venerdì 26 giugno 2026

Il primo bambino ucciso “a norma di legge” in Olanda


(Foto di Piron Guillaume su Unsplash)

I Paesi Bassi ratificano il primo caso di eutanasia pediatrica sotto i 12 anni mostrando l’esito inevitabile della legalizzazione: quando la morte assistita esce dall’eccezione e diventa un protocollo ordinario comincia a divorare i suoi figli. Anche i più piccoli



Di Caterina Giojelli, 26 giugno 2026

Nei Paesi Bassi è stato praticato il primo caso di eutanasia su un bambino al di sotto dei dodici anni. La notizia è stata comunicata dalla ministra della Salute Sophie Hermans lunedì scorso in una lettera al Parlamento. Nessun dettaglio sul minore: né sesso, né età precisa, né diagnosi, né contesto familiare. Solo l’essenziale burocratico – il caso è stato esaminato dal comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia infantile verso la fine dello scorso anno – e il decesso è stato segnalato alla procura, che deciderà, come avviene in tutti i casi di eutanasia, se i medici abbiano rispettato le rigide norme che li tutelano dall’accusa di omicidio colposo. Perché in Olanda, dove l’eutanasia rappresenta circa il 6 per cento di tutti i decessi del paese, sopprimere i malati non è da tempo un evento eccezionale, ma una procedura regolata dentro il sistema sanitario, sottoposta a controls ex post e a criteri progressivamente ampliati.

La cornice è nota: sofferenza “insopportabile e senza prospettiva di miglioramento”, “consenso dei genitori”, e – quando possibile – consenso del paziente. Nel caso di un bambino di età compresa tra 1 e 12 anni le linee guida stabiliscono che «il medico coinvolgerà il bambino, nella misura in cui ne sia in grado, nella decisione e dovrà accertarsi che la vita del bambino non venga interrotta contro la sua volontà». Meno di 12 anni. Nei Paesi Bassi l’eutanasia è legale dal 2024 per i bambini di quell’età. Fino ad allora era già autorizzata per i neonati fino al compimento del primo anno di vita e per i ragazzi tra i 12 e i 18 anni. All’epoca, si calcolava che avrebbero potuto beneficiarne cinque bambini all’anno, ma il punto non sono mai state le singole vicende.

Iris Dekker aveva 16 anni e due tentativi di suicidio alle spalle quando presentò domanda di eutanasia presso l’Expertisecentrum Euthanasie olandese: dall’età di 13 anni soffriva di un disturbo neurologico funzionale, associato a grave disagio psicologico e depressione e il suo psicologo riteneva che per la legge esistesse un modo più umano di morire: l’eutanasia, appunto, consentita nei casi di «sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento». A partire dai 16 anni in Olanda non ci vuole il consenso dei genitori per morire – richiesto tra i 12 e i 16 – e così Iris, dopo essere stata trattata con ketamina ed elettroshock («Voleva essere sicura di aver provato tutto, in modo che la clinica per l’eutanasia non potesse respingere la sua richiesta», racconterà il padre) ha ottenuto la morte. Gli psichiatri hanno confermato che soffrisse di «appiattimento emotivo» tanto che quando sua nonna era morta non aveva provato «nulla».

Quando Rupa Subramanya, esperta firma di The Free Press che da quattro anni documenta il sistema di suicidio assistito gestito dal governo canadese, è andata a trovare i Dekker ottenendo le cartelle cliniche della ragazza, ha scoperto «un sistema che trasforma i desideri ambigui dei giovani in una diagnosi di depressione incurabile. Questo processo solleva interrogativi non solo sul trattamento di alcuni adolescenti come Iris che scelgono l’eutanasia, ma anche di innumerevoli altri che si trovano di fronte all’idea che la loro sofferenza psicologica sia irrisolvibile. La questione di quando esattamente questo tipo di sofferenza diventi incurabile è centrale in altri esempi di quella che è diventata nota come “eutanasia psichiatrica”. Il suicidio assistito è nato come un modo per garantire una morte dignitosa ai pazienti affetti da malattie fisiche incurabili».

«Ti dicono che sei senza speranza. L’eutanasia sembra l’unica soluzione»


Altro che fine di vita: una volta normalizzato l’uso della parola “incurabile” – tanto da farne un criterio obsoleto, nel caso di Iris i suoi medici si sono ben astenuti dal dichiarare la sua condizione incurabile – e una volta normalizzato il nome dell’alternativa, “eutanasia psichiatrica”, va da sé che l’opzione venga metabolizzata dalla società. Nel 2025 si sono registrati 174 casi di eutanasia psichiatrica, pari a circa l’1,7% dei decessi per eutanasia. Un’opzione che si fa presente ai ragazzi fin da quando sono piccoli.

L’opzione crea la domanda. Non sarà diverso con l’eutanasia pediatrica

Tra coloro che hanno studiato l’eutanasia, il momento in cui i medici comunicano a un giovane paziente che la sua sofferenza è incurabile rappresenta un punto di svolta cruciale nel percorso verso la morte. Jim van Os, psichiatra presso il Centro Medico Universitario di Utrecht, ha spiegato a Tfp che, con il progredire dei trattamenti, ogni fallimento rafforza la convinzione che l’eutanasia sia l’unica soluzione. «Tutti iniziano a concordare sul fatto che la situazione sia senza speranza: i medici, i genitori, il paziente», ha affermato van Os. «E poi l’eutanasia comincia a sembrare l’unica soluzione». Si dice a un giovanissimo che ha un disturbo mentale, che è resistente alle cure, e poi si conferma che non si può fare nulla. E sentirsi dire da un medico che non ci sono altre opzioni è ciò che Van Os definisce «la situazione ideale per la disperazione e la demoralizzazione della sofferenza di un ragazzo».

Noa, il premier cattolico e la dottoressa Catharina A.

Alla mamma di Noa Pothoven, la 17enne depressa e traumatizzata per gli abusi sessuali subiti che si è lasciata morire assistita dai medici nel 2019, è stato detto che la sua vita «non era più significativa». Ci siamo abituati: dal Belgio all’Olanda, dal Canada agli Usa, la legalizzazione ha incoraggiato i ragazzi sani a chiedere la morte assistita, i medici a “prescriverla”, le persone a togliersi la vita per qualunque ragione. Non c’è più paletto che tenga. Secondo il rapporto pubblicato nel maggio 2025, nel 2024 hanno ricevuto l’eutanasia 9.958 persone, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Di depressi e psichiatrici si è già detto; secondo i dati della Commissione di revisione dell’eutanasia basta anche solo una polipatologia legata alla vecchiaia per essere uccisi, o, come nel terribile caso finito all’Aia e poi alla Corte Suprema dell’anziana uccisa contro il suo volere dalla dottoressa Catharina A., basta soffrire di demenza.

Da qualche anno si dibatte sulla proposta di approvare l’eutanasia per tutti gli over 75 in buona salute ma stanchi di vivere – prassi già di fatto digerita come dimostra l’eutanasia di coppia, nel 2024, dell’ex premier cattolico Dries van Agt e la moglie Eugenie. Nessuno in Olanda ha alzato un sopracciglio alla notizia, dal momento che «qui interrompere attivamente la vita delle persone è diventato normale», come dichiarava a Tempi Theo Boer, docente di Etica della salute all’Università teologica protestante di Groeningen, ex membro della Commissione incaricata di valutare la corretta applicazione della legge sull’eutanasia, oggi feroce oppositore della pratica.

«L’eutanasia pediatrica non è davvero necessaria»

E così è stato per il bambino: sì, era piccolo, ma era anche gravemente malato. Non sappiamo altro, solo che quando venne varata la misura i nuovi regolamenti prevedevano che per essere ucciso un bambino dovesse essere in fin di vita. «Perché non usare altri modi per alleviare la sua sofferenza, come la morfina o la sedazione palliativa? – continuava Boer -. L’eutanasia non è davvero necessaria». Inoltre, se un bambino non consenziente può essere sottoposto a eutanasia perché in fin di vita, perché non estendere lo stesso criterio ad altre condizioni gravi ma non terminali? E perché non ai pazienti incapaci di esprimere volontà, come le persone con demenza? La logica interna, una volta accettata, non ha più un punto naturale di arresto. «Perché dovremmo uccidere solo i bambini sofferenti che sono vicini alla morte naturale? Perché non uccidere anche quelli che hanno un’aspettativa di vita di 5 o 10 anni? In quest’ultimo caso la sofferenza sarebbe ancora maggiore e prolungata».

Nel 2018, per la seconda volta, l’Olanda dichiarò di avere ucciso un bambino sotto i 12 mesi con il Protocollo di Groningen: secondo gli esperti aveva una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata. L’eutanasia olandese, nella sua legittimazione pubblica, si è sempre appoggiata a due pilastri: compassione per la sofferenza e autodeterminazione – solo chi richiede la “buona morte” per sé può ottenerla e dai 12 anni in su i bambini sono considerati come “giovani adulti”. Diverso il discorso per i bambini fino al primo anno di età, per i quali, “grazie” al Protocollo elaborato dal professor Eduard Verhaegen, dal 2004 l’eutanasia viene trattata alla stregua di un trattamento perinatale e di un “aborto esteso”.





Le Crociate si possono collocare nel principio della “guerra giusta”?






E’ vero che un’interpretazione corretta per capire le Crociate fu il pericolo saraceno?




di Corrado Gnerre

Sì, è vero. Le Crociate nacquero anche per rispondere alle continue incursioni saracene nelle terre della cristianità. Dal VII secolo, cioè dalla sua nascita, l’Islam ha iniziato ad attaccare sistematicamente le terre di quelle che era l’Impero Romano d’Occidnte, premendo anche su quello di Oriente. Riuscì a conquistare gran parte del Medio oriente, il Nord Africa, la Penisola Iberica, tentando di oltrepassare i Pirenei e occupando anche la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. I Musulmani arrivarono finanche a Roma, saccheggiando le basiliche di San Pietro e di San Paolo. Le incursioni causavano rapimenti di beni e di esseri umani: i giovani venivano rapiti per essere ridotti a schiavi e le fanciulle per arricchire gli harem.

Tanto il pericolo era continuo che in Puglia non nacque l’uso di costruire fattorie isolate in campagna. I contadini preferivano ogni sera tornare dai campi in città per poter essere meglio difesi. In Calabria le coste sono piene di torrette costruite per controllare continuamente il mare ed eventualmente avvisare la popolazione di navi sosptette; e così fuggire verso le montagne.

Tanti erano coloro che venivano rapiri che sorsero due importanti ordini religiosi, i Mercedari e i Trinitari, per raccogliere offerte affinché il riscatto dei prigionieri potesse esere pagato non solo dalle famiglie ricche ma anche da quelle povere.

Dunque, anche questa interpretazione ci fa capire quanto le Crociate si possono correttamente collocare nel principio della “guerra giusta”.





Il cristianesimo non è un'invenzione di San Paolo




Perché è falsa la convinzione secondo cui il Cristianesimo sarebbe stata un’invenzione di San Paolo?



di Corrado Gnerre

Non pochi libri di Storia, utilizzati nelle scuole, affermano, esplicitamente o implicitamente, che sarebbe stato san Paolo, e non Gesù di Nazareth, a far sì che nascesse il Cristianesimo. Ovviamente tali affermazioni costituiscono un attacco non indifferente alla storicità e alla credibilità del Cristianesimo stesso. Ma vediamo se le cose sono andate effettivamente così, ovvero che sia stato proprio l’Apostolo delle Genti a “trasformare” il messaggio di Gesù di Nazareth in Cristianesimo.

Come afferma il noto biblista Romano Penna (1937-2025), san Paolo nelle sue Lettere riconosce chiaramente di essere l’esito di una Fede e di un’eredità che lo precedono. L’Apostolo scrive in Corinti 15, 3-5: “Vi ho trasmesso ciò che anche io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e resuscitò il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e poi ai Dodici“. Insomma, si tratta di parole in cui san Paolo chiaramente fa una professione di fede in ciò che gli è stato trasmesso.

Inoltre, non regge la tesi secondo cui sarebbe stato san Paolo a trasformare Gesù in redentore. A riguardo va precisato che Gesù veniva confessato come salvatore ancor prima di san Paolo e che, inoltre, Paolo stesso non definisce letteralmente Gesù né come redentore né come salvatore. Piuttosto Paolo condivide con il cristianesimo primitivo, che lo precede, l’identificazione di Gesù come Messia e come Signore (Christos e Kyrios); ed anche come colui che è resuscitato dai morti (come abbiamo letto nella citazione precedente). Inoltre anche san Paolo, come i primi cristiani, afferma che Gesù è morto per i nostri peccati (citazione precedente) e che, con la resurrezione dai morti, è stato costituito figlio di Dio: “Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore”. (Romani 1,1-4).






lunedì 22 giugno 2026

La Sindone di Torino: nuove prove genetiche ne confermano il percorso mediorientale







di Sabino Paciolla

La Sindone di Torino torna al centro dell’attenzione scientifica grazie a una ricerca condotta dall’Università di Padova che ha analizzato il DNA presente sul celebre telo funerario, aggiungendo nuovi elementi a sostegno della sua autenticità e tracciandone il percorso storico dal Medio Oriente fino all’Europa.

Lo riporta Gary Isbell in un suo articolo pubblicato su Tradizione, Proprietà e famiglia.

Lo studio, guidato dal dottor Gianni Barcaccia, professore di Genetica e Genomica, ha rilevato sulla Sindone una straordinaria varietà di materiale genetico proveniente da tutto il mondo. I risultati mostrano che oltre il 55 per cento del DNA identificato proviene dal Vicino Oriente, circa il 38 per cento dall’India e meno del 5 per cento dall’Europa. Non stupisce che il telo rechi tracce di così tante origini diverse, considerando le innumerevoli mani che lo hanno toccato nel corso dei secoli. Tuttavia, la predominanza mediorientale risulta particolarmente significativa.

Tra i dati più rilevanti, i ricercatori hanno confermato la presenza del DNA appartenente all’aplogruppo H33, un marcatore genetico comune tra i drusi — gruppo etnoreligioso di lingua araba presente in Siria, Libano e Israele — e più in generale tra le popolazioni levantine, inclusi palestinesi, ciprioti ed ebrei. Questa impronta genetica colloca inequivocabilmente la Sindone in un contesto geografico mediorientale.

Altrettanto interessante è la spiegazione proposta per la forte componente indiana. Gli autori dello studio osservano che «la presenza di circa il 38% di discendenze etniche indiane potrebbe derivare da interazioni storiche o dall’importazione da parte dei Romani di lino proveniente da regioni vicine alla Valle dell’Indo». Non a caso, il termine greco “Sindôn”, da cui deriva la parola “Sindone” e che significa lino pregiato, sembra linguisticamente connesso al Sindh, regione storicamente rinomata per i suoi tessuti di alta qualità. Il lino del telo potrebbe dunque essere stato filato in India, transitato per il Tempio di Gerusalemme — dove veniva impiegato per le vesti del Sommo Sacerdote — e infine giunto in Europa.

A completare il quadro, l’analisi del microbioma ha rivelato la presenza di archei alofili, microrganismi che prosperano in ambienti ad alta salinità. Questo dato «indica chiaramente che il telo è stato un tempo conservato in prossimità di un corpo idrico altamente salino, come il Mar Morto», rafforzando ulteriormente il legame con la Terra Santa.

Ma è la natura dell’immagine impressa sulla Sindone a sfidare ogni spiegazione razionale. L’immagine appare esclusivamente sulle fibre più superficiali del tessuto, escludendo l’ipotesi di reazioni chimiche. È presente sia sul fronte che sul retro, ma assente al centro. Mostra dettagli interni del corpo con un effetto simile a una radiografia. Soprattutto, non vi è alcuna traccia di disturbo meccanico: nessuna fibra strappata, nessuna macchia sbavata. Il telo appare come se il corpo vi fosse semplicemente svanito.

Per spiegare questo fenomeno, alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che il cadavere abbia emesso un’intensa esplosione di radiazioni che ne ha impresso l’immagine nel lino, probabilmente mentre levitava, diventando — dal punto di vista clinico — «meccanicamente trasparente» rispetto al proprio lenzuolo funerario.

L’autore dell’articolo, Gary Isbell, conclude con una riflessione che sintetizza la portata spirituale e scientifica della reliquia: «Nessun processo terreno attualmente noto all’umanità può spiegare come la Sindone sfidi le leggi del mondo naturale». Per la fede cattolica, ciò che la scienza chiama “smaterializzazione” corrisponde a quello che la teologia definisce corpo glorioso della Risurrezione. Un enigma che, a duemila anni di distanza, continua a interrogare credenti e scettici con la stessa, inesauribile forza.





La “Guerra giusta” e il prossimo concistoro




Chiesa cattolica | CR 1955



di Roberto de Mattei 17 Giugno 2026 

Uno dei temi al centro del prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV dal 26 al 29 giugno prossimi nell’Aula Paolo VI e Aula del Sinodo del Vaticano, sarà quello della “guerra giusta”. Alcuni dei partecipanti al vertice ecclesiastico ritengono superata la dottrina tradizionale della Chiesa formulata da sant’Agostino e da san Tommaso d’Aquino, in nome di un neo-pacifismo cattolico. Ma una puntuale critica di questo ultra-pacifismo giunge da due corposi contributi che meriterebbero di essere considerati dal Collegio cardinalizio, anche perché non provengono da autori di estrazione tradizionalista o conservatrice.

Il primo contributo è di Luca Diotallevi, professore di sociologia a RomaTre, autore di un saggio sulla rivista Il Regno, dal titolo Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica, che è stato fatto conoscere a un più ampio pubblico dal vaticanista Matteo Matzuzzi su Il Foglio del 22 maggio scorso.

Scrive dunque Diotallevi: «Immaginiamo che un gruppo di turisti proveniente da Marte si fosse trovato qualche tempo fa a passare per piazza San Pietro. Molto probabilmente avrebbe potuto sentir parlare di «martoriata Ucraina». Freschi di un corso di lingua italiana, probabilmente quei turisti avrebbero capito che in Ucraina si era verificato un gravissimo terremoto. Che impressione farebbe a questi marziani scoprire che in Ucraina non c’è stato alcun terremoto, ma che lì da 4 anni è in corso un’invasione da parte della Russia di Putin e che, per di più, a essere presi di mira sistematicamente sono anche civili inermi che vivono a centinaia di chilometri dal fronte e non partecipano in alcun modo agli scontri?»

«E allora, – continua – come quei marziani interpreterebbero il ricorso sistematico alla espressione «martoriata Ucraina» con la quale piuttosto vagamente si indica la gravità degli effetti, mentre scrupolosamente si tace degli autori di quei medesimi effetti?» «Per chi come noi vive invece su questo pianeta, e magari si trova anche a essere cattolico, la domanda che sorge è un’altra. Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista?»

Diotallevi si chiede se il linguaggio ecclesiale attuale riesca ancora a distinguere la “parresia” cristiana (la franchezza evangelica) dalla semplice retorica pacifista e ricorda, a titolo di esempio, come il 27 febbraio 2022, mentre gli ucraini resistevano all’assalto portato contro l’aeroporto della capitale di Kiev da parte dei paracadutisti e delle forze corazzate di Putin, assalto che sarebbe stato poi fermato e respinto, la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea Riccardi presentavano pubblicamente a Putin e Zelensky la richiesta di proclamare Kiev “città aperta”.«Nel testo non solo non veniva fatta nessuna differenza tra aggressore e aggredito, non solo non s’invitavano le persone di buona volontà e la comunità internazionale a soccorrere e sostenere l’aggredito, ma si proponeva di sottrarre al legittimo potere politico ucraino il controllo fisico dei propri centri di Governo e di consegnare una sorta di vittoria a tavolino a Putin il quale esplicitamente si riprometteva di cancellare la libertà e la autonomia di Kiev».

Diotallevi ricorda a questo punto le parole conle quali il 4 giugno 2004 il cardinale Joseph Ratzinger, da vescovo e da tedesco, ha commemorato lo sbarco alleato in Normandia.In quel discorso, citato anche da Antonio Socci in un lucido commento al viaggio di Leone XIV in Spagna (Libero del 12 giugno 2026), il futuro Benedetto XVI diceva:«Se mai nella storia si è verificato un bellum iustum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui paese era condotta la guerra».

E Diotallevi commenta: «Non abbiamo paura che un giorno qualcuno rinfacci alla Chiesa la cura con la quale (giustamente) ha chiesto e ottenuto che le forze armate e le forze di polizia italiane proteggessero armi in pugno le funzioni e le processioni dell’ultimo giubileo, mentre di analoga protezione armata a vantaggio di ucraini e ucraine aggrediti dalla Russia di Putin (e simili) la stessa Chiesa non faceva richiesta altrettanto efficace e pubblica? Non cogliamo il rischio che nell’esercizio ecclesiale del munus docendi quella che potrebbe essere scambiata per retorica pacifista involontariamente oscuri e silenzi la parresia cristiana, l’essenziale realismo del cristianesimo?»

Veniamo ora al secondo articolo, dal titolo Il pacifismo come feticcio metafisico, apparso sulla rivista di estrema sinistra MicroMega del 26 maggio 2026. L’autore, Marco Noris. esordisce ricordando una frase che Gandhi scrisse nel 1920 su Young India, ma che i suoi epigoni preferiscono non citare: «Where there is only a choice between cowardice and violence, I would advise violence» («Dove non c’è scelta tra codardia e violenza, io consiglierei la violenza»).

Il senso, scrive Noris, non lascia spazio a equivoci: «La nonviolenza gandhiana non era una resa travestita da principio. Era una scelta attiva, coraggiosa, esigente, l’opposto esatto della passività. Chi subisce l’oppressione senza reagire per paura, per ignavia o per calcolo non pratica la nonviolenza: pratica la codardia. E la codardia, per Gandhi, era moralmente più bassa della violenza stessa».

Secondo Noris, una parte della sinistra contemporanea ha fatto esattamente l’opposto: ha trasformato la codardia in virtù, l’ignavia in principio, la resa in postura etica. Lo ha fatto attraverso l’elevazione del pacifismo a “feticcio metafisico”, cioè a un sistema di credenze chiuse su sé stesse e impermeabili a qualsiasi istanza esterna che le contraddica.

«Il pacifismo metafisico non ragiona a partire dai fatti – chi aggredisce chi, con quali mezzi, con quali obiettivi, con quali conseguenze sui corpi e sulle vite delle popolazioni coinvolte. Ragiona invece a partire da un principio astratto – la pace è sempre preferibile alla guerra, le armi alimentano sempre il conflitto, il negoziato è sempre possibile – e da quel principio deduce le proprie conclusioni indipendentemente da ciò che accade. È una forma di idealismo nel senso più preciso del termine: la realtà deve conformarsi all’idea, non l’idea alla realtà. Quando i fatti smentiscono il principio, non è il principio a essere rivisto; sono i fatti a essere reinterpretati, minimizzati o inseriti in una cornice che li neutralizzi».

Il paradosso, secondo Noris, è devastante: «Il pacifismo astratto non si limita a non fermare la violenza, la alimenta. Ogni sistema difensivo negato in nome della pace è benzina concreta per la violenza dell’aggressore; è un missile in più che arriva a destinazione, una città in più senza luce, un civile in più che non sopravvive all’alba. L’astrazione che rifiuta il reale si trasforma in carburante materiale per la violenza concreta».

Eppure, lamenta Noris, tutta la tradizione della sinistra è stata costruita attorno al principio che non esiste neutralità di fronte all’oppressione; il pensiero che non si misura con la realtà è sempre un pensiero al servizio di qualcuno. Una parte della sinistra contemporanea, ha preso il vocabolario dell’emancipazione – pace, dialogo, antimilitarismo – e lo ha separato dalla realtà che avrebbe dovuto trasformare, fino a farlo funzionare come un sistema autosufficiente e impermeabile. Ma un pacifismo che chiede all’aggredito di cedere e all’aggressore di vincere non produce pace: produce la pace dei sepolcri, quella che Tacito attribuiva ai Romani nelle province conquistate: «ubi solitudinem faciunt, pacem appellant» (“Fanno il deserto e lo chiamano pace”). L’immagine tacitiana, conclude Noris, non è retorica, ma la descrizione più precisa di ciò che il feticismo pacifista contemporaneo offre a chi ha la sventura di subire un’aggressione e, aggiungiamo noi, di rinunciare a combattere una guerra giusta.

Quanto sarebbe desiderabile che le parole di Tacito, accanto all’insegnamento di sant’Agostino e di san Tommaso, risuonassero, nel Concistoro, che si terrà nei prossimi giorni in Vaticano!







La morte del cardinal Ruini, interprete dell'epoca wojtyliana



Presidente della Cei, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana, il cardinale Camillo Ruini ha accompagnato fedelmente il pontificato di Giovanni Paolo II chiudendo con la "scelta religiosa" e spingendo la Chiesa italiana a un ruolo più attivo nella società.

CHIESA



Stefano Fontana  17-06-2026

Lo storico Guido Formigoni, sul numero attualmente in distribuzione della rivista Il Mulino, ha parlato dell’”epoca Wojtyla-Ruini” come di un tutto unitario, caratterizzato da precise dinamiche di politica ecclesiastica e da una visione su come guidare in modo indiretto la politica.

Alla morte, avvenuta ieri, del Cardinale Camillo Ruini, possiamo dire che questo schema interpretativo sia valido. Dal punto di vista cronologico i conti tornano perfettamente e parlare di un’”epoca Wojtyla-Ruini” è fondato. Dal 1991 fino alla morte di Giovanni Paolo II, il cardinale Ruini è stato Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, Presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e del Lazio, e presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana. A dire il vero, in queste vesti, ha anche accompagnato per alcuni anni Benedetto XVI, sicuro di continuare a percorrere la medesima strada. L’espressione di Formigoni è condivisibile non solo per le coincidenze delle date, ma anche per i contenuti.

Gli anni Novanta del secolo scorso furono caratterizzati da due macrofenomeni di cambiamento che avevano interessato sia la Chiesa che la società italiana e, naturalmente, anche i loro rapporti reciproci. Dal lato della Chiesa, giungeva a maturazione il progetto di Giovanni Paolo II di rilanciare la Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto con l’enciclica Centesimus annus (1991) dedicata alla svolta storica del crollo del comunismo nell’Europa orientale. Per quanto riguarda la Chiesa italiana questo rilancio era stato preparato dalla svolta manifestata da Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985: la Chiesa aveva qualcosa di proprio da dare alla società italiana anche dal punto di vista culturale e politico, con il che veniva superata la precedente linea di una “scelta religiosa” non più impegnata nel campo del giudizio sulla realtà.

Mentre avveniva questo nella Chiesa, nella società italiana scoppiava la crisi del sistema dei partiti, la fine della Democrazia cristiana come collettore dei voti cattolici, l’aumento della dispersione politica dei cattolici, la rinascita del Partito Popolare e la sua emarginazione. Serviva un quadro nuovo da pensarsi in collegamento con le encicliche wojtylane che tendevano a ridare compattezza alla missione evangelizzante della Chiesa anche nella forma di una sua presenza pubblica. Di quest’epoca, così complessa, fu esponente principale il cardinale Ruini, che cercò di organizzare questa nuova presenza sulla linea concettuale e programmatica del papa polacco, senza però produrre eccessivi sconvolgimenti, anzi mantenendo l’unità. Egli sapeva bene che le frange contestatrici erano molte, sia dentro la Chiesa che tra i politici cattolici di area democratica.

Nel 1991 il Cardinale Ruini firma la prefazione al Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” che, per struttura e contenuti era pienamente wojtyliano. Il Direttorio dava precise indicazioni su come ogni componente della Chiesa, dal vescovo al laico, dovesse agire per servire la Dottrina sociale della Chiesa: una cosa pressoché impensabile ai nostri giorni. Sulla scia di questo nuovo entusiasmo di fronte alle nuove sfide, la Chiesa italiana finanziò presso l’Università cattolica di Milano il Centro di studio sulla Dottrina sociale della Chiesa, promosse in ogni diocesi le SFISP, Scuole di formazione all’impegno sociale e politico, spinse per la formazione di nuove aggregazioni laicali attive anche nell’azione di lobby come il Forum nazionale delle associazioni familiari guidato per molto tempo da Luisa Santolini, e poi, presieduto dallo stesso Cardinale Ruini, istituì e finanziò il Progetto culturale della Chiesa italiana. Come si vede, rilancio della Dottrina sociale e convinzione che la Chiesa dovesse svolgere un ruolo non di semplice animazione ispirarono quell’epoca ruiniana, pur nelle prevedibili difficoltà.

Tra queste ricordiamo quanti aderivano alla linea alternativa guidata dal cardinale Martini, oppure quanti accusavano questa nuova “presenza” di aver abbandonato lo spirito del Concilio come per esempio padre Bartolomeo Sorge, quanti nonostante i nuovi insegnamenti, continuavano a considerare ideologica la pretesa di una compatta dottrina cattolica che doveva guidare la pastorale e non viceversa. Si deve riconoscere al cardinale Ruini di aver guidato la nave nella burrasca, di aver condiviso la prospettiva di Giovanni Paolo II e di aver lottato per metterla in atto nel nostro Paese. Forse avrebbe potuto evitare di voler mantenere l’unità con tutti. Se osserviamo la organizzazione dei numerosi Convegni del Progetto pastorale o le iniziative da esso promosse, scopriamo che non tutte andavano coerentemente secondo la linea del Cardinale.

Sul piano dei rapporti con la politica il cardinale Ruini giocò molte sue carte. Egli aveva il progetto di influire indirettamente sulla politica tramite politici cattolici presenti in tutti i partiti. Uomini dalle diverse visioni politiche ma uniti su quanto in seguito saranno chiamati i “principi non negoziabili”. In sé l’idea bene si collegava con il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa, ma la formazione avveniva ancora in modo disomogeneo, permanevano molte resistenze sotterranee e la presenza in tutti i partiti favoriva la dispersione anche sui valori da difendere. L’ultimo suo tentativo su questo punto fu il suo invito a disertare le urne in occasione del referendum sulla fecondazione artificiale del 2004. Ebbe successo nell’immediato, ma il cardinale fu anche accusato di aver passato i limiti concessi ad un ecclesiastico. L’evento, comunque, bene testimoniò l’idea che egli aveva di una presenza cattolica indiretta.

Il cardinale Ruini si trovò a proprio agio anche con Benedetto XVI, ne sposò la linea e con il Progetto culturale organizzò il convegno, poi diventato libro, “Con Dio o senza Dio tutto cambia”, un percorso questo che interessò anche molti pensatori laici – allora spregiativamente detti “devoti” – interessati ad un rinnovato discorso sulla verità.

Non sembra invece che il nostro cardinale – ormai “pensionato” - si sia sentito a proprio agio durante il pontificato di Francesco. Alla sua morte, nella primavera del 2025, egli espresse quattro condizioni che il nuovo Papa avrebbe dovuto avere: dottrina salda, attitudine di governo, spirito di comunione, consolidamento della fede. Non pochi videro in questi auspici delle esigenze contrarie a quelle incarnate nel pontificato allora appena finito.







mercoledì 17 giugno 2026

Francia: Dora Moutot condannata per aver parlato di sesso biologico e sicurezza delle donne



Uno dei tanti attentati alla libertà di parola in Francia.



 16 giugno 2026


A Parigi, il 20 maggio 2026, la 17ª camera correzionale del Tribunale giudiziario di Parigi ha dichiarato la giornalista e attivista femminista Dora Moutot colpevole di “ingiuria pubblica” verso le persone transgender.

Il caso nasce da una puntata del programma “Quelle époque!”, trasmesso su France 2 il 15 ottobre 2022 e condotto da Léa Salamé, durante un dibattito con Marie Cau, all’epoca sindaca di Tilloy-lez-Marchiennes, nel dipartimento del Nord, in Francia, e nota come prima sindaca transgender eletta nel Paese. Durante quel confronto, Moutot aveva parlato di identità di genere, sport femminile, carceri femminili e sicurezza delle donne, citando anche esempi legati a California, Stati Uniti e Inghilterra. La frase contestata riguardava il fatto che, come donne, sia legittimo essere prudenti davanti a persone biologicamente maschili negli spazi femminili.

Il tribunale ha stabilito che quelle parole non costituivano incitamento alla violenza, alla discriminazione o all’odio, ma le ha comunque considerate un’ingiuria pubblica perché ritenute offensive nei confronti delle donne transgender.

Dora Moutot è stata condannata a pagare 1.000 euro di multa, più 500 euro di risarcimento a ciascuna delle tre associazioni parte civile — Mousse, STOP Homophobie e Adhéos — oltre a 2.000 euro di spese legali, per un totale di 4.500 euro.

Che si sia d’accordo o no con Dora Moutot, il punto è enorme: se una donna non può discutere pubblicamente di sicurezza femminile, sport, carceri, privacy e spazi separati per sesso senza rischiare una condanna penale, allora non siamo più davanti a un semplice dibattito.
Siamo davanti a un precedente pericoloso per la libertà di parola.