mercoledì 13 maggio 2026

San Giuseppe, un vero modello per l’uomo oggi sotto attacco





La sana virilità e la devozione incarnate esemplarmente dallo sposo di Maria sono qualcosa di enorme. Una lezione valida ancora oggi




Giuliano Guzzo, 10 Marzo 2025 

C’è un solo modo, per l’uomo messo oggi sotto processo dalla cultura dominante – quella che fa della lotta al patriarcato il suo mantra -, per uscire dall’angolo: è quello di scegliersi un modello. Non c’è infatti, per lui - per noi -, avvocato migliore di chi possa con il proprio esempio tracciare una strada, incarnando azioni e atteggiamenti in grado di scacciare la nube di stereotipi che si addensa sul maschio, bianco, etero e cattolico. Che si trova culturalmente nel mirino per ragioni essenzialmente anticristiane. E proprio questo, a ben vedere, porta dritti sulle tracce di colui che, avendo dato esemplare protezione a suo tempo a Gesù - il vero imputato -, e a Sua Madre, ha senza dubbio dato prova di saperci fare, incarnando una virilità degna di questo nome e, appunto, d’esser presa a modello. Stiamo naturalmente parlando di san Giuseppe.

Si tratta di una figura spesso poco considerata e non sempre per ragioni di pregiudizio. Il padre putativo di Gesù ha infatti un che di misterioso. In tutto il Vangelo non parla mai. Proprio così: non dice una parola. Certo, si può ribatte re che neppure le parole di Maria siano poi molte, dato che nei Vangeli solo in sedici versetti la si sente parlare in modo esplicito, per un totale di appena 154 parole greche (compresi gli articoli, i pronomi, le particelle), delle quali ben 102 occupate dall’inno del Magnificat.

Però il caso di Giuseppe è diverso. Lui è davvero nella penombra, dato che non ci viene riferito alcunché di quanto abbia detto, non una sillaba, nulla di nulla. Ciò nonostante, egli può essere ritenuto un esempio, anzi per gli uomini l’esempio. Per quale motivo? Semplice: per ciò che ha fatto. Come si accennava poc’anzi, ha saputo mettere in salvo la sua famiglia, crescendo peraltro un figlio eccezionale. 

In questo senso, non è azzardato affermare che certamente nel carattere e nel temperamento di Gesù si scorge il riflesso di qualcosa, anzi, di più di qualcosa, di san Giuseppe. Che proprio per il suo modo di fare, in totale compensazione al suo evangelico non parlare, è patrono dei lavoratori. 

Ha ben colto questo profilo del falegname più famoso di tutti i tempi Roberto Marchesini, psicologo, psicoterapeuta e scrittore, che ne ha così condensato un efficace identikit: «San Giuseppe è noto per alcune caratteristiche che lo rendono un archetipo di uomo e di padre. Innanzitutto, san Giuseppe… tace. Come ogni uomo tradizionale che si rispetti e a scorno delle femministe, che vorrebbero gli uomini ciarlieri e piagnucolanti, san Giuseppe, in tutto il Vangelo, non pronuncia una sola parola. Però agisce: caspita, se agisce. Avvertito in sogno che la sua famiglia era in pericolo, fa i bagagli ed emigra in Egitto. Già, perché un padre accudisce e protegge, esattamente come fa Giuseppe. Ed è suo l’incarico di sostentare la famiglia («Col sudore della fronte», impone Dio all’uomo, «ti guadagnerai il pane»). Infatti san Giuseppe è un lavoratore». 

Oltre che laborioso e protettivo, il padre putativo di Gesù doveva essere estremamente saggio e più maturo della sua età. Ciò spiega anche il fatto che egli venga e sia venuto spesso raffigurato, rispetto a Maria, come particolarmente avanti negli anni, quasi anziano, quando invece probabilmente tale non era, anzi. Molti studiosi e storici biblici pensano che quando Gesù venne al mondo Maria doveva avere circa sedici anni e Giuseppe diciotto, dato che «questa era la norma per i novelli sposi ebrei dell’epoca». Dunque l’età avanzata con cui è tradizionalmente ritratto lo sposo di Maria - derivante dal racconto apocrifo del Protovangelo di Giacomo e utile pure a esaltare la perpetua verginità mariana -, può davvero essere anche un modo per esaltarne la saggezza. 

Una sottolineatura in più, poi, merita il richiamato impegno di concreta ed efficace protezione che san Giuseppe riserva sia alla sua sposa, sia a Gesù, nell’ambito di una narrazione evangelica nel quale egli, si diceva, non proferisce parola. Da capofamiglia - peraltro pure di stirpe reale, essendo discendente del re Davide -, il falegname di Nazareth si atteggia dunque a suo primo servitore. Tutto ciò accentua ancora di più l’eccezionalità di questo padre e marito che avrebbe potuto benissimo assumere ben altro atteggiamento, dato che, «come ogni ebreo capofamiglia, Giuseppe non è soltanto il capo indiscusso e l’amministratore della casa, ma anche il “padrone” della moglie e dei figli. Inoltre, è il diretto rappresentante di Dio; il sacerdote domestico». 

La trascurata figura del falegname di Nazareth può essere considerata pionieristica nel superamento dell’onnipotente pater familias dell’antichità. Tutto questo vale non solo verso Gesù ma anche verso Maria, che - ascoltando, secondo i Vangeli, l’Angelo inviato a lui da Dio - decide di non ripudiare dopo averla scoperta in cinta di un figlio biologicamente non suo. Giuseppe matura questa scelta, attenzione, dopo comunque aver immaginato di provare a ripudiare Maria in segreto, senza cioè pubblicizzarlo troppo, evitando così ogni umiliazione della sua sposa all’insegna d’una giustizia il più equa possibile. A dispetto di quella che sarebbe stata, per i canoni del tempo, una decisione comunque legittima e giusta, Giuseppe ascolta Dio e opta, dimostrando tutta la sua grandezza, per la decisione più giusta e amorevole per la sua sposa, non ripudiandola e decidendo di tenerla con sé, proteggendola. 

La sana virilità e la devozione incarnate esemplarmente da questo sposo sono qualcosa di oggettivamente enorme; eppure la sua condotta - altra caratteristica di Giuseppe - si compie con assoluta discrezione, avvolta nella penombra che è a sua volta prova della statura di quest’uomo che alle parole preferisce i fatti. 



(Foto: screenshot, Gesù di Nazareth, La Brezza di Elia, YouTube)


Secondo la teologa progressista la devozione a Maria è «pericolosa» per le donn


(Imagoeconomica/ Kompass, YouTube)

A detta di Annette Jantzen, la devozione mariana presenta aspetti problematici per il mondo femminile. Ma li vede solo lei

TESI BIZZARRE


Paola Belletti, 12 Maggio 2026 

Il problema non sono i dogmi, ma la cattedra da cui arrivano. Quelli di provenienza femminista, a dirla tutta, sono talmente noiosi e avvilenti che fanno cadere le braccia anche alle più allenate. Ultima trovata, dalla scuderia tedesca, quella della teologa Annette Jantzen che vorrebbe la devozione a Maria Santissima addirittura pericolosa per le donne. Immaginate già con quali sostantivi e aggettivi siano stati definiti tali pericoli? Questa è facile: un pizzico di "stereotipi", "relazioni tossiche" q.b, una manciata di ideali oppressivi per le donne reali su un fondo di maschilismo più o meno consapevole. Per fortuna, però, la studiosa rassicura i lettori (ma prima di tutto le lettrici): la devozione mariana ha anche aspetti positivi.

Ma andiamo con ordine: la Jantzen ha rilasciato un'intervista esclusiva al portale cattolico della diocesi di Monaco Kirke und Leben ripreso da altre fonti che ne sintetizzano i contenuti. Questo il passaggio chiave: «Quando la Madre di Dio viene stilizzata come un ideale irraggiungibile, "contemporaneamente vergine, senza peccato e madre", ciò può portare a una svalutazione delle donne reali». Il che vuol dire che non è accettabile che una donna, una sola, sia stata scelta da Dio per compiere una missione decisiva a favore della salvezza delle anime? Forse la questione stessa "salvezza" non è più così centrale nel pensiero di certa teologia. Chi di noi donne si sente davvero svalutata dal fatto che la Vergine Maria sia stata scelta da Dio per una missione tanto grande? A chi dovrebbero guardare, le cosiddette "donne reali", se non a Qualcuno che è più compiuto di loro e di chiunque nel cammino di santità?

Secondo quanto dichiarato dalla studiosa, però, la devozione mariana può essere anche fonte di conforto e consolazione: «"Le immagini religiose hanno un effetto non solo a livello intellettuale, ma anche emotivo ed esistenziale. Ciò che è cruciale è come vengono interpretate, se rafforzano o limitano». Detta così sembra che si tratti solo di un effetto collaterale che anche altre strategie di benessere personale potrebbe garantire. Il riferimento alla maternità verginale di Maria sembra urtarla più di tutto. Come si può pensare che sia biologicamente vero che Maria abbia concepito e partorito un figlio (il Figlio) e sia rimasta vergine, prima durante e dopo il parto? Il riferimento alla sua verginità non deve essere "biologicamente frainteso". Potrebbe, forse, risponderle la stessa giovinetta che ha cantato il Magnificat: "grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente". E, se non la disturba il riferimento a una figura angelica, potrebbe tornare utile anche la risposta alla prima obiezione di Maria rispetto al concepimento che il messaggero divino ha sciolto così: "nulla è impossibile a Dio".

O nemmeno Dio, l'Onnipotente, può permettersi di compiere opere che alla nostra ragione paiono irraggiungibili e soprattutto irrealizzabili da forze soltanto umane? Ma allora cosa sarebbe Dio a fare? Non sembra così importante, per questa teologa. Ciò che conta è l'idea di donna che la Chiesa ancora troppo patriarcale insiste a veicolare. Ciò che conta è dare addosso al patriarcato, invertire la rotta interpretativa delle Sacre Scritture tutta al maschile. A darle man forte, c'è anche il controcanto di un giornalista, Heribert Prantl, che lavora l'altro fianco del nemico dichiarando san Giuseppe il nuovo eroe, il vero paladino dell'emancipazione, il nuovo volto maschile per la Chiesa che si vuole affrancare da secoli di buio. Anche in questo caso, l'operazione è compiuta a prezzo di una deformazione, per lo meno irrispettosa, della figura del Santo.

La chiave di lettura è la solita: la Chiesa odierebbe la sessualità, per questo Maria è presentata come Vergine e san Giuseppe come un vecchio decrepito, incapace per sopraggiunti limiti di età di concupire e concepire. Questa civiltà figlia troppo spesso ingrata del Cristianesimo, però, care signore teologhe e colleghi giornalisti, è la stessa che vi permette di denigrare proprio i contenuti fondamentali della fede stessa, di criticare la figura di Maria, i dogmi di fede che la riguardano, il mistero inesauribile della sua maternità. Eppure, ad essere onesti intellettualmente, anche solo chiedendo una sintesi all'AI, appare evidente che dove l'annuncio del Vangelo ha attecchito, la condizione della donna è enormemente migliore dei paesi dove prevalgono altre fedi. Cosa c'è di offensivo, in fondo, nel riconoscere l'eccezionalità a una creatura perché Dio stesso ha voluto accordargliela? Questi privilegi, ad essere cattolici con un po' di nerbo, sappiamo che sono tali non per escludere noi, povere donne e uomini normali, ma a nostro beneficio.

Lo sono affinché anche noi, abituati alla condizione decaduta generata dal peccato, addirittura smemorati della nostra smisurata dignità, possiamo accedere un giorno alla vera normalità. Maria, infatti, è la donna secondo la norma d'amore voluta da Dio. E non perché sia rimasta lontana dalla sessualità, ma perché tutto il suo essere, pre-salvato dal sacrificio di Cristo, è ricostituito nell'ordine di grazia voluto da Dio da sempre. Che peccato che certa teologia si perda in stradette secondarie, smarrendosi nei sentieri imposti dal pensiero dominante che vuole riportare tutto alla guerra maschi contro femmine e non si accorge che i misteri che la Rivelazione ci mostra sono la strada maestra perché la più radicale delle emancipazioni, la più definitiva delle liberazioni. Maria non è un'immagine artefatta che certe élite avrebbero confezionato a danno delle donne; non è una figura politica - anche se non c'è donna più potente di Lei, non è eroina del femminismo. È la Serva del Signore e ha deciso di obbedire alla Sua volontà. Sembra che certa teologia non ricordi più che è proprio questa la strada - paradossale - per la libertà e la gioia. 

(Foto: Imagoeconomica/ screenshot Kompass, YouTube)








Per essere al passo con i tempi...





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by Aldo Maria Valli, 13 mag 2026


Austria / Asilo “cattolico” vieta poesie per le mamme perché i “ruoli di genere tradizionali” sono superati



In occasione della festa della mamma, in Austria un asilo nido cattolico ha deciso di vietare poesie dedicate alle mamme perché “i ruoli di genere tradizionali” non sono più “al passo con i tempi”.

L’asilo in questione è il St. Joseph, gestito dalla Caritas a Gallneukirchen, nell’Alta Austria, e la decisione, arrivata a sorpresa, è stata comunicata ufficialmente alle famiglie.

Quando diverse madri hanno espresso il loro sconcerto, la risposta è stata: “Abbiamo scelto deliberatamente di non recitare poesie e non cantare canzoni tradizionali per la festa della mamma, ma neppure per quella del papà. Sappiamo che i bambini di oggi crescono in strutture familiari molto diverse. I ruoli di genere tradizionali non sempre rispecchiano questa diversità, pertanto, a nostro avviso, non sono più al passo con i tempi e con la vita quotidiana all’asilo”.

Una mamma, assai critica verso la decisione, ha scritto al quotidiano Heute: “Come madre, mi piacerebbe essere onorata in questo giorno anche con una poesia. Anche perché qui a Gallneukirchen non ci sono famiglie che vivono forme di convivenza alternative rispetto alla famiglia tradizionale. La diocesi ha ben altri problemi, e ora si inventa questo. La Chiesa dovrebbe difendere il modello familiare tradizionale”.

Anna G., madre single, cresciuta in una famiglia cattolica “molto rigida”, si è detta invece contenta della decisione dell’asilo: “Mio marito ed io siamo separati. Peggio ancora: il padre dei miei due figli vive lontano, all’estero. Tante volte ho dovuto consolare i miei figli perché non potevano fargli un regalo. Giusto eliminare queste feste. Dopo la separazione ho completato un corso di formazione per educatrici della prima infanzia e ho appreso che la tradizionale festa della mamma o del papà non è più necessaria”.

Sempre attraverso il giornale, Edith Bürgler-Scheubmayr, direttrice della Caritas nell’Alta Austria, ha replicato così alle critiche: “Nei nostri asili nido ci concentriamo sulla realtà della vita dei bambini, che oggi è molto variegata. In occasione della festa della mamma e della festa del papà progettiamo le nostre attività in modo che tutti i bambini possano immedesimarsi e mostrare il giusto apprezzamento verso le figure di riferimento che sono importanti per loro”.

“Prendiamo sul serio i commenti dei genitori – ha dichiarato la direttrice – ma allo stesso tempo ritengo ovvio che osservare certe tradizioni spetta alle singole famiglie a casa propria”.

heute.at




Quando il diritto parte dal desiderio





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by Aldo Maria Valli 13 mag 2026


Il triangolo sì! Bimbo con due padri e una madre. 


di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

il triangolo si, lo avevamo considerato.

Una volta esisteva il vecchio e noioso principio secondo cui un bambino nasceva da un padre e una madre. Non era perfetto, certo. A volte il padre spariva, a volte la madre pure, a volte sparivano entrambi. Il dato antropologico, tuttavia, restava ostinatamente semplice: due genitori biologici, maschio e femmina, e una società che cercava – bene o male – di dare un ordine giuridico a questa realtà.

Finalmente siamo entrati in una nuova era, in una fase più creativa in cui, come era d’altro canto prevedibile, il desiderio supera la realtà e il diritto certifica ogni fantasia.

La Corte d’appello di Bari ha riconosciuto, per la prima volta in Italia, un bambino con tre genitori: una madre e due padri. Nessuna maternità surrogata – per carità – ma una sorta di genitorialità condivisa, pianificata, consensuale, moderna, e già che ci siamo, ecosostenibile, inclusiva e verosimilmente biodegradabile come il buon senso: ancora presente in natura, ma socialmente sempre meno tollerato.

Il bambino è stato concepito naturalmente da una donna amica della coppia maschile; poi il secondo partner ha ottenuto l’adozione in Germania e infine l’Italia ha trascritto tutto. Risultato: tre genitori riconosciuti. Una madre e due padri.

Già si parla di “sentenza storica”, di “un grande passo avanti”. E a ragione: si tratta senz’altro di un grande passo avanti, ma verso il baratro, con un bambino trasformato nell’oggetto di un esperimento sociale in cui la natura lascia spazio a nuove realtà inventate dal nulla.

Una volta il diritto cercava di prendere atto di ciò che esisteva in natura e cercava di regolarlo. Oggi funziona al contrario: prima si decide quale modello sociale si vuole imporre e poi si piega il diritto per renderlo inevitabile, con la finestra di Overton spalancata sulla progressiva ridefinizione dell’uomo al di fuori di ogni ordine naturale.

Si comincia sempre così: si parte da un caso particolare che diventa precedente, che diventa orientamento giurisprudenziale, che diventa principio, che diventa dogma civile.

Abbiamo già visto il film. L’unione civile? “Non è un matrimonio”. Poi di fatto è stata parificata al matrimonio. “Non riguarda i figli”. Poi sono arrivati i figli e adesso siamo alla genitorialità multipla. Tre genitori, e perché non quattro cinque o cinquemila? In fondo se il criterio non è più la realtà biologica ma l’intensità dell’affetto (come si misura poi?), qual è il limite razionale?

Se il principio è che il diritto deve riconoscere ogni configurazione affettiva purché stabile e desiderata dagli adulti, il numero diventa un dettaglio burocratico. Sia ben inteso, la Corte d’appello di Bari non ha inventato nulla e la decisione altro non è che la logica evoluzione di una giurisprudenza, innanzitutto costituzionale, che vuole il “genitore intenzionale” parificato al “genitore reale”.

Il punto decisivo resta, comunque, un altro: è il bambino ad avere diritto ai genitori o sono i genitori ad aver diritto al bambino? Perché la vulgata moderna ha compiuto un prodigio linguistico degno di Orwell: il desiderio dell’adulto è stato trasformato in diritto, mentre il diritto del minore è diventato un accessorio. Ciò che conta è l’amore, è il refrain assordante che sentiamo. Sennonché anche gli zii, i nonni, gli amici possono amare. Persino il cane mostra spesso una fedeltà superiore a certi esseri umani. Il diritto di famiglia, però, non si fonda sull’affetto indistinto e l’“interesse superiore del minore” resta quello di avere un padre e una madre, non un’indistinta pletora di “genitori intenzionali”.

In realtà, quella che da tempo sta accadendo è la progressiva distruzione della famiglia, ritenuta un mero orpello del passato. La famiglia non più come qualcosa da custodire, ma materiale da ridefinire all’infinito, secondo le esigenze emotive del momento. O meglio, è qualcosa da distruggere, come se ogni civiltà non iniziasse dalla famiglia ma potesse sopravvivere tranquillamente alla sua dissoluzione. Salvo poi scoprire, speriamo non troppo tardi, che demolire le fondamenta non rende più moderno un edificio ma lo fa solo crollare.





De Fatima numquam satis





Chiesa cattolica | CR 1950



di Roberto de Mattei, 13 Maggio 2026

De Maria numquam satis dice una sentenza attribuita a san Bernardo da Chiaravalle. Su questo tema si svolgerà nel prossimo mese di ottobre un convegno internazionale a Roma, allo scopo di approfondire il mistero insondabile delle grandezze della Beatissima Vergine Maria (https://demarianumquamsatis.org/).

Ma il 13 maggio ci ricorda che 109 anni sono passati dalle apparizioni della Madonna a Fatima, che iniziarono il 13 maggio 1917 e si conclusero il 13 ottobre dello stesso anno. In queste apparizioni la Madonna trasmise un messaggio profetico ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco, dedicato all’umanità intera. Il messaggio conteneva l’annuncio di una serie di catastrofi che sarebbero cadute sul mondo, se non fosse tornato al rispetto e all’amore della legge del Signore. Lo spirito di preghiera e di penitenza, la pratica della comunione riparatrice nei primi sabati del mese e la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato furono le condizioni esplicitamente richieste per allontanare il castigo incombente sul mondo a causa dei peccati degli uomini. Il messaggio era dunque condizionato, ma incondizionata era la sua conclusione: il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria.

109 anni sono passati, ma noi, parafrasando san Bernardo, potremmo dire: De Fatima numquam satis. Su Fatima non si è detto e non si dirà mai abbastanza, anche perché è una profezia “aperta”, che attende ancora il suo compimento.

San Luigi Maria Grignion de Montfort inizia il suo celebre Trattato della Vera Devozione a Maria con queste parole: «Per mezzo della santissima Vergine Maria Gesù Cristo venne al mondo; ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo» (n. 1).

Tutta la teologia della mediazione universale di Maria è racchiusa in questo assioma, che il santo sviluppa ampiamente in tutto il suo Trattato. E’ il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che divide l’umanità in due epoche: prima e dopo la venuta di Gesù Cristo. Nessuno come Maria, la purissima figlia di san Gioacchino e sant’Anna, conosceva le profezie bibliche e la divina promessa dell’Antico Testamento, che annunciava la venuta di un Messia, il Redentore dell’umanità. Maria non aveva fatto studi teologici, ma la profondità del suo intelletto e l’ardore del suo Cuore Immacolato la immergevano ogni giorno di più nell’umile contemplazione del mistero che il Signore celava alla mente dei superbi.

Maria aveva di fronte ai suoi occhi la decadenza morale dell’Impero romano e la tragedia del suo popolo, quello di Israele, indurito e infedele alla sua missione. Eppure, Ella mai dubitò della realizzazione delle antiche promesse. Un Salvatore sarebbe giunto, in modo diverso da come il suo popolo lo aspettava, e con il suo sacrificio avrebbe redento il mondo. Tutti i mali della terra erano conseguenza del peccato originale dei progenitori, Adamo ed Eva. Lei sarebbe stata la nuova Eva, prescelta per essere associata al nuovo Adamo, Cristo il Redentore. La morte, dice san Girolamo, era giunta per Eva, la vita sarebbe giunta per Maria.

Questo mistero fu svelato dall’Arcangelo Gabriele alla Beatissima Vergine a Betlemme, nella notte dell’Annunciazione, ed Ella, con il suo Fiat, acconsentì alla Incarnazione del Verbo. Fu così che, attraverso di Lei, Gesù Cristo venne al mondo. Come potrà Gesù, attraverso di Lei, regnare sul mondo? Il Trattato della vera devozione lo spiega: il regno di Gesù Cristo sul mondo non è una regalità di diritto, che già gli appartiene, ma una regalità di fatto, una regalità storica, che ancora non ha esercitato nella sua pienezza. Questo secondo evento è ancora avvolto di mistero, ma come nell’Incarnazione del Verbo, Maria vi svolgerà un ruolo decisivo. «Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria – scriveva settant’anni fa Plinio Corrêa de Oliveira – che mai può essere, se non il Regno della Beatissima Vergine profetizzato da san Luigi Grignion de Montfort? E questo Regno che mai può essere, se non quell’epoca di virtù in cui l’umanità, riconciliata con Dio nel grembo della Chiesa, vivrà in terra secondo la Legge, preparandosi per le glorie del Cielo?» (“Catolicismo”, n. 84, dicembre 1957).

Il messaggio di Fatima lo conferma. Sarà attraverso la devozione al Cuore Immacolato di Maria che Cristo regnerà sul mondo e il Regno di Cristo sul mondo sarà anche il Regno di Maria, il trionfo splendente del suo Cuore Immacolato. Dopo le apparizioni di Fatima, sia la Madonna che Gesù stesso, confermarono numerose volte a santa Giacinta Marto, morta a 9 anni il 20 febbraio 1920, e a suor Lucia dos Santos, scomparsa a 97 anni il 13 febbraio 2005, l’urgenza e il significato di questa teologia della storia. Il 3 gennaio 1944, a Tuy, prima di scrivere il Terzo Segreto, suor Lucia ebbe la visione di una terribile catastrofe cosmica, ma poi sentì nel cuore, come un infallibile presagio, «una voce leggera che diceva: Nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo!».

Tutti i Papi del XX e del XXI secolo hanno riaffermato l’autenticità di questo Messaggio. Nel corso dei 109 anni trascorsi, si è sviluppata una grande devozione a Fatima. Le statue della Madonna pellegrina hanno percorso ogni angolo della terra; si sono stampati innumerevoli libri che hanno raggiunto la tiratura di milioni di copie, si sono organizzate conferenze e congressi, gli ultimi nel 2017, l’anno del centenario. Tante preghiere si sono elevate al Cielo. Eppure, oggi, la Madonna di Fatima appare come la grande dimenticata. Mai come in questo momento le vicende internazionali, nella loro drammaticità, rendono attuale quanto la Madonna annunciava nel 1917 e mai come oggi sarebbe importante alimentare la speranza nel trionfo finale che la Madonna ha promesso. Ma la fiducia in questo trionfo appare illanguidita nelle anime, che spesso mancano di vero spirito soprannaturale e fondano la loro devozione alla Madonna su sentimenti fragili e ondeggianti.

Eppure questa è l’ora della virtù teologica della speranza, fondata non sul sentimento, ma sulla ragione e sulla fede. Su Fatima non abbiamo detto tutto e tutto non si è realizzato: De Fatima numquam satis. Non è l’ora della stanchezza e della fuga, è l’ora del grande ritorno a Fatima, della lotta fiduciosa per la vittoria di Maria, la Mediatrice, la Corredentrice, la Regina trionfante del Cielo e della terra, perché, «per mezzo di Lei Gesù Cristo venne al mondo e ancora per mezzo di Lei deve regnare nel mondo».





Grillo, il Vetus Ordo e la paura della pace liturgica




 
Chiesa cattolica

Nel mirino anche il Gran Cancelliere del San Anselmo



p.L.C. Silere non possum, 05/05/2026

C'è qualcosa di patetico, e insieme istruttivo, nel modo in cui Andrea Grillo continua a battere i tasti del suo Facebook come un boomer disoccupato che non si è ancora accorto che la festa è finita. Nelle scorse ore Avvenire ha pubblicato un'intervista all'Abate primate della Confederazione Benedettina, dom Jeremias Schröder OSB, che raccoglieva l'invito di Leone XIV - formulato lo scorso marzo nella lettera ai vescovi di Francia tramite il cardinale Parolin - a una «generosa inclusione» di chi aderisce sinceramente al Vetus Ordo. Parole di pace, di buon senso monastico, di carità ecclesiale. Schröder raccontava semplicemente come nei monasteri benedettini le due forme liturgiche convivano armoniosamente, senza conflitti, e come lui stesso - che celebra solo con il messale nuovo - sia accolto con rispetto a Fontgombault e ricambi quel rispetto verso le comunità che celebrano nel rito antico. Una testimonianza concreta, vissuta, non ideologica.

Vale la pena ricordare, peraltro, come si sia arrivati fin qui. Avvenire ha cominciato a guardare a Fontgombault dopo l'intervista che l'abate ha concesso a Silere non possum. È stato infatti questo portale a portare alla luce la ricchezza autentica di quella comunità monastica: i tanti aspetti positivi della sua vita interna, le intuizioni preziose che questi monaci sanno offrire alla Chiesa, il modo in cui vivono la liturgia in piena comunione ecclesiale.

Apriti cielo. Il sedicente liturgista da tastiera è subito intervenuto a spiegare al mondo - e soprattutto a un Abate primate che di liturgia monastica vive ogni giorno della sua vita - che ha capito tutto male. Che la convivenza pacifica nei monasteri sarebbe in realtà una resa. Che il «rispetto» tra fratelli sarebbe un capovolgimento del Movimento Liturgico. Che Guéranger, Beauduin, Casel, Vagaggini sarebbero stati traditi da Schröder e dall'Abate di Solesmes Kemlin, colpevoli di aver suggerito che il bene della comunione monastica possa stare al di sopra dell'uniformità rituale.


Un pontificato finito, un personaggio rimasto indietro

Conviene dire chiaramente come stanno le cose. Durante il pontificato precedente, Grillo aveva trovato un microfono. Era l'epoca in cui un certo lessico violento, polemico, divisivo trovava udienza, in cui chi alzava la voce contro i «tradizionalisti» - categoria sempre più vasta, quasi a ricomprendere chiunque non concordasse con lui - poteva sentirsi intellettualmente protetto. Quel tempo è finito. Leone XIV ha imposto, con il suo stile pacato e fermo, un cambio di tono che ha reso obsoleti i Grillo di ogni ordine e grado. Il Papa parla di «ferita dolorosa», invoca «nuova prospettiva reciproca», chiede «maggiore comprensione delle sensibilità altrui». Grillo invece scrive di «anarchia imposta dall'alto», di «indifferenza rituale», agita Zizola del 2007 come una reliquia polemica, evoca un Ratzinger del 2001 piegato a uso di fazione.

È l'emblema perfetto di un'epoca passata: violento, vendicativo, arrogante. Competenza poca, cattiverie tante. E le cattiverie le digita lì, sul social dei boomers, dove pensa di essere ancora il maestro mentre è semplicemente un signore che non si è accorto che il treno è ripartito senza di lui.

L'ideologia travestita da teologia

Smontiamo nel merito il pezzo. La tesi di Grillo è che Schröder e Kemlin avrebbero «capovolto» il Movimento Liturgico, perché ridurrebbero la liturgia a una dimensione «affettiva» dove «ognuno può coltivare le proprie passioni», salvando l'unità solo con l'etichetta del rispetto. Da qui l'accusa decisiva: la Regula Benedicti non basterebbe come principio di comunione, e fuori dalla clausura tutto questo non funzionerebbe.


È una tesi ideologica, e per più ragioni.

Prima ragione: Grillo finge di non sapere - lui che dovrebbe insegnarlo - che la convivenza di forme rituali diverse è la normalità storica della Chiesa cattolica, non un'eccezione patologica. Riti orientali e rito romano, ambrosiano e mozarabico, domenicano e certosino: la Chiesa ha sempre vissuto della pluralità dei suoi riti senza che la comunione ne venisse minata. Se davvero la diversità rituale producesse «anarchia» e impedisse «azione comune», bisognerebbe concludere che la Chiesa cattolica non è mai stata in comunione con se stessa. È un'assurdità che si commenta da sola.

Seconda ragione: Grillo confonde scientemente l'unità con l'uniformità. È un errore teologico grossolano. La Chiesa è una nella fede, nei sacramenti e nella comunione gerarchica, non nell'identità rigida di ogni singola rubrica. Schröder dice una cosa elementare e profondamente cattolica: che il rispetto reciproco fra chi celebra con messali diversi non è una rinuncia alla comunione, ma una sua forma matura. Grillo trasforma questa evidenza in tradimento del Vaticano II. È disonestà intellettuale, o miopia ideologica, scegliete voi.

Terza ragione, la più seria: Grillo cita Guéranger, Beauduin, Casel come se fossero suoi alleati, quando l'intero Movimento Liturgico nasce proprio dall'esperienza monastica della liturgia come lex orandi vissuta nella concretezza delle comunità. Esattamente quello che Schröder e Kemlin difendono. L'idea che i monaci debbano ricevere lezioni di Movimento Liturgico da un docente laico dell’ateneo Sant'Anselmo che attacca l'Abate primate di Sant'Anselmo è un cortocircuito che basterebbe da solo a chiudere la questione.

Quarta ragione: la mossa retorica di Grillo è classica e disonesta. Prende un ragionamento monastico e lo accusa di non valere fuori dalla clausura. Ma Schröder non ha mai detto che la sua esperienza sia il modello canonico per la Chiesa universale: ha detto che è un modello, che funziona, che mostra che la convivenza è possibile. È stato il giornalista a chiedergli se i benedettini possano essere un modello, e lui ha risposto con la prudenza di chi conosce il proprio carisma: «in un certo senso, sì». Grillo finge che Schröder abbia preteso ciò che Schröder non ha preteso, e poi lo bastona per la pretesa che gli ha attribuito. È il manuale del polemista da tastiera.

Quinta ragione: il Papa ha già parlato. Leone XIV ha chiesto «generosa inclusione». Grillo risponde con esclusione generosa. Il Papa parla di «sanare una ferita»; Grillo riapre la ferita con il bisturi della polemica. Il Papa invoca lo Spirito Santo per «soluzioni concrete»; Grillo offre soluzioni astratte, fondate su un principio teorico - l'unicità rituale come condizione della comunione - che la storia della Chiesa smentisce e che il magistero attuale non condivide.


Lo scandalo del Sant'Anselmo

E qui veniamo al punto più imbarazzante di tutta questa vicenda, quello che andrebbe affrontato con la serietà che merita. Andrea Grillo insegna al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e riceve uno stipendio di cui Silere non possum ha rivelato gli imbarazzanti numeri. Il Gran Cancelliere del Sant'Anselmo è dom Jeremias Schröder, l'Abate primate. Cioè la persona che Grillo, nelle scorse ore, ha attaccato pubblicamente accusandolo, in sostanza, di aver tradito il Movimento Liturgico, di amministrare la convivenza con un principio teologicamente insostenibile, di essersi reso complice di una posizione contraddittoria con Guéranger e con la Riforma Liturgica.

Si rifletta un momento sull'enormità della cosa. Un docente di un ateneo pontificio attacca pubblicamente, sui social, il proprio Gran Cancelliere su una questione che è esattamente il cuore del suo insegnamento. Lo fa con tono sprezzante, con la consueta pretesa di essere l'unico depositario della vera dottrina liturgica, con la consueta riduzione a oggetto polemico di chi non concorda. E lo fa nel momento in cui il Papa stesso ha indicato una direzione di marcia opposta.

Che un personaggio così possa continuare a insegnare in quella sede, in cui il superiore ultimo è proprio l'Abate primate dei benedettini, dice qualcosa di non secondario sullo stato di certi ambienti accademici ecclesiastici. Non si tratta di chiedere censure: si tratta di chiedere coerenza. O si insegna con la fedeltà istituzionale che un ateneo pontificio richiede, o si fa il polemista da Facebook a tempo pieno. Con i propri soldi, però, non con quelli delle istituzioni cattoliche. Le due cose non possono convivere senza che ne soffra la credibilità dell'istituzione.

Leone XIV ha emarginato, semplicemente con il suo stile, tutta una stagione di violenza verbale travestita da riforma liturgica e teologica. Grillo non se n'è ancora accorto. Continua a battere i tasti convinto di essere il guardiano della liturgia, mentre la liturgia, quella vera, si celebra ogni giorno nei monasteri benedettini che lui pretende di correggere - con la pazienza, il rispetto e la comunione che Schröder ha descritto e che il Papa ha chiesto.

Il treno è partito. Sul predellino, qualcuno digita ancora.







martedì 12 maggio 2026

Il funerale cattolico può essere negato a chi sia notoriamente apostata, eretico o scismatico



Lettera / Quale funerale per il padre (battezzato) diventato buddista?


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by Aldo Maria Valli 12 mag 2026

Caro. Valli,

scrivo per chiedere un parere in merito a un problema riguardante un mio amico cattolico praticante, il cui padre, negli ultimi anni di vita, aveva scelto di diventare buddista.

Di qui, alla morte dell’uomo, il problema: eseguire le volontà del padre e quindi celebrare esequie buddiste oppure seguire la propria fede e, ricordando che il padre era battezzato, celebrare un funerale cattolico?

Per rispetto del credo scelto da suo padre, l’amico ha deciso di andare nel tempio buddista e fare tutto lì.

Ora il mio cruccio, che le sottopongo, è il seguente. In un tempo in cui si dice di voler fare la volontà del defunto e invece lo si fa cremare contro la sua volontà, oppure per praticità lo si seppellisce in un cimitero fuori città quando invece il defunto avrebbe preferito stare da un’altra parte, o ancora, di fronte a lasciti testamentari che non aggradano, i figli entrano in conflitto laddove i genitori raccomandavano pace e serenità, ecco, di fronte a tutto questo, perché un figlio cattolico praticante dovrebbe decidere di non assicurare la benedizione del feretro?

Secondo lei, basterebbe far dare una benedizione da parte di un sacerdote prima di seppellire il morto? Il battesimo ci garantisce il sigillo della fede cristiana anche se non seguiamo più Gesù?

Scusi per queste domande, ma ormai dobbiamo cominciare a riflettere su tali questioni ed essere pronti ad affrontarle cristianamente, data la grande quantità di coloro che rinunciano al sacramento del battesimo impartito in età infantile e poi da adulti decidono di seguire altre religioni.

La ringrazio per l’attenzione.

Arianna

*

Risponde un amico sacerdote di “Duc in altum”.

Gentile Signora,

la ringrazio per la sua lettera e per la sensibilità con cui ha esposto un problema di coscienza che tocca questioni di rispetto filiale e coerenza con la propria fede. Comprendo quanto sia delicato affrontare tali argomenti in un contesto familiare segnato dal lutto, e apprezzo la sua volontà di riflettere su di essi.

Il caso che descrive – un padre che, in età avanzata, ha scelto di aderire al buddismo, e un figlio cattolico praticante che ha optato per un rito funebre buddista per rispetto delle volontà paterne – solleva interrogativi legittimi.

Secondo il Codice di diritto canonico (can. 1184), le esequie ecclesiastiche complete possono essere negate a chi sia notoriamente apostata, eretico o scismatico, qualora non abbia dato segni di pentimento prima della morte.

In presenza di una conversione esplicita e pubblica a un’altra religione, come nel caso riferito, la Chiesa cattolica riconosce generalmente la volontà del defunto di non essere accompagnato da un rito cattolico, al fine di rispettare la sua scelta religiosa e di evitare un’apparente contraddizione.

Tale disposizione non deriva da un giudizio sulla salvezza dell’anima (riservata unicamente a Dio), bensì dalla coerenza tra il rito celebrato e la professione di fede del defunto.

Lei distingue opportunamente questo aspetto da altre situazioni in cui le volontà del defunto vengono talvolta disattese per motivi pratici o familiari (ad esempio, la cremazione o la scelta del luogo di sepoltura). La differenza risiede nel fatto che il rito funebre concerne direttamente l’identità religiosa e non mere questioni logistiche o patrimoniali. Ignorare tale volontà potrebbe configurarsi come un’imposizione della fede altrui, contraria al principio di rispetto per la coscienza del defunto. La scelta del suo amico, dunque, appare improntata a un atto di carità e di pietà filiale, pur nel dolore di dover rinunciare a un elemento della propria fede che purtroppo il padre non condivideva più.

Quanto alla possibilità di una benedizione, è opportuno precisare che essa può essere impartita in forme diverse. Il rito completo delle esequie ecclesiastiche (con messa e sepoltura in forma cattolica) potrebbe non essere concesso in presenza di una volontà contraria manifesta. Tuttavia, un sacerdote può comunque impartire una benedizione semplice sul feretro, in ambito privato o al momento della sepoltura, come gesto di preghiera e di affidamento dell’anima a Dio. Tale benedizione non costituisce un “funerale cattolico” formale, ma rappresenta un atto di suffragio che molti parroci (di sana dottrina) sono disposti a concedere, su richiesta dei familiari, purché non crei scandalo pubblico.

Infine, riguardo al sacramento del battesimo: secondo la dottrina cattolica, esso imprime un carattere indelebile sull’anima. Anche nel caso di un abbandono della fede in età adulta, il sigillo battesimale non viene cancellato né annullato; la persona rimane segnata dal sacramento, e la Chiesa continua a pregare per lei come per un battezzato. Questo principio vale indipendentemente dalla rinuncia formale o dal mutamento di credo, e invita a una speranza nella misericordia divina che va oltre le scelte terrene.

Le sue riflessioni evidenziano l’importanza di prepararsi a queste situazioni con serietà e con un atteggiamento di fede matura, soprattutto in un contesto sociale ed ecclesiale, ahimè, per nulla favorevoli.