martedì 21 luglio 2026

Una “pax liturgica” per la Chiesa






Pubblicato 20 luglio 2026


Mentre un vescovo italiano, mons. Erio Castellucci, propone la “co-presidenza” di una donna nella celebrazione della Messa, uno spiraglio sembra aprirsi per i fedeli tradizionalisti dopo le sanzioni canoniche del Vaticano.

1. La proposta shock di Monsignor Erio Castellucci
La “copresidenza” liturgica [00:34]: Monsignor Erio Castellucci (vescovo di Modena-Nonantola e di Carpi) ha proposto una formula di “presidenza condivisa” dell’Eucaristia. La proposta prevede che una donna presieda la liturgia della parola, mentre un sacerdote presieda la liturgia eucaristica.

Critiche del conduttore [00:57]: Loredo evidenzia come tale formula sia sconosciuta alla tradizione liturgica, al diritto canonico e al magistero della Chiesa. Inoltre, sottolinea che la liturgia viene “celebrata” (e non “presieduta”) unicamente da un ministro consacrato, ricordando anche i recenti documenti vaticani che vietano alle donne di predicare durante la messa [02:09].

Precedenti e reazioni [01:07]: Viene ricordata la polemica del 2024 legata alla mostra Gratia Plena ospitata a Carpi, poi chiusa anzitempo a seguito delle proteste. Loredo nota che al momento né il Dicastero per la Dottrina della Fede né quello per il Culto Divino hanno espresso commenti [02:32], complice la pausa estiva delle attività vaticane.

2. Il movimento per la revoca delle restrizioni alla Messa Tradizionale
Un numero crescente di presuli a favore [03:21]: Un numero sempre maggiore di vescovi e cardinali sta chiedendo di rimuovere le sanzioni e le restrizioni per consentire la libera celebrazione della messa in rito antico (in forma straordinaria), in piena comunione con Roma.

I cardinali coinvolti [03:54]: L’agenzia Zenit ha censito 13 prelati favorevoli a questa “pax liturgica”. Tra questi figura il cardinale Antonio María Rouco Varela (arcivescovo emerito di Madrid), aggiuntosi ai cardinali Müller, Burke, Koch e Bagnasco.

Approccio pastorale (Salus animarum) [04:27]: Prevale una linea di carattere pastorale: l’obiettivo è evitare che i fedeli tradizionalisti abbandonino o si allontanino dalla Chiesa a causa delle restrizioni introdotte dal motu proprio Traditionis custodes [05:12].

Dichiarazioni di rilievo [05:40]: Mons. Georg Gänswein [05:40]: Definisce questo momento un kairòs (tempo di grazia) per superare i divieti e gli ostacoli della Traditionis custodes.
Mons. William Sean McKnight [05:58]: (Kansas City, USA) Rivolge un appello alla riconciliazione e al rispetto per i fedeli tradizionalisti.

Mons. Bernard Anthony Hebda [06:31]: (St. Paul e Minneapolis, USA) Ricorda la presenza di sei luoghi di celebrazione nella propria arcidiocesi per accogliere questi fedeli.

3. Il caso della diocesi di Fréjus-Toulon in Francia
Cambio di rotta pastorale [07:09]: Loredo cita l’evoluzione della diocesi francese guidata in passato da mons. Dominique Rey (noto per l’accoglienza di gruppi conservatori e tradizionalisti) e ora da mons. François Touvet [08:01].

Riconoscimento del modello [08:12]: Come riportato da La Nuova Bussola Quotidiana, mons. Touvet ha evidenziato il forte numero di candidati nel proprio seminario (4 nuovi candidati locali), rilanciando l’ambiente e le strutture del seminario diocesano come modello formativo positivo per l’intera Francia [08:43].

4. Il rischio di “normalizzazione” e le prospettive futureInquietudine dei fedeli tradizionalisti [10:10]: Loredo riporta la preoccupazione di una spettatrice: l’eventuale concessione della libertà liturgica potrebbe appagare il mondo tradizionalista, portandolo a disinteressarsi dei cambiamenti dottrinali o pastorali promossi su altri fronti (es. la sinodalità) [10:33].

Speranza nel “Rinascimento Religioso” [11:10]: Loredo concorda sul pericolo ma sottolinea che il movimento di riscoperta e conversione (specialmente giovanile) non cerca solo la forma liturgica, ma una vera e propria radicalità e autenticità di fede nei valori non negoziabili [11:32], prefigurando una possibile ripresa della vita cristiana [12:07].












 

lunedì 20 luglio 2026

Eutanasia, ecco i punti principali della nuova legge francese



La legge approvata in Francia lo scorso 15 luglio riconosce un vero e proprio diritto soggettivo ad uccidersi o a farsi uccidere, omicidio del consenziente incluso. L’obiezione di coscienza è riconosciuta solo in parte. Un provvedimento radicale che aveva le sue premesse nella legge Claeys-Leonetti.

L’analisi

Vita e bioetica

Ritorniamo a parlare della legge sul suicidio assistito approvata dall’Assemblea Nazionale francese il 15 luglio 2026. Analizziamo gli articoli più rilevanti della legge. Partiamo dall’art. 2: «Il diritto al suicidio assistito è il diritto di una persona che abbia espresso la richiesta di essere autorizzata all'uso di una sostanza letale e che sia accompagnata, […] affinché possa somministrarsela da sola o, quando non è fisicamente in grado di farlo, farsela somministrare da un medico o da un infermiere». Primo rilievo: a differenza della scelta di alcuni ordinamenti giuridici, il legislatore francese non ha optato per la depenalizzazione del suicidio assistito, bensì ha riconosciuto un vero e proprio diritto soggettivo ad uccidersi o a farsi uccidere. In Francia quindi sia l’aborto, sia il suicidio assistito sia l’eutanasia sono diritti soggettivi.

Secondo rilievo ancora più importante: il Parlamento non ha “solo” legalizzato il suicidio assistito, ma anche l’eutanasia. Infatti, qualora il paziente non riesca da sé ad assumere il preparato letale, questo potrà, anzi dovrà essere somministrato dal medico. Quindi si tratta di un vero e proprio omicidio del consenziente. Il medico non solo aiuta una persona a suicidarsi, ma anche uccide direttamente, stravolgendo la natura del suo munus e così capovolgendo le finalità della sua professione: da aiutare a vivere ad aiutare a morire.

L’art. 4 indica i criteri di accesso al suicidio assistito e all’eutanasia, criteri che ricordano quelli indicati dalla nostra Corte Costituzionale: aver compiuto 18 anni; «poter esprimere la propria volontà liberamente e in piena consapevolezza»; essere cittadino francese o risiedere stabilmente in Francia; essere affetto da una patologia irreversibile e soffrire di una condizione così grave e incurabile che mette a rischio la vita del paziente e che mina la qualità della sua vita o che addirittura fa entrare il paziente in uno stadio terminale. In quest’ultimo criterio rientrano non solo le patologie ad esito infausto, ma anche patologie curabili – come alcuni tumori – o croniche – ad esempio il diabete, alcune patologie cardiache – o patologie neurodegenerative al loro esordio (la persona, lo ricordiamo, deve essere capace di intendere e volere per poter accedere al suicidio assistito o all’eutanasia). Ultimo criterio: il paziente deve essere affetto da una sofferenza fisica insopportabile. Da notare che il giudizio di insopportabilità è demandato esclusivamente al diretto interessato e non è sindacabile. Inoltre, l’insopportabilità può derivare sia dalla natura refrattaria del dolore ai trattamenti, sia dal rifiuto di qualsiasi cura da parte del paziente, anche di quelle cure che potrebbero eliminare o alleviare la sofferenza (nella legge le cure palliative sono facoltative, non rappresentano un iter obbligatorio e previo alla richiesta di morire). Ciò è stato voluto perché altrimenti il paziente sarebbe stato costretto a curarsi: una violenza inaccettabile secondo gli estensori ultraliberisti della legge.

Gli articoli 5 e 6 ci informano che la persona che vuole morire sceglie il medico responsabile di tutto l’iter, il quale costituisce un comitato multiprofessionale composto da lui e da almeno altri due professionisti. Il comitato dovrà verificare la sussistenza di tutti i requisiti di cui sopra. Entro 15 giorni deve pronunciarsi sulla richiesta presentata. Proseguiamo: si può decidere di morire a casa o in ospedale (art. 7); l’art. 9 obbliga il medico ad un’ultima verifica della volontà di morire da parte del paziente prima di procedere alla sua soppressione, ma questo articolo non chiarisce come comportarsi nel caso in cui il paziente non sia in grado di esprimersi, ad esempio a motivo della progressione della patologia (pensiamo alla SLA). L’interpretazione più letterale imporrebbe al medico di non procedere, proprio perché manca la volontà attuale del paziente di voler procedere, mancanza data dall’impossibilità di esprimersi. Dunque, le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) in questi casi non potrebbero parlare al posto del paziente.

L’art. 14 disciplina la clausola di coscienza che copre medici e infermieri, ma non i farmacisti che devono preparare la sostanza letale, né i direttori sanitari degli ospedali scelti eventualmente per morire, i quali direttori devono mettere a disposizione una stanza e sono obbligati a far accedere nella struttura i medici che aiuteranno nel suicidio o che uccideranno loro stessi il paziente. Oltre alla copertura solo parziale dell’obiezione di coscienza, c’è anche un altro grosso problema morale e giuridico: il medico che è stato scelto dal paziente per ucciderlo, ma che si è rifiutato di farlo, deve comunque «fornire i nomi dei professionisti sanitari disposti a partecipare all'attuazione di tali procedure». Insomma, io medico mi rifiuto di uccidere, però devo indicare i nomi dei killer disposti a farlo. Si tratta di una collaborazione materiale illecita al male che, dal punto di vista morale, obbliga il professionista a non fornire nessuna indicazione.

Un’ultima nota, quasi una curiosità, ma non troppo. L’art. 19 così recita: «L'assicurazione sulla vita copre il decesso derivante dall'attuazione del suicidio assistito» e della pratica eutanasica, una indicazione che ricorda in parte l’art. 1927 del nostro Codice civile. Dunque, l’assicurazione sulla vita copre anche la morte del suicida. Una eccezione alla norma che regola i contratti assicurativi. L'assicurazione, infatti, si fonda sull'alea: l'evento deve essere incerto e non deliberatamente provocato dall'assicurato allo scopo di ottenere la prestazione. Perché dunque questa eccezione? Perché il legislatore non voleva discriminare i suicidi, non voleva che ci fossero morti di serie A meritorie d’indennizzo e morti di serie B non meritorie d’indennizzo. Infatti, se l’assicurazione non avesse coperto il suicidio del paziente, quest’ultimo, per ipotesi, sarebbe stato costretto a vivere finché non fosse morto per cause naturali, altrimenti i congiunti non avrebbero potuto ottenere l’indennizzo. Insomma, il legislatore toglie ogni possibile ostacolo al suicidio e all’eutanasia e sottolinea, anche in questo articolo, che il suicidio e l’eutanasia sono due forme legittime di morire, tanto legittime che meritano copertura assicurativa.

C’è infine da ricordare che questa legge è figlia della legge Claeys-Leonetti del 2016, norma che già legittima il suicidio e l’eutanasia. Infatti in essa il paziente ha il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario anche salvavita, da iniziare o già iniziato. Quindi può suicidarsi rifiutando cure da iniziare o chiedere che gli venga praticata l’eutanasia tramite lo stacco della ventilazione, idratazione e alimentazione assistita. Un’altra forma di eutanasia permessa dalla legge Leonetti si sostanzia nell’interrompere quei trattamenti il cui «unico effetto sia il prolungamento artificiale della vita» (art. 2): quindi, tutte quelle persone affette dalla sindrome a-responsiva (imprecisamente definite “in stato vegetativo”), possono essere uccise. Infine, un’altra modalità eutanasica che si nasconde nelle pieghe della legge è la possibilità di ricevere la sedazione profonda continuativa. Tale sedazione può avere finalità terapeutiche sul dolore, ma anche finalità eutanasiche: basta eccedere nella dose. In breve, la legge sul suicidio assistito approvata il 15 luglio scorso aveva già le sue premesse mortifere nella legge Claeys-Leonetti.






Eutanasia, la resistenza dei vescovi francesi è una lezione per la Cei



Da anni l’episcopato francese motiva il suo “no” alla legge su eutanasia e suicidio assistito e, ora che è stata approvata, la condanna è netta. Alcuni vescovi hanno anche avvertito i parlamentari pro-eutanasia che non potranno accostarsi alla Comunione. Una linea molto diversa da quella della Cei, favorevole a una legge “democratica”.

Il confronto

Vita e bioetica



Stefano Fontana,  20-07-2026


Lo scorso mercoledì 15 luglio l’Assemblea nazionale francese ha approvato la legge eutanasica sul “diritto di uccidersi o di essere uccisi” di cui la Bussola si è prontamente occupata. Oltre al merito della grave questione, vale la pena fare qualche osservazione sulla posizione assunta dai vescovi francesi di fronte ad una scelta traumatica di questo genere. Per i quattro anni precedenti il voto in parlamento l’episcopato aveva partecipato al dibattito nazionale, esponendo le motivazioni della ragione e della fede. Subito dopo la notizia dell’approvazione, i vertici della Conferenza episcopale, con a capo l’arcivescovo di Marsiglia, il cardinale Jean-Marc Aveline, hanno emesso un comunicato che esprime la loro condanna dell’accaduto e annuncia un futuro impegno perché la battaglia sulla vita non può finire.

Il tono del comunicato dei vescovi francesi è solenne, duro, impegnato e la condanna della scelta politica fatta è espressa con un linguaggio non paludato: «Questo 15 luglio 2026 segna una grave frattura nella storia del nostro Paese. (…) i deputati hanno iscritto nella legge francese la possibilità di provocare la morte. Questa scelta rompe con la lunga tradizione di assistenza il cui scopo è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua vita».

Secondo l’episcopato francese le posizioni ideologiche e gli interessi politici hanno avuto la meglio sul confronto serio e approfondito; questa accusa sembra rivolta anche al presidente Emmanuel Macron che si era impegnato a garantire proprio quanto invece non è avvenuto. Le gravi conseguenze – dice il comunicato – si possono già immaginare: cambierà il rapporto con la vulnerabilità, verranno degradati i legami tra le generazioni e i legami sociali di fiducia tra chi si prende cura e i pazienti, mentre i poveri potranno sentirsi spinti a morire. Chiara anche la volontà di «un rinnovato impegno, insieme a famiglie, operatori sanitari, volontari, familiari, associazioni e cappellani», con l’invito alle strutture sanitarie cattoliche ad essere «fedeli testimoni dei principi etici essenziali e del rispetto dei valori umani fondamentali». Ancora, i cattolici sono «animati dalla ferma speranza donata loro dal Vangelo (…). Perché il Cristo in cui credono è venuto perché il mondo abbia la vita».

I vescovi francesi non hanno parlato con cautela istituzionale, hanno fatto capire che anche in politica ci sono i momenti del sì o del no, non considerano la Repubblica come superiore al bene, non hanno temuto e non temono lo scontro nella vita sociale e continueranno la lotta anche in futuro, confidano nei valori naturali ma ancor più nel Vangelo di Cristo.

C’è poi un altro aspetto importante da considerare. Alcuni vescovi nelle loro diocesi hanno sì adoperato argomenti di ragione per condannare l’approvazione della legge iniqua, ma si sono affidati espressamente anche e soprattutto alla dottrina della Chiesa e al Vangelo. La Chiesa non è una lobby politica a sostegno di una qualche proposta di legge o contro un’altra, essa serve la Verità di Cristo che illumina poi anche il retto pensare in modo da avere leggi giuste. In questo quadro è stato molto significativo che alcuni vescovi abbiano dichiarato la loro opposizione alla nuova legge nell’omelia durante la celebrazione eucaristica e non in un freddo comunicato curiale, senza il timore di “dividere” la propria comunità. Ancora più importante è che alcuni di essi abbiano avvertito prima del voto che i parlamentari cattolici che avessero votato a favore della legge non avrebbero potuto accostarsi al sacramento della Comunione. La verità della fede ha delle esigenze di coerenza anche nella vita pubblica. Si sa che anche l’episcopato francese conosce divisioni interne, ma in questa occasione dalla Francia è giunto qualche segnale combattivo nuovo e positivo.

Risulta abbastanza facile notare la differenza tra questa linea e la posizione assunta dall’episcopato italiano nei confronti dell’iter di una legge dello stesso tipo (anzi, su certi aspetti anche peggiore), per fortuna al momento congelata in Parlamento. Il 19 febbraio 2025 la presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) aveva reso pubblica una nota in cui non si opponeva alla discussione in Parlamento di un disegno di legge che prevedeva il suicidio assistito nel perimetro di alcuni limiti stabiliti dalla Corte costituzionale, che invitava un intervento legislativo del Parlamento sulla questione. In questo modo la Cei, pur dichiarando nella sua nota che «la dignità non finisce con la malattia», accettava che il Parlamento, legiferando sul “diritto alla morte”, riconoscesse quel diritto. A questo scopo i vescovi hanno anche invitato i parlamentari ad un «ampio confronto che rappresenti il Paese e le reali necessità dei suoi cittadini», prefigurando così che, se la legge sul suicidio assistito fosse stata approvata dopo una rispettosa discussione non divisiva, sarebbe stata accettabile. La democrazia partecipativa e integrativa più che la legge naturale e il Vangelo, mai citati nel documento della Cei, i bisogni dei cittadini più che la legge divina, sarebbero il valore da salvaguardare nel rispetto della democrazia.

Dobbiamo anche ricordare che in molte occasioni il quotidiano Avvenire, di proprietà della Cei, come a suo tempo segnalato da molti articoli pubblicati sulla Bussola, ha ospitato numerosi pareri favorevoli a recepire completamente quanto richiesto dalla Corte costituzionale e a discutere del tema in Parlamento, esplicitamente scegliendo per un sì ad una eventuale legge. L’unità che i vescovi volevano fosse rispettata per il bene della democrazia veniva trasformata in divisione dentro il mondo cattolico.

Si tratta di due linee molto diverse tra loro.







Cardinale Sarah: La generosità di Papa Leone nei confronti della Messa tradizionale "deve essere applicata da tutti i vescovi"




lunedì 20 luglio 2026






Nella traduzione di Chiesa e postconcilio dal Substack di Diane Montagna. Un titolo molto ottimista! In una nuova videointervista, a cinque anni dalla pubblicazione di Traditionis Custodes, il Card. Sarah si esprime sul futuro del vetus ordo e avverte che la “sinodalità” e il paganesimo stanno erodendo la Chiesa dall'interno.



CITTÀ DEL VATICANO, 16 luglio 2026 —

Il cardinale Robert Sarah ha un messaggio per i vescovi di tutto il mondo: emulate la generosità di Papa Leone XIV nei confronti della Messa tradizionale. In una nuova video intervista, il cardinale guineano, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sostiene che la recente lettera di Papa Leone [qui - qui - qui] , che esorta i vescovi francesi all'apertura verso i sacerdoti e le comunità legate al vetus ordo, dovrebbe vincolare ogni vescovo di rito romano, non solo quelli francesi. Queste le sue parole: "Ciò che è stato scritto ai vescovi francesi deve valere per tutti i vescovi".

Il suo appello giunge mentre assume nuovo peso una rivelazione di un anno fa: un sondaggio vaticano tra i vescovi di tutto il mondo avrebbe infatti contraddetto [vedi] le stesse motivazioni addotte da Papa Francesco per limitare severamente la Messa tridentina nel suo motu proprio del 2021, Traditionis Custodes. "Non possiamo dire che ciò che è stato fatto per 1.600 anni non sia più valido ora", afferma il cardinale Sarah, respingendo la premessa alla base delle restrizioni e invitando l'episcopato mondiale a seguire l'esempio del nuovo Papa piuttosto che a rimanere ancorato a quanto imposto dal suo predecessore.

Il cardinale Sarah si spinge ancora oltre, mettendo in discussione la legittimità stessa di un decreto che annullerebbe secoli di pratica liturgica: «Quello che annulla non è un testo valido, perché la Chiesa è continuità».

L'intervista si è svolta il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, al termine del secondo Concistoro straordinario dei Cardinali del pontificato di Papa Leone XIV. Ha toccato argomenti che andavano ben oltre la questione dello status della Messa tradizionale.

Commentando il Sinodo sulla Sinodalità in corso, il Cardinale afferma senza mezzi termini che si tratta di una terminologia che non ha "mai compreso". Sostiene che la relazione del Gruppo di Studio n. 9 sull'omosessualità non dovrebbe giungere alle diocesi di tutto il mondo senza prima essere stata esaminata personalmente da Papa Leone. E sulla liturgia in generale, mette in guardia da ciò che accade quando il culto divino diventa, per usare le sue parole, "una sorta di intrattenimento".

Il cardinale Sarah ha approfondito la sua critica alla Sinodalità nelle dichiarazioni rilasciate dopo l'intervista. «Sinodalità», ha affermato, è «un termine astratto, intraducibile nelle nostre lingue africane», privo di fondamento nella Scrittura, nella storia o nella Tradizione della Chiesa. Quando Paolo VI ripristinò il Sinodo dei Vescovi, ha ricordato, l'obiettivo era preciso: permettere ai vescovi di «vivere meglio la collegialità» e aiutare il Papa a compiere la sua missione di Pastore universale «con maggiore fedeltà». Ciò di cui c'è bisogno ora, urgentemente, è una chiara definizione del «significato esatto, delle competenze, dei limiti e della missione» della Sinodalità, una definizione che lasci intatti la dottrina, la morale, la natura e la struttura della Chiesa. Ed ha insistito, concludendo, che la Chiesa, è Sposa, Madre e Corpo Mistico di Cristo. «Mi sembra inappropriato chiamarla 'sinodale'».

Nella nostra intervista, parliamo anche del suo nuovo libro (disponibile in francese), in cui affronta di petto la crisi di fede della Chiesa e si chiede se tra venticinque anni essa sarà ancora un faro. «La Chiesa appartiene a Cristo; non è nostra», afferma, non è qualcosa che «creiamo», rimodelliamo o rinominiamo per adattarla ai tempi.

Egli sottolinea inoltre quella che considera l'infiltrazione del paganesimo nella Chiesa. In una critica energica e schietta sulla presenza della Pachamama al Sinodo sull'Amazzonia del 2019, ospitato in Vaticano, afferma: "L'abbiamo portata in processione dalla Basilica all'Aula Paolo VI, ed è rimasta davanti a noi per tutta la durata del Sinodo" [qui]. I missionari un tempo dicevano ai convertiti africani di bruciare tali idoli, osserva. "E ora", dice, "portiamo la Pachamama nella Basilica".

Interrogato direttamente sulla possibilità che la Chiesa continui a essere quella luce nel 2050, il cardinale Sarah non usa mezzi termini: «Sì… Cristo non abbandonerà la sua Chiesa», afferma. «Rimarrà fino alla fine del mondo». Ma insiste sul fatto che «dobbiamo convertirci a Cristo; non è Cristo che deve convertirsi a noi, alle nostre idee, al nostro cambio di paradigma» [qui - qui - qui].

Peccato che i nostti pastori conservatori si rivelino d'accordo sulle questioni fondamentali, ma poi non interagiscano e procedano in ordine sparso...





domenica 19 luglio 2026

La giovane suora: «Povertà, castità e obbedienza sono libertà»



Come vive la giovane suor Clarita i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza? Sono davvero una rinuncia, come tutti credono? Una bella testimonianza.

Ultimissime
19 Lug 2026


La Redazione UCCR

A 28 anni suor Clarita è una delle più giovani suore in Germania.

Appartiene alle Domenicane del Convento di Arenberg a Coblenza, una comunità diventata nota anche fuori dai confini tedeschi grazie alla sua presenza sui social network.

Proprio lei aveva filmato il video della consorella novantaduenne che assaggiava per la prima volta un kebab, un contenuto diventato virale con milioni di visualizzazioni.

Ma dietro quella notorietà c’è la spontaneità di una giovane donna, la quale ha raccontato con serenità la scelta di consacrare la propria vita a Dio, spiegando come i voti di povertà, castità e obbedienza siano per lei una forma di libertà.

Altro che rinuncia!

La povertà e ciò di cui abbiamo bisogno

Partendo dalla povertà, ha spiegato che il suo stipendio viene destinato interamente alla comunità e lei riceve soltanto una piccola somma mensile per le spese personali.

Se prima di entrare in convento la spaventava dover rinunciare allo shopping (anche se non è affatto bandito dalla vita religiosa), si è accorta «di non averne più bisogno». Anzi, spiega, «non mi serve altro. Ho tutto ciò di cui ho bisogno».

Infatti la povertà, oltre a significare anche l’accettazione dei propri limiti, ti porta «a domandarti: di cosa ho veramente bisogno? Una riflessione importante per tutti».

In monastero, comunque, «se qualche sorella desidera qualcosa spesso la riceve per il suo onomastico o per un’occasione simile». Piuttosto, aggiunge, «si tratta sempre di capire se abbiamo davvero bisogno di qualcosa e quali bisogni reali si celano dietro i bisogni materiali».

La castità è «ricchezza nei rapporti»

Anche sulla castità suo Clarita offre una prospettiva distante dagli stereotipi.

«La verginità non significa vivere senza relazioni», spiega. «E l’astinenza dai rapporti sessuali è solo la cornice esteriore».

Dietro questa scelta, ricorda la giovane suora, «si cela una ricchezza ben maggiore e riguarda anche il modo in cui guardo le persone: le guardo negli occhi o le uso per i miei bisogni?».

Nel monastero si sperimentano amicizie profonde e una vita comunitaria intensa, senza rinunciare agli affetti autentici. La scelta del celibato, racconta ancora, nasce dal desiderio di appartenere completamente a Cristo, non dal rifiuto delle relazioni umane.

E’ una preferenza, non un’esclusione.

«Il bello dell’obbedienza»

Il voto che suscita più domande è però quello dell’obbedienza.

«In definitiva è sempre Dio», risponde quando le viene chiesto della regola di condividere ogni scelta con le consorelle e la badessa. Dio, dice, parla attraverso il volto di chi le è accanto nel cammino vocazionale.

«La cosa bella dell’obbedienza», aggiunge la religiosa, «è che altri possono aiutarmi a vedere ciò che da sola non vedo o hanno qualcosa in mente per me di cui non sono consapevole. Non plasmo la mia vita da sola, lo facciamo insieme ascoltando la voce di Dio».




I voti religiosi e la libertà


Insomma, conclude suor Clarita, «vivo tutti i miei voti nella prospettiva totale della libertà».

Le Domenicane di Arenberg stanno attirando l’attenzione di molti giovani proprio grazie ai social media, che utilizzano per raccontare con naturalezza la vita quotidiana del monastero e superare i luoghi comuni sulla vita consacrata.

Già diverse giovani donne hanno contattato in questi mesi la comunità per chiedere informazioni sul cammino vocazionale, dimostrando che è sufficiente una testimonianza semplice ma vera per suscitare domande e interesse.


Fonte

Quando l’arte necessita di esorcismo








di Veronica Cireneo, 16 Luglio 2026

Come dicevamo nell’ articolo precedente circa la testimonianza drammatica di una mamma, un argomento poco trattato, che richiederebbe invece la massima attenzione a tutela dei giovani e delle loro famiglie, le quali spesso si rivolgono agli Alleati chiedendo un intervento riparatore e di denuncia, è il satanismo strisciante.. 

Sono continui, infatti e tendono a moltiplicarsi, gli eventi che mirano ad accalappiare l’attenzione e la passione, dei giovani e non solo, per il mondo esoterico-luciferino, con conseguenze spesso catastrofiche, nonostante la mancata consapevolezza dei pericoli e dei danni provocati, nei singoli e nella comunità, dal contatto col mondo delle tenebre. Ad alcuni è apparso non bastante il caos generato nel mese di giugno, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, quando il peccato impuro contro natura ha sfilato, come fosse un dogma, per le vie del centro delle massime città italiane, paralizzando il traffico e le comuni attività dei cittadini – scelta inspiegabilmente ritenuta adatta come quella di eliminare la Processione del Corpus Domini per non banalizzare le vacanze dei turisti a Milano.

Così per completare il quadro, in questi giorni di luglio, si è svolto e appena concluso, con grande successo di pubblico, il tour musicale del satanista dichiarato, l’americano Marilyn Manson, notorio reverendo di Satana, che si è esibito in Italia nello spettacolo, dal titolo: ” One assasination under God ” nelle città di Ferrara, Bari e Roma (non pubblichiamo i link per non farne pubblicità).

Per quanti giovani questo discutibile personaggio è un modello e per quanti altri lo diventerà? Quali saranno sui loro corpi e sulle loro anime le conseguenze dell’adesione e partecipazione a simili eventi? I partecipanti sono al corrente dei rischi che corrono?

Sappiamo bene che per far fronte al crescente bisogno di richieste di liberazione e per colmare la carenza di personale preparato, gli atenei pontifici, come l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, organizzano regolarmente corsi specifici rivolti a sacerdoti, ma essendo aperti anche a psicologi e laici, spesso e volentieri i bisognosi di liberazione dal Maligno, che ad essi ricorrono, tendono più facilmente ad essere riconosciuti come portatori di disturbi psichici piuttosto che di manifestazioni critiche di natura spirituale.

Nel frattempo gli eventi a sfondo satanista crescono indisturbati, in ogni ambito sociale e con l’approvazione delle più disparate figure istituzionali.

Ad esempio, sì è recentemente svolto a Padova un festival sulla stregoneria https://stregherie.it/ , durato mesi e mesi, che aveva il dichiarato intento di presentare, ai bambini di una scuola, il mondo della stregoneria come occasione di liberazione e rinascita.

Ancora prima, sempre in Italia, nel mese di aprile dello scorso anno, a Milano, si erano esibiti all’ Alcatraz alcuni gruppi heavy metal come Behemoth e Rotting Christ, per citarne alcuni, in uno spettacolo dall’esplicito titolo: “The Unholy Trinity 2025″ (in italiano: La trinità diabolica) , che è già di per sé, tutto un programma.

Le contestazioni che a nulla sono valse, erano state accompagnate dalla richiesta dell’ annullamento dell’ esibizione che nessuno, a cui competesse, ha voluto considerare, permettendo di fatto lo svolgimento degli spettacoli, così come programmati.

Considerando una vergogna in sé la permissione di questi eventi in Italia, Terra di Santi e culla del Cristianesimo, come cattolici ci sentiamo moralmente costretti a mettere in guardia genitori e ragazzi, dai gravi rischi che corrono, coloro che partecipano a spettacoli che non sono certo “innocenti carnevalate” . Fate attenzione!

Per gli stessi motivi gli Alleati dell’Eucarestia e del Vangelo , unitamente all’associazione Iustitia in Veritate, data la delicatezza e criticità del tema, a nome di molti, doverosamente si appellano ai Vescovi della Chiesa Cattolica, perché vogliano, in ottemperanza alla loro funzione e per fronteggiare la crescente emergenza sociale, nominare presto tanti nuovi esorcisti, reclutandoli preferibilmente tra sacerdoti di grande fede e profonda preparazione.

Possano così le famiglie, che vivono quotidianamente il dramma domestico della possessione di congiunti, usufruire finalmente di un soccorso valido e proporzionato al bisogno.

Ci rivolgiamo alle Loro Eccellenze in questo mese di luglio, tradizionalmente dedicato al Preziosissimo Sangue di Cristo, ringraziandoLe anticipatamente nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. 

Amen






sabato 18 luglio 2026

Il card. Burke chiede di fermare la sinodalità e rivedere Traditionis Custodes






Maria Guarini, 18 luglio 2026

È evidente da tempo la posizione conservatrice del Card. Raymond Leo Burke e finalmente abbiamo aggiornate dichiarazioni precise su aspetti problematici nella chiesa odierna. Purtroppo, finché queste ed altre dichiarazioni restano confinate alle interviste, ci confermano, ma nella realtà ecclesiale lasciano il tempo che trovano. Emerge un dato, credo, nuovo; e cioè che sono in diversi a pensarla come lui. Ma finché si limitano a pensare...

Leggo da diverse fonti (Infovaticana et alia) dichiarazioni del card. Burke che hanno fatto scalpore perché chiede di fermare la sinodalità, rivedere Traditionis Custodes e creare un dicastero per la Messa tradizionale.

È avvenuto in un’intervista concessa a The College of Cardinals Report, nel corso della quale Burke ha ampliato le riflessioni già espresse dopo il concistoro di fine giugno e affrontato questioni come il rapporto del Gruppo di Studio 9 del Sinodo nonché il futuro di Traditionis Custodes.

In breve, ha chiesto che si fermi l’attuale processo della sinodalità — che non appartiene alla storia della Chiesa — perché sia sottoposto ad uno studio teologico e storico approfondito e ha anche proposto la creazione di un dicastero della Santa Sede dedicato ai fedeli legati alla liturgia tradizionale.

Per Burke, come già detto, la sinodalità, nel modo in cui si sta svolgendo attualmente, manca di una definizione chiara e di un fondamento consolidato nella tradizione della Chiesa. Queste le sue parole: «Dobbiamo insistere affinché tutta questa questione della sinodalità si fermi e si conduca uno studio molto serio, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime».

Interrogato su un cardinale che si era espresso contro la sinodalità, il card. Burke ha affermato che ce n'era "più di uno", spiegando che il fulcro della critica era che "in tutti i documenti pubblicati non si trova una definizione di sinodalità". In risposta a queste critiche, il cardinale Burke ha riferito che un cardinale presente al concistoro aveva commentato: "Lo si capisce facendolo" [esperienza senza codificazione: ed è così che la 'pastorale' cambia la dottrina! -ndr]; affermazione che ha definito "irrazionale" e "contraria alla fede cattolica".

Critiche al rapporto del Gruppo di Studio 9

Dunque non poteva mancare la sua valutazione del rapporto elaborato dal Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità [vedi - qui indice]; decisa la sua critica al fatto che il documento sia inviato alle diocesi durante la fase di attuazione del processo sinodale affermando testualmente: «Questo è iniquo; non dovrebbe accadere».

Il cardinale ritiene che quel rapporto contenga posizioni incompatibili con la dottrina cattolica sulla morale sessuale. Il gruppo aveva il compito di ascoltare questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse, ma è stato criticato per aver espresso opinioni divergenti dall'insegnamento della Chiesa, in particolare attraverso testimonianze critiche nei confronti di Courage International, un apostolato per i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso e desiderano vivere una vita casta. [In realtà le critiche più significative riguardano le testimonianze [qui] e l'importanza loro attribuita -ndr]

Il cardinale Burke ha affermato che il gruppo aveva "calunniato Courage, un grande apostolato fondato dal cardinale Cooke", precisando: "Conosco Courage dagli anni '80" e aggiungendo che il rapporto "accusa Courage di qualcosa che so essere falso". Ne ha inoltre difeso l'apostolato, dicendo: "Courage è un... meraviglioso apostolato che aiuta le persone che soffrono di queste attrazioni a vivere una vita casta".

Secondo il cardinale, le affermazioni contenute nel documento su questo apostolato non sono state debitamente verificate prima della pubblicazione; per cui si chiede: «Come è possibile che la Chiesa pubblichi un rapporto per tutta la Chiesa senza verificare se ciò che vi si afferma sia vero?».

Ha quindi definito "iniqua" la decisione di inviare il rapporto del Gruppo di Studio 9 alle diocesi. Ricordando il suo intervento al concistoro, ha affermato di aver detto ai cardinali che "il processo deve essere interrotto" e "completamente riorientato".

A suo giudizio, queste posizioni favoriscono l’impressione che la Chiesa stia modificando la sua dottrina sull’omosessualità. Burke ha definito inoltre «completamente irresponsabile» che si attribuisca a papa Leone XIV una presunta intenzione di cambiare l’insegnamento morale della Chiesa semplicemente perché non ha affrontato pubblicamente determinate questioni.

Il cardinale Burke ha anche affrontato la questione dell'uso che il cardinale Mario Grech ha fatto della sessione conclusiva del concistoro per dire ai cardinali che l'attuazione della sinodalità rappresenta "una nuova tappa nell'accoglienza del Concilio Vaticano II". Ha affermato che, mentre "alcuni hanno accolto con entusiasmo le sue parole", altri hanno sollevato "questioni molto serie".

Rivedere Traditionis Custodes

Burke non ha mancato di riferirsi anche ad un altro tema attualmente prioritario: la situazione dei fedeli legati alla liturgia tradizionale, ribadendo le sue critiche alle restrizioni introdotte da Traditionis Custodes, definita una «persecuzione» verso coloro che trovano nutrimento spirituale nella forma antiquior del rito romano.

Ha quindi ricordato che Benedetto XVI aveva definito il Rito antico come un bene permanente per la Chiesa, ed ha espresso la speranza che Leone XIV possa rivedere la legislazione vigente, dal momento che i documenti pontifici possono essere modificati dai successori al sacro soglio.

Queste le sue parole: «È una forma del rito romano che è stata celebrata per più di quindici secoli. È semplicemente così bella, e i fedeli si sono nutriti spiritualmente di questa forma del rito latino. Dovrebbe essere permessa liberamente».

Ed è a questo punto che ha proposto la creazione di un dicastero specifico all’interno della Curia Romana che si occupi dei fedeli legati alla liturgia tradizionale e garantisca l’accesso ai sacramenti secondo i libri liturgici anteriori alla riforma postconciliare.

«La Chiesa non ha cambiamenti di paradigma»

Inoltre Burke ha chiaramente affermato che la Chiesa non può adeguarsi ai cosiddetti «cambiamenti di paradigma» [qui - qui - qui] che non le appartengono, ma vengono spesso tirati in ballo nei dibattiti sinodali.

E qui si è riferito all’insegnamento di Paolo sulla trasmissione della fede ricevuta, sostenendo che la continuità dottrinale costituisce un elemento essenziale della vita della Chiesa mentre, per contro, avverte il rischio che la missione ecclesiale venga adattata alle categorie culturali contemporanee.

Alla fine tuttavia il cardinale, nelle sue conclusioni, manifesta la sua fiducia nell’assistenza di Cristo alla sua Chiesa: «Il nostro Signore è sempre il capo della Chiesa. Dobbiamo rimanere con Lui e avere il coraggio di affrontare queste questioni per arrivare alla verità».

Un coraggio che andrebbe manifestato con la dovuta concretezza e azione comune. Purtroppo sono anni che siamo qui a ripetercelo inutilmente.