martedì 31 marzo 2026

Papa Leone nel Principato di Monaco, un successo in barba alle polemiche



Un bagno di folla ha accolto la visita papale nel Principato a dispetto dei confronti mediatici col predecessore. Al centro il ruolo del cattolicesimo nel Paese, la difesa della vita e un monito inevitabile sull'uso della ricchezza. Al ritorno a Roma Prevost ha ufficializzato nomine pesanti.

Viaggio apostolico

Ecclesia 


Nico Spuntoni, 31-03-2026

Continua a far discutere la decisione di Leone XIV di fare il suo primo viaggio europeo fuori dall'Italia a Monaco. Le polemiche di stampo qualunquista ci hanno fatto ripiombare a quelle degli anni del pontificato di Benedetto XVI. Impossibile raccogliere tutti i commenti critici ma quello dell'ex direttore di Repubblica Carlo Verdelli è paradigmatico: «Primo viaggio da Papa di Francesco: a Lampedusa, tra i barconi. Viaggio più recente di Papa Leone: a Montecarlo, tra altri barconi». Bisognerà farci l'abitudine perché questo confronto con "quando c'era lui" diventerà probabilmente il leitmotiv con cui i non cattolici (e i cattolici di un certo tipo) guarderanno e racconteranno il pontificato di Prevost.

Il blitz del Papa nel piccolo principato è stato, invece, un successo e un giusto riconoscimento al sovrano che lo scorso novembre ha scelto di non firmare il disegno di legge che ampliava le possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Una decisione presa «alla luce del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo comunque un sostegno sicuro e più umano». E che Leone XIV ha dimostrato di apprezzare nel corso dell'udienza concessa al principe monegasco il 17 gennaio durante la quale, come riportato nel comunicato, si era parlato della «difesa e della promozione della dignità della persona umana». Un tema che, non a caso, Prevost ha voluto affrontare anche nei suoi interventi durante la visita di sabato scorso a Monaco.

Affacciato al Palazzo dei Principi vicino ad Alberto e alla principessa Charlène (in bianco, come da privilegio concesso alle sovrane cattoliche), Leone ha detto alla folla sottostante che «la fede cattolica, che siete tra i pochi Paesi del mondo ad avere come religione di Stato, ci pone davanti alla sovranità di Gesù, che impegna i cristiani a diventare nel mondo un regno di fratelli e sorelle, una presenza che non schiaccia ma solleva, che non separa ma collega, pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in qualunque momento e condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla mensa della fraternità». Parole che già da sole giustificherebbero la scelta ricaduta sul principato e mal digerita da una parte consistente dell'opinione pubblica.

Prevost ha insistito sulla sacralità della vita anche negli altri appuntamenti della visita. «Stiamo davvero difendendo l'essere umano? Stiamo proteggendo la dignità della persona nella custodia della vita in tutte le sue fasi?», ha invitato a domandarsi rivolgendosi alla comunità cattolica incontrata nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione. Ed ha invitato a far sì che «la vita di ogni uomo e donna venga difesa dal suo concepimento alla fine naturale».

Durante la Messa davanti a quindicimila persone nello stadio Louis II Leone ha spiegato che l'amore di Dio equivale all'«amore per la vita nascente e indigente, da accogliere e curare sempre; amore per la vita giovane e anziana, da incoraggiare nelle prove di ogni età; amore per la vita sana e malata, a volte sola, sempre bisognosa di essere accompagnata con cura». E saranno fischiate le orecchie ai parlamentari francesi che non troppo lontano stanno discutendo in queste settimane il disegno di legge sul suicidio assistito. Forse è anche per questo che il Papa ha scelto di muoversi in elicottero, evitando di mettere piede su suolo francese ed atterrare a Nizza.

Nell'incontro con la comunità cattolica il Papa ha invitato anche ad offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l'uomo all'individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza». Un monito inevitabile in uno dei Paesi più ricchi del mondo così come i passaggi sull'attualità, con la richiesta di una ricchezza «al servizio del diritto e della giustizia, specie in un momento storico in cui l'ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace». Nei pochi km del principato c'è stato un bagno di folla per il passaggio in automobile del Papa con un piccolo fuori programma di una contestazione di attiviste Peta contro la corrida.

Tornato a Roma per la Domenica delle Palme, Leone XIV ha iniziato la sua prima Settimana Santa ufficializzando nomine pesanti in Curia: via il poco amato sostituto monsignor Edgar Peña Parra che viene "retrocesso" a nunzio in Italia e San Marino. A via Po prenderà il posto di monsignor Petar Rajič, nuovo prefetto della Casa Pontificia. In Segreteria di Stato al posto di Peña Parra arriva invece il "curiale" monsignor Paolo Rudelli, fino ad oggi nunzio apostolico in Colombia.






La maggioranza ha ragione?





Di Maurizio Blondet, 31 mar 2026

Stefano Fontana è un filosofo cattolico. E’ personalità di grande equilibrio, pur nella nettezza delle posizioni. E’ perciò con grande interesse che abbiamo letto un suo intervento sul seguito medium digitale La Nuova Bussola Quotidiana. Il titolo è un pugno nello stomaco per le anime belle adoratrici della democrazia quantitativa. “No, il popolo non ha sempre ragione.” Scritto sull’onda del referendum sulla giustizia, forse con una punta di fastidio per il risultato, la breve, incisiva riflessione pone una questione fondamentale. Bisogna sempre accettare il parere della maggioranza, ossia riconoscere valore assoluto al “senno dei più” ? Il no di Fontana è chiaro, al di là del caso specifico.

Musica per chi, come chi scrive, non ha mai accettato il regno della quantità. La forma assunta dalla democrazia moderna- in realtà plutocrazia, dominio del denaro- è quella di un sistema che ha trasformato lo strumento in fine. Il metodo democratico basato sul voto è un mezzo per selezionare la classe dirigente e conoscere le opinioni popolari. Non è un fine in sé, tanto è vero che il principio democratico è costantemente derogato, se non irriso, allorché si tratta di decisioni davvero importanti, dalla guerra agli assetti economici e finanziari sino alle alleanze internazionali. Prudentemente, nessuno ci ha mai consultato su questioni tributarie, di politica estera, né chiesto il consenso per i trattati stipulati e il finanziamento delle guerre. Sono gli “arcana imperii”, i misteri e la riservatezza delle decisioni che contano davvero, assunte da pochissimi.

A poco vale il lavoro di Habermas teso a creare le condizioni culturali per un consenso o dissenso ragionato, o, per citare Fontana stesso, “a tracciare le linee della democrazia come dibattito pubblico razionale aperto a tutti. Ma non teneva conto che l’uomo moderno spesso nello spazio pubblico non ragiona. Qui sta tutta la debolezza della democrazia moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato.” Gustave Le Bon mostrò l’irrazionalità delle masse, la facilità con cui abili demagoghi o situazioni non comprese nella loro complessità producono scelte infauste. L’aggravante contemporanea è la potenza dei mezzi a disposizione di chi detiene il potere ( economico, tecnologico, mediatico, culturale) per convincere, anzi determinare, la maggioranza. Nel secolo XX filosofi come Bertrand Russell, specialisti della propaganda come Edward Bernays, esperti di comunicazione come Walter Lippman , lo hanno mostrato con cinica chiarezza. Perfino Norberto Bobbio arrivò alla conclusione che la democrazia nella forma mediata che conosciamo è una procedura – secondo lui, buona- per scegliere chi deterrà il potere pro tempore, non un principio assoluto.

Vi è un’ obiezione ulteriore: quale potere reale è oggi nelle mani dei rappresentanti politici? Al di là delle elezioni, che privilegiano sempre più gli schieramenti centrali, contigui alle forze economiche e finanziarie, poco resta da decidere. Si chiami governance, pilota automatico o in altra maniera, le leve del potere non sono più nelle mani dei governi, ossia, se crediamo al principio democratico, degli elettori. Questa constatazione destituisce il significato concreto del voto senza tuttavia modificare il quesito originario, ossia se il popolo abbia sempre ragione. La nostra risposta è che non ce l’ha. E non solo per le influenze esterne e per l’incapacità di conoscere la vera posta in palio delle scelte che è chiamato a fare. Realisticamente Fontana , dopo aver affermato che “ spesso i cittadini agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello”, ammette che la democrazia
moderna “ha bisogno di credere nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote
dell’infallibilità.” Sta qui la difficoltà di fornire una soluzione alternativa. Da semplice
osservatore, chi scrive è convinto che la voce del popolo vada sempre ascoltata, quanto meno perché è la modalità meno distante dal bene comune, fine del buon governo. Altro è immaginare che il principio “un uomo, un voto” sia il mezzo più efficace. Gran parte di noi si esprime per interesse immediato, per antipatia o simpatia preconcetta, perché spinto da soggetti di cui si fida e soprattutto da idee, suggestioni provenienti dall’esterno, da chi ha interesse, capacità, mezzi per orientare, controllare, infine dominare l’opinione pubblica.
Il limite del populismo ideologico è di credere “ che il popolo sia un unico individuo che ragiona con una sola testa. Invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille cervelli. “ La saggezza popolare asseriva che la voce del popolo è voce di Dio. In tempi di ateismo pratico, la domanda è piuttosto se esista una voce del popolo e in quali forme si esprima. In tempi di positivismo giuridico- cioè di relativismo morale – diventa legale non ciò che è giusto , ma quello che considera tale una maggioranza costituita secondo regole date, indipendenti dalle categorie di giustizia o legittimità . Assai opportuna è la citazione di Carl Schmitt, maestro del realismo politico: “la maggioranza non commetterà mai ingiustizia, ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità.” Ovvero la giustizia finisce per coincidere con il potere. In assenza di principi condivisi nella comunità, la voce del popolo è l’urlo momentaneo della minoranza meglio organizzata . Lo sapeva Gaetano Mosca con la teoria delle classi politiche e lo intuì papa Leone XIII “quando parlava nella Immortale Dei della moltitudine arbitra e moderatrice di se stessa.” (S. Fontana) .
Impossibile, senza un ubi consistam che si possa definire voce del popolo.

Potremmo continuare chiedendoci se esiste oggi un popolo, o se siamo circondati da segmenti di società l’un contro l’altro armati, tesi a difendere le rispettive peculiarità e interessi, strumentalizzati dai poteri forti ( non elettivi) per scopi che non capiscono e neppure immaginano. A dare sempre retta alle transitorie maggioranze, dovremmo credere che è cosa buona e giusta, secondo il pendolo degli umori, inserire l’aborto nelle costituzioni o definirlo omicidio premeditato, applicare la pena di morte o punire i reati a seconda di chi lo commette. Ha ragione Fontana a ricordare che “ il popolo, nella versione moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e la sua volontà è una costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di ragione.”

Tanto più che la supposta saggezza popolare, quando è affidata a meccanismi elettorali , è in realtà la scelta transitoria di una palude fluttuante di indecisi, gli incerti senza volto che cambiano facilmente opinione poiché una convinzione non ce l’hanno e “mutan d’accento e di pensier”. Facile transitur ad plures, scrisse Seneca: è facile passare alla maggioranza, per interesse, convenienza, per la pressione di chi possiede i mezzi di comunicazione e detta la narrativa dominante. Il mezzo è il messaggio; i media non sono semplici veicoli di contenuti, ma forze trasformative che plasmano la cultura e la società. Sono la fabbrica delle idee dominanti e delle maggioranze cangianti secondo gli interessi di chi li possiede.
L’esempio è il primo referendum della storia. Pilato offrì alla folla di liberare Gesù o il ladrone Barabba. Fu scelto il secondo. Il popolo aveva torto, ma furono davvero gli abitanti di Gerusalemme a decidere o piuttosto i sacerdoti, il sinedrio e i capi dei giudei che avevano aizzato la gente contro Gesù ?

Il verdetto popolare basato su maggioranze numeriche manipolabili non dice nulla su ciò che è giusto o sbagliato. Pure, la voce e l’umore popolare sono importanti. Per questo la saggezza del passato aveva creato una vasta rete di corpi intermedi per esprimere valori, difendere interessi, portare istanze della comunità. Che era tale perché possedeva un sufficiente grado di coesione, un’ unità, un certo idem sentire rispetto al bene comune. Un principio che non si può tradurre in percentuali e nella logica incapacitante di maggioranze che durano un attimo, eterodirette, incapaci di conoscere il merito dei problemi. E’ stato il liberalismo, lievito della rivoluzione francese, a inventare la figura del cittadino astratto, senza intermediari tra se stesso e il potere, la conoscenza, la dimensione pubblica, proibendo tutte le associazioni, le corporazioni e i corpi intermedi. No, il popolo non ha sempre ragione e l’ opinione della maggioranza non è il criterio universale del giusto e del vero. Un’ultima osservazione, tra il serio e il faceto: chi credesse davvero nella virtù maggioritaria, dovrebbe riconoscere di avere torto quando si trova in minoranza !







lunedì 30 marzo 2026

Papa Leone XIV riapre il dossier Amoris Laetitia








Dieci anni dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, Papa Leone XIV ha appena annunciato la convocazione di un incontro straordinario a Roma nell’ottobre del 2026, che riunirà i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per discutere della famiglia.

Nelle ultime settimane, è diventato chiaro che il nuovo pontificato è andato al cuore della questione. O meglio, delle questioni che stanno agitando la Chiesa. L’ultimo evento è l’annuncio – il 19 marzo 2026 – di un incontro straordinario di alto livello che segue deliberatamente le orme di Amoris Laetitia.

Questo annuncio ha suscitato tante speranze quante domande: dal 2016, l’interpretazione del capitolo VIII dell’esortazione del defunto Papa Francesco, riguardante l’accesso ai sacramenti per i divorziati in nuove unioni, è stata oggetto di un acceso dibattito, creando talvolta un mosaico di pratiche pastorali contraddittorie tra le diocesi.


Un vertice

Il Papa sembra dunque voler riprendere il controllo su una questione che ha profondamente diviso l’episcopato e i fedeli. A differenza dei recenti processi sinodali caratterizzati da un’ampia partecipazione laica, questo incontro dell’ottobre 2026 si propone di essere strettamente ecclesiastico.

Il sito tedesco katholisch.de – tutt’altro che sospetto di tradizionalismo – ha osservato, non senza qualche critica, che si tratterebbe di un “incontro sulle famiglie senza famiglia”, sottolineando la natura istituzionale e dottrinale voluta dal nuovo Romano Pontefice.


Continuità, correzione o una nuova direzione?


Il punto cruciale di questo vertice romano risiede nella direzione che Papa Leone XIV intende imprimere alla Chiesa, una direzione sulla quale l’attuale successore di Pietro non ha ancora fornito indicazioni precise, probabilmente intenzionalmente. Sembrano profilarsi tre percorsi.

Il primo sarebbe quello della pura continuità. In questo scenario, il Santo Padre confermerebbe l’approccio del suo predecessore, cercando semplicemente di armonizzare l’attuazione della cura pastorale senza alterare il testo originario: ciò rappresenterebbe una grande delusione per coloro che speravano in un ritorno all’ortodossia cattolica in materia di morale. Tuttavia, il tono solenne del messaggio papale del 19 marzo suggerisce un’ambizione più ampia.

Il secondo percorso, atteso da coloro che sono legati alla dottrina tradizionale della morale cattolica, è quello della correzione. L’obiettivo non sarebbe quello di ripudiare il testo, ma di fornire i chiarimenti necessari per riaffermare l’indissolubilità del matrimonio in conformità con la tradizione della Chiesa e con l’insegnamento richiamato da Papa Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio, documento citato anche dal Santo Padre nel suo messaggio. Ma un’altra possibilità si apre al successore di Pietro.

Esiste infatti una terza via per “trascendere” il testo, che sembra corrispondere a ciò che possiamo intuire dal nuovo Romano Pontefice. Leone XIV potrebbe quindi proporre una nuova sintesi che, pur conservando lo spirito di misericordia caro al suo predecessore, lo collocherebbe in un quadro giuridico e teologico più rigoroso, evitando le insidie ​​del soggettivismo morale.


Un’attesa cauta

Questa terza via – se il futuro confermerà questa ipotesi – permetterà di porre fine alle “polarizzazioni” nella Chiesa, così spesso lamentate da Papa Leone XIV, ripristinando il primato della dottrina cristiana? O si limiterà a mettere da parte le divisioni causate dal relativismo dottrinale e morale che è diventato un tratto distintivo dell’era post-conciliare?

In ogni caso, questo incontro di ottobre rappresenta un’occasione storica da non perdere per ristabilire l’unità di fede e di pratica all’interno della Chiesa, per la quale certamente pregheremo.

FSSPX





domenica 29 marzo 2026

Da Roma. “Un’inclusione generosa” per i cattolici che celebrano la Messa tridentina?



Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da The Remnant. Mentre la Chiesa commemora l'anniversario della morte dell'arcivescovo Marcel Lefebvre, Leone XIV lancia un appello all'"unità" sulla Messa tradizionale, ma il suo appello giunge in un momento di crescente tensione. Con la Fraternità Sacerdotale San Pio X che si prepara a consacrare nuovi vescovi e molti cattolici che si rivolgono alla Messa tridentina come rifugio dalla confusione liturgica e dottrinale, la domanda rimane: si può ristabilire l'unità senza compromettere la Fede stessa? 



Pubblicato e tradotto a cura di Chiesa e post-concilio, 29 marzo 2026



Angeline Tan, 27 marzo 2026

Il 25 marzo, festa dell'Annunciazione della Beata Vergine Maria e 35° anniversario della morte dell'arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) e coraggioso difensore della Messa tradizionale in latino (MTL), Papa Leone XIV ha esortato a una "rinnovata unità nella vita liturgica della Chiesa", invitando i vescovi francesi a cercare "soluzioni concrete" per integrare i cattolici devoti alla MTL, mantenendo al contempo la comunione ecclesiale, come riportato da EWTN.

In particolare, il Papa ha affermato di essere “particolarmente attento” alla questione della liturgia, riconoscendo le sue preoccupazioni espresse dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ai vescovi francesi riuniti per la loro assemblea plenaria primaverile a Lourdes (24-26 marzo), lamentando le attuali divisioni liturgiche come “una ferita dolorosa” all'interno della Chiesa, secondo quanto riportato da Gaudium Press.

«È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita così dolorosa riguardo alla celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell'unità», ha dichiarato il Pontefice, secondo quanto riportato da EWTN.

«È certamente necessario un nuovo atteggiamento reciproco, con una maggiore comprensione delle rispettive sensibilità, un atteggiamento che permetta ai fratelli e alle sorelle, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell'unità della fede».

«Che lo Spirito Santo vi ispiri soluzioni concrete che permettano la generosa inclusione di coloro che sono sinceramente legati al 'Vetus Ordo', nel rispetto degli orientamenti auspicati dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia», ha aggiunto Papa Leone XIV, chiedendo ai vescovi di esercitare creatività pastorale e carità nei confronti di questi cattolici.

A prima vista, la richiesta di Papa Leone XIV di "soluzioni concrete" per rispondere alle esigenze dei cattolici francesi che amano la Messa tridentina potrebbe sembrare indicare che tali preoccupazioni non debbano essere ignorate dai loro vescovi, ma affrontate in modo significativo.

Per molti cattolici tradizionalisti, tuttavia, le osservazioni del Papa non possono essere interpretate solo in termini amministrativi. Dopotutto, la crisi liturgica degli ultimi sessant'anni non riguarda solo il mero "attaccamento" alla Messa tridentina, come indicato nella missiva del Pontefice. Piuttosto, la crisi è parte di una più ampia battaglia spirituale all'interno e all'esterno della Chiesa, come il crollo della riverenza, il declino del latino come lingua sacra e problemi dottrinali come la diffusa diminuzione della fede nella Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell'Eucaristia tra i cattolici di tutto il mondo.

Inoltre, la tempistica delle osservazioni del pontefice non è casuale, poiché sono state pronunciate alla luce dei piani della Fraternità Sacerdotale San Pio X di consacrare nuovi vescovi il 1° luglio di quest'anno. Quando i fedeli cattolici vengono privati ​​del loro patrimonio liturgico (attraverso persecuzioni da parte dei loro vescovi diocesani che rimuovono la Messa Tridentina dalle loro diocesi, ecc.), molti di loro si rivolgono alla Fraternità Sacerdotale San Pio X per trovare rifugio spirituale (nonostante il suo status canonico irregolare).

Pertanto, alla luce di queste realtà, la Messa Tridentina rappresenta per molti cattolici più di una semplice forma liturgica preferita. È piuttosto anche un baluardo di continuità con i secoli passati, un legame visibile con la fede perenne della Chiesa e un'immensa fonte di grazia e rinnovamento spirituale grazie alla sua esplicita natura propiziatoria. Per i cattolici fedeli che non sono semplicemente "legati" alla Messa Tridentina, ma disposti a morire per essa, la difesa dell'antico e venerabile Rito Romano è indissolubilmente legata alla difesa dell'unica e vera Fede Cattolica stessa.

Pertanto, il Vaticano deve comprendere che l'«unità della Chiesa» non può essere fondata sull'ambiguità dottrinale, sull'annacquamento dell'insegnamento della Chiesa o su compromessi con l'errore. Al contrario, la vera «unità della Chiesa» deve basarsi sulla pienezza della fede cattolica tramandata nei secoli da Nostro Signore Gesù Cristo stesso, attraverso gli apostoli.

In quest'ottica, l'appello del Papa all'unità e alla "generosa inclusione di coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo" dovrebbe essere accolto con favore, poiché, oltre alla Francia, è probabile che il suo appello trovi risonanza in tutto il mondo, in molti paesi, come gli Stati Uniti, dove si riscontrano tensioni simili tra vescovi di orientamento liberale e cattolici che partecipano alla Messa in rito tridentino.

La reazione dei vescovi francesi alle richieste del Papa sarà ora attentamente monitorata. Questi prelati accoglieranno l'appello del Pontefice ad adottare un tono conciliante nei confronti dei cattolici che celebrano la Messa tridentina, o persisteranno le precedenti tendenze di repressione e ostilità? Molto dipenderà dall'onestà intellettuale, dall'umiltà e dalla disponibilità dei vescovi a considerare le comunità che celebrano la Messa tridentina non come un problema da affrontare, ma come parte integrante della vita e della missione della Chiesa.

Nel frattempo, i cattolici che celebrano la Messa tridentina devono pregare e ricordare che la battaglia per la Messa tridentina e, per estensione, per l'integrità della fede cattolica, continua. La rivoluzione massonica e cristofobica che ha cercato di riorganizzare e minare la Chiesa cattolica nel secolo scorso non è semplicemente scomparsa nell'oblio, poiché le sue conseguenze sono ancora palpabili nelle chiese vuote, nella dottrina annacquata e nella mancanza di un senso del sacro. Maria, Madre della Chiesa, prega per noi.

Domenica delle Palme a San Vitale Pistoia

 




sabato 28 marzo 2026

«Noelia, eutanasia da un governo corrotto. C'è un conflitto di interessi sui trapianti di organi»



Il caso di Noelia, disabile che ha ottenuto l'eutanasia, ha sconvolto la Spagna. Intervista a Polonia Castellanos dell'Associazione Avvocati cristiani, a fianco dei genitori nella battaglia legale: «Abbiamo chiesto un trattamento sanitario, che il governo concede anche ai terroristi, ma ha preferito ucciderla. Anche per ragioni economiche: la madre ci ha riferito che i suoi organi ormai erano impegnati per il trapianto».

Intervista / POLONIA CASTELLANOS



Andrea Zambrano, 28-03-2026

«Quello spagnolo è un governo illegittimo, che copre i suoi scandali di corruzione uccidendo i suoi cittadini e ingannandoli con leggi come questa sull’eutanasia. E lasciando che dietro le pratiche di eutanasia si nasconda il serio rischio di un profitto per il trapianto di organi».

Accanto ai genitori di Noelia Castillo Ramos, la venticinquenne paralizzata e affetta da disturbo psichiatrico che ha chiesto e ottenuto l’eutanasia dopo una battaglia legale che in queste ore sta infiammando la Spagna, c’è l’associazione Avvocati cristiani.

Polonia Castellanos (nella foto in basso) è la presidente dell’associazione che è stata a fianco del padre e della madre della giovane per cercare di strapparla dalle fauci della morte, avvenuta giovedì 26 marzo in ospedale a Barcellona. La Nuova Bussola Quotidiana l’ha intervistata.

Avvocato, Noelia è morta, che cosa provate di fronte a questa tragedia?
Profondo dolore, abbiamo cercato con la sua famiglia di salvarla in una battaglia legale durata due anni. Fa soffrire pensare che si poteva salvare, ma proviamo anche una profonda pena perché lo Stato l’ha abbandonata. E paura perché tutte le famiglie che hanno malati mentali si possono trovare nella stessa condizione. È terribile pensare che una persona con infermità mentale possa subire questo trattamento.


 

Su che cosa si è basata la vostra battaglia legale?
Abbiamo chiesto che venisse fatto un trattamento medico. Bisogna sapere che in passato lo Stato ha obbligato ad un trattamento sanitario un assassino e terrorista che aveva ucciso 25 persone. È una pena che il governo spagnolo tratti meglio un terrorista che una ragazza di 25 anni che aveva un disturbo mentale.

Perché il padre di Noelia si è affidato a voi Avvocati cristiani?
Il padre ci ha cercati perché recentemente abbiamo seguito altri casi di eutanasia, che si sono risolti positivamente. Casi di persone con depressione, che avevano ottenuto di accedere al programma di eutanasia, ma siamo riusciti a fermarli e alla fine si sono convinti a vivere favorendo un trattamento sanitario. Sfortunatamente con Noelia non ci siamo riusciti.

Che cosa vi ha chiesto il padre?
Il padre voleva che lo aiutassimo a salvare sua figlia. Perché capiva, come lo capiamo tutti, che una ragazza con una infermità mentale del 74% non poteva decidere su una cosa così importante come la sua vita.

Avete avuto occasione di parlare con Noelia in questi mesi?
Noi, nell’ultimo mese, abbiamo parlato soprattutto con la famiglia, il padre, la madre e la sorella, che erano tutti contro la sua eutanasia.

È vero che negli ultimi giorni Noelia si sarebbe convinta a rinunciare all’eutanasia, ma l’ospedale l’ha dissuasa per convincerla a morire?
È un particolare che ci ha riferito la madre, cioè che quando abbiamo intentato le misure cautelari dall’ospedale le hanno detto che ormai tutti gli organi erano impegnati.

Impegnati per che cosa?
Per il trapianto. Ma al di là di questa informazione mi preme dire una cosa.

Che cosa?
Abbiamo insistito nel denunciare il conflitto di interessi di persone che decidono l’eutanasia e che allo stesso tempo trattano i trapianti e guadagnano con essi.

Può spiegarci meglio?
Abbiamo scoperto che persone che sono direttamente interessate a decidere sull’eutanasia, allo stesso tempo sono nella commissione del trapianto di organi. Riteniamo che sia un conflitto di interessi e che se fai parte di una commissione che decide sull’eutanasia non puoi occuparti di trapianti.

La madre ha anche detto che molte persone si sono offerte di aiutare Noelia a vivere, c’è stata una grande catena di solidarietà. Solo lo Stato è stato sordo a queste richieste. Perché?
È sorprendente la generosità di molti cittadini di tutto il mondo, che hanno provato ad aiutare Noelia incoraggiandola, pregando per lei e proponendo di aiutarla economicamente; le hanno offerto denaro per aiutarla a pagare l’affitto dell’appartamento ad avere una macchina. Ma lo Stato sotto la cui autorità era Noelia, ha preferito ucciderla perché era più conveniente economicamente.

Il caso di Noelia ha suscitato una forte polarizzazione in tutta l’opinione pubblica spagnola tanto che diverse persone inizialmente favorevoli all’eutanasia hanno cambiato idea…
È proprio così. Hanno capito che l’eutanasia è un inganno. Quando nel 2021 è stata introdotta per legge l’eutanasia in Spagna, il governo Sanchez disse che era una legge molto garantista. Ci venne detto che era per casi molto estremi, ma è con il caso di Noelia che i cittadini hanno visto che ci stavano ingannando, che l’eutanasia è pensata per le persone più indifese e più deboli.

Perché?
Il caso di Noelia non rientrava in nessuno dei casi previsti dalla legge perché siamo di fronte a una persona con una infermità mentale che aveva tutta la vita davanti, perché non aveva sofferenze degenerative. Così è fuori dalla legge: è stata uccisa. E la legge è un inganno.

Che opinione ha delle politiche del Governo sull’eutanasia dopo questa tragedia?
Le politiche eutanasiche del governo spagnolo sono le politiche di un governo tremendamente corrotto, che preferisce risparmiare sui cittadini per continuare a finanziare la prostituzione, continuare a versare denaro ai propri familiari e pagare viaggi di lusso ai propri ministri. Mi sembra che sia un governo illegittimo che abbandona i suoi cittadini per usare il denaro destinandolo ai suoi scandali di corruzione.

E la Chiesa? Che ruolo ha giocato in questa partita?
La Conferenza Episcopale Spagnola effettivamente ha emesso un comunicato per cercare di invitare a trovare un’altra strada che non fosse l’eutanasia.

Alla luce della fortissima reazione emotiva della gente, che cosa si può fare ora concretamente?
In Spagna stiamo cominciando a mobilitarci e quello che dobbiamo fare con questa legge omicida, questa legge criminale, è abrogarla e assicurare che a ogni persona che chiede l’eutanasia prima venga data una cura. In un secolo come il nostro che è così avanti in medicina non possiamo consentire di sopprimere la vita di una persona quando ci sono le cure. E si può salvare.

La vostra lotta è senza sosta. Oggi (ieri ndr.) lei è stata in tribunale a Madrid per difendere i sacerdoti. C’è un rischio di persecuzione dei cattolici in Spagna?
Sì, oggi abbiamo avuto un giudizio contro un politico di ultrasinistra (Pablo Echenique Robba, già deputato di Podemos ndr.) che ha attaccato su X i sacerdoti dicendo che tutti i sacerdoti sono pedofili e che andrebbero deportati. È quello a cui siamo ormai abituati perché con questo governo abbiamo visto come uccide i suoi cittadini. Attaccare i cattolici è un’occasione per sviare sugli scandali di corruzione. È evidente che i cattolici in Spagna siano molto perseguitati.







Noelia uccisa da uno Stato senza umanità



Il caso tragico di Noelia, che lo Stato spagnolo ha scelto di far sedere sulla sedia elettrica dell’eutanasia dopo una vita di ingiustizie, violenze e dolori psicologici e fisici. Uno Stato vuoto di umanità e immiserito nell’immanenza dell’utile e del piacere.




«Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». E così due giorni fa, in Spagna, la 25enne Noelia Castillo Ramos è stata uccisa secondo un protocollo medico. In termini tecnici questo omicidio si chiama eutanasia.

L’origine del dramma di quest’anima trista? Nessuno ha il coraggio di dirlo: il divorzio dei genitori. Vietato negare che il divorzio non uccida almeno nell’intimo i figli. Dunque lì iniziano per Noelia le sue sofferenze psicologiche che la porteranno a sottoporsi a cure psichiatriche fin da quando aveva 13 anni. Passa l’adolescenza lontano dalla famiglia in vari istituti e in una casa famiglia. Una ragazza così fragile è la vittima perfetta dei lupi. Viene violentata dal suo ex e da due ragazzi in discoteca. Gli stupri plurimi sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sua immane sofferenza: nel 2022 tenta il suicidio gettandosi da una finestra del quinto piano di un palazzo. Sopravvive, ma rimane paraplegica. Non camminerà più.

Per sempre inchiodata su una carrozzina. In un’intervista su Antena 3, registrata 24 ore prima che morisse (fin dove giunge la pietas mediatica…), Noelia afferma di soffrire di disturbo borderline di personalità e disturbo ossessivo-compulsivo. Non ci sorprende dopo quello che ha passato. E non ci sorprende nemmeno sapere che una persona non pienamente in sé, come da lei stessa ammesso, possa legalmente accedere all’eutanasia, dato per poter far esercitare i cosiddetti diritti civili non si va tanto per il sottile. La giovane «conserva la capacità di prendere qualsiasi tipo di decisione, inclusa quella di sottoporsi all'eutanasia» sovrascrivono i giudici sull’evidenza che dice altro. Infatti il libero consenso dovrebbe significare anche libero da condizionamenti derivanti da disturbi psichiatrici.

Torniamo indietro di qualche anno. Nel luglio del 2024 la Commissione catalana di garanzia e valutazione approva la sua richiesta di eutanasia. Il padre impugna la decisione. Il 1° agosto il Tribunale Amministrativo di Barcellona sospende la procedura: Noelia sarebbe dovuta morire il giorno dopo. Inizia una battaglia legale tra il padre che la vuole viva e la figlia che si vuole morta. Il Tribunale di Barcellona conferma la legittimità di uccidere quest’anima in pena. Il padre si oppone nuovamente, ma l'Alta Corte di Giustizia della Catalogna conferma la sentenza di primo grado. Il padre non si arrende, ma viene sconfitto ripetutamente: dalla Corte Suprema poi dalla Corte Costituzionale ed infine dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Non accanimento giuridico, ma speranza di un padre contro ogni speranza legale.

Sempre ad Antena 3 Noelia ha raccontato: «Non avevo obiettivi né scopi. Non ho voglia di fare niente, di uscire, nemmeno di mangiare. Mi sono sempre sentita sola, mai capita e nessuno ha mai provato empatia per me». Leggete qui cosa ha scritto il 13enne che accoltellato la sua professoressa di francese a Trescore nel bergamasco prima di compiere l’efferato gesto: «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità, ne sono stanco. […] Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. […] La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me. […] La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».

Certo, le due vicende sono molto differenti, ma presentano tratti comuni. Il primo: la vita non ha più senso. E quando la vita perde senso e non trovi più alcuna soluzione per darne a lei uno, ecco che l’unica risposta è la morte. Morte data a sé o morte inflitta. Nella morte c’è il senso di una vita senza scopo. Nel Caligola di Albert Camus il tiranno ordina di uccidere in modo indiscriminato molte persone anche a lui vicine e al termine del dramma manda in frantumi lo specchio che lo ritrae, gesto simbolico dell’annientamento di sé e della perdita di unità del “Sé”. Caligola volutamente orchestra la propria morte per mano dei congiurati e l’aspetta come atto liberatorio. Allora nella figura disperata di Caligola troviamo unificata l’altrettanto disperata vicenda di Noelia e del ragazzo 13enne.

In entrambi i casi poi questi ragazzi non sono riusciti nemmeno ad aggrapparsi a quel relitto che è la comprensione degli altri. Non rileva qui se questa vicinanza affettiva è mancata per colpa dei genitori, degli insegnanti e degli amici o perché questi due ragazzi hanno fatto di tutto per evitarla o per un concorso di colpa. Su questo aspetto bisognerebbe essere crudamente onesti fino in fondo. Rileva che questi ragazzi, alla fine, non si sono sentiti stimati e voluti bene. Se una persona percepisce nel proprio cuore questa voce: “Io valgo per lui”, non si toglie la vita e non vuole annientare con la morte il mondo che odia, perché inizierà a non odiarsi più e a non odiare più gli altri. Entrambi questi ragazzi sono sprofondati nella solitudine più torbida. Entrambi protestavano contro la mancanza di empatia, di conforto. La solitudine, che era diventata autoemarginazione dettata dalla incomprensione, aveva assunto l’aspetto di un’angusta stanza buia. La morte, per paradosso, una finestra di luce dentro questa stanza.

Lo Stato spagnolo – ma quello italiano si sarebbe comportato in modo identico – ha scelto di fare evadere Noelia da quella finestra, ha scelto di farla sedere sulla sedia elettrica dell’eutanasia. I giudici e la legge spagnola sull’eutanasia hanno avallato tutte le ragioni della disperazione, del dolore, della sofferenza di questa ragazza. Hanno confermato Noelia nel suo giudizio che questa vita non ha senso alcuno, che è solo un pacco che, come diceva Ettore Petrolini, la levatrice spedisce al becchino. Questa visione giuridica non è solo liberale, neutra – chi vuole vivere viva e chi vuole morire muoia – bensì è anche e soprattutto schierata con la morte. Ne diviene alfiere. È un diritto che è ontologicamente ferale e letale e che rispecchia e insieme fomenta aneliti tanatofili nella società.

Questo accade perché viviamo in Stati privi di trascendenza, di autentiche e alte visioni, Stati vuoti di umanità e immiseriti nell’immanenza dell’utile e del piacere, nell’immanenza di quella banalità così lucidamente e perfettamente condannata da quel ragazzino di 13 anni che la sofferenza, per certi versi, ha fatto maturare anzitempo. E dunque se una giovane chiede di morire perché non ha più speranze e perché non capisce come il dolore possa avere senso, come questa ragazza potrebbe trovare una risposta diversa da quella che lei stessa si è data in uno Stato spogliato da qualsiasi valore decisivo per l’esistenza, denudato da ogni sostanza morale?

Sì, che lo Stato torni ad essere etico, ma non in senso hegeliano, bensì cristiano. O almeno umano.






venerdì 27 marzo 2026

Un vescovo olandese afferma che la Chiesa nei Paesi Bassi è crollata e avverte che la Germania potrebbe essere la prossima


Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch nei Paesi Bassi



di Sabino Paciolla, 27-03-2026

Il vescovo olandese Rob Mutsaerts, ausiliare della diocesi di ’s-Hertogenbosch, ha lanciato un forte monito alla Chiesa in Germania: se continuerà a seguire la linea eterodossa del Cammino Sinodale, rischierà lo stesso crollo drammatico vissuto dalla Chiesa nei Paesi Bassi dopo il Concilio Vaticano II.

In un’intervista esclusiva concessa al giornalista Andreas Wailzer di LifeSiteNews, mons. Mutsaerts ha ripercorso la tragica parabola della Chiesa olandese, che negli anni Sessanta passava dall’essere «il ragazzo più ben educato della classe» a «il ragazzo più ribelle della classe che voleva riformare la Chiesa Universale».

Fino agli inizi degli anni Sessanta, nella sua diocesi il 97% della popolazione era cattolico e il 96% partecipava alla Messa domenicale. Poi arrivò la svolta: ossessionati dagli ideali degli anni Sessanta – liberazione sessuale, eliminazione delle regole e dell’autorità – i riformatori olandesi, guidati da teologi progressisti come Edward Schillebeeckx, consigliere del cardinale Jan Alfrink, diedero vita a un processo di “aggiornamento” radicale.

Nel 1966 venne pubblicato il celebre Catechismo Olandese, pieno di formulazioni ambigue su peccato originale, divinità di Cristo, natura della Chiesa e salvezza. Nonostante le correzioni richieste dal Vaticano, la versione originale continuò a circolare. Liturgia “disastrosa”, innovazioni continue, altari senza balaustre e celebrazione versus populum completarono il quadro.

Il risultato fu catastrofico. «Il numero di confessioni è sceso dal 90% a meno del 10% in uno o due anni». Oggi solo circa il 2% dei cattolici olandesi partecipa alla Messa domenicale. «Volevamo compiacere così tanto la società che abbiamo perso la nostra identità. Non c’era alcuna differenza tra le opinioni cattoliche e quelle della società», ha sottolineato il vescovo.

Mons. Mutsaerts vede inquietanti paralleli con quanto accade oggi in Germania: «È un po’ simile a ciò che sta accadendo ora in Germania con questo Cammino Sinodale. Gli stessi argomenti, le stesse opinioni». La relativizzazione della verità oggettiva, la confusione dottrinale e la spinta a riforme su celibato, morale sessuale e struttura della Chiesa riproducono lo stesso meccanismo che ha portato al collasso olandese.

Il vescovo non nasconde la propria perplessità verso una parte della gerarchia tedesca e verso alcune ambiguità del pontificato precedente: «Non capisco la maggior parte dei vescovi tedeschi… Prima di Papa Francesco non si sentivano mai quelle dichiarazioni». E aggiunge con franchezza: «O sei cattolico o non lo sei. Dai il buon esempio o no. Sei chiaro o no. E se non lo sei, per favore, dimettiti».

Tuttavia, mons. Mutsaerts non è senza speranza. Dopo anni di “fondo toccato”, nei Paesi Bassi si intravedono segni di ripresa: «Giovani, davvero straordinari, che si presentano nelle nostre chiese ovunque. I numeri sono piccoli, ma qualcosa sta accadendo. Molti di loro sono ragazzi delle scuole superiori… la grande maggioranza sono giovani uomini».

Il suo monito alla Germania è netto: «Allora perché continuare così? Per noi è davvero difficile capire questa linea liberale che stanno seguendo… non porta mai a nulla di buono». La storia olandese dimostra che compiacere il mondo al prezzo dell’identità cattolica porta solo al declino. «Spero che siamo i primi a iniziare un’evoluzione disastrosa, ma forse siamo i primi a toccare il fondo in modo da poter risalire».

«Non capisco la maggior parte dei vescovi tedeschi, perché prima di Papa Francesco non si sentivano mai quelle dichiarazioni», ha osservato. «Non si sentiva mai quel linguaggio. Poi è arrivato Papa Francesco e le cose sono cambiate».

Alla domanda se il Vaticano dovrebbe chiedere le dimissioni ai vescovi tedeschi che promuovono opinioni eretiche, ha risposto: “Beh, o sei cattolico o non lo sei. Dai il buon esempio o no. Sei chiaro o no. E se non lo sei, per favore, dimettiti.”





La traduzione del Nuovo Testamento curata dalla Cei nel 2008 è fondata su uno studio protestante




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by Aldo Maria Valli 26 mar 2026

Ma voi lo sapevate?


di Investigatore Biblico

Pochi fedeli sanno che la Cei 2008, per il Nuovo Testamento, ha adottato come testo greco di base il Nestle-Aland, cioè un’edizione critica protestante. Negli ambienti accademici questo dato è noto; lo riporto anch’io, seppur in modo narrativo, nel mio libro “La Bibbia come Dio comanda”. Resta però una domanda scomoda: perché una scelta così decisiva non viene rivelata e soprattutto spiegata e motivata con chiarezza al popolo cattolico?

Talvolta una scelta apparentemente tecnica rivela un mutamento più profondo, quasi un piccolo spostamento d’asse, che nel tempo finisce per incidere sulla coscienza ecclesiale più di molte dichiarazioni solenni. La questione del testo-base adottato dalla Bibbia Cei 2008 per il Nuovo Testamento appartiene, a mio giudizio, a questa specie di eventi silenziosi. Non si tratta di una disputa per specialisti chiusi nelle loro collazioni manoscritte, né di una pedanteria d’apparato. Si tratta di domandarsi quale Nuovo Testamento sia stato consegnato alla Chiesa italiana nel suo uso ordinario, e da quale tradizione critica esso derivi.

La documentazione ufficiale è chiara. Nei criteri della revisione si legge esplicitamente: «Per il Nuovo Testamento, l’aver adottato come edizione critica di base il testo del Nestle-Aland…» (leggete a pagina 36). La medesima impostazione è confermata dalla documentazione vaticana, dove si afferma che per il Nuovo Testamento il riferimento della revisione è il Nestle-Aland. Non siamo dunque nel campo delle impressioni o delle ricostruzioni polemiche; siamo davanti a una dichiarazione programmatica della stessa autorità che ha curato la nuova edizione.

Che cos’è, allora, il Nestle-Aland? È l’edizione critica del Nuovo Testamento greco divenuta, nel mondo contemporaneo, la più influente e la più diffusa negli studi accademici. La sua origine e la sua genealogia scientifica appartengono alla grande filologia tedesca moderna, nata e sviluppata in ambiente protestante. Ripeto: protestante! Dire questo non significa ridurre il Nestle-Aland a un oggetto di propaganda confessionale, né negarne il valore scientifico. Sarebbe sciocco. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorarne la matrice storica, metodologica e culturale. Il Nestle-Aland è, storicamente e accademicamente, un prodotto della critica testuale protestante moderna, non della tradizione cattolica.

Qui conviene subito introdurre il confronto con il Merk. Il testo di Augustinus Merk, gesuita, è una classica edizione critica cattolica del Nuovo Testamento greco-latino. Anch’esso è un testo scientifico, anch’esso conosce limiti, opzioni, punti discutibili; non va assolutizzato né mitizzato. E tuttavia esso appartiene alla grande impresa della filologia neotestamentaria cattolica, cioè a quel tentativo di esercitare la critica del testo senza recidere il legame con la ricezione ecclesiale, con la tradizione latina, con l’orizzonte patristico e con la sensibilità propria della Chiesa cattolica. Il Merk, insomma, può essere carente in diversi punti, ma resta un testo nato in casa cattolica.

La differenza, allora, non è banale. Da una parte abbiamo un’edizione critica cattolica, il Merk, con i suoi limiti ma con una precisa collocazione ecclesiale; dall’altra abbiamo il Nestle-Aland, scientificamente prestigioso, ma nato nell’alveo della critica protestante. Quando la Cei 2008 decide di assumere come base il Nestle-Aland, essa non compie soltanto una scelta neutra di laboratorio. Compie una scelta di orientamento. Decide che il testo normativo di riferimento per il Nuovo Testamento, nella grande traduzione ecclesiale italiana, sarà un testo formatosi fuori dalla tradizione cattolica e dentro una genealogia critica protestante. Questo è il dato di fondo, e proprio questo dato autorizza una domanda seria, persino inquietante: che cosa accade a una Chiesa quando smette di tradurre il Nuovo Testamento a partire da un testo cattolico e assume come base un testo di origine protestante?

Naturalmente, una formulazione scientificamente rigorosa deve evitare slogan troppo facili. Ma si può dire qualcosa di molto serio e molto grave: il Nuovo Testamento Cei 2008 è costruito su una base testuale di matrice protestante, non più su una base cattolica come il Merk. E questo mutamento non è accessorio; è strutturale. In tal senso, l’affermazione polemica secondo cui “ci hanno consegnato un Nuovo Testamento protestante” contiene un nucleo reale, che non può essere liquidato con superficialità. Perché qui non è in gioco un dettaglio marginale, ma il fondamento testuale stesso da cui scaturisce la traduzione.

Si dirà: ma il Nestle-Aland è oggi usato anche da studiosi cattolici, e perfino da documenti o strumenti ecclesiali. È vero. Ma proprio questo rende la questione più delicata, non meno. Il problema non è la spendibilità accademica del Nestle-Aland, che nessuno nega, bensì il fatto che una Chiesa abbia accettato di lasciarsi determinare, nel suo testo-base, da una linea critica non nata in sé stessa. La ricezione può essere larga, la fortuna editoriale indiscutibile, la competenza dei curatori alta; ma la genealogia resta quella. E quando una genealogia cambia, cambia anche il modo di ascoltare e di capire. Non sempre subito, non sempre in modo clamoroso, ma realmente.

Per questo il ricorso precedente a un testo come il Merk aveva un significato che oggi appare sottovalutato. Non garantiva la perfezione. Non immunizzava da errori. Non rendeva automaticamente cattolica ogni opzione esegetica. Ma custodiva almeno un principio di continuità simbolica e metodologica: il Nuovo Testamento della Chiesa cattolica veniva letto, stabilito e offerto a partire da un’edizione critica cattolica. Oggi questo non avviene più. E dire che la questione sarebbe irrilevante significa non comprendere che, nella vita della Chiesa, anche le mediazioni filologiche hanno un peso spirituale. La Scrittura non arriva mai “nuda”; arriva sempre attraverso una forma di trasmissione. E la forma conta.

Da qui derivano anche conseguenze traduttive concrete. Lo stesso documento Cei mostra che l’adozione del Nestle-Aland ha comportato cambiamenti significativi in punti non secondari. Non si tratta dunque di una scelta senza effetti. Anzi, proprio il fatto che il nuovo testo-base produca nuove traduzioni dimostra che il passaggio non è ornamentale ma sostanziale. È precisamente per questo che la critica alle rese della Cei 2008 non può essere trattata come nostalgia o come fastidio marginale: essa tocca il rapporto tra il testo critico assunto e la lingua concreta consegnata ai fedeli.

A questo punto il giudizio deve restare fermo e sobrio insieme. Il Merk è anch’esso, come si è detto, un testo non privo di limiti; nessun serio studioso dovrebbe idealizzarlo. Ma il suo limite non cancella il suo statuto ecclesiale. Era almeno un testo cattolico. Il Nestle-Aland, invece, per quanto imponente e spesso utile, non lo è per origine. Perciò la decisione della Cei 2008 segna davvero una soglia: da un Nuovo Testamento fondato, almeno in linea di principio, su un’edizione critica cattolica, si è passati a un Nuovo Testamento fondato su un’edizione critica protestante. Questo è il punto essenziale. E questo è il dato che rende legittima una critica radicale alla nuova impostazione.

Che poi a tale mutamento si accompagni, in non pochi casi, una traduzione debole, opaca o discutibile, è una questione che merita di essere esaminata con pazienza e rigore, luogo per luogo, versetto per versetto. Non basta lamentarlo: bisogna provarlo. Ed è precisamente questa l’utilità di un lavoro sistematico che affronti gli errori di resa della Cei 2008 non sul piano dell’impressione, ma dell’argomentazione documentata. In questa prospettiva si comprende l’importanza del volume La Bibbia come Dio comanda, che si propone di mostrare, con analisi puntuali, quanto e come la Cei 2008 presenti problemi di traduzione che non possono essere minimizzati. Se il testo-base è mutato e se molte scelte traduttive risultano infelici, allora diventa necessario offrire ai lettori uno strumento critico capace di orientare il giudizio.

Quanto al silenzio della Cei davanti a domande rivolte su questi temi, sarebbe improprio trasformarlo senz’altro in prova di una colpa o di una intenzione. Ma è lecito osservare che, quando le questioni sollevate toccano il fondamento stesso delle scelte testuali e traduttive, il silenzio istituzionale non aiuta la chiarezza ecclesiale. In materie così gravi, una risposta franca gioverebbe a tutti: a chi critica, a chi difende, e soprattutto ai fedeli, che hanno diritto di sapere quale testo del Nuovo Testamento venga loro consegnato e per quali ragioni.

Alla fine, la questione torna alla sua semplicità austera. Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, né di polemica confessionale fine a sé stessa. Si tratta di fedeltà. Se la Cei 2008 ha adottato come base il Nestle-Aland, allora la Chiesa italiana ha ricevuto un Nuovo Testamento il cui fondamento critico non è più cattolico, ma protestante per origine e per scuola. Questa non è un’invettiva: è un fatto storico-editoriale. Le conseguenze di quel fatto possono essere discusse; ma il fatto resta. E proprio perché resta, esso chiede di essere guardato senza infingimenti. A volte le svolte più profonde si annunciano con parole apparentemente innocue in una pagina di criteri editoriali. Poi, col tempo, ci si accorge che in quelle parole era già contenuto un cambio di respiro. E la Chiesa, quando cambia il suo respiro nell’ascolto della Scrittura, non cambia mai in una cosa piccola.






giovedì 26 marzo 2026

Francia, oltre 21mila catecumeni: una generazione torna a Dio






I dati del 2026 stabiliscono un nuovo record in Francia di catecumeni. I convertiti adulti verranno battezzati nella notte di Pasqua.


Ultimissime

26 Mar 2026

Il sorprendente fenomeno si è ripetuto anche quest’anno.

Era un dato che attendevamo dopo aver parlato più volte dei circa 20mila battesimi adulti nella Pasqua del 2025 (17.800 per la precisione).

In una delle società europee più secolarizzate, la Francia registra quest’anno oltre 21.000 catecumeni attesi nella Veglia pasquale (21.386 per la precisione). Un aumento del 20% circa rispetto all’anno scorso secondo i dati diffusi ieri dalla Conferenza Episcopale francese.


Chi sono i 21mila catecumeni in Francia

Nello specifico, la Chiesa accoglierà 13.234 adulti e 8.152 adolescenti.

Il superamento della soglia dei 20mila era un dato che fino a pochi anni fa sarebbe apparso impensabile.

Particolarmente significativo è il dato della diocesi di Parigi, dove gli adulti battezzati a Pasqua saranno 788, con una crescita del 17% rispetto all’anno precedente. Ma diverse diocesi francesi registrano incrementi a doppia cifra, segno di un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale.


Il profilo dei nuovi battezzati è altrettanto interessante.

Si tratta in larga parte di giovani tra i 18 e i 25 anni, spesso studenti o giovani professionisti, molti dei quali provengono da contesti non praticanti o privi di educazione religiosa. Non è quindi un ritorno al cattolicesimo, ma una scelta personale e consapevole, maturata in un contesto culturale spesso distante dalla fede.

Due terzi dei neobattezzati sono donne, il 43% ha una tradizione cristiana alle spalle, il 19% non ha un background religioso e il 3% proviene dall’Islam.
Perché le conversioni in età adulta?

Le motivazioni sono molteplici.

Vescovi e osservatori individuano tre fattori principali: esperienze personali di crisi o sofferenza, la ricerca di senso in una società percepita come priva di riferimenti, e il desiderio di una vita più piena e coerente.

A questo si aggiunge un elemento nuovo: il ruolo dei social media, che per molti (l’11% dei catecumeni) rappresenta il primo contatto con contenuti religiosi e testimonianze di fede.


Nel 2016 erano solo 4mila

Il confronto con il passato rende il fenomeno ancora più evidente.

Dieci anni fa i battesimi di adulti erano meno di 4.000 l’anno; oggi sono più che quadruplicati. Tuttavia, questo aumento non compensa il calo generale della pratica religiosa: i battesimi infantili, ad esempio, si sono drasticamente ridotti.

In ogni caso, nel cuore dell’Europa che sembrava aver archiviato la fede, sta emergendo una nuova generazione che non eredita il cristianesimo, ma lo sceglie.

Nei giorni scorsi abbiamo segnalato il numero di catecumeni a Milano e a Londra.





Come mantenere l’etichetta “cattolica” ma stravolgere i contenuti. Nuove cronache dalla chiesa modernista




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by Aldo Maria Valli 26 mar 2026



di Chris Jackson

Il 23 marzo, nei Paesi Bassi, Jan Hendriks (vescovo di Amsterdam) e Titus Frankemölle hanno pubblicato sul “Katholiek Nieuwsblad” un articolo a difesa della libertà di insegnamento. Hanno citato con approvazione l’obiettivo fondamentale numero 38 dell’istruzione cattolica olandese, secondo il quale gli alunni devono imparare ad affrontare con rispetto la sessualità e la diversità, inclusa quella sessuale. Poi è arrivata la concessione chiave: le scuole possono scegliere il proprio approccio, ma “è ovvio” che il risultato dell’istruzione deve essere conforme a tali obiettivi fondamentali.

Ecco come funziona la resa. Invece di partire da Cristo, dalla purezza, dalla castità, dalla natura, dalla famiglia e dai doveri dei genitori di custodire l’innocenza dei figli, il vescovo parte dalle categorie dello Stato e poi chiede un po’ di spazio per decorarle con la carta da parati cattolica. Ecco come funziona la mentalità conciliare oggigiorno. Prima accetta la grammatica morale del nemico, poi contratta sul tono, la pedagogia e l’attuazione.

Certo, le scuole cattoliche dovrebbero insegnare il rispetto per la dignità di ogni persona. Dovrebbero farlo sempre. Ma “rispetto per la persona” non è la stessa cosa di catechizzare i bambini secondo l’ideologia sessuale di uno Stato liberale. Quando un vescovo parla come se il linguaggio della diversità imposto dallo Stato fosse il quadro entro cui le scuole cattoliche devono operare, la battaglia è già persa. La scuola non trasmette più una controcultura orientata alla santità, ma traduce in termini residuali cattolici il vocabolario della convivenza pluralista.

Ecco perché tante scuole “cattoliche” oggi si sentono spiritualmente neutrali, anche quando il crocifisso è ancora appeso al muro. Hanno conservato il simbolo, ma rinunciato alla sostanza.

Pieris e l’antico sogno di battezzare il pluralismo religioso

Padre Aloysius Pieris, scomparso il 22 marzo in Sri Lanka poco prima del suo novantunesimo compleanno, viene ricordato come un costruttore di ponti nel dialogo tra buddisti e cristiani. I resoconti sottolineano che nel 1974 fondò il Tulana Research Centre, fu il primo non buddista a conseguire un dottorato in filosofia buddista presso l’Università di Sri Jayewardenepura, promosse l’armonia interreligiosa e fu autore di opere importanti, tra cui “Una teologia asiatica della liberazione”. AsiaNews osserva inoltre che il suo lavoro suscitò sospetti tra le autorità ecclesiastiche negli anni in cui il dialogo e la teologia della liberazione erano visti con diffidenza.

Bisogna pregare per i morti, ma occorre anche dire la verità sul progetto a cui un uomo ha dedicato la sua vita. “Dialogo” ha a lungo funzionato nella Chiesa moderna come una parola d’ordine e raramente significa “predichiamo Cristo crocifisso a tutte le nazioni”. Di solito significa invece “attenuiamo lo scandalo del dogma, mettiamo tra parentesi le pretese della Chiesa e incontriamo le altre religioni sul piano di una comune aspirazione etica”. In questo sistema, il buddismo diventa un partner spirituale anziché una falsa religione da convertire.

Pieris era ammirato proprio perché incarnava questa transizione. Rappresentava il tipo di ecclesiastico che la Roma moderna ama onorare: colto, con legami internazionali, culturalmente adattabile, politicamente consapevole, interreligioso e saldamente post-dogmatico nel metodo, anche quando non formalmente eretico. Questo modello produce conferenze, centri, riviste, simposi e omaggi. Ma certamente non produce martiri per la regalità esclusiva di Cristo.

Sopprime Maria in nome dell’equilibrio

La nota del 4 novembre del Dicastero per la dottrina della fede, “Mater Populi Fidelis”, afferma che usare “corredentrice” per definire la cooperazione di Maria è “sempre inappropriato” e scoraggia certi usi di “Mediatrice di tutte le grazie” nell’insegnamento e nella liturgia ufficiali.

Teologi e mariologi hanno scritto al cardinale Fernández chiedendo una risposta ufficiale alle loro obiezioni, sostenendo che la nota ometteva, minimizzava o contraddiceva precedenti insegnamenti mariani. Secondo Edward Pentin, Fernández ha informalmente attenuato il linguaggio in alcune dichiarazioni a Diane Montagna, affermando che il titolo non è “sempre inappropriato”, ma dovrebbe essere escluso dai documenti e dalle liturgie ufficiali.

Questo è il metodo Fernández. Prima il Dicastero emana un documento che restringe, raffredda e ridimensiona la devozione ereditata in nome della precisione teologica. Poi, quando si manifesta la resistenza, il prefetto introduce una precisazione non ufficiale tramite un colloquio giornalistico. Quindi la dottrina non viene esattamente corretta, non difesa, non ritrattata. Viene semplicemente resa instabile. Ai fedeli non resta che una nota, un chiarimento, un’atmosfera, un ciclo di notizie e la richiesta di mantenere la calma.

Ciò che colpisce non è solo il contenuto, per quanto sia grave. È il motivo. Perché il Vaticano è così ansioso, ripetutamente, di edulcorare il linguaggio che generazioni di cattolici hanno usato per amore della Madonna? Perché il massimalismo mariano deve essere sempre considerato un elemento da tenere sotto controllo, mentre l’ambiguità ecumenica e il minimalismo dottrinale sono visti come segni di maturità? Perché l’apparato moderno teme di esagerare con Maria, teme l’antica ispirazione cattolica, teme una Chiesa che parla con calore, splendore e fiducia della mediazione, della grazia, della regalità, della comunione tra cielo e terra. Quel tipo di cattolicesimo evidentemente è troppo denso, troppo bello, troppo pre-liberale per essere gestito da burocrati che producono documenti.

Quindi Maria deve essere diminuita, resa più piccola, più accettabile, più “equilibrata”. In altre parole, più utile agli uomini che non pensano davvero come i santi.

“Spiritualità queer” con etichetta cattolica

Il News Center dell’Università Cattolica (?) di San Diego ha pubblicizzato un evento con Juan Reynoso, in programma il 9 aprile, intitolato “Finding Home: LGBTQ+ Journeys of Faith” e descritto come una conferenza sull’intersezione tra fede e identità queer. LifeSite spiega che Reynoso si identifica come narratore “Two-Spirit” e che l’evento è co-sponsorizzato da LGBTQ+ & Allies Commons, Associated Student Government, University Ministries e dal Dipartimento di teologia e studi religiosi.

Osservate la coreografia istituzionale. Si tratta di una università formalmente cattolica che presenta l’alternativa sessuale come un percorso spirituale da esplorare attraverso la scoperta di sé. Un ateneo veramente cattolico la presenterebbe come sintomo di crisi morale e pastorale da affrontare con il pentimento, la grazia e la castità. Il vecchio linguaggio della conversione è stato invece sostituito dal linguaggio terapeutico.

Ma il linguaggio plasma le anime. Nel momento in cui la “fede” viene immaginata come spazio in cui identità queer e spiritualità si interpretano reciprocamente, la Chiesa ha già abbandonato il suo ruolo di maestra. Non sta più trasmettendo un deposito di fede, ma semplicemente ospitando una conversazione. Non è più madre, ma moderatrice.

Ancora una volta si ripete lo schema postconciliare. L’istituzione conserva il nome cattolico perché questo ha ancora prestigio in termini di ex studenti, donatori, memoria sacramentale e architettura. Ma il contenuto intellettuale e morale proviene sempre più dal regime esterno alla Chiesa. L’università diventa una cappella del dissenso, anche se il paesaggio attorno è curato.

Aerei e pace

Il discorso pronunciato da Leone XIV il 23 marzo alla compagnia aerea ITA Airways è stato quel tipo di intervento che suona nobile finché non ci si ferma a chiedersi se sia effettivamente cattolico. Parlando dei voli papali e della missione del pontefice, ha affermato: “Gli aerei dovrebbero essere sempre veicoli di pace, mai di guerra”, aggiungendo che dopo le tragedie del XX secolo i bombardamenti aerei avrebbero dovuto essere banditi per sempre.

Il problema è che la dottrina cattolica non identifica intere categorie di forza militare come intrinsecamente immorali solo perché costituiscono una forma di forza. Il Catechismo afferma esplicitamente che ai governi non può essere negato il diritto alla legittima difesa quando gli sforzi di pace sono falliti, definisce le condizioni tradizionali per la legittima difesa mediante la forza militare e insegna che coloro che servono onorevolmente nelle forze armate contribuiscono al bene comune e al mantenimento della pace.

Ciò non giustifica i bombardamenti indiscriminati. Lo stesso Catechismo condanna gli atti di guerra volti alla distruzione indiscriminata di intere città o vaste aree con i loro abitanti. Ma è proprio questo il punto. La teologia morale cattolica fa delle distinzioni. Giudica l’oggetto, l’intenzione, i mezzi, la capacità di discernimento, la proporzionalità, l’autorità e la necessità. Non parla come se l’aereo in sé fosse diventato moralmente sospetto perché l’uomo moderno è addolorato per la guerra. La retorica di Leone annulla questa distinzione, riducendola a uno slogan umanitario. Parla come se lo scandalo fosse che le minacce provengono “dal cielo”, piuttosto che l’uso ingiusto della forza contro gli innocenti.

È un modo di parlare molto moderno. È emotivo, dà visibilità, esprime ansia verso la tecnologia. Suona umano. Ma è anche superficiale. Un aereo da combattimento può essere usato giustamente o ingiustamente, come l’artiglieria, la fanteria, le navi o qualsiasi altro strumento di forza. Sostenere il contrario significa scivolare verso un pacifismo blando mascherato da serietà morale.

Anche questo discorso si inserisce in un quadro più ampio. Gli uomini che ora governano la Chiesa sono indulgenti verso le false religioni, indulgenti verso la rivoluzione sessuale, indulgenti verso il riduzionismo teologico, ma improvvisamente intransigenti quando si tratta di denunciare i mezzi con cui le nazioni si difendono. Non sono in grado di gestire un dipartimento di teologia universitario, ma sanno fare la morale sugli aerei di fronte ai dirigenti delle compagnie aeree.

Il regime sa sempre come applaudire le cose sbagliate

Mettendo a confronto tutte le vicende raccontate, difficile ignorare il problema più profondo. La Chiesa moderna plaude a tutto ciò che abbassa il livello della dottrina e innalza quello del sentimento. Loda il rispetto quando dovrebbe insegnare la castità. Loda il dialogo quando dovrebbe predicare la conversione. Loda le sfumature quando dovrebbe difendere la devozione. Loda il senso di appartenenza quando dovrebbe chiamare i peccatori al pentimento. Loda la pace con formule così vaghe e teatrali da finire per appiattire l’insegnamento sulla guerra giusta in una poltiglia morale.

Ecco perché i fedeli continuano ad avere la sensazione che sebbene l’istituzione sia ancora in piedi la fede si stia sgretolando sotto i loro occhi. La scuola resta. L’università resta. I centri dei gesuiti restano. Il dicastero resta. Il papato resta. I cartelli sono ancora tutti lì. Ma lo spirito che anima tutte queste realtà è cambiato.

Come si chiama una chiesa che cita lo Stato sulla diversità sessuale, celebra la sintesi religiosa, ridimensiona la dottrina mariana, promuove la spiritualità queer e parla di forza militare come farebbe il cappellano di una Ong? La si chiama per quello che è: una chiesa di ponti. Ponti verso lo Stato. Ponti verso altre religioni. Ponti verso la rivoluzione sessuale. Ponti verso i giornalisti. Ponti verso un’opinione rispettabile. Ponti ovunque. Ma quasi da nessuna parte ormai si ritrova l’antico istinto cattolico che faceva dire, chiaramente e senza scuse: questo è vero, questo è falso, questo porta a Cristo, questo allontana da Lui.

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mercoledì 25 marzo 2026

Papa: «Generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo»



Papa Leone XIV - imagoeconomica

Leone XIV invita a ricucire le divisioni sulla liturgia promuovendo una “generosa inclusione” dei fedeli legati al Vetus Ordo, nel solco del Concilio Vaticano II e dopo le tensioni tra Summorum Pontificum e Traditionis Custodes


Messa in latino


Lorenzo Bertocchi, 25 Marzo 2026

Nel solco di una linea che punta esplicitamente alla ricomposizione delle tensioni interne alla Chiesa, Papa Leone XIV interviene sulla delicata questione liturgica, invitando a una “generosa inclusione” dei fedeli legati alla forma tradizionale della Messa. Il passaggio, contenuto in un messaggio ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes (24-27 marzo 2026) e firmato dal cardinale Pietro Parolin, rappresenta uno dei segnali più chiari del nuovo pontificato.

Una “ferita” nella Chiesa

Il Papa non nasconde la preoccupazione: “È preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una ferita dolorosa riguardante la celebrazione della Messa, sacramento stesso dell’unità”. Una diagnosi netta, che riconosce come il tema liturgico sia diventato negli ultimi anni un punto di frattura tra sensibilità ecclesiali diverse.

Il riferimento esplicito è alla crescita delle comunità legate al Vetus Ordo, cioè alla liturgia precedente alla riforma del Concilio Vaticano II. Di fronte a questa realtà, Leone XIV non propone né una chiusura né un ritorno indistinto al passato, ma un cambio di sguardo: maggiore comprensione reciproca e accoglienza “nella carità e nell’unità della fede”.

Dal Summorum Pontificum a Traditionis Custodes

Per comprendere la portata dell’intervento, è necessario collocarlo nel contesto degli ultimi due decenni.

Nel 2007, Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum aveva liberalizzato l’uso della liturgia tridentina, definendola “forma straordinaria” del rito romano. L’intento era favorire la riconciliazione interna alla Chiesa e offrire spazio a sensibilità diverse, senza mettere in discussione la riforma conciliare.

Questa apertura è stata significativamente ridimensionata nel 2021 da Papa Francesco con il motu proprio Traditionis Custodes, che ha riportato sotto un controllo più stretto l’uso del rito preconciliare, affidandone la regolamentazione ai vescovi e sottolineando l’unicità della lex orandi espressa dal rito riformato.

Il provvedimento di Francesco nasceva dalla preoccupazione che l’uso del Vetus Ordo fosse talvolta accompagnato da atteggiamenti di rifiuto del Concilio Vaticano II. Tuttavia, in diversi contesti ecclesiali, ha anche contribuito ad acuire tensioni e incomprensioni.

Il tentativo di Leone XIV

È in questo scenario che si inserisce la posizione di Leone XIV. Il Papa non mette in discussione il quadro normativo ereditato, né le “linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”, ma invita a un’applicazione pastorale che eviti esclusioni e contrapposizioni.

La richiesta di “soluzioni concrete” che consentano una “generosa inclusione” appare come un tentativo di superare una stagione segnata da polarizzazioni, senza tornare semplicemente indietro. Piuttosto, si tratta di ricucire il tessuto ecclesiale, riconoscendo che la diversità liturgica, se vissuta nella comunione, può essere una ricchezza e non una minaccia.

Un pontificato orientato all’unità

Il passaggio si inserisce coerentemente nella linea che sembra caratterizzare l’inizio del pontificato di Leone XIV, eletto nel conclave del maggio 2025: una forte attenzione all’unità della Chiesa, intesa non come uniformità, ma come comunione riconciliata.

Non a caso, il Papa parla della Messa come “sacramento stesso dell’unità”, indicando implicitamente che proprio sul terreno liturgico si gioca una delle sfide più delicate per la Chiesa contemporanea.

Il messaggio ai vescovi francesi, dunque, non è solo un intervento circoscritto a una situazione nazionale segnata da tensioni sul tema della liturgia tridentina, ma assume un valore più ampio: è un invito a tutta la Chiesa a uscire da logiche contrappositive e a ritrovare, anche nella pluralità delle forme, una comune appartenenza ecclesiale.

In questo senso, la “generosa inclusione” evocata dal Papa si configura come una possibile chiave per riaprire un dialogo che negli ultimi anni si era progressivamente irrigidito.




Vita religiosa: in Germania è ormai quasi scomparsa





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by Aldo Maria Valli 25 mar 2026



In Germania la vita religiosa è sull’orlo della scomparsa. Negli ultimi ventitré anni il numero di persone consacrate si è gradualmente ridotto quasi a zero, senza contare che metà dei monaci e l’80% delle suore hanno più di 65 anni.

Il declino della vita religiosa sembra irreversibile. Alla fine del 2025, in un paese di 85 milioni di abitanti, si contavano poco più di diecimila membri di ordini e congregazioni religiose.

Al 31 dicembre 2025, in Germania risiedevano 11.797 religiosi e religiose, 831 in meno (6,6%) rispetto all’anno precedente (12.628), secondo i dati recentemente pubblicati dalla Conferenza dei superiori maggiori tedeschi.

Il numero di religiose è in forte calo: 7,4% in un solo anno, tra il 2024 e il 2025, passando da 9.467 a 8.770, mentre il numero di religiosi è diminuito del 4,2%, raggiungendo quota 3.027 (rispetto ai 3.161 del 2024).

Di conseguenza, il numero di religiose è diminuito del 70% dal 2002: 20.203 unità, rispetto alle 28.973 di fine 2002. Questa tendenza è proseguita negli ultimi anni e non sembra destinata a rallentare.

Inoltre, se confrontiamo i dati attuali con quelli della metà del XX secolo, il declino è ancora più significativo. Nel 1965 in Germania c’erano circa centomila suore di vari ordini e congregazioni. Negli ultimi sessant’anni, il numero di suore tedesche è diminuito di oltre il 90%.

A questo crollo numerico si aggiunge il notevole invecchiamento di coloro che rimangono. Tra i religiosi maschi, circa la metà ha più di 65 anni (48,6%). Alla fine del 2025, in Germania c’erano 3.027 religiosi maschi, di cui 2.313 sacerdoti, 21 diaconi e 54 studenti di teologia.

I benedettini contavano il maggior numero di religiosi maschi (467), seguiti da francescani (416) e gesuiti (183).

L’81% delle suore tedesche ha più di 65 anni. Alla fine del 2025 erano distribuite in 795 comunità monastiche (rispetto alle 883 del 2024). I gruppi più numerosi erano gli ordini religiosi benedettini, francescani e vincenziani.

In poco più di un decennio la vita religiosa sarà praticamente scomparsa in Germania. Ma questi dati non sembrano impressionare i vescovi tedeschi, determinati a proseguire sulla via sinodale, che non farà altro che accelerare e completare la totale scomparsa della vita religiosa.

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Il libro sulla Messa tradizionale che ha interessato il Papa





Chiesa cattolica | CR 1943



di Giulio Ginnetti 25 Marzo 2026

Il 5 marzo 2026, Papa Leone XIV ha concesso un’udienza privata a due autori di un importante studio di un fenomeno che ha attirato crescente attenzione sia mediatica sia accademica: la presenza e la vitalità dei fedeli legati alla liturgia tradizionale in latino: il volume di Stephen Bullivant e Stephen Cranney, Trads: Latin Mass Catholics in the United States (Tradizionalisti: la messa in latino cattolica negli Stati Uniti), che sarà pubblicato il prossimo novembre dalla prestigiosa Oxford University Press e che il Papa ha probabilmente avuto il privilegio di leggere in anteprima.

L’opera si fonda su un’ampia indagine empirica che combina dati quantitativi e qualitativi, con l’obiettivo di delineare il profilo dei cattolici che frequentano la Traditional Latin Mass (TLM), Rito Romano antico. Fin dalle prime pagine, i due autori chiariscono l’intento del loro lavoro: «Questo libro nasce dall’esigenza di comprendere, con strumenti empirici, chi siano i cattolici che partecipano alla Messa in latino negli Stati Uniti, andando oltre impressioni aneddotiche e rappresentazioni mediatiche» (pp. 2-3), cioè offrire un’analisi fondata su evidenze piuttosto che su impressioni. Bullivant e Cranney aggiungono un punto metodologico decisivo: «Finora, gran parte delle discussioni sulla Messa tradizionale si è svolta senza dati affidabili; il nostro obiettivo è colmare questa lacuna» (p. 3). Un altro passaggio importante riguarda la sorpresa iniziale dei ricercatori: «Molti dei risultati che presentiamo mettono in discussione le aspettative comuni, in particolare per quanto riguarda l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso dei partecipanti» (p. 5).

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda proprio questo «l’età, la composizione familiare e il livello di coinvolgimento religioso» (p. 5) di questo gruppo di fedeli. Contrariamente al diffuso cliché di un ambiente nostalgico e anziano, lo studio mostra che i partecipanti alla Messa tradizionale sono mediamente più giovani rispetto ai cattolici praticanti nel rito ordinario. Gli autori osservano infatti che «le congregazioni della Messa in latino sono in modo sproporzionato composte da giovani, con una notevole presenza di famiglie numerose» (p. 21). Questo dato si inserisce in una dinamica più ampia: come evidenziato anche da recenti studi sul cattolicesimo globale, la crescita della Chiesa oggi è trainata soprattutto da comunità giovani, dinamiche e fortemente praticanti.

Accanto alla giovane età, emerge infatti un elevato livello di impegno religioso. I fedeli della TLM partecipano alla Messa con maggiore frequenza, si confessano più regolarmente e mostrano una pratica religiosa intensa. «I loro livelli di impegno religioso superano di gran lunga quelli del cattolico medio negli Stati Uniti» (p. 34). Questo tratto li avvicina ad altre aree di crescita del cattolicesimo contemporaneo, dove la fede non è semplicemente un’identità culturale, ma una scelta vissuta con convinzione.

Le motivazioni che spingono questi fedeli verso la liturgia tradizionale costituiscono un altro punto centrale dell’analisi. Esse non sono riducibili a fattori ideologici, ma affondano le radici in un’esperienza spirituale profonda. «Gli intervistati descrivono frequentemente la Messa tradizionale come più riverente, più trascendente e più centrata su Dio» (p. 47). Il senso del sacro, la bellezza rituale e il silenzio diventano elementi decisivi in un contesto culturale spesso percepito come frammentato e secolarizzato.

A questo si aggiunge il valore della continuità storica. La liturgia tradizionale appare come un ponte tra passato e presente, capace di offrire stabilità in un’epoca segnata dal cambiamento rapido. In questo senso, essa risponde a un bisogno più generale che attraversa la Chiesa globale: quello di radicamento e identità.

Dal punto di vista delle convinzioni religiose, i cattolici della Messa in latino tendono a esprimere posizioni più tradizionali. «I partecipanti alla Messa in latino hanno una probabilità significativamente maggiore di sostenere visioni ortodosse in materia di dottrina e morale» (p. 62). Tuttavia, il gruppo non è monolitico: esistono differenze interne e percorsi personali diversificati, che riflettono la complessità del cattolicesimo contemporaneo.

Un elemento decisivo è la dimensione comunitaria. Le comunità legate alla TLM si configurano spesso come reti coese, caratterizzate da forte partecipazione e sostegno reciproco. «Queste comunità funzionano spesso come reti molto coese di credenze e pratiche condivise» (p. 78). Tale vitalità richiama quanto osservato in altri contesti di crescita ecclesiale: là dove la fede è vissuta comunitariamente e con intensità, essa tende a generare stabilità e continuità. Il rapporto con la gerarchia ecclesiastica resta invece articolato. «Pur identificandosi fortemente come cattolici, alcuni intervistati esprimono preoccupazione per gli sviluppi recenti nella Chiesa» (p. 91). Questa tensione non indica necessariamente rottura, ma piuttosto un coinvolgimento serio e consapevole nella vita ecclesiale.

In prospettiva più ampia, il fenomeno dei cattolici della Messa tradizionale può essere letto alla luce delle trasformazioni globali del cattolicesimo. Studi recenti mostrano che la crescita della Chiesa avviene soprattutto in contesti dove la fede è proposta in modo esigente e chiaramente identitario. In questo senso, anche le comunità tradizionali negli Stati Uniti partecipano di una dinamica più vasta: quella di una “ricomposizione” del cattolicesimo in forme più intenzionali e meno puramente culturali.

Nella parte finale del libro, gli autori tirano le fila dell’analisi collegandola al contesto più ampio del cattolicesimo contemporaneo: «Le comunità della Messa in latino, pur rimanendo numericamente minoritarie, rappresentano una componente vivace e in alcuni casi in crescita del cattolicesimo statunitense» (p. 103). Bullivant e Cranney sottolineano poi il significato sociologico delle comunità tradizionali: «Esse illustrano una forma di appartenenza religiosa più intenzionale, caratteristica delle religioni in contesti secolarizzati» (p. 104). E infine offrono una riflessione più generale sul futuro: «Comprendere questi cattolici non significa semplicemente studiare un fenomeno marginale, ma cogliere alcune dinamiche più ampie che stanno ridefinendo la vita religiosa nel XXI secolo» (p. 105).

Come osservano gli autori, «la crescita delle comunità della Messa in latino può riflettere dinamiche più ampie di differenziazione religiosa in un’epoca secolarizzata» (p. 105). In altre parole, in un contesto in cui la religione non è più socialmente scontata, emergono gruppi più piccoli ma più convinti, capaci di vivere la fede con maggiore intensità.

In definitiva, attraverso un’analisi rigorosa, Stephen Bullivant e Stephen Cranney mostrano come la liturgia tradizionale non sia un semplice ritorno al passato, ma una delle più efficaci forme attraverso cui la fede cattolica si rinnova nel presente.







25 aprile: Annunciazione




Tra gli strumenti di un cammino vi è la borraccia con cui portarsi dietro dell’acqua per idratarsi. Fuor di metafora, ne Il Cammino dei Tre Sentieri la “Borraccia” è la meditazione. I vari “sorsi” sono i punti della meditazione.



L’ACQUA

Affresco “Annunciazione” del Beato Angelico (1387-1455) su un muro di una cella del Monastero di San Marco a Firenze. L’opera risale al periodo tra il 1441 e il 1443.

I SORSI


1. Cari pellegrini, in questa borraccia, l’acqua non è fatta di parole, ma da un’immagine. Si tratta di un’opera del famoso beato Angelico (1395-1455) che ritrae l’avvenimento dell’Annunciazione. Episodio da lui dipinto anche in altre raffigurazioni. In questa opera ci sono tre personaggi: l’arcangelo Gabriele, la Vergine e un frate domenicano (il Beato Angelico era anch’egli frate domenicano) il quale osserva la scena. Si tratta di san Pietro martire (1205-1252), predicatore di Verona ucciso dagli eretici. Tre personaggi, ma se se ne può scorgere anche un quarto, un personaggio che occupa tutto lo spazio: il Verbo incarnato.

2. Se si fa attenzione, si nota che tra l’Angelo e la Vergine c’è una distanza che è sproporzionata alla grandezza dell’intero affresco. Tant’è che se questa distanza fosse stata inferiore, la figura di san Pietro martire si mostrerebbe per intero, cosa che non è. Si può notare, inoltre, che il vuoto tra l’Angelo e la Vergine non solo è il centro ottico dell’affresco (nel senso che lo sguardo dell’osservatore cade prima di tutto lì), ma costituisce un’attrazione anche concettuale. Eppure è un vuoto. E’ un luogo spoglio. Sembra non essere un caso che il Beato Angelico non abbia voluto dipingere neppure una suppellettile sullo sfondo. Al vuoto tra l’Angelo e la Vergine corrisponde il vuoto della parete.

3. A questa dimensione spaziale (il vuoto) si accompagna una dimensione temporale (l’attesa). Il volto dei tre personaggi, pur esprimendo tre stati d’animo diversi (l’Angelo contempla la Vergine, Questa ha lo sguardo basso in segno di umiltà e di consenso e san Pietro contempla la scena), sono tutti e tre accomunati da un senso di tranquilla e serena attesa. In quest’opera ci sono tre punti su cui fondare il nostro esistere: la pienezza, l’attesa e la lotta.

4. Il primo (la pienezza) è capire che la nostra vita non si spiega né si risolve da sé. La vita ha bisogno di una pienezza che la renda ragionevole, giusta e piena di senso. Questa pienezza non può che essere la presenza del Signore in essa. Il Beato Angelico descrive il vuoto tra l’Angelo e la Vergine come già “pieno” del Verbo incarnato. Tant’è che i due sembrano prefigurare la scena della Natività con la Vergine e San Giuseppe ai lati e al centro la mangiatoia con il Divino Bambino.

5. Il secondo (l’attesa) è capire che la nostra vita ha bisogno di essere orientata. Di essere orientata -appunto- nell’attesa. Cioè che tutto il nostro agire, pensare e programmare acquistano significato solo nell’andare verso il completamento dell’Eterno. E il Beato Angelico fa dell’attesa il tratto comune dei tre personaggi.

6. Il terzo (la lotta) è capire che per questa pienezza e per questa attesa bisogna lottare, cioè bisogna essere disposti a tutto, anche a dare la vita. Il Beato Angelico disegna san Pietro da Verona che fu ucciso per annunciare e difendere la Verità della Fede.

Al Signore Gesù

Signore, Tu sei la mia Pienezza.

Tu sei l’unico senso del mio attendere.

Fa che viva e lotti per Te e che per Te possa dare tutto, anche la vita.

Alla Regina dello Splendore

Madre, Tu sei Donna della Pienezza: hai generato l’Infinito.

Tu sei Donna dell’Attesa: nel tuo grembo si è realizzata la Storia.

Pertanto solo con Te si può gustare questa Bellezza.

E, solo al tuo fianco, potrò lottare per difendere questa Bellezza.

Madre, accompagnami nel cammino di questo giorno.