giovedì 16 aprile 2026

Perché a Roma non suonano più le campane? (Se non in rari casi…)






di Benedetta De Vito, 16 aprile 2026

Io mi ricordo, bambina, che alla domenica mi svegliavo al suono giocondo delle campane. Mi ricordo, nel piantare i due piedi a terra, che il buio della notte, oscuro come in gola, si apriva all’aria e alla vita nel fresco rintocco delle campane che baciava il cielo. Io mi ricordo che la nonna Lisetta per farci addormentare aveva una sola ninna nanna ed era, fatta con la voce: il suono delle campane: din don don, cantilenava, din don don e ancora din don don e noi, tutti ce lo ricordiamo fratelli, dormivamo nel Signore. E mi ricordo che a Cala Girgolu, al levar del sole, spettinata nel biondo, udivo lontane le campanine delle vacche e delle pecore al pascolo e mi pareva che il mondo sorridesse, leggero, con me e nella gloria. Perché, mi chiedo e lo chiedo al Santo Padre, le campane non suonano più nella nuova Gerusalemme che è Roma? 

E se non suonano a Roma dove, chiedo, dove dovrebbero suonare? Al Rione Monti, cuore dell’Urbe, ad esempio, mai, e ripeto mai, sento le campane suonare! Tutto è muto, triste, silente nell’unico brusio dei turisti che oramai sciamano per le strade rionali a bocca aperta, senza capire di Roma un bel nulla, contenti solo di farsi una foto con vista Colosseo. Oh ora che ci penso. Sì, al mattino presto, alla Scala Santa, lì, sì, suonano le campane del mattino e io, in ginocchio sui gradini che furono dell’agonia di Gesù, mi beo del tintinnio solenne, maestoso, in cui l’anima, pur prostrata nel dolore della Passione, ritrova il senso dell’unione con Dio e della Resurrezione.

Ricordo, a Jesolo, un dolce ragazzo, giovane giovane, che era nel tempo libero campanaro, e mi spiegava con amore, con ardore tanto come si svolgeva il suo lavoro e quanto i campanari, come lui, amassero salir sulle torri e comporre la musica celeste che tutti chiama ad adorare il Signore. Perché, e ripeto, perché le campane tacciono? E mentre mi faccio questa domanda (e non è la prima volta che la pongo) ho subito la risposta. Ma certo, i diavoli, quelli che oramai la fanno da padrone nel nostro povero mondo al contrario, odiano, detestano, aborrono il suono delle campane che, lieto, annuncia la Buona Novella!

Essi, i diavoli legione le hanno messe a tacere per tenere l’anima degli uomini imprigionata nella loro turpe e bieca miseria. Incatenati alla terra e alla carne senza più neppure conoscere l’indirizzo del cielo. Sì, sì, sì. E’ questa la risposta! E allora, cari parroci, vescovi, monsignori, prelati e tutto il clero possibile e immaginabile, che cosa aspettate, suonate, suonate le vostre campane per scacciare, senza troppa fatica, quei cattivacci che fanno affogare nel fango l’umanità! Suonate le campane, risollevate la bandiera celeste tintinnante di sole e di luce!

Oh, intanto, la guerra, così sembra, è finita, ma il “Maga” (cioè l’orrido incantesimo in cui è immersa l’America e chi pensa che sia l’acronimo di cui dice il tramp, cioè il vagabondo, si sbaglia di grosso) è ancora lì, insensibile al diluvio degli epsteinfiles che, in realtà, travolgono tutti, giornalisti, scrittori, presidente in carica, ex presidenti, produttori. Nessuno si salva in quell’abominio di sangue, crimine, falsa spiritualità luciferina ed è forse per questo che non c’è neanche un giudice a Berlino, come si suol dire. Tutti zitti e mosca perché lo scandalo americano è di tutti i potenti e anche se ci sono prove, riscontri, foto video, denunce, non c’è neanche il rivolo di un processo.

E, non illudiamoci, dall’altra parte dell’Atlantico, cioè qui in Europa, è tale e quale. Credete forse che l’unico “cattivone” sia il fratello del (falso) re? Ma dai, non scherziamo. Basta pensare che il finto re fece baronetto un super-grandissimo pedofilo che era anche un presentatore televisivo e lo indicò alla povera Diana come “consulente coniugale”. Ridere per non piangere. E, purtroppo, quel medesimo “baronetto” pedofilo ebbe un’onorificenza vaticana (fu insignito, infatti, dell’Ordine di San Leone Magno) da Giovanni Paolo II. Perché? E perché, come appare in una foto, il Pontefice polacco, ha incontrato Epstein e la lady M? Bisogna ubbidire alla legge di Dio non a quella degli uomini anche se sono potenti.









Il Papa “benedice” il sincretismo?




Un’analisi critica delle parole del Papa su Algeria, dialogo e rischio di indifferentismo religioso.




di Corrado Gnerre, 15-04-2026

Noi dobbiamo amare il Papa, dobbiamo amare il Papato come istituzione, dobbiamo amare ogni Papa. Dobbiamo amare particolarmente il Papa regnante in quanto, indegnamente, ci definiamo cattolici, e dobbiamo amare la Chiesa, la Chiesa cattolica. Inoltre, dobbiamo avere un atteggiamento sempre di riverenza nei confronti di quelle che sono le legittime autorità della Chiesa e quindi, in particolar modo, la massima autorità che vi è nella Chiesa, che è appunto il Santo Padre, il Vicario di Cristo.

Inoltre, dobbiamo sempre tentare di giustificare le intenzioni, perché questo ci è dovuto. Teniamo presente che il nostro Signore e la vera spiritualità ci, tra virgolette, costringe sempre giustamente a giustificare qualsiasi tipo di intenzione, nel senso di dire che è possibile che, a livello intenzionale, possano avvenire determinate cose che speriamo possano anche giustificare alcuni errori. Questo è un atteggiamento che dobbiamo fare continuamente nostro, perché noi per primi siamo bisognosi della misericordia di Dio e quindi non possiamo affatto lesinare alcun atteggiamento di misericordia nei confronti degli altri.

Fatta questa premessa, però, è altrettanto doveroso, per chi si sforza di conservare il seme della fede e soprattutto per chi, in maniera indegna, in maniera modestissima, come noi cerchiamo di fare apostolato e quindi, nello stesso tempo, di rendere un servizio di carità intellettuale, soprattutto per quanto riguarda le opere di misericordia spirituale nei confronti del prossimo, sottolineare che ciò che oggettivamente viene detto, eventualmente, non venisse detto in maniera corretta. Dobbiamo sottolinearlo proprio per evitare qualsiasi tipo di scandalo e per far capire quello che invece è l’impostazione corretta del vero.

Ebbene, il Santo Padre Leone XIV, [...] nel suo viaggio in Algeria ha pronunciato queste parole: "un popolo che ama Dio possiede", teniamo presente che il popolo algerino è per il 98% musulmano. Bene, Leone XIV dice: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti, così di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi e figli dell’unico Dio».

Allora, analizziamo un po’ queste parole, che utilizziamo in un certo senso come paradigma, come modello di un certo tipo di impostazione teologica. Qui Leone XIV loda il popolo algerino, ma il popolo algerino, come abbiamo detto, è al 98% fatto di musulmani. E gli dice: «Il nostro mondo ha bisogno di credenti così». Poi ancora: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera». Ma l’Islam non è una religione vera. E allora perché pubblicamente affermare queste cose? Poniamoci questo interrogativo. Ma chi sente queste cose che cosa deve pensare? Deve pensare che fondamentalmente o si è cristiani o si è musulmani, alla fine poi è la stessa cosa, perché anche l’essere musulmani farebbe rientrare, farebbe esprimere una vera ricchezza e addirittura una sorta di gemma, una sorta di tesoro. E quindi il mondo avrebbe bisogno anche di fedeli che scelgono di essere musulmani.

Qui ovviamente non si tratta di non tenere in considerazione quelli che devono essere i rapporti di pacifica convivenza. Non si tratta di non tenere in considerazione quelli che possono essere tutti gli elementi che, da un punto di vista naturale, quindi di ragione naturale, in positivo, si possono trovare nelle altre culture. E qui a un certo punto si fa riferimento proprio alla dimensione religiosa, e questo, ahimè, è doloroso da dirlo: sono parole che invitano, ovviamente non in maniera diretta, non in maniera intenzionale, ma invitano a una sorta di indifferentismo religioso.

Inoltre il Papa dice: «Per questo, di fronte ad un’umanità desiderosa di fratellanza, di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre insieme fratelli tra noi». Anche qui questo discorso dell’essere fratelli tra noi è un discorso che teologicamente è abbastanza problematico, perché è evidente che tutti gli uomini sono creature di Dio, che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini. Questo è assolutamente assodato. Però, di fatto, chi è il vero figlio pienamente figlio di Dio? È colui che riceve l’adozione filiale attraverso la grazia e quindi i battezzati. Ecco, questi sono elementi teologici fondamentali proprio che servono a farci capire che essere cristiani o essere non cristiani non è proprio la stessa cosa.

E poi il Papa dice: «Fratelli tra noi e figli dell’unico Dio». E qui c’è un altro problema, perché al limite, anche se può sembrare una sorta di sofisma, possiamo dire che i cristiani, gli ebrei e i musulmani credono nel Dio unico, nel senso che sono comunque tre religioni monoteiste, ma non credono nell’unico Dio, non hanno l’unico Dio come padre, perché l’elemento trinitario non è un elemento aggiuntivo alla natura di Dio, è un elemento costitutivo; per cui, se si elimina l’elemento trinitario, non è che rimane qualcos’altro di Dio. Non c’è più Dio, è un’altra idea di Dio. È un Dio falso, non è un Dio vero.

E allora vedete, arriviamo a conclusione, cari pellegrini. È evidente che qui ci troviamo dinanzi a un pontefice che ha avuto, ha ricevuto una sua ben precisa formazione. Io l’ho detto anche in altri contesti. Vedete che la generazione che va dagli attuali ottantacinquenni, diciamo così, forse anche un po’ di più, fino ai sessantenni, è la generazione che, da un punto di vista ecclesiastico, tra virgolette, è la peggiore, perché è la generazione che ha vissuto anche con un certo tipo di entusiasmo determinati cambiamenti che poi si sono rivelati dei veri e propri fallimenti e anche dei veri e propri tradimenti.

E quindi la formazione che ha questa generazione è una formazione veramente molto problematica, e io sono convinto che, a meno che la Provvidenza non voglia realizzare qualcosa di eclatante, alla fine sarà il tempo stesso che farà sì che la Provvidenza determinerà il cambiamento, perché poi, francamente, questo tipo di impostazione, anche se non a livello intenzionale, dicevamo, però di fatto facilita l’indifferentismo religioso: è un’impostazione che porterà a vocazioni zero, che porterà a una sorta di suicidio da parte della Chiesa. Però la Provvidenza agisce, e sappiamo benissimo che ci sono tante altre realtà che invece suscitano vocazioni e, non a caso, sono quelle realtà in cui si è maggiormente fedeli all’insegnamento di sempre della Chiesa, alla vera autentica teologia cattolica.

Ed ecco perché è molto importante, e qui torniamo su un altro punto, è molto importante pensare alla formazione sacerdotale. È molto importante formare sacerdoti secondo quella che è l’autentica verità cattolica, perché poi saranno questi sacerdoti, saranno questi giovani sacerdoti, a far sì che si realizzi una vera e propria restaurazione nella Chiesa.






Il card. Aveline chiede di accogliere la Santa Messa tradizionale, ma insiste: «La tradizione include il Concilio Vaticano II»



Nella traduzione di MiL – l’articolo pubblicato sul sito Infovaticana l’11 aprile, in cui si riporta e commenta il contenuto dell’intervista della giornalista Philippine de Saint Pierre al card. Jean-Marc Noël Aveline, Presidente della Conférence des évêques de France, trasmessa il 5 aprile sul canale televisivo KTO.
Nell’intervista il card. Aveline ha risposto a domande sui principali temi ecclesiastici del momento, tra i quali la liturgia e la tradizione,

Lorenzo V.


16 aprile 2026


Il card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia e Presidente della Conférence des évêques de France, ha definito la questione liturgica come uno dei temi ecclesiali più delicati del momento in Francia. In un’intervista concessa al canale televisivo KTO in occasione della Pasqua, il card. Aveline ha affrontato il rapporto tra liturgia e tradizione partendo dalla lettera inviata da Papa Leone XIV ai Vescovi francesi durante l’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France [QUI: N.d.T.].

Il card. Jean-Marc Noël Aveline ha affrontato direttamente la tensione tra liturgia e tradizione, insistendo sul fatto che non si tratta di una questione meramente rituale, ma di fondo teologico. Un’idea che, del resto, ha già cominciato a farsi strada tra gli stessi Vescovi francesi, i quali riconoscono che dietro al dibattito liturgico vi sono «problemi di dottrina e di ecclesiologia», specialmente riguardo all’accettazione del Concilio Vaticano II.

Accogliere i fedeli legati al rito tradizionale, ma senza mettere in discussione il Concilio Vaticano II

Il Presidente della Conférence des évêques de France ha spiegato che i Vescovi sono chiamati a esercitare una «sollecitudine pastorale» verso i fedeli legati alla liturgia precedente alla riforma conciliare. Nelle sue parole, bisogna «accogliere» questa necessità spirituale e non iniziare col giudicarla.

Tuttavia, tale accoglienza ha un limite chiaro: l’accettazione della tradizione viva della Chiesa, che per il card. Jean-Marc Noël Aveline include espressamente il Concilio Vaticano II. «La tradizione arriva fino all’ultimo concilio, compreso il Concilio Vaticano II», ha affermato.

Con ciò, il card. Jean-Marc Noël Aveline cerca di mantenere un equilibrio che nella pratica continua a essere fonte di tensione: aprire spazio a chi preferisce la liturgia precedente al Concilio Vaticano II, ma esigere allo stesso tempo l’accettazione dell’insegnamento conciliare.

«Non è necessariamente inconciliabile»

Durante l’intervista, gli è stata sollevata proprio questa apparente contraddizione: come fare spazio a chi preferisce la tradizione precedente al Concilio Vaticano II mentre si chiede loro di accettare quello stesso Concilio.

Il card. Jean-Marc Noël Aveline ha risposto che tale tensione «non è necessariamente inconciliabile», purché si adotti una «ermeneutica della continuità». Secondo il suo approccio, ogni Concilio risponde a un momento della storia e non annulla i precedenti, ma si inserisce in una continuità più ampia.

Tuttavia, lo stesso dibattito in Francia mostra che questa interpretazione non riesce a chiudere la ferita. La crescita delle comunità legate al Vetus Ordo ha portato persino Papa Leone XIV ad avvertire di una «dolorosa ferita» intorno alla celebrazione della Messa, chiedendo ai Vescovi soluzioni concrete per integrare questi fedeli senza rompere l’unità.

La Fraternità sacerdotale di San Pio X e la ferita che rimane aperta

L’intervista ha affrontato anche l’annuncio di nuove consacrazioni episcopali da parte della Fraternità sacerdotale di San Pio X. Il card. Jean-Marc Noël Aveline ha definito questo gesto motivo di «tristezza», sottolineando che non è la prima volta nella storia della Chiesa che un Concilio incontra difficoltà ad essere accolto.

Piuttosto che ricorrere a misure di forza, il card. Jean-Marc Noël Aveline ha difeso il dialogo come unica via. «Solo il dialogo permette di continuare l’annuncio del Vangelo», ha affermato, evocando anche l’esempio di Sant’Agostino di fronte alle divisioni nella Chiesa africana.

Liturgia, tradizione e crisi di trasmissione

L’aspetto più rivelatore del suo intervento forse non sta nelle formule di conciliazione, ma nella diagnosi di fondo. Il card. Jean-Marc Noël Aveline mette in relazione questa questione con la sete spirituale di molti fedeli, specialmente giovani, che cercano stabilità dottrinale, radici e una fede espressa con forme solide.

Per questo insiste sul fatto che la risposta non può consistere semplicemente nel trasferirli da un luogo all’altro, ma nell’accogliere questo desiderio e spiegarlo alla luce della tradizione della Chiesa. Ma, ancora una volta, la chiave sta in ciò che si intende per tradizione: se una continuità organica con quanto ricevuto o un’adesione obbligata alla lettura postconciliare dominante.

Una questione aperta che la Francia non ha risolto

Le parole del card. Jean-Marc Noël Aveline confermano che il dibattito sulla liturgia tradizionale è ancora lungi dall’essere chiuso in Francia. L’Episcopato parla di accoglienza, di ascolto e di continuità, ma il nocciolo del problema rimane intatto: la difficoltà di armonizzare l’attaccamento alla tradizione liturgica precedente con l’accoglienza di un Concilio la cui applicazione continua ad essere, per molti, fonte di frattura.

La questione, quindi, non è solo disciplinare o riguarda il modo in cui si celebra la Messa. È una questione di tradizione, di autorità e di continuità ecclesiale, che arriva persino a mettere in discussione cosa significhi essere fedeli alla tradizione della Chiesa nel XXI secolo.









Un conflitto tra millenarismi e un’austerità energetica per ridurci alla servitù






Di Guido Vignelli, 16 apr 2026

Tre forme di millenarismo per una “fine dei tempi”

Il conflitto politico e militare recentemente riesploso nel Vicino Oriente presenta uno scenario “apocalittico”: non perché suggerisce una imminente “fine dei tempi”, ma perché “rivela” il sottofondo para-religioso delle motivazioni delle principali forze in campo. Queste motivazioni sono molto più profonde della ricerca di dominio geopolitico, poiché sono radicate in tre diverse forme di millenarismo – quello israelitico, quello iraniano e quello statunitense – che oggi sembrano convergere pericolosamente verso un unico scopo.

Infatti, al vecchissimo sogno sionista del Messia che ricostruirà il Tempio di Gerusalemme avviando il dominio mondiale dell’Ebraismo, al vecchio sogno sciita del Mahdì che regnerà dalla moschea gerosolimitana avviando il dominio mondiale dell’Islam, oggi si aggiunge il nuovo sogno del paradossale “cristianesimo sionista” di stampo protestante, che favorisce lo scontro ebraico-musulmano per far ritornare il Cristo nella Terra Santa.

Sulla base di questo sottofondo apocalittico, si ripresenta la falsa alternativa tra il confidare nella tecnologia o nella ecologia per salvare un mondo che si trova sull’orlo del caos e minacciato dall’autodistruzione. Nei passati convegni del World Economic Forum di Davos, queste due componenti sembravano collaborare per costruire “un nuovo mondo possibile”; oggi invece si combattono per favorire il progetto costruttivo assicurato dalla tecnocrazia o quello distruttivo auspicato dall’ecocrazia.

La guerra come occasione storica per la “transizione ecologica”

Se non finirà presto, la guerra nel Vicino Oriente rischia di favorire potentemente il noto progetto di “transizione ecologica”, ossia l’eliminazione dell’inquinamento resa possibile dalla riduzione massima di produzione, di commercio e di consumo finalizzata a riportare la società occidentale a una economia di sopravvivenza caratterizzata dal ritorno a una vita “austera”, ossia miserabile. La guerra porterà a una crescente penuria dei materiali energetici combustibili (gas, metano e petrolio) che non potrà certo essere sostituita dalle misere fonti energetiche naturali (sole, vento e acqua) oggi a disposizione.

Di conseguenza, la scarsità energetica imporrà di ridurre al “minimo eco-compatibile” l’organizzazione del lavoro, la produzione dei materiali industriali e delle derrate alimentari, il trasporto e la vendita delle merci. Il diritto di produrre, trasportare e vendere beni sia concesso solo a una ristretta classe di “risparmiatori energetici” che eviteranno di “sfruttare l’ecosistema”.

Oltre a ciò, l’austerità energetica imporrà di ridurre al minimo anche la mobilità sociale con i relativi contatti e scambi civili, culturali e religiosi troppo distanziati e quindi troppo spreconi. Di conseguenza, ad esempio, l’intera attività umana potrebbe finire rinchiusa per legge all’interno del famoso “spazio dei quindici minuti” o “dei quattro chilometri quadrati”, smembrando così le città in ridotte zone autogestite da cooperative locali, come già auspicato dagli ecologisti radicali.

Non meravigliamoci di questi folli progetti d’ “ingegneria sociale” per controllare e rendere “ecosostenibile” l’attività umana. Dopo l’esperimento politico di “emergenza sanitaria”, che sei anni fa impose una reclusione domestica rivelatasi dannosa alla popolazione, domani una politica di “emergenza energetica” potrebbe imporre nelle città una reclusione comunale o rionale; si attuerebbe così una sorta di “servitù della gleba” postmoderna: vita e lavoro circoscritti ai dintorni di casa.

Un’altra drammatica conseguenza della guerra in corso potrebbe essere una nuova ondata migratoria di popoli arabo-caucasici in fuga – questa volta per gravi motivi – verso l’Europa. Non essendoci più energia sufficiente per far funzionare molti macchinari automatici, c’è da temere che quelle masse di migranti finiranno col dover fare i numerosi lavori che torneranno ad essere svolti a forza di braccia e di gambe, creando così una nuova specie di schiavitù.

L’ammonimento di Thiel sul nuovo Anticristo

Questo contesto millenarista e quasi apocalittico ci permette di valutare meglio il senso delle strane conferenze tenute dal noto tecnocrate Peter Thiel nel marzo scorso a Roma. Secondo lui, il progresso della società moderna con le sue certezze, sicurezze, comodità e ricchezze, oggi è messo in pericolo da un Anticristo che tenta di favorire la rapida fine della “civiltà occidentale e cristiana”.

Questo Anticristo animerebbe la conflittualità popolare organizzata da quei movimenti ecologisti che – col pretesto di liberare la società dalla oppressione tecnologica e la natura dallo sfruttamento energetico – progetterebbero un futuro d’ignoranza, ozio, regresso, miseria e denatalità. Insomma, qui viene riproposta, in chiave para-religiosa, la vecchia contrapposizione tra civiltà tecnologica e barbarie ecologica. Pertanto, Thiel ha ammonito i cristiani a impegnarsi per difendere dal regresso ecologico quel progresso tecnologico originariamente nato dal Cristianesimo.

Tuttavia, questo ammonimento di Thiel resta ambiguo, perché non si capisce se consideri l’avvento dell’Anticristo ecologista come una sciagura o come un’apocalittica occasione per un millenaristico rinnovamento della tecnologia. Non dimentichiamoci che la “transizione ecologica” è stata a lungo favorita proprio dalle grandi ditte tecnologiche dei servizi sociali, della informazione e del commercio: Apple, Microsoft, Google, Facebook-Meta, Nvidia, Tesla, Anthropic, Amazon, compreso il Palantìr dello stesso Thiel. Oltretutto, il famoso Palantìr immaginato da Tolkien non è affatto un sicuro strumento di conoscenza perché può essere manipolato dall’Oscuro Signore!

La strana affinità tra tecnocrazia ed ecocrazia

Ci limitiamo a notare che sia l’ideologia tecnologica che quella ecologica, nonostante il loro conflitto settoriale, rientrano in un quadro di rivoluzione filosofica e politica sintetizzabile con la nota formula del passaggio dalla modernità alla post-modernità, passaggio che non prevede una negazione ma un superamento.

Ad esempio, nel campo antropologico, entrambe le ideologie prevedono che la concreta persona umana stia per essere superata da un nuovo organismo (sia esso quello transumano o quello ecologico) che dispenserà l’individuo dal faticoso e pericoloso esercizio del pensiero critico e della scelta libera, esercizio che comporta il rischio di sbagliare e di esserne punito come responsabile.

In futuro, tutto sarà regolato non da qualcuno ma da qualcosa: la scelta soggettiva, non solo dei mezzi ma anche dei fini, sarà affidata a un agente oggettivo (sia esso il tecnosistema oppure l’ecosistema) quasi infallibile nel progettare e realizzare il futuro. In questo modo, il soggetto umano sarà dispensato da studiare, lavorare, coniugarsi e procreare, per cui avrà il massimo tempo libero per abbandonarsi a piaceri, divertimenti, giochi o hobby (siano essi artificiali o naturali).

Nel campo della vita politica, il sorpassato sistema democratico di scelta, di rappresentanza e di decisione diventerà superfluo; il governo verrà sostituito da un general intellect (sia esso elitario o tribale) capace di prevedere ed esaudire l’esigenze delle masse e ridotto alla mera “amministrazione delle risorse” (mediante la cibernetica oppure mediante l’empatia ecologica).

Oltre a ciò, sia la tecnocrazia che l’ecocrazia hanno uno sfondo comune di carattere para-religioso. Infatti, entrambe ammoniscono su un pericolo apocalittico, ossia di distruzione globale dell’umanità, per evitare il quale propongono una soluzione millenaristica che prevede di superare la natura umana (nella cibernetica o nell’ecosistema) mediante una sorta di sacrificio espiatorio: quello dell’ordinamento naturale creato da Dio.

Tutto ciò conferma che la prospettiva della secolarizzazione si sta rovesciando in quella della risacralizzazione, anche ricuperando linguaggio, categorie e sensibilità para-religiose; i reduci dal marxismo hanno ben capito questo rovesciamento di paradigma e vi si sono già adeguati. Invece, i cattolici “adulti e maturi” si ostinano nel considerare la secolarizzazione come un fattore di progresso valido per “abbattere gl’idoli” e risolvere la crisi attuale; del resto, come dice il proverbio, “gli stolti capiscono solo dopo che hanno sofferto”.



(Foto di Ross Sneddon su Unsplash)




mercoledì 15 aprile 2026

Fine dell'universalità della Chiesa




Ne siamo consapevoli sin dall'abbandono del latino come lingua comune non solo nella Liturgia ma oggi ne constatiamo i risultati in fase più avanzata.




15 aprile 2026

La parrocchia cattolica di Doha, informa il parroco, "offre messe, sacramenti e programmi pastorali in molte lingue".

Terminologie burocratiche e quasi economiche per indicare quello che è diventata ogni parrocchia col novus ordo plurilingue: un centro di offerte religiose. Questo ha frammentato il cattolicesimo su lingue nazionali. Se al concilio vaticano II tutti i vescovi parlavano in latino, una unica lingua compresa da tutti, oggi nessun vescovo lo sa parlare e ancor meno lo capisce.

Liturgicamente si traduce in molteplicità di messe su base linguistica. Un cattolico che parla italiano non può andare a una messa in tamil perché non capirebbe nulla, e viceversa. Anni fa a Lourdes si presentarono contemporaneamente tre distinti gruppi linguistici, e tutti e tre volevano celebrare messa subito. Il rettore vista l'impossibilità di fare quanto richiesto propose di celebrare in latino, così brutti avrebbero partecipato alla stessa messa. Ma tutti e tre i gruppi respinsero inorriditi tale proposta. Ognuno voleva la "sua" messa. E nessuno avrebbe capito il latino. Il cattolicesimo in mezzo secolo è passato da essere un corpo compatto, diviso da pluralità linguistiche ma unito dalla medesima liturgia, a una miriade sconfinata di corpi di liturgie incomprensibili agli estranei a quei gruppi linguistici.





Come si trovavano Adamo ed Eva nell'Eden prima del peccato originale? La straordinaria visione di Santa Ildegarda di Bingen



Dipinto miniato rettangolare del XII secolo raffigurante
la creazione del mondo da parte di Dio secondo le visioni 
di Santa Ildegarda di Bingen

Meditare sulla condizione di Adamo ed Eva prima del peccato originale è la migliore preparazione per meditare sulla condizione del corpo risorto del nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo.




Il corpo trasparente di Eva: la straordinaria visione di Santa Ildegarda di Bingen


Robert Lazu Kmita, 10 aprile 2026

Dopo la caduta: il fallimento dei padroni e la condizione umana

Quando si tratta di raffigurare il Paradiso e lo stato precedente al peccato originale di Adamo ed Eva, i dipinti dei secoli recenti sono spesso ridicoli, se non addirittura scandalosi. Persino i più celebri maestri italiani sembrano incapaci di andare oltre nudi discutibili, un serpente con le zampe e una vegetazione lussureggiante con animali esotici. Il loro fallimento è dovuto a uno dei quesiti più difficili che l'umanità decaduta si sia trovata ad affrontare sin dalla cacciata dei nostri progenitori dall'Eden: come si può immaginare e rappresentare il mondo invisibile di Dio, della Santa Vergine Maria, degli angeli e dei santi?

Dobbiamo ammettere che, a parte le astratte discussioni dei Santi Padri e dei Dottori scolastici sulla condizione di Adamo ed Eva prima e dopo la Caduta, in generale ci mancano rappresentazioni credibili del Paradiso. In tali questioni, la pittura religiosa rinascimentale non registra alcun risultato, solo clamorosi fallimenti. Riconoscendo ciò, siamo costretti ad ammettere che ogni volta che cerchiamo di raffigurare il Paradiso e la condizione dei primi esseri umani, siamo semplicemente limitati. Questo, naturalmente, era prevedibile. Nemmeno il genio di Dante Alighieri ci è di grande aiuto, poiché, a parte le luminose cascate nell'ultima tappa del suo viaggio nell'aldilà, ricaviamo ben poco dalla visione scolpita nelle parole dorate della Divina Commedia. Tutto rimane fin troppo vago. Ma se il Paradiso è la meta suprema della nostra vita cristiana, com'è possibile che descriverlo sia così difficile, se non impossibile?

Evidentemente, questa difficoltà è una delle conseguenze della Caduta. Sebbene condividiamo la natura umana con i nostri progenitori, la differenza tra la loro esistenza immortale e la nostra mortale è talmente vasta che la rappresentazione diventa impossibile. La ragione, in definitiva, è semplice. La nostra transitoria esistenza in questo mondo destinato alla distruzione (per mezzo del fuoco, come ci dicono i Santi e i Dottori della Chiesa, seguendo San Pietro) è troppo fortemente segnata dalle sue caratteristiche. Per noi, "reale" significa "materiale", "solido", "pesante", "tangibile". Al contrario, le essenze, le forme intelligibili, gli angeli – persino Dio – ci appaiono, a meno che non siamo veri filosofi o mistici, come "volatili", "irreali". Ecco perché non riusciamo a immaginare la beata esistenza degli esseri eterni.


Basta un solo sguardo al dipinto di Nicolas Poussin, L'Estasi di San Paolo (1), per comprendere quanto siano patetici i nostri tentativi di rappresentare qualcosa che appartenga al regno preternaturale o soprannaturale. La nostra attuale corporeità è in palese contraddizione con la condizione della levitazione: non siamo fatti per volare, ma per muoverci pesantemente, strisciando sulla superficie della terra alla quale siamo "incollati" dalle rozze qualità dei nostri corpi mortali. Non solo ci mancano le condizioni della vita celeste, ma ci manca anche l'esperienza necessaria per formare rappresentazioni credibili. Come si può rappresentare – attraverso suoni, colori, immagini o parole – l'estasi mistica o la vita senza morte? Chi di noi può dire di sapere cosa siano?
 

E per quanto possiamo essere incantati dalla squisita fattura della celebre scultura di Gian Lorenzo Bernini, L'Estasi di Santa Teresa d'Avila (2), essa rimane solo una patetica immagine di uno stato che trascende la comprensione umana.

Finestre sul cielo: le visioni di Santa Ildegarda di Bingen

La fede della Chiesa insegna chiaramente che l'essenza della nostra fede non riguarda le cose visibili di questo mondo transitorio, ma le cose invisibili dell'eterno Regno di Dio. Non abbiamo forse una descrizione efficace, credibile e adeguata di esso? Certamente abbiamo le Sacre Scritture – ad esempio, le visioni del profeta Ezechiele e, soprattutto, la visione della Gerusalemme celeste nell'Apocalisse di San Giovanni. Da esse ricaviamo un importante assioma: la rappresentazione del mondo invisibile – del Paradiso – è possibile solo attraverso un linguaggio simbolico, ricco di significati misteriosi che devono essere interpretati con attenzione. Per ora, tuttavia, vorrei richiamare l'attenzione su un'altra rappresentazione, offertaci da una delle donne più illustri della storia della nostra Chiesa: Sant'Ildegarda di Bingen (c. 1098-1179).

La leggendaria mistica tedesca, dotata da Dio di straordinari doni spirituali, ebbe visioni straordinarie, vere e proprie finestre sul mondo invisibile. Leggendo i suoi scritti, veniamo per un istante trasportati dalle immagini e dalle parole della sua Scivias nel mondo prima della Caduta. A mio avviso, quest'opera monumentale contiene non solo i misteri della storia, ma anche una delle rappresentazioni più significative – al di là delle Sacre Scritture – dello stato pre-caduta di Adamo ed Eva.

Le visioni di Santa Ildegarda raffigurano tutto ciò che di significativo accadde nell'Eden. Di questo maestoso panorama, rivelato in visioni successive, citerò solo il momento in cui il serpente, posseduto dal diavolo, tenta Eva. Nonostante il suo tragico esito, contiene una delle immagini più belle e profonde del corpo della compagna di Adamo. Tutto ha inizio con il soffio del serpente su Eva, che alla fine condusse alla Caduta di entrambi.

Perciò in quella regione luminosa soffiò su una nuvola bianca, che era uscita da una bellissima forma umana e conteneva in sé moltissime stelle, perché in quel luogo di delizia Eva, la cui anima era innocente, poiché era stata suscitata dall'innocente Adamo, portando nel suo corpo l'intera moltitudine del genere umano, splendente della preordinazione di Dio, fu invasa dal Diavolo attraverso la seduzione del serpente per la sua stessa rovina. Perché accadde questo? Perché sapeva che la suscettibilità della donna sarebbe stata più facilmente conquistata della forza dell'uomo; e vide che Adamo ardeva così veementemente nel suo santo amore per Eva che se lui, il Diavolo, avesse conquistato Eva, Adamo avrebbe fatto tutto ciò che lei gli diceva. Perciò il Diavolo scacciò sia la nuvola che la forma umana da quella regione, perché quell'antico seduttore scacciò Eva e Adamo con il suo inganno dal luogo di beatitudine e li gettò nelle tenebre della distruzione.(3)

La visione di Ildegarda, convalidata dalla sua santità e dal suo titolo di Dottore della Chiesa, può essere considerata autentica. Attraverso la sua serva tedesca, Dio ci ha offerto una finestra attraverso la quale possiamo sbirciare nell'Eden prima della Caduta. Questo dono è un immenso privilegio. Tuttavia, affinché porti frutto, dobbiamo accoglierlo con la riverenza dovuta a qualcosa di così raro e prezioso.

Immagini e simboli sacri: finestre sul mondo invisibile

Innanzitutto, ripeto: queste visioni sono simboliche, non vanno prese alla lettera. Un simbolo non è un "segno", una convenzione, una favola, qualcosa di falso. Al contrario, i simboli sacri sono, in un certo senso, le realtà più vere di questo mondo, poiché un simbolo autentico (come il Santo Altare) si pone in una relazione ontologica con ciò che rappresenta. Nel caso dell'altare, esso partecipa alla realtà di Cristo stesso, di cui simboleggia l'eterna solidità, immutabilità e fermezza.

Così il simbolo ci connette veramente a ciò che è simboleggiato. Sottolineo questo per evitare l'errore di coloro che, fuorviati dall'uso del latino “signum” da parte di Sant'Agostino. Il termine "segno" come sinonimo del greco σύμβολον ("simbolo") e il suo uso distorto da parte di autori laici come Ferdinand de Saussure, sostengono che un simbolo sia arbitrario e quindi irreale. In realtà, i simboli sacri non sono invenzioni umane, bensì divine, proprio come tutte le "forme sostanziali" (le essenze spirituali di tutte le cose) sono create da Dio.

Pertanto, quando affermo che le immagini nelle visioni di Sant'Ildegarda sono simboliche, intendo dire che sono rappresentazioni adatte alla nostra attuale capacità di comprensione, ma che al contempo mantengono una coerente relazione ontologica con le invisibili realtà spirituali che raffigurano. Esse rendono realmente presenti le realtà che simboleggiano. Il nostro bisogno di immagini e simboli sacri deriva dal fatto che le realtà spirituali sono a malapena concepibili per le nostre menti, ormai legate a una forma inferiore di conoscenza (nelle preghiere antiche le nostre menti decadute vengono descritte come piene di "pensieri terreni", "carnali", "materiali", in una parola, "cadute"). Per questo Dio ci offre la possibilità di ascendere gradualmente attraverso immagini e simboli sacri: cose visibili che, provenendo dal nostro mondo naturale, ci sono accessibili, eppure rimandano a realtà soprannaturali che altrimenti non potremmo né conoscere né comprendere.

I dettagli strutturali di tutti i personaggi nelle visioni di Santa Ildegarda devono essere interpretati con grande cautela. A causa della condizione pietosa in cui viviamo, la nostra capacità di conoscenza è stata notevolmente ridotta e compromessa dalla nostra condizione di "caduta". Non siamo in alcun modo in grado di immaginare o concepire come fosse il mondo pre-caduta. Fu proprio questo che spinse un'altra donna visionaria della nostra Chiesa, la Beata Anna Caterina Emmerich, ad astenersi da audaci speculazioni sulle proprie visioni mistiche dell'Eden. Pertanto, dobbiamo umilmente accettare di non poter conoscere il mondo com'era quando Dio, infine, disse di tutto il creato: "era molto buono" (Genesi 1,31). 

La differenza tra il mondo dopo la caduta e quello prima è immensa

Consapevole della condizione dell'umanità decaduta, Dio ci guida attraverso il simbolismo sacro – nelle Scritture, nell'arte sacra e nell'architettura del Tempio (la Chiesa) – affinché possiamo comprendere, almeno in parte, i misteri del cosmo invisibile. Allo stesso modo, dobbiamo interpretare le visioni di Ildegarda: come vasti drammi sacri, fedeli all'Apocalisse biblica, attraverso i quali Dio rivela l'intera storia del mondo, dal suo inizio alla sua fine. Tuttavia, è bene ribadire che queste immagini vanno lette con cautela, consapevoli della loro natura simbolica.

Un corpo trasparente e una nuvola stellata

Riguardo alla condizione degli esseri umani prima del peccato originale, come rappresentata nel passo di Scivias citato sopra, gli elementi chiave della visione offrono spunti di riflessione illuminanti per la nostra comprensione. Innanzitutto, l'immagine di Eva come una nuvola bianca, in qualche modo trasparente, è straordinariamente significativa. Ci permette di intravedere – seppur debolmente, ma comunque in modo concreto – ciò che il Santo Apostolo Paolo, altro grande mistico e visionario, potrebbe intendere quando parla in 1 Corinzi 15:40 di "corpi celesti" in contrasto con i corpi "terrestri" e mortali che abbiamo ora. Pensiamo, in termini semplici, al significato dell'affermazione "siamo fatti di terra", in contrasto con l'affermazione "siamo fatti di cielo". L'immagine di Eva come una nuvola bianca e trasparente può offrirci – per quanto possibile – la rappresentazione più appropriata per comprendere cosa significhi per una persona umana avere un "corpo fatto di cielo". Non è forse la nuvola la cittadina ordinaria del cielo? Le nuvole fluttuano nel cielo, non è forse così?

Ovviamente, il suggerimento di San Paolo non implica in alcun modo una negazione del testo biblico della Genesi, che ci dice chiaramente che Dio "plasmò l'uomo dal fango della terra" (Genesi 2,7). Ciò che il grande apostolo probabilmente intende suggerire è qualcos'altro: le qualità accidentali della terra da cui Dio creò Adamo non erano le stesse della terra attuale da cui noi, i mortali, siamo stati creati. Possiamo tornare all'affermazione di Paolo comprendendo che esistono corpi terrestri (quindi "fango terreno") e corpi celesti (quindi "fango celeste"). Uno è la qualità della "terra" prima della Caduta, l'altro è la qualità della "terra" dopo la Caduta. Così come l'intera natura cosmica ha subito una trasformazione dopo la Caduta dei progenitori, allo stesso modo la natura umana ha subito una profonda mutazione (che può essere spiegata – almeno in parte – in termini speculativo-metafisici).

Certamente, Adamo ed Eva possedevano un corpo fin dall'inizio: così è costituito l'uomo dal disegno divino – un essere spirituale, con un'anima immortale, eppure incarnato. Ma la qualità dei corpi di Adamo ed Eva prima della Caduta era completamente diversa dalla qualità dei loro corpi dopo la Caduta. E noi conosciamo solo questi ultimi: i corpi mortali. Eppure l'immagine del corpo trasparente e mutevole di Eva – come una nuvola – nella visione di Sant'Ildegarda parla, simbolicamente, della trasparenza dei corpi pre-caduta: Adamo ed Eva avevano corpi radicalmente diversi dai nostri. Inoltre, possiamo facilmente speculare sulla leggerezza dei loro corpi: possiamo immaginare senza difficoltà la loro capacità di levitare o volare. Dopotutto, solo le nuvole "volano", no? Ma non crediamo che avrebbero volato come potremmo fare noi ora, se, con questi corpi rozzi, mortali e terreni, tentassimo di muoverci nel cielo come il supereroe Superman. Nulla potrebbe essere più sciocco di un'immagine simile. Perché? Perché i nostri corpi attuali, mortali e terreni come sono, non sono fatti per tali capacità. Per riottenerli, dovranno essere trasformati da Dio stesso alla fine della storia in corpi “celesti”, quando avverrà la resurrezione finale. Solo allora riceveremo corpi spirituali, capaci di ciò che, nei nostri attuali termini fisici, possiamo solo immaginare come il volo, in quel nuovo mondo che al momento non riusciamo nemmeno a concepire. Lasciamo ai film per bambini – o agli adulti in cerca di intrattenimento fantascientifico – le immagini piuttosto comiche di Superman che vola...

Il secondo punto chiave nella visione di Sant'Ildegarda – di una bellezza ancora più grande e abbagliante del corpo etereo come una nuvola – è la presenza visibile, nella natura di Eva, di tutti i suoi discendenti sotto forma di miliardi di stelle splendenti. Pensate un attimo: io, che scrivo queste parole, e voi, che le leggete, eravamo già tutti lì, in potenza, concepiti dall'eternità nella mente infinita di Dio. In altre parole, eravamo contenuti nella natura di Eva, colei che era appena stata tratta da quella bellissima forma umana – Adamo.

Dal momento in cui lessi per la prima volta Scivias fino ad oggi, non ho mai smesso di meravigliarmi della poesia e del genio di questa rappresentazione ispirata dell'unità del genere umano all'interno della coppia universale primordiale: Adamo ed Eva. Vi ricordo anche uno dei dettagli sorprendenti dell'icona soprannaturale della Santa Vergine Maria di Guadalupe: il mantello azzurro-turchese ricoperto di stelle indossato dalla Regina dell'Universo, la Santa Vergine Maria. Tutte quelle stelle non sono altro che – come le stelle del cielo astronomico – simboli dei giusti nell'eterno Regno di Dio. Perché non dimentichiamolo: così come Nostro Signore Gesù Cristo è il Nuovo Adamo, la Santa Vergine Maria è la Nuova Eva.

Abbiamo già ottenuto diverse intuizioni significative riguardo alla condizione dei progenitori in Paradiso. Abbiamo anche un suggerimento riguardo alle terribili conseguenze della loro Caduta: diventa relativamente chiaro come il peccato originale sia stato trasmesso dai progenitori ai loro discendenti, se ricordiamo che tutti noi, nella forma di quelle stelle, eravamo contenuti nella natura materna di Eva.



Ma alla fine: nuovo cielo e nuova terra

Ancora più suggestiva è l'espressione chiave che Sant'Ildegarda usa quando mostra che Eva portava nel suo corpo "l'intera moltitudine del genere umano, risplendente della preordinazione di Dio" ("quae de innocente Adam omnem multitudinem humani generis in praeordinatione Dei lucentem in suo corpore gestans sumpta fuerat"). Come è evidente anche nella traduzione inglese, la locuzione latina praeordinatione Dei è sinonimo (ad esempio, in San Tommaso d'Aquino) della ben nota nozione di "predestinazione". Dato che abbiamo menzionato il Dottore Angelico, dobbiamo ricordare che la predestinazione di tutti gli esseri creati, cioè di tutti gli esseri umani, appartiene alla sfera dell'Intelletto e della Sapienza divini.

Qui mi fermo. Di fronte a misteri come quello della predestinazione, è sempre bene ricordare che il silenzio è d'oro, mentre la parola è solo d'argento. E la contemplazione implica sempre un silenzio riverente e santo davanti a Dio, l'infinita, eterna e assoluta Santissima Trinità.



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1. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Le_Ravissement_de_saint_Paul_-_Nicolas_Poussin_-_Mus%C3%A9e_du_Louvre_Peintures_INV_7288_;_MR_2325.jpg [Accesso effettuato il: 10 aprile 2026].
2. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cornaro_chapel_in_Santa_Maria_della_Vittoria_in_Rome_HDR.jpg [Accesso effettuato il: 10 aprile 2026].
3. Santa Ildegarda di Bingen, Scivias, tradotto da Madre Columbia Hart e Jane Bishop, con introduzione di Barbara J. Newman e prefazione di Caroline Walker Bynum, New York: Paulist Press, 1990, p. 77.





Un nuovo e incisivo saggio difende l’intuizione alla base di Summorum Pontificum e critica la violenza di Traditionis custodes



Articolo del dott. Peter Kwasniewski, pubblicato l’8 aprile sul sito New Liturgical Movement, in cui recensisce e analizza alcuni contenuti del recente libro Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI’s Summorum Pontificum and Its Critics del dott. Tomasz Dekert, professore assistente presso la gesuita Uniwersytet Ignatianum di Cracovia.

Lorenzo V.



15 Aprile 2026

Come ha sottolineato più volte Kevin Tierney, vi sono molti indizi che la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II sia stata un clamoroso fallimento nella sua missione dichiarata di liberare la Chiesa una volta per tutte dal temuto rito tradizionale (QUI).

Di sicuro, la sua attuazione (come quella della costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia) ha portato a danni, divisioni e sconcerto in troppi posti, ma in tutto il mondo ci sono stati pochi tentativi di sopprimere del tutto il rito tradizionale, che continua a prosperare nelle Parrocchie o nelle loro vicinanze e in alcune Diocesi fortunate. Lo stesso Papa Leone XIV ha fatto capire che questa politica non è più una priorità e ha spinto a fare spazio a diverse «sensibilità». È difficile dire se smantellerà o modificherà la legislazione del suo predecessore su questo punto.

Tuttavia, la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes appare come un atto di violenza rispetto alle intenzioni pacifiche della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano, ed è bene per noi riflettere sulle questioni teologiche e pastorali più profonde in gioco, al fine di (idealmente) allontanarci dalla violenza verso una coesistenza pacifica e persino, oserei dire, un arricchimento reciproco – almeno delle comunità, se non dei riti.

Fortunatamente è stato pubblicato un nuovo libro che serve esattamente a questo scopo, e lo fa con brillante perspicacia. Non posso che raccomandarlo vivamente. Il titolo è Liturgical Peace, Liturgical War: Benedict XVI’s Summorum Pontificum and Its Critics [Pace liturgica, guerra liturgica: «Summorum Pontificum» di Benedetto XVI e i suoi critici: N.d.T.] (Londra, Bloomsbury T&T Clark, 2026; disponibile anche sul sito Amazon), e l’autore è il dott. Tomasz Dekert, professore assistente presso la gesuita Uniwersytet Ignatianum di Cracovia, in Polonia, che lo ha scritto in inglese (QUI e QUI).



Il libro sostiene la tesi secondo cui la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI ha avviato un processo autentico – sebbene a lungo termine e impegnativo – per condurre la Chiesa cattolica fuori dal «conflitto liturgico» del dopoguerra, mentre la successiva lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes ha interrotto questo processo e intensificato le tensioni esistenti.

L’autore sostiene che le radici del conflitto non risiedono semplicemente in preferenze opposte (tradizione contro riforma), ma in un problema più profondo: una comprensione errata della natura della liturgia come rituale, strutturata da presupposti astratti e funzionalisti, che è arrivata a dominare gli approcci alla liturgia nel contesto delle riforme liturgiche del dopoguerra. In particolare, egli critica gli approcci che subordinano la forma rituale a costrutti teologici o culturali, anziché riconoscerne il carattere primario e «evidente di per sé» – ovvero la sua natura sensorialmente percepibile, performativa e socialmente costitutiva.

Una componente importante del libro è la sua polemica con i critici della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, che la considerano una minaccia all’unità della Chiesa, un’espressione di nostalgia o un progetto ideologico. L’autore sostiene che tali critiche si fondano sulla stessa concezione riduzionista della liturgia che ha sostenuto la riforma del dopoguerra, trattandola come uno strumento per esprimere o plasmare la dottrina e l’identità, piuttosto che come una pratica costitutiva che le precede.

Attingendo alla teoria rituale dell’antropologo Roy Abraham Rappaport, l’autore dimostra che la stabilità e la ripetitività della forma rituale sono condizioni per il funzionamento di una comunità religiosa. Di conseguenza, la riforma liturgica radicale e imposta dall’alto a seguito del Concilio Vaticano II – che è intervenuta sull’intero strato «canonico» del rituale – ha necessariamente portato a una profonda crisi all’interno della Chiesa, che ha colpito non solo la liturgia, ma anche la sua struttura di significato e la sua unità.

In questo contesto, la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum appare come un tentativo di ripristinare la continuità rituale, consentendo la coesistenza delle forme liturgiche e creando le condizioni per la loro interazione organica, nonché per una graduale e paziente guarigione della situazione. Al contrario, la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes, fondata sulla stessa visione problematica della liturgia dei critici di Summorum Pontificum, abbandona questa via e cerca una risoluzione amministrativa del conflitto, il che – secondo l’autore – porta alla sua escalation e al suo irrigidimento.

In definitiva, il libro sostiene che il superamento della «guerra liturgica» non può essere raggiunto a livello di decisioni giuridiche o dispute teoriche, ma richiede una revisione fondamentale della comprensione teologica della liturgia: vale a dire, il riconoscimento del suo ruolo ontologico e sociale come pratica costitutiva, e il ripristino della sua continuità come condizione per l’unità della Chiesa.

Per quanto riguarda il Novus Ordo, il libro di Tomasz Dekert avanza essenzialmente un’unica tesi – ma fondamentale e dalle ampie ramificazioni: vale a dire che la sua introduzione è stata un errore a causa della portata stessa del cambiamento che ha determinato, un cambiamento che, proprio per questo motivo, non poteva che agire in modo profondamente distruttivo sul sistema cattolico.

Ci si chiede fino a che punto questo tipo di approccio – molto più antropologico che teologico – possa o voglia essere preso sul serio dai teologi contemporanei, cioè da coloro che operano principalmente nel mondo delle parole, dei concetti e delle idee. Questo è un mondo in cui, e con cui, una mente sufficientemente esperta in dialettica e interpretazione può fare quasi tutto. Si può, ad esempio, «dimostrare» che sebbene sommando due mele ad altre due ne risultino quattro, «in realtà» riconoscere che ce ne sono sette ci renderà più ricchi! Leggendo gli scrittori liturgici mainstream di oggi, si ha spesso l’impressione che la loro difesa della riforma liturgica post-conciliare si riduca a qualcosa del genere. L’argomentazione si svolge a livello di idee, non a livello di pratica effettiva e del suo impatto sulle persone reali.

Questo è un’arma a doppio taglio: se si vuole capire perché il rito tradizionale sia così potente e attraente, non ci si deve fermare al livello delle idee, ma prestare molta attenzione al modo in cui viverlo, parteciparvi secondo il suo ritmo e la sua simbologia, modella profondamente la coscienza e la visione del mondo.

Un altro punto di forza del libro di Tomasz Dekert è il suo appassionante trattamento del coinvolgimento e del significato dell’autorità papale nel processo di riforma e delle implicazioni che ciò comportava, sia per i cattolici all’interno della Chiesa sia per le relazioni ecumeniche, specialmente con l’Oriente.

Il prezzo del libro è molto alto, come è strana abitudine degli editori accademici, ma possiamo sperare che alla fine scenda, come è avvenuto con il libro del prof. padre Uwe Michael Lang C.O. sul Rito Romano, che alla fine è uscito anche in edizione tascabile [QUI: N.d.T.]. Ma se voi o l’istituzione per cui lavorate potete permettervi il libro di Tomasz Dekert adesso, credete alla mia parola: il libro vale ogni centesimo speso. È una delle critiche più penetranti alla riforma liturgica che io abbia mai letto.