domenica 30 agosto 2026

Sovversione compiuta, Avvenire attesta il trapasso della morale



Evitare toni divisivi sui temi etici e costruire «spazi di libertà per la coscienza», naturalmente lasciando da parte la dottrina: una trasformazione in atto da tempo che oggi è dichiarata apertamente sul quotidiano dei vescovi dai vertici dell'Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale. Persino i comandamenti risultano troppo ideologici e oltranzisti.

Nuovo paradigma

Editoriali


Stefano Fontana, 28-08-2026

Il 25 agosto il quotidiano Avvenire ha pubblicato una intervista di Luciano Moia ai nuovi presidente e vicepresidente dell’Atism, l’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale, padre Martin M. Lintner e Gaia De Vecchi. Le parole dei due intervistati hanno sancito in modo molto chiaro la trasfigurazione compiuta della teologia morale cattolica da ieri, e ancor di più dall’altro ieri, fino ad oggi.

Si tratta di un cambiamento radicale del quale risulta impossibile riconoscere qualche forma di continuità tra il prima e il poi. Intendiamoci, non c’era bisogno di questa intervista per attestare il trapasso, solo che i due teologi moralisti hanno avuto il merito di dirlo con parole semplici, di presentarlo come un processo definito e ormai concluso, e di averlo fatto sul quotidiano dei vescovi italiani. Nessun pontefice fino a Benedetto XVI avrebbe accettato tale trasformazione, ma intanto essa è andata avanti ed ora sembra essere arrivata al capolinea.

I due teologi fanno questa proposta: la teologia morale intende superare le rigide contrapposizioni ideologiche su aborto, gender, fine vita e simili tematiche, per dedicarsi piuttosto a formare le coscienze e costruire spazi di confronto. Il dibattito va riportato nell’ambito di un dialogo civile e non di uno scontro ideologico. Bisogna lasciare da parte la dottrina e portare la riflessione sull’umano, evitando la logica delle forze contrapposte. Ciò vale anche sul piano ecclesiale, perché metterebbe in relazione «il magistero e la vita ordinaria delle persone, i loro bisogni, le loro speranze, le loro esperienze di coscienza». Su temi come il suicidio assistito e il transgenderismo la teologia morale induce a chiedersi «come far progredire il dibattito e venire incontro alle esigenze esistenziali di ogni persona». Sono da evitare «toni aspri, divisivi», bisogna superare gli «oltranzismi» e costruire «spazi di libertà per la coscienza».

Leggendo queste parole pare di capire che la teologia morale non dovrebbe più appellarsi a delle norme morali astratte e universali, come sono per esempio i comandamenti, che sarebbero frutto di un razionalismo che si allontana dalla concretezza dell’esistenza. Secondo i due intervistati parlare di norme di questo tipo vorrebbe dire entrare nel campo dell’ideologia, i dieci comandamenti sarebbero ideologici. Pare anche di capire che lasciare libertà alla coscienza significa che essa, per essere libera, non ha bisogno di essere illuminata da un punto di vista indipendente dalla situazione, a questa precedente e superiore, ma interno alla situazione esistenziale. I dieci comandamenti, quindi, ostacolerebbero la libertà della coscienza e non rispetterebbero la dignità della persona. Pare infine di capire che la teologia morale non dovrebbe più fornire principi etici e indicazioni per la politica, per l’educazione pubblica, per la legge, perché scavalcherebbe e non rispetterebbe la coscienza delle persone, trasferendo alcune norme morali sul piano istituzionale pubblico. A questo proposito rimane difficile da garantire un futuro per la Dottrina sociale della Chiesa, che pure appartiene alla teologia morale.

A conferma di tutto ciò arriva la facile constatazione che oggi i pastori, davanti ad ogni grande problema morale personale e pubblico, si limitano solo a chiedere che se ne discuta, evitando di schierarsi per non sembrare divisivi e ideologici. Il cardinale Zuppi, in un dialogo televisivo con il direttore del quotidiano Domani, a proposito dell’aborto si è limitato a chiedere che non si faccia come gli Orazi e i Curiazi.

La teologia morale è arrivata a questi esiti attraverso decenni di lavoro dei teologi, processo al quale qui non si può nemmeno accennare di sfuggita. Un punto, almeno, va però indicato. Il piano dell’esistenza, della storia e della esperienza della coscienza ad un certo punto ha fatto il suo trionfale ingresso nella teologia morale. Come la goccia sulla roccia, esso ha provocato grandi trasformazioni, dato che ha assegnato potere normativo non solo alle norme della dottrina morale naturale e rivelata, ma anche, appunto, all’esistenza, alla storia e alla esperienza della coscienza. Le strade percorse sono state tante e diverse, ma convergenti: il rifiuto del realismo metafisico, l’idea che l’esistenza costituisca l’essere della persona, l’assolutizzazione dell’ermeneutica come unico e integrale modo di pensare (e si sa che la prospettiva ermeneutica assegna alla situazione un ruolo attivo nella conoscenza), la deellenizzazione del cristianesimo, ossia del suo bisogno non casuale di avvalersi di una ragione naturale (da cui il rifiuto del giusnaturalismo cattolico), una esaltazione smisurata del ruolo della coscienza che, da creativa applicazione della norma tramite la prudenza, pretende oggi di essere essa stessa co-produttiva della norma stessa. Dietro a tutto la protestantizzazione della teologia morale cattolica.

L’esistenza e la storia sono l’ambito della libertà, ma la persona per essere libera deve essere qualcosa, non può essere libera se non è. C’è quindi una essenza che precede e fa da criterio alla sua libertà, indicando una norma di vita non contingente e relativa al tempo, ma capace di liberare il tempo da se stesso (e la coscienza da se stessa, e l’esistenza da se stessa). Niente di meno astratto, niente di meno ideologico, niente di meno divisivo.






Il problema litur-ico di Papa Leone XIV: la Fraternità sacerdotale di San Pio X e la Santa Messa tradizionale



Nella traduzione di Messa in Latino, l’articolo del vaticanista Michael Haynes, pubblicato sul sito Per Mariam il 24 agosto 2026.




di Michael Haynes

Il ritorno di Papa Leone XIV dalle vacanze estive rappresenta un’occasione utile sia per il Pontefice che per la Chiesa nel suo insieme per fare il punto sul suo Pontificato dopo un altro anno, con una serie di questioni chiave all’ordine del giorno che richiedono la sua immediata attenzione.

Quando, la sera del 27 luglio, il corteo di auto ha lasciato le Ville pontificie di Castel Gandolfo, gli osservatori vaticani hanno ricominciato a occupare i loro posti abituali, poiché il ritorno di Papa Leone XIV in Vaticano segnava il rientro del Papa al lavoro. Quest’anno si è concesso quasi tutto il mese di luglio per una vacanza personale e, sebbene sia stata intervallata da alcuni impegni meno gravosi e da viaggi in luoghi di pellegrinaggio, è stato nel complesso un periodo di tranquillità.

Non erano in programma incontri ufficiali né udienze, e si tratta del periodo più lungo che Papa Leone XIV abbia trascorso lontano dal lavoro da quando è stato eletto – l’estate scorsa si era concesso due vacanze separate e più brevi a Castel Gandolfo.

Cosa succederà ora? Le udienze generali hanno ripreso il loro appuntamento settimanale nel calendario, e Papa Leone XIV sta proseguendo il suo progressivo approfondimento dei documenti del Concilio Vaticano II, che costituiscono la base degli incontri catechistici settimanali.

Mons. Edgard Iván Rimaycuna Inga, Segretario particolare del Sommo Pontefice, è tornato dalla sua breve vacanza in Perù – che è servita anche come utile visita in vista dell’imminente viaggio di Papa Leone XIV previsto per novembre – ed è nuovamente al fianco del Papa.

Agosto è ancora decisamente un mese di vacanze per l’Italia nel suo complesso, e un agosto tranquillo in Vaticano offre a Papa Leone XIV l’opportunità di tornare al lavoro senza troppo clamore intorno a sé. Un fitto programma attende il Pontefice questo autunno, con viaggi all’estero in Francia e in Sudamerica, oltre all’attesissimo incontro in Vaticano sull’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia.

Un compito per il quale il termine è già scaduto è la risposta alla Fraternità sacerdotale di San Pio X, dopo che questa ha avviato il processo di ricorso contro il decreto del 2 luglio che sanciva la scomunica automatica dei sei Vescovi [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Il ricorso è stato presentato alla Santa Sede l’11 luglio e, secondo le disposizioni del diritto canonico, la Santa Sede aveva «trenta giorni» utili (leggi «lavorativi») per rispondere. Tale termine è ormai definitivamente scaduto.

Considerata la posizione pubblica e i discorsi della Fraternità sacerdotale di San Pio X dopo la Consacrazione, è improbabile che il Dicastero per la dottrina della fede ritenga di avere motivo di modificare il contenuto del proprio decreto – semmai, si limiterà a indicare le argomentazioni regolarmente pubblicate dalla Fraternità sacerdotale di San Pio X come ulteriore prova della necessità del decreto.

Essendo ormai trascorso il termine di trenta giorni, la Fraternità sacerdotale di San Pio X deve presumere, secondo il diritto canonico, che il silenzio del Vaticano indichi un rigetto del suo ricorso preliminare e, pertanto, proseguire nell’iter di appello. Ciò porta certamente il tema della Fraternità sacerdotale di San Pio X al centro del dibattito pubblico, ma anche quello della Santa Messa tradizionale.

A pochi giorni dall’emanazione, il 2 luglio, del decreto e della nota esplicativa dalla scrivania del card. Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, i canonisti si stavano strappando i capelli per le inesattezze e gli errori. Si tratta di un problema che papa Francesco ha spesso sperimentato: far pubblicare un testo dal card. Fernández solo perché poi si ritorcesse contro di loro in modo ben più feroce di quanto avessero immaginato. La mancanza di competenza canonica del card. Fernández sta venendo alla luce.

Per qualche motivo – che molti hanno messo in discussione – Papa Leone XIV ha deciso di affidare al card. Víctor Manuel Fernández la responsabilità esclusiva dei negoziati con la Fraternità sacerdotale di San Pio X prima delle Consacrazioni. Questo stesso fatto sembra essere stato un fattore determinante nella rottura delle trattative tra le due parti.

Se desidera evitare una disputa canonica lunga e intricata con la Fraternità sacerdotale di San Pio X, Papa Leone XIV farebbe bene ad assumere un ruolo più diretto, o almeno ad affidare l’incarico a qualcuno del Dicastero per la dottrina della fede che possieda effettive conoscenze canoniche.

Una parte intrinseca della questione della Fraternità sacerdotale di San Pio X è il futuro della Santa Messa tradizionale, un tema che ha assunto nuova urgenza alla luce della richiesta della Santa Sede ai Cattolici di non partecipare alle liturgie della FSSPX (sebbene su questo fronte, anche gli stessi documenti della Santa Sede consentano ai Cattolici di partecipare a tali liturgie a determinate condizioni: QUI).

Papa Leone XIV non sembra finora disposto a compiere alcuna mossa decisa riguardo alla Santa Messa tradizionale, il che significa che le restrizioni della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II rimangono pienamente in vigore: sia sulla carta che nella realtà. È vero, ha incoraggiato i Vescovi francesi a trovare «soluzioni concrete che consentano di includere generosamente» i Cattolici che frequentano la Santa Messa tradizionale nella vita più ampia della Chiesa [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Allo stesso modo ha incoraggiato i Vescovi d’Inghilterra e del Galles a scrivere al Vaticano per chiedere deroghe alla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, che sarebbero state concesse [QUI e QUI; QUI e QUI su MiL: N.d.T.].

Ma si tratta di due cerotti davvero insignificanti su una ferita aperta. La stessa lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes è stata descritta da alcuni canonisti come priva di autorità giuridica – a causa degli errori presenti nel testo del card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Il proseguimento dell’applicazione della lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes non farà altro che alimentare ulteriormente la divisione all’interno della Chiesa, mentre Papa Leone XIV ha professato di essere un Papa alla ricerca dell’unità.

«Se volete la pace nella Chiesa in questo momento, dite al Papa che è ora di revocare le restrizioni alla Santa Messa tradizionale», ha affermato recentemente il canonista don Gerald E. Murray, Parroco di San Giuseppe a Yorkville (Manhattan, New York) (QUI). «Se avete intenzione di dire ai Cattolici di non partecipare alle Messe della Fraternità sacerdotale di San Pio X e ad altri Sacramenti, allora la carità pastorale esige che mettiate a disposizione di quelle persone luoghi legittimi dove recarsi».

Egli non è solo. Un numero crescente di prelati sta ora esortando Papa Leone XIV a cambiare rotta riguardo alla Santa Messa tradizionale, con una voce e un senso di urgenza molto più forti rispetto a un anno fa. Che questa urgenza sia dovuta al fatto che egli è sul trono da oltre un anno senza aver apportato alcun cambiamento degno di nota, o che sia dovuta alle Consacrazioni della Fraternità sacerdotali di San Pio X, essa è comunque presente.

Il card. Raymond Leo Burke, Patrono emerito del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha persino inasprito la propria retorica in materia, esortando i cattolici a «lottare» e a «soffrire» per garantire l’accesso alla Santa Messa tradizionale (QUI) [QUI; QUI su MiL: N.d.T.].

L’unità che Papa Leone XIV desidera richiede pace, rispetto della legge e rispetto della Tradizione: la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes mina tutti e tre questi aspetti.

Un cambiamento di rotta riguardo alla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes potrebbe essere favorito da un cambio di Prefetto presso il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, insieme alla sostituzione del Segretario, che in questo caso è ancora più aspro nei confronti del rito antico rispetto al Prefetto card. Arthur Roche. Sia il Cardinale Prefetto che il Segretario, mons. Vittorio Francesco Viola O.F.M., hanno completato il loro mandato quinquennale.

Sostituire questi due con prelati più in linea con la Tradizione, o semplicemente dotati di una solida conoscenza liturgica, garantirebbe a Papa Leone XIV un ampio sostegno da parte di quegli ambienti della Chiesa che negli ultimi anni hanno subito un colpo dopo l’altro. Sebbene negli ultimi mesi circolino voci sulla partenza de card. Arthur Roche, manca ancora una conferma definitiva. Tuttavia, il ritorno dalla pausa estiva e l’inizio di un nuovo anno accademico rappresentano il momento perfetto per un Papa per attuare tali cambiamenti.

L’estate scorsa è stata la prima pausa di Papa Leone XIV dopo il turbinio della sua elezione e, di conseguenza, le aspettative di grandi cambiamenti dopo tale pausa non erano particolarmente elevate. Questa volta, invece, molti attendono con impazienza che Papa Leone XIV agisca.






sabato 29 agosto 2026

Il Signore si occuperà tanto più dei nostri interessi, quanto più noi ci preoccuperemo in primo luogo dei suoi






Il Signore si occuperà tanto più dei nostri interessi, quanto più noi ci preoccuperemo in primo luogo dei suoi. (Padre Raymond de Thomas de Saint-Laurent)



di Corrado Gnerre


I SORSI


1. Cari pellegrini, sentite brevemente la storia di sant’Isidoro, detto il “contadino”. Questi nasce a Madrid intorno al 1070 da una poverissima famiglia di agricoltori. Orfano del padre fin da piccolo, va a lavorare la terra nelle campagne intorno a Madrid. A causa della guerra, cerca rifugio e lavoro a nord, a Torrelaguna. Qui conosce la sua futura sposa, Maria Toribia, anch’ella contadina. Isidoro ha una grande fede. E’ analfabeta, ma conosce le cose di Dio e sa pregare. Ogni mattina, all’alba, va alla Messa. Ma soprattutto durante la giornata, mentre è al lavoro, spesso si apparta per raccogliersi in preghiera. Quelli che lavorano con lui lo accusano di essere una scansafatiche. Anche il padrone, Juan de Vargas, inizia a sospettare di lui, ma poi si accorge che alla sera il lavoro di Isidoro è bello che compiuto. Alla fine si convince che qualcosa di misterioso aiuta Isidoro nel suo lavoro. Iniziano ad avvenire anche miracoli nelle sue proprietà. Ben presto Isidoro diventa il suo uomo di fiducia e inizia a guadagnare di più, ma lui e la moglie (dichiarata beata nel XVIII secolo) decidono di vivere come sempre e il di più lo donano ai poveri. Isidoro muore nel 1130. Alla sua morte la sua fama era pari a quella di El Cid Campeador. Fu canonizzato da papa Gregorio XV il 25 maggio del 1622.

2. Cosa colpisce di ciò che abbiamo letto? Ovviamente il fatto che sant’Isidoro ogni tanto interrompeva il lavoro per raccogliersi in preghiera.

3. Isidoro veniva accusato, perché, secondo una logica tipicamente umana, per raccogliersi in preghiera occorre del tempo e questo tempo ovviamente veniva tolto al lavoro, con la preoccupazione che quello che non fosse riuscito a fare lui, sarebbe stato sulle spalle di altri. E invece, a fine giornata, ciò che riusciva a mietere sant’Isidoro era molto più abbondante di ciò che erano riusciti a mietere gli altri.

4.Cari pellegrini, il Signore vuole che lo mettiamo al primo posto. Ciò è giusto ed è anche bello.

5. E’ giusto, perché Colui da cui si è avuto tutto e da cui si ha tutto non può che stare al primo posto. Il Signore è l’unica fonte dell’essere, della vita e della felicità.

6. Ma ciò è anche bello, perché solo con il Signore si può raggiungere la propria completezza. Sant’Agostino dice: “Il mio cuore è inquieto fin quando non riposa in Te, o mio Signore.” E infatti solo Dio puoi calmare tutti gli affanni, le inquietudini, perché Dio è quell’Infinito e quell’Assoluto a cui anela la dimensione umana.

7. Cosa significa mettere Dio al primo posto? Prima di tutto sostituire il proprio criterio di giudizio con il criterio di giudizio di Dio: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” dice San Paolo ai Galati (2,20). Secondo: rendere Dio quello che è, Signore della vita, della Storia, di tutto.

8. E qui, cari pellegrini, si deve avere la forza per testimoniare la Regalità di Cristo (anche sociale) dinanzi a tutti. Una volta era più facile. Oggi il mondo va tutt’altra parte. Esso tollera che ci si definisca “cristiani”, ma non sopporta che l’essere cristiani si trasformi in giudizio sulle cose che accadono. Finanche i ministri di Dio tendono ad arrendersi e a seguire il mondo; e per giunta sembrano deridere tutti quei laici che s’impegnano affinché la Regalità di Cristo possa essere proclamata. Anzi: nessuno parla più della Regalità Sociale di Cristo.

9. Cari pellegrini, facciamo invece come ci dice l’acqua di questa borraccia e facciamo come sant’Isidoro: mettiamo Dio al primo posto e così ciò che raccoglieremo a fine giornata sarà molto di più di quanto avevamo programmato e sperato di fare.

Al Signore Gesù

Signore, non permettere che mi scoraggi.

Dammi sempre la forza di proclamarti Re: della mia vita, della società e della Storia.

Alla Regina dello Splendore


Madre, Tu che sei Regina della mia vita, della storia e dell’universo intero, fa che mi occupi solo della gloria del tuo Divin Figlio. Tienimi sotto il Tuo Manto e dammi la forza per servirlo e testimoniarlo.

Madre, accompagnami nel cammino di questo giorno.





Funerale buddista in chiesa nel silenzio della diocesi di Como



Nella parrocchia di San Martino a Rebbio l'addio a una donna buddista con il mantra cantato dall'ambone e l'elogio del Buddha fatto dal parroco ospitante. Dalla Curia ci si aspetterebbe una parola per smentire l'impressione che una fede valga l'altra. A meno che Cristo sia un "cammino" fra i tanti e non «la via, la verità e la vita».

Relativismo

Ecclesia


Stefano Chiappalone,  29-08-2026

«De mortuis nihil nisi bonum», dei morti non si può che parlar bene, ma sui funerali qualche perplessità si potrà sollevare se passa, e neanche troppo velatamente, l’idea che in fondo una fede valga l’altra. Per esempio a Como, dove il 20 agosto, nella chiesa di San Martino a Rebbio si è celebrato l’addio a Marta Pezzati, di fede buddista, scomparsa a soli 59 anni. E buddisti erano i due monaci che hanno pregato un mantra dall’ambone, ospitati dal parroco don Giusto Della Valle, già noto per l’attivismo pro migranti. Per capire le ragioni dell’estremo saluto in chiesa per una persona che non era né cattolica né cristiana abbiamo provato a contattare il parroco, senza per ora ricevere risposta. Ma del fatto c’è ampia documentazione video disponibile online, con tutto il susseguirsi di testimonianze e ricordi che hanno scandito la cerimonia.

Siamo stati più fortunati con uno dei monaci buddisti presenti, il quale ci ha spiegato che la scelta della chiesa è legata all’impegno sociale condiviso con il parroco dalla Pezzati, presidente dell’associazione di volontariato Como Accoglie. Ci ha tenuto inoltre a precisare che «non è stata una Messa e nemmeno un funerale, ma un ricordo della generosità di Marta». Anche se il parroco e un altro sacerdote presente indossavano camice e stola (come si vede dal video), quindi dei paramenti liturgici, il monaco buddista sostiene che non c’è stata alcuna liturgia né preghiera cattolica. Ma se pure volessimo considerarla una commemorazione laica resterebbe comunque stridente, almeno da un punto di vista cattolico, svolgerla in chiesa. Nessun elemento strettamente religioso, quindi, tranne il mantra, che i due monaci hanno cantilenato dall’ambone (che di per sé è elemento liturgico, deputato alla proclamazione della Parola di Dio e non di qualsiasi forma di preghiera). In casa buddista non mettiamo becco, ma in casa cattolica sì.

Ancora una volta il problema non è il giudizio sulla defunta, ma l’uso dei luoghi di culto cattolici e l’atteggiamento di alcuni preti che sembrano relativizzare la rivelazione di Dio in Cristo così come proclamata dalla Chiesa. Basta riascoltare le parole del parroco, che ha ricordato la defunta come «donna di contemplazione, di ricerca di Dio in tutti i cammini possibili», trovandolo infine «in Buddha, nell’Illuminato, che da secoli continua a illuminare il cammino di tanti popoli». Ne ha menzionato la generosità, «frutto del suo carattere ma anche dell’incontro con la spiritualità buddista. Ecco, è importante saper andare alle radici profonde del proprio essere ed è importante avere sul mondo uno sguardo che non è solo il nostro, uno sguardo contemplativo che viene dalle radici delle religioni da cui noi proveniamo».

Insomma, Cristo o Buddha fa poca differenza, tanto che è parsa di routine la breve esposizione del vangelo della risurrezione di Lazzaro, commentando la profonda amicizia di Gesù con il redivivo e le sorelle Marta e Maria. È questa a contare, ha spiegato, «non la sequela di un Gesù teorico fatto di prescrizioni». A contare è soprattutto l’accoglienza, concetto chiave del discorso incentrato – ripercorrendo l’attivismo condiviso con la defunta – sulla differenza tra chi si dà da fare e chi «innalza muri», esortando ad «ascoltare il grido di chi dall’altra parte del Mediterraneo cerca aiuto», quel grido che «la fortezza Europa» non vuol far arrivare. Infine la nota escatologica sul paradiso, di cui «ognuno di noi ha la sua immagine, dopo la morte la rinascita, la rigenerazione, la risurrezione» e appare abbastanza indifferente per quale via si giunga al «monte santo» e alla «tavolata» di cui parlano le Scritture. Insomma, un inno al relativismo religioso, favorito peraltro anche dal silenzio della Curia: l’evento è di dominio pubblico ed è trascorsa oltre una settimana nel corso della quale nessuno ha sentito il dovere di chiarire alcunché in merito. E nemmeno l’ufficio liturgico cui abbiamo sottoposto alcune domande per ora inevase.

L’altro punto di domanda è legato, come abbiamo detto, all’uso delle chiese: in questo caso un funerale con mantra buddista, in altri le esequie di massoni con rito cattolico (concesse e poi stoppate a Roma e San Remo, oppure celebrate dal presidente della Cei in persona); e si potrebbe continuare con le preghiere islamiche all’oratorio; ormai in chiesa si trova di tutto, anche la presentazione del libro di Ranucci. Conseguenza naturale se un luogo di culto, riservato alle azioni sacre e poche altre attività compatibili con la (dimenticata) Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, diventa spazio “neutro” in cui tenere qualsiasi genere di adunanze. Epilogo favorito anche da una certa deriva “chiacchierona” della liturgia che mette all’angolo il silenzio e il rito per lasciar spazio all’improvvisazione. E dallo spazio neutro alla fede componibile il passo è breve.

Comunque lo si voglia definire, l’evento ha avuto luogo in una chiesa cattolica, con l’ospitalità e le parole (inequivocabili) del parroco e pertanto la diocesi di Como dovrà quantomeno chiarire se la domenica si dovrà ancora andare a Messa o se si potrà assolvere il precetto in un tempio buddista o restando direttamente in casa. Perché i credenti avrebbero diritto di non essere confusi e anche i non credenti (buddisti compresi) a loro volta hanno diritto di udire con chiarezza l’annuncio dell’Unico che nella storia si è presentato come Figlio di Dio, dicendo di essere «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) e non un “cammino” tra i tanti.





giovedì 27 agosto 2026

L’utopia della cività dell’amore




Le cinque piste della Magnifica Humanitas suonano nobili, ma omettono ciò che fonda davvero la pace: la giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei.




di Silvio Brachetta, 26-08-2026

Il 17 maggio del 1970, nel Regina Caeli di Pentecoste, Paolo VI dichiarava possibile l’edificazione della «civiltà dell’amore e della pace», una sorta di nuovo corso per la Chiesa e per il mondo, in cui l’umanità – in modo spontaneo – si sarebbe riunita in «una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli».

In questa cornice paradisiaca, l’uomo – teso «verso i veri e più alti destini» – avrebbe superato le «divisioni ed i conflitti» che impediscono la pace delle armi. Con quali mezzi? Con la ricezione del Concilio Vaticano II, che «faremo bene a studiare e a tradurre nella nostra vita spirituale». Ma nessuno studio ne è venuto, nessuna traduzione che abbia invertito la tendenza al rilassamento religioso e morale: nel mezzo secolo abbondante e successivo a quel pronunciamento, il Concilio Vaticano II è stato solo citato di frequente, ma mai assimilato nei suoi contenuti. Il cristianesimo è entrato in crisi (nei numeri e nella fede) e il mondo è precipitato nella logica della guerra a oltranza.

Oggi Leone XIV ripropone «con forza questa visione», nel quinto capitolo della sua enciclica Magnifica Humanitas, poiché «la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente». Anche in questo caso, non si può evitare di ripetere la domanda pressante: con quali mezzi? Qua compare una prima necessità che trascende l’opera umana: il «presente» va interpretato «come un campo aperto alla conversione personale e collettiva». E, di seguito, Leone XIV propone di seguire «cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo».

Quanto al disarmo delle parole, c’è subito un problema evidente: si tratta dello stesso programma elitario e ideologico dei principali media mondiali (compresi quelli diffusi da internet), per cui è in corso un programma di rieducazione culturale di massa, così da edulcorare il linguaggio e costringere l’uomo a pensare secondo schemi fissi e preordinati. Un esempio su tutti è il Manifesto della comunicazione non ostile, per cui sarebbe “non ostile” solo quel linguaggio proposto (imposto) dagli sponsor dell’iniziativa (Google, Netflix, Feltrinelli, Tim, Sky, Mediaset, e altri).

Il Papa ha ragione nell’indicare la sterilità della polemica e dell’arroganza comunicativa, ma la sua proposta corre il rischio di sovrapporsi a quella della rivoluzione culturale in corso, che rende obbligatorio lo stereotipo verbale e la massificazione del pensiero.

Leone XIV, poi, come seconda pista, afferma che «tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia». Ed è vero che tutti “possiamo”, ma solo in senso potenziale. Nell’attualità, l’uomo non può né produrre, né conservare la giustizia senza la grazia. E non tanto la giustizia distributiva e commutativa, ma proprio quella necessaria a fondare la nuova Gerusalemme: a questo proposito, Cristo afferma: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Il regno dei cieli è appunto la città di Dio.

Terza pista: «assumere lo sguardo delle vittime». Il Papa intende le vittime di guerra. L’elenco delle vittime è, però, assai più esteso. Ci sono le vittime dell’usura legalizzata in tutto il mondo, per cui milioni di famiglie sono ridotte in miseria, a seguito del prelievo forzoso di gabelle e dalle continue richieste in danaro. Ci sono le vittime della malsanità. O le giovani vittime della pubblica istruzione, costrette alla rieducazione laicista collettiva. Ci sono le vittime di suicidio, vessate da pressioni psicologiche insostenibili. Sopra tutte le altre vittime, ci sono quelle dell’ignoranza, per cui interi continenti sono lontani dalla salvezza materiale e da quella eterna perché non vengono istruiti o catechizzati secondo verità.

La quarta pista è di «coltivare un sano realismo». Qui Leone XIV denuncia un «idealismo politico» astratto, che «piega, seleziona e rinomina i fatti», così da «abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Stesso discorso per la tendenza opposta: ovvero l’esistenza di un «realismo degradato», di un «cinismo», che è pura rassegnazione passiva di fronte agli eventi della storia.

Ma la pista che crea maggiori interrogativi è la quinta: quella del dialogo, come antidoto alla guerra. Scrive Leone XIV: «Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto». Il Papa si appella al suo predecessore Pio XII che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, «affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole».

È però una citazione parziale. Le parole di Pio XII – nel Radiomessaggio del 24/08/1939 – sono fortemente cristocentriche. Pio XII non cominciava con l’apologia del dialogo, ma comunicava un insegnamento, «perché a traverso la Nostra, ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra».

Papa Pacelli specificava di parlare armato «non d’altro che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni». Solo dopo queste premesse, Pio XII invitava gli uomini a ragionare, a intendersi, a rinunciare al comizio passionale. Il termine “dialogo” è assente nel Radiomessaggio.

Egli si ridusse a «supplicare», ma «per il sangue di Cristo», nel «nome del genio cristiano» e dell’amore comandato dal Cristo. Pio XII concluse «che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto» e senza «volgere lo sguardo in Alto». Questi riferimenti mancano nella Magnifica Humanitas, che si limita a proporre la necessità del dialogo interreligioso, del multilateralismo e della diplomazia.

Molto più del dialogo, tuttavia, esce dalla bocca. E, infatti, Leone XIV esorta alla preghiera di speranza, ma in questo capitolo sulla costruzione della civiltà dell’amore, c’è una penuria di molti altri concetti veicolati dalla voce umana, pur presenti nell’Enciclica: l’insegnamento, il rimprovero, la predicazione, il consiglio, l’annuncio. Ridurre ogni parola alla dialettica, come fondamento della nuova Gerusalemme, lascia una certa perplessità di fondo.

Solo in un caso, l’Enciclica propone di ricorrere all’«evangelizzazione» – fulcro, ad esempio, del magistero di Giovanni Paolo II – laddove si fa l’analogia del «mondo digitale come nuovo continente da evangelizzare». Per il resto, anzi, è la Chiesa che dovrebbe lasciarsi «evangelizzare dai poveri». L’evangelizzazione è persino vista in accezione negativa, dove (nota 174) si specifica che, nel XV secolo, «l’evangelizzazione venne frequentemente piegata o fraintesa secondo le ingerenze dei poteri temporali, relativizzando l’incompatibilità della schiavitù con la coscienza cristiana».

Nella sostanza, come nel caso di Paolo VI, la risposta rimane la stessa anche per Leone XVI: la civiltà dell’amore si fonda per mezzo di un consorzio spontaneo tra persone, mediante «regole condivise», ovvero contratti sociali, che vengono posti al di sopra (o al di fuori) delle culture e delle religioni.

Con queste premesse, il Papa stila un elenco di iniziative, che l’umanità dovrebbe porre in essere, utilizzando spesso frasi all’imperativo o il ricorso alla necessità. La catena delle responsabilità – scrive Leone XIV – «deve restare identificabile e verificabile». L’imperativo “deve” resta sempre in sottofondo per molte delle altre questioni. Nell’ambito informatico e dell’intelligenza artificiale, «tutti i protagonisti – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità […]».

C’è un certo spazio nella Magnifica Humanitas ai temi peculiari del cristianesimo e della religione cristiana cattolica, ma è come se fossero sviluppati in separata sede: quando si tratta di indicazioni decisive sul da farsi, l’attenzione si sposta sull’uomo, sulla sua dignità, sul suo spirito d’iniziativa. L’orizzonte, da verticale, ritorna ad essere orizzontale e si ha la sensazione che Gerusalemme si dovrebbe opporre a Babilonia sulla buona volontà umana, che è presentata come non troppo carente di grazia.

(fonte: vanthuanobservatory.com)






Quando la legge pretende di decidere chi è persona


Feto di 12 settimane nel grembo materno





di Daniele Trabucco, 27 agosto 2026

La questione dell’aborto diviene radicale soltanto quando venga sottratta al linguaggio, storicamente recente, dell’autodeterminazione e dei diritti soggettivi e ricondotta alla domanda che logicamente lo precede: che cosa è l’ente umano concepito? Se l’embrione fosse soltanto materia biologica destinata eventualmente a diventare uomo, la sua soppressione potrebbe essere valutata secondo criteri di opportunità, interesse o bilanciamento. Se invece esso fosse già un individuo umano sussistente, la questione muterebbe natura, poiché la legge non si troverebbe dinanzi a qualcosa cui attribuire o negare una qualità, ma dinanzi a qualcuno la cui esistenza precede ogni qualificazione normativa.

La difficoltà nasce spesso dall’equivoco tra essere in potenza ed essere in atto. L’embrione non sembra essere un uomo in potenza nel senso in cui il marmo è una statua in potenza. La statua esige l’intervento di una causa estrinseca che conferisca alla materia una forma che essa ancora non possiede. Nell’embrione, invece, il principio del divenire appartiene già al soggetto che diviene. Non riceve dall’esterno ciò che lo farà essere uomo, ma sviluppa dall’interno ciò che già è secondo natura. L’adulto non sostituisce l’embrione come una sostanza nuova sostituisce quella precedente. È il medesimo vivente che attraversa differenti gradi di attuazione.

Neppure l’obiezione secondo cui dovrebbe allora esistere, anteriormente al concepimento, un “uomo in potenza” sembra cogliere la struttura della generazione. Prima della fecondazione esistono due gameti, ciascuno appartenente all’organismo dei progenitori. Con la fecondazione sorge invece un nuovo organismo individuale, la cui unità non coincide con quella di nessuno dei due elementi antecedenti. La potenza precede dunque la generazione nelle cause, non nell’identità di un soggetto umano già esistente. Dopo la generazione, invece, ciò che è in potenza non è l’uomo, ma l’esercizio delle sue facoltà. L’embrione sarebbe così uomo in atto quanto alla sostanza e uomo in potenza quanto alle operazioni, esattamente come il neonato è razionale per natura senza essere ancora capace di ragionamento discorsivo.

L’appello alla coscienza, alla sensibilità, alla relazione o all’autonomia non sembra risolvere il problema, perché sostituisce alla domanda sull’essere una misurazione delle sue manifestazioni. La coscienza presuppone qualcuno che possa diventare cosciente, la relazione qualcuno che possa entrare in rapporto con altri, l’autonomia qualcuno che possa esercitarla. Fare dipendere l’essere personale dall’esercizio attuale di tali proprietà significherebbe confondere il soggetto con una certa condizione contingente del soggetto.

Accolta questa premessa, la difficoltà della legge ordinaria dello Stato n. 194/1978 diviene molto più profonda di una controversia sui limiti dell’autodeterminazione. L’articolo 1 afferma che lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio, mentre l’articolo 4 consente, ricorrendo determinate condizioni, che la gravidanza venga volontariamente interrotta entro i primi novanta giorni. La contraddiction non sarebbe, allora, tra due pretese concorrenti, ma tra il riconoscimento dell’esistenza di una vita umana e la disponibilità legislativa della sua continuazione. La legge positiva può stabilire quando una condotta sia penalmente lecita, non sembra però poter trasformare la natura dell’atto che disciplina. Se l’embrione è persona in atto, interromperne deliberatamente la vita rimane ontologicamente l’uccisione di un individuo umano innocente, anche quando l’ordinamento sottragga quella condotta alla sanzione. Parlare di “infanticidio” sarebbe improprio nel significato tecnico dell’art. 578 cod. pen., ma potrebbe esprimere analogicamente la sostanza morale del problema. Più precisamente, la 194 renderebbe giuridicamente lecita, nelle ipotesi previste, la soppressione prenatale di un essere umano personale.

Da questa premessa seguirebbe anche una conseguenza politica difficilmente eludibile. Difendere l’intangibilità della legge n. 194/1978, sia nella versione del centrosinistra, sia nella diversa posizione di Giorgia Meloni e Matteo Salvini che dichiarano di non voler tornare sulla sua disciplina fondamentale, significherebbe fermarsi prima della questione decisiva. Il dissenso sulle condizioni sociali dell’aborto sarebbe infatti secondario rispetto alla domanda ontologica. Se colui che viene soppresso è già uomo, nessuna maggioranza politica potrebbe mutare mediante legge ciò che egli è, poiché la validità formale della norma appartiene all’ordine del comando, mentre la sua giustizia dipende da un ordine dell’essere che il legislatore può riconoscere oppure contraddire, non creare.




Due vescovi che non tacciono






Chiesa cattolica | CR 1965



di Roberto de Mattei, 26 agosto 2026

Esistono oggi vescovi capaci di rivolgersi a Roma, con un linguaggio chiaro e fermo, ma senza perdere il rispetto, e soprattutto il vincolo gerarchico che li lega al Romano Pontefice? Esistono, come dimostrano due recenti esempi del mese di agosto.

Il 10 agosto Michael Haynes, sul suo blog Per Mariam ha pubblicato un articolo di monsignor Marian Eleganti, benedettino, già vescovo ausiliare della diocesi di Coira, sul tema Il declino del ministero petrino. Mons. Eleganti prende spunto dall’udienza privata concessa in luglio da Leone XIV alla “Madrina del Punk” Patti Smith per formulare una critica più generale alla trasformazione dell’immagine e dell’esercizio del papato negli ultimi decenni. «Da molto tempo mi turba personalmente il fatto che, a partire da Giovanni Paolo II, i Papi abbiano cominciato sempre più spesso a parlare in maniera del tutto informale nelle occasioni più disparate (per esempio, in aereo o sul ciglio della strada, come ha fatto recentemente papa Leone XIV a Castel Gandolfo)».

Il problema è la tendenza, sviluppatasi soprattutto a partire da Giovanni Paolo II, a moltiplicare interviste, dichiarazioni informali, udienze a personaggi celebri, viaggi e apparizioni mediatiche. Tutto ciò rischia di far apparire il Papa come «semplicemente un altro membro dell’establishment internazionale», mentre Pietro e Paolo non cercavano la ribalta, ma annunciavano il Vangelo.

Mons. Eleganti ricorda i rapporti di Francesco con Emma Bonino ed Eugenio Scalfari e le udienze concesse al gesuita James Martin. Il Papa, accogliendo pubblicamente determinate persone senza correggerne altrettanto pubblicamente gli errori, rischia di «rendere meno chiara la posizione della Chiesa e, secondo le circostanze, può perfino scandalizzare i fedeli».

Secondo mons. Eleganti, in questo modo i Papi hanno progressivamente perduto «autorità e capitale spirituale». Il Papa dovrebbe parlare meno e, quando parla, esprimersi «con poche parole, inequivocabili e chiare». Il vescovo svizzero invoca un autentico discernimento, contrapposto all’attivismo che moltiplica viaggi, udienze e strette di mano mentre rimangono senza risposta problemi dottrinali gravi.

Questa trasformazione non comincia con Francesco. Giovanni Paolo II, soprattutto con le Giornate Mondiali della Gioventù, ha contribuito a conferire al Papa i tratti della superstar. Benedetto XVI continuò a pubblicare libri e interviste anche durante il pontificato; Francesco giunse alle autobiografie. Si è così progressivamente affermata una distinzione poco felice tra la persona privata del Papa, le sue opinioni e il suo autentico insegnamento magisteriale.

Il Papa non è semplicemente un ascoltatore: siede sulla Cattedra di Pietro ed è anzitutto maestro della cristianità. «Non sono necessari soprattutto a Roma?», domanda mons. Eleganti. La tesi conclusiva è dunque che i Papi siano diventati «fin troppo umani nell’esercizio del loro ufficio»: la persona ha oscurato la funzione. Il modello dovrebbe essere invece la regola di san Giovanni Battista: «Egli deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Il Papa è l’amico e il rappresentante dello Sposo, non lo Sposo stesso: solo Cristo deve rimanere al centro.

Tre giorni dopo, il 13 agosto, in una lunga sua lettera aperta a papa Leone XIV, mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch, in Olanda, ha sottoposto il processo sinodale a un criterio superiore ad ogni altra considerazione ecclesiale: la salvezza delle anime. «Salus animarum suprema lex», ricorda, chiedendosi se il processo sinodale abbia realmente avvicinato le anime a Cristo e alla salvezza eterna. La sua critica, precisa, non nasce da mancanza di rispetto verso il Papa né intende mettere in dubbio le buone intenzioni dei protagonisti della sinodalità. Ma le intenzioni devono essere giudicate dai risultati: «Dai loro frutti li riconoscerete». Dopo anni di consultazioni, incontri e documenti, occorre dunque chiedersi: la fede è diventata più forte? Cristo è stato annunciato più chiaramente? Sono aumentate le conversioni, le vocazioni sacerdotali, la frequenza alla Messa, la devozione eucaristica?

Mons. Mutsaerts sottolinea che il problema nasce quando la sinodalità, da mezzo, rischia di diventare un fine, trasformandosi in un processo permanente. La Chiesa ha sempre conosciuto concili, sinodi e forme di consultazione, ma la sua natura non deriva dal dialogo: deriva da Cristo e dalla Rivelazione ricevuta. La fede non viene costruita raccogliendo le opinioni dei fedeli, perché «la verità non è prodotta dal consenso». La Chiesa deve certamente ascoltare, ma anzitutto Cristo, la Scrittura, la Tradizione, i santi e il Magistero. Quando invece si parte dalle aspettative dell’uomo contemporaneo per chiedersi come il Vangelo possa adattarsi ad esse, si dimentica una parola essenziale del cristianesimo: conversione. «Non è il Vangelo che deve cambiare; è l’uomo che deve cambiare».

Questa è «la grande assente» del processo sinodale. La crisi della Chiesa occidentale è del resto sotto gli occhi di tutti: chiese vuote, conventi che scompaiono, poche vocazioni, confessionali abbandonati, ignoranza delle verità della fede. Di fronte a questa situazione, osserva il vescovo olandese, la domanda decisiva dovrebbe essere: «Come possiamo riconquistare il mondo a Cristo?» Invece molta energia viene dedicata a strutture, partecipazione, inclusività, ruolo delle donne e processi decisionali: «Una casa in fiamme ha priorità diverse dalle questioni di amministrazione domestica».

Le grandi riforme della Chiesa, ricorda mons. Mutsaerts, non sono nate anzitutto da nuove strutture, ma dai santi: Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Teresa d’Avila, Carlo Borromeo, Giovanni Bosco. «Una parrocchia con un santo parroco ha più futuro di una diocesi con venti gruppi di lavoro sulla sinodalità». Anche la crisi liturgica rivela che il problema fondamentale non è amministrativo, ma religioso: quando si perde il senso del sacrificio della Messa, del sacro, della confessione e dell’adorazione eucaristica, «la Chiesa non ha un problema di governo. Ha un problema di fede».

Mons. Mutsaerts propone infine l’episodio dei discepoli di Emmaus come immagine dell’autentica sinodalità. Cristo cammina con i discepoli, li ascolta e permette loro di esprimere le proprie delusioni; ma poi non conferma la loro interpretazione: la corregge, spiegando loro le Scritture. E i discepoli non rimangono a Emmaus a discutere indefinitamente della loro esperienza: si alzano, tornano a Gerusalemme e annunciano Cristo. «Il processo sinodale è rimasto a Emmaus», afferma mons. Mutsaerts.

Da qui l’appello conclusivo a Leone XIV: «Ci dia chiarezza». Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che rifletta lo spirito del tempo, ma di una Chiesa missionaria che annunci Cristo. Quando tutti i sinodi saranno conclusi e tutti i documenti dimenticati, resterà una sola domanda: «Abbiamo condotto le persone affidate alle nostre cure più vicino a Gesù Cristo?»