martedì 10 febbraio 2026

Salvare Jimmy Lai, non dimenticare Hong Kong



Il giorno dopo la condanna a venti anni per l'imprenditore ed editore pro-democrazia, Usa e Regno Unito chiedono la sua liberazione per motivi umanitari. Mentre il Vaticano continua scandalosamente il totale silenzio sulla vicenda per non dispiacere Pechino.

DOPO LA SENTENZA

Esteri


Riccardo Cascioli, 10-02-2026

Ora che la condanna di Jimmy Lai a 20 anni di detenzione è stata pronunciata dal tribunale di Hong Kong, la partita si sposta sul piano internazionale e il caso dell’editore-direttore del quotidiano Apple Daily potrebbe diventare una delle pedine da muovere nella complessa partita a scacchi che dovrà stabilire nuovi equilibri geopolitici.

Le reazioni di ieri al verdetto hanno già messo in mostra quali saranno le possibili mosse. Il governo cinese, per bocca del ministro degli Esteri Lin Jian, nell’esprimere «pieno sostegno» al governo di Hong Kong e alla condanna impartita dai giudici a difesa della sicurezza nazionale, ha mandato un messaggio chiaro a Londra e Washington: i Paesi coinvolti devono «rispettare la sovranità della Cina e il sistema legale di Hong Kong, astenersi dal fare dichiarazioni irresponsabili, non interferire nel sistema giudiziario di Hong Kong o negli affari interni della Cina in alcuna forma». Da parte sua il segretario di Stato americano Marco Rubio, parlando di «conclusione ingiusta e tragica di questo caso» chiede che la Cina conceda a Jimmy Lai «la libertà vigilata per motivi umanitari», richiesta condivisa anche dal governo britannico per bocca del ministro degli Esteri Yvette Cooper. La richiesta è giustificata sia dall'età di Jimmy Lai (ha compiuto 78 anni lo scorso dicembre) sia dalle sue condizioni di salute ulteriormente deterioratesi in questi anni di prigionia.

La possibilità - e la speranza - è che il caso Jimmy Lai entri in qualche negoziato – commerciale, militare, politico – così da poter arrivare a una sua liberazione per motivi umanitari, magari con un esilio nel Regno Unito insieme alla sua famiglia, mantenendo la Cina il principio di gestire Hong Kong a suo piacimento e magari ottenendo in cambio qualche concessione da Usa e Regno Unito.

Una soluzione del genere a questo punto sarebbe certo auspicabile per quanto riguarda la sorte di Jimmy Lai, ma lascerebbe comunque irrisolta la questione Hong Kong. Perché, ricordiamolo, se Jimmy Lai è diventato giustamente il simbolo della battaglia per la libertà e la democrazia, in condizioni analoghe alle sue ci sono altri giornalisti e attivisti pro-democrazia: ieri sono stati condannati con lui altri 8 (sei ex dipendenti di Apple Daily e due esponenti di associazioni democratiche) a pene che vanno dai sei ai dieci anni. E nei prossimi giorni – come ricordava ieri AsiaNews – si attende la sentenza per tre altri attivisti democratici che rischiano fino a dieci anni di galera per sedizione: l’avvocato Chow Hang-tung (40 anni), Lee Cheuk-yan (68) e Albert Ho (74), in prigione dal 2021.

“Salvare” Jimmy Lai e chiudere gli occhi su tutto il resto sarebbe una politica miope, perché il soffocamento di Hong Kong ha un significato che va ben oltre il destino degli oltre sette milioni di abitanti dell’ex colonia britannica.

Quello che sta accadendo è una palese violazione dell’accordo sino-britannico con cui il Regno Unito restituiva Hong Kong alla Cina il 1° luglio 1997, accordo in base al quale sotto lo slogan “un Paese, due sistemi”, Pechino garantiva che gli abitanti di Hong Kong avrebbero goduto per 50 anni il mantenimento degli stessi diritti e libertà garantite nella colonia dal Regno Unito. In questi 28 anni invece si è assistito da parte di Pechino alla progressiva e sistematica distruzione del sistema Hong Kong sulla base di interpretazioni soggettive, per non dire puramente arbitrarie, degli accordi sottoscritti.

Il che è abbastanza per comprendere che la principale difficoltà nel trattare con il regime comunista cinese è proprio la sua inaffidabilità. Cosa che spiega peraltro quanto sta accadendo con l’accordo segreto sino-vaticano per la nomina dei vescovi cattolici. Finora la Santa Sede ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco arrivando sempre con umiliante ritardo a ratificare le nomine decise unilateralmente da Pechino che, non per niente, nei comunicati ufficiali ignora sempre la Santa Sede.

A questo proposito, qui sta l’altro aspetto sconcertante della vicenda di Jimmy Lai: il totale silenzio del Vaticano, ma anche della Chiesa di Hong Kong. Le cronache dei media di tutto il mondo fanno risaltare semplicemente la storia di un imprenditore ed editore che ha condotto una battaglia per la libertà e la democrazia, ne fanno un simbolo della libertà di stampa, ma la storia di Jimmy Lai è molto più di questo.
È una storia di fede, la storia di un convertito che nell’incontro con Cristo ha compreso anche il senso della sua battaglia per la libertà. Ed è significativa la presenza costante e silenziosa ad ogni udienza in tribunale del cardinale Joseph Zen, che lo ha battezzato nel 1997. Gli anni di carcere, come ha testimoniato alla Bussola una ex giornalista del suo quotidiano Apple Daily (clicca qui), ci hanno mostrato un vero confessore della fede, una testimonianza di martirio bianco.

E il Vaticano lo ignora completamente, più preoccupato di non dispiacere il regime comunista cinese che non di manifestare vicinanza e solidarietà a un fratello perseguitato, valorizzandone anche l’esempio per tutti i credenti. Ieri i media vaticani non hanno neanche dato la notizia della sentenza: Vatican News e Osservatore Romano riportavano notizie da tutto il mondo, dalla vittoria elettorale in Giappone del primo ministro Sanae Takaichi ai massacri in Congo, dalla morte del fisico Antonino Zichichi ai nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma della condanna di Jimmy Lai, che pure era sui giornali di tutto il mondo, di destra e di sinistra, neanche una riga.

Un silenzio imbarazzato e imbarazzante, che la dice lunga sul disastro che la Segreteria di Stato vaticana sta provocando con il dossier cinese.







Ottant'anni fa la resistenza della Chiesa al terrore di Tito

Di fronte alla ferocia degli invasori jugoslavi, vescovi e sacerdoti eressero l'ultimo presidio di libertà, tessendo reti di soccorso e denunciando il terrore comunista e l'ateismo di Stato. Una drammatica pagina di storia, culminata nella tragedia delle foibe e nell'esodo istriano, troppo a lungo censurata in nome della convenienza politica.




Lorenza Formicola, 10-02-2026

Tra l’autunno del 1943 e il 1948, il confine orientale italiano — tra Istria, Fiume e Dalmazia — fu teatro di una spietata pulizia etnica e politica orchestrata dalle milizie comuniste del maresciallo Tito. Il bilancio è una ferita nazionale: 350.000 esuli e oltre 20.000 vittime, cancellate per sradicare l’identità italiana e abbattere ogni resistenza all’annessione jugoslava.

Simbolo di questo sterminio sono le foibe: crepacci naturali del Carso, imbuti di roccia profondi fino a 200 metri sotto terra. La tecnica di morte ideata dalle milizie comuniste era di una ferocia terribile: i prigionieri venivano legati ai polsi col filo spinato e allineati sull’orlo delle foibe; i miliziani sparavano solo ai primi della fila, che precipitando trascinavano con sé nel vuoto l’intera catena di uomini ancora vivi. Molti non morivano sul colpo, ma restavano ad agonizzare per giorni nel buio, sepolti vivi sotto quintali di detriti e corpi. Al Pozzo di Basovizza, per fare un esempio, profondo 250 metri, furono trovati quattrocento metri cubi di resti umani, poi sigillati con esplosivi per occultare la strage.

Questa tragedia, rimasta per decenni nel silenzio, è oggi solennemente rievocata dal Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, istituito con legge dello Stato nel 2004. La strategia degli invasori jugoslavi fu chirurgica: colpire i pilastri della società civile per annientare l’identità italiana. Intellettuali, medici e insegnanti finirono nelle liste di proscrizione, ma una particolare crudeltà fu riservata ai sacerdoti. Per le milizie comuniste di Tito, i sacerdoti non erano solo ministri di un culto avversato dall’ateismo comunista, ma gli ultimi punti di riferimento di una popolazione profondamente religiosa.

E mentre l’apparato militare e civile italiano svaniva, i vescovi e i sacerdoti rimasero l’unico argine. Furono gli “uomini in nero” a tessere una rete clandestina di soccorso che permise a 350.000 italiani di mettersi in salvo. La risposta di Tito fu una persecuzione sistematica: i consacrati vennero bollati come “insetti” da eliminare, non si contano i seminaristi e le suore che sparirono nel nulla e numerose chiese furono rase al suolo per sradicare la memoria storica dei luoghi.

Il conflitto tra fede e ideologia a Fiume esplose il 22 giugno 1946, festa del Corpus Domini. Nel tentativo di minare l'unità ecclesiale, il regime dichiarò la giornata lavorativa — da sempre radicata nel calendario civile come giorno festivo — minacciando licenziamenti e la revoca delle tessere annonarie per chiunque avesse disertato il posto di lavoro. Nonostante le intimidazioni, la popolazione fiumana scelse la disobbedienza civile di massa. Migliaia di cittadini si riversarono nelle strade circondando la Cattedrale di San Vito.

Sfidando apertamente il diktat del regime, il vescovo Ugo Camozzo (nella foto) scelse di non indietreggiare, guidando la processione solenne attraverso una città sospesa tra devozione e terrore. Fu un corpo a corpo spirituale: lungo il percorso, miliziani in borghese e attivisti comunisti bersagliarono il clero con una pioggia di pietre e rifiuti. Testimoni oculari ricordano la figura di monsignor Camozzo avanzare imperturbabile tra i fumi dell’odio, le mani strette attorno all’ostensorio nel tentativo di proteggerlo sotto il baldacchino, mentre il fragore delle preghiere e dei canti dei fedeli si alzava come un muro sonoro per coprire gli insulti e le urla degli aggressori.

Fu l’ultimo atto di libertà dell’identità cattolica italiana a Fiume. Prima dell’esilio, monsignor Camozzo compì un gesto profetico: divise il Tricolore in tre lembi, nascondendoli tra le pagine del breviario per eludere i controlli jugoslavi. Nominato arcivescovo di Pisa nel 1948, Camozzo divenne il “vescovo degli esuli”, opponendo un fermo rifiuto diplomatico al regime comunista. Attraverso una tenace pressione internazionale, riuscì a strappare ai campi di lavoro jugoslavi 27 tra sacerdoti e seminaristi, portandoli in salvo. Nelle sue lettere pastorali non smise mai di dar voce ai fiumani.

Nella galleria dei martiri del regime di Tito, svetta anche la figura di monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria. Il suo “venerdì di passione” scoccò il 19 giugno 1947, festa del patrono San Nazario: un’ultima occasione di identità per gli italiani e un dovere pastorale per il vescovo, deciso ad amministrare, quello stesso giorno anche le cresime nonostante i divieti. «Andrò, anche a costo della vita», dirà.
L’agguato fu pianificato con ferocia all’interno del seminario, dove il vescovo si stava preparando per la funzione. Non fu un tumulto spontaneo, ma un assalto coordinato da miliziani comunisti slavi e agitatori.

Mons. Santin ricordò così quegli istanti: «Mi trovarono, mi insultarono, gridando che dovevo andarmene... Mi trascinarono violentemente giù per le scale del seminario percuotendomi con pugni e con legni sulla testa. Arrivai in cortile perdendo mozzetta, rocchetto, croce e scarpe. Ero tutto insanguinato». Sopravvissuto a un linciaggio e a un tentativo di accoltellamento, poco dopo, monsignor Santin sventò l’ultima trappola di chi voleva annegarlo con una pietra al collo, scegliendo di rientrare via terra in piedi su un camion, bersagliato dalle pietre.
Tornato a Trieste, la sua cattedrale di San Giusto divenne un presidio di libertà. Da quel pulpito, nel 1948, monsignor Santin non cessò mai di condannare il “regno del terrore comunista” e l’ateismo di Stato. E arrivò a proibire la lettura della stampa comunista.

Ma la sua resistenza non si limitò alla parola. Insieme a don Pietro Damiani, il vescovo Santin ideò un canale sotterraneo di soccorso che, attraverso un drammatico appello via radio, riuscì a strappare alla miseria e alla morte oltre mille bambini. Fu il sacerdote che non indietreggiò, dimostrando che se il comunismo poteva occupare le terre, non era ancora riuscito a piegare le anime.

In quel clima di terrore, l’esodo di massa divenne l’unica via di fuga da una sistematica persecuzione etnica e ideologica che vedeva le milizie comuniste di Tito colpire non solo i cittadini italiani, ma anche i loro sacerdoti, trasformati in bersagli privilegiati di una violenza mirata a sradicare ogni traccia di identità religiosa e nazionale.

Ma il paradosso storico toccò l’apice sulle colonne de L’Unità — organo ufficiale del partito comunista italiano — del 30 novembre 1946, il dramma di 350.000 esuli veniva liquidato con un cinismo che ancora oggi sgomenta: «Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. […] non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi».
Per sessant’anni, questa pagina di storia patria è stata strappata dai libri, sacrificata sull’altare di una convenienza politica che preferiva il silenzio alla verità.






lunedì 9 febbraio 2026

Addio ad Antonino Zichichi, il fisico che credeva in «Colui che ha fatto il mondo


09 Febbraio 2026 - 10:35


Antonino Zichichi (1929-2026) - Imagoeconomica


Scienza e fede

Instancabile e coraggioso, aveva 96 anni. Lascia una importante testimonianza anche per i credenti



Giuliano Guzzo, 09 Febbraio 2026

«La scienza ci insegna che il tempo non è soltanto ciò che scorre: è la dimensione che rende possibile il cambiamento. Ogni secondo che lasciamo alle nostre spalle porta con sé una domanda nuova, una sfida da affrontare, un frammento di verità da cercare». Scriveva così, riflettendo ancora su nuove sfide «da affrontare», in suo post su Facebook del 31 dicembre scorso, Antonino Zichichi, il grande fisico scomparso oggi all’età di 96 anni. Specializzato in fisica delle particelle, contribuì a fondare i laboratori del Gran Sasso e ci lascia ora un’eredità importante…anche sotto il profilo della fede, essendo stato un sincero amico del Timone nonché un instancabile apologeta.

Celebre, a proposito del suo impegno a difesa della fede cristiana, il suo libro Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, del quale condividiamo qui un estratto: «Non esiste alcun teorema di matematica che neghi l'esistenza di Dio. Né esiste alcuna scoperta scientifica che neghi Dio. Pertanto, attraverso l'uso più rigoroso della Ragione, e lavorando nell'ipotesi che non esista il Trascendente, si arriva a un risultato chiarissimo: né la Logica Matematica né la Scienza permettono di concludere che Dio non esiste. Non è quindi corretto dire che l’Ateismo ha come fondamento le grandi conquiste della Logica Matematica e della Scienza» (Il Saggiatore, Milano 1999, p.156).

Parole - queste come molte altre che Antonino Zichichi ha scritto e detto in una vita spesa non solo, come si vede, per la scienza, ma anche per difendere le ragioni della fede – che non saranno piaciute, c’è da scommettere, ai paladini del laicismo e anche a diversi suoi colleghi. E però da credente, quindi da uomo libero, Zichichi non si faceva intimorire, quando si trattava di criticare miti e deviazioni della cultura dominante e del nostro tempo quali l’evoluzionismo darwiniano, la superstizione o certi eccessi dell’ambientalismo. Per questo - benché ci abbia lasciato davvero molti scritti sui quali riflettere e continuare studiare -, non c’è dubbio che questo grande uomo mancherà non solo al mondo della scienza, ma anche a tutti noi, che abbiamo la grazia di credere «in Colui che ha fatto il mondo».






domenica 8 febbraio 2026

Dominica in Sexagesima


Noè e il diluvio



Domenica 8 febbraio 2026

Nel corso di questa settimana la santa Chiesa ci presenta la storia di Noè e del diluvio universale.
Nonostante i severi ammonimenti, Dio non era riuscito ad ottenere la fedeltà e la sottomissione dell’umanità e fu costretto ad infliggere un tremendo castigo a questo nuovo nemico. Trovato però un uomo giusto, farà ancora una volta nella sua persona alleanza con noi. Ma prima vuol far conoscere che è Sovrano e Padrone nel momento da lui stabilito; l’uomo che andava così fiero della sua esistenza, s’inabisserà sotto le rovine della sua dimora terrestre.
A base degli insegnamenti della settimana, poniamo innanzi tutto alcuni brani dal libro del Genesi, estratti dall’Ufficio dell’odierno Mattutino.Dal libro del Genesi (Gen 6,5-13)

Or Dio vedendo che la malizia degli uomini era grande sopra la terra e che ogni pensiero del loro cuore era di continuo al male, si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e, addolorato, nel profondo del cuore disse: “Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: uomo e animali, rettili e uccelli del cielo; ché mi pento d’averli fatti”. Ma Noè trovò grazia davanti al Signore.

Questa è la posterità di Noè. Noè fu uomo giusto e perfetto fra i suoi contemporanei, e camminò con Dio, e generò tre figliuoli: Sem, Cam e Iafet. Or la terra era corrotta davanti a Dio e ripiena d’iniquità. Ed avendo Dio veduto che la terra era corrotta (ogni carne infatti seguiva sulla terra la via della corruzione) disse a Noè: “Davanti a me è giunta la fine d’ogni vivente; siccome la terra per opera degli uomini è piena d’iniquità, io li sterminerò con la terra”.

La catastrofe che si scatenò allora sulla specie umana fu ancora una volta frutto del peccato; meno male che però fu trovato almeno un giusto, e per merito suo e della sua famiglia il mondo fu salvo dalla rovina totale.

Degnatosi di rinnovare la sua alleanza, Dio lasciò ripopolare la terra, e i tre figli di Noè divennero i padri delle tre grandi razze umane che la abitano.

È questo il mistero contenuto nell’Ufficiatura della presente settimana. Quella della Messa poi, figurata dalla precedente, è ancor più importante. Moralmente parlando, non è la terra sommersa da un diluvio di vizi e di errori? Allora si deve popolare di uomini timorosi di Dio, come Noè. È la parola di Dio, germe di vita, che fa nascere la nuova generazione e procrea i figli di cui parla il Discepolo prediletto, “i quali non da sangue, né da volere di carne né da voler di uomini, ma da Dio sono nati” (Gv 1,13).

Sforziamoci d’entrare a far parte di questa famiglia, e se già vi apparteniamo, conserviamo gelosamente questa fortuna, perché ora è il tempo di salvarci dai marosi del diluvio e trovare un rifugio nell’arca della salvezza; è il tempo di divenire quella terra buona nella quale la semente fruttifica al cento per uno; e lo saremo, se ci mostreremo avidi della Parola di Dio che illumina le anime e le converte (Sal 18). Preoccupiamoci di fuggire l’ira ventura, affinché non abbiamo a perire insieme ai peccatori.

Messa

La Stazione è in Roma, nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura.
Intorno alla tomba del Dottore delle genti, del propagatore della divina semenza, di colui che per la sua predicazione ha una grande paternità sui popoli, la Chiesa Romana oggi raduna i suoi fedeli, per significare che il Signore ha risparmiato la terra solo a patto che si riempia di veri credenti adoratori del Nome suo.

L’Epistola è tratta da una Lettura del grande Apostolo, nella quale, costretto dai suoi nemici a difendersi per l’onore e il successo del suo ministero, c’insegna a quale prezzo gli uomini apostolici seminarono la divina Parola negli aridi campi del paganesimo, per operarvi la rigenerazione cristiana.

EPISTOLA (2Cor 11,19-33; 12,1-9). – 

Fratelli: Voi, che siete saggi, li sopportate volentieri i pazzi; infatti, se uno vi asservisce, se vi spolpa, se vi ruba, se vi tratta con alterigia, se vi piglia a schiaffi, lo sopportate! Lo dico con vergogna, come chi è stato debole da questo lato; del resto, in qualunque altra cosa uno ardisca vantarsi (parlo da stolto) ardisco anch’io. Son essi Ebrei? Anch’io. Sono Israeliti? Anch’io. Son discendenti di Abramo? Anch’io. Sono ministri di Cristo? (Parlo da stolto) lo son più di loro: più di loro nelle fatiche, più di loro nelle carceri, molto più nelle battiture, e spesso mi son trovato nei pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio; ho passato una notte e un giorno nel profondo del mare. Spesso in viaggio, tra i pericoli dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli dei Gentili, pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue vigilie, nella fame, nella sete, nei frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi vien dal di fuori, ho anche l’affanno quotidiano, la cura di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ne soffra? Chi si scandalizza, senza che io ne arda? Se c’è bisogno di gloriarsi, mi glorierò di ciò che è proprio della mia debolezza. Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è benedetto nei secoli, sa ch’io non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto guardie intorno alla città dei Damasceni, per catturarmi, e da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro e così scampai dalle sue mani. Se c’è bisogno di gloriarsi (veramente non sarebbe utile!) verrò alle visioni ed alle rivelazioni del Signore. Io conosco un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa (se fu col corpo o senza il corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo (se col corpo, o fuori del corpo, non lo so, lo sa Dio) fu rapito in paradiso e udì parole arcane che non è lecito all’uomo di proferire. Riguardo a quest’uomo, potrei gloriarmi; ma riguardo a me non mi glorierò che della mia debolezza. Però, anche se volessi gloriarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, pel timore che qualcuno non mi stimi più di quello che vede in me o che sente da me. E affinché la grandezza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana che mi schiaffeggi. Tre volte ne pregai il Signore, perché lo allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si fa meglio sentire nella debolezza. Volentieri adunque mi glorierò nelle mie infermità, affinché abiti in me la potenza di Cristo.

VANGELO (Lc 8,4-15). – 

In quel tempo: radunandosi e accorrendo a Gesù dalle città gran folla, disse in parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza e nel seminarla, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e la beccarono gli uccelli dell’aria; parte cadde sul sasso e, appena nata, si seccò, non avendo umore; parte cadde tra le spine, e queste, cresciute insieme, la soffocarono; parte poi cadde in buon terreno e, cresciuta, diede il centuplo. Ciò detto esclamò: Chi ha orecchie da intendere intenda. E i suoi discepoli gli chiesero che volesse mai dire questa parabola. Ed Egli rispose loro: A voi è concesso d’intendere il mistero del regno di Dio; ma a tutti gli altri parlo in parabole, affinché guardando non vedano, ed ascoltando non intendano. Ecco il significato della parabola: la semenza è la parola di Dio. Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore affinché non credano e non si salvino. E quelli sul sasso sono coloro che, udita la parola, l’accolgono con gioia; ma non hanno radice, e credon quindi per un certo tempo e poi al tempo della tentazione si tirano indietro. Seme caduto fra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma,coll’andare avanti, restano soffocati da cure, da ricchezze, e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturare. Seme poi caduto in buon terreno sono coloro che ritengono la parola ascoltata in un cuore buono e perfetto, e perseverando, portano frutto.

Vigilanza e fedeltà

Con ragione san Gregorio Magno osserva che la parabola ora letta non ha bisogno di spiegazione, perché la stessa eterna Sapienza ce ne ha data la chiave. Perciò non ci resta che trar profitto da un insegnamento così prezioso ed accogliere in terra buona la semenza celeste che cade in noi.

Quante volta finora l’abbiamo lasciata calpestare dai passanti, o carpire dagli uccelli dell’aria! Quant’altre volte è inaridita sulla gelida roccia del nostro cuore, o fu soffocata da spine funeste! Ascoltavamo la Parola, la trovavamo affascinante, e ciò bastava a farci star tranquilli. Spesso pure la ricevemmo con gioia e prontezza, ma non appena cominciava a germogliare in noi ne facevamo arrestare la crescita. Mentre d’ora in poi dobbiamo produrre frutti, perché tale è la virtù della semente gettata in noi, e dalla quale il divin Seminatore aspetta il cento per uno. Se la terra del nostro cuore è buona ed abbiamo cura di coltivarla usando i mezzi che la santa Chiesa ci offre, sarà abbondante la messe il giorno in cui il Signore, risorgendo vittorioso dal sepolcro, verrà ad unire i fedeli credenti agli splendori della sua Risurrezione.

Preghiamo

O Dio, che vedi come non confidiamo nelle nostre azioni, concedici, propizio, d’essere difesi contro ogni avversità dalla protezione di san Paolo Dottore delle genti.





da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 439-442






I primi 5 Sabati del Mese: storia, promesse e condizioni. Maria SS. a Fatima.





a cura di Veronica Cireneo

Una delle devozioni più amate, dopo quella dei nove venerdì del mese, dedicati al Salvatore, è quella, non da tutti conosciuta, dei primi 5 Sabati del mese, dedicata al Cuore Immacolato di Maria. Fu la Madonna stessa che ne fece espressa richiesta a Lucia di Fatima, nel 1925. Ne parliamo oggi in occasione del primo sabato del mese di Febbraio. Buono studio ed applicazione. Ave Maria





Breve storia della grande promessa del Cuore Immacolato di Maria

La Madonna, apparendo a Fatima il 13 giugno 1917, tra l’altro, disse a Lucia: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”.

Poi, in quella apparizione, fece vedere ai tre veggenti il suo Cuore coronato di spine: il Cuore Immacolato della Mamma amareggiato per i peccati dei figli e per la loro dannazione eterna!

Lucia racconta: “Il 10 dicembre 1925 mi apparve in camera la Vergine Santissima e al suo fianco un Bambino, come sospeso su una nube. La Madonna gli teneva la mano sulle spalle e, contemporaneamente, nell’altra mano reggeva un Cuore circondato di spine. In quel momento il Bambino disse: “Abbi compassione del Cuore della Tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono continuamente, mentre non v’è chi faccia atti di riparazione per strappargliele”.

E subito la Vergine Santissima aggiunse: “Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa’ sapere questo:
A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario, e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza

È questa la grande Promessa del Cuore di Maria che si affianca a quella del Cuore di Gesù. Per ottenere la promessa del Cuore di Maria si richiedono le seguenti condizioni:
1 – Confessione – fatta entro gli otto giorni precedenti, con l’intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se uno nella confessione di dimentica di fare tale intenzione, può formularla nella confessione seguente.

2 – Comunione – fatta in grazia di Dio con la stessa intenzione della confessione.

3 – La Comunione deve essere fatta nel primo sabato del mese.

4 – La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo.

5 – Recitare la corona del Rosario, almeno la (terza) quarta parte, con la stessa intenzione della confessione.

6 – Meditazione – per un quarto d’ora fare compagnia alla Santissima Vergine meditando sui misteri del rosario.

Un confessore di Lucia le chiese il perché del numero cinque. Lei lo chiese a Gesù, il quale rispose: “Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria”
1-Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione.
2 – Contro la sua Verginita
3 – Contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini.
4 – L’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata.
5 – L’opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre.


Preghiera al Cuore Immacolato di Maria per ogni primo sabato del mese

Cuore immacolato di Maria, ecco a te dinanzi dei figli, i quali vogliono con il loro affetto riparare alle tante offese a te recate da molti che essendo anch’essi figli tuoi, osano insultarti e oltraggiarti.

Noi ti chiediamo perdono per questi poveri peccatori nostri fratelli accecati dall’ignoranza colpevole o della passione, come ti domandiamo perdono anche per le nostre mancanze e ingratitudini, e quale omaggio di riparazione noi crediamo fermamente nella tua eccelsa dignità a altissimi privilegi, in tutti i dogmi che la Chiesa ha proclamato, anche per quelli che non credono.

Ti ringraziamo dei tuoi innumerevoli benefici, per quelli pure che non li riconoscono; confidiamo in te e ti preghiamo anche per quelli che non ti amano, che non hanno fiducia nella tua materna bontà, che a te non ricorrono.

Volentieri accettiamo le sofferenze che il Signore vorrà mandarci, e ti offriamo le nostre preghiere e i nostri sacrifici per la salvezza dei peccatori. Converti tanti tuoi figli prodighi e apri loro, quale sicuro rifugio il tuo Cuore, in modo che essi possano trasformare le antiche ingiurie in tenere benedizioni, l’indifferenza in fervida preghiera, l’odio in amore.

Deh! Fa’ che non abbiamo ad offendere Dio nostro Signore, già tanto offeso. Ottienici, per i tuoi meriti, la grazia di conservarci sempre fedeli a questo spirito di riparazione, e di imitare il tuo Cuore nella purezza della coscienza, nell’umiltà e mansuetudine, nell’amore verso Dio e il prossimo.
Cuore Immacolato di Maria, a te lode, amore, benedizione: prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte. Amen


Atto di consacrazione e riparazione al Cuore Immacolato di Maria

Vergine santissima e Madre nostra, nel mostrare il tuo Cuore circondato di spine, simbolo delle bestemmie ed ingratitudini con cui gli uomini ripagano le finezze del tuo amore, hai chiesto di consolarti e ripararti. Come figli ti vogliamo amare e consolare sempre, ma specialmente dopo i tuoi materni lamenti, vogliamo riparare il tuo Cuore Addolorato e Immacolato che la cattiveria degli uomini ferisce con le pungenti spine dei loro peccati.

In modo particolare vogliamo riparare le bestemmie proferite contro la tua Immacolata Concezione e la tua Santa Verginità. Molti, purtroppo, negano che tu sei Madre di Dio e non ti vogliono accettare come tenera Madre degli uomini.
Altri, non potendoti oltraggiare direttamente, scaricando la loro collera satanica profanando le tue Sacre Immagini e non mancano coloro che cercano di infondere nei cuori, soprattutto dei bambini innocenti che ti sono tanto cari, l’indifferenza, il disprezzo ed anche l’odio contro di Te.

Vergine santissima, prostrati ai tuoi piedi, esprimiamo la nostra pena e promettiamo di riparare, con i nostri sacrifici, comunioni e preghiere, tanti peccati ed offese di questi tuoi figli ingrati.

Riconoscendo che anche noi non sempre corrispondiamo alle tue predilezioni, né ti amiamo ed onoriamo sufficientemente come Madre nostra, supplichiamo il perdono misericordioso per le nostre colpe e freddezze.

Madre santa, vogliamo ancora chiederti compassione, protezione e benedizioni per gli attivisti atei e i nemici della Chiesa.
Riconducili tutti alla vera Chiesa, ovile di salvezza, come hai promesso nelle tue apparizioni a Fatima.

Per quanti sono tuoi figli, per tutte le famiglie e per noi in particolare che ci consacriamo interamente al tuo Cuore Immacolato sii rifugio nelle angustie e tentazioni della Vita; sii cammino per giungere a Dio, unica fonte di pace e di gioia. Amen. Salve Regina..


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7 febbraio 2026 - 1° Sabato del Mese









sabato 7 febbraio 2026

Gran Bretagna: la barbarie dell’aborto in casa, possibile fino al termine della gravidanza per qualsiasi motivo





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by Aldo Maria Valli 07 feb 2026



di Rosa Monckton*

In una settimana dello scorso giugno la Camera dei Comuni ha approvato due misure destinate a cambiare radicalmente la natura della nostra società.

La prima, che credo ormai tutti conoscano, è stata quella di consentire allo Stato di facilitare e persino incoraggiare il suicidio per coloro a cui viene diagnosticata una malattia con sei mesi di vita. L’altra misura, molto meno nota, depenalizza l’aborto fino al termine della gravidanza, per qualsiasi motivo, se eseguito dalla madre da sola. Ho promesso che mi sarei opposta a queste misure alla Camera dei Lord – dove entrambe sono ora al vaglio – e quindi lunedì ho presentato un emendamento per cancellare questa radicale revisione delle nostre leggi sull’aborto.

Il disegno di legge sulla criminalità e la polizia, attualmente in discussione alla Camera dei Lord, è un testo legislativo lungo e importante, che ha impegnato i pari, nella nostra veste di camera di revisione, per gli ultimi due mesi e mezzo.

La maggior parte del Paese, tuttavia, non saprà che una clausola, non correlata a questo disegno di legge, è stata introdotta di nascosto tramite un emendamento a nome della deputata laburista Tonia Antoniazzi, dopo appena quarantasei minuti di dibattito tra deputati della Camera dei Comuni.

Si tratta dell’articolo 191, intitolato “Esclusione delle donne dal diritto penale relativo all’aborto”, che rimuove ogni ulteriore controllo legale sulle donne in materia di aborto, consentendo alla futura madre di abortire il proprio bambino, fino al termine della gravidanza, per qualsiasi motivo, incluso il sesso del bimbo.

Questa clausola è stata approvata dalla Camera dei Comuni senza alcuna prova, alcun esame o consultazione pubblica. Si tratta di una proposta sconsiderata e radicale, con implicazioni per la salute sia mentale che fisica della madre, e conseguenze disastrose per il bambino.

Questa modifica alla legge, di fatto, reintrodurrebbe l’aborto clandestino, poiché le donne oltre l’attuale limite legale di ventiquattro settimane sarebbero di fatto incoraggiate ad abortire a casa.

Si tratta di una proposta terrificante, che potrebbe aumentare la probabilità che le donne subiscano interruzioni forzate di gravidanza nel terzo trimestre (dal momento che un partner violento potrebbe far notare che non sussiste più alcuna sanzione legale), con l’indicibile trauma di un aborto tardivo senza alcuna supervisione medica.

Questa modifica alla legge, di fatto, reintrodurrebbe l’aborto clandestino, poiché le donne che hanno superato l’attuale limite legale di ventiquattro settimane sarebbero di fatto incoraggiate ad abortire a casa, da sole, utilizzando pillole ordinate per posta e che non sono concepite per l’uso al di fuori di un contesto clinico oltre le dieci settimane.

Come ho detto nel dibattito di lunedì, è estremamente ironico che coloro che hanno sempre sostenuto l’interruzione di gravidanza legale, sostenendo che l’alternativa – l’interruzione clandestina – sarebbe pericolosa, ora propongano che le donne possano eseguire interruzioni di gravidanza illegali (al di fuori dei termini dell’Abortion Act) in un ambiente non sicuro e non supervisionato.

Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists ha fatto pressioni per il programma “pillole abortive per posta”, introdotto durante i lockdown dovuti alla pandemia di Covid-19. Programma che non avrebbe mai dovuto essere permanente, anche se ora sembra esserlo.

Ho ricevuto una lettera da un professionista sanitario, profondamente preoccupato, che sottolineava tristi fatti medici che la maggior parte dei parlamentari sembrava non voler prendere in considerazione nelle loro superficiali deliberazioni.

Il professionista sottolinea che i bambini di età superiore alle ventidue settimane abortiti legalmente in ambito medico vengono sottoposti a eutanasia clinica prima dell’intervento chirurgico, tramite un’iniezione letale direttamente nel cuore. Questa procedura è raccomandata dal Royal College of Obstetrics and Gynaecology per evitare che i bambini più grandi e senzienti nascano gravemente feriti, ma ancora vivi. Tuttavia, i bambini abortiti in ambito domestico, dalla sola madre, non possono essere sottoposti a eutanasia clinica.

I farmaci abortivi rimuovono solo il rivestimento dell’utero e innescano il travaglio; pertanto, i bambini in fase avanzata di gestazione abortiti in casa potrebbero nascere vivi. Cosa succederebbe allora? La madre dovrebbe uccidere il suo bambino “abortito” ma vivo? Come potrebbe smaltire legalmente il corpo del suo bambino se lo lasciasse morire? Sarebbe quindi accusata di omicidio?

Come tutti i membri della Camera dei Lord, ho ricevuto una lettera dal responsabile degli affari pubblici del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists che mi esortava a “parlare a favore della clausola 191”. Citava il presidente del Royal College che criticava la legge vigente perché “colpisce le donne nei momenti di maggiore vulnerabilità” e affermava che “le donne non dovrebbero affrontare la prospettiva di una sanzione penale per aver preso decisioni sulla propria salute”.

Trovo straordinario e agghiacciante che nella dichiarazione non ci sia una sola menzione del nascituro. È come se questa persona non esistesse.

Ai sensi della clausola 191, è illegale per qualsiasi altra persona, compreso un medico, essere presente se le pillole vengono assunte dopo il limite di ventiquattro settimane stabilito dalla legge vigente sull’aborto.

I bambini di età superiore alle ventidue settimane che vengono abortiti legalmente in un ambiente medico sono sottoposti a eutanasia clinica prima dell’intervento chirurgico tramite un’iniezione letale, a differenza dei bambini abortiti in un ambiente domestico.

Quindi, nel momento in cui una madre avrebbe più bisogno di supervisione medica, si ritrova sola.

L’analisi delle statistiche ufficiali pubblicate dal Servizio sanitario nazionale inglese (NHS England) mostra che quando una donna si autogestisce l’aborto a casa in un caso su diciassette verrà successivamente ricoverata in ospedale. L’entrata in vigore di questa clausola non migliorerà di molto la situazione, poiché i rapporti governativi hanno confermato quanto aumentino le complicazioni dell’aborto nelle fasi avanzate della gravidanza.

La clausola 191 è una misura radicale, non moderata, come sostengono i suoi sostenitori. C’è una ragione per cui il limite legale per l’aborto è di 24 settimane: cioè, più o meno, la fase in cui il bambino è considerato pienamente vitale alla nascita.

La clausola 191 mira a disapplicare l’Infant Life Preservation Act del 1929, che tutela i feti vitali. I suoi sostenitori lo definiscono progressista; io lo definisco barbaro.

Né c’è stata alcuna richiesta pubblica per una simile modifica della legge. Al contrario, un sondaggio Whitestone Insight, condotto nel dicembre 2023, ha rilevato che solo il 2% della popolazione era favorevole all’estensione del limite temporale per l’aborto alla nascita.

Tuttavia, ho ricevuto numerose lettere che mi esortano a non oppormi a questa clausola, con vari gradi di ostilità, e c’è una forte opposizione nei confronti di coloro che sottopongono questa misura a un esame approfondito nella Camera dei Lord (proprio come c’è per il nostro esame del disegno di legge sulla morte assistita).

Sono stata rimproverata per aver sottolineato che la clausola 191 avrebbe reso lo status morale del nascituro vitale simile a quello di uno schiavo nel profondo Sud americano del XVIII secolo: una mera proprietà, la cui distruzione non costituiva un crimine da parte del proprietario.

Nel preambolo della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia si afferma che il bambino “necessita di speciali tutele e cure, compresa un’adeguata tutela giuridica, sia prima che dopo la nascita”.

Eliminare il reato di aborto volontario da parte di una donna prima del parto significherebbe, di colpo, eliminare le poche tutele legali rimaste per i nascituri, uno su tre dei quali viene già abortito in questo Paese.

È questo ciò che vogliamo davvero, come nazione? Che sprofondiamo in questa oscurità morale, senza proteggere né la madre né il bambino?

Questo è uno dei motivi per cui mi batto affinché la clausola 191 venga rimossa: non voglio che si dica che ho acconsentito all’abbandono delle difese finali per questi bambini innocenti, non ancora nati ma vitali.



*membro della Camera dei Lord, fondatrice di Team Domenica, ente di beneficenza che prende il nome da sua figlia e aiuta i giovani adulti con disabilità di apprendimento a trovare un impiego

dailymail






Perché non vediamo Dio: il peccato originale e la cecità intellettuale


Fernando Gallego (1440–1507), La guarigione del cieco Bartimeo


Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da substack.com. 


Una metafora inaspettata dal film Il mistero dei Templari



Robert Lazu Kmita, 3 febbraio 2026

La visione perduta

Inizierò con un'osservazione molto semplice sui nostri occhi e sulla vista. Supponiamo che la sabbia, o la polvere, si infiltri sotto le nostre palpebre. Anche un singolo granello di sabbia può compromettere gravemente la nostra percezione visiva. Lo stesso vale per la polvere. Diventa assolutamente necessario lavarsi accuratamente gli occhi per recuperare una vista nitida. Una volta, una minuscola scheggia di ghiaccio mi è entrata nell'occhio. Fortunatamente, non ha avuto conseguenze gravi, ma è stato incredibilmente doloroso. Un minuscolo frammento di acqua ghiacciata, non più grande di un ventesimo di millimetro, mi ha ostruito quasi completamente la vista. Solo dopo ripetuti risciacqui con acqua tiepida sono riuscito a vedere di nuovo.

Oltre a queste spiacevoli esperienze fisiche, gli oculisti possono dirci quante distorsioni visive siano il risultato di patologie. A seconda della causa sottostante (che comprende cause refrattive, retiniche, del nervo ottico e neurologiche), si contano tra 12 e 15 patologie gravi. Non è un numero esiguo. Quindi, sia corpi minuscoli che condizioni mediche possono compromettere seriamente la nostra vista.

Un'altra esperienza di visione distorta deriva da un cambiamento nell'ambiente circostante. Se immergiamo la testa sott'acqua, possiamo tenere gli occhi aperti. Ma senza occhiali protettivi, ciò che vediamo sarà di gran lunga inferiore alla vista normale: macchie di colore e luminosità variabile. Niente di chiaramente definito. Un cambiamento nell'ambiente provoca una completa alterazione della nostra capacità visiva. Ora notiamo un dettaglio importante: sebbene i nostri occhi e i loro componenti rimangano intatti, malattie o anomalie fisiche distorcono la nostra vista. Gli occhi (con tutte le loro parti costituenti) rimangono, ma la percezione, cioè la vista, è alterata. A volte le cose diventano così gravi che arriviamo alla condizione più terribile: la cecità.

Per quanto riguarda la nostra collocazione in questo mondo, possiamo immediatamente vedere che ci troviamo in una situazione del tutto anomala: non "vediamo" nessuno degli esseri spirituali – gli angeli – che la Scrittura ci dice essere molto più numerosi di quanto potremmo immaginare. Né quelli buoni né quelli malvagi. Gli esseri spirituali non sono direttamente accessibili alla nostra conoscenza. Ma ancora più preoccupante è il fatto che non vediamo Dio.

Sebbene l'insegnamento teologico rivelato ci dica che Egli è un essere spirituale assoluto, perfetto, infinito, onnipresente e onnipotente, la maggior parte dei cristiani non Lo vede mai in questa vita transitoria. Naturalmente, chiunque potrebbe chiedersi: se è così, e Dio è onnipresente, come mai non Lo vediamo? La risposta breve, ispirata dalle mie osservazioni iniziali sulla nostra vista corporea, è questa: nella nostra condizione attuale, l'"apparato visivo" necessario per percepire il mondo invisibile è malato. O, se preferite un termine più tecnico, è "malfunzionante". Lo abbiamo, ma è disfunzionale. Attraverso numerosi esempi, parabole e situazioni reali o immaginarie, la Scrittura ci dice ancora di più: ci dice che siamo ciechi. Abbiamo semplicemente perso la capacità di vedere il mondo "dell'invisibile". Spiegare questo richiede molti chiarimenti.

Se ci limitiamo al desiderio di riacquistare la capacità di vedere il mondo invisibile, possiamo fare a meno di una complicata spiegazione di come si sia verificata la cecità spirituale di cui sopra. È sufficiente fare ciò che fece il cieco Bartimeo: gridare con tutte le nostre forze: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc 10,47). Non c'è soluzione migliore per riacquistare la vista spirituale della preghiera perseverante.

D'altra parte, dobbiamo prendere sul serio gli avvertimenti dei grandi santi e mistici, come l'apostolo Paolo, che ci dice che in questo mondo decaduto "ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro" (1 Corinzi 13:12). In altre parole, in questa vita non abbiamo accesso diretto alla conoscenza del mondo invisibile. È proprio per questo che abbiamo bisogno del dono soprannaturale della fede: credere in ciò che non vediamo. In Paradiso, dopo la fine di questo mondo decaduto, non avremo più bisogno della fede: il Dio invisibile e il Suo mondo spirituale non saranno più creduti, ma visti direttamente.

Secondo il grande Dottore mistico, San Giovanni della Croce, siamo in questo mondo come ciechi, capaci di trovare la nostra strada solo attraverso le ombre e la luce della fede nei nostri cuori – per quanto ne abbiamo. Ci muoviamo nella notte oscura come fantasmi, incapaci di vedere e di muoverci veramente (come lo storpio alla piscina di Betesda che non aveva nessuno che lo aiutasse a entrare nelle acque curative). Questa, spiritualmente parlando, è la nostra condizione attuale: ciechi, storpi e, per di più, pieni della lebbra del peccato. Sebbene scioccante e ripugnante, questa è la descrizione più accurata dell'essere umano decaduto. Tutte le malattie e le infermità del Nuovo Testamento descrivono, allegoricamente e simbolicamente, la condizione dell'uomo post-lapsariano. E probabilmente, tra tutte, nessuna è più grave della cecità.

Borges e la condizione umana

In un programma televisivo che metteva in risalto la sua straordinaria presenza, il poeta argentino Jorge Luis Borges parlò della sua progressiva cecità, che lo portò alla perdita totale della vista. Questo terribile evento accadde quando aveva 55 anni, nel 1954. Le sue parole dolorose furono devastanti. Con una calma rassegnata che non riusciva a nascondere l'amarezza, questo genio della letteratura del XX secolo parlò del suo desiderio di morire: la sua cecità era così grave che avrebbe preferito la morte a una vita senza le "rivelazioni" concesse da occhi capaci di vedere. Riflettendo sulle parole di Borges, quanto ancora dovremmo soffrire e desiderare di vedere il mondo al di là di esso, e il suo glorioso Re, Dio?

Chiaramente, se accettiamo di essere gravemente malati, non farebbe male cercare di capire perché e come siamo arrivati ​​a questo punto. A volte, la solidarietà tra i malati e il piccolo conforto che possono offrirsi a vicenda derivano dal parlare delle proprie malattie. Non è molto, ma è qualcosa.

Fin dalla mia conversione nel 1993, nulla mi ha preoccupato più del peccato originale e delle sue conseguenze. L'apertura degli occhi del corpo (Genesi 3:7) ha necessariamente comportato la chiusura dell'occhio della mente, che, attraverso la contemplazione, un tempo aveva accesso diretto al mondo invisibile (sebbene, come insegnano tutti i Santi e i Dottori della Chiesa, Adamo ed Eva non avessero ancora accesso alla visione beatifica). Parlerò ora più approfonditamente di questa apertura/chiusura degli occhi. Per farlo, userò una straordinaria metafora suggeritami da un film d'avventura: Il mistero dei Templari (National Treasure, 2004).

Ho sempre amato libri e film sui tesori. Fin dalla prima infanzia, ho letto voracemente qualsiasi storia o racconto che riguardasse la scoperta di un tesoro. Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo ha usato simboli e metafore legate a pietre preziose e tesori nelle Sue parabole. Ecco quindi un argomento affascinante e profondo!

Il film in questione ha catturato la mia attenzione proprio per il mio tema preferito. Che ci siano o meno pirati di mezzo, la scoperta di un tesoro passa sempre attraverso una mappa, giusto? National Treasure, invece, ha introdotto un artificio studiato per catturare l'attenzione del pubblico e amplificarne la curiosità: la mappa del tesoro è invisibile.

Il tesoro nascosto

Disegnata con inchiostro speciale, non è visibile finché non viene trattata con determinate sostanze. Tutto qui? No. Ciò che mi ha affascinato è il seguente: dopo che la mappa diventa almeno in parte visibile (a seguito di un trattamento termochimico), serve un'altra cosa per decifrarla. Un artefatto: un paio di occhiali dotati di diverse lenti colorate che possono essere combinate in modi diversi.


Immagine: Gli occhiali costruiti da Benjamin Franklin

Ora arriva la chiave davvero geniale: gli indizi essenziali criptati nel disegno della mappa diventano visibili solo quando le lenti vengono combinate correttamente. Altrimenti, sebbene qualcosa possa essere visto, gli indizi decisivi che indicano la posizione del tesoro rimangono nascosti. L'ingegnosità di questa soluzione non può essere sottolineata abbastanza. Ricapitoliamo.

Qualcuno ha "nascosto" una mappa usando due metodi di occultamento. Innanzitutto, è stata disegnata con inchiostro che, una volta asciugato (o trattato con un ingrediente specifico), è diventato invisibile. Per renderlo di nuovo visibile, l'inchiostro deve essere trattato termochimicamente. Ora, sebbene visibili a occhio nudo, alcuni indizi rimangono invisibili. Vengono rivelati solo quando la mappa viene osservata attraverso occhiali con più strati di lenti colorate: la corretta combinazione di colori, determinata dall'ordine delle lenti, è ciò che rende visibili tutti gli elementi nascosti. Torniamo ora alla questione dell'invisibilità del mondo invisibile.

Da un lato, l'intera tradizione cristiana attesta unanimemente che ciò che Adamo ed Eva persero a causa del peccato originale fu la grazia divina di cui erano stati dotati fin dall'inizio. In altre parole, persero tutte le qualità che questa grazia – attraverso il suo potere soprannaturale – aveva aggiunto alla loro natura umana. Quindi la prima cosa persa in Paradiso fu questo elemento soprannaturale, che conferiva ai primi esseri umani facoltà eccezionali. Indirettamente, i libri di teologia mistica ce lo insegnano dicendoci che le autentiche esperienze estatiche – come quelle di Santa Teresa d'Avila – sono il risultato di grazie divine straordinarie. Pertanto, la conoscenza mistico-contemplativa è il risultato delle grazie che Dio dona alle anime elette.

D'altra parte, però, la "caduta" ha portato con sé una grave alterazione delle facoltà conoscitive umane. Proprio come accade con gli occhi malati, sebbene le funzioni dell'apparato ottico siano ancora presenti, il loro corretto funzionamento è profondamente turbato dal peccato . Oltre alla perdita della luce delle grazie soprannaturali, la nostra facoltà conoscitiva ha subito un duplice turbamento. Da un lato, gli occhi stessi sono colpiti dalla malattia, ma dall'altro, l'ambiente in cui guardiamo è stato così alterato che "il mondo delle cose visibili" distorce la nostra percezione, proprio come l'acqua distorce la nostra vista quando apriamo gli occhi sott'acqua.

La metafora della corretta combinazione dei colori delle lenti – l'unica che permette di vedere gli indizi sulla mappa del tesoro – indica precisamente questa alterazione, corruzione e disordine nel funzionamento delle facoltà cognitive della nostra mente. Infatti, per concludere questo saggio, vi ricordo che se gli occhi del corpo ci permettono di conoscere il mondo visibile e sensoriale, allora l'“occhio” dell'anima – la mente, l'intelletto – è ciò che può contemplare – quando elevato dalla grazia divina – il mondo invisibile in cui angeli e santi dimorano nella gloria eterna della Santissima Trinità.