domenica 28 giugno 2026

i fronte alle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026





Chiesa cattolica | CR 1956



di Roberto de Mattei 24 Giugno 2026 

Che cosa pensare e che cosa fare di fronte alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X a Écône per il 1° luglio e alla conseguente scomunica latae sententiae che sarà ribadita dalla Santa Sede?

La prima considerazione da fare è che, se ciò avverrà, ci troveremmo di fronte a una prova dolorosa non solo per il mondo della Tradizione cattolica, del quale la Fraternità San Pio X fa parte fin dalla sua fondazione, avvenuta il 1° novembre 1970 per opera di mons. Marcel Lefebvre, ma anche per Papa Leone XIV. Il Pontefice ha infatti indicato nella riconciliazione interna alla Chiesa uno degli obiettivi principali del suo pontificato e si troverebbe, a poco più di un anno dalla sua elezione, ad affrontare una nuova lacerazione del tessuto ecclesiale, con il rischio di aggravare divisioni che da decenni attendono una soluzione.

Nel merito della controversia, non si può fare a meno di segnalare quello che appare come un vero e proprio paradosso. Tra le molte ragioni addotte da mons. Lefebvre nel 1988 e oggi riprese dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per giustificare le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, quella dello stato di necessità dei fedeli di fronte alla gravità della crisi ecclesiale è, nello stesso tempo, l’argomento più debole e il più forte.

Lo stato di necessità è infatti, per sua natura, una condizione eccezionale che consente di derogare all’applicazione ordinaria di determinate norme in vista di un bene superiore che, nel caso della Chiesa, è la salvezza delle anime. Ma chi ha l’autorità di accertare l’esistenza di tale stato e di determinarne l’inizio e la fine? È evidente che questa valutazione non può essere rimessa al giudizio della stessa Fraternità San Pio X. Se così fosse, si dovrebbe concludere che lo stato di necessità cessa quando la Fraternità ritiene che sia cessato, attribuendole di fatto un potere di giudizio sulla Santa Sede incompatibile con la costituzione gerarchica e visibile della Chiesa. Si verrebbe così a creare una situazione nella quale un soggetto particolare si erge a criterio ultimo di valutazione dell’operato dell’autorità suprema.

Se il principio dello stato di necessità fosse ammesso come criterio generale di azione, ogni vescovo che giudicasse la Chiesa attraversata da una crisi grave potrebbe sentirsi autorizzato, o persino moralmente obbligato, a consacrare altri vescovi senza mandato pontificio per assicurare la continuità della fede e dei sacramenti. La conseguenza sarebbe una proliferazione di giurisdizioni parallele e di episcopi vagantes dispersi nel mondo, con inevitabili effetti di frammentazione, disordine e confusione per gli stessi fedeli che si vorrebbero proteggere.

L’esistenza di una linea episcopale derivante da mons. Richard Williamson, uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre nel 1988 e successivamente allontanato dalla Fraternità San Pio X, mostra concretamente come la logica dello stato di necessità, una volta sganciata da un principio superiore di autorità capace di delimitarla e regolarla, possa generare ulteriori divisioni. Si tratta di un fenomeno che, al di là dei giudizi sulle persone coinvolte, mostra il rischio intrinseco di consacrazioni episcopali fondate su valutazioni soggettive dello stato di necessità.

E tuttavia questo argomento, così fragile sul piano teologico e canonico, si presenta come il più forte sul piano pastorale. Mons. Lefebvre non era un teologo speculativo o un canonista, ma un missionario e un pastore d’anime. Nella sua lettera ai sacerdoti del 27 aprile 1987 scriveva: «I fedeli ancora cattolici si trovano in molti luoghi in una situazione spirituale disperata. È questo appello che la Chiesa ascolta; è per queste situazioni che essa concede la giurisdizione mediante la legge di supplenza». Il criterio decisivo, per lui, non era l’affermazione di un diritto proprio della Fraternità, ma il bisogno spirituale dei fedeli. Le consacrazioni dei vescovi nel 1988 vollero essere una risposta a questo appello delle anime.

Ci troviamo allora di fronte al paradosso. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, richiamandosi allo stato di necessità, fonda gran parte della propria giustificazione sulla preminenza delle esigenze pastorali rispetto alle considerazioni strettamente giuridiche e dottrinali, facendo proprio quel primato della prassi pastorale che è un mandato imperativo del Vaticano II. All’opposto, il Dicastero per la Dottrina della Fede si richiama al Vaticano II, ma non riconosce il peso dell’argomento pastorale e utilizza contro la FSSPX termini e concetti della teologia pre-conciliare in nome della cogenza della dottrina e del diritto.

In questa situazione confusa, l’unico consiglio sensato che si può dare agli incerti è di attenersi al principio della logica e del diritto, che dice: In dubiis standum est pro statu quo, donec ratio certa contrarium persuadeat («Nelle situazioni dubbie bisogna attenersi allo stato delle cose attuali, finché una prova certa non dimostri il contrario»). La ragione suggerisce che ognuno rimanga al posto in cui si trova, continuando a fare quello che fa, evitando di lasciarsi trascinare in polemiche sterili e proclami emotivi, che hanno il solo risultato di riaprire antiche ferite e di versare aceto sulle piaghe della Chiesa.

Il problema che oggi si pone è ben più ampio di quello, pur grave, delle consacrazioni episcopali del 1° luglio e delle loro conseguenze canoniche. Né la questione si esaurisce nel dibattito sulla liturgia tradizionale o nell’interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano II. Al cuore della controversia si trova il giudizio storico e teologico sul Novecento, un secolo che ha segnato profondamente il destino della Chiesa e del mondo contemporaneo.

Poco più di cento anni fa, l’incendio della Prima guerra mondiale pose fine all’ordine internazionale nato nei secoli cristiani, mentre la Rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 appiccava un fuoco ancora più vasto nel mondo. Ma nello stesso anno in cui il bolscevismo conquistava il potere, la Madonna apparve ai tre pastorelli di Fatima, spiegando le vere cause della crisi del mondo moderno, assicurando, dopo castighi, guerre e persecuzioni il trionfo finale del suo Cuore Immacolato. Il messaggio di Fatima si rivolgeva all’umanità intera, ma in modo particolare ai Pastori della Chiesa, al cui interno il modernismo aveva iniziato a diffondere il suo veleno mortale. Contro questo male, la Provvidenza suscitò san Pio X. Con l’enciclica Pascendi Dominici gregis dell’8 settembre 1907, dieci anni prima delle apparizioni di Fatima, il grande Pontefice denunciò con lucidità profetica il processo di auto-dissoluzione dei decenni successivi. La Pascendi e Fatima costituiscono, rispettivamente, la diagnosi dottrinale e la risposta soprannaturale alla crisi della modernità. Questi eventi, a loro volta, acquistano il loro significato autentico solo se vengono inseriti in una prospettiva più ampia che consenta di leggere le vicende umane come fasi di un’unica lotta che attraversa i secoli.

È qui che torna di straordinaria attualità la visione di sant’Agostino. Nella Città di Dio, il grande Dottore della Chiesa interpreta la storia come il confronto permanente tra coloro che orientano la propria vita a Dio e coloro che rifiutano l’ordine divino. La tradizione agostiniana, con la sua capacità di leggere gli avvenimenti storici alla luce della Provvidenza, offre la chiave interpretativa necessaria per affrontare questioni che continuano a determinare le vicende della Chiesa, con le sue apostasie, le sue persecuzioni e i suoi eroismi.

L’ultima parola, in questo orizzonte drammatico, spetta a colui che ha il mandato divino di guidare la Chiesa e che la stessa Fraternità San Pio X riconosce come il legittimo Vicario di Cristo, il Papa, oggi regnante, Leone XIV. Nessuna vera e definitiva soluzione ai gravi problemi che affliggono il Corpo Mistico di Cristo potrà essere trovata al di fuori del Romano Pontefice o contro di lui.






TERMINATE LE RIPRESE DEL NUOVO FILM DI MEL GIBSON SULLA RISURREZIONE




Il regista ha affermato che il sequel de La Passione di Cristo uscirà al cinema in due parti: la prima nel 2027 e la seconda nel 2028



BastaBugie n.983 del 24 giugno 2026


di Manuela Antonacci

È uno dei progetti più ambiziosi di Mel Gibson, reduce dal grande successo di The Passion del 2004. Stiamo parlando di «The Resurrection of the Christ» ovvero il sequel, appunto, de La Passione di Cristo, sequel le cui riprese sono cominciate nell'ottobre del 2025 e che uscirà nelle sale cinematografiche in due parti diverse: la prima il 6 maggio 2027 e la seconda il 25 maggio 2028. Entrambe le date coincidono con la Solennità dell'Ascensione. Nel cast avrebbero dovuto esserci sempre Jim Caviezel nei panni di Gesù, Maia Morgenstern nei panni della Madonna e Francesco De Vito nel ruolo di Pietro.

In realtà Caviezel non comparirà più nel film e tutto il cast risulterà completamente rinnovato. Al suo posto l'attore finlandese Jaakko Ohtonen, 36 anni, noto per aver interpretato il guerriero danese Wolland nella quinta stagione della serie Netflix The Last Kingdom, così come per le sue apparizioni in Vikings: Valhalla o in produzioni finlandesi come All the Sins. Non solo, anche il resto del cast è stato completamente cambiato: Maria Maddalena, che in The Passion era interpretata da Monica Bellucci, sarà Mariela Garriga (Muori di lei, Gli uomini d'oro, Mission impossibile: Dead Reckoning).

Al posto di Maia Morgenstern nel ruolo della Madonna ci sarà Kasia Smutniak, mentre Pietro sarà interpretato da Pier Luigi Pasino (La legge di Lidia Poet). Ponzio Pilato sarà interpretato da Riccardo Scamarcio. Il motivo per cui Gibson avrebbe deciso di cambiare totalmente il cast rispetto al primo film, risiederebbe nella notevole distanza temporale dal primo: se non avesse cambiato gli attori sarebbe dovuto ricorrere alla CGI (ovvero la grafica computerizzata che crea scene, personaggi e immagini in 2D o 3D) per ringiovanirli, aumentando notevolmente i costi di produzione. Sappiamo, inoltre, che le riprese sono durate 134 giorni in diverse località italiane (Roma, Matera, Bari, Brindisi, Ginosa e Craco).

Inoltre, la sceneggiatura è stata scritta con Randall Wallace, per intenderci, il regista di Braveheart. Insieme avevano già previsto che il progetto avrebbe avuto una dimensione spirituale e soprannaturale molto più ampia rispetto al primo film. Infatti il critico cinematografico Jordan Ruimy ha riferito che «la sceneggiatura sarà più filosofica e poetica di una storia semplice», una sorta di viaggio in cui Gesù sarebbe andato «in altri regni». Gibson avrebbe addirittura parlato di una «sceneggiatura psichedelica». Il film evidenzierà anche il periodo di tre giorni che inizia il Venerdì Santo, il giorno della morte di Gesù, e analizzerà perché i discepoli non hanno riconosciuto Gesù sulla strada per Emmaus. In questo film, come afferma il suo regista, sarebbero state impiegate una profusione di forze e creatività che hanno portato Mel Gibson ad affermare che si tratta senz'altro del lavoro più importante della sua vita e addirittura di «uno dei film più importanti della storia».

In Italia la pellicola verrà distribuita dalla Lionsgate che coprirà anche Nord America e Regno Unito, mentre in Spagna la distribuzione sarà gestita da Diamond. In America Latina, IDC, la joint venture di Lionsgate nella regione, sarà responsabile della situazione. L'elenco dei partner internazionali include Leonine (Germania), Metropolitan Film (Francia), Monolith (Polonia) e Ascot Elite (Svizzera). Adam Fogelson, presidente del Lionsgate Motion Picture Group, ha descritto così il risultato scenico: «Ogni immagine che abbiamo visto durante le riprese sembra un capolavoro pittorico portato in vita. Sono pochissimi registi capaci di operare a questo livello di immagini e allo stesso tempo capaci di offrire contenuti di tale profondità». Così, ora che le riprese sono terminata e la pellicola è pronta, non resta che aspettare maggio 2027...






Perché ho iniziato ad amare il rito romano tradizionale



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Substack.com un'esperienza molto personale, densa di dettagli che possono apparire ridondanti, ma servono da introduzione per chi è digiuno e interessato. È un excursus che, letto con pazienza, dispiega tutta la sua efficacia.


Il mio viaggio da bizantino a latino



Benjamin John, 8 maggio 2026

Dal rito bizantino al rito latino

Da quando sono diventato cristiano, il rito romano tradizionale è sempre stato qualcosa che mi ha lasciato perplesso. Quando ho iniziato ad approfondire la fede cattolica nel 2018, le comunità online presentavano la Messa in latino tradizionale come l'esperienza più bella e straordinaria che potessi mai vivere. La promessa sembrava essere che, partecipandovi anche solo una volta, avrei avuto un incontro così profondo con il divino da non desiderare nient'altro.

Purtroppo, ciò non è accaduto.

La prima Messa in rito tridentino a cui ho partecipato nella parrocchia di San Giovanni Cantius a Chicago mi ha lasciato deluso e confuso. Mi era stato detto che questa liturgia era il più grande tesoro della civiltà occidentale, ma non riuscivo nemmeno a seguire o a capire cosa stesse succedendo. Da persona che aveva abbracciato la massima dei Santi Tommaso e Agostino secondo cui "nessuno può amare ciò che non conosce", (1) questa mancanza di comprensione (e la mancanza di qualcuno che si impegnasse ad insegnarmi) mi ha profondamente turbato; soprattutto perché non trovavo nemmeno la mia parrocchia locale del Novus Ordo particolarmente edificante dal punto di vista spirituale (tenete presente che all'epoca ero uno studente liceale socialmente impacciato).

In realtà, è stata proprio questa incapacità di trovare una comunità liturgica che mi "connettesse" con me a spingermi a esplorare l'Ortodossia orientale.

La mia prima esperienza con la Divina Liturgia bizantina (nell'Ortodossia orientale) è stata in netto contrasto con i miei tentativi di partecipare alla Messa romana tradizionale. Non appena ho varcato la soglia della parrocchia, sono stato accolto calorosamente da quella comunità ortodossa, mi è stato dato un libro liturgico da seguire e mi sono seduto accanto a qualcuno che mi ha mostrato come usarlo. Dato che non c'era molto che dovessi "imparare" da solo, ho potuto semplicemente sedermi (beh, alzarmi) e vivere un profondo incontro con il Signore nella bellezza della Divina Liturgia. È stato amore liturgico a prima vista.

Dopo essermi formalmente convertito alla Chiesa ortodossa orientale, sono diventato chierichetto e ho imparato molto sui dettagli del rito bizantino. Non solo ho imparato a servire (e talvolta a cantare durante) la Divina Liturgia, ma anche la Proskomidia (il servizio di preparazione alla Divina Liturgia), l'Orthros (il Mattutino bizantino) e i Vespri. Conoscevo queste parti del rito bizantino come le mie tasche e le amavo profondamente (e le amo ancora).

Tuttavia, dopo il mio lungo e arduo percorso dall'Ortodossia orientale al Cattolicesimo, (2) ho preso la decisione consapevole di unirmi alla Chiesa latina piuttosto che alla Chiesa melchita (la chiesa sui juris che avrebbe corrisposto alla mia precedente giurisdizione ortodossa antiochena). Ho fatto ciò per diverse ragioni.

Innanzitutto, da un punto di vista più pratico: sono entrato nella Chiesa cattolica attraverso una parrocchia di rito latino (Novus Ordo) a Chicago, che ha un parroco e una comunità meravigliosi a cui desideravo appartenere. Inoltre, dato il mio desiderio di partecipare alle comunità giovanili cattoliche, non potevo evitare di frequentare gli eventi delle numerose parrocchie di rito latino intorno a me. In definitiva, non era pratico frequentare regolarmente tutte queste parrocchie di rito latino essendo canonicamente vincolato alle consuetudini e alle discipline del rito bizantino.

In secondo luogo, ero stanco di essere "diverso". Per quanto "essere bizantino" possa sembrare attraente ad alcuni occidentali, a me non interessava più. Vivo in un paese occidentale che segue il calendario liturgico occidentale (negli Stati Uniti San Valentino si celebra il 14 febbraio, non il 6 luglio), la maggior parte dei cattolici intorno a me è di rito latino, e io stesso sono occidentale, non orientale. Fin da bambino ho desiderato entrare in contatto con la mia eredità occidentale/tedesca (al punto da aver studiato tedesco a livello B2, frequentando per un periodo il Goethe Institut di Chicago e una scuola di lingue a Berlino), quindi naturalmente desideravo anche entrare in contatto con l'eredità liturgica dei miei antenati.

Eppure il mio desiderio di unirmi al rito latino andava ancora più in profondità.

Dopo essermi formalmente riconciliato con la Chiesa cattolica, sono stato felice di abbracciare la teologica latina tradizionale. San Tommaso d'Aquino fu il primo vero insegnante di Dio ai tempi del liceo, e anche come cristiano ortodosso orientale consideravo lui e altri dottori latini (in particolare i santi Agostino e Gregorio) come maestri affidabili. Prima della mia conversione, molti dei miei correligionari ortodossi mi consideravano addirittura un "latinizzatore" poiché mostravo deferenza verso la tradizione latina su questioni come il peccato originale, la validità dei sacramenti non ortodossi e la natura dell'autorità ecclesiastica. (3) Diventare cattolico mi ha quindi liberato e mi ha permesso di accettare pienamente la tradizione teologica occidentale che (a malincuore) mi sentivo costretto a sopprimere nell'Ortodossia orientale.

Nonostante ciò, la tradizione liturgica latina, che aveva ispirato la teologia di quei santi e dottori che amavo, rimaneva a distanza. Ascoltavo con grande piacere il coro della chiesa ortodossa di San Patrizio (di rito occidentale), ma mi sentivo comunque a disagio con qualsiasi liturgia occidentale che non fosse "bizantinizzata", come lo sono certamente i riti occidentali nell'Ortodossia orientale. È a questo che ho cercato di porre rimedio, assicurandomi di aderire canonicamente alla Chiesa cattolica latina.

Cominciare la comprensione del rito romano

La prima volta che ho ricevuto la Santa Comunione nella Chiesa Cattolica è stata durante una solenne Messa del Novus Ordo, vestito con la talare e la cotta, inginocchiato vicino all'altare maggiore. È stata un'esperienza profonda e celestiale.

Durante il mio primo anno in Chiesa, il mio parroco mi fece svolgere diversi ruoli come chierichetto per familiarizzarmi con la struttura generale della Messa di rito latino. Era molto diversa dal rito bizantino, quindi ci vollero diversi mesi prima che capissi effettivamente la "sequenza" della Messa: la processione, l'incensatura dell'altare, il Kyrie, il Gloria, le letture, ecc. Alla fine, però, ci riuscii.

Io durante la Veglia Pasquale del 2025


Poiché il mio parroco celebrava regolarmente la Messa tridentina prima che fosse "vietata" nella Chiesa di Chicago, si è sempre sforzato di rendere la sua celebrazione del Novus Ordo il più simile possibile alla tridentina. Celebriamo sempre la Messa ad orientem all'altare maggiore, usiamo molto incenso, latino, canto gregoriano o altre forme di musica sacra, e a volte eseguiamo persino un Canone Romano silenzioso. L'uso di lettori e "ministri straordinari" (quando il diacono non è presente) è limitato ai ministranti che, se la diocesi lo volesse davvero, accetterebbero gli ordini minori consoni ai loro rispettivi ruoli. E va da sé che usiamo la balaustra dell'altare per la ricezione della Santa Comunione da parte dei fedeli (così come delle patene), e la stragrande maggioranza dei parrocchiani riceve il Signore Eucaristico sulla lingua.

Devo ammettere che, all'inizio, alcune delle peculiarità della Messa tradizionale presente nella mia nuova parrocchia cattolica mi hanno inizialmente infastidito. Provenendo da una parrocchia ortodossa che dava grande importanza al canto comunitario e alla partecipazione esterna, e avendo avuto un breve periodo con una setta protestante riformata che faceva lo stesso, non riuscivo proprio ad abituarmi a cose come una lingua sacra, elaborati brani musicali e preghiere inudibili (sebbene anche il rito bizantino preveda preghiere inudibili, il mio precedente sacerdote ortodosso le recitava sempre ad alta voce). Ma pian piano le cose hanno cominciato a cambiare.

Sebbene inizialmente mi irritasse non avere una mia "frase" da recitare ogni quindici secondi, ho iniziato a comprenderne la saggezza. Riflettendo su molte delle mie esperienze liturgiche passate, sia nell'Ortodossia Orientale che nel Protestantesimo Riformato, mi sono reso conto che in molte funzioni a cui avevo partecipato ero "attivamente coinvolto" esteriormente, ma non interiormente. Era come percorrere una strada che hai già fatto un milione di volte. Quando arrivi a destinazione, non ti ricordi nemmeno di averla percorsa. Questo accadeva in numerose liturgie. Arrivavo alla fine di tutte le mie "frasi" liturgiche e mi rendevo conto di non ricordare di aver pregato nemmeno una volta. Attraverso la mia esperienza con il rito romano, ho iniziato a considerare questo aspetto piuttosto problematico.

Tuttavia, non ero ancora del tutto convinto del rito romano tradizionale . Doveva per forza essere tutto in una lingua sacra? Doveva esserci per forza tutto quel silenzio? I brani musicali dovevano essere così elaborati? Queste difficoltà persistevano e, in una certa misura, persistono ancora oggi, ma non del tutto.

Alla scoperta del Breviario Romano

Il primo passo per placare alcune di queste preoccupazioni e approfondire il mio amore per il rito romano fu quando il mio parroco mi prestò il Breviario Romano del 1962. È necessario un po' di contesto prima che il significato di questo possa essere pienamente compreso.

Una volta convertitomi al cattolicesimo, una delle mie maggiori difficoltà con il rito romano è stata l'apparente assenza dell'Ufficio Divino. Mattutino e Vespri erano tra le mie celebrazioni preferite nel rito bizantino, quindi dove erano finiti nel rito latino? Per fortuna, come ho già spiegato, ho incontrato un ex seminarista (ora novizio) che mi ha informato che l'Ufficio è ancora presente, anche se non nella maggior parte delle parrocchie. Mi ha insegnato a pregare e cantare la Liturgia delle Ore usando il Salterio di Mundelein, dal quale recito ancora oggi Lodi e Vespri ogni giorno. Inoltre, guido il canto delle Lodi nella mia parrocchia ogni domenica e dei Vespri dopo il mio studio biblico del giovedì.

Fu solo dopo essermi abituato alla Liturgia delle Ore che conobbi il Breviario Romano tradizionale, e fu amore liturgico a prima vista. Dopo aver letto le istruzioni incredibilmente dettagliate della Baronius Press su come usare il Breviario, e aver consultato DivinumOfficium.com ogni volta che mi perdevo, il primo ufficio tradizionale che recitai fu il Mattutino per la festa dell'Immacolata Concezione. Da quel momento ne rimasi affascinato.

Durante le prime due settimane in cui ho avuto il Breviario, sono quasi certo di aver recitato ogni singolo ufficio ogni singolo giorno (persino le Lodi mattutine). Naturalmente, alla fine mi sono stancato e sono riuscito a ridurre la frequenza, limitandomi a recitare regolarmente Prima [l'Ora Prima è stata soppressa dal Vaticano II -ndT] e Compieta, oltre alle Piccole Ore per le quali riuscivo a trovare il tempo. Ma l'immersione totale nel Breviario Romano tradizionale mi ha lasciato un'impressione indelebile.

Mi sono reso conto di quanto mancasse alla moderna Liturgia delle Ore. Ad esempio, ho visto che c'erano più versi di Versicle e di Risposta memorizzabili rispetto al solo Deus in adiutorium. C'è anche il Domine, exaudi orationem meam, Benedicamus Domino, Exsurge Christe, adiuva nos, Pretiosa in conspectu Domini, Adiutorium nostrum in nomine Domini, ecc. C'è anche una profonda bellezza nel terminare (quasi) ogni ufficio con una preghiera per i fedeli defunti, Fidelium animae, per misericordiam Dei, requiescant in pace. E, suvvia, non c'è niente di più bello che cantare i Fratres: Sobrii estote, et vigilate, all'inizio di Compieta.

I lettori più attenti potrebbero inoltre notare che la maggior parte dei versi che ho menzionato si trovano nell'ufficio di Prima, che purtroppo è stato rimosso dalla moderna Liturgia delle Ore. Integrare Prima nella mia vita di preghiera mi ha permesso di vedere come essa completi le Lodi, nello stesso modo in cui Compieta si abbina ai Vespri. Mentre la nostra adorazione serale si conclude con la contemplazione/preparazione alla nostra morte (l'esame di coscienza), la nostra adorazione mattutina inizia con la meditazione sulla santa morte dei martiri (il Martirologio Romano).

Inoltre, non riesco proprio a capacitarmi di quanto siano belle le preghiere nell'ufficio di Prima: Respice in servos tuos, Domine… Et sit splendor Domini Dei nostri super nos, Dirigere et sanctificare, regere et gubernare dignare, Domine Deus, Rex cæli et terræ, ecc. Sono davvero triste nei giorni in cui non riesco a pregare Prima.

Inoltre, posso personalmente testimoniare che un ciclo liturgico di una settimana è molto più efficace per interiorizzare il Salterio. Sebbene io preghi la Liturgia delle Ore da più tempo del Breviario Romano, ho memorizzato molto di più da quest'ultimo che dal primo. E non intendo "memorizzare" solo nel senso di essere in grado di recitare le parole a memoria (cosa che non sempre riesco a fare). Il Breviario Romano ha permesso all'intera etica del Salterio (salmi imprecatori compresi) di entrare nella mia anima in un modo che la Liturgia delle Ore non è riuscita a fare completamente. Grazie alla ripetizione del Breviario e alla sua assenza di edulcorazioni, riesco a comprendere la Passione di Nostro Signore in modi che non avevo mai sperimentato prima.

Questo vale anche per le letture più frequenti degli uffici liturgici tradizionali: sono molto più facili da memorizzare e quindi da meditare, dato che le si incontrano con grande frequenza. L'uomo moderno, con la sua scarsa capacità di attenzione, non è fatto per il Salterio che dura quattro settimane. Ha bisogno (o almeno io ho bisogno) di una ripetizione e di un rinforzo costanti affinché le cose rimangano impresse, e il Breviario Romano lo fornisce.

A questo punto avrete forse capito che, più pregavo il Breviario, più mi ritrovavo a dare un'occhiata al lato sinistro del testo latino-inglese. Alla fine decisi di pregare l'Invitatorio in latino ogni giorno, così come la maggior parte degli ordinari di Prima e Compieta. Ben presto "la maggior parte" divenne "tutti", e mi ritrovai a pregare anche tutti i salmi in latino. Arrivai al punto di desiderare di imparare il latino, e così da un paio di mesi sto prendendo lezioni private. C'è qualcosa di indicibilmente profondo nel lodare Gesù Cristo nella stessa lingua che fu usata per condannarlo (cfr. Gv 18,33-38; 19,19-20). Approfondirò il tema delle lingue sacre più avanti.

Sono rimasto particolarmente colpito dalla bellezza del Breviario Romano durante la scorsa Quaresima. Il Laus tibi Domine che inizia ancor prima della Quaresima, l'omissione del Gloria Patri durante il Tempo di Passione, la conclusione brusca di molti uffici (dove si prescrive che tutti "se ne vadano in silenzio", anziché recitare le preghiere conclusive), l'indicazione specifica di non accendere candele e di non cantare: ho capito che il "digiuno liturgico" del rito romano andava ben oltre la semplice omissione dell'alleluia, e l'ho adorato!

Per me, tutto ciò culminò il mercoledì, quando la mia parrocchia celebrò le tradizionali Lodi e Mattutino per la celebrazione delle Tenebre. Dato che a quel punto sapevo effettivamente usare il mio Breviario, potei seguire la celebrazione con facilità e immergermi profondamente in tutte le letture (che venivano cantate in latino). Avevo pregato il Miserere, Salmo 50, in latino ogni giorno per tutta la Quaresima in preparazione a questa celebrazione (e l'ho pregato anche in inglese quasi ogni giorno negli ultimi sette anni, come parte della mia regola di preghiera). Quindi, quando finalmente è arrivato il momento per il nostro coro di cantare il Miserere di Gregorio Allegri durante il culmine delle Tenebre, l'impatto su di me fu indescrivibile.

Quel servizio liturgico ha fatto luce su tre aspetti della liturgia latina tradizionale che prima mi sfuggivano: l'importanza (1) del linguaggio sacro, (2) della musica elaborata e (3) del mistero. Il Miserere di Allegri non sarebbe quello che è se non combinasse questi tre principi. Né la mia esperienza sarebbe stata la stessa se non avessi trascorso così tanto tempo immergendomi nel mondo del Salmo 50, sia nella sua versione inglese che in quella latina. Le Tenebre sono state davvero la ciliegina sulla torta del mio lento processo di coltivazione dell'amore per il rito romano tradizionale.

Apprendere la storia del rito romano
 
Non dovrebbe sorprendere che, iniziando a scoprire la bellezza unica del Breviario Romano tradizionale, abbia percepito anche la stessa bellezza nella Messa Romana tradizionale (la Messa Tridentina). Essendo inizialmente frustrato dalla Messa Tridentina perché non ne sapevo nulla, ho pensato che il modo migliore per innamorarmene fosse quello di fare delle ricerche. Così ho preso in mano tre libri: " Treasure and Tradition" di Lisa Bergman, " Turned Around" di Peter Kwasniewski e "The Traditional Mass" di Michael Fiedrowicz.

Da appassionato di storia della Chiesa, ho apprezzato particolarmente la documentazione di Fiedrowicz sulla storia della Messa romana. I miei lettori sanno quanto tempo ho dedicato allo studio della teologia della Chiesa romana tardoantica/altomedievale, e quindi sono stato lieto di vedere nomi come quelli dei papi San Leone Magno, San Gregorio Magno, Vigilio, Onorio e Adriano in contesti diversi da quelli relativi ai dogmi papali.

Una delle prime cose che ho imparato da Fiedrowicz è che quello che oggi conosciamo come "rito romano" era originariamente fedele al suo nome: il rito celebrato nella diocesi di Roma. Più precisamente, era il rito celebrato dallo stesso pontefice romano nella sua chiesa del Laterano (e in seguito nelle sue chiese "stazionali"). Pertanto, i singoli vescovi di Roma potevano e di fatto diedero un contributo duraturo al rito romano.

Ho scoperto che ciò era vero per San Leone Magno (m. 461), che probabilmente aggiunse la propria formulazione a diverse preghiere liturgiche; Papa San Gelasio (m. 496), che importò la litania del Kyrie dal modello liturgico orientale; persino papi come Vigilio e Onorio regnavano quando si svilupparono importanti testi liturgici; e naturalmente, San Gregorio Magno (m. 604) non solo scrisse diverse preghiere che sono ancora in uso nel Missale Romanum del 1962, ma diede anche sia al Canone Romano che all' Ordo Missae le loro forme tradizionali. Gregorio è anche colui che collocò il Pater Noster dove si trova nella Messa, alla conclusione del Canone (ed è anche colui che fece recitare la maggior parte del testo da solo dal sacerdote). Come osserva Fiedrowicz, "In questo senso, la celebrazione classica della Messa può essere giustamente definita il Rito di San Gregorio.(4)

Il fatto che il rito romano tradizionale sia intimamente legato a molti dei miei eroi papali dell'antichità ha accresciuto notevolmente il mio amore per la Messa tridentina. Ma non è stata l'unica ragione storica ad approfondire la mia affinità per il rito tradizionale. Ho anche imparato che il rito romano non è legato solo ai singoli papi, ma è, in un certo senso, anche la memoria vivente della più ampia storia liturgica dell'Occidente.

Fiedrowicz spiega che, tra i riti liturgici delle città potenti, il rito romano era originariamente unico in quanto non sostituiva altri riti locali: «I Patriarchi d'Oriente plasmarono in modo significativo la liturgia delle loro aree di influenza; al contrario, sebbene il vescovo di Roma fosse effettivamente il patriarca dell'Occidente, la maggior parte della Chiesa latina d'Occidente inizialmente non seguiva il rito romano, bensì le varie forme dei cosiddetti riti gallicani». Di conseguenza, la graduale adozione del rito romano da parte dell'Occidente «fu dovuta meno all'iniziativa dei papi che a quella dei vescovi o dei governanti di altre regioni, che cercavano di allinearsi alle consuetudini liturgiche» di Roma.(5)

Il mio esempio preferito è l'accoglienza del rito romano da parte di Carlo Magno da parte di Papa Adriano. Già nel VII secolo, i viaggiatori provenienti da altre terre occidentali che si recavano a Roma avevano accresciuto la fama e il prestigio della liturgia papale. Tanto che, all'epoca di Carlo Magno, questi si propose di standardizzare e "romanizzare" le (caotiche) e diverse liturgie gallicane del suo regno. Ciò lo spinse a chiedere a Papa Adriano una copia autentica del Sacramentario Gregoriano, che giunse a Carlo Magno intorno all'anno 785 con il nome di Hadrianum. Questo sacramentario contribuì a plasmare la liturgia di palazzo di Carlo Magno, che a sua volta influenzò l'intero progetto di riforma liturgica carolingia. Ecco perché nel IX secolo si trovavano chiese franche che commemoravano martiri romani di cui non avevano mai sentito parlare, e persino le chiese stazionali romane! (6)


Miniatura del XV secolo raffigurante Adriano I che saluta il re franco Carlo Magno.

Tuttavia, l'influenza liturgica non è stata a senso unico.

A differenza dei Romani, i Franchi erano molto più sensibili nella loro devozione. Al rito romano aggiunsero quindi, tra le altre cose, un maggior numero di incensazioni dell'altare, la solenne proclamazione del Vangelo con processione, incenso, candele e acclamazione, nonché il bacio dell'evangelista e il bacio finale dell'altare con la relativa preghiera. Riempirono molti dei "momenti di silenzio" del celebrante con preghiere silenziose, ad esempio durante la vestizione, l'ingresso, il bacio dell'altare, l'incensazione, ecc. Persino il Canone Romano, che a quel tempo era già silenzioso, fu abbellito con molti gesti, inchini e segni della croce.

Le solenni azioni liturgiche che oggi diamo per scontate – la processione della Domenica delle Palme, la lavanda dei piedi del Giovedì Santo, l'adorazione della Croce del Venerdì Santo, la benedizione del fuoco e il cero pasquale – furono anch'esse il risultato della presenza del rito romano nelle terre franche. Nelle parole di Fiedrowicz, tutte queste rientravano tra le “nuove, concrete e commoventi cerimonie con cui il clero celtico e germanico, che operava nel regno carolingio, aveva arricchito il rito romano, in precedenza privo di emozioni e piuttosto laconico”.(7)

Sono rimasto piacevolmente sorpreso di apprendere che molti degli elementi "fondamentali" del rito romano tradizionale non derivano in realtà dal rito romano stesso, ma piuttosto da altre antiche tradizioni liturgiche occidentali. Fu in gran parte grazie ai monarchi Hohenstaufen Ottone I e Ottone II, che donarono a Roma libri liturgici "artisticamente realizzati negli scriptorum a nord delle Alpi",(8) che il rito romano ricevette questi arricchimenti franco-germanici nella sua città d'origine. È stato davvero sorprendente scoprirlo, per me che ho origini germaniche!

Lo sviluppo del rito romano mi ha quindi ricordato il percorso del Vangelo nel libro degli Atti. Il Vangelo viene proclamato per la prima volta a Gerusalemme (Atti 2-10), si diffonde verso la Samaria (Atti 8) e altre terre gentili (Atti 11-13), per poi ritornare a Gerusalemme in Atti 15. Il Vangelo si rivolge quindi nuovamente ai Gentili (Atti 16-20), per poi tornare a Gerusalemme in Atti 21. Il fatto che gli Atti si concludano con San Paolo a Roma (Atti 28) implica che il Vangelo sarebbe infine tornato a Gerusalemme un'ultima volta. Ciò accadde effettivamente dopo che l'imperatore romano, San Costantino, si convertì al cristianesimo e inviò sua madre, la regina Sant'Elena, a Gerusalemme per recuperare le reliquie dalla patria di Nostro Signore.

Così come il Vangelo ebbe inizio in Giudea, si arricchì grazie al contributo dei Gentili e poi tornò a benedire la Chiesa di Gerusalemme (nota: questo processo prefigura la conversione finale dell'intero popolo ebraico alla fede), allo stesso modo il rito romano ebbe inizio a Roma, si arricchì grazie ai popoli "più gentili" come i Franchi e i Germani, per poi tornare a benedire la Chiesa romana.

Fiedrowicz descrive questo processo in modo mirabile: «In modi inaspettati, Roma recuperò il tesoro liturgico che inizialmente era stato lasciato in eredità ai popoli gallo-franchi, poi agli altri Germani».(9) Naturalmente, non tutto ciò che Franchi e Germani aggiunsero alla liturgia fu accettato a Roma. Alcune preghiere non erano abbastanza «temperate» o «sobrie» per lo «spirito romano», e quindi furono omesse o abbreviate: «Così, le preghiere ai piedi dell'altare furono adottate quasi integralmente, le preghiere che accompagnavano l'Offertorio parzialmente, mentre delle numerose 'preghiere di apologia' private del celebrante, originate dallo spirito penitenziale del monachesimo, rimase solo il Suscipe, sancta Trinitas».(10)

Resta però il fatto che, nella tarda antichità, il rito romano rappresentava più delle sole consuetudini liturgiche del vescovo di Roma. Conteneva in sé anche una "memoria liturgica" di molte antiche chiese occidentali. Ho trovato questa cosa davvero interessante e ha ulteriormente accresciuto la mia ammirazione per il rito tradizionale.

Naturalmente, la "riforma gregoriana" sotto il pontificato di San Gregorio VII (morto nel 1085) cercò di standardizzare il rito romano in tutto l'Occidente, in particolare nelle regioni che avevano i propri riti (ad esempio Milano e Toledo). Tuttavia, coloro che ebbero maggior successo in questo intento sembrano essere stati i Francescani. Questo perché fu sotto il pontificato di Onorio III (morto nel 1227), il pontefice che confermò sia l'ordine domenicano che quello francescano, che la Curia papale ricevette un proprio Messale per il rito romano, appositamente concepito per agevolare i frequenti viaggi della Curia (ad esempio, accorciando le preghiere, semplificando le azioni cerimoniali e così via).

In omaggio al pontefice che aveva confermato il loro ordine, e anche per avere una forma di culto standard durante i viaggi in regioni che presentavano una “varietà incontrollabile di costumi liturgici [locali]”, l’Ordine francescano decise “di obbligare i propri frati all'usus Romanae curiae”. 11 A tal fine, il Ministro Generale dei Francescani revisionò l’Ordinamento della Messa della Curia Romana producendo un nuovo Messale nel 1243, che fu successivamente diffuso in tutto l’Occidente dai francescani itineranti. 12

Questo Messale francescano ha gettato le basi per il Messale della Curia Romana del 1474, che a sua volta ha preparato il terreno per il Missale Romanum del 1570, promulgato in seguito al Concilio di Trento. Ed è proprio questa "Messa tridentina" che rimane (con piccole modifiche) ciò che oggi conosciamo come Messa Tridentina. Si potrebbe dire molto di più sulla storia del rito romano, ma per ora mi fermo qui, poiché questo articolo non ha la pretesa di essere un'esposizione esaustiva di tale storia.

Il punto è questo: conoscere la storia del rito romano tradizionale mi ha fatto innamorare ancora di più di esso, non per via di qualche storia fantastica che vede la Messa tridentina completamente immutata dai tempi apostolici o qualcosa del genere (una fantasia che non ho mai visto presentare da tradizionalisti informati), ma piuttosto per quello che è realmente: l'autentico patrimonio liturgico della cristianità occidentale. Fiedrowicz lo ha riassunto meglio di quanto potrei fare io:

Così come praticamente ogni parte della Basilica di San Marco a Venezia, dal pavimento al tetto, è stata aggiunta nel corso di un secolo o dell'altro da vari paesi stranieri, allo stesso modo la liturgia cristiana si è formata a partire dai tesori di Gerusalemme, Roma e Bisanzio. Mattoni provenienti da diversi gruppi culturali ed epoche sono stati riuniti e utilizzati per la sua costruzione. Elementi del servizio sinagogale ebraico (letture), dell'antico stile di preghiera romano (Canone), del cristianesimo orientale (Kyrie eleison), della spiritualità monastica (preghiere silenziose) e di altri ancora sono confluiti in essa. Man mano che elementi di diversa origine sono stati incorporati nella Messa romana, la sua forma ha raggiunto la sua singolare universalità.

La Messa tradizionale nel rito romano è un edificio antico, segnato da secoli e stili, spesso modificato e ulteriormente abbellito, talvolta restaurato qua e là, un edificio in cui si può rintracciare, pezzo per pezzo, il secolo della sua origine, ma solo nei casi più rari si riesce a identificare l'artista che ha progettato questo o quell'elemento e lo ha aggiunto al tutto. A differenza dell'architettura moderna, dove il nome dell'architetto è indissolubilmente legato agli edifici da lui costruiti, i creatori delle grandi cattedrali del Medioevo rimangono perlopiù anonimi. Si ritirano completamente dietro le opere che hanno creato. Allo stesso modo, la Messa tradizionale non ha un autore; è quasi impossibile dire chi abbia creato una particolare preghiera o introdotto una certa cerimonia. È proprio in questo anonimato che risiede la grandezza della Messa tradizionale: «Poiché la Santa Messa non aveva un autore... ognuno era libero di credere e sentire che fosse qualcosa di eterno, non creato da mani umane».

Michael Fiedrowicz, La Messa Tradizionale , p. 63.


Dissipare le mie esitazioni

Nonostante avessi coltivato questo amore per il rito romano tradizionale, alcune esitazioni interiori persistevano a causa degli anni trascorsi fuori dalla Chiesa cattolica.

Ad esempio, prima di convertirmi al cattolicesimo, sentivo spesso i tradizionalisti sostenere che, poiché la molteplicità delle lingue era originariamente una maledizione imposta in seguito all'incidente della Torre di Babele (cfr. Gen 11), l'"annullamento" di questa maledizione consiste nel fatto che la Chiesa universale abbia un'unica lingua: il latino. Pensavo che questa fosse un'argomentazione terribile e teologicamente infondata (e lo penso tuttora).

Innanzitutto, la Chiesa universale non ha una sola lingua sacra, ma ben numerose: latino, greco koinè, slavo, aramaico, ecc. Questo per riflettere il vero rovesciamento dell'episodio di Babele, la Pentecoste, durante la quale il mondo non è tornato a un'unica lingua, ma ha sperimentato una benedizione sulla moltitudine di lingue (cfr. Atti 2,6). Infatti, se si legge la storia di Babele nel suo contesto, si può dedurre che l'esistenza di molte lingue non doveva affatto essere una maledizione.

Dio disse a Noè e ai suoi discendenti: "Siate fecondi e moltiplicatevi, crescete grandemente sulla terra e moltiplicatevi in essa" (Gen 9,7), cosa che non fecero affatto riunendosi nelle pianure di Shinar. Dio voleva che la famiglia umana si diffondesse sulla faccia della terra, si moltiplicasse e si diversificasse. Voleva che l'umanità avesse una molteplicità di nazioni, culture e lingue. L'uomo non ascoltò, e quindi Dio dovette realizzare questo desiderio personalmente. Da qui la "maledizione" di Babele.

Ecco perché, in Genesi 11:7, Dio dice: "Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua". Quando è stata l'ultima volta che il Signore ha parlato in questo modo? "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza... a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò " (Gen 1:26-27). Dio ha invocato per la prima volta la Sua distinzione interiore ("noi", "nostro") quando ha creato l'uomo a Sua immagine: un'unica umanità in due generi distinti. Ha fatto lo stesso quando ha creato lingue e culture distinte all'interno dell'unica famiglia umana. La diversità delle lingue, quindi, lungi dall'essere una mera maledizione, è un'espressione creativa della vita intratrinitaria di Dio stesso.

Questa è una realtà che alcune argomentazioni tradizionaliste a favore dell'uso del latino liturgico sembravano sminuire. Se a ciò si aggiunge la loro generale mancanza di attenzione verso testi come 1 Corinzi 14:14-19, in cui San Paolo sembra sottolineare l'importanza della comprensione intellettuale nel culto (ad esempio, "come può uno che non è di Dio dire 'Amen' al vostro ringraziamento, se non sa quello che dite?"), si comprende perché avessi tanta esitazione nell'accettare il latino come lingua di preghiera. Questo stesso ragionamento mi ha creato difficoltà anche nell'accettare le preghiere silenziose nella Messa in latino.

Come ho fatto dunque a dissipare queste esitazioni?


Ho iniziato leggendo la trattazione di Peter Kwasniewski sulla “maledizione di Babele” nel suo libro Turned Around. Egli afferma che, “Anche se i ricchi frutti poetici di più lingue possono essere considerati una benedizione voluta da Dio, la difficoltà e spesso l’impossibilità di un discorso comune tra animali razionali è indubbiamente una maledizione”. 13 Giusto. Non nego che la storia di Babele metta effettivamente in luce la “confusione” che più lingue creano per l’umanità peccatrice.

Kwasniewski osserva poi che l'unione attorno a una lingua sacra non era affatto una prerogativa esclusiva dell'Occidente cristiano: "ogni antica chiesa cristiana ha sviluppato una lingua e un idioma sacri per il culto: la Chiesa greco-ortodossa usa ancora il greco koinè, i russi lo slavo ecclesiastico, gli etiopi il ge'ez, i copti il copto letterario, ecc." (14) Aggiunge in modo sorprendente che, in questo modo, ogni Chiesa apostolica ha attuato "un ritorno simbolico alla condizione prelapsariana del Giardino dell'Eden, quando gli esseri umani avrebbero parlato una sola lingua".(15)

Questo mi ha aiutato a capire che, in realtà, esiste un modo per salvare l'argomentazione tradizionalista che avevo deriso in precedenza. Gli amanti della Messa Tridentina possono davvero considerare la molteplicità delle lingue come una benedizione "pentecostale" di Dio, di cui la Chiesa è un esempio attraverso la pluralità dei riti liturgici. Tuttavia, all'interno di ogni singolo rito, l'ideale edenico di un'unica "lingua sacra" unificante può essere preservato. Grazie a questa importante sfumatura, ho compreso che l'argomentazione della "maledizione di Babele" a favore dell'uso di una lingua sacra può essere sostenuta.

Un altro argomento tradizionalista che un tempo deridevo, e che Kwasniewski ha opportunamente sfumato, riguarda la triplice iscrizione sulla Croce del Signore. Ho pensato che fosse piuttosto profondo e quindi degno di nota:

La sfera cristiana orientale ha sempre mostrato una diversità linguistica di gran lunga maggiore rispetto a quella occidentale, che è rimasta saldamente ancorata al latino per oltre 1600 anni – un periodo più lungo con un'unica lingua di culto rispetto a qualsiasi altra tradizione religiosa, fatta eccezione per l'uso dell'ebraico da parte degli ebrei e del greco da parte degli ortodossi greci . Non sorprende quindi che si sia diffusa la convinzione che le tre grandi lingue sacre siano l'ebraico, il greco e il latino, sulla base della triplice iscrizione che Ponzio Pilato fece apporre sulla croce di Nostro Signore Gesù Cristo.

Peter Kwasniewski, Turned Around, p. 205 [edizione Kindle].


A questo punto, Kwasniewski cita Fiedrowicz, il quale documenta ulteriormente come questo fenomeno del “linguaggio sacro” non sia limitato al cattolicesimo latino:

Il fenomeno di una lingua sacra si riscontra in tutte le religioni . Una lingua simile era usata dagli oracoli greci dell'antichità e si può ritrovare nelle preghiere pagane dell'antica Roma, le cui formule risalgono a tempi remotissimi, talvolta incomprensibili persino al sacerdote stesso, pur essendo ancora utilizzate per rimanere fedeli alla tradizione ancestrale. Ai tempi di Cristo, gli ebrei usavano l'ebraico antico per le loro funzioni religiose, sebbene fosse incomprensibile al popolo. Nelle sinagoghe, solo le letture e alcune preghiere ad esse correlate erano scritte in aramaico, la lingua madre; i grandi testi sacri, quelli consolidati, venivano recitati in ebraico. Sebbene Cristo attaccasse con fermezza il formalismo dei farisei sotto altri aspetti, non mise mai in discussione questa pratica . Poiché la cena pasquale veniva celebrata principalmente con preghiere in ebraico, anche l'Ultima Cena fu caratterizzata da elementi di una lingua sacra . È quindi possibile che Cristo abbia pronunciato le parole della consacrazione eucaristica nella lingua sacra ebraica. Anche altre religioni del mondo riconoscono lingue sacre diverse da quelle di uso quotidiano. I musulmani usano l'arabo classico per le loro preghiere, i buddisti il pali e gli indù il sanscrito.
Anche all'interno del cristianesimo si sono sviluppate diverse lingue specifiche per il culto. Così, i greci ortodossi celebrano la loro liturgia in greco antico e i russi in slavo ecclesiastico. Inoltre, si utilizzano l'armeno, il copto e il siriaco. Sebbene in origine queste fossero certamente le lingue vive e vernacolari, nel corso del tempo si sono progressivamente allontanate dal linguaggio quotidiano, fino ad assumere il carattere di una vera e propria lingua di culto. Persino le funzioni anglicane utilizzano il melodioso inglese elisabettiano presente nel Libro della Preghiera Comune . Michael Fiedrowicz, La Messa Tradizionale, pp. 153-4.

Grazie a Kwasniewski e Fiedrowicz, ho compreso che l'uomo non può fare a meno di creare linguaggi sacri con cui relazionarsi al divino. Persino nel tentativo di scrollarsi di dosso il concetto "romano" di linguaggio sacro, i discendenti della Riforma finirono per crearne delle proprie versioni, come ad esempio il tedesco di Lutero o l'inglese elisabettiano utilizzati nel culto!

Il fatto che le lingue sacre si siano sviluppate in ogni epoca, cultura e religione, compresa quella di nostro Signore (ovvero il giudaismo del primo secolo), indica che si tratta di una manifestazione organica della natura umana stessa. Anzi, il fatto che nostro Signore conoscesse indubbiamente il concetto di lingua sacra, eppure non l'abbia mai condannata (pur condannando altre usanze religiose create dall'uomo ai suoi tempi), dimostra che non si tratta di una corruzione della virtù della religione, bensì di una sua splendida espressione.

Tratto dal “Grande Rotolo dei Salmi” (11QPsa) scoperto nei pressi del Mar Morto. 
Si stima che sia stato copiato tra il 30 e il 50 d.C. ed è scritto in ebraico biblico 
(non in aramaico volgare).


Questa nuova comprensione è stata in definitiva ciò che mi ha permesso di abbracciare il latino liturgico nella mia preghiera del Breviario Romano, come spiegato sopra. Tuttavia, le difficoltà persistevano.

Continuavo a sentirmi a disagio per il modo in cui alcuni tradizionalisti minimizzavano l'importanza della comprensione nella preghiera. Ad esempio, Kwasniewski scrive: “quando consideriamo [la preghiera liturgica] come una preghiera della Chiesa presentata a Dio Onnipotente, possiamo affermare con sicurezza che il suo scopo principale non è la comprensione umana, come se l'obiettivo della recitazione della preghiera fosse la sua comprensione da parte del recitatore o dell'ascoltatore, ma piuttosto l'umile ed efficace supplica a Dio”. 16 Facevo fatica a capire come questo si conciliasse con l'insegnamento di San Paolo, il quale afferma espressamente: “in chiesa preferirei dire cinque parole con la mia mente per istruire gli altri, piuttosto che diecimila parole in lingue” (1 Cor 14,19).

Alcuni potrebbero obiettare che 1 Corinzi 14 trattasse del fenomeno, peculiare del primo secolo, del "parlare in lingue" e che quindi non si possano derivare principi generali di culto da esso. Ma questa controargomentazione non mi ha mai convinto. È esattamente lo stesso ragionamento che i liberali usano per respingere un altro passo di questo stesso capitolo: "le donne stiano in silenzio nelle chiese, perché non è loro permesso di parlare, ma stiano sottomesse... È vergognoso per una donna parlare in chiesa" (1 Cor 14,34-35). Certamente, i tradizionalisti possono vedere la fallacia di un "appello al contesto storico" usato per respingere implicazioni liturgiche altrimenti chiare.

Detto questo, essendo una persona che crede fermamente nella protezione e nella guida dello Spirito Santo nel culto della Chiesa, ho deciso di sopportare questa tensione, anche se non avevo una risposta immediatamente soddisfacente. Confidavo che il Signore mi avrebbe aiutato a capire a tempo debito, e così è stato.

Non pretendo di avere una comprensione esaustiva del fenomeno delle "lingue" avvenuto nel primo secolo, ma ecco cosa posso affermare con una certa sicurezza. C'è una grande differenza tra un messaggio/una preghiera spontanea ricevuta dallo Spirito Santo da una o due persone e un insieme formale di preghiere liturgiche che rimane (relativamente) invariato di anno in anno, o persino di settimana in settimana.

Nel primo caso, senza un interprete presente sul posto, il messaggio andrà perduto e quindi (per lo più) inutile. Punto e basta. Nel secondo caso, invece, grazie alla ripetizione delle preghiere e al fatto che sono in una lingua che può essere studiata e appresa, non c'è urgenza di comprendere immediatamente ogni singola parola recitata.

Kwasniewski mi ha aiutato a capire che questo concetto di “comprensione differita” in relazione ai misteri sacri della fede non è così estraneo alla Sacra Scrittura come alcuni vorrebbero far credere:

Nei Vangeli, vediamo diversi esempi di incomprensione, in cui Nostro Signore non dice: "Bene, dividiamoci in gruppi di discussione sinodali e cerchiamo di capirci qualcosa. Seguirà una votazione, poi un'esortazione domenicale post-sinodale". Lascia che i suoi compagni si crogiolino nella loro mancanza di comprensione perché hanno ancora bisogno di crescere e hanno bisogno della sfida di non capire. Maria e Giuseppe non capivano le parole che diceva; nemmeno i suoi apostoli le capivano. Gesù spesso agiva senza spiegare il perché, come quando mandò i suoi apostoli ad attraversare il lago senza di sé, sapendo che in seguito lo avrebbe attraversato a piedi spaventandoli a morte; o quando dormì nella stiva durante la grande tempesta; o quando si ritirò in luoghi remoti per pregare, nonostante la folla che reclamava altri sermoni. La Scrittura ci dice che molte delle cose più importanti che Gesù disse furono comprese dai suoi discepoli solo dopo la Risurrezione o dopo la Pentecoste.

Peter Kwasniewski, Turned Around, pp. 233-4 [edizione Kindle].

È noto che gli apostoli furono confusi dagli insegnamenti di Cristo sia prima della sua passione (cfr. Mc 4,10-13; 6,51-52; Lc 18,31-34; Gv 16,17-18), sia dopo la sua risurrezione (cfr. At 1,6; 10,17). Nemmeno la Beata Vergine Maria, discepola perfetta di Gesù Cristo, comprese immediatamente tutto ciò che Egli diceva (cfr. Lc 2,50). Lungi dal sminuire la perfetta discepolanza della Madonna, la sua mancanza di comprensione la spinse a "custodire tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51), cosa che fecero anche gli apostoli (cfr. Gv 2,19-22), e che siamo chiamati a imitare.

Basti pensare alle Sacre Scritture stesse. Indipendentemente dalla lingua in cui le si legga, gran parte del loro contenuto è misterioso, criptico e persino sconcertante. Non importa quanto siate dotati linguisticamente, se non avete trascorso anni a immergervi nel mondo del simbolismo biblico, non comprenderete libri come l'Apocalisse.

In effetti, la Parola di Dio parla più spesso nel linguaggio “sacro” dei simboli, dei tipi, dei rituali, delle feste e dei sacrifici, piuttosto che nelle categorie “vernacolari” della teologia sistematica. La Scrittura costringe il lettore a soffermarsi sul testo, a studiarlo, a meditarci sopra e a pregare con esso, per coglierne appieno il significato. Sant'Agostino ha descritto bene questo fenomeno:

Alcune espressioni [nelle Scritture] sono così oscure da avvolgere il significato nella più fitta oscurità. E non dubito che tutto ciò sia stato divinamente disposto allo scopo di sottomettere l'orgoglio attraverso la fatica e di impedire che nell'intelletto si instauri un senso di sazietà, che generalmente tiene in scarsa considerazione ciò che si scopre senza difficoltà... Nessuno, tuttavia, dubita del fatto che in alcuni casi sia più piacevole che la conoscenza venga comunicata attraverso figure retoriche, e che ciò che è accompagnato da difficoltà nella ricerca dia maggiore piacere nel ritrovamento. Infatti, coloro che cercano ma non trovano soffrono la fame. Coloro che, d'altra parte, non cercano affatto perché hanno ciò di cui hanno bisogno proprio accanto a sé, spesso si lasciano andare alla sazietà. Ora, la debolezza derivante da entrambe queste cause è da evitare. Pertanto, lo Spirito Santo, con ammirevole saggezza e sollecitudine per il nostro benessere, ha disposto le Sacre Scritture in modo tale che, con i passi più chiari, sazi la nostra fame e, con quelli più oscuri, stimoli il nostro appetito.
Sant'Agostino, Sulla dottrina cristiana, Libro II, Capitolo 6.


Se comprendessimo immediatamente ogni cosa contenuta nelle Sacre Scritture, non le affronteremmo con riverenza, timore reverenziale e meraviglia. Non avremmo il "piacere" di "cercare" il Signore "con difficoltà". Non avremmo nulla di "oscuro che stimoli il nostro appetito" per il mistero. In poche parole, non saremmo in grado di seguire la saggezza di Proverbi 25:2: "È gloria di Dio nascondere una cosa, è gloria dei re investigarla".

Nel nostro culto a Dio, abbiamo bisogno di soddisfare sia la nostra "sete" di comprensione sia il nostro "appetito" di mistero. Posso testimoniare personalmente che pregare, cantare e adorare in una lingua sacra è incredibilmente adatto a quest'ultimo scopo. Ogni volta che il Gloria viene cantato in latino nella mia parrocchia, ad esempio, anche se il contenuto è lo stesso della versione inglese, spesso mi accorgo di "ricavarne di più", o di riuscire ad approfondirne il significato. Conosco le parole e il loro significato abbastanza bene – la fame dell'intelletto è soddisfatta – e la mia anima inizia a desiderare di più, qualcosa che può avvolgere di sacro mistero anche un inno ben noto. Gloria in excelsis Deo ... ha un impatto diverso da Gloria a Dio nell'alto dei cieli ...

Il rito romano tradizionale non è contrario alla comprensione. Come cita Joseph Shaw, Kwasniewski afferma: “Né l’inaudibilità né l’uso del latino nella pratica creano una barriera di comprensione tra il fedele e la liturgia, poiché i membri dell'assemblea possono consultare un messale, una stampa o uno smartphone per vedere esattamente cosa viene detto, tradotto in una vasta gamma di lingue. Ciò che fa è contrassegnare la liturgia come qualcosa di speciale e distinto dalla vita ordinaria”. (17)

Fiedrowicz sottolinea inoltre che il pericolo di un uso esclusivo della lingua volgare nel culto è che esso “simuli una comprensione che non è assolutamente reale”. 18 Dagli anni '60, quanti cattolici hanno ascoltato costantemente le parole della Messa nelle proprie lingue? Eppure, qualcuno direbbe che coloro che sono stati inculturati nel cattolicesimo degli anni '60 avessero una “comprensione” privilegiata della Santa Messa che non fosse condivisa dai loro predecessori? Ne dubito.

Purtroppo, sono abbastanza sicuro che ci siano molti "cattolici della generazione dei baby boomer" che pensano di capire la Messa perché ne hanno sentito le parole un milione di volte, ma in realtà non ne sanno assolutamente nulla. Certo, attribuire questo esclusivamente all'uso del volgare nel Novus Ordo sarebbe ingenuo. Ma fingere che non abbia avuto alcun ruolo? Altrettanto ingenuo, almeno a mio parere.

“Un linguaggio non comunemente compreso suggerisce ai fedeli di trovarsi di fronte a un mistero che sfugge alla totale trasparenza.” 19 In un'epoca in cui qualsiasi cosa “misteriosa” può (almeno apparentemente) essere dissipata da una ricerca su Google o da un'indagine basata sull'intelligenza artificiale, quanto altro dobbiamo imparare che i Santi Misteri della nostra fede non possono essere esauriti dal nostro intelletto? In un'epoca in cui si possono consultare con disinvoltura i testi più sacri della nostra fede su un dispositivo altrettanto capace di mostrare contenuti illeciti per adulti, quanto altro dobbiamo separare i nostri riti sacri da questo mondo volgare? Usare un linguaggio sacro nel culto è un buon punto di partenza.

Potrebbe contenere: l'immagine di un dipinto raffigurante persone al centro di una stanza con angeli che volano sopra di loro.

Juan Carreño de Miranda, La Messa di San Giovanni di Matha


A differenza di alcuni tradizionalisti (e sottolineo che non mi definisco tale), credo che le riforme liturgiche successive al Concilio Vaticano II abbiano prodotto anche dei benefici. Ad esempio, prima del Concilio Vaticano II, quanti fedeli che partecipavano alla Messa tridentina avevano a disposizione un Messale da seguire effettivamente durante la celebrazione? Quanto era diffusa la pratica nelle parrocchie di incoraggiare i fedeli ad approfondire e a vivere appieno la bellezza delle parole, dei simboli e dei gesti? Non ne sono del tutto certo, ma mi sembra che l'entusiasmo per la Messa tridentina tra i fedeli laici non fosse così diffuso come lo è oggi.

In modo inaspettato, dunque, il Concilio Vaticano II sembra essere riuscito a riaccendere il desiderio dei laici di "partecipare attivamente" alla Messa tridentina. L'unico errore, a quanto pare, è stato pensare che per raggiungere questo scopo fosse necessario un nuovo rito liturgico.

Conclusione


Si potrebbe dire molto di più sul perché ho iniziato ad apprezzare il rito romano tradizionale, ma ritengo che questo articolo sia già abbastanza lungo. Devo precisare che non partecipo regolarmente alla Messa tridentina, ma continuo a pregare con regolarità alcune parti della Liturgia delle Ore, quindi lo scopo di questo articolo non è quello di fare proselitismo per le comunità tradizionaliste o cose del genere.

In un'epoca in cui molti cattolici di rito latino cercano rifugio in vari riti liturgici non latini, ho pensato che la mia esperienza, che ha preso la direzione opposta, potesse essere utile da condividere. Il rito latino tradizionale ha una storia, una teologia e una spiritualità incredibilmente ricche. Il mio scopo nello scrivere questo articolo era semplicemente quello di documentare il mio incontro con questa profonda bellezza, nonché di incoraggiare altri a ricercarla personalmente.

A tal fine, incoraggio vivamente i miei lettori non solo a consultare le risorse che ho menzionato sopra, ma anche a iniziare ad avvicinarsi al rito tradizionale nella propria vita di preghiera, partecipando a una Messa tradizionale, recitando l'ufficio liturgico tradizionale, ecc.

Come ho sottolineato più volte in questo articolo, la mia conoscenza e il mio amore per il rito tradizionale sono solo all'inizio. So di avere ancora molta strada da fare e che il Signore mi guiderà. Grazie per la lettura.



______________
1 Sant'Agostino, De Trinitate , Libro X, 1; San Tommaso, Summa Theologiae , I-II, Q. 27, a. 3.
2 Per maggiori dettagli, consulta la mia pagina "Informazioni ".
3 Si vedano i seguenti articoli che ho scritto quando ero ancora ortodosso orientale: " Sulla forma del battesimo ", " Perché non sostengo il ribattesimo ", " Spunti da Tommaso d'Aquino ", " Il peccato originale e il destino dei non battezzati ". Si veda anche questo video che David Erhan ha realizzato contro di me quando ero ortodosso orientale, " Gli ortodossi tentano di difendere il Sacro Cuore... Finisce in un fallimento ".
4 Fiedrowicz, La Messa Tradizionale, p. 12.
5 Ibid., p. 16.
6 Vedi Ibid., pp. 17-18.
7 Ibid., p. 20.
8 Ibid., p. 21.
9 Ibidem.
10 Ibidem.
11 Ibid., p. 23.
12 Ibidem.
13 Peter Kwasniewski, Turned Around, p. 216 [edizione Kindle].
14 Ibid., p. 205.
15 Ibid. p. 217.
16 Ibid., p. 199.
17 Citato in Ibid., p. 200.
18 Fiedrowicz, La Messa Tradizionale, p. 165.
19 Ibidem.

Fonte

sabato 27 giugno 2026

Il Giorno della Rivelazione o il Sacro Cuore di Gesù




Due opzioni: il Giorno della Rivelazione e il Sacro Cuore di Gesù




di John Horvat

Il film “Disclosure Day” (Il Giorno della Rivelazione) di Steven Spielberg arriva in un momento particolare della storia americana. Mentre la nazione si avvicina al 250.mo anniversario della sua nascita, si trova di fronte alla polarizzazione, non all’unità. Alle recriminazioni, non ai festeggiamenti. La cosa peggiore è che sembra non esserci alcuna via d’uscita umana da questo caos. La gente sta cercando soluzioni disperate.

Così, molti potrebbero pensare: se solo la nazione potesse immaginare un’opzione straordinaria e soprannaturale che infranga tutte le regole e superi tutti i problemi. Il Paese potrebbe allora assistere ai cambiamenti drastici di cui ha tanto bisogno.

Ciò potrebbe avvenire in due modi.


L’OPZIONE DEL “GIORNO DELLA RIVELAZIONE”

Un modo sarebbe immaginare qualcosa di simile al film “Il Giorno della Rivelazione”. Questa soluzione consiste nell’affidare i problemi dell’umanità a potenti alieni che hanno le capacità per risolvere le cose rapidamente e senza sforzo. Come tutte le opere di Spielberg, questo thriller con inseguimenti in auto presenta elementi stravaganti e improbabili. Tuttavia, il regista sa sempre come trasformare i suoi film in affermazioni metafisiche che li fanno sembrare opzioni reali.

Il film è una variazione su una trama tutt’altro che originale nei thriller sugli UFO. Il mondo è sull’orlo della guerra e non c’è alcuna soluzione umana. Gli alieni compaiono con un messaggio e propongono una soluzione, che a volte è “benevola” e a volte è sinistra.

Gran parte di Disclosure Day riprende questa trama e la traduce in un film d’azione per attirare il grande pubblico. Così, un uomo e due donne corrono contro il tempo per divulgare il messaggio di un alieno che scuoterà le convinzioni religiose di miliardi di persone in tutto il mondo, ma soprattutto quelle dei cattolici. Gli agenti del governo non vogliono che il messaggio venga rivelato e si oppongono violentemente a loro. Da qui le interminabili scene d’inseguimenti in auto.

In un finale che non raggiunge nessun climax, tuttavia, non c’è alcuna rivelazione del messaggio. Margaret Fairchild, la protagonista principale, conosce il messaggio e si prepara ad annunciarlo in tutto il mondo, dicendo: «Ascoltate!». Lo schermo poi diventa nero, lasciando allo spettatore il compito di immaginare quale possa essere il messaggio.1

Pertanto, il messaggio del Disclosure Day è che esistono strani esseri extraterrestri e che, nonostante possiedano poteri magici, sono oppressi da strutture umane corrotte. Grazie alla loro empatia, al loro potere e alla loro saggezza, renderanno Dio e la fede irrilevanti. La soluzione sta nell’ascoltarli, qualunque sia il contenuto del loro messaggio.


INSERIRE IL FILM NEGLI EVENTI MONDIALI

Una trama del genere si inserisce nelle strane circostanze del momento. Il film entra in un dibattito reale sull’esistenza degli UFO, che trova riscontro nelle periodiche divulgazioni di documenti governativi che ne documentano le misteriose apparizioni e suggeriscono un insabbiamento ufficiale. Personalità governative, passate e presenti, fonti mediatiche e influencer stanno tutti prendendo sul serio questa discussione sugli UFO.

Molti indicano un mondo sull’orlo della guerra come un ulteriore segno che si adatta alla narrazione. L’argomento coinvolge un dibattito teologico, che può diventare piuttosto acceso. Riguarda nel suo complesso le implicazioni di una vita intelligente non redenta da Gesù Cristo, l’insegnamento perenne della Chiesa su Dio, gli angeli, i demoni, l’umanità decaduta e la Rivelazione Divina.

Scegliendo da che parte stare nel dibattito, i cattolici sinodali possono vedere nel film una rappresentazione della loro teologia dell’ascolto, dell’empatia e dell’inclusione per tutti. I cattolici della teologia della liberazione possono costruirci una narrativa di solidarietà con gli extraterrestri perseguitati dal governo come «emarginati» e «oppressi».

All’opposto ci sono coloro che si schierano dalla parte dell’ortodossia cattolica tradizionale e che giustamente mettono in guardia sul fatto che gli alieni del Disclosure Day possiedono tutti quei poteri soprannaturali sugli esseri umani e sulla natura che la Chiesa ha sempre insegnato essere propri dei demoni, poiché si tratta di angeli caduti. Molti di questi fedeli cattolici sono rimasti sconcertati quando il cardinale Robert McElroy ha bruscamente destituito mons. Stephen Rossetti dalla carica di esorcista a Washington, D.C., a causa delle sue informali osservazioni sugli avvistamenti UFO e sui demoni.

Il terreno è quindi pronto affinché questa visione del Disclosure Day abbia un impatto. In alcuni, il film risveglia l’illusione che si possa trovare un modo comodo e senza sforzo per superare le divisioni e gli scontri che polarizzano l’umanità, in modo che tutti possano godere di una vita di felicità, salute e piacere. Il film contiene dunque un messaggio anti-Fatima che nega la necessità di riformare vite disordinate e peccaminose o di ripristinare norme sociali morali. Tutto ciò che chiede è ascolto ed empatia.


L’OPZIONE DEL SACRO CUORE

La seconda opzione che si apre mentre l’America affronta il proprio futuro è completamente diversa e inaspettata. È davvero soprannaturale. Implica il ricorso al Sacro Cuore di Gesù. In tutta l’America stanno spuntando ovunque cartelloni pubblicitari, cartelli da giardino e adesivi per paraurti. Il loro messaggio è semplice: «Giugno è il mese del Sacro Cuore. Cristo è Re!»

Il Sacro Cuore ha catturato l’immaginazione di molti cattolici americani quest’anno, mentre la nazione celebra il suo 250°anniversario. Il Sacro Cuore sta entrando nel dibattito nazionale in un modo che non si vedeva dalla nascita dell’America nel 1776. Si potrebbe addirittura dire che il Sacro Cuore di Gesù sia ormai parte integrante della “guerra culturale”.

Il Sacro Cuore di Gesù è oggetto di consacrazioni, intronizzazioni, devozioni e menzioni speciali. Imprenditori cattolici stanno consacrando le loro aziende al Sacro Cuore. Un candidato alla carica di governatore della Florida ha consacrato la sua campagna elettorale al Sacro Cuore.

Il 12 giugno, solennità del Sacro Cuore, il presidente Trump ha riconosciuto l’importanza del Sacro Cuore nella storia degli Stati Uniti. Lo stesso giorno, il membro del Congresso statunitense Riley Moore (R-WV) ha presentato una risoluzione che onora il Sacro Cuore con parole entusiastiche.

«Il Sacro Cuore di Gesù rimane la fucina della carità divina, il rifugio dei peccatori, la fonte della misericordia e il rimedio sicuro per le ferite di un mondo deturpato dal peccato», afferma la risoluzione del Congresso.

Questa devozione sta suscitando grande entusiasmo tra i fedeli, al punto da assumere una vita propria. Le persone vedono in essa una soluzione celeste ai nostri problemi insormontabili.

Sta inoltre suscitando opposizione, con alcuni che etichettano ingiustamente il Sacro Cuore come un segno «nazionalista» dell’identità cattolica, invece che come la devozione amorevole e fiduciosa che è, e come la sua fedele accettazione di Cristo come Re.

L’opzione del Sacro Cuore differisce da quella del «Disclosure Day» in quanto richiede la riforma morale degli individui e della società secondo la legge di Dio. Soprattutto, invita le persone a lasciarsi travolgere dal Suo Amore Divino e dal Suo desiderio di aiutare l’umanità. Il suo messaggio anti-Spielberg è: Ascoltate, sì… questo Cuore Divino.

«Contemplate questo Cuore che ha tanto amato gli uomini da non aver risparmiato nulla, fino a consumarsi per testimoniare il proprio amore. E in cambio, ricevo dalla maggior parte di loro solo ingratitudine, dalle loro irriverenze e dai loro sacrilegi, e dalla freddezza e dal disprezzo che nutrono per Me in questo sacramento d’amore…» (Dalle rivelazioni del Sacro Cuore a Santa Margherita Maria Alacoque.)

È difficile resistere a una simile supplica in un’epoca brutale dominata dall’amore egoistico. Per chi cerca protezione e conforto, l’impulso è quello di affidarsi a questo Cuore amorevole che desidera tanto il progresso individuale quanto il bene comune.

L’America si trova quindi di fronte a due opzioni: una fuori dal naturale, l’altra soprannaturale. Non si sa esattamente come queste opzioni si concretizzeranno in futuro. Tutto dipende da chi l’America ascolterà.





Note. Questo articolo non è una recensione del film, ma un commento sull’argomento che solleva questioni serie riguardo alla fede cattolica. Pertanto, la rivelazione della scena finale non è uno spoiler, ma una parte essenziale dell’analisi del film alla luce della vera fede.



Fonte: Return to Order, 17 giugno 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia





venerdì 26 giugno 2026

Scuole cattoliche in difficoltà, ma la Chiesa non sembra interessata






Di Marco Lepore, 25 giu 2026

Giugno, mese di conclusione delle attività didattiche e anche di bilanci per gli studenti: promozioni, bocciature, rinvii a settembre. Ma anche di riflessioni sulla condizione generale del sistema nazionale di Istruzione.

A questo riguardo, vale la pena soffermarsi su quanto riportato da Tuttoscuola relativamente alla recente pubblicazione sul Portale unico MIM dell’anagrafe delle scuole statali e paritarie, e in particolare sulla situazione delle scuole paritarie, il cui decremento a causa della flessione demografica e delle difficoltà di gestione economica-finanziaria pare inarrestabile.

Rispetto a questo anno in corso -ci informa Tuttoscuola- anche per il prossimo anno si conferma la riduzione complessiva del numero di scuole funzionanti: 11 in meno nelle scuole dell’infanzia, una in meno nella primaria e due in meno nella secondaria di I grado.

Si tratta di una contrazione certamente molto contenuta, ma che va comunque ad aggiungersi a quanto avvenuto ininterrottamente nell’ultimo decennio: in totale, tra infanzia e primo ciclo hanno chiuso circa 1.300 scuole (esattamente 1.293), cioè mediamente 130 scuole ogni anno, di cui circa il 50% nel Mezzogiorno.



È, come prevedibile, il settore della scuola dell’infanzia a registrare il maggior numero di scuole chiuse: 1.132, pari al 14,4% di quelle funzionanti dieci anni fa (una scuola ogni sette). Prevedibile: innanzitutto perché è tradizionalmente il più numeroso, composto da tante piccole realtà nate all’interno di strutture parrocchiali e/o per iniziativa di piccole associazioni di famiglie, che non hanno avuto la possibilità o la capacità di far fronte agli ingenti obblighi (non bilanciati da un corrispondente diritto di natura economica…) introdotti nell’anno 2000 con la Legge 62 “di parità”, voluta dall’allora ministro Luigi Berlinguer e ingenuamente salutata da tanta parte del sistema scolastico privato come una vittoria. E poi, perché l’inverno demografico, che ha investito e sta trasformando il nostro paese in una gelida landa abitata solo da anziani, ha reso superflua o non più sostenibile l’offerta di tante scuole. In ultimo, perché lo Stato, con le sue scuole gratuite, ha esercitato una concorrenza sleale, in barba ad ogni principio di sussidiarietà, invece di sostenere e favorire quanto realizzato “dal basso” ad opera della società civile. Ma questa è ormai storia vecchia…

Per completare il quadro del sistema paritario che nell’ultimo decennio ha visto ridursi il numero delle scuole di ogni ordine e grado, occorre dare un’occhiata anche al segmento della secondaria di II grado. Sempre Tuttoscuola ci informa che “i dati ufficiali disponibili sui diversi siti ministeriali sono riferiti erroneamente agli indirizzi di studio, anziché alle scuole vere e proprie”, traendo in inganno sulla effettiva realtà dei fatti. E “non si tratta di una differenza da poco, perché il numero effettivo delle scuole è meno della metà degli indirizzi di studio (47%-48%)”. Sulla base di rilevazioni corrette, pertanto, sono 87 le scuole paritarie della secondaria di II grado chiuse nel corso dell’ultimo decennio. Non un gran numero, ma comunque una perdita dolorosa, che va ad aggiungersi ai 1.293 di infanzia e primo ciclo, per un totale di 1.380 scuole (su circa 13.000, quindi più del 10%) che hanno chiuso i battenti nell’arco dell’ultimo decennio.

E gli alunni? L’ultima rilevazione disponibile, al 31 agosto 2025, contava in totale 759.595 studenti, mentre un decennio prima (anno 2015) superava il milione di studenti. Circa il 25% in meno…

Insomma, un declino preoccupante, che spinge a fare alcune riflessioni, che vanno ben al di là della cronica, grave e drammatica mancanza di sussidiarietà che vige nel nostro Paese dall’unità in avanti.

La prima è tutto sommato la più semplice e superficiale: la scuola paritaria, che pare reggere solo nel segmento della secondaria di secondo grado (che è pure la più costosa), sembra avviata a diventare sempre più, nel nostro Paese, una scuola di élite, riserva indiana di chi ha le possibilità economiche e cerca percorsi di eccellenza o ambienti protetti, nonostante i molteplici ed eroici sforzi di tanti gestori.

Ma ben più grave, da un certo punto di vista, appare il fatto che si parla e si dibatte sempre meno di libertà di educazione. Persino la Chiesa cattolica pare aver dato la precedenza ad altre tematiche, accettando ormai come un dato di fatto (e neanche tanto scandaloso) il monopolio statale dell’educazione delle nuove generazioni.

Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, l’argomento è diventato sempre più “di nicchia”, riservato a pochi specialisti e qualche politico; di conseguenza, abbiamo assistito ad un progressivo indebolimento della coscienza collettiva a riguardo della imprescindibile importanza della libertà di scelta educativa. Quanti giovani, oggi, anche nel mondo cattolico, sanno di cosa si tratta e perché è fondamentale? Quanti sarebbero realmente disposti a scendere in piazza per difenderla?

Non possiamo che ripetere quanto già affermato: l’indifferentismo, il livellamento verso il basso di tutti i valori, l’omologazione del pensiero, delle parole e delle azioni, hanno reso quasi obsoleta questa battaglia. Perché mai chiedere di sostenere la scuola paritaria e, in generale, gli spazi di educazione libera, quando in fin dei conti tutti – a parte qualche superstite di un’epoca considerata ormai passata, che cerca rifugio nell’istruzione parentale – la si pensa nello stesso modo e il nuovo vangelo della società post-moderna pare essere (anche per tante scuole non statali e realtà ecclesiali…) l’Agenda Europea 2030?

Nessuna sorpresa, dunque, se il declino delle scuole paritarie non interessa più di tanto…

Probabilmente, dovremo giungere dolorosamente a toccare il fondo di questa crisi epocale, affinché le coscienze si ridestino. Perché, come notava il teologo Reinhold Niebuhr, non c’è davvero nulla di più paradossale che offrire la risposta a una domanda che non si pone più.

Marco Lepore

Foto di Kim Ukill su Unsplash







Sindrome di Down, il professor Noia: “Vi spiego cosa abbiamo scoperto”



Non c’è solo un fattore età nella genesi della trisomia 21. Uno studio scientifico coordinato da Giuseppe Noia, luminare per le cure prenatali, ha trovato un forte legame con una reazione autoimmune. «Si tratta di autoanticorpi indipendenti dall’età, che possono diventare un punto di intervento sia nella prevenzione che nelle terapie». E un secondo studio è in corso. Ecco l’intervista della Bussola a Noia.


Intervista

Vita e bioetica



Ermes Dovico,  26-06-2026

Se l’età materna è il fattore di rischio più conosciuto per la sindrome di Down, come mai nella letteratura scientifica risulta una certa prevalenza di donne sotto i trent’anni che hanno bambini con questa sindrome? Questo interrogativo è stato lo spunto per un importante studio sulla sindrome di Down, durato ben cinque anni, pubblicato il 19 gennaio 2026 sull’International Journal of Molecular Sciences e coordinato dal professor Giuseppe Noia, docente di Ginecologia e Medicina prenatale all’Università Cattolica di Roma e presidente della fondazione Il Cuore in una Goccia. Uno studio – poco pubblicizzato sui media – che ha dimostrato come ci sia una forte associazione tra una reazione autoimmune e la sindrome di Down. Il fine è quello di arrivare ad applicazioni cliniche che permettano di prevenire la comparsa della trisomia 21 o comunque di attenuarne gli effetti sullo sviluppo neurologico. Elementi che a loro volta potranno contribuire a evitare un gran numero di aborti eugenetici, salvando altrettante piccole vite. La Bussola ha intervistato il professor Noia.

Professor Noia, all’inizio di quest’anno lei e altri autori avete pubblicato uno studio sull’International Journal of Molecular Sciences riguardo a una nuova ipotesi sull’eziologia della sindrome di Down. Ci può dire in che contesto nasce questo studio?
Prima di rispondere direttamente alla domanda, credo sia necessario contestualizzare all’interno di quali percorsi di ricerca si muove l’Hospice Perinatale del Policlinico Gemelli supportato dalla fondazione Il Cuore in una Goccia. In effetti queste due realtà agiscono ormai da più di 10 anni in maniera sinergica poiché offrono alle famiglie – che arrivano con il peso di gravi patologie prenatali – assistenza clinica, solidale e supporto psicologico, spirituale e caritativo. A questo si aggiunge un percorso di formazione per le figure professionali che intendono sostenere l’impegno per le fragilità prenatali. Come terzo addendo, vi è un impegno su due progetti di ricerca sulla sindrome di Down. Il primo è quello che è stato pubblicato nel gennaio di quest’anno, dal titolo A New Hypothesis on the Etiology of Down Syndrome: The Role of Anti-Zona Pellucida Antibodies as an Age-Independent Factor [G. Noia et al. - Int J Mol Sci 2026 Jan 19;27(2):991]. Il secondo, che è in progress, si intitola Sindrome di Down: studio caso-controllo dell’azione feto-neonatale degli antiossidanti assunti in gravidanza, e ne prevediamo la chiusura tra circa 2 anni. Come si può capire dai titoli, il primo studio va ad interagire sulla precisazione del rischio di sindrome di Down favorendo le consulenze preconcezionali e la consapevolezza. Il secondo studio interviene dopo la diagnosi offrendo un’alternativa all’interruzione di gravidanza poiché, sulla base di studi sull’animale sperimentale, si può ottenere una riduzione del danno neurocognitivo fino al 60%.

La nuova ipotesi, contenuta nella nostra ricerca, sulla genesi autoimmune della trisomia 21 è nata nel corso degli anni, dall’osservazione, da un punto di vista epidemiologico, che l’età materna è stata da sempre considerata come il fattore di rischio più conosciuto. Tuttavia, è un’osservazione anche diffusa, c’è una prevalenza di questa sindrome sotto i 30 anni. Poiché questa prevalenza non è irrilevante (secondo i dati di letteratura può arrivare al 3%, vedi Howard Cuckle et al. Prenatal Diagnosis 2020; Grunh et al. Science 2019), abbiamo ipotizzato che oltre all’età vi fossero altri fattori indipendenti da quest’ultimo.

In particolare, vi siete soffermati su una reazione autoimmune, quella degli anticorpi dell’anti-zona pellucida: intanto può spiegare in termini semplici di cosa si tratta biologicamente?
L’autoimmunità è una condizione in cui il sistema immunitario, che normalmente difende l'organismo da virus, batteri e altre sostanze estranee, riconosce erroneamente come nemici alcuni componenti del proprio corpo e produce una risposta immunitaria contro di essi. Nel caso di questa ricerca, gli auto-anticorpi vengono prodotti contro la zona pellucida (ZP), una struttura dell’ovocita, la cellula germinale femminile.

Dunque, questi anticorpi possono essere un fattore di rischio indipendente dall’età?
Questa ricerca dimostra, appunto, che questi anticorpi sono indipendenti dall’età, sono quantificabili e diventano un punto di intervento sia nella prevenzione che nelle terapie. L’importanza di questo studio risiede proprio nel fatto di aver individuato, per una malattia genetica, un elemento individuabile nel sangue e modificabile prima del concepimento. Se questo intervento non avviene, il rischio della presenza di questi anticorpi si traduce in un evento clinicamente patogeno.

In letteratura è stata trovata anche un’associazione tra la sindrome di Down e gli anticorpi tiroidei, è corretto?
Sì, è stata trovata un’associazione tra gli anticorpi anti-zona pellucida e gli anticorpi anti-tiroide. Tuttavia, questi ultimi non sono associati, nel nostro lavoro pubblicato nel gennaio 2026, in maniera statisticamente significativa, alla prevalenza della sindrome di Down come gli anticorpi anti zona-pellucida.

Nel vostro studio avete specificato che sono necessarie altre ricerche per confermare la vostra ipotesi sul ruolo di questi autoanticorpi rispetto all’insorgenza della sindrome di Down. Ma se le vostre intuizioni e i risultati che avete trovato saranno confermati, intervenire prima del concepimento potrebbe portare a una prevenzione della comparsa della stessa trisomia e favorire una maggiore apertura alla vita?

Sì, se avremo le necessarie conferme. Come abbiamo specificato nella nostra pubblicazione, gli anticorpi anti-zona pellucida sono stati misurati dopo il parto; quindi, non abbiamo potuto determinare se fossero presenti prima del concepimento o se si siano sviluppati durante o dopo la gravidanza. Per stabilire una causalità diretta (tra autoanticorpi e sindrome di Down) saranno necessari studi che includano campionamenti pre-gravidanza e coorti più ampie. Altro punto importante: non è possibile affrontare questi studi di genetica solo con la genetica. Quarant’anni fa dissi che in futuro si sarebbe parlato di immunogenetica: in pratica, in queste ricerche bisogna riuscire a integrare i saperi della genetica, dell’immunologia, dell’endocrinologia e della biologia della procreazione.

Lei ha citato un secondo studio sulla sindrome di Down che mira a ridurre il danno neurocognitivo del bambino con sindrome di Down. Può accennarci qualcosa?
Bisogna dire subito due concetti importanti: 1) il secondo studio, sull’azione feto-neonatale degli antiossidanti assunti in gravidanza, è in corso; 2) quindi, non abbiamo risultati da poter attualmente produrre.

Tuttavia, il nostro obiettivo, con il secondo studio, è cercare di confermare, nella specie umana, quello che è stato dimostrato nell’animale sperimentale dove l’assunzione fatta in gravidanza riduceva il danno neurocognitivo del topo trisomico fino al 60%. Anche alcuni lavori osservazionali, non pubblicati, hanno confermato questa osservazione. Dovremo quindi aspettare la fine dello studio e la valutazione dei risultati; quindi, non posso affermare nulla di definitivo in merito a questo secondo studio.

E la consulenza preconcezionale in cosa potrà consistere eventualmente?
L'integrazione degli anticorpi anti-ZP in un modello di rischio multifattoriale per la sindrome di Down potrebbe significare, in futuro, la possibilità di utilizzare questi anticorpi come biomarcatori e, in una consulenza preconcezionale, potersi muovere verso una medicina procreativa personalizzata. Un tale approccio potrà, in futuro, identificare donne a rischio elevato indipendentemente dall’età e suggerire strategie di diminuzione della quantità di questi anticorpi. Si potranno così ampliare le strategie di sorveglianza prenatale oltre il tradizionale paradigma centrato sull’età. Un tale approccio potrà contribuire a far diminuire le elevate percentuali di scelta di interruzione di gravidanza dopo diagnosi prenatale (circa 70% in Italia e in Europa per le diagnosi di sindrome di Down), favorendo una procreazione più serena, perché se il rischio di patologia si riduce una coppia ha meno paura di aprirsi alla vita.

Il 13 giugno è stato il centenario della nascita di Jérôme Lejeune. Come si colloca la vostra ricerca rispetto a quelle che sono state le scoperte e anche lo spirito di Lejeune nei riguardi delle persone con sindrome di Down?
La nostra ricerca si colloca perfettamente nello spirito di Lejeune. Quando lui ha fatto le sue scoperte sulla sindrome di Down, voleva questo genere di studi. Lui ha sofferto tantissimo quando ha constatato che c’era chi usava le sue scoperte a fini di male, cioè per una cultura eugenetica, sopprimendo quei bambini nel grembo materno che dopo l’amniocentesi risultavano avere la sindrome di Down. Invece Lejeune, che ha scoperto come fare la mappa cromosomica delle persone Down, voleva arrivare a una cura, perché amava queste persone. Lui è un grande santo e scienziato che avrebbe meritato il Nobel per la medicina, ma non lo vinse per la sua ferma difesa dei bambini non nati.

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Per leggere lo studio integrale, clicca qui




Il primo bambino ucciso “a norma di legge” in Olanda


(Foto di Piron Guillaume su Unsplash)

I Paesi Bassi ratificano il primo caso di eutanasia pediatrica sotto i 12 anni mostrando l’esito inevitabile della legalizzazione: quando la morte assistita esce dall’eccezione e diventa un protocollo ordinario comincia a divorare i suoi figli. Anche i più piccoli



Di Caterina Giojelli, 26 giugno 2026

Nei Paesi Bassi è stato praticato il primo caso di eutanasia su un bambino al di sotto dei dodici anni. La notizia è stata comunicata dalla ministra della Salute Sophie Hermans lunedì scorso in una lettera al Parlamento. Nessun dettaglio sul minore: né sesso, né età precisa, né diagnosi, né contesto familiare. Solo l’essenziale burocratico – il caso è stato esaminato dal comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia infantile verso la fine dello scorso anno – e il decesso è stato segnalato alla procura, che deciderà, come avviene in tutti i casi di eutanasia, se i medici abbiano rispettato le rigide norme che li tutelano dall’accusa di omicidio colposo. Perché in Olanda, dove l’eutanasia rappresenta circa il 6 per cento di tutti i decessi del paese, sopprimere i malati non è da tempo un evento eccezionale, ma una procedura regolata dentro il sistema sanitario, sottoposta a controls ex post e a criteri progressivamente ampliati.

La cornice è nota: sofferenza “insopportabile e senza prospettiva di miglioramento”, “consenso dei genitori”, e – quando possibile – consenso del paziente. Nel caso di un bambino di età compresa tra 1 e 12 anni le linee guida stabiliscono che «il medico coinvolgerà il bambino, nella misura in cui ne sia in grado, nella decisione e dovrà accertarsi che la vita del bambino non venga interrotta contro la sua volontà». Meno di 12 anni. Nei Paesi Bassi l’eutanasia è legale dal 2024 per i bambini di quell’età. Fino ad allora era già autorizzata per i neonati fino al compimento del primo anno di vita e per i ragazzi tra i 12 e i 18 anni. All’epoca, si calcolava che avrebbero potuto beneficiarne cinque bambini all’anno, ma il punto non sono mai state le singole vicende.

Iris Dekker aveva 16 anni e due tentativi di suicidio alle spalle quando presentò domanda di eutanasia presso l’Expertisecentrum Euthanasie olandese: dall’età di 13 anni soffriva di un disturbo neurologico funzionale, associato a grave disagio psicologico e depressione e il suo psicologo riteneva che per la legge esistesse un modo più umano di morire: l’eutanasia, appunto, consentita nei casi di «sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento». A partire dai 16 anni in Olanda non ci vuole il consenso dei genitori per morire – richiesto tra i 12 e i 16 – e così Iris, dopo essere stata trattata con ketamina ed elettroshock («Voleva essere sicura di aver provato tutto, in modo che la clinica per l’eutanasia non potesse respingere la sua richiesta», racconterà il padre) ha ottenuto la morte. Gli psichiatri hanno confermato che soffrisse di «appiattimento emotivo» tanto che quando sua nonna era morta non aveva provato «nulla».

Quando Rupa Subramanya, esperta firma di The Free Press che da quattro anni documenta il sistema di suicidio assistito gestito dal governo canadese, è andata a trovare i Dekker ottenendo le cartelle cliniche della ragazza, ha scoperto «un sistema che trasforma i desideri ambigui dei giovani in una diagnosi di depressione incurabile. Questo processo solleva interrogativi non solo sul trattamento di alcuni adolescenti come Iris che scelgono l’eutanasia, ma anche di innumerevoli altri che si trovano di fronte all’idea che la loro sofferenza psicologica sia irrisolvibile. La questione di quando esattamente questo tipo di sofferenza diventi incurabile è centrale in altri esempi di quella che è diventata nota come “eutanasia psichiatrica”. Il suicidio assistito è nato come un modo per garantire una morte dignitosa ai pazienti affetti da malattie fisiche incurabili».

«Ti dicono che sei senza speranza. L’eutanasia sembra l’unica soluzione»


Altro che fine di vita: una volta normalizzato l’uso della parola “incurabile” – tanto da farne un criterio obsoleto, nel caso di Iris i suoi medici si sono ben astenuti dal dichiarare la sua condizione incurabile – e una volta normalizzato il nome dell’alternativa, “eutanasia psichiatrica”, va da sé che l’opzione venga metabolizzata dalla società. Nel 2025 si sono registrati 174 casi di eutanasia psichiatrica, pari a circa l’1,7% dei decessi per eutanasia. Un’opzione che si fa presente ai ragazzi fin da quando sono piccoli.

L’opzione crea la domanda. Non sarà diverso con l’eutanasia pediatrica

Tra coloro che hanno studiato l’eutanasia, il momento in cui i medici comunicano a un giovane paziente che la sua sofferenza è incurabile rappresenta un punto di svolta cruciale nel percorso verso la morte. Jim van Os, psichiatra presso il Centro Medico Universitario di Utrecht, ha spiegato a Tfp che, con il progredire dei trattamenti, ogni fallimento rafforza la convinzione che l’eutanasia sia l’unica soluzione. «Tutti iniziano a concordare sul fatto che la situazione sia senza speranza: i medici, i genitori, il paziente», ha affermato van Os. «E poi l’eutanasia comincia a sembrare l’unica soluzione». Si dice a un giovanissimo che ha un disturbo mentale, che è resistente alle cure, e poi si conferma che non si può fare nulla. E sentirsi dire da un medico che non ci sono altre opzioni è ciò che Van Os definisce «la situazione ideale per la disperazione e la demoralizzazione della sofferenza di un ragazzo».

Noa, il premier cattolico e la dottoressa Catharina A.

Alla mamma di Noa Pothoven, la 17enne depressa e traumatizzata per gli abusi sessuali subiti che si è lasciata morire assistita dai medici nel 2019, è stato detto che la sua vita «non era più significativa». Ci siamo abituati: dal Belgio all’Olanda, dal Canada agli Usa, la legalizzazione ha incoraggiato i ragazzi sani a chiedere la morte assistita, i medici a “prescriverla”, le persone a togliersi la vita per qualunque ragione. Non c’è più paletto che tenga. Secondo il rapporto pubblicato nel maggio 2025, nel 2024 hanno ricevuto l’eutanasia 9.958 persone, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Di depressi e psichiatrici si è già detto; secondo i dati della Commissione di revisione dell’eutanasia basta anche solo una polipatologia legata alla vecchiaia per essere uccisi, o, come nel terribile caso finito all’Aia e poi alla Corte Suprema dell’anziana uccisa contro il suo volere dalla dottoressa Catharina A., basta soffrire di demenza.

Da qualche anno si dibatte sulla proposta di approvare l’eutanasia per tutti gli over 75 in buona salute ma stanchi di vivere – prassi già di fatto digerita come dimostra l’eutanasia di coppia, nel 2024, dell’ex premier cattolico Dries van Agt e la moglie Eugenie. Nessuno in Olanda ha alzato un sopracciglio alla notizia, dal momento che «qui interrompere attivamente la vita delle persone è diventato normale», come dichiarava a Tempi Theo Boer, docente di Etica della salute all’Università teologica protestante di Groeningen, ex membro della Commissione incaricata di valutare la corretta applicazione della legge sull’eutanasia, oggi feroce oppositore della pratica.

«L’eutanasia pediatrica non è davvero necessaria»

E così è stato per il bambino: sì, era piccolo, ma era anche gravemente malato. Non sappiamo altro, solo che quando venne varata la misura i nuovi regolamenti prevedevano che per essere ucciso un bambino dovesse essere in fin di vita. «Perché non usare altri modi per alleviare la sua sofferenza, come la morfina o la sedazione palliativa? – continuava Boer -. L’eutanasia non è davvero necessaria». Inoltre, se un bambino non consenziente può essere sottoposto a eutanasia perché in fin di vita, perché non estendere lo stesso criterio ad altre condizioni gravi ma non terminali? E perché non ai pazienti incapaci di esprimere volontà, come le persone con demenza? La logica interna, una volta accettata, non ha più un punto naturale di arresto. «Perché dovremmo uccidere solo i bambini sofferenti che sono vicini alla morte naturale? Perché non uccidere anche quelli che hanno un’aspettativa di vita di 5 o 10 anni? In quest’ultimo caso la sofferenza sarebbe ancora maggiore e prolungata».

Nel 2018, per la seconda volta, l’Olanda dichiarò di avere ucciso un bambino sotto i 12 mesi con il Protocollo di Groningen: secondo gli esperti aveva una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata. L’eutanasia olandese, nella sua legittimazione pubblica, si è sempre appoggiata a due pilastri: compassione per la sofferenza e autodeterminazione – solo chi richiede la “buona morte” per sé può ottenerla e dai 12 anni in su i bambini sono considerati come “giovani adulti”. Diverso il discorso per i bambini fino al primo anno di età, per i quali, “grazie” al Protocollo elaborato dal professor Eduard Verhaegen, dal 2004 l’eutanasia viene trattata alla stregua di un trattamento perinatale e di un “aborto esteso”.