domenica 31 maggio 2026

Cartesio può essere considerato l’inventore dell’ideologia







Che cos’è l’ideologia? E’ la pretesa di rielaborare a proprio piacimento la realtà, convinti del fatto che la fonte del vero non sia nella realtà stessa, bensì nel pensiero.

L’ideologia è il frutto -avvelenato- del razionalismo, il quale, malgrado la definizione “razionalismo”, non vuol dire valorizzazione della ragione bensì il suo snaturamento. Nel razionalismo infatti non si fa riferimento alla ragione classica, quella per intenderci contemplativa, bensì ad una ragione autoreferenziale, calcolante, capace cioè di definire e non semplicemente di riconoscere il reale.

Chi davvero può essere considerato l’inventore dell’ideologia, se proprio volessimo fare un nome? Ebbene, questo nome non potrebbe essere che quello di Cartesio, il quale, peraltro, si deve considerare prima di tutto come il padre del razionalismo. Si sa che per Cartesio la modestia non era proprio il suo forte. Egli infatti si sentiva investito della “missione” di rifondare la conoscenza, essendo quella tradizionale da buttare via. Ma per costruire ex novo un edificio c’è bisogna di fondamenta, lo stesso è per una nuova conoscenza. Cartesio non sapeva da dove iniziare. Sarebbe stato logico partire dalla realtà, ma questa -diceva- poteva essere anche un’illusione. Addirittura arrivò a sostenere che un genietto maligno potrebbe far sembrare vero ciò che sarebbe solo un inganno. Da qui la necessità di dubitare di tutto. Ma se bisogna dubitare di tutto, non si può dubitare di dubitare. Ecco la prima certezza: il dubbio. Il dubbio però è un pensiero. Ed ecco che la prima certezza è il pensiero: Cogito ergo sum…penso, quindi esisto. Insomma non è più la realtà a garantire il pensiero, bensì il contrario: è il pensiero che deve garantire la realtà. Nasce dunque l’ideologia, ovvero la convinzione che è il pensiero a dover definire il reale.




Una teologa materialista sfida un fisico che parla di Dio



L’interessante dibattito tra la (a)teologa Emily Qureshi-Hurst (Università di Cambridge) e il noto fisico Paul Davies. Il tema? Dio e il fondamento ultimo dell’universo.

Ultimissime 30 Mag 2026



La redazione UCCR

In un recente dibattito è emerso quello che può sembrare un inatteso paradosso.

Da un lato, una teologa che difende il naturalismo materialista e dall’altro uno scienziato che si spinge fino a evocare un fondamento ultimo (e divino) della realtà.

Parliamo del confronto moderato da Justin Brierley il 7 aprile scorso tra Emily Qureshi-Hurst, filosofa della religione e della scienza presso l’University of Cambridge e Paul Davies, tra i più noti fisici teorici al mondo, cosmologo e astrobiologo, direttore del Beyond Center presso la Arizona State University.

E proprio questo è ciò che colpisce: la filosofia della religione che si fa scettica e la fisica che si apre alla metafisica.

Entrambi partono da una domanda classica – esiste uno scopo nell’universo? – ma finiscono per confrontarsi con questioni ancora più radicali, come l’origine delle leggi fisiche, la natura della coscienza e il perché esista qualcosa piuttosto che nulla.

La teologa materialista: “Nessuno scopo nell’universo”

La posizione di Emily Qureshi-Hurst è chiara: il significato non è inscritto nel cosmo, ma emerge dagli esseri coscienti.

Parlare di scopo universale, per lei, implica quasi inevitabilmente un agente che lo assegna, e questa ipotesi la ritiene troppo carica di significato da metterla a disagio. Preferisce optare per l’idea che sono gli esseri viventi – umani e non umani – a costruire scopi e significati all’interno della loro esperienza.

La studiosa rivela di aver superato una fase “neo-atea”, iniziata dopo aver letto Richard Dawkins: «Lo adorai. Mi sembrava tutto chiaro: la scienza confuta la religione. Pensavo: andrò a Oxford, studierò teologia e discuterò con i cristiani».

Ma, ammette, «non è andata così. Studiando, ho capito che la visione religiosa è molto più ricca, complessa e sofisticata di quanto pensassi a 16 anni. Non la ritengo vera, ma la rispetto profondamente come modo di affrontare le grandi domande sul significato ultimo».

Tuttavia, quando la discussione si spinge verso le domande ultime, la filosofa-teologa riconosce senza esitazione un limite: la scienza si arresta ai confini dell’universo osservabile e, oltre quel punto, restano solo ipotesi.

La sua preferenza va a modelli come il multiverso eterno o il “fatto bruto” di un’esistenza senza spiegazione ulteriore, ma si tratta comunque di posizioni tenute con cautela, senza pretese di certezza.


Il fisico Paul Davies: “C’è una X, non un caso fortuito”


Di segno diverso, ma non meno prudente, è l’approccio di Paul Davies.

Il suo pensiero è in parte già noto grazie a bestsellers come “Dio e la nuova fisica” (Mondadori 1984) e “La mente di Dio. Il senso della nostra vita nell’universo” (Mondadori 1993).

«Se ti occupi dell’origine dell’universo, della natura del tempo o del ruolo della coscienza nella meccanica quantistica», afferma, «inevitabilmente incontri le antiche domande sull’esistenza che un tempo appartenevano solo alla religione e alla filosofia, ma che oggi fanno parte anche della scienza».

Pur dichiarandosi «non religioso convenzionale», Davies rivela di trascorrere «molto tempo a dialogare con teologi e membri del clero» e non a caso mostra una forte insoddisfazione verso le spiegazioni puramente meccanicistiche.

Ciò che lo colpisce non è solo l’ordine dell’universo, ma la sua intelligibilità: il fatto che la mente umana, evolutasi per scopi di sopravvivenza, sia in grado di comprendere strutture matematiche estremamente sofisticate appare come qualcosa che richiede una spiegazione.

Non si tratta, per lui, di «un semplice caso fortuito» ma «è in qualche modo inscritto in ciò che l’universo è». Anche Davies si tiene lontano dal termine “scopo” («è una parola culturalmente carica», afferma) però, aggiunge, «c’è una direzione, una sorta di orientamento».

È in questo contesto che introduce il concetto di “X”, una realtà ancora sconosciuta che starebbe oltre la contrapposizione tra meccanicismo e agentività.

«C’è una connessione, non posso provarlo, ma sento fortemente che c’è», spiega. «E la nostra capacità di fare scienza e comprendere l’universo è per me una prova schiacciante che ci sia».


Tra il multiverso eterno e un essere necessario

Il confronto diventa particolarmente interessante quando si affronta la questione delle origini.

Alla domanda fondante della filosofia, “perché esiste qualcosa invece del nulla?”, Emily Qureshi-Hurst risponde rifiutando l’argomento cosmologico e aderisce all’idea di un multiverso eterno, in cui l’esistenza è semplicemente un dato di fatto.

Paul Davies, invece, si dimostra fortemente scettico ricordando che il collega Roger Penrose raccontò di essere stato convinto per due mesi dell’interpretazione dei molti universi, aggiungendo che furono due mesi di troppo.

Il grosso limite di questa spiegazione è che anche un multiverso infinito richiede delle “meta-leggi” che ne regolino il funzionamento, e la domanda sulla loro origine resta inevasa.

Il celebre fisico ripropone così la celebre immagine della “torre di tartarughe”: ogni spiegazione rimanda a un livello più profondo senza mai raggiungere un fondamento ultimo. Questa regressione infinita è però per lui filosoficamente insoddisfacente e lascia aperta la possibilità di «un “essere necessario” la cui non esistenza non sarebbe solo un fatto, ma una impossibilità logica».

Davies prosegue: «Mi interessa come questione filosofica, è una nozione coerente che possa esserci un’entità necessaria su cui costruire questa torre di tartarughe».

È qui che il paradosso raggiunge il suo punto più alto, quando la teologa (atea) a queste parole di Davies esclama: «A me suona molto simile al Dio del teismo classico!».

Il fisico prova allora a smarcarsi: «Beh, non percorrerei la strada di Dio di nessuna religione particolare, forse del “Dio dei filosofi”. Richard Dawkins una volta parlò del “Dio dei fisici”. Beh, va bene così. Perlomeno di una “X”».


Sulla soglia del Mistero


Da un lato, una teologa che difende il materialismo e rifiuta qualsiasi salto verso il trascendente, anche nella sua forma più astratta; dall’altro, uno scienziato che, pur distanziandosi dal linguaggio cristiano, si mostra disposto ad accogliere una forma scientifica di deismo.

Tuttavia, questa apertura non si traduce in un’adesione spirituale: resta un’ipotesi filosofica, una direzione di ricerca più che una conclusione.

Alla fine, ciò che colpisce non è tanto la distanza tra le due posizioni, quanto il loro comune punto di arresto. Entrambi, pur partendo da presupposti diversi, si fermano sulla soglia del Mistero.

Paul Davies intravede una porta e prova a immaginare cosa possa esserci oltre, ma non riesce ad attraversarla. Emily Qureshi-Hurst, più cauta, preferisce non varcarla affatto, ritenendo che manchino le condizioni per farlo.

In questo senso, il loro dialogo mostra che le categorie attuali – scientifiche, filosofiche o teologiche – sembrano insufficienti a cogliere il fondamento ultimo della realtà.

E forse è proprio qui che si manifesta il limite del “Dio dei fisici”: una soglia a cui si può arrivare con la sola ragione, ma che difficilmente si può oltrepassare senza un incontro, senza una rivelazione, senza qualcuno che venga dall’altra parte della porta e dica: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).






Festa della Santissima Trinità



Riscopriamo approfondiamo e meditiamo i tesori della nostra fede secondo i ritmi dell'Anno liturgico. Qui il Simbolo Atanasiano. Festa della Santissima Trinità

domenica 31 maggio 2026

Domenica dopo Pentecoste


Intróitus
Tob. 12, 6 - Benedícta sit Sancta Trínitas, atque indivísa únitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.
Ps. 8, 2 - Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra. Glória Patri…
Tob. 12, 5 - Benedícta sit Sancta Trínitas… Introito
Tobia 12, 6 - Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.
Sal. 8, 2 - O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra. Gloria al Padre…
Tobia 12, 5 - Sia benedetta la Santa Trinità

Ragioni della festa e della sua tarda istituzione

Abbiamo visto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste ricevere lo Spirito Santo e, fedeli all'ordine del Maestro (Mt 28,19) partire subito per andare ad ammaestrare tutte le genti, e battezzare gli uomini nel nome della Santissima Trinità. Era dunque giusto che la solennità che ha per scopo di onorare il Dio unico in tre persone seguisse immediatamente quella della Pentecoste alla quale è unita da un misterioso legame. Tuttavia, solo dopo lunghi secoli essa è venuta a prender posto nell'Anno liturgico, che si va completando nel corso del tempo.

Tutti gli omaggi che la Liturgia rende a Dio hanno per oggetto la divina Trinità. I tempi sono per essa così come l'eternità; essa è l'ultimo termine di tutta la nostra religione. Ogni giorno ed ogni ora le appartengono. Le feste istituite per commemorare i misteri della nostra salvezza finiscono sempre ad essa. Quelle della Santissima Vergine e dei Santi sono altrettanti mezzi che ci guidano alla glorificazione del Signore unico nell'essenza e triplice nelle persone; quanto all'Ufficio divino della Domenica in particolare, esso offre ogni settimana l'espressione formulata in modo particolare, dell'adorazione e dell'omaggio verso questo mistero, fondamento di tutti gli altri e sorgente di ogni grazia.

Si comprende così perché la Chiesa abbia tardato tanto ad istituire una festa speciale in onore della Santissima Trinità. Mancava del tutto la ragione ordinaria che motiva l'istituzione delle feste. Una festa è la fissazione di un fatto che è avvenuto nel tempo e di cui è giusto perpetuare il ricordo e la risonanza: ora, da tutta l'eternità, prima di qualsiasi creazione, Dio vive e regna, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Questa istituzione non poteva dunque consistere se non nel fissare sul Calendario un giorno particolare in cui i cristiani si sarebbero uniti in un modo per così dire più diretto nella solenne glorificazione del mistero dell'Unità e della Trinità in una stessa natura divina.

Storia della festa

Il pensiero si presentò dapprima ad alcune di quelle anime pie e raccolte che ricevono dall'alto il presentimento delle cose che lo Spirito Santo compirà più tardi nella Chiesa. Fin dal secolo VIII, il dotto monaco Alcuino, ripieno dello spirito della Liturgia, credette giunto il momento di redigere una Messa votiva in onore del mistero della Santissima Trinità. Sembra pure che vi sia stato spinto da un desiderio dell'apostolo della Germania, san Bonifacio. La Messa costituiva semplicemente un aiuto alla pietà privata, e nulla lasciava prevedere che ne sarebbe derivata un giorno l'istituzione di una festa. Tuttavia la devozione a questa Messa si estese a poco a poco, e la vediamo accettata in Germania dal Concilio di Seligenstadt, nel 1022.

Ma a quell'epoca in una chiesa del Belgio era già in uso una festa propriamente detta della Santissima Trinità. Stefano, vescovo di Liegi, aveva istituito solennemente la festa della Santissima Trinità nella sua Chiesa nel 920, e fatto comporre un Ufficio completo in onore del mistero. A quei tempi non esisteva ancora la disposizione del diritto comune che riserva alla Santa Sede l'istituzione delle nuove feste, e Richiero, successore di Stefano nella sede di Liegi, tenne in piedi l'opera del suo predecessore.

Essa si estese a poco a poco, e pare che l'Ordine monastico le sia stato subito favorevole; vediamo infatti fin dai primi anni del secolo XI, Bernone, abate di Reichenau, occuparsi della sua propagazione. A Cluny, la festa si stabilì abbastanza presto nel corso dello stesso secolo, come si può vedere dall'Ordinario di quel monastero redatto nel 1091, in cui essa si trova menzionata come istituita già da un certo tempo.

Sotto il pontificato di Alessandro II (1061-1073), la Chiesa Romana, che ha spesso sanzionato, adottandoli, gli usi delle chiese particolari, dovette esprimere un giudizio su questa nuova festa. Il Pontefice, in una delle sue decretali, pur costatando che la festa è già diffusa in molti luoghi, dichiara che la Chiesa Romana non l'ha accettata per il fatto che ogni giorno l'adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode.

Tuttavia la festa continuava a diffondersi, come attesta il Micrologio; e nella prima parte del secolo XII, l'abate Ruperto affermava già la convenienza di quella istituzione, esprimendosi al riguardo come faremmo oggi noi: "Subito dopo aver celebrato la solennità della venuta dello Spirito Santo, cantiamo la gloria della Santissima Trinità nell'Ufficio della Domenica che segue, e questa disposizione è molto appropriata poiché subito dopo la discesa di quel divino Spirito cominciarono la predicazione e la fede e, nel battesimo, la fede, la confessione del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Dei divini Uffici, l. xii, c. i).

In Inghilterra l'istituzione della festa della Santissima Trinità ebbe come autore principale il martire san Tommaso di Cantorbery. Fu nel 1162 che egli la istituì nella sua Chiesa, in ricordo della sua consacrazione episcopale che aveva avuto luogo la prima Domenica dopo la Pentecoste. Per la Francia troviamo nel 1260 un concilio di Arles presieduto dall'arcivescovo Florentin, che nel suo sesto canone inaugura solennemente la festa aggiungendovi il privilegio d'una Ottava. Fin dal 1230 l'ordine dei Cistercensi, diffuso nell'intera Europa, l'aveva istituita per tutte le sue case; e Durando di Mende, nel suo Razionale, lascia concludere che il maggior numero delle Chiese latine, durante il secolo XIII usava già la celebrazione di questa festa. Fra tali Chiese ve ne erano alcune che la ponevano non alla prima bensì all'ultima Domenica dopo la Pentecoste e altre che la celebravano due volte: una prima all'inizio della serie delle Domeniche che seguono la solennità di Pentecoste, e una seconda volta alla Domenica che precede immediatamente l'Avvento. Questo uso era mantenuto in modo particolare dalle Chiese di Narbona, di Le-Mans e di Auxerre.

Si poteva sin d'allora prevedere che la Santa Sede avrebbe finito per sanzionare una istituzione che la cristianità desiderava di vedere stabilita dappertutto. Giovanni XXII, che occupò la cattedra di san Pietro fino al 1334, completò l'opera con un decreto nel quale la Chiesa Romana accettava la festa della Santissima Trinità e la estendeva a tutte le Chiese.

Se si cerca ora il motivo che ha portato la Chiesa, guidata in tutto dallo Spirito Santo, ad assegnare così un giorno speciale nell'anno per rendere un solenne omaggio alla divina Trinità, quando tutte le nostre adorazioni, tutti i nostri ringraziamenti, tutti i nostri voti salgono in ogni tempo verso di essa, lo si troverà nella modificazione che si andava introducendo allora nel calendario liturgico. Fin verso il 1000, le feste dei santi universalmente onorati erano molto rare. Da quell'epoca appaiono in maggior numero, ed era da prevedere che si sarebbero moltiplicate sempre di più. Sarebbe giunto il tempo - e sarebbe durato per secoli - in cui l'Ufficio della Domenica che è consacrata in modo speciale alla Santissima Trinità, avrebbe ceduto spesso il posto a quello dei Santi riportati dal corso dell'anno. Si rendeva dunque necessario, per legittimare in qualche modo questo culto dei servi nel giorno consacrato alla suprema Maestà, che almeno una volta nell'anno la Domenica offrisse l'espressione piena e diretta di quella religione profonda che l'intero culto della santa Chiesa professa verso il sommo Signore, che si è degnato di rivelarsi agli uomini nella sua unità ineffabile e nella sua eterna Trinità.

L'essenza della fede

L'essenza della fede cristiana consiste nella conoscenza e nell'adorazione di Dio unico in tre persone. Da questo mistero scaturiscono tutti gli altri, e se la nostra fede se ne nutre quaggiù come del suo supremo alimento, aspettando che la sua visione eterna ci rapisca in una beatitudine senza fine, è perché è piaciuto al sommo Signore di dichiararsi quale egli è al nostro umile intelletto, pur restando nella sua "luce inaccessibile" (1Tm 6,16). La ragione umana può arrivare a conoscere l'esistenza di Dio come creatore di tutti gli esseri, può farsi un'idea delle sue perfezioni contemplando le sue opere, ma la nozione dell'intima essenza di Dio non poteva giungere a noi se non attraverso la rivelazione che egli si è degnato di farcene.

Ora, volendo il Signore manifestarci misericordiosamente la sua essenza onde unirci più strettamente a sé e prepararci in qualche modo alla visione che deve offrirci di se stesso faccia a faccia nell'eternità, ci ha guidati successivamente di luce in luce, fin quando fossimo abbastanza illuminati per adorare l'Unità nella Trinità e la Trinità nell'Unità. Nel corso dei secoli che precedono l'Incarnazione del Verbo eterno, Dio sembra preoccupato soprattutto di inculcare agli uomini l'idea della sua unità, poiché il politeismo diventa sempre più il male del genere umano, e la nozione stessa della causa spirituale e unica di tutte le cose si sarebbe spenta sulla terra se la Somma Bontà non avesse operato costantemente per conservarla.

Il Figlio rivela il Padre

Bisognava che giungesse la pienezza dei tempi; allora Dio avrebbe mandato in questo mondo il suo Figlio unigenito generato da lui fin dall'eternità. Egli ha realizzato questo disegno della sua munificenza, "e il Verbo fatto carne ha abitato in mezzo a noi" (Gv 1,14). Vedendo la sua gloria, che è quella del Figlio unigenito del Padre (ibidem), abbiamo conosciuto che in Dio vi è Padre e Figlio. La missione del Figlio sulla terra, nel rivelarci se stesso, ci insegnava che Dio è eternamente Padre, poiché tutto ciò che è in Dio è eterno. Senza questa rivelazione che è per noi un anticipo della luce che attendiamo dopo questa vita, la nostra conoscenza di Dio sarebbe rimasta molto imperfetta. Bisognava che vi fosse infine relazione fra la luce della fede e quella della visione che ci è riservata, e non bastava più all'uomo sapere che Dio è uno.

Ora noi conosciamo il Padre, dal quale, come ci dice l'Apostolo, deriva ogni paternità anche sulla terra (Ef 3,15). Per noi il Padre non è più soltanto il potere creatore che produce gli esseri al di fuori di sé; il nostro occhio, guidato dalla fede, penetra fin nel seno della divina essenza, ed ivi contempliamo il Padre che genera un Figlio simile a sé. Ma, per insegnarcelo, il Figlio è disceso fino a noi. Egli lo dice espressamente: "Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale piace al Figlio rivelarlo" (Mt 11,27). Gloria dunque al Figlio che si è degnato di manifestarci il Padre, e gloria al Padre che il Figlio ci ha rivelato!

Così la scienza intima di Dio ci è venuta dal Figlio che il Padre nel suo amore ci ha donato (Gv 3,16); e onde elevare i nostri pensieri fino alla sua natura divina, questo Figlio di Dio che si è rivestito della nostra natura umana nella sua Incarnazione, ci ha insegnato che il Padre e lui sono uno (ivi 17,22), che sono una stessa essenza nella distinzione delle persone. L'uno genera, l'altro è generato; l'uno si afferma potenza, l'altro sapienza e intelletto.

La potenza non può essere senza l'intelletto, né l'intelletto senza la potenza, nell'essere sommamente perfetto; ma l'uno e l'altro richiedono un terzo termine.

Il Padre e il Figlio mandano lo Spirito Santo

Il Figlio, che è stato mandato dal Padre, è salito al cielo con la natura umana che ha unita a sé per l'eternità, ed ecco che il Padre e il Figlio mandano agli uomini lo Spirito che procede dall'uno e dall'altro. Con questo nuovo dono, l'uomo giunge a conoscere che il Signore Iddio è in tre persone. Lo Spirito, legame eterno dei primi due, è la volontà, l'amore, nella divina essenza. In Dio dunque è la pienezza dell'essere, senza principio, senza successione e senza progressi, poiché nulla gli manca. In questi tre termini eterni della sua sostanza increata egli è l'atto puro e infinito.

La Liturgia, lode della Trinità

La sacra Liturgia, che ha per oggetto la glorificazione di Dio e la commemorazione delle sue opere, segue ogni anno le fasi di queste manifestazioni nelle quali il sommo Signore si è dichiarato interamente a dei semplici mortali. Sotto i colori scuri dell'Avvento, abbiamo attraversato il periodo di attesa durante il quale il radioso triangolo lasciava appena penetrare alcuni raggi attraverso le nubi. Il mondo implorava il liberatore, un Messia; e lo stesso Figlio di Dio doveva essere questo liberatore, questo Messia. Perché comprendessimo a fondo gli oracoli che ce lo annunciavano, era necessario che egli venisse. Ci è nato un pargolo (Is 9,6) e abbiamo avuto la chiave delle profezie. Adorando il Figlio, abbiamo adorato anche il Padre che ce lo mandava nella carne e al quale è consostanziale. Quel Verbo di vita che abbiamo visto, che abbiamo sentito, che le nostre mani hanno toccato (1Gv 1,1) nell'umanità, che si era degnato di assumere, ci ha convinti che è veramente una persona, che è distinta dal Padre, poiché l'uno manda e l'altro è mandato. Nella seconda persona divina abbiamo trovato il mediatore che ha riunito la creazione al suo autore, il redentore dei nostri peccati, la luce delle nostre anime, lo Sposo che esse sospirano.

Terminata la serie dei misteri che le sono propri, abbiamo celebrato la venuta dello Spirito santificatore, annunciato come Colui che doveva venire a perfezionare l'opera del Figlio di Dio. L'abbiamo adorato e riconosciuto distinto dal Padre e dal Figlio, che ce lo mandavano con la missione di restare con noi (Gv 14,16). Si è manifestato nelle operazioni divine che gli sono proprie, poiché sono l'oggetto della sua venuta. Esso è l'anima della santa Chiesa, e la conserva nella verità che il Figlio le ha insegnata. È il principio della santificazione delle anime nostre, in cui vuoi porre la sua dimora. In una parola, il mistero della Santissima Trinità è diventato per noi non solo un dogma imposto al nostro pensiero dalla rivelazione, ma una verità praticamente conosciuta da noi per la ineffabile munificenza delle tre divine persone, adottati come siamo dal Padre, fratelli e coeredi del Figlio, mossi e abitati dallo Spirito Santo.

Messa

Per quanto il sacrificio della Messa sia sempre celebrato in onore della Santissima Trinità, oggi la Chiesa, nei suoi canti, nelle sue preghiere e nelle sue letture, glorifica in modo più preciso il grande mistero che costituisce il fondamento della fede cristiana. Si fa tuttavia la commemorazione della prima Domenica dopo la Pentecoste, per non interrompere l'ordine della Liturgia. La Chiesa usa in questa solennità il colore bianco in segno di letizia e per esprimere la semplicità della purezza dell'essenza divina.
EPISTOLA (Rm 11,33-36). - O profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono incomprensibili i suoi giudizi ed imperscrutabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? E chi gli è stato consigliere? Chi gli ha dato per il primo, per averne da ricevere il contraccambio? Da lui e per lui e in lui son tutte le cose. A lui gloria nei secoli. Così sia.

I disegni di Dio

Non possiamo fermare il nostro pensiero sui consigli divini senza provare una specie di vertigine. L'eterno e l'infinito confondono la nostra debole ragione, e questa ragione nello stesso tempo li riconosce e li confessa. Ora, se i disegni di Dio sulle creature già sorpassano il nostro intelletto, come potrà esserci nota l'intima natura di quell'essere supremo? Tuttavia noi distinguiamo e glorifichiamo in questa essenza increata il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il Padre ha rivelato se stesso mandandoci il suo Figlio, oggetto della eterna compiacenza; il Figlio ci ha manifestato la sua personalità assumendo la nostra carne che il Padre e lo Spirito Santo non hanno assunta insieme con lui; lo Spirito Santo, mandato dal Padre e dal Figlio, è venuto a compiere in noi la missione da essi ricevuta. Il nostro occhio si immerge in queste sacre profondità e il nostro cuore si intenerisce pensando che, se conosciamo Dio, è appunto con i suoi benefici che egli ha formato in noi la nozione di ciò che è. Custodiamo con amore questa fede, e attendiamo con fiducia il momento in cui essa cesserà per far posto alla visione eterna di quello che avremo creduto quaggiù.

VANGELO (Mt 28,18-20).
- In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: Mi è stato dato ogni potere, in cielo e in terra. Andate dunque ad ammaestrare tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.La fede nella Trinità.

Il mistero della Santissima Trinità manifestato dalla missione del Figlio di Dio in questo mondo e dalla promessa del prossimo invio dello Spirito Santo, è dichiarato agli uomini nelle solenni parole che Gesù pronuncia prima di salire al cielo. Egli dice: "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo" (Mc 16,17); ma aggiunge che il battesimo sarà dato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. D'ora in poi è necessario che l'uomo non solo confessi l'unità di Dio abiurando il politeismo, ma che adori la Trinità delle persone nell'unità dell'essenza. Il grande segreto del cielo è una verità divulgata ora per tutta la terra.

Ringraziamento

Ma se confessiamo umilmente Dio conosciuto quale è in se stesso, dobbiamo anche rendere l'omaggio d'una eterna riconoscenza alla gloriosa Trinità. Essa non si è solo degnata di imprimere le sue divine sembianze sulla nostra anima, facendola a sua immagine; ma, nell'ordine soprannaturale, si è impossessata del nostro essere e l'ha elevato ad una incommensurabile grandezza. Il Padre ci ha adottati nel suo Figlio incarnato; il Verbo illumina il nostro intelletto con la sua luce; lo Spirito Santo ci ha eletti per sua abitazione: e appunto questo esprime la forma del santo battesimo. Con quelle parole pronunciate su di noi insieme con l'infusione dell'acqua, tutta la Trinità ha preso possesso della sua creatura. Noi ricordiamo tale miracolo ogni qualvolta invochiamo le tre divine persone facendoci il segno della croce. Quando le nostre spoglie mortali saranno portate nella casa di Dio per ricevervi le ultime benedizioni e gli addii della Chiesa terrena, il sacerdote supplicherà il Signore di non entrare in giudizio con il suo servo; e per attirare su quel cristiano già entrato nella sua eternità gli sguardi della misericordia divina, egli mostrerà al supremo Giudice che quel membro del genere umano "fu segnato durante la vita con il sigillo della S. Trinità". Veneriamo in noi quell'augusta impronta che sarà eterna. La riprovazione stessa non la cancellerà. Sia dunque essa la nostra speranza, il nostro nobile titolo, e viviamo a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Lode alla Santissima Trinità

Unità indivisibile, Trinità distinta in una sola natura, sommo Dio, che ti sei rivelato agli uomini, degnati di sopportare che noi osiamo esprimere alla tua presenza le nostre adorazioni, ed effondere il ringraziamento che trabocca dai nostri cuori, quando ci sentiamo inondati dai tuoi ineffabili lumi. Unità divina, Trinità divina, noi non ti abbiamo ancora contemplata, ma sappiamo che tu sei poiché ti sei degnata di manifestarti. Questa terra che noi abitiamo sente ogni giorno affermare chiaramente l'augusto mistero la cui visione costituisce il principio della beatitudine degli esseri glorificati nel tuo seno. La stirpe umana ha dovuto aspettare per lunghi secoli prima che la divina formula le fosse pienamente rivelata; ma la generazione alla quale apparteniamo ne è in possesso, e confessa con slancio l'Unità e la Trinità nella tua essenza infinita. Una volta la parola dello Scrittore sacro, simile al lampo che solca le nubi e lascia dietro di sé l'oscurità più profonda, attraversava l'orizzonte del pensiero. Egli diceva: "Ignoro la vera Sapienza, non possiedo la scienza di ciò che è santo. Chi mai è salito al cielo e ne è ridisceso? Chi è colui che tiene nelle mani la tempesta? Chi trattiene le acque come in un involucro? Chi ha fissato i confini della terra? Sai tu quale è il suo nome? Conosci il nome del figlio suo?" (Pr 30,2-4).

Signore Iddio, grazie alla tua infinita misericordia noi conosciamo oggi il tuo nome: tu ti chiami il Padre, e colui che eternamente generi si chiama il Verbo, la Sapienza. Sappiamo anche che dal Padre e dal Figlio procede lo Spirito d'amore. Il Figlio, rivestito della nostra carne, ha abitato questa terra ed è vissuto in mezzo agli uomini; quindi è disceso lo Spirito, che rimane con noi fino alla consumazione dei destini della famiglia umana quaggiù. Ecco perché osiamo confessare l'Unità e la Trinità; poiché avendo inteso la testimonianza divina abbiamo creduto; e "poiché abbiamo creduto, parliamo con tutta sicurezza" (Sal 115,10; 2Cor 4,13). I tuoi Serafini, o Dio, sono stati intesi dal Profeta cantare: "Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti" (Is 4,3). Noi non siamo che uomini mortali, ma più fortunati di Isaia, senza essere profeti come lui, possiamo pronunciare le parole angeliche e dire: "Santo è il Padre, Santo è il Figlio, Santo è lo Spirito". Essi si sostenevano in volo con due delle ali che possedevano; con altre due si velavano rispettosamente il volto e le ultime due coprivano loro i piedi. Anche noi, fortificati dallo Spirito divino che ci è stato dato, cerchiamo di sollevare sulle ali del desiderio il peso della nostra mortalità; copriamo con il pentimento la responsabilità delle nostre colpe, e velando sotto la nube della fede il debole occhio del nostro intelletto, riceviamo nell'intimo la luce che ci è infusa. Docili alle parole rivelate, ci conformiamo a ciò che esse ci insegnano; essi ci apportano la nozione, non solo distinta ma luminosa, del mistero che costituisce la sorgente e il centro di tutti gli altri. Gli Angeli e i Santi ti contemplano in cielo, con quella ineffabile timidezza che il profeta ci ha descritta mostrandoci il loro sguardo velato sotto le loro ali. Noi non vediamo ancora, non potremmo vedere, ma sappiamo, e questa scienza illumina i nostri passi e ci stabilisce nella verità. Ci guardiamo dallo "scrutare la maestà", per paura "di essere schiacciati sotto la gloria" (Pr 25,27); ma ripensando umilmente a ciò che il cielo si è degnato di rivelarci dei suoi segreti, osiamo dire:

Lode all'unico Dio

Gloria a te, ESSENZA unica, atto puro, essere necessario, infinito senza divisione, indipendente, completo da tutta l'eternità, tranquillo e sommamente beato. In te noi riconosciamo insieme con l'inviolabile Unità, fondamento di tutte le grandezze, tre persone che sussistono distintamente ma nella loro produzione e nella loro distinzione hanno in comune la stessa natura, in modo che la sussistenza personale che costituisce ciascuna di esse e le distingue l'una dall'altra non apporta fra loro alcuna disuguaglianza. O beatitudine infinita in questa società delle tre persone che contemplano in se stesse le ineffabili perfezioni dell'essenza che le riunisce, e la proprietà di ciascuna delle tre che anima divinamente quella natura che nulla potrebbe limitare o turbare! O miracolo di quella essenza infinita allorché si degna di agire fuori di se stessa, creando altri esseri nella sua potenza e nella sua bontà, operando le tre persone d'accordo, in modo che quella che interviene in una maniera che le è propria, lo fa in virtù di una volontà comune! Un amore speciale sia dunque mostrato alla divina persona che, nell'azione comune alle tre, si degna di rivelarsi in modo speciale alle creature; e nello stesso tempo siano rese grazie alle altre due che si uniscono in una medesima volontà, quella che si manifesta in nostro favore!

Lode al Padre

Gloria a te, o PADRE, Antico dei giorni (Dn 7,9), innascibile, senza principio ma che comunichi essenzialmente e necessariamente al Figlio e allo Spirito Santo la divinità che risiede in te! Tu sei Dio e sei Padre. Chi ti conosce come Dio e ti ignora come Padre, non ti conosce quale tu sei. Produci, generi, ma è nel tuo seno che sei generatore, poiché nulla di quanto è fuori di te è Dio. Tu sei l'essere, la potenza; ma non sei stato mai senza un Figlio. Tu dici a te stesso tutto quello che sei, ti traduci, e il frutto della fecondità del tuo pensiero, uguale a te, è una seconda persona che esce da te: è il tuo Figliuolo, il tuo Verbo, la tua parola increata. Una volta hai parlato, e la tua parola è eterna come te, come il tuo pensiero di cui è l'espressione infinita. Così lo splendore che brilla ai nostri occhi non è mai stato senza il suo splendore. Questo splendore è da lui, è con lui; emana da lui senza diminuirlo, così come non si isola da lui. Perdona, o Padre, al nostro debole intelletto di cogliere un paragone dagli esseri che tu hai creati. E se consideriamo noi stessi che siamo stati creati da te a tua immagine, non sentiamo forse che il nostro stesso pensiero, per essere distinto nella nostra mente, ha bisogno del termine che lo fissa e lo determina?

O Padre, noi ti abbiamo conosciuto mediante quel Figlio che tu eternamente generi, e che si è degnato di rivelarsi a noi. Egli ci ha insegnato che tu sei Padre e che egli è Figlio, e nello stesso tempo tu sei con lui una stessa cosa (Gv 10,30). Se un Apostolo esclama: "Signore, mostraci il Padre", egli risponde: "Chi vede me, vede il Padre mio" (Gv 14,8-9). O Unità della natura divina, in cui il Figlio, distinto dal Padre, non è tuttavia da meno del Padre! O compiacenza del Padre nel Figlio, mediante il quale egli ha coscien­za di se stesso; compiacenza d'amore intimo che egli dichiara alle nostre orecchie mortali sulle rive del Giordano e sulla vetta del Tabor (Mt 3,17; 2Pt 1,17).

O Padre, noi ti adoriamo, ma ti amiamo pure: poiché un Padre deve essere amato dai suoi figli, e noi siamo appunto tuoi figli. Un Apostolo non ci insegna forse che ogni paternità procede da te, non solo in cielo, ma anche in terra (Ef 3,15)? Nessuno è padre, nessuno ha l'autorità paterna nella famiglia, nello Stato, nella Chiesa, se non da te, in te e ad imitazione di te. Di più, tu hai voluto che "fossimo non soltanto chiamati tuoi figli, ma che tale qualità fosse reale in noi" (Gv 3,1); non per generazione come è del tuo unico Verbo, ma per una adozione che ci rende suoi "coeredi" (Rm 8,17). Il tuo divin Figlio dice parlando di te: "Io onoro il Padre mio" (Gv 8,49); anche noi ti onoriamo, o sommo Padre, Padre d'immensa maestà, e dal profondo del nostro nulla, nell'attesa dell'eternità, ti glorifichiamo insieme con i santi Angeli e i Beati della nostra stirpe. Che il tuo occhio paterno ci protegga, che si degni di compiacersi anche in quei figli che tu hai previsti, che hai eletti, che hai chiamati alla fede e che osano insieme con l'Apostolo chiamarti "il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione" (2Cor 1,3).

Lode al Figlio

Gloria a te, o FIGLIO, o Verbo, o Sapienza del Padre! Emanato dalla sua essenza divina, il Padre ti ha dato nascita "prima dell'aurora" (Sal 109,3); egli ti ha detto: "Oggi ti ho generato" (Sal 2,7), e quel giorno che non ha né vigilia né domani è l'eternità. Tu sei Figlio e Figlio unigenito, e questo nome esprime una stessa natura con colui che ti produce; esclude la creazione, e ti mostra consustanziale al Padre, dal quale esci con una perfetta somiglianza. Tu esci dal Padre senza uscire dall'essenza divina, essendo coeterno al tuo principio, poiché in Dio nulla vi è di nuovo e nulla di temporale. In te, la filiazione non è una dipendenza, poiché il Padre non può essere senza il Figlio come il Figlio senza il Padre. Se è nobile per il Padre produrre il Figlio, non è meno nobile per il Figlio esaurire e terminare in sé stesso con la sua filiazione la potenza generatrice del Padre.

O Figlio di Dio, tu sei il Verbo del Padre. Parola increata, tu gli sei intimo come il suo pensiero, che è il suo stesso essere. In te quell'essere si traduce interamente nella sua infinità, in te si conosce. Tu sei il frutto immateriale prodotto dall'intelletto divino del Padre, l'espressione di tutto ciò che egli è sia che ti custodisca misteriosamente "nel suo seno" (Gv 1,18), sia che ti produca al di fuori. Quali termini potremo usare per definirti nella tua magnificenza, o Figlio di Dio?! Lo Spirito Santo si degna di venirci in aiuto nei libri che ha ispirato ed osiamo perciò dire col linguaggio che ci suggerisce: "Tu sei lo splendore della gloria del Padre, la forma della sua sostanza (Ebr 1,3). Tu sei lo splendore dell'eterna luce, lo specchio senza imperfezione della maestà di Dio, la rifrazione della sua eterna bontà" (Sap 7,26). Con la santa Chiesa riunita a Nicea, osiamo dirti ancora: "Tu sei Dio da Dio, lume da lume, Dio vero da Dio vero". Con i Padri e i Dottori aggiungiamo: "Tu sei la lampada eternamente accesa alla lampada eterna. La tua luce non diminuisce affatto quella che si comunica a te, e in te essa non ha nulla di inferiore a quella che l'ha prodotta".

Ma quando questa ineffabile fecondità che dà un Figlio eterno al Padre, al Padre e al Figlio un terzo termine, ha voluto manifestarsi al di fuori della divina essenza, e non potendo produrre più nulla che le fosse uguale si è degnata di chiamare dal nulla la natura intellettuale e ragionevole, come quella che più si avvicinava al suo principio, e la natura materiale come la meno lontana dal nulla, la produzione intima della tua persona nel seno del Padre, o Figlio unigenito di Dio, si è rivelata al mondo nell'atto creatore. Il Padre ha fatto tutte le cose, ma "le ha fatte nella sua Sapienza" cioè è in te che "le ha fatte" (Sal 103,24). Questa missione di operare che hai ricevuta dal Padre, deriva dalla generazione eterna con la quale egli ti produce da se stesso. Tu sei stato lanciato dal tuo misterioso riposo, e le creature visibili e invisibili sono uscite dal nulla dietro il tuo comando. Agendo in un intimo accordo con il Padre, hai diffuso sui mondi, creandoli, qualcosa di quella bellezza e di quell'armonia di cui sei il riflesso nell'essenza divina. Ma la tua missione non era esaurita dalla creazione. L'angelo e l'uomo, esseri intelligenti e liberi, erano chiamati a vedere e a possedere Dio in eterno. Per essi, l'ordine naturale non era sufficiente; bisognava che venisse aperta una via soprannaturale per condurli al loro fine. Questa via, eri tu stesso, o Figlio unigenito di Dio. Assumendo in te la natura umana, tu ti univi all'opera tua, risollevavi fino a Dio l'angelo e l'uomo, e nella tua natura finita apparivi come il tipo supremo della creazione che il Padre aveva compiuta per mezzo tuo. O mistero ineffabile! Tu sei il Verbo increato, e insieme "il primogenito di ogni creatura" (Col 1,15) che doveva essere manifestato a suo tempo, ma che avevi preceduto nell'intenzione divina tutti gli esseri che sono stati creati perché fossero i suoi sudditi.

La stirpe umana, chiamata a possederti nel suo seno come il divino intermediario, la ruppe con Dio: il peccato la precipitò nella morte. Chi poteva ormai risollevarla e restituirla al suo sublime destino? Ancora soltanto tu, o Figlio unigenito del Padre! Non avremmo mai osato sperarlo; ma "il Padre ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16), non più soltanto come mediatore, ma come redentore di noi tutti. O nostro fratello maggiore, tu gli chiedevi "che ti restituisse la tua eredità" (Sal 16,5), e questa eredità hai dovuto riscattarla. Il Padre allora ti affidò la missione di Salvatore per la nostra razza perduta. Il tuo sangue sulla croce fu il prezzo del nostro riscatto, e siamo rinati a Dio e ai nostri onori d'un tempo; per questo ci facciamo vanto, noi tuoi redenti, o Figlio di Dio, di chiamarti NOSTRO SIGNORE.

Liberati dalla morte, purificati dal peccato, ti sei degnato di restituirci tutte le nostre grandezze. Tu infatti sei ormai il CAPO, e noi siamo le tue membra. Tu sei il RE, e noi siamo i tuoi fortunati sudditi. Tu sei il PASTORE, e noi siamo le pecore del tuo unico ovile. Tu sei lo SPOSO, e la Chiesa madre nostra è la tua sposa. Tu sei il PANE vivo disceso dal cielo, e noi siamo i tuoi invitati. O Figlio di Dio, o Emmanuele, o figlio dell'uomo, benedetto il Padre che ti ha mandato; ma benedetto con lui anche tu, che hai adempiuto la sua missione, e che ti sei degnato di dirci che "le tue delizie sono nello stare con i figli degli uomini" (Pr 8,31)!

Lode allo Spirito Santo

Gloria, a te, o SPIRITO SANTO, che emani per sempre dal Padre e dal Figlio nell'unità della divina sostanza! L'atto eterno con il quale il Padre conosce se stesso produce il Figlio che è l'immagine infinita del Padre, e il Padre è preso d'amore per quello splendore uscito da lui da prima dei secoli. Il Figlio, contemplando il principio da cui emana eternamente, concepisce per tale principio un amore uguale a quello di cui è l'oggetto. Chi potrebbe mai descrivere questo ardore, questa mutua aspirazione che è l'attrazione e il moto d'una persona verso l'altra, nell'immobilità eterna dell'essenza?! Tu sei quell'amore, o Spirito divino, che esci dal Padre e dal Figlio come da uno stesso principio, distinto dall'uno e dall'altro, ma che forma il legame che li unisce nelle ineffabili delizie della divinità: Amore vivo, personale, che procede dal Padre attraverso il Figlio, termine estremo che completa la natura divina e definisce eternamente la Trinità. Nel seno impenetrabile del gran Dio, la personalità ti deriva insieme dal Padre di cui sei l'espressione con un nuovo modo di produzione (Gv 15,26) e dal Figlio che, ricevendo dal Padre, ti dà da se stesso (Gv 16,14-15), poiché l'amore infinito che li unisce eternamente è dei due e non di uno solo. Mai il Padre fu senza il Figlio, mai il Figlio fu senza il Padre; ma neppure mai il Padre e il Figlio sono stati senza di te, o Spirito Santo! Eternamente essi si sono amati, e tu sei l'amore infinito che regna in essi, e al quale essi comunicano la loro divinità. La tua processione dall'uno e dall'altro esaurisce la virtù produttiva dell'essenza increata, e così le divine persone realizzano il numero tre; al di fuori di esse, non vi è che il creato.

Era necessario che nella divina essenza vi fosse non solo la potenza e l'intelletto, ma anche il volere dal quale procede l'azione. Il volere e l'amore sono una sola e medesima cosa, e tu sei, o divino Spirito, quel volere e quell'amore. Quando la gloriosa Trinità opera al di fuori di se stessa, l'atto concepito dal Padre, espresso dal Figlio, si compie per tuo mezzo. Pure per tuo mezzo l'amore che il Padre e il Figlio hanno l'uno per l'altro, e che si personifica in te, si estende agli esseri che saranno creati. Mediante il suo Verbo il Padre li conosce; mediante te, o Spirito amore, li ama, sicché tutta la creazione procede dalla bontà divina.

Emanando dal Padre e dal Figlio, senza perdere l'uguaglianza che hai eternamente con essi, sei mandato dall'uno e dall'altro verso la creatura. Il Figlio, mandato dal Padre, riveste per l'eternità la natura umana, e la sua persona, con le operazioni che le sono proprie, ci appare distinta da quella del Padre. Così pure, o Spirito Santo, noi ti riconosciamo distinto dal Padre e dal Figlio, quando discendi per compiere su di noi la missione che ti è stata assegnata dall'uno e dall'altro. Tu ispiri i profeti (2Pt 1,21), intervieni in Maria nella divina Incarnazione (Lc 1,35), ti posi sul fiore di Iesse (Is 9,2), conduci Gesù al deserto (Lc 4,1), lo glorifichi con i miracoli (Mt 12,28). La sua Sposa, la santa Chiesa, ti riceve anch'essa e tu l'ammaestri in ogni verità (Gv 16, 13), e rimani in lei, come suo amico, fino all'ultimo giorno del mondo (Mt 28,20). Le anime nostre sono segnate del tuo sigillo (Ef 1,13; 4,30), tu le animi della vita soprannaturale (Gal 5,25); abiti finanche nei nostri corpi, che diventano il tuo tempio (1Cor 6,19); e infine sei per noi il dono di Dio (Inno della Pentecoste), la fonte che zampilla sino alla vita eterna (Gv 4, 14; 7,39). Ti siano dunque rese distinte grazie, o Spirito divino, per le distinte operazioni che compi in nostro favore!

Ringraziamento alla Santissima Trinità

Ed ora, dopo aver adorato l'una dopo l'altra le divine persone, passando in rassegna i loro benefici sul mondo, osiamo ancora elevare il nostro occhio mortale verso quella triplice Maestà che risplende nell'unità della tua essenza, o sommo Signore, e confessiamo ancora una volta, insieme con sant'Agostino, quello che abbiamo saputo da te su te stesso. "Tre è il loro numero: uno che ama colui che è da lui, uno che ama colui che è, e infine lo stesso amore" [1]. Ma dobbiamo ancora compiere un dovere di riconoscenza, celebrando l'ineffabile modo con cui ti sei degnato di imprimere in noi l'immagine di te stesso. Avendo risolto fin dall'eternità di farci compartecipi tuoi, (1Gv 1,3), ci hai preparati secondo un'immagine tolta dal tuo essere divino (Gen 1,27). Tre facoltà nella nostra unica anima rendono testimonianza della nostra origine che è da te; ma questo fragile specchio del tuo essere, che è la gloria della nostra natura, non era che un preludio ai disegni del tuo amore. Dopo averci dato l'essere naturale, avevi risolto nel tuo consiglio, o divina Trinità, di comunicarci anche l'essere soprannaturale. Nella pienezza dei tempi, il Padre ci manda il suo Figlio, e questo Verbo increato reca la luce al nostro intelletto; il Padre e il Figlio ci mandano lo Spirito, e lo Spirito reca l'amore alla nostra volontà; e il Padre che non può essere mandato viene da se stesso, e si dà all'anima nostra di cui trasforma la potenza. È nel santo Battesimo, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, che si compie nel cristiano questa produzione delle tre divine persone, in corrispondenza ineffabile con le facoltà elargite all'anima nostra, come l'abbozzo del capolavoro che solo l'azione soprannaturale di Dio può portare a termine.

O unione mediante la quale Dio è nell'uomo e l'uomo è in Dio! Unione mediante la quale giungiamo all'adozione del Padre, alla fraternità con il Figlio, all'eredità eterna. Ma questa abitazione di Dio nella creatura è stato l'amore eterno a formarla gratuitamente, e si mantiene fino a quando l'amore di reciprocità non viene a mancare nell'uomo. Il peccato mortale avrebbe la forza di distruggerla; la presenza delle divine persone che avevano fissato la loro dimora nell'anima (Gv 14,23) e che vorrebbero restare unite ad essa, cesserebbe nell'istante stesso in cui si spegnesse la grazia santificante. Dio allora non sarebbe più nell'anima se non per la sua immensità, e l'anima non lo possederebbe più. Allora Satana ristabilirebbe in essa il regno della sua odiosa trinità: "la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita" (1Gv 2,16). Guai a chiunque osasse sfidare Dio con una rottura così sanguinosa, e sostituire in questo modo il male al sommo bene! È la gelosia del Signore disprezzato, espulso, che ha spalancato gli abissi dell'inferno e acceso le fiamme eterne.

Ma questa rottura è dunque senza più possibile riconciliazione? Sì, se si tratta dell'uomo peccatore, incapace di riallacciare con la Santissima Trinità le relazioni che una gratuita previdenza aveva preparate e che una incomprensibile bontà aveva portate a termine. Ma la misericordia di Dio, che è, come ci insegna la Chiesa nella sacra Liturgia (Colletta della X domenica dopo la Pentecoste), l'attributo più alto della sua potenza, può operare un tale prodigio, e lo opera ogni qualvolta un peccatore si converte. A questa operazione della augusta Trinità che si degna così di discendere nuovamente nel cuore del peccatore pentito, un gaudio immenso, ci dice il Vangelo, si impossessa degli Angeli e dei Santi fin nelle altezze dei cieli (Lc 15,10), poiché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno reso manifesto il loro amore e cercato la loro gloria rendendo giusto colui che era stato peccatore, e venendo ad abitare in quella pecorella or ora smarrita, in quel prodigo che il giorno prima faceva il guardiano dei porci, in quel ladrone che poco fa, sulla croce, insultava ancora insieme con il suo compagno l'innocente crocifisso.

Adorazione e amore a voi, dunque, o Padre, Figlio e Spirito Santo, Trinità perfetta che ti sei degnata di rivelarti ai mortali, Unità eterna e incommensurabile che hai liberato i padri nostri dal giogo dei falsi dèi. Gloria a te, come era nel principio, prima di tutti gli esseri creati; come è adesso, in quest'ora in cui attendiamo la vera vita che consiste nel contemplarti faccia a faccia; come sarà nei secoli dei secoli, quando l'eternità beata ci avrà riuniti nel tuo seno infinito. Amen.

Preghiamo

O Dio onnipotente ed eterno, che per mezzo della vera fede hai concesso di conoscere la gloria dell'eterna tua Trinità e di adorare la grandezza della tua Unità, fa' che questa fede fermissima ci faccia forti in tutte le avversità della vita.




_________________________
[1] Non amplius quam tria sunt: unus diligens eum qui de illo est, et unus diligens eum de quo est, et ipsa dilectio (De Trin. l. vi c. vii).
(da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 352-368)




venerdì 29 maggio 2026

La dottrina della guerra giusta è superata?




Articolo scritto da Phil Lawler, pubblicato su Catholic Culture, nella traduzione curata da Sabino Paciolla (29 maggio 2026).


No, la dottrina della guerra giusta non è «superata». Riflessione sull’enciclica Magnifica Humanitas


Phil Lawler

Sebbene in linea di massima avessi apprezzato la prima enciclica di Papa Leone, sono rimasto sconcertato nel leggere, al paragrafo 192:
Oggi più che mai, fatto salvo il diritto all’autodifesa nel senso più stretto del termine, è importante ribadire che la teoria della «guerra giusta», che troppo spesso è stata utilizzata per giustificare qualsiasi tipo di guerra, è ormai superata.

Papa Leone non è il primo Pontefice ad affermare che la teoria della guerra giusta è superata. Papa Francesco ha detto la stessa cosa. Persino Papa Pio XII, che non può essere classificato come pacifista, disse nel suo messaggio di Natale del 1948: «La teoria della guerra come mezzo idoneo e proporzionato per risolvere i conflitti internazionali è ormai superata».

Ma Pio XII, parlando all’indomani della Seconda guerra mondiale, non abbandonò la teoria della guerra giusta, nemmeno con l’avvento della bomba atomica che minacciava nuovi livelli di distruzione di massa. Nessuno, a parte il dottor Stranamore, penserebbe che la guerra nucleare sia «un mezzo adeguato e proporzionato» per risolvere i conflitti. Una guerra giusta è sempre l’ultima risorsa, quando i metodi preferibili hanno fallito.

Papa Leone esprime il suo giudizio «senza pregiudicare il diritto all’autodifesa». Ma nella tradizione della guerra giusta, una guerra può essere considerata giusta solo se combattuta per autodifesa o in difesa di altri.

Se una nazione può essere moralmente giustificata nel difendersi, come possiamo distinguere tra quali tipi di azioni militari sono giustificate e quali no? Questo è proprio lo scopo della teoria della guerra giusta: fare tali distinzioni. E infatti Papa Leone usa i principi del ragionamento della guerra giusta quando discute dei pericoli delle armi autonome.

Più avanti nell’enciclica, il Papa parla di nuovo in modo impreciso quando dice: «Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una strada pericolosa…» Il conflitto è una realtà delle interazioni umane, una conseguenza del peccato originale, che nessun sistema morale è in grado di eliminare. Le nazioni, come gli individui, hanno desideri e bisogni diversi; a volte entreranno in conflitto. La questione chiave, negli affari internazionali, è come tali conflitti saranno risolti, e naturalmente i negoziati pacifici sono il metodo preferito.

Clausewitz ha notoriamente definito la guerra come «la continuazione della diplomazia con altri mezzi». Papa Leone ha certamente ragione a preferire mezzi di risoluzione dei conflitti diplomatici che non ricorrano alla guerra. Ma, ancora una volta, se tutti gli altri mezzi falliscono e se le conseguenze di una pace ingiusta sono ancora più gravi degli orrori della guerra, la Chiesa ha tradizionalmente insegnato che l’azione militare può essere giustificata – e in alcuni casi può essere necessaria. Sicuramente il Santo Padre, da fedele figlio di sant’Agostino, deve comprendere l’argomentazione di quel grande santo secondo cui l’unico scopo di una guerra giusta è garantire una pace giusta.

Ora, se Papa Leone avesse suggerito che la teoria della guerra giusta deve essere aggiornata, potrei essere pienamente d’accordo. In Magnifica Humanitas egli delinea alcune delle ragioni per cui la tradizione della guerra giusta deve essere adeguata alle realtà del XXI secolo.

Nel discutere il pericolo delle armi autonome – sistemi militari guidati dall’intelligenza artificiale, senza supervisione umana immediata – il Pontefice invoca i principi del ragionamento sulla guerra giusta quando afferma che «il giudizio morale non può essere ridotto a un calcolo, poiché coinvolge la coscienza, la responsabilità personale e il riconoscimento dell’altro come persona». Prosegue, nel paragrafo successivo (n. 199), fornendo un esempio più esteso di analisi della guerra giusta:
Non basta invocare un tipo generico di etica. Occorre stabilire criteri concreti di discernimento. Il primo di questi criteri riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire diventa automatizzata o opaca, aumenta il rischio di abdicare alla responsabilità. Per questo motivo, la catena di responsabilità deve essere identificabile e verificabile; coloro che progettano, addestrano, autorizzano e impiegano la tecnologia devono essere ritenuti responsabili delle loro decisioni. Il secondo criterio riguarda il quadro temporale morale per formulare i giudizi. Sebbene l’IA tenda ad accelerare i processi decisionali, la velocità e l’efficienza non dovrebbero mai essere la forza motivante suprema per le decisioni irreversibili prese nel contesto della guerra. Il terzo criterio è l’identificazione e la protezione dei civili. Qualsiasi tecnologia che faciliti gli attacchi senza vedere il volto degli esseri umani abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione degli obiettivi e l’uso della forza non devono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese.

All’inizio dell’enciclica il Papa ha menzionato altre forme di aggressione non militari che potrebbero essere utilizzate, alla maniera di Clausewitz, per costringere un avversario diplomatico alla sottomissione: «Accanto alla guerra convenzionale, esistono forme ibride quali gli attacchi informatici, la manipolazione delle informazioni, le campagne di influenza e l’automazione delle decisioni strategiche». Per fare solo un esempio, l’uso di un’arma EMP (impulso elettromagnetico), che paralizza la rete energetica, potrebbe causare più devastazione e, in ultima analisi, più morti di una campagna di bombardamenti. Più vicine al tema dell’enciclica papale, le campagne di disinformazione – rese molto più potenti dalle capacità dell’intelligenza artificiale – possono devastare il processo democratico. Si tratta di forme di aggressione, equivalenti alla guerra. Un attacco informatico di portata sufficiente potrebbe persino essere considerato un classico esempio di casus belli.

Questi sviluppi, che il Papa menziona nella sua enciclica, meritano maggiore attenzione da parte dei moralisti della guerra giusta. Si potrebbe aggiungere la necessità di una discussione più approfondita sulla guerra preventiva, in un’epoca in cui l’esitazione potrebbe significare la distruzione nazionale. E anche il ruolo sempre più prominente svolto da attori non statali – come i gruppi terroristici, che spesso agiscono con il sostegno malcelato dei governi – merita un maggiore discernimento morale. Come può una nazione, agendo giustamente, rispondere a questi nuovi pericoli? La sfida per i moralisti cristiani oggi è quella di aggiornare, non di abbandonare, la tradizione della guerra giusta.





Tutti si inchinano, lui no





La scelta di un boy scout in moschea (video)

Ultimissime 29 Mag 2026


La Redazione UCCR

Il video di un giovane boy scout che non si prostra durante la visita ad una moschea in Scozia. Cosa ci insegna.

Quando un bambino insegna il rispetto meglio degli adulti.

Un breve video girato in Scozia (qui sotto) durante una visita in moschea di un gruppo di giovani scout offre alcuni spunti di riflessione.

Al centro della vicenda c’è un giovane di circa 7 o 8 anni che, mentre il resto del gruppo partecipava ai gesti della preghiera islamica guidata da un imam, è rimasto semplicemente in piedi.

Niente inchini, prostrazioni, né genuflessioni richieste dal momento rituale.

L’unico che non si inchina: il video

Il bambino è membro del gruppo “Beaver Scouts” e la visita si è svolta presso il Central Scotland Islamic Centre di Stirling.

Durante l’incontro, i membri della moschea hanno invitato i bambini a seguire i movimenti della preghiera islamica.

Nel video si vede che tutti aderiscono, compreso il responsabile del gruppo. Soltanto il piccolo scout ha scelto di partecipare restando però fermo al suo posto, in silenzio.

E’ l’unico tra i bambini, tra l’altro, a non aver indossato nemmeno i tipici copricapi.

Il gesto non è stato accompagnato da proteste o dichiarazioni ed è proprio questa compostezza a sorprendere.

Potrebbe essere dovuta ad un segno di coraggio e fedeltà alla propria identità cristiana oppure una semplice forma di disagio di fronte a un momento eccessivamente sincretista all’interno di in un contesto interreligioso.

La preghiera non è un gesto neutrale

La vicenda tocca comunque un punto delicato delle società pluraliste contemporanee: come conciliare il rispetto per le religioni altrui con la libertà di coscienza e la propria identità?

Non riteniamo affatto sbagliato che i gruppi di giovani cristiani conoscano e incontrino realtà religiose differenti ma l’adesione esplicita ai rituali supera il confine tra rispetto interreligioso e sincretismo.

La preghiera non è un gesto neutrale o culturale, è un atto di culto.

E’ vero che il documento Nostra Aetate afferma che «la Chiesa guarda con stima anche ai musulmani che adorano l’unico Dio», ma allo stesso tempo non considera equivalenti le forme di culto delle diverse religioni.

Per i cristiani, la preghiera esprime una fede specifica e una relazione sacramentale con Dio in Cristo.

Non serve partecipare o imitare riti estranei alla propria fede per mostrare rispetto. La conoscenza reciproca, il confronto, il dialogo e la condivisione di opere sociali o di carità sono già sufficienti per vivere un autentico dialogo interreligioso.

Papa Francesco: identità per dialogare

In questo senso vale la pena richiamare le parole di Papa Francesco su come intraprendere un dialogo con le altre religioni.

L’unico modo, spiegò nel 2014, «la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani». Non esiste vero dialogo «se non siamo consapevoli della nostra identità».

Per rispettare davvero i fedeli di altre religioni, proseguì Papa Bergoglio, «dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo, ciò che Dio ha fatto per noi e ciò che Egli richiede da noi».

«Qual è stato il primo comandamento di Dio ad Abramo?», ha chiesto Francesco. «“Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”», la risposta.

Il boy scout ha mostrato rispetto

Quel giovane boy scout, qualunque siano state le sue motivazioni, è l’unico che in quella moschea ha davvero rispettato se stesso, l’imam e i fedeli islamici.

E’ stato l’unico a rimanere irreprensibile nella sua identità e non ha finto, non ha simulato devozione, non ha banalizzato la fede e la preghiera.

Né la sua, né quella dei responsabili della moschea.



Fonte






giovedì 28 maggio 2026

“Magnifica humanitas”: il problema metafisico soggiacente




Chiesa cattolica | CR 1952


di Roberto de Mattei 27 Maggio 2026 

La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, è stata presentata all’opinione pubblica mondiale il 25 maggio nell’aula nuova del Sinodo. Il Papa ha voluto dare all’evento un tono solenne, partecipando in persona alla presentazione, fiancheggiato da tre cardinali, due teologhe (una inglese e l’altra congolese) e da Christopher Olah il cofondatore (ateo) dell’azienda di intelligenza artificiale Anthropic.

Magnifica humanitas è uscita il 25 maggio, ma porta la data del 15 maggio, lo stesso giorno in cui Leone XIII, pubblicò nel 1891 l’enciclica Rerum Novarum. Papa Gioacchino Pecci, 135 anni fa, dedicò la sua enciclica sociale alla rivoluzione industriale del suo tempo. Leone XIV ha voluto porre al centro della riflessione della Chiesa la rivoluzione digitale della nostra epoca, con particolare riguardo all’intelligenza artificiale (IA).

Il ritorno della dottrina sociale della Chiesa, accantonata negli anni successivi al Concilio Vaticano II con l’eccezione della Centesimus Annus (1991) di Giovanni Paolo II, va certamente salutato con soddisfazione. Va ricordato però che la dottrina sociale della Chiesa è una parte integrante della teologia morale cattolica e questa, a sua volta, possiede un fondamento metafisico, poiché la morale si radica nell’ordine dell’essere. Come insegna san Tommaso d’Aquino, agere sequitur esse: l’agire deriva dall’essere; di conseguenza, l’ordine morale e sociale non può essere compreso indipendentemente dalla natura dell’uomo e dal suo fine ultimo (Summa Theologiae, I-II, q. 94, a. 2). Per questo il padre Réginald Garrigou-Lagrange precisa che «i veri diritti dell’uomo derivano dai suoi doveri verso Dio» (Doctor Communis, 2-3 (1949), p. 158), sottolineando il principio metafisico della dottrina sociale della Chiesa.

La Rerum Novarum di Leone XIII fu preceduta dall’enciclica Aeterni Patris del 4 agosto 1879, con la quale, un anno dopo la sua elezione, il Pontefice volle determinare la linea filosofica da seguire nelle scuole cattoliche, proponendo san Tommaso d’Aquino come l’unico Maestro intellettuale della Chiesa. Leone XIII era convinto, infatti, che la restaurazione del pensiero attraverso la filosofia di san Tommaso dovesse precedere e fondare quella della società. Eminenti studiosi cattolici, come Étienne Gilson (1885-1978) e Augusto Del Noce (1910-1989), suggeriscono di leggere tutte le maggiori encicliche di Leone XIII in questo orizzonte metafisico. Nella Aeterni Patris, il Papa condensa il proprio programma culturale; nelle encicliche successive, tra le quali la Libertas praestantissimum sulla libertà umana (1888), l’Arcanum divinae sapientiae sul matrimonio cristiano (1880), la Humanum genus sulla massoneria (1884), l’Immortale Dei sulla costituzione cristiana degli Stati (1885), la Sapientiae christianae sui doveri del cristiano nella vita pubblica (1890) egli ne applica i principi ai diversi ambiti della vita individuale e sociale.

Leone XIV è certamente mosso da nobili intenzioni e da un sincero amore per la verità, tuttavia il suo documento, a differenza di quelli di Leone XIII, rivela la mancanza di una solida fondazione metafisica che rischia di impedire la comprensione adeguata di problemi complessi, come quello dell’intelligenza artificiale.

Il Papa, dopo aver giustamente affermato che «occorre evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” (IA) a quella umana»imposta così il problema: «Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana (…) E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. (…) non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. (…) Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore (n. 99)».

Il Papa ha ragione a sollevare il problema, ma la sua risposta non chiarisce perché l’equiparazione tra intelligenza umana e artificiale sia impossibile. Per la filosofia tomista, il motivo non consiste principalmente nel fatto che l’IA non prova emozioni, non ha relazioni o non possiede memoria incarnata, ma nel fatto che essa manca di un’anima razionale spirituale, principio intrinseco delle operazioni intellettive. L’enciclica formula invece la distinzione fra uomo e IA in termini puramente fenomenologici, sul piano dell’esperienza, dell’affettività e della relazionalità, dimenticando o ignorando che la distinzione decisiva è ontologica.

Secondo san Tommaso d’Aquino, l’uomo non è riducibile a una somma di processi materiali, perché il principio stesso del conoscere umano è un principio incorporeo e sussistente (Summa Theologiae, I, q. 75, a. 1). L’intelletto umano non si limita a elaborare informazioni o riconoscere schemi, ma conosce l’universale (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 6) ed è capace di astrarre dalle immagini sensibili concetti immateriali come il bene, la giustizia, Dio stesso. Analogamente, la volontà non è un meccanismo di selezione programmata, ma è un appetito razionale capace di deliberazione e libertà (Summa Theologiae, I, q. 82, a. 1; ST, I, q. 83, a. 1).

L’intelligenza artificiale, invece, non possiede un principio intrinseco di conoscenza e di volontà, ma agisce in forza dell’intelligenza umana che l’ha progettata. Perciò la differenza tra uomo e macchina non è quantitativa ma ontologica: l’uomo conosce perché possiede un intelletto spirituale e vuole perché possiede una volontà libera; la macchina invece produce risultati perché è stata costruita per farlo. Anche l’intelligenza artificiale più avanzata, dunque, non potrà mai essere veramente umana, perché le manca ciò che, per san Tommaso, costituisce il principio stesso del conoscere e del volere autenticamente umani: l’anima razionale spirituale.

Queste osservazioni possono sembrare astrattamente filosofiche, ma hanno importanti conseguenze anche sul piano morale e sociale. La fondazione metafisica della dottrina sociale della Chiesa rinvia infatti alla concezione cristiana dell’ordine dell’essere, che comprende la storia umana alla luce della creazione, della caduta e della redenzione. In tale prospettiva, la nozione di peccato, che è sostanzialmente assente dall’enciclica, non è riducibile a ingiustizia sociologica, ma costituisce una violazione della legge divina, implica una colpa, merita una pena ed esige il pentimento e la conversione. Il Papa, con una bella espressione, afferma che «se il mistero di Dio-Amore è la sorgente della Dottrina sociale, il suo volto più concreto lo contempliamo in Gesù Cristo, Verbo incarnato» (n. 49). Però Gesù Cristo non si è incarnato per confermare un ideale umanitario, né per promuovere una generica fraternità universale, ma per restaurare l’ordine infranto dal peccato mediante la redenzione dell’uomo e la sua reintegrazione nell’ordine soprannaturale (Summa Theologiae, III, q. 1, a. 2). Quando questo orizzonte metafisico e soprannaturale viene oscurato, il cristianesimo tende inevitabilmente a secolarizzarsi e ridursi a una religione puramente orizzontale e filantropica, il cui scopo non è più la salvezza delle anime e la restaurazione dell’ordine cristiano, ma la semplice gestione umanitaria dei problemi del mondo.

Magnifica humanitas è ricca di spunti e va considerata come un’espressione autorevole del Magistero di Leone XIV, ma alcuni punti della filosofia e della dottrina sociale della Chiesa che l’enciclica affronta meritano di essere discussi, con il dovuto amore e rispetto per la persona del Romano Pontefice e l’istituzione del Papato.







La sinodalità inquina anche il ritorno della Dottrina sociale



Cosa è cambiato tra Leone XIV e Leone XIII, ma anche rispetto al più recente san Giovanni Paolo II? Fra il magistero sociale dell'uno e degli altri c'è di mezzo il nuovo paradigma sinodale che impone il passaggio da "corpus dottrinale" a "discernimento comunitario".

Magnifica humanitas

Editoriali


Stefano Fontana, 28-05-2026

La ripresentazione organica del quadro complessivo della Dottrina sociale della Chiesa da parte di Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas va apprezzata, come notavamo in un precedente articolo. Va anche però analizzata in modo più approfondito che non sia una visione sintetica d’insieme. Le sfumature sono importanti. I punti da esaminare sono soprattutto due: il rapporto con Leone XIII, dato il legame esplicito dell’enciclica nei suoi confronti, e poi se ci siano delle novità rispetto agli insegnamenti più recenti, soprattutto di Giovanni Paolo II, che aveva definito con precisione e, secondo qualcuno, in via definitiva la natura della Dottrina sociale della Chiesa.

In un articolo immediatamente successivo al primo discorso da pontefice di Leone XIV ci si chiedeva cosa di preciso egli avesse ripreso dal suo predecessore di cui aveva scelto il nome. Ora possiamo rifarci quella domanda e cercare la risposta nella nuova enciclica. Per Leone XIII il bene comune era la società cristiana che egli dipinse nella Immortale Dei. Egli non considerava le “cose nuove” per trarne spunti per riconsiderare il cristianesimo e renderlo più comunicativo con le esigenze della modernità, ma le condannava, assieme alla libertà dei moderni, la democrazia che rende il popolo arbitro di se stesso, e confermava il principio che l’autorità viene da Dio. Il vero ed unico problema era per lui il ritorno a garantire a Dio non solo un “diritto di cittadinanza” alla pari degli dèi, ma una unicità assoluta di primato pubblico.

Queste dimensioni non sono presenti nella ripresa di Leone XIII da parte dell’attuale Leone. Su tutti questi aspetti la Chiesa ha cambiato impostazione, ritenendole dimensioni periferiche legate ai tempi e non relative al “nocciolo” della proposta cristiana. Però Joseph Ratzinger faceva notare – nel suo libro Dogma e predicazione - che non è sempre chiaro fin dove arrivi l’affermazione di fede e dove la sua strumentalizzazione determinata dal tempo, quanto rientri nel nocciolo e quanto no. Questo è un problema ermeneutico molto insidioso.

Che Leone XIII non venisse recuperato per intero dalla Magnifica humanitas era cosa scontata e quindi non fa certo notizia. Oggi può essere considerata di maggiore interesse la questione di eventuali novità rispetto a Giovanni Paolo II. A nostro parere le novità ci sono e possono essere riassunte nel passaggio da “corpus dottrinale” a “discernimento comunitario”. Papa Wojtyla aveva detto nella Centesimus annus (1991) che la Chiesa stabilisce un «paradigma permanente … formula una vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti» (n. 5). La stessa espressione «corpus dottrinale» era stata adoperata nella Sollicitudo rei socialis (1987) al n. 1, mentre ancora nella Centesimus annus aveva parlato di «forma sistematica» (n. 53). Si tratta di definizioni forti, in quanto si assegna alla Dottrina sociale il carattere di una vera e propria disciplina capace di conoscenza e di giudizio alla luce del proprio sapere. La Chiesa, come Chiesa, formula, analizza, si pronuncia, indica…

L’enciclica Magnifica humanitas dedica due capitoli alla presentazione della Dottrina sociale. Per il nostro discorso sono importanti i paragrafi dal 19 al 27 che contengono la definizione della sua natura come «discernimento comunitario», che sembra piuttosto diversa dalla precedente. L’espressione porta con sé alcune caratteristiche della nuova teologia morale e della nuova sinodalità. In questo quadro per discernimento non si intende più la decisione prudenziale di come agire in coscienza alla luce dei principi primi (che rimangono immobili nella loro forma sistematica), ma il rinnovamento degli stessi principi alla luce delle esigenze delle situazioni nuove che la storia ci propone.

Discernere non è più applicare, seppure con creatività, ma produrre una norma aggiornata, nella apertura a quanto il Signore sta già facendo nella storia: «il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto» (n. 22). La norma fa tutt’uno con la vita. L’aggettivo “comunitario” completa poi il quadro, indicando che la verità si cerca insieme in un unico processo da non limitarsi alla Chiesa, ma in comunione con le altre religioni e con l’umanità intera. La Chiesa, quindi, non formula, non analizza, non si pronuncia, non indica… ma compartecipa ad un processo.

Nel paragrafo 25 si dice che la verità non è un «possesso da rivendicare ma un dono da condividere» e che la Chiesa «non vuole alzare la bandiera della verità». Questa pretesa viene condannata perché trasformerebbe la fede in un «potere». La Dottrina sociale «non è un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario»; «La Chiesa – insieme alle altre confessioni cristiane e ai credenti di altre religioni – deve far udire la sua voce non per dominare, ma per servire la comunione».

Sembrano espressioni già ampiamente sentite, soprattutto nel quadro della ”nuova sinodalità”, per il quale la comunione produce la verità anziché il contrario, comunione che in questo caso rischia la riduzione a consenso.

La Dottrina sociale come «sostegno al discernimento comune» (n. 24) presenta esigenze sicuramente diverse dalla sua definizione come «corpus dottrinale».