cronaca vaticana dimentica il cuore del problema

Guardando a come i resoconti informativi raccontano i grandi appuntamenti della Chiesa, si nota subito un dettaglio che lascia un retrogusto amaro. Prendiamo ad esempio il resoconto del convegno promosso da Papa Leone XIV per i dieci anni da Amoris laetitia proposto dall’informatissimo quotidiano internazionale indipendente come Silere non possum. Leggendo quelle righe sembra quasi di scorrere il verbale di un’assemblea aziendale o il programma di un convegno sociologico: si parla di genealogie storiche, di assemblee sinodali, di tappe tematiche che vanno dalle problematiche dei giovani fino alle sfide economiche. Ma ciò che salta agli occhi, o meglio ciò che manca del tutto, è il cuore battente della fede cristiana. Non si trova una parola chiara e fondante sulla Grazia di Dio che sana ed eleva la natura umana, manca il richiamo forte al matrimonio come sacramento ontologico, e non c’è traccia della consapevolezza che, senza una vita cristiana vera e vissuta nei singoli coniugi, la vocazione matrimoniale è semplicemente un’impresa impossibile. Non basta sfiorare questi temi con qualche cenno di circostanza; la realtà soprannaturale dovrebbe essere il punto di partenza originario e il centro propulsore di ogni riflessione, altrimenti qualsiasi bilancio sui documenti ecclesiali si riduce a un esercizio del tutto sterile.

Se togli la Grazia, la fede diventa un faticoso moralismo

La vita cristiana non è una semplice condotta etica, né un manuale di buone maniere o uno sforzo titanico di perfezionamento personale. Essa è, per sua stessa essenza, vita soprannaturale, ovvero la partecipazione reale della creatura alla vita stessa della Trinità mediante la grazia. Quando questo centro fondamentale si smarrisce, la fede viene inesorabilmente degradata a sociologia o a un moralismo estenuante. La natura umana, ferita dal peccato, non può rialzarsi da sola, e la grazia santificante non è un decoro esterno ma una trasformazione profonda dell’anima. Nel matrimonio tra battezzati questo principio diventa drammaticamente concreto: gli sposi non possono amarsi a lungo basandosi unicamente sulle proprie forze umane, destinate inevitabilmente a esaurirsi davanti alle prove della vita, ma hanno bisogno della carità stessa di Cristo infusa nei loro cuori. Pretendere che una coppia viva la fedeltà e l’indissolubilità confidando solo sulla buona volontà o sulle strategie psicologiche significa condannarla al fallimento e a un perenne senso di inadeguatezza, perché la verità di fondo resta sempre la stessa: senza la vita di grazia e il nutrimento dei sacramenti, la vocazione al matrimonio diventa un peso insostenibile.

Il cortocircuito di chi scambia il rimedio con la terapia di supporto

Quando il discorso ecclesiale e la prassi pastorale decidono di concentrarsi sulle categorie di fragilità, cammino e accompagnamento senza ancorarle saldamente alla dimensione soprannaturale, si finisce per cadere in una forma sottile di pelagianesimo. Si chiede in pratica all’uomo di compiere con le sue sole forze ciò che soltanto l’azione di Dio può operare, per poi trovarsi costretti ad abbassare l’asticella della verità evangelica quando ci si rende conto che l’uomo, da solo, non ce la fa. In questo modo si confonde l’anestetico con la cura reale. Il vero rimedio alla fragilità umana non è una rassicurazione sociologica o una gradualità intesa come attenuazione della norma morale, ma il ricorso fiducioso ai mezzi della grazia sacramentale, capaci di curare la natura ferita ed elevarla verso l’alto. Partire dalla sociologia della fragilità anziché dalla realtà oggettiva della Grazia significa ribaltare l’ordine stesso delle cose e dimenticare la frase cardine del Vangelo senza la quale ogni discorso pastorale decade: «senza di Me non potete fare nulla» (Gv15,5).

Il grande inganno di mettere le scienze umane sul trono

Guardando alla struttura dei discorsi e dei resoconti di certi incontri ecclesiali, emerge chiaramente come la griglia di lettura della realtà sia ormai presa in prestito quasi del tutto dalle scienze umane, come la sociologia, la psicologia e la demografia. L’analisi della crisi matrimoniale non muove più dalla perdita del senso del sacro o dall’allontanamento dalla vita sacramentale, ma dai condizionamenti ambientali, dall’instabilità economica, dai mutamenti culturali o dalla difficoltà di comunicazione. Persino l’efficacia della pastorale viene ridotta a una questione di impatto linguistico e ricettività psicologica, spostando il baricentro dall’efficacia dell’annuncio evangelico alla capacità comunicativa. La fragilità stessa diventa un puro dato empirico ed esistenziale da accogliere emotivamente, piuttosto che una ferita della natura che necessita della Redenzione. Quando le scienze umane smettono di essere un utile strumento ausiliario per diventare il criterio primario d’interpretazione, il matrimonio rischia di essere trattato come una complessa struttura relazionale da sostenere con sostegni sociali, perdendo di vista il mistero sacramentale da cui trae vita.

Il Verbo si è fatto carne, non il contrario

Si tenta spesso di giustificare questo approccio che parte dal basso invocando il mistero dell’Incarnazione, ma un’analisi teologica rigorosa mostra come l’Incarnazione stessa smentisca l’idea che le scienze umane possano fare da punto di partenza autonomo. Il movimento del mistero incarnatorio è rigorosamente dall’alto verso il basso: è il Verbo trascendente che assume la carne per sanarla ed elevarla, non è la natura umana che si divinizza da sola. Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo (GS n. 22) , il che significa che il primo dato non è ciò che l’uomo dice di sé attraverso la sociologia, ma la Rivelazione del disegno di Dio sull’uomo. Separare l’umanità assunta dal Verbo che la assume conduce a un “incarnazionismo” puramente orizzontale, un’ideologia che usa il pretesto della carne per sacralizzare l’umano così com’è, dimenticando che la carne senza lo Spirito non giova a nulla (Gv 6,63). Le scienze umane possono descrivere come le persone vivono oggi, ma non possono definire ciò che è giusto né possiedono le chiavi per guarire l’anima. Se l’analisi sociologica detta l’agenda teologica, si confonde la materia del ministero con il suo principio motore, finendo per adeguare l’insegnamento evangelico alle sole possibilità della natura ferita.

La fotografia di un mondo che ha paura di dire “per sempre”

Se ci chiediamo quale sia la visione della coppia che ci consegnano le scienze umane, ci troviamo davanti a un quadro estremamente lucido ma drammaticamente desolante. La sociologia descrive la trasformazione della famiglia da istituzione fondata sul patto e sulla continuità a luogo fluido dei soli affetti e della realizzazione individuale, dove la relazione resta in piedi solo finché soddisfa i bisogni emotivi del momento. Ci si trova così immersi nella frammentazione delle forme familiari, nella reversibilità dei legami e nel rifiuto di scelte definitive, mentre la psicologia mette in luce il paradosso di un uomo contemporaneo che desidera disperatamente l’intimità ma ha il terrore della vulnerabilità e dell’impegno a lungo termine. A tutto questo si aggiungono l’isolamento del nucleo familiare e le pressioni economiche che frenano la natalità. 

Ma occorre fare un passo in più ed essere spietatamente lucidi: le scienze umane contemporanee non sono osservatrici neutrali della realtà, ma sono esse stesse strutturate e direzionate dall’ingegneria sociale. Quest’ultima elabora e impone precisi modelli di società e di famiglia confezionati su misura per le esigenze del capitalismo predatorio. A questo sistema economico e finanziario serve infatti un individuo perfettamente atomizzato, sradicato da ogni appartenenza culturale, religiosa e identitaria, privo di legami stabili e comunitari, perché un uomo solo, fluido e privo di radici è un consumatore infinitamente più manipolabile, flessibile e dipendente dal mercato. Le scienze umane finiscono così per normalizzare ed esaltare questa fluidità affettiva, trasformando un progetto di de-costruzione dell’umano in una presunta conquista di libertà. Esse sono formidabili nel diagnosticare e accompagnare questi sintomi esterni, ma proprio per la loro natura e per la loro subalternità ideologica non possono offrire alcuna guarigione: registrano l’incapacità dell’uomo di vivere legami eterni e ne legittimano lo sradicamento, ma non hanno la forza, né la volontà, di donargli la Grazia che sola rende possibile l’amore vero e la stabilità del vincolo.

L’amnesia storica sulla rivoluzione che ha liberato le donne

In questo scenario si finisce per dimenticare una verità storica e teologica fondamentale: è stata proprio la Chiesa, attraverso la Grazia di Dio e l’aiuto dei sacramenti, ad elevare l’uomo, a trasformare il matrimonio nella monogamia e a donare un’incomparabile dignità alla donna garantendo l’indissolubilità del vincolo. Nel mondo antico la donna era subordinata e il matrimonio era un accordo patrimoniale o patriarcale dove il ripudio era la norma. Il Cristianesimo ha portato una rivoluzione inaudita imponendo il libero consenso di entrambi i coniugi, stabilendo una reciprocità di doveri che scardinava il dominio maschile e innalzando il matrimonio a Sacramento. Se la Grazia di Dio è stata capace di spezzare e plasmare la durezza di cuore millenaria e diamantina dei popoli pagani (Zc 7,12), riplasmando da cima a fondo un’intera civiltà, per quale assurdo motivo oggi ci si convince che non possa fare lo stesso con il cuore dell’uomo contemporaneo? L’indissolubilità non è nata come una catena, ma come lo scudo che proteggeva l’anello più debole e i figli dall’abbandono. Oggi purtroppo ci si lascia condizionare dalla narrazione laicista che dipinge la Chiesa come una struttura oppressiva, e per un complesso d’inferiorità si preferisce adottare il vocabolario sociologico dell’empatia e dell’inclusione invece di rivendicare con orgoglio la portata liberatoria del dogma e della Grazia.

Dal dominio dell’uomo al patto tra due egoismi


Questa dimenticanza della Grazia ha prodotto sotto i nostri occhi una mutazione spaventosa della vita di coppia. Nelle società precristiane l’egoismo si manifestava come dominio asimmetrico dell’uomo sulla donna, usata come oggetto. Oggi, conquistata la pari dignità sul piano civile ma svuotatala della dimensione spirituale, l’amore coniugale è diventato un contratto affettivo ed economico in cui gli interessi dell’uno devono semplicemente combaciare con gli interessi dell’altro. Si tratta di un accordo di reciproca convenienza, un’operazione finanziario-affettiva fondata sulla logica del calcolo dove è del tutto assente la dimensione della gratuità e del dono di sé. Quando la convenienza viene meno o subentra la prova, il contratto si scioglie e le coppie si sfaldano per poi ricomporsi altrove con estrema facilità. Di fronte a questo caos e a questa forma di disumanizzazione, la Chiesa non dovrebbe limitarsi ad ascoltare o a registrare il dato con atteggiamento sociologico, ma dovrebbe avere il coraggio profetico di denunciare questo atteggiamento perverso e porsi in una posizione fortemente critica per mettere in guardia i propri fedeli.

Quando il calcolo degli interessi distrugge ogni legame

Riflettendo su questo impoverimento delle relazioni, torna alla mente con straordinaria attualità la lezione filosofica di Antonio Rosmini. Nelle sue opere, Rosmini ha mostrato come una società che sostituisce la Giustizia e il Diritto naturale con l’utilitarismo e il calcolo degli interessi sia inevitabilmente destinata alla dissoluzione. Quando si confonde il bene morale oggettivo con l’utile personale o la ricerca del piacere, la virtù cessa di essere un valore in sé e la persona umana smette di essere considerata come un fine, riducendosi a mero strumento. L’utile, per sua natura, è divisivo e particolare: se la società e la famiglia si fondano unicamente sull’interesse reciproco, l’altro non è più un fratello o un compagno di vita, ma un socio temporaneo o un concorrente. Non appena il calcolo dà saldo negativo, il vincolo si spezza. Senza il richiamo a ciò che è invisibile, eterno e gratuito, il calcolo degli interessi non unisce le persone, ma si limita a organizzare la loro reciproca competizione, condannando i legami affettivi e la stessa civiltà al collasso morale.

Il rischio di trasformare la Chiesa in un’azienda di servizi

La domanda di fondo diventa allora ineludibile: la Chiesa oggi vuole farsi davvero voce del Creatore e del Maestro, oppure preferisce cedere alla tentazione del management aziendale? Sempre più spesso si nota l’adozione di un linguaggio e di un’impostazione che sembrano presi in prestito dalle scienze dell’organizzazione: la conversione diventa un cambio di paradigma, la grazia si riduce a una risorsa da gestire, la comunione si trasforma in networking e la verità viene sostituita dalla ricerca del consenso e dalla facilitazione dei processi. Si finisce per misurare l’efficacia della missione con i criteri dell’efficienza burocratica e del gradimento pubblico, trasformando i pastori da maestri della fede in manager dell’ascolto e della mediazione sociale. Ma la Chiesa non è un’agenzia no-profit, e la sua fecondità non è legata alla bontà delle sue strategie di comunicazione, bensì alla santità dei suoi membri e alla fedeltà intatta alla Parola di Dio.

Ritrovare il coraggio del soprannaturale per non lasciare l’uomo da solo

Ciò che manca del tutto in una visione manageriale e sociologica della fede è proprio la dimensione soprannaturale. Manca la vera diagnosi sul Peccato originale e attuale, sostituito dalla più comoda categoria di “fragilità”, con la conseguenza che non si avverte più il bisogno della Redenzione e del perdono, ma soltanto di supporto emotivo e accompagnamento. Manca la concezione della Fede come adesione forte a una Verità Rivelata che precede l’uomo e non può essere rinegoziata in base alle opinioni delle assemblee. E infine manca il primato del Culto, dell’Adorazione e della Croce, dimenticando che un’ora di preghiera silenziosa o un sacramento celebrato con fede cambiano il mondo molto più di mille tavoli di lavoro o resoconti di sintesi. Per tornare a essere la voce del Creatore, la Chiesa deve ritrovare la fiducia nella potenza propria della Grazia, abbandonando la paura di risultare impopolare. Soltanto annunciando con franchezza la verità sul matrimonio e offrendo i mezzi per viverla, la Chiesa può davvero salvare l’uomo contemporaneo dal caos dell’utilitarismo e regalargli la speranza di un amore eterno.











Quando la legge non è una sola, unica e uguale per tutti


Preghiera dell'Eid al Adha (foto Ansa)

A Padova apre la Camera arbitrale per la giustizia coranica. L'Ucoii frena e rivendica la legge dello Stato. Il caso inglese e i precedenti sull'arbitrato privato che spalanca le porte alle giurisdizioni ombra. Rassegna ragionata dal web


No, non si può sottovalutare un “tribunale” islamico che applica la sharia in Italia


Di Caterina Giojelli, 09 ottobre 2026

Scrive Giulia Sorrentino sul Giornale:

«A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un’associazione costituita il 3 marzo 2026 in via Armistizio 13 (dove si trova una palazzina di due piani color giallo sbiadito con la facciata scrostata) che punta espressamente alla comunità musulmana dell’intero Paese. Non è un progetto circoscritto al Veneto: lo statuto parla della “comunità islamica italiana”, consente l’apertura di sezioni e sedi secondarie e il regolamento stabilisce addirittura Milano come sede dell’arbitrato quando non venga individuata diversamente. Sul proprio sito l’organismo si presenta con uno slogan molto chiaro: “La vostra via alla Giustizia Islamica in Italia”».

Leggere la presentazione per comprendere che al di là del minimalismo immobiliare non si sta parlando di una associazione di quartiere.


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Scrive Roberta Polese sul Corriere del Veneto:

«Non è quindi un tribunale ma un ente privato che, si legge nel sito, “fornisce una piattaforma per risolvere controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a, ossia la legge Islamica”. Le aziende estere che operano con l’Italia, e che si avviano a creare un qualsiasi contratto, possono indicare la camera arbitrale come “risolutrice delle controversie” prima di avviare una qualsiasi trattativa commerciale. La sede di questa camera arbitrale islamica è a Padova, il fondatore è un avvocato iscritto all’ordine degli avvocati di Padova, Omar Vanin, docente a contratto di Diritto Internazionale all’Università di Padova. La camera arbitrale islamica è stata fondata a marzo, ma pochi giorni fa Francesco Minutillo, avvocato di Forlì, membro dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, ha presentato un esposto alla procura della Repubblica di Padova».


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Dice Omar Vanin, fondatore e legale rappresentante della Camera arbitrale islamica italiana, a Telenuovo, sempre ripreso dal Corriere:

«È verissimo, alcune norme dell’ordinamento sharaidico non sono compatibili, e infatti non trovano cittadinanza in un arbitrato […] Camere arbitrali come questa ci sono da anni in Inghilterra, Francia, Germania, credo che l’esposto del collega prenda le mosse da un pregiudizio islamofobo e che non si sia compreso veramente fino in fondo di cosa ci occupiamo qui».


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Pregiudizio? Sul caso è intervenuta anche l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, che ha invitato i fedeli musulmani a diffidare dell’arbitrato islamico perché in Italia la giustizia è una sola ed è quella dello Stato. Scrive Giulio Isola su Avvenire:

«L’Ucoii ha parlato di “sedicente Camera Arbitrale Islamica Italiana”, che si propone di risolvere controversie civili e commerciali “in conformità ai principi della Shari’a”. Si tratta di “un’iniziativa nata in modo del tutto autonomo, promossa da soggetti sconosciuti alle comunità islamiche italiane e privi di qualsiasi mandato da parte loro – si sottolinea in una nota -. Nessuna delle realtà associative, dei centri islamici e delle moschee che l’Ucoii rappresenta sul territorio nazionale ha promosso, sostenuto o riconosciuto questa iniziativa, né è stata consultata”. L’Ucoii ha anche ribadito che in Italia la giustizia “è amministrata dai tribunali della Repubblica, nel rispetto della Costituzione e delle leggi dello Stato. È un sistema che garantisce pienamente i diritti di tutti i cittadini e i residenti, musulmani compresi, e che non ha bisogno di strutture parallele”. Azioni come quelle intraprese a Padova “non possono essere accettate dai musulmani italiani”».


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Se non ci pensa l’Ucoii ad ammorbidire la pillola e difendere la creatura di Vanin dagli “attacchi della destra” ci pensa Laura Berlinghieri sulla Stampa:

«Nel Veneto che battaglia contro la costruzione di una moschea per le sue decine di migliaia di residenti di religione musulmana – si stima che siano tra i 150 e i 170 mila – nasce una Camera arbitrale islamica. L’istituzione è stata creata nel marzo scorso, a Padova. Ma è la politica a essersene accorta adesso, con la sua inevitabile scia di polemiche, e poi di interrogazioni ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, fino agli esposti in procura […] Le ragioni della creazione di questa nuova istituzione attengono a un piano più profondo, che riguarda piuttosto i principi delle persone di fede musulmana. Su tutti: la riservatezza, qui garantita alle parti nella fase del componimento della lite. “Questo preserva la dignità e la reputazione delle parti, un valore fondamentale nell’Islam, specialmente in questioni familiari o sensibili”, si legge ancora nel sito. E poi il mantenimento dei legami comunitari; perché “l’obiettivo è la risoluzione, incoraggiando spesso la conciliazione (Sulḥ), come raccomandato dal Corano, per mantenere l’armonia e i rapporti tra le parti”. Infine, il controllo del processo, fino alla “scelta della legge applicabile”. Spiegazioni insufficienti per larga parte della politica».

Dal vittimismo delle moschee mandate a monte alla celebrazione della “riservatezza”. Per non dire dell’”armonia” altrove tradotta in “sottomissione silenziosa”.

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Quanto alle camere arbitrali che «ci sono da anni» nel resto del continente — e che l’avvocato padovano cita con così disinvolta disinvoltura —, conviene rispolverare quanto scriveva Leone Grotti su Tempi:

«In Inghilterra esistono un centinaio di corti della sharia, che approvano ogni giorno poligamia, mutilazioni genitali, ripudio della moglie, prevenzione dei matrimoni misti e accettazione delle violenze domestiche. Oltre a questi tribunali paralleli esistono una vasta rete di “consigli” informali islamici, che operano esternamente alle moschee, occupandosi di divorzi e custodia dei figli. La Bbc ha documentato ampiamente come in queste corti i valori e le leggi britanniche vengano violati ogni giorno, eppure sono tollerati grazie al British Arbitration Act, che le classifica come “tribunali arbitrali”. Ma come ricordato dal Daily Telegraph, “i tribunali islamici si fondano sul rifiuto del principio di inviolabilità dei diritti umani, dei valori di libertà e di uguaglianza che sono alla base delle democrazie europee”. Nel 2013, il decano delle corti islamiche Suhaib Hasan, filmato di nascosto dalla Bbc, dichiarava: “La sharia viene applicata ampiamente in Gran Bretagna tutti i giorni”. Questo è così vero che nel 2014, la Law Society (che rappresenta gli avvocati inglesi), ha pubblicato sul suo sito una “guida sharia friendly” destinata agli avvocati per redigere un perfetto testamento islamico. Che si basa sul principio (illegale in Gran Bretagna) che gli uomini ricevano il doppio delle donne, in quanto superiori, e sul divieto per i non musulmani di ereditare alcunché».

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Un quadro confermato anche dalle inchieste più recenti. Come quella pubblicata lo scorso maggio da Gbnews sui «controversi servizi legali» basati sulla Sharia, o come l’inchiesta della National Secular Society raccontata da Gian Micalessin sul Giornale:

«Centomila matrimoni celebrati secondo il rito musulmano. E ben 85 tribunali islamici pronti non solo a ratificarli, ma anche a scioglierli. Il tutto in base alle approssimative leggi del Corano fissate nel sesto secolo dopo Cristo. È la drammatica situazione di un Regno Unito dove all’interno delle comunità musulmane la giurisprudenza degli imam ha ormai sostituito quella di Sua Maestà».


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Il primo tribunale basato sui precetti dell’Islam è entrato in funzione d’oltremare nel lontano 1982. Un precedente inquietante, ricorda Micalessin, dato che il suo fondatore, Haitham al-Haddad è stato, nel 2021, uno dei primi rappresentanti delle comunità islamiche inglesi a volare in Afghanistan per rendere omaggio al ricostituito Emirato talebano:

«Ma il peggio l’ha fatto in Inghilterra visto che i tribunali degli imam si sono moltiplicati a dismisura sostituendo all’interno di molte comunità musulmane quelli di Stato. Fino a diventare l’istituto preferito per la celebrazione dei matrimoni e la determinazione del divorzio. L’incontrollata diffusione di questo diritto alternativo finisce con l’attirare molti musulmani residenti in America o Oltremanica, ma pronti a volare su Londra per convolare a nozze secondo le regole del Profeta. L’attività incontrollata dei tribunali della sharia cozza, però, contro tutte le regole del diritto occidentale perché – spiega Stephen Evans responsabile della National Secular Society – mina il principio fondamentale di una sola e unica legge uguale per tutti. E calpesta i diritti di donne e figli. In base al Corano ad un marito basta infatti pronunciare tre volte la parola «divorzio» per ripudiare la consorte. Per non parlare della poligamia dilagante conseguenza della consuetudine che permette all’uomo di sposare quante donne riesce a mantenere. Ma violazioni altrettanto gravi del diritto minacciano le figlie a cui spetta, secondo l’Islam, la metà dell’eredità riconosciuta ai figli maschi. Per non parlare delle violenze familiari fuori controllo conseguenza dalle regole che impediscono a chiunque di giudicare la violenza esercitata dal coniuge maschio nel contesto familiare».

E non si creda che sia solo un’ossessione britannica. A Stoccolma, dal 2025, la Walving-Lundberg Business Court offre una divisione arbitrale dedicata alla Sharia, arrivando ad annunciare la prima “Sharia court” indipendente svedese. In Austria, una controversa sentenza ha sdoganato la validità di contratti privati regolati dal diritto islamico. Una crepa dopo l’altra nel muro dell’ordinamento statale, mentre in Francia e Germania la tenuta laica viene costantemente messa alla prova dalle giurisdizioni ombra delle banlieue, pur avendo sempre resistito al riconoscimento formale del diritto religioso nella vita pubblica. Ecco il punto. Chi liquida la Camera arbitrale islamica di Padova come un’innocua stravaganza per dirimere litigi tra mercanti dimentica come comincia e come va a finire: da Malmö a Marsiglia le enclave crescono laddove la legge dello Stato tace e l’autorità religiosa soppianta la giurisdizione laica. L’Italia non è speciale, né immune. Non sottovalutare la portata di un “non tribunale della sharia” disconosciuto anche dall’Ucoii sarebbe una tara della destra?







Leone XIV e l’Illuminismo


(Rue Montorgueil, di Monet, Pubblico dominio, wikicommons)



Leone XIV e l’Illuminismo: io e Fabio Vessillifero



Di Stefano Fontana, 9 Ottobre 2026

Fabio Vessillifero ha firmato un articolo pubblicato da Sabino Paciolla nel proprio blog a commento di un mio intervento su un passaggio dedicato all’Illuminismo del discorso di Leone XIV durante il suo recente viaggio in Francia. Si trattava di un breve video-editoriale, della serie che il nostro Osservatorio pubblica nel proprio canale YouTube ogni venerdì alle ore 12,00. Quindi una cosa breve. In seguito, sono ancora intervenuto sullo stesso tema in un articolo scritto per la Nuova Bussola Quotidiana, dove ho potuto fare qualche ulteriore osservazione. In questi luoghi ho espresso le mie critiche alle affermazioni con cui Papa Leone esaltava l’Illuminismo per le sue conquiste di civiltà e per i valori contenuti nel motto “libertà, uguaglianza e fraternità”, da lui collegati geneticamente col Vangelo. Ringrazio per l’interesse riservatomi e colgo l’occasione di esprimere qualche altra mia considerazione.

L’aspetto centrale della tesi/Vessillifero mi sembra la seguente (ma invito a leggere il suo articolo perché le sintesi tradiscono sempre): assumendo una “prospettiva decantata dal tempo”, il Papa “rifiuta di farsi imbrigliare nelle logiche dello scontro dialettico” e preferisce “guardare ai valori etici formalizzati nel presente per mostrare che essi, seppur declinati nel linguaggio secolare, mantengono una aspirazione autentica che trova la sua unica radice solida nel Vangelo”. Di questo tipo erano stati anche gli approcci di San Paolo all’Areopago di Atene e dei primi cristiani che rispettavano l’ordine civile ma “si rifiutavano di bruciare l’incenso davanti alla sua statua”. Leone “parla la lingua del suo interlocutore per stabilire un canale di comunicazione tentando di risignificare e purificare quei concetti alla luce della Rivelazione”. Il risultato positivo è la contrapposizione a tutti evidente tra le “piazze in fiamme” e l’ordine pacifico della grande folla accorsa a incontrare Leone durante il suo viaggio.

La virulenza distruttiva di quelle idee è veramente stata “decantata dal tempo”? Questo è un punto meritevole di discussione. L’aborto in Costituzione in Francia, la blasfema “Ultima Cena” alle Olimpiadi francesi del 2024, la società della corruzione sono veramente meno violente e distruttive delle ideologie ottocentesche sorte dall’illuminismo? Oppure, con l’abbandono di alcune strutture pesanti e fattasi impalpabile, più penetrante e pervasiva, quella mentalità produce oggi più danni di allora? L’idea che quei principi abbiamo trovato col passare del tempo forme di moderazione e compatibilità col cristianesimo è molto diffusa nella Chiesa e, in un certo senso, era stata richiamata anche da Benedetto XVI nel discoro alla Curia romana del 2025. Ma è veramente così? Abbandonando l’idea di rivoluzione, quelle idee sono diventate più rivoluzionarie e non meno, più essenziali, si potrebbe dire, nella loro carica rivoluzionaria. Ora, nessuno si aspettava dal Papa un attacco frontale, che oggi verrebbe chiamato “ideologico” e nemico del dialogo, ai principi su cui si costituisce la Francia attuale e per di più davanti ai rappresentanti delle sue istituzioni, ma nemmeno una esaltazione condensata in cinque righe senza la minima articolazione del discorso, senza nessuna sfumatura che permettesse comunque di dire quanto andava detto, per non lasciare campo libero solo a quanto non andava detto. Anche perché quando il Papa parla, parla non solo a chi ha di fronte, ma sempre anche al suo popolo, che non va indotto in confusione.

I valori cristiani sono stati secolarizzati. Su questo non c’è dubbio e infatti c’è una letteratura immensa. Ma il processo della loro secolarizzazione non si ferma perché la rivoluzione non cessa fino a che sia rimasto qualcosa da rivoluzionare, compresa la versione secolarizzata del cristianesimo. Serve a poco, o è addirittura controproducente, collocarsi sui valori secolarizzati pensando che essi contengano ancora qualche riflesso del cristianesimo da sviluppare; essi, nel frattempo sono già scivolati verso una nuova fase più radicale della loro secolarizzazione. Il processo non si inverte fissandosi su una sua fase intermedia per fargli recuperare i giusti punti di partenza che ha sfruttato travisandoli, ma riproponendo nella loro completezza quei punti di partenza. Non conviene approvare la triade libertà-uguaglianza-fraternità come richiamo, per quanto ormai lontano, del loro significato cristiano che si spera di far rivivere. La versione secolarizzata dei tre concetti, anche se deriva dal cristianesimo, ormai con esso non ha più niente a che fare e procede per la sua strada fino alla estenuazione woke. È la vecchia illusione che ci sia una laicità che non divenga laicismo, una secolarizzazione che non divenga secolarismo. Come si può “purificare” quei concetti alla luce della Rivelazione, se essi derivano dalla negazione della Rivelazione? Sarà piuttosto il caso di riformularli come vanno formulati, ossia nella loro pienezza.

Poi c’è la questione dei primi cristiani. La tesi/Vessillifero sostiene che i primi cristiani non hanno rigettato tutto, ma hanno accettato l’autorità e le leggi del tempo, rifiutandosi però di adorare l’imperatore. Questo sarebbe anche il metodo di Papa Leone: non condannare ma accogliere e far lievitare. Questo discorso oblia la grande differenza tra allora e adesso. Nella società precristiana di allora vigevano ancora principi e regole di morale naturale che nel diritto romano erano evidenti, insieme naturalmente a molte inadeguatezze. Allora si poteva accettare la dimensione secolare nella misura in cui era governata da principi di diritto naturale. Adesso non è più così, perché siamo in una fase postcristiana nella quale la secolarizzazione del Cristianesimo ha trascinato con sé anche la secolarizzazione della secolarità, diventando non solo postcristiana ma anche postsecolare. Mi sono permesso di far presente questo aspetto anche in una mia recensione al bel libro di Leonardo Lugaresi “Vivere da cristiani in un mondo non cristiano”.

Il punto centrale allora è come affrontare i principi della modernità nella loro valenza di natura atea. Parlare all’uomo moderno con la sua lingua “per stabilire un canale di comunicazione” significa anche utilizzare la concettualità atea della modernità teoretica, come per esempio la sua concezione di libertà, uguaglianza e fraternità? Non mi sembra che Leone XIV nelle cinque righe di quel discorso parigino abbia tenuto conto di questo problema, ma l’abbia voluto superare considerandolo una “prospettiva decantata dal tempo”. Considerare superato non vuol dire però avere risolto.







giovedì 8 ottobre 2026

Quale letizia nell’Amoris Laetitia? Il dramma di una Chiesa che offre consolazione dove Cristo prometteva salvezza







di Fabio Vessillifero, 8 ottobre 2026

La trappola del provvisorio e l’audacia dell’«una volta per tutte»

Il punto di partenza di questa riflessione è un testo di straordinaria profondità, a lungo rimasto inedito e sconosciuto: l’omelia pronunciata dal Papa emerito Benedetto XVI il 4 ottobre 2015 nella cappella del monastero Mater Ecclesiae, proprio nel giorno in cui si apriva a Roma la seconda sessione del Sinodo sulla Famiglia. In quel discorso, Papa Ratzinger sceglie di non addentrarsi nelle polemiche e nei dettagli delle discussioni politiche o disciplinari del momento, ma decide di andare direttamente al cuore e al fondamento della questione, ponendo una domanda semplice e radicale: che cos’è l’essere umano? 

Attraverso una lettura sapiente delle prime pagine della Genesi, il Papa emerito ricorda che l’uomo non è un individuo isolato o un atomo a se stante, ma è una creatura strutturalmente fatta per la relazione, creata a immagine e somiglianza di un Dio che è Egli stesso Trinità e Amore. In questa prospettiva, sia la vocazione al matrimonio sia la scelta del celibato sacerdotale condividono la medesima radice profonda: la bellezza della definitività. Riconoscere che la vera libertà non consiste nel mantenere tutte le porte aperte per sempre, ma nell’avere l’audacia di donarsi “una volta per tutte”, è l’unica via che permette all’uomo di maturare. Come affermava Benedetto XVI in quell’omelia: «Il celibato implica per prima cosa l’audacia, il coraggio della definitività: una volta per tutte mi decido, mi do per sempre al Signore e rimango a sua disposizione. Riconosco che io sono libero, ma solo nella volontà di Dio trovo me stesso e per sempre, e solo in questo vincolo, che è per sempre, posso veramente crescere e maturare». È l’unica via per uscire dalla prigione dell’egoismo contemporaneo, che trasforma la vita in un continuo consumo di esperienze passeggere.

La verità senza la clava: la lezione dimenticata di Ratzinger

Per comprendere appieno la posizione di Joseph Ratzinger, è necessario tuttavia evitare il rischio di ridurla a un’astratta teoria filosofica o a una rigida difesa d’ufficio della dottrina. Già durante i lunghi anni trascorsi come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede al fianco di San Giovanni Paolo II, il Cardinale Ratzinger aveva contribuito in modo determinante alla stesura dell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio del 1981. In quel documento, la Chiesa dimostrava già un’immensa sensibilità e una grande attenzione verso la concretezza della vita reale e verso le ferite delle persone. Nel celebre numero 84 di quell’esortazione, il Magistero chiedeva ai pastori di distinguere con cura le diverse situazioni dei divorziati risposati, senza cedere a giudizi affrettati: «I pastori devono sapere che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido». La Chiesa invitava caldamente questi fedeli a rimanere dentro la comunità cristiana, a pregare, ad ascoltare la Parola di Dio e a educare i figli nella fede. Tuttavia, pur spalancando le porte dell’accoglienza e della comprensione umana, Ratzinger e Giovanni Paolo II mantenevano un punto fermo non negoziabile: l’impossibilità di accedere alla Comunione sacramentale per chi viveva in una nuova unione senza la decisione di vivere nella continenza. Questa scelta non nasceva da una volontà di punire o di escludere, ma dalla consapevolezza che l’Eucaristia è il segno visibile dell’amore indissolubile di Cristo per la Chiesa, e che non si può ricevere il corpo di Cristo 
se la propria forma di vita reale si trova in una contraddizione oggettiva con quell’unione per sempre. 

L’«ospedale da campo» e il rischio della colpa cancellata per decreto

A questa visione, fortemente ancorata alla verità del matrimonio e alla coerenza dei segni sacramentali, si è sovrapposta negli anni successivi la prospettiva di Papa Francesco, culminata nel 2016 con la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia. Il baricentro del discorso pastorale subisce qui uno spostamento decisivo. L’attenzione di Bergoglio si concentra sull’esistenza ferita dell’uomo contemporaneo, sommerso da condizionamenti psicologici, sociali e culturali che spesso gli impediscono di realizzare pienamente l’ideale del matrimonio cristiano. Invece di partire dalla struttura metafisica dell’essere umano e dalla norma morale, Amoris Laetitia sceglie di partire dalla fragilità reale delle persone, proponendo la Chiesa non come un tribunale che applica leggi astratte, ma come un “ospedale da campo” chiamato a curare e ad accompagnare tutti. È in questo contesto che si apre la possibilità, per chi si trova in una seconda unione, di accedere in certi casi all’aiuto dei Sacramenti e alla Comunione, giungendo ad affermare nella nota 351: «In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti. Per questo “ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura ma il luogo della misericordia del Signore” […] Analogamente segnalo che l’eucaristia “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”». L’argomento centrale di questo approccio consiste nello spostare l’attenzione dalla colpa oggettiva alla responsabilità soggettiva: se una persona, a causa della sua debolezza o delle sue complesse vicende familiari, non è pienamente consapevole o libera, la sua colpa morale potrebbe essere attenuata, permettendole così di vivere in grazia di Dio anche dentro una situazione matrimoniale irregolare.

Come si piegano i barbari: la forza eversiva della Liturgia

Mettendo a confronto queste due impostazioni, si nota chiaramente la nascita di una tensione profonda all’interno della prassi della Chiesa: da un lato vi è l’approccio metafisico e teologico di Benedetto XVI, che individua nella verità sull’uomo l’unica vera cura per la crisi del nostro tempo; dall’altro vi è l’approccio esistenziale e pedagogico di Papa Bergoglio, che cerca di avvicinare la norma alle concrete possibilità dell’uomo ferito. Tuttavia, quando il dibattito rischia di ridursi a uno scontro tra rigidità e misericordia, la lezione del Beato Antonio Rosmini offre una chiave di lettura illuminante per ritrovare il vero motore della storia cristiana. Nella prima piaga del suo celebre scritto Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, Rosmini si interroga su come la Chiesa antica sia riuscita nell’impresa straordinaria di convertire i popoli barbari, trasformando società violente, poligame e basate sulla sopraffazione in una civiltà capace di rispetto e di amore. La risposta del grande filosofo roveretano è folgorante: ciò che ha dato ai barbari la forza di cambiare vita non è stata una complessa teoria filosofica, e nemmeno un accomodamento morale verso i loro vizi, ma è stata la potenza reale, ontologica e viva del Sacro Culto e dei Sacramenti. Come scrive infatti Rosmini: «La religione cristiana fu quella che incivilì i popoli barbari […] e la fonte prima di questo incivilimento fu la partecipazione del popolo al pubblico culto, e segnatamente alla Messa e ai Sacramenti, laddove s’attingeva quella grazia che forma il cuore nuovo e lo spirito nuovo». 

Ma questa forza del Sacramento non appartiene soltanto al passato: essa è l’unica capace di guarire e trasformare anche l’uomo contemporaneo. L’uomo di oggi si sente colto, intelligente, sviluppato, emancipato e all’avanguardia; eppure, dietro questa patina di sofisticata cultura, nasconde spesso la medesima incapacità di amare, la stessa fragilità morale e la medesima violenza relazionale dei barbari di un tempo. È, a ben vedere, un “barbaro raffinato”, che ha smarrito gran parte della propria umanità e del senso del sacro. Nessun compromesso pastorale, né alcuna teoria sociologica possono risanare questo vuoto: solo la grazia del Sacramento, quando la Liturgia è compresa e vissuta, ha il potere di penetrare nella carne e nello spirito dell’uomo di oggi, risanare la sua natura ferita e donargli la forza sovrumana di spezzare l’egoismo e accedere a una vita nuova.

Il Sacramento non è una medaglia: la Grazia come chirurgia dell’anima

Questa intuizione di Rosmini si sposa in modo perfetto con l’insegnamento classico di San Tommaso d’Aquino sulla natura della Grazia e dei Sacramenti. Per l’Aquinate, la Grazia non si limita a coprire le nostre colpe o a consolarci nelle nostre debolezze, ma possiede la capacità reale di trasformare sia l’intelligenza sia il cuore della persona umana. L’intelligenza, illuminata dalla fede, torna a vedere la bellezza della verità e del bene; il cuore, risanato dalla carità divina, riceve la forza necessaria per compiere ciò che con le sole forze umane sarebbe del tutto impossibile. Come formula sinteticamente Tommaso nella Summa Theologiae: «Gratia non tollit naturam, sed perficit» – La grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona (STh I, q. 1, a. 8, ad 2). E aggiunge, parlando dell’efficacia dei riti sacri: «Sacramenta novae legis causant gratiam per modum instrumenti» – I sacramenti della nuova legge causano la grazia come strumenti vivi e reali della virtù di Cristo (STh III q.62). I Sacramenti non sono semplici simboli psicologici o gesti d’accoglienza sociale, ma sono veri e propri strumenti attraverso i quali la vita stessa di Cristo si comunica all’uomo per guarirlo e per elevarlo. Senza l’azione di questa Grazia sacramentale, chiedere all’uomo di vivere la fedeltà e il sacrificio diventa una pretesa insostenibile; ma, allo stesso tempo, offrire i Sacramenti senza pretendere una reale conversione della vita significa svuotare i Sacramenti della loro stessa forza di guarigione, riducendoli a una sterile consolazione.

Il valore del “no”: la Comunione spirituale come martirio silenzioso

Questa comprensione del Sacramento permette anche di smontare un grande equivoco molto diffuso nel dibattito attuale, secondo il quale chi non può accostarsi alla Comunione sacramentale sarebbe del tutto privo della grazia di Dio o escluso dall’amore della Chiesa. In realtà, proprio il Concilio di Trento, nella XIII sessione (capitolo 8), ha formulato una dottrina organica ed esaustiva distinguendo tre modi precisi di accostarsi al Sacramento dell’Eucaristia. Il primo modo è quello di chi riceve il Sacramento solo sacramentalmente: è il caso dei peccatori che ricevono l’ostia con il corpo ma, trovandosi in stato di peccato mortale e privi delle dovute disposizioni dell’anima, non ne traggono alcun frutto spirituale, compiendo anzi un sacrilegio. Il secondo modo è quello di chi riceve l’Eucaristia solo spiritualmente: sono coloro che, spinti da un vivo desiderio e da una fede operante nella carità, si cibano con l’intenzione e con il cuore di quel Pane celeste e, pur senza consumarlo fisicamente, ne percepiscono pienamente il frutto e la grazia divina. Il terzo modo, infine, è quello di chi riceve il Sacramento sacramentalmente e spiritualmente insieme: sono coloro che accostano le debite disposizioni dell’anima all’atto fisico dell’eucaristia, unendo l’ostia visibile al frutto interiore. Come insegna chiaramente il testo tridentino: «Quanto all’uso di questo santo sacramento, i nostri padri rettamente e sapientemente distinsero tre modi di riceverlo. Insegnarono infatti che alcuni lo ricevono solo sacramentalmente, come i peccatori; altri solo spiritualmente, e cioè quelli che, mangiando col desiderio quel pane celeste loro proposto, con la fede viva “che opera per mezzo della carità”, ne sentono il frutto e l’utilità; i terzi poi lo ricevono sacramentalmente e spiritualmente insieme: e sono quelli che prima provano e preparano se stessi». Un fedele divorziato risposato che, per rispetto verso la verità del sacramento del matrimonio e per obbedienza alla parola di Gesù, riconosce il proprio stato oggettivo e sceglie di non accostarsi a ricevere il pane consacrato, si pone esattamente nella seconda categoria. Egli non compie un gesto di esclusione passiva, ma un grandissimo atto di fede, di rispetto e di amore. Riconoscere il proprio limite e offrire a Dio la sofferenza di non potersi comunicare significa vivere un’esperienza di profonda purificazione e di elevazione spirituale. Questo sacrificio, vissuto nella preghiera e nel desiderio sincero di Dio, attira sull’anima una pioggia di Grazia autentica, e diventa al contempo una testimonianza luminosa per tutta la comunità cristiana, ricordando a tutti quale sia la grandezza e la maestà dell’Eucaristia.

L’ombra di Lutero: quando la misericordia dispera della Redenzione

La scelta di scavalcare questa via di purificazione per concedere l’Eucaristia a chi rimane in una situazione di peccato oggettivo finisce per rivelare, a un’analisi teologica più profonda, un involontario ma drammatico pessimismo nei confronti dell’essere umano e una latente mancanza di fede nella forza della Grazia. Sostenere che l’uomo contemporaneo è talmente debole, condizionato e fragile da non poter proprio fare a meno di vivere nell’adulterio o nell’infedeltà significa in fondo disperare della Redenzione di Cristo. È come affermare che il Vangelo sia un ideale troppo alto per la gente comune, e che la Grazia di Dio non abbia più la capacità di rendere l’uomo capace di fedeltà e di castità. Si compie così un passaggio che ricorda da vicino la celebre formula di Martin Lutero sull’uomo simul iustus et peccator, cioè l’idea che l’essere umano rimanga sostanzialmente peccatore nel suo agire concreto e che la Grazia si limiti a perdonarlo senza trasformare realmente la sua vita. Ma la fede cattolica, definita con forza al Concilio di Trento (Canone 18 sulla giustificazione), ha sempre insegnato la reale possibilità di osservare la legge divina: «Se qualcuno dice che i comandamenti di Dio sono impossibili da osservare anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia: sia anatema». La grazia rende l’uomo davvero capace di una vita santa.

Il pessimismo dell’Amoris Laetitia: una consolazione a buon mercato

Alla luce di questo percorso, ci si deve chiedere con grande onestà che cosa rimanga della vera “gioia” proclamata nel titolo di Amoris Laetitia. Se la letizia che si offre all’uomo è soltanto il sollievo psicologico di sentirsi dire che Dio lo comprende e lo accetta anche se rimane nella sua situazione di peccato, ci troviamo di fronte a una gioia ridotta, a una consolazione che rischia di accontentarsi della debolezza anziché guarirla. La vera Laetitia cristiana, quella che risuona nelle pagine del Vangelo e nella testimonianza dei santi, non è la rassegnazione di chi si sente dire che non può cambiare, ma è la gioia travolgente della liberazione, la gioia di chi sperimenta che la Grazia di Cristo ha spezzato le catene dell’egoismo e ha reso possibile l’impossibile. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù non nasconde la verità alla donna adultera, ma le indica la via della salvezza: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). La vera carità non consiste nell’abbassare la misura della verità per adattarla ai nostri difetti, ma nel donare all’uomo la forza divina per salire verso la verità.

Il bacio e la resa: la tentazione eterna del Grande Inquisitore

Il cerchio di questa riflessione si chiude così in modo quasi profetico attraverso la celebre pagina del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. In quel racconto, il vecchio Inquisitore rimprovera Gesù ritornato sulla terra, accusandolo di aver preteso troppo dagli uomini, di aver proposto loro una legge evangelica troppo alta e inaccessibile: «Tu avevi una stima troppo alta dell’uomo, perché essi sono schiavi e ribelli […] Se tu l’avessi stimato meno, gli avresti chiesto meno, e questo sarebbe stato più vicino alla carità, perché il suo fardello sarebbe stato più leggero». L’Inquisitore si vanta di essere stato più misericordioso di Cristo, perché ha corretto il Vangelo, ha accettato l’uomo nella sua mediocrità, gli ha condonato l’incapacità di fare il bene e gli ha offerto una felicità a buon mercato. L’atteggiamento di una pastorale che, per pura ansia di accoglienza, rinuncia alla forza esigente della Verità e alla potenza trasformante dei Sacramenti rischia di ripetere esattamente la logica del Grande Inquisitore. Mostrare una misericordia che prescinde dalla conversione significa trattare l’uomo come una creatura incapace di grandezza, privandolo della sua dignità più alta. La risposta di Cristo all’Inquisitore è un bacio silenzioso, un gesto d’amore che ricorda che la vera carità non risiede nella condiscendenza che lascia l’uomo nel suo limite, ma nello sguardo divino che crede nella sua capacità di risorgere e di diventare santo.





Assalto a Pro Vita, non è giustizia lasciare impunita la violenza



La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento sull’assalto, nel novembre 2023, di gruppi transfemministi alla sede di Pro Vita & Famiglia. Una richiesta preoccupante, perché alimenta un clima di impunità e dà l’impressione di una giustizia doppiopesista.

Il caso

Editoriali


Ermes Dovico,  07-10-2026

Ricordate l’assalto del 25 novembre 2023, quando gruppi transfemministi, andando contro un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa, devastarono saracinesche e vetrine della sede romana di Pro Vita & Famiglia, tentando pure di incendiarla? Il giorno dopo l’assalto, avvenuto nel corso di una manifestazione per la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, era stato rinvenuto anche un piccolo ordigno dentro gli uffici dell’associazione, provvidenzialmente non esploso.

Ebbene, a tre anni da questi fatti, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del relativo procedimento. A darne notizia è la stessa Pro Vita con un comunicato stampa diffuso ieri, 6 ottobre, in cui l’associazione fa presente che «la stessa DIGOS ha parlato di azioni delittuose premeditate per costringere le forze dell’ordine ad abbandonare la protezione della sede, eppure la richiesta di archiviazione, di una sola pagina, non menziona né l’ordigno né l’istigazione né la rivendicazione. Inoltre, come se non bastasse, è mancata l’identificazione di promotrici e organizzatrici dell’evento, nonostante ci siano delle responsabilità ben precise, visto che alcuni gruppi transfemministi – tra cui “Non Una Di Meno” – hanno pubblicamente, sui social, rivendicato l’assalto poche ore dopo averlo compiuto».




Tra gli episodi più surreali della rivendicazione, ricordiamo quello di una militante Lgbt e femminista, a volto scoperto, che davanti a una telecamera di Local Team lamentava il fatto che le forze dell’ordine avessero protetto la sede di un’associazione «che fa propaganda contro il diritto all’aborto» e che perciò meritava di essere «sanzionata», cioè punita con un assalto di quel tipo. A volto scoperto erano anche diversi degli assalitori ripresi dalle telecamere su viale Manzoni: se da un lato questo è segno che tali attivisti credevano di poter agire nell’impunità, dall’altro ci si chiede perché non siano stati identificati e quindi perché siano stati lasciati effettivamente impuniti.

Pro Vita ha comunicato di aver «depositato l’atto di opposizione all’archiviazione, chiedendo al GIP [giudice per le indagini preliminari, ndr] di disporre ulteriori indagini. Chiediamo anche al ministro Piantedosi – ha concluso l’associazione – di affrontare seriamente il clima di intimidazione e odio che oggi grava in Italia su chi, come noi, esprime semplicemente il proprio pensiero pro life, che però dà fastidio perché diverso dal pensiero unico dominante».

La richiesta al ministro dell’Interno è del tutto comprensibile, visto che la violenza verbale in stile Anni di Piombo, le minacce di morte e anche le aggressioni fisiche da parte di certi collettivi transfemministi non possono lasciare tranquilli. In più, se non si puniscono quelli che sono già veri e propri atti terroristici, coloro che li hanno commessi si sentiranno sempre più liberi di alzare l’asticella della violenza. La richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma preoccupa non solo per l’intrinseca gravità dell’assalto ma anche perché quello stesso assalto non è un episodio “isolato”, ma si aggiunge ad altre aggressioni ai danni della stessa associazione e di altri attivisti pro vita italiani. Aggressioni a loro volta almeno indirettamente legittimate da un contesto politico-culturale che censura (vedi i manifesti di Pro Vita) e attacca ogni idea o iniziativa a difesa della vita fin dal concepimento e della famiglia naturale.

In questo contesto gioca il suo ruolo anche una giustizia a corrente alternata. Basti un esempio a mo’ di paragone. Si ricorderà l’assalto del 9 ottobre 2021 alla sede nazionale della Cgil, a Roma, compiuto da militanti di estrema destra staccatisi da una generale manifestazione di protesta contro il green pass. Dopo quell’assalto ci sono stati, giustamente, dei processi – con più filoni – che hanno portato a diverse condanne, alcune già definitive. Anche la condanna da parte della politica fu allora pressoché trasversale – cosa che non si può dire per i fatti del 25 novembre 2023, su cui non abbiamo sentito una parola né da Elly Schlein né da diversi altri esponenti della sinistra né dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – e sui media si parlò della vicenda per giorni. Se nel caso dell’assalto alla Cgil la giustizia ha fatto e sta facendo il suo corso, perché si dovrebbe archiviare il procedimento sull’assalto a Pro Vita? Sarebbe come usare due pesi e due misure.







mercoledì 7 ottobre 2026

«La crisi della fede? Frutto di quella della famiglia»



(Imagoeconomica/IA)

Un nuovo report statunitense conferma lo stretto legame tra la “cellula fondamentale della società” e la religiosità: quando una soffre l’altra sta peggio. E quando una tiene, l'altra fa altrettanto. La parola ai dati

Sociologia


Giuliano Guzzo, 06 ottobre 2026 

La crisi della fede è strettamente legata a quella del matrimonio, che però non viene rifiutato frontalmente bensì rinviato: fino a quando poi è troppo tardi. È la diagnosi che attraversa le dense pagine di The State of Marriage and the Family in the United States, il report curato da J.P. De Gance e Jared Smyth per il decennale di Amoris laetitia. Il documento – che fotografa gli Stati Uniti, ma offre spunti validi anche per noi - poggia su due indagini assai vaste su campioni di fedeli praticanti - 19.000 nel 2023, oltre 16.000 nel 2024 -, su ricerche condotte con Harvard e l’Institute for Family Studies e sui dati federali. Ne esce il ritratto di un’istituzione che conserva il suo prestigio ideale ma perde la sua funzione sociale ordinaria. E di una Chiesa che, secondo gli autori, ne sta pagando il prezzo. L’America è arrivata per la prima volta a una maggioranza di adulti non sposati. E ci sono anche altri indicatori che fanno preoccupare, tra i quali uno - assai eloquente - per la Chiesa.

Nel 2023, infatti, i funerali cattolici sono stati 401.654: quasi quattro volte i matrimoni. Nello stesso mezzo secolo i cattolici americani sono passati da 54 a 75 milioni: la comunità è cresciuta, ma il sacramento si è ridotto a un quarto. Con una fecondità di 1,57, osserva il report, ogni 200 persone di questa generazione ne lasciano circa 157 nella prossima. E oltre la metà dei ragazzi arriva a 17 anni senza un padre e una madre sposati in casa. La spiegazione più comoda sarebbe quella economica: salari incerti, case care, precarietà. Il report in realtà non la scarta (dove ci sono più uomini single con un lavoro ci si sposa di più), ma osserva che il calo è proseguito sia nelle recessioni sia negli anni di boom, e ha toccato anche le laureate, scese dal 76% al 58% di sposate tra il 1960 e il 2022. A cambiare - secondo gli autori di The State of Marriage and the Family in the United States - è stata soprattutto una soglia culturale. Nel 1970 lo sposo medio aveva 23 anni, raramente possedeva una casa e costruiva il resto dopo le nozze. Oggi ne ha 30 e sei su dieci sono proprietari. Il matrimonio è passato da «pietra angolare» a «coronamento»: non più il mezzo con cui due persone costruiscono una vita, ma il premio per averla già sistemata.

I genitori rafforzano questa sequenza. Secondo il Pew Research Center, l’88% considera molto importante che i figli siano economicamente indipendenti, appena il 21% che si sposino. «I nostri figli», osserva il report, «fanno esattamente ciò che ci aspettiamo da loro». Tre fenomeni completano il quadro. Il primo è il divario di classe. Il crollo nuziale, infatti, risulta molto più ripido tra i ceti popolari che tra i laureati; il matrimonio rischia così di diventare un bene di lusso, con effetti a cascata su stabilità dei figli e mobilità sociale. Il secondo luogo, c’è la quella che si potrebbe chiamare «recessione degli appuntamenti». Tra i 22 e i 35 anni appena il 31% frequenta attivamente qualcuno. Le app trasformano le relazioni in beni di consumo - in media per un match si scorrono 34 profili - e gli studenti universitari le stanno abbandonando.

Infine, pesa il fenomeno della solitudine nascosta. Le persone più sole in chiesa la domenica non sono gli anziani o le vedove, ma i non sposati sui trent’anni, un gruppo che in qualsiasi generazione precedente sarebbe stato piccolo. Il desiderio nuziale, però, resiste. Nel 2023 il 61% delle ragazze all’ultimo anno di liceo diceva di volersi sposare un giorno, contro l’83% del 1993; tra i ragazzi la quota è rimasta quasi invariata. È un calo vistoso. Secondo il report gli americani non hanno rifiutato il matrimonio: hanno perso i modelli, i percorsi e la fiducia per arrivarci. Anche dentro le chiese il benessere è meno solido di quanto appaia. Tra un quinto e un quarto degli sposati praticanti dice di essere in difficoltà. Le mogli lo segnalano il 62% più spesso dei mariti, e circa il 70% dei divorzi è chiesto dalle donne: molti uomini, conclude il report, non sanno che il loro matrimonio è in pericolo.

A questo punto una domanda sorge spontanea: è la crisi della fede ad alimentare quella della famiglia o viceversa? Su questo report offre una risposta netta: «la crisi della famiglia ha preceduto la crisi della fede e continua ad alimentarla». Il riferimento è qui Mary Eberstadt che, nel suo noto How the West Really Lost God (2013), sostiene che in Occidente la crisi familiare abbia preceduto e provocato quella religiosa. Le prove portate sono effettivamente di peso:

- l’83% dei cattolici alla Messa domenicale è cresciuto con genitori sposati (il 66% tra i protestanti praticanti);

-l’88% dei sacerdoti ordinati nel 2026 viene da famiglie intatte;

-chi aveva un ottimo rapporto con entrambi i genitori ha il 76% di probabilità in più di andare in chiesa ogni settimana da adulto e il 97% in più di credere in Dio;

Secondo gli autori, la pratica dei genitori, un legame affettivo caldo e un matrimonio stabile contano più della catechesi, delle scuole cattoliche o della pastorale giovanile. Sono dati difficili da ignorare. Ma dimostrano un legame forte, non in modo inoppugnabile e definitivo la sua direzione. Ci sono infatti delle obiezioni a questa lettura; per l'esattezza, almeno tre. La prima è la causalità inversa: le famiglie credenti si sposano di più e divorziano di meno; il report stesso lo documenta, con un rischio di divorzio inferiore del 30-50% per le coppie che pregano insieme. Che l’83% dei praticanti venga da genitori sposati può significare che la famiglia stabile genera – o quanto meno favorisce - fede. Ma può anche voler dire che la fede dei genitori ha prodotto insieme il matrimonio stabile e la fede dei figli.

Una seconda considerazione che si può tener presente è quella del confronto. Il report, infatti, accosta l’83% al 18% di famiglie con genitori sposati e figli minori. I due dati però misurano cose diverse: il secondo conta tutte le famiglie, comprese quelle senza figli. Il paragone corretto da fare con la quota di figli cresciuti da genitori sposati, che lo stesso documento colloca intorno alla metà. Lo scarto resta ampio e significativo, intendiamoci, ma meno drammatico di quanto suggerisca l’accostamento. Infine, non si può scartare l’obiezione della causa comune. Una consolidata tradizione sociologica legge infatti entrambi i declini - di fede e famiglia - come effetti di una stessa trasformazione: l’individualizzazione, il primato della realizzazione personale, la separazione tra sessualità, matrimonio e procreazione.

Il report riconosce i segni di tutto ciò quando parla di «mentalità contraccettiva» e di aspettative materiali. In questa lettura famiglia e fede non si trascinano a vicenda: cedono insieme alla stessa pressione. La formula più onesta è forse quella della stessa Eberstadt, che parla di una «doppia elica»: famiglia e fede si sostengono a vicenda e, quando una si indebolisce, l’altra perde il suo appoggio. Il report contiene indizi in entrambe le direzioni. Tra i giovani sposati praticanti crescono apertura alla vita e fedeltà all’insegnamento sulla contraccezione, mentre tra i cattolici non praticanti no: qui è la fede a modellare la famiglia, non il contrario. La tesi più ottimista del report è che il declino sia frutto di «trascuratezza, non di inevitabilità». L’85% delle chiese americane non spende nulla per la pastorale del matrimonio. Solo il 23% dei parroci cattolici offre qualcosa agli sposi novelli, eppure le separazioni si concentrano nei primi cinque anni.

Dove si è investito, come nell’arcidiocesi di Kansas City in Kansas tra il 2022 e il 2025, il report segnala una frequenza domenicale cresciuta del 23% nelle parrocchie coinvolte. Anche qui, però, è opportuno restare cauti. Si tratti infatti di dati raccolti dall’organizzazione che lo gestisce, senza gruppo di controllo e negli anni della ripresa dopo il Covid. Le indagini Communio, inoltre, intervistano solo chi frequenta ogni settimana: chi ha lasciato la Chiesa, magari dopo una separazione, resta fuori dal quadro. Tuttavia, questa interessante indagine una cosa la conferma in modo molto chiaro: matrimonio e fede, negli Stati Uniti (ma sappiamo che le cose non sono tali solo lì), viaggiano insieme. E il matrimonio non è stato rifiutato: è stato rinviato, fino a diventare per molti irraggiungibile. Che la famiglia sia la causa della crisi religiosa o il suo primo sintomo, la conclusione pratica è in fondo la stessa. Una Chiesa che vuole trasmettere la fede non può smettere di occuparsi delle coppie il giorno dopo le nozze; e non può neppure occuparsene – viene da aggiungere - solo quando il matrimonio è già all’orizzonte.






Vescovo Mutsaerts: «Questa non è sinodalità. È teologia del fatto compiuto»



Rob Mutsaerts,Vescovo ausiliare 
della Diocesi di ‘s-Hertogenbosch (Olanda)


7 ottobre 2026



+Rob Mutsaerts

Le tattiche ingannevoli della Rivoluzione Silenziosa

In duemila anni la Chiesa cattolica ha vissuto praticamente tutto ciò che può capitare a un’istituzione: papi malvagi, vescovi corrotti, eresie, scismi, rivoluzioni, persecuzioni, monasteri decadenti, ecclesiastici dissoluti e teologi che volevano essere così originali da arrivare al punto in cui, alla fine, solo loro stessi capivano ancora cosa intendessero dire.

Eppure la Chiesa è ancora in piedi. Non perché i cattolici siano sempre stati saggi. Sarebbe un’ipotesi storica piuttosto azzardata. La Chiesa è sopravvissuta perché si è verificato ripetutamente un fenomeno singolare: dopo il fumo, le dispute e le acrobazie intellettuali, l’ortodossia cattolica si è rivelata straordinariamente tenace. Ario scomparve, Nicea rimase. I catari scomparvero, il Credo rimase. Il giansenismo, il modernismo e decine di altre mode sorsero come il futuro e finirono come note a piè di pagina. Il cattolicesimo ha una prova del nove piuttosto semplice: la continuità. Da qui l’importanza della Tradizione, del patrimonio di fede tramandato.

Ciò non significa che nulla possa mai cambiare. La liturgia si è evoluta, il diritto ecclesiastico è cambiato, le discipline ecclesiastiche sono state modificate, le formulazioni teologiche sono state perfezionate. Una quercia, dopo cinquecento anni, ha un aspetto diverso da quando era una ghianda. Ma quando da quella ghianda cresce improvvisamente un tulipano, «evoluzione» non è più la parola giusta. È proprio qui che risiede il problema dell’attuale crisi ecclesiastica. Perché non è in atto alcuna spettacolare presa d’assalto del Vaticano. Innanzitutto, la dottrina rimane la stessa. La formula ecclesiastica moderna recita più o meno così: «La dottrina naturalmente non cambia, ma il nostro approccio pastorale deve cambiare». Sembra rassicurante. Finché la pratica pastorale non comunica per anni esattamente l’opposto della dottrina che si suppone sia rimasta immutata.

Prendiamo la Germania. Il «Cammino sinodale» tedesco non ha parlato solo di riforme amministrative o di un migliore controllo sul potere episcopale. All’ordine del giorno ufficiale figuravano la sessualità, l’omosessualità, la posizione delle donne negli uffici ecclesiastici e la struttura dell’autorità ecclesiastica. Nel 2023 il «Cammino sinodale» ha addirittura adottato una risoluzione in cui si chiedeva l’istituzione di cerimonie di benedizione ufficiali, tra l’altro, per coppie omosessuali e risposate, complete di forme liturgiche da sviluppare.

Anche Roma stessa ha riconosciuto il problema. Nel 2022 la Santa Sede ha dichiarato espressamente che il «Cammino sinodale» tedesco non era autorizzato a imporre nuove forme di governo o nuovi orientamenti in materia di dottrina e morale, poiché ciò avrebbe potuto costituire una «ferita per la comunione ecclesiale» e una minaccia per l’unità della Chiesa. È una dichiarazione piuttosto forte. Quando Roma deve ammonire pubblicamente un processo guidato dai vescovi affinché non introduca una nuova morale, evidentemente non si tratta solo di un caso isolato.

E nel frattempo il processo va avanti. Nell’aprile 2025, i rappresentanti della Conferenza Episcopale Tedesca e dello ZdK hanno pubblicato una guida in cui veniva espressamente incoraggiata la pratica della benedizione per i divorziati risposati, le coppie di ogni orientamento sessuale e altre coppie non sposate in chiesa. E ancora una volta: «Non è la vecchia dottrina a essere sbagliata», ma «noi accompagniamo le persone». Non: «La morale cambia». Questa è «vicinanza pastorale». Chi solleva obiezioni si vede quindi rapidamente attribuire il curioso ruolo di fariseo. L’innovatore possiede l’amore; il cattolico ortodosso possiede, a quanto pare, solo il codice di legge. È una retorica particolarmente abile.

Lo stesso problema è emerso in relazione a Fiducia supplicans. Quel documento del 2023 si attiene formalmente ed esplicitamente alla dottrina cattolica sul matrimonio. Afferma addirittura che le unioni omosessuali non devono essere confuse con il matrimonio e che le benedizioni in questione non devono assumere una forma liturgica simile a quella del matrimonio. Allo stesso tempo, però, permette che le coppie dello stesso sesso possano ricevere una benedizione spontanea. Bisogna essere davvero molto ingenui per pensare che gli atti simbolici non abbiano alcun significato.

Il giorno dopo la pubblicazione, il gesuita americano James Martin ha benedetto una coppia omosessuale sposata a New York, alla presenza della stampa. Formalmente si può dire: non è stato celebrato alcun matrimonio. Di fatto, mezzo mondo ha visto: due uomini che vivono come coppia ricevono insieme una benedizione da un sacerdote cattolico.

Ed ecco che riemerge quella curiosa distinzione: «Ciò che vedete non è ciò che intendiamo». A lungo andare, questa è una strategia pastorale difficile. Il linguaggio sacramentale della Chiesa consiste infatti proprio in segni visibili. Quando per anni ci viene insegnato che i gesti hanno un significato, è difficile affermare all’improvviso che una benedizione ecclesiastica debba essere compresa esclusivamente attraverso le note a piè di pagina di un documento romano.

E poi il vescovo Johan Bonny di Anversa. Nel marzo 2026 ha dichiarato di voler ordinare sacerdoti uomini sposati ad Anversa nel 2028 (dopo un periodo di preparazione estremamente breve; per il sacerdozio sono davvero necessari molti più anni). Ha persino affermato che, secondo lui, la domanda non è più se, ma quando ciò avverrà. Nel frattempo, i candidati vengono preparati, mentre per l’effettiva ordinazione rimane necessaria l’autorizzazione di Roma. Ed è proprio questo che illustra il nuovo stile di governo ecclesiastico. Prima si crea l’aspettativa. Poi si organizza la pratica. Successivamente si chiede a Roma di regolarizzare la realtà ormai consolidata. La domanda non è: «Cosa permette la Chiesa?», ma: «Cosa possiamo fare fin da ora affinché alla Chiesa risulti difficile fare marcia indietro in seguito?». Questa non è sinodalità. È teologia del fatto compiuto.

E questo ci porta a papa Francesco. Il suo pontificato ha favorito una cultura in cui l’ambiguità veniva interpretata, con notevole frequenza, in chiave progressista. La formula era sempre più o meno la stessa: la dottrina rimane intatta, ma il caso concreto è complesso; le norme permangono, ma occorre discernere; la dottrina è chiara, ma l’applicazione pastorale può variare. Di per sé, non c’è nulla di non cattolico in questo. Anche Tommaso d’Aquino sapeva che la «prudentia» deve essere applicata alle circostanze concrete. Ma quando quasi ogni eccezione va nella stessa direzione, è legittimo chiedersi se abbiamo ancora a che fare con delle eccezioni.

C’è motivo di preoccuparsi al riguardo. Perché? Leggete la storia della Chiesa. I cambiamenti ecclesiastici raramente iniziano con l’annuncio: «Da lunedì aboliamo duemila anni di tradizione cattolica». Funziona diversamente. Prima si dice che una dottrina viene «compresa» in modo errato. Poi che la terminologia è «offensiva». Successivamente che nessuno vuole cambiare la dottrina, ma che è necessario uno «spazio pastorale». Poi nascono esperimenti locali. Gli esperimenti diventano prassi. La prassi crea aspettative. Le aspettative diventano «realtà vissuta». E infine a coloro che difendono la dottrina originaria viene chiesto perché si aggrappino con tanta rigidità a una formulazione ormai superata. Questa è la rivoluzione silenziosa!

Non la negazione del dogma, ma la sua dissoluzione. Non: «Questo non è più vero», ma: «Oggi dobbiamo parlarne in modo più sfumato». Non: «Il sesto comandamento non vale più», ma: «Dobbiamo evitare di opprimere le persone con le regole». Non: «Il sacerdozio sta cambiando», ma: «Le esigenze della comunità locale richiedono nuove forme». In questo modo, una dottrina può rimanere formalmente nel Catechismo per anni, pur perdendo sempre più la sua efficacia pastorale.

A volte la Chiesa deve trovare nuove parole per annunciare la stessa verità in modo comprensibile. Ma proprio per questo la domanda decisiva non è: «C’è qualcosa che cambia?». La domanda è: «Ciò che cambia è riconoscibile come sviluppo organico di ciò che l’ha preceduto, oppure c’è una rottura con il passato?». Ecco perché la continuità non è un hobby dei nostalgici. È un criterio cattolico. La domanda cattolica non è mai solo: «È accogliente?», «È inclusiva?», «Funziona dal punto di vista pastorale?». La domanda decisiva rimane: «È la stessa fede che abbiamo ricevuto?». La fede di Paolo, di Agostino, di Tommaso, di Trento, di Newman, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

L’aspetto forse più ironico della situazione attuale è che da sessant’anni le riforme progressiste vengono presentate come necessarie per rendere la Chiesa più attraente per l’uomo moderno. E nel frattempo, proprio nei paesi fortemente secolarizzati, le chiese si stanno svuotando. Forse l’uomo moderno è comunque meno impressionato da una Chiesa che gli ripete ciò che ha già letto ieri sul giornale. Perché qualcuno dovrebbe alzarsi presto la domenica mattina per andare in chiesa e ascoltare la stessa morale che sabato sera ha ricevuto gratuitamente durante un talk show? Chi, dopo un po’ di tempo, non vede più nessuno, potrebbe pensare di aver raggiunto l’avanguardia profetica. Ma esiste anche un’altra possibilità: ha preso la strada sbagliata.

La Chiesa possiede un solo prodotto veramente rivoluzionario: il Vangelo. E quel prodotto, purtroppo, non è adattabile al reparto marketing. Il cristianesimo non è nato perché dodici apostoli hanno deciso di allinearsi meglio allo spirito del tempo romano. Essi proclamavano qualcosa che il loro ambiente a volte trovava meraviglioso, a volte folle e a volte offensivo. Per questo non sono stati invitati al tavolo delle discussioni sinodali. Per questo sono stati uccisi.




*Vescovo ausiliare della diocesi di ’s‑Hertogenbosch (in italiano, Boscoducale / Den Bosch), nei Paesi Bassi.