mercoledì 31 gennaio 2024

Benedizioni, Francesco e il cortocircuito con la cultura africana


Sulle benedizioni alle coppie gay, il Papa permette una deroga in Africa perché lì «l’omosessualità è qualcosa di brutto dal punto di vista culturale». Dunque, Fiducia supplicans richiede culture non radicate nella legge morale naturale.


CAOS FIDUCIA SUPPLICANS



DOTTRINA SOCIALE 



Stefano Fontana, 31-01-2024

Nella sua ultima intervista, pubblicata il 29 gennaio su La Stampa, Francesco è tornato sulla dichiarazione Fiducia supplicans dicendo, tra l’altro, di aver concesso una dispensa alle chiese cattoliche dell’Africa: «Un caso a parte sono gli africani, per loro l’omosessualità è qualcosa di brutto dal punto di vista culturale, non la tollerano». Se ho ben capito, vescovi e sacerdoti delle chiese d’Africa possono non tenere conto della dichiarazione del prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, Victor Manuel Fernández, per motivi culturali. Non intendo qui analizzare l’ennesima contraddizione di questo tira e molla dagli aspetti indecorosi, quanto piuttosto fare qualche considerazione su come viene considerata qui la cultura africana.

C’è una disposizione del – almeno un tempo – più importante dicastero romano alla quale molte conferenze episcopali si sono opposte, rifiutandosi di metterla in atto. Per le chiese d’Africa ora il Papa permette una deroga il cui motivo non è dottrinale ma culturale: esse avrebbero una cultura che considera l’omosessualità un male inaccettabile. La prima questione che si pone è: le altre conferenze episcopali che si sono opposte non hanno utilizzato la loro cultura nel farlo? Perché a quelle nessuna dispensa? Hanno forse tutte una cultura che considera l’omosessualità un bene? Sono quindi culture migliori perché così possono applicare Fiducia supplicans? Una dichiarazione la quale – a questo punto bisogna riconoscerlo – richiede culture che non considerino l’omosessualità un male. Ossia, come torneremo a dire più avanti, culture non radicate nella legge morale naturale. Ma proseguiamo.

Questa dispensa non può avere certamente motivazioni dottrinali, perché la dichiarazione stessa dice di non avere questa dimensione, da qui l’appiglio con la motivazione culturale. Così facendo, però, la cultura africana viene presentata come retrograda e bisognosa di evoluzione. La si vede come incapace di accogliere l’invito della dichiarazione di Fernández e, quindi, come tollerata per il momento ma certamente giudicata come inadeguata. Dietro questa constatazione di arretratezza, per contrasto, emerge che quanto richiesto dalla dichiarazione richiede una cultura di accettazione dell’omosessualità. Se i vescovi africani sono dispensati perché ritengono, in base alla loro cultura, che l’omosessualità sia un male, allora significa che la norma esposta dalla Fiducia supplicans è che l’omosessualità non debba essere considerata un male. Ammettere questo, però, comporterebbe ammettere che la dichiarazione rompe con la tradizione e il magistero precedente che avevano sempre considerato l’omosessualità un male. Ciò vorrebbe dire in automatico che Fiducia supplicans ha mentito quando ha scritto che essa non tocca la dottrina e che si limitava solo ad un suo sviluppo pastorale. Risulterebbe anche che la cultura africana va d’accordo con la tradizione e il magistero, considerando l’omosessualità un male. Ma se va d’accordo con tradizione e magistero, perché c’è bisogno di una dispensa nei suoi confronti?

La posizione degli episcopati africani sull’omosessualità, oltre ad essere conforme alla dottrina, alla tradizione e al magistero, è o non è conforme anche al diritto naturale e alla legge morale naturale? Ci sono delle verità in quella cultura? Oppure si tratta solo di una cultura convenzionale, priva di fondamenti veri, relativa ad un certo contesto storico e ambientale? È una cultura arretrata? Immatura? In questo caso bisognerebbe farla maturare, aiutandola a vedere nell’omosessualità non un male, ma un bene. Per ora si dà la dispensa, ma le dispense sono per natura solo momentanee – a parte quella della Comunione nella mano che pare diventata un dogma sempiterno – e quindi la fase andrà superata con il passaggio alla benedizione delle coppie omosessuali anche in Africa. Questo è da oggi in poi lo scopo della missione in Africa? Provocare questa transizione? Se invece la cultura africana, sul punto in questione, esprime esigenze di morale naturale, che bisogno ha di dispense, dato che il diritto naturale è pienamente accolto e perfezionato dalla Rivelazione e dalla vita di grazia?

Gli attuali vertici ecclesiastici sanno quello che dicono e quello che scrivono? O il livello del ragionamento ha subìto uno scadimento impressionante per motivi che ci sfuggono, oppure è voluto perché la confusione decostruisce senza evidenziare chiare responsabilità.

 (Stefano Fontana)








martedì 30 gennaio 2024

Le diocesi cattoliche tedesche più "moderne" e "inclusive" hanno sempre meno vocazioni e fedeli



Nessuno da ordinare nella diocesi guidata dall'ultra (e ultrà) sinodale capo dei vescovi tedeschi. E il resto della Germania non se la passa meglio.


Bätzing senza nuovi preti: il Synodaler Weg presenta il conto
[Titolo originale dell'articolo ]



 Stefano Chiappalone, 29-01-2024

Che le vocazioni siano in calo non è una novità, ma quest’anno nella diocesi tedesca di Limburg non ci sarà nemmeno un’ordinazione di nuovi sacerdoti. Per la prima volta in due secoli, in tutta la storia della diocesi, fondata nel 1821. E non perché temporaneamente sospese dalla Santa Sede, come avvenuto lo scorso anno in Francia, a Frejus-Toulon, allora guidata da mons. Dominique Rey. A Limburg semplicemente non c’è nessuno da ordinare.

A capo della diocesi c’è mons. Georg Bätzing, che per i lettori della Bussola non ha bisogno di presentazioni. Aggiungiamo solo che, essendo presidente della Conferenza Episcopale Tedesca e paladino del Synodaler Weg, il flop assume un’importanza che travalica la singola diocesi di Limburg. Thomas Colsy, su Catholic Herald, insieme alla notizia riporta anche la preoccupazione del presule, citando un’intervista dello scorso settembre su Die Zeit: «Ciò che mi preoccupa è che quasi nessuno vuole diventare prete, perché non esiste Chiesa cattolica senza preti». Strano che nessuno voglia andare in una diocesi “al passo con i tempi” (almeno secondo la mentalità dominante), con un vescovo come Bätzing, così inclusivo da attuare linee guida obbligatorie molto apprezzate dalla comunità Lgbt, e pronto persino a ribaltare il Catechismo.

Se poi la cura è quella sinodale che imperversa in tutta la Germania, si direbbe che non stia portando frutti neanche altrove, a giudicare dal generalizzato calo storico delle ordinazioni teutoniche: «Nel 2021 sono stati ordinati presbiteri 62 uomini; 48 come sacerdoti diocesani e 14 negli ordini religiosi. Nel 2022 ci sono state 45 ordinazioni; 33 come sacerdoti diocesani e 12 negli ordini religiosi». Oltre ai numeri in sé, il trend è in crollo anche da un anno all’altro: da 62 a 45 (e ben più contenuto negli ordini religiosi) in tutto il Paese.

Guardando a un’altra realtà tedesca significativa sul fronte del sinodo a oltranza, il cardinale Reinhard Marx (predecessore di Bätzing alla guida dei vescovi tedeschi e a sua volta alfiere delle istanze progressiste) nel 2023 ha ordinato 3 sacerdoti per l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, nessuno l’anno precedente, 5 nel 2021 e 2 nel 2020. In confronto l’inverno demografico del clero milanese appare quasi una primavera, con 15 sacerdoti ordinati nel 2023 e 22 l’anno precedente (nell’intera penisola si viaggia in totale sui trecento).

Per fare un parallelo tra la Germania e una nazione confinante che comunque non se la passa benissimo, nella vicina Francia abbiamo avuto 88 ordinazioni nel 2023 e 122 l’anno precedente: numeri ben al di sopra di quelli tedeschi, pur registrando anche oltralpe un netto calo a livello diocesano, mentre «nelle comunità, nelle congregazioni e nelle società di vita apostolica rimangono stabili». Ma i vescovi francesi sembrano almeno consapevoli del nesso tra crisi di vocazioni e crisi di fede, invitando famiglie, parrocchie e movimenti «riscoprire e trasmettere la bellezza e la gioia di queste vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, al servizio della vocazione battesimale di ciascuno» (fonte: Catt.ch).

In Germania oltre al numero dei sacerdoti è in calo anche quello dei fedeli, indicato da quanti hanno deciso di non pagare la kirchensteuer, ovvero la tassa con cui ciascun tedesco sostiene la propria Chiesa o comunità religiosa: nel 2022 le defezioni sono state ben 522.822 secondo i dati della Conferenza Episcopale Tedesca. Dati che «non lasciano scampo», scriveva qui su La Bussola Luisella Scrosati, riportando poi la “cura peggiore del male” proposta dall’intelligencija sinodale germanica, dalla dott.ssa Irme Stetter-Karp, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), allo stesso mons. Georg Bätzing, che dichiarava: «Ci siamo posti importanti questioni e sviluppi nel Cammino Sinodale. Abbiamo per lo più trovato risposte e vogliamo promuovere il cambiamento. Mi impegno in questo senso e assumo volentieri questa responsabilità per la diocesi di Limburg». Insomma, indietro non si torna.

E tuttavia i conti non tornano, se tanta ansia di mostrarsi aperti, moderni e inclusivi non frena il crollo delle vocazioni e la fuga dei fedeli. Ma come, verrebbe da dire mettendosi nei panni di Bätzing, tanto lavoro per nulla? Anni e anni di sinodo permanente per realizzare una religione accomodante, corse affannose per inseguire le bandiere più alla moda… e ancora non basta? Non basta, anzi non serve. E i risultati si vedono.





La confusione nella Chiesa. Intervista a Padre Thomas Weinandy




“La confusione creata da Fiducia Supplicans è intenzionale”. Padre Thomas Weinandy intervistato da Martina Pastorelli

Pubblichiamo l’intervista al Padre Thomas Weinandy a firma di Martina Pastorelli pubblicata dal quotidiano “La Verità” (25 gennaio 2024, p. 12) col titolo “Fiducia Supplicans è diabolica, la confusione creata è intenzionale”.





Di Martina Pastorelli and Padre Thomas Weinandy, 30 GEN 2024

Padre Thomas Weinandy, frate cappuccino, è un teologo di fama internazionale. Nel 2013 ha ricevuto la Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, una delle più alte onorificenze della Chiesa. Già membro, su nomina di papa Francesco, della Commissione teologica internazionale, ha insegnato in vari atenei americani, a Oxford e alla Pontificia Università Gregoriana.

È stato direttore esecutivo della Commissione dottrinale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e poi suo consulente fino alla pubblicazione, nel 2017, di una lettera aperta a papa Francesco in cui sosteneva che il suo pontificato è contrassegnato da “una confusione cronica”; nello stesso giorno dovette dimettersi.

In questa intervista affronta i motivi e le conseguenze delle divisioni – perfino tra episcopati – che oggi attraversano la Chiesa, con dispute su dottrina, morale e liturgia.

Siamo davanti a una dialettica fisiologica o dietro queste controversie c’è qualcosa di inedito?

C’è una novità: in passato abbiamo avuto papi libertini, avidi, simoniaci, nepotisti; oggi abbiamo un pontefice che non commette questi peccati ma che attacca, con la sua ambiguità, la dottrina. I suoi predecessori saranno anche stati dei fornicatori ma non hanno mai sostenuto che fornicare fosse una cosa buona; ora invece il Papa sembra attaccare lo stesso insegnamento morale della Chiesa, specialmente in materia di sessualità

San Francesco era stato invitato da Dio a riparare la Sua Chiesa, che stava crollando. Da francescano, come pensa opererebbe oggi il santo di Assisi nell’Occidente in crisi di fede?


Difficile dire cosa farebbe San Francesco: da autentico cattolico, che quando volle fondare il proprio ordine andò dal Papa per ottenere l’approvazione, penso che oggi sarebbe sconcertato nel vedere che abbiamo un pontefice e membri del Vaticano che minano l’insegnamento della Chiesa. San Francesco ha sempre voluto – fino a metterlo nella Regola – che tutti i frati fossero veramente fedeli alla Chiesa, ed io, proprio perché mi considero un francescano fedele, sia nelle lettere a papa Francesco che in altre pubblicazioni, ho cercato di affrontare le varie questioni, evidenziando ciò che era bene e ciò che era male

L’universalità della Chiesa si manifesta in quanto tutte le chiese particolari sono legate assieme, attraverso il collegio dei vescovi, in ​​comunione con il Papa. Questo contrassegno dell’unità cattolica è messo alla prova dalle spaccature sorte intorno a Fiducia Supplicans, con le “periferie” che correggono Roma?


Il Signore ha affidato a San Pietro la custodia del deposito della fede e dell’unità, ma ora il Papa, anziché custodire la fede sembra volerla cambiare, e invece di rafforzare l’unità nella Chiesa porta divisione. Francesco non accetta mai questa critica ma incolpa gli altri, però non è l’ideologia altrui ad aver creato problemi, bensì la sua. Quanti hanno una retta fede, tra vescovi, sacerdoti e teologi, riconoscono che quello che promuove Fiducia Supplicans non è in linea con l’insegnamento della Chiesa e si battono per difendere ciò che il Vaticano sta cercando di minare. Dovremmo ricordare che il cardinale John Henry Newman (dichiarato Santo nel 2019, ndr) nel suo “Saggio sullo Sviluppo della Dottrina Cristiana” sottolinea che spetta al Papa e ai vescovi in unione con lui dirci cosa sia vero sviluppo e cosa sia falso sviluppo, e immagina una situazione ipotetica in cui coloro che dovrebbero affermare il vero sviluppo della dottrina invece espongono posizioni che ne rappresentano la corruzione. Aggiungo che, anche se il Papa o un vescovo dice qualcosa che appare come insegnamento magisteriale ma non è in linea con il magistero precedente, allora quello che dice non è da ritenersi insegnamento magisteriale

Alcuni interpreti del pensiero di papa Francesco sostengono che egli si rifaccia alla “opposizione polare” di Romano Guardini

È una nozione molto hegeliana quella delle due posizioni polari che si uniscono in una nuova sintesi più alta; però non è così che funziona lo sviluppo della dottrina, che ha un impeto interno attraverso il quale giungiamo a una migliore comprensione della fede, ma che non rinnega mai ciò che si conosceva prima: la Chiesa, nei secoli, ha sostenuto che gli atti omosessuali sono un male intrinseco e che quindi mai possono essere permessi o perdonati, mentre con la lettura hegeliana di Francesco finiamo per dire che questi atti immorali in certi casi possono essere permessi e sono perfino virtuosi. Questo è un modo assolutamente falso di concepire lo sviluppo della dottrina. Si noti anche che tutto ciò che esce dal Vaticano, provenga dal Papa o dal prefetto Fernández, è sempre pieno di ambiguità. Credo che questa ambiguità sia lo Spirito Santo che “trattiene” il Papa dal fare ciò che egli vorrebbe fare; con questo atteggiamento però il Papa fa sì che siano gli altri a farlo. È un gioco molto pericoloso quello di “aggirare” lo Spirito Santo: è chiaramente perdente ma intanto crea caos nella Chiesa

Possiamo dire che Fiducia Supplicans, prima ancora di creare problemi alla fede è uno scritto che crea una crisi alla stessa ragione per le sue incoerenze?

I documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede hanno sempre fatto chiarezza. Adesso, con questa ambiguità ingannevole e manipolatoria, si crea un conflitto con l’intelligenza della fede che le persone possiedono, perché si semina confusione. È intenzionale, serve a promuovere ciò che si desidera ma non si manifesta apertamente. Ed è diabolico. Lo Spirito Santo è spirito di verità, il demonio è uno spirito di disordine: quello che viene promosso oggi.

Si può giustificare teologicamente la benedizione delle coppie omosessuali?

Il problema è cosa benedici quando benedici una coppia omosessuale. Che il gesto avvenga in pubblico o in privato, quello che le persone colgono è che viene benedetta la relazione. E trattandosi di una relazione immorale si dà l’impressione di approvare la relazione stessa con tutto ciò che essa implica, laddove non si può benedire un peccato senza creare scandalo. Avremo vescovi che benediranno le coppie gay e altri che si rifiuteranno, perché non c’è più chiarezza sull’insegnamento della Chiesa.

A parte gli episcopati d’Africa, nota timore da parte dei vescovi a esprimersi in merito?

Qui negli Stati Uniti ci sono vescovi che non sono contenti di Fiducia Supplicans ma hanno paura di prendere posizione. La conferenza episcopale è divisa: la maggior parte dei vescovi americani ha una fede cattolica solida, ma non sono tutti così, specialmente quelli nominati da Francesco. Per questo è difficile che esca un loro documento congiunto fortemente contrario. Penso che papa Francesco non ami gli Stati Uniti proprio perché abbiamo ancora così tanti bravi cattolici e quindi siamo coloro i quali, a differenza degli europei, si possono ancora opporre.

Ci sono vescovi che temono di essere rimossi?

La sinodalità è una farsa, visto che Francesco è più tirannico di qualunque altro Papa che si ricordi. Per Fiducia Supplicans non è stato consultato nessun vescovo o teologo, come solitamente avviene per un documento della Congregazione e questa è una conduzione dittatoriale del pontificato. E lo stesso accade per la tanto invocata parresia: Francesco vuole che si dica la verità così può individuare i suoi nemici e poi attuare la sua vendetta quando non gli piace quello che sente.

La proposta teologica di un inferno vuoto – su cui il Papa è tornato di recente parlando in tv – è una teoria plausibile nella riflessione cattolica sulla Rivelazione? E quali conseguenze produce nella vita concreta?

Gesù pensava che l’inferno ci sia e che le persone ci vadano: pensiamo a quando parla delle due strade, una larga e l’altra stretta e del fatto che la maggior parte degli uomini sceglie la prima, che porta alla dannazione. O quando dice che Giuda sarebbe stato meglio non fosse mai nato, frase da cui si deduce che la sua condizione non sia certo quella della beatitudine. San Paolo, ad esempio, parlando di adulteri e avidi dice che non entreranno nel Regno di Dio. Dalle Scritture e dalle stesse parole di Gesù emerge chiaramente che la dannazione eterna è una possibilità, e pure molto concreta. La Vergine di Fatima ai pastorelli mostrò l’inferno, e con i dannati dentro! È gravissimo che Francesco faccia pensare il contrario perché il risvolto pastorale è che le persone credano che, siccome all’inferno non ci va nessuno, allora non fa differenza come ci si comporta. Mina anche l’importanza della vita terrena rendendo insignificante ogni virtù. Posso darmi al traffico di bambini o effettuare aborti senza che ci siano conseguenze; perché mai poi dovrei morire per la fede visto che tanto non divento un martire e che anzi, se la tradisco, finisco comunque in paradiso? Chiaro che esiste il pentimento, che consente anche al peggior peccatore di andare in cielo, ma se l’inferno non esiste si smarrisce il senso della vita e il valore della dignità umana perché nessuna violazione di questa dignità merita la dannazione. E questo è semplicemente terribile.






In Emilia anche il Piano dell'Aria azzoppa gli agricoltori



Finanziamenti "capestro" alle aziende che riducono del 4% il seminativo e la concorrenza sleale dei prodotti provenienti dall'Ucraina. E ora anche il Piano dell'Aria che criminalizza gli agricoltori come produttori di inquinamento, senza tenere conto della conformazione della Pianura Padana. Associazioni di categoria sul piede di guerra.

OGGI IL VOTO

ECONOMIA 


Andrea Zambrano, 30-01-2024

I problemi dell’agricoltura sono di contingenza economica, ma soprattutto di politiche comunitarie europee. Se c’è un fatto che la protesta di questi giorni ha mostrato chiaramente (domenica i trattori hanno costretto il casello di Orte a chiudere per due ore, mentre ieri sono dovute intervenire le forze dell’ordine) è che la crisi agricola è soprattutto una crisi di aggressione dettata dalle politiche Ue.

E, dove non arriva l’Ue, anzi a rincarare la dose, ci si mettono le regioni. Una delle Regioni più prese di mira dagli agricoltori di casa è nostra è l’Emilia-Romagna, regione ad altissima vocazione agricola, patria della food valley, ma anche Regione all’avanguardia nella ricezione delle normative Ue.

Normative che secondo gli agricoltori stanno uccidendo una filiera importantissima dell’economia italiana e che partono fondamentalmente da un assunto, tanto errato quanto indimostrabile: l’agricoltura è parte del processo di inquinamento e del cambiamento climatico nel pianeta e pertanto va scoraggiata, limitata e possibilmente ridotta.

La denuncia arriva da Emiliano Occhi (in foto), consigliere regionale della Lega in Emilia e relatore di minoranze del Piano Aria che verrà approvato oggi in via Aldo Moro, tra le proteste delle stesse associazioni di categoria, che si sono viste bocciare tutte le osservazioni di merito.


«Agli attuali problemi legati all’aumento dei costi di materie prime e materiali – spiega alla Bussola -, insieme a una minore marginalità, ci si mettono anche le politiche comunitarie che partono dall’impostazione che vede l’agricoltore come un inquinatore».

Sul banco degli imputati c’è soprattutto il Green deal che punta a ridurre le emissioni inquinanti in atmosfera andando a limitare l’agricoltura. «Uno dei problemi principali è legato alle condizionalità della PAC (Politica Agricola Comune) che a fronte dell’emissione di contributi per gli agricoltori li costringe a sacrificare il 4% dei propri terreni, che devono essere tolti dalla produzione». In grande scala, quello che la Regione ha fatto con la politica del ritiro dei seminativi per vent’anni, che però è parte di un vecchio finanziamento e destinato solo a particolari terreni.

Ma con la PAC si fanno le cose in grande. Si chiama Condizionalità BCAA8 ed è appunto la rinuncia del 4% dei terreni a seminativo per poter avere i finanziamenti europei. Perché l’Europa con una mano toglie e con l’altra dà. Intanto però, gli obiettivi di questa condizionalità sono gli stessi: inquinamento, cambiamenti climatici e ripristino dell’habitat. Per tutte e tre l’agricoltura è vista come un nemico.

«C’è poi un aspetto – prosegue Occhi – che ha a che fare con la guerra in Ucraina. Si è aperto il mercato ed è come se avessimo già fatto entrare nell’UE il paese attualmente in guerra. Così entrano molti prodotti a basso costo da parte di un Paese che non ha i costi dell’Ue. Una sorta di concorrenza sleale garantita dagli stati Ue».


Il secondo problema degli agricoltori riguarda i fondi europei del PSR (Piano di Sviluppo Rurale), che dopo la PAC è il secondo pilastro dei finanziamenti comunitari: «Gli agricoltori lamentano il fatto che si tratta di bandi che sono cofinanziati da parte delle aziende, ma spesso sono fatti su progetti che non vanno incontro alle loro esigenze».

E in Emilia-Romagna cosa accade?

«La questione si complica perché proprio oggi il Consiglio Regionale approverà il Piano dell’Aria, che individua nell’agricoltura uno dei principali emettitori di ammoniaca, che è quella sostanza che si va ad articolare nel particolato delle PM10 e PM5. La Regione ha previsto misure energiche nei confronti degli allevamenti per i reflui zootecnici; quindi, si imporrà la copertura delle vasche; inoltre, si chiede uno spandimento immediato dei liquami: non più 24 ore ma 12 ore».

Secondo Occhi - che ha raccolto le osservazioni delle associazioni di categoria, tutte bocciate nel piano che verrà approvato oggi - è una costrizione assurda, scritta da chi non sa nulla del lavoro dei campi: basti pensare che questa misura provocherà l’impantanamento dei mezzi».

Un’altra battaglia è quella della guerra ai fertilizzanti azotati. «Anche in questo caso le procedure per adeguarsi sono costose e ogni adeguamento sarà a carico dell’agricoltore».

La cecità principale dell’Ue nei confronti dell’Emilia si vede anche con le misure draconiane dopo la condanna della Commissione per il superamento dei valori della qualità dell’aria: «Nessuno nega che in Emilia ci sia un problema di inquinamento, ma non si possono applicare misure restrittive come se la Pianura Padana fosse uguale ad altri vasti territori che non sono schiacciati da due catene montuose. Prendiamo la Polonia o l’Austria dove ci sono pianure aperte. L’Emilia non può adeguarsi a questi diktat perché a causa della sua conformazione non riuscirà mai a rispettare le limitazioni, neanche spegnendo tutto».







La UE che dichiara guerra agli agricoltori firma la sua rovina



Il settore agricolo non solo garantisce la sicurezza alimentare, ma anche assorbe 4 volte l'anidride carbonica che emette e tutela il territorio. Eppure le istituzioni europee la penalizzano pesantemente in nome di una illusoria "salvezza" del clima.

LA PROTESTA DEI TRATTORI/1

ECONOMIA




La protesta agricola che da mesi serpeggia in Europa negli ultimi giorni si manifesta anche in Italia: pure da noi infatti i trattori sono scesi in strada per esprimere (in maniera fortunatamente composta e civile) un diffuso e profondo disagio.

Le manifestazioni del malcontento delle campagne sono iniziate circa un anno fa in Belgio e Olanda. Nel Paese dei tulipani è nato addirittura un “partito degli agricoltori” che ha registrato un clamoroso successo alle ultime elezioni provinciali, ottenendo il 19% dei voti, a dimostrazione di un consenso che va oltre il peso relativamente modesto della popolazione “contadina”. Il malessere di tutto il mondo agricolo europeo verso le politiche comunitarie si è poi diffuso con una sorta di “effetto domino”. Dalla Francia (dove il letame sparso dai "paysans" nei pressi dell'Eliseo è diventato simbolo della rabbia degli agricoltori per gli eccessi della burocrazia, la lentezza e le vessazioni di un'amministrazione accusata di non rispettare chi lavora nei campi), alla Germania (ove la "goccia che ha fatto traboccare il vaso" è stata l'abolizione delle agevolazioni sul gasolio agricolo annunciata dal governo "semaforo"), passando per Romania, Polonia, Ungheria e Grecia, tutto il vecchio continente è attraversato dall'agitazione degli agricoltori.

Anche in Italia il fuoco della protesta da tempo covava sotto la cenere. Ed ora sembra accendersi, dando sfogo a motivazioni talora confuse, come sovente accade a chi pensa che "tutto va male": si reclama per le difficoltà del mercato, per i costi di produzione, per l’immobilismo di rappresentanze sindacali effettivamente in crisi d'identità, persino per i danni della fauna non autoctona introdotta da iniziative “ambientaliste” probabilmente avventate.

Il “cittadino” potrebbe essere tentato di liquidare queste espressioni di protesta come un "bieco rigurgito reazionario" o come la difesa di “anacronistici privilegi corporativi" di un settore che nell’economia moderna appare, ad un esame superficiale, avere un peso molto modesto.
Come nel detto per cui "quando il dito indica la Luna, lo sciocco guarda il dito" sarebbe un errore molto grave.

L’agricoltura garantisce sicurezza alimentare e nei beni di consumo agli 8 miliardi di abitanti del pianeta e secondo le statistiche Fao la percentuale di sottonutriti è scesa dal 13,1% del 2002 ai valori inferiori all’8% registrati fra 2012 e 2019. Da non trascurare, tuttavia, è la lenta risalita nella percentuale di sottonutriti, con valori che dal 2020 si sono riportati al di sopra del 9%.


Ricordiamo anche che grazie alla fotosintesi l’agricoltura globale assorbe ogni anni 42 Gigatonnellate di anidride carbonica mentre ne emette solo una decina. In sostanza è l’unico settore socioeconomico in rilevantissimo e strutturale attivo sul piano delle emissioni.

Le statistiche ci dicono poi che a livello europeo il cibo prodotto dall’agricoltura non è mai stato tanto salubre: ad esempio in Italia, secondo i dati del Ministero della Salute (rapporto 2020) i campioni di alimenti con residui di prodotti fitosanitari non conformi alla nostra normativa (notoriamente molto restrittiva e prudenziale) sono solo l’1,5% tra gli ortofrutticoli e lo 0,7% tra i cereali, mentre nessun campione “fuorilegge” è stato riscontrato nei settori dell’olio e del vino.

Non deve infine sfuggire il ruolo dell’agricoltura in termini paesaggistici: molti paesaggi che il cittadino si ostina a considerare naturali sono in realtà frutto dell’azione millenaria degli agricoltori che oggi li mantengono grazie alla loro attività. A ciò si aggiunga che l’agricoltura controlla il territorio tutelandolo dal rischio idrogeologico, come dimostrano gli eventi alluvionali che hanno anche di recente colpito zone collinari che negli ultimi decenni sono state abbandonate dall’agricoltura e rioccupate da boschi spesso degradati.

Un ulteriore elemento di giudizio per chi voglia andar oltre il luogo comune è dato dal fatto che l’agricoltura garantisce oggi reddito a circa 3 miliardi di esseri umani (di cui 1 miliardo dediti alla zootecnia), i quali operano in 590 milioni di aziende agricole (9,1 milioni nella sola Unione Europea). Questi dati evidenziano una complessità strutturale gigantesca e che dovrebbe indurre a rifuggire da interpretazioni basate su slogan o preconcetti ideologici: per comprendere le cause del disagio del settore agricolo europeo occorrerebbe spingersi a leggere i conti economici e colturali delle singole aziende.

Continua/1







lunedì 29 gennaio 2024

Egualitarismo come corruzione di eguaglianza e giustizia





Di Silvio Brachetta,29 GEN 2024

L’ultimo numero del nostro Bollettino[1] è dedicato all’«egualitarismo», ideologia conformista e omogeneizzante che serpeggia nella modernità da almeno due secoli. Nel nome dell’egualitarismo il maschio è equivalente alla femmina, il merito al demerito, la volontà alla ragione – e così via, in un elenco interminabile di contrari. Ma non si può dire qualcosa dell’egualitarismo senza prima tentare una definizione del concetto di «eguaglianza» e del suo contrario, che è la «diversità».

Differenza tra “eguale” e “giusto”

Lasciando perdere che due bottiglie con la stessa forma sono eguali, qua interessa capire se abbia un senso l’eguaglianza tra le persone, dal punto di vista etico-morale, teologico, giuridico e politico. È meglio allora parlare di «eguaglianza sociale», che può essere definita come «la condizione per cui ogni individuo o collettività devono essere considerati alla stessa stregua di tutti gli altri, e cioè pari, uguali, soprattutto nei diritti politici, sociali ed economici»[2].

Si tratta, con tutta evidenza, di un termine generico, come il concetto di libertà. E infatti «il dire che due enti sono eguali, senz’altra determinazione, non significa nulla nel linguaggio politico»[3]. Bisogna quindi scendere nel dettaglio. Meglio ancora nel dettaglio (e nel linguaggio) forense, dove le cose si chiariscono meglio. Nella tradizione aristotelica e giuridica, l’eguaglianza si applica alla giustizia – può aiutare l’immagine della bilancia antica, i cui piatti allo stesso livello simboleggiano l’equità – dove, però, la giustizia si declina in almeno due forme diverse[4].

La prima forma è la giustizia commutativa (o retributiva) e regola i rapporti sulla logica del dare-avere, del produrre-premiare, del delinquere-punire: si tratta dei rapporti, ad esempio, tra mercede e lavoro, o tra danno e indennizzo, o anche tra merce e prezzo. L’esito di questo genere di giustizia è sempre egualitario. Si potrebbe anche dire che contravviene alla giustizia commutativa quell’«ingiustizia» che «è contraria alla legge»[5]. In questo senso, «la legge è uguale per tutti»[6].

Si ha però anche la giustizia distributiva (o attributiva), che si fonda su tutt’altra logica. Tutto ciò, infatti, «che non è rispettoso dell’uguaglianza è contrario alla legge, ma non tutto ciò che è contrario alla legge è irrispettoso dell’uguaglianza»: esiste «pure del giusto e dell’ingiusto particolari»[7]. È certamente giusto, in altre parole, che vi siano scontri e recriminazioni tanto se «persone uguali hanno o ricevono cose non uguali», quanto se «persone non uguali hanno o ricevono cose uguali»[8]. C’è insomma una diseguaglianza naturale e fondativa tra le persone, secondo cui è giusta una distribuzione secondo il merito o proporzionale al valore del singolo.

Aristotele, altrove[9], insiste su questo suo pensiero: «[…] si pensa che il giusto sia eguaglianza, e lo è, ma non per tutti, bensì per gli uguali; anche l’ineguaglianza si pensa sia giusta, e lo è, in realtà, ma non per tutti, bensì per i diseguali […]». Una cosa, quindi, è la giusta retribuzione, altra cosa è regolare, ad esempio, i rapporti di lavoro o i rapporti in seno alla famiglia, ovvero la giusta attribuzione. Vi sono infatti «assegnazioni»[10] regolate, giuste e necessariamente diverse per la moglie rispetto al marito o per l’operaio rispetto all’impiegato. L’esito, in questo secondo caso, non è egualitario.

Ne consegue che la legge (o la regola), in generale, ha un aspetto legato all’eguaglianza e un aspetto legato alla diseguaglianza, pur rimanendo ancorata alla giustizia, perché le persone sono eguali rispetto a qualcosa e diseguali rispetto a qualcos’altro. La Dottrina sociale della Chiesa assume appunto l’eguaglianza in questo senso classico e universale, come del resto assunto dal diritto greco-romano.

Eguaglianza come ideologia

L’egualitarismo, circa quanto scritto, è allora la contestazione del diritto classico e della Dottrina sociale, ritenendo nulle le differenze tra persone. Ma ritenere ciò significa contestare la realtà stessa del mondo – e non solo rispetto ad Aristotele e al diritto greco-romano, ma anche alla stessa Rivelazione.

L’egualitarismo può essere definito come quel «sistema morale o giuridico» in cui «tutti i benefici» o «tutti gli oneri» sono «distribuiti in parti uguali a tutti»[11]. Però proprio per il fatto che nell’ambito politico vi sono delle «regole» comuni – intese come concernenti «sempre certi benefici o oneri da attribuire a certe persone» –, se «egualitarismo significasse parti uguali di tutto a tutti, praticamente tutte le regole esistenti sarebbero non egualitarie»[12]. Ovvero un paradosso.

È molto facile comprendere come l’egualitarismo sia divenuto parte di molte dottrine: comunismo, rivoluzione, democratismo, laicismo, ecologismo, radicalismo. Si tratta di uniformare la vita sociale mediante artifici politici e culturali, che tendono a livellare la prassi e il modo di pensare delle persone. È la stessa cultura detta laica o laicista che, a volte, si accorge del paradosso egualitarista. Secondo Norberto Bobbio – per fare un nome legato a questa cultura – le tipologie di eguaglianza sono quattro e non tutte accettabili: eguaglianza «di alcuni in qualche cosa» (scarso valore politico), «di alcuni in tutto» (i guerrieri della Repubblica platonica), «di tutti in qualche cosa» (eguaglianza giuridica), «di tutti in tutto» (soluzione comunista)[13].

Bobbio tiene per valida solo l’eguaglianza giuridica perché, a parte le prime due, Marx «non ci offre mai una descrizione articolata della società egualitaria e delle sue istituzioni politiche»[14]. Bobbio è sì interessato all’eguaglianza (e alle suggestioni della sinistra), ma tenendo conto del dato della realtà, secondo cui: l’egualitarismo ingenuo è caricaturale; bisogna considerare sempre anche il merito e la capacità del singolo; ha senso l’eguaglianza delle opportunità (non dei punti di arrivo); la diseguaglianza esiste e non è per nulla artificiale[15].

Bobbio comunque non si discosta da un certo egualitarismo livellatore, che «chiede l’eguaglianza del maggior numero di individui per il maggior numero di beni», passando per l’abolizione della ricchezza e per l’istituzione di un conseguente e morigerato stile di vita tra lusso e miseria[16].

Eppure, alla fine, anche il più convinto egualitarista deve capitolare dinnanzi ai fatti della storia e della realtà. Scrive Ermanno Vitale: «gli uomini desiderano l’eguaglianza solo quando sono in posizione d’inferiorità: ma non appena raggiungono l’eguaglianza, incominciano a lottare per vedersi riconosciuta quella presunta superiorità che prima tanto anelavano a livellare. Il pendolo tra eguaglianza e diseguaglianza che, secondo Aristotele, caratterizza il mutamento politico e in qualche modo la storia umana appare però decisamente sbilanciato a vantaggio dell’estremo della diseguaglianza»

Eguaglianza nella dignità


È rivelato che l’eguaglianza tra gli uomini è conseguenza della comune dignità di creature, in quanto sono «immagine e somiglianza» del Dio creatore[17]. Questo è pure il senso di due altri passi neotestamentari: «Dio non fa preferenze di persone»[18]; «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»[19].

La fede e la vita di grazia realizzano, nell’uomo e nella società, la sintesi tra eguaglianza universale e diseguaglianza particolare. Ne scaturisce una società organica e ordinata, così come disposta dalla Provvidenza. Dio provvidente ha voluto la coordinazione tra giustizia e misericordia, così come tra eguale e diverso. Tutti i concetti più importanti della Dottrina sociale – bene comune, sussidiarietà, solidarietà, proprietà privata – poggiano su una complementarietà tra eguaglianza e valorizzazione dei talenti peculiari[20].

Il problema dell’egualitarismo non dovrebbe affatto porsi, poiché «un’affermazione eccessiva di uguaglianza può dar luogo a un individualismo dove ciascuno rivendica i propri diritti, sottraendosi alla responsabilità del bene comune»[21].

Silvio Brachetta




[1] Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa, a cura dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân, Cantagalli, a. XIX, n. 4/2023.

[2] Voce «Eguaglianza», in Vocabolario Treccani (online), 2a.

[3] Norberto Bobbio, voce «Eguaglianza», in Enciclopedia del Novecento Treccani, 1977.

[4] «Che, dunque, i tipi di giustizia sono più d’uno e che ne esiste una specie distinta oltre alla giustizia intesa come totalità della virtù, è chiaro: ma bisogna cercare di afferrare quale essa sia e quale natura abbia». Aristotele, Etica Nicomachea, V, 1130b, 5 ss.

[5] Ivi, V, 1130b, 10 ss.

[6] Dalla Costituzione termidoriana. Anno III della Rivoluzione francese, 1795.

[7] Aristotele, Etica Nicomachea, V, 1130b, 15 ss.

[8] Ivi, V, 1131a, 20 ss.

[9] Aristotele, Politica, III, 9, 1280a, 10 ss.

[10] «Assegnare» significa, in particolare, attribuire «un bene a una persona», o scegliere «in considerazione di una sua particolare posizione o qualifica». Voce «Assegnazione», in Vocabolario Treccani (online). E dunque si assegna un premio particolare, un lavoro particolare, una rendita particolare, ecc…

[11] Felix E. Oppenheim, voce «Uguaglianza», in Il Dizionario di Politica, a cura di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Utet, Torino 2004, p. 1007. I corsivi sono dell’autore.

[12] Ibid.

[13] Ermanno Vitale, Eguaglianza e egualitarismo, oggi. Da Bobbio a Babeuf e ritorno, «Teoria politica», a. IX/2019, p. 303.

[14] Ibid.

[15] Cf. ivi, pp. 304-305.

[16] Ibid.

[17] Cf. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, LEV, 2004, p. 53.

[18] At 10, 34

[19] Gal 3, 28.

[20] Cf. Compendio, cit., p. 114.

[21] Ivi, p. 57






domenica 28 gennaio 2024

Il mondo si sta dirigendo verso la sua rovina, cosa dovremmo fare?





Editoriale di Fideliter n°273
Pubblicato il 18 gennaio 2024


Abate Benoît de Jorna

È innegabile che i tempi siano a dir poco difficili. Il disordine è nelle strade così come nella mente delle persone. Siamo civilmente invitati a vivere in conformità con una precisa idea di uomo e di storia sulla quale dobbiamo ora costruire la società di oggi così come quella di domani. I criteri di bellezza non sono più quelli che potevamo ammirare nelle costruzioni del passato. La verità non deve più pretendere di trascendere le opinioni di tutti e affidarsi a regole di buon senso. E il bene non è più una morale di cui i dieci comandamenti riassumevano la quintessenza. Questi tre criteri non valgono più nella vita sociale e scompaiono dalla vita privata; non devono più guidare i cittadini nella ricerca di un cammino conforme alla natura di cui Dio è autore e tanto meno disporre alla ricerca della vita soprannaturale di cui Gesù Cristo è modello e fonte.


Davanti ai nostri occhi la vita delle società lotta contro Dio


La vita sociale è organizzata in modo tale che non esistono più né il bello, né il vero, né il bene. Wokismo, comunitarismo, femminismo, antispecismo contribuiscono ampiamente a questo con grande pubblicità. Il passato viene raso al suolo e la storia riscritta. La nostra società vive, deliberatamente, in cambiamenti radicali e molto rapidi. Non ci sono più eroi a cui ispirarsi, né modelli a cui fare riferimento. Volontariamente, la nostra vita civica è stata ridotta a una grande impresa economica che avvantaggia i ricchi e impoverisce i poveri; non ha più una reale dimensione politica, orientata al desiderio del bene comune virtuoso; non si basa più sulla permanenza di principi perenni. Consiste in un movimento. Gli uomini si susseguono, senza attaccamento, attori di una vasta fabbrica di prodotti virtuali.

Davanti ai nostri occhi, e nostro malgrado, la vita civile lotta contro Dio, fonte e fine dell'essere. Sottomettere la religione al regime economico che la governa significa semplicemente promuovere un secolarismo combattivo e totalitario.

Purtroppo il Concilio Vaticano II si è dato come precetto l'esame dei segni dei tempi e la Chiesa conciliare si precipita a capofitto verso le stesse follie. Romano Amerio, nella sua famosa opera Iota Unum, castigò giustamente questo nuovo cristianesimo: “La Chiesa sembra temere di essere respinta, come positivamente avviene da una larga parte del genere umano. Cerca quindi di scolorire le proprie peculiarità meritorie e di colorare d'altra parte i tratti che ha in comune con il mondo: tutte le cause giuridiche da essa sostenute hanno l'appoggio della Chiesa. Offre i suoi servizi al mondo e cerca di assumere un ruolo guida nel progresso umano. Ho dato a questa tendenza il nome di cristianesimo secondario. »

Di fronte a questo pericolo, la fermezza cattolica è sempre stata salvezza e per noi è particolarmente importante che rimanga tale. È ancora necessario che abbiamo nel cuore un ardore invincibile, che la fede nella Santa Chiesa ci rinvigorisca sempre e che siamo animati dalla bella virtù teologale della speranza.


L’attuale turpitudine è una prova purificatrice

Per ora dobbiamo sopportare molte prove e difficoltà; attraverso questo mondo corrotto: «Nostro Signore Gesù Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati per salvarci da questo mondo perverso nel quale ci troviamo» (Lettera ai Galati 1, 4). Perché il secolo fa di tutto per farci venir meno: ci offre tutte le turpitudine propizie alla caduta. Questo mondo decadente ci sconvolge e allo stesso tempo attrae fortemente la nostra lussuria. È quindi necessario attraversarlo perché, cristiani, aspettiamo con fermezza la risurrezione e la vita eterna. Che grazia incredibile, oggi, cogliere già questa felicità futura al termine di una vita fugace!

Dobbiamo aspettare, ma soprattutto sperare perché «è nella speranza che siamo salvati. Ma vedere ciò che speriamo non è più sperare” (Lettera ai Romani 8, 24). In tutte le sue Epistole San Paolo ci incoraggia a sperare nella gloria futura. Ci invita ad attendere pazientemente nello scorrere del tempo la redenzione completa e definitiva. «Le tribolazioni, l'angoscia, le persecuzioni, la fame, la nudità, i pericoli e la spada» (ibid., 35) non possono fermare il cristiano. E la forza data dalla speranza teologale consiste proprio nel non considerare la turpitudine attuale come un ostacolo, ma piuttosto come una prova purificatrice che attesta la nostra fermezza nel cammino verso la felicità eterna. Per questo san Paolo arriva a dire: «Ci gloriamo anche nella tribolazione, perché sappiamo che la tribolazione produce la perseveranza, la perseveranza produce la virtù solida e la virtù confermata la speranza» (Lettera ai Romani 5, 3-4).

«Tutto ciò che nel mondo è debole, questo è ciò che Dio ha scelto per confondere la sua forza» (1 Lettera ai Corinzi 1, 27). Sappiamo infatti che la nostra forza è in Gesù Cristo e la nostra lotta una partecipazione alla sua. In questo mondo malvagio, la speranza è una consolazione, ma anche una gioia perché attesta che tessiamo per noi stessi una corona di gloria.






sabato 27 gennaio 2024

Mons. Bux: Fiducia Supplicans non appartiene al “Magistero autentico” e quindi non è vincolante. Non c’è obbligo di assenso religioso della volontà e dell’intelletto.


Mons. Nicola Bux


“Il dramma della Chiesa oggi è la separazione della pastorale dalla dottrina, cioè dell’amore dalla verità”, dice padre Bux. “E la stiamo pagando cara, come aveva previsto Giovanni Paolo II”. “Papa Francesco dovrebbe cancellare la Fiducia Supplicans e sostituire il prefetto con un uomo di ‘dottrina sicura, sana e pura’, per usare le parole dell’Apostolo a Tito”.


Rilancio una intervista rilasciata dal teologo Mons. Nicola Bux, già Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, e amico di Benedetto XVI, al giornalista Edward Pentin. L’intervista è apparsa sul blog di quest’ultimo. Eccola nella mia traduzione.

Di Sabino Paciolla, 27 |Gennaio 2024


Padre Bux, qual è stata la reazione generale ai Fiducia Supplicans in Italia: per lo più contraria, secondo lei, favorevole o ambivalente?

A causa della loro vicinanza alla Sede Apostolica, i vescovi italiani sembrano essere come cani muti: approvano o dissentono, o temono “rappresaglie”. Tra i fedeli e i non praticanti c’è chi considera Fiducia Supplicans, e i tentativi di giustificarla, un insulto alla propria intelligenza. Poi c’è chi conosce la dottrina della fede e della morale, soprattutto le norme della Rivelazione, e pone il primo dubium [dubbio o domanda] ai cinque cardinali inviati l’estate scorsa: È possibile che la Chiesa oggi insegni dottrine contrarie a quelle che ha insegnato in precedenza in materia di fede e di morale, sia dal Papa ex cathedra, sia nelle definizioni di un Concilio ecumenico, sia nel magistero ordinario universale dei vescovi sparsi nel mondo (cfr. Lumen Gentium 25)?

Di sicuro, Fiducia Supplicans non appartiene al “Magistero autentico” e quindi non è vincolante perché ciò che vi si afferma non è contenuto nella Parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, il Romano Pontefice o il Collegio episcopale, sia definitivamente, cioè con sentenza solenne, sia con Magistero ordinario e universale, propone di credere come divinamente rivelata. Non si può nemmeno aderirvi con l’assenso religioso della volontà e dell’intelletto.



Cosa pensa del comunicato stampa del 4 gennaio volto a chiarire la dichiarazione? Ha risolto qualcosa?


Nella maggioranza dei battezzati prevale l’ignoranza, dovuta al fatto che per decenni si è preferito il sociale alla catechesi; per le coppie eterosessuali e omosessuali irregolari ciò che ora vale è: l’amore è amore. Chi usa la logica si oppone e allora sorge il secondo dubium dei cardinali: È possibile che in determinate circostanze un pastore possa benedire le unioni tra persone omosessuali, suggerendo così che il comportamento omosessuale in quanto tale non sarebbe contrario alla legge di Dio e al cammino della persona verso Dio? A questo dubium se ne lega un altro: Continua ad essere valido l’insegnamento sostenuto dal magistero ordinario universale, secondo cui ogni atto sessuale al di fuori del matrimonio, e in particolare gli atti omosessuali, costituisce un peccato oggettivamente grave contro la legge di Dio, indipendentemente dalle circostanze in cui avviene e dall’intenzione con cui viene compiuto? Quindi, la dichiarazione del 4 gennaio è un classico tentativo di coprire le crepe.



È d’accordo sul fatto che la dichiarazione ha messo in luce divisioni che erano già presenti ma che ora sono uscite allo scoperto?

Benedetto XVI, nelle sue Note dell’11 aprile 2019, ha descritto l’origine dello sfacelo della morale cattolica, e quindi anche delle divisioni tra i cattolici, a causa del fatto di ritenere non peccaminosa la convivenza di una coppia sia eterosessuale che omosessuale. La divisione o scisma, prima sommersa, è ora emersa. Vedremo se sarà dichiarata formalmente in un prossimo evento ecclesiale, come un sinodo o un conclave. Di certo, il prossimo Papa dovrà fare i conti e decidere se approfondire la divisione o sanarla convocando un concilio. A chiunque si candidi come Papa, nelle congregazioni pre-conclave dovrà essere chiesto di rispondere ai dubia accumulati dal 2015, altrimenti la divisione della Chiesa si approfondirà.



Perché secondo lei c’è stata un’opposizione soprattutto in Africa e in Europa centro-orientale e non tanto negli Stati Uniti e in altri Paesi prevalentemente occidentali?


Perché in queste zone, cioè nell’emisfero settentrionale e occidentale, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha contrastato l’ideologia relativista che era penetrata nella morale e aveva demolito la legge naturale con la formazione alla dottrina e alla vita in Cristo – cioè la morale cattolica, combattendo il pensiero neopagano. Così, il popolo è rimasto fedele. Poi, chiedete a un ebreo se è una benedizione (berakah) quando non ha una sacralità (diciamo che non è liturgica) e se si può benedire qualcosa che Dio maledice e aborrisce, come un peccato contro natura. Un amico ebreo che ha sentito parlare di Fiducia Supplicans mi ha detto: “Il Papa non conosce la Bibbia?”. Per non parlare del ridicolo dei musulmani e dell’allontanamento degli ortodossi che hanno ormai dichiarato impossibile l’unità con i cattolici. Fiducia Supplicans e i successivi comunicati sono il risultato dell’ignoranza del prefetto Fernandez.



Qual è il modo migliore per risolvere la confusione e la divisione che derivano da Fiducia Supplicans?

Spiegare che non c’è pastorale senza “pasto”, perché “la dottrina è in realtà come il cibo, il cui possessore è colui che lo distribuisce” (San Gregorio Nazianzeno). La dottrina, quindi, è pastorale, ma se il pastore non la possiede, non può fare pastorale. Il dramma della Chiesa di oggi è la separazione della pastorale dalla dottrina, cioè dell’amore dalla verità. E la stiamo pagando cara, come aveva previsto Giovanni Paolo II. Papa Francesco dovrebbe cancellare Fiducia Supplicans e sostituire il prefetto con un uomo di “dottrina sicura, sana e pura”, per usare le parole dell’Apostolo a Tito.



Come pensa che questa vicenda influenzerà il prossimo Conclave?


Sicuramente il prossimo Papa, se non vuole essere tale solo per una parte della Chiesa, dovrà porsi la domanda: qual è la missione della Chiesa? Quella di conformarsi al mondo o di salvarlo? L’unità della Chiesa cattolica è compromessa da Fiducia Supplicans perché, su una verità morale così essenziale, accetta, in pratica, opinioni opposte tra le Chiese sparse nel mondo. Un esempio: Il nuovo vescovo di Foggia ha detto che la sua Chiesa sarà la “Chiesa di Francesco che benedice tutti”. Ma la Chiesa non è forse quella di Gesù Cristo?

Fernandez si è screditato pubblicando un documento che è l’opposto di quello del suo predecessore, [il cardinale Luis] Ladaria, nel 2021. Si tratterebbe di uno “sviluppo” o piuttosto di un’eterogenesi della dottrina? Il Dicastero e la Santa Sede si sono umiliati. Qualcuno ha già ribattezzato il Dicastero “per la distruzione della fede”. Il sospetto di ignoranza e malafede peserà su Fernandez in qualsiasi documento che firmerà in seguito. Dovrebbe dimettersi.






Il realismo di Tommaso d’Aquino, antidoto ai mali odierni



La filosofia e teologia di san Tommaso sono ormai incomprese sia perché hanno una logica ferrea, oggi persa, sia perché si fondano su una premessa inattaccabile: qualcosa c’è. A differenza delle ideologie, il dato di realtà è la base dei suoi argomenti.


ATTUALITÀ DI UN SANTO

EDITORIALI



La Chiesa, questa domenica, celebra la memoria liturgica di san Tommaso d’Aquino (1224/1226 – 7 marzo 1274), di cui inoltre a marzo ricorreranno i 750 anni dalla morte. Naturalmente non basterà un solo anno per celebrare la sua grandezza, figuriamoci ricordarlo in un articoletto come questo.

Tra gli infiniti aspetti di radicale importanza che troviamo nel suo insegnamento, vogliamo qui però metterne in evidenza uno. Le teorie filosofiche sono valide o erronee, alla fine, per due motivi. Per le loro premesse e/o per l’iter argomentativo che si è sviluppato dalle premesse alle conclusioni. A volte le premesse, ossia il punto di partenza da cui prende l’abbrivio il ragionamento, sono valide. Pensiamo, tanto per rimanere all’attualità, alla posizione dottrinale della Chiesa sull’omosessualità, posizione che è di condanna. Ma poi può accadere che le conclusioni non siano conseguenti alle premesse. Ecco permettere, come nella recente dichiarazione Fiducia supplicans, le benedizioni delle relazioni omosessuali. L’iter logico del ragionamento è dunque fallace.

Altre volte le stesse premesse sono erronee: ad esempio, "Dio non esiste". Va da sé che, stante questa premessa erronea, tutte le argomentazioni svolte successivamente, sebbene e proprio perché assolutamente coerenti con la premessa, risulteranno erronee. Se Dio non esiste, tutto è nato e regolato dal caso.

Tommaso torna attualissimo anche per questi due motivi. Da una parte per la sua maestria ineguagliata nell’articolare un ragionamento serratissimo, connotato da una logica ferrea, dove ogni passaggio argomentativo è sempre provato e non è mai apodittico. Torna attuale perché simile capacità è oggi perlopiù persa anche tra gli studiosi e tra la gente comune, dove la fa da padrone l’emozionalismo, ossia la ragione asservita alle passioni, ai sentimenti. La testa, oggi, è finita nella pancia.

Su altro fronte – ed è l’aspetto su cui qui vorremmo soffermarci un poco di più – la filosofia e la teologia di Tommaso provocano i contemporanei perché la premessa su cui si fonda tutta, ma davvero tutta la sua riflessione, è inattaccabile, una premessa che invece è fortemente attaccata dalla cultura contemporanea. L’unica premessa esistente per qualsiasi ragionamento è la seguente: qualcosa c’è. L’essere è il primo dato di ragione ed è una evidenza ineludibile. Da notare il realismo assoluto: Tommaso non parte per la sua riflessione dalla fede, dalla Rivelazione, da Dio (perché non è evidente, egli dice), dalle teorie di altri maestri, dal pensiero, dai sensi, ma dalla realtà perché essa è un dato oggettivo e non soggettivo. Il reale si pone di fronte all’uomo per quello che è. Vero che lo conosciamo in modo soggettivo, ma non perde la sua oggettività a motivo di ciò. Nei secoli le obiezioni articolate per confutare questa evidenza si sono sprecate. Ad esempio: la realtà che noi percepiamo è solo un sogno, non esiste. Si tratta invero di un grande autogol, perché così dicendo si affermano implicitamente due realtà: che esistono il sogno e il sognatore.

Perché il realismo di Tommaso è così fastidioso per l’uomo post-moderno e così inviso anche in casa cattolica? Perché i nostri amici, colleghi, parenti, conoscenti vivono spesso di idee sganciate dalla realtà, perché per realizzare i loro desideri egoistici devono passare sopra la realtà. Pensiamo alla fantasia di credersi donna quando si è uomo. Pensiamo alla legittimità dell’aborto perché tanto nel ventre della donna c’è solo un grumo di cellule. Pensiamo alla liceità dell’eutanasia perché il paziente, per la malattia e il dolore, da persona diviene vegetale. La realtà è altra, ma, dato che contrasta con i nostri progetti, ecco che la ignoriamo e sovrapponiamo ad essa il calco dei nostri sogni, sogni di false libertà.

Il realismo di Tommaso non è presente solo nella premessa generale su cui si fonda tutto l’edificio maestoso della sua riflessione, ma anche in moltissimi argomenti. Ad esempio quando il Dottore Angelico tratta il tema della legge umana (cfr. Summa Theologiae, I-II, qq. 95-97) afferma quello che per lui è una evidenza: nella società umana ci sono i virtuosi e i malvagi. Usa letteralmente questi due termini. Questa è un’asserzione che per Tommaso e i suoi contemporanei era innocua, tanto era lapalissiana nel suo oggettivo realismo, ma per noi non lo è per niente, per più motivi. In primis la virtù e la malvagità sono parole superate, risibili, tanto suonano bigotte. In secondo luogo, per il mondo odierno, la virtù e la malvagità non esistono, sono solo concetti astratti. Esistono solo scelte personali che, finché non offendono gli altri, sono lecite. Non ci sono dunque persone cattive e se esistono, si sostiene, lo sono diventate a causa della società. È solo la nostra personalissima griglia valoriale a considerarle tali. Tuttalpiù esistono persone fragili, in ricerca, ferite.

Ecco, questa visione dell’uomo buono sempre e comunque, semmai corrotto da sovrastrutture sociali, era esclusa da Tommaso non solo a motivo del peccato originale, ma anche perché appariva evidente, a lui come ai suoi contemporanei, che tutti compiamo il male e che vi sono persone dedite al male. Un realismo inaccettabile oggi per il buonismo imperante nato da un approccio relativista dove ogni scelta è insindacabile. Buonismo, però, solo di facciata perché nel privato ciascuno di noi bolla gli altri spesso come spregevoli, mediocri, invidiosi, eccetera.

Celebrando allora san Tommaso in questo 2024 vogliamo celebrare non solo questo ingegnere della filosofia, questo scienziato della teologia, ma anche l’uomo per quello che è, per come dovrebbe essere e non per come vorremmo che fosse secondo i nostri capricci.



***

Ai 750 anni dalla morte di San Tommaso d'Aquino sarà dedicato l'intero primo piano del numero di marzo della nostra rivista di formazione apologetica La Bussola mensile. Potete abbonarvi direttamente dal nostro sito: (clicca qui) oppure scrivendo a distribuzione@lanuovabq.it.





venerdì 26 gennaio 2024

A che serve curare la vita terrena, se non si pensa a quella eterna?




 26 GENNAIO 2024


Rubrica a cura di Corrado Gnerre


Scrive don Dolindo Ruotolo (1882-1970) nel suo “Per il tuo interesse e per la tua vita“

La nostra vita passa, e ce ne accorgiamo ogni giorno. E’ un viaggio verso la morte e l’eternità. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno che passa è un cammino percorso verso queste due mete, e diremmo, verso queste due stazioni. Chi intraprende un viaggio fa due tappe: Va prima alla stazione o al porto, e poi sale sul treno o sul piroscafo, ed e portato lontano, tra i saluti e le lacrime di quelli che restano. Noi andiamo prima verso la morte, e dalla morte passiamo all’eternità. E’ una grande stoltezza dunque concentrarsi nella vita presente, lavorare e stentare per il benessere del corpo, e dimenticare le cose più essenziali: l’anima e l’eternità.

Non saresti stolto se, dovendo lavorare per produrre, tu perdessi il tempo a lucidare i perni o le ruote di una macchina e ti curassi solo della pulizia dello stabile, trascurando proprio il lavoro? Sì, è bene tenere tutto pulito, è bene anche avere un posticino più comodo per lavorare, ma l’essenziale è che tu produca, che la tela cresca, che il ferro sia modellato, che il legno grezzo diventi un mobile; se non fai questo, non sei un operaio. Un cuoco che si preoccupa di tener pulita la cucina, ordinato il suo vestito e non prepara il pranzo, a che serve? Le occupazioni della vita presente sono come l’ambiente e il mezzo per lavorare e produrre per la vita eterna, servono a compiere la missione che Dio ci ha data, per meritare il premio eterno; se tu dimentichi il tuo fine ultimo, e la necessità di operare il bene per salvarti, lavori, stenti, sudi, e praticamente ti affatichi invano.

– Sì, tu dici, ma la vita è la vita, ed io non posso trascurare il campo, la bottega, l’ufficio, e così mi passa tutta la giornata.- Benissimo, ma tu per le tue occupazioni non trascuri di dormire, di lavarti, di mangiare, leggere il giornale, e persino di fumare e divertirti. Ora come puoi, per le occupazioni materiali non pensare mai o quasi mai a quello che ti serve per la vita eterna, cioè a pregare, ad ascoltare la Messa, a ricevere i Sacramenti, a confessarti, a comunicarti, ad istruirti nelle verità della Fede, tu che in questo sei così ignorante?

Che cosa penosa, per es., che un avvocato, si occupi da mane a sera e persino la notte, della difesa di un reo, e non pensi almeno per mezz’ora alla causa della propria anima innanzi a Dio! Che cosa triste che un muratore stia occupato da mane a sera ad innalzare case ed edifizi, e non metta nel giorno neppure una pietruzza per il suo bene eterno, e per la celeste dimora! Una vita tutta spesa nelle occupazioni materiali, senza curarsi di quelle spirituali ed eterne, è simile a quella delle bestie da soma, che lavorano per gli altri e non fanno mai nulla per sè! – Ma io lavoro per la casa e per i figli, tu dici, e sono degno di lode e vero galantuomo. Come posso avere il tempo di badare all’anima? – Stolto, e credi tu che quelli per i quali lavori potranno supplire a ciò che tu non fai per l’ anima tua? E credi poi che te ne saranno veramente grati? Ti perderai eternamente per chi non ti ricorderà neppure? E non sai tu che amando e servendo Dio, compiendo i tuoi doveri religiosi, e curando l’anima tua, porti la benedizione sulla tua casa e sul tuo lavoro, ed è proprio allora che vivi veramente per il bene della tua famiglia? Non devi lasciare solo un’ eredità materiale ai tuoi figli o provvedere solo al loro corpo, ma con la tua vita cristiana, praticante, devi lasciare loro l’esempio della virtù, e guidarli ai beni eterni. Ti preoccupi del loro avvenire terreno e non ti preoccupi del loro avvenire eterno? Come puoi meritare il nome di padre, se ti mostri senza fede e senza virtù innanzi ai tuoi figli, se vivi disordinatamente e raccogli il loro compatimento e persino il loro disprezzo? Un padre lontano dalla Chiesa e dai Sacramenti, un padre che non prega, che bestemmia, si ubriaca, si dà a vizi turpi, ha relazioni cattive e commette il male, che razza di padre è ?

Una madre che pensa solo ad ornarsi, a fare la civetta, a chiacchierare, ad inveire, e non si preoccupa dell’anima sua e di quella dei suoi figli, che razza di madre è?





giovedì 25 gennaio 2024

Sul latino nella liturgia. Ecco perché è una ricchezza. E non è solo questione di linguaggio verbale






25 GEN 2024

Saved in: Blog
by Aldo Maria Valli



Caro Valli,

le scrivo perché vorrei spezzare una lancia a favore dell’utilizzo dell’italiano, e delle lingue locali in generale, nella liturgia.

Inizierò da un piccolo aneddoto. Una signora del mio paese venne chiamata Perogna in onore di quella che, secondo la sua mamma, doveva essere una grande santa. “Santa Perogna” era ciò che a quella pia donna era arrivato delle parole latine per omnia saecula saeculorum. Per omnia diventò Perogna, e doveva essere una santa davvero molto importante se era nominata in tutte le messe!

La mamma di Perogna aveva fede e pregava, ma non comprendeva le parole con le quali lo faceva.

Nel corso dell’ultima messa a cui ho partecipato mi trovavo nel transetto e sollevando lo sguardo potevo vedere i visi di chi si trovava nella navata centrale. Durante il Kyrie ho avuto l’impressione di cogliere un po’ di smarrimento.

Gesù parlava ai pastori e ai pescatori in tempi in cui la scuola era per pochissimi. Il Vangelo ci dice che Gesù insegnò ai suoi discepoli a pregare il Padre utilizzando la loro lingua.

Nel corso dell’ultima cena, quando venne istituita l’Eucaristia, le parole di Gesù furono dette nella lingua degli Apostoli.

La discesa dello Spirito Santo diede agli Apostoli il dono di parlare tutte le lingue per rivelare il Vangelo a tutti i popoli.

Penso che utilizzando una lingua diversa da quella dei fedeli ci sia il rischio di metterci nelle condizioni di chi ascolta e pronuncia misteriose formule magiche piuttosto che preghiere e lodi. Porre una distanza linguistica tra chi celebra la messa e chi vi partecipa toglie potere di ammaestramento e intensità di partecipazione.

Mi sembra che il nodo vero non sia la perdita del latino, ma la perdita del senso della sacralità della liturgia. Il nostro parroco questo senso lo ha mantenuto.

Grazie sempre per il suo blog

Alba

*


Risponde don Mauro Tranquillo, FSSPX

Gentile Alba,

parto dall’aneddoto sulla signora Perogna. Non lo voglio mettere in dubbio, anche se trovo molto strano che il parroco, al momento del Battesimo, non sia intervenuto per imporre un nome cristiano sensato, come prescrivono il rituale e la legge canonica. Sappiamo che i vecchi parroci non avevano alcuna remora nell’intervenire in questi casi (come era loro preciso dovere), quindi trovo curioso che abbia accettato un nome del genere.

Sull’argomento della percezione del latino da parte del popolo, ci sono ormai studi importanti e di ampio respiro, come quello di Gian Luigi Beccaria (Sicuterat). Ne emerge (al di là di qualche elemento buffo, ma non si può ragionare sull’aneddotica) una conoscenza popolare profondissima della liturgia, delle feste, dell’anno liturgico, vissuti e fatti propri profondamente dalla popolazione. L’influenza dei riti e del calendario sulla vita del popolo era senza paragoni con quello che il nuovo rito in volgare può lasciare anche al suo più assiduo frequentatore. Evidentemente la formazione di cui quel rito era parte funzionava, e ha segnato profondamente la vita sociale in moltissimi paesi per secoli.

Uscendo da queste considerazioni, occorre ricordare le gravissime ragioni che spinsero la Chiesa Romana a conservare sempre l’uso del latino nella liturgia, contro ogni obiezione (generalmente di marca protestante). Di fatto semplicemente la Chiesa continuò a esprimersi nei riti nella lingua stessa in cui erano nati, dando così il senso della continuità con la Tradizione dei santi Padri. Il latino è la lingua in cui i testi del rito romano sono semplicemente stati composti all’origine. Il messaggio che ogni fedele riceve dall’uso di tale lingua è il concetto della continuità della fede e della Tradizione, non inventata o reinventata a nostro uso, ma ricevuta. I concetti infatti (torneremo poi su questo) non si comunicano solo con discorsi, ma con un linguaggio molto più ampio di quello verbale. I Papi hanno poi insistito sull’uso del latino come garanzia di stabilità dottrinale e segno di universalità e sovranazionalità, caratteristiche della Chiesa cattolica che in qualche modo anche la liturgia deve esprimere.

Vengo quindi alla risposta alla più comune delle obiezioni, quella della lettrice che ritiene che senza il volgare si perda la comprensione dei testi. Premetto che tale obiezione di per sé non riguarda il nuovo rito, visto che esso non è una traduzione del vecchio: chi ha istituito la liturgia in volgare ha anche pesantemente cambiato tutti i testi, introducendo concetti molto diversi e opposti. Quando poi hanno detto di averlo fatto per facilitare la comprensione, avrebbero dovuto dire che volevano far comprendere tutt’altre cose che quelle espresse nella vecchia Messa, visto che non ne hanno conservato né i testi né i riti.

Soprattutto però l’obiezione si basa su una visione impoverita della comunicazione: si pensa che l’uomo comunichi solo con il linguaggio verbale. Il linguaggio rituale invece è un insieme di elementi, verbali, sensoriali, musicali, gestuali eccetera: in questo quadro, come accennato sopra, l’uso di una lingua non quotidiana è uno degli elementi che permettono di trasmettere dei concetti. La liturgia non è una sorta di grande predica, o conferenza, o catechesi, secondo l’idea luterana e poi montiniana: è un’azione sacra, che comunica innanzitutto la grazia, e come azione sacra e sacerdotale deve apparire al fedele. Così gli saranno trasmessi i giusti concetti che riguardano ciò che avviene sull’altare, e circa la perennità della fede cattolica e della Chiesa, e circa il carattere eterno della Tradizione.

Il fedele che assiste alla liturgia in una lingua che non comprende in poco tempo è in grado (a maggior ragione se vi è abituato da sempre) di sapere e cogliere tutto quello che deve sapere dei misteri e dell’azione santificatrice cui assiste, e questo proprio anche tramite il fatto che non si prega nella lingua corrente. Dire che ciò ha qualcosa di “magico”, da parte di un cattolico, sarebbe violentemente irrispettoso di una prassi più che millenaria della Chiesa, cui si opposero storicamente solo gli eretici (i protestanti in particolare). Essi infatti sapevano che il latino impediva loro di rovesciare i concetti cattolici di Tradizione e sacerdozio, e perciò lo rinnegarono tutti immediatamente; negli stessi anni, il concilio di Trento ne conservò l’uso, a tutela della fede cattolica e come segno della continuità della Chiesa Romana con quella delle origini. Solo chi pensava che l’azione della Messa fosse comunitaria e assembleare (e non del Cristo tramite il sacerdote) poteva immaginare che fosse indispensabile una liturgia nella lingua dell’assemblea, diventata attore del rito. 

Nel concetto cattolico, i fedeli presenti non compiono un’azione, ma ne ricevono gli effetti: l’azione è del Cristo (con il sacerdote come strumento). L’indispensabilità del volgare deriva dal concetto di assemblea celebrante, introdotto dai protestanti e fatto proprio dal nuovo rito. Per questo il nuovo rito deve essere in volgare, non certo per una preoccupazione di comprensione (anche perché sennò sarebbe stata una traduzione, non una nuova costruzione).

Questi concetti della Tradizione e del sacerdozio e del ruolo “ricettivo” e non “attivo” del fedele li assorbe chi assiste alla “Messa in latino” senza che gli debbano essere spiegati: il fedele capisce cose importantissime non perché spiegate in lunghi discorsi, ma perché vissute nel modo in cui si svolge l’azione (non il discorso) rituale. Così il mantenimento di gesti e segni e abiti dell’antichità dà il senso della stabilità storica della Chiesa, che trasmette e non inventa: è linguaggio anche questo, più ricco del ripetere un qualche discorso in volgare, più profondo, più universale.

Quanto al voler comunque capire i testi della Messa, non c’è nulla di male, e molto prima del Concilio esistevano messalini bilingui che con l’alfabetizzazione erano nelle mani di tutti. Non sono né essenziali né necessari, ma se si vuole ottenere quanto la lettrice desidera, sono più che sufficienti, e non richiedono la rinuncia a un elemento così espressivo della fede cattolica quale è il latino (tra l’altro, la liturgia tradizionale, per come è concepita, tradotta in volgare sarebbe ridicola, irrilevante). Ma posso assicurare che i messalini bilingue, magari utili a chi assiste le prime volte alla Messa tradizionale, sono rapidamente superati da un atteggiamento interiore che coglie tutto l’insieme del rito e non solo le parole (che poi in gran parte si ripetono). Alla fine a parte leggerci magari le letture o qualche testo variabile, questi messalini non servono più a “seguire la Messa”: essa si segue, come facevano i nostri vecchi, riempiendo il calice dei nostri atti di fede, speranza e carità, atti interiori, che presuppongono la conoscenza dei misteri, che soli possono associare al sacrificio del Calvario (che non è un discorso ma è azione d’amore, che è più eloquente di qualsiasi discorso).

La Messa non è catechesi, non è conferenza, non è lezione, è molto di più sul piano soprannaturale e su quello naturale del linguaggio: è azione del Cristo sulle anime. Se si sa questo, come lo sapevano i nostri vecchi, si scoprirà che il latino non è una barriera, ma una parte del modo che la Chiesa ci dà di comprendere questi misteri. Non dobbiamo reinventare, ma piamente e amorosamente ricevere: da Cristo, dal sacerdozio, dai Padri che istituirono i riti, dalla Chiesa Romana che li conservò e definì.

Se uno ha vissuto un po’ in un paese protestante, saprà che i cattolici di una certa età erano abituati a difendere l’uso del latino contro le obiezioni dei loro compatrioti protestanti, e con fierezza ne difendevano le ragioni, imparando fin dal catechismo perché noi cattolici abbiamo una liturgia in una lingua unica, antica e romana. Quando dopo il Concilio i preti stessi che avevano insegnato loro perché si pregava in latino vennero a ripetere loro le obiezioni dei protestanti, molti rimasero sconvolti dal fatto che si potesse cambiare così idea su cose che erano state chiara parte dell’essere cattolici, in regioni dominate dall’odio antipapale.

Rimaniamo cattolici. Teniamo ciò che abbiamo ricevuto dai Padri, la Tradizione. Il latino ce lo fa capire. Questo è più importante di capire ogni singola formula pronunciata nella Messa (cosa che, con un po’ di formazione e un libro, si può fare lo stesso).

Un caro saluto

don Mauro Tranquillo, FSSPX








Gli agricoltori europei contro il socialismo verde dell’Unione








Di Stefano Fontana, 25 GEN 2024

Le grandi manifestazioni degli agricoltori che si stanno verificando in numerose nazioni europee dimostrano che l’agenda Green dell’Unione è priva di ragionevoli fondamenti, produce povertà immotivata e danneggia la posizione internazionale dell’Europa. C’è da sperare che alle prossime elezioni previste per giugno 2024 questa linea venga sconfessata, la qual cosa sarebbe utile non solo per rivedere le assurde e impossibili politiche ambientali e climatiste della Commissione ma anche per ridimensionare l’Unione stessa.

Tra le recenti assurdità ecologiste della Commissione, a parte gli interventi su automobili e casa, ricordiamo la direttiva che dovrebbe entrare prossimamente in vigore, che sanziona le imprese se i loro clienti e fornitori non rispettano l’ambiente, naturalmente secondo i criteri convenzionali dettati dalla Commissione stessa. A questo proposito è utile ricordare che la cosiddetta classe A non offre le garanzie verdi che le vengono attribuite. Ricordiamo anche l’aumento dei tassi per i mutui-casa nel caso che l’abitazione acquistata non abbia tutte le caratteristiche ecologiche stabilite. Anche questa disposizione, ovviamente, penalizza i redditi bassi.

Il Rapporto 12 del nostro Osservatorio sul tema “Ambientalismo e globalismo: nuove ideologie politiche” [vedi QUI] aveva già ampiamente affrontato queste problematiche dell’impazzimento ecologista dell’Unione Europea, soprattutto nello studio di Domenico Airoma e Antonio Casciano “Green Deal europeo: poca scienza, molta ideologia, troppo dirigismo normativo” (pp. 97-112). Quello studio contestava il progetto UE di ridurre del 50 per cento l’emissione di gas serra entro il 2030 e conseguire la “neutralità climatica” entro il 2050. Gli Autori riscontravano che i provvedimenti adottati in sede UE in materia ambientale, molti dei quali con effetti sanzionatori, dimostravano come l’ideologia ambientalista fosse diventata fondante e primaria per le politiche europee. Aggiungevano “la strutturale evanescenza e la assai dubbia scientificità dei presupposti di fatto utilizzati dal legislatore comunitario per conformare e indirizzare le scelte dei Paesi membri e i comportamenti di tutti coloro che risiedono entro i confini di quella che assume sempre di più il volto della nuova Unione Socialista degli Stati Europei”. 

Su queste basi ideologiche più che scientifiche e realistiche, l’Unione ha collaborato all’Agenda dell’ONU per il 2030 sullo sviluppo sostenibile, ha imposto ai Paesi candidati ad accedere all’Unione condizioni ambientaliste molto dure e la Corte Europea di giustizia ha fornito ai giudici nazionali i criteri interpretativi in materia. Un aspetto importante dell’azione dell’Unione in campo ambientale è di avere eroso la sovranità degli Stati, imponendo loro l’obbligo di sanzionare iniziative di danno per l’ambiente e obbligandoli a introdurre progressivamente fattispecie di rilevanza penale, in aperta difformità con il principio di sussidiarietà, pure previsto dai Trattati. L’Unione Europea porta avanti un dirigismo politico che, ispirato all’ideologia ecologista, comporta uno svuotamento dell’autorità degli Stati.

Nel 2020 era uscito in Olanda il libro di Hugo Bos dal titolo “Green is the New Red” che documentava la “follia verde” delle politiche di quel Paese e, soprattutto, le loro conseguenze di impoverimento dell’economia, tutto questo in linea ed in ottemperanza con le disposizioni giunte da Bruxelles. Anche questo saggio si può trovare nel Rapporto 12 del nostro Osservatorio. L’Olanda dovrebbe diminuire l’allevamento dei bovini, ridurre la produzione agricola per diminuire le emissioni di azoto, far pagare una tassa per compensare l’emissione di CO2 quando si usa l’aereo, ridimensionare l’industria delle costruzioni, accettare un notevole aumento del prezzo delle abitazioni a seguito della applicazione delle normative verdi, non adoperare più il gas naturale nel riscaldamento delle abitazioni, rispettare limiti di velocità molto ridotti nelle città. Tutto questo comporta conseguenze negative nei confronti del principio del diritto alla proprietà privata e nel rispetto dello Stato di diritto. Per comprendere le dimostrazioni degli agricoltori da cui siamo partiti bisogna tenere conto di questo complesso quadro.

Questo ambientalismo spiega la deindustrializzazione in corso nei Paesi sviluppati, l’abbandono dei combustibili fossili (ammesso che sia possibile), l’aumento del costo dell’energia, l’impoverimento di famiglie e giovani. Il panorama va inquadrato anche in un contesto più ampio, come ha fatto il prof. Gianfranco Battisti con un intervento molto documentato nel nostro sito dal titolo “Si dice clima ma si intende energia” [leggilo QUI]. Egli sostiene che la transizione ecologica programmata è insostenibile, che i soldi per finanziarla (150.000 miliardi di dollari in 10 anni secondo la Cop28 di Dubai), che ai combustibili fossili non si può rinunciare e che, quando tutto questo diventerà evidente e la situazione politica internazionale dovesse mutare, anche a seguito delle elezioni europee, l’Europa pagherà il conto di aver indebolito la propria industria e di avere impoverito le famiglie sull’altare di una inventata emergenza climatica ed ecologica. A quel punto i Paesi dell’Unione Europea potranno essere fuori gioco.

Stefano Fontana







mercoledì 24 gennaio 2024

Il Card. Zen si oppone con forza a Fiducia supplicans e chiede le dimissioni del Card. Fernandez da capo del Dicastero per la Dottrina della Fede


Card. Joseph Zen Ze-kiun


Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Carlos Esteban e pubblicato su InfoVaticana. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica da me curata.



Carlos Esteban

Mancava Zen. Era il nome rimasto per unirsi alla ribellione contro la dichiarazione della Dottrina della Fede che permetteva le benedizioni sacerdotali alle coppie peccatrici (o, eufemisticamente, “irregolari”). E il cardinale emerito di Hong Kong non ha usato mezzi termini.

Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, simbolo della Chiesa perseguitata in Cina, ha preso le distanze dalla breve nota positiva emessa dalla sua ex arcidiocesi di Hong Kong, che critica per non aver fornito la corretta interpretazione del documento. Ha lasciato passare un mese, ma ha deciso di intervenire perché “ho ancora la responsabilità di sostenere la dottrina della Chiesa”.

Il cardinale Zen esordisce definendo la dichiarazione “problematica”. Rispondendo alla dichiarazione di Victor Fernandez del 4 gennaio sulla “necessità di un periodo più lungo di riflessione pastorale”, il porporato cinese sostiene che “ciò equivale a dire che il testo del 18 dicembre è temporaneamente invalido”. Fernandez ha scritto che il sacerdote, di fronte alla richiesta di benedizione da parte di una coppia in situazione irregolare, potrebbe invocare su di loro “la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà”. Questo punto, dice Zen, presenta una contraddizione perché il sacerdote non è tenuto a verificare se la persona che chiede la benedizione ha davvero questa intenzione: “se il sacerdote non è sicuro che abbia questa intenzione, o ha ragione “Se sospetta che non hanno affatto questa intenzione, come può dare una benedizione? “, scrive il cardinale nella sua nota critica.

La Dichiarazione del dicastero insiste molto sulla carità pastorale, ma Zen ricorda il passo biblico che esorta i pastori a rafforzare le pecore deboli, a curare quelle ferite e a cercare quelle smarrite per riportarle all’ovile. Se il sacerdote non è sicuro che la “coppia” davanti a lui intenda aderire pienamente allo stile di vita prescritto da Dio, o è sicuro che non ammettono di vivere nel peccato”, dovrebbe mostrare un “atteggiamento caritatevole” spiegando loro qual è la volontà di Dio.

“La Dichiarazione sottolinea ripetutamente la necessità di evitare di creare confusione, ma le benedizioni che vengono promosse (…) di fatto creeranno inevitabilmente confusione”, ha osservato Zen.

Infine, il cardinale insiste sulla responsabilità del prefetto della Dottrina della fede, che non poteva ignorare le difficoltà di accoglienza nelle “periferie”. Ma la cosa “più grave” è che la dichiarazione implica che “anche il comportamento sessuale nelle relazioni omosessuali ha la sua parte di bene”.

“Secondo la verità oggettiva, tale comportamento è un grave peccato e non può portare a nulla di buono”, scrive il cardinale. “Se il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede definisce ‘buono’ un grave crimine, non starebbe commettendo un’eresia? Il prefetto non dovrebbe dimettersi o essere licenziato?”.