martedì 17 febbraio 2026

Vescovo Strickland: “Essere sé stessi”, la grande menzogna




Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 17 feb 2026

Viviamo nel mito dell’autodeterminazione. Un vero e proprio dogma laicista. Non essere sé stessi è il grande peccato, il più grave e imperdonabile.

Questo il tema di una riflessione del vescovo Strickland sulla quale meditare.


***

di monsignor Joseph E. Strickland

Viviamo in un mondo in cui l’autodeterminazione è considerata sacra. Ci viene insegnato, costantemente, che realizzazione significa decidere da soli chi siamo, cosa facciamo e fino a che punto chiunque – Dio incluso – può spingersi. Una visione che non è rimasta fuori dalla porta della chiesa, ma vi è entrata ormai pienamente. E così oggi la menzogna più pericolosa non viene gridata dalle strade. Viene sussurrata nel cuore del credente.

La menzogna è semplice: credere di appartenere a sé stessi. Forse non lo diciamo apertamente, ma lo viviamo. La mia vita. Il mio corpo. La mia verità. Il mio cammino. Il mio discernimento. Parliamo come se Dio desse suggerimenti e noi ci riservassimo il diritto di rifiutare. Ma nessuno nella Scrittura incontra Dio e ne mantiene il controllo. Quando Dio entra in una vita, l’autodeterminazione finisce.

Abramo non negozia sul punto in cui fermare l’obbedienza. Pietro non pone limiti a quanto lontano si spingerà la sequela. Maria non chiede revisioni. Nessuno di loro dice: “Vediamo come si concilia questo con i miei piani”. Dicono di sì. Altrimenti se ne vanno.

Ed è questo che rende il Vangelo pericoloso. Perché non coesiste con l’autonomia. La sostituisce.

Oggi l’autonomia è spesso trattata come qualcosa di innocuo: semplice indipendenza, semplice maturità, semplice responsabilità personale. Ma l’autonomia non è neutrale. L’autonomia è una rivendicazione teologica.

Dire “Io appartengo a me stesso” significa dire qualcosa su Dio. Significa dire che l’autorità di Dio è condizionata, che i suoi comandamenti sono negoziabili, che la sua volontà è soggetta a revisione.

D’altra parte, è stata la prima tentazione. Sarete come dei. Non tanto immorale, quanto indipendente, autosufficiente. E ogni generazione trova un nuovo modo per abbellire questa bugia in modo che appaia ragionevole.

La nostra attuale versione della bugia sembra illuminata. Sembra compassionevole. Sembra psicologicamente informata. Ma è sempre la stessa menzogna.

Il cattolico moderno raramente rifiuta Cristo in modo assoluto. Piuttosto, si riserva silenziosamente il diritto di prevalere su di lui. Lo seguirà finché l’obbedienza non gli costerà la comodità. Fino a quando non gli costerà la reputazione. Fino a quando non gli costerà il controllo. Fino a quando non toccherà il corpo. E poi, all’improvviso, si invoca la coscienza. Si cita il discernimento. Si sottolinea la complessità.

Ma ascoltate attentamente. Nel momento in cui l’obbedienza diventa condizionata, Cristo non è più il Signore. A quel punto, è solo un consigliere.

Se vuoi sapere cosa crede veramente qualcuno riguardo a Dio, non iniziare da ciò che dice. Inizia da ciò che fa. Che fa con il suo corpo. Perché il corpo è il luogo in cui la teologia smette di essere astratta. Il corpo è il luogo in cui autonomia e Vangelo si scontrano.

Ecco perché il mondo è ossessionato dal corpo e infuriato contro l’insegnamento morale cristiano. Non perché la Chiesa sia crudele, ma perché la Chiesa si rifiuta di riconoscere che il corpo sia nostra proprietà.

Ogni discussione morale sul corpo si conclude con la stessa domanda: a chi appartieni? Se il tuo corpo ti appartiene, il sacrificio è facoltativo. Se il tuo corpo appartiene a Cristo, l’obbedienza è inevitabile. Ecco perché la Croce è offensiva. Non perché sia ​​violenta, ma perché afferma una pretesa.

Abbiamo imparato a resistere a Dio con gentilezza. Non ci infuriamo contro di lui. Non lo rinneghiamo apertamente. Semplicemente rimandiamo l’obbedienza a tempo indeterminato. Diciamo cose come: “Non sono ancora pronto”, oppure “Non è lì che mi sento chiamato”, oppure “Devo pregare di più per questo”. E la preghiera diventa una tattica dilatoria. Lo chiamiamo discernimento, ma in realtà è preservazione.

Vogliamo un cristianesimo che ci salvi senza reclamarci, che ci perdoni senza comandarci, che ci conforti senza crocifiggerci. Ma questo cristianesimo non esiste.

L’autonomia sembra più sicura dell’obbedienza perché promette controllo. Promette che la sofferenza sarà limitata, che la perdita sarà gestibile, che Dio non chiederà troppo. Ma questa promessa è falsa. L’autonomia non elimina la sofferenza. Rende solo la sofferenza priva di significato. Quando appartieni a te stesso, il dolore non ha scopo. È solo interruzione, solo furto, solo ingiustizia. Quando invece appartieni a Cristo, anche la sofferenza è accettata. Anche le ferite hanno un senso.

Ecco perché ci opponiamo a essere posseduti. Non perché Dio sia crudele, ma perché abbiamo paura di ciò che potrebbe fare con noi. Temiamo l’oscurità. Temiamo la perdita. Temiamo di essere spesi invece che preservati. E così ci aggrappiamo a noi stessi. Ma l’ironia è questa: il peso più estenuante nasce dal fingere di appartenere a sé stessi.

Parliamo della Croce come se fosse solo un simbolo di compassione. È questo, ma è di più. La Croce è una transazione. Un acquisto. La Scrittura non dice che sei stato ispirato da un prezzo. Dice che sei stato comprato a un prezzo. Comprato!

Questo linguaggio offende le orecchie moderne perché contraddice l’autonomia. Ma è il linguaggio del Vangelo. Gesù Cristo non è morto per restituirti la vita. È morto per prenderla nelle sue mani. Il che significa questo: il tuo tempo non è tuo. Il tuo corpo non è tuo. I tuoi progetti non sono tuoi. Il tuo futuro non è tuo. La tua sofferenza non è tua.

Niente è più neutrale. Tutto è rivendicato. Seguire Cristo non è un processo di autorealizzazione. È un processo di espropriazione. Non perché Dio ti disprezzi, ma perché ti ama troppo per lasciarti sovrano di te stesso. La domanda non è se Cristo abbia il diritto di chiedere tutto. L’unica domanda è se smetteremo di fingere il contrario. Perché il Vangelo non chiede: “Quanto sei disposto a dare?”. Chiede: “Ti arrenderai?”. E la resa non avviene a pezzi.

“Non appartieni a te stesso” suona come una minaccia per un mondo ossessionato dalla libertà. Ma è l’unica frase che davvero libera. Perché se non appartengo a me stesso non devo salvarmi. Non devo giustificarmi. Non devo controllare i risultati. Non devo portare il peso insopportabile dell’autorealizzazione. Se non appartengo a me stesso, la mia vita non è un progetto. È un’offerta.

E le offerte non vengono gestite. Vengono deposte sull’altare.

Quindi la domanda non è se credi in Cristo. La domanda è più semplice e anche più difficile: chi ti possiede? Perché qualsiasi cosa tu rifiuti di cedere è ciò che ti possiede ancora. E Cristo non si contenderà il posto in una vita che insiste nel rimanere sovrana.

Lui aspetta. Non perché non abbia autorità, ma perché l’amore non forza mai. Eppure, la richiesta rimane valida.

Se ti stai chiedendo cosa succederà dopo una gravidanza indesiderata, non devi preoccuparti. Quella vita non è tua, non puoi scartarla o ridefinirla. Non è un’interruzione. Non è un errore. Appartiene a Dio prima ancora di appartenere a te. Affidala a lui!

Se ti stai interrogando sulla confusione, sull’identità, sulla pressione di ridefinire il tuo corpo in modo che corrisponda ai tuoi sentimenti, non devi farlo. Il tuo corpo non è materia prima da inventare. Non è un problema da risolvere. È un dono già reclamato. Offrilo a Dio.

E se ti stai interrogando sul tuo matrimonio, se ti stai chiedendo se ti è permesso andartene, se sei giustificato ad andartene, se la tua infelicità ti dà il permesso di infrangere ciò che un tempo avevi promesso, non devi chiedertelo. Il tuo matrimonio non è un contratto di convenienza. Non è sostenuto dai sentimenti. Non si dissolve per una delusione. Non appartiene solo a te.

Ciò che è stato unito davanti a Dio non può essere disfatto semplicemente perché è diventato pesante, doloroso o solitario. Le difficoltà non cancellano un voto. La sofferenza non invalida automaticamente la fedeltà. Affidalo a Dio.

Se ciò a cui stai ponendo fine è l’abuso – vero abuso, violenza, coercizione, degradazione, distruzione della tua dignità – allora non è di questo che sto parlando. Dio non ti ordina mai di sottometterti al male. Non santifica mai il male. Non ti chiede mai di rimanere dove la tua vita, la tua sicurezza o la tua anima vengono violate.

L’abuso non è una croce da sopportare. È un peccato da fermare. Cercare la sicurezza non è un fallimento nella fede. Nominare l’abuso non è tradimento. Abbandonare il pericolo non è disobbedienza. Anche questo appartiene a Dio.

Ma la difficoltà non è abuso. L’infelicità non è sinonimo di ingiustizia. E il disagio da solo non è il permesso di annullare ciò che è stato promesso a Dio. Quindi dobbiamo dire la verità con chiarezza, senza confusione e senza paura.

Dona a Dio ciò che è ferito. Dona a Dio ciò che è rotto. E non confondere mai l’amore con il silenzio di fronte al male.

Dio non chiama perché è facile. Chiama perché è necessario.

Non ti viene chiesto di sentirti pronto. Non ti viene promesso conforto. Non ti viene garantita la chiarezza prima dell’obbedienza. Ti viene chiesto di arrenderti. Affidati a Dio.

E se vi state chiedendo se vi è permesso dire di no – a una vocazione, a un sacrificio, a una missione che sembra troppo costosa, troppo nascosta, troppo pubblica, troppo impegnativa – semplicemente dovete smetterla di chiedervelo.

Il discepolato non si basa sulle preferenze. Si basa sull’obbedienza. Ciò che Dio ti chiede non è arbitrario. È preciso. Affidalo a Dio.

E se ti stai chiedendo se aggrapparsi sia più sicuro che lasciare andare, se il controllo sia più saggio della fiducia, se trattenere qualcosa ti proteggerà, non devi chiedertelo. Niente a cui ti aggrappi ti salverà. Niente di ciò a cui ti arrendi è perduto. Affidati a Dio.

Perché, in fin dei conti, non si tratta di perdita. Si tratta di verità. Non sei mai stato destinato a portare te stesso. Non sei mai stato destinato a essere artefice della tua salvezza. Non sei mai stato destinato ad appartenere a te stesso.

Sei stato comprato. Sei stato rivendicato. Sei stato amato a un prezzo che non hai fissato e che non potevi pagare. E la libertà che stai cercando non la troverai mai stringendoti forte. La troverai solo lasciando andare.

Quindi smettetela di negoziare. Smettetela di rimandare. Smettetela di fingere di possedere ciò che vi è già stato dato.

Metti la tua vita sull’altare: il tuo corpo, il tuo futuro, le tue ferite, le tue paure, il tuo sì, la tua croce.

Questa non è una sentenza di sconfitta. È l’inizio di tutto!

pillarsoffaith





Minoranze organizzate controllano maggioranze disorganizzate







Islamizzazione dell’Europa. A che punto siamo?



Di Paolo Piro, 16 feb 2026

“Sentiamo il rumore del muro che crolla

ma non quello dell’edera che si insinua,

si radica, fessura e frattura”.


Yusuf al-Qaradawi, esponente di rilievo della Fratellanza Musulmana, nel 2007 in una intervista all’emittente televisiva Al-Jazeera affermò che l’islam avrebbe nuovamente volto le sue mire di conquista verso l’Europa: “La conquista di Roma, la conquista dell’Italia e dell’Europa. Questo significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta. Si può dire che questa conquista si farà attraverso una guerra? No, non è necessario. Esiste la conquista pacifica, e la conquista pacifica è uno dei principi di questa religione. Prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza ricorrere alla spada. Questo sarà fatto attraverso la predicazione e le idee”. 

L’eminente teologo musulmano puntualizzò che si sarebbe trattato del terzo tentativo. Il primo si era consumato ad opera dei Saraceni fra il VII e l’XI secolo, vanificato da Carlo Martello a Poitiers nel 743 e a Tourtour nel 973 dal Duca Guglielmo; il secondo, ad opera degli Ottomani, si infranse nelle acque di Lepanto nel 1571 e sotto le mura di Vienna l’11 settembre del 1783, grazie al Re di Polonia Giovanni III Sobieski. Il terzo tentativo, questa terza aggressione dell’Islam verso l’Europa, sottolineò al-Qaradawi, non userebbe la spada ma la demografia, la predicazione e la battaglia culturale attraverso l’espansione della presenza musulmana con le sue moschee e le sue comunità parallele, alimentate dagli immigrati. Lo stesso Erdogan, aspirante Califfo neo-ottomano, nel 1997, fece suo un brano del poeta nazionalista turco Ziya Gökalp “Le moschee sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette, le cupole i nostri elmi e i credenti i nostri soldati”.

Intanto, il mondo islamico tesse la sua nahda (il risveglio) come definita da Jamal al-Din al-Afghānī, fra i più grandi riformatori dell’islam del XIX secolo, la trama di un risveglio che la Fratellanza Musulmana dal Maghreb, Jamaat dalla regione indiana ed altre realtà nel mondo tessono dal 1922, data della fine del califfato ottomano. In tale contesto si consuma la contesa per la conquista della leadership nella ummah. il contenzioso ha tre pretendenti, gli ayatollah di Teheran i Sauditi di Ryad e il leader turco di Ankara con le varianti, pro-tempore, dell’Isis e di altre sigle. Tutti consci che non basta vincere la battaglia per la supremazia politica e quella del confronto con l’occidente ma occorre, per avocare a sé il titolo di Califfo, possedere le chiavi del luogo sacro islamico per eccellenza, La Mecca. Il che vorrebbe dire, almeno per due dei tre aspiranti, ricevere le chiavi dai sauditi, con le buone o con le cattive. L’ultima volta, nel 1500, cinquant’anni dopo che Maometto II aveva conquistato Costantinopoli, il sultano Selim II marciò con le sue truppe alla volta de La Mecca, allo Sceriffo, che ne deteneva le chiavi, non rimase che consegnarle nelle mani del capo ottomano che, così, acquisiva il titolo di vicario di Maometto (Califfo), guida suprema della Nazione Giusta, la Ummah.

Le sorti di questa vicenda, cioè il terzo tentativo di conquista musulmana, passano per l’Europa, una realtà di difficile definizione. È l’Europa a 27 della Unione Europea? Oppure quella dall’Atlantico agli Urali di woytilana memoria? Oppure l’Europa di una cristianità che non c’è più e che, comunque, continua a costituire, sul piano culturale e spirituale, l’unica vera identità a cui gli europei possono fare riferimento? Risposta difficile perché, oggi, l’Europa rischia sempre più di ridursi ad una espressione geografica intesa come estrema propaggine continentale dell’Asia che si distende verso l’Atlantico.

L’Unione Europea spende il meglio di sé per rendersi insignificante, collabora con il Consiglio d’Europa che comprende 46 Paesi fra i quali la Turchia e si occupa di diritti umani. Il Consiglio, nel 2010, ha votato la risoluzione 1743 che recita “Vogliamo rendere chiaro che l’Islam è parte della Civiltà Europea, che non è una importazione recente, ma ha radici che risalgono a 13 secoli”. Per non farci mancare niente nel 2014 è stata istituita la “Giornata mondiale contro l’Islamofobia” e ogni anno è pubblicato un rapporto che rende edotti sugli episodi islamofobici e la diffusione di quello che viene passato per un diritto umano, cioè “essere musulmani”, come se qualcuno mettesse in dubbio tale libertà. Non esiste, invece, un rapporto annuale sugli istituzionalizzati abusi contro i diritti umani nei paesi dove vige la sharia.

L’Europa dei 27 conta 450milioni di abitanti fra i quali 30milioni di musulmani, poco meno del 7%. Numeri approssimativi dal momento che mancano cifre esatte e in alcuni Paesi, come la Francia, vige il divieto di condurre contabilità inerenti la diffusione di religioni, etnie e quanto altro andrebbe contro l’etos dei “diritti”. Le proiezioni sul futuro dell’Europa, nella prospettiva di alta immigrazione parlano, per il 2050, di 70milioni di musulmani, a fronte di un tragico ed inesorabile declino demografico che riguarda soprattutto la componente autoctona europea. In Italia e Spagna la percentuale di muslim tocca il 5%, nel Regno Unito il 6,5%, in Germania il 7%, in Francia e Belgio il 10%, paesi come la Svezia, la Danimarca, l’Olanda hanno percentuali fra 5 e l’8%. 

Questi ultimi tre Paesi vivono una drammatica situazione sul fronte della sicurezza pubblica, grazie a decenni di maggioranze governative a trazione “Verde” che hanno promosso l’accoglienza senza limiti di immigrati fra i quali molti musulmani. Un welfare oltremodo generoso ha fatto accorrere stranieri da ogni parte del mondo, ha trasformato l’identità di queste nazioni diventate l’emblema del multiculturalismo e del suo fallimento. C’è chi afferma che quello di Stoccolma sia uno Stato fallito, famoso negli anni ’70 del XX secolo per sua maestà il Re che andava sul bus senza scorta, come segno di una democrazia compiuta, oggi interi quartieri sfuggono al controllo delle forze dell’ordine, lo Stato non ha più giurisdizione su di essi. In molti Paesi europei sono sorte società parallele, enclave, dove vige la sharia oppure, come nel Regno Unito, dove si sono insediate diverse ShariaCourt, enti che amministrano la giustizia, valutano divorzi ed eredità secondo il Corano e, infine, interi quartieri del tutto islamizzati come Molenbeek e Schaerbeek in Belgio, Lavapiès in Spagna oppure Marsiglia dove i musulmani puntano a quota 50% della popolazione e la città è definita “città algerina per eccellenza”. In Germania e Regno Unito, le autorità consentono la Sharia Police, ronde che redarguiscono per strada le donne vestite in modo non consono. Non si può dimenticare che le autorità inglesi, nel 2019, negarono l’asilo ad Asia Bibi, la donna cristiana pakistana accusata nel suo paese, di blasfemia. Londra, evidentemente, temeva di non essere in grado di contenere la piazza musulmana.

L’espansione islamica in territorio europeo conta grandi moschee come quella di Roma, Strasburgo o Est London, e quelle simboliche di Poitiers, dedicata ai “martiri saraceni” di Carlo Martello o Cordoba ex capitale dell’emirato di Andalusia, inoltre esistono innumerevoli luoghi di culto che ogni venerdì accolgono milioni di fedeli. In Italia se ne contano circa 1.200, in Germania 2.500, in Spagna 2.000, in Francia 3.000, numeri approssimativi che offrono l’idea del processo di espansione in corso, finanziato da miliardi di petroldollari investiti da Qatar, Arabia Saudita, Emirati e Turchia, un fenomeno avallato dagli stati nazionali anche perché i fondi giungono in Europa unitamente all’avvio di affari e lucrosi investimenti di altro genere. Sarebbe complesso descrivere la progressiva penetrazione turca nei Balcani che ha visto con la guerra in Bosnia Erzegovina del 1992-95, accorrere mujahidin (combattenti islamici) da tutto il mondo e i croato-cattolici diventare piccola minoranza.

Il fenomeno dell’islamizzazione europea si intreccia con quello migratorio, la Germania è la patria delle Ong che incoraggiano ed incentivano l’immigrazionismo promuovendo una cultura multiculturalista che, nonostante il fallimento dei modelli di integrazione anglosassone e di assimilazione francese, continua ad essere alimentata da investimenti su migliaia di progetti come fa, ad esempio, la Migration Hub Network di Berlino, apice del “volontariato” pro migrazioni.

A Bruxelles la popolazione musulmana ha raggiunto il 26%, così come a Birmingham e Rotterdam, ad Anversa il 17, a Manchester il 16, all’Aia il 15, a Vienna e Colonia il 12 e così via. Osservando le dinamiche di espansione dell’Islam si può affermare che al 5% la presenza islamica genera società parallele (enclave), al 10% nascono partiti islamici, al 20% l’islamizzazione è conclamata, oltre, si può ipotizzare lo scontro armato per la sottomissione dell’intera società e, al 70% la dhimmitudine, la sottomissione di cristiani ed ebrei che diventano cittadini di serie “b”.

Il politologo Gaetano Mosca scrive “Minoranze organizzate controllano maggioranze disorganizzate, prive di identità, obiettivi, modelli, senza una visione del mondo, di Dio, dell’uomo” qualcosa di simile è avvenuto durante la rivoluzione di ottobre nel 1917, quando Lenin prese il potere. “I muslim hanno fervore e convinzione, sono convinti della giustezza della loro causa, hanno disciplina” e, soprattutto, hanno un progetto politico, la Ummah. L’uomo europeo mostra di non avere più nulla di tutto questo. Pare non nutrire più convinzioni, ideali, giuste cause per cui vivere e per cui morire.

Mentre il fenomeno che è stato sommariamente decritto continua a lievitare, in Europa, a Roma batte ancora un cuore universale che parla di fede e di speranza, di ideali, di un passato e di un presente che potrebbero costituire il materiale di costruzione per un nuovo futuro. Se le genti d’Europa guardassero a Roma si riapproprierebbero della Speranza, la capacità di pensare e realizzare un grande ideale, un grande progetto, trovando nella cristianità di ieri l’ispirazione per una cristianità di domani, facendo di quel passato il proprio futuro, diverso, migliore e più perfetto di quello che fu, sia nella Fede che nella Carità unico baluardo di fronte ad un Islam che cresce e conquista.



(Foto di Nils Huenerfuerst su Unsplash)





La fuga dall’allarmismo climatico continua


Un cartello che chiede "Giustizia climatica" mostrato durante 
una manifestazione dei Fridays for future a Berlino in occasione
dei 10 anni degli accordi di Parigi sul clima,
 il 12 dicembre 2025 (foto Ansa)

I leader che un tempo si affidavano alla retorica delle emissioni zero ora parlano di sicurezza energetica e crescita economica. E la gente si è stufata di previsioni apocalittiche non basate su dati reali.



Di Bjørn Lomborg, 16 febbraio 2026

Che differenza può fare un solo anno. La spinta, un tempo dominante, a rimodellare radicalmente la società per scongiurare una catastrofe climatica si è sgretolata. Basta guardare a Davos, il grande palcoscenico a lungo monopolizzato dall’attivismo climatico: quel consenso è stato abbandonato proprio da chi lo aveva sostenuto con maggiore forza.

Il segnale è emblematico: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non ha menzionato nemmeno una volta la transizione climatica nel suo intervento a Davos del 2026, dopo averla posta al centro assoluto dei suoi discorsi negli anni precedenti.

Anche Canada e progressisti americani cambiano linea

Ma non si tratta solo dell’Europa. Il premier canadese Mark Carney, che un tempo invocava «un impegno globale per le emissioni zero» per affrontare quello che definiva una «minaccia esistenziale», oggi ammette che l’«architettura della risoluzione collettiva dei problemi» sostenuta a lungo dalle élite del World Economic Forum — e che includeva anche i vertici Onu sul clima — si è «indebolita». In patria, promette ora di trasformare il Canada in una «superpotenza energetica».

Negli Stati Uniti, persino i politici democratici hanno smesso di porre il cambiamento climatico al centro della loro agenda, spostando l’attenzione su accessibilità economica, prezzi bassi dell’energia e sollievo immediato per famiglie e imprese. Zohran Mamdani, socialista democratico e nuovo sindaco di New York, ha condotto la sua campagna sui rincari di cibo e affitti, parlando a malapena di clima.

I “meriti” di Trump e la noia dell’allarmismo climatico

Questo cambiamento globale non è dovuto soltanto all’elezione di Donald Trump. Sono gli elettori stessi a essersi stancati dell’allarmismo climatico incessante, costringendo molte voci dell’attivismo a moderare i toni. Gridare all’apocalisse non porta più dividendi politici.

Altre questioni sono diventate molto più importanti, e in tutto il Nord globale le persone leggono e seguono sempre meno notizie sul cambiamento climatico. Anche i media ne parlano di meno: secondo un’analisi del Washington Post, il 2025 ha registrato il numero più basso di citazioni mediatiche del clima da marzo 2022.

Gli strateghi politici arrivano persino a sconsigliare l’uso dell’espressione “cambiamento climatico”, perché «quando i leader pronunciano quelle parole, gli elettori provano sensazioni negative».

Una correzione di rotta che indica come media e politici di sinistra stanno finalmente raggiungendo l’opinione pubblica, che colloca il clima in basso nella scala delle priorità, persino rispetto ad altre questioni ambientali. Un sondaggio globale del Pew Research Center pubblicato lo scorso agosto mostra, in tutti i paesi ad alto reddito, un calo della percezione del cambiamento climatico come minaccia grave negli ultimi anni.

Questa ricalibrazione riguarda persino gruppi di pressione e osservatori, che hanno abbandonato il catastrofismo aggressivo. Questo arretramento è positivo per politiche sensate, perché l’approccio allarmista si basava su una serie di travisamenti persistenti. Prendiamo l’affermazione secondo cui gli eventi estremi, a causa del clima, ci avrebbero resi drasticamente più vulnerabili. Non è vero.

La grande balla della Cina “green”

I morti causati da disastri legati al clima — tempeste, alluvioni, siccità e incendi — sono diminuiti nettamente nell’ultimo secolo. Nell’ultimo decennio si sono registrati alcuni dei livelli più bassi di sempre, nonostante la popolazione mondiale si sia quadruplicata. Negli anni Venti del Novecento il bilancio globale medio era vicino a mezzo milione di morti l’anno; l’anno scorso è stato inferiore a diecimila: una riduzione di oltre il 97 per cento.

Questo progresso è il risultato di sistemi di allerta migliori, infrastrutture più solide, una risposta ai disastri più efficace e, soprattutto, di una maggiore ricchezza che rende possibili queste protezioni. L’adattamento attraverso l’innovazione si è dimostrato molto più efficace delle restrizioni guidate dalla paura.

Un’altra grande mistificazione è l’idea che la Cina stia diventando rapidamente “verde”. In realtà, la Cina dipende in modo massiccio dai combustibili fossili, come tutti gli altri. Mezzo secolo fa, il 40 per cento dell’energia cinese proveniva da rinnovabili — quando la popolazione era povera e si affidava a legna e sterco. Con l’aumento della ricchezza, i combustibili fossili sono arrivati a coprire il 92 per cento dell’energia nel 2011, e nel 2023 — ultimo anno con dati disponibili — erano ancora all’87 per cento.

Il fallimento della transizione energetica

Gli impegni ambiziosi presi in una serie di vertici climatici per dirottare enormi flussi finanziari verso i paesi poveri per progetti verdi si sono rivelati illusori. Attivisti e politici chiedevano trasformazioni immediate e radicali dell’intera economia, insistendo che solo cambiamenti massicci avrebbero evitato il disastro. Hanno invocato trilioni di dollari da spostare dalle tasche dei contribuenti e dai settori tradizionali verso le rinnovabili. Quelle grandi visioni si sono sgonfiate, e il capitale privato si è quasi del tutto ritirato di fronte a rischi elevati e rendimenti incerti. Ciò che veniva presentato come un’inevitabile ondata di finanza sostenibile oggi appare più come una breve parentesi.

L’Europa offre l’avvertimento più chiaro dello scontro tra idealismo e realtà. La celebrata transizione energetica tedesca è stata un caso da manuale di decisioni sbagliate, enormemente costose, guidate dalla paura climatica. Oggi il cancelliere Friedrich Merz ammette che la Germania ha realizzato «la transizione energetica più costosa dell’intero mondo».

Gran parte dei costi deriva dalla chiusura prematura delle centrali nucleari, che erano affidabili, a basse emissioni e già completamente ammortizzate. Al loro posto, i decisori politici hanno aumentato la dipendenza da carbone e gas, facendo salire le emissioni e facendo impennare i prezzi dell’elettricità. Merz riconosce ora che «abbandonare il nucleare è stato un grave errore strategico».

Il passaggio dall’esagerazione a un realismo più sobrio tra i leader riuniti a Davos rappresenta almeno un progresso. Riflette la consapevolezza che le tattiche basate sulla paura hanno prodotto distacco dell’opinione pubblica, cattive politiche e reazioni politiche negative. Ora dobbiamo concentrarci su ciò che funziona davvero. Per il momento, significa garantire energia sicura e a basso costo per sostenere la prosperità, mentre innoviamo per un futuro più verde.


lunedì 16 febbraio 2026

A Brescia i cani sono ormai il doppio dei bambini. E ci sono più veterinari che pediatri







Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli 16 feb 2026

Nella città di Brescia ci sono 22.336 cani, uno ogni nove abitanti. I gatti sono un po’ meno, 14.364, ma si difendono bene e soprattutto il dato viene considerato ampiamente sottostimato. Ebbene, tutti questi cani superano di numero l’intera popolazione dai 0 ai 13 anni residente (poco più di 22 mila persone) e sono oltre il doppio dei bambini da 0 a 6 anni (circa 10mila). Che le nascite siano in caduta libera è noto da tempo. Per un po’ ci sono stati gli immigrati a rimpinguare le culle, poi nemmeno loro. Risultato? Se nel 2010 in tutta la provincia i neonati erano stati 13.600, oggi siamo a 8.400, quasi il 40% in meno. Anno dopo anno, le nascite crollano e la spirale non è destinata a fermarsi. Almeno in tempi brevi. Non da ultimo, c’è il fatto che le donne in età fertile sono sempre meno.

E così in una città sempre più vecchia a tenerci compagnia sono i cani e i gatti (quando non dormono).

Cosa è successo per avere un numero di veterinari (sono 737 a livello provinciale) che è cinque volte superiore al numero di pediatri (126)?



brescia.corriere.it




L'eunuco vitruviano sa tanto di nuovo puritanesimo



Ogni ragazzino ha accesso diretto alla pornografia, ma per il comitato olimpico all'Uomo Vitruviano di Leonardo devono essere cancellati i genitali. Una nuova forma di puritanesimo: puoi fare quello che vuoi, ma l'istituzione deve essere morigerata.

Olimpiadi e ideologie

Editoriali 



Un qualsiasi ragazzino può vedere un video porno in internet, però guai a mostrare le artistiche gonadi dell’Uomo vitruviano di Leonardo. Accade che nella sigla di apertura delle dirette Rai delle Olimpiadi Invernali appaia l’Uomo vitruviano sbianchettato dei suoi genitali. La Rai c’entra fino ad un certo punto. Infatti la sigla è stata realizzata dalla Olympic Broadcasting Services per Milano Cortina 2026, la divisione ufficiale del Comitato Internazionale Olimpico (CIO) che si occupa degli aspetti mediatici dei Giochi, e distribuita a tutte le emittenti del mondo, le quali possono avvalersene o meno.

Pare che l’Uomo vitruviano si stato evirato per adeguarsi al regolamento CIO il quale prevede che «i contenuti sessuali espliciti sono severamente vietati». Quello sporcaccione di Leonardo ci poteva pensare anche lui a suo tempo. O forse l’Eunuco vitruviano è stato pensato per compiacere le femministe, i non binari, gli uomini trans e tutti coloro che vedono nei genitali maschili una provocazione discriminatoria, un simbolo palese del patriarcato imperante, uno scandalo che mina l’uguaglianza tra i sessi, i generi e le specie. Meglio quindi il Femmineo vitruviano o il Transgender vitruviano.

La questione richiama un principio morale interessante: le buone intenzioni devono realizzarsi per il tramite di atti adeguati (entra in gioco il principio del duplice effetto). Facciamo un paio di esempi. Tizio ha invitato a cena tre amici e vuole bere con loro un bottiglia di vino. Uno di questi amici, Caio, è dipendente dall’alcol e sta tentando con tutte le proprie forze di smettere di bere. L’intento di Tizio è quella di dividere la bottiglia con gli altri due amici, non volendo offrirla a Caio ben conoscendo la sua dipendenza. La finalità perseguita da Tizio è in sé buona, ma calata nelle circostanze concrete produrrà più danni che benefici. Infatti Tizio indurrebbe in forte tentazione l’amico Caio. Quindi, buona la finalità – bere in compagnia – ma il modo per soddisfarla nel concreto – bere vino in presenza di un alcolista – risulterebbe dannoso. In breve: meglio evitare di portare la bottiglia in tavola e di far vedere a Caio che gli altri bevono. Diciamolo in altro modo per avvicinarci al caso dell’Uomo vitruviano: meglio evitare di mostrare la bottiglia a Caio.

Parimenti, mostrereste una serie di immagini di opere artistiche dei grandi del passato che mostrano nudi femminili ad un pervertito sessuale il quale sapete che può eccitarsi per un nonnulla? No, certamente. Meglio evitare di mostrargli queste immagini che per voi sono giustamente innocenti, innocenti perché la devianza non è nelle immagini, ma nell’occhio di chi le guarda.

Chi ha ideato la sigla delle Olimpiadi o pensa che siamo tutti dei pervertiti, per il bene dei quali è meglio coprire le pudenda del disegno di Leonardo, o, molto più probabilmente, ha preso alla lettera il regolamento del CIO per evitare grane future. Ma, a voler seguir in modo letterale il divieto del CIO, dovremmo mettere le braghette ad Adamo nel Giudizio universale di Michelangelo e al suo David e un reggiseno alla Venere del Botticelli. In realtà quella parte del regolamento è in sé giusta, ossia la sua ratio è corretta: il CIO vuole evitare immagini erotiche o addirittura pornografiche, ossia messaggi che, per contenuti e/o modalità, possano offendere il comune senso del pudore.

Perché invece l’Uomo vitruviano mostrato come papà Leonardo l’ha fatto non crea problemi morali? Proprio perché ciò che raffigura (il contenuto) e le modalità di rappresentazione non veicolano messaggi erotici, cioè atti a suscitare scandalo o reazioni pruriginose nella generalità del pubblico. Certo che ci sarà qualche moralista che inarcherà un sopracciglio e, all’opposto, qualche deviato che si ecciterà nel vederlo, ma i benefici di mostrare un’opera d’arte come quella di Leonardo supereranno per qualità e quantità questi rarissimi effetti collaterali. È come vendere vino: ci sarà sicuramente qualche alcolizzato che comprerà alcune bottiglie per ubriacarsi, ma la vendita al pubblico è moralmente lecita perché i suoi benefici superano questi danni collaterali non voluti. Dunque la differenza sta nel mostrare una immagine di un uomo o donna nudi, di carattere artistico, ad un bacchettone o ad un pervertito e invece mostrarla al pubblico in generale. Il fine astratto sarà sempre buono – mostrare un’opera d’arte – ma tale fine calato in una condizione rende l’atto inopportuno e in un’altra condizione opportuno. Ecco perché censurare gli artistici lombi dell’Uomo vitruviano è stata scelta errata di per sé. Tra l’altro produce l’effetto opposto a quello ricercato: attirare l’attenzione proprio lì.

Ne accennavamo all’inizio: strambo il nostro tempo. Un ragazzino può vedere qualsiasi video in internet, le riviste patinate presentano il porno come integratore della vita sessuale, a scuola mostrano immagini esplicite ai bambini con la scusa che è educazione sessuale, nei Pride tutti ballano seminudi, le pubblicità ostentano glutei e seni anche quando vendono noccioline, nei concerti i e le cantanti si esibiscono spesso in costumi quasi adamitici, sui social c’è la gara a spogliarsi (ma non a spogliarsi del proprio narcisismo), al Grande Fratello e sull’Isola dei Famosi siamo ad un passo dal nudo integrale, però peste lo colga chi vuole mostrare l’Uomo vitruviano senza veli. Si chiama puritanesimo. Tu puoi fare quello che vuoi in nome della libertà e lo Stato deve permettere ogni licenza, ma lo Stato stesso deve essere morigeratissimo in ogni sua espressione pubblica. Fosse vero fino in fondo, aggiungiamo noi, sui canali Rai molte trasmissioni, film e serie non dovrebbero essere mandate in onda. Insomma una società volutamente a due facce: l’una dai tratti scabrosi, l’altra soffusa da un candido perbenismo. Società ipocrita?

In definitiva, all’Uomo di Leonardo hanno tolto gli attributi, la cultura contemporanea ha perso invece molti buoni attributi.







domenica 15 febbraio 2026

La forma canzone (e canzonetta) nella liturgia




Certe canzoni delle Messe parrocchiali fanno stomacare qualsiasi giovane (o vecchio) e allontanano dalle nostre chiese (guardate l’età media dei fedeli oggi, che forse erano giovani… nel ’68 con le “messe beat“).
“Ne concludo, dunque, che prima ci libereremo della canzone (e della canzonetta) nella liturgia, con tutto ciò che si porta dietro in termini di strumenti, “ritmi”, e soprattutto degrado intellettuale, e prima potremo fare qualche passo avanti”.

Luigi C.





Carlo Demartini, Aurelio Porfiri, 3 feb 2026

Apprendo che un noto portale di musica liturgica ha dedicato un numero alla forma canzone nella liturgia.

L’analisi prende in esame l’argomento da diversi punti di vista, e non senza competenza e precisione.

Mi si permettano, tuttavia, alcune considerazioni.

1) definendo “canzone” un brano con una struttura strofa-ritornello su testo originale, ma escludendo la forma antifona-versetto (che non è la stessa cosa…) su testo biblico o liturgico, vi rientrano numerosi inni popolari e devozionali che la tradizione ci consegna, anche nelle comunità più piccole;

2) prima della riforma, a dette “canzoni” non veniva riservato uno spazio nella liturgia, bensì nelle processioni, o nelle pie devozioni;

3) la riforma non ha “sdoganato” questa forma in modo esplicito: si parla di “canto popolare” già in Pio X, ma non vi sono riferimenti specifici ad una forma musicale in SC, in MS, in OGMR: nemmeno lo studio in esame, in realtà, presenta fonti bibliografiche più autorevoli di questo o quel “repertorio”;

4) molti personaggi di spicco di una certa “fazione” ripetono con insistenza che, prima della riforma, la maggior parte delle forme musicali si siano appiattite sul mottetto… c’è del vero, anche se oggi assistiamo all’appiattimento della maggior parte delle forme sulla canzone: il Gloria è una canzone, il Sanctus una canzone, il communio una canzone, e così via (quello non andava bene, ma questo sì?), mentre le forme corrette, mai abolite, sono in realtà quelle del canto gregoriano: antifona, versetto, litania, inno, e così via;

5) a partire dal primo post Concilio, la canzone sembrava la chiave per penetrare con efficacia nel mondo giovanile (ma, soprattutto, per vendere spartiti e audiocassette… boccaccia mia…): forse per un po’ è stato così, ma questa convinzione ha abbassato di molto la qualità delle proposte, e ben presto la canzone è diventata prima canzonetta, e poi parodia di essa, con contenuti testuali e musicali imbarazzanti, che nessuno, al di fuori di determinati contesti, prenderebbe in minima considerazione;

6) appurato che il mondo giovanile, quando va bene, le “canzoni di chiesa” le dileggia tra una bestemmia e l’altra, e appurato che oggi per “canzone” si intende ben altro (vedasi la diffusione della trap e similari), è evidente che questa strategia, magari foriera di facili consensi all’inizio, abbia fallito miseramente;

7) esclusi dunque i giovani (anagraficamente parlando), eccetto forse i pochi polli da batteria indottrinati in oratorio, a praticare la forma canzone nella liturgia sono rimasti i giovani di allora, che anagraficamente non lo sono più: tuttavia, il servizio nazionale per la pastorale giovanile ha pubblicato, ancora in tempi recenti, una raccolta di canzoni ad uso dei vari raduni… operazione che trovo poco utile, visto che coloro che utilizzano quel materiale hanno fin troppe fonti (spesso discordanti tra loro) a cui attingere, e non mi sembra il caso di “ufficializzare” una approvazione di certa roba, per quanto io voglia pensare che una (più o meno competente) “scrematura” sia stata fatta.

Ne concludo, dunque, che prima ci libereremo della canzone (e della canzonetta) nella liturgia, con tutto ciò che si porta dietro in termini di strumenti, “ritmi”, e soprattutto degrado intellettuale, e prima potremo fare qualche passo avanti.






Dominica in Quinquagesima


La vocazione di Abramo


domenica 15 febbraio 2026


L’argomento che presenta oggi la Chiesa da meditare è la vocazione di Abramo.

Scomparse le acque del diluvio, la terra cominciò di nuovo a riempirsi di uomini; ma insieme comparve la corruzione, e l’idolatria venne a colmare la misura dei disordini. Ora prevedendo il Signore nella sua divina sapienza, la defezione dei popoli, volle costituire una nazione che gli sarebbe stata particolarmente devota, e nella quale si sarebbero conservate le sacre verità destinate a diffondersi fra i Gentili. Questo nuovo popolo doveva cominciare da un solo uomo, padre e tipo dei credenti, Abramo. Pieno di fede e di obbedienza verso il Signore, egli era chiamato ad essere il padre dei figli di Dio, il capo di quella generazione spirituale, alla quale appartennero ed apparterranno fino alla fine dei tempi tutti gli eletti, sia dell’Antico Testamento che della Chiesa Cristiana.

Dobbiamo dunque conoscere Abramo, nostro capo e modello, la cui vita è tutta sintetizzata nella fedeltà a Dio, nell’osservanza dei suoi comandamenti e nel sacrificio e nella rinuncia ad ogni cosa in ossequio alla volontà di Dio; in queste virtù appunto si riconosce il vero carattere del cristiano. Siamo dunque molto diligenti ad attingere dalla vita di questo grande personaggio tutti gl’insegnamenti che contiene per noi.
Il testo del Genesi che qui citiamo, e che la Chiesa legge al Mattutino, formerà la base di tutto ciò che dobbiamo dire intorno a lui.

Dal libro del Genesi (Gen 12,1-9)

E il Signore disse ad Abramo: “Parti dalla tua terra, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, e vieni nel paese che io ti mostrerò. Io poi farò di te una grande nazione, ti benedirò e farò grande il tuo nome, e tu sarai una benedizione. Io benedirò chi ti benedice e maledirò chi ti maledice, e in te saranno benedette tutte le nazioni della terra”. Partì dunque Abramo secondo l’ordine del Signore, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Haran. Egli prese con sé la sua moglie Sarai, e Lot figlio di suo fratello, e tutto quello che possedevano, e le persone che avevano acquistate in Haran, e partirono per andare nella terra di Canaan. E giunti colà, Abramo attraversò il paese fino al luogo di Sichem, fino alla valle famosa. Erano allora in quella terra i Cananei. Là il Signore apparve ad Abramo e gli disse: “Alla tua progenie io darò questa terra”. Ed egli edificò in quel luogo un altare al Signore, che gli era apparso. E di lì, procedendo verso il monte ad oriente di Betel, vi tese la sua tenda, avendo Betel a occidente ed Ai ad oriente; e anche lì edificò un altare al Signore e ne invocò il nome.
Santità di Abramo.

Quale più viva immagine poteva darci del discepolo di Gesù Cristo questo Patriarca, così docile e generoso a seguire la voce di Dio? E con quale ammirazione non dobbiamo ripetere la parola dei santi Padri: “Oh, uomo veramente cristiano prima della venuta di Cristo! uomo evangelico prima del Vangelo! uomo apostolico prima degli apostoli!”.

Il Signore lo chiama ed egli abbandona tutto, patria, famiglia, casa paterna, e s’incammina verso un ignoto paese. Gli basta che Dio lo conduca, e si sente sicuro, e non guarda indietro. Non hanno fatto così gli Apostoli? Ma guardate la ricompensa: Saranno in lui benedette tutte le nazioni della terra. Questo Caldeo, che porta nelle vene il sangue che salverà il mondo, doveva tuttavia morire prima di vedere sorgere il giorno, in cui un suo discendente avrebbe riscattato tutte le generazioni passate, presenti e future. Un giorno il Redentore aprirà il cielo, e i nostri progenitori, con Mosè, Noè e David, in una parola tutti i giusti, andranno a riposarsi nel seno di Abramo (Lc. 16, 22), immagine dell’eterna beatitudine. Così Dio onorò l’amore e la fedeltà di questa sua creatura.

La posterità spirituale di Abramo

Al compiersi dei tempi il Figlio di Dio e di Abramo rivelò la potenza del Padre, che s’apprestava a far nascere una nuova generazione di figli di Abramo dalle pietre della gentilità. Siamo noi, cristiani, questa nuova generazione: ma siamo degni di tale padre? Ecco come ne parla l’Apostolo delle Genti: “Per la fede, colui ch’è chiamato Abramo ubbidì per andare alla terra che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andasse. Per la fede dimorò nella terra promessa, perché aspettava quella città ben fondata, della quale Dio è architetto e costruttore” (Ebr. 11, 8-10).

Se dunque siamo figli di Abramo, in questo tempo di Settuagesima dobbiamo considerarci dei viaggiatori sulla terra, desiderosi di vivere, nello spirito, in quell’unica nostra patria donde fummo esiliati, ma alla quale ci avvicineremo ogni giorno più, se, come Abramo, saremo fedeli a guadagnare le diverse tappe che il Signore c’indicherà. Egli vuole che usiamo di questo mondo come se non ne usassimo (1 Cor. 7, 31), perché non è quaggiù la nostra dimora permanente (Ebr. 13, 14); e dimenticare che la morte ci separerà da tutte le cose che passano, sarebbe la nostra più grande sventura.

La vita cristiana e il divertimento

Come sono lontani dall’essere veri figli di Abramo quei cristiani, che oggi e nei due prossimi giorni, s’abbandonano all’intemperanza e ai divertimenti peccaminosi, col pretesto che sta per cominciare la santa Quaresima. L’ingenuità dei costumi dei nostri primi padri poteva più facilmente conciliare la gravità cristiana con gli addii ad una vita più dolce che la Quaresima stava per interrompere, alla stessa maniera che la gioia dei loro pasti testimoniava, nella solennità della Pasqua, la stretta osservanza delle prescrizioni della Chiesa. È sempre possibile conciliare le due cose. Ma spesso avviene che l’idea cristiana dell’austerità si imbatte con le seduzioni della natura corrotta, e così la prima intenzione d’una semplice familiare allegria finisce per svanire in un lontano ricordo. Che cosa, per esempio, possono avere in comune con le gioie permesse dalla Chiesa nelle case dei suoi figli, quelli che lasceranno passare l’intera Quaresima senza accostarsi ai Sacramenti? E quegli altri che si preoccuperanno di ricorrere alle dispense, per mettersi più o meno al coperto dalle imposizioni della Chiesa, come potranno preludere alla festa di Pasqua con tante festicciole, in periodo durante il quale il peso dei loro peccati, lungi dall’alleggerirsi, diventerà ancora più pesante?

Potessero queste illusioni avere minore influenza sulle anime, e potessero queste ritornare per quanto riguarda i legami della carne e del sangue, alla libertà dei Figli di Dio che sola può restituire all’uomo la sua prima dignità! I veri cristiani non devono mai dimenticare, che nel tempo quaresimale la Chiesa si priva perfino dei suoi canti di letizia spirituale, per farci intendere più sensibilmente la durezza del giogo che Babilonia fa pesare su di noi, e rinnovarci nello spirito cristiano tanto facile ad affievolirsi. Se doverose convenienze trascineranno, in questi giorni, i seguaci di Cristo nel vortice dei profani divertimenti, vi portino almeno un cuore retto e sempre preoccupato delle massime del Vangelo. Come fece santa Cecilia, quando risuoneranno nelle loro orecchie le note d’una musica mondana, cantino a Dio nei loro cuori dicendo “Custoditeci puri, o Signore, e che niente alteri la santità e la dignità della vostra abitazione in noi”. Evitino soprattutto di autorizzare, partecipandovi, le danze, dove fa naufragio il pudore; esse saranno materia di più severo giudizio per quelli e quelle che le promuovono. Infine meditino le energiche considerazioni di san Francesco di Sales: “Mentre la folle ubriachezza dei divertimenti mondani sembrava aver cancellato ogni altro sentimento che non fosse quello di un piacere futile e troppo spesso pericoloso, innumerevoli anime continuavano ad espiare eternamente, nel fuoco dell’inferno, le colpe commesse in simili occasioni; in quelle stesse ore, servi e serve di Dio sacrificavano il sonno per andare a cantare le sue lodi ed implorare la sua misericordia sopra di voi; migliaia di vostri simili morivano d’angoscia e di tristezza nel loro misero giaciglio; Dio e i suoi Angeli vi guardavano attentamente dal cielo; e il tempo della vita passava, e la morte s’avvicinava a voi con un passo che non retrocede” (Introduzione alla Vita devota, III parte, c. 33).

L’adorazione delle Quarantore

Per tutto questo giustamente conveniva, che i tre ultimi giorni ancora esenti dal rigore quaresimale, non passassero senza offrire un adeguato alimento al bisogno di emozioni che tormenta tante anime. E ci ha pensato con materno intuito la Chiesa, ma non secondo i desideri di frivoli passatempi e di vane soddisfazioni: ai suoi figlioli devoti essa prepara un diversivo potente, che è nello stesso tempo un mezzo per placare lo sdegno di Dio provocato da tali eccessi.

Durante questi tre giorni viene esposto sugli altari l’Agnello, che dall’alto del suo trono di misericordia riceve gli omaggi degli adoratori che lo riconoscono per loro re; accetta il pentimento di coloro che rimpiangono ai suoi piedi d’aver servito, in passato, un altro signore; si offre al Padre per gli altri peccatori che, non contenti di trascurare i suoi benefici, sembrano di aver deciso di oltraggiarlo in questi giorni più che in qualsiasi altro tempo dell’anno.

L’idea di offrire una riparazione alla divina Maestà per i peccati degli uomini, proprio nel momento che se ne commettono di più, e di opporre all’ira del divin Padre il proprio Figliolo, mediatore fra il cielo e la terra, fu ispirata fin dal XVI secolo al cardinale Gabriele Paleotti, Arcivescovo di Bologna, contemporaneo di san Carlo Borromeo ed emulo del suo zelo pastorale. Quest’ultimo adottò subito nella sua diocesi e provincia una pratica così salutare. Nel XVIII secolo, Prospero Lambertini, volle continuare le tradizioni del Paleotti, suo predecessore, ed esortò il popolo alla devozione al Ss. Sacramento nei tre giorni di Carnevale. Salito poi sulla cattedra di san Pietro col nome di Benedetto XIV, arricchì il tesoro delle indulgenze a favore dei fedeli che, durante tali giorni, avrebbero visitato Nostro Signore nel mistero del suo amore ed implorato il perdono dei peccati. Tale favore, prima limitato alle chiese dello Stato Romano, fu da Clemente XIII, nel 1765, esteso a tutto il mondo; e così la devozione comunemente chiamata delle Quarantore, divenne una delle più solenni manifestazioni della pietà cattolica.

Siamo dunque molto solleciti ad approfittarne. Allontaniamoci, come Abramo, dalle profane influenze che ci assediano e cerchiamo il Signore Dio Nostro: riposandoci un po’ dalle libere dissipazioni del mondo, veniamo a meritare, ai piedi del Salvatore, la grazia di passare attraverso quelle che sono inevitabili senza attaccarvi il cuore.

I misteri di questo giorno

Consideriamo ora gli altri misteri della Domenica di Quinquagesima. Il passo evangelico contiene la predizione del Signore agli Apostoli della Passione che doveva fra poco soffrire a Gerusalemme. Un tale solenne annuncio prelude ai dolori della Settimana Santa. Accogliamo questa parola nelle nostre anime con ogni tenerezza e riconoscenza, e decidiamoci a metterci a disposizione del Signore, come fece Abramo.

Gli antichi liturgisti segnalavano inoltre la guarigione del cieco di Gerico come simbolo dell’accecamento dei peccatori. Il cieco riacquistò la vista perché sentiva il suo male e desiderava guarire. La santa Chiesa vuole che sentiamo lo stesso desiderio e ci assicura che sarà esaudito.

Messa

La Stazione è nella Basilica Vaticana di S. Pietro.

Questa scelta pare risalire all’epoca in cui si leggeva ancora in questa domenica la narrazione della Legge data a Mosè, considerato dai primi cristiani di Roma il tipo di san Pietro. Avendo poi la Chiesa rimandata la lettura dell’Esodo nel periodo della Quaresima, e sostituendo quel racconto col mistero della vocazione di Abramo, la Stazione romana restò nella Basilica del Principe degli Apostoli, che fu pure figurato da Abramo nella qualità di Padre dei credenti.

EPISTOLA (1 Cor. 13, 1-13).

 – Fratelli: quand’io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo che suona e un cembalo che squilla. E quando avessi la profezia, e conoscessi tutti i misteri ed ogni scienza, e quando avessi tutta la fede, fino a trasportare i monti, se non ho la carità, sono un niente. E quando distribuissi tutto il mio per nutrire i poveri e sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova. La carità è paziente, è benefica; la carità, non è invidiosa, non è insolente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non pensa male, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno. Le profezie passeranno, cesseranno le lingue, la scienza avrà fine: perché imperfettamente conosciamo e imperfettamente profetiamo; e quando sarà venuta la perfezione ciò ch’è imperfetto dovrà sparire. Quando ero bambino parlavo da bambino, avevo gusti da bambino, pensavo da bambino; ma fatto uomo non ho smesso le cose che eran da bambino. Ora noi vediamo come in uno specchio in modo enigmatico; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco parzialmente, ma allora conoscerò come io sono conosciuto. Rimangono per ora tutte e tre: fede, speranza e carità, ma la più grande di queste tre virtù è la carità.
 
Elogio della carità
 
Oggi la Chiesa ci fa leggere il magnifico elogio che fa san Paolo della carità, la virtù che insieme racchiude l’amor di Dio e del prossimo, ed è luce delle anime nostre. Se esse ne sono prive, vivono nelle tenebre, e tutte le loro opere sono impregnate di sterilità. Lo stesso potere dei miracoli non potrebbe garantire la salvezza a chi non ha la carità, senza di cui le opere apparentemente più eroiche potrebbero da se stesse costituire un’insidia.

Chiediamo al Signore questa luce; per quanto ci venga accordata anche quaggiù, ci è riservata senza misura nell’eternità. I giorni più splendenti che possiamo godere in questo mondo non sono che tenebre in paragone degli eterni splendori, dove, in presenza della realtà per sempre contemplata svanirà la fede; nell’istante che cominceremo a godere di quel possesso la speranza verrà a mancare del suo oggetto; solo regnerà l’amore; ed è questo il motivo della sua sovraeccellenza sulle altre due virtù teologali.

Ora, se il destino dell’uomo redento e illuminato da Gesù Cristo sta tutto qui, nel regno della carità, dobbiamo meravigliarci che egli debba lasciar tutto per seguire un tale Maestro? Purtroppo vi sono cristiani, battezzati in questa fede e in questa speranza, e che ricevettero le primizie di quest’amore, i quali s’ingolfano in questi giorni nei più grossolani disordini, anche se possono apparire raffinati e delicati. Si direbbe che abbiano fatto un patto con le tenebre tanto si sforzano d’oscurare l’ultimo raggio della luce divina che sta in loro.

La Carità, se regna in noi, ci deve rendere sensibili all’oltraggio che fanno a Dio questi nostri ciechi fratelli, e portarci nello stesso tempo a sollecitare si di loro la sua misericordia.

VANGELO (Lc. 18, 31-43). 

– In quel tempo: Gesù, presi in disparte i dodici, disse loro: Ecco noi ascendiamo a Gerusalemme e s’adempiranno tutte le cose predette dai Profeti riguardo al Figlio dell’uomo; egli sarà dato nelle mani dei gentili, sarà schernito e flagellato e coperto di sputi. E, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma risorgerà il terzo giorno. E quelli nulla compresero di tutte quelle cose, ed il senso di esse era loro nascosto e non afferravano quanto veniva loro detto. Or avvenne che mentre egli s’avvicinava a Gerico, un cieco stava seduto lungo la strada a mendicare; e sentendo passare la folla, domandò che cosa fosse. Gli dissero che passava Gesù Nazareno. Allora egli gridò: Gesù, figlio di David, abbi pietà di me. E quelli che precedevano gli gridavano di tacere. Ma lui a gridar più forte che mai: Figlio di David abbi pietà di me. Allora Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato. E quando gli fu vicino, gli domandò: Che vuoi ch’io ti faccia? E quello: Signore, esclamò, che ci veda. E Gesù gli disse: Guarda, la tua fede ti ha salvato. E subito ci vide e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, visto il miracolo, lodò Dio.

Cecità e luce spirituale
 
Abbiamo sentita la voce di Cristo annunciante la Passione, la stessa voce che sentirono gli Apostoli, i quali accolsero la confidenza del loro Maestro, ma senza comprendere nulla perché essendo ancora imbevuti dei pregiudizi del loro popolo contro le sofferenze del Messia, non potevano comprendere il vero senso della sua missione di Salvatore. Tuttavia non lo lasciano e continuano a seguirlo.

Adoriamo con amore la divina misericordia, che ci volle separare, come Abramo, da quel popolo abbandonato; seguiamo l’esempio del cieco di Gerico, alzando la voce al Signore, perché c’illumini sempre di più: Signore, fate che io veda; ecco la sua preghiera. Già ci concesse la sua luce: ma ci gioverà ben poco, se essa non risvegliasse in noi il desiderio di vederci sempre di più. Dio promise ad Abramo di mostrargli la terra a lui destinata: che si degni mostrare anche a noi la terra dei viventi. Soprattutto preghiamolo, secondo la bella espressione di sant’Agostino, che si mostri a noi affinché lo amiamo e di mostrare noi a noi stessi perché cessiamo d’amarci.

Preghiamo

Esaudisci con clemenza, o Signore, le nostre preghiere e, dopo averci sciolti dai lacci dei peccati, preservaci da ogni avversità.


(da: P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. GRAZIANI, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 451-458.)