venerdì 27 marzo 2026

Un vescovo olandese afferma che la Chiesa nei Paesi Bassi è crollata e avverte che la Germania potrebbe essere la prossima


Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch nei Paesi Bassi



di Sabino Paciolla, 27-03-2026

Il vescovo olandese Rob Mutsaerts, ausiliare della diocesi di ’s-Hertogenbosch, ha lanciato un forte monito alla Chiesa in Germania: se continuerà a seguire la linea eterodossa del Cammino Sinodale, rischierà lo stesso crollo drammatico vissuto dalla Chiesa nei Paesi Bassi dopo il Concilio Vaticano II.

In un’intervista esclusiva concessa al giornalista Andreas Wailzer di LifeSiteNews, mons. Mutsaerts ha ripercorso la tragica parabola della Chiesa olandese, che negli anni Sessanta passava dall’essere «il ragazzo più ben educato della classe» a «il ragazzo più ribelle della classe che voleva riformare la Chiesa Universale».

Fino agli inizi degli anni Sessanta, nella sua diocesi il 97% della popolazione era cattolico e il 96% partecipava alla Messa domenicale. Poi arrivò la svolta: ossessionati dagli ideali degli anni Sessanta – liberazione sessuale, eliminazione delle regole e dell’autorità – i riformatori olandesi, guidati da teologi progressisti come Edward Schillebeeckx, consigliere del cardinale Jan Alfrink, diedero vita a un processo di “aggiornamento” radicale.

Nel 1966 venne pubblicato il celebre Catechismo Olandese, pieno di formulazioni ambigue su peccato originale, divinità di Cristo, natura della Chiesa e salvezza. Nonostante le correzioni richieste dal Vaticano, la versione originale continuò a circolare. Liturgia “disastrosa”, innovazioni continue, altari senza balaustre e celebrazione versus populum completarono il quadro.

Il risultato fu catastrofico. «Il numero di confessioni è sceso dal 90% a meno del 10% in uno o due anni». Oggi solo circa il 2% dei cattolici olandesi partecipa alla Messa domenicale. «Volevamo compiacere così tanto la società che abbiamo perso la nostra identità. Non c’era alcuna differenza tra le opinioni cattoliche e quelle della società», ha sottolineato il vescovo.

Mons. Mutsaerts vede inquietanti paralleli con quanto accade oggi in Germania: «È un po’ simile a ciò che sta accadendo ora in Germania con questo Cammino Sinodale. Gli stessi argomenti, le stesse opinioni». La relativizzazione della verità oggettiva, la confusione dottrinale e la spinta a riforme su celibato, morale sessuale e struttura della Chiesa riproducono lo stesso meccanismo che ha portato al collasso olandese.

Il vescovo non nasconde la propria perplessità verso una parte della gerarchia tedesca e verso alcune ambiguità del pontificato precedente: «Non capisco la maggior parte dei vescovi tedeschi… Prima di Papa Francesco non si sentivano mai quelle dichiarazioni». E aggiunge con franchezza: «O sei cattolico o non lo sei. Dai il buon esempio o no. Sei chiaro o no. E se non lo sei, per favore, dimettiti».

Tuttavia, mons. Mutsaerts non è senza speranza. Dopo anni di “fondo toccato”, nei Paesi Bassi si intravedono segni di ripresa: «Giovani, davvero straordinari, che si presentano nelle nostre chiese ovunque. I numeri sono piccoli, ma qualcosa sta accadendo. Molti di loro sono ragazzi delle scuole superiori… la grande maggioranza sono giovani uomini».

Il suo monito alla Germania è netto: «Allora perché continuare così? Per noi è davvero difficile capire questa linea liberale che stanno seguendo… non porta mai a nulla di buono». La storia olandese dimostra che compiacere il mondo al prezzo dell’identità cattolica porta solo al declino. «Spero che siamo i primi a iniziare un’evoluzione disastrosa, ma forse siamo i primi a toccare il fondo in modo da poter risalire».

«Non capisco la maggior parte dei vescovi tedeschi, perché prima di Papa Francesco non si sentivano mai quelle dichiarazioni», ha osservato. «Non si sentiva mai quel linguaggio. Poi è arrivato Papa Francesco e le cose sono cambiate».

Alla domanda se il Vaticano dovrebbe chiedere le dimissioni ai vescovi tedeschi che promuovono opinioni eretiche, ha risposto: “Beh, o sei cattolico o non lo sei. Dai il buon esempio o no. Sei chiaro o no. E se non lo sei, per favore, dimettiti.”





La traduzione del Nuovo Testamento curata dalla Cei nel 2008 è fondata su uno studio protestante




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by Aldo Maria Valli 26 mar 2026

Ma voi lo sapevate?


di Investigatore Biblico

Pochi fedeli sanno che la Cei 2008, per il Nuovo Testamento, ha adottato come testo greco di base il Nestle-Aland, cioè un’edizione critica protestante. Negli ambienti accademici questo dato è noto; lo riporto anch’io, seppur in modo narrativo, nel mio libro “La Bibbia come Dio comanda”. Resta però una domanda scomoda: perché una scelta così decisiva non viene rivelata e soprattutto spiegata e motivata con chiarezza al popolo cattolico?

Talvolta una scelta apparentemente tecnica rivela un mutamento più profondo, quasi un piccolo spostamento d’asse, che nel tempo finisce per incidere sulla coscienza ecclesiale più di molte dichiarazioni solenni. La questione del testo-base adottato dalla Bibbia Cei 2008 per il Nuovo Testamento appartiene, a mio giudizio, a questa specie di eventi silenziosi. Non si tratta di una disputa per specialisti chiusi nelle loro collazioni manoscritte, né di una pedanteria d’apparato. Si tratta di domandarsi quale Nuovo Testamento sia stato consegnato alla Chiesa italiana nel suo uso ordinario, e da quale tradizione critica esso derivi.

La documentazione ufficiale è chiara. Nei criteri della revisione si legge esplicitamente: «Per il Nuovo Testamento, l’aver adottato come edizione critica di base il testo del Nestle-Aland…» (leggete a pagina 36). La medesima impostazione è confermata dalla documentazione vaticana, dove si afferma che per il Nuovo Testamento il riferimento della revisione è il Nestle-Aland. Non siamo dunque nel campo delle impressioni o delle ricostruzioni polemiche; siamo davanti a una dichiarazione programmatica della stessa autorità che ha curato la nuova edizione.

Che cos’è, allora, il Nestle-Aland? È l’edizione critica del Nuovo Testamento greco divenuta, nel mondo contemporaneo, la più influente e la più diffusa negli studi accademici. La sua origine e la sua genealogia scientifica appartengono alla grande filologia tedesca moderna, nata e sviluppata in ambiente protestante. Ripeto: protestante! Dire questo non significa ridurre il Nestle-Aland a un oggetto di propaganda confessionale, né negarne il valore scientifico. Sarebbe sciocco. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorarne la matrice storica, metodologica e culturale. Il Nestle-Aland è, storicamente e accademicamente, un prodotto della critica testuale protestante moderna, non della tradizione cattolica.

Qui conviene subito introdurre il confronto con il Merk. Il testo di Augustinus Merk, gesuita, è una classica edizione critica cattolica del Nuovo Testamento greco-latino. Anch’esso è un testo scientifico, anch’esso conosce limiti, opzioni, punti discutibili; non va assolutizzato né mitizzato. E tuttavia esso appartiene alla grande impresa della filologia neotestamentaria cattolica, cioè a quel tentativo di esercitare la critica del testo senza recidere il legame con la ricezione ecclesiale, con la tradizione latina, con l’orizzonte patristico e con la sensibilità propria della Chiesa cattolica. Il Merk, insomma, può essere carente in diversi punti, ma resta un testo nato in casa cattolica.

La differenza, allora, non è banale. Da una parte abbiamo un’edizione critica cattolica, il Merk, con i suoi limiti ma con una precisa collocazione ecclesiale; dall’altra abbiamo il Nestle-Aland, scientificamente prestigioso, ma nato nell’alveo della critica protestante. Quando la Cei 2008 decide di assumere come base il Nestle-Aland, essa non compie soltanto una scelta neutra di laboratorio. Compie una scelta di orientamento. Decide che il testo normativo di riferimento per il Nuovo Testamento, nella grande traduzione ecclesiale italiana, sarà un testo formatosi fuori dalla tradizione cattolica e dentro una genealogia critica protestante. Questo è il dato di fondo, e proprio questo dato autorizza una domanda seria, persino inquietante: che cosa accade a una Chiesa quando smette di tradurre il Nuovo Testamento a partire da un testo cattolico e assume come base un testo di origine protestante?

Naturalmente, una formulazione scientificamente rigorosa deve evitare slogan troppo facili. Ma si può dire qualcosa di molto serio e molto grave: il Nuovo Testamento Cei 2008 è costruito su una base testuale di matrice protestante, non più su una base cattolica come il Merk. E questo mutamento non è accessorio; è strutturale. In tal senso, l’affermazione polemica secondo cui “ci hanno consegnato un Nuovo Testamento protestante” contiene un nucleo reale, che non può essere liquidato con superficialità. Perché qui non è in gioco un dettaglio marginale, ma il fondamento testuale stesso da cui scaturisce la traduzione.

Si dirà: ma il Nestle-Aland è oggi usato anche da studiosi cattolici, e perfino da documenti o strumenti ecclesiali. È vero. Ma proprio questo rende la questione più delicata, non meno. Il problema non è la spendibilità accademica del Nestle-Aland, che nessuno nega, bensì il fatto che una Chiesa abbia accettato di lasciarsi determinare, nel suo testo-base, da una linea critica non nata in sé stessa. La ricezione può essere larga, la fortuna editoriale indiscutibile, la competenza dei curatori alta; ma la genealogia resta quella. E quando una genealogia cambia, cambia anche il modo di ascoltare e di capire. Non sempre subito, non sempre in modo clamoroso, ma realmente.

Per questo il ricorso precedente a un testo come il Merk aveva un significato che oggi appare sottovalutato. Non garantiva la perfezione. Non immunizzava da errori. Non rendeva automaticamente cattolica ogni opzione esegetica. Ma custodiva almeno un principio di continuità simbolica e metodologica: il Nuovo Testamento della Chiesa cattolica veniva letto, stabilito e offerto a partire da un’edizione critica cattolica. Oggi questo non avviene più. E dire che la questione sarebbe irrilevante significa non comprendere che, nella vita della Chiesa, anche le mediazioni filologiche hanno un peso spirituale. La Scrittura non arriva mai “nuda”; arriva sempre attraverso una forma di trasmissione. E la forma conta.

Da qui derivano anche conseguenze traduttive concrete. Lo stesso documento Cei mostra che l’adozione del Nestle-Aland ha comportato cambiamenti significativi in punti non secondari. Non si tratta dunque di una scelta senza effetti. Anzi, proprio il fatto che il nuovo testo-base produca nuove traduzioni dimostra che il passaggio non è ornamentale ma sostanziale. È precisamente per questo che la critica alle rese della Cei 2008 non può essere trattata come nostalgia o come fastidio marginale: essa tocca il rapporto tra il testo critico assunto e la lingua concreta consegnata ai fedeli.

A questo punto il giudizio deve restare fermo e sobrio insieme. Il Merk è anch’esso, come si è detto, un testo non privo di limiti; nessun serio studioso dovrebbe idealizzarlo. Ma il suo limite non cancella il suo statuto ecclesiale. Era almeno un testo cattolico. Il Nestle-Aland, invece, per quanto imponente e spesso utile, non lo è per origine. Perciò la decisione della Cei 2008 segna davvero una soglia: da un Nuovo Testamento fondato, almeno in linea di principio, su un’edizione critica cattolica, si è passati a un Nuovo Testamento fondato su un’edizione critica protestante. Questo è il punto essenziale. E questo è il dato che rende legittima una critica radicale alla nuova impostazione.

Che poi a tale mutamento si accompagni, in non pochi casi, una traduzione debole, opaca o discutibile, è una questione che merita di essere esaminata con pazienza e rigore, luogo per luogo, versetto per versetto. Non basta lamentarlo: bisogna provarlo. Ed è precisamente questa l’utilità di un lavoro sistematico che affronti gli errori di resa della Cei 2008 non sul piano dell’impressione, ma dell’argomentazione documentata. In questa prospettiva si comprende l’importanza del volume La Bibbia come Dio comanda, che si propone di mostrare, con analisi puntuali, quanto e come la Cei 2008 presenti problemi di traduzione che non possono essere minimizzati. Se il testo-base è mutato e se molte scelte traduttive risultano infelici, allora diventa necessario offrire ai lettori uno strumento critico capace di orientare il giudizio.

Quanto al silenzio della Cei davanti a domande rivolte su questi temi, sarebbe improprio trasformarlo senz’altro in prova di una colpa o di una intenzione. Ma è lecito osservare che, quando le questioni sollevate toccano il fondamento stesso delle scelte testuali e traduttive, il silenzio istituzionale non aiuta la chiarezza ecclesiale. In materie così gravi, una risposta franca gioverebbe a tutti: a chi critica, a chi difende, e soprattutto ai fedeli, che hanno diritto di sapere quale testo del Nuovo Testamento venga loro consegnato e per quali ragioni.

Alla fine, la questione torna alla sua semplicità austera. Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, né di polemica confessionale fine a sé stessa. Si tratta di fedeltà. Se la Cei 2008 ha adottato come base il Nestle-Aland, allora la Chiesa italiana ha ricevuto un Nuovo Testamento il cui fondamento critico non è più cattolico, ma protestante per origine e per scuola. Questa non è un’invettiva: è un fatto storico-editoriale. Le conseguenze di quel fatto possono essere discusse; ma il fatto resta. E proprio perché resta, esso chiede di essere guardato senza infingimenti. A volte le svolte più profonde si annunciano con parole apparentemente innocue in una pagina di criteri editoriali. Poi, col tempo, ci si accorge che in quelle parole era già contenuto un cambio di respiro. E la Chiesa, quando cambia il suo respiro nell’ascolto della Scrittura, non cambia mai in una cosa piccola.






giovedì 26 marzo 2026

Francia, oltre 21mila catecumeni: una generazione torna a Dio






I dati del 2026 stabiliscono un nuovo record in Francia di catecumeni. I convertiti adulti verranno battezzati nella notte di Pasqua.


Ultimissime

26 Mar 2026

Il sorprendente fenomeno si è ripetuto anche quest’anno.

Era un dato che attendevamo dopo aver parlato più volte dei circa 20mila battesimi adulti nella Pasqua del 2025 (17.800 per la precisione).

In una delle società europee più secolarizzate, la Francia registra quest’anno oltre 21.000 catecumeni attesi nella Veglia pasquale (21.386 per la precisione). Un aumento del 20% circa rispetto all’anno scorso secondo i dati diffusi ieri dalla Conferenza Episcopale francese.


Chi sono i 21mila catecumeni in Francia

Nello specifico, la Chiesa accoglierà 13.234 adulti e 8.152 adolescenti.

Il superamento della soglia dei 20mila era un dato che fino a pochi anni fa sarebbe apparso impensabile.

Particolarmente significativo è il dato della diocesi di Parigi, dove gli adulti battezzati a Pasqua saranno 788, con una crescita del 17% rispetto all’anno precedente. Ma diverse diocesi francesi registrano incrementi a doppia cifra, segno di un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale.


Il profilo dei nuovi battezzati è altrettanto interessante.

Si tratta in larga parte di giovani tra i 18 e i 25 anni, spesso studenti o giovani professionisti, molti dei quali provengono da contesti non praticanti o privi di educazione religiosa. Non è quindi un ritorno al cattolicesimo, ma una scelta personale e consapevole, maturata in un contesto culturale spesso distante dalla fede.

Due terzi dei neobattezzati sono donne, il 43% ha una tradizione cristiana alle spalle, il 19% non ha un background religioso e il 3% proviene dall’Islam.
Perché le conversioni in età adulta?

Le motivazioni sono molteplici.

Vescovi e osservatori individuano tre fattori principali: esperienze personali di crisi o sofferenza, la ricerca di senso in una società percepita come priva di riferimenti, e il desiderio di una vita più piena e coerente.

A questo si aggiunge un elemento nuovo: il ruolo dei social media, che per molti (l’11% dei catecumeni) rappresenta il primo contatto con contenuti religiosi e testimonianze di fede.


Nel 2016 erano solo 4mila

Il confronto con il passato rende il fenomeno ancora più evidente.

Dieci anni fa i battesimi di adulti erano meno di 4.000 l’anno; oggi sono più che quadruplicati. Tuttavia, questo aumento non compensa il calo generale della pratica religiosa: i battesimi infantili, ad esempio, si sono drasticamente ridotti.

In ogni caso, nel cuore dell’Europa che sembrava aver archiviato la fede, sta emergendo una nuova generazione che non eredita il cristianesimo, ma lo sceglie.

Nei giorni scorsi abbiamo segnalato il numero di catecumeni a Milano e a Londra.





Come mantenere l’etichetta “cattolica” ma stravolgere i contenuti. Nuove cronache dalla chiesa modernista




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by Aldo Maria Valli 26 mar 2026



di Chris Jackson

Il 23 marzo, nei Paesi Bassi, Jan Hendriks (vescovo di Amsterdam) e Titus Frankemölle hanno pubblicato sul “Katholiek Nieuwsblad” un articolo a difesa della libertà di insegnamento. Hanno citato con approvazione l’obiettivo fondamentale numero 38 dell’istruzione cattolica olandese, secondo il quale gli alunni devono imparare ad affrontare con rispetto la sessualità e la diversità, inclusa quella sessuale. Poi è arrivata la concessione chiave: le scuole possono scegliere il proprio approccio, ma “è ovvio” che il risultato dell’istruzione deve essere conforme a tali obiettivi fondamentali.

Ecco come funziona la resa. Invece di partire da Cristo, dalla purezza, dalla castità, dalla natura, dalla famiglia e dai doveri dei genitori di custodire l’innocenza dei figli, il vescovo parte dalle categorie dello Stato e poi chiede un po’ di spazio per decorarle con la carta da parati cattolica. Ecco come funziona la mentalità conciliare oggigiorno. Prima accetta la grammatica morale del nemico, poi contratta sul tono, la pedagogia e l’attuazione.

Certo, le scuole cattoliche dovrebbero insegnare il rispetto per la dignità di ogni persona. Dovrebbero farlo sempre. Ma “rispetto per la persona” non è la stessa cosa di catechizzare i bambini secondo l’ideologia sessuale di uno Stato liberale. Quando un vescovo parla come se il linguaggio della diversità imposto dallo Stato fosse il quadro entro cui le scuole cattoliche devono operare, la battaglia è già persa. La scuola non trasmette più una controcultura orientata alla santità, ma traduce in termini residuali cattolici il vocabolario della convivenza pluralista.

Ecco perché tante scuole “cattoliche” oggi si sentono spiritualmente neutrali, anche quando il crocifisso è ancora appeso al muro. Hanno conservato il simbolo, ma rinunciato alla sostanza.

Pieris e l’antico sogno di battezzare il pluralismo religioso

Padre Aloysius Pieris, scomparso il 22 marzo in Sri Lanka poco prima del suo novantunesimo compleanno, viene ricordato come un costruttore di ponti nel dialogo tra buddisti e cristiani. I resoconti sottolineano che nel 1974 fondò il Tulana Research Centre, fu il primo non buddista a conseguire un dottorato in filosofia buddista presso l’Università di Sri Jayewardenepura, promosse l’armonia interreligiosa e fu autore di opere importanti, tra cui “Una teologia asiatica della liberazione”. AsiaNews osserva inoltre che il suo lavoro suscitò sospetti tra le autorità ecclesiastiche negli anni in cui il dialogo e la teologia della liberazione erano visti con diffidenza.

Bisogna pregare per i morti, ma occorre anche dire la verità sul progetto a cui un uomo ha dedicato la sua vita. “Dialogo” ha a lungo funzionato nella Chiesa moderna come una parola d’ordine e raramente significa “predichiamo Cristo crocifisso a tutte le nazioni”. Di solito significa invece “attenuiamo lo scandalo del dogma, mettiamo tra parentesi le pretese della Chiesa e incontriamo le altre religioni sul piano di una comune aspirazione etica”. In questo sistema, il buddismo diventa un partner spirituale anziché una falsa religione da convertire.

Pieris era ammirato proprio perché incarnava questa transizione. Rappresentava il tipo di ecclesiastico che la Roma moderna ama onorare: colto, con legami internazionali, culturalmente adattabile, politicamente consapevole, interreligioso e saldamente post-dogmatico nel metodo, anche quando non formalmente eretico. Questo modello produce conferenze, centri, riviste, simposi e omaggi. Ma certamente non produce martiri per la regalità esclusiva di Cristo.

Sopprime Maria in nome dell’equilibrio

La nota del 4 novembre del Dicastero per la dottrina della fede, “Mater Populi Fidelis”, afferma che usare “corredentrice” per definire la cooperazione di Maria è “sempre inappropriato” e scoraggia certi usi di “Mediatrice di tutte le grazie” nell’insegnamento e nella liturgia ufficiali.

Teologi e mariologi hanno scritto al cardinale Fernández chiedendo una risposta ufficiale alle loro obiezioni, sostenendo che la nota ometteva, minimizzava o contraddiceva precedenti insegnamenti mariani. Secondo Edward Pentin, Fernández ha informalmente attenuato il linguaggio in alcune dichiarazioni a Diane Montagna, affermando che il titolo non è “sempre inappropriato”, ma dovrebbe essere escluso dai documenti e dalle liturgie ufficiali.

Questo è il metodo Fernández. Prima il Dicastero emana un documento che restringe, raffredda e ridimensiona la devozione ereditata in nome della precisione teologica. Poi, quando si manifesta la resistenza, il prefetto introduce una precisazione non ufficiale tramite un colloquio giornalistico. Quindi la dottrina non viene esattamente corretta, non difesa, non ritrattata. Viene semplicemente resa instabile. Ai fedeli non resta che una nota, un chiarimento, un’atmosfera, un ciclo di notizie e la richiesta di mantenere la calma.

Ciò che colpisce non è solo il contenuto, per quanto sia grave. È il motivo. Perché il Vaticano è così ansioso, ripetutamente, di edulcorare il linguaggio che generazioni di cattolici hanno usato per amore della Madonna? Perché il massimalismo mariano deve essere sempre considerato un elemento da tenere sotto controllo, mentre l’ambiguità ecumenica e il minimalismo dottrinale sono visti come segni di maturità? Perché l’apparato moderno teme di esagerare con Maria, teme l’antica ispirazione cattolica, teme una Chiesa che parla con calore, splendore e fiducia della mediazione, della grazia, della regalità, della comunione tra cielo e terra. Quel tipo di cattolicesimo evidentemente è troppo denso, troppo bello, troppo pre-liberale per essere gestito da burocrati che producono documenti.

Quindi Maria deve essere diminuita, resa più piccola, più accettabile, più “equilibrata”. In altre parole, più utile agli uomini che non pensano davvero come i santi.

“Spiritualità queer” con etichetta cattolica

Il News Center dell’Università Cattolica (?) di San Diego ha pubblicizzato un evento con Juan Reynoso, in programma il 9 aprile, intitolato “Finding Home: LGBTQ+ Journeys of Faith” e descritto come una conferenza sull’intersezione tra fede e identità queer. LifeSite spiega che Reynoso si identifica come narratore “Two-Spirit” e che l’evento è co-sponsorizzato da LGBTQ+ & Allies Commons, Associated Student Government, University Ministries e dal Dipartimento di teologia e studi religiosi.

Osservate la coreografia istituzionale. Si tratta di una università formalmente cattolica che presenta l’alternativa sessuale come un percorso spirituale da esplorare attraverso la scoperta di sé. Un ateneo veramente cattolico la presenterebbe come sintomo di crisi morale e pastorale da affrontare con il pentimento, la grazia e la castità. Il vecchio linguaggio della conversione è stato invece sostituito dal linguaggio terapeutico.

Ma il linguaggio plasma le anime. Nel momento in cui la “fede” viene immaginata come spazio in cui identità queer e spiritualità si interpretano reciprocamente, la Chiesa ha già abbandonato il suo ruolo di maestra. Non sta più trasmettendo un deposito di fede, ma semplicemente ospitando una conversazione. Non è più madre, ma moderatrice.

Ancora una volta si ripete lo schema postconciliare. L’istituzione conserva il nome cattolico perché questo ha ancora prestigio in termini di ex studenti, donatori, memoria sacramentale e architettura. Ma il contenuto intellettuale e morale proviene sempre più dal regime esterno alla Chiesa. L’università diventa una cappella del dissenso, anche se il paesaggio attorno è curato.

Aerei e pace

Il discorso pronunciato da Leone XIV il 23 marzo alla compagnia aerea ITA Airways è stato quel tipo di intervento che suona nobile finché non ci si ferma a chiedersi se sia effettivamente cattolico. Parlando dei voli papali e della missione del pontefice, ha affermato: “Gli aerei dovrebbero essere sempre veicoli di pace, mai di guerra”, aggiungendo che dopo le tragedie del XX secolo i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre.

Il problema è che la dottrina cattolica non identifica intere categorie di forza militare come intrinsecamente immorali solo perché costituiscono una forma di forza. Il Catechismo afferma esplicitamente che ai governi non può essere negato il diritto alla legittima difesa quando gli sforzi di pace sono falliti, definisce le condizioni tradizionali per la legittima difesa mediante la forza militare e insegna che coloro che servono onorevolmente nelle forze armate contribuiscono al bene comune e al mantenimento della pace.

Ciò non giustifica i bombardamenti indiscriminati. Lo stesso Catechismo condanna gli atti di guerra volti alla distruzione indiscriminata di intere città o vaste aree con i loro abitanti. Ma è proprio questo il punto. La teologia morale cattolica fa delle distinzioni. Giudica l’oggetto, l’intenzione, i mezzi, la capacità di discernimento, la proporzionalità, l’autorità e la necessità. Non parla come se l’aereo in sé fosse diventato moralmente sospetto perché l’uomo moderno è addolorato per la guerra. La retorica di Leone annulla questa distinzione, riducendola a uno slogan umanitario. Parla come se lo scandalo fosse che le minacce provengono “dal cielo”, piuttosto che l’uso ingiusto della forza contro gli innocenti.

È un modo di parlare molto moderno. È emotivo, dà visibilità, esprime ansia verso la tecnologia. Suona umano. Ma è anche superficiale. Un aereo da combattimento può essere usato giustamente o ingiustamente, come l’artiglieria, la fanteria, le navi o qualsiasi altro strumento di forza. Sostenere il contrario significa scivolare verso un pacifismo blando mascherato da serietà morale.

Anche questo discorso si inserisce in un quadro più ampio. Gli uomini che ora governano la Chiesa sono indulgenti verso le false religioni, indulgenti verso la rivoluzione sessuale, indulgenti verso il riduzionismo teologico, ma improvvisamente intransigenti quando si tratta di denunciare i mezzi con cui le nazioni si difendono. Non sono in grado di gestire un dipartimento di teologia universitario, ma sanno fare la morale sugli aerei di fronte ai dirigenti delle compagnie aeree.

Il regime sa sempre come applaudire le cose sbagliate

Mettendo a confronto tutte le vicende raccontate, difficile ignorare il problema più profondo. La Chiesa moderna plaude a tutto ciò che abbassa il livello della dottrina e innalza quello del sentimento. Loda il rispetto quando dovrebbe insegnare la castità. Loda il dialogo quando dovrebbe predicare la conversione. Loda le sfumature quando dovrebbe difendere la devozione. Loda il senso di appartenenza quando dovrebbe chiamare i peccatori al pentimento. Loda la pace con formule così vaghe e teatrali da finire per appiattire l’insegnamento sulla guerra giusta in una poltiglia morale.

Ecco perché i fedeli continuano ad avere la sensazione che sebbene l’istituzione sia ancora in piedi la fede si stia sgretolando sotto i loro occhi. La scuola resta. L’università resta. I centri dei gesuiti restano. Il dicastero resta. Il papato resta. I cartelli sono ancora tutti lì. Ma lo spirito che anima tutte queste realtà è cambiato.

Come si chiama una chiesa che cita lo Stato sulla diversità sessuale, celebra la sintesi religiosa, ridimensiona la dottrina mariana, promuove la spiritualità queer e parla di forza militare come farebbe il cappellano di una Ong? La si chiama per quello che è: una chiesa di ponti. Ponti verso lo Stato. Ponti verso altre religioni. Ponti verso la rivoluzione sessuale. Ponti verso i giornalisti. Ponti verso un’opinione rispettabile. Ponti ovunque. Ma quasi da nessuna parte ormai si ritrova l’antico istinto cattolico che faceva dire, chiaramente e senza scuse: questo è vero, questo è falso, questo porta a Cristo, questo allontana da Lui.

bignodernism






mercoledì 25 marzo 2026

Papa: «Generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo»



Papa Leone XIV - imagoeconomica

Leone XIV invita a ricucire le divisioni sulla liturgia promuovendo una “generosa inclusione” dei fedeli legati al Vetus Ordo, nel solco del Concilio Vaticano II e dopo le tensioni tra Summorum Pontificum e Traditionis Custodes


Messa in latino


Lorenzo Bertocchi, 25 Marzo 2026

Nel solco di una linea che punta esplicitamente alla ricomposizione delle tensioni interne alla Chiesa, Papa Leone XIV interviene sulla delicata questione liturgica, invitando a una “generosa inclusione” dei fedeli legati alla forma tradizionale della Messa. Il passaggio, contenuto in un messaggio ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes (24-27 marzo 2026) e firmato dal cardinale Pietro Parolin, rappresenta uno dei segnali più chiari del nuovo pontificato.

Una “ferita” nella Chiesa

Il Papa non nasconde la preoccupazione: “È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità”. Una diagnosi netta, che riconosce come il tema liturgico sia diventato negli ultimi anni un punto di frattura tra sensibilità ecclesiali diverse.

Il riferimento esplicito è alla crescita delle comunità legate al Vetus Ordo, cioè alla liturgia precedente alla riforma del Concilio Vaticano II. Di fronte a questa realtà, Leone XIV non propone né una chiusura né un ritorno indistinto al passato, ma un cambio di sguardo: maggiore comprensione reciproca e accoglienza “nella carità e nell’unità della fede”.

Dal Summorum Pontificum a Traditionis Custodes

Per comprendere la portata dell’intervento, è necessario collocarlo nel contesto degli ultimi due decenni.

Nel 2007, Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum aveva liberalizzato l’uso della liturgia tridentina, definendola “forma straordinaria” del rito romano. L’intento era favorire la riconciliazione interna alla Chiesa e offrire spazio a sensibilità diverse, senza mettere in discussione la riforma conciliare.

Questa apertura è stata significativamente ridimensionata nel 2021 da Papa Francesco con il motu proprio Traditionis Custodes, che ha riportato sotto un controllo più stretto l’uso del rito preconciliare, affidandone la regolamentazione ai vescovi e sottolineando l’unicità della lex orandi espressa dal rito riformato.

Il provvedimento di Francesco nasceva dalla preoccupazione che l’uso del Vetus Ordo fosse talvolta accompagnato da atteggiamenti di rifiuto del Concilio Vaticano II. Tuttavia, in diversi contesti ecclesiali, ha anche contribuito ad acuire tensioni e incomprensioni.

Il tentativo di Leone XIV

È in questo scenario che si inserisce la posizione di Leone XIV. Il Papa non mette in discussione il quadro normativo ereditato, né le “linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”, ma invita a un’applicazione pastorale che eviti esclusioni e contrapposizioni.

La richiesta di “soluzioni concrete” che consentano una “generosa inclusione” appare come un tentativo di superare una stagione segnata da polarizzazioni, senza tornare semplicemente indietro. Piuttosto, si tratta di ricucire il tessuto ecclesiale, riconoscendo che la diversità liturgica, se vissuta nella comunione, può essere una ricchezza e non una minaccia.

Un pontificato orientato all’unità

Il passaggio si inserisce coerentemente nella linea che sembra caratterizzare l’inizio del pontificato di Leone XIV, eletto nel conclave del maggio 2025: una forte attenzione all’unità della Chiesa, intesa non come uniformità, ma come comunione riconciliata.

Non a caso, il Papa parla della Messa come “sacramento stesso dell’unità”, indicando implicitamente che proprio sul terreno liturgico si gioca una delle sfide più delicate per la Chiesa contemporanea.

Il messaggio ai vescovi francesi, dunque, non è solo un intervento circoscritto a una situazione nazionale segnata da tensioni sul tema della liturgia tridentina, ma assume un valore più ampio: è un invito a tutta la Chiesa a uscire da logiche contrappositive e a ritrovare, anche nella pluralità delle forme, una comune appartenenza ecclesiale.

In questo senso, la “generosa inclusione” evocata dal Papa si configura come una possibile chiave per riaprire un dialogo che negli ultimi anni si era progressivamente irrigidito.




Vita religiosa: in Germania è ormai quasi scomparsa





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by Aldo Maria Valli 25 mar 2026



In Germania la vita religiosa è sull’orlo della scomparsa. Negli ultimi ventitré anni il numero di persone consacrate si è gradualmente ridotto quasi a zero, senza contare che metà dei monaci e l’80% delle suore hanno più di 65 anni.

Il declino della vita religiosa sembra irreversibile. Alla fine del 2025, in un paese di 85 milioni di abitanti, si contavano poco più di diecimila membri di ordini e congregazioni religiose.

Al 31 dicembre 2025, in Germania risiedevano 11.797 religiosi e religiose, 831 in meno (6,6%) rispetto all’anno precedente (12.628), secondo i dati recentemente pubblicati dalla Conferenza dei superiori maggiori tedeschi.

Il numero di religiose è in forte calo: 7,4% in un solo anno, tra il 2024 e il 2025, passando da 9.467 a 8.770, mentre il numero di religiosi è diminuito del 4,2%, raggiungendo quota 3.027 (rispetto ai 3.161 del 2024).

Di conseguenza, il numero di religiose è diminuito del 70% dal 2002: 20.203 unità, rispetto alle 28.973 di fine 2002. Questa tendenza è proseguita negli ultimi anni e non sembra destinata a rallentare.

Inoltre, se confrontiamo i dati attuali con quelli della metà del XX secolo, il declino è ancora più significativo. Nel 1965 in Germania c’erano circa centomila suore di vari ordini e congregazioni. Negli ultimi sessant’anni, il numero di suore tedesche è diminuito di oltre il 90%.

A questo crollo numerico si aggiunge il notevole invecchiamento di coloro che rimangono. Tra i religiosi maschi, circa la metà ha più di 65 anni (48,6%). Alla fine del 2025, in Germania c’erano 3.027 religiosi maschi, di cui 2.313 sacerdoti, 21 diaconi e 54 studenti di teologia.

I benedettini contavano il maggior numero di religiosi maschi (467), seguiti da francescani (416) e gesuiti (183).

L’81% delle suore tedesche ha più di 65 anni. Alla fine del 2025 erano distribuite in 795 comunità monastiche (rispetto alle 883 del 2024). I gruppi più numerosi erano gli ordini religiosi benedettini, francescani e vincenziani.

In poco più di un decennio la vita religiosa sarà praticamente scomparsa in Germania. Ma questi dati non sembrano impressionare i vescovi tedeschi, determinati a proseguire sulla via sinodale, che non farà altro che accelerare e completare la totale scomparsa della vita religiosa.

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Il libro sulla Messa tradizionale che ha interessato il Papa





Chiesa cattolica | CR 1943



di Giulio Ginnetti 25 Marzo 2026

Il 5 marzo 2026, Papa Leone XIV ha concesso un’udienza privata a due autori di un importante studio di un fenomeno che ha attirato crescente attenzione sia mediatica sia accademica: la presenza e la vitalità dei fedeli legati alla liturgia tradizionale in latino: il volume di Stephen Bullivant e Stephen Cranney, Trads: Latin Mass Catholics in the United States (Tradizionalisti: la messa in latino cattolica negli Stati Uniti), che sarà pubblicato il prossimo novembre dalla prestigiosa Oxford University Press e che il Papa ha probabilmente avuto il privilegio di leggere in anteprima.

L’opera si fonda su un’ampia indagine empirica che combina dati quantitativi e qualitativi, con l’obiettivo di delineare il profilo dei cattolici che frequentano la Traditional Latin Mass (TLM), Rito Romano antico. Fin dalle prime pagine, i due autori chiariscono l’intento del loro lavoro: «Questo libro nasce dall’esigenza di comprendere, con strumenti empirici, chi siano i cattolici che partecipano alla Messa in latino negli Stati Uniti, andando oltre impressioni aneddotiche e rappresentazioni mediatiche» (pp. 2-3), cioè offrire un’analisi fondata su evidenze piuttosto che su impressioni. Bullivant e Cranney aggiungono un punto metodologico decisivo: «Finora, gran parte delle discussioni sulla Messa tradizionale si è svolta senza dati affidabili; il nostro obiettivo è colmare questa lacuna» (p. 3). Un altro passaggio importante riguarda la sorpresa iniziale dei ricercatori: «Molti dei risultati che presentiamo mettono in discussione le aspettative comuni, in particolare per quanto riguarda l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso dei partecipanti» (p. 5).

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda proprio questo «l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso» (p. 5) di questo gruppo di fedeli. Contrariamente al diffuso cliché di un ambiente nostalgico e anziano, lo studio mostra che i partecipanti alla Messa tradizionale sono mediamente più giovani rispetto ai cattolici praticanti nel rito ordinario. Gli autori osservano infatti che «le congregazioni della Messa in latino sono in modo sproporzionato composte da giovani, con una notevole presenza di famiglie numerose» (p. 21). Questo dato si inserisce in una dinamica più ampia: come evidenziato anche da recenti studi sul cattolicesimo globale, la crescita della Chiesa oggi è trainata soprattutto da comunità giovani, dinamiche e fortemente praticanti.

Accanto alla giovane età, emerge infatti un elevato livello di impegno religioso. I fedeli della TLM partecipano alla Messa con maggiore frequenza, si confessano più regolarmente e mostrano una pratica religiosa intensa. «I loro livelli di impegno religioso superano di gran lunga quelli del cattolico medio negli Stati Uniti» (p. 34). Questo tratto li avvicina ad altre aree di crescita del cattolicesimo contemporaneo, dove la fede non è semplicemente un’identità culturale, ma una scelta vissuta con convinzione.

Le motivazioni che spingono questi fedeli verso la liturgia tradizionale costituiscono un altro punto centrale dell’analisi. Esse non sono riducibili a fattori ideologici, ma affondano le radici in un’esperienza spirituale profonda. «Gli intervistati descrivono frequentemente la Messa tradizionale come più riverente, più trascendente e più centrata su Dio» (p. 47). Il senso del sacro, la bellezza rituale e il silenzio diventano elementi decisivi in un contesto culturale spesso percepito come frammentato e secolarizzato.

A questo si aggiunge il valore della continuità storica. La liturgia tradizionale appare come un ponte tra passato e presente, capace di offrire stabilità in un’epoca segnata dal cambiamento rapido. In questo senso, essa risponde a un bisogno più generale che attraversa la Chiesa globale: quello di radicamento e identità.

Dal punto di vista delle convinzioni religiose, i cattolici della Messa in latino tendono a esprimere posizioni più tradizionali. «I partecipanti alla Messa in latino hanno una probabilità significativamente maggiore di sostenere visioni ortodosse in materia di dottrina e morale» (p. 62). Tuttavia, il gruppo non è monolitico: esistono differenze interne e percorsi personali diversificati, che riflettono la complessità del cattolicesimo contemporaneo.

Un elemento decisivo è la dimensione comunitaria. Le comunità legate alla TLM si configurano spesso come reti coese, caratterizzate da forte partecipazione e sostegno reciproco. «Queste comunità funzionano spesso come reti molto coese di credenze e pratiche condivise» (p. 78). Tale vitalità richiama quanto osservato in altri contesti di crescita ecclesiale: là dove la fede è vissuta comunitariamente e con intensità, essa tende a generare stabilità e continuità. Il rapporto con la gerarchia ecclesiastica resta invece articolato. «Pur identificandosi fortemente come cattolici, alcuni intervistati esprimono preoccupazione per gli sviluppi recenti nella Chiesa» (p. 91). Questa tensione non indica necessariamente rottura, ma piuttosto un coinvolgimento serio e consapevole nella vita ecclesiale.

In prospettiva più ampia, il fenomeno dei cattolici della Messa tradizionale può essere letto alla luce delle trasformazioni globali del cattolicesimo. Studi recenti mostrano che la crescita della Chiesa avviene soprattutto in contesti dove la fede è proposta in modo esigente e chiaramente identitario. In questo senso, anche le comunità tradizionali negli Stati Uniti partecipano di una dinamica più vasta: quella di una “ricomposizione” del cattolicesimo in forme più intenzionali e meno puramente culturali.

Nella parte finale del libro, gli autori tirano le fila dell’analisi collegandola al contesto più ampio del cattolicesimo contemporaneo: «Le comunità della Messa in latino, pur rimanendo numericamente minoritarie, rappresentano una componente vivace e in alcuni casi in crescita del cattolicesimo statunitense» (p. 103). Bullivant e Cranney sottolineano poi il significato sociologico delle comunità tradizionali: «Esse illustrano una forma di appartenenza religiosa più intenzionale, caratteristica delle religioni in contesti secolarizzati» (p. 104). E infine offrono una riflessione più generale sul futuro: «Comprendere questi cattolici non significa semplicemente studiare un fenomeno marginale, ma cogliere alcune dinamiche più ampie che stanno ridefinendo la vita religiosa nel XXI secolo» (p. 105).

Come osservano gli autori, «la crescita delle comunità della Messa in latino può riflettere dinamiche più ampie di differenziazione religiosa in un’epoca secolarizzata» (p. 105). In altre parole, in un contesto in cui la religione non è più socialmente scontata, emergono gruppi più piccoli ma più convinti, capaci di vivere la fede con maggiore intensità.

In definitiva, attraverso un’analisi rigorosa, Stephen Bullivant e Stephen Cranney mostrano come la liturgia tradizionale non sia un semplice ritorno al passato, ma una delle più efficaci forme attraverso cui la fede cattolica si rinnova nel presente.