venerdì 16 ottobre 2026

Parigi, 16 ottobre 1793. La testimonianza di fede e dignità cristiana di Maria Antonietta, l’ultima regina dell’Ancien Régime







Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 16 ott 2026




di Carlo Foresti

per oltre due secoli la storiografia giacobina e l’iconografia repubblicana ci hanno abituato a considerare la Rivoluzione francese come l’alba radiosa dei diritti umani e della libertà. Eppure, basta rimuovere la patina di retorica ideologica per scorgere la tragica realtà di quel sovvertimento: un regime di terrore, di arbitrio e di inaudita ferocia, la cui vera cifra morale si rivela compiutamente nel modo in cui volle perseguitare, calunniare e infine inviare al patibolo la Regina di Francia, Maria Antonietta.

La figura dell’ultima sovrana dell’Ancien Régime è stata per decenni bersaglio di una spietata campagna denigratoria, alimentata da pamphlet diffamatori e invenzioni ingiuriose concepite per trasformarla nel capro espiatorio di una complessa crisi di Stato.

Tra queste fake news ante litteram, la più celebre è senz’altro l’odiosa frase sulle brioches («Se non hanno pane, che mangino le brioches!»), per secoli rinfacciata alla regina come prova di una presunta e cinica insensibilità verso le miserie del popolo. La verità storica è diametralmente opposta: quella battuta fu scritta da Jean-Jacques Rousseau nelle sue Confessioni con riferimento a un episodio del 1741 – quando Maria Antonietta non era nemmeno nata – ed era una diceria attribuita di volta in volta a varie principesse straniere. Fu la propaganda rivoluzionaria ad appiccicarla ad arte sulle spalle della regina per aizzare l’odio della piazza contro l’Austriaca (così la sovrana veniva denominata dai suoi detrattori).

Se nella prima giovinezza a Versailles la giovane arciduchessa poté concedersi le frivolezze e le imprudenze tipiche dell’età e dell’isolamento di corte, la vera natura dell’anima di Maria Antonietta si rivelò nel crogiuolo della sofferenza. Fu proprio l’uragano rivoluzionario a spogliarla di ogni vanità, facendone emergere la statura morale di donna fiera, moglie devota e madre eroica.

L’ostilità giacobina non risparmiò alla famiglia reale alcuna tortura psicologica. Già nei primi mesi di prigionia alla Torre del Tempio, la regina dovette subire lo strazio dell’atroce fine toccata alla sua più cara e fedele amica, la principessa di Lamballe (Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano). Massacrata barbaramente dalla folla durante le stragi di settembre del 1792, il suo corpo fu profanato e la sua testa, spiccata dal busto e conficcata su una picca, fu condotta in macabro corteo fin sotto le finestre della cella reale per terrorizzare la sovrana, che cadde svenuta per l’orrore.

Pochi mesi dopo giunse il dramma della separazione dal consorte, Luigi XVI. Maria Antonietta dovette patire l’agonia della separazione definitiva la mattina del 21 gennaio 1793, rimanendo reclusa al Tempio in angosciosa attesa finché il rombo dei cannoni e le grida della piazza non le annunciarono che il capo di suo marito era caduto sotto la lama giacobina.

Ma la ferocia dei rivoluzionari non si fermò qui: il Comitato di Salute Pubblica volle strapparle dal petto il figlio prediletto, il piccolo Delfino di soli otto anni (Luigi XVII). Recluso in condizioni disumane e affidato alle grinfie di un calzolaio analfabeta e fanatico di nome Simon, il bambino fu sottoposto a una vera e propria opera di plagio e distruzione psicologica, fino a costringerlo a sottoscrivere un’orribile e mostruosa accusa di incesto contro la sua stessa madre.

Trasferita nell’agosto del 1793 alla Conciergerie – l’anticamera della ghigliottina – Maria Antonietta era una donna fisicamente stremata: colpita da un grave tumore all’utero con continue ed esaustive emorragie, prematuramente incanutita e ridotta all’ombra di sé stessa ad appena trentotto anni. Gli stessi medici e storici concordano sul fatto che la malattia la avrebbe condotta alla morte naturale nel giro di pochissime settimane. Ma i giudici del Terrore non potevano permettersi che la regina morisse nel suo letto di prigione: avevano bisogno dello spettacolo pubblico della ghigliottina, del regicidio rituale per sanzionare ideologicamente il nuovo ordine repubblicano prima che la natura privasse la gogna del suo trofeo.

Sottoposta a un processo farsa gestito dal pubblico accusatore Fouquier-Tinville, Maria Antonietta mantenne un contegno di incrollabile ed eretta dignità. L’apice morale del dibattimento si toccò quando l’agitatore Hébert tirò in ballo la calunnia dell’incesto proveniente dal figlio plagiato.

Di fronte a quell’insulto alla sacralità della maternità, la regina dapprima tacque nell’altissimo disprezzo; poi, incalzata dal presidente del tribunale, si alzò in piedi e pronunciò parole scolpite nella storia: «Se non ho risposto è perché la natura stessa si rifiuta di rispondere a un’accusa simile lanciata contro una madre! Mi appello a tutte le madri che sono presenti!».

Quel grido fece tremare la sala: una corrente di profonda commozione unì le popolane presenti all’imputata, costringendo Robespierre a maledire Hébert per aver regalato alla sovrana il suo ultimo, smagliante trionfo morale di fronte alla storia.

La sua grandezza spirituale e la sua incrollabile fedeltà alla Chiesa di Roma rifulsero in modo commovente nelle sue ultime ore. Nella celebre lettera-testamento indirizzata alla cognata Madame Élisabeth alle quattro del mattino del 16 ottobre 1793, la regina aveva scritto con lucida fermezza che non avrebbe mai accettato i sacramenti da un prete costituzionale (ossia che aveva giurato fedeltà al regime rivoluzionario scismatico anziché al papa), affermando che lo avrebbe trattato come un completo estraneo. E così fu.

Quando l’Abbé Girard, sacerdote costituzionale impostole dalle autorità, salì con lei sulla carretta dei condannati, Maria Antonietta, pur senza perdere la regalità del contegno, non gli rivolse una singola parola né un solo sguardo per l’intero tragitto, lasciando inascoltate le sue esortazioni.

Tuttavia, il Cielo non la lasciò priva del conforto della Grazia: lungo Rue Saint-Honoré, da una finestra un sacerdote refrattario (clandestino e fedele al papa), mimetizzato tra la folla, le impartì da lontano la benedizione e l’assoluzione in extremis. La regina, avvertita segretamente della presenza del sacerdote a un certo punto del tragitto che avrebbe compiuto, giunta sul luogo indicatole, chinò brevemente il capo in un gesto di profonda preghiera interiore, ricevendo il conforto sacramentale prima del martirio.

In Place de la Révolution, la sovrana dovette affrontare i ripidi gradini del patibolo. La struttura in legno della ghigliottina era scivolosa e impregnata del sangue accumulatosi in mesi di quotidiane esecuzioni (le chiamavano “le infornate”, pensate un po’, perché si giungeva a decapitare anche una cinquantina di persone in un sol giorno).

Maria Antonietta, con le mani strettamente legate dietro la schiena, le calzature di fortuna e il corpo indebolito dalle emorragie del tumore, perse leggermente l’equilibrio sulle assi viscide e finì per calpestare inavvertitamente il piede del boia Charles-Henri Sanson. Subito ricomposta nella sua nativa nobiltà d’animo, le sue ultime parole umane furono un gesto di squisita cortesia cristiana: «Pardon, monsieur. Non l’ho fatto apposta».

Demolire l’aura leggendaria della Rivoluzione francese significa rimettere sul piatto della storia la nuda verità dei fatti: da un lato l’ideologia giacobina che non esitò a ricorrere alla calunnia, alla tortura psicologica sui fanciulli e al regicidio di una donna già moribonda; dall’altro la testimonianza d’una regina e madre che, attraverso l’ingiustizia e il martirio, ha saputo difendere fino all’ultimo respiro la propria Fede e la sacra dignità della sua persona. Come giustamente sintetizzò Edmund Burke, con quel regicidio si estinse l’età della cavalleria ed ebbe inizio il dominio dei sofisti e degli ideologi; ma la luce di quel coraggio rimane una condanna inappellabile contro la barbarie di ogni tirannia rivoluzionaria.







La correlazione tra divorzio e denatalità. Uno studio della Bocconi



«I figli adulti provenienti da famiglie divorziate hanno un tasso di fertilità più basso e più spesso non hanno figli». Uno studio unico pubblicato dalla Bocconi dimostra per la prima volta la correlazione tra divorzio e denatalità. E toglie ogni alibi su una delle cause tabù dell'inverno demografico.


Studio della Bocconi

Divorzio e denatalità, la correlazione c’è e toglie ogni alibi


Andrea Zambrano,  16-10-2026

Nel corso degli anni le ricadute del divorzio sono state analizzate sotto molteplici aspetti. La separazione è stata studiata con le lenti di volta in volta della Sociologia, della Psicologia e persino dell’Economia. Sono stati scandagliati gli effetti della fine di un matrimonio nel benessere psicofisico dei figli, nelle condizioni economiche degli ex sposi, nell’aumento di povertà e persino nella capacità di riflettere voglia di vivere.

Ma finora mancava all’appello un’indagine che affermasse che il divorzio è una delle cause primarie anche della denatalità che flagella le coste occidentali. E mancava perché è difficile dimostrare ciò che a grandi linee, almeno secondo una correlazione puramente empirica, è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Del resto, prendiamo per esempio l’Italia: basta guardare il dato, drammaticamente inversamente proporzionale, per cui all’approvazione della legge sul divorzio la curva demografica abbia iniziato ad abbassarsi mentre il numero delle separazioni aumentava vertiginosamente. Una tendenza mai invertita da più di 50 anni a questa parte.

Ma oggi è caduto anche questo ultimo tabù. Ed è caduto grazie ad uno studio innovativo e unico nel suo genere, per mole di dati raccolti e tecniche utilizzate, che mette in relazione stretta le ricadute del divorzio con l’influenza esercitata sui figli nel loro progetto di fertilità. Un’influenza, per stessa ammissione degli autori di questo studio, che è sempre stata poco studiata.

Invece, lo studio intitolato Esiti riproduttivi dei figli adulti con genitori divorziati: risultati emersi dai dati demografici scardina ogni certezza e rimette sul banco degli imputati, come causa primaria della denatalità, proprio il “diritto” più importante, perché il primo che ha dato il via alla stagione del liberi tutti.

Silvia Palmaccio, ricercatrice del Centro di ricerca sulle dinamiche sociali e le politiche pubbliche dell’Università Bocconi di Milano, ha condotto con i colleghi Deni Mazrekaj (Università di Utrecht) e Kristof De Witte (KU Leuven, Belgio) la sfida delle sfide per scovare l’elefante nella stanza: il primo dei nuovi diritti con la prima delle emergenze nazionali. Una correlazione quasi scandalosa che assume i tratti della bestemmia “laica” se insistentemente associata.

Eppure, ce l’hanno fatta. Con un programma che ha coinvolto lo studio di oltre 1,7 milioni di persone dalla nascita fino ai 40 anni nei Paesi Bassi.

Un dataset di dimensioni mastodontiche, ma che da solo non è bastato. A comprovare l’unicità della metodologia utilizzata c’è anche la capacità di distinguere l’effetto del divorzio da quello di altri fattori famigliari invisibili, come conflitti, caratteristiche socioeconomiche o tratti personali ereditari per poter avere un campione raffinato e pulito il più possibile da concause scatenanti che ne avrebbero inquinato il dato.

Il risultato è sorprendente ed è la stessa Bocconi a metterlo nero su bianco sul suo sito, quando ha pubblicato lo studio nell’aprile scorso, peraltro senza una “ripresa” mediatica adeguata alla notizia, ma questa è una ricaduta del generale disinteresse della stampa mainstream a ricercare le vere cause di un fenomeno complesso come è la denatalità, essendo tirato in ballo direttamente il diritto fondamentale dell’uomo nuovo.

«Crescere in una famiglia divorziata è associato a una minore probabilità di avere figli e a una riduzione del numero totale di figli – si legge nell’articolo di presentazione -. Lo studio lo sintetizza chiaramente: “I figli adulti provenienti da famiglie divorziate hanno un tasso di fertilità più basso e più spesso non hanno figli”».

Per spiegare questo risultato, Palmaccio, Mazrekaj e De Witte hanno esplorato diversi possibili meccanismi, «ma è uno in particolare a emergere con forza: la durata delle relazioni. Chi cresce in famiglie divorziate tende, in media, a entrare e uscire dalle relazioni più rapidamente. E questo, a sua volta, si associa a differenze nelle scelte riproduttive».

Quindi, il vero punto di caduta non è tanto nel desiderio di genitorialità o nella sua vocazione, che varia anche per molti altri fattori, quanto in una minore esposizione a relazioni stabili in cui avere figli diventa possibile. Ecco perché la fertilità appare così legata alla stabilità delle unioni e questo è un fenomeno che si trasmette – questa la scoperta sostanziale – di padre in figlio, di madre in figlia.

Lo studio evidenzia dunque un quadro negativo andando a toccare proprio il tasto dolente di questa società: «La crisi demografica non è solo una questione economica o culturale. È anche il risultato di dinamiche familiari che si trasmettono nel tempo, spesso in modo invisibile».

Con buona pace dei soloni che teorizzano la crisi delle culle come un fenomeno ineluttabile o una catastrofe piovuta dal cielo con meccanismi imperscrutabili o peggio ancora andando a cercare soluzioni sostituzioniste. Quando semmai, hanno nomi e cognomi di responsabili che fanno cadere ogni alibi. E la generale assuefazione della politica di fronte al divorzio, unita alla preoccupazione recente per il calo della natalità, non fa altro che non riconoscere il problema, andando a cercare cause e risoluzioni insufficienti o fuori portata.






Pena capitale. Una rottura con il passato?



La pena capitale e la rivendicazione di continuità dottrinale della Chiesa cattolica


16 ottobre 2026


Rev. Leon, 12 ottobre 2026

Il rinnovato rifiuto della pena capitale da parte di Papa Leone XIV solleva un interrogativo che va oltre la giustizia penale: quando un'istituzione religiosa modifica il proprio insegnamento morale, cosa significa affermare che la sua dottrina rimane in continuità con il passato?

Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, Leone XIV ha ribadito che la pena capitale è "inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona". Ha inoltre sostenuto che il bene comune può essere tutelato e le esigenze della giustizia soddisfatte senza ricorrere all'esecuzione capitale. Il suo intervento conferma la posizione adottata da Papa Francesco nel 2018 [qui], quando il Catechismo della Chiesa Cattolica è stato rivisto per dichiarare la pena di morte inammissibile e impegnare la Chiesa a lavorare per la sua abolizione a livello mondiale.

Le argomentazioni morali a favore dell'abolizione meritano seria considerazione. La questione più complessa è di natura storica e teologica: come si concilia questo giudizio categorico con una tradizione che per lungo tempo ha riconosciuto la legittimità della pena capitale in determinate circostanze?

Per secoli, la dottrina cattolica ha accettato che lo Stato potesse, in linea di principio, giustiziare un criminale. Non si trattava semplicemente di una concessione da parte dei governanti secolari di fronte all'opposizione ecclesiastica. Il Catechismo del Concilio di Trento, pubblicato nel 1566, difendeva esplicitamente l'autorità dei magistrati civili di imporre la pena di morte, a condizione che agissero in modo giusto. Sosteneva che l'uso della spada da parte del magistrato civile, quando esercitato al servizio della giustizia, non costituisse omicidio, ma fosse compatibile con il quinto comandamento. Anche Papa Pio XII confermò la legittimità dell'esecuzione da parte dell'autorità pubblica in determinate circostanze. La pena capitale apparteneva quindi al quadro consolidato attraverso il quale la teologia morale cattolica interpretava l'autorità pubblica, la giustizia e la punizione.

Giovanni Paolo II ha spinto la Chiesa decisamente verso l'abolizione della pena di morte. Nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, sostenne che l'esecuzione dovesse essere considerata solo laddove fosse assolutamente necessaria per proteggere la società. Tuttavia, osservò che tali casi erano diventati "molto rari, se non praticamente inesistenti". La precisazione era importante: il principio di legittimità dell'esecuzione non era ancora stato categoricamente respinto.

La revisione del Catechismo sotto il pontificato di Francesco è andata oltre. Non si è limitata a concludere che le prigioni moderne avessero reso superflua l'esecuzione capitale nella maggior parte dei casi. Ha dichiarato la pena di morte inammissibile perché viola la dignità umana e ne ha chiesto l'abolizione in tutto il mondo [qui].

Roma insiste sul fatto che ciò rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina, non una contraddizione rispetto agli insegnamenti precedenti. La sua argomentazione si fonda su un riconoscimento più chiaro della dignità che conserva anche il criminale più efferato, su una comprensione più profonda della pena come strumento di riabilitazione e sulla disponibilità di mezzi efficaci per proteggere la società senza togliere la vita.

Si tratta di un argomento serio, che non va liquidato. La comprensione morale può approfondirsi e le istituzioni possono correggere i propri giudizi. Il fatto che le generazioni precedenti abbiano accettato una pratica non significa che essa debba rimanere accettabile per sempre.

Ma l'argomentazione solleva una questione che non può essere risolta semplicemente invocando lo sviluppo dottrinale. Se la pena di morte è inammissibile perché viola la dignità intrinseca della persona umana, tale dignità non era meno presente quando il Catechismo di Trento difendeva l'autorità dei magistrati civili di infliggere la pena capitale, quando Pio XII ne confermava la legittimità a determinate condizioni e quando Giovanni Paolo II ne manteneva la liceità eccezionale. Ciò che è cambiato, quindi, non è la dignità umana in sé, ma il giudizio della Chiesa su ciò che tale dignità richiede. La questione è se questo cambiamento rappresenti un legittimo sviluppo di un principio duraturo o un sostanziale allontanamento dall'insegnamento morale delle generazioni precedenti.

Occorre distinguere due argomentazioni. La prima è di natura circostanziale: la detenzione in strutture di massima sicurezza è ora più ampiamente disponibile e l'esecuzione capitale non è più necessaria per tutelare la collettività. Questo può spiegare perché una pena un tempo considerata ammissibile possa ora essere giudicata superflua. Ciò non dimostra, di per sé, che la pena sia intrinsecamente inammissibile.

Il secondo argomento è più fondamentale: la Chiesa è giunta a comprendere più pienamente ciò che la dignità umana richiede. Se questa è l'affermazione, il cambiamento non riguarda solo le circostanze in cui un principio consolidato viene applicato, ma anche il giudizio morale che ne deriva. Le sue implicazioni per il rapporto tra l'insegnamento precedente e quello attuale meritano di essere esplicitate.

La tradizione cattolica possiede le risorse per affrontare questa difficoltà. Non richiede che ogni formulazione storica rimanga immutata, e la distinzione tra principi duraturi e la loro applicazione è centrale in qualsiasi analisi dello sviluppo dottrinale. La stessa spiegazione fornita dal Vaticano in merito alla revisione del 2018 si richiama proprio a questa distinzione, sostenendo che l'insegnamento precedente deve essere compreso nel contesto della responsabilità dello Stato di tutelare il bene comune e dei limiti dei sistemi punitivi storici.

Tuttavia, una spiegazione non è necessariamente una dimostrazione. Per stabilire che due giudizi sono compatibili, è necessario mostrare come i principi, le circostanze e le conclusioni pertinenti si integrino tra loro. Definire un cambiamento uno sviluppo non può, di per sé, stabilire se lo sia effettivamente.

La questione, dunque, va oltre la pena capitale. Riguarda l'identità dell'istituzione che pretende di preservare un deposito immutabile di fede, pur rivedendo sostanzialmente i giudizi morali attraverso i quali tale fede si è storicamente espressa. Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha subito trasformazioni che sollevano un interrogativo più ampio: la Chiesa di oggi rappresenta la stessa continuità dottrinale e morale della Chiesa dei secoli passati, oppure il linguaggio dello sviluppo è diventato un mezzo per conciliare posizioni che un tempo erano intese in termini marcatamente diversi? La pena di morte è una prova rivelatrice di tale affermazione, anche se da sola non può risolvere l'intera questione.

Questo ha rilevanza anche al di là della Chiesa cattolica. Le istituzioni religiose rivendicano autorità in parte perché si considerano custodi di una verità preesistente. La loro credibilità non dipende né dall'incapacità di cambiare né dal presupposto che ogni nuova posizione rappresenti necessariamente un miglioramento. Dipende piuttosto dalla loro disponibilità a rendere conto del rapporto tra ciò che insegnano oggi e ciò che insegnavano in passato.

La Chiesa potrebbe avere ragione a rifiutare la pena capitale. Ma la questione morale dell'abolizione e la rivendicazione storica della continuità dottrinale sono questioni distinte. L'una non implica automaticamente l'altra.

La riaffermazione di Leone XIV rende inequivocabile l'attuale posizione cattolica. Il compito più arduo è spiegare, senza elusioni, come tale posizione si relazioni alla tradizione da cui afferma di scaturire.

Una tradizione viva deve essere capace di crescere. Deve anche essere capace di raccontare la verità sulla propria storia.







giovedì 15 ottobre 2026

Quando Lourdes è venuta a farmi visita







di John Horvat

Quando ho bisogno di grazie speciali, vado a Lourdes. Mi reco alla grotta benedetta dove la Madonna apparve a Santa Bernadette Soubirous nel 1858. Milioni di pellegrini come me si riuniscono lì ogni anno per cercare grazia, favori e pace. Non sono mai tornato insoddisfatto né sono mai stato «lasciato senza aiuto». Per questo ho sempre considerato Lourdes un luogo dove recarmi in cerca di grazia e conforto. È sempre stato un pellegrinaggio, per il quale mi sono impegnato a organizzare un viaggio nella lontana Francia. Non avrei mai immaginato che un giorno Lourdes potesse venire a trovarmi.

Eppure è successo, inaspettatamente.

Ho scoperto l’esistenza di uno speciale Journey of Grace, un pellegrinaggio di un reliquiario che avrebbe fatto tappa in parrocchie e luoghi in tutto il Paese. Con mia grande gioia, le reliquie di Santa Bernadette, la veggente di Lourdes, sarebbero presto arrivate in una parrocchia a 15 minuti da casa mia. Non potevo non andarci.

Una volta che la notizia si è diffusa in parrocchia, non mi ha sorpreso affatto che un flusso costante di pellegrini si recasse a osservare questo grande evento. Ho visto la stessa attrazione a Lourdes. Non avevo alcun dubbio che le reliquie di Santa Bernadette avrebbero attirato le persone allo stesso modo.

È questo che mi piace delle reliquie. Infrangono tutte le regole. Non dovremmo apprezzarle. Eppure attirano folle di fedeli. Non si inseriscono nelle narrazioni progressiste, di giustizia sociale e di solidarietà, che non attirano mai i fedeli bensì lasciano le chiese (e le anime) vuote.

Le reliquie sono troppo semplici e resistono al tentativo di renderle complicate. Ci permettono di entrare in relazione con i santi che erano cattolici come noi e che poi hanno raggiunto la virtù eroica.

Le reliquie ci legano al passato rendendo fisicamente presente un santo defunto, e ci collegano al futuro perché quelle spoglie mortali faranno parte della resurrezione del corpo quando i santi occuperanno il loro posto in Paradiso. Le reliquie uniscono il Paradiso e la terra, permettendoci di pensare all’eternità.

Chi prega davanti a reliquie famose non sa mai cosa aspettarsi. Improvvisamente, grazie immensi possono consolare e fortificare le anime. Sono queste le occasioni di conversioni fulminee o di guarigioni fisiche per cui Lourdes è famosa. Altre volte, alcuni potrebbero provare sollievo da piccole afflizioni. Altri ottengono semplicemente la pace. Nessuno se ne va a mani vuote.

Pertanto, non avevo aspettative specifiche quando sono arrivato in chiesa alle 10:00 per fare la mia parte nella veglia notturna in programma. Il vescovo emerito di Harrisburg Ronald Gainer aveva celebrato una Messa alle 6:00 con una processione del Rosario che aveva riempito la chiesa di pellegrini.

Il reliquiario, del peso di 60 kilogrammi è una struttura ottagonale riccamente decorata, alta circa un metro costruita in stile gotico con piccoli archi rampanti. La parte anteriore del reliquiario presenta una suggestiva raffigurazione dell’apparizione nella grotta con Santa Bernadette. L’opuscolo del tour indica che le reliquie comprendono frammenti ossei di due costole, tessuto muscolare e capelli prelevati dal suo corpo incorrotto presso il convento di Nevers, in Francia.

Le sue reliquie ci invitano a lasciarci alle spalle il nostro mondo materialista e senza Dio per entrare in un altro mondo. Ispirati da una fiducia infantile, possiamo essere certi che lei comprenderà la nostra situazione e ascolterà le nostre preghiere.

Così, osservare i fedeli sfilare davanti alle reliquie di Santa Bernadette era un esercizio di fede. Ricchi e poveri, sani e malati, giovani e anziani, tutti portavano alla Santa le loro afflizioni, le loro richieste e il loro affetto. Le vite spezzate sembravano meno spezzate in sua presenza. Le povere anime moderne, non abituate a rivolgersi ai santi, riuscivano a far conoscere i loro messaggi riempiendo i cestini vicini con le richieste scritte.

Chi è venuto, è venuto con speranza. Si sono seduti e inginocchiati nei banchi, immergendosi nell’atmosfera, pregando, riflettendo o semplicemente contemplando questa scena di un altro mondo. Molti pellegrini si sono avvicinati al reliquiario con un sorriso, vedendovi qualcosa che rallegrava i loro cuori.

La venerazione delle reliquie è un’esperienza profondamente fisica. La gente voleva toccare le pietre esposte provenienti dalla grotta. Chiedevano ai custodi di avvicinare al reliquiario i loro rosari, le immagini sacre e altri oggetti. Scattavano foto della scena per immortalare il fatto di essere stati lì.

Il reliquiario è stato collocato al centro della chiesa, appena all’interno del santuario, dove dominava l’ambiente circondante. Santa Bernadette attira a sé le persone perché è così accessibile. Ci si sente incoraggiati a chiedere cose, qualsiasi cosa, tutto. L’innocente veggente è un’ardente intercessora.

Non ho avvertito quelle grazie straordinarie che a volte si manifestano durante questi pellegrinaggi. Quello che ho avvertito è stato qualcosa che provo sempre a Lourdes, anche se solo per un breve istante. Le reliquie hanno avuto su di me lo stesso effetto purificatore. Allo stesso modo, mi sono sentito libero dalla frenesia della giornata e dalle mille piccole cose che tendono a prendere il sopravvento. Mi ha pervaso una calma familiare. Ho percepito la stessa promessa di aiuto. In effetti, Lourdes, attraverso le reliquie di Santa Bernadette, è venuta da me a visitarmi.

Le reliquie proseguiranno il loro percorso nel corso del prossimo anno in altre parti del Paese. Non posso che incoraggiare le persone a sperimentare di persona le meraviglie che così spesso si compiono. I partecipanti possono ricevere un’indulgenza plenaria.

Eventi come questi risolveranno immediatamente tutti i problemi all’interno della Chiesa? Probabilmente no. Ciò che serve è un cambiamento di cuore e un cammino verso la virtù per oltre un miliardo di anime. Ciò richiede uno sforzo considerevole e va controcorrente rispetto ai nostri tempi decadenti.

Tuttavia, questi percorsi di grazia offrono incredibili opportunità per un cambiamento di cuore. Sono i mezzi delicati che preparano il terreno affinché la grazia possa operare. Attirano le persone e le conducono sulla retta via verso le cose eterne.

Basta con i ministeri progressisti e le chiacchiere sulla giustizia sociale! Date ai fedeli le reliquie, le cappelle di adorazione e le processioni del Rosario. Lasciate che sia la grazia di Dio a fare il resto. La gente verrà. Sta già venendo.



Da Crisis Magazine, 12 ottobre 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.







I cimiteri che fanno discutere



«Mai stati vivi»: nella città toscana Avs e soci si scagliano contro il seppellimento dei feti abortiti. Una pratica per loro intollerabile perché va a minare l'intoccabilità della legge 194. Quelle tombe dicono proprio ciò che non vogliono sentirsi dire: dentro non ci sono grumi di materia, ma bambini vittime della cultura della morte.

Aborto


Sinistra pistoiese contro il cimitero dei "bambini mai nati"

I morti ci interrogano più dei vivi. Siamo a Pistoia ed è lunedì 7 ottobre. Lavinia Ferrari, esponente di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) prende la parola in Consiglio comunale. Oggetto del suo intervento: lo spazio nel cimitero della Misericordia dedicato ai "bambini mai nati". Esiste infatti una convenzione tra la Misericordia di Pistoia e la Cappellania dell’ospedale San Jacopo per il seppellimento dei feti abortiti. Questa pratica, diffusa in diverse regioni italiane, è ovviamente disciplinata dalla legge, quindi permessa (clicca qui per un approfondimento).

Ecco le parole della Ferrari: «Mi chiedo chi siano questi bambini mai nati. Se non sono nati non sono mai stati vivi. Spesso questi luoghi diventano posti per recriminare qualcosa alle donne che scelgono di abortire. Prima di dare rispetto a chi non è mai nato dovremmo dare rispetto alle scelte delle donne».
Per fortuna che scoppia la polemica anche perché pare che le parole siano state pronunciate con un tono di scherno. L’opposizione di centro-destra giudica gravissima la mancanza di rispetto per quei genitori che hanno scelto questo gesto di rispetto, di onore e pietà per i loro figli.

Le sigle Avs-Sce-Possibile non si scusano, anzi rincarano la dose: «Non è nostra intenzione svilire il dolore o la perdita. L’obiettivo è fare chiarezza sui casi in cui luoghi come questi vengono usati come strumenti per tornare sul diritto all’aborto. L’accordo tra la cappellania dell’ospedale San Jacopo e la Misericordia riguarda le interruzioni di gravidanza fino a venti settimane. Presentarlo come “luogo per i bambini mai nati” è fuorviante». Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco Giovanni Capecchi in quota centro-sinistra: «La nostra comunità deve saper coniugare il rispetto per il dolore privato e la tutela delle decisioni personali delle donne». Il gruppo consigliare del Pd è più conciliante, ma comunque intende il seppellimento dei bambini mai nati come un attacco alla 194: «Difendiamo pienamente la legge 194, […] ma proprio perché difendiamo la libertà delle donne, non possiamo negare o sminuire il dolore di chi una perdita sente il bisogno di piangerla e ricordarla».

Poi torna a parlare la diretta interessata, la Ferrari: «Trovo grave usare il dolore delle persone per una battaglia politica. […] Mi sarei dovuta spiegare meglio, è vero. Niente toglie il dolore di un aborto spontaneo e nessuno lo mette in discussione. Perché parlo di aborto? Perché il luogo di sepoltura fa capo a un accordo tra Cappellania dell’ospedale San Jacopo e Misericordia di Pistoia che tratta i feti solo al di sotto delle venti settimane ovvero grossomodo il periodo in cui sono consentite le interruzioni volontarie di gravidanza, nella fattispecie per quei genitori che hanno scelto di non occuparsi della sepoltura». Un’altra pezza per rattoppare il buco da parte della Ferrari è poi arrivata il 13 ottobre scorso.

Tutta la questione si risolve in un solo punto: i nascituri sono esseri umani. Ucciderli è un assassinio. Che siano esseri umani lo dice con limpida evidenza l’embriologia e da tempo (cfr. Pontificia Academia Pro Vita, Identità e statuto dell’embrione umano, Lev, Città del Vaticano 1998, in cui è possibile trovare ricchissima bibliografia scientifica che, essendo scientifica, è laica). Ce lo dice la stessa normativa italiana che qualifica il concepito come soggetto di diritto. Tra essa spicca per contraddizione proprio la 194: perché dotarsi di una legge speciale se nel ventre della madre non ci fosse un essere altrettanto speciale? Se fosse solo un grumo di materia basterebbe l’ordinaria disciplina normativa che regola gli interventi sanitari. Quindi la 194 ci conferma che l’aborto è l’uccisione di un essere umano. Che lo sia ce lo dice poi l’istituto dell’obiezione di coscienza presente nella 194: se abortire fosse un normale intervento chirurgico o farmacologico non si potrebbe permettere al medico di obiettare. Ma, dato che è un assassinio, ecco che il legislatore è stato costretto ad inserire l’obiezione di coscienza.

Ma infine a dirci in modo definitivo e incontrovertibile che il bambino mai nato è un essere umano e che quindi l’aborto è un assassinio sono proprio i sostenitori dell’aborto. Spesso si riferiscono all’aborto come una scelta dolorosa e drammatica. Ma se il nascituro non fosse un essere umano, perché parlare di dolore e di dramma? La donna soffre in modo incredibile perché sa che ha ucciso suo figlio. Anche la Ferrari, il sindaco e il Pd parlano del dolore dell’aborto.

La Ferrari esplicitamente si riferisce solo al dolore dell’aborto spontaneo e forse così anche i suoi colleghi. Ma se, come abbiamo visto, parlare di dolore connesso all’aborto significa ammettere che si sta uccidendo qualcuno e non eliminando qualcosa, poco rileva che l’aborto sia spontaneo o volontario, perché l’aborto, che sia spontaneo o volontario, è sempre la morte di una persona, non voluta o voluta. È irrilevante dal punto di vista scientifico che la madre riconosca il feto come essere umano. Senza poi ricordare che anche la quasi totalità delle donne che hanno abortito volontariamente non sfugge alla sofferenza della sindrome post-abortiva, come attestano diversi studi scientifici.

Ma per la Ferrari i bambini mai nati non solo non sono esseri umani e quindi persone, ma addirittura, contro ogni evidenza scientifica e del buon senso, non sono mai stati vivi. Dunque le donne incinte porterebbero nel proprio ventre un cadavere. Però il punto più interessante delle uscite della Ferrari è un altro, su cui siamo perfettamente d’accordo: il seppellimento degli aborti spontanei e voluti è una critica alla 194 e dunque alla scelta di abortire delle donne. Scelta che, contrariamente a quanto asserito dalla Ferrari, non va rispettata, così come qualsiasi altra scelta volta ad uccidere un innocente. Ciò non toglie la doverosa compassione verso queste donne sia per il dramma che vivono e che si sono autoinferte sia, soprattutto, per il grado di responsabilità che non di rado è fortemente attenuato a motivo della enorme pressione culturale anti-life in cui sono immerse.

I militanti sinistrorsi insorgono contro la pratica compassionevole del seppellimento dei bambini non nati perché i riti, la pietà espressa da chi partecipa alla tumulazione, le preghiere e molto altro gridano alle loro orecchie ciò che non vorrebbero mai sentirsi dire: dentro quelle bare ci sono i cadaveri della vostra ideologia di morte. Lì dentro ci sono dei bambini morti.






martedì 13 ottobre 2026

A dieci anni da Amoris laetitia: perché rileggere il libro di Stefano Fontana



A dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, riteniamo opportuno rilanciare un libro che aveva cercato di cogliere la portata profonda dell’Esortazione apostolica di papa Francesco: Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris laetitia del nostro direttore, Stefano Fontana, pubblicato da Fede & Cultura (Verona, 2019, € 15).


La ricorrenza del decennale sarebbe già, da sola, una buona ragione per tornare su questo testo, ma c’è una seconda ragione che rende questa rilettura particolarmente attuale. Proprio in questi giorni, dal 7 al 14 ottobre 2026, papa Leone XIV ha convocato in Vaticano i Capi delle Chiese Orientali cattoliche e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per un incontro intitolato significativamente A dieci anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi «al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».

È precisamente in questo contesto che il libro del prof. Stefano Fontana merita di essere ripreso. Non per presumere quale sarà l’esito dell’incontro convocato da Leone XIV, né per attribuire al Pontefice intenzioni che egli non ha espresso. Ma perché, se dopo dieci anni la Chiesa sente la necessità di interrogarsi nuovamente sulla pastorale familiare «alla luce di Amoris laetitia», diventa ancora più importante comprendere che cosa quell’Esortazione abbia effettivamente introdotto nella vita ecclesiale.

Fontana non legge Amoris laetitia come un documento isolato, né come una semplice raccolta di indicazioni pastorali sulla famiglia. La sua tesi è molto più radicale: l’Esortazione avrebbe rappresentato l’attuazione di un vero e proprio cambio di paradigma, realizzato non attraverso una formale negazione della dottrina precedente, ma attraverso la trasformazione della prassi.

In questo senso Esortazione o rivoluzione? si inserisce in una più ampia riflessione del prof. Fontana con La nuova Chiesa di Karl Rahner. Il teologo che ha insegnato ad arrendersi al mondo e Chiesa agnostica e secolarizzazione. L’antica eresia e la disgregazione della fede; e recentemente con Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede e Verità o interpretazione. Critica all’ermeneutica cattolica.

Il punto decisivo dell’analisi è che nella Chiesa di oggi non si ritiene necessario cambiare esplicitamente una dottrina per modificarne gli effetti. È sufficiente modificare la prassi, ammettere eccezioni, introdurre nuovi criteri di discernimento e lasciare che, poco alla volta, ciò che inizialmente appariva come un’eccezione pastorale produca una diversa comprensione della norma stessa.

Quando cambiano le parole, può cambiare anche la morale

Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’attenzione dedicata al linguaggio dell’Esortazione. La teologia cattolica classica ha sempre attribuito grande importanza alla precisione delle parole. Termini come peccato, grazia, legge naturale, adulterio, conversione, colpa, coscienza e stato di grazia non sono intercambiabili con espressioni genericamente sociologiche o psicologiche. Ognuno di essi rinvia a una precisa concezione dell’uomo, della libertà e del rapporto con Dio.

Per questo la sostituzione progressiva di alcune categorie non può essere considerata un semplice aggiornamento stilistico. Il prof. Fontana richiama, per esempio, il crescente ricorso alle parole «fragilità» e «debolezza» in luogo della categoria di peccato.

Naturalmente ogni peccatore è anche fragile e la Chiesa ha sempre conosciuto la debolezza dell’uomo. Ma le due nozioni non coincidono. La fragilità descrive una condizione; il peccato introduce una dimensione propriamente morale. Nel secondo caso entrano in gioco l’oggetto dell’atto, la libertà, la responsabilità e la necessità della conversione.

Se il peccato viene progressivamente reinterpretato soltanto come fragilità, il rischio è che anche la missione della Chiesa venga modificata. Essa non appare più anzitutto come Madre che accoglie il peccatore per condurlo alla conversione e alla vita nuova, ma come una realtà chiamata essenzialmente ad accompagnarlo nella situazione in cui si trova.

Accogliere, accompagnare e discernere sono certamente dimensioni autenticamente cristiane. La questione decisiva è però verso che cosa si accompagni l’uomo. La misericordia cristiana non consiste nell’affermare che il peccato non esiste più, ma nell’offrire al peccatore la possibilità reale di esserne liberato. È qui che il problema linguistico diventa problema teologico.

Lo stesso vale per la tendenza a descrivere situazioni matrimoniali oggettivamente irregolari come forme «imperfette» rispetto alla pienezza del matrimonio cristiano. Una cosa è riconoscere gli elementi umanamente positivi presenti nelle persone coinvolte; altra cosa è suggerire che una condizione oggettivamente contraria all’ordine morale possa essere considerata una tappa verso il bene. Se il male morale viene trasformato semplicemente in un bene ancora incompleto, la conversione perde progressivamente la propria ragion d’essere.

Fontana dedica particolare attenzione anche ad alcune espressioni entrate nel linguaggio ecclesiale contemporaneo: le «pietre morte da scagliare», il confessionale che «non è una sala di tortura», l’Eucaristia che «non è un premio per i perfetti».

Ma proprio per questo lo slogan può diventare fuorviante. La dottrina cattolica non contrappone infatti «perfetti» e «deboli»: distingue invece tra chi può accostarsi degnamente al Sacramento e chi è consapevole di trovarsi in stato di peccato mortale.

La questione viene quindi spostata. Da una precisa distinzione sacramentale si passa a una contrapposizione emotivamente molto efficace tra una Chiesa misericordiosa e una Chiesa che pretenderebbe la perfezione prima di concedere i sacramenti.

Le note che hanno cambiato la prassi


Il libro si occupa anche delle famose note a piè di pagina 329 e 351 di Amoris laetitia. La questione riguarda soprattutto i divorziati risposati civilmente che continuano una convivenza more uxorio.

La disciplina ribadita da san Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio al n. 84, permetteva, quando gravi motivi impedissero una separazione, l’accesso ai sacramenti è ammesso a condizione dell’impegno a vivere in continenza.

L’esegesi dei testi delle due note mostra che esse alludono alla possibilità di accedere alla comunione anche in mancanza della condizione posta da Giovanni Paolo II e quindi aprono la porta, senza dichiararlo, alla novità.

Fontana insiste su una distinzione fondamentale della morale cattolica: quella tra la gravità oggettiva di una azione e la responsabilità soggettiva della persona. Quest’ultima può essere diminuita da ignoranza, timore, condizionamenti o altre circostanze. La Chiesa lo ha sempre insegnato. Ma un’attenuante soggettiva non trasforma automaticamente un atto oggettivamente disordinato in un atto moralmente buono.

Analogamente, la disciplina sacramentale relativa a una situazione pubblica non coincide semplicemente con il giudizio sull’anima di una persona, che appartiene in ultima analisi a Dio. Concentrare tutta l’attenzione sulle attenuanti soggettive ha permesso di spostare il problema: dalla conformità oggettiva della condotta alla legge alla situazione interiore della singola persona.

Il nodo di Veritatis splendor


Il libro confronta Amoris laetitia con l’enciclica di San Giovanni Paolo II del 1993 Veritatis splendor, la quale aveva riaffermato alcuni punti essenziali della morale cattolica proprio davanti alla diffusione di teorie che tendevano a subordinare la norma morale alle circostanze, alle conseguenze o alla valutazione soggettiva. Stefano Fontana sostiene che Amoris laetitia introduce molti elementi che trasformano quella visione.

La prima trasformazione riguarda il passaggio dal comandamento all’«ideale». Un comandamento morale obbliga. Un ideale, invece, rappresenta qualcosa verso cui ci si può progressivamente avvicinare. Presentare il matrimonio cristiano, la fedeltà coniugale o la castità prevalentemente come ideali rischia quindi di suggerire che la norma indichi una perfezione desiderabile ma non sempre concretamente esigibile.

La concezione cattolica classica è diversa. Dio non propone semplicemente all’uomo una meta ideale: gli comanda il bene e, nello stesso tempo, gli offre la grazia necessaria per compierlo. Da qui nasce la progressiva scomparsa della legge naturale dall’orizzonte morale e in particolare la dottrina degli intrinsece mala, gli atti cioè che per il loro oggetto non possono diventare moralmente buoni in virtù dell’intenzione o delle circostanze. Le circostanze possono certamente modificare la responsabilità del soggetto, ma non cambiano la natura morale dell’atto. È una distinzione essenziale. E conduce direttamente al problema della coscienza. La coscienza non crea il bene e il male. Essa giudica l’atto concreto alla luce di una verità morale che la precede.

Stefano Fontana teme che la nuova impostazione finisca per attribuire alla coscienza una funzione radicalmente nuova: stabilire cosa Dio le chiede dentro una situazione di vita che contraddice la norma morale. A quel punto il rapporto si capovolge: non è più la coscienza che deve conformarsi alla verità, ma è la norma che viene reinterpretata attraverso la situazione della coscienza.

Anche il concetto cristiano di misericordia ne risulta modificato. La misericordia autentica non nega il peccato: lo perdona. E proprio perché lo perdona chiama l’uomo a lasciarselo alle spalle. Il Cristo che non condanna l’adultera è lo stesso Cristo che le dice: «Va’ e d’ora in poi non peccare più».

La rivoluzione attraverso la prassi

Questa è forse la tesi più originale del libro. Per comprendere Amoris laetitia, sostiene il nostro Autore, bisogna abbandonare l’idea che una rivoluzione ecclesiale debba necessariamente presentarsi sotto forma di una solenne negazione della dottrina precedente. La trasformazione contemporanea procede diversamente. Non afferma: «La dottrina precedente è falsa». Dice piuttosto: la dottrina rimane, ma occorre considerare le situazioni, discernere, accompagnare, integrare e avviare processi. Se però il risultato pratico di questi processi contraddice stabilmente ciò che la precedente disciplina riteneva conseguenza necessaria della dottrina, prima o poi sarà anche la comprensione della dottrina a cambiare.

Questo spiega la ricezione tanto diversa di Amoris laetitia nelle varie Chiese locali. In alcuni episcopati è stato ammesso, a determinate condizioni, l’accesso alla Comunione dei divorziati risposati che continuano a vivere more uxorio; altri episcopati hanno invece mantenuto sostanzialmente la disciplina precedente.

Stefano Fontana dedica a questo proposito alcune pagine significative anche ai Dubia presentati dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, e dei quali quasi sicuramente non si parlerà nell’incontro voluto da Leone XIV.

Dieci anni dopo, la domanda è ancora aperta

Ed eccoci nuovamente all’ottobre 2026. Cosa è accaduto in questi dieci anni? Amoris laetitia ha prodotto soltanto un rinnovamento pastorale oppure ha modificato anche il modo di intendere alcuni princìpi della morale cattolica?

La diversità delle applicazioni nelle Chiese locali è stata una ricchezza pastorale oppure ha prodotto una frammentazione della disciplina sacramentale? La distinzione tra norma oggettiva e responsabilità soggettiva è stata preservata oppure progressivamente sfumata? La coscienza viene ancora concepita come giudizio dell’uomo davanti a una verità morale che lo precede oppure rischia di trasformarsi nel luogo nel quale la norma stessa viene ridefinita? E soprattutto: il rapporto tra Amoris laetitia e Veritatis splendor può essere realmente spiegato in termini di sviluppo omogeneo?

Sono domande che il libro di Stefano Fontana poneva già allora e che, a dieci anni di distanza, non hanno affatto perduto la loro importanza.

Una critica che nasce dall’amore per la Chiesa


C’è infine una ragione più profonda per riprendere in mano questo libro.

Nella grande tradizione cattolica, il rispetto per il ministero petrino non ha mai significato che ogni scelta prudenziale, ogni formulazione non infallibile o ogni orientamento pastorale debbano essere sottratti a qualsiasi esame.

San Tommaso d’Aquino ammette la possibilità di una correzione pubblica dei prelati quando sia in pericolo la fede; san Roberto Bellarmino riconosce la legittimità della resistenza quando il danno arrecato alla Chiesa diventi grave; analoghe considerazioni si trovano, con le necessarie distinzioni, in Suárez, Vitoria, Gaetano e nella grande tradizione scolastica richiamata da Fontana.

Questo non autorizza né il disprezzo del Papa né una contestazione permanente dell’autorità ecclesiastica. Significa piuttosto riconoscere che il Papa serve una Tradizione che non nasce con lui e non termina con lui.

Per questo la domanda posta da Fontana conserva intatta la propria forza: Esortazione o rivoluzione? È questa distanza storica a rendere oggi il volume forse ancora più interessante di quando fu scritto. Non lo riproponiamo, dunque, per nostalgia delle polemiche del passato ma perché è il momento adatto per tornare alle domande fondamentali.

Che cosa significa sviluppo della dottrina? Qual è il rapporto corretto tra dottrina e pastorale? Può una prassi essere realmente cattolica se conduce stabilmente a conseguenze incompatibili con ciò che la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Qual è il ruolo della coscienza? Che cosa significa autentica misericordia? E fino a che punto si può parlare di continuità quando la medesima situazione morale riceve risposte sacramentali opposte nelle diverse Chiese locali?

Stefano Fontana offre risposte nette, talvolta severe, certamente controcorrente. Si può discutere ciascuna delle sue conclusioni, ma è difficile negare che le domande da lui poste siano ancora davanti alla Chiesa.

Per questo, a dieci anni da Amoris laetitia e nei giorni in cui Leone XIV ha convocato l’incontro con i presidenti degli episcopati mondiali, vale la pena tornare a Esortazione o rivoluzione? Per amore della Chiesa: perché amare la Chiesa non significa rinunciare alle domande, ma desiderare che in ogni tempo essa rimanga fedele alla Verità che ha ricevuto da Cristo.



(Foto di Josh Applegate, Unsplash)




lunedì 12 ottobre 2026

Preghiera per Leone XIV. OREMUS pro Pontifice




Papa Leone XIV ha chiesto di accompagnarlo con la preghiera mentre si prepara a sottoporsi a un intervento chirurgico questa settimana.

Uniamoci in preghiera affinché l’operazione abbia esito positivo e il Santo Padre possa ristabilirsi al più presto.

***

Domenica 11 ottobre il papa ha detto: «Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo».

Papa Leone XIV lo ha annunciato di persona, davanti ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus. «L’intervento dei medici è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera. Grazie, buona domenica».